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        <title type="main" level="a">Saverio Bettinelli e Juan Andrés nella Reale Accademia di Mantova, tra Illuminismo e coscienza gesuita</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0009-0006-9590-779X" type="ORCID">
            <forename>Isacco</forename>
            <surname>Fassi</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Accademie e luoghi del sapere tra Italia e Spagna nel lungo Settecento / Academias y lugares del saber en el largo siglo XVIII entre Italia y España</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0989-2</idno>) by </resp>
          <name>Niccolò Guasti, Cinzia Recca, Mónica Bolufer Peruga, Fernando Durán López</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.33</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>This paper aims to explore the relationship between the Spaniard Juan Andrés and the Mantuan Saverio Bettinelli within the context of the Royal Academy of Mantua, an institution to which both Jesuits belonged.</p>
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            <item>Mantua</item>
            <item>cultural sociality</item>
            <item>correspondence</item>
            <item>Accademia Virgiliana</item>
            <item>Enlightenment</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.33<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.33" /></p>
<div><head>Saverio Bettinelli e Juan Andrés nella Reale Accademia di Mantova, tra Illuminismo <lb/>e coscienza gesuita</head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Isacco Fassi</p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">L’elaborato vuole indagare il rapporto tra i due gesuiti Saverio Bettinelli e Juan Andrés nell’ambito della socialità accademica. I due gesuiti, sebbene separati da una generazione e da contesti di formazione molto diversi, si incontrarono nella città dei tre laghi e vissero qui più di venti anni, condividendo luoghi, eventi, valori, all’interno della cornice della Reale Accademia, un’istituzione totalizzante all’interno della sfera culturale mantovana. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">La città</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Mantova aveva perso la sua storica indipendenza da poco più di mezzo secolo, quando nel 1708 era passata da un ramo cadetto della dinastia storica dei Gonzaga al controllo dell’impero asburgico. La città poi aveva subito diverse fasi, in cui era stata più volte prima aggregata e poi resa invece autonoma dal ducato di Milano, salvo essere definitivamente assorbita dalla Lombardia asburgica tra il 1784 e il 1786. Nel frattempo, anche il suo aspetto istituzionale si era più volte modificato, in linea con il cambiamento che aveva subito la città stessa: da capitale di un ducato, sede della corte, a città di periferia, quasi un avamposto militare all’interno dell’Impero. Il cambio di status aveva portato con sé anche un ricambio istituzionale, con nuove istituzioni, legate all’</hi><hi rend="CharOverride-1">impero o alla Lombardia e da esse nominate, a sostituire quelle che prima erano autoctone. Anche da un punto di vista economico, la città, già in decadenza dal secolo precedente, venne colpita da alcune riforme che tentarono il risollevamento, sebbene con pochi risultati. Si rivoluzionò il sistema di riscossione di dazi e imposte, da cui vennero estromesse le famiglie che per decenni ne avevano avuto il controllo, e si cercò di tassare anche i ceti che fino a quel momento erano stati esenti. La svolta avvenne però nel 1771, con l’inizio del catasto, sia fondiario che urbano, che impegnò gli agrimensori fino al 1785, e una riforma che aboliva la manomorta e tassava i ceti privilegiati. Si andava così a colpire soprattutto lo status e le casse di nobili e clero, a favore del patriziato borghese cittadino, che tuttavia non amministrò i nuovi terreni di cui venne in possesso con atteggiamento imprenditoriale, ma sfruttò le ricchezze vivendo </hi><hi rend="italic">more nobilium</hi><hi rend="CharOverride-1">. Inoltre, la scarsa attrattività di una città che era stata in tutto il XVI secolo un polo manifatturiero e che si era già dal Seicento ridotta alla produzione per uso interno causò un principio di ruralizzazione che proseguì fino alla metà del Novecento (Romani 2005, 314-35, 449-97). </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">In questo contesto, tuttavia, l’</hi><hi rend="CharOverride-1">importanza culturale di Mantova non venne mai meno. Dopo un lungo periodo di silenzio e di poca attività, durato per tutta la prima metà del secolo, nel 1768 nacque, per volere di Maria Teresa d’Austria, la Reale Accademia di Scienze e Belle Lettere di Mantova. Questa unificò le due esperienze precedenti a livello accademico della città, ossia l’Accademia degli Invaghiti, riservata ai nobili, e quella dei Timidi (prima degli Invitti) aperta invece a tutti e diretta progenitrice della Reale Accademia. Questa nuova Accademia nasceva con l’intento di dare vitalità alla ormai sopita vita culturale cittadina, ampliando l’interesse delle precedenti accademie dai soli ambiti religiosi e letterari a quello scientifico, seguendo quella che era una tendenza comune anche alle altre accademie settecentesche europee. Arricchita col prestigio, il benestare e i fondi della corona imperiale, l’Accademia crebbe velocemente</hi><hi rend="CharOverride-1">: in pochi anni, essa incorporò una serie di altre istituzioni culturali cittadine, come l’Accademia Teresiana di disegno, scultura e architettura, la filarmonica, una scuola di arti e mestieri e una di chirurgia, e aprendo una Colonia Agraria; poté utilizzare una serie di locali che vennero messi a sua disposizione, e venne ricostruito il Palazzo Accademico su progetto di Piermarini, che inglobava anche un Teatro Scientifico restaurato da Bibbiena; venne creata una biblioteca, tuttora esistente, che si dotò subito di un grande numero di volumi, provenienti sia dalla provincia che dai doppioni di altre importanti biblioteche dell’impero; </hi><hi rend="CharOverride-1">prese il controllo del Ginnasio, sottraendolo ai gesuiti e imponendo alcuni suoi membri come professori; aprì diversi musei, in particolare uno di Antichità e uno di Storia Naturale; fu delegata alla censura di tutto ciò che veniva stampato o introdotto in città, e sviluppò un rapporto di promozione reciproca col </hi><hi rend="italic">Foglio</hi><hi rend="CharOverride-1">, l’antecedente dell’odierna </hi><hi rend="italic">Gazzetta di Mantova</hi><hi rend="CharOverride-1">, creando un caso forse unico in Europa a questa altezza cronologica di foglio d’</hi><hi rend="CharOverride-1">avvisi con una sezione relativa agli eventi di stampo culturale della città; infine, diversi tra i più celebri intellettuali italiani ed europei divennero soci dell’Accademia, come Cesare Beccaria (1738-1794), Giuseppe Parini (1729-1799), Alessandro Volta (1745-1827). Nel 1794, con Matteo Borsa (1751-1798) segretario perpetuo, lo statuto dell’Accademia viene modificato e riadattato all’enorme espansione che l’istituzione aveva avuto, con una nuova e più omogenea organizzazione gerarchica che durerà però pochi mesi, a causa dei rivolgimenti che interesseranno la città durante la </hi><hi rend="CharOverride-1">conquista d’Italia da parte di Napoleone. Il dominio francese infatti farà cessare lo splendore e il prestigio che l’Accademia aveva assunto in pochi anni (Navarrini 2020).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Membro e censore della Reale Accademia fu anche Saverio Bettinelli (1718-1808). Nato a Mantova, dopo l’iniziale formazione gesuita</hi><hi rend="CharOverride-1"> Bettinelli visse due vite: la prima comprese viaggi, esperienze di insegnamento, scritti dirompenti e dissacranti, e durò fino al 1773, anno della soppressione della Compagnia di Gesù. Sono di questa fase i contatti con Voltaire, i viaggi in Francia e in Austria e opere come le </hi><hi rend="italic">Lettere Virgiliane</hi><hi rend="CharOverride-1"> e le </hi><hi rend="italic">Lettere inglesi</hi><hi rend="CharOverride-1">. Da quell’anno, il gesuita fu costretto a risiedere a Mantova, dove divenne un’importante figura dell’Accademia e della città intera, oltre a mantenere i rapporti con la maggior parte dell’intellighenzia italiana. Continuarono inoltre le sue pubblicazioni, sebbene, soprattutto dopo lo scoppio della Rivoluzione Francese, queste furono meno dirompenti e più conservatrici. </hi><hi rend="CharOverride-1">In particolare, è della metà degli anni Settanta la pubblicazione del </hi><hi rend="italic">Risorgimento</hi><hi rend="CharOverride-1">, l’opera di argomento storico del gesuita, nella quale egli tenta una ricostruzione della storia italiana dall’anno mille ai suoi tempi moderni, indagando diversi campi del sapere nel tentativo di creare un’opera di stampo enciclopedico, sebbene di lunghezza limitata. L’opera mostra tutti gli aspetti della poetica di Bettinelli: l’apertura alle correnti moderate dell’Illuminismo, la difesa strenua dell’operato dei gesuiti, il rapporto tra la storia filosofica alla Voltaire e il neoumanesimo di stampo muratoriano e, soprattutto, la </hi><hi rend="italic">vis</hi><hi rend="CharOverride-1"> polemica che aveva da sempre contraddistinto il genio mantovano. Poco dopo, anche il suo rapporto con l’Accademia si fece più forte. Se nel 1774 egli aveva tentato di ottenere la carica di Segretario Perpetuo, senza successo, egli ottenne però quella di Censore della classe di Lettere, nel 1798, e nel 1802 fu delegata a lui la censura su tutti i libri pubblicati o introdotti in Mantova di ambito letterario o filosofico. Egli morì nel 1808, a 90 anni, quando era ancora molto attivo nella pratica letteraria (Cappelletti 2019).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Un altro fondamentale membro dell’Accademia fu Juan Andrés (1740-1817). Spagnolo di nascita e di formazione, avendo studiato presso i collegi gesuiti dell’Aragona e la biblioteca di Gregorio Mayans (1699-1781), egli venne espulso, con il resto della Compagnia di Gesù, nel 1767, ad appena 27 anni.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Raggiunta l’anno successivo l’Italia, egli stette 6 anni tra Ferrara e Bologna, con i confratelli aragonesi, prima di spostarsi a Mantova dopo l’editto di soppressione della Compagnia. Qui, egli poté dedicarsi all’insegnamento, presso la famiglia dei marchesi Bianchi di cui divenne aio, e alle pubblicazioni. I 23 anni che trascorse a Mantova furono infatti i più prolifici della sua vita; Andrés giunse nella città dei tre laghi come un talento spagnolo e ne uscì come uno dei più importanti intellettuali europei. Qui pubblicò anche le sue due maggiori opere: le </hi><hi rend="italic">Cartas familiares</hi><hi rend="CharOverride-1">, una serie di lettere fittizie indirizzate al fratello Carlos, nelle quali descriveva i suoi viaggi nelle più importanti città italiane, in Svizzera e a Vienna, e soprattutto il </hi><hi rend="italic">Dell’origine, progressi e stato attuale d’ogni letteratura</hi><hi rend="CharOverride-1">, un’opera in sette volumi considerata dagli storici la prima storia della letteratura comparata. L</hi><hi rend="CharOverride-1">’opera, una storia della cultura dall’antichità al contemporaneo con un forte impianto enciclopedico, mostra le caratteristiche della poetica di Andrés: anzitutto, l’attenzione a popoli esotici e lontani, come arabi, indiani e cinesi, derivata sia dalla tradizione gesuita che dall’attenzione all’esotico tipica dello spirito illuminista; l’apertura alla storia filosofica di stampo francese e volterriano, in rapporto a un fedele rispetto della tradizione erudita dei maestri Mayans e Muratori (1672-1750); infine, posizioni moderate e di critica, anche nei confronti di alcune posizione della Chiesa, il cui ruolo viene comunque sempre difeso, così come le posizioni della Compagnia di Gesù, a cui il valenzano resterà sempre legato. Fondamentale, nella poetica andresiana, è il ruolo di novità e rinascimento con cui viene trattata la società araba nel medioevo. Differentemente da Bettinelli, qui la polemica è sempre calma e conciliante, mai diretta e sempre cauta. Caratteristica che l’alicantino manterrà anche durante gli anni successivi alla sua partenza da Mantova, quando, per fuggire alla conquista giacobina, si rifugiò</hi><hi rend="CharOverride-1"> prima a Parma, poi a Pavia, dove divenne direttore dell’Università, e poi nuovamente a Parma, con ruoli di insegnamento nel Collegio dei Nobili. Per seguire i tentativi di rifondazione della Compagnia di Gesù, si trasferì infine a Napoli, nel 1804, dove assunse anche incarichi istituzionali presso l’Accademia Ercolanese e la Biblioteca Reale, di cui divenne prefetto. Questo ruolo gli permise di non essere espulso, quando, all’arrivo dei francesi, la Compagnia venne nuovamente disciolta. Dopo 12 anni a Napoli, ormai cieco, Andrés andò infine a Roma, dove si spense, senza aver più rivisto la sua Spagna, nel 1817 </hi><hi rend="CharOverride-1">(Guasti 2017).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">I due intellettuali si conobbero a Mantova. Non abbiamo infatti alcuna attestazione di un loro rapporto prima dell’arrivo di Andrés in città. E, a dire il vero, pochi sono anche i rapporti durante la permanenza del valenzano a Mantova di cui ci sia rimasta traccia. Nei 23 anni di permanenza di Andrés, infatti, i rapporti tra i due intellettuali, che abitavano entrambi nel centro della città, furono di sicuro principalmente orali, </hi><hi rend="italic">vis a vis</hi><hi rend="CharOverride-1">. Le uniche informazioni rimaste su questi anni provengono infatti da due lettere che Andrés spedì a Bettinelli, una nel 1785 e una nel 1793, dove lo spagnolo parla dei due viaggi che sta compiendo nel momento in cui scrive le lettere: uno a Roma e l’altro a Vienna. Del resto, i due si erano confrontati pubblicamente su un aspetto che riguardava la loro produzione; nelle opere di carattere storico dei due autori, infatti, un tema di fondamentale importanza era stata l’influenza del teatro spagnolo sulla letteratura italiana barocca. Questa disputa non aveva coinvolto solo i due intellettuali, ma aveva diviso la ex comunità gesuita, dividendo il fronte spagnolo da quello italiano. E Bettinelli e Andrés non erano neppure i due estremi: dal lato italiano, Girolamo Tiraboschi (1731-1794) fu certo più attivo del mantovano nel rinfocolare la polemica. E mentre Andrés tentò immediatamente la strada da mediatore, il suo conterraneo Xavier Lampillas (1731-1810) fu sicuramente il più attivo e accanito tra i difensori della causa spagnola</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Fuentes Fos 2008).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Tutto nasce nei primi anni Settanta del Settecento, in particolare con i primi tomi della </hi><hi rend="italic">Storia della letteratura italiana</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Tiraboschi e con il </hi><hi rend="italic">Risorgimento </hi><hi rend="CharOverride-1">di Bettinelli, che pure aveva espresso già le sue posizioni nell’</hi><hi rend="italic">Entusiasmo</hi><hi rend="CharOverride-1">. I due, anche influenzati dall’antispagnolismo del maestro dell’erudizione settecentesca Muratori, affermavano che la dominazione politica dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">Italia ad opera della Spagna tra il Cinquecento e il Seicento aveva corrotto la cultura italiana di stampo rinascimentale. Le basi di questa teoria, ben spiegate da Andrés nella sua </hi><hi rend="italic">Lettera al sig. Commendatore Gaetano Valenti Gonzaga […] sopra una pretesa cagione del corrompimento del gusto italiano nel secolo XVII</hi><hi rend="CharOverride-1">, sono la teoria del ‘buon gusto’ di ispirazione muratoriana e l’egemonia dell’estetica neoclassica. Questo aveva portato al successo della poetica barocca e della poesia di Marino, ma anche del teatro delle maschere, influendo così tanto sulla cultura delle élites quanto su quella popolare. La risposta spagnola, ad eccezione della figura di Andrés, fu di tipo nazionalistico, con scritti apologetici che difendevano il teatro spagnolo e attaccavano invece il gusto italiano e la tendenza, nei letterati della penisola, di vedere il «buon gusto» solo nelle opere italiane, senza riconoscere le qualità della produzione iberica. Andrés decise di seguire una strada diversa. D’</hi><hi rend="CharOverride-1">altronde, quello che lui riconosceva e apprezzava degli amici italiani era il metodo erudito, vicino anche a quello del suo maestro valenzano, Gregorio Mayans. Decise quindi di non attuare uno scritto nazionalista e apologetico, che essendo di parte non avrebbe comunque ricevuto il successo sperato, ma di utilizzare il metodo erudito per la sua risposta, e di mostrarsi come moderato e accondiscendente, con lo scopo di riunire gli ex confratelli italiani e spagnoli sotto una sola bandiera. E, anche, contro uno stesso nemico: quella Francia «incredula» e atea, che fu sempre il bersaglio dell’opera andresiana. Andrés dimostrava, utilizzando i dati raccolti da Mayans e da Muratori, come la corruzione del buon gusto italiano si fosse mostrata all’inizio del Seicento, dopo un secolo dalla conquista spagnola del regno di Napoli, avvenuta nel 1503. Molto dopo, quindi, l’inizio di questa dominazione, che difficilmente poteva essere addotta come causa. Inoltre, egli mostrava come tanto nella Napoli quanto nella Milano spagnole, i governanti avevano avuto un occhio di riguardo per la cultura rinascimentale, che era stata appoggiata e incentivata con un’opera di mecenatismo di alto livello che aveva permesso che fosse lo stesso buon gusto italiano a diffondersi in Spagna. E secondo lo spagnolo, era stato simile anche il passaggio dei costumi corrotti. Era stata l’Italia la prima a subire questa corruzione che era poi passata al teatro iberico, dove dal buon gusto di Cervantes si era passati al teatro popolare e barocco di Lope de Vega e alla sua ibridazione tra tragedia e commedia. Era stata la Francia, per Andrés, a corrompere il buon gusto del teatro italiano. Quando i rapporti tra Lampillas e Tiraboschi peggiorarono ancora, portando quasi a un incidente diplomatico tra la Spagna e Modena, Andrés si trovò a dover mediare una situazione complicata: da un lato infatti stavano Bettinelli, suo concittadino e amico, e Tiraboschi, con cui era in stretti rapporti e condivideva molti interessi; d</hi><hi rend="CharOverride-1">all’altra stavano i suoi compagni spagnoli, con cui, oltre alla nazionalità, aveva condiviso anche le difficoltà dell’esilio. Con gli italiani Andrés condivideva il metodo erudito e l’atteggiamento nei confronti dell’Illuminismo di accettazione verso gli aspetti più moderati e rifiuto verso il radicale, mentre con gli spagnoli l’orgoglio nazionale. Egli rimaneva dell’idea che fosse necessario difendere la Spagna, sebbene non attraverso la polemica ma col metodo storico; questo lo portò a scrivere anche nella sua </hi><hi rend="italic">Origine</hi><hi rend="CharOverride-1">, nella sezione dedicata al teatro, delle pagine di difesa del teatro spagnolo e di elogio. Quello che Andrés non riuscì a realizzare venne invece ottenuto dallo scoppio della Rivoluzione Francese. I disordini d</hi><hi rend="CharOverride-1">’oltralpe riunirono infatti i gesuiti spagnoli e italiani sotto la bandiera del conservatorismo e della reazione, creando quel nemico comune, il giacobinismo, che il valenzano aveva sempre cercato di rendere unificatore. Tuttavia, questa polemica lasciò strascichi a lungo termine nella storiografia e nella critica letteraria italiana. Anche dopo la Restaurazione, la visione del Barocco legato alla cultura spagnola e alla sua dominazione divenne un esempio utile a denunciare altre dominazioni, come quella austriaca ottocentesca. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Oltre alle due lettere citate precedentemente, sono altre trentadue le missive sopravvissute tra i due letterati. Tutte queste missive sono spedite da Andrés a Bettinelli, e sono conservate presso il Fondo Bettinelli della Biblioteca Teresiana di Mantova (BTM), nonché edite da Livia Brunori nel suo </hi><hi rend="italic">Epistolario</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Juan Andrés. Le risposte di Bettinelli sono invece andate perdute oppure non sono ancora state ritrovate. Mentre il mantovano morì infatti a Mantova, lasciando tutte le sue carte all’amico Leopoldo Cammillo Volta (1751-1823), prefetto della Biblioteca Teresiana, le peripezie di Andrés, in continuo movimento per l’Italia, non hanno permesso agli studiosi di ritrovarne i documenti.</hi><hi rend="CharOverride-1"> L’ordine di numerazione delle epistole che sono presenti nel Fondo Bettinelli è abbastanza lineare; una prima serie, fino alla numero 21, segue la datazione, presente sulle lettere stesse. Dalla lettera 21 alla 33, l’ordine è invece sparso, e legato alla mancanza di datazione di queste epistole; tuttavia, nel suo </hi><hi rend="italic">Epistolario</hi><hi rend="CharOverride-1">, Livia Brunori ha cercato di dare una datazione ad ognuna di queste missive, ricostruendo l’intero carteggio in un ordine cronologico affidabile e ricomponendo quindi il puzzle delle lettere. L’unica che ella non incluse nell’epistolario, e che vedremo, è comunque riconducibile a una datazione abbastanza accettabile. Non ci soffermeremo, nell’analisi, su incipit ed explicit delle missive, preferendo invece una disquisizione sui temi delle lettere stesse, più interessante e funzionale all’elaborato. Le lettere sono scritte tra il 1785 e il 1806, con due sole lettere tra il 1785 e il 1795, un picco tra il 1799 e il 1803 e sole quattro lettere successive a quell</hi><hi rend="CharOverride-1">’anno. I luoghi in cui Andrés scrive sono quasi sempre presenti, o facilmente deducibili. Se la prima lettera è scritta a Roma e la seconda Vienna, il picco tra il 1799 e il 1803 si concentra tra Pavia e Parma, inclusa Colorno, e qualche eccezione a Milano e a Roma. Dopo il 1804, le lettere provengono invece da Napoli. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Il tema che ricorre maggiormente è sicuramente quello delle «nuove letterarie». I due letterati erano infatti soliti scambiarsi notizie sulle opere in uscita di lì a breve dei loro amici o conoscenti, e in generale sulle opere più attese nel panorama erudito e letterario. Con un diverso focus, dovuto agli interessi dei due; se infatti per Andrés sono importanti anche opere con un taglio più cosmopolita o di interesse verso culture lontane, per Bettinelli, del quale però non abbiamo le lettere, sarà sicuramente stato presente un numero più alto di opere di tipo poetico. Non solo essi si scambiano le notizie sulle maggiori opere del periodo, ma ne danno anche un giudizio critico iniziale, un parere a prima vista, interessante per capire gli interessi e l’orientamento dei due. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Gran parte delle missive poi è iniziata dai saluti delle persone che vivevano al fianco di Andrés al momento della stesura e completata dai saluti per coloro a cui Andrés era molto legato e che ancora risiedevano in Mantova, con particolare premura per i conti Murari (Girolamo Murari della Corte (1747-1832) e sua moglie Vittoria) e i marchesi Bianchi, in particolare la marchesa Massimilla. Un altro tema, sebbene meno presente nel carteggio, è quello dell’Università, e dell’organizzazione della stessa. Parte di queste lettere vennero infatti scritte quando Andrés era responsabile dell’Università di Pavia, e riguardano perciò questo tema. Andrés mostra anche alcuni pareri sull</hi><hi rend="CharOverride-1">’aspetto ecclesiastico, in particolare sull’elezione al soglio pontificio del nuovo Papa, dopo la morte di Papa Pio VI. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Un altro argomento che riempie il carteggio tra i due letterati è sicuramente il reperimento di alcuni documenti riguardanti le figure di Vittorino da Feltre (1378-1446), Gian Lucido Gonzaga (1421-1448), Guarino da Verona (1374-1460) e Francesco Filelfo (1398-1481). Sul primo, infatti, lo storico Carlo Rosmini, amico di entrambi i gesuiti, scrisse una </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bettinelli era convinto che Vittorino da Feltre fosse transitato per Pavia, e richiese per questo una ricerca ad Andrés, che non trovò però documenti, e si mobilitò allora tramite i suoi contatti nel milanese. Rosmini scrisse anche una</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Guarino, e in questo caso fu lo stesso spagnolo a proporre la figura di Filelfo, indicando anche alcuni documenti sia a Bettinelli che a Rosmini stesso. A proposito di Vittorino vi è in realtà anche un altro documento, catalogato come il trentesimo del fascicolo relativo al carteggio con Andrés nel Fondo Bettinelli, che è in realtà il post scriptum di una lettera non conservata, nel quale Andrés riporta un dispaccio ducale che riferiva di Mantova. La copia di questo dispaccio viene solo iniziata da Andrés, e quella completa verrà poi allegata alla lettera, dopo essere stata redatta da un impiegato della biblioteca. Ho perciò deciso di espungere la copia parziale di Andrés dalla trascrizione, essendo comunque di difficile lettura. Questo è infatti l’unico documento non presente nell’ </hi><hi rend="italic">Epistolario</hi><hi rend="CharOverride-1"> curato da Livia Brunori. Per la datazione, ho ipotizzato, dato i contenuti, lo stesso periodo delle epistole che trattano Vittorino, nonché lo stesso luogo di produzione. Riporto qui la mia trascrizione:</hi></p><quote rend="quotation_b">(probabilmente primi mesi del 1800, scritto a Pavia per Saverio Bettinelli)</quote><quote rend="quotation_b">P.S. L’acchiuso biglietto da mandarle pel mezzo della signora marchesa mi porta il signor Comi il dispaccio ducale che qui scrivo: […]</quote><quote rend="quotation_b">Incominciava la copia del pessimo mio carattere quando fortunatamente m’è capitato uno degl’impiegati nella biblioteca e ha fatta la copia acchiusa.</quote><quote rend="quotation_b">Benché nulla dica di Vittorino il dispaccio, spero che possa esser chiaro a lei ed a Volta, a cui i miei complimenti (BTM, fB, Cor, cart. 1, f. 11, n. 30).</quote><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Un altro argomento estremamente presente nel carteggio dei due letterati è quello politico e militare. Visti i contatti di Bettinelli tanto con le élites austriache quanto con alcuni generali francesi, non ci sono dubbi sul fatto che il mantovano ricambiasse le nuove politiche, quando ne era a conoscenza. La vicinanza di Andrés con il fronte nel suo periodo di permanenza a Pavia e il collegamento diretto con la corte borbonica quando invece risiedeva a Parma, nonché la posizione di prestigio che guadagnò nel regno di Napoli, permisero sempre al valenzano di fornire notizie quasi di prima mano al mantovano; come le nuove letterarie, anche le nuove politiche sono presenti in molte delle missive; alcune, anzi, si compongono proprio di queste due parti, la letteraria e la politica. In queste lettere è possibile vedere la commistione tra potere e istituzioni culturali, negli scritti di due letterati con i contatti e la stima di personalità di alto livello politico, che si aggiornano a vicenda sullo sviluppo anche delle posizioni accademiche all’interno delle più celebri università del nord Italia, che sono posizioni sia di alto livello culturale che soprattutto di potere.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">L’ultimo aspetto di grande presenza nel carteggio riguarda le novità religiose, ecclesiastiche e soprattutto del mondo gesuita. Su questo tema è sicuramente Andrés, molto più vicino alla Compagnia, ad informare Bettinelli. Andrés seguì infatti Pignatelli, suo amico sin dai tempi spagnoli, tra Parma e Napoli per la ricostituzione prima dei collegi gesuiti, in particolare quello dei Nobili, a Parma, e poi per la rinascita della Compagnia stessa nel regno di Napoli. Diverse sono le lettere che parlano di questo tema, o dell’attività di insegnamento di cui Andrés si occupò all’interno del Collegio dei Nobili di Parma. Dopo la città emiliana</hi><hi rend="CharOverride-1">, Andrés fu protagonista della rinascita gesuita anche a Napoli, dove seguì Pignatelli e dove il re Ferdinando IV aveva richiesto il ritorno dei gesuiti. Diverse sono le lettere che provengono dalla città partenopea e che giungono a Mantova, con destinatario Bettinelli. Gli interessi della Compagnia, tanto nella formazione di futuri gesuiti quanto nella presenza alle cerimonie culturali e nella capillarità della loro presenza nei collegi, traspaiono chiaramente da queste lettere. In realtà, sono presenti anche due missive riguardanti la Compagnia di Gesù in forme differenti da quella tradizionale. La prima riguarda la ricostituzione della Compagnia stessa in Russia; Caterina II si era infatti opposta al breve di soppressione </hi><hi rend="italic">Dominus ac Redemptor</hi><hi rend="CharOverride-1"> con cui Papa Clemente XIV aveva soppresso la Compagnia, permettendo ai gesuiti di restare in attività in particolare nella zona della Russia Bianca, comprendente i territori polacchi annessi all’impero russo. Questa strada fu seguita da diversi gesuiti, che si aggregarono a questa branca della Compagnia soprattutto dopo che Pio VI le diede un crisma di ufficiosità, nel 1783, parlando con il rappresentante di questi gesuiti (Guasti 2017, 288; Fuentes Fos 2008, 229-31). In un’altra missiva si intravede invece</hi><hi rend="CharOverride-1"> una diversa strada presa da alcuni ex gesuiti, ossia la rifondazione della Compagnia sotto diverso nome, quello di Compagnia della Fede di Gesù. L’ordine, ideato e diretto da Niccolò Paccanari (1773-1811), riprendeva la regola di Sant’Ignazio e il quarto voto, e serviva a ricreare la Compagnia pur rispettando il breve di soppressione, rinunciando chiaramente alla storia dell’ordine, ma non alla sua regola e nemmeno ai suoi privilegi; anche in questo caso, sebbene informalmente, Pio VI diede la sua approvazione alla Compagnia della Fede di Gesù, che era nata nel 1797 e che attirò diversi gesuiti, sebbene pochi spagnoli, essendo essi legati all’ordine ufficiale e alla sua storia, di cui si sentivano i protagonisti (Guasti 2017, 290-91).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Alcune lettere di Andrés ci danno poi notizia di alcune nuove accademie a Roma, una scientifica e una di argomento ecclesiastico, alle cui sedute egli partecipò nel 1800, durante il suo soggiorno a Roma, prima che la Città Eterna venisse conquistata dall’</hi><hi rend="CharOverride-1">avanzata giacobina. Queste lettere, una delle quali accenna a un esperimento di galvanismo, mostrano anche come l’attrazione per il mondo scientifico e le sue pratiche non fosse mai tramontata in Andrés, che anzi apparve molto interessato dai progressi della scienza. La vita di Andrés a Roma si svolgeva tra accademie e salotti, con le più importanti personalità cattoliche e laiche della città eterna. Non mancano, infatti, i riferimenti a Rosmini e ai vari documenti che il valenzano gli fece spedire, oltre all’opera di promozione delle sue opere. Oltre a parlare delle accademie romane, Andrés cita la sua appartenenza a quella mantovana. Non è un caso; tanto ciò che riguarda la Reale Accademia di Mantova quanto l’aspetto politico e istituzionale della città stessa è infatti oggetto di alcune lettere di Andrés, che mostrano la sua appartenenza alla comunità mantovana non solo nei saluti, ma anche nell’interesse presso gli affari della città.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Vi è una lettera riguardante la città dei tre laghi, la più bella del carteggio, dove Andrés si lascia andare a profusioni d’affetto verso quella che egli stesso definisce «la seconda mia patria»:</hi></p><quote rend="quotation_b">A Saverio Bettinelli</quote><quote rend="quotation_b">(Databile a inizio gennaio del 1798, probabilmente scritta a Roma)</quote><quote rend="quotation_b">Andrés riceve con tutt’il cuore i teneri abbracci del suo amatissimo ed a tutti amabile Bettinelli, e desidera e spera darglieli strettissimi con tutte le braccia. Mantovano in Venezia e in Roma, non può dimenticare i cari amici mantovani, e le continue domande di molti gli richiamano ad ogni momento alla mente il suo Bettinelli che ha fisso nel cuore, e che nelle sue righe aggiunte alle lettere della signora marchesa Bianchi si mostra sempre lo stesso, dopo tante vicende, che per tant’anni è stato per lui. Avrà già saputo il caro Bettinelli il richiamo degli spagnoli. Se la distanza da Roma a Mantova mi sembra alle volte insopportabile, quanto lo dovrà essere dalla Spagna? L’opuscoletto capilupiano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_33.html#footnote-000">1</ref></hi></hi> potrà essere un piccolo monumento della mia riconoscenza ed affezione per la seconda mia patria, e desidero che sia un ricordo a’ mantovani che richiami alla loro memoria un Andrés che per tante notabilissime vicende è andato a Mantova, v’è stato 22 anni e 4 mesi, e poi per tant’altre, forse più notabili, l’ha dovuto abbandonare con sommo suo dolore. Desidero migliori nuove di Borsa: se un mio abbraccio gli potrà dare qualche conforto, glielo dia per me, finché possa venire io stesso a stringerlo caramente nelle mie braccia. […] (BTM, fB, Cor, cart. 1, f. 11, n. 31).</quote><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">In questa lettera traspare ciò che Mantova fu per Andrés. Non solo un luogo denso di stimoli e di vita intellettuale, ma una casa; un luogo dove aveva vissuto per più di venti anni, incontrando persone che erano poi diventate amici, condividendo interessi, momenti, attività, luoghi. Era diventato anch’egli mantovano, come scrive all’inizio della lettera, vivendo a pieno i fremiti della città dei tre laghi e immergendosi in essa e nelle sue istituzioni culturali, e dovendola poi abbandonare per motivi politici, sentendone irrimediabilmente la mancanza. A Mantova egli era entrato nella Repubblica delle Lettere italiana, aveva raggiunto la fama, aveva scritto le sue opere più importanti, e aveva raggiunto quella stabilità che gli aveva permesso di unire la pratica dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’insegnamento, che lo aveva accompagnato e lo accompagnerà tutta la vita, alla ricerca e alla scrittura, che tanto amava. Il tutto, in compagnia di una personalità come quella di Bettinelli, che si mostra qui finalmente non solo come un corrispondente, ma come un amico; e non l’unico, considerando quanti nomi cita il valenzano nei saluti finali, a partire dal suo allievo e prefetto delle scuole Pinazo fino al prefetto della biblioteca Leopoldo Cammillo Volta, passando per tutta la famiglia Murari, a cui era molto legato. E in un momento in cui, forse, Matteo Borsa era già deceduto, o lo sarebbe stato di lì a breve, Andrés mostra tutta la sua apprensione per l’amico malato. Una nota riguarda il «richiamo degli spagnoli» a cui Andrés fa riferimento. Questo consiste nella possibilità, accordata dal re di Spagna Carlo IV tra la fine del 1797 e l’inizio del 1798, per i gesuiti spagnoli di rientrare in patria. Possibilità che era stata negata fino a quel momento e che Andrés non colse, conscio come era del suo attaccamento alla cultura italiana e alla sua rete di contatti che si era così minuziosamente creato nei trent’anni di permanenza nella penisola. E possibilità effimera, dato che già nel 1801, col riconoscimento ufficiale dell’ala russa della Compagnia di Gesù, i gesuiti spagnoli vennero nuovamente espulsi dalla Spagna borbonica (Guasti 2004, 192-21</hi><hi rend="CharOverride-1">7). Ma Andrés, all’inizio del 1798, a quel ritorno ci aveva pensato seriamente, lontano come era stato tanti anni dalla sua famiglia, dalla sua anziana madre e da suo fratello, salvo poi rinunciarvi. In questa lettera possiamo vedere i sentimenti contrastanti del valenzano.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Le lettere rimaste all’interno del carteggio sono lettere che mostrano un aspetto più familiare del rapporto tra Andrés e Bettinelli. Il valenzano aggiorna infatti il mantovano sui suoi spostamenti, su quello che fa, su come si sente; sebbene mantenga sempre un registro alto, la conversazione diventa più colloquiale, uno scambio di aggiornamenti sulla situazione che i due stavano vivendo, sicuramente ricambiata anche da Bettinelli stesso, sebbene non possiamo averne certezza. Vi è poi una lettera che appare come una solita rassegna delle uscite letterarie più interessanti, ma in cui Andrés si lascia andare a una confessione molto sentita; il mantovano gli aveva chiesto probabilmente se stesse scrivendo qualcosa, e lo spagnolo rispose così: </hi></p><quote rend="quotation_b">A Saverio Bettinelli</quote><quote rend="quotation_b">Pavia, 10 gennaio 1800.</quote><quote rend="quotation_b">[…] Desidera Ella sapere se io scriva, e devo con mio dolore dirle di no. Dico con mio dolore, perché vedo che a chi è avvezzo a lavorare, diviene troppo necessario il lavoro per la placidezza e contentezza dell’esistenza. Le giornate passate in iscartabellare qualche libercolo e in ricevere oziose e talora noiose visite lasciano l’anima troppo vota per potersi contentare della sua vita. E così mi ritrovo io, oziosissimo dove sembrerò forse molto occupato, senza far niente e senza saper neppure che fare. Incerto della mia futura dimora né sono italiano, né spagnolo, né so per chi dover vivere o scrivere: aspetto a risolvermi, e aspettando passano i giorni senza far niente. […] (BTM, fB, Cor, cart. 1, f. 11, n. 5). </quote><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Il testo espunto è principalmente una rassegna di novità letterarie; ma nel mezzo si cela quella che sembra essere a tutti gli effetti una crisi esistenziale di Andrés. Non solo egli non riusciva a trovare il tempo per scrivere, cosa che lo mortificava fortemente, ma la crisi investiva tanto l’ambito lavorativo quanto quello esistenziale: «oziosissimo dove sembrerò forse molto occupato, senza far niente e senza saper neppure che fare», lo spagnolo sembra non apprezzare il lavoro di responsabile dell’Università di Pavia per il quale era stato chiamato direttamente da Francesco II, Sacro Romano Imperatore. Le visite e gli impegni burocratici e istituzionali non lo soddisfacevano e lo lasciavano anzi con un senso di vuoto. Lontano tanto dalla penna quanto dalla cattedra, tanto dalla ricerca quanto dall’</hi><hi rend="CharOverride-1">insegnamento, Andrés non si sentiva felice; non a caso, adempierà a quel compito solo per un anno, per poi tornare a Parma, dove poteva insegnare, fare ricerca e vivere in comunità con i suoi confratelli, al fianco dell’amico Pignatelli. Questa crisi, poi, non investì soltanto l’aspetto lavorativo, ma intaccò anche l’identità di Andrés. «Incerto della mia futura dimora né sono italiano, né spagnolo, né so per chi dover vivere o scrivere». Il valenzano ampliava i suoi dubbi mostrando al mantovano quello che sicuramente si portava dentro da molti anni. La patria spagnola e i confratelli con cui aveva vissuto a Ferrara, e che ancora erano suoi amici e sentiva come compagni, rivaleggiavano con la vita che aveva vissuto fin dal suo trasferimento a Mantova, e che pure lo aveva arricchito di persone, di esperienze, di fama. Andrés non sapeva più in quale delle due nature riconoscersi, in quale patria riporre le sue speranze. E soprattutto, non sapeva in che direzione lo avrebbe portato il suo futuro. Nel 1800, infatti, la strada per la Spagna era ancora aperta. È possibile che Andrés, in un momento di crisi, avesse nuovamente pensato a un ritorno in patria. D’altronde, a Pavia egli era lontano tanto dai suoi amici spagnoli quanto da quelli italiani, e lontano anche dai suoi interessi e dalle occupazioni che lo avevano impegnato tutta la vita. La noia e la melancolia che si impadronirono di lui è probabile che gli avessero mosso anche una nostalgia di casa che, in un contesto di comunità come quello parmigiano o di vitalità come quello mantovano egli era riuscito più facilmente a sopire. Questo, comunque, non ebbe un effetto deleterio sulla vita del gesuita e, sebbene questo periodo, oltre al più critico, fu anche quello meno produttivo, Andrés si riprese.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Il rapporto tra Bettinelli e Andrés è uno dei tanti legami nati all’interno della Reale Accademia e mai indagati a fondo. Il confronto tra la vita e la scrittura di questi due importanti intellettuali, nonché lo studio del loro epistolario, ci può permettere di penetrare in quella categoria di intellettuali che, pur di formazione gesuita, decisero di intraprendere un dialogo con le forme più moderate dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">illuminismo europeo, per poterne applicare i metodi innovativi senza la dirompenza con cui essi venivano utilizzati dai più radicali tra gli illuministi, primo fra tutti Diderot. La presenza di due intellettuali del calibro di Bettinelli e Andrés nella città di Mantova, con il primo che è uno dei pochi italiani ad essere ricevuto da Voltaire ed avere con lui un lungo scambio epistolare e il secondo che manterrà i contatti con le élites culturali di tutta l’Europa, mentre la sue </hi><hi rend="italic">Origini</hi><hi rend="CharOverride-1"> diventavano il manuale di riferimento per i corsi di storia tanto in Italia quanto in Spagna, mostra come quella che ad un primo sguardo sembra una città in decadenza, dopo secoli di indipendenza, è in realtà ancora centrale nello spazio culturale europeo, in grado di generare e attrarre letterati di fama continentale. Merito di questa forza attrattiva, oltre alla posizione e all’autonomia della città, è sicuramente la presenza della Reale Accademia, uno strumento di potere e diffusione della cultura che non è stato ancora indagato con sufficiente profondità e che, per le sue caratteristiche di legame con il potere centrale e di supremazia all’interno della sfera culturale cittadina, potrebbe costituire un unicum a livello europeo. Ci auguriamo che la ricerca proceda in questa direzione. </hi></p><div><head>Fonti manoscritte</head><p rend="bib_indx_bib">BTM: <hi rend="italic">Fondo Bettinelli</hi> (fB), Sezione Corrispondenti, Carteggio 1, fascicolo 11 (Andrés, Giovanni), lettera 30. Mantova: Biblioteca Teresiana</p><p rend="bib_indx_bib">BTM: <hi rend="italic">Fondo Bettinelli</hi> (fB), Sezione Corrispondenti, Carteggio 1, fascicolo 11 (Andrés, Giovanni), lettera 31. Mantova: Biblioteca Teresiana. Vedi anche Brunori (2006, 975-76).</p><p rend="bib_indx_bib">BTM: <hi rend="italic">Fondo Bettinelli</hi> (fB), Sezione Corrispondenti, Carteggio 1, fascicolo 11 (Andrés, BTM: Giovanni), lettera 5. Mantova: Biblioteca Teresiana. Vedi anche Brunori (2006, 1020-1021).</p></div><div><head>Bibliografia</head><p rend="bib_indx_bib">Andrés, Juan. 2006. <hi rend="italic">Epistolario</hi>, editado por Livia Brunori, vols. 1-3. Valencia: Biblioteca Valenciana.</p><p rend="bib_indx_bib">Arato, Franco. 2002. <hi rend="italic">La storiografia letteraria nel Settecento italiano</hi>. Pisa: ETS.</p><p rend="bib_indx_bib">Cappelletti, Cristina, a cura di. 2019. <hi rend="italic">Saverio Bettinelli nel III centenario dalla nascita (1718-1808). </hi>Atti del convegno di studi di Mantova, 25-26 ottobre 2018. Pisa: Fabrizio Serra editore (Testo. Studi di teoria e storia della letteratura e della critica).</p><p rend="bib_indx_bib">Fuentes Fos, Carlos Damian. 2008. <hi rend="italic">Juan Andrés entre España y Europa</hi>. Valencia: Institució Alfons el Magnànim.</p><p rend="bib_indx_bib">Guasti, Niccolò. 2004-5. “L’esilio italiano dei gesuiti spagnoli espulsi (1767-1798). Politica, economia, cultura.” Tesi di perfezionamento in discipline storiche, Università Normale Superiore di Pisa.</p><p rend="bib_indx_bib">Guasti, Niccolò. 2017. <hi rend="italic">Juan Andrés e la cultura del Settecento</hi>. Milano: Mimesis.</p><p rend="bib_indx_bib">Navarrini, Roberto, a cura di. 2020. <hi rend="italic">La reale accademia di Mantova nell’Europa del Settecento (1768-2018)</hi>, Atti del convegno internazionale di studi di Mantova, 2-3 marzo 2018. Mantova: Accademia nazionale virgiliana di scienze, lettere e arti (Quaderni dell’Accademia).</p><p rend="bib_indx_bib">Romani, Marzio Achille, a cura di. 2005. “L’eredità gonzagesca, secoli XII-XVIII.” In <hi rend="italic">Storia di Mantova. Uomini, ambiente, economia, società, istituzioni</hi>,<hi rend="italic"> </hi>volume 1. Mantova: Tre Lune edizioni. </p><list rend="numbered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="xml_33.html#footnote-000-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	</hi><hi rend="CharOverride-3">È il </hi><hi rend="italic">Catalogo de’ codici manoscritti della famiglia Capilupi di Mantova</hi><hi rend="CharOverride-3">.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Isacco Fassi, University of Verona, Italy, <ref target="mailto:isacco.fassi@studenti.univr.it">isacco.fassi@studenti.univr.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0009-0006-9590-779X">0009-0006-9590-779X</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Isacco Fassi, <hi rend="italic">Saverio Bettinelli e Juan Andrés nella Reale Accademia di Mantova, tra Illuminismo e coscienza gesuita,</hi> © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.33">10.36253/979-12-215-0989-2.33</ref>, in Niccolò Guasti, Cinzia Recca, Mónica Bolufer Peruga, Fernando Durán López (edited by), <hi rend="italic">Accademie e luoghi del sapere tra Italia e Spagna nel lungo Settecento. Scienze, arti, letteratura, politica e sociabilità / Academias y lugares del saber en el largo siglo XVIII entre Italia y España. Ciencias, artes, literatura, política y sociabilidad</hi>, pp. -356, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0989-2, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2">10.36253/979-12-215-0989-2</ref></p></div></div>
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        <listBibl>
          <head>References</head>
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          <bibl n="229743">BTM: Fondo Bettinelli (fB), Sezione Corrispondenti, Carteggio 1, fascicolo 11 (Andr&amp;#233;s, Giovanni), lettera 31. Mantova: Biblioteca Teresiana. Vedi anche Brunori (2006, 975-76).</bibl>
          <bibl n="229744">BTM: Fondo Bettinelli (fB), Sezione Corrispondenti, Carteggio 1, fascicolo 11 (Andr&amp;#233;s, BTM: Giovanni), lettera 5. Mantova: Biblioteca Teresiana. Vedi anche Brunori (2006, 1020-1021).</bibl>
          <bibl n="229745">Andr&amp;#233;s, Juan. 2006. Epistolario, editado por Livia Brunori, vols. 1-3. Valencia: Biblioteca Valenciana.</bibl>
          <bibl n="229746">Arato, Franco. 2002. La storiografia letteraria nel Settecento italiano. Pisa: ETS.</bibl>
          <bibl n="229747">Cappelletti, Cristina, a cura di. 2019. Saverio Bettinelli nel III centenario dalla nascita (1718-1808). Atti del convegno di studi di Mantova, 25-26 ottobre 2018. Pisa: Fabrizio Serra editore (Testo. Studi di teoria e storia della letteratura e della critica).</bibl>
          <bibl n="229748">Fuentes Fos, Carlos Damian. 2008. Juan Andr&amp;#233;s entre Espa&amp;#241;a y Europa. Valencia: Instituci&amp;#243; Alfons el Magn&amp;#224;nim.</bibl>
          <bibl n="229749">Guasti, Niccol&amp;#242;. 2004-5. “L’esilio italiano dei gesuiti spagnoli espulsi (1767-1798). Politica, economia, cultura.” Tesi di perfezionamento in discipline storiche, Universit&amp;#224; Normale Superiore di Pisa.</bibl>
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          <bibl n="229751">Navarrini, Roberto, a cura di. 2020. La reale accademia di Mantova nell’Europa del Settecento (1768-2018), Atti del convegno internazionale di studi di Mantova, 2-3 marzo 2018. Mantova: Accademia nazionale virgiliana di scienze, lettere e arti (Quaderni dell’Accademia).</bibl>
          <bibl n="229752">Romani, Marzio Achille, a cura di. 2005. “L’eredit&amp;#224; gonzagesca, secoli XII-XVIII.” In Storia di Mantova. Uomini, ambiente, economia, societ&amp;#224;, istituzioni, volume 1. Mantova: Tre Lune edizioni.</bibl>
        </listBibl>
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