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        <title type="main" level="a">Manoscritti veterotestamentari e liturgici</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0009-0004-8735-3550" type="ORCID">
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            <surname>De Curtis</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Libri greci e greco-copti nel monachesimo egiziano</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0960-1</idno>) by </resp>
          <name>Luca De Curtis</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.09</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>This chapter presents a systematic palaeographical and codicological analysis of Greek–Coptic bilingual fragments containing Old Testament texts, aiming to clarify their material features, scribal practices, and role within the manuscript production of Christian Egypt.</p>
      </abstract>
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            <item>Old Testament manuscripts</item>
            <item>Greek-Coptic bilingualism</item>
            <item>Scribal practices</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.09<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.09" /></p>
<div><head>VII.</head></div><div><head>Manoscritti veterotestamentari e liturgici</head><p rend="text">Per quanto riguarda l’Antico Testamento, il libro di gran lunga più attestato nei manoscritti bilingui greco-copti è quello dei <hi rend="italic">Salmi</hi>. Ciò non stupisce: è ben noto quanto pervasiva fu la diffusione dei <hi rend="italic">Salmi</hi> in ambiente cristiano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-103">1</ref></hi></hi> e in particolare nel monachesimo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-102">2</ref></hi></hi>, tanto in Occidente<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-101">3</ref></hi></hi> quanto, soprattutto, in Oriente. L’uso liturgico di queste composizioni poetiche, attestato già al tempo di Israele, viene ripreso dai cristiani, che sui <hi rend="italic">Salmi</hi> costruiscono l’impalcatura dell’ufficio divino quotidiano. Alcuni luoghi della letteratura monastica, più volte ricordati e citati dagli studiosi, sono espliciti in tal senso. L’anonima <hi rend="italic">Regula Magistri</hi>, che tanto spazio dedica all’organizzazione della preghiera delle ore, specificando quali salmi vadano recitati e quando, prescrive ai monaci di celebrare l’ufficio da soli, nel caso si trovino lontano più di cinquanta passi dal convento<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-100">4</ref></hi></hi>, oppure di pregare i salmi durante il cammino, <hi rend="italic">ab omni verbo alieno a Deo tacentes</hi> […] <hi rend="italic">ambulando</hi> […] <hi rend="italic">prorumpant in psalmum</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-099">5</ref></hi></hi>. Ma soprattutto, la <hi rend="italic">Regula</hi> si preoccupa affinché i salmi siano <hi rend="italic">meditati</hi> da chi non li conosce, <hi rend="italic">psalmos meditari a nescientibus</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-098">6</ref></hi></hi>, dove <hi rend="italic">meditari</hi> non va inteso genericamente “studiare” o “imparare a memoria” ma piuttosto, in senso tecnico, “ripetere in modo reiterato, introiettare”. Dal momento che è la preghiera comunitaria a fare la comunità monastica, è fondamentale che coloro che già conoscono i salmi, a loro volta, <hi rend="italic">psalmos</hi> <hi rend="italic">ignorantibus</hi> <hi rend="italic">ostendant</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-097">7</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Perché ciò avvenga, è necessario che i monaci siano alfabetizzati, almeno ad un livello elementare. Non a caso, la <hi rend="italic">Regula</hi>, nella medesima sezione <hi rend="italic">De actu operum</hi> <hi rend="italic">quotidianorum, per diversas horas, diverso tempore</hi>, oltre alla <hi rend="italic">meditatio </hi><hi rend="italic">psalmorum</hi> prescrive anche la <hi rend="italic">meditatio</hi> <hi rend="italic">litterarum</hi>, alla quale gli <hi rend="italic">infantuli</hi> sono accompagnati da un monaco <hi rend="italic">litteratus</hi>, ma che deve preoccupare anche i fratelli più anziani<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-096">8</ref></hi></hi>. I salmi quindi come esercizio scolastico, punto sul quale si avrà modo di tornare; dopotutto, a Bisanzio, si imparava a leggere proprio con i salmi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-095">9</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Indicazioni molto simili si leggono nelle regole monastiche bizantine. Basti ricordare che nel tempo di Quaresima i monaci erano tenuti a recitare l’intero <hi rend="italic">Salterio</hi> mentre svolgevano i compiti che erano loro assegnati<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-094">10</ref></hi></hi>. Nell’Oriente greco più che altrove, e in particolare a Bisanzio, i <hi rend="italic">Salmi</hi> non solo ebbero una profondissima e perdurante influenza nella produzione poetica<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-093">11</ref></hi></hi>, ma, nella forma concreta del libro manoscritto, furono una presenza costante e largamente diffusa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-092">12</ref></hi></hi>. Nel caso di <hi rend="italic">book epigrams</hi> destinati a manoscritti contenenti il <hi rend="italic">Salterio</hi>, il gioco di influenze, allusioni e rimandi tra salmi, produzione poetica bizantina e materialità del libro raggiunge il livello più complesso e allo stesso tempo la manifestazione più esplicita e trasparente<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-091">13</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La centralità del libro dei <hi rend="italic">Salmi</hi> era già riconosciuta nel monachesimo pacomiano. Nel magmatico e stratificato <hi rend="italic">corpus</hi> che ne trasmette precetti e consuetudini, i riferimenti al <hi rend="italic">Salterio</hi> sono numerosissimi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-090">14</ref></hi></hi>. Il postulante è tenuto ad imparare a memoria un certo numero di salmi, <hi rend="italic">psalmos quanto potuerit discere</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-089">15</ref></hi></hi>, addirittura prima di poter essere ammesso nella comunità. I monaci dovevano conoscere a memoria almeno il <hi rend="italic">Nuovo Testamento</hi> e il <hi rend="italic">Salterio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-088">16</ref></hi></hi>. Non è forse un caso, dunque, che siano proprio i <hi rend="italic">Vangeli</hi> e i <hi rend="italic">Salmi</hi> i testi in assoluto più rappresentati tra i manoscritti bilingui greco-copti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-087">17</ref></hi></hi>, talvolta anche combinati insieme, come accade in taluni lezionari. </p><p rend="text">Nell’Egitto cristiano i <hi rend="italic">Salmi</hi> ebbero impieghi talvolta sorprendenti. Una serie di frammenti pergamenacei, collocati tra IX e X secolo e conservati al Coptic Museum del Cairo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-086">18</ref></hi></hi>, è stata ricondotta a quello che il primo editore ha definito «Psalm <hi rend="italic">testimonia</hi> collection», vale a dire una raccolta, con intento catechetico, di almeno trenta passi salmodici correlati ad eventi della vita di Cristo, di cui rappresentano la prefigurazione profetica. La raccolta, in copto, è con ogni probabilità la traduzione di un’analoga collezione greca, da collocare attorno al 400<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-085">19</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Anche in ambito liturgico, i copti non si limitarono a riproporre i <hi rend="italic">Salmi</hi> semplicemente organizzandoli in sequenze diverse secondo le necessità dell’ufficio quotidiano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-084">20</ref></hi></hi>. Tipico della tradizione copta è il genere delle <hi rend="italic">hermeneiai</hi>, un particolare tipo di inno liturgico composto combinando tra loro diversi versi salmodici sulla base di una parola chiave condivisa, che poi venivano cantati uno dietro l’altro<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-083">21</ref></hi></hi>. Un manoscritto proveniente da Ḥāmūlī, oggi alla Morgan Library &amp; Museum con segnatura M 574<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-082">22</ref></hi></hi> e copiato nell’897/898 dai diaconi Basilio e Samuele di Touton, conserva diverse <hi rend="italic">hermeneiai</hi>, alcune ripetute sia in greco che in copto.</p><p rend="text">Si è brevemente accennato all’uso dei <hi rend="italic">Salmi</hi> come testo scolastico. Da tempo è stato messo in luce dagli studiosi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-081">23</ref></hi></hi> come in età tardoantica i <hi rend="italic">Salmi</hi> sostituiscano progressivamente gli autori classici nel fornire modelli da riprodurre agli studenti che già avevano ricevuto la prima educazione grafica<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-080">24</ref></hi></hi> e che avevano invece bisogno di migliorare la pratica della scrittura, sciogliendo sempre di più i movimenti della propria mano. Tra i possibili esempi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-079">25</ref></hi></hi> se ne citeranno due, assai rivelatori. Il primo è rappresentato da una tavoletta di legno<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-078">26</ref></hi></hi> sulla quale una stessa mano, piuttosto educata alla maiuscola alessandrina, copia per sei volte Sal 28, 3 nella traduzione della LXX, mentre sull’altra facciata verga l’alfabeto greco, seguito da sequenze vocaliche e dalle lettere copte. Il secondo è un esempio, per così dire, speculare: su un papiro<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-077">27</ref></hi></hi>, proveniente dal Monastero di Apa Apollo presso Asyūṭ, compare il Sal 2, 7 in copto, mentre in greco è la formula epistolare e la lista di parole che la medesima mano copia sulla stessa facciata.</p><p rend="text">Infine, in questa sede, si può solo accennare alle numerose occorrenze di versi tratti dai salmi nella sfuggente categoria papirologica degli amuleti e dei testi magici<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-076">28</ref></hi></hi>, in particolare del Sal 90<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-075">29</ref></hi></hi>. Nella lista di amuleti riconducibili in un modo o nell’altro ad ambienti cristiani, compilata da Theodore de Bruyn e Jitse Dijkstra<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-074">30</ref></hi></hi>, si contano quasi 70 casi in cui compare il versetto di un salmo, talvolta in combinazione con un passo evangelico. In un <hi rend="italic">ostracon</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-073">31</ref></hi></hi> proveniente da Medīnet Hābū si legge addirittura il Sal 30 prima in greco, poi in copto.</p><p rend="text">Assieme ai <hi rend="italic">Salteri</hi>, in questa sezione saranno analizzati anche un testimone papiraceo del libro delle <hi rend="italic">Odi</hi> (P.Vindob. K 8706 <hi rend="CharOverride-2">[46]</hi>) e un codice contenente due inni acrostici <hi rend="CharOverride-3">[1]</hi> di impiego sicuramente liturgico. Essi condividono con i <hi rend="italic">Salteri</hi> alcune caratteristiche codicologiche e paleografiche che rendono fruttuosa la trattazione in parallelo. Infatti, il testo dei <hi rend="italic">Salmi</hi>, come quello delle <hi rend="italic">Odi</hi> o degli inni acrostici, è sempre vergato a piena pagina, indipendentemente dal supporto scrittorio. Il copista è in genere molto attento a visualizzare graficamente la struttura poetica del salmo. In altre parole, si cerca di mantenere ciascun versetto all’interno di un solo rigo di scrittura e qualora questo non sia possibile, la riga successiva (ed eventualmente anche quella ancora dopo) presenta una <hi rend="italic">eisthesis</hi>, anche di diversi centimetri, come si osserva, ad esempio, in sa 91 <hi rend="CharOverride-4">Schüssler </hi><hi rend="CharOverride-2">[30]</hi>. Come si avrà modo di notare, nel caso di alcuni lezionari a cui si è accennato, il <hi rend="italic">layout</hi> a piena pagina viene mantenuto anche qualora il <hi rend="italic">Vangelo</hi>, accompagnato dal salmo, sia invece vergato su due colonne. Questa <hi rend="italic">mise en page</hi>, sistematica nei manoscritti dei <hi rend="italic">Salmi</hi> di origine monastica egiziana, è esibita già dal più antico <hi rend="italic">Salterio</hi> copto conservato, il London, British Library, Or. 5000<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-072">32</ref></hi></hi>, un codice papiraceo riferito al tardo VI secolo o all’inizio del secolo successivo, rinvenuto assieme ad un altro manoscritto, sempre papiraceo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-071">33</ref></hi></hi>, nel 1896, avvolto in un panno di lino all’interno di una scatola di pietra seppellita nelle sabbie dell’Alto Egitto, nei pressi delle rovine di un antico monastero.</p><p rend="text">Per facilità di esposizione, in coda a questa sezione verranno brevemente descritti anche due frammenti veterotestamentari, P.Köln IV 169 <hi rend="CharOverride-3">[13] </hi>e P.Ryl.Copt. 3 <hi rend="CharOverride-3">[21]</hi>. Pur non essendo testimoni dei <hi rend="italic">Salmi</hi> (si tratta, infatti, rispettivamente di un frammento di <hi rend="italic">Isaia</hi> e di uno del <hi rend="italic">Libro di Giobbe</hi>), il testo si dispone anche in questo caso a piena pagina.</p><div><head>1. P.Vindob. K 9907-9972</head><p rend="text">Tra i codici bilingui più o meno frammentari che contengono il libro dei <hi rend="italic">Salmi</hi>, lo <hi rend="italic">specimen</hi> più antico è rappresentato da una serie di frammenti papiracei indicati, nel loro insieme, dalla segnatura P.Vindob. K 9907-9972<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-070">34</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-3">[51]</hi>, i quali permettono di ricostruire 25 fogli di un <hi rend="italic">Salterio</hi> bilingue greco-saidico di circa mm 280 × 170. I salmi sono disposti a piena pagina (lo specchio scrittorio è di circa mm 230 × 135 ed ospita in media 35 linee) e in successione, in modo tale che ciascun testo greco sia seguito dalla corrispondente traduzione copta<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-069">35</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Soltanto sul foglio composto dai frammenti K 9911c + 9920 + 9932 + 9941 + 9945a + 9971b si legge, nell’angolo superiore esterno, il numero <hi rend="CharOverride-5">ⲣ</hi><hi rend="CharOverride-5">ⲟⲅ</hi>/[<hi rend="CharOverride-5">ⲣ</hi>]<hi rend="CharOverride-5">ⲟ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">ⲇ</hi> (173/174). È possibile, dunque, che in origine fosse presente una paginazione continua. </p><p rend="text">Per quanto riguarda la composizione fascicolare, la sistematica analisi dei frammenti ha permesso di correggere l’opinione di Wessely, secondo il quale il codice era composto da bifogli singoli cuciti tra loro. La successione continua del testo ha portato gli studiosi ad ipotizzare un originario progetto che abbracciava due volumi di <hi rend="italic">Salmi</hi> con traduzione copta, di cui i 25 fogli viennesi sarebbero ciò che rimane della prima parte<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-068">36</ref></hi></hi>. Effettivamente, se il foglio paginato 173/174 ospita, sul <hi rend="italic">verso</hi>, il Sal 56, 1-9 in greco, l’intera raccolta poetica avrebbe avuto bisogno di quasi 125 bifogli per essere trascritta completamente<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-067">37</ref></hi></hi>. E certamente, un codice costituito da 125 unioni sarebbe andato incontro in breve tempo a problemi di tenuta della compagine fascicolare, soprattutto se utilizzato quotidianamente.</p><p rend="text">Tuttavia, i frammenti di tre pagine consecutive presentano il medesimo orientamento delle fibre, dimostrando che il codice era composto da fascicoli di più bifogli, verosimilmente quaternioni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-066">38</ref></hi></hi>. Non è escluso che l’edizione bilingue trovasse spazio in un solo corposo volume. </p><p rend="text">L’unica mano che copia, tanto per il greco quanto per il copto, i fogli superstiti impiega una maiuscola dal tracciato spigoloso e di modulo abbastanza grande, irregolare nell’esecuzione, lievemente inclinata verso destra (ma l’asse non è costante) e caratterizzata da un contrasto modulare molto accentuato. Le aste discendenti di <hi rend="italic">gamma</hi>, <hi rend="italic">rho</hi>, <hi rend="italic">tau</hi>, <hi rend="italic">ti</hi> e talvolta di <hi rend="italic">ypsilon</hi> e <hi rend="italic">psi</hi> piegano a sinistra nell’ultima parte; lo stesso fenomeno si osserva in <hi rend="italic">iota</hi>. I primi due tratti di <hi rend="italic">alpha</hi>, realizzato in due tempi, formano un angolo molto acuto; il terzo, quasi verticale, si prolunga a destra, sul rigo di base. Caratteristica è la forma spezzata di <hi rend="italic">beta</hi> costituito da due triangoli rettangoli con i tratti curvi sostituiti da segmenti obliqui; triangolare è anche il piccolo occhiello di <hi rend="italic">rho</hi>. <hi rend="italic">Epsilon</hi>, molto stretto, è in tre tempi, con il tratto orizzontale superiore che curva verso quello mediano, di norma più lungo, senza però chiudersi in occhiello; talvolta si nota un’esecuzione in due tempi, con i tratti tre e quattro fusi in una sola curva. I tratti due e tre di <hi rend="italic">my</hi> disegnano un’ampia curva che tocca il rigo di base. Anche il tratto obliquo di <hi rend="italic">ny</hi> si curva scendendo da sinistra a destra. Infine, il tratto verticale di <hi rend="italic">tau</hi> (e di <hi rend="italic">ti</hi>) non si innesta a metà della traversa ma è spostato verso destra. </p><p rend="text">Questa scrittura può essere paragonata ad altre maiuscole informali a contrasto modulare, caratterizzate dal tracciato spezzato e dall’asse ora più ora meno inclinato verso destra, come quelle testimoniate da P.Egerton 5<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-065">39</ref></hi></hi> (prima metà del V secolo) o P.Oxy. XIII 1614<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-064">40</ref></hi></hi> (seconda metà del V secolo). Rispetto a questi ultimi esempi, il copista del codice bilingue tende ad una maggiore formalità, pur senza raggiungere i livelli calligrafici di mani quali quella che verga PSI I 15 (inizio del V secolo). Tali confronti suggeriscono di collocare il manoscritto viennese nel V secolo con forse una preferenza per la seconda metà del secolo.</p></div><div><head>2. Sa 91 Schüssler</head><p rend="text">Diversi fogli, o frammenti di fogli, sparsi tra le collezioni europee e non, sono stati ricondotti a più riprese dagli studiosi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-063">41</ref></hi></hi> ad un unico codice pergamenaceo, anch’esso un <hi rend="italic">Salterio </hi><hi rend="CharOverride-3">[30]</hi>. Nello specifico, i frammenti oggi si trovano divisi fra la Bibliothèque nationale de France<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-062">42</ref></hi></hi>, che ne conserva il maggior numero (copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi> ff. 1, 2, 33, 98, 105-112; copt. 132<hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi> ff. 18, 51; copt. 132<hi rend="superscript CharOverride-1">3</hi> ff. 177, 202; copt. 133<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> ff. 57, 58), la Österreichische Nationalbibliothek di Vienna<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-061">43</ref></hi></hi> (P.Vindob. K 31<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-060">44</ref></hi></hi>; K 902; K 8343; K 9851; K 9871; K 9872), la British Library di Londra<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-059">45</ref></hi></hi> (Or 3579 A [17] ff. 1 e 3 [= P.Lond.Copt. I 25], Add. 34274 f. 51 [= P.Lond.Copt. I 942]), il Coptic Museum del Cairo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-058">46</ref></hi></hi> (JdE 44800; JdE 44802; JdE 44804; JdE 44810) e, dall’altra parte dell’Atlantico, la Morgan Library &amp; Museum di New York<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-057">47</ref></hi></hi> (M 706c). Dal momento che i fogli di Parigi fanno parte degli oltre 4000 frammenti scoperti da Gaston Maspero alla fine del XIX secolo, è certo che il codice fosse in origine custodito nella biblioteca del Monastero Bianco<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-056">48</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Questi frammenti restituiscono un totale di 27 fogli più o meno mutili, di cui è possibile ricostruire la sequenza sulla base dell’ordine in cui compaiono i salmi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-055">49</ref></hi></hi>. Le dimensioni del codice sono piuttosto significative: ciascun foglio misura in media mm 355 × 270 mentre la scrittura, che si dispone a piena pagina, occupa uno specchio che oscilla tra mm 265 × 195 e mm 245 × 175, lasciando quindi ampi margini. L’ornamentazione è molto sobria e si limita a semplici motivi fitomorfi, realizzati con lo stesso inchiostro in cui sono vergati i salmi, che talvolta occupano il margine destro della pagina. Sono presenti tracce di rigatura, eseguita a secco sul lato carne secondo il tipo 00A1 <hi rend="CharOverride-4">Leroy</hi>-<hi rend="CharOverride-4">Sautel</hi>. La paginazione originaria sopravvive soltanto su pochi frammenti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-054">50</ref></hi></hi>, sufficienti però a dimostrare che, per contenere l’intero <hi rend="italic">Salterio</hi> bilingue, il codice doveva essere costituito da poco meno di 250 fogli. A conti fatti, dunque, del codice sopravvive poco più di un foglio su dieci, condizione che, in assenza di segnature, non permette di ricostruire la struttura fascicolare originaria. È possibile ipotizzare un’articolazione in quaternioni, di gran lunga la più diffusa nei codici copti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-053">51</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Per quel che riguarda la <hi rend="italic">mise en page</hi>, a differenza di quanto osservato finora, testo greco e versione copta non si alternano, ma scorrono parallelamente su pagine affrontate. Di conseguenza, su ciascun foglio il <hi rend="italic">recto</hi> è occupato dal copto mentre il <hi rend="italic">verso</hi> dal greco, in modo tale che ad apertura di libro al testo greco della pagina di sinistra corrisponda la traduzione copta su quella di destra. Questa disposizione avrà grande fortuna e diventerà standard non solo per i <hi rend="italic">Salteri</hi>, ma anche per i tetravangeli.</p><p rend="text">La maiuscola impiegata [tav. V] per i salmi, sia greci che copti, è fortemente chiaroscurata e di modulo sostanzialmente quadrato (anche se alcune lettere, come <hi rend="italic">my</hi>, <hi rend="italic">pi</hi>, <hi rend="italic">tau</hi>, <hi rend="italic">omega</hi>, <hi rend="italic">fai</hi> e <hi rend="italic">shai</hi>, possono preferire un modulo più largo). Il chiaroscuro è coerente nei tratti verticali, di massimo spessore, e nei tratti orizzontali, ridotti a sottilissimi filetti, ma non lo è per quanto riguarda i tratti obliqui: mentre in <hi rend="italic">ny</hi> il tratto obliquo discendente da sinistra verso destra è di minimo spessore, in <hi rend="italic">delta</hi>, <hi rend="italic">lambda</hi> e <hi rend="italic">giangia</hi> si attesta su valori medi; nei tratti che compongono la tenaglia di <hi rend="italic">kappa</hi>, eseguiti in un solo movimento, quello discendente da destra verso sinistra ha spessore minimo, mentre al cambio di direzione il tratto diventa di medio spessore; <hi rend="italic">ypsilon</hi>, se eseguito in un tempo, vede il tratto di sinistra più spesso di quello di destra (stesso fenomeno che si osserva in <hi rend="italic">chi</hi>), ma questa caratteristica non è sistematicamente presente. </p><p rend="text">Sui frammenti parigini si osserva un’oscillazione nel tratteggio di alcune lettere. Il primo e il secondo tratto di <hi rend="italic">alpha</hi> possono formare un angolo molto acuto oppure essere fusi in una curva, piuttosto piccola e schiacciata sul rigo di base. Discorso simile per i tratti due e tre di <hi rend="italic">my</hi>, entrambi di minimo spessore, che possono formare un angolo acuto oppure essere fusi e appiattiti sulla riga di base. Infine, <hi rend="italic">ypsilon</hi> può essere eseguito in due tempi, con il primo tratto che scende al di sotto del rigo di base, oppure in un solo tempo, con tracciato occhiellato. Si tratta, in definitiva, di un’oscillazione tra forme riconducibili da una parte al canone della maiuscola biblica, dall’altra a quello della maiuscola alessandrina. Si sarebbe tentati di vedere nei frammenti parigini una mano diversa rispetto a quella attestata negli altri fogli, ma il particolare tratteggio di <hi rend="italic">kappa</hi>, che presenta tenaglia, tendenzialmente separata dal tratto verticale, in cui il primo tratto obliquo comincia con un vistoso ricciolo o uncino, suggerisce piuttosto l’identità di mano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-052">52</ref></hi></hi>. Il fatto che lo stesso copista oscilli tra tratteggi diversi ha delle significative ricadute sull’elaborazione della variante unimodulare ma chiaroscurata della maiuscola alessandrina, in cui sui tratteggi alessandrini si innesta l’alternanza marcata tra pieni e filetti e la panoplia di elementi ornamentali derivati dagli esempi più tardi della maiuscola biblica. L’aspetto artificioso della scrittura, amplificato dall’innaturale chiaroscuro e dai pesanti elementi decorativi, suggerisce una datazione compresa tra la fine del VII e l’inizio dell’VIII secolo.</p><p rend="text">Nella versione a contrasto modulare della maiuscola alessandrina sono vergate, invece, le prime parole dei salmi, che possono contenere indicazioni sull’autore o sulle modalità di esecuzione. Quest’ultimo aspetto aiuta a spiegare il curioso fenomeno. I primi versetti, infatti, pur facendo parte a tutti gli effetti del salmo, vengono percepiti come una sorta di didascalia accessoria, e quindi copiati in scrittura distintiva. A questo proposito, è possibile tracciare un parallelo con quanto avviene nella maggior parte dei lezionari, sia greco-copti che monolingui copti, in cui, anche se per il testo principale è impiegata la variante unimodulare e chiaroscurata<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-051">53</ref></hi></hi> della maiuscola alessandrina, per le rubriche liturgiche vere e proprie è comunque preferita la variante a contrasto modulare.</p></div><div><head>3. Altri frammenti di <hi rend="italic">Salteri</hi></head><p rend="text">Un esempio pergamenaceo di <hi rend="italic">Salterio</hi> bilingue, in cui si alternano greco e traduzione copta, è offerto da un foglio conservato al Cairo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-050">54</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-3">[2]</hi>. Esso riporta Sal 44, 17-18 e Sal 45, 1-12 in copto seguiti dal Sal 46, 1-6 in greco, quest’ultimo preceduto dalla rubrica <hi rend="CharOverride-5">ⲙⲋ ⲉⲓⲥ ⲧⲟ</hi><hi rend="CharOverride-5"> ⲧⲉⲗⲟⲥ ⲩⲡ</hi>[<hi rend="CharOverride-5">ⲉⲣ ⲧⲱⲛ ⲩⲓⲱⲛ ⲕⲟⲣⲉ ⲯⲁⲗⲙⲟⲥ</hi>]. Non sono stati fino ad ora rintracciati altri frammenti appartenenti al medesimo codice. Stando alla testimonianza di questo unico foglio, sembra che i salmi si alternassero a due a due. Quanto alla scrittura, il copista impiega una maiuscola biblica molto chiaroscurata, riferita da Orsini<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-049">55</ref></hi></hi> al IX secolo, anche se la qualità del chiaroscuro, avvicinabile ad esempi che lo stesso studioso<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-048">56</ref></hi></hi> colloca tra VIII e IX secolo come il frammento copto del <hi rend="italic">Vangelo di Giovanni</hi> sa 566 <hi rend="CharOverride-4">Schüssler</hi><hi rend="notes_number CharOverride-6"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-047">57</ref></hi></hi> e i frammenti copti delle epistole cattoliche sa 578 <hi rend="CharOverride-4">Schüssler</hi><hi rend="notes_number CharOverride-6"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-046">58</ref></hi></hi>, e soprattutto il fatto che i tratti obliqui di <hi rend="italic">my</hi> non siano troppo curvati, come avviene al contrario in esempi assegnati al pieno IX secolo (ad esempio, il <hi rend="italic">Vangelo di Giovanni</hi> sa 585 <hi rend="CharOverride-4">Schüssler</hi><hi rend="notes_number CharOverride-6"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-045">59</ref></hi></hi>), suggeriscono di alzare la datazione del foglio cairense alla seconda metà dell’VIII secolo.</p><p rend="text">Un papiro oggi a New York<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-044">60</ref></hi></hi>, ma proveniente dal Monastero di Epifanio nella Tebaide (P.Mon.Epiph. 17 <hi rend="CharOverride-3">[24]</hi>), è l’unico frammento sopravvissuto di un ulteriore <hi rend="italic">Salterio</hi> bilingue. Malgrado le esigue dimensioni del lacerto (mm 80 × 45), è stato possibile individuare sul <hi rend="italic">recto</hi> Sal 90, 11-12 in copto, mentre sul <hi rend="italic">verso</hi> Sal 91, 1-2 in greco, introdotto dalla rubrica (<hi rend="CharOverride-5">ⲯⲁⲗⲙⲟⲥ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲱⲇⲏⲥ</hi>) <hi rend="CharOverride-5">ⲉⲓⲥ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲧⲏⲛ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲏⲙⲉⲣⲁ</hi>]<hi rend="CharOverride-5">ⲛ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲧⲟⲩ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲥⲁ[ⲃⲃⲁⲧⲟⲩ</hi>, individuata da semplici linee ornate<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-043">61</ref></hi></hi>. Le poche lettere che si leggono su ciascun lato permettono di delineare un’immagine soltanto approssimativa delle dimensioni originali della pagina, che per ospitare uno specchio di circa mm 250 × 180 doveva essere almeno di mm 280 × 220. Ad apertura di codice, il testo poetico scorreva parallelamente sulle due pagine. È degno di nota che dei numerosi esempi di papiri contenenti salmi provenienti dal Monastero di Epifanio, questo sia l’unico bilingue. La maiuscola alessandrina unimodulare, priva di contrasti chiaroscurali marcati e molto occhiellata, è stata correttamente riferita al VI-VII secolo, con forse una preferenza per la fine del VI secolo. </p><p rend="text">Gli scavi condotti dall’Istituto Papirologico “G. Vitelli” di Firenze ad Antinoupolis hanno portato alla luce un interessante frammento pergamenaceo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-042">62</ref></hi></hi> (mm 35 × 98) <hi rend="CharOverride-3">[3]</hi> che rimanda ad un manoscritto dei <hi rend="italic">Salmi</hi> con il testo a fronte in cui la traduzione copta è in dialetto achmimico. L’editore ha ricostruito per il codice originario uno specchio scrittorio di circa mm 200 × 100, a cui vanno aggiunti margini di almeno mm 14, corrispondenti a quanto si conserva del margine inferiore. La maiuscola biblica in cui è vergato è stata riferita alla seconda metà del V secolo. La diversa qualità del tracciato, più spesso per il testo greco, più sottile per quello copto, va imputata al calamo (più appuntito nel secondo caso) e non al cambio di mano, come conferma l’identità dei tratteggi. Per quanto minuto, il lacerto attesta l’esistenza di un’edizione, forse completa, del <hi rend="italic">Salterio</hi> in achmimico. Si conosce una sola altra testimonianza di tradizione diretta in questo dialetto, ma è conservata da una tavoletta lignea di ambiente scolastico<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-041">63</ref></hi></hi>, e non da un codice. </p></div><div><head>4. Il codice delle <hi rend="italic">Odi </hi>P.Vindob. K 8706</head><p rend="text">Sempre nella Papyrussammlung della Österreichische Nationalbibliothek è custodito un manoscritto papiraceo <hi rend="CharOverride-3">[46]</hi> che, pur non essendo un <hi rend="italic">Salterio</hi>, condivide con questi ultimi la <hi rend="italic">mise en </hi><hi rend="italic">page</hi>. Sotto la segnatura P.Vindob. K 8706<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-040">64</ref></hi></hi> sono conservati 26 fogli più o meno mutili di papiro, originariamente parte di un codice contenente un’edizione bilingue del <hi rend="italic">Libro delle </hi><hi rend="italic">Odi</hi>. A questi si aggiungono una ventina di frammenti le cui dimensioni non hanno permesso ai primi editori, Walter Till e Peter Sanz, di collocarli con sicurezza. Il luogo di ritrovamento del codice, acquistato sul mercato antiquario, è sconosciuto<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-039">65</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Dei fogli, abbastanza integri nella dimensione dell’altezza, si conserva, in modo ora più ora meno lacunoso, la parte interna ed inferiore. Fa eccezione il f. 1, il quale non solo non presenta scrittura sul <hi rend="italic">recto</hi> (particolare su cui si ritornerà), ma non è nemmeno coerente con le mutilazioni del resto del codice: del foglio infatti si conserva la metà esterna. Combinando fra di loro le dimensioni desunte dai diversi frammenti, gli editori<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-038">66</ref></hi></hi> hanno ricostruito fogli di circa mm 270 × 180, che accoglievano uno specchio di scrittura di mm 190 × 115, non perfettamente centrato sulla pagina, ma spostato verso l’angolo superiore interno, sicché i margini esterno ed inferiore risultano abbastanza ampi, in media rispettivamente mm 45 e mm 50. Il testo si dispone a piena pagina, su un numero di linee che oscilla tra le 23 e le 31, attestandosi nella maggior parte dei casi sulle 28. Lungo il margine interno della maggior parte dei fogli, a circa mm 5 dalla linea di piegatura, si nota una fila di forellini, più vicini nella metà superiore, più diradati nella metà inferiore, attraverso cui passava il filo che legava tra loro i fascicoli. </p><p rend="text">Nonostante lo stato frammentario dei fogli, tra l’altro privi di paginazione, agli studiosi è stato possibile stabilire con un altissimo grado di verosimiglianza la struttura fascicolare del codice, grazie non solo alla coerenza testuale e all’analisi dell’andamento delle fibre di papiro, ma anche grazie alla presenza di due cifre, correttamente interpretate come segnature di fascicolo. Sono stati così ricostruiti cinque fascicoli, non tutti integri, di quattro bifogli ciascuno. La situazione è mostrata dalla fig. 5.</p><p><graphic url="xml_09-web-resources/image/Fig.5.1-2.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p><graphic url="xml_09-web-resources/image/Fig.5.3-4.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p><graphic url="xml_09-web-resources/image/Fig.5.5.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">[fig. 5] </p><p rend="text">Come si può notare, dell’ultimo fascicolo sopravvive un solo foglio e non è dunque possibile stabilire la sua consistenza originaria. Per economia di ricostruzione si è ipotizzato un quaternione. L’analisi delle fibre dimostra che i fascicoli erano costruiti impilando uno sull’altro i fogli di papiro con il lato perfibrale verso l’alto. In questo modo, nella prima metà del fascicolo, le fibre sul <hi rend="italic">recto</hi> corrono verticalmente e quelle del <hi rend="italic">verso</hi> orizzontalmente, invertendosi nella seconda metà. </p><p rend="text">Che il fasc. 1 sia anche il primo dell’intero codice è assicurato dalla presenza, nell’angolo superiore esterno del f. 1v, di un <hi rend="italic">alpha</hi>, che non può che essere una segnatura di fascicolo. Il confronto con il <hi rend="italic">beta</hi> nell’angolo superiore interno del f. 9r, il primo del secondo fascicolo, non lascia dubbi. Esistono anche altre cifre all’interno del codice, collocate accanto al titolo del cantico per indicarne l’ordine, ma non sempre presenti. È possibile che questi numeri abbiano ben presto rimpiazzato le segnature di fascicolo, che infatti non compaiono nei ff. 17r e 25r, i primi dei rispettivi fascicoli. A rigor di logica l’<hi rend="italic">alpha</hi> del f. 1v potrebbe indicare il primo componimento del codice, ma tale possibilità è da escludere per due ragioni. La prima è di natura paleografica: i titoli dei cantici e le corrispondenti cifre presentano tracciati molto più rigidi e un’inclinazione a destra più marcata rispetto alla maiuscola occhiellata e diritta in cui sono trascritte le pericopi. La seconda è di impaginazione. Mentre il numero del cantico, posto accanto al titolo, si trova all’interno dello specchio scrittorio, l’<hi rend="italic">alpha</hi> del f. 1v e il <hi rend="italic">beta</hi> del f. 9r si trovano al di fuori dell’area di scrittura, nel margine superiore. </p><p rend="text">Si spiega allora perché il <hi rend="italic">recto</hi> del f. 1 sia stato lasciato bianco. Essendo il primo del codice, esso aveva anche il compito di salvaguardare l’intera compagine fascicolare, per cui la trascrizione comincia dal f. 1v, già protetto all’interno del fascicolo. Giusta questa ricostruzione, bisogna pensare o che il codice non fosse dotato di una vera e propria coperta, oppure che il f. 1 fosse destinato ad essere incollato direttamente al contropiatto anteriore (operazione poi non messa in atto), una tecnica di legatura esibita da P.Bodm. XVI<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-037">67</ref></hi></hi> (che però è pergamenaceo) e P.Bodm. XXI + Dublin, Chester Beatty Library, Ac. 1389<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-036">68</ref></hi></hi>, secondo il procedimento descritto da John A. Szirmai<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-035">69</ref></hi></hi>. E tuttavia, legature del genere sono molto sensibili alle sollecitazioni meccaniche determinate dall’apertura e dalla chiusura del libro e quindi poco adatte a testi, come la raccolta di cantici, usati quotidianamente. Infine, si noti che la decorazione che si estende, partendo subito al di sotto della segnatura di fascicolo, nel margine esterno fino a metà del f. 1, costituita da disegni spiraliformi e vagamente fitomorfi eseguiti a inchiostro, per quanto semplice possa apparire, ben si sposa con l’apertura di un codice<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-034">70</ref></hi></hi>. Quanto al fasc. 5, considerazioni di carattere contenutistico spingono a pensare che fosse l’ultimo del manoscritto.</p><p rend="text">Come si è detto, il codice preserva un’edizione bilingue delle <hi rend="italic">Odi</hi>. I testi sono disposti in modo tale che, ad apertura codice, all’originale greco sulla pagina di sinistra corrisponda, su quella di destra, la traduzione copta della corrispondente pericope. I cantici sono: </p><p rend="text_list"><hi>1)	</hi>Es 15, 1-18 (conservati i vv 1-8 in greco), introdotto dal titolo <hi rend="CharOverride-5">ᾠ</hi><hi rend="CharOverride-5">δ</hi><hi rend="CharOverride-5">ὴ</hi> <hi rend="CharOverride-5">Μωϋσ</hi><hi rend="CharOverride-5">έω</hi>[<hi rend="CharOverride-5">ς</hi>], si estendeva dal f. 1v al f. 4v (di quest’ultimo sopravvive solo un frammento sostanzialmente illeggibile); </p><p rend="text_list"><hi>2)	</hi>Dt 32, 1-43 (sia in greco che in copto, con lacune) dal f. 4v fino alla metà dei ff. 10v e 11r; </p><p rend="text_list"><hi>3)	</hi>1Re 2, 1-8 (sia in greco che in copto; alcuni versetti non sono riportati), introdotto dal titolo [<hi rend="CharOverride-5">ᾠ</hi><hi rend="CharOverride-5">δ</hi><hi rend="CharOverride-5">ὴ</hi> <hi rend="CharOverride-5">Ἄ</hi><hi rend="CharOverride-5">ννας</hi> <hi rend="CharOverride-5">μ</hi>(<hi rend="CharOverride-5">ητ</hi>)<hi rend="CharOverride-5">ρ</hi>(<hi rend="CharOverride-5">ὸ</hi>)<hi rend="CharOverride-5">ς</hi>] <hi rend="CharOverride-5">Σαμου</hi><hi rend="CharOverride-5">ή</hi><hi rend="CharOverride-5">λ</hi> (in parte ricostruita sulla base del titolo copto, <hi rend="CharOverride-5">ⲧⲱⲇⲏ </hi><hi rend="CharOverride-5">ⲛⲁ</hi>[<hi rend="CharOverride-5">ⲛⲛⲁ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲧⲙⲁⲁⲩ ⲛⲥⲁⲙⲟⲩⲏⲗ</hi>], preceduto da un <hi rend="italic">gamma</hi> ad indicare il terzo cantico della raccolta), che termina alla metà dei ff. 11v-12r; </p><p rend="text_list"><hi>4)	</hi>il salmo di Gn 2, 3-10, [<hi rend="CharOverride-5">προσευχ</hi><hi rend="CharOverride-5">ὴ</hi> <hi rend="CharOverride-5">Ἰ</hi>]<hi rend="CharOverride-5">ω</hi><hi rend="CharOverride-5">ν</hi><hi rend="CharOverride-5">ᾶ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ἔ</hi><hi rend="CharOverride-5">σω</hi> <hi rend="CharOverride-5">ἐ</hi><hi rend="CharOverride-5">ν</hi> <hi rend="CharOverride-5">τ</hi><hi rend="CharOverride-5">ῇ</hi> | [<hi rend="CharOverride-5">κοιλ</hi><hi rend="CharOverride-5">ίᾳ</hi> <hi rend="CharOverride-5">το</hi><hi rend="CharOverride-5">ῦ</hi>] <hi rend="CharOverride-5">κ</hi><hi rend="CharOverride-5">ή</hi><hi rend="CharOverride-5">το</hi><hi rend="CharOverride-5">υ</hi>‹<hi rend="CharOverride-5">ς</hi>› (in copto <hi rend="CharOverride-5">ⲡⲉϣⲗⲏⲗ ⲛⲓⲱⲛⲁⲥ ⲛϩⲏⲧϥ | ⲙⲡⲕⲏⲧⲟⲥ</hi>, preceduto da un <hi rend="italic">delta</hi>), che si conclude al f. 12r; </p><p rend="text_list"><hi>5)	</hi>Is 25, 1 – 26, 20 (con alcuni versetti omessi), trascritto ai ff. 12v-17r, preceduto, in copto, dal titolo <hi rend="CharOverride-5">ⲧⲱⲇ</hi>[<hi rend="CharOverride-5">ⲏ ⲛⲏⲥⲁⲓⲁⲥ</hi>] che in greco doveva suonare [<hi rend="CharOverride-5">ᾠ</hi><hi rend="CharOverride-5">δ</hi><hi rend="CharOverride-5">ὴ</hi> <hi rend="CharOverride-5">Ἠ</hi><hi rend="CharOverride-5">σα</hi><hi rend="CharOverride-5">ΐ</hi><hi rend="CharOverride-5">ου</hi>] (ma il titolo è in lacuna); </p><p rend="text_list"><hi>6)	</hi>Is 38, 9-20 (con alcuni versetti omessi), ai ff. 17v-19r, aperto dal versetto [<hi rend="CharOverride-5">προσευχ</hi><hi rend="CharOverride-5">ὴ</hi> <hi rend="CharOverride-5">Ἐ</hi><hi rend="CharOverride-5">ζεκ</hi><hi rend="CharOverride-5">ί</hi><hi rend="CharOverride-5">ου</hi> <hi rend="CharOverride-5">βα</hi>]<hi rend="CharOverride-5">σιλ</hi><hi rend="CharOverride-5">έω</hi><hi rend="CharOverride-5">ς</hi> | [<hi rend="CharOverride-5">Ἰ</hi><hi rend="CharOverride-5">ουδα</hi><hi rend="CharOverride-5">ί</hi><hi rend="CharOverride-5">ας</hi> <hi rend="CharOverride-5">ἡ</hi><hi rend="CharOverride-5">ν</hi><hi rend="CharOverride-5">ί</hi><hi rend="CharOverride-5">κα</hi> <hi rend="CharOverride-5">ἐ</hi><hi rend="CharOverride-5">μ</hi>]<hi rend="CharOverride-5">αλακ</hi><hi rend="CharOverride-5">ί</hi><hi rend="CharOverride-5">σθη</hi> | [<hi rend="CharOverride-5">κα</hi><hi rend="CharOverride-5">ὶ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ἀνέστη</hi> <hi rend="CharOverride-5">ἐκ</hi> <hi rend="CharOverride-5">τῆς</hi> <hi rend="CharOverride-5">μαλα</hi>]<hi rend="CharOverride-5">κίας</hi> <hi rend="CharOverride-5">αὐτοῦ</hi> (in copto <hi rend="CharOverride-5">ⲡⲉϣⲗⲏ</hi>[<hi rend="CharOverride-5">ⲗ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲉⲍⲉⲕⲓⲁⲥ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲡⲣⲣⲟ</hi> | <hi rend="CharOverride-5">ⲛϯⲟⲩⲇⲁⲓⲁ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲧⲉⲣⲉϥ</hi>[<hi rend="CharOverride-5">ϣⲱⲡⲉ</hi> …] | <hi rend="CharOverride-5">ⲉⲛ</hi> […]); </p><p rend="text_list"><hi>7)	</hi>la preghiera di Manasse, ai ff. 19v-21v/22r, aperta da un titolo simile, sviluppato su tre linee oggi in parte illeggibili ([<hi rend="CharOverride-5">προσευ</hi><hi rend="CharOverride-5">χὴ</hi> <hi rend="CharOverride-5">Μανασσῆ</hi> <hi rend="CharOverride-5">βασ</hi>]<hi rend="CharOverride-5">ιλ</hi><hi rend="CharOverride-5">έω</hi><hi rend="CharOverride-5">ς</hi> | […]<hi rend="CharOverride-5">ωτ</hi><hi rend="CharOverride-5">ί</hi><hi rend="CharOverride-5">σθη</hi> | […]; in copto, <hi rend="CharOverride-5">ⲡⲉϣ</hi><hi rend="CharOverride-5">ⲗⲏⲗ</hi> [<hi rend="CharOverride-5">ⲙⲙⲁⲛⲁⲥⲥⲏ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲡⲣⲣⲟ</hi>] | <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲧⲉⲣⲟⲩⲟ</hi>[…] | <hi rend="CharOverride-5">ⲧϫ</hi>[…]); </p><p rend="text_list"><hi>8)	</hi>un lungo passo (fino al f. 27v) tratto dal profeta <hi rend="italic">Daniele</hi>, diviso in due parti (8 e 9), ciascuna con un proprio titolo: Dn 3, 26-45 ([<hi rend="CharOverride-5">προσευχὴ</hi> <hi rend="CharOverride-5">Ἀζαρίου</hi> <hi rend="CharOverride-5">καὶ</hi> <hi rend="CharOverride-5">τῶ</hi>]<hi rend="CharOverride-5">ν</hi> <hi rend="CharOverride-5">σὺν</hi> <hi rend="CharOverride-5">αὐτῷ</hi> | [<hi rend="CharOverride-5">ἐν</hi> <hi rend="CharOverride-5">μέσῳ</hi> <hi rend="CharOverride-5">τοῦ</hi>] <hi rend="CharOverride-5">πυρός</hi><hi rend="CharOverride-5">;</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲡⲉϣⲗ</hi>[<hi rend="CharOverride-5">ⲏⲗ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲁⲍⲁⲣⲓⲁⲥ</hi>] | <hi rend="CharOverride-5">ⲉϥ</hi>[…]) e Dn 3, 52-61 (ma verosimilmente era riportato tutto il cantico, fino a Dn 3, 90; [<hi rend="CharOverride-5">ὕμνος</hi> <hi rend="CharOverride-5">τῶν</hi> <hi rend="CharOverride-5">π</hi>(<hi rend="CharOverride-5">ατή</hi>)<hi rend="CharOverride-5">ρων</hi> <hi rend="CharOverride-5">ἡμ</hi><hi rend="CharOverride-5">ῶν</hi>] <hi rend="CharOverride-5">ἐν</hi> <hi rend="CharOverride-5">τῇ</hi> | [<hi rend="CharOverride-5">καμίνῳ</hi>]; <hi rend="CharOverride-5">ⲡϩⲩⲙ</hi>[<hi rend="CharOverride-5">ⲛⲟⲥ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲛⲉⲛⲉⲓⲟⲧⲉ</hi>] | <hi rend="CharOverride-5">ⲉ</hi>[<hi rend="CharOverride-5">ⲩϩⲛ</hi> …], preceduto da <hi rend="italic">eta</hi>); </p><p rend="text_list"><hi>9)	</hi>dopo la lacuna, l’unico foglio superstite del quinto e ultimo fascicolo, il f. 34 conserva, sul <hi rend="italic">recto</hi>, la versione copta del <hi rend="italic">Magnificat</hi> (Lc 1, 46-55, ma il foglio si interrompe al v. 51), il nono cantico della raccolta, come indica il <hi rend="italic">theta</hi>, introdotto dal titolo <hi rend="CharOverride-5">ⲡⲉ</hi><hi rend="CharOverride-5">ϣ</hi>[<hi rend="CharOverride-5">ⲗ</hi>]<hi rend="CharOverride-5">ⲏⲗ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲙⲙⲁⲣⲓⲁ</hi>, sul <hi rend="italic">verso</hi> la parte finale dello stesso testo in greco (Lc 1, 54-55) seguito dal <hi rend="italic">Cantico di Simeone</hi> (Lc 2, 29-32), introdotto dal titolo [<hi rend="CharOverride-5">προσευχ</hi><hi rend="CharOverride-5">ὴ</hi> <hi rend="CharOverride-5">Συμε</hi>]<hi rend="CharOverride-5">ῶ</hi><hi rend="CharOverride-5">νος</hi>. </p><p rend="text">Il copista, nel trascrivere i cantici, si è preoccupato che ad ogni linea corrispondesse un verso, anche riducendo il modulo delle ultime lettere o collocandone alcune nell’interlinea superiore o inferiore. Qualora il verso risulti comunque troppo lungo, la seconda linea che occupa risulta fortemente in <hi rend="italic">eisthesis</hi>, così da essere immediatamente riconoscibile. Ciò aiuta molto l’allineamento tra testo greco e traduzione copta. Il numero variabile delle linee di scrittura dipende soprattutto dalla volontà di mantenere il più possibile l’allineamento in parallelo dei due testi. Infine, ciascun verso presenta la prima lettera della prima parola di modulo significativamente più grande.</p><p rend="text">Questa raccolta, nata quasi sicuramente ad uso liturgico (si noti che tutti i testi in essa inclusi hanno tuttora un ruolo centrale nella liturgia delle ore tanto orientale quanto occidentale), nel canone ortodosso della Bibbia costituisce un libro a sé. Le <hi rend="italic">Odi</hi> (<hi rend="CharOverride-5">Ὠ</hi><hi rend="CharOverride-5">ι</hi><hi rend="CharOverride-5">δαί</hi>), nella tradizione manoscritta, compaiono spesso come appendice al libro dei <hi rend="italic">Salmi</hi> (tale, ad esempio, è loro la posizione nel <hi rend="italic">Codex Alexandrinus</hi> di Londra). Rispetto ai testimoni completi, dal manoscritto bilingue viennese sono caduti in lacuna il <hi rend="italic">Cantico di</hi><hi rend="italic"> Zaccaria</hi> (Lc 2, 68-79) e l’inno, o per essere più precisi, la dossologia, <hi rend="italic">Gloria in excelsis Deo</hi>, testo in realtà extra biblico ma già presente nel <hi rend="italic">Codex Alexandrinus</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-033">71</ref></hi></hi>. Gli ultimi 6 fogli del fasc. 5, oggi perduti, sono troppi per i due cantici (che in totale contano meno di una cinquantina di versi) e per le rispettive traduzioni, per cui si può immaginare o che gli ultimi fogli del fascicolo fossero rimasti bianchi (e magari tagliati via per recuperare materiale scrittorio) oppure che il fasc. 5 non fosse un quaternione, ma un più adatto ternione. Dunque, non rimangono molti dubbi sul fatto che con il fasc. 5 si concludesse l’intero codice. </p><p rend="text">Il copista, come già accennato, impiega due scritture per la trascrizione. I titoli sono vergati in una maiuscola a contrasto modulare, dal tracciato angoloso che spezza le curve, sensibilmente inclinata a destra. I tratteggi delle singole lettere riprendono quelli della maiuscola ogivale (si vedano, ad esempio, l’<hi rend="italic">alpha</hi> in due tempi, il <hi rend="italic">my</hi> in cui i tratti due e tre sono fusi in una curva che scende sotto il rigo di base e, in generale, gli archi ad ogiva che caratterizzano <hi rend="italic">epsilon</hi>, <hi rend="italic">theta</hi>, <hi rend="italic">omicron</hi>, <hi rend="italic">sigma</hi>, e il tratteggio di <hi rend="italic">ypsilon</hi>), ma la scrittura risulta priva di chiaroscuro. Si tratta in sostanza di quella maiuscola inclinata dal tracciato spezzato tipicamente impiegata per gli elementi paratestuali, in particolare titoli e colofoni, della maggior parte dei codici copti pergamenacei<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-032">72</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Per il testo delle odi invece la scrittura utilizzata è la maiuscola alessandrina ad alternanza di modulo, realizzata con <hi rend="italic">ductus</hi> posato, circostanza che favorisce il deposito dell’inchiostro laddove il calamo indugi, come accade spesso alla fine dei tratti verticali, o nel tracciare gli occhielli (evidente in <hi rend="italic">alpha</hi>, <hi rend="italic">kappa</hi>, <hi rend="italic">ypsilon</hi>, <hi rend="italic">omega</hi>, <hi rend="italic">shai</hi>). Ne risulta un tracciato privo di chiaroscuro in cui i tratti sono tutti di spessore medio-grande. Tra i tratteggi particolari vanno notati <hi rend="italic">alpha</hi> realizzato in un unico tempo (ma non mancano esempi in due tempi); <hi rend="italic">beta</hi> con la curva superiore più piccola e squadrata rispetto a quella inferiore; <hi rend="italic">delta</hi> (e <hi rend="italic">giangia</hi>) con il tratto orizzontale prolungato ben oltre i punti in cui interseca i tratti obliqui; <hi rend="italic">csi</hi> molto sinuoso; <hi rend="italic">phi</hi> con elemento circolare ingrossato. Ripiegamenti ad uncino caratterizzano i tratti obliqui di <hi rend="italic">ypsilon</hi>, <hi rend="italic">giangia</hi>, <hi rend="italic">delta</hi> e <hi rend="italic">lambda</hi>, nonché la tenaglia di <hi rend="italic">kappa</hi>. Infine, tratti verticali di <hi rend="italic">gamma</hi> e <hi rend="italic">tau</hi> presentano alle estremità dei piccoli dentelli ornamentali. Nel complesso il copista dimostra una discreta abilità nella gestione degli spazi e nell’allineamento del testo, e tuttavia il grado di formalità raggiunto nel f. 1v non viene mantenuto in tutto il codice, come si nota, in particolare, nella disomogeneità del contrasto modulare.</p><p rend="text">I primi editori hanno collocato il codice tra il VI e il VII sec<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-031">73</ref></hi></hi>. Effettivamente, per l’aspetto generale, la mano può essere avvicinata ad esempi assegnati alla metà del VI secolo, in particolare al codice papiraceo di Callimaco (con scoli) P.Oxy. XX 2258<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-030">74</ref></hi></hi>, ma i ripiegamenti ad uncino dei tratti obliqui, gli ingrossamenti alla fine dei tratti verticali e gli elementi accessori nei tratti orizzontali, così evidenti nel codice delle <hi rend="italic">Odi</hi>, non sembrano comparire prima della fine del secolo (si riconoscono ad esempio nel frammento pergamenaceo P.Vindob. G 26744<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-029">75</ref></hi></hi>, contenente alcuni versi del libro quarto dell’<hi rend="italic">Iliade</hi>, assegnato da Cavallo al VI-VII secolo). Il confronto più convincente è però con il papiro di Deir el-Bala’izah<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-028">76</ref></hi></hi>, eucologio greco assegnato alla metà del VII secolo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-027">77</ref></hi></hi>. Diversi sono i punti di contatto, al di là del fatto che, in entrambi i casi si tratta di codici papiracei destinati all’uso liturgico. In primo luogo, le dimensioni sono analoghe: Colin Henderson Roberts ha calcolato per l’eucologio di Deir el-Bala’izah pagine di non meno di mm 175 × 265. Inoltre, quanto alla scrittura, la maiuscola alessandrina dell’eucologio sembra la versione formale, anche se leggermente irrigidita, di quella impiegata per il codice delle <hi rend="italic">Odi</hi>: il contrasto modulare è omogeneo, il tracciato, privo di chiaroscuro e di medio spessore, è regolare, il bilineo è rigidamente rispettato, gli elementi decorativi (uncini, bottoni, ispessimenti), pur se sistematicamente presenti, non sono mai esagerati. Anche l’ingrandimento del corpo di <hi rend="italic">phi</hi>, che interrompe la monotonia della catena grafica, senza però sconvolgerla, è moderato. Sulla base di questo confronto, è possibile precisare meglio la datazione proposta dai primi editori preferendo la prima metà del VII secolo.</p><p rend="text">In conclusione, il manoscritto delle <hi rend="italic">Odi</hi> presenta una <hi rend="italic">mise en page</hi> del tutto sovrapponibile a quella dei <hi rend="italic">Salteri</hi>, dovuta non solo all’affinità del contenuto (si tratta, in entrambi i casi, di raccolte poetiche) ma anche di uso nella liturgia. </p><p rend="text">A riprova della fortuna liturgica delle <hi rend="italic">Odi</hi> vi è un altro curioso reperto, conservato ad Heidelberg<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-026">78</ref></hi></hi>. Si tratta di un frammento di pergamena, attualmente di mm 140 × 80 circa (non è possibile determinare per quanto si estendesse la sua lunghezza), che con ogni probabilità costituiva fin dal principio un foglio sciolto. Esso conserva, vergato in una maiuscola piuttosto informale e sensibilmente inclinata a destra (da collocare verosimilmente nel VI piuttosto che nel VII secolo), gli <hi rend="italic">incipit</hi> dei versi del cantico di Mosè (Es 15, 1-19) seguiti dal cantico di Anna (1Sam 2, 1-10), di cui sopravvive solo il titolo e parte del primo verso, ma che verosimilmente era riportato per intero, seguendo la medesima modalità di citazione degli <hi rend="italic">incipit</hi>. I due cantici sono trascritti sia in greco che in copto, in modo che ciascuna lingua occupi una facciata (greco lato pelo, copto lato carne). Gli <hi rend="italic">incipit</hi> sono preceduti, alternativamente, da due segni particolari, il primo costituito da un grosso punto sollevato sul rigo di base e il secondo sostanzialmente a forma di X. Questi due segni sono stati correttamente interpretati da Hans Quecke<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-025">79</ref></hi></hi> come indicazioni per l’esecuzione, probabilmente a cori alterni, delle odi da parte di una comunità monastica che conosceva più o meno a memoria il testo. Il curioso frammento pergamenaceo quindi, oltre a testimoniare la diffusione delle <hi rend="italic">Odi </hi>nelle pratiche liturgiche, rappresenta anche l’antenato delle moderne edizioni del breviario in cui il testo dei salmi è accompagnato da due segni, una croce e un asterisco, che forniscono indicazioni relative all’esecuzione cantata del salmo stesso.</p></div><div><head>5. Il frammento di <hi rend="italic">Isaia</hi> P.Köln IV 169</head><p rend="text">I quattro frammenti papiracei pubblicati come P.Köln IV 169<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-024">80</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-3">[13]</hi> costituiscono nel loro insieme un foglio di codice (circa mm 250 × 160 per uno specchio di mm 220 × 130) che riporta il testo di Is 1, 22 – 2, 2 in greco e Is 1, 21 – 2, 1 in copto, disposto a piena pagina su 33-34 righe di scrittura. Dal momento che ciascuna delle due lingue si trova ad occupare una facciata e che le porzioni di testo conservate sono praticamente le stesse, è inevitabile concludere che le pericopi fossero disposte in successione e non in parallelo, con testo a fronte. </p><p rend="text">Il foglio esibisce una maiuscola informale dal <hi rend="italic">ductus</hi> abbastanza posato e priva di chiaroscuro (tutti i tratti risultano piuttosto spessi), eseguita dalla stessa mano tanto per la parte greca che per quella copta, anche se il <hi rend="italic">ductus</hi> della pagina greca appare leggermente più sciolto, il che potrebbe far pensare ad una maggiore dimestichezza del copista con questa lingua. Lo dimostrano i tratteggi di <hi rend="italic">alpha</hi> (in genere in due tempi, con ultimo tratto che si allunga sul rigo di base), <hi rend="italic">beta</hi> (di modulo più grande che rompe la struttura bilineare in entrambe le direzioni), <hi rend="italic">kappa</hi> (con tenaglia eseguita in un unico movimento e tratto verticale che sale rompendo la struttura bilineare), <hi rend="italic">my</hi> (di tipo alessandrino, eseguito in uno o più spesso in due tempi), <hi rend="italic">omicron</hi> (leggermente più piccolo e alto sulla linea di base), <hi rend="italic">ypsilon</hi> (che presenta sia esecuzione in due tempi, con tratto verticale che scende al di sotto del rigo di base, sia in un solo movimento). Il modulo delle lettere è generalmente quadrato, ma non è costante, neppure per quel che riguarda la medesima lettera. Caso esemplare è rappresentato da <hi rend="italic">epsilon</hi>, che oscilla tra un modulo perfettamente quadrato ed uno più stretto. La scrittura è stata riferita convincentemente dai primi editori al V secolo.</p><p rend="text">Data la natura e lo stato di conservazione del foglio, non è facile capire quale fosse la destinazione originaria del codice. Per i primi editori si tratta di «eine griechisch-koptische Isaias-Bilingue», un codice bilingue contenente l’intero libro di <hi rend="italic">Isaia</hi> in cui il testo greco della LXX si alterna alla traduzione copta pericope per pericope<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-023">81</ref></hi></hi>. Ma proprio la disposizione alternata ha fatto pensare, piuttosto, ad un lezionario o, quantomeno, ad una raccolta di passi tratti dall’Antico Testamento<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-022">82</ref></hi></hi>. Se non è possibile escludere <hi rend="italic">a </hi><hi rend="italic">priori</hi> quest’ultima ipotesi, è bene sottolineare che P.Köln IV 169 sarebbe l’unico esempio conosciuto di lezionario bilingue con brani veterotestamentari. Meno difficoltosa risulta invece la possibilità di pericopi alternate, come dimostrano i casi precedentemente analizzati del <hi rend="italic">Salterio</hi> P.Vindob. K 9907-9972 <hi rend="CharOverride-3">[51]</hi>, e di P.Strasb.Copt. 362 + 375-379 + 381-382 + 384 <hi rend="CharOverride-3">[40]</hi>, in cui si alternano pericopi greche e rispettive traduzioni in copto achmimico. È possibile, dunque, che il foglio appartenesse, se non a un codice bilingue di <hi rend="italic">Isaia</hi>, ad una raccolta di passi biblici (o solo veterotestamentari? o solo profetici? o tratti solo da <hi rend="italic">Isaia</hi>?) utilizzati per la celebrazione liturgica (forse in tempo quaresimale) di una qualche comunità monastica.</p><p rend="text">A complicare il quadro vi è il fatto che la versione copta non rappresenta la traduzione diretta del testo greco ospitato sullo stesso frammento, ma rimonta ad una tradizione diversa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-021">83</ref></hi></hi>. Per spiegare questo fenomeno si possono immaginare due scenari. Nel primo, il copista ha davanti a sé due antigrafi, uno per ciascuna lingua e afferenti a tradizioni testuali diverse. Nel secondo, egli avrebbe potuto copiare da un codice in cui le due lingue si trovavano già combinate. In quest’ultimo caso, la confluenza di rami di tradizione diversi era già avvenuta nell’antigrafo e quindi il testo (o il brano?) bilingue di <hi rend="italic">Isaia</hi> doveva aver avuto una sua circolazione. Non si hanno elementi per preferire un’ipotesi all’altra. È tuttavia significativo, dal punto di vista non solo testuale, ma anche codicologico, che per realizzare un manoscritto bilingue non si sia semplicemente tradotto il testo greco disponibile, ma si siano fuse in un unico libro linee di tradizione distinte e autonome. Se questa fusione sia dovuta al copista di P.Köln IV 169 o se egli abbia semplicemente recepito un’operazione avvenuta prima di lui, non è possibile stabilirlo con certezza.</p></div><div><head>6. Il frammento di <hi rend="italic">Giobbe</hi> P.Ryl.Copt. 3</head><p rend="text">Alla John Rylands Library di Manchester è conservato un piccolo frammento pergamenaceo di mm 55 × 75, P.Ryl.Copt. 3<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-020">84</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-3">[21]</hi>, contenente alcuni versetti del <hi rend="italic">Libro di Giobbe</hi>, nello specifico Gb 7, 8-11 in greco e Gb 7, 2-3 in copto. Entrambi i testi sono eccezionalmente accompagnati, nel margine, da una cifra che indica il numero di ciascun <hi rend="italic">colon</hi>. L’unica mano, responsabile sia delle due pericopi che delle cifre (aggiunte contestualmente alla trascrizione del testo veterotestamentario) impiega una maiuscola alessandrina unimodulare e chiaroscurata, priva di pesanti elementi esornativi, che si limitano essenzialmente agli ingrossamenti alla fine del tratto orizzontale mediano di <hi rend="italic">epsilon</hi> e della traversa di <hi rend="italic">tau</hi> osservati, similmente a quanto si nota in sa 91 <hi rend="CharOverride-4">Schüssler </hi><hi rend="CharOverride-2">[30]</hi>. Rispetto a quest’ultimo, il tracciato è più morbido e occhiellato (in particolare in <hi rend="italic">my</hi> e <hi rend="italic">omega</hi>). Una collocazione nell’inoltrata seconda metà del VI secolo, senza escludere i primi anni del successivo, appare la più convincente per via della sobrietà dell’ornamentazione e del chiaroscuro privo dell’esasperazione tipica dei secoli successivi. </p><p rend="text">La disposizione reciproca delle due lingue non è affatto chiara. Se Rahlfs<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-019">85</ref></hi></hi> non aveva avuto dubbi nel riconoscere una disposizione in successione e Nagel<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-018">86</ref></hi></hi>, proprio per questo, aveva parlato del lacerto come di un frammento di lezionario o di <hi rend="italic">Horologion</hi>, Schüssler<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-017">87</ref></hi></hi> avanza più di un dubbio e non esclude una disposizione in parallelo, che farebbe piuttosto pensare ad un codice bilingue di <hi rend="italic">Giobbe</hi>. Le porzioni di testo conservate infatti sono compatibili sia con l’ipotesi di due pericopi copiate in successione, prima quella greca, di cui rimarrebbe parte della seconda metà, e poi quella copta, di cui al contrario si conserverebbe parte della prima metà, sia con quella di un codice bilingue dell’intero <hi rend="italic">Libro di</hi> <hi rend="italic">Giobbe</hi>, in cui il <hi rend="italic">recto</hi> sarebbe occupato dalla versione copta corrispondente al greco della pagina precedente (perduta), mentre il <hi rend="italic">verso</hi> dal testo greco: un’edizione con testo a fronte, infatti, implica che su ciascun foglio la parte copta riporti la porzione di testo immediatamente precedente a quella in greco. </p><p rend="text">Non è chiaro neppure quale fosse la <hi rend="italic">mise en page</hi>. Già Crum, seguito in questo da Rahlfs e da Nagel, aveva stabilito che il testo si articolasse su due colonne (secondo quanto avviene normalmente nei codici biblici copti o bilingui greco-copti), ma in realtà il lacerto conserva solo una colonna e la lunghezza ricostruita per le righe (circa 23 lettere per rigo) potrebbe non lasciare spazio ad una seconda colonna di scrittura. La trascrizione del testo avviene <hi rend="italic">colon</hi> per <hi rend="italic">colon</hi> (il <hi rend="italic">Libro di Giobbe</hi> è sostanzialmente un libro poetico); ciascuno occupa due righi, il secondo dei quali fortemente in <hi rend="italic">eisthesis</hi>, secondo una modalità di impaginazione già osservata per i <hi rend="italic">Salmi</hi>. L’ipotesi della disposizione a piena pagina sembra quindi la più convincente. Sulla base delle porzioni di testo conservate, è possibile ricostruire uno specchio di scrittura <hi rend="italic">grosso modo</hi> di mm 180 × 120 costituito da circa 26-27 righe. Dato l’ampio margine esterno che si conserva (mm 25), bisogna immaginare fogli originari di circa mm 220 × 170.</p><p rend="text">Resta però aperta una domanda: si tratta di un frammento di lezionario o di un codice bilingue di <hi rend="italic">Giobbe</hi>? Per provare a rispondere, bisogna innanzitutto registrare che gli unici esempi di lezionari bilingui conosciuti sono costituiti da evangeliari. Dell’Antico Testamento, soltanto i salmi compaiono nei lezionari, e sempre in funzione introduttiva al <hi rend="italic">Vangelo</hi>. Nessun altro libro poetico o sapienziale è utilizzato con questa funzione. Inoltre, la presenza di note sticometriche nei margini meglio si addice ad un testo continuo, dove facilita l’orientamento del lettore e la ricerca dei passi, che ad una selezione di brani. Al contrario, nei lezionari in cui compaiono anche i versi dei salmi, questi non sono mai accompagnati da simili riferimenti, e le rubriche che li introducono non citano neppure il numero del salmo da cui sono tratti.</p><p rend="text">Per questi motivi, l’ipotesi più convincente è che P.Ryl.Copt. 3 sia l’unico frammento superstite di un’edizione bilingue integrale del libro di <hi rend="italic">Giobbe</hi>.</p></div><div><head>7. Il codice di inni P.Mon.Epiph. 592</head><p rend="text">Tipologicamente affine al codice delle <hi rend="italic">Odi</hi> è un altro manoscritto papiraceo, P.Mon.Epiph. 592<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-016">88</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-3">[1]</hi>, proveniente dal Monastero di Epifanio, nella Tebaide, e assegnato all’inizio del VII secolo. Il codice è costituito da un unico quaternione di medie dimensioni (ciascuna pagina misura mm 170 × 125, mentre la scrittura occupa uno specchio di mm 140 × 95), cucito lungo il margine interno da un filo abbastanza spesso, e contiene (ff. 1v-7r) due inni alfabetici non altrimenti attestati, sicuramente impiegati nella liturgia monastica. Di ciascun componimento compare sia il testo greco sia, nella pagina a fronte, la traduzione in copto. Gli editori hanno notato che questa traduzione, almeno per quanto riguarda il primo inno, non dipende dal testo greco presente nel codice ma rimanda ad un altro modello interpolato. Di queste interpolazioni, alcune sono state eliminate dal testo greco conservato, mentre restano nella versione copta. Questa ricostruzione presuppone una tradizione testuale abbastanza lunga, che non deve stupire se, come sembra, gli inni risalgono ad un periodo anteriore al Concilio di Calcedonia (451)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-015">89</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il codice riporta, sul f. 1r, anche alcune citazioni in copto tratte da alcuni autori cristiani e dalla Scrittura<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-014">90</ref></hi></hi>. Che questi siano testi accessori è dimostrato dal fatto che la paginazione, espressa in lettere greche nell’angolo superiore esterno, comincia al f. 1v, in corrispondenza dell’inizio del primo inno greco. Sembrerebbe che le citazioni siano state aggiunte in un secondo momento, sfruttando lo spazio lasciato bianco. Sul f. 7v, infine, compaiono una serie di espressioni in greco<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-013">91</ref></hi></hi>, seguite dalla loro traduzione in copto:</p><quote rend="quotations_quotation_b1 ParaOverride-1">	<hi rend="CharOverride-5">ⲑⲉⲟⲥ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲏⲅⲟⲩ</hi> : <hi rend="CharOverride-5">ⲡⲛⲟⲩⲧⲉ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ϫⲓ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲙⲟⲉⲓⲧ</hi>	Dio guidi : Dio guidi lungo la strada</quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">	<hi rend="CharOverride-5">ⲑⲉⲟⲥ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲏⲗⲑⲉⲛ</hi> : <hi rend="CharOverride-5">ⲁⲡⲛⲟⲩⲧⲉ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲉⲓ</hi>	Dio è venuto : Dio è venuto</quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">	<hi rend="CharOverride-5">ⲑⲉⲟⲥ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲉⲥⲁⲣⲕⲱⲑⲏ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲁⲡⲛⲟⲩⲧⲉ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ϫⲓ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲥⲁⲣⲝ</hi>	Dio si è incarnato : Dio ha preso la carne</quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">	<hi rend="CharOverride-5">ⲑ</hi>(<hi rend="CharOverride-5">ⲉⲟ</hi>)<hi rend="CharOverride-5">ⲥ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲉⲅⲉⲛⲛⲏⲑⲏ</hi> : <hi rend="CharOverride-5">ⲁⲩϫⲡⲉ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲡⲛⲟⲩⲧⲉ</hi>	Dio è stato generato : Dio è stato generato</quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">5	<hi rend="CharOverride-5">ⲑ</hi>(<hi rend="CharOverride-5">ⲉⲟ</hi>)<hi rend="CharOverride-5">ⲥ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲉⲃⲁⲡⲧⲓⲥⲑⲏ</hi> : <hi rend="CharOverride-5">ⲁⲩⲃⲁⲡⲧⲓⲍⲉ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲙⲡⲛ</hi><hi rend="CharOverride-7">⸌</hi><hi rend="CharOverride-5">ⲟ</hi><hi rend="CharOverride-7">⸍</hi>[<hi rend="CharOverride-5">ⲩⲧⲉ</hi>]	Dio è stato battezzato : Dio è stato battezzato</quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">	<hi rend="CharOverride-5">ⲑ</hi>(<hi rend="CharOverride-5">ⲉⲟ</hi>)<hi rend="CharOverride-5">ⲥ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲉⲥⲧⲁⲩⲣⲱⲑⲏ : ⲁⲩⲥⳀⲟⲩ ⲙ</hi><hi rend="CharOverride-5">ⲡⲛⲟⲩⲧⲉ</hi>	Dio è stato crocefisso : Dio è stato crocefisso</quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">	<hi rend="CharOverride-5">ⲑ</hi>(<hi rend="CharOverride-5">ⲉⲟ</hi>)<hi rend="CharOverride-5">ⲥ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲁⲡⲉⲑⲁⲛⲉⲛ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲁⲡⲛⲟⲩⲧⲉ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲙⲟⲩ</hi>	Dio è morto : Dio è morto</quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">	<hi rend="CharOverride-5">ⲑ</hi>(<hi rend="CharOverride-5">ⲉⲟ</hi>)<hi rend="CharOverride-5">ⲥ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲁⲛⲉⲥⲧⲏ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲁⲡⲛⲟⲩⲧⲉ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲧⲱⲟⲩⲛ</hi>	Dio è risorto : Dio è risorto</quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">	<hi rend="CharOverride-5">ⲑ</hi>(<hi rend="CharOverride-5">ⲉⲟ</hi>)<hi rend="CharOverride-5">ⲥ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲁⲛⲉⲗⲏⲙⲫⲑⲏ</hi> : <hi rend="CharOverride-5">ⲁⲡⲛⲟⲩⲧⲉ</hi> 	Dio è stato assunto (in cielo) : Dio è </quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">10	          <hi rend="CharOverride-5">ⲧⲱⲟⲩⲛ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲁϥⲃⲱⲕ</hi>	           risorto, è salito</quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">	             <hi rend="CharOverride-5">ⲉϩⲣⲁⲓ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲉⲙⲡⲏⲩⲉ</hi>	           <hi rend="CharOverride-5">in cielo</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">	<hi rend="CharOverride-5">ⲑ</hi>(<hi rend="CharOverride-5">ⲉⲟ</hi>)<hi rend="CharOverride-5">ⲥ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲉⲣⲭⲉⲧⲁⲓ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲡⲛⲟⲩⲧⲉ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲛⲏⲩ</hi>	Dio viene : Dio viene</quote><quote rend="quotations_quotation_b3 ParaOverride-1">	<hi rend="CharOverride-5">ⲓⲥ ⲭⲥ</hi><hi rend="CharOverride-5"> ⲛⲓⲕⲁ ⲁⲙⲏⲛ ϥⲑ	</hi>Gesù Cristo vince amen amen<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-012">92</ref></hi></hi></quote><p rend="text">Dal momento che la prima di queste espressioni compare nel margine superiore del f. 1v in greco e del f. 2r in copto, vale a dire in corrispondenza, rispettivamente, dell’inizio del primo inno in greco e della sua traduzione copta, alcuni studiosi hanno sospettato che questa fosse una sorta di lista bilingue di titoli di inni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-011">93</ref></hi></hi>. Tuttavia, nei margini in corrispondenza del secondo inno non si osserva nulla di simile, e la stessa espressione <hi rend="CharOverride-5">θεὸς</hi> <hi rend="CharOverride-5">ἡγο</hi><hi rend="CharOverride-5">ῦ</hi> / <hi rend="CharOverride-5">ⲡⲛⲟⲩⲧⲉ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ϫⲓ</hi> <hi rend="CharOverride-5">ⲙⲟⲉⲓⲧ</hi> potrebbe essere facilmente interpretata come una semplice invocazione. È più economico intendere questa lista bilingue come una serie di litanie o, forse, come una sorta di professione di fede, verosimilmente di impiego liturgico. </p><p rend="text">I versi degli inni occupano in genere due o tre linee ciascuno, tutte in forte <hi rend="italic">eisthesis</hi> ad eccezione della prima, come già osservato nei <hi rend="italic">Salteri</hi> o nel libro delle <hi rend="italic">Odi</hi>, accorgimento che non solo ne visualizza la struttura metrica, ma che ne evidenzia anche l’andamento alfabetico. </p><p rend="text">Il fascicolo appare vergato da un unico copista che impiega una maiuscola inclinata a destra e scarsamente chiaroscurata. Si nota una certa alternanza tra lettere strette (<hi rend="italic">epsilon, theta, omicron, rho, sigma, hori</hi>) e lettere più larghe (in particolare <hi rend="italic">my</hi> e <hi rend="italic">omega</hi>). Nell’aspetto generale, questa scrittura richiama la maiuscola ogivale inclinata. Tuttavia, gli scarti sono vistosi, a partire dai tratteggi di <hi rend="italic">alpha</hi>, eseguito molto più spesso in un tempo, con tracciato occhiellato, che in due tempi, e <hi rend="italic">my</hi>, quasi sempre realizzato in un unico movimento e molto occhiellato. L’altra lettera che potrebbe presentare tracciato occhiellato, <hi rend="italic">ypsilon</hi>, è invece realizzata in due tempi, con il secondo che scende leggermente sotto il rigo di base. Il tracciato di <hi rend="italic">omega</hi> (e di <hi rend="italic">shai</hi>), invece, tende a spezzarsi. La tenaglia di <hi rend="italic">kappa</hi>, realizzata in un unico movimento, spesso non tocca il tratto verticale. La mano appare estremamente sobria nell’ornamentazione, praticamente assente se si escludono i piccoli elementi che coronano le estremità dei tratti orizzontali di <hi rend="italic">gamma</hi> e <hi rend="italic">tau</hi>. Questa tipologia di scrittura, accostata anche a talune scritture documentarie<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-010">94</ref></hi></hi>, è ampliamente attestata in diversi codici liturgici<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-009">95</ref></hi></hi>, come il già citato codice delle <hi rend="italic">hermeneiai</hi> M 574<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-008">96</ref></hi></hi>, copiato nell’897/898, e dal codice M 575<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-007">97</ref></hi></hi>, antifonario con <hi rend="italic">hermeneiai</hi> donato nell’891 al monastero di Ḥāmūlī, entrambi conservati alla Morgan Library &amp; Museum, ulteriore elemento a favore della destinazione liturgica di questo piccolo codice.</p><p rend="text">Ora, conosciamo abbastanza bene il contesto monastico tebano tra VII e VIII secolo. Già Crum<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-006">98</ref></hi></hi> aveva notato una certa somiglianza tra la mano di P.Mon.Epiph. 592 e quella di due <hi rend="italic">ostraca</hi> tebani, P.Mon.Epiph. 84<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-005">99</ref></hi></hi> e 328<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-004">100</ref></hi></hi>, nonché quella responsabile di una lunga iscrizione copta dipinta sulle pareti di una tomba riutilizzata nel VII secolo come luogo d’ascesi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-003">101</ref></hi></hi>. Il primo dei due <hi rend="italic">ostraca</hi> è firmato da un certo Marco, sacerdote del <hi rend="italic">topos</hi> di San Marco Evangelista<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-002">102</ref></hi></hi>, da identificare con l’attuale sito di Qurnet Mura‘i, nei pressi di Luxor. Di questo personaggio è ben attestata l’attività di copista. Fra gli esempi che si potrebbero menzionare, si veda su tutti O.Frangé 779 (= SB Kopt. IV 1746), lettera con la quale Marco chiede a un certo Mosè del papiro per poter completare la trascrizione di uno <hi rend="CharOverride-5">ⲥⲧⲓⲭⲏⲣⲟⲛ</hi>, con ogni probabilità un codice liturgico. Con una certa cautela si è quindi provato a riconoscere nella mano di P.Mon.Epiph. 592 proprio quella del prete Marco<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-001">103</ref></hi></hi>. Non senza difficoltà: negli esempi discussi da Heurtel<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-000">104</ref></hi></hi>, <hi rend="italic">alpha</hi> è di norma in due tempi mentre nel codice con gli inni, come si è detto, è molto più spesso realizzato in un unico movimento e con tracciato occhiellato. Ma al di là di singole differenze, determinate sicuramente da differenti contesti (un conto è scrivere un contratto su un <hi rend="italic">ostracon</hi>, un conto è copiare un inno liturgico su papiro), questa ipotesi resta molto più che una semplice suggestione e forse si potrebbe davvero essere davanti al primo riconoscimento di mano per un codice letterario tebano dell’inizio del VII secolo.</p><list rend="numbered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-103-backlink">1</ref></hi> <hi rend="CharOverride-4">Mazy</hi><hi> 2019, pp. 143-144 riporta che </hi><hi>i </hi><hi rend="italic">Salmi</hi><hi> rappresentano il 16% dei frammenti biblici e addirittura </hi><hi>il 34% dei soli manoscritti veterotestamentari. L’interesse dei cristiani, </hi><hi>anche laici, per quest’opera precede il movimento monastico, come </hi><hi>dimostrano le opere esegetiche ed omiletiche di Origene o di </hi><hi>Atanasio.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-102-backlink">2</ref></hi> <hi>Un acuto quadro generale sul ruolo del </hi><hi rend="italic">Salterio</hi><hi> nel</hi><hi> monachesimo, la cui lettura reiterata è finalizzata soprattutto al </hi><hi rend="italic">meditari</hi><hi>, cioè alla memorizzazione e all’introiezione, è stato disegnato </hi><hi>da </hi><hi rend="CharOverride-4">Cavallo</hi><hi> 2003. Si veda anche la già menzionata lettera, </hi><hi>P.Kell.Copt. V 19 (</hi><hi rend="italic">supra</hi><hi>, p. 35). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-101-backlink">3</ref></hi> <hi>Per quanto</hi><hi> riguarda l’Occidente, vale forse la pena di ricordare l</hi><hi>’eccezionale ritrovamento di Faddan More, nel cuore dell’Irlanda, dove</hi><hi> il fango ha miracolosamente preservato un manoscritto pergamenaceo contenente proprio</hi><hi> un </hi><hi rend="italic">Salterio</hi><hi> latino, vergato in minuscola insulare e datato attorno</hi><hi> all’800. Il ritrovamento è importante anche perché il codice</hi><hi> si trova ancora avvolto nella custodia di cuoio (non una</hi><hi> legatura vera e propria quindi) originale, rafforzata al suo interno</hi><hi> con fogli di papiro. Data la somiglianza tecnologica con analoghe</hi><hi> custodie che proteggevano i codici di Nag Hammadi, c’è</hi><hi> chi ha supposto che essa provenisse dall’Egitto. Sul ritrovamento</hi><hi> si vedano </hi><hi rend="CharOverride-4">Read</hi><hi> 2011 e </hi><hi rend="CharOverride-4">Fioretti</hi><hi> 2017, pp. 1177-1178.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-100-backlink">4</ref></hi> <hi rend="italic">Reg. Mag</hi><hi>. 55.3-4 (= ed. </hi><hi rend="CharOverride-4">de Vogüé</hi><hi> 1964, vol. </hi><hi>II, pp. 258.9-260.13): </hi><hi rend="italic">quod si supra hunc numerum</hi><hi> [</hi><hi rend="italic">scil.</hi><hi> </hi><hi rend="italic">quinquaginta</hi><hi rend="italic"> passus</hi><hi>] </hi><hi rend="italic">fuerit loci longiquitas, iam non vadant, sed ibi, </hi><hi rend="italic">relicto de manibus ferramento, suam flectens cervicem, quae aguntur in </hi><hi rend="italic">oratorio genua, opus Dei sibi lente dicant et ipsi</hi><hi> (“se </hi><hi>la distanza dal luogo è superiore a quella misura [</hi><hi rend="italic">scil</hi><hi>. </hi><hi>cinquanta passi], non vadano ormai [al convento], ma lì, dopo </hi><hi>aver lasciato cadere lo strumento dalle mani, piegando il collo, </hi><hi>come fanno le ginocchia nell’oratorio, dicano lentamente il servizio </hi><hi>divino, tra sé e sé, da soli”; il passo sembra </hi><hi>corrotto: si veda il commento di </hi><hi rend="CharOverride-4">de Vogüé</hi><hi> 1964 </hi><hi rend="italic">ad </hi><hi rend="italic">loc.</hi><hi>).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-099-backlink">5</ref></hi> <hi rend="italic">Reg. Mag</hi><hi>. 56.2 (= ed. </hi><hi rend="CharOverride-4">de Vogüé</hi><hi> </hi><hi>1964, vol. II, pp. 262.5-264.9).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-098-backlink">6</ref></hi> <hi rend="italic">Reg. Mag</hi><hi>. 50.14 (=</hi><hi> ed. </hi><hi rend="CharOverride-4">de Vogüé</hi><hi> 1964, vol. II, p. 224.32-34).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-097-backlink">7</ref></hi> <hi rend="italic">Reg.</hi><hi rend="italic"> Mag</hi><hi>. 50.15 (= ed. </hi><hi rend="CharOverride-4">de Vogüé</hi><hi> 1964, vol. II,</hi><hi> p. 224.32-36).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-096-backlink">8</ref></hi> <hi>Su queste e altre regole si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">Fioretti</hi><hi> 2017, pp. 1185-1190 (di carattere molto più generale l’</hi><hi>intervento di </hi><hi rend="CharOverride-4">Kingsmill</hi><hi> 2014, pp. 596-601 nello </hi><hi rend="italic">Oxford Handbook of </hi><hi rend="italic">the Psalms</hi><hi>). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-095-backlink">9</ref></hi> <hi>Si veda almeno </hi><hi rend="CharOverride-4">Cavallo</hi><hi> 2007a, pp.</hi><hi> 31-46.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-094-backlink">10</ref></hi> <hi rend="CharOverride-4">Thomas, Constantinides Hero 2000, </hi><hi>p. 112. Preoccupazioni simili </hi><hi>sono espresse da Eustazio di Tessalonica: ne discute </hi><hi rend="CharOverride-4">Cavallo</hi><hi> 1997, </hi><hi>pp. 149-151. Si vedano, infine, i numerosi esempi citati in </hi><hi rend="CharOverride-4">Parpulov</hi><hi> 2014, pp. 70-75. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-093-backlink">11</ref></hi> <hi>La bibliografia sul tema è </hi><hi>sconfinata. Il caso più macroscopico è probabilmente quello di Manuele </hi><hi>Philes che nel XIV secolo scrisse una metafrasi dei </hi><hi rend="italic">Salmi</hi><hi> </hi><hi>in versi politici (in parte edita da </hi><hi rend="CharOverride-4">Stickler</hi><hi> 1992). Ma </hi><hi>è tutta la storia letteraria bizantina ad essere attraversata da </hi><hi>costanti riferimenti, allusioni, citazioni, riprese delle Sacre Scritture, e in </hi><hi>particolare del libro dei </hi><hi rend="italic">Salmi</hi><hi>. Le più recenti trattazioni d</hi><hi>’insieme sono rappresentate dal </hi><hi rend="italic">Companion</hi><hi> a cura di </hi><hi rend="CharOverride-4">Hörandner, Rhoby,</hi><hi rend="CharOverride-4"> Zagklas</hi><hi> 2019 e dai due volumi </hi><hi rend="CharOverride-4">Lauxtermann</hi><hi> 2003 e </hi><hi rend="CharOverride-4">Lauxtermann </hi><hi>2019. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-092-backlink">12</ref></hi> <hi>Anche qui la bibliografia è ricchissima, malgrado l’assenza </hi><hi>di studi sistematici. Recentemente, </hi><hi rend="CharOverride-4">Parpulov</hi><hi> 2014 ha offerto uno studio </hi><hi>complessivo sui manoscritti pergamenacei dei </hi><hi rend="italic">Salmi</hi><hi> a Bisanzio tra IX </hi><hi>e XIV secolo; sui </hi><hi rend="italic">Salteri</hi><hi> miniati si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-4">Cutler</hi><hi> </hi><hi>1984. Parlando di Bisanzio, non si può non accennare al </hi><hi>sontuoso </hi><hi rend="italic">Salterio</hi><hi> di Basilio II, Marc. gr. Z 17 (coll. </hi><hi>421), quasi sicuramente opera del medesimo copista del celeberrimo </hi><hi rend="italic">Menologio</hi><hi> </hi><hi>di Basilio II, Vat. gr. 1613 (è l’ipotesi di</hi><hi rend="CharOverride-4"> </hi><hi rend="CharOverride-4">D’Aiuto </hi><hi>2008, pp. 106-114, ripresa da </hi><hi rend="CharOverride-4">Degni</hi><hi> 2018). Sul </hi><hi rend="italic">Salterio</hi><hi> si vedano almeno </hi><hi rend="CharOverride-4">Spatharakis</hi><hi> 1976, pp. 20-26, la scheda </hi><hi>in </hi><hi rend="CharOverride-4">Spatharakis</hi><hi> 1981, vol. I, pp. 18-19, nr. 43 e </hi><hi>vol. II pll. 83-84 e </hi><hi rend="CharOverride-4">Cutler</hi><hi> 1984, pp. 115-119, nr. </hi><hi>58.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-091-backlink">13</ref></hi> <hi>Un interessante esempio è stato messo in luce da</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">Meesters, Praet </hi><hi rend="italic">et al.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-4">2016</hi><hi>. Il codice miscellaneo cartaceo Bodl. </hi><hi>Barocc. 194 (XV secolo) conserva (f. 48r-v) un ciclo di </hi><hi>otto epigrammi relativi ai </hi><hi rend="italic">Salmi</hi><hi>. Di questi, quattro sono dei</hi><hi> veri e propri </hi><hi rend="italic">book epigrams </hi><hi>dedicati al libro dei </hi><hi rend="italic">Salmi</hi><hi>, che nel codice oxoniense hanno perso la loro funzione </hi><hi>precipua, ma che sono attestati anche in numerosi </hi><hi rend="italic">Salteri</hi><hi> datati </hi><hi>tra X e XIII secolo. Altri epigrammi sui </hi><hi rend="italic">Salmi</hi><hi> sono </hi><hi>raccolti da </hi><hi rend="CharOverride-4">Parpulov</hi><hi> 2014, pp. 216-244. È attualmente in corso </hi><hi>il progetto </hi><hi rend="italic">The Legacy of the Psalms in Byzantine Poetry: </hi><hi rend="italic">Book Epigrams and Metrical Paraphrases</hi><hi> (FWF, project I 3544), portato </hi><hi>avanti congiuntamente dall’Accademia austriaca delle Scienze e dall’università </hi><hi>di Ghent e guidato da Andreas Rhoby, che si prefigge, </hi><hi>tra gli altri obiettivi, lo studio sistematico dei </hi><hi rend="italic">book</hi><hi> </hi><hi rend="italic">epigrams</hi><hi> </hi><hi>associati al libro del </hi><hi rend="italic">Salterio</hi><hi> (nonché una nuova edizione con </hi><hi>commento della metafrasi in decapentasillabi dei </hi><hi rend="italic">Salmi</hi><hi> composta da Manuele </hi><hi>Philes, a cura di Anna Gioffreda e Ugo Mondini, che </hi><hi>andrà a sostituire quella parziale di </hi><hi rend="CharOverride-4">Stickler</hi><hi> 1992).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-090-backlink">14</ref></hi> <hi>Ancora fondamentale</hi><hi> per tutti gli aspetti legati alla liturgia vissuta dal monachesimo</hi><hi> pacomiano risulta essere </hi><hi rend="CharOverride-4">Veilleux</hi><hi> 1968; in particolare, sui </hi><hi rend="italic">Salmi</hi><hi>, </hi><hi>pp. 262-275 (pagine riprese in </hi><hi rend="CharOverride-4">Veilleux</hi><hi> 1974), una ricca analisi </hi><hi>dell’ufficio liturgico pacomiano può leggersi alle pp. 276-339. Più </hi><hi>stringato, ma molto denso, </hi><hi rend="CharOverride-4">Richter</hi><hi> 2003, pp. 286-288; si veda </hi><hi>anche </hi><hi rend="CharOverride-4">Maehler</hi><hi> 2008, pp. 39-40. Ovviamente, il libro dei </hi><hi rend="italic">Salmi</hi><hi> </hi><hi>aveva un ruolo centrale anche nella preghiera degli anacoreti: basti </hi><hi>pensare al dossier P.Naqlun I 1-6 messo insieme dall’anonimo </hi><hi>monaco dell’eremo 25 (di cui si è detto alle</hi><hi> pp. 53-54). Si veda a questo proposito </hi><hi rend="CharOverride-4">P.</hi><hi>Naqlun I</hi><hi>, pp. 50-53, con bibliografia specifica e ricca documentazione tratta </hi><hi>anche dalle fonti copte.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-089-backlink">15</ref></hi> <hi rend="italic">Praec</hi>. 49 (= ed. <hi rend="CharOverride-4">Bacht </hi><hi rend="CharOverride-4">1983, </hi>pp<hi rend="CharOverride-4">. </hi>92-93; trad. it. <hi rend="CharOverride-4">Cremaschi</hi><hi> 1988, p. 73); si</hi><hi> veda anche </hi><hi rend="italic">Praec</hi><hi>. 139 (= ed. </hi><hi rend="CharOverride-4">Bacht 1983, </hi><hi>pp</hi><hi rend="CharOverride-4">.</hi><hi rend="CharOverride-4"> </hi><hi>112-113; trad. it. </hi><hi rend="CharOverride-4">Cremaschi</hi><hi> 1988, p. 84). </hi><hi rend="CharOverride-4">Treu</hi><hi> 1988 ha</hi><hi> riconosciuto in alcuni papiri che riportano lo stesso versetto del</hi><hi> salmo scritto più volte dalla medesima mano (P.Vindob. G 22857,</hi><hi> P.Vindob. G 18058 e P.Vindob. G 18975) non tanto semplici</hi><hi> esercizi scolastici di scrittura, quanto piuttosto un supporto alla memorizzazione</hi><hi> del testo sacro.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-088-backlink">16</ref></hi> <hi>La prescrizione è esplicita in </hi><hi rend="italic">Praec</hi><hi>.</hi><hi> 140 (= ed. </hi><hi rend="CharOverride-4">Bacht 1983, </hi><hi>p</hi><hi rend="CharOverride-4">.</hi><hi> 113): </hi><hi rend="italic">omnino nullus </hi><hi rend="italic">erit in monasterio, qui non discat litteras, et de Scripturis </hi><hi rend="italic">aliquid teneat: qui minimum usque ad novum Testamentum et Psalterium</hi><hi>,</hi><hi> “e non vi sarà assolutamente nessuno in monastero che non</hi><hi> impari a leggere e non sappia a memoria qualcosa delle</hi><hi> Scritture: come minimo, il Nuovo Testamento e il Vangelo” (trad.</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">Cremaschi</hi><hi> 1988, p. 84). Si veda il commento di </hi><hi rend="CharOverride-4">Wipszycka</hi><hi rend="CharOverride-4"> 1984, </hi><hi>pp</hi><hi rend="CharOverride-4">. </hi><hi>292-293 (= </hi><hi rend="CharOverride-4">Wipszycka</hi><hi> 1996, p. 121).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-087-backlink">17</ref></hi> <hi>E</hi><hi> non soltanto tra i bilingui: si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">Parpulov</hi><hi> 2014, p.</hi><hi> 49. Del rapporto fra monachesimo pacomiano e cultura scritta, antitetico</hi><hi> rispetto al modello di monaco illetterato presentato dalla </hi><hi rend="italic">Vita Antonii</hi><hi> di Atanasio di Alessandria, si è occupato da ultimo </hi><hi rend="CharOverride-4">Fioretti</hi><hi> 2017, pp. 1165-1168.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-086-backlink">18</ref></hi> Al-Qāhira, Coptic Museum, inv. nrr. 859-863. <hi>Essi furono identificati e editi da </hi><hi rend="CharOverride-4">Hedrick</hi><hi> 2006 e successivamente </hi><hi>commentati da </hi><hi rend="CharOverride-4">Albl</hi><hi> 2012.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-085-backlink">19</ref></hi> <hi>È l’ipotesi abbastanza convincente di</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">Albl</hi><hi> 2012, pp. 422-423, basata sull’identificazione di Maria con</hi><hi> la ‘figlia di Sion’, presente nella collezione e </hi><hi>attestata dalla fine del IV secolo, e sulle strettissime somiglianze </hi><hi>con l’</hi><hi rend="italic">Expositio Symboli</hi><hi> di Rufino, composta all’inizio del </hi><hi>V secolo.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-084-backlink">20</ref></hi> <hi>Sull’uso del libro di </hi><hi rend="italic">Salmi</hi><hi> nella cristianità</hi><hi> copta si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">Richter</hi><hi> 2003, con ulteriore bibliografia. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-083-backlink">21</ref></hi> <hi>Su</hi><hi> questo particolare tipo di composizione, caratteristico della liturgia monastica copta</hi><hi> si vedano </hi><hi rend="CharOverride-4">Zanetti</hi><hi> 2008, pp. 206 e soprattutto </hi><hi rend="CharOverride-4">Quecke</hi><hi> 1970</hi><hi> e </hi><hi rend="CharOverride-4">Quecke</hi><hi> 1995. Si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-4">Depuydt</hi><hi> 1993, p. 113 per</hi><hi> ulteriore bibliografia.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-082-backlink">22</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">Depuydt</hi><hi> 1993, pp. 113-121, nr. </hi><hi>59 e pll. 11, 67-69, 211, 328 e 451. Alcune </hi><hi>delle preghiere contenute nel codice sono in greco. In alcuni </hi><hi>casi, è presente anche la traduzione copta, collocata però in </hi><hi>genere a molte pagine di distanza, senza che possa dialogare </hi><hi>con il testo greco.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-081-backlink">23</ref></hi> <hi>Su tutti, </hi><hi rend="CharOverride-4">Cribiore</hi><hi> 1996, pp. 132-133.</hi><hi> Queste mani sono per lo più del tipo 2 e</hi><hi> 3 secondo la classificazione proposta dalla studiosa, vale a dire</hi><hi> mani che conoscono il tratteggio delle lettere ma che hanno</hi><hi> ancora difficoltà di coordinazione, e mani molto più sciolte, che</hi><hi> dimostrano una maggiore sicurezza, pur restando in via di evoluzione</hi><hi> (si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">Cribiore</hi><hi> 1996, p. 112). Non mancano esempi vergati</hi><hi> da copisti che chiaramente sono alle prese con la primissima</hi><hi> educazione grafica. Questa ed altre considerazioni dimostrano che a partire</hi><hi> dal IV secolo gli studenti, dopo aver preso un minimo</hi><hi> di dimestichezza con l’alfabeto, cominciavano spesso a copiare massime</hi><hi> più complesse, ben prima di studiare sillabari e liste di</hi><hi> parole. Vi è il forte sospetto (ed è questa la</hi><hi> tesi della studiosa) che l’apprendimento della lettura e l</hi><hi>’apprendimento della scrittura non sempre e non necessariamente procedessero parallelamente.</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">Del Corso</hi><hi> 2022, pp. 131-134 vede in questo cambiamento un</hi><hi> riflesso della trasformazione sociale dei </hi><hi rend="CharOverride-5">γράμματα</hi><hi>. In un mondo </hi><hi>sempre più cristianizzato, la lettura è prima di tutto uno </hi><hi>strumento per avvicinarsi alle Scritture, soprattutto in contesti monastici dove </hi><hi>il novizio, qualora non fosse già in grado, doveva essere </hi><hi>messo quanto prima nella condizione di poter meditare la Parola </hi><hi>di Dio.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-080-backlink">24</ref></hi> <hi>Almeno da </hi><hi rend="CharOverride-4">Boyaval</hi><hi> 1975. Sulle pratiche scolastiche in</hi><hi> età tardoantica (e non solo) restano fondamentali </hi><hi rend="CharOverride-4">Cribiore</hi><hi> 1996, che</hi><hi> analizza gran parte della documentazione papiracea egiziana, e soprattutto </hi><hi rend="CharOverride-4">Cribiore</hi><hi> 1999, che si concentra sulla dialettica tra greco e copto</hi><hi> nell’apprendimento scolastico. Si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-4">Bucking</hi><hi> 2007. La continuità,</hi><hi> anche concettuale, tra </hi><hi rend="italic">paideia</hi><hi> classica e </hi><hi rend="italic">paideia</hi><hi> monastica è messa</hi><hi> in luce dai saggi raccolti in </hi><hi rend="CharOverride-4">Larsen, Rubenson</hi><hi> 2018.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-079-backlink">25</ref></hi> <hi>Molti sono citati in </hi><hi rend="CharOverride-4">Cribiore</hi><hi> 1999, p. 282. Si vedano </hi><hi>anche i numerosi materiali discussi in </hi><hi rend="CharOverride-4">Maravela</hi> 2018.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-078-backlink">26</ref></hi> Brussels, Musées Royaux, inv. E 6801 = nr. 127 <hi rend="CharOverride-4">van Haelst</hi> = SB XVIII 13323 = TM 62205. <hi>Pubblicato per la prima</hi><hi> volta da </hi><hi rend="CharOverride-4">Preaux</hi><hi> 1935, che lo considerava una tavoletta magica,</hi><hi> venne interpretato da </hi><hi rend="CharOverride-4">Cribiore</hi><hi> 1996, p. 213, nr. 169 come,</hi><hi> appunto, esercizio scolastico. Ancora ad un testo magico pensano </hi><hi rend="CharOverride-4">De</hi><hi rend="CharOverride-4"> Bruyn, Dijkstra</hi><hi> 2011, pp. 212-213, nr. 179. Si veda anche</hi><hi> la descrizione in </hi><hi rend="CharOverride-4">Rahlfs, Fraenkel</hi><hi> 2004, p. 47. Il versetto</hi><hi> di un salmo (Sal 21, 29) seguito dall’alfabeto greco-copto</hi><hi> si legge anche nel già citato SB Kopt. </hi>V 2360.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-077-backlink">27</ref></hi> Oxford, Bodleian Library, Copt. f. 30 = P.Bal. II 396 = TM 66372. <hi>Ultima edizione come P.Rain.UnterrichtKopt. 149. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-076-backlink">28</ref></hi> <hi>Sui papiri magici e gli amuleti basti il rinvio </hi><hi>all’analisi di P.Osl. inv. 1661 </hi><hi rend="CharOverride-3">[27]</hi><hi>, </hi><hi rend="italic">supra</hi><hi>, pp. 127-130</hi><hi>. Specificamente dedicato all’uso dei salmi nei papiri magici </hi><hi>copti è </hi><hi rend="CharOverride-4">Richter</hi><hi> 2003, pp. 288-290, con ulteriore bibliografia.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-075-backlink">29</ref></hi> <hi>Su</hi><hi> questo salmo si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">Chapa</hi><hi> 2011.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-074-backlink">30</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">de </hi><hi rend="CharOverride-4">Bruyn, Dijkstra</hi><hi> 2011, pp. 184-215.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-073-backlink">31</ref></hi> Chicago, Haskell Oriental Institute, MH 1175 + MH 935 + London, University College, Petrie Museum UC 62851 = nr. 132 <hi rend="CharOverride-4">van Haelst</hi> = TM 62207 = CLM 3515. <hi>Sul curioso reperto si vedano almeno</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">Römer, Hasitzka</hi><hi> 2007 e </hi><hi rend="CharOverride-4">Martín Hernández, Torallas Tovar</hi><hi> 2014,</hi><hi> p. 791, i quali ritengono che non si debba pensare</hi><hi> necessariamente ad un amuleto. L’</hi><hi rend="italic">ostracon</hi><hi> è da ultimo edito come O.Petr.Mus. 2.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-072-backlink">32</ref></hi> <hi>TM 108024 = CMCL CMCL.AV = CLM 21. Il </hi><hi>testo del </hi><hi rend="italic">Salterio</hi><hi> è edito da </hi><hi rend="CharOverride-4">Budge</hi><hi> 1898.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-071-backlink">33</ref></hi> <hi>È l</hi><hi>’attuale London, British Library, Or. 5001 (TM 107789 = </hi><hi>CMCL CMCL.AW = CLM 22) contenente dieci omelie complete di </hi><hi>autori monofisiti. Esse sono edite da </hi><hi rend="CharOverride-4">Budge</hi><hi> 1910.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-070-backlink">34</ref></hi> <hi>Wien, Österreichische</hi><hi> Nationalbibliothek, Papyrussammlung, K 9907 + 9909-9911 + 9913-9925 + </hi><hi>9927-9930 + 9932-9942 + 9944 + 9945 + 9947-9954 + </hi><hi>9956-9971 = nr. 96 </hi><hi rend="CharOverride-4">van Haelst</hi><hi> = 1220 </hi><hi rend="CharOverride-4">Rahlfs</hi><hi> = </hi><hi>sa 72 </hi><hi rend="CharOverride-4">Schüssler = </hi><hi>TM 62036 = </hi><hi rend="CharOverride-4">CLM 1055</hi><hi>. I</hi><hi> frammenti vennero editi per la prima volta da </hi><hi rend="CharOverride-4">Wessely</hi><hi> 1907,</hi><hi> pp. 63-133. Recentemente (</hi><hi rend="CharOverride-4">De Curtis</hi><hi> 2022a, pp. 62-66), </hi><hi>è stato possibile collocare altri tre piccoli lacerti. Si veda </hi><hi>anche </hi><hi rend="CharOverride-4">Nagel</hi><hi> 1984, pp. 246-248, nr. 1. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-069-backlink">35</ref></hi> <hi>Le pericopi</hi><hi> conservate sono: in greco Sal 3, 8-9; 4, 1-9; 6,</hi><hi> 9-11; 7, 1-2; 16, 4-7.13-15; 25, 6-9.11-12; 26, 1-3; 28,</hi><hi> 1-11; 29, 1-13; 30, 19-25; 31, 1-7.11; 38, 1-10; 40,</hi><hi> 1-3.7-13; 48, 2-19; 50, 11-21; 53, 1-2.5-9; 54, 4-12.15-23; 55,</hi><hi> 1-2.7-9.13-14; 56, 1-9; 67, 13-15.21-24.30-35; 68, 18-26.28-37; mentre in copto</hi><hi> Sal 3, 1-9; 4, 1-3; 6, 1.10-11; 9, 22-25.32-35; 24,</hi><hi> 6-9.15-20; 25, 1-4.5-10.12; 27, 1-4; 28, 1-11; 29, 1-13; 30,</hi><hi> 2-9.11-25; 31, 1-4; 36, 12-21.23-32; 37, 13-23; 39, 16-18; 47,</hi><hi> 5-14; 48, 3-11; 50, 1-13; 52, 3-7; 53, 1-5; 54,</hi><hi> 22-24; 55, 3-14; 67, 3-8. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-068-backlink">36</ref></hi> «Wahrscheinlich handelt es sich bei dem vorliegenden Codex um den 1. <hi>Teil eines insgesamt</hi><hi> 2-teiligen bilinguen Psalmenbuches» (sa 72 </hi><hi rend="CharOverride-4">Schüssler, </hi><hi>p</hi><hi rend="CharOverride-4">.</hi><hi> 57).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-067-backlink">37</ref></hi> <hi>Questi</hi><hi> calcoli sono chiaramente approssimativi, ma servono a dare un’idea</hi><hi> di massima della consistenza del manoscritto.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-066-backlink">38</ref></hi> <hi>Per una discussione </hi><hi>si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">De Curtis</hi><hi> 2022a, pp. 67-68.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-065-backlink">39</ref></hi> <hi>Riproduzione in</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">Cavallo, Maehler</hi><hi> 1987, p. 36 e pl. 14b.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-064-backlink">40</ref></hi> <hi>Riproduzione</hi><hi> in </hi><hi rend="CharOverride-4">Cavallo, Maehler</hi><hi> 1987, p. 48 e pl. 20b.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-063-backlink">41</ref></hi> <hi>Già </hi><hi rend="CharOverride-4">Wessely</hi><hi> 1907, p. 168 aveva notato che «im ganzen</hi><hi> besteht eine große Ähnlichkeit» tra P.Vindob. K 9872 </hi><hi>e K 9871, ma il primo a parlare esplicitamente di </hi><hi>un unico codice, a proposito dei frammenti viennesi, è </hi><hi rend="CharOverride-4">Till</hi><hi> </hi><hi>1937, p. 209, intuizione poi ripresa in </hi><hi rend="CharOverride-4">Till</hi><hi> 1940, nr. </hi><hi>25, p. 11. Ancora van Haelst, nel suo </hi><hi rend="italic">Catalogue des </hi><hi rend="italic">papyrus littéraires juifs et chrétiens</hi><hi> del 1976, assegna numeri diversi </hi><hi>ai frammenti: il nr. 102 corrisponde ai frammenti viennesi, i </hi><hi>nrr. 107 e 134 ai frammenti londinesi (rispettivamente, Or. 3579 </hi><hi>A [17] e Add. 34274), il nr. 137 ai frammenti </hi><hi>del Cairo mentre il nr. 153 ai ff. 1, 2 </hi><hi>(e non, come si legge nel catalogo, f. «12»), 33, </hi><hi>98, 105-112 del Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi><hi>. I restanti frammenti </hi><hi>parigini e il piccolo frammento della Morgan Library &amp; Museum </hi><hi>non sono menzionati. In tempi più recenti, si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">Boud’</hi><hi rend="CharOverride-4">hors</hi><hi> 1987, p. 12. L’elenco completo dei frammenti fino </hi><hi>ad ora ricondotti al medesimo </hi><hi rend="italic">Salterio</hi><hi> pergamenaceo, accompagnato da un’</hi><hi>esaustiva descrizione, è stato messo insieme da Schüssler, che </hi><hi>ha dato al codice la sigla sa 91 (pp. 93-102, </hi><hi>con </hi><hi rend="italic">addenda et corrigenda</hi><hi> a pp. 123-126 Lf. 4). Dettagli </hi><hi>sulla ricostruzione del foglio costituito dai frammenti Or. 3579 A </hi><hi>(17) f. 2 + P.Vindob. K 31 si possono leggere </hi><hi>in </hi><hi rend="CharOverride-4">Nagel</hi><hi> 2000, pp. 87-88 (e tavole alle pp. 95-96). </hi><hi>Al manoscritto sono assegnati i seguenti codici identificativi nei database </hi><hi>online: TM 62268 = CLM 546.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-062-backlink">42</ref></hi> <hi>I fogli del Par.</hi><hi> copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi><hi> furono sommariamente descritti da </hi><hi rend="CharOverride-4">Delaporte</hi><hi> 1913, pp. </hi><hi>84-88. Per il Par. copt. 132</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi><hi>, copt. 132</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">3</hi><hi> </hi><hi>e copt. 133</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi><hi> si può consultare </hi><hi rend="CharOverride-4">Boud’hors</hi><hi> 1987, pp.</hi><hi> 12-13. Si vedano anche </hi><hi rend="CharOverride-4">Rahlfs, Fraenkel</hi><hi> 2004, pp. 310-311</hi><hi> (Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi><hi>) e 312-313 (Par. copt. 132</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi><hi>,</hi><hi> copt. 132</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">3</hi><hi> e copt. 133</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi><hi>); </hi><hi rend="CharOverride-4">Nagel</hi><hi> 1984, nr.</hi><hi> 7, p. 251.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-061-backlink">43</ref></hi> <hi>I frammenti viennesi furono pubblicati a </hi><hi>più riprese (cfr. </hi><hi rend="CharOverride-4">Till</hi><hi> 1941, pp. 179, 184, 199, 208;</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">Till</hi><hi> 1960, p. 226). Nello specifico, si vedano </hi><hi rend="CharOverride-4">Wessely</hi><hi> 1907,</hi><hi> pp. 165-168 e 168-172 (rispettivamente P.Vindob. </hi>K 9872 e K 9871); Stud.Pal. IX 17c (P.Vindob. K 9851); Stud.Pal. XIV 257 (P.Vindob. <hi>K 31); </hi><hi rend="CharOverride-4">Till</hi><hi> 1937, pp. 209-212 e 212-213 (rispettivamente</hi><hi> P.Vindob. K 8343 e K 902). Si vedano anche </hi><hi rend="CharOverride-4">Rahlfs,</hi><hi rend="CharOverride-4"> Fraenkel</hi><hi> 2004, pp. 431-433; </hi><hi rend="CharOverride-4">Nagel</hi><hi> 1984, nr. 2, pp. 248-249.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-060-backlink">44</ref></hi> <hi rend="italic">Olim</hi><hi> Lit. Theol. 31.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-059-backlink">45</ref></hi> <hi>Il testo greco dei tre</hi><hi> frammenti è pubblicato da </hi><hi rend="CharOverride-4">Milne</hi><hi> 1927, nr. 206, pp. 168-173</hi><hi> (anche </hi><hi rend="CharOverride-4">Rahlfs</hi><hi> 1907, pp. 240-241 per il salmo greco di</hi><hi> Add. 34274 f. 51), mentre </hi><hi rend="CharOverride-4">Schleifer</hi><hi> 1914, nr. I, </hi><hi>pp. 5-7 e 10-11 aveva pubblicato integralmente Or. 3579 A </hi><hi>(17) ff. 1 e 3. Tuttora inedito il salmo copto </hi><hi>di Add. 34274 f. 51. Si vedano ancora </hi><hi rend="CharOverride-4">Rahlfs, Fraenkel</hi><hi> </hi><hi>2004, pp. 197 (Add. 34274 f. 51) e 211 e </hi><hi>(Or. 3579 A [17]) </hi><hi rend="CharOverride-4">Negel</hi><hi> 1984, nr. 3, p. 249 </hi><hi>(Or. 3579 A [17]) e nr. 5, p. 250 (Add. </hi><hi>34274 f. 51).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-058-backlink">46</ref></hi> <hi>I frammenti sono indicati nel catalogo di</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">Munier 1916</hi><hi>, rispettivamente dai nrr. 9204, 9206, 9208 e </hi><hi>9214. Si vedano anche </hi><hi rend="CharOverride-4">Rahlfs, Fraenkel</hi><hi> 2004, pp. 165-166; </hi><hi rend="CharOverride-4">Nagel</hi><hi> 1984, nr. 4, p. 250.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-057-backlink">47</ref></hi> <hi rend="CharOverride-4">Depuydt</hi><hi> 1993, nr. 10, </hi><hi>p. 18 e pl. 338a. Il piccolo frammento, appartenuto </hi><hi>in origine all’antiquario inglese John Lee, fu acquistato, assieme </hi><hi>a tutta la collezione di manoscritti di Lord Amhurst Tyssen-Amherst, </hi><hi>nel 1912 da Pierpont Morgan. Su questi cambi di proprietà </hi><hi>si rimanda a </hi><hi rend="CharOverride-4">Depuydt</hi><hi> 1993, pp. </hi><hi rend="CharOverride-4">LXXII-LXXIII. </hi><hi>Si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-4">Rahlfs, Fraenkel</hi><hi> 2004, pp. 259-260.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-056-backlink">48</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">Boud’hors</hi><hi> 1987,</hi><hi> pp. 1-2.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-055-backlink">49</ref></hi> <hi>L’ordine relativo dei frammenti è dunque </hi><hi>il seguente: 1) P.Vindob. </hi>K 8343; 2) M 706 c; 3) Or 3579 A [17] f. 1; 4) P.Vindob. K 9872; 5) Coptic Museum, inv. 44800; 6) P.Vindob. K 9871; 7) Add. 34274 f. 51; 8) Coptic Museum, inv. 44802; 9) Coptic Museum, inv. 44804; 10) Or. 3579 A [17] f. 2 + P.Vindob. K 31 + Par. copt. 133<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> f. 57a; 11) Par. copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi> f. 105; 12) Par. copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi> f. 33 + copt. 132<hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi> f. 18; 13) Par. copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi> f. 111 + f. 107; 14) Par. copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi> f. 107; 15) Par. copt. 132<hi rend="superscript CharOverride-1">3</hi> f. 177; 16) Par. copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi> f. 108; 17) Par. copt. 132<hi rend="superscript CharOverride-1">3</hi> f. 202; 18) Par. copt. 133<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> f. 58 + copt. 132<hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi> f. 51; 19) P.Vindob. K 902; 20) P.Vindob. K 9851 [tav. V]; 21) Coptic Museum, inv. 44810; 22) Par. copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi> f. 110; 23) Par. copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi> f. 109; 24) Or. 3579 A [17] f. 3; 25) Par. copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi> f. 2 + f. 1 + f. 98; 26) Par. copt. <hi>129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi><hi> f. 112; 27) Par. copt. 133</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi><hi> f. 57. </hi><hi>È forse utile a questo punto offrire una concordanza fra </hi><hi>le sigle impiegate da Schüssler e l’ordine qui </hi><hi>stabilito:</hi></p><p rend="layout_notes"><hi>1)	sa 91.1		10)	sa 91.8			19)	sa 91.17</hi></p><p rend="layout_notes"><hi>2)	sa 91.2		11)	sa 91.9			20) 	sa 91.18</hi></p><p rend="layout_notes"><hi>3)	sa 91.25		12)	sa </hi><hi>91.10			21)	sa 91.19</hi></p><p rend="layout_notes"><hi>4)	sa 91.3		13)	sa 91.11			22)	sa 91.20</hi></p><p rend="layout_notes"><hi>5)	sa 91.4		14)	sa 91.12			23)	sa 91.21</hi></p><p rend="layout_notes"><hi>6)	sa 91.5		15)	sa 91.13			24)	sa </hi><hi>91.27</hi></p><p rend="layout_notes"><hi>7)	sa 91.26		16)	sa 91.14			25)	sa 91.22</hi></p><p rend="layout_notes"><hi>8)	sa 91.6		17)	sa 91.15			26)	sa 91.23</hi></p><p rend="layout_notes"><hi>9)	sa 91.7		18)	sa 91.16			27)	sa 91.24</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-054-backlink">50</ref></hi> <hi>Il numero di pagina si</hi><hi> conserva su P.Vindob. K 9872 (</hi><hi rend="CharOverride-5">ⲙ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">ⲑ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">/ⲛ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi> </hi><hi>[49-50]), su P.Vindob. K 9871 (</hi><hi rend="CharOverride-5">ⲣ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">ⲓ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">ⲍ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">/ⲣ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">ⲓ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">ⲏ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi> [117/118]), su Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi><hi> f. 33</hi><hi> + copt. 132</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi><hi> f. 18 (</hi><hi rend="CharOverride-5">ⲣ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">ⲛ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">ⲍ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">/</hi><hi rend="CharOverride-5">ⲣ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">ⲛ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">ⲏ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi> [157/158]), su Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi><hi> f. </hi><hi>111 + f. 107 (</hi><hi rend="CharOverride-5">ⲣ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">ⲡ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">ⲁ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">/ⲣ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">ⲡ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">ⲃ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi> [181/182]) e su P.Vindob. K 9851 (</hi><hi rend="CharOverride-5">ⲧ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">ⲕ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">ⲁ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">/ⲧ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">ⲕ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">ⲃ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi> [321/322]). La successione dei salmi </hi><hi>garantisce, inoltre che P.Vindob. K 8343 era seguito dal frammento </hi><hi>newyorkese M 706c, Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi><hi> f. 105 da Par.</hi><hi> copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi><hi> f. 33 + copt. 132</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi><hi> f. 18,</hi><hi> Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi><hi> f. 110 da Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi><hi> f. 109 e forse Par. copt. 132</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">3</hi><hi> f. 202 </hi><hi>da Par. copt. 133</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi><hi> f. 58 + copt. 132</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi><hi> </hi><hi>f. 51.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-053-backlink">51</ref></hi> <hi>Non esistono ancora studi complessivi sulla composizione fascicolare</hi><hi> dei codici copti pergamenacei (e cartacei). Tuttavia, si veda almeno</hi><hi> quanto nota </hi><hi rend="CharOverride-4">Emmel</hi><hi> 2004, p. 57 a proposito dei codici</hi><hi> del Monastero Bianco contenenti le opere di Shenoute. Si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-4">Zanetti</hi><hi> 1998, p. 175 e nota 2.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-052-backlink">52</ref></hi> <hi>Non si tratta si un caso unico: anche nel </hi><hi>lezionario New York, Morgan Library &amp; Museum, M 615 </hi><hi rend="CharOverride-3">[25]</hi><hi>,</hi><hi> in maiuscola alessandrina unimodulare,</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi><hi>il copista impiega, ai ff. 19v-21r,</hi><hi> tratteggi della maiuscola biblica. Si veda </hi><hi rend="italic">infra</hi><hi>, p. 198.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-051-backlink">53</ref></hi> <hi>Sui lezionari si veda </hi><hi rend="italic">infra</hi><hi>, pp. 189-218.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-050-backlink">54</ref></hi> Al-Qāhira, Coptic Museum, JdE 44801 (inv. 3856) = nr. 150 <hi rend="CharOverride-4">van </hi><hi rend="CharOverride-4">Haelst</hi> = 2137 <hi rend="CharOverride-4">Rahlfs = </hi>sa<hi rend="CharOverride-4"> 170 Schüssler</hi>. <hi>Sul foglio,</hi><hi> inedito, si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">Munier</hi><hi> 1916, p. 3, nr. 9205, che</hi><hi> riporta anche </hi><hi rend="italic">incipit</hi><hi> e </hi><hi rend="italic">desinit</hi><hi> (lo studioso credeva di aver</hi><hi> individuato altri fogli da ricondurre allo stesso manoscritto, ma ulteriori</hi><hi> studi lo hanno smentito; si veda quanto riportato nella scheda</hi><hi> sa 170 </hi><hi rend="CharOverride-4">Schüssler</hi><hi>). Il foglio conserva, nell’angolo superiore </hi><hi>esterno, i numeri di pagina </hi><hi rend="CharOverride-5">ⲟ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">ⲑ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi>/</hi><hi rend="CharOverride-5">ⲡ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi> (= </hi><hi>79/80). Immaginando un codice costituito da soli quaternioni, Schüssler ipotizza </hi><hi>che quello conservato sia l’ultimo foglio del fasc. 5. </hi><hi>Tuttavia, non sopravvive nessuna segnatura di fascicolo a confermare questa </hi><hi>ricostruzione. Le dimensioni attuali del frammento riportate da Schüssler sono </hi><hi>mm 336 × 142, ma con ogni probabilità il foglio</hi><hi> completo non doveva essere inferiore a mm 230 di larghezza,</hi><hi> mentre lo specchio scrittorio ricostruito è di mm 248 ×</hi><hi> 185.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-049-backlink">55</ref></hi> <hi rend="CharOverride-4">Orsini</hi><hi> 2019, p. 128.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-048-backlink">56</ref></hi> <hi rend="CharOverride-4">Orsini</hi><hi> 2008a, </hi><hi>p. 141 (= </hi><hi rend="CharOverride-4">Orsini</hi><hi> 2019, p. 119). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-047-backlink">57</ref></hi> <hi>New York, </hi><hi>Morgan Library &amp; Museum, M 665 (9), ff. 1-5 = </hi><hi>sa 47 </hi><hi rend="CharOverride-4">Mink-Schmitz</hi><hi> = sa 566 </hi><hi rend="CharOverride-4">Schüssler</hi><hi> = TM 113929 </hi><hi>= CLM 2372; si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">Depuydt</hi><hi> 1993, pp. 40-41, nr. </hi><hi>27 e pl. 349.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-046-backlink">58</ref></hi> <hi>Paris, Bibliothèque nationale de France,</hi><hi> copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">11</hi><hi> ff. 107, 131; copt. 132</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">3</hi><hi> f. 38;</hi><hi> copt. 133</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi><hi> ff. 33, 33c = sa 578 </hi><hi rend="CharOverride-4">Schüssler</hi><hi> </hi><hi>= TM 113930. Descrizione sommaria in </hi><hi rend="CharOverride-4">Schmitz</hi><hi> 2003, pp. 29-30 </hi><hi>(sa 607).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-045-backlink">59</ref></hi> Al-Qāhira, Coptic Museum, JdE 44820 (= <hi rend="CharOverride-4">Munier</hi> 1916, p. 12, nr. 9224) + London, British Library, Or. 6954 (70) + Paris, Bibliothèque nationale de France, copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">11</hi> ff. 136-137; copt. 133<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> f. 36a + Paris, Musée du Louvre, R 118 + Princeton, University Library, Cotsen 1 + Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Papyrussammlung, K 2624; K 9810 = sa 46 <hi rend="CharOverride-4">Mink-Schmitz</hi> = sa 585 <hi rend="CharOverride-4">Schüssler</hi> = TM 113931.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-044-backlink">60</ref></hi> New York, Metropolitan Museum of Art, Accession no. 14.1.481 = 2173 <hi rend="CharOverride-4">Rahlfs</hi> = sa 139 <hi rend="CharOverride-4">Schüssler</hi> = TM 62215 = CLM 933. <hi>Il papiro fu edito </hi><hi>per la prima volta da </hi><hi rend="CharOverride-4">Crum, Winlock, White 1926, </hi><hi>vol</hi><hi rend="CharOverride-4">.</hi><hi> II, pp. 5 e 157, nr. 17, senza però </hi><hi>identificare il testo copto, e nuovamente da </hi><hi rend="CharOverride-4">Delattre</hi><hi> 2008. Esso</hi><hi> venne rinvenuto durante gli scavi compiuti dal Metropolitan Museum of</hi><hi> Art tra il 1913 e il 1914 nella cella A</hi><hi> del Monastero di Epifanio. Per una presentazione generale del sito</hi><hi> si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">O’Connell</hi><hi> 2018, pp. 91-93. L’opera di</hi><hi> riferimento resta </hi><hi rend="CharOverride-4">Crum, Winlock, White 1926, </hi><hi>in due volumi, che</hi><hi> prende in considerazione la totalità del materiale rinvenuto durante gli</hi><hi> scavi, provvedendo a restituire un contesto storico ai frammenti manoscritti.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-043-backlink">61</ref></hi> <hi rend="CharOverride-4">Papathomas</hi><hi> 2004, p. 111 sembra considerare questo papiro un </hi><hi>amuleto, possibilità esclusa, come nota Schüssler nella scheda da lui </hi><hi>dedicata al papiro, oltre che dalla disposizione dei testi, anche </hi><hi>dalle linee che incorniciano la rubrica del Sal 91, più </hi><hi>in linea con una destinazione liturgica.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-042-backlink">62</ref></hi> <hi>Pubblicato da Alain Delattre</hi><hi> in </hi><hi rend="CharOverride-4">Pintaudi</hi><hi> 2008, pp. 146-147 e riproduzione a p. 161,</hi><hi> pl. VII, nr. 6. Il frammento è indicato nei </hi><hi>database come TM 113257 = CLM 1188. I passi conservati </hi><hi>sono Sal 75, 5b-7a in achmimico sul </hi><hi rend="italic">recto</hi><hi> e Sal </hi><hi>76, 3-5a in greco sul </hi><hi rend="italic">verso</hi><hi>. Gli scavi della stessa</hi><hi> missione hanno restituito, nel 2013, un altro piccolo frammento bilingue</hi><hi> dei </hi><hi rend="italic">Salmi</hi><hi>, questa volta papiraceo, su cui si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">Minutoli</hi><hi> 2018, p. 79 e p. 103 fig. 14. I</hi><hi> materiali provenienti dallo scavo sono in corso di pubblicazione.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-041-backlink">63</ref></hi> <hi>Pubblicata da </hi><hi rend="CharOverride-4">Crum</hi><hi> 1934.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-040-backlink">64</ref></hi> <hi>Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Papyrussammlung, K </hi><hi>8706 = nr. 241 </hi><hi rend="CharOverride-4">Van Haelst</hi><hi> = P</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">42</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">Gregory-Aland =</hi><hi rend="CharOverride-4"> </hi><hi>2036 </hi><hi rend="CharOverride-4">Rahlfs</hi><hi> = sa 16 </hi><hi rend="CharOverride-4">Schüssler = </hi><hi>sa</hi><hi rend="CharOverride-4"> 289 Mink</hi><hi rend="CharOverride-4">-Schmitz = </hi><hi>TM 62320 </hi><hi rend="CharOverride-4">= </hi><hi>CLM 2651. Il codice fu </hi><hi>edito per la prima volta da </hi><hi rend="CharOverride-4">Till, Sanz</hi><hi> 1939 (le cui </hi><hi>conclusioni sono riprese in </hi><hi rend="CharOverride-4">Rahlfs, Fraenkel</hi><hi> 2004, pp. 434-435), da </hi><hi>cui è tratta gran parte delle considerazioni. Due fotografie (una</hi><hi> per la parte greca e una per quella copta), scattate</hi><hi> quando il papiro era meno danneggiato e più leggibile di</hi><hi> come appare ora, sono pubblicate in </hi><hi rend="CharOverride-4">Till, Sanz</hi><hi> 1939. Si vedano</hi><hi> anche </hi><hi rend="CharOverride-4">Treu</hi><hi> 1965, p. 104 e pp. 119-120 nota 51;</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">Nagel</hi><hi> 1984, pp. 253-254, nr. 14. Nuova edizione della parte</hi><hi> greca in </hi><hi rend="CharOverride-4">Porter, Porter </hi><hi>2008, pp. 10-12, nr. 3 e</hi><hi> tav. III.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-039-backlink">65</ref></hi> <hi>Sono gli stessi editori, </hi><hi rend="CharOverride-4">Till, Sanz</hi><hi> 1939, p.</hi><hi> 9 nota 2, ad ammetterlo: «über den Fundort der</hi><hi> Fragmente ist derzeit Sicheres leider nicht mehr zu ermitteln».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-038-backlink">66</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">Till, Sanz</hi><hi> 1939, pp. 9-10.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-037-backlink">67</ref></hi> Genève, Fondation Bodmer, XVI = TM 108535 = CLM 35. <hi>Il codice, contenente </hi><hi>una consistente parte della versione saidica dell’</hi><hi rend="italic">Esodo</hi><hi>, è generalmente</hi><hi> riferito al IV secolo.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-036-backlink">68</ref></hi> Genève, Fondation Bodmer, XXI + Dublin, Chester Beatty Library, Ac. 1389 = TM 108537. <hi>Il </hi><hi>codice, collocato nel V secolo, conserva porzioni di </hi><hi rend="italic">Giosuè</hi><hi> e </hi><hi rend="italic">Tobia</hi><hi> in saidico. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-035-backlink">69</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">Szirmai</hi><hi> 1999, pp. 29-30.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-034-backlink">70</ref></hi> <hi>Merita di essere segnalata la singolare circostanza per la quale</hi><hi> sono sopravvissuti frammenti del f. 1 mentre sono andati totalmente</hi><hi> perduti i ff. 2 e 3. </hi><hi rend="CharOverride-4">Till, Sanz</hi><hi> 1939, pp. 17-18</hi><hi> ipotizza che il f. 1, staccatosi prima del danneggiamento del</hi><hi> libro, fosse stato conservato all’interno del blocco fascicolare, lasciando</hi><hi> così esposti i ff. 2 e 3. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-033-backlink">71</ref></hi> <hi>Secondo gli</hi><hi> editori, altri due testi (Ab 3, 2-19 e Is 5, 1-9),</hi><hi> che compaiono in altri testimoni delle </hi><hi rend="italic">Odi</hi><hi>, non erano </hi><hi>compresi nella collezione viennese. Non deve stupire: di fatto, numero </hi><hi>ed ordine dei cantici si stabilizzò soltanto nel IX-X secolo. Si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">Till, Sanz</hi><hi> 1939, pp. 19-23.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-032-backlink">72</ref></hi> <hi>Tra i numerosissimi esempi che si potrebbero citare, si </hi><hi>veda il codice M 593 della Morgan Library &amp; Museum </hi><hi>(P.MorganLib. 111, pl. 83-84 con le riproduzioni rispettivamente dei ff.</hi><hi> 1r e 31r; anche </hi><hi rend="CharOverride-4">Buzi</hi><hi> 2005, p. 75 nota 6),</hi><hi> miscellanea dedicata agli arcangeli Michele e Gabriele, in cui la</hi><hi> maiuscola ogivale inclinata dei titoli (e del colofone) accompagna la</hi><hi> maiuscola alessandrina del corpo del testo. Si vedano anche le</hi><hi> considerazioni di </hi><hi rend="CharOverride-4">Buzi</hi><hi> 2005, p. 16 e nota 19.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-031-backlink">73</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">Till, Sanz</hi><hi> 1939, p. 17.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-030-backlink">74</ref></hi> <hi>P.Oxy. XX 2258 (con</hi><hi> aggiunte in P.Oxy. XXX, pp. 91-92) = TM 59424 =</hi><hi> MP</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">3</hi><hi> 0186. Questo celeberrimo testimone dell’opera di Callimaco </hi><hi>è stato oggetto di copiosi studi filologici e di storia </hi><hi>letteraria. Per limitarsi ai contenuti più specificamente paleografici, si vedano </hi><hi rend="CharOverride-4">Cavallo</hi><hi> 1975, p. 47 (= </hi><hi rend="CharOverride-4">Cavallo</hi><hi> 2005, p. 195), a </hi><hi>cui si deve la datazione alla metà del VI secolo, </hi><hi>e </hi><hi rend="CharOverride-4">Cavallo, Maehler</hi><hi> 1987, p. 82. Il copista è identificato </hi><hi>con lo scriba A14 di Ossirinco da </hi><hi rend="CharOverride-4">Johnson</hi><hi> 2004, p. </hi><hi>62.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-029-backlink">75</ref></hi> P.Vindob<hi rend="CharOverride-4">.</hi> G 26744 Pap (<hi rend="italic">olim</hi> P.Mert. <hi>NS 26744)</hi><hi> = TM 61099 = MP</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">3</hi><hi> 0728. Sul frammento membranaceo </hi><hi>si vedano </hi><hi rend="CharOverride-4">Cavallo</hi><hi> 1975, p. 47 (= </hi><hi rend="CharOverride-4">Cavallo </hi><hi>2005, p. </hi><hi>195) e l’accenno nel più ampio lavoro di </hi><hi rend="CharOverride-4">Crisci</hi><hi> </hi><hi>2000, p. 8 nota 16, il quale si schiera «per </hi><hi>una datazione al VII piuttosto che al VI secolo».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-028-backlink">76</ref></hi> <hi>Sul</hi><hi> codice, oggi ad Oxford, si veda </hi><hi rend="italic">supra</hi><hi>, pp. 47-48 e nota 10.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-027-backlink">77</ref></hi> <hi>Così </hi><hi rend="CharOverride-4">Cavallo</hi><hi> 1975, p. 47 (= </hi><hi rend="CharOverride-4">Cavallo</hi><hi> 2005,</hi><hi> p. 196).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-026-backlink">78</ref></hi> P.Heid. inv. G 1362 = Perg.Heid.Kopt. Nr. 35 = nr. 243 <hi rend="CharOverride-4">van Haelst</hi> = 941 <hi rend="CharOverride-4">Rahlfs</hi> = sa 177<hi rend="superscript CharOverride-1">lit</hi> <hi rend="CharOverride-4">Schüssler = TM 62264</hi>. <hi>A parte l’</hi><hi>edizione della facciata greca ad opera di Deissmann </hi><hi rend="CharOverride-4">(</hi><hi>Pap.Heid. I</hi><hi> 2, con riproduzione ad Abb. 57 a-b), ripresa anche da</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">Wessely</hi><hi> 1924, pp. 408-410, lo studio più accurato del frammento,</hi><hi> nonché l’edizione della parte copta, si deve a </hi><hi rend="CharOverride-4">Quecke</hi><hi> 1970, pp. 458-467, che approfondisce le intuizioni di </hi><hi rend="CharOverride-4">Schneider</hi><hi> 1949,</hi><hi> pp. 261-262. Si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-4">Nagel</hi><hi> 1984, p. 235 nota</hi><hi> 18 e p. 254, nr. 16. Breve descrizione in </hi><hi rend="CharOverride-4">Rahlfs,</hi><hi rend="CharOverride-4"> Fraenkel</hi><hi> 2004, pp. 144-145.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-025-backlink">79</ref></hi> <hi rend="CharOverride-4">Quecke</hi><hi> 1970, pp. 459-460 e, </hi><hi>più recente, </hi><hi rend="CharOverride-4">Kupreyev</hi><hi> 2022, pp. 320-321. In realtà, già </hi><hi rend="CharOverride-4">Schneider</hi><hi> </hi><hi>1949, p. 262 aveva capito che il frammento non era </hi><hi>un amuleto, come credevano Deissmann e Wessely, e che già </hi><hi>dal principio era stato concepito per riportare soltanto gli </hi><hi rend="italic">incipit</hi><hi> </hi><hi>dei versi.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-024-backlink">80</ref></hi> <hi rend="CharOverride-4">P</hi><hi>.Köln IV 169</hi><hi rend="CharOverride-4"> </hi><hi>= 852 </hi><hi rend="CharOverride-4">Rahlfs</hi><hi> = </hi><hi>sa 70 </hi><hi rend="CharOverride-4">Schüssler</hi><hi> = TM 62078 = CLM 2414. I</hi><hi> quattro frammenti, di cui i due più grandi rappresentano la</hi><hi> porzione destra e quella sinistra della pagina, separati tra di</hi><hi> loro da una lacuna di mm 45 circa, sono pubblicati</hi><hi> da D. Hagedorn e M. Weber; si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-4">Nagel</hi><hi> 1984, pp. 251-252, nr. 9. Sotto il medesimo numero</hi><hi> di inventario (inv. nr. 2420) sono conservati altri quattro frammenti.</hi><hi> Di questi, due sono troppo piccoli per essere annoverati con</hi><hi> sicurezza tra i frammenti del foglio mentre gli altri due,</hi><hi> che presentano su entrambe le facciate tracce di un testo</hi><hi> copto non ancora identificato, sembrano appartenere ad un altro codice;</hi><hi> si veda la scheda sa 70 </hi><hi rend="CharOverride-4">Schüssler</hi><hi> alla voce </hi><hi rend="italic">Sonstiges</hi><hi>. Per una descrizione aggiornata si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-4">Rahlfs, Fraenkel</hi><hi> </hi><hi>2004, pp. 180-181.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-023-backlink">81</ref></hi> <hi>Dello stesso parere </hi><hi rend="CharOverride-4">Nagel</hi><hi> 1984, pp. </hi><hi>251-252, nr. 9.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-022-backlink">82</ref></hi> <hi>Così </hi><hi rend="CharOverride-4">Boud’hors</hi><hi> 2010, p. 187. </hi><hi>Effettivamente, secondo il calendario liturgico copto attuale, Is 1, 19 </hi><hi>– 2, 3 viene letto il martedì della prima settimana </hi><hi>di Quaresima; si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">Rosso</hi><hi> 2016, p. 806.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-021-backlink">83</ref></hi> <hi>Si veda</hi><hi> P.Köln IV, p. 21 e, più nel dettaglio, pp. 27-28.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-020-backlink">84</ref></hi> P.Ryl.Copt. 3 = nr. 273 <hi rend="CharOverride-4">van Haelst</hi> = 849 <hi rend="CharOverride-4">Rahlfs</hi> = sa 245<hi rend="superscript CharOverride-1">L</hi> <hi rend="CharOverride-4">Schüssler</hi> = TM 62212 = CLM 2303. <hi>L’</hi><hi rend="italic">editio princeps</hi><hi> si deve a</hi><hi> </hi><hi>Crum. Si vedano</hi><hi> anche </hi><hi rend="CharOverride-4">Rahlfs, Fraenkel</hi><hi> 2004, p. 234; </hi><hi rend="CharOverride-4">Nagel</hi><hi> 1984, p. 252,</hi><hi> nr. 10. </hi><hi rend="CharOverride-4">Turner</hi><hi> 1977 assegna al frammento la sigla OT 178.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-019-backlink">85</ref></hi> <hi rend="CharOverride-4">Rahlfs, Fraenkel</hi><hi> 2004, p. 234.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-018-backlink">86</ref></hi> <hi rend="CharOverride-4">Nagel</hi><hi> 1984, p. 234</hi><hi> e nota 16.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-017-backlink">87</ref></hi> <hi>Si veda quanto osservato in sa </hi><hi>245</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">L</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">Schüssler</hi><hi>, dove viene riportata l’opinione di Matthias </hi><hi>Schulz.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-016-backlink">88</ref></hi> P.Mon.Epiph. 49 + 592 = nr. 774 <hi rend="CharOverride-4">van Haelst</hi> = TM 65174 = CLM 1153. <hi>Il papiro venne pubblicato</hi><hi> per la prima volta da </hi><hi rend="CharOverride-4">Crum, Winlock, White </hi><hi>1926, vol.</hi><hi> II che però divisero la parte copta (nr. 49, pp.</hi><hi> 9-10 e 161) da quella bilingue (nr. 592, pp. 127-129</hi><hi> e 309-312 con pl. 1). Sul codice si vedano </hi><hi rend="CharOverride-4">Boud’hors</hi><hi> 2008, pp. 154-155; </hi><hi rend="CharOverride-4">Boud’hors</hi><hi> 2010, pp. 183-185. </hi><hi>Il primo dei due inni è repertoriato da </hi><hi rend="CharOverride-4">Vassis</hi><hi> 2005, </hi><hi>p. 37.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-015-backlink">89</ref></hi> <hi>Non sono stati individuati infatti echi o allusioni</hi><hi> alle problematiche affrontate dal concilio o alle vicende immediatamente successive.</hi><hi> Si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">Crum, Winlock, White 1926, </hi><hi>vol</hi><hi rend="CharOverride-4">.</hi><hi> II, p. </hi><hi>309. Per osservazioni di carattere più letterario e metrico si </hi><hi>rimanda a </hi><hi rend="CharOverride-4">Mercati</hi><hi> 1932, pp. 193-198 (= </hi><hi rend="CharOverride-4">Mercati</hi><hi> 1970, vol. </hi><hi>II, pp. 132-137) e a </hi><hi rend="CharOverride-4">D’Aiuto</hi><hi> 2009, pp. 54-55.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-014-backlink">90</ref></hi> <hi>Nello specifico, sul f. 1r, è riportato un passo di</hi><hi> Atanasio di Alessandria (tratto forse dall’omelia </hi><hi rend="italic">In passionem et</hi><hi rend="italic"> crucem</hi><hi> [</hi><hi rend="italic">PG</hi><hi> 28.237]) e Gal 6, 1-2, sul f. </hi><hi>8r Gc 5, 20; 19 e 16 (in quest’ordine), </hi><hi>infine sul f. 8v Rm 11, 29. Questi passi hanno </hi><hi>a che fare con la correzione fraterna, la confessione dei </hi><hi>peccati e il loro perdono, nuclei tematici che potrebbero spiegare </hi><hi>il loro accorpamento.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-013-backlink">91</ref></hi> <hi>Questo elenco è stato nuovamente pubblicato come</hi><hi> P.Rain.UnterrichtKopt. 266.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-012-backlink">92</ref></hi> <hi>In realtà, il secondo amen è espresso </hi><hi>tramite la cifra </hi><hi rend="CharOverride-5">ϥ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5">ⲑ</hi><hi rend="CharOverride-5"></hi><hi rend="CharOverride-5"> </hi><hi>(ossia </hi><hi rend="CharOverride-5">ϙθ</hi><hi> = 99), </hi><hi>il cui valore numerico corrisponde a quello del greco </hi><hi rend="CharOverride-5">ἀμήν</hi><hi> (1 + 40 + 8 + 50 = 99). Si</hi><hi> vedano </hi><hi rend="CharOverride-4">Blumell</hi><hi> 2012, p. 47; </hi><hi rend="CharOverride-4">Blumell, Wayment</hi><hi> 2019, p. 506.</hi><hi> Di questo uso non mancano attestazioni epigrafiche, come nell’epitaffio</hi><hi> pubblicato da </hi><hi rend="CharOverride-4">Blumell, Yingling</hi><hi> 2016, specialmente p. 232. Sull’isopsefia</hi><hi> tra i cristiani d’Egitto si vedano </hi><hi rend="CharOverride-4">Naldini</hi><hi> 1968 pp</hi><hi> 28-30; </hi><hi rend="CharOverride-4">Bagnall</hi><hi> 2011, pp. 15-16 e pp. 146-147 nota 17.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-011-backlink">93</ref></hi> <hi>Ad esempio </hi><hi rend="CharOverride-4">Boud’hors</hi><hi> 2010, p. 183.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-010-backlink">94</ref></hi> <hi>Si veda</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">Boud’hors</hi><hi> 2017b, p. 186.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-009-backlink">95</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">Boud’</hi><hi rend="CharOverride-4">hors</hi><hi> 2010, p. 184.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-008-backlink">96</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="italic">supra</hi><hi>, p. 134 </hi><hi>e nota 22. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-007-backlink">97</ref></hi> <hi>Si veda P.MorganLib. 58 e pll.</hi><hi> 65-66 e 210.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-006-backlink">98</ref></hi> Così <hi rend="CharOverride-4">Crum, Winlock, White </hi>1926, vol. II, p. 309.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-005-backlink">99</ref></hi> P.Mon.Epiph. <hi>84 = TM 86616, contratto con</hi><hi> un cammelliere. Si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">Crum, Winlock, White </hi><hi>1926, vol. II,</hi><hi> pp. 27 e 173. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-004-backlink">100</ref></hi> <hi>P.Mon.Epiph. 328 = TM 86861,</hi><hi> lettera privata. Si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">Crum, Winlock, White </hi><hi>1926, vol. </hi>II, pp. 82 e 240.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-003-backlink">101</ref></hi> <hi rend="CharOverride-4">Crum, Winlock, White </hi>1926, vol. II, pp. 148-152 e 331-341. <hi>Si tratta per la verità </hi><hi>di una serie di testi, di cui il più importante </hi><hi>è sicuramente la versione copta dell’</hi><hi rend="italic">Epistula Synodica</hi><hi> del patriarca </hi><hi>Damiano di Alessandria (577-605), fino a quel momento conosciuta nella </hi><hi>sola versione siriaca. Su queste iscrizioni si vedano almeno </hi><hi rend="CharOverride-4">MacCoull</hi><hi> </hi><hi>1998, pp. 314-316 e </hi><hi rend="CharOverride-4">van der Vliet</hi><hi> 2017, pp. 157-158. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-002-backlink">102</ref></hi> <hi>Su questo personaggio, a cui si devono decine di </hi><hi rend="italic">ostraca</hi><hi> </hi><hi>documentari, relativi anche alla sua attività di copista, si vedano </hi><hi>almeno </hi><hi rend="CharOverride-4">Heurtel</hi><hi> 2007 e </hi><hi rend="CharOverride-4">Boud’hors, Heurtel</hi><hi> 2010, pp. 22-23. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-001-backlink">103</ref></hi> <hi>Soprattutto </hi><hi rend="CharOverride-4">Boud’hors</hi><hi> 2008, pp. 154-155.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-000-backlink">104</ref></hi> <hi>Riprodotti in </hi><hi rend="CharOverride-4">Heurtel</hi><hi> 2007, pp. 746-749.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Luca De Curtis, University of Naples L’Orientale, Italy, luca.decurtis@unior.it, <ref target="https://orcid.org/0009-0004-8735-3550">0009-0004-8735-3550</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Luca De Curtis, <hi rend="italic">Manoscritti veterotestamentari e liturgici</hi>, © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.09">10.36253/979-12-215-0960-1.09</ref>, in Luca De Curtis, <hi rend="CharOverride-8">Libri greci e greco-copti nel monachesimo egiziano</hi>, pp. -156, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0960-1, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1">10.36253/979-12-215-0960-1</ref></p><p rend="editorial_metadata_references">Book References DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.references">10.36253/979-12-215-0960-1.references</ref></p></div></div>
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