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        <title type="main" level="a">Il corpus dei manoscritti bilingui greco-copti</title>
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            <forename>Luca</forename>
            <surname>De Curtis</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Naples L’Orientale, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Libri greci e greco-copti nel monachesimo egiziano</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0960-1</idno>) by </resp>
          <name>Luca De Curtis</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.07</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>The chapter traces the scholarly interest in Greek-Coptic bilingual manuscripts, discusses the difficulties in localizing and dating them, and highlights challenges arising from most codices surviving as fragments dispersed across numerous institutions</p>
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            <item>History of scholarship on Coptoc manuscrips</item>
            <item>Manuscript fragments</item>
            <item>Provenance and dating of manuscripts</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.07<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.07" /></p>
<div><head>V.</head></div><div><head>Il <hi rend="italic">corpus</hi> dei manoscritti bilingui greco-copti</head><quote rend="quotations_quotation_b2"><hi rend="italic">Quae de Isidis cura </hi><hi rend="italic">atque pietate in colligendis Osiridis sui membris ab impio, immanique </hi><hi rend="italic">Typhone laceratis atque dispersis, veteres Aegyptiorum fabulae narrare consueverunt, ea </hi><hi rend="italic">me a canoris hisce futilibusque nugis repente abductum, mira vi </hi><hi rend="italic">quadam in altum extollunt ad unam illam veri summique Numinis </hi><hi rend="italic">providentiam contemplandam, qua factum intelligo, ut nostris hisce temporibus in </hi><hi rend="italic">tota pene Europa eruditorum animi, conversis studiis ad christianas ultimae </hi><hi rend="italic">Aegypti antiquitates, non tam Memphitica, quam Thebaica tum divini, tum </hi><hi rend="italic">etiam ecclesiastici codicis fragmenta, typhonia barbarie in partem omnem distracta </hi><hi rend="italic">ac dissipata avide conquirere, certatimque colligere adnitantur</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-035">1</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi></quote><quote rend="quotation_b">“Quello che le antiche leggende degli Egizi raccontavano in merito alla premura e alla pietà di Iside nel raccogliere le membra del suo Osiride, strappate e disperse dallo spietato ed empio Tifone, con una straordinaria forza mi solleva in alto, dopo essere stato rapito improvvisamente proprio da queste melodiose e futili sciocchezze, verso la contemplazione di quella sola provvidenza del vero e sommo Dio, grazie alla quale mi rendo conto del fatto che in questi nostri tempi, in quasi tutta Europa, gli animi degli eruditi, rivolti gli studi alle antichità cristiane del più remoto Egitto, si sforzano di ricercare avidamente i frammenti di codici ora biblici ora anche liturgici, non tanto in lingua memfitica, quanto in lingua tebaica, smembrati e dispersi in ogni luogo dalla barbarie tifonia, e fanno a gara per raccoglierli.” </quote><p rend="text">Con queste parole nel 1789 Agostino Antonio Giorgi apre la sua edizione del <hi rend="italic">Fragmentum Evangelii S. Iohannis Graeco-Copto-Thebaicum saeculi IV</hi><hi rend="italic">,</hi> oggi conservato sotto la segnatura Borg. Copt. 109, cass. <hi rend="CharOverride-2">xxiii</hi>, fasc. 65.2, opera che di fatto diede il via non solo agli studi sui manoscritti bilingui greco-copti, ma più in generale alla ricerca su tutta una parte della produzione letteraria copta fino a quel momento sconosciuta e recuperata grazie ai manoscritti che dalla seconda metà del XVIII secolo avevano iniziato ad affluire a Roma. </p><p rend="text">Il frammento bilingue giovanneo, che Giorgi ebbe modo di studiare, non è sicuramente del IV secolo e oggi si preferisce parlare di dialetto saidico piuttosto che di <hi rend="italic">lingua Thebaica</hi> (e parallelamente si parla di dialetto bohairico e non di <hi rend="italic">lingua Memfitica</hi>), ma già alla fine del ’700 era ben chiaro allo studioso quali fossero le difficoltà specifiche poste dall’indagine sui manoscritti copti più antichi. Con una suggestiva metafora, Giorgi paragona il corpo smembrato di Osiride, che solo la pietà e le cure di Iside hanno potuto ricomporre e quindi resuscitare, ai manoscritti egiziani mutilati e dispersi, i cui frammenti e lacerti solo allora cominciavano ad essere catalogati, studiati, pubblicati e infine ricomposti, almeno virtualmente. E se nel mito egiziano ad essere riportato in vita era un Dio, quei primi pioneristici coptologi avrebbero riportato alla luce una produzione letteraria caduta ormai da tempo completamente nell’oblio, almeno quella parte di essa che non venne tradotta in lingua araba. </p><p rend="text">Lo sforzo iniziato nella seconda metà del ’700 non si è ancora concluso. Il patrimonio manoscritto copto, in particolare quello proveniente dal più importante centro culturale dell’Egitto cristiano, il Monastero Bianco di Akhmim, rappresenta una sfida enorme per gli studiosi, dal momento che fogli o addirittura porzioni di fogli originariamente appartenenti allo stesso manoscritto si trovano oggi divisi in decine di collezioni diverse, sparse tra l’Europa, l’Africa e l’America. Ai lavori puntuali di Georg Zoega, di Gaston Maspero, di Émile Amélineau, di Walter Ewing Crum, di Adolphe Hebbelynck, di Henri Hyvernat (per citare soltanto i nomi più noti ed influenti), si sono aggiunte opere di sintesi come la <hi rend="italic">Liste Der Koptischen Handschriften</hi><hi rend="italic"> Des Neuen Testaments</hi>, limitata ai soli manoscritti in saidico, di Franz-Jürgen Schmitz e Gerd Mink, e soprattutto la monumentale <hi rend="italic">Biblia Coptica</hi>, anch’essa limitata ai codici in saidico, curata da Karlheinz Schüssler, che hanno il grande merito di raccogliere, vagliare e soprattutto mettere a sistema tutta la bibliografia precedente, presentando nel contempo lo <hi rend="italic">status quaestionis</hi> su ciascun manoscritto catalogato. </p><p rend="text">L’avvento del computer ha portato la catalogazione ad un livello prima impensabile. Il primo ad avvalersi delle potenzialità offerte dalla gestione informatizzata dei dati fu Tito Orlandi il cui <hi rend="italic">Corpus dei Manoscritti Copti Letterari</hi> (= CMCL)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-034">2</ref></hi></hi>, progetto nato alla fine degli anni ’60 e solo in un secondo momento ‘convertito’ al digitale, ha l’ambizione di ricostruire in particolare la biblioteca del Monastero Bianco e di catalogare le opere letterarie della tradizione copta. <hi>Ultimo in ordine </hi><hi>di tempo, il progetto “PAThs - Tracking Papyrus and Parchment</hi><hi> Paths: An Archaeological Atlas of Coptic Literature. </hi>Literary Texts in their Geographical Context. Production, Copying, Usage, Dissemination and Storage<hi rend="superscript CharOverride-4">”</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-033">3</ref></hi></hi>, coordinato da Paola Buzi, unisce alla ricostruzione e alla descrizione dei manoscritti e del loro contenuto la dimensione archeologico-geografica, in modo tale da creare un vero e proprio atlante dei luoghi e dei tempi della produzione manoscritta copta. Nelle pagine che seguono, laddove sarà possibile, si farà sempre riferimento alle sigle con cui i manoscritti sono identificati nei diversi cataloghi e database.</p><p rend="text">Il secondo grande problema pertiene all’origine dei frammenti. Salvo eccezionali scoperte recenti, come quella che nel 2005 portò alla luce tre codici copti in una delle tombe della necropoli tebana riconvertita in eremo<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-032">4</ref></hi></hi>, in genere dei manoscritti non si conosce né la provenienza né tantomeno il contesto archeologico di rinvenimento. La maggior parte di essi, infatti, proviene dal mercato antiquario e le informazioni fornite dai mercanti, ammesso che siano state registrate al tempo dell’acquisto, sono nel caso migliore imprecise, nel caso peggiore false e fuorvianti<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-031">5</ref></hi></hi>, com’è noto. Sotto questo aspetto, i manoscritti bilingui greco-copti non fanno eccezione e il più delle volte solo l’analisi delle caratteristiche interne, contenutistiche o materiali, permettono di dire qualcosa sulla loro origine e sulla loro destinazione d’uso. </p><p rend="text">In alcuni casi, tuttavia, possiamo dirci fortunati. Dei manoscritti che dalla seconda metà del XVIII secolo cominciano ad affluire in Europa non si sapeva, sostanzialmente, quasi nulla, finché all’inizio degli anni ’80 del XIX secolo, a più di un secolo di distanza da quando le prime pergamene in saidico erano giunte in Europa, Gaston Maspero, allora direttore del Service des Antiquités égyptiennes, scoprì che i manoscritti provenivano dal Monastero Bianco<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-030">6</ref></hi></hi>, precedentemente menzionato. Fondato alla metà del IV secolo da Pkjol, che volle seguire la regola pacomiana, sulla riva del Nilo opposta a quella dove sorgeva la città di Akhmim, la greca Panopoli, nella Tebaide (il sito si trova a poco più di 6 km dalla moderna città di Sūhāǧ), fu sotto l’igumenato di Shenoute<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-029">7</ref></hi></hi>, iniziato attorno al 385, che il monastero assunse un ruolo religioso, culturale e letterario di primo piano. Shenoute si fece carico della lotta contro l’eresia e contro il paganesimo, e fu al centro di un’intensa produzione letteraria, soprattutto lettere e sermoni, che diede un enorme impulso alla nascente letteratura copta e che si concluse soltanto alla sua morte, avvenuta nel 465. Questo periodo di energica vitalità intellettuale portò la biblioteca del cenobio, che dovette esistere sin dalla fondazione, ad arricchirsi di nuovi libri, primi fra tutti i codici contenenti le opere dell’archimandrita<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-028">8</ref></hi></hi>. Dopo la scomparsa di Shenoute, il monastero continuò a vivere, mantenendo inalterata la sua influenza e il suo prestigio almeno fino al XIII secolo. Ma già nel XIV secolo il monastero è ormai preda di un lento ma inesorabile declino economico e culturale, che trascina con sé anche i tesori della biblioteca. Tuttavia, quest’ultima, benché caduta in oblio, continua ad esistere. Il primo a citarla è, nel 1743, il viaggiatore inglese Charles Perry, che scrive: </p><quote rend="quotation_b"><hi>we yet find in it [</hi><hi rend="italic">scil</hi><hi>. </hi><hi>nel Monastero Bianco] many Manuscripts, wrote on Parchment, in the </hi><hi>old Coptic Character, (as they say, though somewhat like Greek) </hi><hi>which is now grown obsolete, and out of Knowledge</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-027">9</ref></hi></hi><hi>. </hi></quote><p rend="text">Di lì a qualche decennio, questi manoscritti pergamenacei vergati nell’antica scrittura copta cominceranno a lasciare il monastero e a confluire in Europa e, in un secondo momento, in America<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-026">10</ref></hi></hi>, rivoluzionando la conoscenza occidentale della lingua e della letteratura copta<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-025">11</ref></hi></hi>. Tra i primi frammenti a giungere nel vecchio continente, e in particolare a Roma, va annoverato il frammento bilingue studiato e pubblicato da Giorgi. Maspero stesso riuscì a visitare la piccola stanza a sinistra dell’abside maggiore della basilica dove erano conservati i manoscritti. Sui muri di questo ambiente, una serie di iscrizioni dipinte sull’intonaco<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-024">12</ref></hi></hi>, probabilmente di XII-XIII secolo<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-023">13</ref></hi></hi>, dava conto del contenuto dei manoscritti collocati, forse, su scaffalature o casse oggi non più presenti. Sulla parete di nord si trovavano <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲉⲧⲣⲁⲉⲩⲁⲛⲅⲉⲗⲓⲟⲛ </hi>(<hi rend="italic">sic</hi>) <hi rend="CharOverride-5">ⲧⲉⲩⲉⲡⲏ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲑ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲕⲟⲩⲓ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲙⲛ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲛⲟϭ</hi>, “tetravangeli, il loro numero: 59; piccoli e grandi<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-022">14</ref></hi></hi>”, <hi rend="CharOverride-5">ⲧⲉⲧⲣⲁⲉⲩⲁⲛⲅⲗⲓⲟⲛ</hi> (<hi rend="italic">sic</hi>) <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲕⲟⲩⲓ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲛⲟϭ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲛⲁⲧⲕⲟⲉⲓ</hi><hi rend="CharOverride-5">ϩ</hi>, “10 tetravangeli piccoli (e) grandi, non legati<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-021">15</ref></hi></hi>”, <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲕⲁⲑⲟⲗⲓⲕⲟⲛ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲙⲛ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲉⲡⲣⲁⲝⲓⲥ</hi> - <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲁⲓ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲉ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲉⲡⲣⲁⲝⲓⲥ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲁⲡⲟⲥⲧⲟⲗⲟⲥ</hi>, “Epistole cattoliche e Atti. Questi sono gli Atti degli Apostoli”; a est invece trovavano spazio <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲗⲟⲅⲟⲥ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲁⲣⲭⲉⲉⲡⲓⲥⲕⲟⲡⲟⲥ</hi>, “i discorsi del vescovo (di Alessandria)” e altre opere del patriarca copto (forse le lettere festali), <hi rend="CharOverride-5">ⲡϫⲱⲙⲉ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲛϩⲟⲣⲟⲥ</hi>, un “libro di prescrizioni (?)”, <hi rend="CharOverride-5">ⲛϩⲩⲥⲇⲱⲣⲓⲁ</hi> [<hi rend="CharOverride-5">ⲛ</hi>]<hi rend="CharOverride-5">ⲕⲩⲡⲣⲓⲁⲛⲟⲥ</hi>, “la storia (= martirio) di Cipriano” e <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲉⲡⲓⲥⲧⲟⲗⲏ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲁⲡⲁ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲫⲁⲛⲁⲟⲥ</hi>, “le lettere di Apa Epifanio (?)”; per i libri addossati alla parete ovest, l’iscrizione recita <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲁ</hi>(<hi rend="CharOverride-5">ⲓ</hi>) <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲉ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲃⲓⲟⲥ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲛ</hi>[<hi rend="CharOverride-5">ⲛⲉ</hi>]<hi rend="CharOverride-5">ⲧⲟⲩⲁⲃ</hi>, “queste sono le vite dei santi”, e prosegue elencando i <hi rend="CharOverride-5">βίοι</hi> disponibili, fra cui quello di Apa Besa, di Severo di Antiochia, di Apa Pisenzio, di Giovanni Colobo, di Apa Elia, di Apa Abraham, di Apa Apollo, di Pacomio (addirittura 20 copie), ovviamente di Shenoute (ben otto copie), nonché altri scritti, come 13 copie di un testo indicato semplicemente <hi rend="CharOverride-5">ⲇⲁⲩⲉⲓⲇ ⲡⲉⲣⲣⲟ,</hi> “il re Davide” (con ogni probabilità copie del <hi rend="italic">Salterio</hi>) e, forse, gli atti dei concili<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-020">16</ref></hi></hi>. Si noti la premura con cui i libri sono collocati secondo un ordine preciso, dato abbastanza sorprendente per le coeve raccolte librarie. Tali iscrizioni non hanno la struttura di semplici didascalie ma contengono anche invocazioni e preghiere in cui compare il nome di un certo Apa Claudio, figlio di Paleu<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-019">17</ref></hi></hi>, alla cui iniziativa sono forse da ricondurre le iscrizioni stesse.</p><p rend="text">Sin dalla sua scoperta, la natura di questa stanza è stata al centro di un grande dibattito. Alcuni, in particolare Walter Ewing Crum<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-018">18</ref></hi></hi>, la identificavano con la vera e propria biblioteca del monastero. Altri, come Gustave Lefèbvre<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-017">19</ref></hi></hi>, hanno fatto notare che la stanza è troppo piccola per aver ospitato la biblioteca di un centro culturale importante come il Monastero Bianco e propongono, più convincentemente, di vedere nella camera scoperta da Maspero una sorta di repositorio di codici non più in uso, non solo perché ormai vecchi e in cattive condizioni di conservazione, ma soprattutto perché scritti in saidico. A partire dal’XI-XII secolo il dialetto del nord comincia ad acquisire molto prestigio nella chiesa copta, fino al punto in cui la versione bohairica delle Scritture divenne il testo ufficiale. Parallelamente, la lingua araba guadagna maggior spazio nella liturgia, relegando progressivamente il copto ad un ruolo sempre più marginale. Dal XII secolo quindi per la maggior parte dei monaci, ormai in gran parte arabofoni, i manoscritti in saidico non hanno più valore e pertanto smettono di essere utilizzati<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-016">20</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Con l’aiuto di altri due eminenti personaggi, Urbain Bouriant ed Émile Amélineau, Maspero riuscì ad acquistare per la Bibliothèque nationale di Parigi la maggior parte dei fogli che ancora si trovava all’interno delle mura del monastero<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-015">21</ref></hi></hi>. Questi circa 4000 frammenti rappresentano un sicuro ancoraggio per localizzare nell’Alto Egitto, e più precisamente ad Akhmim, i codici di cui originariamente facevano parte e che oggi si trovano smembrati in diverse collezioni. Nel periodo intercorso tra la scoperta di Maspero e la finalizzazione dell’acquisto, infatti, un numero indeterminato di frammenti aveva già lasciato l’Egitto, non sempre accompagnato da una precisa documentazione dei suoi spostamenti. </p><p rend="text">Come si è detto, ad oggi sono attivi diversi progetti che mirano a ricostruire, almeno virtualmente, la biblioteca del Monastero Bianco. Per il momento sono stati individuati frammenti riconducibili a circa mille codici pergamenacei, la maggior parte dei quali riferiti al periodo compreso tra il IX e l’XI secolo, a cui si deve la gran parte delle nostre conoscenze sulla letteratura copto-saidica, segnatamente sulle opere dell’archimandrita Shenoute. Cosa sia successo tra la fondazione del monastero, avvenuta nel IV secolo, e i primi codici pergamenacei conservati non è facile a dirsi. In particolare, non è chiaro che fine abbia fatto il fondo di codici papiracei, che pure doveva esistere. Lo stesso Shenoute, quando nei suoi scritti allude ai libri presenti nel suo monastero, parla di <hi rend="CharOverride-5">ⲭⲁⲣⲧⲏⲥ</hi>, di “papiri” appunto<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-014">22</ref></hi></hi>. Orlandi ritiene che </p><quote rend="quotation_b">the library of the White Monastery as we have it today is the result of the systematization done in the VIII-IXth centuries by certain scholars who may have worked, at least in part, in the same White Monastery<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-013">23</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">Ma molti problemi rimangono aperti<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-012">24</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Un piccolo gruppo di frammenti di <hi rend="italic">Vangeli</hi> bilingui presenta, oltre al testo greco, la versione in copto-fayyumico per cui i singoli editori hanno pensato che potessero provenire dall’oasi del Fayyum<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-011">25</ref></hi></hi>. Ai margini della stessa oasi si trovano i resti del Monastero di San Michele<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-010">26</ref></hi></hi> presso Phantoou (l’odierna al-Ḥāmūlī), sede di un’altra importante biblioteca. Nel 1910 un gruppo di cercatori di <hi rend="italic">sebakh</hi> scoprirono per caso, all’interno delle rovine del monastero, un gruppo di codici, la maggior parte dei quali, per alterne vicende, si trova oggi alla Morgan Library &amp; Museum<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-009">27</ref></hi></hi>. Le grandi dimensioni (in media si tratta di volumi di mm 340 × 260) e l’organizzazione interna del contenuto non lasciano dubbi sul fatto che tali codici rispondessero alle esigenze liturgiche della comunità monastica<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-008">28</ref></hi></hi>, ma non sono che una parte dell’originaria biblioteca, come dimostra l’assenza di alcuni testi imprescindibili, primo fra tutti il <hi rend="italic">Salterio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-007">29</ref></hi></hi>. A differenza dei codici del Monastero Bianco, i manoscritti di Ḥāmūlī sono piuttosto ben conservati. Molti presentano colofoni che datano il gruppo tra l’822/823 e il 913/914, individuando quindi <hi rend="italic">grosso modo</hi> nel IX secolo il periodo in cui venne confezionato il maggior numero di essi. Inoltre, dai colofoni emerge che parte dei codici non venne realizzato all’interno del monastero ma in un’altra località del Fayyum, a Touton, la greca Tebtunis, concordemente localizzata nei pressi dell’odierna ‘Umm al-Barīǧāt<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-006">30</ref></hi></hi>, all’estremità meridionale dell’oasi. Evidentemente, a Touton esisteva un famoso centro di copia<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-005">31</ref></hi></hi>, forse collocato all’interno dello stesso monastero (anche se, è bene tenerlo presente, nessuno dei copisti si sottoscrive come monaco)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-004">32</ref></hi></hi>. Tra l’altro, il toponimo ricompare anche nei colofoni di alcuni codici del Monastero Bianco<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-003">33</ref></hi></hi>. Nonostante molto rimanga ancora da capire riguardo ai luoghi e alle modalità della produzione libraria collegata al nome di Touton, il Fayyum appare, nella documentazione superstite, un’area estremamente vivace dal punto di vista culturale, e quindi un terreno fertile per l’elaborazione di modelli diffusi in tutto l’Egitto. Il fatto che i frammenti greco-fayyumici esibiscono, come si vedrà, diverse soluzioni di <hi rend="italic">mise</hi><hi rend="italic"> en page</hi>, lascia immaginare un ambiente aperto anche alla sperimentazione di soluzioni diverse. Tra i codici acquistati da John Pierpont Morgan vi è anche un lezionario dei <hi rend="italic">Vangeli</hi> bilingue, che porta la segnatura M 615 <hi rend="CharOverride-6">[25]</hi>. Ma molti sono i dubbi intorno alle circostanze del suo acquisto e pertanto che esso facesse parte dei codici di Ḥāmūlī è tutto fuorché certo.</p><p rend="text">Un ulteriore manoscritto, oggi alla British Library di Londra, è collocabile con un certo grado di sicurezza in uno specifico contesto monastico. Si tratta della versione copta della <hi rend="italic">Passio Mercuri</hi>, seguita dalle letture bibliche bilingui previste per la liturgia del santo, Or. 6801 <hi rend="CharOverride-6">[19] </hi>[tavv. XI-XII], donata da un certo Giorgio al Monastero di San Mercurio presso Edfu, nella Tebaide, all’inizio dell’XI secolo. A questo monastero è collegato un gruppo di 24 codici che comparve sul mercato antiquario egiziano alla fine del XX secolo e che vennero acquistati per lo più dal British Museum<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-002">34</ref></hi></hi>. È bene sottolineare che i manoscritti non furono acquistati sul mercato in un unico lotto, ma in cinque differenti occasioni tra il 1907 e il 1911. Come conseguenza, del gruppo restano in discussione sia l’esatto luogo di ritrovamento sia l’unitarietà. Nei colofoni, laddove essi siano conservati, compaiono spesso le due località nubiane di Esna e di Edfu, la prima come luogo di produzione, la seconda come luogo di destinazione. Se da una parte le caratteristiche codicologiche e le date riportate dai colofoni (fine X – inizio XI secolo) sono coerenti e farebbero quindi pensare ad una biblioteca unitaria, dall’altra, gli stessi colofoni, in alcuni casi, testimoniano che i codici non erano destinati al Monastero di San Mercurio ma ad altri monasteri e santuari della Nubia<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-001">35</ref></hi></hi>. Una soluzione abbastanza convincente è stata proposta da Jacques van der Vliet<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-000">36</ref></hi></hi>, il quale, evidenziando la grande mobilità di persone e libri nell’Egitto cristiano, ipotizza che il Monastero di San Mercurio, sicuramente il più importante ed influente dell’area, abbia concentrato all’interno delle sue mura codici provenienti da diverse località che nell’XI secolo faticavano a trovare un pubblico interessato a testi in copto. Comunque stiano le cose, del gruppo fanno parte anche un manoscritto in antico nubiano (London, British Library, Or. 6806) e uno in greco (il già citato London, British Library, Add. 37534). E se è difficile immaginare libri in antico nubiano al di fuori della Nubia, non doveva essere raro trovare nei cenobi dell’Egitto manoscritti in greco, se quasi all’altezza della prima cateratta si conservava ancora nell’XI secolo una <hi rend="italic">Vita </hi><hi rend="italic">dei Santi Cosma e Damiano</hi> interamente in greco. Di questi libri greci però, come si è detto, non è rimasta quasi alcuna traccia.</p><p rend="text">Nelle pagine che seguono, verranno discussi e analizzati i singoli manoscritti bilingui. Il discorso è organizzato in linea di massima per categorie contenutistiche o tipologiche, cominciando da due codici papiracei miscellanei (il Pap. bil. 1 di Amburgo <hi rend="CharOverride-6">[12]</hi> [tav. IV] e il codice di Strasburgo <hi rend="CharOverride-6">[40]</hi>) che sono anche i più antichi codici bilingui conservati, seguiti da P.Osl. 1661 <hi rend="CharOverride-6">[27]</hi>, non propriamente miscellaneo, ma comunque tipologicamente affine. Seguono i manoscritti veterotestamentari (per la maggior parte <hi rend="italic">Salmi</hi>), a cui si aggiungono un codice delle <hi rend="italic">Odi</hi> P.Vindob. K 8706 <hi rend="CharOverride-6">[46]</hi> e l’innario P.Mon.Epiph. 592 <hi rend="CharOverride-6">[1]</hi>. La parte più consistente del <hi rend="italic">corpus</hi> è rappresentata dei <hi rend="italic">Vangeli</hi> e dai lezionari. Subito dopo, sono presi in considerazione altri tre manoscritti neotestamentari (due <hi rend="italic">Atti degli Apostoli</hi> e una raccolta di <hi rend="italic">Epistole paoline</hi>) Chiudono questa rassegna i frammenti bilingui di Shenoute <hi rend="CharOverride-6">[15]</hi>, i soli di contenuto patristico.</p><list rend="numbered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-035-backlink">1</ref></hi> <hi rend="CharOverride-7">Giorgi</hi><hi> 1789, </hi><hi>p. III.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-034-backlink">2</ref></hi> <hi>Per una presentazione del </hi><hi rend="italic">Corpus</hi><hi> e dei problemi</hi><hi> informatici relativi alla gestione dei dati in esso raccolti, si</hi><hi> vedano </hi><hi rend="CharOverride-7">Orlandi</hi><hi> 1984a e </hi><hi rend="CharOverride-7">Orlandi </hi><hi>1990a.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-033-backlink">3</ref></hi> <hi>Sul progetto, finanziato</hi><hi> dall’European Research Council (nr. 687567), si vedano almeno </hi><hi rend="CharOverride-7">Buzi</hi><hi> 2017 e </hi><hi rend="CharOverride-7">Buzi, Bogdani, Berno</hi><hi> 2018. Lo stato di avanzamento</hi><hi> della ricerca, le diverse iniziative scientifiche, le pubblicazioni relative al</hi><hi> progetto e, ovviamente, il database sono accessibili sul sito internet</hi><hi> dedicato (&lt;</hi><ref target="http://paths.uniroma1.it"><hi>http://paths.uniroma1.it</hi></ref><hi>&gt;).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="xml_07.html#footnote-032-backlink">4</ref></hi> <hi>Per una presentazione generale della </hi><hi>scoperta e del contesto archeologico del sito si veda </hi><hi rend="CharOverride-7">Górecki, </hi><hi rend="CharOverride-7">Wipszycka</hi><hi> 2018, con ulteriore bibliografia. I tre codici, due papiracei </hi><hi>e uno pergamenaceo, riferiti paleograficamente alla fine del VII o </hi><hi>all’inizio dell’VIII secolo, furono rinvenuti ai margini di </hi><hi>una discarica e contengono rispettivamente i </hi><hi rend="italic">Canoni</hi><hi> dello Pseudo-Basilio, l’</hi><hi rend="italic">Encomio di San Pisenthios</hi><hi> e il </hi><hi rend="italic">Libro di Isaia</hi><hi>, ovviamente</hi><hi> in copto (si rimanda a </hi><hi rend="CharOverride-7">Thommée</hi><hi> 2013 per ulteriori</hi><hi> dettagli sullo stato di conservazione dei manoscritti). Durante gli scavi,</hi><hi> gli archeologi hanno rinvenuto anche una serie di materiali e</hi><hi> di strumenti utili al confezionamento di legature (e forse non</hi><hi> a caso i tre codici le conservano ancora) attività che,</hi><hi> accanto alla produzione di corde, stuoie e ceste, doveva occupare</hi><hi> i monaci che qui avevano stabilito il loro eremo. Sulla</hi><hi> possibilità che negli stessi ambienti si copiassero libri, gli archeologi</hi><hi> sono più cauti: i calami rinvenuti nella zona potrebbero essere</hi><hi> stati impiegati soltanto per scrivere i numerosissimi </hi><hi rend="italic">ostraca</hi><hi> disseminati nell</hi><hi>’area. Tuttavia, in favore dell’attività di copia, potrebbero indirizzare</hi><hi> alcuni </hi><hi rend="italic">ostraca</hi><hi> che fanno esplicito riferimento a libri, come O.</hi><hi> Gurna Górecki 16, 17 e 18, pubblicati da </hi><hi rend="CharOverride-7">Boud’hors</hi><hi rend="CharOverride-7"> </hi><hi>2017a</hi><hi rend="CharOverride-7">,</hi><hi> pp. 60-63.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="xml_07.html#footnote-031-backlink">5</ref></hi> <hi>Non si tratta, per la </hi><hi>verità, di un problema che affligge solo la tradizione manoscritta </hi><hi>copta. In un recente libro, Brent Nongbri ha ricostruito e </hi><hi>analizzato le vicende di diversi codici o gruppi di codici, </hi><hi>dimostrando «</hi><hi>how little we know with any certainty about the</hi><hi> dates and provenance of many early Christian manuscripts</hi><hi>» (</hi><hi rend="CharOverride-7">Nongbri</hi><hi> 2018, p. 9; allo studioso, che per la verità si</hi><hi> dimostra piuttosto scettico anche in merito alle possibilità offerte dalla</hi><hi> metodologia paleografica, risponde </hi><hi rend="CharOverride-7">Crisci</hi><hi> 2019, pp. 18-19): i codici Freer,</hi><hi> i papiri acquistati da Chester Beatty o da Martin Bodmer,</hi><hi> i codici di Nag Hammadi presentano tutti enormi vuoti di</hi><hi> documentazione che sarebbe invece fondamentale conoscere per comprendere la realtà</hi><hi> storica che vi si cela dietro. La storia del rinvenimento</hi><hi> e dell’acquisto di questi manoscritti vede come protagonisti uomini</hi><hi> del proprio tempo. Senza voler affrontare in questa sede l</hi><hi>’enorme e controversa questione dell’orientalismo (su cui rimane obbligato</hi><hi> il rimando a </hi><hi rend="CharOverride-7">Said</hi><hi> 1978), due aneddoti (citati rispettivamente in</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-7">Nongbri</hi><hi> 2018, pp. 14-15 e 285 nota 48) risultano, a</hi><hi> mio avviso, molto indicativi. Nel rispondere a Carl Schmidt, che,</hi><hi> fondandosi sulla testimonianza dei locali, credeva fermamente che i codici</hi><hi> Freer provenissero dalla biblioteca del Monastero Bianco, in un articolo</hi><hi> del 1909, Henry Arthur Sanders, che l’anno successivo avrebbe</hi><hi> pubblicato il manoscritto contenente il </hi><hi rend="italic">Deuteronomio</hi><hi> e il </hi><hi rend="italic">Libro di</hi><hi rend="italic"> Giosuè</hi><hi>, e che pure precedentemente era stato dello stesso </hi><hi>avviso di Schmidt, non teme di affermare che lo studioso </hi><hi>si era lasciato ingannare da «one of the numerous Arab </hi><hi>stories», mentre «anyone acquainted with Arab stories would advise us </hi><hi>to look in every other direction first» che non fosse </hi><hi>appunto Akhmim e i suoi dintorni. Ma questo atteggiamento è </hi><hi>valido anche al contrario: James McConkey Robinson non esitava ad </hi><hi>accusare apertamente di guardare dall’alto in basso i locali </hi><hi>«as natives one could never trust» gli studiosi che sollevavano </hi><hi>dubbi sull’affidabilità delle loro affermazioni in merito alle circostanze </hi><hi>del ritrovamento dei codici di Nag Hammadi.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-030-backlink">6</ref></hi> <hi>Sulla riscoperta della</hi><hi> biblioteca del Monastero Bianco e sul ruolo giocato da Maspero,</hi><hi> si veda la documentazione discussa da </hi><hi rend="CharOverride-7">Louis</hi><hi> 2007 e </hi><hi rend="CharOverride-7">Louis</hi><hi> 2008.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-029-backlink">7</ref></hi> <hi>La bibliografia che si è andata accumulando negli ultimi </hi><hi>decenni su questa figura, centrale non solo per il la </hi><hi>chiesa copta, ma in generale per l’Alto Egitto tardoantico, </hi><hi>è davvero corposa. Per un conciso ma approfondito inquadramento biografico, </hi><hi>che affronta anche i problemi di cronologia posti dalle fonti, </hi><hi>si rimanda a </hi><hi rend="CharOverride-7">Emmel</hi><hi> 2004, pp. 6-14 e </hi><hi rend="CharOverride-7">Wipszycka</hi><hi> 2015, </hi><hi>pp. 61-65. Il ruolo culturale e letterario di Shenoute è </hi><hi>stato messo in luce soprattutto dagli studi di Tito Orlandi; </hi><hi>si veda in particolare </hi><hi rend="CharOverride-7">Orlandi</hi><hi> 1989, pp. 481-487. Per un’</hi><hi>introduzione generale sul Monastero Bianco si rimanda a </hi><hi rend="CharOverride-7">Emmel, Rö</hi><hi rend="CharOverride-7">mer</hi><hi> 2008 e </hi><hi rend="CharOverride-7">Wipszycka</hi><hi> 2015, pp. 161-166.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-028-backlink">8</ref></hi> <hi rend="CharOverride-7">Orlandi</hi><hi> 2002, p.</hi><hi> 211, benché ammetta che non vi siano prove dirette, crede</hi><hi> che Shenoute «also promoted a vast work of translation of</hi><hi> Greek patristical texts».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-027-backlink">9</ref></hi> <hi rend="CharOverride-7">Perry</hi><hi> 1743, p. 370. Traggo la </hi><hi>citazione da </hi><hi rend="CharOverride-7">Emmel</hi><hi> 2004, p. 19.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-026-backlink">10</ref></hi> <hi>Per una panoramica sulla</hi><hi> dispersione della biblioteca del Monastero Bianco si vedano </hi><hi rend="CharOverride-7">Orlandi</hi><hi> 2002,</hi><hi> pp. 227-230 ed </hi><hi rend="CharOverride-7">Emmel</hi><hi> 2004, pp. 18-24. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-025-backlink">11</ref></hi> <hi>Fino a</hi><hi> quel momento, infatti, il copto conosciuto in Occidente era quello</hi><hi> ancora impiegato dalla chiesa copta, vale a dire il dialetto</hi><hi> bohairico. I codici del Monastero Bianco contenevano opere inedite, scritte</hi><hi> in saidico, e per di più apparivano molto più antichi</hi><hi> di quelli in bohairico che già circolavano in Europa. Si</hi><hi> veda </hi><hi rend="CharOverride-7">Emmel</hi><hi> 2004, pp. 19-20. Per l’impatto che i</hi><hi> testi in lingua copta hanno avuto nella comprensione della letteratura</hi><hi> patristica, si veda </hi><hi rend="CharOverride-7">Camplani</hi><hi> 2021.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-024-backlink">12</ref></hi> <hi>Queste iscrizioni oggi sono </hi><hi>scomparse. Le conosciamo grazie alla copia che ne fece Canon </hi><hi>W.T. Oldfield, pubblicata da </hi><hi rend="CharOverride-7">Crum</hi><hi> 1904. Testi e interpretazione si </hi><hi>basano su </hi><hi rend="CharOverride-7">Orlandi</hi><hi> 2002.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-023-backlink">13</ref></hi> <hi>Tale datazione è proposta con estrema</hi><hi> cautela da </hi><hi rend="CharOverride-7">Crum</hi><hi> 1904, p. 553 sulla base di alcune</hi><hi> altre iscrizioni esplicitamente datate, collocate nell’abside nord della chiesa.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-022-backlink">14</ref></hi> <hi>Libri </hi><hi rend="CharOverride-5">ⲕⲟⲩϫⲓ</hi><hi> o </hi><hi rend="CharOverride-5">ⲛⲓϣϯ</hi><hi> (equivalenti bohairici di </hi><hi rend="CharOverride-5">ⲕⲟⲩⲓ</hi><hi> e </hi><hi rend="CharOverride-5">ⲛⲟϭ</hi><hi>), che portano in egual misura la salvezza</hi><hi> e il perdono dei peccati a colui che li dona</hi><hi> ad una chiesa, sono menzionati in un passo dell’omelia</hi><hi> </hi><hi rend="italic">De hora mortis</hi><hi> di Cirillo di Alessandria (</hi><hi rend="CharOverride-7">Amélineau</hi><hi> 1888, </hi><hi>pp. 186-187) recentemente messo in luce da </hi><hi rend="CharOverride-7">Soldati</hi><hi> 2018a, </hi><hi>p. 116. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-021-backlink">15</ref></hi> <hi>Se così va inteso il termine </hi><hi rend="CharOverride-5">ⲁⲧⲕⲟⲉⲓϩ</hi><hi>: si veda </hi><hi rend="CharOverride-7">Boud’hors</hi><hi> 2008, p. 159 e nota </hi><hi>5. D’altra parte, le regole pacomiane ammoniscono i monaci </hi><hi>a non lasciare nella propria cella il codice </hi><hi rend="italic">non ligatum </hi><hi>(</hi><hi rend="italic">Leg</hi><hi>. 7 [= ed. </hi><hi rend="CharOverride-7">Bacht 1983, </hi><hi>p</hi><hi rend="CharOverride-7">.</hi><hi> 276]), espressione</hi><hi> che fa pensare effettivamente a manoscritti sprovvisti di legatura; si</hi><hi> veda </hi><hi rend="CharOverride-7">Fioretti</hi><hi> 2017, pp. 1176-1178. Ad un libro sprovvisto di</hi><hi> legatura potrebbe alludere anche P.Mon.Epiph. 554 (TM 87090), se </hi><hi rend="CharOverride-5">ⲉⲧⲃⲏⲗ</hi><hi> va inteso “sciolto” (cioè non legato) piuttosto che “tradotto, interpretato”</hi><hi> (si veda </hi><hi rend="CharOverride-7">Mazy</hi><hi> 2019, p. 125). Non sarebbe sorprendente: sembra</hi><hi> ormai assodato che, in antico, i libri venissero molto spesso</hi><hi> conservati e fatti circolare privi di legatura. Per quanto riguarda</hi><hi> il contesto latino tardoantico, </hi><hi rend="CharOverride-7">Fioretti</hi><hi> 2016, pp. 23-29, ripreso da</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-7">Cursi</hi><hi> 2016, pp. 131-135, ha sostenuto con argomenti molto solidi</hi><hi> che il codice delle </hi><hi rend="italic">Noctes Atticae</hi><hi> di Gellio, i cui</hi><hi> fogli vennero reimpiegati per l’allestimento del Vat. Pal. Lat.</hi><hi> 24, fosse conservato in fascicoli sciolti. I quinioni da cui</hi><hi> era costituito infatti presentano sistematicamente il </hi><hi rend="italic">recto</hi><hi> del primo foglio</hi><hi> e il </hi><hi rend="italic">verso</hi><hi> dell’ultimo bianchi. Da parte greca, già</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-7">Canart</hi><hi> 1991, pp. 64-65 (= </hi><hi rend="CharOverride-7">Canart</hi><hi> 2008, vol. II, pp.</hi><hi> 1092-1093) aveva espresso la possibilità che i codici potessero essere</hi><hi> stati conservati sprovvisti di legatura. Rileggendo alcuni dati codicologici dei</hi><hi> testimoni della cosiddetta ‘collezione filosofica’ (frequente caduta di fascicoli,</hi><hi> dislocazioni di fogli anche tra codici diversi, mutilazioni all’inizio</hi><hi> e alla fine della compagine fascicolare), </hi><hi rend="CharOverride-7">Cavallo</hi><hi> 2017, pp. 53-57</hi><hi> ha ipotizzato che «questi manoscritti […] o avessero perso del</hi><hi> tutto la legatura […] o che, piuttosto, almeno alcuni, fossero</hi><hi> rimasti già in origine, al momento della loro stessa confezione,</hi><hi> </hi><hi rend="italic">disligati</hi><hi>». Sulla scorta di queste considerazioni, </hi><hi rend="CharOverride-7">Bianconi</hi><hi> 2018, pp. </hi><hi>95-101 ha recentemente approfondito il discorso, rileggendo diverse testimonianze bizantine </hi><hi>alla luce di questa peculiare modalità di conservazione.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-020-backlink">16</ref></hi> <hi>Se così</hi><hi> va interpretato, seguendo </hi><hi rend="CharOverride-7">Crum</hi><hi> 1904, p. 576, il termine </hi><hi rend="CharOverride-5">ⲥⲟⲟⲩϩ</hi><hi>, che propriamente vuol dire “raccogliere, mettere insieme”.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-019-backlink">17</ref></hi> <hi>Ad esempio, sulla parete nord, si leggeva, subito dopo </hi><hi>la menzione dei 59 tetravangeli, </hi><hi rend="CharOverride-5">ⲡⲓϩⲩⲕⲉ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-5">ⲡⲡⲁ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-5">ⲕⲗⲁⲩⲧⲉ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-5">ⲩⲩ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-5">ⲡⲁⲗⲏⲩ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-5">ⲕⲟⲩ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-5">ⲛⲁⲓ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-5">ⲉⲃⲟⲗ</hi><hi>, “il povero Apa Claudio, figlio di</hi><hi> Paleu; abbi pietà di me”.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-018-backlink">18</ref></hi> <hi>Si veda P.Lond.Copt. I, </hi><hi>p. </hi><hi rend="CharOverride-2">xi.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-017-backlink">19</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="italic">DACL</hi><hi>, </hi><hi rend="italic">s.v.</hi><hi> </hi><hi rend="italic">Dair al Abiad</hi><hi>,</hi><hi> a cura di G. Lefèbvre. Della stessa opinione </hi><hi rend="CharOverride-7">Orlandi</hi><hi> 2002.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-016-backlink">20</ref></hi> <hi>Così </hi><hi rend="CharOverride-7">Orlandi</hi><hi> 2002, p. 212 Questa teoria, comunemente accettata </hi><hi>per dar conto dello stato di decadenza in cui vennero </hi><hi>scoperti i frammenti dei codici, è stata di recente rivista </hi><hi>da </hi><hi rend="CharOverride-7">Orlandi, Suciu</hi><hi> 2016, pp. 903-913. I due studiosi notano </hi><hi>che essa non risolve due questioni: primo, se i codici </hi><hi>vennero semplicemente chiusi nella stanza e successivamente dimenticati, non si </hi><hi>spiega perché sopravviva solo un 10% dell’originario numero di </hi><hi>fogli (calcolato sulla base della paginazione ancora presente sui frammenti </hi><hi>conservati); secondo, anche ammesso che contingenze casuali abbiano fatto scomparire </hi><hi>il 90% della biblioteca, che fine hanno fatto le legature? </hi>Inoltre, «a multitude of fragments, which join perfectly and do not exhibit signs of natural decay, suggests that the codices were destroyed systematically and deliberately» e mostrano «signs of mutilation done by human hand». <hi>La divisione volontaria di singoli fogli </hi><hi>per poter ricavare dalla loro vendita un maggior profitto non </hi><hi>spiega comunque l’esistenza di frammenti minuti, impossibili da proporre </hi><hi>agli acquirenti occidentali. Tutto, quindi, lascia pensare ad un atto </hi><hi>volontario di distruzione, i cui responsabili però restano anonimi.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="xml_07.html#footnote-015-backlink">21</ref></hi> <hi>I</hi><hi> frammenti furono sommariamente raggruppati per contenuto e rilegati in 39</hi><hi> codici fattizi, identificati dalle segnature copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-3">1-21</hi><hi>, copt. 130</hi><hi rend="superscript CharOverride-3">1-5</hi><hi>, copt. 131</hi><hi rend="superscript CharOverride-3">1-8</hi><hi>, e copt. 132</hi><hi rend="superscript CharOverride-3">1-5</hi><hi>, mentre altri</hi><hi> 140 frammenti vennero posti sotto vetro e raggruppati sotto le</hi><hi> segnature copt. 133</hi><hi rend="superscript CharOverride-3">1</hi><hi> et 133</hi><hi rend="superscript CharOverride-3">2</hi><hi>. Si veda </hi><hi rend="CharOverride-7">Amélineau</hi><hi> </hi><hi>1895, pp. 363-366.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="xml_07.html#footnote-014-backlink">22</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-7">Emmel</hi><hi> 2004, pp. 553-554. A</hi><hi> questo proposito, </hi><hi rend="CharOverride-7">Orlandi</hi><hi> 1974, p. 19, dopo aver lungamente studiato</hi><hi> i frammenti letterari della Papyrussammlung della Österreichische Nationalbibliothek e le</hi><hi> rocambolesche vicende del loro acquisto, arrivò a mostrarsi persuaso che</hi><hi> «la maggior parte dei papiri letterari di Vienna proven</hi><hi rend="italic">isse</hi><hi> </hi><hi>dal Monastero Bianco». Questi frammenti sono stati riferiti da Guglielmo </hi><hi>Cavallo al periodo compreso tra il VI e l’VIII </hi><hi>secolo. Prima del lavoro di Orlandi, si era tentato di </hi><hi>localizzare nel Monastero di Shenoute alcuni codici molto antichi scritti </hi><hi>in achmimico, dialetto copto diffuso appunto nella tebaide prima dell’</hi><hi>affermazione del saidico. </hi>Ma è lo stesso <hi rend="CharOverride-7">Orlandi</hi> 2002, p. 223 a notare che si tratta di localizzazioni fondate su basi molto insidiose: «leaving aside the fact that it is not certain that the Achmimic dialect was really spoken and written near Achmim, there is no reasonable explanation for the fact that the library which became the main centre of the literary activity in Sahidic was formed of Achmimic texts at the beginning. Nobody nowadays would give credit to the idea that Shenoute preached in Achmimic».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-013-backlink">23</ref></hi> <hi rend="CharOverride-7">Orlandi</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-7">2002</hi><hi>, p. </hi><hi>227.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-012-backlink">24</ref></hi> <hi>Ad esempio, non è chiaro se i copisti (tutti</hi><hi> monaci?) si limitarono a trascrivere i modelli oppure operarono con</hi><hi> maggiore indipendenza, selezionando del materiale, condannandone altro all’oblio, creando</hi><hi> dei </hi><hi rend="italic">corpora</hi><hi> su base contenutistica o rimaneggiando attivamente i testi.</hi><hi> Secondo, ancora resta da chiarire la sorte dei codici, per</hi><hi> lo più papiracei, che costituivano la biblioteca originale fra IV-V</hi><hi> e VIII secolo. Paradossalmente, le notizie diventano più circostanziate solo</hi><hi> a partire dalla metà del XVIII secolo e soprattutto nel</hi><hi> secolo successivo, quando cioè iniziò la sistematica dispersione dei codici,</hi><hi> ormai tutti pergamenacei, rimasti in possesso del monastero ma non</hi><hi> più utilizzati da secoli. Si vedano ancora </hi><hi rend="CharOverride-7">Orlandi</hi><hi> 2002, in</hi><hi> particolare pp. 220-221, e </hi><hi rend="CharOverride-7">Buzi</hi><hi> 2018b, pp. 21-23.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-011-backlink">25</ref></hi> <hi>Si tratta di P.Vindob. K 8662 </hi><hi rend="CharOverride-6">[47]</hi><hi> [tav. VII] (</hi><hi rend="italic">Vangelo di Marco</hi><hi>); Morgan Library &amp; Museum, M 661, </hi><hi rend="italic">scriptio</hi><hi rend="italic"> inferior </hi><hi rend="CharOverride-6">[26]</hi><hi> (</hi><hi rend="italic">Vangelo di Marco</hi><hi>); British Library, Or. 5707</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-6">[18]</hi><hi> (</hi><hi rend="italic">Vangelo di Giovanni</hi><hi>); P.Berol. inv. 9108 </hi><hi rend="CharOverride-6">[6]</hi><hi> (</hi><hi rend="italic">Vangelo di Matteo</hi><hi>); P.Lond.Copt. I 502 </hi><hi rend="CharOverride-6">[16]</hi><hi> (</hi><hi rend="italic">Vangelo di Luca</hi><hi>);</hi><hi> P.Vindob. K 8023 bis </hi><hi rend="CharOverride-6">[45]</hi><hi> (</hi><hi rend="italic">Vangelo di Matteo</hi><hi>); P.Berol.</hi><hi> inv. 5542 </hi><hi rend="CharOverride-6">[5]</hi><hi> (</hi><hi rend="italic">Vangelo di Giovanni</hi><hi>); British Library, Or.</hi><hi> 4923 (2) </hi><hi rend="CharOverride-6">[17]</hi><hi> (</hi><hi rend="italic">Vangelo di Matteo</hi><hi>); Trinity College, Pap.</hi><hi> F 138 </hi><hi rend="CharOverride-6">[10]</hi><hi> (</hi><hi rend="italic">Vangelo di Matteo</hi><hi>). Nonostante le localizzazioni</hi><hi> basate sul dialetto siano problematiche, dal momento che spesso non</hi><hi> si conosce la precisa area di diffusione di una particolare</hi><hi> varietà dialettale, nel caso del fayyumico gli studiosi sono abbastanza</hi><hi> concordi sul fatto che esso fosse diffuso nell’Oasi del</hi><hi> Fayyum. Si veda </hi><hi rend="italic">CE</hi><hi>, 8 </hi><hi rend="italic">s.vv.</hi><hi> </hi><hi rend="italic">Fayyumic</hi><hi> e, più</hi><hi> in generale, </hi><hi rend="italic">Geography, dialectal</hi><hi> (entrambe a cura di R. Kasser).</hi><hi> </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-010-backlink">26</ref></hi> <hi>Sul monastero, basti il rimando a </hi><hi rend="italic">CE</hi><hi>,</hi><hi rend="italic"> s.v.</hi><hi> </hi><hi rend="italic">Dayr al-Malāk Mīkhā’īl </hi><hi>e alla ricca </hi><hi>introduzione del catalogo di </hi><hi rend="CharOverride-7">Depuydt</hi><hi> 1993, pp. CIII-CXII.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-009-backlink">27</ref></hi> <hi>La storia del ritrovamento e dell’acquisizione è stata ricostruita</hi><hi> con precisione dal </hi><hi rend="CharOverride-7">Depuydt</hi><hi> 1993, pp. </hi><hi rend="CharOverride-2">lviii-lxix;</hi><hi> per i manoscritti</hi><hi> di Ḥāmūlī conservati presso altre istituzioni si veda </hi><hi rend="CharOverride-7">Depuydt</hi><hi> </hi><hi>1993, pp. </hi><hi rend="CharOverride-7">LXXXII-LXXXIX</hi><hi>.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-008-backlink">28</ref></hi> <hi>A parte i codici biblici, all’</hi><hi>interno dei manoscritti i testi sono suddivisi in base alle </hi><hi>festività del calendario liturgico copto, in modo tale da avere, </hi><hi>in sequenza, le letture previste per ciascun giorno. Si veda </hi><hi rend="CharOverride-7">Emmel</hi><hi> 2005, pp. 64-65.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-007-backlink">29</ref></hi> <hi>I codici furono ritrovati, secondo quanto</hi><hi> raccontato dagli scopritori, «hidden away in a stone vat» assieme</hi><hi> ad alcuni strumenti utilizzati dai copisti, come calamai in piombo</hi><hi> per l’inchiostro, astucci e calami (così </hi><hi rend="CharOverride-7">Hyvernat</hi><hi> 1912, pp.</hi><hi> 55-56). Per spiegare questa bizzarra collocazione è stato ipotizzato che</hi><hi> i monaci, per paura di razzie, abbiano voluto proteggere questi</hi><hi> libri, forse ai loro occhi più preziosi delle certamente numerose</hi><hi> copie del </hi><hi rend="italic">Salterio</hi><hi>, nascondendoli appunto in un mastello di </hi><hi>pietra. Si veda </hi><hi rend="CharOverride-7">Depuydt</hi><hi> 1993, pp. </hi><hi rend="CharOverride-2">lviii-lx</hi><hi>. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-006-backlink">30</ref></hi> <hi>Per l</hi><hi>’identificazione di ‘Umm al-Barīǧāt (o el-Baragat) con Touton, </hi><hi>in cui anche le somiglianze stilistiche tra le miniature dei </hi><hi>codici di Ḥāmūlī e gli affreschi cristiani portati alla luce</hi><hi> dagli scavi compiuti ad ‘Umm al-Barīǧāt hanno giocato </hi><hi>un ruolo, si veda </hi><hi rend="CharOverride-7">Walters</hi><hi> 1989. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-005-backlink">31</ref></hi> <hi>Sul ruolo di </hi><hi>Touton si vedano </hi><hi rend="CharOverride-7">Depuydt</hi><hi> 1993, pp. </hi><hi rend="CharOverride-2">cxii-cxvi</hi><hi>; </hi><hi rend="CharOverride-7">Emmel</hi><hi> 2005 e</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-7">Nakano</hi><hi> 2006, oltre a </hi><hi rend="italic">CE</hi><hi>,</hi><hi rend="italic"> s.v. Tuṭūn</hi><hi>, a</hi><hi> cura di René-Georges Coquin.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-004-backlink">32</ref></hi> <hi>Resta tuttavia isolata l’opinione </hi><hi>di Coquin (</hi><hi rend="italic">CE</hi><hi>, </hi><hi rend="italic">s</hi><hi>.</hi><hi rend="italic">v</hi><hi>. </hi><hi rend="italic">Tuṭūn</hi>), secondo il quale è più probabile che «the scriptoria of Tuṭūn were small family workshops or those of individual copyists».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-003-backlink">33</ref></hi> <hi>Si è notato che la località di Touton è citata</hi><hi> nei codici di Ḥāmūlī dall’860/861 al 913/914 e </hi><hi>successivamente in cinque colofoni di codici provenienti dal Monastero Bianco, </hi><hi>l’ultimo dei quali del 940 circa. Dal momento che </hi><hi>non vi è sovrapposizione tra le committenze di Ḥāmūlī e</hi><hi> quelle del Monastero Bianco (che, secondo la convincente ricostruzione di</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-7">Nakano</hi><hi> 2006, pp. 154-156, proseguirono ben oltre il 940), abbiamo</hi><hi> ragione di credere che con la rapida decadenza del Monastero</hi><hi> di San Michele, il quale forse non sopravvisse a causa</hi><hi> delle scorribande arabe, i copisti di Touton dovettero cercarsi, per</hi><hi> così dire, altri clienti, altri monasteri interessati ai loro codici,</hi><hi> anche molto distanti: Akhmim dista più di 300 km dal</hi><hi> Fayyum. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-002-backlink">34</ref></hi> <hi>Sulla storia di queste acquisizioni, si veda </hi><hi rend="CharOverride-7">Layton</hi><hi> 1987, pp. </hi><hi rend="CharOverride-7">XXVII-XXX. </hi><hi>Ulteriori informazioni si possono leggere nel resoconto</hi><hi> pubblicato da uno dei personaggi coinvolti nell’acquisto, l’americano</hi><hi> Robert de Rustafjaell. Egli, tra le altre cose, riportò una</hi><hi> dettagliata descrizione del presunto luogo di ritrovamento dei codici seguendo</hi><hi> i racconti di un informatore da lui stesso pagato, circostanza</hi><hi> quest’ultima che getta ombre sull’affidabilità delle notizie raccolte.</hi><hi> Per chiunque voglia avvicinarsi ai codici di Edfu, </hi><hi rend="CharOverride-7">de Rustajaell</hi><hi> 1909 resta comunque una lettura obbligata. Sulle collezioni del British</hi><hi> Museum si rimanda a </hi><hi rend="CharOverride-7">O’Connell</hi><hi> 2019, in particolare pp.</hi><hi> 74-75. Una descrizione generale dei codici di Edfu può leggersi</hi><hi> in </hi><hi rend="CharOverride-7">O’Connell</hi><hi> 2018, p. 95.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-001-backlink">35</ref></hi> <hi>In realtà, in </hi><hi>almeno due casi sono menzionati, nei colofoni, toponimi collocati molto </hi><hi>più lontano, nel Fayyum, ma probabilmente questi due codici non </hi><hi>hanno molto a che vedere con l’originaria collezione di </hi><hi>Edfu; si veda </hi><hi rend="CharOverride-7">Layton</hi><hi> 1987, pp. </hi><hi rend="CharOverride-7">XXVII-XXVIII</hi><hi>. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-000-backlink">36</ref></hi> <hi>L’ipotesi è discussa in </hi><hi rend="CharOverride-7">van der Vliet</hi><hi> 2015.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Luca De Curtis, University of Naples L’Orientale, Italy, luca.decurtis@unior.it, <ref target="https://orcid.org/0009-0004-8735-3550">0009-0004-8735-3550</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Luca De Curtis, <hi rend="italic">Il </hi>corpus<hi rend="italic"> dei manoscritti bilingui greco-copti</hi>, © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.07">10.36253/979-12-215-0960-1.07</ref>, in Luca De Curtis, <hi rend="CharOverride-8">Libri greci e greco-copti nel monachesimo egiziano</hi>, pp. -105, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0960-1, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1">10.36253/979-12-215-0960-1</ref></p><p rend="editorial_metadata_references">Book References DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.references">10.36253/979-12-215-0960-1.references</ref></p></div>
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