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        <title type="main" level="a">La Sicilia ‘rischiarata’. L’incidenza del clero illuminato nelle accademie catanesi del XVIII secolo</title>
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          <resp>This is a section of <title>Accademie e luoghi del sapere tra Italia e Spagna nel lungo Settecento / Academias y lugares del saber en el largo siglo XVIII entre Italia y España</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0989-2</idno>) by </resp>
          <name>Niccolò Guasti, Cinzia Recca, Mónica Bolufer Peruga, Fernando Durán López</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.35</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>This contribution offers an overview of an 'enlightened' Sicily, focusing on its academies and the Studium Generale of Catania. It highlights the central role played by its elite and religious figures, particularly the Benedictines.</p>
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            <item>Sicily</item>
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            <item>enlightened clergy</item>
            <item>Benedictines</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.35<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.35" /></p>
<div><head>La Sicilia ‘rischiarata’. L’incidenza del clero illuminato nelle accademie catanesi del XVIII secolo</head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Luigi Sanfilippo</p><div><head>1. Introduzione</head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">La Sicilia dell’Illuminismo rappresenta </hi><hi rend="CharOverride-1">– per riprendere un’efficace espressione di Giulio Sodano</hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi><hi rend="CharOverride-1">– una via «altra», e al contempo pienamente europea, verso la modernità (Sodano, Farnese 2023, 42). Tale peculiarità si deve all’emergere, nel contesto isolano, di una costellazione di personalità intellettuali di primo piano: letterati, giuristi e </hi>‘scienziati’<hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">– tanto laici quanto ecclesiastici – che contribuirono in modo decisivo alla formazione di una prima modernizzazione di carattere speculativo. Essa prese corpo all’interno degli Studi e delle accademie, ben oltre i consueti circuiti dell’esperienza arcadica, segnando un momento di forte rinnovamento culturale (Ligresti 2006, Tufano 2018, 22).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">In tale prospettiva, nel Settecento siciliano s</hi><hi rend="CharOverride-1">’individuò una vera cesura, inaugurata dal ristabilimento della monarchia con la ‘novella’ dinastia dei Borbone-Farnese. L’avvento di un sovrano ‘proprio e nazionale’ consentì alle </hi><hi rend="italic">élite</hi><hi rend="CharOverride-1"> locali di rinsaldare quella </hi><hi rend="italic">fidelitas</hi><hi rend="CharOverride-1"> che, dall’età aragonese e primo asburgica, era stata alla base dell’identità politica della </hi><hi rend="italic">monarquía compuesta</hi><hi rend="CharOverride-1">. Con il nuovo assetto, ebbe inizio quel periodo che Raffaele Aiello</hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi><hi rend="CharOverride-1">ha definito «Età eroica» (Aiello 1972, 642), durante il quale la dinastia borbonica, pur nel rispetto degli ordinamenti storici e delle prerogative istituzionali dei regni, nonché del ruolo delle classi dirigenti locali, promosse un ambizioso progetto di costruzione identitaria ‘nazionale’, volto ad adeguare ordinamenti e tradizioni con i modelli culturali e politici europei</hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Ligresti 2014, 253).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">A questo disegno si accompagnò una sostenuta politica </hi><hi rend="CharOverride-1">di riforme e un’apertura attenta a nuove opportunità, destinate a rispondere alle crescenti istanze in materia di </hi><hi rend="italic">welfare</hi><hi rend="CharOverride-1">, pubblica utilità, cultura e istruzione. Assunse, così, particolare rilievo il progressivo affermarsi degli studi matematici, che andarono a sostituire la sempre più debole tradizione scientifico-naturalista, anche grazie alla fortuna delle opere di Leibniz e Wolff</hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Giarrizzo 1967, 576 e 579). Questo mutamento testimonia una trasformazione profonda nei paradigmi del sapere e nelle priorità dell’azione educativa dello Stato. Per l</hi><hi rend="CharOverride-1">’insieme dei regni del mezzogiorno si inaugurò, in tal modo, un nuovo corso, segnato da una forma di sociabilità ‘rischiarata’ sul modello europeo: un sistema culturale partecipe dei grandi flussi intellettuali e delle correnti di pensiero che attraversavano il continente. In questo clima si distinse la capacità di elaborare contributi originali non solo in ambito letterario, ma anche nel campo della filosofia politica, delle scienze sociali e delle dottrine giusnaturalistiche e giurisdizionaliste. Prese forma, quindi, un’</hi><hi rend="italic">élite</hi><hi rend="CharOverride-1"> urbana composita – costituita da </hi><hi rend="italic">mastre</hi><hi rend="CharOverride-1"> e da nuovi ceti in ascesa – capace di padroneggiare la lingua francese e familiare con le diverse declinazioni del pensiero illuminista, in particolare con quella napoletana, tra le più influenti nello scenario mediterraneo. Pur mantenendo un certo interesse per la cabala e per le correnti esoteriche, questa </hi><hi rend="italic">élite</hi><hi rend="CharOverride-1"> non esitava a riconoscersi con le carpenterie muratorie operanti e non ancora bandite. Essa fu in grado di interpretare e guidare con consapevolezza i ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">tempi nuovi’ dell’Europa, modulandoli secondo le specificità policentriche di una Sicilia che andava riattualizzando la propria identità regnicola. Si trattò di un’</hi><hi rend="italic">intellighenzia</hi><hi rend="CharOverride-1"> composita, formata da laici e religiosi, spesso non perfettamente coesa né interamente conforme alle istanze più radicali provenienti dall’Oltralpe, ma nondimeno protagonista di un fermento culturale articolato, manifestatosi in una pluralità di discipline, sensibilità e prospettive. Essa promosse, o sostenne attivamente, nelle principali città siciliane, la nascita di sodalizi e accademie di respiro europeo, concepiti come autentici cenacoli di sociabilità intellettuale, nei quali si tentava di riproporre anche in Sicilia quel </hi><hi rend="italic">sogno umanistico e rinascimentale di una république des lettres</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Formica 2023, 113).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">In questo scenario, la Sicilia delle Accademie e dei Cenacoli si configura come un sistema «triplocentrico» di istituzioni vocate alla conversazione e al confronto critico. Su questo tema, Cinzia Recca e Salvo Bottari offriranno un</hi><hi rend="CharOverride-1">’analisi più ampia e dettagliata. In questa sede, è opportuno richiamarne le denominazioni, individuare i fermenti culturali che le animano e valutarne la portata, tanto nella loro dimensione laica quanto in quella ecclesiastica, collocandole all’interno del fenomeno delle </hi><hi rend="italic">réunions arcadiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> di derivazione romana e distribuendole, secondo la geografia del tempo, nei Valli e centri urbani dell’isola.</hi></p></div><div><head>2. La Sicilia <hi rend="italic">éclairé</hi></head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nel corso del Settecento, la Sicilia –</hi><hi rend="CharOverride-1"> come detto – fu attraversata da un vivace fermento culturale, alimentato da riforme istituzionali, passioni antiquarie e nuovi modelli educativi. In questo scenario di rinnovamento, le accademie assunsero un ruolo centrale nella produzione e nella diffusione del sapere. Nella Palermo del Settecento – nuovamente capitale attiva e vivace sul piano culturale - dopo l’esperienza degli Animosi della Colonia Oretéa, tra il 1718 e il 1721, si assistette così al sorgere di numerose istituzioni accademiche. Oltre alla Giustinianea e alla Gioviale, si consolidò la muratoriana Accademia del Buon Gusto, «retta saldamente dai benedettini»</hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Cusumano 2016, 3). Tra i suoi esponenti si annoverano membri della famiglia Filangieri di Santa Flavia, nonché studiosi di rilievo quali i prelati Giovan Battista Caruso, Luigi Migliaccio, Domenico Scavo ed esponenti</hi><hi rend="CharOverride-1"> della prolifica famiglia Di Blasi, cui si tornerà in seguito. Tra gli allievi di spicco figurò il vescovo Andrea Lucchesi Palli, destinato a divenire egli stesso ‘maestro’ in altri sodalizi: un chiaro indicatore di come, in quegli anni, l’</hi><hi rend="italic">intellighenzia</hi><hi rend="CharOverride-1"> urbana operasse quale autentico volano di rinnovamento culturale e di trasmissione del sapere, in ambito sia laico sia ecclesiastico. L’Accademia del Buon Gusto si affermò quale epigona delle istituzioni più antiche e modello per quelle successive, comprese quelle a curvatura naturalistica e orientate verso le cosiddette discipline «dure». Essa si configurò come archetipo di una Sicilia inizialmente arcadica e in seguito progressivamente orientata al metodo scientifico, rappresentando così un punto di convergenza tra la tradizione culturale di matrice classica e le nuove frontiere del sapere.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">In ambito ecclesiastico, accanto agli </hi><hi rend="CharOverride-1">«Scolopi» delle Scuole Pie – istituti legaziali rivelatisi particolarmente fertili per le adunanze intellettuali – si distinsero i Teatini con il loro Collegio dei Chierici Regolari o «dei nobili», destinato a ricalcare e talora sostituire, per modello organizzativo e proposta culturale, la precedente egemonia dei Gesuiti. Questi ultimi avevano profondamente influenzato il cenacolo delle lettere palermitane, soprattutto negli anni in torno al rinvenimento della cosiddetta «santuzza</hi><hi rend="CharOverride-1">». A dimostrazione della valenza del modello teatino, basti ricordare che tra i suoi allievi figuravano i principi di Biscari e di Torremuzza – eminenti esponenti dell’Illuminismo ‘altro’ e protagonisti di sodalizi di respiro europeo</hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi><hi rend="CharOverride-1">nonché primi Regi Custodi delle antichità di Sicilia</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Giarrizzo 1967, 584; Ligresti 1978, 17). </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">A Messina, città che rivaleggiava con Palermo per prestigio e reti di affiliazioni, si affermò l’Accademia Peloritana dei Pericolanti, autentico laboratorio del sapere, coerente con l’identità accademica dell’Ateneo messinese e con la vocazione internazionale della città. Catania, invece, grazie al suo </hi><hi rend="italic">Siculorum Gymnasium</hi><hi rend="CharOverride-1"> – </hi><hi rend="CharOverride-1">l’antico Studio fondato per consolidare il sapere, le strutture intellettuali e le opportunità del Regno – svolse un ruolo di prim’ordine nell’offerta culturale del Settecento. Accanto alle accademie più antiche, come quelle dei Gioviali e dei Cassinesi, sorse, sotto l’egida del principe patrono: Biscari – egli stesso accademico delle Scienze e Belle Arti di Napoli e generoso mecenate – </hi><hi rend="CharOverride-1">l’Accademia degli Etnei. Il principe, circondato da una sorta di ‘corte’ di eruditi e collezionisti, attrasse intellettuali poliedrici, inclini alle muse arcadiche, dediti alla composizione poetica e impegnati in una fitta corrispondenza con accademie consorelle italiane ed europee. Tale inclinazione letteraria, come sottolinea Carmelo Musumarra, alimentò lo sviluppo della narrativa catanese, dal realismo di Domenico Tempio – membro dell’Accademia Pallide – fino al verismo del secondo Ottocento (Musumarra 1991, 23). Numerosi accademici etnei investirono inoltre le proprie energie nella creazione di originali </hi><hi rend="italic">Wunderkammer</hi><hi rend="CharOverride-1"> di antiquaria e </hi><hi rend="italic">naturalia</hi><hi rend="CharOverride-1">, espressione di un interesse che coniugava competenze umanistiche e scientifiche. Essi si adoperarono anche nella pianificazione di opere di utilità, decoro urbano e cura del paesaggio.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Sempre a Catania, sorsero diversi poli culturali e museali – tra cui quelli promossi dalla fondazione biscariana e da quella benedettina —, istituzioni private concepite, tuttavia, per il beneficio collettivo di cittadini e visitatori. Tali strutture non si limitarono a fungere da luoghi di raccolta e conservazione del patrimonio artistico-scientifico, ma divennero autentici nodi di diffusione del sapere, contribuendo a consolidare il ruolo europeo dell’Università e delle Accademie catanesi. In sintonia con l’entusiasmo partenopeo per gli scavi archeologici e per i primi turbamenti epistemici legati alle scienze esatte, si sviluppò un rinnovato interesse per la vulcanologia etnea, disciplina che conobbe un notevole impulso grazie agli studi sistemici di Giuseppe Recupero, Giuseppe Gioeni, Carlo Gemmellaro e altri importanti studiosi, il cui operato suscitò viva attenzione a Londra e favorì il dialogo con la corte napoletana. Su tali premesse, a Catania furono istituite nuove cattedre universitarie, da cui ebbe origine, nel tempo, la fondazione dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’Accademia Gioenia di Scienze Naturali, oggi istituzione bicentenaria e benemerita. Tali condizioni e fermenti culturali stimolarono l’interesse degli intellettuali protagonisti del </hi><hi rend="italic">Grand Tour</hi><hi rend="CharOverride-1"> «classico» e delle successive ondate </hi><hi rend="CharOverride-1">«scientifiche», contribuendo a generare nei viaggiatori attratti dalla Sicilia, suggestioni esotiche, meraviglia, mito e stupore.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Parallelamente alle diverse città che si dispiegavano lungo gli antichi Valli parlamentari – capitali «</hi><hi rend="CharOverride-1">minori» ma non secondari del Rinascimento siciliano – nacquero fiorenti centri di dibattito culturale. Le «Aci», celebrate anche dal compositore Georg Friedrich Händel</hi><hi rend="CharOverride-1">, si distinsero per il loro impegno a promuovere l’eccellenza estetica e culturale: qui, l’Accademia degli Zelanti, istituita «per dar addito alli Religiosi, Sacerdoti e Clerici di far progresso nelle scienze», si affiancava alle Accademie dei Geniali e dei Dafnici. A sud-est dell’isola, le città che segnano la rinascita dopo il disastro</hi><hi rend="CharOverride-1"> – Noto, Avola e Palazzolo – insieme a Siracusa, Modica, Ragusa e Scicli, eredi della Contea degli Henriquez Cabrera, diedero vita a sodalizi quali gli Ereini, gli Anapei, gli Iblei e gli Infuocati, ognuno battezzato con nomi tratti dalla mitologia e dalla simbologia dei rispettivi territori.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">A Caltagirone, con il rinato fervore della Colonia Arcadica Calatina legata agli Arcadi di Roma, si costituì una fitta rete di intellettuali. Oltre a quelli già menzionati, vi operarono figure di primo piano quali Tommaso Gargallo, Giacomo Nicolaci, Tommaso Campailla, Saverio Landolina, Francesco di Paola Avolio e Saverio Scrofani, affiancati da un consistente gruppo di studiosi, aristocratici e notabili. Molti di essi, ecclesiastici secolari o religiosi regolari in cocolla, adottarono nomi d’arte ispirati all’Arcadia, evocando muse e paesaggi delle loro «piccole patrie». Nei sodalizi accademici ricoprivano cariche come ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">principi’, ‘consoli’ o ‘pastori’ bucolici, dedicandosi sia allo studio dei classici sia alle meditazioni cartesiane. L’effervescenza di queste istituzioni non si limitava al confronto intellettuale, ma costituiva un autentico laboratorio di coesione culturale, dove umanesimo e scienze dialogavano in modo sinergico, a riprova di una Sicilia proiettata verso il futuro senza rinnegare le proprie radici. Tali sodalizi, in costante corrispondenza con le Accademie di Firenze, Napoli, Roma, Modena e con analoghe istituzioni europee di Göttingen, Londra, Bordeaux, Parigi e Lipsia, non disdegnavano neppure i contatti con le istituzioni regnicole. Complessivamente, incarnavano «un’élite aristocratico-notabile, colta […] operosa, partecipe nei flussi culturali mediterranei ed europei» (Sanfilippo 2020, 32). In qualità di mecenati, questi circoli concretizzarono il principio dell’</hi><hi rend="italic">éclat partagée</hi><hi rend="CharOverride-1">: promossero la bellezza e il decoro pubblico, monumentalizzarono teatri e belvederi – sia vegetali sia di pietra – e contribuirono alla realizzazione di un «portico sublime», simbolo dell’orizzonte estetico e civile dell’epoca (Randazzini 1981, 22).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">In questo scenario emerse un’aristocrazia di antico lignaggio, dal carattere tanto feudale quanto urbano, capace di dialogare dialetticamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> con le riforme di Tanucci recepite da Caracciolo in Sicilia. Essa costituiva la classe dirigente di una ‘nazione’ in via di ridefinizione, protagonista dell’effervescenza culturale della Sicilia settecentesca. Tra le famiglie più influenti i Maggiore di Santa Barbara, insediati nel Calatino, segnatamente a Vizzini, da cui provennero due figure emblematiche: don Barbaro, barone, collezionista e botanico «addottorato» (Di Lorenzo 2017, 397), intrattenitore di una fitta corrispondenza con gli ambienti botanici londinesi e creatore, nella sua tenuta marchesale di Santa Barbara, di un raffinato giardino popolato da innumerevoli alberi, piante ed erbe aromatiche, arricchito da fontane di limpide acque per il diporto e il diletto</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Sanfilippo 2020, 32-33); e Giuseppe, marchese, archeologo e letterato, massone e senatore a Caltagirone, esponente del patriziato che coniugava studi antiquari e impegno civico.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Quest’ultimo, console arcadico con lo pseudonimo Elato Alconio, si fece promotore del rinnovamento della Colonia Arcadica Calatina, raccogliendo «alti valentuomini che […] rannodarono i dispersi accademici» e fondando l’Accademia letteraria Calatina. Nel suo palazzo, le adunanze si tenevano in occasione di feste religiose e civili, quando «la Musa s’agitava fervidamente nei loro petti», esaltando amore e Patria. Da senatore, promosse anche interventi urbani rilevanti: dotò la città di un civico orologio e fece erigere il «Tondo vecchio», un teatro concepito come «portico sublime» decorato da colonne e archi, senza tuttavia rinunciare alle prerogative di ‘maestro’ della sua condizione sociale (Penna 1768, 25).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, anche nell’isola si delineò un vivace fermento culturale che favorì l’emergere di figure dotate di ampia erudizione, grazie a un rinnovato interesse per le scienze e alla valorizzazione dei fondi bibliotecari. In questo contesto si ampliarono gli studi encomiastici e critici, mentre videro la luce opere di rilievo come l’</hi><hi rend="italic">Alphabetica</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Santoro Oliva, le </hi><hi rend="italic">Elogia Siculorum </hi><hi rend="CharOverride-1">e la </hi><hi rend="italic">Siciliae Bibliotheca</hi><hi rend="CharOverride-1">, curate dai gesuiti Girolamo Ragusa e Girolamo Renda. Fondamentale, inoltre, la </hi><hi rend="italic">Bibliotheca Sicula</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Antonio Mongitore, vero compendio di autori e tematiche plurali, dal quale si dipanarono, tra gli altri, i contributi del teatino Gaetano Maria Cuttone, del canonico Giovan Battista Caruso e del fratello Francesco, di Giovanni Brancaccio, del benedettino Vito Maria Amico e del domenicano Giuseppe Allegranza.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Intorno alla metà del Settecento, l’ampia produzione intellettuale siciliana trovò un primo organico compendio nelle edizioni del </hi><hi rend="italic">Thesaurus scriptorum Siciliae</hi><hi rend="CharOverride-1">, curate da Johann Georg Graevius e Pieter Burmann, e nella monumentale </hi><hi rend="italic">Rerum Italicarum Scriptores</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Ludovico Antonio Muratori. Questo patrimonio erudito, prevalentemente affidato a figure di religiosi, uscì dai confini strettamente ecclesiastici per inserirsi nella più ampia </hi><hi rend="italic">Républíque des Lettres</hi><hi rend="CharOverride-1"> italiana, allineandosi alla tradizione mauriniana-muratoriana e ai programmi di rinnovo delle lettere (Rosa 1994, 8)</hi><hi rend="CharOverride-1">. In continuità con queste istanze, Domenico Schiavo raccolse e pubblicò, nel 1756, le </hi><hi rend="italic">Memorie per servire alla storia letteraria di Sicilia</hi><hi rend="CharOverride-1">, precursore di un nuovo ciclo editoriale.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Tra il 1758 e il 1796, il cassinese Salvatore Maria Di Blasi rilanciò l’eredità erudita isolana con il trittico composto dagli </hi><hi rend="italic">Opuscoli di autori siciliani</hi><hi rend="CharOverride-1">, dalla </hi><hi rend="italic">Nuova raccolta di opuscoli</hi><hi rend="CharOverride-1"> e dalla rubrica </hi><hi rend="italic">Intorno ad alcuni libri</hi><hi rend="CharOverride-1">. Parallelamente, le stampe periodiche prodotte dagli accademici e dai sodalizi di lettura – come le </hi><hi rend="italic">Novelle miscellanee di Sicilia</hi><hi rend="CharOverride-1">, le </hi><hi rend="italic">Notizie dei letterati</hi><hi rend="CharOverride-1">, il </hi><hi rend="italic">Giornale ecclesiastico</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la </hi><hi rend="italic">Gazzetta Letteraria</hi><hi rend="CharOverride-1"> – arricchirono le biblioteche isolane e nutrirono la pubblica opinione. A completamento di questo panorama, tra il 1764 e il 1794, Domenico Schiavo e il benedettino Giovanni Evangelista Di Blasi pubblicarono una miscellanea di articoli su storia, medicina, agricoltura, astronomia e letteratura.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Numerose Accademie diffuse nelle città siciliane non si limitarono al mero confronto intellettuale, ma allestirono collezioni di </hi><hi rend="italic">antiquaria,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">naturalía</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">artificialía</hi><hi rend="CharOverride-1">, istituirono biblioteche di rilievo e gestirono laboratori d’arte e stamperie. Tra le più prestigiose si annoverano l’Accademia Etnea di Catania, l’Accademia degli Zelanti e dei Dafnici di Acireale e l’Accademia dei Letterati Calatini – fondata dal marchese Giuseppe Maggiore di Santa Barbara e successivamente affiliata all’Arcadia di Roma -, la quale sostenne la pubblicazione di raccolte editoriali di poeti contemporanei, tra cui quelle curate da Francesco Avolio, nonché la celebre </hi><hi rend="italic">Raccolta degli uomini illustri</hi><hi rend="CharOverride-1"> a cura di Giuseppe E. Ortolani.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">In parallelo agli studi umanistici, le Accademie isolane rivolsero la loro attenzione alle scienze matematiche, meccaniche e naturali, all’architettura, all’urbanistica e alla cartografia, nonché, dunque, alla storia naturale. La Sicilia – intesa non solo come ricco giacimento archeologico e paesaggistico, ma anche quale terreno d’elezione per la paleontologia e la vulcanologia—divenne meta privilegiata di ricerca. Queste discipline venivano insegnate in forma sperimentale nei collegi, nei seminari e nei claustri dei principali poli monastici isolani. Dalle scuole botaniche del tempo nacquero le </hi><hi rend="italic">Note</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Bibliografiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">e gli </hi><hi rend="italic">Opuscoli dei botanici</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Luca Francesco Ciura e Francesco P. Chiarelli, i quali proseguirono l’opera di Filippo Arena e documentarono l’attività di Francesco Cupani, Silvio Boccone, Nicolò Gervasi e altri ancora.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Sul versante delle scienze umane, prosperarono le opere di musicologia di Pietro Giammelli e i dizionari di musica a cura di Giuseppe Bertini, testi fondamentali per la musica isolana. Il </hi><hi rend="italic">Prospetto della storia letteraria di Sicilia nel secolo XVIII</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Domenico Scinà, gli </hi><hi rend="italic">Elogi storici degli uomini memorabili di Catania</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Domenico A. Gagliano e le </hi><hi rend="italic">Biografie dei catanesi illustri del secolo XVIII</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Domenico Narbone costituirono, infine, un regesto documentario imprescindibile per </hi><hi rend="CharOverride-1">la ricostruzione della vita culturale della Sicilia moderna.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">La successione delle istituzioni accademiche in Sicilia e l’attività intellettuale da essa prodotta – un autentico patrimonio di pensatori, di autori, di luoghi di elaborazione del pensiero, di denominazioni e di studi – risultano oggi documentati in un database consultabile, frutto del progetto di ricerca avviato da Domenico Ligresti e proseguito da Luigi Sanfilippo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_35.html#footnote-003">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Da</hi><hi rend="CharOverride-1"> tale repertorio emerge un quadro organico e approfondito del fermento erudito isolano, delle sue connessioni con le Accademie italiane ed europee e dell’evoluzione delle diverse discipline, confermando la centralità della Sicilia nel contesto del Settecento illuminista.</hi></p></div><div><head>3. Uno sguardo europeo all’Illuminismo chrétien</head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Tra le tensioni religiose e culturali del </hi><hi rend="italic">grand siècle</hi><hi rend="CharOverride-1">, la Cristianità europea non rimase indifferente agli impulsi riformatori: nella Chiesa cattolica emerse un episcopato vasto e articolato, cui si affiancarono sia ordini antichi sia nuove congregazioni di «maestri». In tale contesto, i Benedettini, fedeli al loro </hi><hi rend="italic">Typikon</hi><hi rend="CharOverride-1"> basato su </hi><hi rend="italic">ora lege et labora,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ripresero il ruolo di custodi dinamici della sapienza medievale, declinando la Regola in molteplici spiritualità e abiti monastici</hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Haskins 1927). Nel cuore del secolo, la loro azione riformatrice si fece </hi><hi rend="italic">trait d’union</hi><hi rend="CharOverride-1"> fra divergenze confessionali: in questo ambiente germogliò un proto-ecumenismo, capace di attenuare le asprezze del giansenismo e di rilanciare, con rinnovato rigore, lo studio delle scienze religiose e civili.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Già alla fine del Seicento, i Port-Royal des Champs</hi><hi rend="CharOverride-1"> – i dotti «Messieurs» maestri di Jean Racine e interlocutori di Blaise Pascal – avevano avviato riflessioni gianseniste, poi condannate ufficialmente per eccesso di rigorismo. Tuttavia, lo spirito riformatore dei Port-Royal fu adottato e rielaborato nei claustri benedettini: le varie congregazioni, pur distinguendosi per cocolle e usi liturgici, promossero la sobrietà dei costumi, la formazione teologico-scritturale e un insegnamento rigoroso rivolto a religiosi, clero e laicato devoto. Il fulcro di questa stagione riformatrice si costituì nella comunità dei Benedettini Maurini di Saint-Germain-des-Prés, dove, sotto la guida di Jean Mabillon e Bernard de Montfaucon, nacquero gli studi storico-filologici e paleografico-diplomatici come vere discipline scientifiche. Allo stesso tempo, il prelato Jacques Bénigne Bossuet intrattenne un dialogo intellettuale con Leibniz sulle ragioni dell’unità ecumenica, conferendo un respiro filosofico e teologico alle rivendicazioni di unità cristiana.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">In Spagna e in Portogallo, i Benedettini di San Benito de Valladolid e i Cistercensi di Alcobaça si fecero portatori di </hi><hi rend="italic">nobiles ideae</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">novatores</hi><hi rend="CharOverride-1">, contribuendo all’intreccio di riforme culturali e spirituali che caratterizzò l’Illuminismo cristiano europeo. Le loro attività editoriali e pedagogiche si svilupparono in parallelo ai movimenti monastici francesi, confermando il carattere transnazionale del rinnovamento.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nelle regioni del «Das Altes Reich», abbazie come San Gallo, Engelberg, Disentis e Pfäfers costituivano </hi><hi rend="CharOverride-1">enclave statuali ecclesiastiche affidati ad abati-principi quali Colestin Gugger, Beda Angehrn e Plazidus Pfister. In questi contesti, l’opera riformatrice si declinò tanto nella gestione politica ed economica quanto negli studi scientifici, promossi da Karl Stadler e Placidus Spescha. Analogamente, nei claustri bavaresi dei Wittelsbach e nella «Felix Austria» (Vienna e Salisburgo), le scuole orientalistiche e le università, animate dai benedettini mekhitaristi armeni di San Lazzaro, divennero vivai di orientalisti ed ecumenisti come Angelo Maria Querini, Domenico Demetrio Calogerà</hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(De Michelis 1973) e Athanasios Psalidas (Stamboulis 2018, 95).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nel centro-nord della penisola, i Camaldolesi, in cocolla bianca, ripresero e rielaborarono le riflessioni di Muratori e Genovesi, mentre nelle terre padano-appenniniche Benedetto Bacchini promosse una «balia d’</hi><hi rend="CharOverride-1">ingegni» al servizio degli stati mediceo-estensi e farnesiani, destinati poi a confluire nell’orbita asburgico-lorenese (Golinelli 2003).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">A Roma, Benedetto XIV si impose come paradigma di un magistero «illuminato» (Guerrini 2023, 196): da arcivescovo di Bologna aveva fondato l’Accademia Benedettina di Scienze, aperta anche alle donne come Laura Bassi</hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Cavazza 1997)</hi><hi rend="CharOverride-1">, e da pontefice sostenne con pari attenzione i collegi nazionali – in particolare il San Clemente spagnolo – rinsaldando i legami culturali delle diverse comunità.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Infine, nel Regno di Napoli e in Sicilia, sotto la nuova dinastia borbonica, i Benedettini acquistarono un ruolo centrale durante il ‘dispotismo illuminato’: insieme a Teatini e Scolopi, essi si inserirono nelle politiche culturali delle monarchie nazionali, contribuendo al rinnovamento delle università, dei claustri e delle accademie, e favorendo la circolazione delle idee nel Mediterraneo cattolico.</hi></p></div><div><head>4. La Sicilia dei vescovi <hi rend="italic">éclairé</hi></head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Al di qua del Faro, oltre la dimensione claustrale e l</hi><hi rend="CharOverride-1">’espressione episcopale e prelatizia dell’élite, superate le divergenze innescate dalla controversia liparitana sulla «libertà della Chiesa» e dalla «pretesa della Monarchia di Sicilia», si coagula una nuova configurazione dei rapporti tra Stato e Chiesa, imperniata sulla cosiddetta ‘Concordia Benedettina’. Quest’ultima riformula le dinamiche istituzionali della Apostolica Legazia in</hi><hi rend="CharOverride-1"> Sicilia, sancendo una più matura intesa tra potere civile e autorità ecclesiastica. Parallelamente, il giusnaturalismo proprio dello </hi><hi rend="italic">Jus Siculum</hi><hi rend="CharOverride-1">, con la sua marcata impronta identitaria e ‘nazionale’, si inserisce pienamente nel </hi><hi rend="italic">Convito Academiarum</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei ‘rischiarati’, autentici protagonisti di un</hi><hi rend="CharOverride-1">’ideale </hi><hi rend="italic">République des Lettres</hi><hi rend="CharOverride-1">, in cui la riflessione teologico-politica si coniuga con l’impegno riformatore.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Di questa «generazione di vescovi magnatizi e riformatori» – per riprendere un’efficace definizione di Giuseppe Giarrizzo – emergono figure di rilievo che, a partire da Siracusa, imprimono un</hi><hi rend="CharOverride-1">’impronta duratura nel tessuto ecclesiale e culturale dell’isola. Tra questi, Giuseppe Antonio Requiesens, già abate e precursore del riformismo isolano, e Giovanni Battista Alagona, controverso ma influente ‘rischiarato’, promotore dell’Accademia Aretusea, animata da vivaci circoli di conversazione e dotata di un’ampia e selezionata biblioteca. Matteo Trigona si distinse per la sua azione a favore della cultura accademica e della tutela del patrimonio archeologico, mentre Francesco Testa – definito il Bossuet siciliano </hi><hi rend="CharOverride-1">– si formò presso i Teatini, allievo di Agostino Pantò e di Silvio Valenti Gonzaga, ed entrò a far parte dell’Accademia Ericina accanto a Lamindo Grineo. In qualità di abate-arcivescovo e signore di Monreale, Testa si fece promotore di riforme nel settore assistenziale e si adoperò per una ridefinizione giuridica dei beni feudali, nonché dei cosiddetti «diritti di sovranità, pubblico commodo e ornamento», incarnando pienamente, sia nella sua veste episcopale sia in quella parlamentare, l’ideale del «buon governo teocratico».</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">A Palermo, gli arcivescovi primati – tra cui il madrileno José Alfonso Meléndez –</hi><hi rend="CharOverride-1"> e i benedettini partenopei come Domenico Rosso e Colonna, insieme a figure eminenti quali Serafino Filangeri e Marcello Papiniano Cusani (presidenti del Regno) si imposero come sostenitori del rinnovamento ecclesiale e civile, promuovendo una concezione dell’intellettuale credente quale agente attivo di trasformazione storica. Cusani, in particolare, incarnò una figura-chiave nel dialogo con le élite illuministe presenti a Napoli: le sue competenze in materia di «Istoria Civile» lo resero interlocutore privilegiato di pensatori quali Vico, Capasso, Giannone, Galiani, Tanucci, Fragianni, Genovese e Caracciolo.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">In qualità di arcivescovo primate e vicario del Regno a Palermo, Papiniano si inserì con autorevolezza nel dibattito sui concordati, interrogandosi sul delicato equilibrio tra il primato dello Stato e l’autonomia della Chiesa nella Sicilia legaziale. Pur riconoscendo la supremazia petrina, egli si adoperò strenuamente per salvaguardare i privilegi, gli istituti e le prerogative giuridico-regaliste della Chiesa siciliana, partecipando attivamente al più vasto processo di riforma etico-civile e religiosa in atto nell’Europa dell’epoca. Figura di spicco dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">Accademia muratoriana del «Buon Gusto», Papiniano contribuì a rinsaldare il nesso tra fede, erudizione e gusto classico, esaltando il valore educativo della cultura ecclesiastica illuminata.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nel contesto palermitano, casate di orientamento riformista come i Di Blasi e i Castelli e Torremuzza diedero impulso a una nuova leva di prelati e intellettuali destinati a segnare profondamente la scena ecclesiastica siciliana. Tra questi, Gabriello Di Blasi, benedettino, fu elevato alla cattedra episcopale di Messina e, insieme a Francesco Testa e a Salvatore Ventimiglia a Catania, sostenne la pubblicazione di opere educative e formative in lingua siciliana, con l’intento di rendere più accessibile la dottrina cristiana e favorire un’alfabetizzazione di base del popolo.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">A Cefalù, Gioacchino Castelli e Torremuzza operò in sinergia con altri confratelli vescovi per affermare, in contrapposizione al modello gesuitico, i diritti e l’autonomia della Chiesa siciliana, rafforzando un’ecclesiologia ispirata a criteri di responsabilità territoriale e partecipazione culturale.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Infine, ad Agrigento (Girgenti), Andrea Lucchesi Palli, tra i più eminenti </hi><hi rend="italic">rischiarati</hi><hi rend="CharOverride-1">, si distinse per il suo mecenatismo e il costante impegno nel campo del welfare e della promozione culturale. Con «cò miei denari […] del mio patrimonio», egli fondò la Biblioteca Lucchesiana, destinandola al popolo per favorirne l’accrescimento nella fede e nella scienza. Membro attivo dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’Accademia panormita del «Buon Gusto» e in costante dialogo con numerose accademie italiane ed europee, Lucchesi Palli rappresentò una delle espressioni più alte del connubio tra aristocrazia illuminata, cultura erudita e spirito evangelico.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">A Santa Lucia del Mela, il prelato-abate Carlo Santacolomba si affermò come figura di primo piano all’interno delle Accademie degli Ebrii Anopei e degli Aretusei, contribuendo significativamente al dibattito culturale isolano e inserendosi, con autorevolezza, nei circuiti della riflessione intellettuale settecentesca. La sua partecipazione a tali cenacoli accademici testimonia un intenso impegno nella promozione di una cultura ecclesiastica dialogante, tesa a coniugare erudizione classica e istanze di riforma.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Contemporaneamente, a Catania, il palermitano Salvatore Ventimiglia – formatosi sotto l’episcopato di Pietro Galletti e ultimo inquisitore del Regno – si impose come uno dei principali interpreti e promotori delle istanze riformiste in Sicilia. Allievo diretto di Marcello Papiniano Cusani e stretto collaboratore di Leonardo Gambino, Giovanni Agatino De Cosmi e Francesco Recupero, Ventimiglia fu portavoce di un episcopato ispirato a criteri di zelo pastorale, frugalità nei costumi e continenza personale. Tale stile di governo ecclesiastico, profondamente radicato in un ethos </hi><hi rend="CharOverride-1">‘illuminato’, trovò talora ostacoli e resistenze, ma seppe influire in modo duraturo tanto sull’assetto urbano quanto sul pensiero accademico e teologico della città etnea.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nel contesto del Seminario e dell’Ateneo riformato, fu lo stesso Ventimiglia a chiamare all’insegnamento figure d’eccellenza quali Leonardo Gambino e Giovanni Agatino De Cosmi, contribuendo alla riorganizzazione dell’offerta formativa e alla diffusione di un sapere sistematico e razionale, ispirato al metodo critico-moderno. Sempre a Catania, Ventimiglia introdusse, alla maniera di Bossuet</hi><hi rend="CharOverride-1">, un catechismo «disposto in lingua siciliana», la cui formulazione suscitò alquanto dibattito, ma rappresentò un modo audace di rendere accessibile al popolo una teologia essenziale, partecipativa e inculturata. La donazione della sua biblioteca personale allo </hi><hi rend="italic">Studium Generale</hi><hi rend="CharOverride-1"> coronò il suo impegno per la promozione di un sapere condiviso, accessibile e radicato nella comunità ecclesiale e civile.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Con Corrado Maria Deodato Moncada, si giunge, tra momenti di tensione e fasi di progressiva normalizzazione, alla conclusione di una stagione caratterizzata da fervore riformatore e da una vivace sperimentazione pastorale, teologica e culturale. La parabola di tale esperienza, pur segnando una cesura rispetto alle fasi precedenti, lascia in eredità strutture e orientamenti destinati a incidere sulla lunga durata.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">A questo fervore intellettuale contribuì in modo determinante anche un clero prelatizio, regolare e secolare – dai Domenicani agli Scolopi, dai Teatini ai Benedettini – che condivise e promosse l’</hi><hi rend="CharOverride-1">assunto fondamentale secondo cui «religione e Ragione, bellezza e pubblica utilità» dovevano costituire i poli dialettici del rinnovamento ecclesiale. Anche in Sicilia, essi furono in grado di recepire e rielaborare criticamente i risultati del metodo storico-critico maturato nell’Europa seicentesca e primo-settecentesca (Rosa 2006, 98), traducendone gli esiti nei contesti specifici dei claustri, dei seminari, dei collegi e delle accademie ecclesiastiche. Tale elaborazione contribuì alla costruzione di un sistema formativo rinnovato, volto a garantire «una più adeguata formazione intellettuale di nobili e di civili» (Giarrizzo 1967, 590), obiettivo che ancora oggi alimenta un vivo dibattito nella storiografia sulle riforme ecclesiastiche nell’Italia meridionale.</hi></p></div><div><head>5. E la Catania del clero <hi rend="italic">éclairé</hi></head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">A Catania, i Benedettini – già riuniti in Signoria fin dal XI</hi><hi rend="CharOverride-1">V secolo – si distinsero, nella prima età moderna, nella riflessione per le nuove idee e per l’attenzione alle nuove idee e per la sensibilità verso le istanze di riforma «dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> basso» della Chiesa, traendo nuove ragioni dal movimento dei </hi><hi rend="italic">catholiques éclairés</hi><hi rend="CharOverride-1"> e partecipando da protagonisti alle sfide poste dal riformismo religioso e culturale di matrice illuminista. I loro claustri continuarono a configurarsi come centri pulsanti di elaborazione e trasmissione del pensiero, veri e propri laboratori intellettuali in cui si confrontavano tensioni innovatrici e fedeltà legaziale alla dottrina.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">In tale contesto si colloca</hi><hi rend="CharOverride-1"> il soggiorno del mantovano Benedetto Fontanini, autore del celebre Del Beneficio di Giesu Christo, che trovò nei claustri etnei un ambiente fertile per affinare le proprie riflessioni e confrontarsi con le ardite dottrine di frà Giorgio Rioli, detto «il Siculo». Quest’ultimo, esponente di un cristianesimo egeano di ispirazione erasmiana, fu tra i principali animatori del cosiddetto «terzo partito», orientato alla riconciliazione delle diverse anime della cristianità. La sua parabola, iniziata sotto gli auspici del Concilio di Trento – le cui prime sessioni lo videro partecipe – si concluse però tragicamente, dopo una dura sconfitta dottrinale destinata a lasciare un’impronta duratura nella storia della riforma cattolica</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Al Kalak 2022, 455)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_35.html#footnote-002">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Tra i monaci benedettini catanesi, distintisi per cultura e apertura mentale, emersero figure di abati, priori e studiosi di prim’ordine: filosofi, storici e naturalisti come Vito Maria Amico Statella, Placido Scammacca, Bartolomeo D’Alessandro e Michele Rizzari. Questi intellettuali, sostenuti dalle élites cittadine, contribuirono in maniera decisiva alla ricostituzione dell’identità estetico-culturale della città, dopo le catastrofi naturali e le crisi sociali. Fu sotto la loro guida che si svilupparono</hi><hi rend="CharOverride-1"> più gabinetti di conversazione, strumenti privilegiati di circolazione del sapere, e si allestì un Museo benedettino – speculare al celebre Museo Biscariano – concepito come espressione di pubblica utilità, decoro e prestigio cittadino. Attraverso il ripristino monumentale e l’estensione scientifica delle collezioni, essi ridiedero vigore alla Biblioteca monastica, restituendo alla grande Catania «vita, etica ed estetica».</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">A questi si affiancarono esponenti del ceto colto urbano, tra cui Giovanni Andrea e Giuseppe Antonio Paternò, Francesco Perremuto, Niccolò Riccioli e Michelangelo Tedeschi, impegnati come Lettori nello Studio catanese, mentre figure come Roberto La Rocca, Bartolomeo Alessi e altri sodali accademici si dedicarono al dibattito su temi di rilevanza economica e sociale, quali il riordino fondiario, le colture sperimentali e la tutela dei «privilegi del socialismo ecclesiastico».</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">All’</hi><hi rend="CharOverride-1">interno di questo panorama, i </hi><hi rend="italic">catholiques éclairés</hi><hi rend="CharOverride-1"> catanesi trovarono due tra i loro massimi interpreti nei monaci Romualdo Marco Rizzari (Sanfilippo 2019, 37-46) e Vincenzo Maria Tedeschi (Sanfilippo 2021, 29-45), autentiche incarnazioni dello «spirito del secolo di luce». Il primo, filosofo e matematico di formazione palermitana, si distinse già nella Prolusione ai nobili Pisani del Collegio cittadino (1735) per la sua visione lucida e modernizzatrice. Superata l’emergenza sismica, Rizzari assunse il titolo di pubblico professore delle matematiche nell’Università di Catania, ponendosi come figura chiave nel riassetto dell’Ateneo e contribuendo a trasformarlo in un autentico centro di lumi per la città etnea, anticipando in parte le scelte pastorali del vescovo Ventimiglia.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">L</hi><hi rend="CharOverride-1">’importanza della sua scuola fu sottolineata già dai contemporanei: Domenico Calogerà ne lodò «i frequenti pubblici esperimenti all’Accademia, le dimostrazioni da lui in quelle fatte», mentre Carmelina Naselli lo avrebbe ricordato quale primo titolare della cattedra di matematiche nello Studio di Catania e, per dirla con lessico moderno, preside della nascente facoltà filosofica. Intellettuale poliedrico, oratore apprezzato e perito stimato, Rizzari fu interpellato da diversi prelati esponenti del riformismo ecclesiastico.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Consapevole delle insidie della modernità, ma attento anche alle sue potenzialità, Rizzari si pose l’obiettivo di coniugare armonicamente religione, cultura e scienza, anticipando tematiche riprese dalle proposizioni e le costituzioni del Concilio Ecumenico Vaticano II. All’interno dello Studio, delle accademie e dei collegi, sostenne con vigore l’</hi><hi rend="CharOverride-1">obbligo del clero a essere colto e credibile, non solo sul piano religioso ma anche educativo e civile, delineando una condizione ecclesiastica concepita come «educativa…, redentiva dell’umanità… nell’assunzione di uno status dirigente all’interno di una società di ordini strutturata» (Bentivegna 1999, 80).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Antonio Mongitore, nella Concordia Benedettina, riconosce in Romualdo Marco Rizzari il campione del primato della regia monarchia sulle ingerenze e le pretese della Curia romana, individuandolo come promotore di una «nuova coscienza sulla natura della Chiesa e dello Stato», ispirata a una profonda riforma degli ecclesiastici e a una rinnovata stagione culturale. Rizzari è ormai riconosciuto a livello nazionale quale protagonista del «cattolicesimo illuminato» nella Catania del Settecento, e pochi mesi prima della sua morte la sua figura riceve piena legittimazione attraverso la biografia pubblicata da Domenico Demetrio Calogerà nelle </hi><hi rend="italic">Nuove Memorie per servire all’Istoria letteraria</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_35.html#footnote-001">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Epigono catanese di questo secolo </hi><hi rend="italic">éclairé</hi><hi rend="CharOverride-1"> è Vincenzo Maria Tedeschi, monaco benedettino appartenente a un antico casato siculo-alemanno che annovera tra i suoi membri numerosi intellettuali e prelati, attivi in diverse accademie e sodalizi culturali, come i Gioviali e i Cassinesi. Primo professore tra i ternati dello Studio etneo, fu eletto a vita dopo il concorso del 1788 per la cattedra di Teologia dogmatica e Storia ecclesiastica dell’Università di Catania, tenutosi a Napoli per «sovrano comando», nello stesso anno in cui in Sicilia prendevano avvio le istruzioni tanucciane per la promozione dei professori perpetui, secondo il piano di Agostino De Cosmi (Tufano 2018, 29 e sgg). Tale riforma segnò l</hi><hi rend="CharOverride-1">’apertura di nuove prospettive per i religiosi accademici, offrendo loro riconoscimento istituzionale e stabilità nel percorso universitario.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Tedeschi privilegiò il ruolo dell’Università e delle accademie quali luoghi di fecondo dialogo tra fede e cultura, proseguendo un percorso tracciato dai suoi confratelli nel tentativo di colmare la frattura che aveva segnato la prima età moderna. Come Rizzari, egli attribuiva alla matematica un ruolo propedeutico alla filosofia e alla teologia, e considerava le arti e l’estetica come espressioni di un’architettura concettuale complessa, paragonabile alle Variazioni Goldberg di Bach: un sistema armonico e razionale capace di riflettere la struttura del pensiero teorico.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Educato alla scuola della sapienza monastica, Tedeschi non temeva il confronto con le dottrine moderne, anzi, rivendicava con forza il primato della libertà di apprendimento contro ogni forma di pregiudizio ideologico. In tale prospettiva, elaborò un piano didattico innovativo per le scuole cittadine, introducendo le dottrine di Leibniz, Newton, Locke e Wolff, ritenute «piacevoli» e feconde, anticipando in tal modo gli orientamenti pedagogici che sarebbero stati formalizzati dai rettori Luigi Corvaja e Giovanni Battista Cafici per il Collegio dei Nobili – Convitto Cutelli.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Come molti suoi confratelli attivi in diverse regioni d’Europa, Tedeschi partecipò con intensità alla repubblica delle lettere, confrontandosi con le tensioni e le sfide del proprio tempo, e animando il vivace dibattito culturale, religioso e civile su questioni di capitale rilevanza. Tra i cattedratici cassinesi, prese posizione contro la scolastica gesuitica ancora dominante nelle istituzioni educative cittadine, rivendicando per il monachesimo benedettino un primato culturale e accademico tanto in Italia quanto in Europa.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Espressione eminente della «imponente attività letteraria e scientifica» fiorita nel claustro etneo (Naselli 1930, 305-9)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Tedeschi riuscì a imporre il modello «Solito» napoletano – già adottato in altri atenei del Regno – per la regolamentazione della vita accademica, definendo con chiarezza diritti, doveri e prerogative dei cassinesi nel contesto universitario. Tale modello favorì in breve tempo la stabilità e l’avanzamento di numerose carriere ecclesiastiche e accademiche, come quelle di Gregorio Barnaba La Via, Luigi Corvaja e Francesco Tornabene.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Attorno a Tedeschi un cenacolo confratelli ed eruditi – tra cui Emiliano Guttadauro, Tommaso Anzalone, Giacomo Maggiore, Giovanni Francesco Corvaia, Giovanni Battista Cafici, Saverio Landolina e altri</hi><hi rend="CharOverride-1"> – promotori di una rinascita culturale che investì l’intera Sicilia orientale. Le accademie da loro animate si distinsero per la vitalità delle proposte, per la capacità di aggiornare gabinetti, gallerie e programmi di studio, e per il contributo al riformismo della monarchia amministrativa. Fondamentale fu il ruolo giocato nel dialogo tra fede e scienza, che si impose nei primi anni dell’Ottocento come una delle principali direttrici del rinnovamento intellettuale.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">In questo fervido </hi><hi rend="italic">milieu</hi><hi rend="CharOverride-1"> si affermarono la svolta vulcanologica e naturalistica degli studi, la riforma universitaria, la nascita di nuovi periodici e – non ultimo – la fondazione dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’Accademia Gioenia di Scienze Naturali, che divenne una tappa imprescindibile per i viaggiatori del nuovo </hi><hi rend="italic">Grand Tour</hi><hi rend="CharOverride-1"> scientifico (Sanfilippo 2018, 347-50).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Mentre il resto del continente europeo veniva travolto dalle tensioni rivoluzionarie del fatidico 1789, il Regno di Sicilia – pur ‘protetto’ e costantemente sollecitato dagli equilibri mediterranei – si mostrava capace di resistere agli urti d</hi><hi rend="CharOverride-1">’oltralpe, forte dei suoi ordinamenti vetero-parlamentari e del dinamismo delle città universitarie. Tra queste, Catania si distinse per la vitalità del suo Ateneo e delle sue accademie, che proseguivano l’opera di modernizzazione culturale, selezione delle élites urbane e reclutamento dei docenti.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">In questo tempo di transizione, per alcuni ‘sospeso’, in cui ultra farum sembrava spirare un’altra aria, Vincenzo Maria Tedeschi celebrava, nella sua prolusione per l</hi><hi rend="CharOverride-1">’apertura dell’Anno Accademico 1795-96 del Siculorum Gymnasium, la pienezza di quella che egli stesso definiva la «rivoluzione della luce». Il suo discorso si configurava come un solenne elogio del dinamismo culturale dell’Ateneo etneo e delle sue accademie, ritenute all’avanguardia nei processi di innovazione del sapere e nell’affermazione della primogenitura cassinese per antichità, meriti e ordinamenti.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Il vivace scenario descritto, di una Sicilia in un mezzogiorno mediterraneo «aperto» prelude al primo flusso dei classicisti del Grand Tour,</hi><hi rend="CharOverride-1"> di questi «Chierici vaganti» lo spagnolo Ignacio de Luzán Claramunt y Guerra</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_35.html#footnote-000">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Letterato, linguista e diplomatico, Luzán, per come incarna nel suo agire il dialogo e la veicolazione delle idee tra la società spagnola, italiana e nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> Sicilia del XVIII secolo, ne esprime quasi l’essenza di questo studio. Giunto nella penisola al seguito delle missioni diplomatiche della propria famiglia, riceve la sua prima formazione a Napoli, dove assimila gli stimoli intellettuali di Giovanni Battista Vigo; per proseguire i suoi studi a Milano e presso l’Accademia Carolina di Palermo, per poi conseguire, nel 1727, il dottorato in giurisprudenza all</hi><hi rend="CharOverride-1">’Università di Catania.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Da diplomatico a Parigi, entra in contatto con l’ambiente culturale dei Benedettini di Port-Royal, dei quali fa propri alcuni principi dottrinali. Tornato in patria, noto con l’epiteto di «El Peregrino» a Madrid ricopre prestigiosi incarichi: è accademico, poeta del Buen Gusto e maestro tesoriere della Biblioteca Reale.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">La sua opera principale, </hi><hi rend="italic">La Poética</hi><hi rend="CharOverride-1">, riflette una visione riformatrice dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">attività critico letteraria e culturale, elaborata in chiave italiana e ispirata all’esempio muratoriano. In essa, Luzán offre un’originale declinazione iberica del pensiero illuminista europeo a trazione mediterranea.</hi></p></div><div><head>Bibliografia</head><p rend="bib_indx_bib">Al Kalak, Matteo. 2022. “In cerca di identità. L’ordine benedettino al Concilio di Trento.” In <hi rend="italic">Dalla riforma di S. Giustina alla Congregazione cassinese. Genesi, evoluzione e inondazione di un modello monastico europeo (sec. XV-XVI)</hi>, a cura di Elisa Furlan, e Francesco G. B. Trolese, 453-66. <hi>Cesena: Centro Storico benedettino italiano</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi>Appolis, Émile. 1960</hi><hi rend="italic">. Entre Jansénistes et Zelanti: le «Tiers Parti» catholique au XVIIIe siècle</hi><hi>. Paris: A. et J. Picard.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">Battistini, Andrea, Griggio Claudio e, Renzo Rabboni. 2011. <hi rend="italic">La Repubblica delle lettere, il Settecento italiano e la scuola del secolo XXI</hi>, Atti del Congresso internazionale. Pisa-Roma: Fabrizio Serra Editore.</p><p rend="bib_indx_bib">Bentivegna, Giuseppe. 1999. <hi rend="italic">Dal riformismo muratoriano alle filosofie del Risorgimento. Contributi alla storia intellettuale della Sicilia</hi>. Napoli: Guida Editori.</p><p rend="bib_indx_bib">Calogerà, Domenico D. 1759. <hi rend="italic">Nuove Memorie per servire all’Istoria letteraria</hi>, V. I, Venezia:</p><p rend="bib_indx_bib">Cantimori, Delio. 2002. <hi rend="italic">Eretici italiani nel Cinquecento</hi>. 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A proposito delle Scuole Pie dei Padri Scolopi di Adernò.” <hi rend="italic">Archivum Scholarum Piarum</hi> 40: 109-17.</p><p rend="bib_indx_bib">Musumarra, Carmelo. 1991. <hi rend="italic">Domenico Tempio e l’</hi><hi rend="italic">illuminismo in Sicilia</hi>, Atti, Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale, Palermo: Palumbo.</p><p rend="bib_indx_bib">Narbone, Alessio. 1851. <hi rend="italic">Bibliografia sicula sistemica o Apparato metodologico alla Storia letteraria della Sicilia</hi>, Palermo: Giovanni Pedone.</p><p rend="bib_indx_bib">Naselli, Carmelina. 1930.<hi rend="italic"> Letteratura e scienza nel Convento Benedettino di S. Nicolò l’Arena di Catania</hi>, Catania: Tip. Zuccarello &amp; Izzi.</p><p rend="bib_indx_bib">Nicoletti, Fabrizio.1993. <hi rend="italic">L’immagine dell’antico. La vicenda storico</hi><hi rend="italic"> – archeologica a Caltagirone</hi>. In Bollettino, S.C.S.P.C. V.2. 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					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="xml_35.html#footnote-003-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-5">	</hi><hi rend="italic">Tradizione e rinnovamento nella Sicilia nell’età dei Borbone tra Sette e Ottocento</hi><hi rend="CharOverride-6">. </hi><hi rend="CharOverride-5">Dalle pubblicazioni quali</hi><hi rend="CharOverride-6"> </hi><hi rend="italic">La cultura scientifica nella Sicilia Borbonica</hi><hi rend="CharOverride-5"> a cura di Domenico Ligresti, e ancora Domenico Ligresti e Luigi Sanfilippo </hi><hi rend="italic">Progresso scientifico nella Sicilia dei Borbone</hi><hi rend="CharOverride-5">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="xml_35.html#footnote-002-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-5">	</hi><hi rend="CharOverride-5">Sulla storiografia prodotta su questo tempo si rimanda agli studi di Delio Cantimori, Emile Appolis, Carlo Ginzburg e Adriano Prosperi.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="xml_35.html#footnote-001-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-5">	</hi><hi rend="CharOverride-5">Domenico D. Calogerà 1759, 285-389; in seguito una nota di Antonio Zaccaria viene pubblicata sugli </hi><hi rend="italic">Annali letterari d’Italia</hi><hi rend="CharOverride-5">,</hi><hi rend="italic"> Elogi</hi><hi rend="CharOverride-5">…, Romualdo Maria Rizzari di Caltanissetta, Cassinese, III, Modena, 1764, pp. 504-505; a seguire una </hi><hi rend="italic">Voce</hi><hi rend="CharOverride-5"> riportata sul </hi><hi rend="italic">Nuovo Dizionario Istorico</hi><hi rend="CharOverride-5">, Compendio XVII, Bassano, 1789, p. 82.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="xml_35.html#footnote-000-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-5">	</hi><hi rend="CharOverride-5">Saragoza 1702-1754 Madrid. Segnalatomi da Mario Alberghina dell’Accademia Gioenia che ringrazio così come Antonio Mursia.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Luigi Sanfilippo, University of Catania, Italy, <ref target="mailto:ginosanfilippo60@gmail.com">ginosanfilippo60@gmail.com</ref>, <ref target="https://orcid.org/0009-0009-6933-7414">0009-0009-6933-7414</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Luigi Sanfilippo, <hi rend="italic">La Sicilia ‘rischiarata’. L’incidenza del clero illuminato nelle accademie catanesi del XVIII secolo,</hi> © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.35">10.36253/979-12-215-0989-2.35</ref>, in Niccolò Guasti, Cinzia Recca, Mónica Bolufer Peruga, Fernando Durán López (edited by), <hi rend="italic">Accademie e luoghi del sapere tra Italia e Spagna nel lungo Settecento. Scienze, arti, letteratura, politica e sociabilità / Academias y lugares del saber en el largo siglo XVIII entre Italia y España. Ciencias, artes, literatura, política y sociabilidad</hi>, pp. -387, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0989-2, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2">10.36253/979-12-215-0989-2</ref></p></div></div>
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
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