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        <title type="main" level="a">Accademie e luoghi del sapere fra Padova e Venezia</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0001-7754-0951" type="ORCID">
            <forename>Massimo</forename>
            <surname>Galtarossa</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Padova, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Accademie e luoghi del sapere tra Italia e Spagna nel lungo Settecento / Academias y lugares del saber en el largo siglo XVIII entre Italia y España</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0989-2</idno>) by </resp>
          <name>Niccolò Guasti, Cinzia Recca, Mónica Bolufer Peruga, Fernando Durán López</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.28</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>In terms of international relations between the Republic of Venice and Spain, the years between 1771 and 1790 are crucial for the development of a new political culture: the role of Padua's academics increases as consultants or publishers to refine the conceptual tools to resolve diplomatic disputes.</p>
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            <item>accademia patavina di scienze lettere ed arti</item>
            <item>Republic of Venice</item>
            <item>diplomacy</item>
            <item>Bourbon Spain</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.28<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.28" /></p>
<div><head>Accademie e luoghi del sapere fra Padova e Venezia</head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Massimo Galtarossa</p><div><head>1. Premessa</head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nella seconda metà del Settecento la categoria di ambasciatore letterato è ancora pregnante per descrivere la biografia di diplomatici veneziani in Spagna come Francesco Pesaro </hi><hi rend="italic">San Stae </hi><hi rend="CharOverride-1">(1776-81) che nel tempo libero serale leggeva i classici latini e spagnoli e carteggiava su questi temi con i suoi amici accademici padovani (Valeri 2020, 277-78; Galtarossa 2023, 207-21; Tavazzi 2025, VII-XII). Laddove, invece, si intende ricercare i luoghi del sapere politico e i rapporti con le accademie occorre allargare lo sguardo e prendere in considerazione la funzione dell’accademico come consulente del governo della Repubblica di Venezia, e altre figure, come le spie d’ambasciata, mediatori fra differenti usi e costumi politici nonché circoscrivere specifici luoghi di elaborazione della cultura politica, come il palazzo sede dell’ambasciata di Spagna a Venezia, centro di intrighi internazionali (Preto 1999, 521-24; Infelise 2002, 50-58; Ricuperati 2006, 28). Completano il quadro tracciato la realtà della proverbiale saviezza del Senato veneziano e l’</hi><hi rend="CharOverride-1">esigenza dell’istituzione dell’Accademia di scienze lettere ed arti di Padova nel 1779 come bacino privilegiato di reclutamento di professori – ricercatori al servizio dello Stato (Tabacco 1980</hi><hi rend="superscript CharOverride-2">2</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">65-68; Del Negro 1986, 271-94; Preto 2001, 103-8).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Un esempio può contribuire a mostrare la fecondità di questo approccio. Nel 1764 a Carpanedo, presso Mestre, nel proprio palazzo di villeggiatura, l’ambasciatore spagnolo a Venezia José Joaquí</hi><hi rend="CharOverride-1">n Guzmán de Montealegre (1749-1771) incontrò il famoso economista e imprenditore friulano Antonio Zanon. Montealegre aveva letto il primo libro </hi><hi rend="italic">Dell’agricoltura, delle arti e del commercio in quanto uniti contribuiscono alla felicità degli stati</hi><hi rend="CharOverride-1">, edito nel 1763, e stimava lo Zanon che rilanciava il valore delle accademie agrarie e delle cattedre d’agricoltura. Il diplomatico spagnolo condivideva il pensiero riformatore del friulano ed intendeva applicare le sue ricerche alle piantagioni di frutti nel Terraglio. Le aspettative di quest’incontro potevano essere alte. Tuttavia, il vero motivo di queste conversazioni era avvalersi di un intermediario informale, e autorevole, con cui palesare al governo veneziano la volontà personale dell’ambasciatore nel promuovere un trattato commerciale fra Venezia e la Spagna (Venturi 1990, 42-50; Pitteri 2004, 351-64; Gullino 2020, </hi><hi rend="italic">ad vocem</hi><hi rend="CharOverride-1">).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Considerate queste premesse intendiamo porre tre questioni. Innanzitutto, come la Repubblica di Venezia affrontò nel 1772 un problema politico delicatissimo, come l’invadenza della residenzialità diplomatica straniera, in particolare spagnola, in città, salvaguardando la continuità pacifica dei rapporti fra gli Stati nelle relazioni internazionali del Settecento. Vedremo come il ruolo degli accademici padovani su questo punto di controversia sarà decisivo. Eppure, la distanza culturale fra la cultura politica di Venezia, le sue usanze e pratiche, rispetto alla visione autoritaria, e dinamica, di un ambasciatore spagnolo come il marchese di Squillace, rappresentante di una monarchia europea, sarà alla base dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">incidente diplomatico del 1774-75. Spetterà al Senato veneziano, attraverso uno dei suoi maggiori protagonisti, il patrizio Andrea Tron, cogliere l’opportunità politica per trasformare una contesa per le franchigie diplomatiche in una riscoperta del valore della saggezza pragmatica del governo veneziano. Eppure, la stessa cultura politica degli accademici padovani non scomparirà del tutto dalle carte di governo ma verrà utilizzata in modo carsico nel processo della valorizzazione della figura consolare attraverso l’agire dietro le quinte fra lo spionaggio veneziano e l’ambasciata spagnola a Venezia.</hi></p></div><div><head>2. La socialità dei Lumi e il diritto internazionale</head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nel 1772 avvenne una grave crisi diplomatica che incrinò le relazioni fra Venezia e le principali corti europee, in particolare di Francia, Spagna e d’Austria. L’argomento riguardava i privilegi extraterritoriali degli ambasciatori stranieri a Venezia. Infatti, fra ‘600 e ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">700 si era progressivamente dilatata la pretesa estensione </hi><hi rend="italic">de facto </hi><hi rend="CharOverride-1">dei quartieri diplomatici attorno ai palazzi delle ambasciate, cioè la cosiddetta </hi><hi rend="italic">Lista</hi><hi rend="CharOverride-1">, il luogo in cui i diplomatici rivendicavano immunità giudiziarie e franchigie commerciali per la popolazione compresa in questo spazio (Rigoboni 1932, 189-208;</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-3">Frigo 2007, 31-50; Infelise 2007, 67-75; Furio 2021, 88-99)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Nella </hi><hi rend="italic">contrada</hi><hi rend="CharOverride-1"> di San Geremia, attorno a palazzo Frizier, sede dell’ambasciata di Spagna a Venezia, trovavano collocazione numerosi laboratori serici che producevano tessuti al di fuori delle regole delle corporazioni di mestiere, alle visite ispettive della magistratura dei </hi><hi rend="italic">Consoli dei mercanti</hi><hi rend="CharOverride-1"> e agli obblighi fiscali dello Stato veneziano. In essa si svolgevano pure operazioni di contrabbando di vino, con la vendita al minuto e anche all’ingrosso. Fenomeni commerciali che nel 1770 avevano raggiunto dimensioni importanti, persino con la presenza di maestri </hi><hi rend="italic">testori</hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel 1784 l’abate Giovanni Cattaneo, la spia degli Inquisitori di Stato deputata alle relazioni con il corpo diplomatico straniero a Venezia, definiva addirittura </hi><hi rend="italic">fondaco</hi><hi rend="CharOverride-1">, con vendita di certificati di esenzione per vino e farina, una casa attigua all’ambasciata di Spagna. Infatti, nel 1772 la Repubblica di Venezia, attraverso un’intensa negoziazione diplomatica, era riuscita a ridurre a due case per ambasciata l’estensione dei quartieri diplomatici stranieri (ASV, SC, busta 340,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">18 giugno 1770; ASV, IdS,</hi><hi rend="CharOverride-1"> busta 573, 16 aprile e 3 maggio 1784; Della Valentina 2003, 69-73). Vi erano inoltre dei profondi pregiudizi culturali verso le leggi della Repubblica di Venezia, secondo i quali il divieto di frequentazione degli ambasciatori stranieri era contrario allo stesso principio di socialità per cui, secondo questo ragionamento, Francia, Spagna e Austria chiesero una sorta compensazione per questa singolare legislazione veneziana in termini di aumento dell’extraterritorialità diplomatica straniera a Venezia. Un quadro che aumentava l’insofferenza della comunità diplomatica in laguna. Nel novembre 1769 l’ambasciatore spagnolo Montealegre aveva addirittura fatto incarcerare Nadalin Tirabosco, vice del Capitan grande del Consiglio dei X, che non aveva rispettato le immunità delle abitazioni nella </hi><hi rend="italic">Lista </hi><hi rend="CharOverride-1">di Spagna (ASV, CEP, busta 148, 28 giugno 1770; ASV, SC</hi><hi rend="CharOverride-1">, busta 340,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">7 settembre 1770; Preto 1999,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">61-62; Iordanou 2023,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">95).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nel 1770 il Senato veneziano affidò la commissione sull’intero </hi><hi rend="italic">dossier</hi><hi rend="CharOverride-1"> della dilatazione, e legittimità, dei quartieri diplomatici stranieri, che interessavano allora circa 233 abitazioni nel </hi><hi rend="italic">sestiere</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Cannaregio, con evidenti limitazioni all’esercizio della giustizia civile e criminale e con la vendita abusiva di generi alimentari, come farina ed olio, ma anche nella produzione, al di fuori del controllo delle corporazioni di arti e mestieri, di manufatti di lusso, come i damaschi in ordito d</hi><hi rend="CharOverride-1">’oro, al Savio </hi><hi rend="italic">di Terraferma</hi><hi rend="CharOverride-1"> più anziano Girolamo Zulian. Egli proveniva da una famiglia patrizia che apparteneva da generazioni alle famiglie senatorie, aveva studiato non solo i classici della tradizione veneziana ma anche quelli dell’Illuminismo, compreso i lavori del fiscale Campomanes. Della sua dedizione al servizio pubblico è testimonianza una successiva lettera del febbraio 1779 diretta all’ambasciatore veneziano in Spagna Francesco Pesaro. Zulian chiese al Pesaro informazioni sul carattere difficile dell’ambasciatore spagnolo a Roma Girolamo Grimaldi ed espresse lo sconcerto per le forti </hi><hi rend="italic">Riflessioni </hi><hi rend="CharOverride-1">[…] che José Nicolás de Azara aveva elaborato</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">in difesa della canonizzazione (osteggiata dai gesuiti) del vescovo messicano Juan de Palafox y Mendoza</hi><hi rend="CharOverride-1">, in quanto l’incaricato d’affari spagnolo era in effetti un ministro pubblico. Argomenti che, prevedeva, avrebbero fornito abbondanti materiali per i suoi dispacci diretti al Senato dall’ambasciata a Roma, carica che stava allora per andare a ricoprire (ASV, SC, busta 340, 12 giugno 1770; ASV, GRM,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">busta</hi><hi rend="CharOverride-1"> 283, 28 febbraio 1778; Del Negro 1989,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">108; Guasti 2006, 347; Tatti 2023,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">238).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Secondo quanto si legge in una lettera inviata da Napoli nel 1776, Girolamo Zulian stimava molto i professori universitari ‘progressisti’ che dal 1779 poterono contare su un’accademia statale di riferimento: quella di scienze, lett</hi><hi rend="CharOverride-1">ere ed arti che inglobava il precedente sodalizio dei Ricovrati. Il patrizio quando era a Padova, frequentava le sedute accademiche, di cui riconosceva il valore scientifico internazionale dell’istituzione culturale. Questo sentimento dovette essere precoce se già nel 1770 Zulian, sull’importante </hi><hi rend="italic">dossier </hi><hi rend="CharOverride-1">delle </hi><hi rend="italic">Liste</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">chiese, in maniera veramente insolita per la prassi politica del Senato, il parere proprio a due fra questi: il civilista (1754), il cipriota Stelio Mastraca, amico di Gasparo Gozzi e</hi><hi rend="CharOverride-1"> un socio fra i più assidui fra i «ricovrati», e Giambattista Billesimo. Questi era un prete di Fonzaso (Belluno), già docente al seminario vescovile di Padova, precettore della famiglia patrizia Emo, professore di diritto feudale (1756) e poi di diritto di natura, pubblico e delle genti (1764) a Padova, curatore del secondo volume delle </hi><hi rend="italic">Prose e poesie </hi><hi rend="CharOverride-1">(1756) del filosofo, viaggiatore e membro della </hi><hi rend="italic">Royal Society</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1715) Antonio Conti, nonché allora impiegato come consultore </hi><hi rend="italic">in iure</hi><hi rend="CharOverride-1"> dal 1769 (BMCV, Epistolario Moschini; Barzazi 1986, 197-99; Del Negro 1989,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">114-21).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Al </hi><hi rend="italic">Parere </hi><hi rend="CharOverride-1">del settembre 1770 stilato dal Billesimo erano allegati dei documenti riferiti alla Spagna. Fra</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">gli </hi><hi rend="italic">Esempi di Corti che limitano o tolsero privilegi ad ambasciatori e ministri </hi><hi rend="CharOverride-1">era citato </hi><hi rend="italic">Il </hi><hi rend="italic">Perfetto Ambasciatore </hi><hi rend="CharOverride-1">(libro 1, cap. 43) di Juan Antonio de Vera y Zúñiga, il quale riportava l’episodio avvenuto nell’abitazione dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">ambasciatore di Venezia a Madrid dove furono levati a forza dei delinquenti. Il sovrano spagnolo, informato dell’accaduto, scrisse poi a tutte le corti europee invitando a comportarsi allo stesso modo nel caso in cui le ambasciate spagnole all’estero diventassero ricettacolo di criminali e quindi a giudicare secondo la legge del luogo gli ambasciatori spagnoli che avessero protetto questi banditi. Il consultore </hi><hi rend="italic">in iure</hi><hi rend="CharOverride-1"> per sostenere le ragioni della Repubblica sul tema dei discussi privilegi degli ambasciatori stranieri residenti affiancava ai classici della cultura storico-giuridica europea – il barone prussiano (ma nato ad Amburgo) Jakob Friedrich von Bielfeld, il giurista parigino settecentesco Gaspard de Réal de Curban,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">il celebre consigliere svizzero Emer de Vattel</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">– alcuni precedenti episodi di dissapori o incidenti diplomatici che potevano essere portati come esempi di condotte nelle relazioni internazionali fra gli Stati e fornire buone argomentazioni testuali nel negoziato in corso. A ben vedere si trattava della stessa cultura pragmatica di governo su cui si formavano i senatori veneziani avvalendosi dei saperi presenti nelle biblioteche di studio dei loro palazzi che comprendevano archivi politici consistenti, con copie di documenti pubblici, ricopiati nel mercato illegale dei manoscritti, oppure pervenuti attraverso gli stessi familiari, o antenati, che avevano ricoperto delle cariche pubbliche. Billesimo, infatti, utilizzò la corrispondenza diplomatica riservata. Dall’Archivio della </hi><hi rend="italic">Segreta </hi><hi rend="CharOverride-1">trasse dal tomo sulle </hi><hi rend="italic">Vertenze con Innocenzo XI </hi><hi rend="CharOverride-1">il </hi><hi rend="italic">dispaccio</hi><hi rend="CharOverride-1"> del seicentesco ambasciatore a Roma Lando per dimostrare che la Spagna aveva di fatto abolito, già nel 1684, i quartieri diplomatici a Madrid, per poi togliere d</hi><hi rend="CharOverride-1">’autorità anche quello del nunzio pontificio. Inoltre dalla serie archivistica del Collegio, detta </hi><hi rend="italic">Esposizioni principi</hi><hi rend="CharOverride-1">, cioè</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">che riguardava l’accoglimento presso l’organo di direzione della politica estera del Senato degli ambasciatori stranieri accreditati a Venezia, trasse il riscontro che nel settembre dello stesso anno la decisione politica di Madrid venne comunicata dal segretario dell’ambasciatore spagnolo a Venezia al Collegio per impedire che lo spazio attorno al palazzo di Spagna a Venezia, per un mal preteso asilo politico, la cosiddetta </hi><hi rend="italic">Lista di Spagna</hi><hi rend="CharOverride-1"> diventasse rifugio di criminali e debitori insolventi e impuniti (ASV, SC, busta</hi><hi rend="CharOverride-1"> 340,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">7 settembre 1770 e 4 settembre 1770; Raines 2006, 236-61; López-Cordón Cortezo 2015, </hi><hi rend="italic">ad vocem</hi><hi rend="CharOverride-1">).</hi></p></div><div><head>3. I barili di salgemma e l’ambasciatore Squillace</head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nel settembre del 1770 la posizione del Senato veneziano era chiara. L’esistenza di estesi quartieri diplomatici privilegiati a Venezia, come quello spagnolo, in cui vigeva un preteso diritto d’</hi><hi rend="CharOverride-1">asilo, era contraria alla sovranità della Repubblica e al diritto delle genti. Meno pacifico era il discorso sulla mancanza della civile conversazione, con il patriziato veneziano, per tutti gli ambasciatori stranieri residenti a Venezia. Questa legislazione era antica. Tuttavia, solo in quel periodo la scarsa socialità diplomatica divenne oggetto di contestazione fra gli Stati e il fondamento politico sui cui si richiedevano maggiori privilegi per gli ambasciatori stranieri. A dire il vero Billesimo aveva taciuto che nel 1620 Juan Antonio de Vera aveva scritto pure che era dispiaciuto di non poter parlare al di fuori della «familia»</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’ambasciatore spagnolo per cui, senza poter dialogare di politica con i patrizi a Venezia, egli era ridotto a contemplare il mare alla finestra. Nel secondo Settecento per il modo con cui erano trattati i diplomatici stranieri a Venezia l’ambasciatore spagnolo Leopoldo de Gregorio, marchese di Squillace, mostrava acuta insofferenza. Ancora nell’estate del 1776 Squillace no</hi><hi rend="CharOverride-1">n mancava di lamentarsi con il segretario di Stato Girolamo Grimaldi a Madrid del divieto per gli ambasciatori stranieri di accompagnare il granduca di Toscana Pietro Leopoldo I, e la moglie Maria Luisa di Borbone, di cui aveva seguito nel 1765 le trattative matrimoniali, nella visita a Palazzo ducale per </hi>vedere<hi rend="CharOverride-1"> il Maggior Consiglio (ASV, SC, busta 340,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">7 settembre 1770 e 23 giugno 1770; ASV, IdS,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">busta 572, 24 giugno 1776; Stiffoni 1988,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">195-220; Trampus 2018, 137-52).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nel suo consulto Billesimo affrontò anche il discorso delle limitazioni alla socialità diplomatica straniera a Venezia e, per suffragare il radicamento delle leggi venete di fronte alle obiezioni di Francia, Austria e Spagna, ricorse all’autorità del seicentesco diplomatico brandeburghese Abraham de Wicquefort, autore de </hi><hi rend="italic">L’ambassadeur et ses fonctions</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1691), e al già ricordato Réal de Curban, noto per </hi><hi rend="italic">La science du gouvernement</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1761-65),</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">spiegando che una civiltà si può giudicare dal cerimoniale pubblico e non dai comportamenti privati, come, appunto, il divieto di conversazione con i diplomatici stranieri. Lo stesso prete di Feltre aveva scomodato nientemeno che l’autorità di Vattel, autore de </hi><hi rend="italic">Le droit des gens</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1758)</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">per scrivere che l’ambasciatore straniero si deve adattare alle usanze e alle leggi del paese in cui è destinato (ASV, SC, busta 430, alla data 7 settembre 1770 e 23 giugno 1770; ASV, IdS, busta 572, alla data 24 giugno 1776; Stiffoni 1988,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">195-220; Trampus 2018, 137-52; Trampus, e Stapelbroek</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2017, 491-602).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nel 1772 il cambio di personale nella sede diplomatica veneziana – con la morte dell’ambasciatore Montealegre nell’aprile 1771 e l’arrivo del nuovo ambasciatore Squillace nel settembre 1772 – fu decisivo per nuovi attriti diplomatici. Infatti, l’anziano ministro spagnolo, esperto di problemi economici, era deciso a non ridurre il suo incarico a Venezia a un ruolo politico marginale. Tuttavia, egli era inesperto della pratica amministrativa della Repubblica. Del resto essa era complicata, farraginosa e poco avvezza alla razionalità di una grande corte europea e soprattutto l’</hi><hi rend="CharOverride-1">ambasciatore tardò a ben assimilare gli usi diplomatici non scritti a Venezia. Questa scarsa conoscenza politica fu fatale e all’origine di una vicenda paradossale. Le filze della serie archivistiche delle relazioni internazionali del Senato con gli Stati italiani ed europei sono piene di episodi di sequestro di </hi><hi rend="italic">sbirri</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle magistrature di controllo impiegati in operazioni di anticontrabbando. Gli ambasciatori stranieri a Venezia, seppure godessero della franchigia commerciale per le merci personali (alimentari, tessuti e libri), si trovavano spesso costretti a chiederne il dissequestro al Collegio. Bisognava solo supplicare ed aspettare fiduciosi (Stiffoni 1985, 7-64; 1986, 24; 1988,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">214-15; Ozanam 1998, 443).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nel settembre del 1774, gli ufficiali del magistrato al sale, forse con la presenza del </hi><hi rend="italic">partitante</hi><hi rend="CharOverride-1">, requisirono e gettarono in mare 24 barilotti di sale di schiuma di Sicilia, più probabilmente salgemma, destinati espressamente all’ambasciatore spagnolo. Squillace non aspettò la risposta del Collegio ma ebbe una parossistica reazione. Mentre era in villeggiatura a Mira, il «sulfureo» diplomatico – come lo definì la spia veneziana Giovanni Cattaneo – minacciò di ritirarsi da Venezia a Ferrara se non avesse ottenuto immediata soddisfazione. Il contrasto assunse toni melodrammatici. Per questo affronto Squillace, di fronte all’abate Giovanni Cattaneo, citò due versetti del melodramma </hi><hi rend="italic">Ezio</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1728) di Metastasio: «A vendicarsi cauto le vie disegna / chi ha ragion di sdegnarsi e non si sdegna». Del resto nel 1783 Squillace cercherà di favorire proprio la traduzione in spagnolo di Metastasio avvalendosi della collaborazione dell’ex-gesuita Antonio de Torres y Ribera, che fu pure cooptato accademico padovano nel 1785 (ASV, IdS, busta 571, 30 ottobre 1772, 18 ottobre 1774, 15 novembre 1774; Stiffoni 1980, 158; Guasti 2006, 142, 440).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Da Madrid l’allora segretario di Stato Girolamo Grimaldi, fra i mesi di dicembre 1774 e gennaio 1775,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ironizzava sul perdurare della questione del sale trafugato come «historieta» («storiella») e «chochera» («rimbambimento») sul sale. Dalla stessa casa dell’ambasciatore veneto a Madrid Marco Zeno si esagerava scherzosamente sulla portata del contrabbando, quasi che fosse stata un’intera barca piena di sale. Contemporaneamente nella stessa capitale spagnola il figlio maggiore di Squillace in una lettera diretta al residente di Napoli a Venezia, Giuseppe Finocchietti,</hi><hi rend="CharOverride-1"> chiamava «Pantaloni» i senatori veneziani. In effetti, se il ritratto dell’ambasciatore Squillace, elaborato dallo spionaggio veneziano, poteva essere somigliante al personaggio di don Álvaro de Castiglia nella </hi><hi rend="italic">Vedova scaltra </hi><hi rend="CharOverride-1">di Carlo Goldoni, erano le maschere teatrali della tradizione veneziana quelle che coglievano la realtà più profondamente dei discorsi accademici del consultore </hi><hi rend="italic">in iure </hi><hi rend="CharOverride-1">Giovanni Battista Billesimo (ASV, IdS, </hi><hi rend="CharOverride-1">busta 571, 26 ottobre 1774, 15 novembre 1774, 11 gennaio 1775, 17 febbraio 1775, 31 gennaio 1775; Benzoni 1988,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">176; Sannia Nowé 2004,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">27, 160-66; Guasti 2006, 412).</hi></p></div><div><head>4. La conferenza diplomatica</head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">In apparenza la conclusione, nel maggio 1775, di questa infiammata diatriba sul sale potrebbe essere valutata con l’espressione «molto rumore per nulla». Anzi, questo episodio, nell</hi><hi rend="CharOverride-1">’ambasceria dello Squillace, sembra segnare l’inizio di un atteggiamento più dismesso e paludato nell’agire del settantenne diplomatico spagnolo, secondo i lenti ritmi della Venezia di fine Settecento. In realtà la formula della composizione, attraverso l’incontro fra un esperto «conferente», eletto dal Senato, e l’ambasciatore spagnolo, nel convento dei Carmelitani Scalzi a Venezia ‒ cioè nel luogo in cui l’ambasciatore veneziano eletto in Spagna incontrava il suo omologo spagnolo prima di partire per Madrid </hi><hi rend="CharOverride-1">‒ con lo scambio reciproco di biglietti di circostanza sull’accordo (arresto del capo degli «sbirri» e del guardiano, grazia per il «partitante»; consegna del sale in qualità e quantità equivalente di quello gettato in mare e portato nella casa dell’ambasciatore) contrassegna una nuova pratica di negoziazione diplomatica. Infatti, tre anni dopo, nel 1778, per ricercare una soluzione diplomatica all’aggressione alla gondola dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">ambasciatore imperiale conte Giacomo Durazzo lo stesso procuratore di San Marco Andrea Tron propose le stesse modalità di composizione a cui si era giunti nella fastidiosa contesa del sale con lo Squillace (ASV, SC, buste 361, 18 marzo e 20 aprile 1775; 362, 6 maggio 1775, 29 aprile 1775; 372, 15 e 19 novembre e 27 dicembre 1775; 373, 14 gennaio 1778).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">La composizione fra Venezia e la Spagna era stata promossa dal Senato veneziano nel 1775. Nel Consiglio dei Pregadi</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">vi erano presenti differenti personalità e orientamenti culturali. Tuttavia, come ben ha delineato Giovanni Tabacco nella bella biografia di Andrea Tron (1980) le riunioni politiche in Senato talvolta tendevano a trasformarsi in adunanze accademiche. Ad esempio, lo stesso ambasciatore in Spagna Francesco Pesaro, per lettera, chiedeva riscontri alla lettura in Senato dei suoi dispacci al fratello Piero che ricopriva allora la carica di «Savio Cassier», all</hi><hi rend="CharOverride-1">’amica nobildonna Elena Soranzo Mocenigo e al Conte Marco Minelli, la miglior spia spagnola a Venezia. Il fratello Pietro gli rispondeva fornendogli varie istruzioni: da poche parole si può cogliere lo spirito di un decreto (ottobre 1777), la correzione di un anacronismo (maggio 1777) oppure l’esame delle filze della </hi><hi rend="italic">Segreta </hi><hi rend="CharOverride-1">per conoscere gli usi della corte spagnola (gennaio 1778) (ASV, GRM</hi><hi rend="CharOverride-1">, buste 283, s.d.; 286, 13 maggio 1777 e 17 marzo 1778; 320, 4 ottobre 1777 e 17 maggio 1777; Tabacco 1980</hi><hi rend="superscript CharOverride-2">2</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">65).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Verosimilmente le relazioni con gli accademici padovani hanno contribuito ad alimentare questo clima culturale. Lo stesso Francesco Pesaro scambiava sonetti dalla Spagna con il suo antico precettore: l’accademico «ricovrato» Giovanni Fiammingo. Fiammingo lo rimproverava di non rispondere alle lettere di importanti protettori come i membri della famiglia Pisani – e cioè i senatore Marco Andrea e Antonio da Mula, insieme alla moglie di quest’</hi><hi rend="CharOverride-1">ultimo, Maria Pesaro da Mula – incontrati dal Fiammengo, con il padre di Francesco, nella loro villa a Creola. L’accademico «ricovrato» rimproverava pure Francesco di scrivere al padre di non avere abbastanza notizie politiche da poter formare un dispaccio al Senato e quindi gli spiegò che le sue lettere erano ricercatissime dal pubblico a Venezia e diverso doveva essere lo stile con il quale egli si rivolgeva a un inferiore, come appunto il suo antico maestro, rispetto a quello che era dovuto, per opportune convenienze sociali e politiche, al proprio padre di famiglia (ASV, GRM, buste 284, s.d.; 286, 13 maggio 1777 e 17 marzo 1778; 320, 4 ottobre 1777 e 17 maggio 1777; Tabacco 1980,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">65; Del Negro 1980, 83-84, 88-89, 92, 94).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">In questo quadro l’agire politico di Andrea Tron risaltava per </hi><hi rend="CharOverride-1">vigore e lucidità. Nella lunga «scrittura» presentata al Senato il procuratore di San Marco diede conto del colloquio. All’obiezione dell’ambasciatore Squillace che nel processo giudiziario in corso non fosse stato giudicato in maniera equa il </hi><hi rend="italic">partitante</hi><hi rend="CharOverride-1"> al sale, benché per opinione pubblica fosse considerato colpevole, Tron rispose che della certezza della giustizia veneziana ne poteva aver prova dal processo concluso due anni prima contro i tipografi di Bassano. Le indagini a Venezia avevano assolto i Remondini considerandoli innocenti dall’accusa di aver prodotto e fatto circolare una stampa satirica </hi><hi rend="italic">Giudizio Universale</hi><hi rend="CharOverride-1"> contro Carlo III attribuita generalmente agli ex-gesuiti. All’uso di questa retorica giudiziaria Tron affiancò la dissimulazione politica. Replicò che il processo sull’asporto del sale era stato condotto dall’Ufficio dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">Avogaria di Comun e per la costituzione veneziana il Senato non poteva ingerirsi in quel giudizio. In realtà in Senato egli rilesse il processo mostrando ai senatori che c’era più di qualche ragionevole dubbio sul ruolo omissivo del partitante al sale. Tuttavia Tron, sfruttando la notizia della grave malattia del partitante, disse che si poteva ottenere dall’ambasciatore spagnolo per grazia la sua remissione di colpa senza in effetti che il Senato veneziano minimamente concedesse niente alle pretese spagnole (ASV, IdS, busta 571, fsc. </hi><hi rend="italic">Remondini</hi><hi rend="CharOverride-1">;</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">ASV, SC, buste 361, 18 e 20 aprile 1775; 362, 6 maggio 1775, 29 aprile 1775; Infelise 1989, 261; Povolo 2004,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">97-99; Guasti 2006, 330-31).</hi></p></div><div><head>5. La controversia sui consoli stranieri</head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nonostante questa pratica diplomatica la cultura politico-giuridica emersa nei consulti di Giovanni Battista Billesimo, piuttosto insolita nella prassi di governo veneziana, riemerse in modo carsico nelle rivendicazioni dei consoli stranieri a Venezia. Nell’agosto del 1773 l’abate Giovanni Cattaneo, per difendere i suoi due fratelli con il segretario degli Inquisitori di Stato, si richiamava al diritto delle genti cioè: «Pufendorf, Bielfeld</hi><hi rend="CharOverride-1">, attuale maestro del principe reale, professore a Berlino in diritto politico, e le cui decisioni in ogni lingua tradotta sono da tutte le corti accettate, e di Monsieur di Seraz de Franquesnas dell’accademia di Francia e di tutti li giureconsulti». La lettera informativa non venne poi spedita: del resto l’abate Cattaneo era anche una spia degli Inquisitori di Stato, non certo un accademico, anche se frequentava assiduamente il palazzo dell’ambasciatore di Spagna e attingeva a una cultura storico-giuridica internazionale.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Tuttavia, il problema dello </hi><hi rend="italic">status </hi><hi rend="CharOverride-1">dei consoli si protrasse nel tempo. Malgrado il piacere che gli ambasciatori stranieri a Venezia provavano nel soggiornare nella capitale della Repubblica, questo motivo di attrito riemerse nel corso degli anni Novanta. Infatti, a Venezia nel secondo Settecento si assistette a un decadimento nel riconoscimento della funzione consolare rispetto a quello che avveniva in altri Stati affacciati sul mare, come, ad esempio, in Olanda. Nelle «riferte» dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">abate Giovanni Cattaneo del 1782 venne ancora invocato il diritto delle genti per un oltraggio a un console. Anzi nel febbraio 1790 si giunse addirittura a non rispettare nemmeno le essenziali franchigie giudiziarie concesse ai consoli, arrivando a citare in giudizio per un credito persino il console generale portoghese Francesco Cattaneo. Questo atto provocò la vivace reazione della comunità consolare straniera, supportata nelle loro rivendicazioni dai rispettivi ambasciatori a Venezia (ASV, IdS, buste 571, 4 agosto 1773; 573, 7 settembre 1782; 576, 19 febbraio 1790; Trampus 1994, 288-319).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">A seguito della citazione giudiziaria del console Cattaneo e la pronta reazione dei consoli stranieri a Venezia, coordinati da quello spagnolo Piero Romenchi, l’abate Giovanni Cattaneo, pur non accettando il ricorso, riuscì in segreto a ricopiare il contenuto della loro petizione. Nella sua scrittura l’abate Giovanni Cattaneo presentò un lungo elenco di casi accaduti nella storia veneziana e di opere classiche di riferimento sul diritto delle genti, che discorrevano dello </hi><hi rend="italic">status</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei consoli stranieri. La panoramica era piuttosto ampia, e non omogenea, comprendendo un classico del dispotismo illuminato tedesco come le </hi><hi rend="italic">Institutions politiques </hi><hi rend="CharOverride-1">di Bielfeld. Tuttavia, non era disprezzata l’</hi><hi rend="CharOverride-1">idea di attingere pure alla trattatistica seicentesca francese che con il trattatista Calliers, seppur oggi ridimensionato dalla critica, era molto apprezzato, persino nel Settecento americano. Innegabile che i riferimenti a Vattel rappresentassero un’apertura dottrinale importante per collocare nello scenario del diritto internazionale la funzione consolare (ASV, IdS, busta 576, febbraio 1789; Wacquet 2004, 767-93; Trampus, e Stapelbroek 2017, 491-602).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Il legame fra i consoli e gli ambasciatori era reso ancora più esplicito attraverso il riferimento a un classico della diplomazia come Abraham de Wicquefort. Il riferimento a questi libri non era limitato al consulto del Billesimo ma costituiva la ripresa di quel retroterra culturale con cui Cattaneo aveva steso le manoscritte </hi><hi rend="italic">Regole dell’</hi><hi rend="italic">Ufficio per i cerimoniali delle visite con gli ambasciatori stranieri </hi><hi rend="CharOverride-1">ad uso interno dei confidenti degli Inquisitori di Stato. In definitiva la novità era costituita dall’approccio dottrinale, che del resto verrà riservato nel foglio sulla trattazione delle immunità consolari nell’anno 1773. Il trattato </hi><hi rend="italic">Dell’Ambasciatore </hi><hi rend="CharOverride-1">di Wicquefort era comunque contradetto nella parte che toglieva le immunità ai consoli sulla base degli esempi tratti dalle relazioni internazionali. Nell’esempio, infatti, gli Stati generali d’Olanda protestarono con la corte di Madrid quando il loro console venne arrestato dal governatore di Cadice in Spagna (ASV, IdS, b. 569, fsc. Regole in pratica</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">[…],</hi><hi rend="italic"> </hi><ref target="http://cc.nn"><hi rend="CharOverride-1">cc.nn</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">.; Frigo 2007, 31-50; De Giudice 2012, 31-49; Externbrink 2015, </hi><hi rend="italic">ad vocem</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi><hi rend="italic">.</hi></p></div><div><head>6. Epilogo</head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">In conclusione, malgrado questa istanza per il riconoscimento della dignità della funzione consolare, nell’aprile dello stesso anno gli Inquisitori di Stato non cambieranno la pratica corrente, alimentando ulteriori incrinature diplomatiche con gli ambasciatori stranieri. Nel settembre del 1790 spetterà all</hi><hi rend="CharOverride-1">’ambasciatore di Spagna a Roma Azara farsi interprete di questi malumori. A Roma aveva conosciuto gli ambasciatori Andrea Memmo e Girolamo Zulian, ma durante il suo soggiorno a Venezia viveva isolato, e, a quanto pare, si annoiava, perché non poteva parlare di politica con dei patrizi. Ai colleghi ambasciatori stranieri a Venezia disse che, se avesse assunto la carica di segretario di Stato in Spagna, avrebbe costretto la Repubblica ad aprirsi alla «civile conversazione», oppure avrebbe ridotto la sede diplomatica spagnola veneziana al rango consolare. L’ambasciatore spagnolo suscitò l’ilarità generale dei colleghi e del residente prussiano Cattaneo che gli attribuì l’ambizione di voler fare un miracolo come Sant’Antonio. In sostanza l’accusa ai veneziani era ancora una volta di non rispettare l</hi><hi rend="CharOverride-1">’urbanità, il diritto delle genti, la creanza, l’umanità, insomma la «civile conversazione» (ASV, IdS, buste 573, 7 settembre 1782; 576, 28 dicembre 1789, 19 febbraio, 7 e 11 settembre 1790; Trampus 1994, 288-319).</hi></p></div><div><head>Fonti manoscritte</head><p rend="bib_indx_bib">ASV: Filza 283. <hi rend="italic">Archivio privato Gradenigo Rio Marin</hi>. Venezia: Archivio di Stato.</p><p rend="bib_indx_bib">ASV: Filza 284. <hi rend="italic">Archivio privato Gradenigo Rio Marin. </hi>Venezia: Archivio di Stato.</p><p rend="bib_indx_bib">ASV: Filza 148. <hi rend="italic">Collegio, Esposizioni Principi</hi>, Venezia: Archivio di Stato.</p><p rend="bib_indx_bib">ASV: Filza 286. <hi rend="italic">Archivio privato Gradenigo Rio Marin. </hi>Venezia: Archivio di Stato.</p><p rend="bib_indx_bib">ASV: Filza 320. <hi rend="italic">Archivio privato Gradenigo Rio Marin. </hi>Venezia: Archivio di Stato.</p><p rend="bib_indx_bib">ASV: Filza 569. <hi rend="italic">Inquisitori di Stato</hi>, fsc. <hi rend="italic">Regole in pratica </hi>[…]. Venezia: Archivio di Stato.</p><p rend="bib_indx_bib">ASV: Filza 571. <hi rend="italic">Inquisitori di Stato</hi>, cc. nn. e fsc. <hi rend="italic">Remondini</hi>. Venezia: Archivio di Stato.</p><p rend="bib_indx_bib">ASV: Filza 572. <hi rend="italic">Inquisitori di Stato</hi>. Venezia: Archivio di Stato.</p><p rend="bib_indx_bib">ASV: Filza 573. <hi rend="italic">Inquisitori di Stato</hi>. Venezia: Archivio di Stato.</p><p rend="bib_indx_bib">ASV: Filza 576. <hi rend="italic">Inquisitori di Stato</hi>. Venezia: Archivio di Stato.</p><p rend="bib_indx_bib">ASV: Filza 340. <hi rend="italic">Senato, Corti</hi>. Venezia: Archivio di Stato.</p><p rend="bib_indx_bib">ASV: Filza 361. <hi rend="italic">Senato, Corti</hi>. Venezia: Archivio di Stato.</p><p rend="bib_indx_bib">ASV: Filza 362. <hi rend="italic">Senato, Corti</hi>. Venezia: Archivio di Stato.</p><p rend="bib_indx_bib">ASV: Filza 372. <hi rend="italic">Senato, Corti</hi>. Venezia: Archivio di Stato.</p><p rend="bib_indx_bib">ASV: Filza 373. <hi rend="italic">Senato, Corti</hi>. Venezia: Archivio di Stato.</p><p rend="bib_indx_bib">BMCV: Girolamo Zulian, <hi rend="italic">Epistolario Moschini</hi>. 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