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        <title type="main" level="a">Manoscritti greci nei contesti monastici egiziani</title>
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            <surname>De Curtis</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Libri greci e greco-copti nel monachesimo egiziano</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0960-1</idno>) by </resp>
          <name>Luca De Curtis</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.05</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>The chapter considers the very few Greek manuscript examples that can be reasonably attributed to an Egyptian monastic context with a predominantly Coptic-speaking environment.</p>
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            <item>Greek manuscripts</item>
            <item>Egyptian monasticism</item>
            <item>Coptic-speaking milieu</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.05<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.05" /></p>
<div><head>III.</head></div><div><head>Manoscritti greci nei contesti monastici egiziani</head><p rend="text">Da quanto è emerso nelle pagine precedenti, tanto le fonti letterarie quanto quelle documentarie lasciano intravedere un mondo molto vivace, in cui monaci in grado di copiare libri, talvolta sia in greco che in copto, erano alla base di una fitta rete di circolazione di testi tra eremiti, piccole comunità monastiche e veri e propri cenobi, all’interno dei quali si vennero a costituire delle raccolte librarie anche piuttosto corpose, in cui figuravano non solo i libri sacri (primi fra tutti <hi rend="italic">Salmi</hi> e <hi rend="italic">Vangeli</hi>) e i testi indispensabili per la celebrazione liturgica, com’è ovvio, ma anche opere agiografiche e patristiche. E non mancava una quota di letteratura tecnica, come ad esempio testi di medicina o glossari. Eppure, nonostante queste testimonianze, certamente ambigue nei particolari, ma concordi nel delineare un quadro complessivo, quasi nessuno dei (frammenti di) codici greci restituiti dall’Egitto può essere riferito con certezza a contesti monastici coptofoni. Tale stato di cose è dovuto, almeno in parte, alle circostanze nelle quali, in moltissimi casi, questi manoscritti vennero alla luce. Essi infatti sono spesso frutto di scavi clandestini che continuamente rifornirono il mercato antiquario e che, allo stesso tempo, distrussero irreparabilmente il contesto originario del rinvenimento, rendendo di fatto impossibile collocare i frammenti in uno spazio archeologico (e quindi sociale, culturale, storico ed economico) definito. Di conseguenza, il dibattito scientifico sulla loro provenienza rimane aperto e anche molto acceso. </p><p rend="text">Il caso più noto, e per certi aspetti anche il più complesso, è sicuramente quello dei papiri Bodmer. Essi costituiscono un gruppo di codici papiracei tardoantichi contenenti testi in greco, in copto e anche in latino, oggi divisi fra diverse istituzioni (in particolare la Fondazione Bodmer di Cologny, la Fondazione Sant Lluc Evangelista a Barcellona, la Chester Beatty Library di Dublino). Dal momento che i manoscritti vennero acquistati a più riprese da diversi attori, la definizione dell’esatta consistenza della ‘biblioteca Bodmer’ resta ad oggi problematica, ed i conteggi, a seconda dei criteri proposti, vanno da un minimo di 20 ad un massimo di addirittura 60 codici<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-062">1</ref></hi></hi>. Qualora si passi ad indagare la provenienza e l’ambiente di produzione della collezione, ammesso che se ne siano definiti i contorni in modo più o meno stabile, il terreno si fa ancor più scivoloso. Se P.Bodm. I è scritto sul verso di un catasto del nomo Panopolite, circostanza che, assieme ad altri elementi, ha spinto Eric Turner<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-061">2</ref></hi></hi> ad avanzare con estrema cautela la possibilità che la biblioteca provenga da Panopoli (di cui è tra l’altro ben nota la vivacità culturale in età tardoantica<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-060">3</ref></hi></hi>), le notizie raccolte da James M. Robinson riguardo al contesto del ritrovamento sembrano riportare piuttosto a Dishna, nell’Alto Egitto, in una località molto vicina al monastero pacomiano di Pbow, il secondo grande monastero di fondazione pacomiana dopo quello di Tabennisi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-059">4</ref></hi></hi>. Entrambe le ipotesi, è bene tenerlo a mente, poggiano su fondamenta controverse e assai discusse, per cui la questione è destinata a rimanere aperta<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-058">5</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Tuttavia, non mancano casi di ritrovamenti sulle cui circostanze siamo meglio informati. </p><p rend="text">Nel 1941 durante i lavori che interessarono le vecchie cave di calcare nei dintorni di Tura, una località a circa 15 km a sud del Cairo, venne rinvenuto un gruppo di papiri databili fra VI e VII secolo, tra cui almeno 8 codici variamente preservati, contenenti, tra gli altri, alcuni trattati di Origene e, soprattutto, i commentari di Didimo il Cieco a diversi libri veterotestamentari nonché un frammento del commento al <hi rend="italic">Vangelo di Giovanni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-057">6</ref></hi></hi>. I codici vennero da subito riferiti al vicino Monastero di Arsenio (o Dayr al-Baghl)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-056">7</ref></hi></hi>. Apparentemente, dunque, si tratta di un gruppo di codici greci provenienti verosimilmente da un monastero egiziano. Ma sembra che i monaci che vi abitavano fossero per lo più grecofoni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-055">8</ref></hi></hi>. Nulla di strano dunque: i codici greci di Tura appartenevano ad una comunità monastica di lingua greca. Di conseguenza, non si può parlare neppure in questo caso di libri greci in un contesto monastico coptofono. </p><p rend="text">Con l’avvento del XX secolo, gli scavi archeologici scientificamente condotti si fanno sempre più frequenti anche nell’ambito degli studi copti. Nel 1907, sotto la guida di Flinders Petrie, vennero condotti scavi all’interno delle rovine del Monastero di Apa Apollo, l’arabo Deir el-Bala’izah, a circa 20 km a sud di Assiut<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-054">9</ref></hi></hi>, che portarono alla luce centinaia di frammenti papiracei e pergamenacei successivamente pubblicati da Paul Kahle nel 1954. Prima di tale data, il sito era già noto per aver restituito almeno tre fogli papiracei (più altri frammenti) appartenenti ad eucologio greco<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-053">10</ref></hi></hi> vergati in una maiuscola alessandrina dal contrasto modulare molto accentuato riferita alla metà del VII secolo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-052">11</ref></hi></hi>. Tra i frammenti pubblicati da Kahle<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-051">12</ref></hi></hi> si trova anche un lacerto pergamenaceo, P.Bal. I 2<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-050">13</ref></hi></hi>, contenente Es 4, 4-6 in greco. Il frammento conserva i margini superiore ed inferiore e gran parte di quello esterno. Nell’angolo superiore esterno del <hi rend="italic">recto</hi> si legge un numero, <hi rend="CharOverride-2">ⲇ</hi>, ad indicare, come intuisce correttamente l’editore, il primo foglio del fasc. 4. Ora, dal momento che il brano che precede P.Bal. I 2, ossia Es 1, 1–4, 3, ha bisogno di circa 36 fogli per essere trascritto, si può immaginare che il codice originario fosse costituito da senioni (36 fogli ripartiti in tre fascicoli)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-049">14</ref></hi></hi>. È difficile però che il manoscritto contenesse tutto l’<hi rend="italic">Esodo</hi>: la quantità di testo ospitata in ciascuna pagina porta a non meno di 575 ff., circa 48 senioni, i fogli necessari per la trascrizione dell’intero libro, decisamente troppi per un codice di piccole dimensioni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-048">15</ref></hi></hi> (mm 90 × 70 circa). È dunque più facile pensare che il codice contenesse solo una parte del libro. Resta sempre la possibilità, indimostrabile, che il piccolo manoscritto conservasse una raccolta di passi biblici, tra cui Es 4, 4-6. Il frammento è vergato in una maiuscola dal chiaroscuro abbastanza marcato (pieni i tratti verticali, filetti quelli orizzontali) e dall’asse inclinato a destra, non troppo curata sul piano estetico. <hi rend="italic">Epsilon</hi> e <hi rend="italic">sigma</hi> sono sensibilmente più stretti delle altre lettere, mentre il modulo di <hi rend="italic">omicron</hi>, che rimane sistematicamente alto sul rigo di base, è molto più piccolo. Il tracciato, spezzato, è privo di elementi decorativi, se si eccettuano i piccoli ispessimenti di forma quadrangolare posti alle estremità dei tratti orizzontali di <hi rend="italic">gamma</hi> e <hi rend="italic">tau</hi> e del tratto obliquo discendente da destra verso sinistra di <hi rend="italic">kappa</hi>. La qualità del chiaroscuro e la presenza di elementi decorativi, per quanto sobri, suggeriscono di abbassare la datazione al VI secolo, malgrado l’<hi rend="italic">omicron</hi> piccolo e alto sul rigo di base (di cui non mancano, tra l’altro, esempi riferiti al VI secolo, come P.Ant. I 24<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-047">16</ref></hi></hi>), rispetto al periodo compreso tra IV e V secolo (con una preferenza per il V secolo) proposto dal primo editore. Come confronto, si potrebbe proporre PSI XIII 1296<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-046">17</ref></hi></hi>, assegnato alla metà del VI secolo. </p><p rend="text">Una delle aree più ricche di ritrovamenti, verso cui concentrare le ricerche, è sicuramente la Tebaide. Un recente articolo di Elisabeth R. O’Connell<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-045">18</ref></hi></hi> offre un approfondito sguardo d’insieme sui materiali manoscritti letterari e paraletterari, in greco e in copto, restituiti da questa regione dell’Alto Egitto. Tra di essi, i (frammenti di) codici greci provenienti da scavo e quindi collocabili con sicurezza in un contesto monastico sono sostanzialmente due. Il primo, P.Mon.Epiph. 583<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-044">19</ref></hi></hi>, è costituito da tredici frammenti papiracei che restituiscono porzioni di almeno due pagine che contenevano rispettivamente Mt 17, 1-3.6-7; 18, 15-17.19; 25, 8-10 e Gv 10, 8.10-11 da una parte, e Gv 9, 3-5; 12, 17-18 (un altro frammento, forse appartenente ad un terzo foglio, non è stato identificato). Le pericopi, separate da <hi rend="italic">paragraphoi</hi>, sono compatibili soltanto con un lezionario (a meno di non pensare ad una raccolta di citazioni per la preghiera personale). Anche il secondo, P.Mon.Epiph. 584<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-043">20</ref></hi></hi>, si compone di più frammenti, che restituiscono questa volta porzioni dei <hi rend="italic">Canoni</hi> eusebiani e un piccolo frammento dell’<hi rend="italic">Epistula ad Carpianum</hi> che li accompagna (altri frammenti sono occupati da decorazioni figurate). Se i brani evangelici di P.Mon.Epiph. 583 non stupiscono, è abbastanza sorprendente la presenza dei <hi rend="italic">Canoni</hi> in P.Mon.Epiph. 584. Infatti, a differenza di quanto avviene nelle altre tradizioni manoscritte cristiane (greca ovviamente, ma anche latina, gotica, siriaca, armena, georgiana e persino etiope), nella tradizione copta i <hi rend="italic">Canoni</hi> eusebiani sono quasi sempre assenti dai tetravangeli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-042">21</ref></hi></hi>. Sul papiro, i <hi rend="italic">Canoni</hi> sono organizzati nella consueta struttura per colonne (sopravvivono frammenti dei canoni dal II al V) costituita da semplici linee rosse o nere. Soltanto gli archi a tutto sesto che sormontano le colonne di uno stesso canone appaiono maggiormente decorati, in tutti i casi con motivi geometrici e in inchiostro nero e rosso. Secondo quanto ricostruito, i canoni, tre per pagina<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-041">22</ref></hi></hi>, cominciavano sul <hi rend="italic">verso</hi> del primo foglio per concludersi sul <hi rend="italic">recto</hi> del quarto. L’aspetto più sorprendente del papiro è che negli spazi bianchi tra le colonne il copista ha aggiunto, in modo irregolare e non sistematico, dei titoletti in greco<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-040">23</ref></hi></hi> che identificano l’episodio o il tema dei passi corrispondenti, verosimilmente per facilitarne la fruizione liturgica; in un caso (<hi rend="italic">ad</hi> Mt 1, 1-16; Lc 3, 23-38; Gv, 1, 1-5, <hi rend="CharOverride-2">εἰ</hi><hi rend="CharOverride-2">ς</hi> <hi rend="CharOverride-2">τὴν</hi> <hi rend="CharOverride-2">μεγάλην</hi> <hi rend="CharOverride-2">Κυριακὴν</hi> <hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi> <hi rend="CharOverride-2">Πά</hi>‹<hi rend="CharOverride-2">σ</hi>›<hi rend="CharOverride-2">χα</hi>, citazione letterale dal lezionario bizantino<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-039">24</ref></hi></hi>) il riferimento all’occasione liturgica in cui leggere i passi è esplicito. Ai paralleli già proposti dagli studiosi, si potrebbe aggiungere il <hi rend="italic">Tetravangelo</hi> copto siglato sa 525 <hi rend="CharOverride-3">Schüssler</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-038">25</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi><hi rend="CharOverride-5">[32]</hi>, le cui didascalie, di chiara finalità liturgica, sono tipologicamente molto affini a quelle osservate sul papiro.</p><p rend="text">Il frammento dell’<hi rend="italic">Epistula ad Carpianum</hi> appartiene probabilmente ad un altro foglio, ma non è chiaro come si disponesse il testo: com’è stato osservato, la <hi rend="italic">mise en </hi><hi rend="italic">page</hi> del <hi rend="italic">recto</hi> (circa 18-19 righe da 33 lettere ciascuna) non corrisponde a quella del <hi rend="italic">verso</hi> (dove la scrittura aumenta di dimensioni, tanto che le righe, ben più distanziate tra loro di quanto avvenga sul <hi rend="italic">recto</hi>, non possono ospitare più di 20 lettere ciascuna), il cui specchio scrittorio, tra l’altro, sembra essere incorniciato da una spessa fascia di colore rosso. Inoltre, le dimensioni ricostruite per il foglio contenente i <hi rend="italic">Canoni</hi> (mm 270 × 224) mal si accorda con la situazione testuale del frammento dell’<hi rend="italic">Epistula</hi>, aporia che non si risolve neanche ipotizzando, come pure è stato fatto, che essa compaia in una versione <hi rend="italic">brevior</hi>, versione tramandata da almeno due manoscritti copti dei <hi rend="italic">Vangeli</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-037">26</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Gli studiosi hanno finora dato per scontato che i <hi rend="italic">Canoni</hi>, seguiti dall’<hi rend="italic">Epistula</hi>, aprissero un <hi rend="italic">Tetravangelo</hi> completo. Data però la limitatissima circolazione delle tavole eusebiane nella tradizione copta, non è impossibile che P.Mon.Epiph. 584 fosse stato concepito come fascicolo autonomo funzionale al reperimento di passi specifici all’interno dei <hi rend="italic">Vangeli</hi>, ipotesi che spiegherebbe anche la presenza delle didascalie liturgiche. </p><p rend="text">Tanto P.Mon.Epiph. 583 che P.Mon.Epiph. 584 sono copiati in scritture informali, dal contrasto modulare non troppo accentuato, dall’asse ora più ora meno inclinato (ma comunque incostante), da un tracciato fluido e non chiaroscurato, in cui le lettere (in particolare <hi rend="italic">alpha</hi>, in uno o due tempi, ed <hi rend="italic">epsilon</hi>) possono formare pseudolegature. Si tratta comunque di mani che ben si inseriscono nella temperie grafica della Tebaide del VII secolo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-036">27</ref></hi></hi>, verosimilmente con una precedenza di P.Mon.Epiph. 584 (inizio del secolo) rispetto a P.Mon.Epiph. 583.</p><p rend="text">Discorso a parte merita il <hi rend="italic">Salterio</hi> P.Mon.Epiph. 578<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-035">28</ref></hi></hi>. Esso si compone di 32 fogli sciolti di circa mm 220 × 180 che conservano il testo greco di Sal 10, 2 – 34, 6. I salmi sono trascritti senza soluzione di continuità e senza rispettare la disposizione per <hi rend="italic">stichoi</hi>. Il passaggio da un testo all’altro, il più delle volte, non è segnalato. In un paio di casi, nel margine esterno, in corrispondenza dell’inizio del componimento, compare il numero del salmo, probabilmente aggiunto da una mano più tarda. La mano principale impiega una maiuscola informale inclinata a destra (senza che l’asse di inclinazione rimanga costante), realizzata con <hi rend="italic">ductus</hi> abbastanza fluido e caratterizzata da vistosi squilibri modulari. <hi rend="italic">Beta</hi>, in due tempi, e <hi rend="italic">kappa</hi>, con la tenaglia lontana dal tratto verticale, sono ingranditi e rompono la struttura bilineare in entrambe le direzioni come <hi rend="italic">phi</hi>, <hi rend="italic">psi</hi> e spesso anche <hi rend="italic">iota</hi>. Anche i tratti verticali di <hi rend="italic">rho</hi> e <hi rend="italic">tau</hi> si prolungano invadendo l’interlinea inferiore, caratteristica che condividono con i tratti obliqui di <hi rend="italic">lambda</hi>. <hi rend="italic">Omicron</hi> è piccolo, talvolta compresso lateralmente come <hi rend="italic">epsilon</hi>, <hi rend="italic">theta</hi> e <hi rend="italic">sigma</hi>, ed alto sul rigo di base. Benché la tendenza sia a tenere ben separate le lettere le une dalle altre, non sono infrequenti esempi di legature anche deformanti e di tratteggi più corsivi, in particolare nel caso in cui sia coinvolto <hi rend="italic">epsilon </hi>(soprattutto nelle preposizioni <hi rend="CharOverride-2">ἐπί</hi>, <hi rend="CharOverride-2">περί</hi> e <hi rend="CharOverride-2">ὑπέρ</hi>). Non mancano forme minuscole: <hi rend="italic">delta</hi> è di norma realizzato in un solo tempo, con il calamo che torna sul rigo di base prima di staccarsi dal foglio, ma solo in casi eccezionali lega con la lettera seguente; <hi rend="italic">alpha</hi> e, più raramente, <hi rend="italic">eta</hi> possono comparire in forma minuscola; si individuano esempi di <hi rend="italic">my</hi> minuscolo, anche se di norma è realizzato in tre o quattro tempi. Una mano dunque non certo di un calligrafo, ma di uno scriba indubbiamente avvezzo alla scrittura di documenti, a cui rimandano gli squilibri modulari, le legature e le tendenze più corsiveggianti, elementi in ogni caso calati all’interno di un contesto decisamente maiuscolo e librario. </p><p rend="text">Questa scrittura è stata riferita ad un periodo compreso tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo, vale a dire nel torno di secoli in cui fu attivo il sito nel quale P.Mon.<hi>Epiph. 578 sarebbe stato ritrovato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-034">29</ref></hi></hi><hi>. Infatti, secondo </hi><hi>Edward Hogg, il medico e viaggiatore inglese che nel 1836 </hi><hi>lo vendette al British Museum, il codice fu </hi></p><quote rend="quotation_b">discovered among the rubbish of an ancient convent at Thebes, remarkable as still presenting some fragments of an inscription, purporting to be a pastoral letter from Athanasius, Patriarch of Alexandria<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-033">30</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">Il sito di cui parla Hogg è stato correttamente identificato da Walter Ewing Crum<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-032">31</ref></hi></hi> con il Monastero di Epifanio. Tuttavia, le informazioni riportate da Hogg non sono, per così dire, ‘di prima mano’. Egli infatti acquistò, a sua volta, il codice papiraceo a Tebe nel 1832. I dettagli sulle circostanze del ritrovamento si devono ai racconti dei mercanti locali. Benché nessuno studioso oggi metta in dubbio le parole di Hogg e l’identificazione del sito proposta da Crum<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-031">32</ref></hi></hi>, a rigor di logica, anche in questo caso, si è davanti all’ennesimo codice finito sul mercato antiquario e di cui non è possibile conoscere direttamente il contesto di ritrovamento. </p><p rend="text">Vi è, tuttavia, un elemento interno che rende P.Mon.Epiph. 583 difficilmente collocabile in un ambiente non copto. Il copista non può che essere un coptofono. Una serie di peculiarità ortografiche (lo scambio tra <hi rend="italic">lambda</hi> e <hi rend="italic">rho</hi>, la confusione di <hi rend="italic">epsilon</hi> ed <hi rend="italic">eta</hi> nell’esprimere il suono /e/, la presenza di un <hi rend="italic">titulus</hi> sopra la parola <hi rend="CharOverride-2">σάρξ</hi>, come se fosse un <hi rend="italic">nomen</hi> <hi rend="italic">sacrum</hi>) esibite dal testo dei <hi rend="italic">Salmi</hi>, infatti, può essere spiegata solo ammettendo che chi scriveva era abituato ad una fonetica copta e non greca, e che pertanto si esprimeva abitualmente nella lingua epicorica dell’Egitto<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-030">33</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Più recentemente, gli scavi compiuti nell’ottobre del 1988 dagli archeologi dell’Università di Varsavia nel sito del Monastero di Naqlun, ai margini meridionali dell’Oasi del Fayyum<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-029">34</ref></hi></hi>, hanno restituito 7 fogli papiracei<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-028">35</ref></hi></hi>, forse costituenti in origine un quaternione, con Sal 68, 2b–74, 1a in greco. La mano del copista è estremamente calligrafica. Egli impiega una maiuscola alessandrina<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-027">36</ref></hi></hi> in cui le lettere si inscrivono tutte in un modulo perfettamente quadrato, realizzata con un <hi rend="italic">ductus</hi> posato e caratterizzata da un tracciato leggermente chiaroscurato, in cui i tratti verticali sono più spessi di quelli orizzontali (su valori intermedi si attestano i tratti obliqui, con eccezione del secondo tratto di <hi rend="italic">ny</hi>, sempre sottile). <hi rend="italic">Alpha</hi> è in un tempo, con l’ultimo tratto che si piega leggermente a destra; anche <hi rend="italic">my</hi>, con i tratti due e tre uniti in una curva talvolta appiattita sul rigo di base, è realizzato in un solo tempo; in <hi rend="italic">epsilon</hi>, come in <hi rend="italic">eta</hi>, il tratto orizzontale mediano è spostato verso l’alto; la tenaglia di <hi rend="italic">kappa</hi> è realizzata in un solo movimento. La struttura bilineare è infranta, oltre che dai soliti <hi rend="italic">rho</hi>, <hi rend="italic">phi</hi>, <hi rend="italic">psi</hi>, anche da <hi rend="italic">csi</hi>, il cui ultimo tratto si sviluppa in uno svolazzo. L’ornamentazione si limita ad un piccolo elemento di rinforzo all’estremità sinistra del tratto verticale di <hi rend="italic">tau</hi> e ai sobri ripiegamenti ad uncino nei tratti obliqui discendenti da sinistra verso destra di <hi rend="italic">delta</hi> e di <hi rend="italic">lambda</hi>, nonché in entrambi i tratti obliqui di <hi rend="italic">ypsilon</hi> e <hi rend="italic">chi</hi>. I fogli, tra i quali quello meglio conservato misura mm 178 × 292, presentano una <hi rend="italic">mise en page</hi> identica a quella che si osserva sulla maggior parte dei <hi rend="italic">Salteri</hi> copti (e bilingui) coevi e successivi. Il copista trascrive il testo a piena pagina, cercando di comprendere ciascun <hi rend="italic">colon</hi> all’interno di un unico rigo. Qualora questo non sia possibile, il rigo successivo presenta una profonda <hi rend="italic">eisthesis</hi>. Il confronto paleografico con esempi quali P.Amh. I 4 + P.Ryl. I 2<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-026">37</ref></hi></hi>, frammenti di <hi rend="italic">Giobbe</hi> riferiti al pieno VI secolo, e ancor di più P.Berol. inv. 5010<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-025">38</ref></hi></hi>, pagina del <hi rend="italic">Vangelo di Giovanni</hi> assegnata al VI-VII secolo, spinge a collocare anche il <hi rend="italic">Salterio</hi> P.Naqlun II 15 in un periodo compreso fra la metà del VI secolo e i primissimi anni del secolo seguente, piuttosto che al V secolo, come proposto dal primo editore<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-024">39</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Altri due lacerti papiracei, P.Naqlun II 18<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-023">40</ref></hi></hi> e 19<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-022">41</ref></hi></hi>, pur avendo un carattere letterario (si tratta rispettivamente di un frammento di credo [niceno-]costantinopolitano e di un testo patristico non individuato), difficilmente sono frammenti di codice, dal momento che sul <hi rend="italic">verso</hi> entrambi presentano tracce di tachigrafia. I due frammenti esibiscono scritture informali eseguite con <hi rend="italic">ductus</hi> abbastanza corsivo (e conseguentemente sensibilmente inclinate a destra), le quali non rifuggono da legature (che coinvolgono in particolare <hi rend="italic">alpha</hi> ed <hi rend="italic">epsilon</hi>). Mani dunque abituate a scrivere documenti, anche se non appartenenti a scribi professionisti.</p><p rend="text">In coda a questa rassegna dei materiali librari greci provenienti dal sito di Naqlun, conviene ricordare anche il monaco anacoreta che tra VI e VII secolo abitò l’eremo indicato dagli archeologi con il numero 25. Egli mise insieme, ad uso personale, un <hi rend="italic">dossier</hi> con <hi rend="italic">incipit</hi> o brani più ampi dei salmi su fogli papiracei sciolti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-021">42</ref></hi></hi>, talvolta riutilizzando il verso di documenti. Un sesto frammento, P.Naqlun I 6<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-020">43</ref></hi></hi> è un lacerto pergamenaceo stretto e lungo, contenente una curiosa lista di salmi divisi secondo il loro autore (che segue molto da vicino quella stabilita da Eusebio nei suoi <hi rend="italic">Commentaria in Psalmos</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-019">44</ref></hi></hi>) e un elenco di salmi da recitarsi a seconda dell’ora liturgica<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-018">45</ref></hi></hi>. Anche in questo caso, l’autore del <hi rend="italic">dossier</hi> impiega una corsiva informale, molto più legata di quelle esibite dai frammenti precedenti, tipica di una mano abituata a scrivere documenti e lettere. Il <hi rend="italic">dossier</hi> è interamente in greco, una circostanza sicuramente degna di nota considerate l’altezza cronologica e la marginalità geografica del sito<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-017">46</ref></hi></hi>. Si potrebbe allora pensare anche che P.Naqlun II 18 e 19 facessero parte di altri <hi rend="italic">dossier</hi> allestiti da qualche monaco per uso personale. Ma non dello stesso: P.Naqlun II 18 e 19 provengono da contesti archeologici tra loro diversi. Questi materiali contribuiscono a disegnare un quadro nel quale testi greci, o quantomeno il testo dei <hi rend="italic">Salmi</hi>, non erano rari nel Monastero di Naqlun<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-016">47</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">L’unico esempio di manoscritto pergamenaceo, più o meno completo, interamente in greco collocabile con certezza in un contesto monastico autenticamente copto è l’attuale London, British Library, Add. 37534<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-015">48</ref></hi></hi>. Il manoscritto venne rinvenuto, assieme ad altri, da Robert de Rustafjaell<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-014">49</ref></hi></hi> tra le rovine di un monastero, dedicato a San Mercurio, nei pressi di Edfu, e da questi venduto al British Museum nel 1907. Ora, il racconto di de Rustafjaell potrebbe benissimo non essere veritiero nei particolari<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-013">50</ref></hi></hi>, ma la connessione del gruppo di codici da lui rinvenuto (tra cui anche l’Or. 6801 <hi rend="CharOverride-6">[19] </hi>[tavv. XI-XII], un lezionario bilingue per la festa di san Mercurio di cui si parlerà diffusamente più avanti) con l’area di Edfu è certificata dagli stessi codici, che in diversi casi conservano nei colofoni toponimi riconducibili a monasteri e località della zona. Purtroppo, i fogli pergamenacei dell’Add. 37534 si trovano in pessimo stato di conservazione e lo stesso manoscritto è in più punti lacunoso. Se in origine erano presenti colofoni, essi non sono sopravvissuti ai danni causati dal tempo. Per questo motivo, rimangono ignote le circostanze in cui fu allestito il codice. È impossibile, ad esempio, sapere se il codice fu commissionato dal Monastero di San Mercurio o ceduto in dono come atto di pietà da un privato, oppure se venne prodotto per un’altra comunità monastica della regione, finendo incorporato in un secondo momento nella raccolta libraria del Monastero di San Mercurio, in cui sembrano essere confluiti diversi codici provenienti dalla regione nel corso dell’XI secolo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-012">51</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il codice londinese contiene <hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="italic"> et Miracula</hi> dei santi anargiri Cosma e Damiano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-011">52</ref></hi></hi>. Benché oggi nessun foglio risulti fisicamente solidale al foglio col quale in origine costituiva un solo bifoglio, de Rustafjaell, che per primo fornì una descrizione del manoscritto (verosimilmente rispecchiando la condizione in cui venne ritrovato), ipotizza che il codice fosse costituito da 7 quaternioni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-010">53</ref></hi></hi>. Il primo fascicolo risulta privo dei due fogli iniziali, lasciando la <hi rend="italic">Vita</hi> acefala; una grossa lacuna, di circa 10 fogli, si apre dopo il f. 14, e coinvolge ben 11 capitoli dei <hi rend="italic">Miracula</hi>. I fogli sono comunque molto danneggiati nel margine superiore ed esterno, e pertanto gli eventuali numeri di pagina (o di foglio) e segnature di fascicolo sono andati perduti, e non possono dunque contribuire alla ricostruzione della compagine fascicolare. I 47 <hi rend="italic">Miracula</hi> sono introdotti ciascuno da un titolo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-009">54</ref></hi></hi> (che dal <hi rend="italic">Miraculum</hi> 26 sarà rubricato), separato rispetto al testo che segue e che precede da linee ornate. Sul f. 14 <hi rend="italic">recto</hi> e <hi rend="italic">verso</hi>, il titolo del capitolo è ripetuto, in inchiostro rosso, nel margine superiore. Probabilmente, titoli correnti di questo tipo erano presenti in tutto il manoscritto, ma la condizione dei margini superiori non permette di verificarlo. La trascrizione dei <hi rend="italic">Miracula</hi> [tav. I] si conclude al f. 42r, lasciando in bianco gran parte della pagina, che una seconda mano, molto più insicura della prima, ha occupato con un inno all’arcangelo Michele, aperto dal titolo (evidenziato da rozze linee ornate realizzate con lo stesso inchiostro del testo) <hi rend="CharOverride-2">ὕμνον</hi> <hi rend="CharOverride-2">ἀρχαγγέλο</hi>[<hi rend="CharOverride-2">υ</hi>] <hi rend="CharOverride-2">Μιχαήλ</hi>. Lo spazio lasciato vuoto sul f. 42v viene occupato da un testo non identificato vergato da una terza mano [tav. II]. </p><p rend="text">I <hi rend="italic">Miracula</hi> mostrano i segni di un qualche lavoro di revisione. In primo luogo, si notano una serie di rasure che non si direbbero prodotte <hi rend="italic">in scribendo</hi>, dato che il copista non vi ha riscritto sopra. In alternativa, le parole possono essere espunte circondandole di trattini o virgole. La prima mano cerca di rimediare anche alle proprie omissioni, inserendo nel margine inferiore, o più spesso nell’interlinea, le parole tralasciate al momento della trascrizione. Interviene anche la mano di un revisore, da identificare con quella del secondo copista, a cui si deve l’inno all’arcangelo Michele, responsabile di correzioni grammaticali effettuate sovrascrivendo alcune lettere ed aggiungendone altre nell’interlinea.</p><p rend="text">I tre copisti impiegano scritture abbastanza simili, gravitanti attorno al polo di attrazione della maiuscola ogivale inclinata. La mano principale è caratterizzata da un asse moderatamente inclinato e dal marcato contrasto modulare tra lettere strette (<hi rend="italic">epsilon, theta, omicron, sigma</hi> ma anche <hi rend="italic">rho</hi>) e le altre lettere, inscrivibili in un modulo sostanzialmente quadrato. Il tracciato è leggermente chiaroscurato, con i tratti orizzontali e obliqui discendenti da sinistra verso destra più spessi di quelli orizzontali e obliqui discendenti da destra verso sinistra. La struttura bilineare, oltre che dai soliti <hi rend="italic">rho</hi>, <hi rend="italic">ypsilon</hi>, <hi rend="italic">phi</hi> (di forma romboidale) e <hi rend="italic">psi</hi>, è infranta in entrambe le direzioni anche da <hi rend="italic">beta</hi>, significativamente ingrandito. Particolarmente sviluppati e svolazzanti appaiono gli ultimi tratti di <hi rend="italic">zeta</hi> e <hi rend="italic">csi</hi>, che invadono l’interlinea inferiore. La tenaglia di <hi rend="italic">kappa</hi> è molto lontana dal tratto verticale. <hi rend="italic">My</hi> è realizzato in tre tempi, con i tratti due e tre fusi in una curva che tocca il rigo di base, talvolta superandolo. Per quanto riguarda l’ornamentazione, tutti i tratti verticali, che, lo ricordiamo, sono di minimo spessore, presentano all’estremità superiore un ingrossamento a forma di bottone piuttosto pronunciato. Lo stesso elemento si individua all’estremità destra del tratto orizzontale di <hi rend="italic">tau</hi>, all’estremità superiore dei tratti obliqui di <hi rend="italic">ypsilon</hi>, <hi rend="italic">chi</hi> e <hi rend="italic">psi</hi>, e alle estremità di <hi rend="italic">omega</hi>, realizzato in tre tempi. Questa mano, che non appartiene ad un copista inesperto, presenta tuttavia vistose difficoltà di allineamento, amplificate dall’assenza di linee rettrici, non impresse al momento della rigatura (che si limita ad inquadrare lo specchio scrittorio).</p><p rend="text">La seconda mano è caratterizzata da un modulo più piccolo e un tracciato più incerto, non chiaroscurato e privo di ornamentazione. La sua maiuscola ogivale, in cui gli squilibri modulari non sono costanti, è di esecuzione meno curata. </p><p rend="text">Molto più marcato il contrasto chiaroscurale della terza mano, che dispone pieni e filetti secondo l’orientamento già osservato nella prima mano. Questo terzo copista impiega una maiuscola ogivale più inclinata e dal tracciato maggiormente spezzato (in particolare <hi rend="italic">omega</hi>). Oltre che per l’aspetto generale e per la tendenza a prolungare i tratti verticali di <hi rend="italic">rho</hi> e <hi rend="italic">ypsilon</hi>, questa mano si distingue anche per tratteggi specifici, come <hi rend="italic">alpha</hi> in cui il primo e il secondo tratto formano un angolo molto acuto, appiattito sul rigo di base (tanto che la lettera può confondersi con <hi rend="italic">delta</hi>), oppure <hi rend="italic">kappa</hi>, in cui il tratto obliquo inferiore della tenaglia è più sviluppato di quello superiore.</p><p rend="text">I codici assieme ai quali il manoscritto greco venne rinvenuto sono datati, dai colofoni che li accompagnano, tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-008">55</ref></hi></hi>, una datazione in linea con le caratteristiche paleografiche esibite dalle tre mani. La maiuscola impiegata infatti appartiene alla medesima temperie grafica esibita dai materiali liturgici<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-007">56</ref></hi></hi> rinvenuti durante gli scavi della cattedrale di Qasr Ibrim, nella bassa Nubia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-006">57</ref></hi></hi>. Secondo Edoardo Crisci, che ha studiato approfonditamente questi materiali collocandoli proprio tra X e XI secolo, </p><quote rend="quotation_b">l’aspetto caratteristico di questa maiuscola ogivale di origine nubiana non deriva tanto dalla forma delle singole lettere, quanto dal modo in cui i diversi elementi della scrittura si combinano nella pagina determinandone la particolare fisionomia: tracciato incerto ed impacciato, disomogeneità morfologiche strutturali, squilibri nel rapporto modulare e nella resa del chiaroscuro concorrono a definire il carattere estremamente modesto della scrittura<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-005">58</ref></hi></hi>,</quote><p rend="text_NOindent">una descrizione che può ben adattarsi all’impressione generale offerta dall’Add. 37534. Occorre precisare, tuttavia, che nei dettagli i materiali di Qasr Ibrim differiscono molto dal codice londinese: innanzitutto, il copista principale di quest’ultimo, pur nelle sue difficoltà, ha una mano chiaramente più sicura di quelle nubiane; in secondo luogo il <hi rend="italic">my</hi> (come anche <hi rend="italic">omega</hi>, dal tracciato curvilineo), nel codice egiziano è più simile al modello alessandrino, con i tratti due e tre realizzati in un solo movimento, mentre quello dei manoscritti di Qasr Ibrim è sistematicamente in quattro tempi (<hi rend="italic">omega</hi> invece ha per lo più il tracciato spezzato tipico della maiuscola ogivale). Ma il contesto grafico (<hi rend="italic">kappa</hi> con tenaglia molto lontana dal tratto verticale, <hi rend="italic">phi</hi> ingrandito e di forma romboidale), è il medesimo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-004">59</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">In definitiva, dunque, i manoscritti greci collocabili, su solide basi, all’interno di un ambiente monastico principalmente coptofono si riducono ai seguenti: </p><p rend="text_list"><hi>1)	</hi>un foglio pergamenaceo frammentario con un passo dell’<hi rend="italic">Esodo</hi> (P.Bal. I 2) appartenuto ad un codice di piccole dimensioni;</p><p rend="text_list"><hi>2)	</hi>alcuni frammenti con passi dei <hi rend="italic">Vangeli</hi> in greco (P.Mon.Epiph. 583), forse facenti parte di un vero e proprio lezionario, rinvenuti durante gli scavi del Monastero di Epifanio; </p><p rend="text_list"><hi>3)	</hi>alcuni frammenti con i <hi rend="italic">Canoni</hi> eusebiani e l’<hi rend="italic">Epistula ad</hi><hi rend="italic"> Carpianum</hi> (P.Mon.Epiph. 584), anch’essi restituiti dal medesimo scavo archeologico, forse posti all’inizio di un <hi rend="italic">Tetravangelo</hi>, o forse conservati semplicemente in forma di fascicolo sciolto; </p><p rend="text_list"><hi>4)	</hi>un <hi rend="italic">Salterio</hi> greco (P.Mon.Epiph. 578), acquistato a Tebe ma ritrovato (stando alle testimonianze del tempo) tra le rovine del Monastero di Epifanio, scritto dalla mano avvezza alla scrittura anche documentaria di un copista sicuramente coptofono; </p><p rend="text_list"><hi>5)	</hi>7 fogli papiracei di un secondo <hi rend="italic">Salterio</hi> greco rinvenuti tra le rovine del Monastero di Naqlun (P.Naqlun II 15); </p><p rend="text_list"><hi>6)	</hi>un codice pergamenaceo (London, British Library, Add. 37534) contenente la <hi rend="italic">Vita</hi> e i <hi rend="italic">Miracula</hi> dei santi Cosma e Damiano, parte di un gruppo di codici connessi esplicitamente dai colofoni ai monasteri di Edfu. </p><p rend="text">A questi, si devono aggiungere almeno altri due frammenti di <hi rend="italic">Salteri</hi> un tempo parte della biblioteca del Monastero Bianco, piuttosto tardi (rispettivamente di XII/XIII secolo e XIII/XIV secolo), ma molto significativi, perché palinsesti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-003">60</ref></hi></hi>. Date le ridotte dimensioni dei lacerti, non è chiaro se i due <hi rend="italic">Salteri</hi> fossero integralmente in greco (com’è molto probabile). Resta comunque sintomatico che ancora nel XIV secolo si cancellassero dei testi copti per far posto al greco.</p><p rend="text">Con ogni probabilità, anche altri (frammenti di) codici greci, oggi parte delle collezioni di tutto il mondo, furono in origine conservati all’interno di biblioteche monastiche copte. Tuttavia, essi, provenendo per la quasi totalità o da scavi clandestini o dal mercato antiquario, non sono più collocabili nel loro contesto originario. </p><p rend="text">Infine, alcuni indizi sulla circolazione di libri greci possono sorprendentemente arrivare dallo studio delle epigrafi. Vi è il forte sospetto, infatti, che alcune delle iscrizioni, anche greche, che ricoprono i muri della cripta dell’arcivescovo Georgios a Dongola, in Nubia, siano tratte da libri<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-002">61</ref></hi></hi>. Dopotutto, la cripta si trova nei pressi di un complesso monastico che doveva avere una propria biblioteca. Se questa ipotesi è corretta, si deve presupporre una certa circolazione di libri greci ancora nel XII secolo in un’area tutto sommato periferica, come la Nubia. Lo stesso dubbio potrebbe sorgere per P.Mon.Epiph. 588<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-001">62</ref></hi></hi>, un testo omiletico in greco tracciato in ocra rosso sull’intonaco della cella B del Monastero di Epifanio. Infine, in uno degli eremi di Kellia è stato rinvenuto un curioso graffito, in cui si menzionano i quattro <hi rend="italic">Libri dei Re</hi>, ciascuno seguito da una cifra, che Pieter J. Sijpesteijn<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-000">63</ref></hi></hi> ha convincentemente interpretato come indicazioni sticometriche compatibili con la traduzione della <hi rend="italic">Septuaginta</hi>, prova che, giusta l’interpretazione dello studioso olandese, nello Wadi al-Natrûn era presente almeno una copia in greco dei <hi rend="italic">Re</hi>.</p><p rend="text">Al contrario dei codici greci, i manoscritti bilingui greco-copti, che spesso hanno sofferto della medesima sorte di quelli greci (o anche copti), ma che sono senza dubbio collocabili in un contesto culturalmente copto proprio perché bilingui, sono decine e riferibili ad un ampio arco cronologico, che va dal IV fino all’XI secolo almeno. Rappresentano dunque una buona prospettiva per indagare il rapporto fra scrittura greca e scrittura copta ed analizzare l’evoluzione delle maiuscole canoniche greche nei codici copti. Tuttavia, prima di procedere all’analisi sistematica delle testimonianze bilingui è bene inquadrare velocemente che cosa si intende per lingua copta e quali siano le caratteristiche del sistema di scrittura impiegato per rappresentarla.</p><list rend="numbered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-062-backlink">1</ref></hi> <hi>La spinosa questione è stata recentemente affrontata nel </hi><hi>suo complesso da </hi><hi rend="CharOverride-3">Fournet</hi><hi> 2015, il quale, in calce al </hi><hi>proprio intervento (pp. 21-24), offre un utilissimo inventario ragionato di </hi><hi>tutti i codici riferiti, con maggior o minore sicurezza, alla </hi><hi>‘biblioteca Bodmer’.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-061-backlink">2</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Turner</hi><hi> 1968, pp. 51-53 </hi><hi>(= trad. it., pp. 70-72), che mette in evidenza anche </hi><hi>la particolare struttura del P.Panop.Beatty (pubblicato da Skeat), codice a </hi><hi>fascicolo unico realizzato incollando fra loro di due </hi><hi>rotoli contenenti sul </hi><hi rend="italic">recto</hi><hi> la corrispondenza dello stratego di Panopoli (anni 298 </hi><hi>e 300).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-060-backlink">3</ref></hi> <hi>Sui vari aspetti di questa vivacità, si vedano</hi><hi> i contributi raccolti da </hi><hi rend="CharOverride-3">Egberts, Muhs, van der Vliet 2002</hi><hi rend="CharOverride-3"> (</hi><hi>in particolare </hi><hi rend="CharOverride-3">Emmel</hi><hi> 2002; </hi><hi rend="CharOverride-3">Martens</hi><hi> 2002; </hi><hi rend="CharOverride-3">McNally</hi><hi> 2002; </hi><hi rend="CharOverride-3">van </hi><hi rend="CharOverride-3">Minnen</hi><hi> 2002).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-059-backlink">4</ref></hi> <hi>I dettagli di questa ipotesi si possono leggere</hi><hi> in </hi><hi rend="CharOverride-3">Robinson</hi><hi> 2011. Ulteriori particolari vennero rivelati da </hi><hi rend="CharOverride-3">Kasser</hi><hi> 1988,</hi><hi> il quale riporta la testimonianza del mecenate svizzero. Sul ruolo</hi><hi> del monastero di Pbow si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-3">Emmel</hi><hi> 2010. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-058-backlink">5</ref></hi> <hi>Tanto che, dopo una lunga analisi dedicata al </hi><hi rend="italic">Codex Visionum</hi><hi>, al codice miscellaneo P.Bodm. V + X + XI </hi><hi>+ VII + XIII + XII + XX + IX </hi><hi>+ VIII, al </hi><hi rend="italic">Codex</hi><hi> Crosby-Schøyen, ms. 193 e al Papiro </hi><hi>di Barcellona (P.Montserrat inv. nr. 128, 149, 154, 158, 162, </hi><hi>166), </hi><hi rend="CharOverride-3">Camplani</hi><hi> 2015b, p. 135 può chiedersi, su base </hi><hi>contenutistica (e quindi da una prospettiva diversa rispetto a quella </hi><hi>considerata da Turner e Robinson), se i ‘papiri Bodmer’ </hi><hi>possano «essere stati copiati, costruiti, letti e annotati da gruppi </hi><hi>di laici impegnati», che di lì a poco sarebbero emersi </hi><hi>nella società egiziana tardoantica. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-057-backlink">6</ref></hi> <hi>In generale, su questi codici </hi><hi>papiracei (in molti casi palinsesti: si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Crisci</hi><hi> 2003a, </hi><hi>pp. 71-73) si rimanda, oltre a </hi><hi rend="CharOverride-3">Doutreleau</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">1955 (</hi><hi>che per</hi><hi> primo offrì agli studiosi un inventario dei codici rinvenuti)</hi><hi rend="CharOverride-3">, </hi><hi>a</hi><hi rend="CharOverride-3"> Horsley</hi><hi> 1987, pp. 196-198, nr. 107, a </hi><hi rend="CharOverride-3">van Haelst</hi><hi> </hi><hi>nrr. 643-647 e 683-687, ad </hi><hi rend="CharOverride-3">Aland, Rosenbaum</hi><hi> 1995, pp. 57-192, </hi><hi>408-413, 452-460 e 467-516 ed infine a </hi><hi rend="CharOverride-3">Perrone</hi><hi> 2021, pp. </hi><hi>96-102. Di più ampio respiro lo studio di </hi><hi rend="CharOverride-3">Koenen, Müller-Wiener</hi><hi> </hi><hi>1968, pp. 41-48. </hi><hi rend="CharOverride-3">Stefaniw</hi><hi> 2018 ha messo in luce il </hi><hi>ruolo giocato da Didimo il Cieco nella trasformazione in senso </hi><hi>cristiano della </hi><hi rend="italic">paideia</hi><hi> classica.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-056-backlink">7</ref></hi> <hi>Sul monastero si veda almeno </hi><hi rend="italic">CE</hi><hi>,</hi><hi rend="italic"> s.v.</hi><hi> </hi><hi rend="italic">Dayr al-Qus</hi><hi rend="IFAO_italic CharOverride-2">̣</hi><hi rend="italic">ayr</hi><hi> (a cura di R.-G. Coquin,</hi><hi> M. Martin, P. Grossmann) e </hi><hi rend="CharOverride-3">Koenen, Müller-Wiener</hi><hi> 1968.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-055-backlink">8</ref></hi> <hi>Così </hi><hi rend="CharOverride-3">Koenen, Müller-Wiener</hi><hi> 1968, p. 48 e </hi><hi rend="CharOverride-3">Guéraud, Nautin</hi><hi> 1979, pp. </hi><hi>21-22. Di certo, da questo monastero proveniva Eustazio, patriarca greco-ortodosso </hi><hi>di Alessandria tra l’813 e l’817. Ancora nel </hi><hi>XIV secolo il domenicano Francesco Pipino da Bologna, che nel </hi><hi>1320 ebbe la possibilità di visitare il monastero, attesta la </hi><hi>presenza al suo interno di una comunità di monaci greci. </hi><hi rend="CharOverride-3">Orlandi</hi><hi> 1980, p. 214 nota, tra l’altro, che le </hi><hi>opere di Origene e di Didimo (oltre che di molti </hi><hi>altri autori greci) «certamente sono estranee alla cultura “egiziana” copta», </hi><hi>affermazione che contribuisce a rinforzare l’idea di un monastero </hi><hi>culturalmente greco, in cui erano presenti appunto questi autori.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-054-backlink">9</ref></hi> <hi>Sul</hi><hi> sito archeologico e sugli scavi ivi compiuti dalla British School</hi><hi> of Archaeology si veda, oltre a </hi><hi rend="CharOverride-3">Kahle</hi><hi> 1954, pp. 1-6</hi><hi> e </hi><hi rend="CharOverride-3">Flinders Petrie 1907</hi><hi>, soprattutto </hi><hi rend="CharOverride-3">Wipszycka</hi><hi> 2015, pp. 157-160. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-053-backlink">10</ref></hi> <hi>Il codice (nr. 737 </hi><hi rend="CharOverride-3">van Haelst = TM 65239</hi><hi>),</hi><hi> i cui frammenti sono oggi conservati alla Bodleian Library di</hi><hi> Oxford con le segnature Gr. liturg. c. 3 (P) e</hi><hi> Gr. liturg. d. 2-4 (P), fu pubblicato per la prima</hi><hi> volta da </hi><hi rend="CharOverride-3">de Puniet</hi><hi> 1909a (si veda anche la </hi><hi>relazione tenuta dallo studioso benedettino al XIX Congresso Eucaristico Internazionale </hi><hi>svoltosi a Londra nel 1909, pubblicata in </hi><hi rend="CharOverride-3">de Puniet</hi><hi> 1909b</hi><hi>). Un notevole passo in avanti nell’edizione del testo </hi><hi>venne compiuto dalla monografia di </hi><hi rend="CharOverride-3">Roberts, Capelle</hi><hi> 1949. Si vedano</hi><hi> anche le diverse interpretazioni di </hi><hi rend="CharOverride-3">Gamber</hi><hi> 1969 e </hi><hi rend="CharOverride-3">van Haelst</hi><hi> 1969. Da ultimo, </hi><hi rend="CharOverride-3">Hammerstaedt</hi><hi> 1999, nr. 16, pp. 171-186. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-052-backlink">11</ref></hi> <hi>La datazione si deve a </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo</hi><hi> 1975, p. 47 (=</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo</hi><hi> 2005, p. 196).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-051-backlink">12</ref></hi> <hi>Tralasciando i papiri documentari, è </hi><hi>in greco anche P.Bal. I 29, frammento di preghiera, che </hi><hi>sembra essere più un foglio sciolto che un frammento di </hi><hi>codice.</hi><hi rend="CharOverride-3"> Flinders Petrie 1907, </hi><hi>p</hi><hi rend="CharOverride-3">.</hi><hi> 41 (ma il capitolo porta</hi><hi> la firma di Walter Ewing Crum), ripreso da </hi><hi rend="CharOverride-3">Kahle</hi><hi> 1954,</hi><hi> pp. 8-9 e nota 2, dà notizia di ulteriori </hi><hi>frammenti, non pubblicati, in greco, contenenti una «curious series of </hi><hi>aphorisms in Greek» i quali «though based upon pagan text </hi><hi>[…] have been adapted to Christians taste».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-050-backlink">13</ref></hi> Oxford, Bodleian Library, Gr. bibl. g. 2 (P) = nr. 31 <hi rend="CharOverride-3">van Haelst</hi> = 843 <hi rend="CharOverride-3">Rahlfs</hi> = TM 62051. <hi>Per una sommaria descrizione,</hi><hi> si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Rahlfs, Fraenkel</hi><hi> 2004, p. 282. Il frammento è</hi><hi> stato ripubblicato da Salomons nel 1996 come P.Bodl. I 10, riproduzione fotografica in pl. 1.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-049-backlink">14</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">Rahlfs, Fraenkel</hi><hi> 2004, p. 282 preferisce pensare a due </hi><hi>quaternioni più un quinione, ma 26 fogli sono decisamente troppo </hi><hi>pochi.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-048-backlink">15</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Turner</hi><hi> 1977 OT 23, p. 30 (gruppo</hi><hi> 14) e p. 166.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-047-backlink">16</ref></hi> <hi>Riprodotto in </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo, Maehler</hi><hi> 1987, </hi><hi>p. 62 pl. 27b.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-046-backlink">17</ref></hi> Nrr. 567 + 629 <hi rend="CharOverride-3">van </hi><hi rend="CharOverride-3">Haelst</hi> = 0229 <hi rend="CharOverride-3">Aland</hi> = TM 61688. <hi>Sotto la medesima </hi><hi>segnatura sono conservati due bifogli frammentari contenenti, tra gli altri, </hi><hi>un dialogo fra Gregorio e Basilio e un passo dell’</hi><hi rend="italic">Apocalisse</hi><hi>. Riproduzione in </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo, Maehler</hi><hi> 1987, p. 64 pl. </hi><hi>28b.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-045-backlink">18</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">O’Connell</hi><hi> 2018 prende in considerazione tutte le testimonianze</hi><hi> manoscritte datate tra il periodo greco-romano e il IX secolo.</hi><hi> Per una panoramica sulla storia degli scavi archeologici nella Tebaide</hi><hi> egiziana si può leggere </hi><hi rend="CharOverride-3">O’Connell</hi><hi> 2010. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-044-backlink">19</ref></hi> New York, Metropolitan Museum of Art, Accession no. 14.1.527 = P 44 Aland = nr. 365 van Haelst = TM 61825. <hi>I frammenti vennero pubblicati per la prima volta da </hi><hi rend="CharOverride-3">Crum, </hi><hi rend="CharOverride-3">Winlock, White 1926, </hi><hi>vol</hi><hi rend="CharOverride-3">.</hi><hi> II, pp. 120-121 e p. 301.</hi><hi> I passi biblici sono particolarmente ricchi di accenti, circostanza che</hi><hi> ha spinto </hi><hi rend="CharOverride-3">Gampel</hi><hi> 2012 ad ipotizzare che tali accenti «are</hi><hi> likely to have served didactically for those monks who were</hi><hi> not sufficiently familiar with the correct pronounciation of the spoken</hi><hi> Greek biblical language». </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-043-backlink">20</ref></hi> New York, Metropolitan Museum of Art, Accession no. 14.1.198-9 (= X 455) = nr. 650 <hi rend="CharOverride-3">van Haelst</hi> = TM 59950. <hi>L’</hi><hi rend="italic">editio princeps</hi><hi> si può </hi><hi>leggere in </hi><hi rend="CharOverride-3">Crum, Winlock, White 1926, </hi><hi>vol</hi><hi rend="CharOverride-3">.</hi><hi> II, pp. 122-123</hi><hi> e 302-305, ma è a </hi><hi rend="CharOverride-3">Nordenfalk</hi><hi> 1982 che si deve</hi><hi> lo studio più approfondito.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-042-backlink">21</ref></hi> <hi>Le eccezioni sono tutte tarde </hi><hi>(XII-XIII secolo) e in bohairico. Si veda ad esempio il </hi><hi>Vat. copt. 9, un </hi><hi rend="italic">Tetravangelo</hi><hi> copto-arabo riccamente decorato, per il </hi><hi>quale si rimanda a </hi><hi rend="CharOverride-3">Proverbio</hi><hi> 2000. Sui canoni eusebiani e </hi><hi>sulla loro fortuna, si veda da ultimo </hi><hi rend="CharOverride-3">Crawford</hi><hi> 2019.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-041-backlink">22</ref></hi> <hi>Disposizione</hi><hi> diversa, dunque, da quella ricostruita da </hi><hi rend="CharOverride-3">Nordenfalk</hi><hi> 1938, pp. 65-72</hi><hi> per l’archetipo eusebiano, in cui si alternavano pagine a</hi><hi> tre e a due canoni.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-040-backlink">23</ref></hi> <hi>Queste didascalie si trovano </hi><hi>in corrispondenza dei seguenti passi: </hi><hi rend="italic">ad</hi><hi> Mt 24, 3-8; Mc </hi><hi>13, 3-8; Lc 21, 7-11 (</hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τέλο</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">υ</hi><hi>]</hi><hi rend="CharOverride-2">ς</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">καὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ση</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">μεί</hi><hi>]</hi><hi rend="CharOverride-2">ων</hi><hi rend="CharOverride-2">); </hi><hi rend="italic">ad</hi><hi> </hi><hi>Mt</hi><hi> 1, </hi><hi>1-16; </hi><hi>Lc</hi><hi> 3, 23-38; </hi><hi>Gv</hi><hi>, 1, 1-5</hi><hi> (</hi><hi rend="CharOverride-2">εἰς</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τ</hi><hi rend="CharOverride-2">ὴν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">μεγάλην</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">Κυριακὴν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">Πά</hi><hi>‹</hi><hi rend="CharOverride-2">σ</hi><hi>›</hi><hi rend="CharOverride-2">χα</hi><hi rend="CharOverride-2">); </hi><hi rend="italic">ad</hi><hi> </hi><hi>Mt</hi><hi> 8, 5-12; </hi><hi>Lc</hi><hi> 7, 1-9; </hi><hi>Gv</hi><hi> 4, 46-54</hi><hi> (</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">εἰς</hi><hi>] </hi><hi rend="CharOverride-2">τὸν</hi><hi> [</hi><hi rend="CharOverride-2">π</hi><hi>]</hi><hi rend="CharOverride-2">αῖδα</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἑκατοντάρκου</hi><hi> [</hi><hi rend="italic">sic</hi><hi>]</hi><hi>); </hi><hi rend="italic">ad</hi><hi> </hi><hi>Mt</hi><hi> 1, 18-19; </hi><hi>Lc</hi><hi> 2, 6-7</hi><hi> (</hi><hi rend="CharOverride-2">εἰς</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τ</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">ὴν</hi><hi>] </hi><hi rend="CharOverride-2">γέν</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">ησιν</hi><hi>] </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> [</hi><hi rend="CharOverride-2">Κ</hi><hi>(</hi><hi rend="CharOverride-2">υρίο</hi><hi>)</hi><hi rend="CharOverride-2">υ</hi><hi>]</hi><hi>); </hi><hi rend="italic">ad</hi><hi> </hi><hi>Mt</hi><hi> 5, 2-3; </hi><hi>Lc</hi><hi> 6, 32-36</hi><hi> (</hi><hi rend="CharOverride-2">εἰς</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τὸν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">μακαρισμόν</hi><hi rend="CharOverride-2">); </hi><hi rend="italic">ad</hi><hi> </hi><hi>Mt</hi><hi> 5, 43-45; </hi><hi>Lc</hi><hi> 6, 32-36</hi><hi> (</hi><hi rend="CharOverride-2">εἰς</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τὸ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἀγαπᾶν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τὸ</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">ν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἐχ</hi><hi>]</hi><hi rend="CharOverride-2">θ</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">ρόν</hi><hi>]</hi><hi>); </hi><hi rend="italic">ad</hi><hi> </hi><hi>Mt</hi><hi> 6, 25-34; </hi><hi>Lc</hi><hi>, </hi><hi>12, 22-31</hi><hi> (</hi><hi rend="CharOverride-2">ε</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">ἰς</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τὸ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">μὴ</hi><hi>] </hi><hi rend="CharOverride-2">μερ</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">ίμ</hi><hi>]</hi><hi rend="CharOverride-2">νατ</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">ε</hi><hi>]</hi><hi>); </hi><hi rend="italic">ad</hi><hi> </hi><hi>Mt</hi><hi> 7, 7-11; </hi><hi>Lc</hi><hi> 11, 9-13</hi><hi> (</hi><hi rend="CharOverride-2">ε</hi><hi rend="CharOverride-2">ἰς</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τὸ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">κρο</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">ύ</hi><hi>]</hi><hi rend="CharOverride-2">ετε</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">καὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἀποιγήσεται</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ὑμ</hi><hi rend="CharOverride-2">ῖν</hi><hi rend="CharOverride-2">); </hi><hi rend="italic">ad</hi><hi> </hi>Mt<hi> 10, 27-32; </hi>Lc<hi> 12, 2-8</hi><hi> (</hi><hi rend="CharOverride-2">εἰς</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">μάρτυρας</hi><hi rend="CharOverride-2">); </hi><hi rend="italic">ad</hi><hi> </hi>Mt<hi> 10, 37-38; </hi>Lc<hi> 14, 25-26</hi><hi> (</hi><hi rend="CharOverride-2">ὁ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ὑ</hi><hi rend="CharOverride-2">πὲρ</hi><hi> […]</hi><hi rend="CharOverride-2">προς</hi><hi> [?]</hi><hi>); </hi><hi rend="italic">ad</hi><hi> </hi>Mt<hi> 16, 2-9; </hi>Lc<hi> 7,</hi><hi> 18-26</hi><hi> (</hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τῶν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἀπισταλέντων</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">παρὰ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">Ἰωάννου</hi><hi>).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-039-backlink">24</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Nordenfalk</hi><hi> 1982, p. 37.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-038-backlink">25</ref></hi> <hi>Su questo codice, </hi><hi>si veda </hi><hi rend="italic">infra</hi><hi>, pp. 174-178.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-037-backlink">26</ref></hi> <hi>È l’ipotesi di </hi><hi rend="CharOverride-3">Nordenfalk</hi><hi> 1982, pp. 32-33, a cui rimando per l’attenta </hi><hi>disamina dei problemi codicologici posti dal frammento. I due codici </hi><hi>(bohairici) a cui si fa riferimento sono il già citato </hi><hi>Vat. copt. 9 e il London, British Library, Or. 1315. </hi><hi>Si sarebbe portati a credere che l’</hi><hi rend="italic">Epistula</hi><hi> sia stata </hi><hi>vergata su fogli di dimensioni diverse, non facenti parte del </hi><hi>medesimo fascicolo o addirittura sciolti, se non che la mano </hi><hi>che copia l’</hi><hi rend="italic">Epistula</hi><hi> è indubitabilmente la stessa delle tavole </hi><hi>eusebiane. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-036-backlink">27</ref></hi> <hi>Si vedano ad esempio i materiali pubblicati da </hi><hi rend="CharOverride-3">Boud’hors</hi><hi> 2017a.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-035-backlink">28</ref></hi> London, British Library, Pap 37 = <hi rend="italic">U</hi> <hi rend="CharOverride-3">Rahlfs</hi> = nr. 108 <hi rend="CharOverride-3">van Haelst</hi> = TM 62211. <hi>Il codice è stato edito integralmente per la prima volta</hi><hi> da </hi><hi rend="CharOverride-3">Tischendorf</hi><hi> 1855 (parzialmente già in </hi><hi rend="CharOverride-3">Tischendorf</hi><hi> 1844, pp. 490-498).</hi><hi> Nuova edizione a cura di </hi><hi rend="CharOverride-3">Emmenegger</hi><hi> 2007, pp. 259-327. Si</hi><hi> vedano anche </hi><hi rend="CharOverride-3">Crum, Winlock, White 1926, </hi><hi>vol</hi><hi rend="CharOverride-3">.</hi><hi> </hi>II, p. 299 e pl.<hi rend="CharOverride-3"> </hi><hi rend="CharOverride-7">xvii</hi>; e P.Lond.Lit. 205. <hi>Scheda descrittiva in</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">Rahlfs, Fraenkel</hi><hi> 2004, pp. 213-214 e, da ultimo, in </hi><hi rend="CharOverride-3">Boud</hi><hi rend="CharOverride-3">’hors</hi><hi> 2017b, p. 191.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-034-backlink">29</ref></hi> Così <hi rend="CharOverride-3">Crum, Winlock, White </hi><hi rend="CharOverride-3">1926, </hi>vol<hi rend="CharOverride-3">.</hi> <hi>II, p. 299. Più recentemente, è stata riconosciuta</hi><hi> da </hi><hi rend="CharOverride-3">Górecki, Łajtar</hi><hi> 2012, pp. 142-143 una grande affinità </hi><hi>fra la scrittura di P.Mon.Epiph. 578 e quella di un </hi><hi rend="italic">ostracon</hi><hi> in greco rinvenuto nella necropoli di Tebe all’interno </hi><hi>di un contesto archeologico riferito alla metà del VII secolo.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-033-backlink">30</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">Hogg</hi><hi> 1835, vol. II, p. 312 nota a piè </hi><hi>di pagina.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-032-backlink">31</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">Crum, Winlock, White 1926, </hi>vol<hi rend="CharOverride-3">.</hi> II, p. 299.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-031-backlink">32</ref></hi> <hi>Ad esempio, </hi><hi rend="CharOverride-3">Górecki, Łajtar</hi><hi> 2012, p. 142; </hi><hi rend="CharOverride-3">Boud’</hi><hi rend="CharOverride-3">hors</hi><hi> 2017b, p. 186 nota 37; </hi><hi rend="CharOverride-3">O’Connell</hi><hi> 2018, </hi><hi>p. 91.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-030-backlink">33</ref></hi> <hi>L’intuizione si deve a </hi><hi rend="CharOverride-3">Rahlfs</hi><hi> 1907, pp.</hi><hi> 146-152 ed è stata sostanzialmente accettata dagli studiosi successivi, compreso</hi><hi> l’ultimo editore del </hi><hi rend="italic">Salterio</hi><hi>, </hi><hi rend="CharOverride-3">Emmenegger</hi><hi> 2007, p. 264. </hi><hi>Tra i fenomeni ortografici, il </hi><hi rend="italic">titulus</hi><hi> sopra il termine </hi><hi rend="CharOverride-2">σάρξ</hi><hi> </hi><hi>viene spiegato da Rahlfs non come indicazione di </hi><hi rend="italic">nomen sacrum</hi><hi> </hi><hi>(anche perché non viene abbreviato nulla) ma come evoluzione della </hi><hi>grafia copta </hi><hi rend="CharOverride-2">ⲥⲁⲣⲝ</hi><hi rend="CharOverride-2"></hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi><hi>(che si osserva, ad esempio, in P.Ryl.Suppl.Copt.</hi><hi> nrr. 47-48 edito da </hi><hi rend="CharOverride-3">Camplani</hi><hi> 2004), dove il </hi><hi rend="italic">titulus</hi><hi> </hi><hi>indica l’inserzione di una vocale epentetica neutra [ə] ad aiutare la pronuncia di nessi consonantici particolarmente complicati.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-029-backlink">34</ref></hi> <hi>Le rovine si trovano a circa 16 km da </hi><hi>Medinet el-Fayyum, capitale dell’omonimo governatorato. Su questo sito si </hi><hi>veda almeno</hi><hi rend="CharOverride-3"> P.</hi><hi>Naqlun I, pp. 19-40.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-028-backlink">35</ref></hi> <hi>P.Naqlun II 15</hi><hi> = TM 62214.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-027-backlink">36</ref></hi> <hi>E non la maiuscola biblica come </hi><hi>affermato da Derda in P. Naqlun II, pp. 15-16.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-026-backlink">37</ref></hi> Nr. 271 <hi rend="CharOverride-3">van Haelst</hi> = 913 <hi rend="CharOverride-3">Rahlfs</hi> = TM 62145. <hi>La</hi><hi> datazione è di </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo</hi><hi> 1975, p. 38 (= </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo </hi><hi>2005,</hi><hi> p. 138); riproduzione anche in </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo</hi><hi> 1967 tav. 101.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-025-backlink">38</ref></hi> Nr. 461 <hi rend="CharOverride-3">van Haelst</hi> = 0109 <hi rend="CharOverride-3">Aland</hi> = TM 61664. <hi>Pubblicato da </hi><hi rend="CharOverride-3">Salonius</hi><hi> 1926, pp. 104-109; la datazione si deve</hi><hi> a </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo</hi><hi> 1975, p. 40 nota 98 (= </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo </hi><hi>2005,</hi><hi> p. 189 nota 93).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-024-backlink">39</ref></hi> <hi>Derda addirittura non esclude una </hi><hi>datazione più alta in P. Naqlun II, p. 16. Ad </hi><hi>una datazione non anteriore al VI secolo pensa anche </hi><hi rend="CharOverride-3">van </hi><hi rend="CharOverride-3">Minnen</hi><hi> 2009, p. 220, che però identifica la scrittura ancora </hi><hi>come una maiuscola biblica.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-023-backlink">40</ref></hi> <hi>TM 65097.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-022-backlink">41</ref></hi> <hi>TM 65905.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-021-backlink">42</ref></hi> <hi>Si</hi><hi> tratta di P.Naqlun I 1 (TM 62165), 2 (TM 62166),</hi><hi> 3 (TM 62167), 4 (TM 62168), 5 (TM 62169). Sul </hi><hi rend="italic">dossier</hi><hi> si veda P.Naqlun I, pp. 41-56.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-020-backlink">43</ref></hi> <hi>TM 62309.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-019-backlink">44</ref></hi> <hi rend="italic">PG</hi><hi> 23 col. 66.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-018-backlink">45</ref></hi> <hi>Questo elenco è quasi completamente</hi><hi> sovrapponibile all’elenco che si legge sul f. 532v del</hi><hi> </hi><hi rend="italic">Codex Alexandrinus</hi><hi>, tanto che </hi><hi rend="CharOverride-3">Derda</hi><hi> 1995, pp. 32-35 ha </hi><hi>avanzato un suggestivo avvicinamento tra il celebre codice, oggi a </hi><hi>Londra, e il Monastero di Naqlun.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-017-backlink">46</ref></hi> <hi>Il monastero, oggi ancora</hi><hi> esistente, si trova a circa 16 km a sud della</hi><hi> capitale del Governatorato del Fayyum; si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">P.</hi><hi>Naqlun I,</hi><hi> p. 19. È molto probabile che questo anonimo eremita fosse</hi><hi> un grecofono (</hi><hi rend="CharOverride-3">P.</hi><hi>Naqlun I, pp. 41-56).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-016-backlink">47</ref></hi> <hi>Sembra anzi</hi><hi> che «Greek was the dominant language in Naqlun in the</hi><hi> first stage of the monastery’s existence» (Derda in P.</hi><hi> Naqlun II, p. 8), come suggerisce la proporzione tra </hi><hi rend="italic">ostraca</hi><hi> greci ed </hi><hi rend="italic">ostraca </hi><hi>copti rinvenuti.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-015-backlink">48</ref></hi> London, British Library, Add. 37534 = nrr. 704 + 764 <hi rend="CharOverride-3">van Haelst</hi>. <hi>Sul manoscritto</hi><hi> si vedano le schede nel </hi><hi rend="italic">Catalogue of Addition 1906-1910</hi><hi>, </hi><hi>p. 73, nr. 37534 e in </hi><hi rend="CharOverride-3">Richard</hi><hi> 1952, p. 71, </hi><hi>nonché la descrizione di </hi><hi rend="CharOverride-3">Rustafjaell</hi><hi> 1909, pp. 89-98 e pl. </hi><hi>XXXIX.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-014-backlink">49</ref></hi> <hi>Sul personaggio, legato al gruppo dei manoscritti di Esna-Edfu,</hi><hi> si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Bierbrier</hi><hi> 2012, pp. 479-480.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-013-backlink">50</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">van </hi><hi rend="CharOverride-3">der Vliet</hi><hi> 2015, p. 266.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-012-backlink">51</ref></hi> <hi>Ancora </hi><hi rend="CharOverride-3">van der Vliet</hi><hi> 2015,</hi><hi> in particolare pp. 267-268, 275-276.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-011-backlink">52</ref></hi> <hi>Edizione del testo a </hi><hi>cura di </hi><hi rend="CharOverride-3">Rupprecht</hi><hi> 1935.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-010-backlink">53</ref></hi> <hi>La ricostruzione più probabile sembra essere</hi><hi> la seguente: 1</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">8-2</hi><hi>, 2</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">8</hi><hi>, [3</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">8</hi><hi>], 4</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">8-3</hi><hi>,</hi><hi> 5-7</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">8</hi><hi>. Dal fasc. 1, come già osservato, mancano i</hi><hi> primi due fogli, mentre la lacuna che si apre dopo</hi><hi> il f. 14 dovrebbe essere di 11 fogli e coinvolgere</hi><hi> l’intero fasc. 3 e i primi tre fogli del</hi><hi> fasc. 4.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-009-backlink">54</ref></hi> <hi>I titoli conservati sono: </hi><hi rend="CharOverride-2">γʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τῆς</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">γυναικὸς</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">Μάλχου</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 6</hi><hi>v</hi><hi rend="CharOverride-2">)</hi><hi>; </hi><hi rend="CharOverride-2">δʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">γεωργοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">σαπέντος</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τὸν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">πόδα</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. </hi><hi>7</hi><hi>v); </hi><hi rend="CharOverride-2">εʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ὑδρωπικοῦ</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 9</hi><hi>r); </hi><hi rend="CharOverride-2">ϛʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τὴν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">δυσουρίαν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">νοσήσαντος</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 10</hi><hi>v); </hi><hi rend="CharOverride-2">ζʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ταχυγράφου</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 11</hi><hi>r); </hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">ηʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi>] </hi><hi rend="CharOverride-2">ξηρὰν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἔχοντος</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τὴν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">χεῖρα</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 12</hi><hi>v</hi><hi rend="CharOverride-2">);</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">θʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τὴν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">θωρακικὴν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">νόσον</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">νοσήσαντος</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 13</hi><hi>r</hi><hi rend="CharOverride-2">);</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ιʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">σοφιστοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">Στεφάνου</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. </hi><hi>14</hi><hi>r</hi><hi rend="CharOverride-2">);</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ιαʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἀνδρὸς</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τῆ</hi><hi rend="CharOverride-2">ς</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">γυναικὸς</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">σώφρονος</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 14</hi><hi>v</hi><hi rend="CharOverride-2">);</hi><hi> </hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">κβʹ</hi><hi>] </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἐσχηκότος</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τὸ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">απόστημα</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 15</hi><hi>v); </hi><hi rend="CharOverride-2">κγʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">πεσόντος</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἀπὸ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἵππου</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">καὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τὸ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">σκέλος</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">κλασθέντος</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 17</hi><hi>v); </hi><hi rend="CharOverride-2">κεʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἄλλου</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">παρέτου</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 20</hi><hi>r</hi><hi rend="CharOverride-2">);</hi><hi> </hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">κ</hi><hi rend="CharOverride-2">ϛʹ</hi><hi>] </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τῆς</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">παιδίσκης</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">κληρικοῦ</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 20</hi><hi>v); </hi><hi rend="CharOverride-2">κζʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τῶν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">δύο</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τῶν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἐχόντων</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τὴν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἐπίχυσιν</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 21</hi><hi>v</hi><hi rend="CharOverride-2">);</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">κηʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">πλευρικοῦ</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 24</hi><hi>r</hi><hi rend="CharOverride-2">);</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">κθʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">αἱμαπτυϊκοῦ</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 25</hi><hi>r</hi><hi rend="CharOverride-2">);</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">λʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">αἱρετικοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">παραλύτου</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 25</hi><hi>v</hi><hi rend="CharOverride-2">);</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">λαʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">υἱοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">Σευηριανοῦ</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>.</hi><hi> 26</hi><hi>v</hi><hi rend="CharOverride-2">);</hi><hi> </hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">λβʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">πε</hi><hi>]</hi><hi rend="CharOverride-2">ρὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">Διοσκόρου</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">σχολαστικοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἀ</hi><hi rend="CharOverride-2">πὸ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">Ἑλλήνων</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">γεναμένου</hi><hi> (</hi><hi rend="italic">sic</hi><hi>) </hi><hi rend="CharOverride-2">Χριστιανοῦ</hi><hi> (f</hi><hi>. 27</hi><hi>v</hi><hi>); </hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">λγʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τῆς</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ὑ</hi><hi>]</hi><hi rend="CharOverride-2">δεριώσης</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 28</hi><hi>v</hi><hi rend="CharOverride-2">);</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">λδʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τῆς</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">γυναικὸς</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">Κωνσταντίνου</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">το</hi><hi rend="CharOverride-2">ῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἐν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">Λ</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">αοδικείᾳ</hi><hi>]</hi><hi> (f</hi><hi>. 29</hi><hi>r); </hi><hi rend="CharOverride-2">λεʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τὴν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">φλεγμονὴν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἐσχηκὸτος</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἐ</hi><hi rend="CharOverride-2">ν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τῷ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἐγ</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">ηβαίῳ</hi><hi>]</hi><hi> (f</hi><hi>. 30</hi><hi>r); </hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">λ</hi><hi rend="CharOverride-2">ϛʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ὀ</hi><hi>]</hi><hi rend="CharOverride-2">φθαλμιῶντος</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 30</hi><hi>v</hi><hi rend="CharOverride-2">);</hi><hi> </hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">ληʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">παρα</hi><hi>]</hi><hi rend="CharOverride-2">λυτικοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">πτωχοῦ</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 31</hi><hi>v</hi><hi rend="CharOverride-2">);</hi><hi> [</hi><hi rend="CharOverride-2">λ</hi><hi>]</hi><hi rend="CharOverride-2">θʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">σχολαστικο</hi><hi rend="CharOverride-2">ῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἔχοντος</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τὸ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἀπόστημα</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 31</hi><hi>v</hi><hi rend="CharOverride-2">);</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">μʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἄλλου</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">παρέτου</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 33</hi><hi>r</hi><hi rend="CharOverride-2">);</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">μαʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τὴν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">λαμίαν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">νοσήσαντος</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 33</hi><hi>v</hi><hi rend="CharOverride-2">);</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">μβʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">σπληνικοῦ</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>.</hi><hi> 34</hi><hi>v</hi><hi rend="CharOverride-2">);</hi><hi> </hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">μγʹ</hi><hi>] </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τὰ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">α</hi><hi rend="CharOverride-2">ἰδοῖα</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἀπεσκληκότος</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">καὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ὀφταλμίσαντος</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 36</hi><hi>v</hi><hi rend="CharOverride-2">);</hi><hi> </hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">μδʹ</hi><hi>] </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τῆς</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">πονούσης</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τὸν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">μάζον</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 37</hi><hi>v</hi><hi rend="CharOverride-2">)</hi><hi>; </hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">μεʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τῆς</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἀ</hi><hi rend="CharOverride-2">λγησ</hi><hi>]</hi><hi rend="CharOverride-2">άσης</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τὸν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">μαστόν</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 38</hi><hi>v</hi><hi rend="CharOverride-2">)</hi><hi>; </hi><hi rend="CharOverride-2">μϛʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἐσχηκότος</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τὴν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">χοιράδα</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi>f</hi><hi>. 39</hi><hi>r); </hi><hi rend="CharOverride-2">μζʹ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">περὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τοῦ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">ἐφραχθέν</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">τος</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">τὸν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">λάρυγγα</hi><hi>]</hi><hi> (f</hi><hi>. 40</hi><hi>r).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-008-backlink">55</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Rustafjaell</hi><hi> 1909, p.</hi><hi> 89.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-007-backlink">56</ref></hi> <hi>Essi risultano in gran parte inediti. Per un </hi><hi>elenco aggiornato dei frammenti liturgici (in greco, in copto e </hi><hi>in antico nubiano) provenienti da Qasr Ibrim già pubblicati (e </hi><hi>della relativa bibliografia) si rimanda a </hi><hi rend="CharOverride-3">Łajtar</hi><hi> 2014, pp. 392-394,</hi><hi> a cui si deve fra l’altro la pubblicazione di</hi><hi> un foglio inedito contenente inni acrostici, sempre in greco (</hi><hi rend="CharOverride-3">Łajtar</hi><hi> 2014, pp. 394-407). Per il greco, particolarmente importanti risultano</hi><hi> i lavori di </hi><hi rend="CharOverride-3">Frend, Muirhead</hi><hi> 1976 e </hi><hi rend="CharOverride-3">Frend, Dragas, Kontoyiannis</hi><hi rend="CharOverride-3"> 1992. </hi><hi>Per le considerazioni di carattere paleografico si faccia riferimento</hi><hi> a </hi><hi rend="CharOverride-3">Crisci</hi><hi> 1996, pp. 121-127.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-006-backlink">57</ref></hi> <hi>I risultati di questi </hi><hi>scavi, compiuti sotto la guida di Jack Martin Plumley nel </hi><hi>1964, sono pubblicati in </hi><hi rend="CharOverride-3">Plumley</hi><hi> 1964. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-005-backlink">58</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">Crisci</hi><hi> 1996, p. </hi><hi>122. La descrizione si riferisce in particolare ai frammenti di </hi><hi>codice contenenti gli </hi><hi rend="italic">Atti di san Giorgio</hi><hi> (su cui si </hi><hi>vedano </hi><hi rend="CharOverride-3">Frend</hi><hi> 1978, </hi><hi rend="CharOverride-3">Frend </hi><hi>1982 e soprattutto </hi><hi rend="CharOverride-3">Frend </hi><hi>1989), ma </hi><hi>è applicabile a tutti i lacerti provenienti dalla cattedrale (si </hi><hi>veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Crisci</hi><hi> 1996, p. 123). Non a caso, </hi><hi rend="CharOverride-3">Frend</hi><hi> 1989 </hi><hi>(e già </hi><hi rend="CharOverride-3">Frend</hi><hi> 1986) ha parlato di «Nubian type» per </hi><hi>questo tipo di maiuscola, espressione ripresa da </hi><hi rend="CharOverride-3">Łajtar</hi><hi> 2009 e</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">Łajtar, van der Vliet</hi><hi> 2010 e applicata a scritture</hi><hi> epigrafiche (ma si vedano le osservazioni di </hi><hi rend="CharOverride-3">Crisci</hi><hi> 1996, pp.</hi><hi> 126-127 e soprattutto </hi><hi rend="CharOverride-3">Crisci </hi><hi>2018, pp. 49-50, che avverte di</hi><hi> non intendere l’espressione come un modo per individuare una</hi><hi> vera e propria tipologia scrittoria, distinta da altre espressioni tarde</hi><hi> della maiuscola ogivale).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-004-backlink">59</ref></hi> <hi>Nessuna delle caratteristiche individuate da </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo</hi><hi> </hi><hi>1977a, p. 99 nel </hi><hi rend="italic">Salterio</hi><hi> Uspenskij, preso come riferimento </hi><hi>per la tipizzazione palestinese della maiuscola ogivale inclinata («forme compatte, accentuato </hi><hi>contrasto tra pieni e filetti, estremità inferiori delle aste tendenti </hi><hi>ad incurvarsi verso sinistra, soprattutto se discendenti verso il rigo </hi><hi>di base, ingrossamenti decorativi alle estremità dei tratti sottili non </hi><hi>molto marcati ma regolari; […] </hi><hi rend="italic">delta</hi><hi> con ingrossamento ornamentale solo </hi><hi>a sinistra, </hi><hi rend="italic">rho</hi><hi> con tratto dorsale sinuoso, </hi><hi rend="italic">hypsilon</hi><hi> con calice </hi><hi>piuttosto largo, </hi><hi rend="italic">phi</hi><hi> con anello morbido e schiacciato», nonché l’</hi><hi>esasperata inclinazione dell’asse verso destra), si riconosce nell’Add. </hi><hi>37534. Pertanto, non appare condivisibile l’impressione di </hi><hi rend="CharOverride-3">MacCoull</hi><hi> 1990, </hi><hi>p. 40 nota 68, secondo il quale la mano del </hi><hi>codice londinese «resembles those known from Palestine». I criteri di </hi><hi>individuazione di tipologie locali all’interno del canone della maiuscola </hi><hi>ogivale inclinata sono stati nuovamente analizzati e in gran parte </hi><hi>ridimensionati (soprattutto per quanto riguarda l’inclinazione dell’asse) da </hi><hi rend="CharOverride-3">Orsini</hi><hi> 2016 (= </hi><hi rend="CharOverride-3">Orsini</hi><hi> 2019, pp. 133-164).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-003-backlink">60</ref></hi> <hi>Si tratta di</hi><hi> Paris, Bibliothèque nationale de France, copt. 132</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">4</hi><hi> f. 354;</hi><hi> copt. 133</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi><hi> ff. 195-195a + al-Qāhira, Institut français d</hi><hi>’archéologie orientale, copt. 305-308 e di London, British Library, </hi><hi>Or. 6954 ff. 91, 92, 95. Nel primo caso, è </hi><hi>stato eliminato un Vangelo di Matteo, nel secondo un inno </hi><hi>liturgico. Sui due palinsesti, si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Buzi</hi><hi> 2022, pp. 194 </hi><hi>e 198.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-002-backlink">61</ref></hi> <hi>Così </hi><hi rend="CharOverride-3">Crisci</hi><hi> 2018, p. 48. Su Georgios si</hi><hi> veda almeno </hi><hi rend="CharOverride-3">Łajtar</hi><hi> 2002. Le iscrizioni che ricoprono la </hi><hi>sua cripta sono discusse da </hi><hi rend="CharOverride-3">Müller</hi><hi> 2001.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-001-backlink">62</ref></hi> Nr. 1097 <hi rend="CharOverride-3">van</hi><hi rend="CharOverride-3"> Haelst</hi> = TM 112424. <hi rend="CharOverride-3">Crum, Winlock, White 1926, </hi><hi>vol</hi><hi rend="CharOverride-3">.</hi><hi> </hi><hi>II, p. 126 e p. 308. Si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-3">Bucking</hi><hi> </hi><hi>2007, p. 27. Il frammento di intonaco, che si era </hi><hi>staccato già in antico dal muro, è oggi conservato al </hi><hi>Metropolitan Museum of Art di New York.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-000-backlink">63</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">Sijpesteijn</hi><hi> 1988, che supera l’interpretazione di </hi><hi rend="CharOverride-3">Partyka</hi><hi> 1987, p. 279.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Luca De Curtis, University of Naples L’Orientale, Italy, luca.decurtis@unior.it, <ref target="https://orcid.org/0009-0004-8735-3550">0009-0004-8735-3550</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Luca De Curtis, <hi rend="italic">Manoscritti greci nei contesti monastici egiziani</hi>, © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.05">10.36253/979-12-215-0960-1.05</ref>, in Luca De Curtis, <hi rend="CharOverride-8">Libri greci e greco-copti nel monachesimo egiziano</hi>, pp. -59, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0960-1, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1">10.36253/979-12-215-0960-1</ref></p><p rend="editorial_metadata_references">Book References DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.references">10.36253/979-12-215-0960-1.references</ref></p></div>
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