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        <title type="main" level="a">Introduzione</title>
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            <forename>Luca</forename>
            <surname>De Curtis</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Libri greci e greco-copti nel monachesimo egiziano</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0960-1</idno>) by </resp>
          <name>Luca De Curtis</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.02</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>This introduction explores the relationship between books, writing, and ascetic practice in late antique Egyptian monasticism, with a focus on the circulation of Greek and Greco-Coptic bilingual manuscripts in monastic communities.</p>
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            <item>Egyptian monasticism</item>
            <item>Coptic manuscripts</item>
            <item>scribal practice</item>
            <item>late antiquity</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.02<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.02" /></p>
<div><head>Introduzione</head><p rend="text">L’atteggiamento ambivalente, nella tarda antichità, dei cristiani nei confronti della cultura scritta è stato profondamente indagato, sotto vari aspetti, ormai da generazioni di studiosi, che hanno individuato nel IV secolo il momento di svolta in cui, a seguito dell’editto con il quale nel 313 Costantino pone fine alle persecuzioni, il cristianesimo diventa, anche materialmente, una vera e propria «Religion of the Book»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-035">1</ref></hi></hi>. La produzione libraria esplode anche a seguito della creazione di centri di copia legati alle più importanti sedi episcopali<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-034">2</ref></hi></hi> e al fiorire della letteratura patristica, la cui diffusione doveva essere affidata a scribi esperti, in grado di garantire la correttezza filologica (e quindi l’ortodossia) delle copie rispetto all’originale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-033">3</ref></hi></hi>. Le opere patristiche e, soprattutto, le Sacre Scritture sono lette in modo intensivo e reiterato, finalizzato alla meditazione e alla fissazione nella memoria, e per questo la lettura è, nella maggior parte dei casi, silenziosa o al massimo appena sussurrata. Tale modalità è indicata dalle fonti attraverso due termini che, a questo punto, si potrebbero a ragione definire tecnici, vale a dire <hi rend="CharOverride-2">μελητᾶ</hi><hi rend="CharOverride-2">ν</hi> e il suo corrispettivo latino <hi rend="italic">meditari</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-032">4</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Un ruolo assolutamente centrale fu giocato dal movimento monastico<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-031">5</ref></hi></hi>. Un certo Apollonio, citato dalla <hi rend="italic">Historia Lausiaca</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-030">6</ref></hi></hi>, divenne monaco in un’età troppo avanzata per imparare un qualsiasi lavoro manuale (<hi rend="CharOverride-2">τέχνη</hi>), tantomeno a scrivere. Decise allora di supplire a questa sua mancanza dedicandosi alla cura dei confratelli malati, andando personalmente ad Alessandria (dal monte Nitria dove aveva intrapreso la vita eremitica) a comprare, di propria tasca, medicine e qualsiasi genere di prodotto ogni volta che ce ne fosse bisogno.</p><p rend="text"> Si capisce bene perché Palladio, nel raccontare l’esperienza di quest’uomo, alluda alla scrittura con l’espressione <hi rend="CharOverride-2">ἄσκησις</hi> <hi rend="CharOverride-2">γραφική</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-029">7</ref></hi></hi>: la pratica ascetica rappresentata dalla trascrizione/meditazione della Sacra Scrittura, preclusa ad Apollonio, viene sostituita e in parte compensata dalla carità cristiana nei confronti dei malati. </p><p rend="text">Il rapporto fra scrittura, preghiera e ascesi è esplicitato in modo esemplare da Cassiodoro<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-028">8</ref></hi></hi>. Parlando degli <hi rend="italic">antiquarii</hi> egli scrive:</p><quote rend="quotation_b"><hi rend="italic">ego tamen fateor votum meum,</hi><hi rend="italic"> quod inter vos quaecumque possunt corporeo labore compleri, antiquariorum mihi</hi><hi rend="italic"> studia, si tamen veraciter scribant, non immerito forsitan plus placere,</hi><hi rend="italic"> quod et mentem suam relegendo Scripturas divinas salutariter instruunt et</hi><hi rend="italic"> Domini praecepta scribendo longe lateque disseminant. Felix intentio, laudanda sedulitas,</hi><hi rend="italic"> manu hominibus praedicare, digitis linguas aperire, salutem mortalibus tacitum dare,</hi><hi rend="italic"> et contra diaboli subreptiones illicitas calamo atramentoque pugnare. Tot enim</hi><hi rend="italic"> vulnera Satanas accipit, quot antiquarius Domini verba describit. […] Arundine</hi><hi rend="italic"> currente verba caelestia describuntur, ut, unde diabolus caput Domini in</hi><hi rend="italic"> passione fecit percuti, inde eius calliditas possit extingui. Accidit etiam</hi><hi rend="italic"> laudibus eorum, quod factum Domini aliquo modo videntur emitari, qui</hi><hi rend="italic"> legem suam, licet figuraliter sit dictum, omnipotentis digiti operatione conscripsit</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-027">9</ref></hi></hi>.</quote><quote rend="quotations_quotation_b3">io confesso che, fra tutti i lavori fisici da voi svolti, preferisco, non senza una giusta ragione, quello dei copisti, quando ovviamente scrivono senza errori, poiché essi, leggendo le divine Scritture, istruiscono in maniera salutare la loro mente e scrivendo seminano in lungo e in largo gli insegnamenti del Signore. Santa attività, lodevole occupazione quella di predicare agli uomini con la mano, parlare con le dita, elargire la salvezza ai mortali senza parlare e combattere contro le illecite insidie del diavolo con penna e inchiostro. Satana, infatti, riceve tante ferite quante sono le parole del Signore scritte dal copista […]. Con la canna che scorre vengono scritte le parole divine, di modo che con lo stesso strumento con cui il diavolo fece percuotere durante la passione la testa del Signore, possa essere sconfitta la sua astuzia. I copisti sono degni di lode anche perché sembrano imitare in un certo modo l’azione del Signore che scrisse – sebbene sia stato detto in senso figurato – la sua legge col dito onnipotente<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-026">10</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Per Cassiodoro, i copisti non solo scrivono, ma attraverso la trascrizione della Parola di Dio <hi rend="italic">mentem suam</hi> […] <hi rend="italic">salutariter</hi> <hi rend="italic">instruunt</hi>. La lettura intensiva è qui sovrapposta alla scrittura, al punto che non sono più operazioni distinte<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-025">11</ref></hi></hi>. L’utilità pratica di copiare la Scrittura per diffonderne il messaggio di salvezza, si fonde con la lettura meditativa finalizzata a fare proprio quel messaggio, e quindi a salvare la propria anima. In altre parole, il copista viene presentato allo stesso tempo come un asceta che medita la Parola e come un evangelizzatore che, trascrivendo quella stessa Parola, la diffonde senza muoversi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-024">12</ref></hi></hi>. Perciò il suo lavoro è a buon diritto <hi rend="italic">felix intentio</hi>, dove l’aggettivo è forse da intendere in senso etimologico, “fertile sforzo” in quanto dà vita, e la sua <hi rend="italic">sedulitas</hi> è degna di lode. Scrivere diventa una vera e propria lotta (è pregnante l’uso del verbo <hi rend="italic">pugnare</hi>) contro Satana, che <hi rend="italic">tot</hi> […] <hi rend="italic">vulnera</hi> […] <hi rend="italic">accipit, quot </hi><hi rend="italic">antiquarius Domini verba describit</hi>. Ed ecco che la <hi rend="italic">arundo</hi> con cui Satana ha colpito Cristo durante la passione, diventa il calamo con cui diffondere la Parola che ne smaschera gli inganni. Addirittura, i copisti sembrano agire nello stesso modo in cui agì Dio, quando scrisse col proprio dito le tavole della Legge, secondo quanto narrato in Es 31, 18 («<hi rend="italic">duas tabulas testimonii lapideas scriptas digito Dei</hi>»). L’audace accostamento fa dello scrivere quasi un atto divino, o almeno non estraneo all’attività di Dio. </p><p rend="text">Insomma, per i cristiani copiare libri (sacri o di contenuto edificante) non è un lavoro riprovevole adatto soltanto agli schiavi ed impensabile per un uomo libero, com’era stato per il mondo pagano greco-romano. Al contrario, scrivere è, come si è detto, una forma efficace di preghiera e allo stesso tempo un’opera di evangelizzazione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-023">13</ref></hi></hi>. Eppure, la copia di libri nel monachesimo tardoantico e ai confini del Medioevo resta innanzitutto, secondo la definizione data da Marco Diacono<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-022">14</ref></hi></hi>, <hi rend="CharOverride-2">ἐργόχειρον</hi>, prodotto artigianale derivato da un’attività lavorativa al pari di intrecciare corde, fabbricare canestri o produrre tessuti, merce di scambio con cui guadagnarsi da vivere<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-021">15</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Dopotutto, per il monaco non era necessario possedere libri per la propria ascesi. È notissimo l’esempio di Antonio, il cui ascolto attento della Scrittura gli consentiva di non lasciarne cadere nemmeno una parola, al punto da “avere la memoria al posto dei libri” («<hi rend="CharOverride-2">αὐτ</hi><hi rend="CharOverride-2">ῷ</hi> <hi rend="CharOverride-2">τὴν</hi> <hi rend="CharOverride-2">μνήμην</hi> <hi rend="CharOverride-2">ἀ</hi><hi rend="CharOverride-2">ντ</hi><hi rend="CharOverride-2">ὶ</hi> <hi rend="CharOverride-2">βιβλίων</hi> <hi rend="CharOverride-2">γ</hi><hi rend="CharOverride-2">ί</hi><hi rend="CharOverride-2">ν</hi><hi rend="CharOverride-2">ε</hi><hi rend="CharOverride-2">σθαι</hi>»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-020">16</ref></hi></hi>). Ben più utile per la perfezione spirituale è la concreta pratica ascetica, </p><quote rend="quotation_b">preferably under the guidance and supervision of a more experienced person. <hi>Imitating the conduct </hi><hi>and behaviour of others is an important part of this </hi><hi>practice. The right kinds of models of conduct are the </hi><hi>spiritual leaders of holy men, either living or of past </hi><hi>generations whose </hi><hi rend="italic">Lives </hi><hi>were written down in hagiographical text</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-019">17</ref></hi></hi><hi>. </hi></quote><p rend="text">Non stupisce dunque che, in questo contesto, la produzione libraria sia soprattutto di carattere individuale, o al massimo organizzata all’interno di piccoli gruppi di monaci che condividono in primo luogo una scelta di vita, che talvolta può concretizzarsi anche nell’allestimento di codici: </p><quote rend="quotation_b">nel tardoantico, copisti riuniti insieme in un ambito ecclesiastico o monastico costituiscono una comunità di scrittura – animata anche da un medesimo sentire spirituale e cristiano, o religioso <hi rend="italic">tout court</hi> – entro la quale tante volte continuano a scrivere isolatamente, ma talora collaborano pure insieme per realizzare un medesimo progetto librario suddividendosi coerentemente il compito della trascrizione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-018">18</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">Si tratta, è bene sottolinearlo, di esperienze estemporanee, puntuali, dettate da esigenze specifiche e non di strutture istituzionalizzate e magari organizzate sotto la direzione di un maestro destinate a lunga vita (il salto avverrà in realtà cittadine molto più importanti e intellettualmente vive, come la già ricordata Cesarea o Alessandria). </p><p rend="text">All’occorrenza, anche la cella di un monaco può diventare luogo di copia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-017">19</ref></hi></hi>. La «comunità di scrittura», che non è composta da copisti di professione, si riunisce e collabora alla realizzazione di un solo codice, o pochi di più, in base alle proprie necessità, in base ai testi che ha a disposizione ed ovviamente in base alle competenze tecniche di cui si dispone in quel particolare frangente. Il risultato è per lo più un codice realizzato in carta di papiro (generalmente di scarsa qualità, se non addirittura palinsesto), dalla struttura fascicolare non omogenea (oppure a fascicolo unico), vergato da più mani che si alternano talvolta in modo coerente, talvolta in modo inaspettato (almeno per noi). Questi monaci-copisti impiegano per lo più scritture informali, dal <hi rend="italic">ductus</hi> abbastanza corsivo (anche se non mancano tensioni verso una maggiore formalità), di modulo medio-piccolo, finalizzato al massimo sfruttamento della superficie scrittoria (nella stessa direzione vanno la riduzione dei margini e dell’interlinea). Un libro, quindi, senza pretese estetiche, la cui ornamentazione, se presente, si limita a semplicissime linee ornate, eseguite direttamente dal copista con lo stesso inchiostro e con lo stesso calamo con cui è vergato il testo, le quali individuano i titoli o separano le diverse sezioni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-016">20</ref></hi></hi>. Inoltre, un libro prevalentemente miscellaneo, in cui più testi, non raramente scritti anche in lingue diverse, vengono aggregati insieme per lo più secondo un progetto unitario e organico, senza accostamenti casuali dettati dalla volontà di riempire eventuali <hi rend="italic">vacua</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-015">21</ref></hi></hi>. A ragione Paolo Fioretti ha voluto vedere in queste esperienze di «scrittura collettiva» che si verificano «in uno spirito che è comunitario perché cementato dalla fede» i primi germi «del graduale percorso di formazione dello <hi rend="italic">scriptorium</hi>»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-014">22</ref></hi></hi>. Ovviamente, manca ancora una struttura organizzativa del lavoro tale da imprimere ai prodotti librari una <hi rend="italic">facies</hi> grafico-materiale riconoscibile e specifica per ciascun ambiente, struttura che, sempre secondo Fioretti, arriverà alle grandi fondazioni monastiche occidentali dell’Alto Medioevo attraverso la mediazione delle ultime botteghe laiche ancora attive tra IV e VI secolo a Costantinopoli, a Verona, a Ravenna e altrove.</p><p rend="text">Che nel primo monachesimo i libri non abbiano una loro specificità è dimostrato anche dal modo in cui venivano custoditi. Qualora nelle fonti letterarie e documentarie si parli dei luoghi di conservazione dei libri (il che, è bene sottolinearlo, accade assai di rado), si legge che i codici venivano riposti in mensole o, più di frequente, in nicchie scavate nelle pareti delle celle (quindi, non in un luogo preposto a questa funzione) e senza che venga rispettato un ordine. Non solo, ma questa specie di sgabuzzini o ripostigli non era riservata esclusivamente ai libri<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-013">23</ref></hi></hi>. In essi, i codici convivevano con tutta una serie di scritture che noi chiameremmo nel complesso ‘materiale d’archivio’ (documenti, lettere private, contabilità) e addirittura con strumenti d’uso quotidiano. A questo proposito, è ben noto il precetto pacomiano che prescrive di chiudere i libri che vengono riconsegnati la sera <hi rend="italic">in fenestra, </hi><hi rend="italic">id est in risco parietis</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-012">24</ref></hi></hi>, vale a dire in una sorta di rientranza ricavata direttamente nel muro, che si deve immaginare provvista di sportelli e serratura, la stessa <hi rend="italic">fenestra</hi> in cui era custodita la <hi rend="italic">mordax parvula</hi>, da tradurre con parola forse troppo moderna “pinzetta”, preposta <hi rend="italic">ad evellendas spinas</hi> dai calcagni dell’intera comunità<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-011">25</ref></hi></hi>. Ancora una volta, il libro è prima di tutto strumento, oggetto destinato ad un utilizzo pratico, concreto, e in quanto tale può, senza troppi problemi, condividere gli spazi con una altrettanto utile pinzetta, soprattutto per chi ha avuto la sventura di calpestare una spina.</p><p rend="text">Ma per trarre profitto, o meglio <hi rend="CharOverride-2">ὠφέλεια</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-010">26</ref></hi></hi>, dai libri è necessario che qualcuno sappia leggerli. È per questo che le regole pacomiane, ma non solo, dedicano così tanto spazio all’alfabetizzazione dei monaci. In particolare<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-009">27</ref></hi></hi>, si prescrive che i novizi analfabeti siano istruiti da un monaco competente (<hi rend="italic">qui</hi><hi rend="italic"> docere potest</hi>). L’istruzione avviene in modo graduale: il monaco-maestro scrive per il proprio discepolo prima <hi rend="italic">elementa</hi>, poi <hi rend="italic">syllabae</hi>, poi <hi rend="italic">verba</hi> e infine <hi rend="italic">nomina</hi>; successivamente il discepolo viene costretto a leggere, anche se non vuole (<hi rend="italic">et etiam </hi><hi rend="italic">nolens legere compelletur</hi>). I <hi rend="italic">Praecepta</hi> comandano esplicitamente che non vi sia nessuno all’interno del monastero <hi rend="italic">qui non discat litteras</hi> e che non conosca a memoria almeno parte della Sacra Scrittura<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-008">28</ref></hi></hi>. Il minimo stabilito comprende il Nuovo Testamento e tutto il <hi rend="italic">Salterio</hi>.</p><p rend="text_separation">* * *</p><p rend="text">Tuttavia, vi è un aspetto del monachesimo che non è stato ancora sufficientemente indagato: la presenza e la circolazione di libri greci e greco-copti nello specifico contesto del monachesimo egiziano. E se per quanto riguarda i manoscritti greci, come apparirà chiaro, è in genere molto difficile determinarne la provenienza da un ambiente monastico coptofono, manoscritti bilingui sicuramente localizzabili sono noti da almeno due secoli agli studiosi.</p><p rend="text">Infatti, tra i frammenti pergamenacei, provenienti dal Monastero Bianco, che dalla seconda metà del ’700 cominciarono ad affluire a Roma, arricchendo le collezioni del cardinal Stefano Borgia ed ampliando enormemente le conoscenze in materia di letteratura copta in dialetto saidico, alcuni destarono subito un grande interesse e furono tra i primi ad essere pubblicati. Si trattava di tredici fogli articolati su due colonne di scrittura, originariamente parte di un’edizione bilingue greco-saidica del <hi rend="italic">Vangelo di Giovanni</hi>, in cui testo greco e versione copta erano disposti in modo tale da avere, ad apertura di codice, sulla pagina di sinistra il brano greco e sulla pagina di destra la traduzione in saidico della medesima sezione. Modernamente, potremmo definirla un’edizione ‘col testo a fronte’. L’impressione che un reperto del genere fece agli occhi dei contemporanei è ben esemplificata da quanto scrive nel 1789 l’editore del frammento, Agostino Antonio Giorgi, nell’introdurre la trascrizione diplomatica dei fogli:</p><quote rend="quotation_b"><hi rend="italic">Quamquam totum </hi><hi rend="italic">hocce Graecum Coptumque Evangelii sancti fragmentum, si rei dignitas et </hi><hi rend="italic">excellentia consideretur, in ebore, in argento, et in auro ipso </hi><hi rend="italic">insculpere oportet, ad eum tamen finem quo mentis nostrae intentio </hi><hi rend="italic">consiliumque spectat, consequendum, ne in aere quidem incidere necesse est. </hi><hi rend="italic">Hoc enim propositum nobis est, ut omnem scripturae speciem, qua </hi><hi rend="italic">in primigenio exemplari fragmentum nostrum exaratum conspicitur, eruditorum hominum oculis </hi><hi rend="italic">spectandam exhibeamus</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-007">29</ref></hi></hi>.</quote><quote rend="quotations_quotation_b3">Benché, se uno considerasse la dignità e l’eccellenza del reperto, sarebbe opportuno cesellare nell’avorio, nell’argento e nell’oro stesso l’intero frammento greco-copto del santo Vangelo, tuttavia per raggiungere quel fine al quale tende l’intenzione e la risoluzione della nostra volontà, non è necessario neppure inciderlo nel bronzo. Questo è infatti il nostro obiettivo, offrire allo sguardo degli eruditi ogni aspetto della scrittura con la quale il nostro frammento risulta vergato nell’originale.</quote><p rend="text">Lo studioso prosegue giustificando dunque l’utilizzo della stampa a caratteri mobili per trasferire fedelmente la «<hi rend="italic">solida et perfecta ipsius fragmenti</hi><hi rend="italic"> imago ad archetypum e vetustissimis ac decoloribus membranis in candidas</hi><hi rend="italic"> hasce simplicesque chartas</hi>»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-006">30</ref></hi></hi>. Fin dalla fine del ’700 dunque gli eruditi e gli orientalisti che si interessano di lingua e letteratura copta devono confrontarsi con frammenti bilingui, tanto più che nelle collezioni del cardinale vengono individuati altri 8 fogli, questa volta con brani del <hi rend="italic">Vangelo di Luca</hi>, riferiti al medesimo codice dal quale provengono i frammenti giovannei. </p><p rend="text">Nel corso dell’800 il numero di frammenti bilingui conosciuti aumenta considerevolmente<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-005">31</ref></hi></hi>, ma si deve attendere l’inizio del ’900 perché compaia un nuovo lavoro interamente dedicato ad un gruppo abbastanza consistente di fogli greco-copti. Nel 1912, infatti, Joseph Michael Heer pubblicò i cinque fogli che costituiscono il manoscritto 615 dell’Universitätsbibliothek di Freiburg, originariamente parte di un lezionario bilingue dei <hi rend="italic">Vangeli</hi>, con le pericopi disposte una di seguito all’altra (prima in greco e poi in copto), in gran parte conservato oggi presso la Morgan Library &amp; Museum di New York (M 615)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-004">32</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-3">[25]</hi>. Lo studioso<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-003">33</ref></hi></hi> fu il primo a valutare, confrontando tra di loro i diversi manoscritti pubblicati fino a quel momento, il modo in cui greco e copto si disponevano sulla pagina, arrivando ad ipotizzare per il lezionario di Freiburg un antigrafo in cui le pericopi erano disposte parallelamente su pagine affrontate. Soprattutto, Heer notò che la disposizione delle due lingue in parallelo su pagine affrontate, ciascuna articolata in due colonne di scrittura, tipica dei <hi rend="italic">Vangeli</hi> bilingui greco-copti, non si osservava al di fuori dell’Egitto ed intuì chiaramente il ruolo giocato dalla liturgia dell’Egitto cristiano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-002">34</ref></hi></hi> nella costruzione della particolare <hi rend="italic">mise en page</hi> dei grandi codici greco-copti. </p><p rend="text">Con l’eccezione di singoli studi dedicati a specifici frammenti, si dovrà aspettare la seconda metà del XX secolo per lavori sistematici sui manoscritti bilingui. Il primo, dedicato in particolare ai codici neotestamentari, venne pubblicato nel 1965 da Kurt Treu, il quale implementò le conclusioni di Heer, notando come la <hi rend="italic">mise en page</hi> su due colonne non fosse tipica dei bilingui greco-copti <hi rend="italic">tout court</hi>, ma solo dei manoscritti pergamenacei, mentre i codici papiracei presentavano normalmente il testo a piena pagina. Infine, un paio di decenni dopo, nel 1984, Peter Nagel completò il quadro con un lavoro sui bilingui veterotestamentari e sui lezionari in cui la pericope del <hi rend="italic">Vangelo</hi> è preceduta da un salmo.</p><p rend="text">Negli ultimi decenni sono stati notevolissimi i progressi compiuti nel campo della codicologia copta sia nella ricostruzione delle antiche raccolte librarie monastiche sia nell’individuazione di fogli e frammenti appartenenti, in origine, allo stesso codice, ma che ora si trovano dispersi in diverse collezioni e nella successiva ricomposizione, ovviamente virtuale, del manoscritto originario. Prova ne sia il monumentale catalogo <hi rend="italic">Biblia Coptica: Die koptischen </hi><hi rend="italic">Bibeltexte</hi> curato da Karlheinz Schüssler, il quale cominciò a raccogliere i codici e i frammenti saidici, riuscendo a mettere insieme quasi 800 schede prima della sua improvvisa scomparsa. Attualmente, all’Accademia delle scienze di Gottinga è in corso un ambizioso progetto di edizione critica dell’Antico Testamento copto-saidico, che prevede, ovviamente, un catalogo aggiornato dei frammenti superstiti dei codici che hanno veicolato la traduzione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-001">35</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Tali progressi rendono utile un nuovo studio sistematico sui manoscritti bilingui greco-copti oggi noti che non si limiti soltanto ad un catalogo ragionato, ma che tenti di analizzarne, per quanto possibile, le caratteristiche materiali e paleografiche, con particolare attenzione al modo con cui le due masse testuali, quella greca e quella copta (allargando il discorso anche a dialetti diversi dal saidico), si dispongono sulla pagina (o sulle pagine), e che provi a far dialogare le fonti letterarie e documentarie con i frammenti manoscritti conservati.</p><p rend="text">I codici bilingui greco-copti, inoltre, rappresentano un materiale estremamente interessante dal punto di vista paleografico (benché non ancora sufficientemente esplorato dagli studiosi), perché permettono di seguire lo sviluppo e l’influenza che la scrittura maiuscola greca ebbe in ambiente coptofono. Infatti, come si vedrà, nonostante sia le fonti letterarie, sia quelle documentarie lascino intravedere la presenza di libri greci all’interno delle raccolte librarie monastiche dell’Egitto cristiano, sono in realtà pochi (sostanzialmente soltanto quelli rinvenuti durante scavi archeologici condotti secondo metodologie scientifiche moderne) i frammenti di codici greci, papiracei o pergamenacei, di cui è accertabile la provenienza da un contesto monastico coptofono. Questo problema non si pone, invece, per i manoscritti greco-copti non solo perché prodotti, ovviamente, in ambiente in qualche modo bilingue (almeno dal punto di vista liturgico) come appunto il monachesimo egiziano, ma anche perché, spesso, è possibile riferirli a specifiche raccolte librarie, prima fra tutte quella del Monastero Bianco.</p><p rend="text">Le numerose testimonianze manoscritte qui raccolte, che spaziano dal IV secolo fino agli albori dell’XI secolo, vogliono offrire agli studiosi di paleografia greca (e non solo) un materiale ricco e tuttavia ancora poco frequentato dai non coptologi, sia per lo stato gravemente frammentario dei codici bilingui, sia per la dispersione della bibliografia specialistica<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-000">36</ref></hi></hi>.</p><list rend="numbered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-035-backlink">1</ref></hi> Così <hi rend="CharOverride-4">Rapp</hi> 1991, p. 129. Si veda anche <hi rend="CharOverride-4">Stroumsa</hi> 2014.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-034-backlink">2</ref></hi> Si pensi soltanto alla capacità produttiva e all’organizzazione che doveva avere il centro di copia guidato da Eusebio a Cesarea, se è Costantino stesso a commissionargli la produzione di cinquanta Bibbie <hi rend="CharOverride-2">εὐαν</hi><hi rend="CharOverride-2">άγνωστά</hi> <hi rend="CharOverride-2">τε</hi> <hi rend="CharOverride-2">καὶ</hi> <hi rend="CharOverride-2">πρὸς</hi> <hi rend="CharOverride-2">τὴν</hi> <hi rend="CharOverride-2">χρῆσιν</hi> <hi rend="CharOverride-2">εὐμετακόμιστα</hi>, “ben leggibili e maneggevoli”, per provvedere ai bisogni delle chiese da lui fondate a Costantinopoli (Eus. <hi rend="italic">Vita Cost</hi>. 4.36-37 [= ed. <hi rend="CharOverride-4">Bleckmann</hi> 2007, pp. 450-452; trad. it. <hi rend="CharOverride-4">Franco</hi> 2009, pp. 383-385]; sul passo, ampiamente discusso dagli studiosi, si veda da ultimo <hi rend="CharOverride-4">Grafton</hi>, <hi rend="CharOverride-4">Williams</hi> 2006, pp. 215-221). C’è chi ha voluto vedere nei celebri <hi rend="italic">Codices</hi><hi rend="italic"> Vaticanus</hi> (Vat. Gr. 1209) e <hi rend="italic">Sinaiticus</hi> (London, British Library, Add. 43725) le uniche Bibbie superstiti delle 50 prodotte da Eusebio. Nonostante l’innegabile fascino di questa ipotesi, già <hi rend="CharOverride-4">Cavallo</hi> 1967, pp. 52-63 aveva mostrato come non si potesse andare oltre la semplice suggestione, dal momento che la rigorosa analisi paleografica evidenziò diversi elementi difficilmente compatibili con una datazione ed una localizzazione dei due codici nella Cesarea del 332 (in particolare si veda p. 61 nota 1). Di parere opposto (in particolare sul <hi rend="italic">Sinaiticus</hi>) <hi rend="CharOverride-4">Milne, Skeat</hi> 1938, le cui argomentazioni sono state ultimamente riformulate in <hi rend="CharOverride-4">Skeat</hi> 1999. Sul solo <hi rend="italic">Codex </hi><hi rend="italic">Vaticanus</hi>, si veda il recente <hi rend="CharOverride-4">Versace</hi> 2018, pp. 18-23 e soprattutto p. 21 nota 37, il quale osserva un errore nella numerazione progressiva che segnala la ripartizione delle <hi rend="italic">Epistole paoline</hi> dovuta alla mano B<hi rend="superscript CharOverride-1">3</hi>, da lui collocata nel IV secolo, la quale, evidentemente, sta copiando da un antigrafo in cui le lettere avevano un ordine diverso da quello in cui compaiono nel <hi rend="italic">Vaticanus</hi>. Se B<hi rend="superscript CharOverride-1">3</hi> opera nello stesso <hi rend="italic">scriptorium</hi> in cui venne prodotto il Vat. gr. 1209, come suggerisce Versace, allora l’ipotesi di <hi rend="CharOverride-4">Rahlfs</hi> 1899, che collocava la copia del <hi rend="italic">Codex Vaticanus</hi> in Egitto proprio sulla base della successione di queste lettere, riflessa nell’antigrafo usato da B<hi rend="superscript CharOverride-1">3</hi> e molto simile a quella riportata nella versione saidica della lettera festale di Atanasio che annuncia la Pasqua del 367, potrebbe essere rivalutata positivamente. La distinzione tra B<hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi> e B<hi rend="superscript CharOverride-1">3</hi> proposta da Versace e la loro collocazione nel IV secolo sono state confermate dal <hi rend="CharOverride-4">Grenz</hi> 2022 (soprattutto p. 263). Sulle vicende più recenti che hanno interessato il <hi rend="italic">Codex Vaticanus</hi> si veda ora <hi rend="CharOverride-4">Acerbi, Bianconi</hi> 2022.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-033-backlink">3</ref></hi> Gli stessi scrittori cristiani ricevettero in molti casi un’educazione grafica professionale; si veda, oltre a <hi rend="CharOverride-4">Rapp</hi> 1991, pp. 132-133, almeno <hi rend="CharOverride-4">Boge</hi> 1973, pp. 121-122. Ben noto è il passo di Agostino in cui annovera tra gli <hi rend="italic">hominum instituta</hi> che sono <hi rend="italic">utilia</hi> per i cristiani non solo le <hi rend="italic">litterarum figurae, sine quibus</hi><hi rend="italic"> legere non possumus</hi>, ma anche le stesse <hi rend="italic">notae, quas</hi> <hi rend="italic">qui didicerunt proprie iam notarii appellantur</hi> (Aug. <hi rend="italic">De doctr. christ</hi>. 2.26.40 [= ed. <hi rend="CharOverride-4">Martin 1962, </hi>pp<hi rend="CharOverride-4">.</hi> 61-62<hi rend="CharOverride-4">]</hi>).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-032-backlink">4</ref></hi> È la modalità di lettura impiegata, ad esempio, da Melania (<hi rend="italic">Hist. Laus</hi>. 55.3 [= ed. <hi rend="CharOverride-4">Bartelink, Barchiesi</hi> 1974, pp. 252-253, con trad. it.]), che “percorre” fino a sette o otto volte i manoscritti di cui riesce a entrare in possesso (<hi rend="CharOverride-2">πᾶν</hi> <hi rend="CharOverride-2">σύγγραμμα</hi> <hi rend="CharOverride-2">τῶν</hi> <hi rend="CharOverride-2">ἀρχαίων</hi> <hi rend="CharOverride-2">ὑ</hi><hi rend="CharOverride-2">πομνηματιστῶν</hi> <hi rend="CharOverride-2">διελθοῦσα</hi>) con estrema attenzione (<hi rend="CharOverride-2">πεπονημένως</hi>). Sul passo si veda <hi rend="CharOverride-4">Cavallo</hi> 2012, pp. 1-5. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-031-backlink">5</ref></hi> Per un’introduzione al monachesimo delle origini, con ulteriore bibliografia, si veda <hi rend="CharOverride-4">Vecoli</hi> 2015. Incentrati sul monachesimo occidentale sono i lavori di <hi rend="CharOverride-4">Pricoco</hi> 1986 e <hi rend="CharOverride-4">Pricoco</hi> 1998. Sul monachesimo egiziano si veda in particolare <hi rend="CharOverride-4">Wipszycka</hi> 2009. <hi rend="CharOverride-4">Neri</hi> 2007 ha raccolto un buon numero di passi utili ad illuminare il rapporto fra il monachesimo delle origini e i libri.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-030-backlink">6</ref></hi> Questo personaggio è protagonista di <hi rend="italic">Hist. Laus</hi>. 13 (= ed. <hi rend="CharOverride-4">Bartelink, Barchiesi</hi> 1974, pp. 56-59, con trad. it.).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-029-backlink">7</ref></hi> L’idea della scrittura come pratica ascetica è ben radicata nell’opera: si confronti il passo citato con <hi rend="italic">Hist. Laus</hi>. 38.10 (= ed. <hi rend="CharOverride-4">Bartelink, Barchiesi</hi> 1974, pp. 198-201, con trad. it.), relativo a Evagrio Pontico, e soprattutto con <hi rend="italic">Hist. Laus</hi>. 45.3 (= ed. <hi rend="CharOverride-4">Bartelink, Barchiesi</hi> 1974, pp. 220-221, con trad. it.), dove viene ricordato il presbitero Filoromo, il quale non solo non mangiò nulla di cotto per diciotto anni e si astenne dai frutti dolci per ben trentadue, ma a più di ottant’anni di età <hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi> <hi rend="CharOverride-2">καλ</hi><hi rend="CharOverride-2">ά</hi><hi rend="CharOverride-2">μου</hi> <hi rend="CharOverride-2">καὶ</hi> <hi rend="CharOverride-2">τ</hi><hi rend="CharOverride-2">ῆς</hi> <hi rend="CharOverride-2">τετράδος</hi> <hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi> <hi rend="CharOverride-2">γράφειν</hi> <hi rend="CharOverride-2">οὐκ</hi> <hi rend="CharOverride-2">ἀνεχ</hi><hi rend="CharOverride-2">ώρησεν</hi>, “non ha trascurato il calamo e il fascicolo da scrivere”.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-028-backlink">8</ref></hi> Su Cassiodoro e il monastero di Vivarium esiste una bibliografia poderosa. Limitandosi ai soli contributi più attenti alla produzione e alla circolazione libraria, si vedano, a parte <hi rend="CharOverride-4">Cavallo</hi> 1987a, pp. 334-337 e <hi rend="CharOverride-4">Fioretti</hi> 2017, pp. 1194-1197, almeno <hi rend="CharOverride-4">Troncarelli</hi> 1998 e <hi rend="CharOverride-4">Holtz</hi> 2003, pp. 68-72. Il nome del monastero, secondo una suggestiva ipotesi di <hi rend="CharOverride-4">Cavallo</hi> 2019, pp. 149-150, potrebbe richiamare il <hi rend="italic">vivarium</hi> che adornava l’episcopio di Ravenna, città dove Cassiodoro costruì gran parte della propria carriera politica, prima di abbracciare la vita cenobitica.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-027-backlink">9</ref></hi> Cassiod. <hi rend="italic">Inst</hi>. 1.30.1 (= ed. <hi rend="CharOverride-4">Mynors 1937, </hi>pp<hi rend="CharOverride-4">.</hi> 75.5-76.5). Sul passo, si veda <hi rend="CharOverride-4">Pricoco</hi> 1992, p. 203.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-026-backlink">10</ref></hi> Traduzione di <hi rend="CharOverride-4">Donnini</hi> 2001, pp. 117-118. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-025-backlink">11</ref></hi> Si veda <hi rend="CharOverride-4">Cavallo</hi> 2002-2003, pp. 23-24; del medesimo avviso <hi rend="CharOverride-4">Rapp</hi> 1991, che pure esamina altre fonti.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-024-backlink">12</ref></hi> L’immagine del copista che evangelizza tramite il calamo, per il fatto stesso di copiare la Scrittura, è, come nota Donnini nella propria traduzione (<hi rend="CharOverride-4">Donnini</hi> 2001, p. 117 nota 2), un <hi rend="italic">topos</hi> della letteratura monastica, quantomeno occidentale. Si veda almeno <hi rend="CharOverride-4">Leclercq</hi> 1957, pp. 119-120.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-023-backlink">13</ref></hi> Tanto più che è la stessa parola scritta della Bibbia a rappresentare per molti la scintilla della conversione o della radicale decisione di intraprendere la vita eremitica. A questo proposito, si veda il ricco materiale raccolto da <hi rend="CharOverride-4">Rapp</hi> 2007, pp. 194-196.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-022-backlink">14</ref></hi> Marc. Diac. <hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="italic"> Porph</hi>. 5 (= ed. <hi rend="CharOverride-4">Lampadaridi 2016, </hi>p. 80.3).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-021-backlink">15</ref></hi> A questo proposito si vedano, tra gli altri, almeno <hi rend="CharOverride-4">Cavallo</hi> 1987a, pp. 332-333, <hi rend="CharOverride-4">Cavallo </hi>2002-2003, pp. 17-19 e soprattutto <hi rend="CharOverride-4">Cavallo</hi><hi rend="CharOverride-4"> </hi>2003, pp. 33-34, nonché <hi rend="CharOverride-4">Fioretti</hi> 2017, pp. 1179-1180. Dal momento che il libro, per quanto spiritualmente utile, resta un bene materiale, si determina una tensione tra il suo possesso e il consiglio evangelico della povertà, indagata ultimamente da <hi rend="CharOverride-4">Vecoli</hi> 2017. Nella letteratura monastica, tale tensione si traduce in diversi episodi in cui il monaco vende i suoi manoscritti per darne il ricavato in beneficenza; si vedano i numerosi passi raccolti da <hi rend="CharOverride-4">Neri</hi> 2007, pp. 182-183. Per un inquadramento storico-sociale più generale sulla concezione del lavoro artigianale in età tardoantica si veda <hi rend="CharOverride-4">Giardina</hi> 1993, pp. 535-542. La storia economica del monachesimo egiziano è invece delineata dal corposo articolo di <hi rend="CharOverride-4">Wipszycka 2011.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-020-backlink">16</ref></hi> Ath. Alex. <hi rend="italic">Vita Ant</hi>. 3.7 (= ed. <hi rend="CharOverride-4">Bartelink, Bruzzese</hi> 2013, pp. 158-159, con trad. it.). Questa concezione è chiaramente espressa anche da uno degli <hi rend="italic">Apophthegmata Patrum</hi> (pubblicato in <hi rend="CharOverride-4">Nau</hi> 1909, p. 361, nr. 338): <hi rend="CharOverride-2">εἶπεν</hi> <hi rend="CharOverride-2">γέρων·</hi> <hi rend="CharOverride-2">οἱ</hi> <hi rend="CharOverride-2">προφῆται</hi> <hi rend="CharOverride-2">τὰ</hi> <hi rend="CharOverride-2">βιβλία</hi> <hi rend="CharOverride-2">ἐποίησαν</hi>, <hi rend="CharOverride-2">καὶ</hi> <hi rend="CharOverride-2">ἦλθον</hi> <hi rend="CharOverride-2">οἱ</hi> <hi rend="CharOverride-2">πατέρες</hi> <hi rend="CharOverride-2">ἡμῶν</hi> <hi rend="CharOverride-2">καὶ</hi> <hi rend="CharOverride-2">ἐργάσαντο</hi> <hi rend="CharOverride-2">αὐτά·</hi> <hi rend="CharOverride-2">οἱ</hi> <hi rend="CharOverride-2">μετ᾿</hi> <hi rend="CharOverride-2">αὐ</hi><hi rend="CharOverride-2">τοὺς</hi> <hi rend="CharOverride-2">ἐξέλαβον</hi> <hi rend="CharOverride-2">αὐτὰ</hi> <hi rend="CharOverride-2">ἐκ</hi> <hi rend="CharOverride-2">στήθους</hi>, <hi rend="CharOverride-2">ἦλθε</hi> <hi rend="CharOverride-2">δὲ</hi> <hi rend="CharOverride-2">ἡ</hi> <hi rend="CharOverride-2">γενεὰ</hi> <hi rend="CharOverride-2">αὕτη</hi> <hi rend="CharOverride-2">καὶ</hi> <hi rend="CharOverride-2">ἔγραψεν</hi> <hi rend="CharOverride-2">αὐτὰ</hi> <hi rend="CharOverride-2">καὶ</hi> <hi rend="CharOverride-2">ἔθηκεν</hi> <hi rend="CharOverride-2">εἰς</hi> <hi rend="CharOverride-2">τὰ</hi><hi rend="CharOverride-2">ς</hi> <hi rend="CharOverride-2">θυρίδας</hi> <hi rend="CharOverride-2">ἀργά</hi> (“un anziano disse: «I profeti hanno scritto i libri; poi sono venuti i nostri padri e li hanno messi in pratica; quelli dopo di loro li hanno imparati a memoria; infine è giunta la presente generazione, che li ha copiati e li ha riposti inutilizzati nelle nicchie»”; il passo è segnalato da <hi rend="CharOverride-4">Fioretti</hi> 2017, p. 1159, da cui traggo anche la traduzione). Nel caso specifico, si arriva a contrapporre, in una sorta di versione monastica del mito dell’età dell’oro, la generazione di coloro che hanno messo in pratica la Scrittura o che l’hanno fatta propria, imparandola a memoria, alla generazione di coloro che concretamente l’hanno trascritta, senza viverla, quasi che l’attività di copia fosse radicalmente alternativa all’ascesi. Per questo <hi rend="italic">topos</hi>, si veda anche <hi rend="CharOverride-4">Cavallo</hi> 2003, pp. 35-36. La polemica contro i libri si inserisce nella più ampia polemica contro il <hi rend="italic">saeculum</hi>, caratteristica della letteratura monastica e dell’ideologia in essa espressa. Su questo punto, si veda <hi rend="CharOverride-4">Fioretti</hi> 2017, p. 1173 e la bibliografia citata alla nota 4.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-019-backlink">17</ref></hi> <hi rend="CharOverride-4">Rapp</hi> 2007, p. 46. L’ambivalenza del monachesimo nei confronti del libro e della cultura da esso veicolata è messa in luce, tra gli altri, da <hi rend="CharOverride-4">Neri</hi> 2007.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-018-backlink">18</ref></hi> <hi rend="CharOverride-4">Cavallo</hi> 2012, p. 11. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-017-backlink">19</ref></hi> Una prova esplicita di questo si legge in Cassiano (<hi rend="italic">Inst. Coen</hi>. 4.12 [= ed. <hi rend="CharOverride-4">Guy</hi><hi rend="CharOverride-4"> 1965, </hi>pp<hi rend="CharOverride-4">.</hi> 134-136; trad. it. <hi rend="CharOverride-4">d’Ayala Valva</hi> 2007, pp. 99-100]), che racconta, ammirato, la solerzia con cui i monaci, <hi rend="italic">considentes inter cubicola sua et operi ac meditationi studium </hi><hi rend="italic">pariter inpendentes</hi> (“mentre sono seduti nelle proprie celle e si impegnano con zelo al lavoro e alla meditazione”), non appena sentono il segnale che li chiama alla preghiera o a qualche altra attività, abbandonano qualsiasi cosa stiano facendo in quel momento, tanto che <hi rend="italic">is qui opus scriptoris exercet quam repertus </hi><hi rend="italic">fuerit inchoasse litteram non finire audeat</hi> (“colui che esercita l’attività di copista non osa terminare la lettera che si è trovato a cominciare”); il passo è segnalato da <hi rend="CharOverride-4">Fioretti</hi> 2017, p. 1204. Di passaggio, si noti che l’unico esempio che Cassiano propone per sottolineare l’obbedienza dei monaci egiziani da lui personalmente incontrati è proprio quello del copista, a cui si adatta molto bene la coppia <hi rend="italic">opus</hi> e <hi rend="italic">meditatio</hi>, lavoro manuale e contestuale preghiera meditativa.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-016-backlink">20</ref></hi> Su tutti questi aspetti si vedano <hi rend="CharOverride-4">Fioretti</hi> 2015, in particolare pp. 78-80 e, benché non sia limitato all’ambiente monastico, <hi rend="CharOverride-4">Crisci</hi> 2004, pp. 142-144.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-015-backlink">21</ref></hi> Si potrebbero citare numerosissimi esempi, dal <hi rend="italic">Papyrus bilinguis</hi> di Amburgo (su cui si veda <hi rend="italic">infra</hi>) con testi in greco e copto, ai tredici codici miscellanei rinvenuti a Nag Hammadi nel 1945 (su cui si vedano le densissime pagine di <hi rend="CharOverride-4">Piwowarczyk, Wipszycka 2017</hi>), passando per alcuni Papiri Bodmer tra i più conosciuti, come il cosiddetto <hi rend="italic">Codex Visionum</hi>. Uno studio sistematico dei più antichi esempi di codice miscellaneo greco, molti dei quali, come si è detto, riconducibili ad ambienti cristiani, si deve a <hi rend="CharOverride-4">Crisci</hi> 2004 (ma si vedano anche <hi rend="CharOverride-4">Crisci</hi> 2003b; <hi rend="CharOverride-4">Crisci</hi> 2005). Per un’introduzione alle scoperte di Nag Hammadi, oltre al ricchissimo <hi rend="CharOverride-4">Robinson</hi> 2014 (in particolare pp. 1-116), si può consultare <hi rend="CharOverride-4">Denzey Lewis</hi> 2014, pp. 31-45; per le considerazioni paleografiche, si veda <hi rend="CharOverride-4">Orsini</hi> 2008b. <hi rend="CharOverride-4">Lundhaug, </hi><hi rend="CharOverride-4">Jenott</hi> 2015 (e, con nuove argomentazioni, <hi rend="CharOverride-4">Lundhaug, Jenott</hi> 2018; tuttavia, almeno alcuni dei testi che i due studiosi considerano come colofoni potrebbero non esserlo: si vedano, a questo proposito, le acute osservazioni di <hi rend="CharOverride-4">Addessi</hi> 2024) propendono per un’origine monastica (pacomiana?) della biblioteca di Nag Hammadi. Per quanto riguarda i Papiri Bodmer, lo <hi rend="italic">status quaestionis</hi> è stato presentato nella sezione monografica della rivista <hi rend="italic">Adamantius</hi>, vol. 21, uscito nel 2015. Si vedano, in particolare, i contributi codicologici e paleografici di <hi rend="CharOverride-4">Buzi</hi> 2015a<hi rend="CharOverride-4">;</hi> <hi rend="CharOverride-4">Nongbri</hi> 2015; <hi rend="CharOverride-4">Orsini</hi> 2015. Sulla coerenza contenutistica del <hi rend="italic">Codex Visionum</hi>, si vedano anche <hi rend="CharOverride-4">Agosti</hi> 2015 e <hi rend="CharOverride-4">Camplani</hi> 2015b, pp. 101-112. Negli ultimi decenni si è assistito ad un nuovo fiorire degli studi dedicati alla più antica produzione manoscritta cristiana (citando solo i più recenti, <hi rend="CharOverride-4">Gamble</hi> 1995; <hi rend="CharOverride-4">Haines-Eitzen</hi><hi rend="CharOverride-4"> 2000; Hurtado 2006, </hi>la raccolta di studi curata da <hi rend="CharOverride-4">Klingshirn,</hi><hi rend="CharOverride-4"> Safran</hi> 2007; <hi rend="CharOverride-4">Bagnall</hi> 2009, oltre al puntuale capitolo di <hi rend="CharOverride-4">Skeat</hi> 1969 per la <hi rend="italic">Cambridge History of the Bible</hi>), a cui si aggiunge da ultimo <hi rend="CharOverride-4">Nongbri</hi> 2018, particolarmente attento agli aspetti metodologici della ricerca su questi manufatti, il più delle volte privi di un contesto storico-archeologico. Specificamente dedicati alla produzione libraria monastica egiziana sono i lavori di <hi rend="CharOverride-4">Kotsifou</hi> 2007, <hi rend="CharOverride-4">Kotsifou</hi> 2012, <hi rend="CharOverride-4">Maravela-Solbakk</hi> 2008 e <hi rend="CharOverride-4">Boud’hors</hi> 2008. Più ampia la prospettiva di <hi rend="CharOverride-4">Mazy</hi> 2017, a cui si deve un puntuale <hi rend="italic">status quaestionis</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-014-backlink">22</ref></hi> <hi rend="CharOverride-4">Fioretti</hi> 2015, p. 78. Allo studioso si deve l’espressione «<hi rend="italic">scriptorium</hi> prima dello <hi rend="italic">scriptorium</hi>», proposta in relazione agli ambienti di produzione libraria operanti attorno alla figura di Gregorio Magno (<hi rend="CharOverride-4">Fioretti</hi> 2008, pp. 73-75) e successivamente (<hi rend="CharOverride-4">Fioretti</hi> 2015) applicata anche ad altre esperienze di «scrittura collettiva» tardoantica. Sullo <hi rend="italic">scriptorium</hi> medievale restano imprescindibili, oltre a <hi rend="CharOverride-4">Petrucci</hi> 1969, i lavori di <hi rend="CharOverride-4">Cavallo</hi> 1987a,<hi rend="CharOverride-4"> Cavallo</hi> 2007b.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-013-backlink">23</ref></hi> Tanto che <hi rend="CharOverride-4">Cavallo</hi> 1987a, p. 351 arriva ad affermare che «il primo monachesimo fu sostanzialmente un monachesimo senza biblioteca»: le letture erano sostanzialmente limitate al <hi rend="italic">Salterio</hi> e, in misura minore, agli altri libri della Bibbia (e talvolta anche agli apocrifi), ai libri necessari per l’ufficio liturgico e, al massimo, a qualche opera di edificazione morale. Sul rapporto tra primo monachesimo egiziano e libri si vedano anche le considerazioni di <hi rend="CharOverride-4">Maehler</hi> 2008.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-012-backlink">24</ref></hi> <hi rend="italic">Praec</hi>. 101 (= ed. <hi rend="CharOverride-4">Bacht 1983</hi>, p. 106; trad. it. <hi rend="CharOverride-4">Cremaschi</hi> 1988, p. 80<hi rend="CharOverride-4">)</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-011-backlink">25</ref></hi> <hi rend="italic">Praec</hi>. 82 (= ed. <hi rend="CharOverride-4">Bacht 1983</hi>, p. 103): <hi rend="italic">nullus habeat separatim</hi><hi rend="italic"> mordacem parvulam ad evellendas spinas si forte calcaverit, absque praeposito</hi><hi rend="italic"> domus et secundo; pendetque in fenestra in qua codices conlocantur</hi> (“nessuno abbia per conto suo una piccola pinza per togliere dai piedi le spine, se per caso ne ha calpestate, eccetto il preposto della casa e il suo secondo. Essa sarà appesa nella nicchia dove si ripongono i codici” [trad. <hi rend="CharOverride-4">Cremaschi</hi> 1988, pp. 78-79]).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-010-backlink">26</ref></hi> Il concetto di <hi rend="CharOverride-2">ὠφέλεια</hi> che dà forma al rapporto tra uomo bizantino e oggetto-libro a tutti i livelli, dalla prima alfabetizzazione all’erudizione più alta, è ampiamente indagato da <hi rend="CharOverride-4">Cavallo</hi> 1981, in particolare pp. 395-402.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-009-backlink">27</ref></hi> <hi rend="italic">Praec</hi>. 139-140 (= ed. <hi rend="CharOverride-4">Bacht 1983</hi>, pp. 112-113; trad. it. <hi rend="CharOverride-4">Cremaschi</hi> 1988, p. 84). Per un inquadramento sull’alfabetizzazione dei monaci nell’Egitto tardoantico si veda <hi rend="CharOverride-4">Wipszycka</hi> 1984, pp. 291-295 (= <hi rend="CharOverride-4">Wipszycka </hi>1996, pp. 121-126) e <hi rend="CharOverride-4">Bagnall</hi> 2018. Più in generale, sulla <hi rend="italic">paideia</hi> monastica, si vedano le considerazioni di <hi rend="CharOverride-4">Rubenson</hi> 2018.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-008-backlink">28</ref></hi> Si veda, tra gli altri, <hi rend="CharOverride-4">Maehler</hi> 2008, pp. 39-40. Come ha spiegato da ultimo <hi rend="CharOverride-4">Fioretti</hi> 2017, in particolare pp. 1186-1188, questa situazione, abbastanza comune a tutte (o quasi) le esperienze monastiche tardoantiche, si diversificherà già all’inizio del Medioevo: in Occidente, la dissoluzione del sistema scolastico obbligherà le comunità ad organizzare al loro interno percorsi di alfabetizzazione di base (a cui le <hi rend="italic">regulae</hi> dedicano ampio spazio) mentre in Oriente (per il quale si rimanda almeno a <hi rend="CharOverride-4">Cavallo</hi> 2003 e <hi rend="CharOverride-4">Déroche</hi> 2006), dove è più facile per il laicato frequentare scuole e maestri, i novizi che entrano in monastero hanno già ricevuto un’educazione più o meno accurata e quindi non si sente la necessità di una formazione interna. Il novizio analfabeta o rimane ignorante oppure viene affidato alle attenzioni di un monaco più anziano che, di propria iniziativa, possa insegnargli almeno i rudimenti del leggere e dello scrivere, senza però che esista una scuola, all’interno del monastero, destinata alla formazione dei monaci. Lavori ormai classici come <hi rend="CharOverride-4">Lemerle</hi> 1971, pp. 137-143 e <hi rend="CharOverride-4">Moffatt</hi> 1977, pp. 87-89 hanno voluto vedere nel Monastero del Prodromo di Studio, a Costantinopoli, all’interno del quale è attestata la figura di un <hi rend="CharOverride-2">διδάσκαλος</hi> pronto ad insegnare ai monaci a leggere e a scrivere, una parziale eccezione, almeno per quanto riguarda l’Oriente (della stessa opinione, <hi rend="CharOverride-4">Cavallo</hi> 2003, pp. 37-39). Di recente, l’intera questione è stata nuovamente riconsiderata da <hi rend="CharOverride-4">Sietis</hi> 2024, in particolare pp. 111-117. La studiosa (che ringrazio per avermi permesso di leggere in anteprima alcune pagine del suo corposo lavoro) conclude ridimensionando l’eccezionalità del monastero costantinopolitano, che la lettura critica delle fonti non permette più di difendere. Più in generale, sulla divaricazione delle pratiche del leggere e dello scrivere tra Oriente e Occidente e sulle differenze dei percorsi di alfabetizzazione si veda <hi rend="CharOverride-4">Cavallo 2012</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-007-backlink">29</ref></hi> <hi rend="CharOverride-4">Giorgi</hi> 1789, p. 1.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-006-backlink">30</ref></hi> <hi rend="CharOverride-4">Giorgi</hi> 1789, p. 1.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-005-backlink">31</ref></hi> Soprattutto grazie all’infaticabile attività di Émile Amélineau come editore di frammenti (si veda almeno <hi rend="CharOverride-4">Amélineau</hi> 1895).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-004-backlink">32</ref></hi> L’identificazione fu resa possibile proprio grazie alla pubblicazione dei fogli di Friburgo; si veda <hi rend="CharOverride-4">Heer</hi> 1913.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-003-backlink">33</ref></hi> Si veda <hi rend="CharOverride-4">Heer</hi> 1912, pp. 6-17.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-002-backlink">34</ref></hi> Sebbene il carattere bilingue della liturgia egiziana non sia attestato prima del secolo VII, è del tutto verosimile che il copto fosse impiegato, almeno per le letture bibliche e per i salmi, anche nei secoli precedenti. A questo proposito, si veda <hi rend="CharOverride-4">Brakmann</hi> 2015, p. 253.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-001-backlink">35</ref></hi> Per una presentazione del progetto si veda <hi rend="CharOverride-4">Behlmer, Feder</hi> 2017 e il sito internet dedicato (&lt;<ref target="https://coptot.manuscriptroom.com/home">https://coptot.manuscriptroom.com/home</ref>&gt;, ultimo accesso gennaio 2026). Dal sito è possibile accedere anche al catalogo dei manoscritti e all’edizione, sviluppata integralmente in ambiente digitale.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="W00197_3introxml.html#footnote-000-backlink">36</ref></hi> Tutte le traduzioni, laddove non altrimenti segnalato, sono da attribuire a chi scrive. I numeri tra parentesi quadre e in grassetto che accompagnano i codici bilingui greco-copti menzionati, si riferiscono all’elenco posto in appendice, che ne riassume i caratteri essenziali.</p></item>
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