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        <title type="main" level="a">I codici bilingui greco-copti</title>
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            <surname>De Curtis</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Libri greci e greco-copti nel monachesimo egiziano</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0960-1</idno>) by </resp>
          <name>Luca De Curtis</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.06</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The chapter reviews the history of palaeographic studies on Coptic codices and discusses how Greek-Coptic manuscripts are bilingual but not digraphic, since both languages use essentially the same alphabet and adopt the graphic types developed in the Greek manuscript tradition.</p>
      </abstract>
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            <item>Palaeography</item>
            <item>Bilingualism</item>
            <item>Coptic graphic tradition</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.06<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.06" /></p>
<div><head>IV.</head></div><div><head>I codici bilingui greco-copti</head><p rend="text">Prima di entrare nel vivo dell’argomento, è opportuno discutere del rapporto tra lingua copta e scrittura greca.</p><p rend="text">Con «lingua copta»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-120">1</ref></hi></hi> si intende l’ultima fase della lingua epicorica dell’Egitto. In realtà, l’espressione ‘lingua copta’ si riferisce ad un insieme di dialetti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-119">2</ref></hi></hi>, i principali dei quali sono il saidico, il dialetto del sud, che ben presto si affermò come lingua letteraria e liturgica, e il bohairico, il dialetto del nord (tuttora impiegato come lingua liturgica dalla chiesa copta), che emerse a partire dal IX secolo e che andò a prendere progressivamente il posto di prestigio che era stato del saidico. Un terzo dialetto, attestato in un buon numero di reperti, ma che non ebbe una vita e uno sviluppo paragonabile a quello dei due maggiori, è il fayyumico, localizzato ovviamente nell’Oasi del Fayyum. Al contrario, il dialetto achmimico, probabilmente parlato nell’area di Panopoli, non ebbe grande diffusione (di fatto scompare dalla documentazione alla fine del V secolo) ma è presente nei due più antichi manoscritti bilingui greco-copti conservati. In ogni caso, con la conquista araba, il copto venne ben presto sostituito dalla lingua dei conquistatori, fino a fossilizzarsi, nella variante bohairica, in una lingua solo liturgica<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-118">3</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">I sistemi di scrittura tradizionali dell’Egitto (il geroglifico, lo ieratico e il demotico), tra II e III secolo d.C., qualora non fossero totalmente scomparsi (come il geroglifico, attestato fino al III-IV secolo d.C. ma solo in espressioni epigrafiche e solo in una zona periferica come File), erano ormai appannaggio di un ristretto gruppo di scribi che ruotava attorno alla classe sacerdotale. Benché il demotico rimanesse in uso in alcuni ambienti tradizionali e periferici almeno fino al V secolo (sempre a File), di fatto con la fine del II secolo gli egizi si trovarono privi di un sistema per esprimere in forma scritta la propria lingua<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-117">4</ref></hi></hi>. Gli spazi lasciati vuoti dalle scritture tradizionali vennero occupati, a partire dalla conquista macedone e ancor di più sotto i Tolemei, dalla scrittura (e dalla lingua) greca. Ed è proprio a quest’ultima che si iniziò a guardare nel momento in cui si sentì la necessità di dare nuovamente dignità scritta alla lingua epicorica, che da questo momento in poi è conosciuta come lingua copta. </p><p rend="text">In realtà, tentativi di esprimere la lingua egiziana attraverso l’alfabeto greco, implementato da segni tratti dalla scrittura demotica per esprimere suoni sconosciuti alla lingua greca, si registrano sin dall’epoca ellenistica. Questi tentativi, disomogenei e incoerenti, mai pienamente standardizzati, sono conosciuti nel loro insieme come <hi rend="italic">old Coptic</hi> o <hi rend="italic">Altkoptisch</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-116">5</ref></hi></hi>. È bene sottolineare che l’<hi rend="italic">old Coptic</hi> non è, come il nome potrebbe far pensare, una lingua, ma un sistema, o per meglio dire, vari sistemi di espressione scritta della lingua egiziana. Una seconda differenza col copto è più sostanziale: mentre i testi scritti in <hi rend="italic">old Coptic</hi> sono tutti testi pagani (soprattutto testi magici e astronomici<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-115">6</ref></hi></hi>), il copto esprime da subito una cultura cristiana. È dunque molto probabile che gli ambienti cristiani abbiano giocato un ruolo centrale nello sviluppo, nell’emersione e nella standardizzazione (anche grafica) della lingua nazionale egiziana<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-114">7</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Come già si è accennato, il copto è scritto attraverso l’alfabeto greco. A questo sono aggiunti, a seconda del dialetto, sei o sette grafemi, ereditati dal sistema demotico, indispensabili per esprimere i fonemi sconosciuti alla lingua greca, in particolare i suoni palatali e aspirati<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-113">8</ref></hi></hi>. A differenza di quanto si osserva negli esperimenti in <hi rend="italic">old Coptic</hi>, questi grafemi supplementari sono sempre gli stessi: <hi rend="italic">shai</hi> <hi rend="CharOverride-2">ϣ</hi> [ʃ], <hi rend="italic">fai</hi> <hi rend="CharOverride-2">ϥ</hi> [f], <hi rend="italic">hori</hi> <hi rend="CharOverride-2">ϩ</hi> [h], <hi rend="italic">giangia</hi> <hi rend="CharOverride-2">ϫ</hi> [ʧ], <hi rend="italic">kjima</hi> <hi rend="CharOverride-2">ϭ</hi> [k<hi rend="superscript CharOverride-1">j</hi>] e <hi rend="italic">ti </hi><hi rend="CharOverride-2">ϯ</hi> che esprime la combinazione [ti], a cui si aggiunge in bohairico <hi rend="italic">khai</hi> <hi rend="CharOverride-2">ϧ</hi> [x] (in alcune varietà dialettali, come l’achmimico, lo stesso suono è espresso da uno <hi rend="italic">hori</hi> barrato <hi rend="CharOverride-2">ⳉ</hi>).</p><p rend="text">È significativo che le prime testimonianze in copto, tutte riferite ad un periodo compreso tra la metà del III secolo e i primi decenni del secolo successivo, siano attestate in contesti bilingui molto specifici, come messo in luce da Jean-Luc Fournet<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-112">9</ref></hi></hi>. È utile elencarle brevemente. </p><p rend="text">Il codice di <hi rend="italic">Isaia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-111">10</ref></hi></hi> P.Beatty VII + PSI XII 1273 + P.Merton I 2 riporta nei margini diverse note apposte da una mano diversa da quella del copista principale, alcune delle quali in una forma arcaica di fayyumico notata in alfabeto greco senza ricorrere ai segni supplementari desunti dal demotico<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-110">11</ref></hi></hi>. Simile al manoscritto di <hi rend="italic">Isaia</hi> è il codice Freer MS V<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-109">12</ref></hi></hi> dei <hi rend="italic">Profeti Minori</hi>, anch’esso scritto in greco ma glossato (anche) in copto-saidico<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-108">13</ref></hi></hi>. La terza testimonianza è rappresentata da un glossario<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-107">14</ref></hi></hi> ad <hi rend="italic">Amos</hi> e <hi rend="italic">Osea</hi> scritto sul <hi rend="italic">verso</hi> di un registro fondiario ossirinchita (localizzazione che ben si accorda con la varietà dialettale attestata, una forma di mesochemico<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-106">15</ref></hi></hi>). Ad un contesto scolastico rimanda invece un codicetto ligneo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-105">16</ref></hi></hi>, scritto a più mani contenente una serie di esercizi grammaticali e matematici, oltre che al Sal 46, 3-10 in copto-achmimico. Infine, il Pap. bil. 1 di Amburgo <hi rend="CharOverride-3">[12] </hi>[tav. IV], codice miscellaneo con testi in greco e in copto-achmimico, che si analizzerà diffusamente più avanti. L’unico testo autenticamente documentario riferito al tardo III secolo è una lettera privata conservata da un <hi rend="italic">ostracon</hi> rinvenuto a Kellis<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-104">17</ref></hi></hi>; sarà solo nel secolo successivo che la proporzione fra testi letterari e documenti si invertirà velocemente.</p><p rend="text"><hi>Per </hi>riprendere<hi> le parole di Fournet, «Coptic made its entrance into our</hi><hi> documentation while closely being linked to Greek»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-103">18</ref></hi></hi><hi>. </hi>Non deve stupire dunque che il sistema di scrittura adottato per esprimere il copto sia pienamente greco, non solo perché ne riprende l’alfabeto, ma anche perché questo alfabeto influenza l’elaborazione grafica dei segni supplementari, che vengono assorbiti nel sistema stesso<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-102">19</ref></hi></hi>. Ciò è particolarmente evidente in <hi rend="italic">shai</hi>, che riprende la forma di <hi rend="italic">omega</hi> aggiungendovi un tratto; in <hi rend="italic">giangia</hi>, che si differenzia da <hi rend="italic">delta</hi> solo per il fatto di prolungare entrambi i tratti obliqui; in <hi rend="italic">ti</hi>, simile ad un <hi rend="italic">tau</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-101">20</ref></hi></hi> con il tratto verticale che interseca quello orizzontale a formare una croce (con tutte le suggestioni cristiane che questo comporta). Anche <hi rend="italic">fai</hi> viene avvicinato ad una lettera greca, il <hi rend="italic">qoppa</hi>, tanto da sostituirlo nella numerazione. Non solo. Anche l’apparato paragrafematico (dieresi, apostrofi, punti fermi), compreso il <hi rend="italic">titulus</hi>, che indica la presenza di un suono vocalico tra due consonanti, è desunto dal greco<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-100">21</ref></hi></hi>. <hi>Conclude Fournet: </hi></p><quote rend="quotation_b"><hi>Coptic </hi><hi>was created by readers who were accustomed to Greek and </hi><hi>who were attempting to inscribe this new writing within a </hi><hi>model for which Greek was the norm and the reference. </hi>In short, Coptic was invented by Hellenographs for Hellenographs<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-099">22</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">La posizione di Fournet non è condivisa da tutti. Ad esempio, Philippe Luisier ha messo in luce l’ambiguità, in diversi dialetti copti, del valore fonetico di alcune lettere greche, come <hi rend="italic">theta</hi> e <hi rend="italic">phi</hi>, ambiguità che difficilmente si concilierebbero con la tesi ‘ellenografa’<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-098">23</ref></hi></hi>. Tuttavia, il fatto che la lingua copta sia espressa attraverso una scrittura autenticamente greca non è messo in discussione.</p><p rend="text">A questo punto è lecito chiedersi se fosse davvero questa la percezione che i coptofoni avevano della propria scrittura, se fossero in qualche modo consapevoli che il copto era, per così dire, ‘scritto in greco’. Rispondere a questa domanda è molto difficile, se non impossibile. Tuttavia, alcuni esercizi scolastici su papiro, <hi rend="italic">ostracon</hi> o tavoletta possono offrire qualche prospettiva. Il livello base dell’apprendimento, indispensabile per qualunque passo successivo, era (ed è ancora), la conoscenza dell’alfabeto, acquisita attraverso la riproduzione di un modello proposto dall’insegnante<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-097">24</ref></hi></hi>. La gran parte delle sequenze alfabetiche restituite da papiri e <hi rend="italic">ostraca</hi> è rappresentata proprio dai modelli, realizzati dalla mano esperta e sicura del maestro, dati agli alunni affinché potessero imparare non solo a riconoscere e a tracciare i segni, ma anche a ricordarli in sequenza. </p><p rend="text">Tra gli alfabetari catalogati da Raffaella Cribiore, in cinque, datati tra VI e VIII, compaiono anche le lettere supplementari del copto. Esse sono sistematicamente collocate in fondo alla sequenza, in alcuni casi, come nei nrr. 72<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-096">25</ref></hi></hi> e 73<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-095">26</ref></hi></hi>, fisicamente separate dalle lettere greche da una linea<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-094">27</ref></hi></hi>. Anche nel nr. 75<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-093">28</ref></hi></hi>, esercizio scolastico vergato sul <hi rend="italic">verso</hi> di una lettera privata da uno studente alle primissime armi, le lettere copte sono collocate tendenzialmente in fondo alla sequenza alfabetica, nonostante questa sia disordinata e incompleta. L’elenco potrebbe continuare. Un papiro conservato ad Oxford<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-092">29</ref></hi></hi>, ad esempio, riporta il Sal 21, 29 in copto, seguito dalla sequenza alfabetica, opera di un copista molto esperto. Le lettere copte sono scritte su una nuova linea nonostante ci fosse spazio per almeno altre tre lettere alla destra di <hi rend="italic">omega</hi>. Nel nr. 71<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-091">30</ref></hi></hi> si hanno addirittura due sequenze alfabetiche, la prima eseguita con <hi rend="italic">ductus</hi> veloce e con forme minuscole, la seconda pienamente maiuscola; e soltanto nel secondo alfabeto compaiono le lettere copte. Questo reperto potrebbe essere messo in relazione con un passo della <hi rend="italic">Passio</hi> copta di Panine e Paneu in cui si racconta del giovane Sifronio, compagno di scuola di Paneu, così intelligente e versato nello studio da aver appreso in breve tempo “la scrittura corsiva”,<hi rend="CharOverride-2"> ⲛⲧⲕⲟⲩⲓ</hi><hi rend="CharOverride-2"> ⲛϭⲓϫ </hi>(letteralmente “la mano piccola”) ed essere quindi pronto ad affrontare, lettera dopo lettera, il modello in maiuscola,<hi rend="CharOverride-2"> </hi><hi rend="CharOverride-2">ⲛⲧⲛⲟϭⲓ ⲛϭⲓϫ</hi> (ovviamente, “la mano grande”)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-090">31</ref></hi></hi>. Il particolare non è forse secondario, dal momento che, come si dirà, la tradizione scrittoria copta non sviluppò mai un sistema minuscolo. </p><p rend="text">Si noti che, non vi è alcuna differenza né tipologica né grafica tra queste sequenze alfabetiche e i contemporanei esercizi che esibiscono solo lettere greche. Esse non si differenziano neppure dal punto di vista, per così dire, tecnologico, dal momento che tutti questi esercizi sono vergati con il calamo e non con il pennello<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-089">32</ref></hi></hi>. L’unico elemento che permette di distinguerle, per cui definiamo alcuni esercizi scolastici <hi rend="italic">greci</hi> e altri <hi rend="italic">copti</hi>, è appunto la presenza dei segni supplementari. Ciò non sorprende, dal momento che soprattutto nei primi livelli di apprendimento, pratiche scolastiche greche e pratiche scolastiche copte erano sostanzialmente sovrapponibili<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-088">33</ref></hi></hi> e, talvolta, contestuali: «there is undeniable evidence that Greek and Coptic education were at times carried on in the same settings»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-087">34</ref></hi></hi> e soprattutto «<hi>it is </hi><hi>likely that the teaching of the Greek and Coptic alphabets </hi><hi>might have proceeded side by side along parallel lines</hi>»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-086">35</ref></hi></hi>. Forse più che di linee parallele si potrebbe parlare di percorsi sovrapposti poiché in gran parte identici: un <hi rend="italic">alpha</hi>, un <hi rend="italic">epsilon</hi> o qualsiasi altra lettera greca non è diversa se impiegata per scrivere un testo in copto. Semmai gli alunni coptofoni (o coptografi) avevano bisogno di percorrere qualche passo in più (corrispondente a sei o sette lettere) rispetto a coloro che apprendevano esclusivamente il greco.</p><p rend="text">L’impressione che si trae dall’analisi di questi testimoni è che gli alunni apprendono l’alfabeto greco, al quale si aggiungono i segni supplementari indispensabili per l’espressione di alcuni fonemi tipicamente copti, ma sconosciuti al greco, e quindi collocati in fondo alla sequenza alfabetica (dove tuttora si trovano, ad esempio, nei dizionari moderni di copto), eventualmente separati rispetto alle lettere greche. </p><p rend="text">Una controprova del fatto che questi segni supplementari siano stati pienamente assorbiti nel sistema greco è data da alcuni papiri di età bizantina in cui i nomi propri egiziani sono trascritti utilizzando le lettere copte, in testi che però sono linguisticamente interamente in greco<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-085">36</ref></hi></hi>. Gli scribi di questi documenti si comportano, in altre parole, come ci comportiamo noi quando nello scrivere un testo italiano citiamo un nome francese, spagnolo, tedesco ecc.: non ci crea alcun problema inserire una <hi rend="italic">ç</hi> con cediglia, una <hi rend="italic">ñ</hi> con tilde o una <hi rend="italic">scharfes es</hi>, se la grafia originaria delle parole lo richiede, benché siano segni estranei al sistema italiano. Ovviamente, questo discorso si applica soltanto a lingue che usano l’alfabeto latino, come l’italiano, mentre sarebbe eccentrico ed insieme pedantesco, da parte di chi scrive, citare, ad esempio, un cognome russo in alfabeto cirillico e non in traslitterazione. Detto in altri termini, l’italiano sta, dal punto di vista grafico, alle altre lingue europee (nonostante alcune differenze di dettaglio nell’inventario grafematico delle singole nazioni) esattamente come il greco sta al copto: lingue diverse che condividono sostanzialmente lo stesso alfabeto.</p><div><head>1. Gli studi paleografici sui manoscritti copti</head><p rend="text">Come si è detto, la lingua copta è espressa attraverso l’alfabeto greco, a cui si aggiungono alcuni segni, tratti dalla scrittura demotica, per indicare suoni sconosciuti alla lingua greca e quindi inesprimibili dal suo alfabeto. Eppure, lo studio paleografico sulle scritture copte non andò di pari passo con quello ben più fruttuoso e praticato delle scritture greche.</p><p rend="text">Il primo tentativo di descrizione e di classificazione delle scritture copte si ebbe tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo ad opera del danese Georg Zoega. Egli ebbe la possibilità di vedere un enorme numero di esempi, essendo stato incaricato della catalogazione della più importante collezione di manoscritti copti del tempo, quella posseduta dal cardinal Stefano Borgia e conservata presso la casa-museo di Velletri<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-084">37</ref></hi></hi>. Zoega suddivise le diverse scritture esibite dai frammenti saidici in nove <hi rend="italic">classes</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-083">38</ref></hi></hi>, esemplificate da una serie di sette tavole alla fine del <hi rend="italic">Catalogus</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-082">39</ref></hi></hi>, per un totale di oltre quaranta <hi rend="italic">specimina characterum</hi><hi rend="italic"> Copticorum in codicis membranaceis Musei Borgiani</hi> <hi rend="italic">Velitris</hi>. Lo scopo di questa operazione non era tanto di costruire una dettagliata griglia cronologica di riferimento per la datazione dei reperti, quanto piuttosto di preparare il campo per indagini, specificamente paleografiche, successive, limitandosi ad ipotizzare quali manoscritti potessero essere i più antichi e quali i più recenti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-081">40</ref></hi></hi>. I due estremi vennero fissati sulla base di considerazioni autenticamente paleografiche: i codici più recenti dovevano essere quelli che esibivano una scrittura (<hi rend="italic">classis</hi> IX) simile a quella impiegata, alla metà del XVIII secolo, da Raphael Ṭūḫī<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-080">41</ref></hi></hi>, docente di lingua copta presso il Collegio Urbaniano, i cui codici erano confluiti nella collezione del cardinale Borgia; allo stesso modo i codici più antichi (<hi rend="italic">classis</hi> I) sono individuati in quelli che esibiscono, dal punto di vista grafico, significative affinità con i più antichi codici greci<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-079">42</ref></hi></hi>. <hi rend="italic">In nuce</hi>, Zoega applica un ragionamento che è già di tipo evolutivo, ma, privo com’è di qualsiasi elemento datato e dunque datante, non riesce a spingere oltre la sua analisi. Le due <hi rend="italic">classes</hi> estreme rimangono prive di un solido ancoraggio cronologico<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-078">43</ref></hi></hi>, mentre per quelle intermedie non viene organizzata neppure una cronologia relativa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-077">44</ref></hi></hi>. La distinzione è operata su base formale: le prime quattro <hi rend="italic">classes</hi> raccolgono scritture unimodulari, squadrate, fortemente chiaroscurate; le restanti cinque riuniscono scritture a contrasto modulare, dal tracciato più filiforme. Si tratta in definitiva di categorie proprie della paleografia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-076">45</ref></hi></hi>. Con l’eccezione di alcune rare e isolate osservazioni, come quella relativa al tratteggio in tre tempi di <hi rend="italic">alpha</hi> e in quattro di <hi rend="italic">my</hi>, la cui presenza suggerirebbe una datazione più alta<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-075">46</ref></hi></hi>, quello che manca allo studioso danese è un utilizzo sistematico di queste categorie per indagare la dinamica storica delle scritture che ha di fronte, le quali vengono semplicemente presentate nelle loro caratteristiche formali.</p><p rend="text">Questo sistema di classificazione rimase in uso, sostanzialmente invariato, fino alla prima metà del ’900. Il riferimento alle <hi rend="italic">classes</hi> di Zoega è per esempio esplicito nel <hi rend="italic">Catalogue </hi><hi rend="italic">of the Coptic Manuscripts in the British Museum</hi> compilato nel 1905 da Walter Ewing Crum e, malgrado gli sforzi per introdurre un lessico più tecnico, le nove <hi rend="italic">classes</hi> sono ancora operanti nel catalogo dei <hi rend="italic">Codices Coptici Vaticani</hi> pubblicato da Adolphe Hebbelynck e Arnold van Lantschoot nel 1937. Dopotutto, in assenza di una raccolta di <hi rend="italic">specimina</hi> di manoscritti datati, i coptologi non avevano a disposizione una griglia di riferimento cronologica più affidabile, che superasse e migliorasse la sistemazione dello studioso danese. La principale conseguenza fu la rinuncia a qualsiasi tipo di datazione su base paleografica che andasse oltre una «vague and general likeness»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-074">47</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La prima raccolta di tavole paleografiche venne pubblicata nel 1888 da Henri Hyvernat. L’<hi rend="italic">Album de paléographie copte</hi><hi rend="italic"> pour servir à l’introduction paléographique des Actes des Martyrs</hi><hi rend="italic"> de l’Égypte</hi> aveva però due enormi limiti. Il primo era rappresentato dalla selezione degli <hi rend="italic">specimina</hi>, praticamente tutti tratti da codici bohairici agiografici con pochissime eccezioni. In secondo luogo, l’<hi rend="italic">Album</hi> era privo di uno studio che mettesse in risalto le caratteristiche delle diverse scritture e proponesse una classificazione che superasse quella di Zoega. Un lavoro più sistematico venne intrapreso una cinquantina di anni dopo da Viktor Stegemann. La sua <hi rend="italic">Koptische Paläographie</hi> pubblicata nel 1936 rappresentò un enorme salto di qualità, in particolare nella volontà di dare un quadro esaustivo della scrittura copta dal III secolo fino al XV secolo, tanto in ambito librario quanto, ed è questa la grande novità, in ambito documentario. A Stegemann si deve anche l’introduzione, nella descrizione delle scritture librarie, delle definizioni di <hi rend="italic">dicker Stil</hi> per le scritture unimodulari chiaroscurate derivate dalla maiuscola biblica o dalla maiuscola alessandrina<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-073">48</ref></hi></hi>, e, in opposizione, di <hi rend="italic">schmaler Stil</hi> per le scritture dal tracciato sottile riconducibili alla maiuscola alessandrina a contrasto modulare. Il profilo storico della scrittura copta tracciato dallo studioso tedesco, tuttavia, risultò troppo appiattito su categorie e linee di sviluppo acriticamente desunte dalla storia della scrittura greca.</p><p rend="text">Dal 1936 ben pochi progressi sono stati compiuti, a livello generale, nella paleografia copta<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-072">49</ref></hi></hi>. La raccolta di tavole più recente, la <hi rend="italic">Koptische Paläographie</hi> di Maria Cramer pubblicata nel 1964, non ha aggiunto praticamente nulla, priva com’è di uno studio sistematico che accompagni la pur ricca documentazione presentata.</p><p rend="text">Si sono delineati, comunque, due approcci metodologici diametralmente opposti, lucidamente individuati da Orsini: </p><quote rend="quotation_b">da una parte vi è chi ha ritenuto e ritiene di utilizzare i risultati conseguiti dalla paleografia greca per affrontare lo studio della produzione manoscritta copta; dall’altro vi è chi ha rifiutato e rifiuta questo approccio, giungendo, nella maggioranza dei casi, ad una forma di scetticismo paleografico, spinto a tal punto da non proporre neanche una qualche ipotesi di datazione dei manoscritti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-071">50</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">Una terza via, nota sempre Orsini, è stata espressa da Guglielmo Cavallo: </p><quote rend="quotation_b">il criterio del confronto con le scritture greche […] è di fondato valore nel caso di manoscritti greco-copti, deve essere invece ridimensionato quando si tratti di manufatti copti. […] Nella prassi copta le scritture greche furono un prestito, il quale fu sovente diacronico rispetto all’evoluzione di quelle nell’uso greco, sicché manufatti copti possono essere più tardi dei greci aventi le stesse caratteristiche grafiche<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-070">51</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">Secondo questo approccio, dunque, almeno per quanto riguarda le scritture librarie, resta imprescindibile il confronto con la storia della scrittura greca, all’interno della quale le maiuscole assunte dalla tradizione manoscritta copta si svilupparono, senza però appiattire acriticamente le caratteristiche esibite dai manoscritti copti sul modello evolutivo offerto dalla paleografia greca. Si tratta, insomma, di indagare, parafrasando il titolo di un noto articolo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-069">52</ref></hi></hi>, «funzione e struttura della maiuscola greca in ambiente coptofono». </p><p rend="text">Questo approccio, tuttavia, va ulteriormente problematizzato. Non è possibile infatti separare nettamente i manoscritti greco-copti da quelli monolingui copti. Come si avrà modo di sottolineare più volte nel corso del presente lavoro, nei codici bilingui la mano che copia il testo greco è sempre, sistematicamente, la stessa che copia anche quello copto. Ed un copista che è abituato a scrivere, con la stessa scrittura, tanto il greco quanto il copto è verosimile che si trovi ad occuparsi anche della trascrizione di codici interamente in copto. Da qui le enormi affinità grafiche tra il frammento bilingue degli <hi rend="italic">Atti</hi> Moskva, Puškin Museum, I.1.d.681 <hi rend="CharOverride-3">[23]</hi> e il frammento copto del <hi rend="italic">Vangelo di Matteo</hi> Moskva, Puškin Museum, I.1.b.296, o tra il lezionario bilingue dei <hi rend="italic">Vangeli</hi> conservato alla Morgan Library &amp; Museum di New York con segnatura M 615 <hi rend="CharOverride-4">[25]</hi> (e in parte anche a Freiburg im Breisgau e ad Ann Arbor) vergato in una maiuscola alessandrina unimodulare e molto chiaroscurata, e moltissimi altri codici copti (ad esempio il codice sa 699 <hi rend="CharOverride-5">Schüssler</hi><hi rend="notes_number CharOverride-6"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-068">53</ref></hi></hi>, contenente la versione saidica del <hi rend="italic">Vangelo di Marco</hi> e di <hi rend="italic">Giovanni</hi>). Senza considerare casi in cui in un manoscritto sostanzialmente monolingue copto compaiono brani in greco di una certa ampiezza, come accade nel codice delle <hi rend="italic">Epistole paoline</hi> denominato sa 542 <hi rend="CharOverride-5">Schüssler </hi><hi rend="CharOverride-4">[37]</hi><hi rend="CharOverride-5">, </hi>vergato in una maiuscola biblica paragonabile a quella di altri codici copti, come il libro dei<hi rend="italic"> Salmi</hi> sa 61 <hi rend="CharOverride-5">Schüssler</hi><hi rend="notes_number CharOverride-6"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-067">54</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-5">, </hi>e<hi rend="CharOverride-5"> </hi>che sfugge ad una rigida classificazione basata sulla lingua. Inoltre, codici bilingui e codici monolingui si trovano a condividere anche lo stesso ambito di fruizione liturgico-monastico. </p><p rend="text">Questa promiscuità tra greco e copto, questa contiguità di scrittura, non deve stupire. In Egitto, lo si è già detto, l’educazione grafica in greco e in copto, lingue che sfruttano sostanzialmente lo stesso sistema alfabetico, avveniva per mezzo di pratiche ed esercizi affini. Anzi, chi imparava a scrivere il copto, apprendeva in primo luogo l’alfabeto greco, a cui si aggiungevano, generalmente in fondo alla sequenza, talvolta fisicamente separati dalle lettere greche, i sei segni desunti dal demotico. Ma se l’educazione grafica in greco e in copto segue percorsi paralleli e se i medesimi copisti, così formatisi, possono trascrivere tanto codici bilingui quanto codici copti, allora le due tipologie di manoscritti vanno considerate come prodotto della stessa dinamica grafica e, più in generale, storica. L’affermazione di Cavallo dunque, se presa alla lettera, non può essere più sostenuta perché codici greco-copti e codici copti sono frutto delle stesse mani, graficamente educate allo stesso modo, che operano negli stessi ambienti. </p><p rend="text">Un punto però appare chiaro: lo svolgimento storico che le maiuscole greche ebbero nella tradizione manoscritta copta non può essere appiattito in modo ingenuo su quanto i paleografi hanno osservato nell’ambito propriamente greco. Per rendersene conto, è sufficiente ricordare che la tradizione scrittoria copta non vide mai l’approdo librario della scrittura minuscola, benché essa fosse penetrata ampiamente nella prassi documentaria in lingua egiziana, fenomeno favorito dalla promiscuità che le due lingue avevano in diversi tipi di documenti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-066">55</ref></hi></hi>. Se a Bisanzio, come messo in luce ancora una volta Cavallo, con la promozione all’uso librario della minuscola<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-065">56</ref></hi></hi>, la maiuscola rimase relegata prima ai codici liturgici e di contenuto religioso, poi, dal X secolo, ai soli evangeliari<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-064">57</ref></hi></hi>, nella tradizione manoscritta copta la produzione di codici in maiuscola prosegue ininterrottamente fino al XVI secolo e oltre. Questo fenomeno può essere in parte compreso se si considera che la totalità della produzione manoscritta copta è di contenuto religioso e, nello specifico, liturgico, esattamente i due ambiti che anche a Bisanzio per più tempo restarono legati all’uso delle scritture maiuscole. Resta comunque innegabile la tendenza estremamente conservativa dei copisti copti, i quali continuarono a riprodurre per inerzia gli stessi modelli in modo sempre più sclerotizzato, innaturale ed irrigidito. La dialettica con il greco non aiutò a rinnovare la maiuscola in Egitto. Non si osservano scarti tra la produzione integralmente copta e i manoscritti bilingui, confezionati almeno fino al XII secolo. E ancora nel XIV secolo possono compilarsi lessici greco-copti o addirittura greco-arabi in cui i lemmi greci sono trascritti in maiuscola<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-063">58</ref></hi></hi>. Certamente, come ha sottolineato Edoardo Crisci anche riguardo alla cultura grafica copta, </p><quote rend="quotation_b">l’adozione e la persistenza di specifici modelli di riferimento [per i copti, soprattutto la maiuscola alessandrina] era il portato di fattori culturali (il prestigio del ‘modello’ greco, assunto come ideale ‘centro di gravità’ e rinsaldato da motivazioni religiose e/o politiche) che ne garantivano la valenza normativa e vincolante e ne imponevano la conservazione piuttosto che la rielaborazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-062">59</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">E tuttavia nel caso dell’Egitto cristiano questo processo non è così lineare.</p><p rend="text">La chiesa copta si era progressivamente allontanata da Bisanzio e dalla sua ortodossia, se non proprio dal 451, anno del Concilio di Calcedonia, le cui formulazioni duofisite vennero decisamente respinte da una buona parte dei cristiani d’Egitto, almeno dal VI secolo quando, in seguito alle vicende legate all’esilio dell’arcivescovo anticalcedonese Teodosio I (535-567), apparve chiaro che le posizioni (e le gerarchie) calcedonesi e anticalcedonesi non avrebbero potuto convivere pacificamente le une accanto alle altre. A questa lontananza, per così dire, teologica e spirituale, si aggiunse, nel VII secolo, il cambio di passo politico. Nel giro di pochi decenni, l’Egitto venne prima occupato dai Persiani di Cosroe II (590-628), poi riconquistato dall’imperatore Eraclio (610-641) ed infine perduto definitamente da Bisanzio per mano dei generali del califfo ‘Umar (634-644). Più dello scisma calcedonese, fu proprio la conquista islamica<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-061">60</ref></hi></hi> a determinare il quasi totale isolamento della chiesa copta non solo rispetto al mondo greco-bizantino, ma nei confronti di tutta la cristianità. Né i copti cercarono mai di instaurare nuovamente un rapporto con l’Impero che ormai, dopo le violente persecuzioni contro gli anticalcedonesi che avevano caratterizzato il VI secolo e i primi decenni del VII secolo, vedevano soltanto come un oppressore. Così, nel momento in cui, a Bisanzio, la minuscola veniva promossa all’uso librario, l’Egitto non si trovava più sotto la sfera di influenza bizantina da circa 150 anni, condizione che di certo non favorì i rapporti culturali con l’altra sponda del mediterraneo. Se a questo si aggiungono le persecuzioni subite dalla comunità copta nel corso del VIII-IX secolo e soprattutto sotto i califfati di Hârûn al-Rashîd (789-809) e di al-Mutawwakkil (847-861)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-060">61</ref></hi></hi>, e cioè ancora una volta nel periodo cruciale per il passaggio dalla maiuscola alla minuscola, il quadro si fa più completo. </p><p rend="text">Dunque, è possibile individuare diversi fattori che contribuirono a cristallizzare le scritture impiegate dai copisti di lingua copta. Vi è innanzitutto il tipo di produzione manoscritta, essenzialmente religiosa e liturgica, un ambito che di per sé è conservativo e per nulla incline a innovazioni. Secondo, la lontananza spirituale-ecclesiastica prima, e politica poi da Costantinopoli, quel centro da cui con più forza potevano irradiarsi non solo mode e gusti grafici, ma anche modelli del tutto nuovi, com’è il caso della minuscola libraria. Infine, le persecuzioni che colpirono la comunità copta, che finirono di fatto, nel corso dell’XI secolo, col ridurla ad una minoranza e che portarono alla distruzione di chiese e monasteri e, con essi, dei manoscritti che vi erano conservati. </p><p rend="text">Tutto ciò contribuì a configurare l’Egitto copto, e in particolare l’Alto Egitto da cui provengono la maggior parte dei manoscritti bilingui che si andranno ad analizzare, almeno dal punto di vista greco, come una periferia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-059">62</ref></hi></hi>, tagliata fuori dalle dinamiche grafiche che attraversavano, anche se in tempi e modi diversi, il mondo greco-bizantino ed isolata, sia politicamente che dal punto di vista spirituale ed ecclesiastico, dai centri di elaborazione e di propulsione delle innovazioni grafiche, primo fra tutti Costantinopoli. Una periferia che si caratterizza non tanto per scritture tipicamente atteggiate, quanto piuttosto per un’insistita, e per lo più inerte, riproposizione dei modelli in maiuscola. È in questo quadro conservativo che vanno inserite le scritture esibite dai manoscritti greco-copti. </p><p rend="text">Eppure, per quanto riguarda le maiuscole impiegate nella produzione manoscritta copta, come ha notato Orsini, mancano ad oggi «studi monografici esaustivi, che ne mettano in luce le caratteristiche specifiche e le eventuali convergenze e/o divergenze rispetto alla fenomenologia grafica greca»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-058">63</ref></hi></hi>. Il presente lavoro intende rispondere, in modo ovviamente parziale e limitato ad una tipologia specifica di manoscritti, a questa necessità, offrendo una panoramica della produzione bilingue greco-copta, numericamente significativa ed estesa su parecchi secoli, e delle scritture che la veicolano, proponendo all’attenzione dei paleografi greci un materiale molto ricco, non ancora sufficientemente indagato.</p></div><div><head>2. Bilingui, non digrafici: le scritture dei codici greco-copti</head><p rend="text">Alla luce di quanto emerso nelle pagine precedenti, non dovrebbe stupire la situazione grafica che si osserva nei manoscritti bilingui greco-copti. Nei circa cinquanta manoscritti raccolti e analizzati nel presente studio, non si registra mai, in nessun caso, una differenziazione di scrittura fra testo greco e testo copto, indipendentemente dall’altezza cronologica, dal tipo di testo, dal formato, dalla destinazione d’uso o da altri elementi materiali e contenutistici. La tipologia di maiuscola usata per la trascrizione della parte greca non solo è la stessa impiegata per la sua traduzione copta, ma è anche vergata dalle stesse mani. In definitiva, i copisti di questi manoscritti trascrivono tanto il greco quanto il copto, impiegando le stesse scritture, senza differenze grafiche apprezzabili tra sezione greca e sezione copta, a parte ovviamente, nella parte copta, la comparsa delle sei lettere aggiuntive.</p><p rend="text">Quella dei manoscritti greco-copti, dunque, è una situazione ben diversa e molto lontana da quella che caratterizza i manoscritti bilingui greco-latini. Occorre però fare alcune precisazioni di carattere terminologico. Le basi teoriche per lo studio dei manoscritti in cui convivono più sistemi di scrittura furono gettate alla fine degli anni ’70 da Armando Petrucci, il quale distingueva tra un «multigrafismo assoluto» caratterizzato dalla «presenza […] nel medesimo ambito territoriale e sociale di altri sistemi di scrittura» e un «multigrafismo relativo» in cui «la coesistenza […] di tipi grafici differenti» si osserva «all’interno di un unico sistema di scrittura»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-057">64</ref></hi></hi>. Volendo calare queste definizioni nel contesto egiziano, potremmo pensare alla convivenza tra greco e demotico tra età ellenistica e prima età romana come una situazione di «multigrafismo assoluto», in cui più sistemi, ciascuno con una propria storia e tradizione, convivono ed esprimono lingue diverse, mentre si potrebbe parlare di «multigrafismo relativo» in merito alla compresenza, non solo in Egitto per la verità, dei diversi canoni della maiuscola greca. In ogni caso, la distinzione operata da Petrucci è fondamentale: da una parte abbiamo la convivenza di più sistemi di scrittura, dall’altra l’esistenza di più stili all’interno dello stesso sistema. I due piani vanno tenuti sempre ben separati<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-056">65</ref></hi></hi>. Lo studioso che più a lungo si è dedicato allo studio dei manoscritti greco-latini, Paolo Radiciotti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-055">66</ref></hi></hi>, definisce «digrafici tutti i manoscritti che presentano insieme la scrittura greca e quella latina»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-054">67</ref></hi></hi>. Sulla base di questa definizione, il termine ‘digrafismo’ indica la convivenza, nello stesso manoscritto, di due sistemi di scrittura diversi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-053">68</ref></hi></hi>. Ed è in questo senso che il termine sarà impiegato nel corso del presente studio. </p><p rend="text">Un esempio chiarirà questo punto. Il celeberrimo <hi rend="italic">Codex </hi><hi rend="italic">Bezae</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-052">69</ref></hi></hi>, riferito alla metà V secolo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-051">70</ref></hi></hi>, conserva un’edizione bilingue greco-latina dei quattro <hi rend="italic">Vangeli</hi>, degli <hi rend="italic">Atti degli Apostoli</hi> e della <hi rend="italic">Terza lettera di Giovanni</hi>. Il testo, copiato a piena pagina, è disposto in modo tale che, ad apertura di libro, al testo greco della pagina di sinistra corrisponda la traduzione latina pregeronimiana, la cosiddetta <hi rend="italic">Vetus Latina</hi>, su quella di destra. Ora, mentre la parte greca è vergata in maiuscola biblica, per il testo latino viene scelta l’onciale nella particolare tipizzazione <hi rend="italic">bd</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-050">71</ref></hi></hi>. Queste scritture si incontrano nel <hi rend="italic">Codex Bezae</hi> dopo essersi sviluppate indipendentemente l’una dall’altra all’interno, rispettivamente, della dinamica grafica greca e di quella latina, e mantengono la propria autonomia, tanto da essere, ciascuna nelle proprie caratteristiche strutturali, perfettamente riconoscibili. Discorso analogo può essere fatto con un altro celebre codice bilingue, il <hi rend="italic">Codex</hi><hi rend="italic"> Claromontanus</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-049">72</ref></hi></hi> delle <hi rend="italic">Epistole paoline</hi>, leggermente più tardo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-048">73</ref></hi></hi> del <hi rend="italic">Codex Bezae</hi>. Ancora una volta, il manoscritto si presenta come un’edizione ‘con testo a fronte’ nella quale vengono utilizzate le medesime scritture incontrate nel <hi rend="italic">Codex Bezae</hi>, la maiuscola biblica per il testo greco e l’onciale <hi rend="italic">bd</hi> per la traduzione latina (anche in questo caso una traduzione pregeronimiana). Siamo dunque davanti a codici tanto bilingui, greco-latini, che digrafici, e non solo perché il testo greco è scritto in alfabeto greco e quello latino in alfabeto latino, come è ovvio, ma soprattutto perché vengono impiegate per ciascuna lingua scritture diffuse e riconoscibili, la maiuscola biblica greca e l’onciale latina nella tipizzazione denominata <hi rend="italic">bd</hi>.</p><p rend="text">Ben diversa è la situazione dei manoscritti bilingui greco-copti, come il <hi rend="italic">Codex Borgianus</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-047">74</ref></hi></hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-3">[7]</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi>[tav. VIa], contenente in origine almeno il <hi rend="italic">Vangelo di </hi><hi rend="italic">Luca</hi> e di <hi rend="italic">Giovanni</hi>. Anche in questo caso, i testi si dispongono in modo tale che, ad apertura di libro, alla pericope greca del foglio di sinistra si affianchi la corrispondente traduzione in copto-saidico, riproducendo in questo modo la modalità consueta di <hi rend="italic">mise en page</hi> dei codici scritturistici bilingui tardoantichi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-046">75</ref></hi></hi>, con l’unica differenza che lo specchio scrittorio di ciascuna pagina è diviso in due colonne. Tuttavia, non si osserva una differenziazione grafica tra i testi nelle due lingue: entrambi sono vergati, dalla stessa mano, nella medesima maiuscola alessandrina unimodulare. Chiaramente, la parte copta contiene anche le sei lettere desunte dal demotico. Ma dal punto di vista grafico, la pagina con il testo greco e la pagina con il testo copto sono perfettamente identiche. Anzi, le sei lettere aggiunte rispettano, senza scarti sostanziali, sia l’orientamento del chiaroscuro, sia la disposizione degli elementi esornativi, tanto da venire perfettamente assorbite nel tessuto grafico. Detto in altri termini, il <hi rend="italic">Codex Borgianus</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-3">[7] </hi>è sì un manoscritto bilingue, ma non è affatto un manoscritto digrafico. </p><p rend="text">Questo discorso è valido, senza eccezioni, per tutti i manoscritti bilingui greco-copti, siano essi salteri, codici biblici, lezionari o libri di altro genere. Il testo greco e il testo copto si alternano, o si susseguono, senza che il cambio di lingua venga evidenziato in alcun modo dal punto di vista grafico: la medesima scrittura utilizzata per l’una viene impiegata, dalla stessa mano, anche per l’altra. La differenziazione grafica, qualora presente, risponde ad altre necessità. Nei lezionari, ad esempio, le rubriche, indipendentemente dalla lingua della pericope che introducono (o in cui esse stesse compaiono), sono, di norma, in maiuscola alessandrina a contrasto modulare, spesso vergate in inchiostro rosso, anche se il testo principale è nella variante unimodulare. Lo stesso discorso è valido anche per le formule di <hi rend="italic">incipit</hi> e di <hi rend="italic">explicit</hi>, qualora siano presenti, come si osserva, ad esempio, nel codice sa 542 <hi rend="CharOverride-5">Schüssler</hi> <hi rend="CharOverride-3">[37]</hi> delle <hi rend="italic">Epistole paoline</hi>. </p><p rend="text">Nei manoscritti greco-copti, dunque, la differenziazione grafica, lungi dall’evidenziare la diversità delle lingue, è funzionale piuttosto a quella che viene definita ‘grammatica della leggibilità’<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-045">76</ref></hi></hi>. Ma lingua greca e lingua copta non vengono trattate in maniera distinta dal punto di vista grafico. Dopotutto, i confini tra ciò che è ‘greco’ e ciò che è ‘copto’, come si è visto<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-044">77</ref></hi></hi>, non sono così marcati, e questo si riflette anche nei manoscritti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-043">78</ref></hi></hi>. Insomma, i codici greco-copti sono sì bilingui, ma non digrafici<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-042">79</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Vi è un ulteriore aspetto da sottolineare. Camplani, parlando della progressiva espansione della lingua copta nello spazio pubblico della chiesa egiziana, ha sottolineato il «carattere inconcluso»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-041">80</ref></hi></hi> di questo processo, che non giunse mai al completo affrancamento della lingua epicorica da quella greca. Tale «carattere inconcluso» della storia della lingua copta può essere colto anche dal punto di vista paleografico. Nonostante il crescere della presenza culturale copta, la tradizione grafica risultò sempre dipendente da modelli greci. Nei manoscritti bilingui questa dipendenza, o quanto meno questa mancanza di autonomia, può essere riconosciuta sotto due aspetti. Il primo consiste, come si è visto, nell’uso della medesima scrittura tanto per la parte greca che per quella copta. Il secondo riguarda la disposizione reciproca delle due lingue. Nei manoscritti greco-copti, la parte greca precede sempre, sistematicamente e senza alcuna eccezione la parte copta, indipendentemente dalla <hi rend="italic">mise en page</hi> (testi affrontati su due pagine o su due colonne della stessa pagina, oppure pericopi in successione), dalla tipologia di testo (<hi rend="italic">Salterio</hi>, <hi rend="italic">Tetravangelo</hi>, lezionari ecc.) e dal dialetto in cui è espresso il testo copto. Si tratta di una sostanziale differenza rispetto ai codici bilingui greco-latini delle Sacre Scritture, che possono essere, appunto, tanto greco-latini, come il <hi rend="italic">Codex Bezae</hi> e il <hi rend="italic">Claromontanus</hi> precedentemente ricordati, quanto latino-greci, come il <hi rend="italic">Codex Laudianus</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-040">81</ref></hi></hi>, <hi rend="italic">Atti degli Apostoli</hi> riferito alla fine del VI secolo. La precedenza ora del greco ora del latino non rispecchia soltanto, come nota Radiciotti, la diversa origine dei manoscritti (orientale nel primo caso, occidentale nel secondo), ma anche la reciproca autonomia delle due lingue e delle due scritture. Autonomia che non si può riconoscere al copto, che rimase sempre subordinato al prestigio della lingua greca. </p><p rend="text">A ben vedere, la finalità per cui venivano prodotti i codici biblici greco-latini era sostanzialmente diversa da quelle dei bilingui greco-copti: se nei primi è stata riconosciuta<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-039">82</ref></hi></hi> un’attenzione filologico-testuale che si esprime nella corrispondenza perfetta, quasi linea per linea, dei testi nelle due lingue, tale preoccupazione è del tutto assente nei secondi, in cui, se il testo è in prosa, la <hi rend="italic">mise en page</hi> normale prevede uno specchio diviso in due colonne, circostanza che rende estremamente difficoltoso, se non impossibile, il confronto puntuale fra greco e copto<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-038">83</ref></hi></hi>. Tanto più che, laddove il testo sia sufficientemente conservato, è stato in più casi osservato che la versione copta non è la precisa traduzione del testo greco ospitato nel medesimo manoscritto, ma che greco e copto sembrano rimandare a rami della tradizione diversi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-037">84</ref></hi></hi>. I bilingui greco-copti, infatti, hanno essenzialmente funzione liturgica<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-036">85</ref></hi></hi>. Essi devono essere adeguati alla celebrazione e favorire il reperimento delle letture, in gran parte proclamate nelle due lingue. </p><p rend="text">Come si è avuto modo di osservare, nei codici bilingui greco-copti non sono impiegate scritture particolari, diverse da quelle dei codici monolingui. Questa constatazione è valida indipendentemente dal contenuto del codice e non varia con il passare dei secoli. Si osserva, comunque, una schiacciante preponderanza di manoscritti in maiuscola alessandrina, sia nella variante a contrasto modulare sia, soprattutto, nella variante unimodulare. Ciò non deve sorprendere: la maiuscola alessandrina, impiegata (nella variante a contrasto modulare) dalla cancelleria patriarcale di Alessandria, era talmente diffusa in Egitto da essere «considerata la scrittura greco-egizia e alessandrina per eccellenza»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-035">86</ref></hi></hi>. Un così alto numero di testimonianze ha suggerito di affrontare in modo sistematico (e in una sezione apposita) gli esempi di maiuscola alessandrina nei codici bilingui, rimandando alla discussione sui singoli manoscritti l’analisi puntuale di scritture meno attestate<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-034">87</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Sorprende, in ogni caso, la scarsissima presenza di codici bilingui in maiuscola biblica<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-033">88</ref></hi></hi>. Sono stati individuati sei esempi, di cui però soltanto due, il Moskva, Puškin Museum, I.1.d.681 <hi rend="CharOverride-3">[23] </hi>e (forse) il frammento di Antinoupolis <hi rend="CharOverride-3">[3]</hi>, costituiscono una vera e propria edizione bilingue, rispettivamente, degli <hi rend="italic">Atti degli Apostoli</hi> in cui testo greco e versione copto-saidica condividevano la stessa pagina, scorrendo parallelamente su due colonne, e del <hi rend="italic">Salterio</hi>, in cui al testo greco della pagina di sinistra corrisponde la traduzione achmimica sulla pagina di destra. In altri due esempi, il <hi rend="italic">Tetravangelo</hi> sa 525 <hi rend="CharOverride-5">Schüssler</hi> <hi rend="CharOverride-4">[32]</hi> e il codice delle <hi rend="italic">Epistole paoline</hi> sa 542 <hi rend="CharOverride-5">Schüssler</hi><hi rend="CharOverride-5"> </hi><hi rend="CharOverride-3">[37]</hi>, soltanto alcune pericopi compaiono anche in greco, mentre il quarto esempio, un foglio pergamenaceo conservato al Cairo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-032">89</ref></hi></hi>, presenta sì <hi rend="italic">Salmi</hi> in greco e in copto, ma non gli stessi. </p><p rend="text">Eppure, la maiuscola biblica è largamente diffusa in ambiente coptofono<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-031">90</ref></hi></hi> e per un periodo di tempo estremamente ampio (fra IV e IX secolo almeno), come ha dimostrato il lavoro di Orsini più volte citato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-030">91</ref></hi></hi>. Il fatto che essa non compaia quasi mai nei manoscritti bilingui sembra frutto di una scelta deliberata piuttosto che effetto della casualità dei ritrovamenti. Tanto più che due codici dei quattro sopra ricordati sono essenzialmente codici monolingui copti in cui compaiono, per motivi non sempre individuabili con certezza, alcune pericopi anche in greco. Poiché l’unico esempio sicuro di codice bilingue in maiuscola biblica, il Moskva, Puškin Museum, I.1.d.681 <hi rend="CharOverride-3">[23]</hi>, è anche piuttosto antico (infatti, è da assegnare probabilmente al periodo compreso tra la metà del V secolo e l’inizio del secolo successivo), è possibile che in un primo tempo vi siano stati dei tentativi di impiegare la maiuscola biblica anche nei codici bilingui, tentativi che però non ebbero seguito e che consentirono ben presto alla maiuscola alessandrina di prevalere. </p><p rend="text">In questa dinamica potrebbe aver giocato un ruolo non secondario il diverso statuto con cui erano percepiti i due canoni. Innanzitutto, come ha mostrato Cribiore<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-029">92</ref></hi></hi>, il modello di alfabeto che gli scolari egiziani apprendevano durante la primissima educazione grafica era più vicino, nelle forme, alla maiuscola alessandrina unimodulare (in particolare, in <hi rend="italic">my</hi> i tratti due e tre sono sempre fusi in un’unica curva, <hi rend="italic">alpha</hi> è più spesso in due tempi che in tre, <hi rend="italic">ypsilon</hi> è spesso in un solo movimento, <hi rend="italic">zeta</hi> e <hi rend="italic">csi</hi> hanno tracciato sinuoso) che alla maiuscola biblica<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-028">93</ref></hi></hi>, e dunque la maiuscola alessandrina poteva essere più facilmente sentita come una scrittura vicina al modello fornito dal maestro e appreso a scuola di quanto potesse esserlo la maiuscola biblica. Inoltre, la maiuscola alessandrina era caratterizzata da un canone meno rigido di quello della maiuscola biblica, tale da permettere, ad esempio, la convivenza di stilizzazioni diverse (a contrasto modulare e non) ed ammettere oscillazioni nei tracciati<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-027">94</ref></hi></hi>. Insomma, per un prodotto ‘ibrido’ come poteva essere un codice bilingue, la maiuscola alessandrina, meno solenne e più libera nell’esecuzione, poteva sembrare preferibile ad una scrittura canonizzata e dal forte impatto visivo e ideologico come la maiuscola biblica. E tuttavia, la maiuscola biblica non mancò di influenzare pesantemente le scritture dei codici bilingui. </p><p rend="text">Sulla maiuscola alessandrina a contrasto modulare, si dispone di numerosi studi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-026">95</ref></hi></hi>, anche recenti. Questa stilizzazione, come quella unimodulare, affonda le sue radici nel filone delle scritture documentarie curvilinee e occhiellate del II secolo d.C. Tale tipologia venne ben presto impiegata dalla cancelleria patriarcale di Alessandria per la redazione dei suoi documenti, primi fra tutti le lettere festali<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-025">96</ref></hi></hi>, vale a dire quelle lettere con cui il patriarca annunciava ogni anno la data della Pasqua (da cui scaturisce l’intero anno liturgico). Le lettere festali, che rappresentavano per il patriarca anche l’occasione per veicolare insegnamenti morali e posizioni dottrinali<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-024">97</ref></hi></hi>, venivano prodotte dalla cancelleria in varie copie e poi inviate a tutte le sedi episcopali e ai monasteri dell’Egitto. Assieme alle parole del patriarca, con le lettere si diffondevano anche i modelli grafici elaborati nel cuore del potere ecclesiastico egiziano. Ed è verosimile che nella stessa cancelleria patriarcale di Alessandria sia avvenuta la canonizzazione della scrittura, probabilmente al tempo dell’episcopato di Atanasio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-023">98</ref></hi></hi>, nella seconda metà del IV secolo. </p><p rend="text">Le lettere festali, che per loro stessa natura, qualora sufficientemente conservate, sono datate o databili con una buona approssimazione, forniscono una valida griglia cronologica di riferimento. Tra V e VIII secolo, il periodo coperto dai sei frammenti di lettere festali che si conservano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-022">99</ref></hi></hi>, la scrittura, con il passare dei secoli, si fa più rigida e spezzata, il tracciato si assottiglia sempre di più, le sobrie apicature dei tratti orizzontali si trasformano in pesanti ispessimenti a forma di bottone che compaiono anche nell’estremità inferiore dei tratti verticali. Ma soprattutto, si esaspera sempre di più il contrasto fra lettere strette (<hi rend="italic">epsilon</hi>, <hi rend="italic">theta</hi>, <hi rend="italic">omicron</hi>, <hi rend="italic">sigma</hi> e spesso anche <hi rend="italic">alpha</hi>) e lettere larghe o inscrivibili in un modulo sostanzialmente quadrato. Possediamo inoltre diversi manoscritti copti in maiuscola alessandrina a contrasto modulare datati tra IX e XI secolo provenienti soprattutto da Touton<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-021">100</ref></hi></hi>. Tra di essi vi è anche il più antico colofone copto datato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-020">101</ref></hi></hi>, che attesta la donazione al Monastero di San Michele Arcangelo della miscellanea agiografica New York, Morgan Library &amp; Museum, M 579<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-019">102</ref></hi></hi>, da parte dell’archimandrita Apa Damianos nell’822/823. Se paragonata alla più recente lettera festale datata, P.Berol. inv. 10677 (del 713 o del 719), la maiuscola alessandrina di questa miscellanea, caratterizzata, come ci si aspetta in esempi così tardi, da un contrasto modulare molto marcato, è appesantita da un apparato di elementi decorativi presenti praticamente su ogni lettera. In particolare, i tratti verticali di <hi rend="italic">iota</hi>, <hi rend="italic">kappa</hi>, <hi rend="italic">ny</hi>, <hi rend="italic">rho</hi>, <hi rend="italic">phi</hi> (quest’ultimo abnorme rispetto alle altre lettere) presentano bottoni di inchiostro ad entrambe le estremità. Esempi ancor più tardi, come il codice<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-018">103</ref></hi></hi> agiografico dedicato a san Vittore donato al Monastero Bianco dal diacono Shenoute nel 939/940, esibiscono una scrittura molto serrata, dal contrasto modulare tra lettere strette e lettere larghe ancora più esasperato e caratterizzata da un tracciato ancor più sclerotizzato. Tra le forme particolari si segnalano: <hi rend="italic">kappa</hi> con tenaglia ampia i cui tratti obliqui si piegano verso l’interno; <hi rend="italic">lambda</hi> con in tratto discendente da destra verso sinistra quasi verticale, mentre l’altro, discendente da sinistra verso destra, è molto più lungo e inclinato; <hi rend="italic">phi</hi> con i tratti curvi che disegnano una specie di cuore. Se ci si sposta ulteriormente verso la fine del X secolo, gli elementi di destrutturazione e di artificiosità si fanno ancor più manifesti e frequenti. Sintomi evidenti possono essere riconosciuti nei tratti obliqui (soprattutto quelli discendenti da sinistra verso destra in <hi rend="italic">kappa</hi> e <hi rend="italic">lambda</hi>) che sistematicamente superano il rigo di base; nel tratto orizzontale di <hi rend="italic">delta</hi> e di <hi rend="italic">giagia</hi> che si prolunga innaturalmente ben oltre i punti in cui interseca i tratti obliqui; nella tenaglia di <hi rend="italic">kappa</hi> che ormai solo raramente tocca il tratto verticale. Tutti questi elementi, a cui si aggiunge una leggera inclinazione a sinistra che conferisce alla scrittura un aspetto ancor più artificioso, si ritrovano, ad esempio, nel Vat. copt. 111 fasc. 1, in cui al f. 8r compare una sottoscrizione che riporta la data del 25 gennaio 990<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-017">104</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Questa mole di esempi datati fornisce un riferimento cronologico piuttosto solido nel momento in cui si tenti di collocare nel tempo codici privi di datazione esplicita o di altri elementi datanti. Ad una fase antica, ma già matura, appartengono i due codici papiracei P.Vindob. K 8706 <hi rend="CharOverride-4">[46]</hi>, <hi rend="italic">Odi</hi>, e P.Vindob. K 7377 + K 7384 + K 7396 + K 7426 + K 7542-7548 + K 7731 + K 7912 + K 7914 <hi rend="CharOverride-3">[44]</hi>, <hi rend="italic">Atti</hi><hi rend="italic"> degli Apostoli</hi>, caratterizzati da un contrasto modulare evidente ma non esasperato, da un tracciato morbido e occhiellato e da elementi decorativi, come gli ispessimenti alla fine dei tratti orizzontali, ancora sobri. Il confronto con P.Grenf. II 112, lettera festale del 577 che esibisce una scrittura ovviamente molto più formalizzata e calligrafica (come ci si aspetta da un prodotto della cancelleria patriarcale) ma allo stesso tempo più armoniosa e proporzionata, spinge a collocarli nella prima metà del VII secolo, con forse una precedenza del codice delle <hi rend="italic">Odi</hi> su quello degli <hi rend="italic">Atti</hi>, per la maggiore naturalezza con cui il primo copista esegue le lettere. Alla fine del secolo è da collocare il frammento pergamenaceo di <hi rend="italic">Matteo</hi>, London, British Library, Or. 4923 (2) <hi rend="CharOverride-3">[17]</hi>, in cui si accentua il contrasto modulare senza però che il tracciato venga irrigidito e le curve spezzate, caratteristiche che lo avvicinano a P.Köln V 215, lettera festale del 663 o del 674. Entro la prima metà del IX secolo vanno riferiti i lezionari Par. copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">7</hi> ff. 51, 56 + 129<hi rend="superscript CharOverride-1">8</hi> f. 136 + 129<hi rend="superscript CharOverride-1">9</hi> f. 74 + 129<hi rend="superscript CharOverride-1">10</hi> f. 193 + 129<hi rend="superscript CharOverride-1">19</hi> ff. 83-84 <hi rend="CharOverride-3">[33]</hi> e il lezionario Oxford, Bodleian Library, Gr. liturg. c. 1 <hi rend="CharOverride-3">[28]</hi> (forse di poco precedente), trascritti da copisti che, pur mantenendo tracciati abbastanza morbidi, cominciano ad esasperare i contrasti modulari e ad appesantire gli elementi decorativi. Uno stadio ancor più avanzato si può osservare in altri tre lezionari, P.Vindob. <hi>K 9730 </hi><hi rend="CharOverride-3">[50]</hi><hi> [tav. IX], Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">19</hi><hi> f. 65 e Vat. Borg. copt. 109, cass. </hi><hi rend="CharOverride-7">xxiii</hi>, fasc. 97 f. 1 + Par. copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">19</hi> f. 73 + P.Berol. inv. 8771 <hi rend="CharOverride-4">[9]</hi>, che si collocano nella seconda metà del IX secolo, senza escludere l’inizio del successivo. Alla prima metà del X secolo, per i tracciati spezzati, per l’esasperato e innaturale contrasto modulare e per i vistosi riccioli alla fine dei tratti obliqui, va invece assegnato il frammento di <hi rend="italic">Luca</hi> P.Vindob. K 2698 <hi rend="CharOverride-4">[42]</hi>, in cui si ritrovano anche caratteristiche puntuali della tarda maiuscola alessandrina ad alternanza di modulo, come la tenaglia di <hi rend="italic">kappa</hi> separata dal tratto verticale, come il <hi rend="italic">phi</hi> ingrandito a forma di cuore o come la tendenza dei tratti obliqui discendenti da sinistra verso destra a scendere al di sotto del rigo di base. Infine, il London, British Library, Or. 6801 <hi rend="CharOverride-3">[19] </hi>[tavv. XI-XII] è databile, con una certa sicurezza<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-016">105</ref></hi></hi>, ai primissimi anni dell’XI secolo, circostanza che lo rende il più recente tra i manoscritti bilingui greco-copti. Le caratteristiche paleografiche di questo codice liturgico sono in linea con la parabola evolutiva sopra descritta, con in più una maggiore artificiosità degli elementi decorativi e una visibile incoerenza nell’alternanza del modulo (basti pensare ai <hi rend="italic">sigma</hi>, in genere tondi, o al <hi rend="italic">theta </hi>di forma circolare, qualora ospiti al suo interno un bottone decorativo).</p><p rend="text">Ben più complesso è il problema rappresentato dall’altra stilizzazione della maiuscola alessandrina, quella unimodulare, benché questa sia la scrittura più attestata nei manoscritti bilingui greco-copti. La prima incertezza riguarda i criteri di datazione: per questa scrittura infatti non si dispone di una griglia cronologica solida, fondata su esempi datati o databili con una buona approssimazione distribuiti nel tempo. La seconda questione, legata in qualche modo alla prima, è relativa invece alla sua genesi.</p><p rend="text">Tale scrittura, in cui le lettere si iscrivono tutte in un modulo sostanzialmente quadrato, pur riproducendo in tutto e per tutto i tratteggi tipici della maiuscola alessandrina (in particolare <hi rend="italic">alpha</hi> in uno o due tempi, con i tratti uno e due realizzati in un solo movimento; <hi rend="italic">my</hi> in tre tempi, con i tratti due e tre fusi in una curva che tocca il rigo di base; <hi rend="italic">ypsilon</hi> realizzato in un solo tempo), è strutturalmente caratterizzata da un chiaroscuro<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-015">106</ref></hi></hi> più o meno marcato, ma orientato sempre nello stesso modo (di massimo spessore i tratti verticali, di minimo spessore quelli orizzontali; per quanto riguarda i tratti obliqui invece si registra una maggiore incoerenza), elemento che però è del tutto estraneo al canone dell’alessandrina. Come si spiega questo ibrido?</p><p rend="text">Guglielmo Cavallo, nel lavoro sulla maiuscola biblica, ha impostato correttamente il problema<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-014">107</ref></hi></hi>. Secondo lo studioso, la maiuscola biblica, ormai saldamente canonizzata tra V e VI secolo, avrebbe esercitato la sua influenza sulla maiuscola alessandrina, che in quel momento andava canonizzandosi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-013">108</ref></hi></hi>. Ovviamente, tale influenza fece sentire i suoi effetti sulla tipizzazione più vicina alla maiuscola biblica, vale a dire quella unimodulare. </p><p rend="text">In realtà, Orsini ha riconosciuto questa commistione tra caratteristiche proprie della maiuscola biblica (in particolare il chiaroscuro) e altre tipiche della maiuscola alessandrina (il tracciato morbido e occhiellato) in due degli scribi responsabili della trascrizione dei codici di Nag Hammadi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-012">109</ref></hi></hi>, riferiti al IV secolo. In questi casi, tuttavia, l’unico tracciato sistematicamente e coerentemente alessandrino è quello di <hi rend="italic">my</hi>, mentre <hi rend="italic">alpha</hi> (in due o tre tempi, con i tratti uno e due che formano un angolo acuto o una curva molto stretta e terzo tratto obliquo che supera il rigo di base) e <hi rend="italic">ypsilon</hi> (quasi sempre realizzato in due tempi) rimangono più o meno legati al modello biblico. A questo proposito, Orsini distingue due tipi di influenze: «scritture che conservano sostanzialmente un tessuto grafico tipico dell’alessandrina» le quali «vengono trattate con un contrasto chiaroscurale caratteristico della maiuscola biblica» e «scritture con la struttura grafica della maiuscola biblica» in cui «vengono reintrodotte alcune lettere […] con un tratteggio tipico della maiuscola alessandrina»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-011">110</ref></hi></hi>. Sarebbe questo secondo filone di scritture a strutturarsi in un vero e proprio «stile di scrittura»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-010">111</ref></hi></hi> che avrà estrema fortuna per la produzione di codici copti e greco-copti, mentre nei manoscritti greci non restò che un ibrido non più riprodotto. </p><p rend="text">Se la distinzione teorica tra maiuscole alessandrine influenzate dalla biblica e maiuscole bibliche influenzate dall’alessandrina proposta dallo studioso è condivisibile (esistono casi in cui il tessuto grafico di riferimento e i tratteggi delle singole lettere non sono totalmente riferibili all’uno o all’altro canone), la sistematicità con cui compaiono i tratteggi tipicamente alessandrini di <hi rend="italic">alpha</hi>, <hi rend="italic">my</hi> e <hi rend="italic">ypsilon</hi> suggerirebbe di interpretare questo ‘stile di scrittura’, che Orsini ha proposto di chiamare «mixed style», come frutto non tanto dell’introduzione di elementi alessandrini nel tessuto grafico della biblica, quando piuttosto della costante influenza del chiaroscuro, proprio della maiuscola biblica, sulla variante unimodulare della maiuscola alessandrina. Se i tratteggi di riferimento sono quelli della maiuscola alessandrina e non un amalgama tra questi e quelli desunti dalla maiuscola biblica, una definizione del tipo «maiuscola alessandrina unimodulare chiaroscurata», benché didascalica, potrebbe rispecchiare meglio la natura di questa scrittura.</p><p rend="text">A quanto già messo in luce dagli studiosi, si potrebbe aggiungere che la promiscuità tra biblica e alessandrina unimodulare nei codici copti e greco-copti è ben attestata. Il lezionario New York, Morgan Library &amp; Museum, M 615 <hi rend="CharOverride-3">[25]</hi> è vergato nella scrittura unimodulare e chiaroscurata di cui si sta discutendo. Tuttavia, ai ff. 19v-21r compaiono sistematicamente tratteggi propri della maiuscola biblica (<hi rend="italic">alpha</hi> spezzato in tre tempi; <hi rend="italic">my</hi> in quattro tempi, con i due tratti obliqui di minimo spessore; <hi rend="italic">ypsilon</hi>, che scende al di sotto del rigo di base, in due o tre tempi), rarissimi nel resto del codice. La forma delle altre lettere, nonché la qualità e l’orientamento del chiaroscuro, assicurano che il copista dei ff. 19v-21r è lo stesso del resto del codice. Le intuizioni di Cavallo e di Orsini, dunque, acquistano un ulteriore livello di concretezza: non si tratta soltanto di una generica influenza della maiuscola biblica sull’alessandrina, ma sono le stesse mani ad impiegare negli stessi ambienti (e talvolta nello stesso manoscritto) ora una scrittura ora l’altra, determinando con maggiore facilità fenomeni di ibridizzazione e di commistione. Il lezionario newyorkese suggerisce anche un’altra considerazione: nel concreto, questa maiuscola è vergata con lo stesso calamo a punta mozza che è utilizzato per la maiuscola biblica, impiegato però per tracciare forme alessandrine<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-009">112</ref></hi></hi>. Viene così a determinarsi quell’alternanza costante e caratteristica di tutte le scritture unimodulari e chiaroscurate dei codici (greco-)copti tra tratti di massimo (quelli verticali) e di minimo spessore (quelli orizzontali). In altre parole, si verifica una situazione analoga a quella descritta, per l’ambito latino, da Cavallo e Fioretti: «l’educazione professionale “al chiaroscuro”, si trattasse di capitale o di onciale, era certo la medesima, avveniva nei medesimi ambienti e secondo le medesime procedure»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-008">113</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Ancor più spinoso è il problema della datazione. Per prima cosa, va tenuto presente che non si hanno a disposizione esempi datati, ma bisogna basarsi sulle datazioni <hi rend="italic">ante quem</hi> o <hi rend="italic">post quem</hi> dei pochi manoscritti in cui questo sia possibile. Inoltre, data la natura ibrida di questa maiuscola in cui un elemento estraneo, come appunto il chiaroscuro, viene artificialmente applicato su una scrittura, la maiuscola alessandrina, che non lo prevede, rende in teoria inutilizzabile il modello evolutivo applicato allo studio dei canoni veri e propri, perché questa scrittura, di fatto, non evolve. Per questo è inevitabile rinunciare, almeno per il momento, a datazioni strette. </p><p rend="text">Tra i manoscritti databili, il più antico è sicuramente P.Vindob. G 19802<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-007">114</ref></hi></hi> [tav. III], frammento pergamenaceo greco della <hi rend="italic">Seconda lettera ai Corinzi</hi>, riutilizzato per un testo in medio-persiano. La <hi rend="italic">scriptio superior</hi> fornisce un importante <hi rend="italic">terminus</hi> <hi rend="italic">ante quem</hi>. L’esercito persiano, infatti, iniziò la conquista dell’Egitto bizantino nel 616, sotto Cosroe II. Il testo greco, dunque, deve essere stato trascritto prima di tale data, secondo Cavallo alla metà del VI secolo. In questo frammento, il contrasto chiaroscurale è già evidente, anche se non troppo marcato, e la scrittura presenta diversi elementi che si ritroveranno in altri testimoni, come i piccoli ispessimenti alla fine dei tratti orizzontali (tranne che in <hi rend="italic">pi</hi>), l’ultimo tratto di <hi rend="italic">alpha</hi> che scende verticalmente e si prolunga sul rigo di base, lo <hi rend="italic">ypsilon</hi> con il tratto di destra che arriva a toccare spesso la lettera seguente. </p><p rend="text">Tra la metà del VI e l’inizio del VII secolo, periodo in cui fu attivo il monastero di Apa Samuele (l’arabo Deir el-Gizāz nell’Alto Egitto) da cui proviene, è da collocare un <hi rend="italic">ostracon</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-006">115</ref></hi></hi> impiegato per un esercizio di scrittura di livello piuttosto alto. Le lettere presentano un contrasto molto equilibrato fra tratti pieni (quelli verticali e obliqui) e tratti più sottili (quelli orizzontali). A rigor di logica, non è possibile affermare che questo copista, sicuramente un coptofono dal momento che tra le lettere compare uno <hi rend="italic">shai</hi>, si stesse esercitando nella tipologia di maiuscola alessandrina qui discussa, perché non compare nessuna delle lettere caratteristiche. Tuttavia, la particolare forma degli <hi rend="italic">zeta</hi>, con i tratti primo e terzo concavi, e non dritti, è più vicina ai tracciati sinuosi che questa lettera, come anche lo <hi rend="italic">csi</hi>, ha nella maiuscola alessandrina, sia unimodulare che bimodulare, piuttosto che nella maiuscola biblica. Rispetto alla pergamena viennese, qui gli elementi di rinforzo alla fine dei tratti orizzontali sono leggermente più pesanti e di forma quadrangolare. Anche il sito di Deir el-Bala’izah, dove sorgeva il un monastero intitolato ad Apa Apollo, ha restituito alcuni frammenti vergati in questa scrittura unimodulare chiaroscurata, come ad esempio P.Bal. I 12<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-005">116</ref></hi></hi> (<hi rend="italic">Vangelo di Matteo</hi> assegnato al VII secolo), P.Bal. I 27<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-004">117</ref></hi></hi> (frammento apocrifo riferito al VI secolo) e P.Bal. I 46<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-003">118</ref></hi></hi> (omelia sulla Vergine del VII-VIII secolo). I papiri documentari trovati in loco testimoniano l’attività dell’insediamento nel periodo compreso tra il tardo VII secolo e la prima metà dell’VIII<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-002">119</ref></hi></hi>, per cui i frammenti librari devono essere stati vergati prima del 700-750. Tuttavia, l’editore, Paul E. Kahle, nota nell’introduzione che la maggior parte di questi frammenti è ben più antica del VII secolo e alcuni possono essere assegnati addirittura al IV-V secolo. Benché queste datazioni vadano sicuramente riviste alla luce degli studi più recenti, il problema rimane: l’inizio dell’VIII secolo rappresenta un sicuro <hi rend="italic">terminus ante quem</hi> per i frammenti letterari, ma non è possibile stabilire con sicurezza di quanto siano più antichi.</p><p rend="text">Venendo ai manoscritti bilingui, possiamo distinguere, sulla base di caratteristiche formali condivise, almeno tre gruppi. Il primo è costituito da frammenti che esibiscono maiuscole alessandrine unimodulari dal tracciato assai occhiellato e solo leggermente chiaroscurato, molto vicine ad esempi attribuiti da Cavallo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-001">120</ref></hi></hi> tra la fine del VI e il VII secolo. Ancora al VI secolo vanno verosimilmente riferiti i due frammenti papiracei P.Mon.Epiph. 17 <hi rend="CharOverride-4">[24]</hi> e P.Vindob. K 7244 <hi rend="CharOverride-3">[43]</hi>. Altre mani sono caratterizzate da una maggiore insistenza sulle lettere rotonde, da un chiaroscuro leggermente più marcato e dalla presenza di elementi ornamentali alla fine dei tratti orizzontali. In particolare, all’inizio del VII secolo è da assegnare P.Lond.Copt. I 502 <hi rend="CharOverride-3">[16]</hi>, per via del suo tracciato ancora abbastanza fluido, mentre in un momento più maturo dello stesso secolo vanno collocati la <hi rend="italic">scriptio inferior</hi> del London, British Library, Or. 5707 <hi rend="CharOverride-3">[18]</hi>, P.Vindob. <hi>K 8023 bis </hi><hi rend="CharOverride-3">[45]</hi><hi>, P.Berol. inv. 9108 </hi><hi rend="CharOverride-4">[6]</hi><hi>,</hi><hi> P.Vindob. K 8662 </hi><hi rend="CharOverride-3">[47]</hi><hi> [tav. VII] e Dublin, Trinity College,</hi><hi> Pap. </hi>F 138 <hi rend="CharOverride-3">[10]</hi>, questi ultimi due confrontabili con P.Vindob. G 26751 (assegnato sempre da Cavallo al VI-VII secolo). Si tratta, è bene notarlo, quasi esclusivamente di frammenti bilingui greco-fayyumici, per cui è lecito ipotizzare che queste scritture poco chiaroscurate e molto occhiellate fossero particolarmente diffuse nell’Oasi del Fayyum.</p><p rend="text">I copisti di un secondo gruppo di manoscritti utilizzano una scrittura sempre fluida e occhiellata, in cui il contrasto tra pieni e filetti è però decisamente più marcato, similmente a quanto si osserva nel P.Vindob. G 19802 [tav. III]. Inoltre, l’orientamento del chiaroscuro è piuttosto coerente anche nei tratti obliqui, che sono di massimo spessore se discendenti da sinistra verso destra e di medio o minimo spessore se discendenti da destra verso sinistra. Unica eccezione è il tratto mediano di <hi rend="italic">ny</hi>, che resta sottile. Frammenti come P.Ryl.Copt. 3 <hi rend="CharOverride-3">[21]</hi>, P.Berol. inv. 5542 <hi rend="CharOverride-3">[5]</hi> e P.Vindob. K 8668 <hi rend="CharOverride-3">[48]</hi>, per la loro somiglianza con la pergamena palinsesta viennese, andranno perciò collocati nella seconda metà del VI secolo, mentre il <hi rend="italic">Codex Borgianus</hi> <hi rend="CharOverride-3">[7]</hi> [tav. VIa] e il P.Lond.Lit. 212 <hi rend="CharOverride-3">[14]</hi>, che esibiscono un chiaroscuro più accentuato ma soprattutto un ricorso più sistematico agli elementi di rinforzo alle estremità dei tratti orizzontali (in particolare in <hi rend="italic">epsilon</hi> e <hi rend="italic">tau</hi>; si noti anche <hi rend="italic">rho</hi>, alto sul rigo di base) andranno riferiti ad un periodo successivo, compreso entro la metà del VII secolo.</p><p rend="text">Per quanto riguarda le mani del terzo gruppo, oltre all’estremizzazione del contrasto chiaroscurale e al massiccio ricorso a pesanti elementi ornamentali di forma quadrangolare alla fine dei tratti orizzontali, si aggiunge anche un certo senso di schiacciamento della scrittura, determinato dal prolungamento dei tratti orizzontali di lettere come <hi rend="italic">pi</hi>, <hi rend="italic">tau</hi>, ma anche <hi rend="italic">delta</hi> e <hi rend="italic">giangia</hi>, e dalla forma leggermente ellittica di <hi rend="italic">epsilon</hi>, <hi rend="italic">theta</hi>, <hi rend="italic">omicron</hi>, <hi rend="italic">sigma</hi>. In assenza di esempi datati o databili, si può avanzare l’ipotesi che queste mani appartengano ad un periodo ancora più tardo, compreso tra la metà dell’VIII secolo e la fine del IX. In alcuni casi, la maiuscola alessandrina bimodulare impiegata come <hi rend="italic">Auszeichnungsschrift</hi> può aiutare ad orientarsi. Così, nel caso del lezionario New York, Morgan Library &amp; Museum, M 615 <hi rend="CharOverride-3">[25]</hi> la scrittura distintiva delle rubriche suggerisce una datazione al pieno VIII secolo, mentre le rubriche di lezionari come sa 336<hi rend="superscript CharOverride-6">l</hi> <hi rend="CharOverride-3">[49]</hi> e sa 337<hi rend="superscript CharOverride-6">l</hi> <hi rend="CharOverride-5">Mink-Schmitz </hi><hi rend="CharOverride-4">[8]</hi>, in cui il contrasto modulare è esasperato ed è sistematico il ricorso a vistosi ispessimenti a forma di bottone alla fine dei tratti orizzontali, orientano piuttosto verso la fine del secolo o addirittura verso l’inizio del successivo. In questi ultimi esempi, piuttosto tardi, si osserva anche un maggiore irrigidimento del tracciato (in <hi rend="italic">alpha</hi>, ad esempio, sempre realizzato in un solo tempo, i tratti uno e due formano più spesso un angolo, che una curva) e, soprattutto, una sistematica incoerenza nell’orientamento del chiaroscuro nei tratti obliqui (soprattutto in <hi rend="italic">ypsilon</hi> e <hi rend="italic">giangia</hi>, con entrambi i tratti obliqui sottili). Sulla base di questi elementi, è opportuno riferire alla seconda metà dell’VIII secolo il lezionario sa 347<hi rend="superscript CharOverride-6">l</hi> <hi rend="CharOverride-5">Mink-Schmitz</hi> <hi rend="CharOverride-3">[34]</hi>, mentre all’VIII-IX secolo i lezionari <hi rend="CharOverride-5">Ann Arbor</hi>, University of Michigan, Library, Ms. 124 <hi rend="CharOverride-3">[4] </hi>[tav. VIII], sa 352 <hi rend="CharOverride-5">Mink-Schmitz </hi><hi rend="CharOverride-3">[38]</hi><hi rend="CharOverride-5">, </hi>sa 706<hi rend="superscript CharOverride-6">l</hi> <hi rend="CharOverride-3">[35]</hi> e sa 590<hi rend="superscript CharOverride-6">l</hi> <hi rend="CharOverride-5">Schüssler </hi><hi rend="CharOverride-3">[36]</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi>[tav. X]. Infine, il London, British Library, Or. 7021 ff. <hi rend="CharOverride-5">ii-iv </hi><hi rend="CharOverride-3">[20]</hi><hi rend="CharOverride-5"> </hi>e il <hi rend="italic">Salterio</hi> sa 91 <hi rend="CharOverride-5">Schüssler</hi><hi rend="CharOverride-5"> </hi><hi rend="CharOverride-4">[30]</hi>, che esibiscono caratteristiche intermedie rispetto a quelle del secondo e del terzo gruppo, potrebbero essere riferiti, rispettivamente, alla fine del VII secolo e alla prima metà dell’VIII. Di difficile collocazione risulta il <hi rend="italic">Tetravangelo</hi> sa 700 <hi rend="CharOverride-5">Schüssler </hi><hi rend="CharOverride-3">[41]</hi><hi rend="CharOverride-5">,</hi><hi rend="CharOverride-5"> </hi>caratterizzato da una scrittura molto chiaroscurata, che farebbe pensare al pieno VII secolo, ma poco coerente (di massimo spessore entrambi i tratti obliqui di <hi rend="italic">delta</hi> e <hi rend="italic">lambda</hi>, particolare che non si osserva in <hi rend="italic">ypsilon</hi> e <hi rend="italic">giangia</hi>, dove il tratto discendente da sinistra verso destra è spesso mentre quello discendente da destra verso sinistra è sottilissimo). Anche il tracciato è incoerente: se <hi rend="italic">alpha</hi>, <hi rend="italic">my</hi>, <hi rend="italic">omega</hi> sono caratterizzati da curve abbastanza morbide e <hi rend="italic">ypsilon</hi> e <hi rend="italic">giangia</hi> da terminazioni a ricciolo, <hi rend="italic">hori</hi> e <hi rend="italic">kjima</hi> hanno forma spezzata. Tali incongruenze suggerirebbero di spostare la datazione alla fine del secolo.</p><p rend="text">In ogni caso, sembra che questa scrittura nata dall’influenza della maiuscola biblica sulla variante unimodulare della maiuscola alessandrina tra V e VI secolo, si irrigidisca tra VI e VII secolo, venendo riproposta fino alle soglie del IX secolo, e forse anche oltre, in forme sempre più sclerotizzate, in cui gli elementi decorativi e di rinforzo alla fine dei tratti orizzontali si fanno sempre più pesanti e il contrasto fra pieni e filetti si esaspera, divenendo, al contempo, maggiormente incoerente nei tratti obliqui. Il gran numero di bilingui greco-copti vergati in maiuscola alessandrina unimodulare chiaroscurata, di gran lunga la scrittura preferita per questo genere di codici (in particolare per i lezionari), conferma che essa nacque e si diffuse in ambiente coptofono<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-000">121</ref></hi></hi>. Ma lungi dal rimanere un esperimento isolato, questa commistione di elementi acquistò ben presto caratteristiche stabili, tali da trasformarla in un vero e proprio stile che ebbe grande fortuna nella tradizione manoscritta egiziana, di cui resta ancora da indagare, sotto la prospettiva paleografica, la produzione monolingue copta.</p><list rend="numbered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-120-backlink">1</ref></hi> <hi>Sull’aggettivo ‘copto’</hi><hi> si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Camplani</hi><hi> 2024a, pp. 549-550.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-119-backlink">2</ref></hi> <hi>La definizione </hi><hi>dei dialetti copti non è univoca ed il dibattito è </hi><hi>molto acceso tra gli specialisti (</hi><hi rend="CharOverride-5">Kasser</hi><hi> 1990 identifica più di</hi><hi> 25 varietà; si vedano anche le considerazioni di </hi><hi rend="CharOverride-5">Funk</hi><hi> 1988</hi><hi> sulle varietà più antiche). Per una bibliografia di base, a</hi><hi> parte il classico </hi><hi rend="CharOverride-5">Kasser</hi><hi> 1966b, si rimanda alla </hi><hi rend="italic">CE</hi><hi>, </hi><hi rend="italic">s.v.</hi><hi> </hi><hi rend="italic">Dialects, Morphology of Coptic</hi><hi> (a cura di W.-P. </hi><hi>Funk).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-118-backlink">3</ref></hi> <hi>Su questo passaggio, altrettanto problematico, si vedano almeno gli</hi><hi> studi di </hi><hi rend="CharOverride-5">Zaborowski</hi><hi> 2008, </hi><hi rend="CharOverride-5">Richter</hi><hi> 2009 e </hi><hi rend="CharOverride-5">Delattre, Liebrenz </hi><hi rend="italic">et</hi><hi rend="italic"> al. </hi><hi>2012, con bibliografia precedente. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-117-backlink">4</ref></hi> <hi>In particolare, sul demotico</hi><hi> si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Fournet</hi><hi> 2020, pp. 61-65. Il quadro è ricostruito</hi><hi> da </hi><hi rend="CharOverride-5">Camplani</hi><hi> 2024a, pp. 550-552.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-116-backlink">5</ref></hi> <hi>Per una bibliografia </hi><hi>di base si veda la </hi><hi rend="italic">CE</hi><hi>,</hi><hi rend="italic"> s.vv</hi><hi>. </hi><hi rend="italic">Old Coptic</hi><hi> </hi><hi>(a cura di H. Satzinger) e </hi><hi rend="italic">Alphabets, Old Coptic</hi><hi> (a </hi><hi>cura di R. Kasser). Ulteriore bibliografia in </hi><hi rend="CharOverride-5">Fournet</hi><hi> 2020, p. </hi><hi>5 nota 5. Un recente </hi><hi rend="italic">status quaestionis</hi><hi> sul tema può </hi><hi>essere letto in </hi><hi rend="CharOverride-5">Quack</hi><hi> 2017, in particolare pp. 55-58, che </hi><hi>cala l’</hi><hi rend="italic">old Coptic</hi><hi> all’interno della complessa situazione multigrafica </hi><hi>dell’Egitto greco-romano. In tre corposi articoli, usciti sul </hi><hi rend="italic">Journal </hi><hi rend="italic">of Coptic Studies</hi><hi> 23-25 (2021-2023), Edward O.D. Love ha riesaminato </hi><hi>l’intero </hi><hi rend="italic">corpus</hi><hi> delle testimonianze e le categorie interpretative finora </hi><hi>impiegate per indagarlo.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-115-backlink">6</ref></hi> <hi>Per limitarsi a due soli esempi, uno</hi><hi> per tipologia, si possono citare l’oroscopo P.Lond. I 98</hi><hi> (TM 23938) datato al I o al II secolo d.C.</hi><hi> (su cui </hi><hi rend="CharOverride-5">Černý, Kahle, Parker</hi><hi> 1957; anche </hi><hi rend="CharOverride-5">Quack</hi><hi> 2017, pp. 60-62) e i passi in </hi><hi rend="italic">old Coptic</hi><hi> del</hi><hi> papiro magico Par. Suppl. gr. 574 (= PGM IV =</hi><hi> TM 64343); sul celebre cimelio si veda il recente </hi><hi rend="CharOverride-5">Love</hi><hi> 2016, in particolare pp. 3-60, e ancora </hi><hi rend="CharOverride-5">Quack</hi><hi> 2017, pp.</hi><hi> 69-72.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-114-backlink">7</ref></hi> <hi>La nascita e l’emersione della lingua copta </hi><hi>rappresenta un problema storiografico tutt’altro che risolto, complicato dal </hi><hi>fatto che essa non riuscirà mai ad affermarsi definitivamente (sul </hi><hi>punto, si vedano le considerazioni di </hi><hi rend="CharOverride-5">Papaconstantinou</hi><hi> 2013): alla faticosa </hi><hi>emancipazione dal greco, seguì, con l’arrivo della lingua araba </hi><hi>portata dai nuovi conquistatori, la lotta per la sopravvivenza. Un </hi><hi>ruolo centrale, come messo in luce da </hi><hi rend="CharOverride-5">Camplani</hi><hi> 2015a, </hi><hi>sembra essere stato giocato dalle élite cristiane locali. L’intervento </hi><hi>più recente in questo acceso dibattito si deve a </hi><hi rend="CharOverride-5">Fournet</hi><hi> </hi><hi>2020, che riprende e approfondisce le intuizioni di Camplani, con </hi><hi>una particolare attenzione alla produzione documentaria.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-113-backlink">8</ref></hi> <hi>Nonostante la quasi totalità</hi><hi> delle espressioni scritte in copto adotti il medesimo sistema alfabetico,</hi><hi> ossia quello impiegato dal dialetto saidico, sono attestati anche altri</hi><hi> sistemi, con lievi differenze rispetto a quello più diffuso. Tali</hi><hi> differenze non sono tanto di carattere grafico, come ad esempio</hi><hi> l’adozione di grafemi diversi, quanto piuttosto fonetici, con le</hi><hi> stesse lettere impiegate per esprimere suoni differenti. Per questo c</hi><hi>’è chi ha parlato al plurale di «alfabeti copti». Si</hi><hi> veda la </hi><hi rend="italic">CE</hi><hi>,</hi><hi rend="italic"> s.v.</hi><hi> </hi><hi rend="italic">Alphabets, Coptic</hi><hi> (a cura di </hi><hi>R. Kasser, con un’utile tabella comparativa).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-112-backlink">9</ref></hi> <hi rend="CharOverride-5">Fournet</hi> 2020, pp. 5-9.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-111-backlink">10</ref></hi> P.Beatty VII (edito da Kenyon nel <hi rend="CharOverride-5">1933-1941 </hi>fasc<hi rend="CharOverride-5">. </hi><hi rend="CharOverride-5">VI</hi><hi>) + PSI XII 1273 + P.Merton I 2 = </hi><hi>965 </hi><hi rend="CharOverride-5">Rahlfs</hi><hi> = nr. 293 </hi><hi rend="CharOverride-5">van Haelst</hi><hi> = TM 61951. </hi><hi>Per una descrizione del codice si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Rahlfs, Fraenkel</hi><hi> 2004, </hi><hi>pp. 95-97, 108 e 120-121. Nella scheda a PSI XII </hi><hi>1273 comparsa nel catalogo della mostra sui papiri della Biblioteca </hi><hi>Medicea Laurenziana del 1998 (</hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo, Crisci </hi><hi rend="italic">et al</hi><hi rend="italic">.</hi><hi> 1998, </hi><hi>pp. 111-112, nr. 29 e tav. XXV), Paola Degni aveva </hi><hi>addirittura proposto, con cautela, il II secolo per il codice, </hi><hi>datazione che non sembra condivisa da </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo</hi><hi> 2008, p. 117 </hi><hi>e p. 119 fig. [94].</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-110-backlink">11</ref></hi> <hi>Su queste annotazioni si </hi><hi>veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Bagnall</hi><hi> 2009, pp. 66-67 da ultimo </hi><hi rend="CharOverride-5">Buzi</hi><hi> 2018a, </hi><hi>p. 57.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-109-backlink">12</ref></hi> Washington, Smithsonian Institution, Freer Gallery of Art, F 1916.768 = <hi rend="italic">W</hi> <hi rend="CharOverride-5">Rahlfs</hi> = nrr. 284+363 <hi rend="CharOverride-5">van Haelst</hi> = TM 61966, edito da <hi rend="CharOverride-5">Sanders, Schmidt</hi> 1927, pp. 1-229. <hi>Per</hi><hi> una scheda descrittiva si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Rahlfs, Fraenkel</hi><hi> 2004, pp. 387-389.</hi><hi> Le pagine del codice rimaste vuote dopo la trascrizione dei</hi><hi> </hi><hi rend="italic">Profeti Minori</hi><hi> vennero utilizzare da un copista successivo per copiare</hi><hi> un testo nuovamente edito e discusso da </hi><hi rend="CharOverride-5">Choat</hi><hi> 2006, pp.</hi><hi> 99-121, forse da identificare con un’opera di Clemente Alessandrino</hi><hi> o di Origene.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-108-backlink">13</ref></hi> <hi>I margini dei fogli che compongono </hi><hi>il codice sono ricchi di glosse e </hi><hi rend="italic">marginalia</hi><hi>, dovuti a</hi><hi> più mani. Si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Choat</hi><hi> 2006, pp. 93-97. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-107-backlink">14</ref></hi> <hi>London,</hi><hi> British Museum, EA 10825 = P.Rain.UnterrichtKopt. 257a = 829 </hi><hi rend="CharOverride-5">Rahlfs</hi><hi> = nr. 286 </hi><hi rend="CharOverride-5">van Haelst</hi><hi> = TM 61982 = CLM</hi><hi> 858. Il glossario venne pubblicato da </hi><hi rend="CharOverride-5">Bell, Thompson</hi><hi> 1925; nuova</hi><hi> edizione come P.Rain.UnterrichtKopt. 257a. Descrizione di </hi><hi rend="CharOverride-5">Rahlfs, Fraenkel</hi><hi> 2004, pp.</hi><hi> 221. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-106-backlink">15</ref></hi> <hi>Tale localizzazione è stata definitivamente dimostrata da </hi><hi rend="CharOverride-5">Benaissa</hi><hi> 2016.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-105-backlink">16</ref></hi> Oxford, Ashmolean Museum, Bodl. Gr. <hi>Inscr. 3019 =</hi><hi> MP</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">3</hi><hi> 2732 = TM 61276 = CLM 992. Il </hi><hi>testo copto, edito da </hi><hi rend="CharOverride-5">Crum</hi><hi> 1934, è stato pubblicato separatamente </hi><hi>da quello greco, di cui si è occupato </hi><hi rend="CharOverride-5">Parsons</hi><hi> 1970. </hi><hi>Il polittico è compreso nelle liste di </hi><hi rend="CharOverride-5">Debut</hi><hi> 1986, p. </hi><hi>268, nr. 345 e </hi><hi rend="CharOverride-5">Cribiore</hi><hi> 1996, nr. 388. Sul reperto </hi><hi>si veda almeno </hi><hi rend="CharOverride-5">Cribiore</hi><hi> 1999, pp. 281-282 e </hi><hi rend="CharOverride-5">Del Corso</hi><hi> </hi><hi>2010, pp. 83-84.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-104-backlink">17</ref></hi> <hi>O.KellisCopt. II 129 = TM 88395. Il</hi><hi> testo, edito in origine da </hi><hi rend="CharOverride-5">Gardner</hi><hi> 1999, dal punto di</hi><hi> vista linguistico copto a tutti gli effetti, esprime i suoni</hi><hi> sconosciuti alla lingua greca attraverso segni graficamente diversi da quelli</hi><hi> divenuti standard, anche se derivati dai medesimi segni demotici, e</hi><hi> dunque attraverso un sistema che potrebbe a buon diritto essere</hi><hi> definito </hi><hi rend="italic">old Coptic</hi><hi>. Il caso dell’</hi><hi rend="italic">ostracon</hi><hi> dimostra quanto </hi><hi>la realtà storica sia sfumata e quanto sfugga alle nostre </hi><hi>classificazioni. Si veda da ultimo </hi><hi rend="CharOverride-5">Quack</hi><hi> 2017, pp. 72-73.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-103-backlink">18</ref></hi> <hi rend="CharOverride-5">Fournet</hi><hi> 2020, p. 66. Lo studioso prosegue proponendo di vedere negli</hi><hi> ambienti ellenizzati delle città o nel Fayyum i centri di</hi><hi> elaborazione di queste prime testimonianze autenticamente copte.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-102-backlink">19</ref></hi> <hi>Si vedano </hi><hi rend="CharOverride-5">Milizia</hi><hi> 2016, pp. 183-184 e </hi><hi rend="CharOverride-5">Fournet</hi><hi> 2020, pp. 66-67.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-101-backlink">20</ref></hi> <hi>Non</hi><hi> è chiarissimo il rapporto tra questo segno e il suo</hi><hi> antecedente demotico. </hi><hi rend="CharOverride-5">Kasser</hi><hi> 2003, seguito da </hi><hi rend="CharOverride-5">Quack</hi><hi> 2017, p. 75,</hi><hi> suggerisce si possa trattare di un nesso tra </hi><hi rend="italic">tau</hi><hi> e</hi><hi> </hi><hi rend="italic">iota</hi><hi>.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-100-backlink">21</ref></hi> <hi>Di parere contrario </hi><hi rend="CharOverride-5">Buzi, Emmel</hi><hi> 2015 (ma l</hi><hi>’affermazione è di Paola Buzi), p. 147, secondo cui sarebbe</hi><hi> uno sviluppo tutto interno alla prassi scrittoria copta.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-099-backlink">22</ref></hi> <hi rend="CharOverride-5">Fournet</hi><hi> </hi><hi>2020, p. 69.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-098-backlink">23</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Luisier</hi><hi> 2021, in particolare </hi><hi>pp. 128-129. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-097-backlink">24</ref></hi> <hi>Sulle pratiche scolastiche dell’Egitto greco-romano, resta </hi><hi>imprescindibile il riferimento a </hi><hi rend="CharOverride-5">Cribiore</hi><hi> 1996 e 2001 (da implementare </hi><hi>con le considerazioni di </hi><hi rend="CharOverride-5">Del Corso</hi><hi> 2019 e </hi><hi rend="CharOverride-5">Del Corso</hi><hi> </hi><hi>2022), che ha analizzato sistematicamente la gran parte della documentazione </hi><hi>papiracea disponibile (in particolare, sugli alfabetari, si vedano pp. 37-40 </hi><hi>e nrr. 41-77 del catalogo). Alcuni di questi alfabetari, come </hi><hi>altri non presi in considerazione dalla studiosa, potrebbero aver avuto </hi><hi>una funzione magico-rituale. Il problema è bene inquadrato da </hi><hi rend="CharOverride-5">Bucking</hi><hi> </hi><hi>2012, pp. 231-233 e 235-255, che analizza il caso del </hi><hi>sito di Deir el-Baḥrī, riconvertito da tempio faraonico a </hi><hi>monastero nella seconda metà del III secolo, le cui pareti</hi><hi> sono ricche di graffiti, molti dei quali alfabetici. La destinazione</hi><hi> scolastica della stragrande maggioranza dei papiri, degli </hi><hi rend="italic">ostraca</hi><hi> e delle</hi><hi> tavolette catalogate da </hi><hi rend="CharOverride-5">Cribiore</hi><hi> 1996 resta comunque la più convincente.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-096-backlink">25</ref></hi> <hi>London, British Museum, EA 31663 = O.BM inv. 31663 =</hi><hi> MP</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">3</hi><hi> 2694 = TM 65430, pubblicato da </hi><hi rend="CharOverride-5">Hall</hi><hi> 1905, </hi><hi>p. 35, nr. 4 e pl. 28, nuovamente ripubblicato come</hi><hi> P.Rain.UnterrichtKopt. 64.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-095-backlink">26</ref></hi> <hi>London, British Museum, EA 26739 = O.BM </hi><hi>inv. 26739 = MP</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">3</hi><hi> 2697 = TM 65426, pubblicato da</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-5">Hall</hi><hi> 1905, p. 36, nr. 1 e pl. 29, </hi><hi>nuovamente ripubblicato come P.Rain.UnterrichtKopt. 65.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-094-backlink">27</ref></hi> <hi>È quanto nota anche </hi><hi rend="CharOverride-5">Bucking</hi><hi> 2012, p. 255, arrivando ad ipotizzare che i versi alfabetici</hi><hi> graffiti sulle pareti del sito di Deir el-Baḥrī potessero</hi><hi> essere «means for teaching the Greek constituents of the Coptic</hi><hi> alphabet». Si noti che anche nell’enorme sillabario rinvenuto a</hi><hi> Beni Hasan, altro sito faraonico riconvertito ad insediamento monastico attorno</hi><hi> al VI secolo, le lettere copte sono separate, e di</hi><hi> molto, da quelle greche. Lo studioso ha anche ridimensionato l</hi><hi>’idea che nella cella A del Monastero tebano di Epifanio,</hi><hi> legata alla figura del monaco Mosé, esistesse una vera e</hi><hi> propria attività scolastica; si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Bucking</hi><hi> 2007, pp. 33-35 (analoghi</hi><hi> dubbi sulla cella B; </hi><hi rend="CharOverride-5">Bucking</hi><hi> 2007, pp. 36-44). Sulla difficoltà</hi><hi> di identificare come tali le pratiche scolastiche in contesti monastici,</hi><hi> si vedano da ultimo le considerazioni di </hi><hi rend="CharOverride-5">Larsen</hi><hi> 2018.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-093-backlink">28</ref></hi> <hi>Milano, Università Cattolica, P.Med. Copto 76.24 Vo = TM 65451,</hi><hi> pubblicato prima da </hi><hi rend="CharOverride-5">Pernigotti</hi><hi> 1965, pp. 96-97, nr. 13 (e</hi><hi> tav. </hi><hi rend="CharOverride-7">xiii</hi><hi>), di nuovo come P.Rain.UnterrichtKopt. 70 e infine </hi><hi>come SB Kopt. II 1253.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-092-backlink">29</ref></hi> <hi>Oxford, Bodleian Library, Copt. </hi><hi>e. 149 (P) = TM 129725, pubblicato da </hi><hi rend="CharOverride-5">Schenke</hi><hi> 2010, </hi><hi>pp. 292-293 (e tav</hi><hi rend="CharOverride-5">. </hi><hi rend="CharOverride-7">xx</hi><hi>) e da ultimo come SB Kopt. </hi>V 2360.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-091-backlink">30</ref></hi> Manchester, John Rylands Library, Additional Box 4106 = TM 59102, pubblicato da <hi rend="CharOverride-5">Kraft, Tripolitis</hi> 1968, pp. 162-163.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-090-backlink">31</ref></hi> <hi>Tale </hi><hi>interpretazione risale a </hi><hi rend="CharOverride-5">Zoega</hi><hi> 1810, p. 549; si vedano anche </hi><hi>le osservazioni di </hi><hi rend="CharOverride-5">Steinwenter</hi><hi> 1920, pp. 65-66. La </hi><hi rend="italic">Passio</hi><hi> è </hi><hi>edita da </hi><hi rend="CharOverride-5">Orlandi</hi><hi> 1978, pp. 95-115 (il brano ricordato è </hi><hi>alle pp. 97-98). Il passo era già stato messo in </hi><hi>luce da </hi><hi rend="CharOverride-5">Cribiore</hi><hi> 1999, p. 284 come prova del fatto </hi><hi>che nell’Egitto bizantino prima si imparava a scrivere e </hi><hi>poi a leggere. </hi><hi rend="CharOverride-5">Dilley</hi><hi> 2017, pp. 105-107 avanza con cautela </hi><hi>l’ipotesi che l’espressione </hi><hi rend="CharOverride-2">ⲡⲉⲥϩ</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-2">ⲁⲓ</hi><hi>] </hi><hi rend="CharOverride-2">ϩⲛⲟⲩϭⲉⲡⲏ</hi><hi>, “la scrittura veloce”, che pure compare nel brano in </hi><hi>questione, possa indicare la tachigrafia.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-089-backlink">32</ref></hi> <hi>La contrapposizione tecnologica tra pennello,</hi><hi> tipico della tradizione scribale egiziana, e calamo, impiegato da scribi</hi><hi> e copisti di libri e documenti greci è topica nella</hi><hi> letteratura scientifica (si veda almeno </hi><hi rend="CharOverride-5">Tait</hi><hi> 1988), ma va sicuramente</hi><hi> sfumata. </hi><hi rend="CharOverride-5">Sosin, Manning</hi><hi> 2003 hanno analizzato due casi particolari, entrambi</hi><hi> da collocare tra l’ultimo decennio del III secolo a.C.</hi><hi> e il primo del secolo successivo: il primo (P.Duk. inv.</hi><hi> 230) è una lettera privata scritta in greco, ma con</hi><hi> il pennello (altri esempi di documenti greci scritti a pennello</hi><hi> in </hi><hi rend="CharOverride-5">Clarysse</hi><hi> 1993), mentre il secondo (P.Duk. inv. 675)</hi><hi> è un papiro contenente nella metà superiore una lettera privata</hi><hi> in greco, nella metà inferiore una lettera privata in</hi><hi> demotico, entrambe però vergate con il calamo. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-088-backlink">33</ref></hi> <hi>Si veda</hi><hi> P.Rain.UnterrichtKopt., pp. 15-16 e </hi><hi rend="CharOverride-5">Cribiore</hi><hi> 1999. Una differenza abbastanza evidente</hi><hi> è la quantità di esercizi incentrati sulla ripetizione di formule</hi><hi> epistolografiche copte di apertura o chiusura, laddove gli esempi greci</hi><hi> sono abbastanza rari, mentre il discorso si inverte quando si</hi><hi> vanno ad analizzare gli esercizi di grammatica, frequentissimi in ambito</hi><hi> greco, ma non altrettanto diffusi per la lingua copta. </hi><hi rend="CharOverride-5">Cribiore</hi><hi> 2007 nota anche una maggiore enfasi, in ambiente coptofono, sulla</hi><hi> ripetizione di singole lettere piuttosto che dell’intera sequenza alfabetica</hi><hi> rispetto a quanto si osserva nei materiali greci.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-087-backlink">34</ref></hi> <hi rend="CharOverride-5">Cribiore</hi><hi> </hi><hi>1999, p. 281, che prosegue citando diversi esempi, tra i </hi><hi>quali il polittico ligneo conservato a Oxford (precedentemente ricordato) è </hi><hi>il reperto più complesso. Si vedano anche </hi><hi rend="CharOverride-5">Bagnall</hi><hi> 1993, pp. </hi><hi>251-260 e </hi><hi rend="CharOverride-5">Wipszycka 1984.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-086-backlink">35</ref></hi> <hi rend="CharOverride-5">Cribiore 1999</hi><hi>, p. 284. Si </hi><hi>veda anche </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2008a, p. 127 (= </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2019, </hi><hi>pp. 102-103).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-085-backlink">36</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Quaegebeur</hi><hi> 1982, p. 131. Questi casi</hi><hi> erano già noti a </hi><hi rend="CharOverride-5">Preisigke</hi><hi> 1922, il quale, nel suo</hi><hi> </hi><hi rend="italic">Namenbuch</hi><hi>, trascriveva con lettere latine i grafemi copti. Tra i</hi><hi> numerosi esempi che si potrebbero citare (P.Baden IV 93 =</hi><hi> TM 38834; P.Berol. inv. 8977 = TM 37078; P.Cair.Masp. II</hi><hi> 67143 = TM 36688; P.Vindob. G 39793 = TM 70205</hi><hi> ecc.), il caso più vistoso è sicuramente P.Lond. IV 1419</hi><hi> + P.Berol. inv. 25006 (TM 19869), registro di tasse papiraceo</hi><hi> del 716-717, in cui compaiono più volte le sei lettere</hi><hi> copte in numerosi nomi propri di contribuenti o dei </hi><hi rend="CharOverride-2">τόποι</hi><hi> da essi posseduti. Per fare qualche esempio: </hi><hi rend="CharOverride-2">Πατνεϫι</hi><hi> (f.</hi><hi> 2r l. 22), </hi><hi rend="CharOverride-2">Παϩερμου</hi><hi> (f. 3r l. 55), </hi><hi rend="CharOverride-2">Παν</hi><hi rend="CharOverride-2">ϭιλεμ</hi><hi> (f. 3r l. 72), </hi><hi rend="CharOverride-2">Τ</hi><hi>]</hi><hi rend="CharOverride-2">εευϥα</hi><hi> (f. 11r</hi><hi> l. 357), </hi><hi rend="CharOverride-2">Παπϣοουτ</hi><hi> (f. 24v l. 966). Su questo</hi><hi> registro si vedano almeno </hi><hi rend="CharOverride-5">Gascou</hi><hi> 1989, p. 90, nr. 31</hi><hi> e </hi><hi rend="CharOverride-5">Pintaudi, Sijpesteijn</hi><hi> 1991, pp. 279-296.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-084-backlink">37</ref></hi> <hi>Alla morte del </hi><hi>cardinal Borgia, avvenuta a Lione il 23 novembre del 1804, </hi><hi>si aprì una lunga e complicata disputa legale per il </hi><hi>possesso della sua eredità che vide contrapposti Giovanni Paolo Borgia, </hi><hi>fratello del cardinale, e la Congregazione </hi><hi rend="italic">de</hi><hi> </hi><hi rend="italic">Propaganda Fide</hi><hi>. Mentre</hi><hi> gli oggetti e i manoscritti che si trovavano nella villa</hi><hi> del cardinale a Velletri, testamento alla mano, erano esplicitamente lasciati</hi><hi> in eredità a Giovanni Paolo e al figlio di lui,</hi><hi> Camillo, gli oggetti che si trovavano, in realtà temporaneamente, a</hi><hi> Palazzo Altemps vennero rivendicati dalla Congregazione </hi><hi rend="italic">de Propaganda Fide</hi><hi>, </hi><hi>che pure aveva un ruolo nelle volontà testamentarie del cardinale. </hi><hi>Il tribunale diede infine ragione alla Congregazione. I manoscritti copti, </hi><hi>al momento della morte di Stefano Borgia, si trovavano in </hi><hi>parte nella villa di Velletri e in parte a Palazzo </hi><hi>Altemps e quindi subirono una sorte diversa: i primi vennero </hi><hi>acquisiti nelle collezioni dei Borbone, che oggi costituiscono il nucleo </hi><hi>della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, i secondi </hi><hi>confluirono infine nelle collezioni vaticane. Sulla disputa legale si vedano </hi><hi rend="CharOverride-5">Nocca</hi><hi> 2001, p. 20 (con la documentazione relativa alle pp. </hi><hi>69-73 [Appendice 6]), </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsatti</hi><hi> 1996, pp. 36-41 e </hi><hi rend="CharOverride-5">Buzi</hi><hi> 2012. </hi><hi>La Biblioteca Comunale di Velletri, sotto la segnatura MS-VIII-28 (</hi><hi rend="italic">olim</hi><hi rend="italic"> </hi><hi>L.VIII.9), conserva i documenti del processo appartenuti alla famiglia Borgia.</hi><hi> Come Borg. Copt. 109 si conservano in realtà una notevole</hi><hi> varietà di frammenti pergamenacei, concretamente riposti in 29 cassette di</hi><hi> cartone rigido, e due codici veri e propri. Tale sistemazione</hi><hi> risale all’intervento dello studioso danese Georg Zoega (1775-1809), incaricato</hi><hi> dal cardinale Stefano Borgia di dare ordine ai pezzi che</hi><hi> via via giungevano a Velletri dall’Egitto. Lo scopo principale</hi><hi> di questa operazione era la stesura del catalogo della raccolta</hi><hi> di manoscritti copti posseduti dal cardinale, catalogo che vide la</hi><hi> luce, dopo una tormentata vicenda, solo nel 1810, alla</hi><hi> morte dello stesso Zoega. Il lavoro di quest’ultimo, che</hi><hi> precedette lo smembramento della collezione, si rispecchia nelle segnature che</hi><hi> fino ad oggi identificano la parte della raccolta confluita nella</hi><hi> Biblioteca Apostolica Vaticana, vale a dire la totalità dei manoscritti</hi><hi> bohairici e fayyumici e, quanto ai materiali saidici, i nrr.</hi><hi> I-CLXVII del catalogo </hi><hi rend="CharOverride-5">Zoega</hi><hi> 1810, con l’eccezione dei nrr.</hi><hi> XI, XIX, XXV e XLVI, i quali, assieme al resto</hi><hi> del gruppo saidico, furono venduti dagli eredi del cardinale al</hi><hi> re di Napoli. Sullo studioso si vedano almeno </hi><hi rend="CharOverride-5">Buzi</hi><hi> 2009,</hi><hi> pp. 57-68 e la recente raccolta di studi </hi><hi rend="CharOverride-5">Ascani, Buzi,</hi><hi rend="CharOverride-5"> Picchi</hi><hi> 2015.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-083-backlink">38</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Zoega</hi><hi> 1810, pp. 169-171.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-082-backlink">39</ref></hi> <hi>Il</hi><hi> </hi><hi rend="italic">Catalogus codicum Copticorum manu scriptorum qui in Museo Velitris adservantur</hi><hi> rappresenta ancora oggi un riferimento imprescindibile per avvicinarsi alla collezione</hi><hi> di manoscritti copti messa insieme dal cardinal Stefano Borgia. L</hi><hi>’opera costituisce un momento fondamentale nello sviluppo degli studi copti</hi><hi> da diversi punti di vista. Innanzitutto, Zoega intuì l’importanza</hi><hi> storica e letteraria dei frammenti in dialetto saidico, riuscendo in</hi><hi> numerosissimi casi a riferirli correttamente allo stesso manoscritto originario (applicando</hi><hi> una metodologia propriamente codicologica). Inoltre, comprese la centralità di Shenoute</hi><hi> nello sviluppo della tradizione letteraria copta. Non a caso, fece</hi><hi> confluire nel proprio </hi><hi rend="italic">Catalogus</hi><hi> diverse trascrizioni di opere attribuite al</hi><hi> celebre igumeno, fornendo ad altri studiosi una ricchissima messe di</hi><hi> materiale su cui lavorare. Nonostante l’enorme sforzo profuso dallo</hi><hi> studioso danese, il </hi><hi rend="italic">Catalogus</hi><hi> vide la luce soltanto nel 1810,</hi><hi> mesi dopo la sua scomparsa. Sulla genesi di quest’opera</hi><hi> si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Buzi</hi><hi> 2015b. L’unica altra esperienza di</hi><hi> catalogazione di manoscritti copti a cui Zoega poteva guardare fu</hi><hi> quella di Giovanni Luigi Mingarelli, autore dei due fascicoli delle</hi><hi> </hi><hi rend="italic">Aegyptiorum Codicum Reliquiæ Venetiis in bibliotheca Naniana asservatæ</hi><hi> (di un</hi><hi> terzo fascicolo non rimangono che le bozze preparatorie), contenenti </hi><hi>la descrizione di (parte dei) manoscritti copti posseduti da Jacopo </hi><hi>Nani. Su Mingarelli si veda almeno </hi><hi rend="CharOverride-5">Buzi</hi><hi> 2011b e la </hi><hi>bibliografia ivi citata.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-081-backlink">40</ref></hi> <hi>«</hi><hi rend="italic">Sed quoniam meum sit quacunque in </hi><hi rend="italic">re ignorantiam fateri potius quam quae mihi non satisfaciunt, aliis </hi><hi rend="italic">velut explorata offerre, argumentis destitutus quibus certam absolutamque adstruerem illorum </hi><hi rend="italic">codicum chronologiam, operam impendi ut hoc tantum investigarem, quae ex </hi><hi rend="italic">scriptionis modo inter eos appareat aevi praecedentia, quique ex hoc </hi><hi rend="italic">indicio ceteris vetustiores, qui recentiores credi queant, sat sciens ne </hi><hi rend="italic">id quidem exacta certaque ratione posse definiri</hi><hi>» (</hi><hi rend="CharOverride-5">Zoega</hi><hi> 1810, </hi><hi>pp. 169-170).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-080-backlink">41</ref></hi> <hi>Su questo personaggio, nato nel 1703 a Girga,</hi><hi> nell’Alto Egitto (non lontano dal Monastero Bianco), convertitosi al</hi><hi> cattolicesimo e attivo a Roma tra gli anni ’40 </hi><hi>e ’80 del ’700 come editore e traduttore di </hi><hi>testi copto-arabi, si veda almeno </hi><hi rend="CharOverride-5">Graf</hi><hi> 1944-1953, vol. IV, pp. </hi><hi>160-164 e </hi><hi rend="CharOverride-5">Timbie</hi><hi> 2015, pp. 188-189. Sui codici di Ṭū</hi><hi>ḫī entrati a far parte delle collezioni borgiane si veda</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsatti</hi><hi> 1996, pp. 109-112 e 151-152.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-079-backlink">42</ref></hi> <hi>«</hi><hi rend="italic">Equidem cum in</hi><hi rend="italic"> membranis nonnullis scriptionem viderem ei valde similem qua hac nostra</hi><hi rend="italic"> aetate usos inveneram homines Aegypticos, inprimis Tukium, cujus in museo</hi><hi rend="italic"> Borgiano tot servantur apographa, eos si omnium existimarem recentissimos, haud</hi><hi rend="italic"> procul a vero me abfore putavi: pariterque si illos acciperem</hi><hi rend="italic"> pro omnium antiquissimis, qui genuina elegantia sese commendantes, nativa quadam</hi><hi rend="italic"> simplicitate a formositatis affectatione aliena, proxime accedunt ad vetustissimos qui</hi><hi rend="italic"> habentus Graeci codices</hi><hi>» (</hi><hi rend="CharOverride-5">Zoega </hi><hi>1810, p. 170).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-078-backlink">43</ref></hi> <hi>Dei </hi><hi>diversi manoscritti, soltanto uno è datato. Si tratta di </hi><hi rend="CharOverride-5">Zoega</hi><hi> </hi><hi>1810, nr. XI oggi conservato a Napoli presso la Biblioteca </hi><hi>Nazionale “Vittorio Emanuele III” con la segnatura cass. I.B.01 inv. </hi><hi>343, contenente brani tratti da </hi><hi rend="italic">Giosuè</hi><hi> e </hi><hi rend="italic">Tobia</hi><hi> (al-Qāhira, </hi><hi>Institut français d’archéologie orientale, copt. 7 + London, British</hi><hi> Library, Or. 3579 A (56) + Moskva, Puškin Museum, </hi><hi>I.1.b.648 + Napoli, Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, I.B.01 fasc.</hi><hi> 1 + Paris, Bibliothèque nationale de France, copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi><hi> ff. 99-102, 143-149 + Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Papyrussammlung, K </hi><hi>9388-9390 = sa 20 </hi><hi rend="CharOverride-5">Schüssler</hi><hi> = CMCL MONB.IL = CLM </hi><hi>435). La cifra dell’</hi><hi rend="italic">annus Martyrum</hi><hi>, oggi non più chiaramente</hi><hi> visibile alla fine della seconda colonna del f. 15v (riproduzione</hi><hi> in </hi><hi rend="CharOverride-5">Hyvernat</hi><hi> 1888 tav. 10), venne letta inizialmente </hi><hi rend="CharOverride-2">ⲫⲓⲑ</hi><hi> (519</hi><hi> = 802/803 d. C.) dallo studioso danese (cfr. </hi><hi rend="CharOverride-5">Zoega</hi><hi> 1810,</hi><hi> pp. 171, 175-176), ma in seguito fu</hi><hi> interpretata </hi><hi rend="CharOverride-2">ⲯⲓⲑ</hi><hi> (719 = 1002/1003 d.C.) da </hi><hi rend="CharOverride-5">Hyvernat</hi><hi> 1896,</hi><hi> p. 551, seguito da </hi><hi rend="CharOverride-5">van Lantshoot</hi><hi> 1929, pp. 102-103 nr.</hi><hi> LXI, </hi><hi rend="CharOverride-5">Nagel</hi><hi> 1983, pp. 68-69 e </hi><hi rend="CharOverride-5">Schüssler</hi><hi> 1995, pp. 103-107.</hi><hi> Si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Buzi</hi><hi> 2009, pp. 119-121, in particolare p. 121.</hi><hi> Il lungo </hi><hi rend="italic">colophon</hi><hi> (edito da </hi><hi rend="CharOverride-5">van Lantshoot</hi><hi> 1929, pp. 102-103</hi><hi> nr. LXI) è interessante anche per un altro motivo. Esso</hi><hi> ci informa che il codice originario venne donato da una</hi><hi> donna in memoria del proprio fratello. Tuttavia, in corrispondenza dei</hi><hi> nomi dei santi eponimi della chiesa, destinataria del dono, il</hi><hi> colofone presenta due rasure. Verosimilmente, nel momento in cui il</hi><hi> codice entrò in possesso della biblioteca del Monastero Bianco, da</hi><hi> dove proviene, venne eliminato il riferimento al precedente possessore. Casi</hi><hi> del genere, tuttavia, necessitano ancora di essere studiati in modo</hi><hi> sistematico. Sui colofoni copti si veda almeno </hi><hi rend="CharOverride-5">Soldati</hi><hi> 2018a </hi><hi>e </hi><hi rend="CharOverride-5">Soldati</hi><hi> 2018b</hi><hi rend="CharOverride-5">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-077-backlink">44</ref></hi> <hi>«</hi><hi rend="italic">Itaque de duobus hisce extremis generibus et </hi><hi rend="italic">quae iis sunt proxima, non multum hesitandum reor; sed quae </hi><hi rend="italic">sunt intermedia plus habent ambiguitatis</hi><hi>» (</hi><hi rend="CharOverride-5">Zoega</hi><hi> 1810, p. 170). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-076-backlink">45</ref></hi> <hi>Sulla terminologia paleografica, non sempre condivisa, e sulle categorie semantiche,</hi><hi> talvolta ambigue, da essa veicolate (soprattutto per quanto riguarda la</hi><hi> ricerca sulle scritture greche) ha riflettuto recentemente </hi><hi rend="CharOverride-5">Crisci</hi><hi> 2019, con</hi><hi> ricchissima bibliografia.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-075-backlink">46</ref></hi> <hi>«</hi><hi rend="italic">Qui primae sunt et secundae classis codices</hi><hi rend="italic"> id peculiare habent, quod litterarum A et M conservent figuras</hi><hi rend="italic"> quibus veteres Graeci usi inveniuntur […]. Quod licet pro vetustatis</hi><hi rend="italic"> argumento habendum videatur</hi><hi>» (</hi><hi rend="CharOverride-5">Zoega</hi><hi> 1810, p. 171).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-074-backlink">47</ref></hi> <hi>P.Lond.Copt. </hi><hi>I, p. XVIII, citato in </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2008a, p. 124 </hi><hi>(= </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsini </hi><hi>2019, p. 100). </hi>Prosegue lo studioso inglese: «Suspended judgment is indeed still imperative on this fundamental question and little can here be said upon it» (Crum in <hi>P.Lond.Copt. </hi><hi>I</hi>, p. XVIII), considerazioni in linea con quelle espresse ancora da <hi rend="CharOverride-5">Kahle</hi> 1954, pp. 260-261. <hi>In tempi più recenti, anche</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-5">Layton</hi><hi> 1987 ha rinunciato a offrire datazioni basate sul metodo</hi><hi> paleografico, seguito in questo da </hi><hi rend="CharOverride-5">Depuydt</hi><hi> 1993.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-073-backlink">48</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2008a, pp. 143-144 nota 76.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-072-backlink">49</ref></hi> <hi>Nonostante i numerosi</hi><hi> progressi ottenuti invece, sempre nell’ambito degli studi copti, in</hi><hi> una disciplina ‘sorella’ della paleografia, com’è la codicologia;</hi><hi> per una presentazione d’insieme della codicologia copta si veda</hi><hi> almeno il quadro offerto in </hi><hi rend="CharOverride-5">Buzi, Emmel </hi><hi>2015. Per quanto</hi><hi> riguarda la paleografia copta, lo </hi><hi rend="italic">status quaestionis</hi><hi>, dopo i </hi><hi>risultati presentati da </hi><hi rend="CharOverride-5">Emmel</hi><hi> 1993, </hi><hi rend="CharOverride-5">Emmel </hi><hi>1999 e </hi><hi rend="CharOverride-5">Boud’hors</hi><hi> 2006b </hi><hi>(bibliografia aggiornata in </hi><hi rend="CharOverride-5">Torallas Tovar</hi><hi> 2016, pp. 455-456), è discusso </hi><hi>criticamente da </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2008a, pp. 124-126 (= </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsini </hi><hi>2019, </hi><hi>pp. 100-102) e da </hi><hi rend="CharOverride-5">Askeland</hi><hi> 2018, pp. 457-459; si veda </hi><hi>anche </hi><hi rend="CharOverride-5">Buzi</hi><hi> 2015c. Manca ad oggi una raccolta sistematica </hi><hi>di tutti gli esempi di scrittura copta datati o databili, </hi><hi>raccolta di cui intuì la necessità già </hi><hi rend="CharOverride-5">Bentley</hi><hi> 1985. E </hi><hi>Anne Boud’hors poté affermare ancora nel 2004 che «la </hi><hi>paléographie copte est toujours inexistante» (</hi><hi rend="CharOverride-5">Boud’hors</hi><hi> 2006b, p. 95),</hi><hi> giudizio sostanzialmente condiviso anche da </hi><hi rend="CharOverride-5">Buzi</hi><hi> 2015c, p. 285.</hi><hi> L’ultimo intervento sul tema, con una presentazione delle problematiche</hi><hi> ancora aperte e delle nuove metodologie messe in campo sia</hi><hi> per le scritture librarie che per quelle documentarie, si deve a </hi><hi rend="CharOverride-5">Boud’hors </hi><hi>2020.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-071-backlink">50</ref></hi> <hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2008a, p. 124 (= </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsini </hi><hi>2019, p. </hi><hi>100).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-070-backlink">51</ref></hi> <hi rend="CharOverride-5">Cavallo</hi><hi> 1975, pp. 52-53 (= </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo</hi><hi> 2005, p. 200).</hi><hi> Sostanzialmente in linea con questa impostazione del problema è Rodolphe</hi><hi> Kasser (cfr. </hi><hi rend="italic">CE</hi><hi>,</hi><hi rend="italic"> s.v. Paleography</hi><hi>).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-069-backlink">52</ref></hi> <hi>Ossia </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo 1977</hi><hi>a</hi><hi>, dal titolo appunto </hi><hi rend="italic">Funzione e struttura della maiuscola greca </hi><hi rend="italic">tra i secoli VIII-XI</hi><hi>.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-068-backlink">53</ref></hi> <hi>Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica</hi><hi> Vaticana, Borg. </hi>Copt. 109, cass. <hi rend="CharOverride-7">xiv</hi>, fasc. 8 + London, British Library, Or. 3579 B, ff. 9-10 + Paris, Bibliothèque nationale de France, copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">5</hi> ff. 105, 120, 123-124, 128 + Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Papyrussammlung, K 2621; K 2695; K 2845; K 3279; K 9062-9063 = sa 101 <hi rend="CharOverride-5">Mink</hi>-<hi rend="CharOverride-5">Schmitz</hi> = sa 699 <hi rend="CharOverride-5">Schüssler</hi> = TM 108047 = CMCL MONB.KD = CLM 472.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-067-backlink">54</ref></hi> Paris, Bibliothèque nationale de France, copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi> ff. 14-15, 77-82, 95, 97, 99-100; copt. 133<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> ff. 10a, 32c; copt. 166 f. 9 + Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Papyrussammlung, K 2620; K 9852; K 9863 = sa 61 <hi rend="CharOverride-5">Schüssler</hi> = TM 113927 = CMCL MONB.NI = CLM 544. <hi>L’affinità grafica tra i due codici </hi><hi>è stata segnalata da </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2008a, p. 137 (= </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2019, p. 114).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-066-backlink">55</ref></hi> <hi>Tra i numerosissimi esempi che si</hi><hi> potrebbero proporre, citiamo la ricevuta di tasse O.Strasb. inv. K</hi><hi> 445 datata 1° agosto 712 oppure 727 (pubblicata da María</hi><hi> Jesús Albarrán Martínez in P.Stras.Copt., pp. 268-269 e pl. </hi><hi>44 fig. 58.) e soprattutto la lettera P.Vindob. K 803, </hi><hi>riferita all’VIII secolo, recentemente riedita da </hi><hi rend="CharOverride-5">Boud’hors</hi><hi> 2016 </hi><hi>e forse scritta da un copista che «avait-il appris à </hi><hi>écrire en grec» (</hi><hi rend="CharOverride-5">Boud’hors</hi><hi> 2016, p. 74). Un tentativo</hi><hi> di classificazione delle scritture documentarie copte, che riprende sostanzialmente quanto</hi><hi> stabilito da Monika Hasitzka in CPR XII, pp. 16-21, è</hi><hi> stato proposto da </hi><hi rend="CharOverride-5">Delattre</hi><hi> 2007, pp. 127-131 sulla base dei</hi><hi> papiri provenienti dal monastero di Apa Apollo presso Bawit (su</hi><hi> cui si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Wipszycka</hi><hi> 2015, pp. 143-150), alcuni dei quali</hi><hi> vergati in minuscole molto corsive (ad esempio, i due frammenti</hi><hi> di contratto di vendita P.Brux. inv. E 9444 + 9485r pubblicati come</hi><hi> P.Brux.Bawit 46 da Delattre nel 2007 [alle pp. 278-279 e</hi><hi> pl. </hi><hi rend="CharOverride-7">xii]</hi><hi>; ulteriori papiri documentari provenienti dal medesimo monastero </hi><hi>sono pubblicati, oltre che in P.Mon.Apollo, in P.Louvre Bawit). Negli </hi><hi>ultimi anni si è andata raccogliendo una grande quantità di </hi><hi>studi dedicati alla papirologia documentaria copta (su cui si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Delattre</hi><hi> 2016). Sul multilinguismo nei documenti copti, soprattutto tra VII </hi><hi>e IX secolo, si vedano almeno </hi><hi rend="CharOverride-5">Richter</hi><hi> 2009 e 2010.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-065-backlink">56</ref></hi> <hi>Ciò sembra essere avvenuto all’inizio del IX secolo a</hi><hi> Costantinopoli. Com’è noto, un ruolo centrale nella diffusione (e</hi><hi> forse nell’elaborazione) della minuscola libraria venne giocato dal monastero</hi><hi> costantinopolitano di Studio, dove si addensano le prime testimonianze manoscritte</hi><hi> in minuscola; si vedano almeno </hi><hi rend="CharOverride-5">Perria</hi><hi> 2000 e </hi><hi rend="CharOverride-5">Fonkič</hi><hi> 2000.</hi><hi> La più antica produzione studita è stata oggetto, ultimamente, del</hi><hi> corposo studio di </hi><hi rend="CharOverride-5">Sietis</hi><hi> 2024</hi><hi rend="italic">.</hi><hi> Nonostante analoghe esperienze palestinesi </hi><hi>e sinaitiche (su cui da ultimo si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Crisci</hi><hi> 2012), </hi><hi>fu il modello studita di minuscola a risultare vincente e </hi><hi>ad essere adottato per la trascrizione di libri. Sulla minuscola </hi><hi>antica si vedano ancora i classici </hi><hi rend="CharOverride-5">Follieri</hi><hi> 1977, </hi><hi rend="CharOverride-5">Mango</hi><hi> 1977, </hi><hi rend="CharOverride-5">De Gregorio</hi><hi> 2000. Un altro filone di indagine è rappresentato </hi><hi>dalle annotazioni, tra VII e VIII secolo, in minuscola di </hi><hi>codici in maiuscola. L’ultimo contributo in questo senso si </hi><hi>deve a </hi><hi rend="CharOverride-5">Bianconi</hi><hi> 2015 (con ricchissima bibliografia a pp. 70-71 </hi><hi>nota 8).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-064-backlink">57</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo</hi><hi> 1977a, che collega la</hi><hi> conservazione liturgico-rituale della maiuscola tra IX e XI secolo, sottratta</hi><hi> al dinamismo della coeva pratica scrittoria, alla concezione statica ed</hi><hi> impassibile del divino secondo la teologia bizantina. Lo sviluppo più</hi><hi> estremo di questo atteggiamento è rappresentato dalla creazione della cosiddetta</hi><hi> maiuscola liturgica, una scrittura del tutto artificiale, disegnata più che</hi><hi> vergata, e quindi scollegata da qualsiasi evoluzione o mutamento storico.</hi><hi> Alla maiuscola liturgica ha dedicato una fondamentale monografia </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2013,</hi><hi> non a caso intitolata </hi><hi rend="italic">Scrittura come immagine</hi><hi>.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-063-backlink">58</ref></hi> <hi>Questa produzione</hi><hi> filologica copto-araba è stata indagata da </hi><hi rend="CharOverride-5">Sidarus</hi><hi> 2000. Tra i</hi><hi> personaggi che favorirono il rifiorire della cultura copta nell’Egitto</hi><hi> del XIV secolo emerge Atanasio, vescovo di Qus, al quale</hi><hi> si deve, oltre alla compilazione di una fondamentale grammatica del</hi><hi> dialetto saidico, anche un rinnovato, se pur effimero, interesse liturgico</hi><hi> per il greco, come emerge, ad esempio, nella descrizione, ad</hi><hi> opera proprio di Atanasio di Qus, del rito di consacrazione</hi><hi> del </hi><hi rend="italic">myron</hi><hi> compiuta dal patriarca Gabriele IV (1370-1378) nel 1374</hi><hi> (questo testo, tramandato da un unico codice conservato presso la</hi><hi> biblioteca del Patriarcato Copto Ortodosso di Alessandria, è stato edito,</hi><hi> con un ricchissimo commento, da </hi><hi rend="CharOverride-5">Youssef, Zanetti</hi><hi> 2014); si veda</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-5">Sidarus</hi><hi> 2018, pp. 304-310. Com’è noto, diverse formule della</hi><hi> liturgia copta sono tuttora in greco e di norma vengono</hi><hi> trascritte nella stessa scrittura maiuscola impiegata per le sezioni in</hi><hi> copto, tanto nei manoscritti quanto nei testi a stampa (con</hi><hi> eccezioni: ad esempio, la traduzione italiana della liturgia delle ore</hi><hi> copto-ortodossa, a cura di </hi><hi rend="CharOverride-5">el Makari 2018</hi><hi>, usa due </hi><hi>caratteri diversi per le due lingue).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-062-backlink">59</ref></hi> <hi rend="CharOverride-5">Crisci</hi><hi> 2018, p. 40.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-061-backlink">60</ref></hi> <hi>Non è possibile in questa sede ripercorrere la bibliografia </hi><hi>che, anche solo negli ultimi decenni, si è andata accumulando </hi><hi>sul tema della conquista araba dell’Egitto e, più in </hi><hi>generale, sull’Egitto arabo. Oltre al classico lavoro di </hi><hi rend="CharOverride-5">Butler</hi><hi> </hi><hi>1978, mi limito a segnalare, per la prospettiva copta che </hi><hi>offre, il manuale di </hi><hi rend="CharOverride-5">Elli</hi><hi> 2003 (in particolare, vol. I, </hi><hi>pp. 368-398) ricchissimo di ulteriore bibliografia.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-060-backlink">61</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Buzi</hi><hi> 2014</hi><hi>b, pp. 40-42. Nel corso dell’VIII secolo si assiste</hi><hi> a numerose insurrezioni dei copti, esasperati dalla tassazione e dalle</hi><hi> vessazioni discriminanti a cui erano sottoposti in quanto non musulmani.</hi><hi> Furono tutte represse nel sangue. L’ultima grande rivolta si</hi><hi> ebbe nell’832. Ogni volta che i governatori d’Egitto</hi><hi> intervenivano per sedare le sollevazioni, non mancavano chiese e monasteri</hi><hi> distrutti e dati alle fiamme. Queste devastazioni si aggiungevano alle</hi><hi> incursioni beduine, che si intensificavano nel momento in cui si</hi><hi> registrava in Egitto un vuoto di potere. Nel corso del</hi><hi> IX secolo la persecuzione fisica e fiscale si fece ancora</hi><hi> più sistematica. Tutte queste vicende sono ripercorse con precisione da</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-5">Elli</hi><hi> 2003, vol. II, pp. 12-58.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-059-backlink">62</ref></hi> <hi>Il tema della </hi><hi>dinamica tra centro e periferia ha avuto particolare fortuna negli </hi><hi>studi paleografici greci (e non solo), a partire almeno dal </hi><hi>convegno tenuto ad Erice nel settembre del 1988 dal titolo </hi><hi rend="italic">Scritture, libri e testi nelle aree provinciali di Bisanzio</hi><hi>, i</hi><hi> cui atti sono stati pubblicati da </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo, De Gregorio, Maniaci</hi><hi> 1991. In quell’occasione apparve chiaro quanto fosse difficile individuare</hi><hi> linee di demarcazione nette fra prodotti grafici del centro e</hi><hi> della periferia. Il mondo greco-bizantino non visse mai il particolarismo</hi><hi> grafico che caratterizza la scrittura latina dell’Alto Medioevo: le</hi><hi> aree provinciali di Bisanzio, le ‘periferie’, non riuscirono </hi><hi>infatti ad elaborare percorsi grafici propri, sostanzialmente alternativi e autonomi </hi><hi>rispetto non solo al ‘centro’ ma anche alle altre </hi><hi>province dell’Impero (con forse l’eccezione della Palestina, da </hi><hi>cui proviene il celebre Vat. gr. 2200 [su cui si </hi><hi>veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Perria</hi><hi> 1984], espressione massima dello sperimentalismo grafico della regione </hi><hi>fra VIII e IX secolo; per un quadro della situazione </hi><hi>palestinese, si veda, oltre al classico </hi><hi rend="CharOverride-5">Follieri</hi><hi> 1974, almeno </hi><hi rend="CharOverride-5">Crisci</hi><hi> </hi><hi>2012). Ulteriore materiale, soprattutto per i secoli più antichi, è </hi><hi>discusso da </hi><hi rend="CharOverride-5">Crisci</hi><hi> 1996, lavoro che, pur non dedicato esplicitamente </hi><hi>al tema centro/periferia, finisce col toccarlo più volte in relazione </hi><hi>alle articolazioni che assume la scrittura greca nelle testimonianze manoscritte </hi><hi>al di fuori dell’Egitto. Al medesimo studioso (</hi><hi rend="CharOverride-5">Crisci</hi><hi> 2018)</hi><hi> si deve l’ultima riflessione, con discussione della bibliografia precedente,</hi><hi> sul tema, declinato questa volta non solo sul solo piano</hi><hi> geografico, ma anche su quello socio-culturale.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-058-backlink">63</ref></hi> <hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2008a, p.</hi><hi> 125 (= </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2019, p. 101). Il lavoro dello studioso</hi><hi> sull’articolazione e sullo sviluppo della maiuscola biblica nei manoscritti</hi><hi> copti si colloca proprio in questo vuoto, a cui tenta</hi><hi> di rispondere.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-057-backlink">64</ref></hi> <hi rend="CharOverride-5">Petrucci</hi><hi> 1979, p. 10. Come ha mostrato </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo</hi><hi> 1970, la commistione tra greco e latino all’interno </hi><hi>degli apparati burocratici e giuridici della parte orientale dell’Impero </hi><hi>portò ad una </hi><hi rend="CharOverride-2">κοινή</hi><hi> grafica che ebbe come esito ultimo, </hi><hi>proprio a motivo dell’influenza delle forme minuscole latine, l’</hi><hi>elaborazione di una scrittura greca pienamente minuscola. Su questo tema </hi><hi>si vedano almeno </hi><hi rend="CharOverride-5">Mango</hi><hi> 1977 e </hi><hi rend="CharOverride-5">Messeri, Pintaudi</hi><hi> 2000.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-056-backlink">65</ref></hi> <hi>Non</hi><hi> sempre ciò accade. </hi><hi rend="CharOverride-5">De Gregorio</hi><hi> 1993 per primo ha avuto</hi><hi> il merito di aver analizzato sistematicamente un gruppo di manoscritti</hi><hi> greco-latini, calandoli nello specifico contesto storico che li aveva prodotti</hi><hi> (la Creta del XIV secolo). Nel suo lavoro, lo studioso</hi><hi> usa il termine ‘digrafismo’ ad indicare «la capacità di adoperare</hi><hi> […] contemporaneamente i due sistemi di scrittura» (</hi><hi rend="CharOverride-5">De Gregorio</hi><hi> </hi><hi>1993, pp. 113-114), cioè a descrivere una situazione di «multigrafismo </hi><hi>assoluto». In uno studio successivo, dedicato ai manoscritti bilingui del </hi><hi>tardo Medioevo greco-latino, lo studioso afferma che i termini ‘digrafia’/‘digrafismo’ </hi><hi>«si riferiscono comunemente a fenomeni come l’alternanza tra due </hi><hi>o più stili o varianti all’interno di un medesimo </hi><hi>sistema di scrittura» (</hi><hi rend="CharOverride-5">De Gregorio</hi><hi> 2002, pp. 19-20 nota 5),</hi><hi> ed avvicina giustamente questa definizione al «multigrafismo relativo».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-055-backlink">66</ref></hi> <hi>Tra </hi><hi>i numerosi articoli dedicati al tema del digrafismo greco-latino, si </hi><hi>vedano, per il periodo antico e tardoantico, </hi><hi rend="CharOverride-5">Radiciotti</hi><hi> 1997b, </hi><hi rend="CharOverride-5">Radiciotti </hi><hi>1998a e </hi><hi rend="CharOverride-5">Radiciotti </hi><hi>2013, mentre, per il Medioevo, </hi><hi rend="CharOverride-5">Radiciotti </hi><hi>1997a,</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-5">Radiciotti </hi><hi>1998b, </hi><hi rend="CharOverride-5">Radiciotti </hi><hi>2006 e </hi><hi rend="CharOverride-5">Radiciotti </hi><hi>2008a. </hi><hi rend="CharOverride-5">Radiciotti</hi><hi> 2005 è interamente</hi><hi> dedicato ai manoscritti digrafici delle Sacre Scritture.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-054-backlink">67</ref></hi> <hi rend="CharOverride-5">Radiciotti</hi><hi> 1997b</hi><hi>, p. 109.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-053-backlink">68</ref></hi> <hi>È bene sottolineare, con </hi><hi rend="CharOverride-5">Radiciotti</hi><hi> 2008a,</hi><hi> p. 84, che digrafismo e bilinguismo sono fenomeni culturali paralleli</hi><hi> ma non totalmente sovrapponibili: la perfetta padronanza di due lingue,</hi><hi> appunto il bilinguismo, è altra cosa rispetto all’utilizzo, da</hi><hi> parte della stessa mano, di alfabeti diversi. Basti pensare ai</hi><hi> numerosi glossari latino-greci in cui anche le parole latine sono</hi><hi> traslitterate in alfabeto greco (si vedano i nrr. 1, 5,</hi><hi> 6, 7, 8, 9, 11, 12, 13 della raccolta di</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-5">Kramer</hi><hi> 1983 e i nrr. 3, 6, 7 di </hi><hi rend="CharOverride-5">Kramer</hi><hi> 2001). È chiaro che manufatti del genere erano destinati a</hi><hi> uomini che avevano la necessità di capire e di farsi</hi><hi> capire in latino, ma che non sentivano il bisogno di</hi><hi> scriverlo, situazione questa che </hi><hi rend="CharOverride-5">Kramer</hi><hi> 1984, p. 1384 ha felicemente</hi><hi> definito «bilinguismo imperfetto».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-052-backlink">69</ref></hi> Cambridge, University Library, Nn II 41 (= <hi rend="italic">CLA</hi> II 140). <hi>Sul codice si vedano almeno la </hi><hi>dettagliata analisi di </hi><hi rend="CharOverride-5">Parker</hi><hi> 1992, che resta ad oggi lo </hi><hi>studio più completo, e i saggi raccolti in </hi><hi rend="CharOverride-5">Parker, Amphoux </hi><hi rend="CharOverride-5">1996</hi><hi>. Le discussioni relative all’origine del codice sono riassunte</hi><hi> in </hi><hi rend="CharOverride-5">Parker</hi><hi> 1992, pp. 261-278. Radiciotti ha sostenuto, sulla base</hi><hi> delle glosse greche (studiate da </hi><hi rend="CharOverride-5">De Gregorio 2000</hi><hi>, pp. </hi><hi>104-107) e di elementi paleografici, l’origine mediorientale del codice </hi><hi>(si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Radiciotti</hi><hi> 1998a, pp. 158-159 e 167-170 e </hi><hi rend="CharOverride-5">Radiciotti</hi><hi> 2006, pp. 7-8). Al contrario, </hi><hi rend="CharOverride-5">Condello</hi><hi> 1994, pp. 45-46 nota 41 pensa piuttosto all’Italia meridionale.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-051-backlink">70</ref></hi> <hi>La datazione è discussa da </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo 1967, </hi><hi>pp</hi><hi rend="CharOverride-5">.</hi><hi> 74-76.</hi><hi> Basandosi sulle caratteristiche paleografiche della parte latina, </hi><hi rend="CharOverride-5">Parker</hi><hi> 1992, p.</hi><hi> 30 colloca il confezionamento del codice attorno al 400. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-050-backlink">71</ref></hi> <hi>La tipizzazione </hi><hi rend="italic">bd</hi><hi> dell’onciale latina venne individuata da </hi><hi rend="CharOverride-5">Lowe</hi><hi> 1961 (si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-5">Bischoff</hi><hi> 1986). Per </hi><hi rend="CharOverride-5">Radiciotti</hi><hi> 2013, p.</hi><hi> 63, questa tipizzazione (come anche la cosiddetta onciale </hi><hi rend="italic">br</hi><hi>, </hi><hi>su cui si vedano le considerazioni di </hi><hi rend="CharOverride-5">Radiciotti</hi><hi> 1997b, </hi><hi>pp. 139-141 e </hi><hi rend="CharOverride-5">Radiciotti</hi><hi> 1998a, pp. 177-178) sarebbe stata sviluppata </hi><hi>da copisti greci che, nella realizzazione di codici digrafici, sarebbero </hi><hi>andati «alla ricerca di una scrittura libraria latina che equivalesse</hi><hi> in qualche modo per dignità e funzione alla maiuscola biblica».</hi><hi> Più recentemente, l’articolo di </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo, Fioretti</hi><hi> 2014, pp. 54-56</hi><hi> ha ridimensionato, e di molto, l’ipotetica influenza delle scritture</hi><hi> greche, in particolare della biblica, sull’onciale </hi><hi rend="italic">br</hi><hi> (e sull</hi><hi>’onciale </hi><hi rend="italic">tout court</hi><hi>). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-049-backlink">72</ref></hi> <hi>Paris, Bibliothèque nationale de France,</hi><hi> Gr. 107 + 107A + 107B (= </hi><hi rend="italic">CLA</hi><hi> V 521).</hi><hi> Un confronto fra il </hi><hi rend="italic">Codex Bezae</hi><hi> e il </hi><hi rend="italic">Claromontanus</hi><hi>, </hi><hi>che porta a localizzare anche quest’ultimo in Oriente, si </hi><hi>può leggere in </hi><hi rend="CharOverride-5">Radiciotti</hi><hi> 1998a, pp. 159-160. Di diversa </hi><hi>opinione </hi><hi rend="CharOverride-5">Condello</hi><hi> 1994, pp. 44-49, che, sulla base del testo </hi><hi>e delle caratteristiche paleografiche esibite dalla </hi><hi rend="italic">scriptio inferior</hi><hi> di un </hi><hi>foglio di restauro, riferite all’Italia meridionale, sostiene l’origine </hi><hi>occidentale del codice.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-048-backlink">73</ref></hi> <hi rend="CharOverride-5">Cavallo</hi><hi> 1967, p. 75 riferisce il codice</hi><hi> ad una data posteriore alla metà del V secolo.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-047-backlink">74</ref></hi> <hi>Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Borg. </hi>Copt. 109 cass. <hi rend="CharOverride-7">xviii</hi> fasc. 65 + New York, Morgan Library &amp; Museum, M 664 A (4) + Paris, Bibliothèque nationale de France, copt. <hi>129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">7</hi><hi> f. 35; copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">8</hi><hi> ff. 121-122, </hi><hi>140, 157; copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">9</hi><hi> ff. 49, 65, 76; copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">10</hi><hi> f. 209; copt. 132</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi><hi> f. 60. Si veda </hi><hi rend="italic">infra</hi><hi> pp. 159-166.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-046-backlink">75</ref></hi> <hi>Questo punto è discusso da </hi><hi rend="CharOverride-5">Radiciotti</hi><hi> 2005, </hi><hi>pp. 49-54.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-045-backlink">76</ref></hi> <hi>Com’è noto, il concetto di ‘grammar of</hi><hi> legibility’, definito come «the rules governing the relationships between </hi><hi rend="italic">the</hi><hi> complex of graphic conventions and the message of a text</hi><hi> conveyed in the written medium» venne introdotto da </hi><hi rend="CharOverride-5">Parkes</hi><hi> 1991,</hi><hi> p. 2 (si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-5">Parkes</hi><hi> 1992, dove il discorso</hi><hi> si concentra sulla punteggiatura).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-044-backlink">77</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="italic">supra</hi><hi>, pp. 61-67.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-043-backlink">78</ref></hi> <hi>In particolare </hi><hi rend="CharOverride-5">Bagnall</hi><hi> 1993, p. 254, sulla base dell’</hi><hi>alto numero di manoscritti bilingui, soprattutto di lezionari, prodotti in </hi><hi>ambito monastico, conclude che essi dovevano rispondere a reali bisogni </hi><hi>liturgici della chiesa copta, sottolineando ancora una volta la promiscuità </hi><hi>tra lingua greca e lingua epicorica egiziana. Se così non </hi><hi>fosse, sarebbe difficile spiegare l’enorme sforzo tecnico ed economico </hi><hi>necessario per l’allestimento di codici complessi come quelli bilingui. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-042-backlink">79</ref></hi> <hi>In tal senso, particolarmente acuta risulta l’osservazione di </hi><hi rend="CharOverride-5">Crisci</hi><hi> 2018, p. 40 secondo cui nell’adottare il sistema </hi><hi>alfabetico greco, i copti (ma anche i nubiani e gli </hi><hi>slavi) non riuscirono «a marcare, sul piano puramente grafico, significative</hi><hi> diversificazioni strutturali».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-041-backlink">80</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Camplani</hi><hi> 2015a, in particolare </hi><hi>p. 153.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-040-backlink">81</ref></hi> Oxford, Bodleian Library, Laud. gr. 35 [1119] (= <hi rend="italic">CLA</hi> II 251). <hi>Sul codice, a cui ha dedicato </hi><hi>una monografia </hi><hi rend="CharOverride-5">Lai</hi><hi> 2011, si vedano le considerazioni di </hi><hi rend="CharOverride-5">Radiciotti</hi><hi> </hi><hi>1998a, pp. 160-153. La datazione è discussa in </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo</hi><hi> </hi><hi>1967, p. 106. Tra le carte del manoscritto si riconosce </hi><hi>la trascrizione di un editto greco attribuito a Flavio Pancrazio, </hi><hi rend="italic">dux</hi><hi> di Sardegna nel VII secolo, edito assieme alle altre </hi><hi>annotazioni greche da </hi><hi rend="CharOverride-5">De Gregorio</hi><hi> 2000, pp. 111-112. Su questo </hi><hi>personaggio si vedano anche </hi><hi rend="CharOverride-5">Mango</hi><hi> 1973, pp. 688-689; </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo</hi><hi> 1977b</hi><hi>, pp. 118 e 127 (nonché </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo </hi><hi>1988, pp. 476-478) </hi><hi>e, da ultimo, </hi><hi rend="CharOverride-5">Lai</hi><hi> 2008. Benché un soggiorno del manoscritto </hi><hi>sull’isola sia innegabile, è verosimile che il codice sia </hi><hi>stato allestito in un centro di copia di alto profilo, </hi><hi>non attestato nella Sardegna di VI-VII secolo. In favore di </hi><hi>una localizzazione a Roma si è pronunciato, da ultimo, </hi><hi rend="CharOverride-5">Cosentino</hi><hi> </hi><hi>2023. Anche il </hi><hi rend="italic">Salterio</hi><hi> Par. Coisl. 186 (= </hi><hi rend="italic">CLA</hi><hi> V </hi><hi>520), probabilmente prodotto a Roma nel tardo VII secolo, presenta </hi><hi>il testo latino prima di quello greco; sul codice si </hi><hi>vedano almeno </hi><hi rend="CharOverride-5">Radiciotti</hi><hi> 1998a, pp. 163-165 (anche </hi><hi rend="CharOverride-5">Radiciotti</hi><hi> 2006, </hi><hi>p. 11) e </hi><hi rend="CharOverride-5">D’Agostino</hi><hi> 2013, p. 45.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-039-backlink">82</ref></hi> <hi>Così </hi><hi rend="CharOverride-5">Radiciotti</hi><hi> 1998a, pp. 166-167.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-038-backlink">83</ref></hi> <hi>Addirittura, in un caso, Par. </hi><hi>copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">10</hi><hi> ff. 119-124 (sa 700 </hi><hi rend="CharOverride-5">Schüssler </hi><hi rend="CharOverride-4">[41]</hi><hi>), le </hi><hi>due lingue sono fortemente disallineate.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-037-backlink">84</ref></hi> <hi>È questo il caso, ad</hi><hi> esempio, delle due versioni dell’</hi><hi rend="italic">Ecclesiaste</hi><hi> del Pap. bil. 1</hi><hi> di Amburgo </hi><hi rend="CharOverride-3">[12] </hi><hi>[tav. IV], della sezione bilingue di</hi><hi> P.Strasb.Copt. 362-384 </hi><hi rend="CharOverride-3">[40]</hi><hi>, di P.Osl. inv. 1661</hi><hi rend="CharOverride-3"> [27]</hi><hi>, di</hi><hi> P.Mon.Epiph. 592</hi><hi rend="CharOverride-3"> [1]</hi><hi>, di P.Köln IV 169 </hi><hi rend="CharOverride-3">[13]</hi><hi>, di</hi><hi> sa 700 </hi><hi rend="CharOverride-5">Schüssler </hi><hi rend="CharOverride-4">[41]</hi><hi rend="CharOverride-5">. </hi><hi>In altri esempi, come il </hi><hi rend="italic">Codex Borgianus </hi><hi rend="CharOverride-3">[7] </hi><hi>[tav. VIa], testo greco e testo</hi><hi> copto sono molto più vicini tra di loro.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-036-backlink">85</ref></hi> <hi>Su </hi><hi>questo aspetto si veda </hi><hi rend="italic">infra</hi><hi>, pp. 189-193 e 236-237.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-035-backlink">86</ref></hi> <hi rend="CharOverride-5">Bastianini, Cavallo</hi><hi> </hi><hi>2011, p. 37. Tale connessione con l’Egitto e con </hi><hi>Alessandria non è soltanto frutto di una percezione moderna (ancora </hi><hi rend="CharOverride-5">Irigoin</hi><hi> 1959 parlava di «onciale grecque de type copte»; si </hi><hi>veda anche </hi><hi rend="CharOverride-5">Radiciotti</hi><hi> 1997b, p. 134), ma era chiara </hi><hi>già agli antichi: è in </hi><hi rend="CharOverride-2">γράμματα</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">Ἀλεξανδρῖνα</hi><hi>, vale </hi><hi>a dire in una maiuscola canonizzata strettamente legata alla città </hi><hi>di Alessandria, che Fozio, secondo quanto scrive Niceta Davide Paflagone </hi><hi>nella </hi><hi rend="italic">Vita Ignatii</hi><hi>, confezionò il manoscritto, contenente una narrazione alternativa</hi><hi> delle umili origini di Basilio I Macedone, un falso prodotto</hi><hi> appositamente per rientrare nelle grazie dell’imperatore. Il riferimento obbligato</hi><hi> è a </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo</hi><hi> 1975, pp. 23-31 (= </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo</hi><hi> 2005, pp.</hi><hi> 175-181).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-034-backlink">87</ref></hi> <hi>In particolare, sono attestate scritture informali più o </hi><hi>meno corsive, dal tracciato più o meno spezzato, che caratterizzano </hi><hi>i codici papiracei tra IV e VI secolo, mentre successivamente </hi><hi>si incontrano sporadici esempi di maiuscole ogivali inclinate o genericamente </hi><hi>ispirate al canone dell’ogivale inclinata (su questa maiuscola inclinata, </hi><hi>che avrà enorme fortuna nella tradizione manoscritta copta sia per </hi><hi>la trascrizione di interi codici che come </hi><hi rend="italic">Auszeichnungsschrift</hi><hi>; si veda</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-5">Boud’hors</hi><hi> 1997). Rimando alle conclusioni per un discorso complessivo</hi><hi> sulle scritture (vd. </hi><hi rend="italic">infra</hi><hi>, pp. 237-244). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-033-backlink">88</ref></hi> <hi>Sulla maiuscola</hi><hi> biblica, resta fondamentale </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo</hi><hi> 1967, aggiornato da </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2005. </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo</hi><hi> 1967, pp. 85-93 aveva individuato, tra V e VI secolo</hi><hi> due ambienti di produzione specificamente egiziani, uno alessandrino ed uno</hi><hi> nitrio. Le localizzazioni proposte dallo studioso in quell’occasione vennero</hi><hi> successivamente messe in discussione prima da </hi><hi rend="CharOverride-5">Crisci</hi><hi> 1996, pp. 150-153,</hi><hi> secondo il quale i codici nitrensi sarebbero invece di origine</hi><hi> mesopotamica (diversa l’opinione di </hi><hi rend="CharOverride-5">Valerio</hi><hi> 2018, pp. 171-172 che</hi><hi> almeno per il codice Freer MS IV [= Washington, Smithsonian</hi><hi> Institution, Freer Gallery of Art, 06.275] e per il cosiddetto</hi><hi> Ephrem </hi><hi rend="italic">rescriptus</hi><hi> [= Par. gr. 9] sostiene l’origine nitrense</hi><hi> sulla base del confronto con il Vat. copt. 57 [su</hi><hi> cui si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Voicu</hi><hi> 2012], proveniente dalla biblioteca del Monastero</hi><hi> di San Macario nello Wādī al-Naṭrūn), e poi da</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2005 stesso, che avanza dubbi anche sulla localizzazione alessandrina</hi><hi> per la genericità delle caratteristiche ritenute tipiche dell’area. Si</hi><hi> veda anche </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2019, pp. 76-78.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-032-backlink">89</ref></hi> <hi>Al-Qāhira, Coptic Museum, </hi><hi>JdE 44801 (inv. 3856) </hi><hi rend="CharOverride-3">[2]</hi><hi>. Il caso dei frammenti shenoutiani </hi><hi rend="CharOverride-3">[15]</hi><hi> resta dubbio; si veda </hi><hi rend="italic">infra</hi><hi>, pp. 229-231.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-031-backlink">90</ref></hi> <hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2019, pp. 98-132 ha contato circa 120 manoscritti </hi><hi>in maiuscola biblica dei 780 catalogati da </hi><hi rend="CharOverride-5">Schüssler</hi><hi> e da </hi><hi>lui considerati.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-030-backlink">91</ref></hi> <hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2008a, che individua nel VI secolo</hi><hi> il momento nel quale l’ambiente coptofono inizia ad interpretare</hi><hi> in modo più personale la maiuscola, fino a quel momento</hi><hi> sostanzialmente identica a quella di ambito propriamente greco. Pur con</hi><hi> i suoi limiti (lo studioso si è avvalso, per la</hi><hi> propria analisi paleografica, dei piccoli </hi><hi rend="italic">specimina</hi><hi> che compaiono nel catalogo</hi><hi> di </hi><hi rend="CharOverride-5">Schüssler</hi><hi>, e non ha potuto prendere in considerazione </hi><hi>dunque né l’aspetto generale della pagina né l’eventuale </hi><hi>presenza di scritture distintive), questo lavoro pionieristico, i cui risultati </hi><hi>andranno confermati o limati caso per caso, ha gettato le </hi><hi>basi per lo studio delle maiuscole greche nei manoscritti copti, </hi><hi>il che potrebbe avere importanti ripercussioni sulla localizzazione di alcuni </hi><hi>manoscritti greci (</hi><hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2008a, pp. 145-147 [= </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2019,</hi><hi> pp. 122-124]). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-029-backlink">92</ref></hi> <hi rend="CharOverride-5">Cribiore</hi><hi> 1996, pp. 106-111.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-028-backlink">93</ref></hi> <hi>In particolare </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2008a, pp. 126-129 (= </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2019, pp. 102-105) </hi><hi>cita solo sei esempi di esercizi di scrittura in maiuscola </hi><hi>biblica.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-027-backlink">94</ref></hi> <hi>Si veda quanto notato, a proposito della variante a</hi><hi> contrasto modulare, in </hi><hi rend="CharOverride-5">Bastianini, Cavallo</hi><hi> 2011, p. 33.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-026-backlink">95</ref></hi> <hi>La variante </hi><hi>a contrasto modulare è trattata, assieme a quella unimodulare, dal </hi><hi>pionieristico studio di </hi><hi rend="CharOverride-5">Irigoin</hi><hi> 1959, superato da </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo</hi><hi> 1975. Il </hi><hi>successivo lavoro di </hi><hi rend="CharOverride-5">Porro</hi><hi> 1985 dimostra la preferenza della variante </hi><hi>a contrasto modulare nei codici di contenuto profano in maiuscola </hi><hi>alessandrina, tendenzialmente molto corretti dal punto di vista testuale e </hi><hi>molto curati sotto l’aspetto grafico-codicologico. </hi><hi rend="CharOverride-5">Radiciotti</hi><hi> 2008b, discutendo </hi><hi>della datazione di PSI </hi>XIV <hi>1400, frammento di codice di </hi><hi>contenuto filosofico, da lui abbassata al tardo VI secolo (datazione, </hi><hi>alla fine, sostanzialmente accolta da Cavallo stesso), dà un efficace </hi><hi>esempio delle conseguenze che le datazioni paleografiche, saldamente ancorate a </hi><hi>dati sufficientemente numerosi e validi, possono avere nell’interpretazione del </hi><hi>testo. L’ultimo intervento sul tema è rappresentato da </hi><hi rend="CharOverride-5">Bastianini, </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo</hi><hi> 2011, in occasione della pubblicazione del frammento di lettera </hi><hi>festale PSI XVI 1576. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-025-backlink">96</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="italic">supra</hi><hi>, pp. 15-19.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-024-backlink">97</ref></hi> <hi>Per un inquadramento del significato ideologico delle lettere festali, </hi><hi>si veda la ricca introduzione preposta da </hi><hi rend="CharOverride-5">Camplani</hi><hi> 2003 alla </hi><hi>traduzione italiana delle lettere festali di Atanasio.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-023-backlink">98</ref></hi> <hi>È la validissima</hi><hi> ricostruzione di </hi><hi rend="CharOverride-5">Bastianini, Cavallo</hi><hi> 2011, pp. 35-35.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-022-backlink">99</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Bastianini, Cavallo</hi><hi> 2011, p. 32.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-021-backlink">100</ref></hi> <hi>Su cui si veda </hi><hi rend="italic">infra</hi><hi>, p. 103.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-020-backlink">101</ref></hi> <hi>Il colofone, vergato al f. 148v, è</hi><hi> pubblicato da </hi><hi rend="CharOverride-5">van Lantschoot</hi><hi> 1929, pp. 2-4, nr. I. Ad</hi><hi> esso è assegnato l’identificativo paths.colophons.50 nel database del progetto PAThs.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-019-backlink">102</ref></hi> New York, Morgan Library &amp; Museum, M 579 = CLM MICH.BL = CMCL 237. <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Depuydt</hi><hi> 1993, pp. </hi><hi>317-321, nr. 162 e pll. 36, 135-142, 256-261 e </hi><hi rend="CharOverride-5">Nakano</hi><hi> </hi><hi>2006, p. 150. Il codice presenta numerose decorazioni, su cui </hi><hi>si è soffermato </hi><hi rend="CharOverride-5">Peterson</hi><hi> 1954, p. 310 e più recentemente, </hi><hi>in relazione all’origine della </hi><hi rend="italic">pyle</hi><hi>, </hi><hi rend="CharOverride-5">Bianconi</hi><hi> 2016, p. 24.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-018-backlink">103</ref></hi> <hi>Berlin, Staatsbibliothek zu Berlin – Preußischer Kulturbesitz, Ms. or. </hi><hi>1611 f. 3 + Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, </hi><hi>Borg. </hi>Copt. 109, cass. XXVIII fasc. 151 + Moskva, Puškin Museum, I.1.b.656; I.1.b.714 + Paris, Bibliothèque nationale de France, copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">13</hi> f. 69; copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">15</hi> ff. 36-109, 110-127 + Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Papyrussammlung, K 9442-9443; K 9446-9448 = CMCL MONB.EQ = CLM 368. <hi>Il colofone di questo codice, conservato</hi><hi> nel Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">15</hi><hi> f. 127v e pubblicato da </hi><hi rend="CharOverride-5">van Lantschoot</hi><hi> 1929, pp. 84-86, nr. LIII, è identificato come </hi><hi>paths.colophons.92 nel database del progetto PAThs.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-017-backlink">104</ref></hi> <hi>Si vedano </hi><hi rend="CharOverride-5">Proverbio</hi><hi> 2001,</hi><hi> in particolare pp. 411-412, e </hi><hi rend="CharOverride-5">Proverbio </hi><hi>2012, p. 17. </hi><hi rend="CharOverride-5">Suciu</hi><hi> 2011 ha identificato il copista del Vat. copt. 111 fasc.</hi><hi> 1 con quello che trascrisse il cosiddetto ‘Grande Eucologio’</hi><hi> del Monastero Bianco, risolvendo quindi il problema della datazione di</hi><hi> quest’ultimo. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-016-backlink">105</ref></hi> <hi>Si veda la discussione alle pp. 216-218.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-015-backlink">106</ref></hi> <hi>Sul chiaroscuro, e sul concetto di «angolo di scrittura» </hi><hi>ad esso connesso, si rimanda alla puntuale analisi di </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo, </hi><hi rend="CharOverride-5">Fioretti</hi><hi> 2014. Da questo lavoro, che si concentra in particolare </hi><hi>sulle scritture latine (nell’interpretazione delle quali il chiaroscuro ha </hi><hi>giocato un ruolo di primo piano a partire da Jean </hi><hi>Mallon e dalla cosiddetta ‘scuola francese’), emerge con chiarezza</hi><hi> che «l’angolo di scrittura e le sue fluttuazioni ‘</hi><hi>a posteriori’ […] non hanno avuto mai alcuna incidenza né</hi><hi> sull’evoluzione della scrittura latina o greca nel complesso né</hi><hi> su quella interna di determinate scritture, anche normative» (</hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo, </hi><hi rend="CharOverride-5">Fioretti</hi><hi>, p. 64). Esso, dunque, non può essere preso, da</hi><hi> solo, come elemento determinante per la datazione puntuale delle testimonianze</hi><hi> che lo esibiscono, quanto piuttosto come spia di tendenze e</hi><hi> di gusti grafici. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-014-backlink">107</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo</hi><hi> 1967, pp. 113-117.</hi><hi> Egli di fatto corregge l’impostazione di </hi><hi rend="CharOverride-5">Irigoin</hi><hi> 1959 il</hi><hi> quale, credendo alla derivazione della maiuscola alessandrina dalla biblica, vedeva</hi><hi> in questa scrittura unimodulare e chiaroscurata l’anello di congiunzione</hi><hi> tra i due canoni. Anche </hi><hi rend="CharOverride-5">Boud’hors </hi><hi>1997, p. 118</hi><hi> sembra considerare questa tipizzazione unimodulare chiaroscurata una maiuscola biblica.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-013-backlink">108</ref></hi> <hi rend="CharOverride-5">Cavallo</hi><hi> 1967, p. 117 parla di un «compromesso tra le </hi><hi>forme che corrispondono al clima grafico generale del V-VI secolo </hi><hi>[…], e modi e caratteristiche di una scrittura, la maiuscola </hi><hi>biblica, che […] si imponeva con la forza della tradizione </hi><hi>e della dottrina cristiana e che doveva, di conseguenza, stimolare </hi><hi>necessariamente all’imitazione». Sempre </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo</hi><hi> 1975, pp. 37-38 (= </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo</hi><hi> </hi><hi>2005, p. 187) colloca tra V e VI secolo gli </hi><hi>esempi maturi di maiuscola alessandrina unimodulare.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-012-backlink">109</ref></hi> <hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2008b, pp.</hi><hi> 107-109 e tabella p. 121 (= </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2019, pp. 16-18</hi><hi> e tabella p. 30). Si tratta dei copisti identificati come</hi><hi> nr. 9 (responsabile del </hi><hi rend="italic">Codex</hi><hi> VII e delle pp. 45-72</hi><hi> del </hi><hi rend="italic">Codex</hi><hi> XI) e nr. 14 (a cui si deve</hi><hi> il </hi><hi rend="italic">Codex</hi><hi> XIII). Secondo lo studioso, la mano del primo,</hi><hi> caratterizzata da un asse leggermente inclinato verso destra e da</hi><hi> un tracciato maggiormente spezzato, ricca di elementi ornamentali, sarebbe da</hi><hi> riferire alla seconda metà del IV secolo, e sarebbe quindi</hi><hi> più recente dell’altra, caratterizzata da sobrietà e dall’asse</hi><hi> rigorosamente dritto, riferita piuttosto all’inizio del secolo.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-011-backlink">110</ref></hi> <hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> </hi><hi>2008b, p. 113 (= </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2019, p. 22-23).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-010-backlink">111</ref></hi> <hi>Stile</hi><hi> che </hi><hi rend="CharOverride-5">Stegemann</hi><hi> 1936, p. 14 definiva </hi><hi rend="italic">dicker Stil</hi><hi>, comprendendo sotto</hi><hi> questa etichetta però anche la vera e propria maiuscola biblica.</hi><hi> La letteratura coptologica di lingua inglese, ad esempio </hi><hi rend="CharOverride-5">Buzi</hi><hi> 2015</hi><hi>c, p. 285, parla allo stesso modo di «thick-and-thin style»;</hi><hi> si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2008b, pp. 114-115 e nota 53</hi><hi> (= </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsini </hi><hi>2019, pp. 23-24 e note 54-55).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-009-backlink">112</ref></hi> <hi>Un </hi><hi>parallelo nel mondo latino potrebbe essere individuato nel </hi><hi rend="italic">Chronicon</hi><hi> di </hi><hi>Girolamo Par. lat. 6400 B, ff. 1-8, 285-290 + Vat. </hi><hi>Reg. Lat. 1709A, ff. 34-35 + Leiden, Biblioteek der </hi><hi>Rijksuniversiteit, Voss. Lat. Q. 110 a, ff. 167-172 (= </hi><hi rend="italic">CLA</hi><hi> </hi><hi>V 563 = TM 66693), in cui lo stesso copista </hi><hi>impiega l’onciale per il testo, ma la capitale come </hi><hi>scrittura distintiva, senza che il cambio di scrittura determini variazioni </hi><hi>nell’orientamento del chiaroscuro. A questo proposito, </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo, Fioretti</hi><hi> 2014, </hi><hi>p. 54 notano che «l’educazione professionale “al chiaroscuro”, si </hi><hi>trattasse di capitale o di onciale, era certo la medesima, </hi><hi>avveniva nei medesimi ambienti e secondo le medesime procedure».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-008-backlink">113</ref></hi> <hi rend="CharOverride-5">Cavallo,</hi><hi rend="CharOverride-5"> Fioretti</hi><hi> 2014, p. 54.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-007-backlink">114</ref></hi> <hi>P.Vindob. G 19802 = P.Rainer </hi><hi>IV 47 = nr. 514 </hi><hi rend="CharOverride-5">van Haelst</hi><hi> = 0225 </hi><hi rend="CharOverride-5">Aland</hi><hi> </hi><hi>= TM 61892; nuovamente pubblicato in </hi><hi rend="CharOverride-5">Porter, Porter</hi><hi> 2008, pp. </hi><hi>222-234, nr. 53 e tavv</hi><hi rend="CharOverride-5">. </hi><hi>XLV-XLVI; riproduzioni anche in </hi><hi rend="CharOverride-5">Gerstinger</hi><hi> 1931 tav. </hi><hi rend="CharOverride-5">viii</hi><hi> 39 e in </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo, Maehler</hi><hi> 1987,</hi><hi> pp. 84-85, nr. 38a. </hi><hi rend="CharOverride-5">Orsini</hi><hi> 2008b, considera questo papiro </hi><hi>un esempio di maiuscola alessandrina chiaroscurata e per questo non </hi><hi>lo ritiene un vero e proprio «mixed style», che invece, </hi><hi>secondo la sua ricostruzione, come si è detto, deriverebbe dall’</hi><hi>inserimento dei tratteggi alessandrini di </hi><hi rend="italic">alpha</hi><hi>, </hi><hi rend="italic">my</hi><hi> e </hi><hi rend="italic">ypsilon</hi><hi> nel</hi><hi> tessuto grafico della maiuscola biblica. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-006-backlink">115</ref></hi> <hi>O.Deir el Gizāz inv.</hi><hi> 41, pubblicato da </hi><hi rend="CharOverride-5">Di Bitonto Kasser</hi><hi> 1988, pp. 167-168 e</hi><hi> tav. 1.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-005-backlink">116</ref></hi> Oxford, Bodleian Library, Copt. d. 58 (P) = sa 171 <hi rend="CharOverride-5">Mink-Schmitz</hi> = sa 687 <hi rend="CharOverride-5">Schüssler</hi> = TM 107821. <hi rend="CharOverride-5">Kahle</hi> 1954, pp. 335-338 e pl. 2.6.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-004-backlink">117</ref></hi> Oxford, Bodleian Library, Copt. g. 8 = TM 107833. <hi rend="CharOverride-5">Kahle</hi> 1954, pp. 403-404 e pl. 2.2.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-003-backlink">118</ref></hi> Oxford, Bodleian Library, Copt. c. 19 (1-23) + Copt. f. 90 = TM 107852. <hi rend="CharOverride-5">Kahle</hi><hi> 1954, pp. 445-462 e pl. 3.4.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-002-backlink">119</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Kahle</hi><hi> </hi><hi>1954, pp. 16-17.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-001-backlink">120</ref></hi> <hi rend="CharOverride-5">Cavallo</hi><hi> 1975, pp. 37-38 (= </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo</hi><hi> 2005,</hi><hi> p. 187). Lo studioso assegna alla fine del VI secolo</hi><hi> anche il piccolo lacerto pergamenaceo P.Berol. inv. 14045, che forse</hi><hi> andrebbe spostato alla prima metà del secolo seguente dato il</hi><hi> tracciato più chiaroscurato rispetto agli esempi coevi. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-000-backlink">121</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-5">Cavallo</hi><hi> 1975, p. 52.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Luca De Curtis, University of Naples L’Orientale, Italy, <ref target="mailto:luca.decurtis%40unior.it?subject=">luca.decurtis@unior.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0009-0004-8735-3550">0009-0004-8735-3550</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Luca De Curtis, <hi rend="italic">I codici bilingui greco-copti</hi>, © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.06">10.36253/979-12-215-0960-1.06</ref>, in Luca De Curtis, <hi rend="CharOverride-8">Libri greci e greco-copti nel monachesimo egiziano</hi>, pp. -93, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0960-1, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1">10.36253/979-12-215-0960-1</ref></p><p rend="editorial_metadata_references">Book References DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.references">10.36253/979-12-215-0960-1.references</ref></p></div></div>
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