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        <title type="main" level="a">I codici miscellanei</title>
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            <forename>Luca</forename>
            <surname>De Curtis</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Libri greci e greco-copti nel monachesimo egiziano</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0960-1</idno>) by </resp>
          <name>Luca De Curtis</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.08</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>The chapter analyses, from a palaeographical and codicological perspective, fragments of miscellaneous codices that, among other contents, transmit the same text in Greek and Coptic, with particular attention to their modes of production and use.</p>
      </abstract>
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            <item>Miscellaneuos codices</item>
            <item>Papyrus codices</item>
            <item>Greek-Coptic manuscripts</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.08<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.08" /></p>
<div><head>VI.</head></div><div><head>I codici miscellanei</head><p rend="text">I più antichi codici che presentano testi bilingui greco-copti sono codici miscellanei<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-085">1</ref></hi></hi>. Non è un caso: è proprio la strutturale duttilità e apertura a diverse soluzioni contenutistiche di questa tipologia codicologica che deve aver favorito, soprattutto in un contesto culturalmente magmatico come fu l’Egitto tardoantico<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-084">2</ref></hi></hi>, la confluenza non solo di opere diverse, come è ovvio che avvenga nei codici miscellanei, ma anche in <hi rend="italic">lingue</hi> diverse<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-083">3</ref></hi></hi>. D’altra parte, è stato acutamente notato come, almeno in una prima fase, il codice miscellaneo greco (e copto) «si connoti come un prodotto “marginale”»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-082">4</ref></hi></hi>, soprattutto rispetto agli ambiti di produzione tradizionali, e quindi non imbrigliato in strutture definite e standardizzate, ma al contrario fluido e in grado di adattarsi alle esigenze che di volta in volta si pongono. </p><p rend="text">Non bisogna pensare però a codici interamente bilingui. I due manoscritti che saranno analizzati analiticamente, infatti, presentano una situazione piuttosto variegata: si possono trovare testi in copto, come il <hi rend="italic">Cantico dei</hi> <hi rend="italic">Cantici</hi> e le <hi rend="italic">Lamentazioni</hi> del Pap. bil. 1 di Amburgo <hi rend="CharOverride-2">[12]</hi> o la <hi rend="italic">Prima lettera di Clemente</hi> del P.Copt. 362 + 375 -379 + 381 + 382 + 384 di Strasburgo <hi rend="CharOverride-2">[40]</hi>, testi esclusivamente in greco, come gli <hi rend="italic">Acta Pauli</hi> ancora del Pap. bil. 1, oppure testi copiati prima in greco e poi in copto. In quest’ultimo caso, può accadere che all’intero testo in greco segua la sua traduzione copta, come accade per l’<hi rend="italic">Ecclesiaste</hi> del Pap. bil. 1, oppure la trascrizione può avvenire per pericopi che alternano greco e copto (è il caso dei brani giovannei del papiro di Strasburgo <hi rend="CharOverride-2">[40]</hi>, anche se, come si vedrà, la situazione è più complessa). È importante comunque sottolineare che in questi primi esperimenti non è attestata una <hi rend="italic">mise en page</hi> che permetta la fruizione simultanea del greco e della sua traduzione in copto su pagine affrontate o su colonne della stessa pagina, <hi rend="italic">layout </hi>che invece sarà molto diffuso e quasi standard nei secoli seguenti, specialmente per i <hi rend="italic">Tetravangeli</hi> e i <hi rend="italic">Salteri</hi>. Dopotutto, produrre un libro con testo a fronte richiede un’attenta pianificazione del lavoro, che è al di fuori dell’orizzonte delle piccole comunità monastiche a cui questi primi esperimenti bilingui sembrano ricondursi. Di certo, non si deve pensare a vere e proprie officine di produzione, ben attestate per l’epoca tardoantica<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-081">5</ref></hi></hi>, in cui diverse maestranze collaborano alla realizzazione di codici destinati al mercato o, più spesso, richiesti da facoltose committenze aristocratiche.</p><p rend="text">Per tornare ai contenuti, le modalità di selezione dei testi e delle lingue in cui i testi sono scritti, benché non siano casuali, non sono definibili <hi rend="italic">a priori</hi>. Andrà piuttosto di volta in volta indagato il contesto specifico in cui il singolo manoscritto è stato confezionato, poiché da esso dipende la disponibilità degli antigrafi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-080">6</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">In ogni caso, si tratta di codici privi di pretese estetiche, vergati da mani più o meno abili, ma sempre informali, su papiro di scarsa qualità. Codici che rispondono ad esigenze, specificamente liturgiche o più generalmente spirituali, del singolo o della piccola comunità di cui fa parte. Codici prodotti, quindi, dagli stessi individui da cui sono utilizzati. Il codice miscellaneo rispondeva molto bene alle necessità pratiche di queste piccole comunità monastiche, in quanto contenitore di testi che erano insieme strumenti di ascesi ed espressione di una comune esperienza di fede, e che in tal modo potevano con facilità essere fruiti all’interno del gruppo o anche fatti circolare fra diverse comunità. In altre parole, questi codici miscellanei possono essere considerati a pieno titolo «biblioteche senza biblioteche»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-079">7</ref></hi></hi>, secondo la felice espressione di Armando Petrucci.</p><p rend="text">In particolare, il Pap. bil. 1 di Amburgo <hi rend="CharOverride-2">[12] </hi>[tav. IV], con le sue due o, più verosimilmente, tre mani che contribuiscono alla trascrizione dei testi biblici o apocrifi che lo compongono, si configura come prodotto di una pratica di scrittura ‘collettiva’ in cui «gli scribi che si alternano nella trascrizione di un testo lo fanno all’interno e per la comunità cui appartengono, in uno spirito che è comunitario perché cementato dalla fede»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-078">8</ref></hi></hi>, pratica che è stata riconosciuta in alcuni prodotti librari, non a caso miscellanei, fortemente indiziati di essere legati a comunità monastiche greco-copte della <hi rend="italic">chora</hi> egiziana<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-077">9</ref></hi></hi>. Al contrario, il papiro di Strasburgo <hi rend="CharOverride-2">[40]</hi>, vergato da una sola mano, sembra rispondere alle esigenze (e alle preferenze) spirituali di un singolo individuo, che con ogni probabilità ha allestito da sé il libro che desiderava.</p><p rend="text">Accanto ai due codici propriamente miscellanei, sarà analizzato in questa sezione anche P.Osl. inv. 1661 <hi rend="CharOverride-2">[27]</hi>, codice di piccolo formato che condivide con essi il carattere dimesso (papiro di qualità medio bassa, mano informale, assenza di ornamentazione) e la modalità di produzione finalizzata ad una fruizione del tutto personale.</p><div><head>1. Il Pap. bil. 1 di Amburgo</head><p rend="text">Il <hi rend="italic">Papyrus bilinguis</hi> 1<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-076">10</ref></hi></hi> di Amburgo <hi rend="CharOverride-2">[12]</hi> [tav. IV] è un frammento di codice papiraceo contenente, oltre alla versione greca degli <hi rend="italic">Acta Pauli</hi>, testi veterotestamentari, ora in greco ora in copto, di grande interesse. Fu acquistato nel 1927 per la Staat- und Universitätsbibliothek, dove tuttora si conserva<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-075">11</ref></hi></hi>, da un mercante di antichità nel Fayyum. Nonostante rimanga ignoto il preciso luogo di ritrovamento, ci sono pochi dubbi sulla localizzazione del codice proprio nell’Oasi del Fayyum. Le traduzioni copte sono infatti scritte in una particolare varietà di dialetto fayyumico, indicato con la sigla <hi rend="italic">F7</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-074">12</ref></hi></hi>, utilizzato esclusivamente in quest’area<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-073">13</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Dell’originario codice papiraceo sopravvivono 28 fogli che permettono di ricostruire quattro fascicoli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-072">14</ref></hi></hi>, strutturati così come mostrato dalla fig. 1.</p><p><graphic url="xml_08-web-resources/image/Fig.1.1.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p><graphic url="xml_08-web-resources/image/Fig.1.3.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p><graphic url="xml_08-web-resources/image/Fig.1.4.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p><graphic url="xml_08-web-resources/image/Fig.1.2.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure"><hi rend="CharOverride-3">[</hi>fig.<hi rend="CharOverride-3"> 1] </hi></p><p rend="text">Come si evince dagli schemi, si tratta essenzialmente di quattro quaternioni. Il primo fascicolo ha perso i primi due bifogli, mentre del quarto sono caduti gli ultimi due fogli. Al fasc. 2 il copista, per completare la trascrizione delle <hi rend="italic">Lamentazioni</hi>, ha dovuto aggiungere, come si vedrà, due fogli sciolti. Il terzo fascicolo, un quaternione regolare, è interamente conservato. Il codice, o almeno i quattro fascicoli superstiti, è confezionato in modo tale che ad apertura di fascicolo si fronteggino lato perfibrale a destra e lato transfibrale a sinistra fino al centro del fascicolo, superato il quale le posizioni naturalmente si invertono. La qualità del materiale è, tutto sommato, scarsa: in diversi punti il papiro è talmente imperfetto che il copista ha preferito lasciare degli spazi bianchi piuttosto che scrivervi sopra, mentre alcuni fogli sembrano almeno in parte palinsesti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-071">15</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">I singoli fogli misurano circa mm 260 × 200 e accolgono uno specchio scrittorio di circa mm 220 di altezza, mentre la larghezza oscilla tra mm 170 e mm 155. È stato notato che, in generale, la scrittura copta ha un modulo maggiore rispetto a quella greca, il che porta, nella parte copta, ad un minor numero di righe per pagina (in media 32, contro le 35 della parte greca); tuttavia il numero di righe può variare anche di molto. In entrambi i casi, la scrittura si dispone lungo tutta la larghezza della pagina. Non si conserva una paginazione continua e non sono presenti segnature di fascicolo. Le uniche cifre che si leggono sono <hi rend="CharOverride-4">ⲏ</hi> al centro del margine superiore del f. 25v e <hi rend="CharOverride-4">ⲓⲇ</hi> nell’angolo superiore esterno del f. 28r, forse ad indicare l’ottava e la quattordicesima pagina della versione copta dell’<hi rend="italic">Ecclesiaste</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-070">16</ref></hi></hi>. Si noti però che nel secondo caso il copista ha commesso un errore, giacché la quattordicesima facciata non corrisponde al <hi rend="italic">recto</hi>, ma al <hi rend="italic">verso</hi> del f. 28. A meno di non voler pensare che la cifra si riferisca al quattordicesimo foglio dei fascc. 3-4, immaginando per essi una paginazione continua<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-069">17</ref></hi></hi>. Tra l’altro, la diversa posizione delle due cifre sulla pagina farebbe pensare a numerazioni diverse. Si tornerà più avanti su questo particolare. </p><p rend="text">Nelle 56 pagine superstiti trovano spazio quattro testi: la versione greca degli <hi rend="italic">Acta</hi><hi rend="italic"> Pauli</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-068">18</ref></hi></hi> (ff. 1r-6r), mutila nella parte iniziale; la traduzione copta del <hi rend="italic">Cantico dei Cantici</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-067">19</ref></hi></hi> (ff. 6v-9v) e delle <hi rend="italic">Lamentazioni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-066">20</ref></hi></hi> (ff. 10r-14v); la versione greca dell’<hi rend="italic">Ecclesiaste</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-065">21</ref></hi></hi> (ff. 15r-21v) seguito dalla traduzione copta<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-064">22</ref></hi></hi> (ff. 22r-28v), quest’ultima priva della parte conclusiva. Si noti l’attenzione posta dal copista nel far coincidere, per quanto possibile, la fine del testo con la fine della pagina. In tutti i casi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-063">23</ref></hi></hi>, la trascrizione si conclude senza lasciare <hi rend="italic">agrapha</hi> significativi. In questo modo viene sfruttato al massimo il materiale scrittorio, pur facendo iniziare ogni testo su una nuova pagina. Dal momento che è conosciuta l’estensione degli <hi rend="italic">Acta Pauli</hi>, dobbiamo immaginare almeno altri tre quaternioni posti prima del fasc. 1, che potessero ospitare il testo mancante<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-062">24</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Sul <hi rend="italic">verso</hi> del f. 6, rimasto bianco dopo la conclusione degli <hi rend="italic">Acta Pauli</hi>, il copista ha iniziato la trascrizione della traduzione copta del <hi rend="italic">Cantico </hi><hi rend="italic">dei Cantici</hi>, seguita da quella delle <hi rend="italic">Lamentazioni</hi>. Nel corso della copia, resosi conto che i tre fogli del fascicolo rimasti bianchi non sarebbero bastati a contenere l’intero testo delle <hi rend="italic">Lamentazioni</hi> ha aggiunto altri due fogli sciolti. Lo stato di conservazione non permette di precisare il modo in cui vennero uniti al fascicolo. Su altri due fascicoli, entrambi quaternioni regolari, venne compiuta la trascrizione delle due versioni dell’<hi rend="italic">Ecclesiaste</hi>. Secondo i calcoli effettuati dagli editori, la traduzione copta doveva concludersi sul <hi rend="italic">verso</hi> del foglio posto dopo l’attuale f. 28<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-061">25</ref></hi></hi>. Rimane così bianco l’ultimo foglio del fascicolo, forse concepito come una sorta di <hi rend="italic">Schmutzblatt</hi>, con il titolo <hi rend="CharOverride-4">ⲉⲕⲕⲗⲏⲥⲓⲁⲥⲧⲏⲥ</hi> al centro del <hi rend="italic">recto</hi> e il <hi rend="italic">verso</hi> lasciato bianco. Ipotizzando che le quattro opere testimoniate siano effettivamente tutto ciò che in origine il codice papiraceo conteneva, esso doveva essere composto da almeno 7 quaternioni, per un totale di 56 fogli (più i due fogli sciolti aggiunti al fasc. 2). Tuttavia, nessun elemento permette di escludere la possibilità che qualche altro testo precedesse gli <hi rend="italic">Acta Pauli</hi> o seguisse la versione copta dell’<hi rend="italic">Ecclesiaste</hi>. </p><p rend="text">Uno schema può aiutare a mettere a fuoco il modo in cui questi quattro testi si ripartiscono nei fascicoli.</p><p rend="text">La doppia linea nella tabella segnala la presenza di uno snodo, vale a dire un punto nella struttura fascicolare in cui la fine di un fascicolo (o di un gruppo di fascicoli) coincide con la fine di un testo (o di un gruppo di testi). Lo snodo individua pertanto due blocchi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-060">26</ref></hi></hi>. Se questa coincidenza viene accompagnata da anomalie nella consistenza dell’ultimo fascicolo, come avviene in questo caso, è molto probabile che la trascrizione dovesse terminare con l’ultimo testo copiato prima dello snodo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-059">27</ref></hi></hi>. Nel papiro bilingue, i due fogli aggiunti per completare la copia delle <hi rend="italic">Lamentazioni</hi> permettono di ipotizzare due scenari diversi. Nel primo, i copisti hanno lavorato parallelamente ai due blocchi (che quindi dovevano costituire un progetto unitario sin dall’inizio), e, nel momento in cui il copista che stava trascrivendo le <hi rend="italic">Lamentazioni</hi> si è accorto che, per terminarle, erano necessari altri due fogli, il fasc. 3 si trovava già occupato dalla scrittura. Nel secondo, le pagine del fasc. 2 rimaste bianche alla fine degli <hi rend="italic">Acta Pauli</hi>, invece di essere rifilate, hanno costituito l’occasione per la trascrizione dei due testi copti, che tuttavia hanno necessitato di altri due fogli posti alla fine del fascicolo. Le due versioni dell’<hi rend="italic">Ecclesiaste</hi>, non essendo contemplate nel progetto originario, sarebbero state aggiunte in un secondo momento.</p><table rend="Nessuno-stile-tabella TableOverride-1" xml:id="table001">
				<!--<colgroup>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-1">--><!--</col>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-2">--><!--</col>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-3">--><!--</col>-->
				<!--</colgroup>-->
				
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-4">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line CellOverride-1 _idGenCellOverride-1">
							<p rend="table">fascc. 1-2</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line CellOverride-1">
							<p rend="table">ff. 1r-6r</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line CellOverride-1">
							<p rend="table"><hi rend="italic">Acta Pauli</hi> [acefalo] (gr.)</p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-4">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line CellOverride-1">
							<p rend="table">ff. 6v-9v</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line CellOverride-1">
							<p rend="table"><hi rend="italic">Cantico</hi><hi rend="italic"> dei Cantici </hi>(copt.)</p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-4">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line CellOverride-2">
							<p rend="table">ff. 10r-14v</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line CellOverride-2">
							<p rend="table"><hi rend="italic">Lamentazioni </hi>(copt.)</p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-4">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line CellOverride-3">
							<p rend="table">fascc. 3-4</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line CellOverride-3">
							<p rend="table">ff. 15r-21v</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line CellOverride-3">
							<p rend="table"><hi rend="italic">Ecclesiaste</hi> (gr.)</p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-4">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line CellOverride-1">
							<p rend="table">ff. 22r-28v</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line CellOverride-1">
							<p rend="table"><hi rend="italic">Ecclesiaste</hi> (copt.) [mutilo]</p>
						</cell>
					</row>
				
			</table><p rend="text">Quale delle due ricostruzioni sia la più verosimile è difficile da dire. Tuttavia, la presenza, già segnalata, di due cifre sui fogli del secondo blocco potrebbe orientare in una direzione ben precisa. Se veramente <hi rend="CharOverride-4">ⲏ</hi> (f. 25v) indica l’ottava pagina della versione copta dell’<hi rend="italic">Ecclesiaste</hi> e <hi rend="CharOverride-4">ⲓⲇ</hi> (f. 28r) il quattordicesimo foglio del blocco composto dai fascc. 3-4, ciò suggerisce che le due versioni dell’<hi rend="italic">Ecclesiaste</hi>, che magari non circolarono mai autonomamente nel concreto, non furono però pensate sin dall’origine per far parte, assieme al primo blocco, di un unico codice miscellaneo. Quanto agli antigrafi, posto che lo snodo già di per sé suggerisce un cambio di modello<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-058">28</ref></hi></hi>, l’ipotesi più economica ne prevede tre: uno per gli <hi rend="italic">Acta Pauli</hi>, uno per le versioni copte di <hi rend="italic">Cantico</hi> e <hi rend="italic">Lamentazioni</hi> e un terzo per l’<hi rend="italic">Ecclesiaste</hi> nelle due lingue. È difficile pensare che il sorprendente accostamento tra <hi rend="italic">Acta Pauli</hi>, <hi rend="italic">Cantico</hi> e <hi rend="italic">Lamentazioni</hi> fosse già nel modello, mentre è verosimile che per completare le pagine rimaste vuote il copista si sia servito di un manoscritto che conteneva testi poetici biblici in copto. Infine, per quanto riguarda l’<hi rend="italic">Ecclesiaste</hi>, la presenza del titolo in corrispondenza dell’inizio della versione copta, unica occorrenza di un titolo in questa posizione all’interno di quanto sopravvive del codice, potrebbe anche far pensare ad un modello diverso rispetto a quello della versione greca. Ma il fatto che i due testi si susseguono senza soluzione di continuità orienta con più forza verso l’ipotesi di un unico antigrafo, sostenuta anche su base testuale: gli editori, infatti, notano che «beide Texte aus Vorlagen abgeschrieben sind, in denen schon die betreffenden Sätze ausgelassen waren»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-057">29</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">A giudizio degli editori si individuano con facilità due mani<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-056">30</ref></hi></hi>, la prima responsabile della trascrizione dei primi due fascicoli, la seconda del terzo e del quarto fino al f. 24v. Sul f. 25r la trascrizione viene continuata, fino alla fine, dalla prima mano (o da una terza mano molto simile alla prima). Entrambe le mani, dunque, copiano sia in greco che in copto. Diverse sono le peculiarità che permettono di distinguerle. La prima mano [tav. IVa] è caratterizzata da una scrittura dal tracciato angoloso e spezzato in cui le lettere, lievemente inclinate a destra, sono ben separate le une dalle altre. Solo <hi rend="italic">alpha</hi>, <hi rend="italic">my</hi> e <hi rend="italic">omega</hi> presentano occhiellature. <hi rend="italic">Epsilon</hi>, in tre tempi, e <hi rend="italic">sigma</hi>, in due, in entrambi i casi con la curva inferiore ridotta ad un piccolo uncino, sono di modulo più stretto rispetto a lettere come <hi rend="italic">delta</hi>, <hi rend="italic">my</hi>, <hi rend="italic">ny</hi>, <hi rend="italic">chi</hi>, <hi rend="italic">omega</hi>; ma il contrasto modulare non è costante. <hi rend="italic">Alpha</hi> è realizzato ora in tre tempi, con tracciato molto spezzato a formare angoli acuti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-055">31</ref></hi></hi>, ora, al contrario, addirittura in un solo tempo, con tracciato occhiellato. La seconda mano [tav. IVb] invece è più corsiva e legata, ed è caratterizzata da tracciati più morbidi e occhiellati. Lettere come <hi rend="italic">epsilon</hi>, <hi rend="italic">sigma</hi> e <hi rend="italic">theta</hi> possono essere iscritte in un modulo pressoché quadrato, annullando il contrasto modulare tipico della prima mano. <hi rend="italic">Alpha</hi> viene realizzato quasi sempre in un unico movimento, comunque mai con esiti angolosi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-054">32</ref></hi></hi>. Oltre che per i tratteggi di <hi rend="italic">alpha</hi> ed <hi rend="italic">epsilon</hi> e per il tracciato, le due mani si distinguono per l’uso parsimonioso (prima mano) o più generoso (seconda mano) di segni paragrafematici e diacritici nel testo greco. </p><p rend="text">Dopo aver descritto le due mani, è bene soffermarsi sulle ultime pagine superstiti, ff. 25r-28v, in cui secondo gli editori «nimmt die 1. oder eine ihr sehr ähnliche Hand die Schrift wieder auf bis zum Ende des erhalteen koptischen Teils»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-053">33</ref></hi></hi>. Ora, la scrittura di questi fogli finali [tav. IVc] è caratterizzata dalla spezzatura del tracciato, dalla lieve inclinazione a destra e dall’alternanza di modulo che si riscontra anche nella prima mano, nonché da una maggiore incidenza di <hi rend="italic">alpha</hi> in tre o due tempi, con il primo e il secondo tratto a formare angoli acuti. Tuttavia, la forma di altre lettere punta in un’altra direzione: <hi rend="italic">beta</hi> ha il tratto curvo inferiore più grande di quello superiore, caratteristica che non si osserva nei <hi rend="italic">beta</hi> di prima mano; le traverse di <hi rend="italic">pi</hi> e <hi rend="italic">tau</hi> sono più sinuose e meno rigide. Le differenze più importanti si osservano nelle lettere propriamente copte: il tratto finale di <hi rend="italic">shai</hi> è costituito da uno svolazzo vergato senza alzare il calamo, mentre negli <hi rend="italic">shai</hi> di prima mano corre parallelamente al rigo di base al di sotto della lettera, ed è formato da due tratti aggiunti ad un <hi rend="italic">omega</hi>; <hi rend="italic">fai</hi>, realizzato in un solo tempo, ha l’occhiello aperto, mentre la prima mano tende a chiuderlo; infine <hi rend="italic">hori</hi>, che la prima mano realizza generalmente a forma di 2, è composto da due morbide curve. Ci sono dunque gli estremi per parlare di una terza mano, che non si distanzia molto dalla prima (anzi, potremmo forse pensare che i due copisti avessero ricevuto un’educazione grafica nello stesso contesto o che l’uno fosse discepolo dell’altro), ma comunque riconoscibile per specifiche idiosincrasie. Che si possa trattare di livelli esecutivi diversi della stessa mano, più inesperta e rigida nei ff. 1r-14v, più sciolta nei ff. 25r-28v, appare escluso: non si registra infatti nella prima parte alcun tipo di evoluzione nel senso di una maggiore fluidità dei tracciati, fluidità che comunque non spiegherebbe le differenze morfologiche delle lettere.</p><p rend="text">In ogni caso, si tratta di tre mani abbastanza informali, che non aspirano a risultati estetici di alta qualità. La loro preoccupazione principale, come si è detto, è quella di sfruttare quanto più possibile la pagina, riducendo l’interlinea e il modulo, senza però che le lettere si affastellino le une sulle altre, salvaguardando in tal modo la chiarezza e la leggibilità. Ciò è particolarmente evidente ai ff. 10r-14v con le <hi rend="italic">Lamentazioni</hi>. Di questi cinque poemi, i primi quattro sono alfabetici. Per evidenziarne l’articolazione interna, il copista non solo ha separato tra loro le strofe con una <hi rend="italic">paragraphos</hi>, ma ha anche ingrandito il nome della lettera ebraica che identifica rispettivamente ciascuna sezione. È certo possibile che il copista abbia riprodotto il testo e la sua articolazione interna così come lo leggeva nell’antigrafo che aveva davanti agli occhi. E tuttavia è significativo che abbia deciso di mantenere questi espedienti grafici<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-052">34</ref></hi></hi> che aiutavano ad orientarsi nel testo il lettore che, come il nostro copista, poteva non avere troppa dimestichezza con il copto.</p><p rend="text">Rispetto agli <hi rend="italic">Acta Pauli</hi>, infatti, il <hi rend="italic">Cantico dei </hi><hi rend="italic">Cantici</hi> e le <hi rend="italic">Lamentazioni</hi> presentano lettere di formato più grande, ed una maggiore difficoltà nel mantenere l’allineamento della scrittura, benché si tratti della stessa mano. Questa circostanza è stata spiegata con la minor familiarità del copista con il copto rispetto al greco, familiarità che acquisisce nel corso della copia, tanto che dalle forme incerte e stentate di <hi rend="italic">shai</hi>, <hi rend="italic">fai</hi>, <hi rend="italic">hori</hi> e <hi rend="italic">giangia</hi> del <hi rend="italic">Cantico</hi> si passa ad una scrittura più sicura e precisa nelle <hi rend="italic">Lamentazioni</hi>. Anche l’ortografia appare in diversi punti compromessa al punto da non essere più comprensibile. Più sciolta appare invece la seconda mano, anche se non mancano alcune incertezze nel vergare le solite lettere estranee all’alfabeto greco, soprattutto <hi rend="italic">shai</hi> e <hi rend="italic">giangia</hi>. Parallelamente, si osserva una maggiore sicurezza nelle parti greche, abbastanza corrette dal punto di vista ortografico e grammaticale e più ordinate dal punto di vista grafico, senza troppe difficoltà nell’allineamento<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-051">35</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In assenza di qualsiasi indicazione circa il contesto archeologico, le proposte di datazione non possono che basarsi sull’analisi paleografica. Sono stati avanzati diversi confronti tra le mani del papiro bilingue di Amburgo e quelle di altri celebri codici<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-050">36</ref></hi></hi>, come il P.Beatty I + P.Vindob. G 31974<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-049">37</ref></hi></hi> con i quattro <hi rend="italic">Vangeli</hi> e gli <hi rend="italic">Atti</hi>, il papiro menandreo P.Bodm. IV<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-048">38</ref></hi></hi> con il <hi rend="italic">Dyskolos</hi>, P.Oxy. XXVII 2458<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-047">39</ref></hi></hi> che conserva un frammento del <hi rend="italic">Cresphontes</hi> di Euripide, P.Oxy. XXXIII 2656<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-046">40</ref></hi></hi> ancora un papiro menandreo, questa volta con il <hi rend="italic">Misoumenos</hi>. Ciò che accomuna tutte queste mani sono l’inclinazione a destra, il tracciato spezzato, la tendenza a rispettare la struttura bilineare, <hi rend="italic">alpha</hi> in due tempi o eseguito con un solo movimento, <hi rend="italic">my</hi> con secondo e terzo tratto fusi in un’unica curva, tutte caratteristiche che in definitiva si richiamano allo ‘stile severo’<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-045">41</ref></hi></hi>. Tuttavia, i livelli di esecuzione sono molto diversi: mentre il Pap. 1 della Chester Beatty Library esibisce una mano che tende alla formalità, molto abile nel mantenere costante l’inclinazione e coerente nel tratteggio delle singole lettere e nel contrasto modulare<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-044">42</ref></hi></hi>, P.Oxy. XXVII 2458 e P.Oxy. XXXIII 2656 si pongono ad un livello medio di esecuzione, essendo vergati in scritture dal <hi rend="italic">ductus</hi> veloce ma abbastanza regolari e praticamente prive di legature. La mano ricca di legature di P.Bodm. IV, menzionata da Guglielmo Cavallo e Herwig Maehler nel novero di quelle «informal, semi-cursive hands closely related to documentary hands»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-043">43</ref></hi></hi> si pone infine al fondo di questa ipotetica scala. I due copisti del papiro bilingue di Amburgo sono da collocare, come si è detto, tra le mani informali<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-042">44</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Tutte le scritture sopra menzionate sono state riferite dagli studiosi ad un periodo compreso tra la seconda metà del III secolo (P.Beatty II + P.Vindob. G 31974, P.Oxy. XXVII 2458) e il IV secolo (P.Bodm. IV, P.Oxy. XXXIII 2656). Sulla base di questi confronti, gli editori Diebner e Kasser sembrano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-041">45</ref></hi></hi> riferire le due mani del Pap. bil. 1 alla prima metà del IV secolo. Tale datazione appare in linea con il dato codicologico: codici composti interamente da quaternioni, almeno allo stato attuale delle nostre conoscenze, non sembrano comparire prima del IV sec<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-040">46</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Com’è stato interpretato tutto questo? Considerati la volontà di sfruttare al massimo la pagina; la qualità abbastanza scadente del papiro (forse almeno in alcune parti palinsesto, come si è detto); il livello esecutivo dei copisti, che non hanno troppe pretese formali; la tipologia dei testi presenti (gli <hi rend="italic">Acta Pauli</hi> sono un testo narrativo, <hi rend="italic">Cantico</hi> e <hi rend="italic">Lamentazioni</hi> sono poemi mentre l’<hi rend="italic">Ecclesiaste</hi> è un’opera sapienziale), presentati in una combinazione assolutamente unica; ebbene, tutti questi aspetti contribuiscono all’immagine di un codice allestito per la devozione e l’edificazione personale da alcuni monaci, quasi certamente grecofoni, i quali però vivono in una comunità per lo più copta<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-039">47</ref></hi></hi>. Il libro non veniva utilizzato nelle funzioni liturgiche o per la preghiera comunitaria, ma rifletteva gli interessi personali dei copisti, che trascrivevano per l’utilità spirituale loro e dei propri confratelli egiziani<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-038">48</ref></hi></hi>. <hi>Si veda a questo </hi><hi>proposito quanto afferma Turner, che sottolinea </hi></p><quote rend="quotation_b ParaOverride-2"><hi>the suspicion that the</hi><hi> scribes did not care to waste writing material and would</hi><hi> wish to fill any free pages lest over at the</hi><hi> end of a codex. Even if the matter chosen as</hi><hi> filling was too long, in a quire of multiple gatherings</hi><hi> additional gatherings could be added if requires</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-037">49</ref></hi></hi><hi>. </hi></quote><p rend="text">Forse, più che alla volontà di risparmiare materiale scrittorio sfruttando ogni spazio disponibile (si tratta di carta di papiro dopo tutto, e non della ben più preziosa e costosa pergamena), l’aggiunta di altri testi in coda agli <hi rend="italic">Acta Pauli</hi>, i quali sembrano rappresentare il nucleo principale del codice, è dovuta proprio al fatto che l’allestimento del codice risponde a dinamiche soggettive, di devozione personale che potevano comportare anche aggiunte o modifiche estemporanee al progetto originario.</p><p rend="text">L’aspetto che interessa di più in questa sede è però un altro. Come si è avuto modo di notare, i tre scriventi si dividono il lavoro di trascrizione in relazione ai testi: la prima mano termina gli <hi rend="italic">Acta Pauli</hi> in greco (dato che il testo è acefalo, non possiamo sapere se a questo copista fosse stata affidata la copia dell’intera opera o se invece avesse lavorato assieme ad altri) e prosegue con le traduzioni in copto del <hi rend="italic">Cantico</hi> e delle <hi rend="italic">Lamentazioni</hi>; la seconda è responsabile della copia dell’<hi rend="italic">Ecclesiaste</hi>, prima in greco e poi in copto; una terza mano conclude quest’ultima versione. Si vede molto bene come il passaggio da una lingua all’altra non rappresenti un valido motivo per il cambio di mano: i primi due copisti, nonostante le difficoltà oggettive di scrivere in una lingua che non padroneggiano, trascrivono indistintamente tanto il greco quanto il copto. Detto in altre parole, è possibile qui osservare quanto le fonti letterarie affermano, per esempio, per il già ricordato Ieraca di Leontopoli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-036">50</ref></hi></hi>: uno stesso copista poteva copiare tanto il greco che il copto, senza che il cambiamento di lingua implicasse necessariamente un cambio di mano. </p></div><div><head>2. Il codice di Strasburgo P.Copt. 362 + 375-379 + 381 + 382 + 384</head><p rend="text">Un secondo codice miscellaneo, contenente testi sia in greco che in copto, è testimoniato dai frammenti papiracei conservati presso la Bibliothèque Nationale et Universitaire di Strasburgo con la segnatura P.Copt. 362-363 + 365 + 367-369 + 371-385<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-035">51</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-2">[40]</hi>. Essi furono acquistati negli anni Novanta del XIX secolo da Wilhelm Spiegelberg e Richard August Reitzenstein<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-034">52</ref></hi></hi> in Egitto per conto, appunto, dell’Università di Strasburgo. Qualche anno dopo, i frammenti furono affidati a Hugo Ibscher, conservatore e restauratore della Papyrussammlung di Berlino, per l’invetriatura. Anche in questo caso, non si hanno a disposizione notizie certe sul contesto di ritrovamento. Tutte le ipotesi avanzate dagli studiosi, dunque, devono basarsi esclusivamente su indizi interni. </p><p rend="text">I frammenti restituiscono porzioni di 25 fogli, nessuno dei quali completo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-033">53</ref></hi></hi>. Al contrario, la maggior parte di essi presenta estese lacune che spesso interessano pesantemente lo specchio scrittorio e risparmiano solo i margini. Date le pessime condizioni in cui è giunto il codice, fu estremamente difficoltoso per Friedrich Rösch, il primo editore, ricostruire i singoli fogli e la struttura fascicolare. Fortunatamente, la paginazione originaria, collocata nell’angolo superiore esterno, si è per lo più conservata. Dalla sua analisi emerge una lacuna molto estesa che coinvolge le pp. 27-90 (ff. 14-45) e la perdita delle pp. 113-114 (f. 57). Il codice risulta mutilo dopo p. 116 (f. 58), ma non è possibile determinare con precisione quanti fogli siano andati perduti. Le dimensioni del manoscritto, stando ai fogli meglio conservati, erano in origine di almeno mm 280 × 150, mentre lo specchio di scrittura è di circa mm 230 × 100. Ciascuna facciata accoglie un numero di righe che varia dalle 29 alle 35, attestandosi però molto spesso su una media di 31-32 linee.</p><p rend="text">Dato lo stato di conservazione e l’attuale collocazione sotto vetro dei frammenti, è evidente quanto sia arduo tentare di individuare la struttura fascicolare, di fatto non più riconoscibile. Analizzando meticolosamente l’andamento delle fibre di papiro nei singoli frammenti e combinando questi dati con il testo conservato, Rösch<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-032">54</ref></hi></hi> è riuscito a ricostruire il quadro seguente (si vedano le figg. 2 e 3). Essendo solidali i ff. 1/10, 2/9, 3/8, 4/7 e 5/6, il primo fascicolo del codice era costituito da un quinione in cui le fibre di papiro corrono orizzontalmente sul <hi rend="italic">recto</hi> e verticalmente sul <hi rend="italic">verso</hi> di ogni foglio fino al centro del fascicolo, superato il quale l’orientamento si inverte. Il fascicolo è stato, cioè, ottenuto posizionando uno sopra l’altro i bifogli con la facciata transfibrale rivolta verso l’alto. Di conseguenza, ad apertura fascicolo, la regola di Gregory viene rispettata soltanto in corrispondenza del bifoglio centrale.</p><p><graphic url="xml_08-web-resources/image/Fig.2.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">[fig. 2]</p><p rend="text">Con il f. 11 si apriva il secondo fascicolo, di cui sopravvivono i primi tre fogli. Dopo il f. 13 comincia l’ampia lacuna che prosegue fino al f. 46. Anche i ff. 46/47 e 53/54 erano solidali e si collocano al centro dei rispettivi fascicoli. Ora, i 7 fogli che separano il f. 46 e il f. 53 non possono che essere ripartiti tra un quaternione e un ternione. Se si ipotizza, per economia di ragionamento, che il fascicolo con al centro i ff. 46/47 fosse un quaternione e che venisse seguito da un ternione, la situazione sarebbe la seguente:</p><p><graphic url="xml_08-web-resources/image/Fig.3.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">[fig. 3]</p><p rend="text">Come si evince dalla fig. 3, dopo il ternione, un ulteriore fascicolo si apriva con il f. 57, oggi perduto. Sopravvivono invece frammenti del f. 58, il secondo del fascicolo. Anche nei fascc. 6 e 7, i bifogli sono orientati tutti nella stessa direzione, con la conseguenza che soltanto al centro del fascicolo le facciate affrontate presentano lo stesso andamento delle fibre. Tale andamento incoerente viene mantenuto anche nel passaggio da un fascicolo all’altro: nei casi in cui è possibile verificarlo, il <hi rend="italic">verso</hi> dell’ultimo foglio di un fascicolo e il <hi rend="italic">recto</hi> del primo del fascicolo successivo non presentano fibre che corrono nello stesso verso. I 32 fogli che separano il f. 10 e il [f. 43] possono essere agevolmente ripartiti in quattro quaternioni. Ora, se è vero che tale ricostruzione presenta un altissimo grado di incertezza, è altresì innegabile che, in mancanza di ulteriori indizi, essa appare la più economica e lineare. </p><p rend="text">Ricapitolando, il codice si apriva con un quinione (fasc. 1), seguito da cinque quaternioni (fascc. 2-6), di cui sopravvivono soltanto i primi 3 fogli del fasc. 2 e gli ultimi 5 del fasc. 6, e da un ternione (fasc. 7). Infine, si conservano frammenti di un ottavo fascicolo, di cui non è possibile stabilire la consistenza. Non è dato sapere se con il fasc. 8 si concludesse il manoscritto. Se così fosse, non farebbe difficoltà l’ipotesi di un fascicolo di comodo, magari di tre o addirittura di due bifogli. Sulla base di quanto conservato, è probabile che all’interno dei fascicoli (e nel passaggio da un fascicolo all’altro), i bifogli fossero disposti sistematicamente in modo tale che, ad apertura libro, il <hi rend="italic">verso</hi> e il <hi rend="italic">recto</hi> delle due pagine affrontate avessero fibre ordinate in modo alternato, tranne che, ovviamente, in corrispondenza del centro del fascicolo. I fogli riportano, nell’angolo superiore esterno, la paginazione originaria, mentre non si osserva alcuna segnatura di fascicolo.</p><p rend="text">Per quanto riguarda i contenuti, sono stati identificati frammenti di tre opere. Il codice si apriva con una traduzione copto-achmimica della <hi rend="italic">Prima lettera di </hi><hi rend="italic">Clemente ai Corinzi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-031">55</ref></hi></hi>. La sezione conservata (ff. 1-13) corrisponde ai capitoli 2-26.2. Dopo l’ampia lacuna dei ff. 14-45, si individua la versione copto-achmimica della <hi rend="italic">Lettera di Giacomo</hi> (ff. 46r-50r), mutila della parte iniziale (Gc 1, 1-12) ma di cui si conserva, tra semplici linee ornate, il titolo di <hi rend="italic">explicit</hi> [<hi rend="CharOverride-4">ⲧⲉⲡⲓⲥⲧⲟⲗⲏ</hi>] <hi rend="CharOverride-4">ⲛⲓ̈ⲁⲕⲱⲃⲟⲥ</hi>. Infine, gli ultimi fogli conservati (ff. 50v-56 e f. 58) contengono brani, ora in greco ora sempre in achmimico, tratti dai capitoli 10-13 del <hi rend="italic">Vangelo di Giovanni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-030">56</ref></hi></hi>. La distribuzione dei brani non è né omogenea né sistematica: sul f. 50v, senza alcun tipo di elemento grafico a segnalare il cambio di testo, si legge Gv 10, 1-10 in greco seguito, dalla l. 30 del f. 50v, dall’intero Gv 10 in copto; alla l. 9 del f. 52v, torna il greco con Gv 11, 1-8 seguito, nella pagina immediatamente successiva, dal miracolo della resurrezione di Lazzaro (Gv 11, 1-44), nella versione copta; ancora un cambio di lingua si ha alla l. 28 del f. 54v in cui comincia Gv 11, 45-52; con la l. 26 della pagina successiva torna il copto (Gv 11, 45 – 13, 11) che prosegue sino alla fine dei fogli conservati. Non sembra che nel perduto f. 57 avvenisse un ulteriore cambio di lingua: la quantità di testo in lacuna può corrispondere a quella della versione copta di Gv 12, 20-50.</p><p rend="text">Come si vede, le sezioni copte eccedono di gran lunga i rispettivi brani in greco. Non si tratta, dunque, di traduzioni propriamente dette, in cui i testi nelle due lingue si corrispondono, tanto più che greco e copto, alla luce delle varianti che li caratterizzano singolarmente, sembrano far capo a tradizioni testuali diverse<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-029">57</ref></hi></hi>. Non è chiaro quale principio abbia guidato il copista nel selezionare i brani e nel disporli nell’ordine sopra descritto<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-028">58</ref></hi></hi>. È tuttavia verosimile che questa sezione, proprio a motivo della singolarità con cui compaiono i testi nelle due lingue, sia frutto di un’operazione originale del copista medesimo, che forse trascriveva a partire da antigrafi diversi, uno per ciascuna lingua, testimoni di tradizioni testuali non sovrapponibili. Il cambio di idioma è segnalato da un segno di <hi rend="italic">paragraphos</hi> che si allunga con un tratto sinuoso nel margine destro, senza però che le dimesioni dell’interlinea subiscano variazioni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-027">59</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Sulla base della quantità di testo conservato, si può ipotizzare <hi rend="italic">grosso modo</hi> lo spazio originariamente occupato da ciascuna opera<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-026">60</ref></hi></hi>. L’intera <hi rend="italic">Prima lettera di Clemente</hi>, che apriva il codice, doveva essere contenuta in circa 30 fogli, mentre la lacuna che interessa la parte iniziale della <hi rend="italic">Lettera di Giacomo</hi> non è più ampia di un singolo foglio, il perduto f. 45. Stabilire cosa ci fosse nella lacuna ai ff. 31-44 (circa), tra la <hi rend="italic">Prima lettera di </hi><hi rend="italic">Clemente</hi> e la <hi rend="italic">Lettera di Giacomo</hi>, non è facile. Una possibilità è che la <hi rend="italic">Prima lettera di Clemente</hi> fosse seguita dalla seconda lettera a lui attribuita (ma in realtà pseudoepigrafa) esattamente come accade nei due testimoni più importanti del testo greco, il <hi rend="italic">Codex Alexandrinus</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-025">61</ref></hi></hi> e il <hi rend="italic">Codex Hierosolymitanus</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-024">62</ref></hi></hi>. Ma la lacuna è troppo ampia per aver ospitato soltanto la <hi rend="italic">Seconda lettera di Clemente</hi>. </p><p rend="text">Un’altra possibilità, non necessariamente alternativa alla prima, è che nei fogli caduti trovassero spazio altre epistole cattoliche. Dopotutto, la connessione tra queste ultime e le subapostoliche lettere di Clemente è ben nota e attestata<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-023">63</ref></hi></hi> a partire dal II secolo d.C. È sorprendente invece l’accostamento con i capitoli 10-13 del <hi rend="italic">Vangelo di Giovanni</hi>. Per questo motivo il primo editore ha sostenuto che «die paar Kapitel werden vielmehr nur zu dem Zwecke angefügt sein, einige letzte Seiten des Buches auszufüllen»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-022">64</ref></hi></hi>. In altre parole, le pagine rimaste bianche dopo la conclusione della <hi rend="italic">Lettera di</hi><hi rend="italic"> Giacomo</hi>, sarebbero state riempite in modo estemporaneo da brani tratti da <hi rend="italic">Giovanni</hi>, senza un obiettivo specifico.</p><p rend="text">L’ipotesi di Rösch, tuttavia, non convince pienamente. La <hi rend="italic">Lettera di Giacomo</hi> si conclude sul f. 50r, ultimo del fasc. 6, secondo la ricostruzione sopra presentata. Lo spazio rimasto vuoto, dunque, sarebbe stato di una sola facciata, f. 50v. I passi evangelici si estendono per più di 8 fogli e forse in origine per altri ancora, dal momento che il codice è mutilo. Non sembra affatto un’operazione finalizzata allo sfruttamento di accidentali <hi rend="italic">agrapha</hi>. A meno di non voler credere che il copista si sia sentito in dovere di riempire, con il primo testo che aveva a disposizione, più di due fascicoli rimasti inspiegabilmente bianchi e, soprattutto, non più reimpiegabili per il confezionamento di un altro manoscritto, bisogna pensare ad un progetto unitario in cui la presenza dei brani giovannei svolga un proprio ruolo. L’assenza di snodi nella struttura fascicolare non fa che rafforzare questa ipotesi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-021">65</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Se si guarda ai contenuti della miscellanea, un tema sembra emergere su tutti gli altri: quello dell’unità della chiesa. La principale preoccupazione che attraversa la <hi rend="italic">Prima lettera di Clemente</hi> è la ricomposizione di violenti tumulti sorti in seno alla comunità cristiana di Corinto. I dettagli e le motivazioni (organizzative? ecclesiastiche? dottrinali?) delle agitazioni non sono note, anche perché la lettera è l’unica fonte a parlarne, ma è chiaro che l’autore scrive per cercare di ricomporre la comunione e l’unità, indicando il comportamento da seguire sull’esempio di profeti e santi. Anche la <hi rend="italic">Lettera di Giacomo</hi> affronta, tra gli altri, il tema delle discordie interne, in questo caso riguardanti le comunità giudeo-cristiane sparse nel mondo greco-romano, determinate da invidia e gelosia (Gc 4, 1-11). Per quanto riguarda il <hi rend="italic">Vangelo di Giovanni</hi>, il discorso si fa più complesso. I capitoli copiati nella miscellanea sono quelli immediatamente precedenti alla Passione. In particolare, si tratta della presentazione di Cristo come Buon Pastore (Gv 10), del miracolo della resurrezione di Lazzaro con la decisione dei capi dei giudei di uccidere Gesù (Gv 11), dell’ingresso messianico a Gerusalemme (Gv 12) e della lavanda dei piedi. Benché non esistano rapporti diretti di dipendenza tra il <hi rend="italic">Vangelo di Giovanni</hi> e la <hi rend="italic">Prima lettera di Clemente</hi>, la critica<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-020">66</ref></hi></hi> ha da tempo messo in luce la presenza di tematiche e di idee comuni ai due testi. Tra queste, emerge proprio l’immagine del Cristo-pastore che dà la vita per le pecore, centrale in <hi rend="italic">Giovanni</hi>, e la conseguente metafora della chiesa come gregge che trova la propria unità in Cristo. Non è forse un caso che le citazioni giovannee partano proprio da Gv 10, capitolo in cui viene diffusamente sviluppata la tematica del Cristo Buon Pastore e le sue diverse implicazioni. Quanto proposto non va oltre la pura ipotesi di lavoro e andrebbe attentamente vagliato sotto il profilo storico-letterario da studiosi specializzati nella letteratura subapostolica e nella sua tradizione. E tuttavia deve essere ritenuto un dato ormai acquisito il fatto che i brani giovannei non sono un testo avventizio collocato nel codice in funzione riempitiva, ma che, al contrario, rispondono ad una specifica esigenza nell’economia generale della miscellanea.</p><p rend="text">Come si è già accennato, del codice papiraceo non si conosce né il luogo di rinvenimento né, tanto meno, il contesto archeologico, per cui i tentativi di datazione e di collocazione devono basarsi esclusivamente su criteri interni. Un primo elemento di discussione è rappresentato dal particolare tipo di dialetto impiegato nelle traduzioni copte. Esiste un’altra versione copta della <hi rend="italic">Prima lettera di</hi><hi rend="italic"> Clemente</hi>, indipendente da quella alsaziana ma linguisticamente affine, conservata a Berlino<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-019">67</ref></hi></hi> e pubblicata all’inizio del secolo scorso da Carl Schmidt. Il dialetto achmimico esibito dal codice di Berlino, assieme ad altre considerazioni legate alle testimonianze dei mercanti e alle circostanze dell’acquisto, convinsero l’editore a localizzare il manoscritto nel Monastero Bianco, che sorge appunto presso Akhmim (la greca Panopolis). Dal momento che anche le sezioni copte del codice di Strasburgo sono in achmimico, si ha la tentazione di seguire il ragionamento di Schmidt e di collocare anch’esso nella collezione libraria dell’importante cenobio copto. In realtà, il dialetto achmimico, che non conobbe mai una vera e propria standardizzazione, sembra fosse parlato in un’ampia area dell’Alto Egitto (a partire almeno da Assuan), che aveva il suo centro propulsore nella città di Tebe<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-018">68</ref></hi></hi>. Oggi si è molto più cauti nel radicare la localizzazione di un testo semplicemente sulla base della sua <hi rend="italic">facies</hi> linguistica, tanto che un esperto come Tito Orlandi non è affatto convinto che il dialetto achmimico fosse effettivamente parlato presso Akhmim o nello stesso Monastero Bianco. Bisognerebbe spiegare, infatti, come sia stato possibile che la biblioteca centro propulsore della cultura letteraria saidica fosse in origine costituita da testi in achmimico<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-017">69</ref></hi></hi>. In alternativa, si potrebbe ipotizzare che il codice sia stato prodotto presso l’episcopato di Akhmim oppure in qualche altro episcopato non troppo distante, senza che si possa, in assenza di indizi, essere più precisi. </p><p rend="text">L’unica mano che si individua sui fogli superstiti impiega una maiuscola non troppo formale, praticamente priva di legature ed eseguita con <hi rend="italic">ductus</hi> piuttosto posato. Il modulo è costante e di forma quadrata. Solo <hi rend="italic">omicron</hi> appare leggermente più piccolo e compresso lateralmente, caratteristica quest’ultima che condivide spesso con <hi rend="italic">theta</hi>. Angoli molto acuti si notano in lettere come <hi rend="italic">alpha</hi>, <hi rend="italic">delta</hi>, <hi rend="italic">lambda</hi>, <hi rend="italic">ny</hi>, <hi rend="italic">ypsilon</hi>, <hi rend="italic">giangia</hi>. <hi rend="italic">Alpha</hi>, in particolare, è in due tempi, con il tratto discendente da sinistra verso destra che si allunga sul rigo di base. Tuttavia, il tracciato appare, in generale, morbido e occhiellato, come si può apprezzare in <hi rend="italic">zeta</hi>, <hi rend="italic">eta</hi>, <hi rend="italic">pi</hi>, <hi rend="italic">omega</hi>, <hi rend="italic">shai</hi> e <hi rend="italic">hori</hi>; <hi rend="italic">my</hi> è chiaramente di tipo alessandrino. <hi rend="italic">Sigma</hi> ed <hi rend="italic">epsilon</hi>, quest’ultimo con il tratto orizzontale mediano vistosamente prolungato, tendono alla perfetta rotondità. L’occhiello di <hi rend="italic">phi</hi>, invece, si schiaccia sul rigo di base, acquisendo una forma ovale. La struttura bilineare è rotta, mai in modo esasperato, dai soliti <hi rend="italic">rho</hi>, <hi rend="italic">ypsilon</hi>, <hi rend="italic">phi</hi>. I tratti tre e quattro di <hi rend="italic">beta</hi> di norma non si toccano e danno alla lettera un aspetto bilobato. <hi rend="italic">Kappa</hi> è in due tempi, con i tratti due e tre fusi in un unico movimento e talvolta staccati dal tratto verticale. </p><p rend="text">Rösch ha ritenuto che queste caratteristiche contribuissero a riferire il codice al cinquantennio compreso tra la metà e la fine del V secolo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-016">70</ref></hi></hi>. Più recentemente, in un lavoro generale sui manoscritti neotestamentari e sulle problematiche relative alla loro datazione, che prende in considerazione e mette a sistema decine di mani diverse, Orsini<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-015">71</ref></hi></hi> ha catalogato la scrittura del codice di Strasburgo tra quelle «originated in bureaucratic and chancery practices» tondeggianti, occhiellate e unimodulari, da cui si distanzia soltanto per una maggiore sobrietà, data dall’assenza di occhielli vistosi ed elementi esornativi di derivazione cancelleresca. Lo studioso quindi non esita, convincentemente, ad alzare a datazione alla prima metà del V secolo. </p><p rend="text">Ci si trova dunque in un momento critico per la chiesa copta. Le dottrine monofisite di Eutiche sono ormai assai diffuse, in alcuni casi ben radicate e preoccupano sia Flaviano, patriarca di Costantinopoli (446-449), che il papa Leone I (440-461) da lui interpellato. La questione, come è ben noto, determinerà la convocazione nel 451 del Concilio di Calcedonia, le cui conclusioni non furono accettate dalla chiesa di Alessandria. Non ci volle molto a capire che si era determinato un vero e proprio scisma. I fatti di Calcedonia e le vicende immediatamente successive rappresentarono un terremoto per la cristianità orientale e non solo. L’unità della comunità credente venne duramente colpita anche all’interno della stessa chiesa egiziana. Per più di un secolo il soglio episcopale di Alessandria venne conteso tra vescovi calcedonesi e vescovi non calcedonesi, sostenuti dalle rispettive fazioni. Un ruolo molto importante venne giocato dai monaci, i quali si orientarono per lo più su posizioni anti-calcedonesi. Voler legare le tematiche della miscellanea, i cui testi, come si è detto, sembrano insistere sull’unità della chiesa e sulla ricomposizione in Cristo dei contrasti interni, allo spinoso e complicato contesto storico della metà del V secolo è forse troppo audace, visto il carattere eminentemente devozionale e liturgico di questo tipo di miscellanee allestite per iniziativa di singoli o di piccoli gruppi, come si è visto a proposito del <hi rend="italic">papyrus bilinguis</hi> di Amburgo. E tuttavia la suggestione (ma appunto solo di suggestione si può parlare) è forte e chi avrà pregato o meditato tenendo in mano quel codice, oggi a Strasburgo, non sarà rimasto indifferente alle divisioni e alle controversie che, ormai da più di un secolo, agitavano la sua chiesa, e le parole di Clemente o le immagini di Giovanni, avranno forse risuonato in modo più drammatico del solito. </p></div><div><head>3. Il piccolo codice di <hi rend="italic">Matteo </hi>e <hi rend="italic">Daniele </hi>(P.Osl. inv. 1661)</head><p rend="text">Benché non si tratti propriamente di un codice miscellaneo, conviene trattare in questa sede anche il codice papiraceo testimoniato dai frammenti che costituiscono il P.Osl. inv. 1661<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-014">72</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-5">[27]</hi>. Essi restituiscono porzioni di 13 fogli che originariamente formavano, con una lacuna, la prima metà di un unico fascicolo. Per rispettare la continuità testuale, infatti, i fogli rappresentati dai frr. l ed m devono essere orientati in modo tale che, a differenza di quanto si osserva per i restanti frammenti, il lato transfibrale del primo si contrapponga al lato transfibrale del secondo. Essi dunque costituivano il bifoglio centrale di un fascicolo ottenuto sovrapponendo 13 bifogli (= 26 ff.) con il lato transfibrale rivolto verso l’alto. La fig. 4 riassume schematicamente la situazione (le lettere riprendono quelle utilizzate nell’<hi rend="italic">editio princeps</hi> per indicare i singoli frammenti):</p><p><graphic url="xml_08-web-resources/image/Fig.4.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">[fig. 4]</p><p rend="text">Sempre la continuità testuale assicura che la lacuna tra i frr. i e j non può interessare più di un foglio. Le dimensioni del codice sono estremamente ridotte. Laddove sono conservati resti di tutti e quattro i margini, i fogli non superano i mm 66 × 56, sufficienti per ospitare appena 12 linee di scrittura (con circa 8-10 lettere ciascuna) per pagina. Lo specchio scrittorio è inquadrato, su tutti i lati e in tutte le pagine (con eccezione, forse, del <hi rend="italic">verso</hi> del fr. l), da linee tracciate a mano libera, caratteristica questa piuttosto insolita. </p><p rend="text">Il piccolo codice riporta Mt 11, 25-30 prima in greco e poi in copto-achmimico<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-013">73</ref></hi></hi> (separati sul <hi rend="italic">recto</hi> del fr. f da una linea), seguito da Dn 3, 50-55 soltanto in greco. Non è possibile determinare quanto fosse esteso il brano di <hi rend="italic">Daniele</hi>, ma è probabile che fosse seguito anch’esso dalla traduzione copta. Il foglio con la fine della sezione evangelica e l’inizio di <hi rend="italic">Daniele</hi>, è andato perso. Il <hi rend="italic">recto</hi> del primo foglio è stato lasciato bianco a protezione dell’intero fascicolo (che forse non ebbe mai una legatura vera e propria), mentre il <hi rend="italic">verso</hi> si presenta come una sorta di <hi rend="italic">Titelblatt</hi>, che recita <hi rend="CharOverride-4">ⲡ</hi>]<hi rend="CharOverride-4">ⲉⲩⲁ</hi>[<hi rend="CharOverride-4">ⲅ</hi>]<hi rend="CharOverride-4">ⲅⲉⲗ</hi>[<hi rend="CharOverride-4">ⲓ</hi>]<hi rend="CharOverride-4">ⲟⲛ</hi> | [<hi rend="CharOverride-4">ⲛⲕⲁ</hi>]<hi rend="CharOverride-4">ⲧⲁ</hi> <hi rend="CharOverride-4">ⲙⲁⲑⲁⲓⲟⲥ</hi> | [<hi rend="CharOverride-4">ⲉⲩⲁ</hi>]<hi rend="CharOverride-4">ⲅⲅⲉⲗⲓⲟⲛ</hi>. Un doppio titolo, dunque, in cui greco e copto sono separati da una semplice linea. Il frammento si interrompe dopo la terza linea, ma è probabile che il titolo in greco, per parallelismo con quello copto, prevedesse anche la menzione dell’evangelista. </p><p rend="text">La mano responsabile del piccolo codice impiega una maiuscola informale, di cui si notano le difficoltà di allineamento (da ciò deriva, forse, la necessità di incorniciare lo specchio scrittorio), dal tracciato spigoloso (anche se talvolta può farsi più fluido e sinuoso), latamente accostabile allo ‘stile severo’<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-012">74</ref></hi></hi>, caratterizzata da squilibri modulari e inclinazione dell’asse incostante. <hi rend="italic">Alpha</hi> è di norma in due tempi, con i tratti che formano angoli molto netti, ma non mancano esecuzioni più rapide, quasi corsive, che creano pseudo-legature con la lettera che segue (specialmente <hi rend="italic">iota</hi>). Il <hi rend="italic">my</hi> è di tipo alessandrino. <hi rend="italic">Omicron</hi> può presentarsi ora tondo, ora compresso lateralmente, ora di modulo più piccolo e sollevato rispetto al rigo di base (come è norma negli esempi di ‘stile severo’). <hi rend="italic">Ypsilon</hi> può essere eseguito tanto in due tempi quanto in un unico tempo. <hi rend="italic">Epsilon</hi> è di norma stretto, eseguito in tre tempi, con il tratto orizzontale mediano vistosamente proteso verso destra. Peculiare la forma di <hi rend="italic">shai</hi>, alto sul rigo di base con ultimo tratto che scende obliquamente senza curvarsi. Il primo editore<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-011">75</ref></hi></hi>, Leiv Amundsen, ha riferito convincentemente i frammenti al IV secolo, datazione confermata anche recentemente da Orsini<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-010">76</ref></hi></hi>. Nonostante la mano appaia la stessa in tutti i fogli, è stato notato un curioso mutamento nella qualità del tracciato che, a partire dal fr. j, si fa più sottile e privo di effetti chiaroscurali. Questo cambiamento è stato messo in relazione con il passaggio ad un calamo più sottile oppure, più verosimilmente, con l’utilizzo di un temperino per ricreare la punta ormai smussata. </p><p rend="text">Codici in miniatura di questo genere, benché non frequentissimi, sono conosciuti in buon numero dai papirologi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-009">77</ref></hi></hi>. Paralleli possono essere indicati in pezzi come P.Lond.Lit. 204<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-008">78</ref></hi></hi> (mm 73 × 56), frammento di <hi rend="italic">Salterio</hi> assegnato al III secolo, o P.Berol. inv. 8299<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-007">79</ref></hi></hi> (mm 60 × 45), bifoglio papiraceo contenente un inno cristiano acrostico. Né mancano casi di manoscritti pergamenacei: per fare un solo esempio, PSI I 164, piccolo esemplare di <hi rend="italic">Giona</hi> di dimensioni (mm 60 × 55) simili al codice di Oslo, e assegnato al IV secolo. Anche l’ambiente di lingua copta conosce questo tipo di produzione, soprattutto per quanto riguarda il libro dei <hi rend="italic">Salmi</hi> (come i due esemplari conservati al British Museum, P.Lond.Copt. I 947<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-006">80</ref></hi></hi> e P.Lond.Copt. I 943<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-005">81</ref></hi></hi>) e altri libri veterotestamentari, come i <hi rend="italic">Proverbi</hi> di P.Ryl.Copt. 7<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-004">82</ref></hi></hi> e il <hi rend="italic">Primo libro di Samuele</hi> di Londra (P.Lond.Copt. I 936<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-003">83</ref></hi></hi>). Ciò che rende particolare P.Osl. inv. 1661 è il fatto che, ad oggi, resta l’unico esempio bilingue.</p><p rend="text">È ovvio che le piccole dimensioni, quasi miniaturizzate, siano legate ad un uso strettamente personale e privato del manufatto, probabilmente prodotto dalla stessa persona che poi lo tenne con sé. Sono state avanzate diverse ipotesi circa l’utilizzo di oggetti simili. Una delle più discusse, e che allo stesso tempo ha riscosso più successo, è quella che vede nei codici miniaturizzati, o almeno in quelli che riportano passi biblici, dei veri e propri amuleti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-002">84</ref></hi></hi>, la cui efficacia dipende sia dal contenuto sia dal fatto di essere sempre a contatto con il proprietario. Certo è che esistono casi in cui singoli fogli provenienti da piccoli codici di contenuto biblico sono stati riutilizzati come amuleti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-001">85</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Nel caso specifico di P.Osl. inv. 1661, considerare il fascicolo semplicemente un amuleto non convince. E non convince nemmeno il riutilizzo come amuleti di singoli fogli, se è vero che i frammenti conservati restituiscono porzioni di più della metà dei fogli originari, e per di più in sequenza. La combinazione di passi tratti dal <hi rend="italic">Nuovo</hi> e dall’<hi rend="italic">Antico</hi><hi rend="italic"> Testamento</hi>, per di più prima in greco e poi in copto, potrebbe far pensare ad un libro funzionale a qualche tipo di liturgia, o ad un estratto di una singola funzione tratto da un lezionario<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-000">86</ref></hi></hi>. Ma le piccole dimensioni non sono in alcun modo compatibili con un codice propriamente liturgico, utilizzato da una comunità per la celebrazione eucaristica o per l’ufficio quotidiano. È forse possibile combinare il contenuto, per così dire, liturgico con le caratteristiche materiali che rimandano ad un libro di uso personale ipotizzando che P.Osl. inv 1661 <hi rend="CharOverride-2">[27]</hi> fosse destinato alla devozione privata di un monaco, forse capace di comprendere tanto il greco che il copto, se anche nel realizzare un libro per sé stesso sente la necessità di copiare le pericopi in entrambe le lingue (ma la loro presenza potrebbe anche spiegarsi, più facilmente, con la pressione esercitata dal modello). </p><list rend="numbered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-085-backlink">1</ref></hi> <hi>Sul codice miscellaneo, </hi><hi>il riferimento bibliografico imprescindibile, oltre al lavoro ormai classico di </hi><hi rend="CharOverride-3">Petrucci</hi><hi> 1986, rimane il convegno di Cassino del 2003, i </hi><hi>cui atti sono raccolti da </hi><hi rend="CharOverride-3">Crisci, Pecere</hi><hi> 2004. Tale tipologia, </hi><hi>com’è noto, pone una serie di problemi non solo </hi><hi>interpretativi, ma anche descrittivi e catalografici, ampiamente discussi da </hi><hi rend="CharOverride-3">Maniaci</hi><hi> </hi><hi>2004, pp. 75-90 (problematiche affrontate anche da </hi><hi rend="CharOverride-3">Gumbert</hi><hi> 2004 a </hi><hi>partire dai manoscritti latini) e, più recentemente, da </hi><hi rend="CharOverride-3">Andrist, Canart, </hi><hi rend="CharOverride-3">Maniaci 2013. </hi><hi>Per il codice miscellaneo in ambito greco-bizantino si </hi><hi>vedano i casi studiati da </hi><hi rend="CharOverride-3">Ronconi</hi><hi> 2007 e, in particolare, </hi><hi>le considerazioni di carattere metodologico e terminologico alle pp. 1-30 </hi><hi>(che riprendono e ampliano </hi><hi rend="CharOverride-3">Ronconi</hi><hi> 2004). Un taglio comparativistico è </hi><hi>offerto dai lavori raccolti nel volume edito da </hi><hi rend="CharOverride-3">Friedrich</hi><hi>, </hi><hi rend="CharOverride-3">Schwarke</hi><hi rend="CharOverride-3"> 2016 (</hi><hi>si veda in particolare </hi><hi rend="CharOverride-3">Maniaci</hi><hi> 2016 per un’</hi><hi>analisi quantitativa e qualitativa comparata delle miscellanee latine medievali e </hi><hi>greco bizantine). Considerazioni specifiche sul ruolo delle miscellanee nella tradizione </hi><hi>manoscritta copta si hanno in </hi><hi rend="CharOverride-3">Buzi</hi><hi> 2011a e </hi><hi rend="CharOverride-3">Buzi</hi><hi> 2016.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-084-backlink">2</ref></hi> <hi>Sui più antichi codici miscellanei greci e copti si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Crisci</hi><hi> 2004, in particolare pp. 109-139.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-083-backlink">3</ref></hi> <hi>A parte i bilingui</hi><hi> greco-copti, di cui si discuterà ampliamente, è bene ricordare a</hi><hi> questo proposito almeno il codice papiraceo di Barcellona P.Monts.Roca inv.</hi><hi> 128-178 + P.Monts.Roca inv. 292 + P.Monts.Roca inv. 338 +</hi><hi> P.Duk. inv. 798 (= nrr. 862 + 863 + 864 + 1210 </hi><hi rend="CharOverride-3">van Haelst</hi><hi> = TM</hi><hi> 59453 = </hi><hi rend="italic">CLA</hi><hi> XI 1650 + Suppl. 1782), che contiene</hi><hi> opere in lingue diverse (nello specifico, in latino e in</hi><hi> greco), ma non lo stesso testo in più lingue. Sul</hi><hi> manoscritto si vedano almeno </hi><hi rend="CharOverride-3">Ammirati</hi><hi> 2015, pp. 57-61 e, per</hi><hi> la questione del digrafismo e del bilinguismo, </hi><hi rend="CharOverride-3">Nocchi Macedo</hi><hi> 2013.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-082-backlink">4</ref></hi> <hi>Così </hi><hi rend="CharOverride-3">Crisci</hi><hi> 2004, p. 142.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-081-backlink">5</ref></hi> <hi>Basti pensare ai grandi</hi><hi> codici biblici come il </hi><hi rend="italic">Vaticanus</hi><hi> o il </hi><hi rend="italic">Sinaiticus</hi><hi>, collegati </hi><hi>da </hi><hi rend="CharOverride-3">Milne, Skeat </hi><hi>1938 (ripreso da </hi><hi rend="CharOverride-3">Skeat</hi><hi> 1999) alla celebre </hi><hi>committenza costantiniana delle cinquanta Bibbie che ricevette Eusebio di Cesarea, </hi><hi>il quale se ne ricordò nella </hi><hi rend="italic">Vita Constantini</hi><hi> (Eus. </hi><hi rend="italic">Vita </hi><hi rend="italic">Const</hi><hi>. 4.36-37 [= ed. </hi><hi rend="CharOverride-3">Bleckmann</hi><hi> 2007, pp. 450-452], passo già</hi><hi> ricordato a p. </hi><hi rend="CharOverride-3">xi</hi><hi> nota 2, a cui si rimanda</hi><hi> per la bibliografia), oppure un prodotto di lusso come il</hi><hi> </hi><hi rend="italic">Dioscoride</hi><hi> di Vienna, realizzato per, o piuttosto, commissionato dalla principessa</hi><hi> Giuliana Anicia (si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Bianconi</hi><hi> 2015, pp. 791-795), ricordata nella</hi><hi> miniatura che apre il codice, all’inizio del VI secolo,</hi><hi> o ancora all’</hi><hi rend="italic">Iliade</hi><hi> Ambrosiana, prodotta probabilmente ad Alessandria tra</hi><hi> V e VI secolo, ma vergata in una scrittura non</hi><hi> più vitale da diversi secoli come la ‘maiuscola rotonda’</hi><hi> (così </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo</hi><hi> 1973 [= </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo</hi><hi> 2005, pp. 163–174]). Conviene</hi><hi> forse ricordare, tuttavia, che il dibattito sui codici </hi><hi rend="italic">Vaticanus</hi><hi> e</hi><hi> </hi><hi rend="italic">Sinaiticus</hi><hi> è tutt’altro che concluso. Sulla localizzazione e la</hi><hi> datazione nella Cesarea del 332 avanza dubbi già </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo</hi><hi> 1967,</hi><hi> pp. 52-63 (e, in particolare p. 61 nota 1). Sul</hi><hi> solo </hi><hi rend="italic">Codex Vaticanus</hi><hi>, si veda il recente </hi><hi rend="CharOverride-3">Versace</hi><hi> 2018, </hi><hi>pp. 18-23 e soprattutto p. 21 nota 37, il quale </hi><hi>colloca la mano di B</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">3</hi><hi> (che appone le cifre indicanti</hi><hi> le diverse ripartizioni di testo copiando da un antigrafo in</hi><hi> cui le </hi><hi rend="italic">Epistole paoline</hi><hi> avevano un ordine diverso) nel IV</hi><hi> secolo, il che darebbe un ulteriore sostegno all’ipotesi di</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">Rahlfs</hi><hi> 1899, il quale, proprio a motivo dell’anomala successione</hi><hi> delle epistole, molto simile a quella riportata nella celebre lettera</hi><hi> festale di Atanasio del 367, collocava la copia del </hi><hi rend="italic">Vaticanus</hi><hi> in Egitto. Per uno </hi><hi rend="italic">status quaestionis</hi><hi> aggiornato si vedano i</hi><hi> contributi raccolti da </hi><hi rend="CharOverride-3">Andrist</hi><hi> 2009.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-080-backlink">6</ref></hi> <hi>Si vedano le conclusioni </hi><hi>di </hi><hi rend="CharOverride-3">Crisci</hi><hi> 2004, pp. 142-144.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-079-backlink">7</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">Petrucci</hi><hi> 1986, p. 79 (= </hi><hi rend="CharOverride-3">Petrucci</hi><hi> 2007, p. 22). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-078-backlink">8</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">Fioretti</hi><hi> 2015, p. 78. Lo studioso ha voluto vedere </hi><hi>in queste prime esperienze di scrittura collettiva il germe di </hi><hi>quello che poi si sarebbe sviluppato nel Medioevo latino come </hi><hi>vero e proprio </hi><hi rend="italic">scriptorium</hi><hi>. Si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-3">Fioretti</hi><hi> 2017, pp.</hi><hi> 1211-1212. L’idea che il codice miscellaneo fosse particolarmente funzionale</hi><hi> alle esigenze di piccole comunità monastiche e che favorisse in</hi><hi> un certo senso la stretta collaborazione tra mani diverse, oltre</hi><hi> che tra scribi e fruitori, è già in </hi><hi rend="CharOverride-3">Crisci</hi><hi> 2004,</hi><hi> pp. 137-138.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-077-backlink">9</ref></hi> <hi>In particolare, </hi><hi rend="CharOverride-3">Fioretti</hi><hi> 2015, p. 79 pone </hi><hi>l’attenzione sulla miscellanea dottrinale P.Bodm. V + X + </hi><hi>XI + VII + XIII + XII + XX + </hi><hi>IX + VIII, sul cosiddetto </hi><hi rend="italic">Codex Visionum</hi><hi> P.Bodm. XXIX + </hi><hi>XXX-XXXVIII e sul gruppo di codici rinvenuto a Nag Hammadi, </hi><hi>tutti codici papiracei vergati da più mani che lavorano a </hi><hi>stretto contatto. Sulle mani dei papiri Bodmer si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Orsini</hi><hi> </hi><hi>2015 (= </hi><hi rend="CharOverride-3">Orsini</hi><hi> 2019, pp. 31-56), mentre per i codici </hi><hi>di Nag Hammadi </hi><hi rend="CharOverride-3">Orsini</hi><hi> 2008b (= </hi><hi rend="CharOverride-3">Orsini </hi><hi>2019, pp. 1-30).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-076-backlink">10</ref></hi> <hi>Hamburg, Staat- und Universitätsbibliothek, Pap. bil. 1 = TM</hi><hi> 61979 = CMCL.AP = CLM 16 = nrr. 263+605 </hi><hi rend="CharOverride-3">van</hi><hi rend="CharOverride-3"> Haelst</hi><hi> = nr. 998 </hi><hi rend="CharOverride-3">Rahlfs. </hi><hi>Il codice è stato </hi><hi>oggetto di uno studio estremamente accurato, funzionale all’edizione dei </hi><hi>testi di cui è latore, i cui risultati sono confluiti </hi><hi>in </hi><hi rend="CharOverride-3">Diebner, Kasser</hi><hi> 1989. Una scheda descrittiva si legge anche </hi><hi>in </hi><hi rend="CharOverride-3">Rahlfs, Fraenkel</hi><hi> 2004, pp. 134-138. Si vedano anche </hi><hi rend="CharOverride-3">Crisci</hi><hi> </hi><hi>2004, pp. 112-115; </hi><hi rend="CharOverride-3">Buzi</hi><hi> 2016a, p. 95 e </hi><hi rend="CharOverride-3">Fournet</hi><hi> 2020, pp. 9-8.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-075-backlink">11</ref></hi> <hi>Sulla storia recente del codice e </hi><hi>sui vari interventi di restauro di cui fu oggetto, si </hi><hi>veda la ricca introduzione di </hi><hi rend="CharOverride-3">Diebner, Kasser</hi><hi> 1989, pp. 7-11.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-074-backlink">12</ref></hi> <hi>A questa particolare varietà di dialetto fayyumico ha dedicato un</hi><hi> ampio studio Rodolphe Kasser in </hi><hi rend="CharOverride-3">Diebner, Kasser</hi><hi> 1989, pp. 51-140.</hi><hi> </hi>Si veda anche <hi rend="CharOverride-3">Kasser</hi> 1990, p. 147.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-073-backlink">13</ref></hi> Scrive a questo proposito Schmidt nel 1936: «Was die Herkunft des Papyrusbuches anbetrifft, so kann an dessen Fundort im Faijûm nicht gezweifelt werden. Dies geht weniger aus der Tatsache hervor, daß der Ankauft bei einem Händler im Faijûm ergefolt ist, sondern wird mit absoluter Sicherheit aus dem Dialekte geschlossen werden können, in den die Übersetzungen der alttestamentlichen Schriften vorgennomen worden sind. Sad is der Dialekt des Faijûm, der nur in diesem Lokaldistrikt Ägyptens gesprochen wurde» (<hi rend="CharOverride-3">Schmidt, Schubart</hi> 1936, p. 9). <hi>Il mercante indicò come luogo di ritrovamento l’antica</hi><hi> città di Tebtunis (cfr. </hi><hi rend="CharOverride-3">Schmidt, Schubart</hi><hi> 1936).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-072-backlink">14</ref></hi> <hi>I dati </hi><hi>che seguono sono tratti dall’introduzione dell’edizione </hi><hi rend="CharOverride-3">Diebner, Kasser</hi><hi> </hi><hi>1989, pp. 14-18.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-071-backlink">15</ref></hi> <hi>«Mehrere Seiten wie z. B. S. 33-36</hi><hi> [= ff. 17-18] des griechischen Ekklesiastes so aussehen, als ob</hi><hi> zum mindesten teilweise ein Palimpsest vorliegt, also ain früherer </hi><hi>Text abgeschabt ist» (</hi><hi rend="CharOverride-3">Diebner, Kasser</hi><hi> 1989, p. 16). Questo </hi><hi>è particolarmente evidente sul f. 18r, dove chiaramente emergono tracce </hi><hi>di una precedente scrittura, malamente cancellata.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-070-backlink">16</ref></hi> <hi>Così </hi><hi rend="CharOverride-3">Schmidt, Schubart</hi><hi> 1936,</hi><hi> p. 8.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-069-backlink">17</ref></hi> <hi>È l’ipotesi di </hi><hi rend="CharOverride-3">Diebner, Kasser</hi><hi> 1989, </hi><hi>p. 15.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-068-backlink">18</ref></hi> <hi>Pubblicato per la prima volta da </hi><hi rend="CharOverride-3">Schmidt, Schubart</hi><hi rend="CharOverride-3"> 1936; </hi><hi>si vedano anche, più recentemente, </hi><hi rend="CharOverride-3">Wayment</hi><hi> 2013, pp. </hi><hi>21-31; </hi><hi rend="CharOverride-3">Zwierlein</hi><hi> 2010, pp. 40, 342 e 426-449; </hi><hi rend="CharOverride-3">Zwierlein</hi><hi> </hi><hi>2011, pp. 129-130</hi><hi rend="CharOverride-3">. </hi><hi>L’</hi><hi rend="italic">explicit</hi><hi> del f. 6r riporta il</hi><hi> semplice titolo </hi><hi rend="CharOverride-4">Πράξεις</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">Π</hi><hi rend="CharOverride-4">α</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-4">ύλου</hi><hi>]. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-067-backlink">19</ref></hi> <hi>Il f. </hi><hi>6v non presenta alcun titolo ed è poco probabile che </hi><hi>esso sia caduto nell’ampia lacuna che interessa la parte </hi><hi>superiore del foglio. Regolare invece nel margine inferiore del f. </hi><hi>9v il titolo di </hi><hi rend="italic">explicit</hi><hi> segnato in greco, </hi><hi rend="CharOverride-4">ᾆσμ</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-4">α</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">ᾀσμ</hi><hi>]</hi><hi rend="CharOverride-4">ά</hi><hi rend="CharOverride-4">̣</hi><hi rend="CharOverride-4">τ</hi><hi rend="CharOverride-4">̣</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-4">ω</hi><hi>]</hi><hi rend="CharOverride-4">ν</hi><hi rend="CharOverride-4">̣</hi><hi>, e forse in</hi><hi> copto. Sulla presenza del </hi><hi rend="italic">Cantico</hi><hi> si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Lucchesi</hi><hi> 2004, p.</hi><hi> 210.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-066-backlink">20</ref></hi> <hi>Quanto osservato per il </hi><hi rend="italic">Cantico dei Cantici</hi><hi> vale </hi><hi>anche per le </hi><hi rend="italic">Lamentazioni</hi><hi>: sul f. 10r, malgrado la vasta</hi><hi> lacuna che interessa la parte superiore del foglio, non vi</hi><hi> è alcun elemento che lasci immaginare la presenza di un</hi><hi> titolo, mentre sul f. 14v gli editori sono riusciti a</hi><hi> scorgere, al di sotto di una fascia rozzamente decorata, eseguita</hi><hi> con lo stesso inchiostro impiegato nella trascrizione del testo, il</hi><hi> titolo di </hi><hi rend="italic">explicit</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">ⲫ</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-4">ⲏⲃⲓ ⲛⲧ</hi><hi>]</hi><hi rend="CharOverride-4">ⲉ̣</hi><hi> | </hi><hi rend="CharOverride-4">Ⲓⲉ̣</hi><hi rend="CharOverride-4">ⲣ</hi><hi rend="CharOverride-4">̣</hi><hi rend="CharOverride-4">ⲏ</hi><hi rend="CharOverride-4">̣</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-4">ⲙⲓⲁⲥ</hi><hi>].</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-065-backlink">21</ref></hi> <hi>Il testo greco dell’</hi><hi rend="italic">Ecclesiaste</hi><hi> si </hi><hi>conclude al f. 21v con il semplice titolo </hi><hi rend="CharOverride-4">Ἐκκλησιαστ</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-4">ή</hi><hi rend="CharOverride-4">ς</hi><hi>].</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-064-backlink">22</ref></hi> <hi>A differenza di quanto avviene negli altri casi, </hi><hi>questa traduzione copta è introdotta, nel margine superiore del f. </hi><hi>22r, dal titolo </hi><hi rend="CharOverride-4">ⲉⲕⲕⲗⲏⲥ</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-4">ⲓⲁⲥⲧⲏ</hi><hi>]</hi><hi rend="CharOverride-4">ⲥ</hi><hi>. Data la caduta degli</hi><hi> ultimi due fogli di questo quarto fascicolo non è possibile</hi><hi> verificare se esso fosse ripetuto anche alla fine del testo,</hi><hi> come </hi><hi rend="italic">explicit</hi><hi>.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-063-backlink">23</ref></hi> <hi>Chiaramente è esclusa la versione copta dell</hi><hi>’</hi><hi rend="italic">Ecclesiaste</hi><hi> che, come si è detto, è mutila.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-062-backlink">24</ref></hi> <hi>Si </hi><hi>veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Schmidt, Schubart 1936, </hi><hi>pp</hi><hi rend="CharOverride-3">. 7-8.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-061-backlink">25</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">Schmidt, Schubart</hi> 1936, pp. 6-7; <hi rend="CharOverride-3">Diebner, Kasser</hi> 1989, p. 18.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-060-backlink">26</ref></hi> <hi>Viene</hi><hi> usata tale terminologia nel senso che le dà </hi><hi rend="CharOverride-3">Ronconi</hi><hi> 2007,</hi><hi> pp. 22-21: «Può accadere che una </hi><hi rend="italic">cesura testuale</hi><hi> coincida con</hi><hi> il passaggio da un fascicolo all’altro: tale evenienza, che</hi><hi> indicheremo col termine </hi><hi rend="italic">snodo</hi><hi>, implica l’individuazione di </hi><hi rend="italic">due </hi><hi rend="italic">blocchi</hi><hi> o </hi><hi rend="italic">unità modulari</hi><hi>. La presenza di uno </hi><hi rend="italic">snodo</hi><hi> suggerisce</hi><hi> una dinamica di costituzione del manufatto alquanto più complessa di</hi><hi> quanto lasci intendere la semplice cesura testuale, in particolare se</hi><hi> esso non separa parti di una stessa opera, bensì testi</hi><hi> indipendenti». Il Pap. bil. 1 di Amburgo rappresenta, dunque, un</hi><hi> codice pluritestuale pluriblocco, secondo le categorie di </hi><hi rend="CharOverride-3">Maniaci</hi><hi> 2004, p.</hi><hi> 88.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-059-backlink">27</ref></hi> <hi>Di questo si era già accorto </hi><hi rend="CharOverride-3">Crisci</hi><hi> 2004, </hi><hi>p. 115. Le considerazioni che seguono muovono da quanto già </hi><hi>osservato dallo studioso.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-058-backlink">28</ref></hi> <hi>Almeno nel caso in cui la fine</hi><hi> del testo corrisponda alla fine di un fascicolo anomalo (con</hi><hi> fogli aggiunti o mancanti) e al cambio di mano nei</hi><hi> fogli successivi: si vedano le considerazioni di </hi><hi rend="CharOverride-3">Ronconi</hi><hi> 2007, pp.</hi><hi> 23-31, in particolare p. 28. In relazione ad un</hi><hi> contesto del tutto differente (l’area tosco emiliana tra XIV</hi><hi> e XV secolo), </hi><hi rend="CharOverride-3">Cursi</hi><hi> 1999, pp. 244-251 (riprendendo le intuizioni</hi><hi> di </hi><hi rend="CharOverride-3">Petrucci Nardelli</hi><hi> 1988, pp. 507-508) ha collegato gli </hi><hi rend="italic">agrapha</hi><hi> alla fine dei fascicoli, da lui individuati in alcuni codici</hi><hi> in volgare, alla produzione libraria gravitante attorno alle botteghe dei cartolai.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-057-backlink">29</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">Diebner, Kasser</hi><hi> 1989, p. 18. E tuttavia, la versione </hi><hi>copta non è affatto la traduzione diretta del testo greco, </hi><hi>pur facendo parte dello stesso ramo della tradizione; </hi><hi rend="CharOverride-3">Diebner, Kasser</hi><hi> </hi><hi>1989, p. 49.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-056-backlink">30</ref></hi> <hi>Due copisti sono individuati anche nel puntuale</hi><hi> studio di </hi><hi rend="CharOverride-3">Mugridge </hi><hi>2016, p. 206, nr. 108 e p.</hi><hi> 298, nr. 293.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-055-backlink">31</ref></hi> <hi rend="italic">Alpha</hi><hi> di questa forma rappresentano l</hi><hi>’assoluta maggioranza degli </hi><hi rend="italic">alpha</hi><hi> nelle </hi><hi rend="italic">Lamentazioni</hi><hi>. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-054-backlink">32</ref></hi> <hi>Cfr. </hi><hi rend="CharOverride-3">Diebner, </hi><hi rend="CharOverride-3">Kasser</hi><hi> 1989, p. 19. Gli editori presentano una serie di </hi><hi>dati relativi alla frequenza con cui compaiono i due «Typen» </hi><hi>di </hi><hi rend="italic">alpha</hi><hi>, vale a dire «winkliges </hi><hi rend="CharOverride-4">ⲁ</hi><hi>» e «rundes </hi><hi rend="CharOverride-4">ⲁ</hi><hi>». Si noti che si sta parlando di «Typen» di</hi><hi> </hi><hi rend="italic">alpha</hi><hi>, vale a dire “forme, tracciati”, non di “tratteggi”.</hi><hi> In altre parole, non è detto che il «winkliges </hi><hi rend="CharOverride-4">ⲁ</hi><hi>» sia necessariamente in tre tempi e che il «rundes </hi><hi rend="CharOverride-4">ⲁ</hi><hi>» sia realizzato in un unico movimento. I due aggettivi</hi><hi> indicano soltanto che il primo ‘appare’ angoloso mentre il</hi><hi> secondo tondeggiante. Una campionatura effettuata su due pagine degli </hi><hi rend="italic">Acta</hi><hi rend="italic"> Pauli</hi><hi> (copiati, si ricordi, dalla prima mano), questa volta distinguendo</hi><hi> i tratteggi degli </hi><hi rend="italic">alpha</hi><hi>, e non i tracciati, dà </hi><hi>percentuali diverse: come tendenza generale, gli </hi><hi rend="italic">alpha</hi><hi> eseguiti in un </hi><hi>tempo sono circa il doppio di quelli eseguiti in tre </hi><hi>tempi. La sostanza del discorso non cambia: la prima mano </hi><hi>presenta un numero significativo di </hi><hi rend="italic">alpha</hi><hi> angolosi eseguiti in tre </hi><hi>tempi, che sono praticamente assenti nella seconda mano.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-053-backlink">33</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">Diebner, Kasser</hi><hi> 1989, p. 19.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-052-backlink">34</ref></hi> <hi>Anche a costo di sacrificare parte </hi><hi>dello specchio scrittorio: spesso (ad esempio al f. 13r-v) capita </hi><hi>che le </hi><hi rend="italic">paragraphoi</hi><hi> non siano poste nell’interlinea ma in </hi><hi>corrispondenza della riga di scrittura, che pertanto non può essere </hi><hi>sfruttata al massimo. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-051-backlink">35</ref></hi> «Das spricht mit Sicherheit dafür, dass die Schreiber Griechen waren, denen das Koptische eine fremde und oft unverständliche Sprache war» (<hi rend="CharOverride-3">Diebner, Kasser</hi> 1989, p. 20).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-050-backlink">36</ref></hi> <hi>Data l’enorme quantità di bibliografia che si è andata </hi><hi>accumulando negli anni su questi manoscritti, ci si limita a </hi><hi>richiamare in nota gli studi più recenti o di carattere </hi><hi>strettamente paleografico.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-049-backlink">37</ref></hi> Dublin, Chester Beatty Library, P.Bibl. 1 + Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Papyrussammlung, G 31974 = TM 61826. <hi>Esso è</hi><hi> il più antico esempio di codice in cui compaiono i</hi><hi> quattro </hi><hi rend="italic">Vangeli</hi><hi> seguiti dagli </hi><hi rend="italic">Atti degli Apostoli</hi><hi>. Dal punto </hi><hi>di vista codicologico, il manoscritto è formato da una serie </hi><hi>di bifogli legati insieme. Assieme a considerazioni di carattere paleografico, </hi><hi>tale struttura, per la verità piuttosto rara, ha suggerito una </hi><hi>datazione alta, al III secolo; si vedano </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo</hi><hi> 1967, p. </hi><hi>119; </hi><hi rend="CharOverride-3">Turner</hi><hi> 1977, pp. 60-61 e 99-100. Per una riproduzione fotografica, oltre all’</hi><hi rend="italic">editio princep</hi><hi>s, si veda</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo</hi><hi> 1967</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi><hi>tav. 107. Per la bibliografia,</hi><hi> si rimanda alla recente scheda a cura di Edoardo Crisci</hi><hi> in </hi><hi rend="CharOverride-3">D’Aiuto, Morello, Piazzoni</hi><hi> 2000, pp. 119-121, nr. 1.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-048-backlink">38</ref></hi> Genève, Fondation Bodmer 4 = TM 61594 = MP<hi rend="superscript CharOverride-1">3</hi> 1298. <hi>Al medesimo codice, che in origine comprendeva, assieme al</hi><hi> </hi><hi rend="italic">Dyskolos</hi><hi>, anche </hi><hi rend="italic">Samia</hi><hi> ed </hi><hi rend="italic">Aspis</hi><hi>, appartenevano P.Bodm. </hi>XXV, P.Barc. inv. 45, P.Bodm. XXVI, P.Köln I 3, P.Köln VIII 331, P.Duk. inv. 775 (<hi rend="italic">olim</hi> P.Rob. inv. 38). <hi>È stato </hi><hi>suggerito da </hi><hi rend="CharOverride-3">Turner</hi><hi> 1977, pp. 57-58 che il codice potesse </hi><hi>essere formato da un unico fascicolo. Si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo, Maehler </hi><hi rend="CharOverride-3">1987</hi><hi>, p. 16, nr. 5a e </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo</hi><hi> 2008, p. 111</hi><hi> (e </hi><hi rend="italic">specimen</hi><hi> a colori a p. 113, nr. 88).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-047-backlink">39</ref></hi> London, British Library, inv. 3041 = P.Oxy. <hi>XXVII 2458 =</hi><hi> TM 59861 = MP</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">3</hi><hi> 463. Il papiro è riferito </hi><hi>alla metà del III secolo. Sul papiro si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Turner</hi><hi> </hi><hi>1971, p. 64, nr. 32 e </hi><hi rend="CharOverride-3">Harder</hi><hi> 1985, pp. 18-24 </hi><hi>(in particolare pp. 19-20, in cui la studiosa suggerisce un </hi><hi>confronto con P.Oxy. I 23 [Platone, </hi><hi rend="italic">Leges</hi><hi>] sul cui </hi><hi rend="italic">verso</hi><hi> compare un testo che porta la data del 295 d.C.,</hi><hi> e P.Oxy. II 223 [Omero, </hi><hi rend="italic">Ilias</hi><hi>], scritto sul </hi><hi rend="italic">verso</hi><hi> </hi><hi>di una petizione del 185 d.C.). Riproduzione fotografica anche in </hi><hi rend="CharOverride-3">Lu Hsu 2014</hi><hi>, p. 24 fig. 2.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-046-backlink">40</ref></hi> <hi>London, </hi><hi>British Library, inv. 3077 = P.Oxy. XXXIII 2656 = TM </hi><hi>61562 = MP</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">3</hi><hi> 1303.700. Il papiro venne decifrato e identificato</hi><hi> da </hi><hi rend="CharOverride-3">Turner</hi><hi> 1965 (con riproduzione fotografica completa in infrarossi) ed</hi><hi> assegnato alla prima metà IV secolo. Si vedano anche </hi><hi rend="CharOverride-3">Turner</hi><hi> 1971, p. 78, nr. 43 e </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo</hi><hi> 2008, p. 111.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-045-backlink">41</ref></hi> <hi>Per una concisa storia di questo filone di scrittura, </hi><hi>così definito da </hi><hi rend="CharOverride-3">Schubart</hi><hi> 1925, pp. 124-132 che parlava di </hi><hi>«strenge Stil» (ma </hi><hi rend="CharOverride-3">Norsa</hi><hi> 1939, pp. 21-22 preferiva parlare di </hi><hi>«onciale bacchilidea»), che si diffonde a partire dal II secolo </hi><hi>d.C. e che sfocerà, soprattutto a motivo dell’uso coerente </hi><hi>del chiaroscuro, nel canone della maiuscola ogivale, si veda da </hi><hi>ultimo </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo</hi><hi> 2008, pp. 105-116. La quantità di papiri vergati </hi><hi>in scritture riconducibile a questo stile è imponente, e rende </hi><hi>difficile uno studio articolato di tutte le testimonianze: si veda </hi><hi>il tentativo di sistematizzazione presentato da </hi><hi rend="CharOverride-3">Funghi, Messeri</hi><hi> 1989 e </hi><hi>successivamente applicato in </hi><hi rend="CharOverride-3">Funghi, Messeri</hi><hi> 1992 e </hi><hi rend="CharOverride-3">Funghi, Messeri</hi><hi> 1994. Una lista </hi><hi>ragionata dei soli esempi ossirinchiti, che ammontano a quasi 250, </hi><hi>si può leggere in </hi><hi rend="CharOverride-3">Del Corso</hi><hi> 2006.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-044-backlink">42</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">Cavallo</hi><hi> 1967, p.</hi><hi> 119 colloca il codice tra i papiri che esemplificano la</hi><hi> fase di formazione della maiuscola ogivale inclinata e lo riferisce</hi><hi> alla fine del III secolo. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-043-backlink">43</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">Cavallo, Maehler</hi><hi> 1987, p.</hi><hi> 2.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-042-backlink">44</ref></hi> <hi>A questo proposito, </hi><hi rend="CharOverride-3">Crisci</hi><hi> 2004, p. 115 fa </hi><hi>rientrare le scritture testimoniate dal codice «nell’ambito delle manifestazioni </hi><hi>della generica maiuscola greca libraria (ora più ora meno angolosa, </hi><hi>leggermente contrastata, talvolta inclinata a destra) di III-IV secolo».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-041-backlink">45</ref></hi> <hi>Per</hi><hi> la verità, essi si limitano a riportare le opinioni di</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">Schubart-Schmidt</hi><hi> 1936, p. 10, che collocano il codice attorno al</hi><hi> 300 d.C., e di Turner </hi><hi rend="italic">per litteram</hi><hi>, che pensa </hi><hi>a «some time between 275 and 350». </hi><hi rend="CharOverride-3">Crisci</hi><hi> 2004, p. </hi><hi>114 preferisce pensare alla fine del III secolo piuttosto che </hi><hi>agli inizi del IV secolo.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-040-backlink">46</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">Turner</hi><hi> 1977, p. 62. Sulla</hi><hi> stessa linea </hi><hi rend="CharOverride-3">Irigoin</hi><hi> 1998, p. 4. </hi><hi rend="CharOverride-3">Crisci</hi><hi> 2004, p. 114</hi><hi> propende invece per la fine del III secolo.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-039-backlink">47</ref></hi><hi> </hi><hi>«Es </hi><hi>ist vielmehr ein schülermassiges, oft fehlerhaftes Elaborat griechischer Mönche, die </hi><hi>für ihr Kloster, dessen Insassen wahrscheinlich meist koptische Mönche waren, </hi><hi>dies merkwürdige Erbauungsbuch zusammenstellten» (</hi><hi rend="CharOverride-3">Diebner, Kasser</hi><hi> 1989, p. 20).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-038-backlink">48</ref></hi> <hi>«Es liegt also ein Sammelband einer Bibelhandschrift vor, der aufgrund </hi><hi>der oft recht flüchtigen Schift den Charakter einer zu </hi><hi>privatem Zweck verfassten Schülerabschrift hat, jedenfalls nich für </hi><hi>den Gebrauch in der Kirche bestimmt war. […] Er ist </hi><hi>ein “Erbauungsbuch” griechischer Mönche, die […] das Koptische nur </hi><hi>unvollkommen beherrschten. Während ihnen die griechische Sprache nach Schü</hi><hi>leraer geläufig war. […] Schon diese innerhalb des erhaltenen </hi><hi>Bestandes einmalige Zusammenstellung deutet auf ein besonderes Interesse del Kopisten </hi><hi>hin, die für die frühen Christen griechischer und </hi><hi>koptischer Zunge, sowohl sich selbst als auch ihren Brüdern, </hi><hi>ihre “Anthologie” zum Lesen und Vorlesen zusammenstellten» (</hi><hi rend="CharOverride-3">Diebner, Kasser</hi><hi> 1989, p. 18).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-037-backlink">49</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">Turner</hi><hi> 1977, p. 81.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-036-backlink">50</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="italic">supra</hi><hi>, pp. 10-11.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-035-backlink">51</ref></hi> Strasbourg, Bibliothèque Nationale et Universitaire, P.Copt. 362 + 375-379 + 381 + 382 + 384 = TM 61656 = CLM 1020 = nr. 451 <hi rend="CharOverride-3">van Haelst</hi> = P<hi rend="superscript CharOverride-1">6</hi> <hi rend="CharOverride-3">Gregory-Aland = </hi>ac 1 <hi rend="CharOverride-3">Mink-Schmitz</hi>. <hi>I frammenti sono stati </hi><hi>pubblicati integralmente da </hi><hi rend="CharOverride-3">Rösch</hi><hi> 1910, da cui sono tratte la </hi><hi>maggior parte delle informazioni. Ad oggi, questa monografia, ripresa anche </hi><hi>da </hi><hi rend="CharOverride-3">Treu</hi><hi> 1965, p. 100 e p. 115 nota 25, </hi><hi>rimane la più completa. Una descrizione sommaria è fornita da </hi><hi rend="CharOverride-3">Fischer</hi><hi> 2006, p. 21.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-034-backlink">52</ref></hi> <hi>A questi due personaggi, professori all</hi><hi>’Università di Strasburgo, si deve la creazione stessa della collezione</hi><hi> di papiri e </hi><hi rend="italic">ostraca</hi><hi> di cui fa parte anche il</hi><hi> codice miscellaneo oggetto della discussione. Si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Boud’hors</hi><hi> 1998,</hi><hi> pp. 1-5.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-033-backlink">53</ref></hi> <hi>Altri frammenti più piccoli, pubblicati in </hi><hi rend="CharOverride-3">Rösch </hi><hi rend="CharOverride-3">1910, </hi><hi>pp</hi><hi rend="CharOverride-3">.</hi><hi> 161-165, pur appartenendo con sicurezza al codice, non</hi><hi> hanno ancora trovato una propria collocazione. Riproduzione di una </hi><hi>tavola in </hi><hi rend="CharOverride-3">Boud’hors</hi><hi> 1998, pp. 151-152.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-032-backlink">54</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">Rösch</hi><hi> 1910, </hi><hi>pp. </hi><hi rend="CharOverride-3">VIII-X</hi><hi>. È bene sottolineare che, malgrado le difficoltà oggettive</hi><hi> incontrate dallo studioso, la ricostruzione da lui proposta non è</hi><hi> stata messa seriamente in discussione da nessuno fino ad oggi.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-031-backlink">55</ref></hi> <hi>Questo testo godette di molta fama e di ampia </hi><hi>circolazione nel cristianesimo tardoantico orientale, fino ad essere letto durante </hi><hi>le assemblee liturgiche, al pari delle canoniche epistole cattoliche. Oltre </hi><hi>all’originale greco, tramandato, tra gli altri, dal celebre </hi><hi rend="italic">Codex </hi><hi rend="italic">Alexandrinus</hi><hi> (London</hi><hi rend="CharOverride-3">,</hi><hi> British Library, Royal 01 D VIII, ff. </hi><hi>134r-143r) dopo i libri canonici del Nuovo Testamento, si conoscono </hi><hi>una versione latina, una versione siriaca e ben due versioni </hi><hi>copte. Si veda la ricca introduzione all’edizione </hi><hi rend="CharOverride-3">Jaubert</hi><hi> 1971, </hi><hi>pp. 13-58 e soprattutto 91-93 (= trad. it. pp. 11-62 </hi><hi>e 99-101), nonché </hi><hi rend="CharOverride-3">Prinzivalli</hi><hi> 2010, pp. 77-275 e 449-541.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-030-backlink">56</ref></hi> <hi>I</hi><hi> passi vengono indicati con i loro estremi ma, dato lo</hi><hi> stato frammentario delle pagine, questo non vuol dire che il</hi><hi> testo sia conservato con continuità. Anzi, i brani sono frequentemente</hi><hi> danneggiati da ampie lacune. Per i dettagli sullo stato del</hi><hi> testo si rimanda a </hi><hi rend="CharOverride-3">Rösch</hi><hi> 1910.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-029-backlink">57</ref></hi> Così <hi rend="CharOverride-3">Rösch</hi> 1910, p. <hi rend="CharOverride-3">XXVII:</hi> «beide Texte zeigen aber oft erhebliche Abweichungen und scheinen sogar verschiedenen Versionen zu folgen».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-028-backlink">58</ref></hi> <hi>Si è pensato (</hi><hi rend="CharOverride-3">Rösch</hi><hi> 1910, p. </hi><hi rend="CharOverride-3">XXVII</hi><hi>) che i brani potessero essere stati</hi><hi> copiati da un lezionario, ma i passi non corrispondono a</hi><hi> nessuna delle pericopi riportate dai libri liturgici conosciuti.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-027-backlink">59</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">Rösch</hi><hi> </hi><hi>1910, p. 121 immagina che il primo cambio di lingua </hi><hi>avvenga all’interno della l. 30, f. 50v, segnalato semplicemente </hi><hi>da un </hi><hi rend="italic">dicolon</hi><hi>, e stampa:</hi></p><p rend="layout_notes ParaOverride-1"><hi>… [</hi><hi rend="CharOverride-4">καὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">θύσῃ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">καὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">απ</hi><hi>-]</hi></p><p rend="layout_notes ParaOverride-1"><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-4">ολέσῃ</hi><hi>: </hi><hi rend="CharOverride-3">x</hi><hi>, 1. </hi><hi rend="CharOverride-4">ϩⲁ</hi><hi>]</hi><hi rend="CharOverride-4">ⲙⲏⲛ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">ϩⲁⲙⲏ</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-4">ⲛ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">ϯϫⲟⲩ</hi><hi>]</hi></p><p rend="layout_notes"><hi>In realtà, il papiro in</hi><hi> questo punto è estremamente lacunoso, circostanza che non permette ricostruzioni</hi><hi> così precise. Inoltre non esistono validi motivi per pensare che</hi><hi> il cambio avvenisse all’interno della riga. Molto più economica,</hi><hi> e in linea con quanto si osserva in altri luoghi,</hi><hi> è l’ipotesi secondo la quale il testo greco terminasse</hi><hi> alla l. 29 e che con la l. 30, in</hi><hi> corrispondenza della </hi><hi rend="italic">paragraphos</hi><hi> caduta in lacuna, iniziasse il brano copto.</hi><hi> Questo tipo di </hi><hi rend="italic">paragraphos</hi><hi> è definita ‘a coda ondulata’</hi><hi> da </hi><hi rend="CharOverride-3">Albrecht, Matera</hi><hi> 2017.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-026-backlink">60</ref></hi> <hi>Si tratta, naturalmente, di calcoli </hi><hi>di massima, che non hanno la pretesa di restituire l’</hi><hi>esatta distribuzione dei testi, ma che piuttosto possono dare un’</hi><hi>idea della consistenza, in termini di fogli, di ciascuna opera. </hi><hi>Per il testo copto della </hi><hi rend="italic">Prima lettera di Clemente</hi><hi> mi </hi><hi>sono servito dell’edizione </hi><hi rend="CharOverride-3">Schmidt</hi><hi> 1908, mentre per la </hi><hi rend="italic">Lettera </hi><hi rend="italic">di Giacomo</hi><hi> dell’edizione </hi><hi rend="CharOverride-3">Schüssler</hi><hi> 1991, con l’avvertenza però </hi><hi>che quest’ultima riporta la versione saidica delle </hi><hi rend="italic">Epistole cattoliche</hi><hi> </hi><hi>e non quella achmimica.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-025-backlink">61</ref></hi> London, British Library, Royal 01 D V-VIII = 02 Aland = TM 62318. <hi>Su questo </hi><hi>fondamentale codice della Bibbia si è andata accumulando negli anni </hi><hi>una ricchissima messe di studi. Il lavoro più recente (e </hi><hi>più completo) è </hi><hi rend="CharOverride-3">Smith</hi><hi> 2014, da cui attingere ulteriore bibliografia </hi><hi>specialistica. Per un’analisi codicologica, invece, si rimanda ad </hi><hi rend="CharOverride-3">Andrist</hi><hi> </hi><hi>2015, pp. 27-34. La datazione del manoscritto alla seconda metà </hi><hi>del V secolo è stata stabilita da </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo</hi><hi> 1967, pp. </hi><hi>77-81.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-024-backlink">62</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">Yerushalayim</hi><hi>, </hi><hi rend="CharOverride-4">Πατριαρχικ</hi><hi rend="CharOverride-4">ὴ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">Βιβλιοθήκη</hi><hi>, </hi><hi rend="CharOverride-4">Παναγίου</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">Τά</hi><hi rend="CharOverride-4">φ</hi><hi rend="CharOverride-4">ου</hi><hi> 54 sottoscritto nel 1054 dal notaio Leone, la cui</hi><hi> mano viene considerata da </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo</hi><hi> 2000, p. 231 esemplificativa del</hi><hi> primo «polo di attrazione» delle scritture librarie informali di XI-XII</hi><hi> secolo da lui individuato. Sul copista Leone si veda anche</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">Pérez Martín</hi><hi> 2016, pp. 583-584, con ulteriore bibliografia. Riproduzioni in</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">Lake</hi><hi> I, nr. 7, pl. 11 e </hi><hi rend="CharOverride-3">Barbour</hi><hi> 1981, </hi><hi>p. 21, nr. 75.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-023-backlink">63</ref></hi> <hi>Basti la testimonianza di Eusebio di</hi><hi> Cesarea (</hi><hi rend="italic">Hist. Eccl</hi><hi>. 4.23.11) che, citando una lettera di</hi><hi> Dionigi, vescovo di Corinto attorno al 170, attesta come, almeno</hi><hi> in quella diocesi, la </hi><hi rend="italic">Prima lettera di Clemente</hi><hi> fosse letta</hi><hi> durante le assemblee liturgiche (</hi><hi rend="CharOverride-4">ἐπὶ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">τῆς</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">ἐκκλησ</hi><hi rend="CharOverride-4">ίας</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">τὴν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">ἀνάγνωσιν</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">αὐτῆς</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">ποιεῖ</hi><hi rend="CharOverride-4">σθαι</hi><hi>).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-022-backlink">64</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">Rösch</hi><hi> 1910, p. </hi><hi rend="CharOverride-3">XXVII</hi><hi>.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-021-backlink">65</ref></hi> <hi>A differenza</hi><hi> del codice di Amburgo, quello di Strasburgo va dunque definito,</hi><hi> in assenza di snodi, pluritestuale monoblocco, secondo la terminologia di</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">Maniaci</hi><hi> 2004, p. 88.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-020-backlink">66</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Jaubert</hi><hi> 1971, pp. 52-56 (= trad. it. pp. 55-60).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-019-backlink">67</ref></hi> <hi>Berlin, Staatsbibliothek zu Berlin – Preußischer Kulturbesitz, Ms. or.</hi><hi> 3065 = TM 107764 = CMCL MONB.MW = CLM686. Si</hi><hi> tratta di 36 fogli di papiro, oggi conservati tra lastre</hi><hi> di vetro, originariamente parte di un codice a fascicolo unico</hi><hi> di almeno 21 bifogli e 8 fogli singoli. Il manoscritto,</hi><hi> riferito al IV secolo, venne acquistato nel 1905 al Cairo</hi><hi> dallo stesso Schmidt, ancora protetto dall’originaria legatura in cuoio</hi><hi> decorato. Si vedano l’</hi><hi rend="italic">editio princeps</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">Schmidt</hi><hi> 1908, la scheda</hi><hi> in </hi><hi rend="CharOverride-3">Buzi</hi><hi> 2014a, pp. 181-183, nr. 15 e </hi><hi rend="CharOverride-3">Fischer</hi><hi> 2006, pp. 20-21.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-018-backlink">68</ref></hi> <hi>Per una presentazione generale del dialetto </hi><hi>achmimico, cfr. </hi><hi rend="italic">CE</hi><hi>, </hi><hi rend="italic">s.v.</hi><hi> </hi><hi rend="italic">Akhmimic</hi><hi> (a cura di P. Nagel).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-017-backlink">69</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Orlandi</hi><hi> 2002, p. 223 (citazione completa alla </hi><hi>nota 33). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-016-backlink">70</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">Rösch</hi> 1910, p. X: «Auf Grund der paläographischen Indizien möchte ich in die Mitte oder ans Ende des 5. Jhrhunderts setzen».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-015-backlink">71</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">Clarysse-Orsini</hi> 2012, p. 456 (e p. 458; tabella p. 469).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-014-backlink">72</ref></hi> Oslo, University Library, P. inv. 1661 = nr. 359 <hi rend="CharOverride-3">van Haelst</hi> = 994 <hi rend="CharOverride-3">Rahlfs</hi> = P<hi rend="superscript CharOverride-1">62</hi> <hi rend="CharOverride-3">Aland</hi> = TM 61839 = CLM 939. <hi>I frammenti facevano parte di un lotto contenente </hi><hi>anche frustuli in geroglifico, ieratico e demotico acquistato in Egitto </hi><hi>da Jens Lieblein. Non si conoscono i dettagli della compravendita</hi><hi> (l’egittologo norvegese si recò in Egitto a più riprese</hi><hi> tra il 1869 e il 1903). L’</hi><hi rend="italic">editio princeps</hi><hi> si</hi><hi> deve ad </hi><hi rend="CharOverride-3">Amundsen</hi><hi> 1945, pp. 121-140. La scheda di </hi><hi>descrizione più recente è in </hi><hi rend="CharOverride-3">Rahlfs, Fraenkel</hi><hi> 2004, pp. 270-271.</hi><hi> Si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-3">Treu</hi><hi> 1965, p. 100 e pp. 115-116</hi><hi> nota 26.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-013-backlink">73</ref></hi> <hi>La versione copta però non sembra l</hi><hi>’esatta traduzione del precedente testo greco, come dimostra la </hi><hi rend="italic">varia</hi><hi rend="italic"> lectio</hi><hi> di Mt 11, 27; si veda il commento di</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">Amundsen</hi><hi> 1945, pp. 132-133.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-012-backlink">74</ref></hi> <hi>Così </hi><hi rend="CharOverride-3">Orsini, Clarysse</hi><hi> 2012, p. </hi><hi>457, che pone i frammenti tra gli esempi di ‘</hi><hi>stile severo’ che presentano chiaroscuro, anche se in modo incoerente.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-011-backlink">75</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Amundsen</hi><hi> 1945, p. 129, che preferisce pensare </hi><hi>all’inizio del IV secolo.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-010-backlink">76</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Orsini, Clarysse</hi><hi> 2012,</hi><hi> p. 470.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-009-backlink">77</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">Turner</hi><hi> 1977, p. 25 definisce «miniature codex» </hi><hi>quel codice di larghezza inferiore ai 10 cm. Anche se </hi><hi>la maggioranza dei codici in miniatura che sopravvivono conservano testi </hi><hi>cristiani, questa tipologia non era sconosciuta al mondo classico: sono </hi><hi>ben noti i passi di Marziale in cui si fa </hi><hi>riferimento ai </hi><hi rend="italic">libelli</hi><hi> che </hi><hi rend="italic">manus una capit</hi><hi> (</hi><hi rend="italic">Ep</hi><hi>. 1.2) </hi><hi>e all’Omero </hi><hi rend="italic">in pugillaribus membraneis</hi><hi> (</hi><hi rend="italic">Ep</hi><hi>. 14.184); si </hi><hi>vedano almeno </hi><hi rend="CharOverride-3">Roberts, Skeat</hi><hi> 1983; pp. 24-29, </hi><hi rend="CharOverride-3">Degni</hi><hi> 1998, pp. </hi><hi>55-59 e </hi><hi rend="CharOverride-3">Pecere</hi><hi> 2010, pp. 83 e nota 230 e </hi><hi>p. 89 note 250-252. Stando ai frammenti superstiti, il materiale </hi><hi>scrittorio preferito per questo genere di codici era la pergamena, </hi><hi>sicuramente più resistente del papiro alle sollecitazioni meccaniche che un </hi><hi>libro così piccolo avrebbe subito. Per un inquadramento più recente </hi><hi>si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Kruger</hi><hi> 2013, pp. 25-27.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-008-backlink">78</ref></hi> <hi>London, British Library, </hi><hi>Pap 2556 = nr. 92 </hi><hi rend="CharOverride-3">van Haelst</hi><hi> = 2051 </hi><hi rend="CharOverride-3">Rahlfs</hi><hi> </hi><hi>= TM 61958. Sul frammento si vedano P.Lond.Lit. 204 edito </hi><hi>da Milne; </hi><hi rend="CharOverride-3">Turner</hi><hi> 1977, p. 22 e p. 148, P62 </hi><hi>e </hi><hi rend="CharOverride-3">Kruger</hi><hi> 2013, p. 26. Una descrizione aggiornata si può </hi><hi>leggere in </hi><hi rend="CharOverride-3">Rahlfs</hi><hi>, </hi><hi rend="CharOverride-3">Fraenkel</hi><hi> 2004, pp. 219-220. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-007-backlink">79</ref></hi> Berlin, Staatliche Museen, P. 8299 = nr. 728 <hi rend="CharOverride-3">van Haelst</hi> = TM 64385. Pubblicato come BKT VI, pp. 125-126, nr. VI 8 (Schubart). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-006-backlink">80</ref></hi> London, British Library, Or. 4916 (7) = TM 108679.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-005-backlink">81</ref></hi> London, British Library, Or. 4916 (5) = TM 108678. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-004-backlink">82</ref></hi> Manchester, John Rylands Library Copt. 7 = sa 243 <hi rend="CharOverride-3">Schüssler</hi> = TM 107894 = CLM 2672. <hi rend="CharOverride-4">Ε</hi>dito da Crum nel 1909.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-003-backlink">83</ref></hi> <hi>London, British Library, Or.</hi><hi> 4916 (4) = TM 108676.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-002-backlink">84</ref></hi> <hi>Su questo tipo di </hi><hi>produzione, dai contorni sfuggenti, esiste una bibliografia sterminata. Non è </hi><hi>facile, infatti, stabilire cosa sia un amuleto e cosa non </hi><hi>lo sia, dal momento che nella maggior parte dei casi </hi><hi>non vi è nessun elemento formale che possa determinare la </hi><hi>precisa funzione del frammento manoscritto. Il contributo più recente, che </hi><hi>include anche una lista ragionata di tutti i papiri con </hi><hi>elementi cristiani identificabili, con buona probabilità, come amuleti, si deve </hi><hi>a </hi><hi rend="CharOverride-3">de</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">Bruyn, Dijkstra</hi><hi> 2011, con ulteriore bibliografia. Il papiro</hi><hi> di Oslo è registrato tra i «possible amulets» al nr.</hi><hi> 182. Anche </hi><hi rend="CharOverride-3">Treu</hi><hi> 1965, p. 100 accenna al possibile uso</hi><hi> come amuleto. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-001-backlink">85</ref></hi> <hi>In funzione di amuleti sembrano essere stati</hi><hi> reimpiegati, secondo </hi><hi rend="CharOverride-3">Barker</hi><hi> 2010, P.Mil.Vogl. inv. 1224 + P.Macq.</hi><hi> inv. 360 (= P</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">91</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">Aland</hi><hi>) e P.Oxy. X 1229</hi><hi> (= P</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">23</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">Aland</hi><hi>) a motivo dei segni di piegatura</hi><hi> che si riscontrano sui due papiri. Una storia simile è</hi><hi> stata ricostruita da </hi><hi rend="CharOverride-3">Horsley</hi><hi> 1997 per P.Vindob. G 29831 (anche</hi><hi> se in questo caso, secondo lo studioso, il riutilizzo fu</hi><hi> innescato, per così dire, da un errore del copista, che</hi><hi> non riuscì a completare il passo di Gv 1, 6</hi><hi> per motivi di spazio). Le problematiche che pongono manoscritti di</hi><hi> questo tipo sono chiaramente enunciate e acutamente discusse in </hi><hi rend="CharOverride-3">de</hi><hi rend="CharOverride-3"> Bruyn</hi><hi> 2010, pp. 159-161, con ulteriore bibliografia.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-000-backlink">86</ref></hi> <hi>Così </hi><hi rend="CharOverride-3">Amundsen</hi><hi> 1945, pp. 137-138. </hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Luca De Curtis, University of Naples L’Orientale, Italy, <ref target="mailto:luca.decurtis%40unior.it?subject=">luca.decurtis@unior.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0009-0004-8735-3550">0009-0004-8735-3550</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Luca De Curtis, <hi rend="italic">I codici miscellanei</hi>, © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.08">10.36253/979-12-215-0960-1.08</ref>, in Luca De Curtis, <hi rend="CharOverride-6">Libri greci e greco-copti nel monachesimo egiziano</hi>, pp. -130, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0960-1, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1">10.36253/979-12-215-0960-1</ref></p><p rend="editorial_metadata_references">Book References DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.references">10.36253/979-12-215-0960-1.references</ref></p></div></div>
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