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        <title type="main" level="a">Tetravangeli</title>
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            <forename>Luca</forename>
            <surname>De Curtis</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Libri greci e greco-copti nel monachesimo egiziano</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0960-1</idno>) by </resp>
          <name>Luca De Curtis</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.10</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>This chapter presents a systematic palaeographical and codicological analysis of Greek–Coptic bilingual fragments transmitting the continuous text of the Gospels, with the aim of clarifying their material features, scribal practices, and role in the manuscript production of Christian Egypt.</p>
      </abstract>
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            <item>Gospel manuscripts</item>
            <item>Greek-Coptic manuscrips</item>
            <item>Christian Egyptian book production</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.10<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.10" /></p>
<div><head>VIII.</head></div><div><head>Tetravangeli</head><p rend="text">Il gruppo più consistente di codici bilingui greco-copti è costituito dai manoscritti dei Vangeli, sia nella forma di tetravangeli, in cui il testo scorre in modo continuo, sia nella forma di lezionari, due tipologie di libro ben note a Bisanzio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-097">1</ref></hi></hi>. È probabile che anche in ambiente coptofono si sia verificata la stessa evoluzione che ha portato dai tetravangeli adattati all’uso liturgico, con la segnalazione delle pericopi da leggere e il giorno in cui farlo, a più funzionali libri in cui queste letture erano organizzate secondo il susseguirsi del calendario liturgico, vale a dire i lezionari<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-096">2</ref></hi></hi>. Anzi, proprio a partire da frammenti manoscritti greci provenienti dall’Egitto si è potuto gettare una luce su questo processo di selezione, strutturazione e standardizzazione delle letture liturgiche<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-095">3</ref></hi></hi>. È importante notare che di questi frammenti, quattro, che testimoniano cicli di letture diversi da quelli propri della chiesa greco-bizantina così come vengono a strutturarsi nel IX secolo, vanno visti come espressione di una pratica liturgica propriamente egiziana<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-094">4</ref></hi></hi>. Ciò lascia intravedere una realtà molto vivace e magmatica, che però non è stata ancora indagata in profondità. Manca infatti uno studio sistematico delle testimonianze greco-copte e copte<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-093">5</ref></hi></hi>, le quali comunque raramente sono fatte dialogare con l’analoga documentazione greca. </p><p rend="text">Il passaggio dal testo continuo all’organizzazione per pericopi è testimoniato, se non cronologicamente (siamo infatti ormai nell’VIII secolo), almeno tipologicamente dal codice indicato dalla sigla sa 525 <hi rend="CharOverride-2">Schüssler</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-092">6</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-4">[32]</hi>, il quale fotografa un momento di svolta sotto vari aspetti. Si tratta infatti di un <hi rend="italic">Tetravangelo</hi> copto corredato di una serie di didascalie che indicano le celebrazioni e le ricorrenze in cui leggere un determinato brano. Un codice, quindi, adattato, o per meglio dire, reso più funzionale all’uso liturgico. Inoltre, un brano, Gv 20, 1-7, molto significativo perché racconta la sorpresa della tomba vuota dopo la resurrezione di Cristo, compare, caso unico in quel che rimane del codice, anche in greco. </p><p rend="text">Dal punto di vista paleografico, i copisti dei tetravangeli greco-copti prediligono la variante unimodulare e chiaroscurata della maiuscola alessandrina, che prevale nettamente rispetto alle altre maiuscole canoniche, solo sporadicamente attestate. </p><p rend="text">Lo specchio scrittorio si articola (con l’unica eccezione di P.Monts.Roca inv. nr. 4 <hi rend="CharOverride-4">[22]</hi>) su due colonne. Greco e copto si dispongono sistematicamente su pagine – o, più raramente, su colonne – affrontate, in modo tale che ad apertura di codice alla pericope greca della pagina di sinistra corrisponda la traduzione copta della pagina di destra.</p><p rend="text">Altre caratteristiche codicologiche appaiono ricorrenti sia nei tetravangeli sia nei lezionari. La tipologia di fascicolo più diffusa è di gran lunga il quaternione. Qualora sia presente, la segnatura, espressa secondo il sistema di numerazione greco, è collocata nell’angolo superiore interno del <hi rend="italic">recto</hi> del primo foglio e ripetuta, nella stessa posizione, sul <hi rend="italic">verso</hi> dell’ultimo foglio del fascicolo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-091">7</ref></hi></hi>. I fogli presentano generalmente, nell’angolo superiore esterno, la paginazione, sempre espressa con cifre greche, apposta o dal copista principale o, più spesso, da una mano diversa e più recente, anche se non moderna. I fogli pergamenacei presentano tipi di rigatura molto semplici (00A2 <hi rend="CharOverride-2">Leroy-Sautel</hi>) impressi sistematicamente a secco, quasi sempre sul lato carne. In relazione al materiale scrittorio, a fronte di un buon numero di frammenti papiracei dei <hi rend="italic">Vangeli</hi> in una sola lingua, sia essa il greco o il copto, per quanto riguarda i testimoni bilingui prevale nettamente l’uso della pergamena (con l’unica eccezione di P.Vindob. K 7244 <hi rend="CharOverride-4">[43]</hi>). Questo dato non sorprende per i testimoni più tardi, a partire dal IX secolo, ma desta qualche curiosità per i secoli precedenti. L’uso del papiro, infatti, rimase assai significativo in Egitto almeno fino al VI-VII secolo, anche per libri di contenuto sacro<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-090">8</ref></hi></hi>. Malgrado la preferenza accordata alla pergamena per la produzione di libri biblici, già riconosciuta dagli studiosi a partire almeno dall’inoltrato IV secolo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-089">9</ref></hi></hi>, la scelta pressoché esclusiva di questo materiale nella realizzazione di <hi rend="italic">Vangeli</hi> bilingui è frutto di una precisa volontà, legata tanto alla centralità che il libro dei <hi rend="italic">Vangeli</hi> ha per i cristiani, quanto, soprattutto, all’importante ruolo che i codici bilingui svolgevano nella liturgia. </p><p rend="text">Infine, una breve considerazione sulle varietà di copto. Se l’assoluta maggioranza dei frammenti bilingui dei <hi rend="italic">Vangeli</hi> tramanda la versione saidica, la varietà che precocemente si imporrà nella liturgia, non manca un piccolo gruppo di bilingui in fayyumico. </p><div><head>1.<hi rend="italic"> </hi>Il <hi rend="italic">Codex Borgianus</hi> </head><p rend="text">Tra i materiali bilingui greco-copti, il cimelio più celebre, nonché il primo a lasciare l’Egitto e ad approdare in Europa, è senza dubbio il cosiddetto <hi rend="italic">Codex Borgianus</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-088">10</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-5">[7]</hi>, che deve il nome al suo più celebre proprietario, il cardinal Stefano Borgia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-087">11</ref></hi></hi>, all’epoca segretario della Congregazione <hi rend="italic">de Propaganda Fide</hi>, che ne venne in possesso nell’ultimo quarto del XVIII secolo. Ai fogli attualmente conservati presso la Biblioteca Apostolica Vaticana con la segnatura Borg. Copt. 109 cass. <hi rend="CharOverride-6">xviii</hi> fasc. 65, sono stati avvicinati altri frammenti conservati a Parigi (Par. copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">7</hi> f. 35; 129<hi rend="superscript CharOverride-1">8</hi> ff. 121-122, 140, 157; 129<hi rend="superscript CharOverride-1">9</hi> ff. 49, 65, 76; 129<hi rend="superscript CharOverride-1">10</hi> f. 209 e 132<hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi> f. 60) e a New York (Morgan Library &amp; Museum, M 664 A [4]), per un totale di 32 fogli originariamente appartenenti ad un codice bilingue contenente il <hi rend="italic">Vangelo di Luca</hi> e quello di <hi rend="italic">Giovanni</hi>, in cui il testo scorre parallelamente su pagine affrontate, quella di sinistra per il greco, quella di destra per il copto<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-086">12</ref></hi></hi>. Le dimensioni delle singole pagine, che quindi esibiscono sul <hi rend="italic">recto</hi> la traduzione copta mentre sul <hi rend="italic">verso</hi> il testo greco, variano tra i mm 260 × 215 e i mm 235 × 205, mentre lo specchio scrittorio, articolato su due colonne, si attesta su dimensioni di mm 180 × 145. </p><p rend="text">I fogli vaticani, alcuni ancora solidali fra di loro, permettono di avanzare alcune considerazioni di carattere codicologico solidamente fondate. Gli 8 fogli che costituiscono il fasc. 65.1 presentano nel margine superiore esterno, segnalato da due tratti orizzontali che lo inquadrano sopra e sotto, il numero di pagina che, con qualche lacuna, è progressivo da [<hi rend="CharOverride-7">ⲥⲗⲑ</hi>] (239) del f. 1r<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-085">13</ref></hi></hi> a <hi rend="CharOverride-7">ⲥⲛⲇ</hi> (254) del f. 8v. Attualmente i fogli presentano la disposizione schematizzata dalla fig. 6:</p><p><graphic url="xml_10-web-resources/image/Fig.6.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">[fig. 6]</p><p rend="text">I ff. 2/5 e 3/4 sono solidali mentre i ff. 7/8 sono stati resi artificialmente un bifoglio per motivi di conservazione. I ff. 1 e 6 sono invece sciolti. Il bifoglio costituito dai ff. 3/4 è rinforzato internamente, lungo la piegatura centrale, da una striscia di pergamena di riuso<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-084">14</ref></hi></hi> (di cui si dirà più avanti). Questa disposizione è però fuorviante. Nel margine superiore interno del f. 7v si legge, incorniciato da due tratti orizzontali, <hi rend="CharOverride-7">ⲓⲋ</hi> (= 16), chiaramente un numero di fascicolo. Allo stesso modo sul f. 8r, nella stessa posizione, si legge il numero <hi rend="CharOverride-7">ⲓⲍ</hi> (= 17). Ciò significa che originariamente l’attuale f. 7 chiudeva il sedicesimo fascicolo mentre quello che oggi è il f. 8 apriva il fascicolo seguente. La ricostruzione della disposizione originaria dei fogli, quindi, non può che essere quella mostrata dalla fig. 7. </p><p><graphic url="xml_10-web-resources/image/Fig.7.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">[fig. 7]</p><p rend="text">Fino ad oggi, non era stato osservato che la pergamena impiegata per rinforzare la piega del bifoglio costituito dai ff. 3/4 [tav. VIb] presenta, ancora ben leggibili, almeno sei righe di scrittura, in maiuscola biblica caratterizzata da un chiaroscuro abbastanza equilibrato e da uno scarso ricorso agli elementi di rinforzo (limitati sostanzialmente alle estremità del tratto orizzontale di <hi rend="italic">tau</hi>, dei tratti obliqui di <hi rend="italic">ypsilon</hi> e dei tratti orizzontali di <hi rend="italic">epsilon</hi>), riferibile probabilmente al VII secolo. Il frammento di pergamena misura circa mm 20 di altezza per mm 125 di larghezza. Ciascuna riga ospita in media 7-8 lettere. </p><quote rend="quotations_quotation_b1 ParaOverride-1">– – – – –</quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-2">        col. I	<hi>    </hi>col. II</quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-2"><hi rend="CharOverride-7">1.	</hi><hi rend="CharOverride-7"> </hi>	<hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>[</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-2"><hi rend="CharOverride-7">2.	</hi><hi rend="CharOverride-7">       </hi><hi>]</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲟⲩⲁ</hi><hi>	</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲁⲉⲓϫⲓⲉ̣ⲃⲟⲗϩ̣ⲓ̣</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-2"><hi rend="CharOverride-7">3.	ⲅⲁⲣⲡⲟⲩⲁⲣ</hi><hi>	</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲧⲙⲡϫⲟⲉⲓⲥ</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-2"><hi rend="CharOverride-7">4.	</hi><hi rend="CharOverride-7">ϣⲟⲣⲡ̣ⲉ̣ⲟⲩ</hi><hi>	</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲙⲡⲉⲛⲧⲁⲓⲧⲁ</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-2"><hi rend="CharOverride-7">5.	ⲱ̣ⲙⲙⲡⲉϥⲇⲓ</hi><hi>	</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲁ̣ϥ̣</hi><hi>[</hi> <hi rend="CharOverride-7">. . . </hi><hi>.</hi><hi rend="CharOverride-7"> </hi><hi>]</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b3 ParaOverride-3">– – – – –</quote><p rend="text">Le due colonne in cui si articola lo specchio scrittorio sono mutile sia in alto sia in basso, mentre si conservano nel senso della larghezza. Queste poche righe sono state fortunatamente sufficienti per identificare il testo. Si tratta della versione copta di 1Cor 11, 21.23:</p><quote rend="quotations_quotation_b1 ParaOverride-1">– – – – –</quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-2">        col. I	<hi>    </hi>col. II</quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-2"><hi rend="CharOverride-7">1.	</hi> 	<hi rend="CharOverride-7">ⲁ̣ⲛ̣ⲟ̣</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲕ ⲅⲁⲣ</hi>]</quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-2"><hi rend="CharOverride-7">2.	</hi><hi rend="CharOverride-7">       </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲡ]ⲟⲩⲁ</hi><hi>	</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲁⲉⲓϫⲓ</hi><hi rend="CharOverride-7"> </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲉ̣ⲃⲟⲗ</hi><hi rend="CharOverride-7"> </hi><hi rend="CharOverride-7">ϩ̣ⲓ̣-</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-2"><hi rend="CharOverride-7">3.	</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲅⲁⲣ ⲡⲟⲩⲁ ⲣ</hi><hi>-	</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲧⲙⲡϫⲟⲉⲓⲥ</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-2"><hi rend="CharOverride-7">4.	ϣⲟⲣⲡ̣ ⲉ̣ⲟⲩ</hi><hi>-	</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲙⲡⲉⲛⲧⲁⲓⲧⲁ</hi><hi>-</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-2"><hi rend="CharOverride-7">5.	ⲱ̣ⲙ ⲙⲡⲉϥⲇⲓ</hi><hi>-	</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲁ̣ϥ̣</hi> <hi>[</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲛⲏⲧⲛ</hi><hi>] </hi><hi rend="CharOverride-7">ϫ</hi><hi rend="CharOverride-7">̣ⲉ̣-</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-2"><hi>[6.   </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲡⲛⲟⲛ</hi><hi>	</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲡϫⲟⲉⲓⲥ</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲓⲏⲥⲟⲩⲥ</hi><hi>]</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b3 ParaOverride-4">– – – – –</quote><p rend="text">I dati a disposizione permettono di ricostruire l’aspetto del foglio originario, in cui il testo dell’epistola si articolava su due colonne di circa 26-27 righe, per uno specchio di circa mm 175 <hi rend="CharOverride-7">×</hi> 115. Al di là delle varianti ortografiche <hi rend="CharOverride-7">ⲇⲓⲡⲛⲟⲛ</hi> e <hi rend="CharOverride-7">ⲁⲉⲓϫⲓ</hi> per <hi rend="CharOverride-7">ⲇⲉⲓⲡⲛⲟⲛ</hi> e <hi rend="CharOverride-7">ⲁⲓ</hi><hi rend="CharOverride-7">ϫⲓ</hi> dovute all’oscillazione itacistica <hi rend="CharOverride-7">ⲉⲓ</hi>/<hi rend="CharOverride-7">ⲓ</hi> ben attestata nella tradizione scrittoria tanto copta quanto greca, queste poche righe riportano un testo sovrapponibile a quello già noto. Non è possibile stabilire se il codice in origine contenesse una selezione di lettere, l’intero <hi rend="italic">corpus</hi> paolino o se fosse una miscellanea messa insieme seguendo altri principi.</p><p rend="text">Interventi di rinforzo simili, effettuati tramite il riciclo di pergamena già scritta, non sono rari nei codici provenienti dalla biblioteca del Monastero Bianco. Nello stesso Borg. Copt. 109 cass. <hi rend="CharOverride-6">xviii</hi> fasc. 65.1 si riconosce un intervento analogo nel margine interno del f. 8, anche se in questo caso le lettere superstiti, dovute ad una mano diversa rispetto a quella del frammento paolino, sono davvero troppo esigue per tentare l’identificazione del testo. Il Par. copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">7</hi> f. 72 e il Par. copt 129<hi rend="superscript CharOverride-1">10</hi> f. 183, entrambi rinforzati nella parte superiore del margine interno con pergamena di riciclo, costituiscono altri due esempi di questa pratica. Ma se si estendesse l’indagine anche ai codici interamente in copto, gli esempi si moltiplicherebbero<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-083">15</ref></hi></hi>. È probabile che questi interventi siano stati compiuti all’interno del Monastero Bianco e quindi, nella comunità monastica, dovevano essere presenti monaci, forse gli stessi che si occupavano della custodia della raccolta libraria, in grado di operare restauri e rinforzi di questo tipo.</p><p rend="text">Per il fasc. 65.2 la situazione è più complessa. Attualmente i 13 fogli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-082">16</ref></hi></hi> che lo costituiscono si trovano raggruppati nel modo indicato dalla fig. 8:</p><p><graphic url="xml_10-web-resources/image/Fig.8.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">[fig. 8]</p><p rend="text">I ff. 1, 8 e 13 risultano sciolti mentre i ff. 6-7 sono assicurati l’uno all’altro da una striscia di pergamena. I ff. 2/5, 3/4, 9/12 e 10/11 sono bifogli originari, ma il pessimo stato di conservazione ha reso necessario un restauro che ne garantisse l’integrità. Anche in questo secondo gruppo di fogli è presente nel margine superiore esterno il numero di pagina, progressivo da [<hi rend="CharOverride-7">ⲧⲗⲇ</hi>] (= 334) del f. 1r a [<hi rend="CharOverride-7">ⲧⲙⲅ</hi>] (= 343) del f. 5v e da <hi rend="CharOverride-7">ⲧⲙⲋ</hi> (= 356) del f. 6r a <hi rend="CharOverride-7">ⲧⲝ</hi>‹<hi rend="CharOverride-7">ⲁ</hi>› (= 361)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-081">17</ref></hi></hi> del f. 13v. Manca dunque un foglio tra gli attuali ff. 5 e 6, lacuna che si riverbera ovviamente anche nel testo. Tutti questi elementi combinati tra loro permettono di ricostruire con certezza la struttura fascicolare originaria. Dal momento che nei ff. 3-4 e 10-11 il testo del <hi rend="italic">Vangelo</hi>, tanto nell’originale greco, quanto nella versione copta, scorre senza lacune, è certo che essi costituivano il binione centrale dei rispettivi fascicoli. La situazione, dunque, non poteva che essere quella mostrata nella fig. 9.</p><p><graphic url="xml_10-web-resources/image/Fig.9.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">[fig. 9]</p><p rend="text">Giusta questa ricostruzione, nel margine superiore interno del f. 6v e del f. 7r, rispettivamente il primo e l’ultimo di due fascicoli consecutivi, si dovrebbe leggere l’indicazione della segnatura, come accade nel ff. 7v e 8r del fasc. 65.1. L’esame autoptico non ha purtroppo permesso di individuare queste cifre, che tuttavia sono state lette nei decenni passati da altri studiosi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-080">18</ref></hi></hi>, i quali attestano la presenza dei numeri <hi rend="CharOverride-7">ⲕⲃ</hi> e <hi rend="CharOverride-7">ⲕⲅ</hi> esattamente nella posizione in cui erano attesi. L’ipotesi è dunque confermata. Il ventiduesimo quaternione è mutilo del primo e del settimo foglio (l’attuale f. 1, il cui <hi rend="italic">recto</hi> è regolarmente un lato pelo, era il secondo del fascicolo), mentre del ventitreesimo è andato perduto solo l’ultimo foglio.</p><p rend="text">Per quanto riguarda il contenuto, gli 8 fogli del fasc. 65.1 conservano parte del <hi rend="italic">Vangelo di</hi> <hi rend="italic">Luca</hi> (22, 21 – 23, 30 in greco, 22, 12 – 23, 11 in copto), come si è detto. Il testo del fasc. 65.2 con il <hi rend="italic">Vangelo di Giovanni</hi> si presenta lacunoso non solo per la caduta di un foglio tra gli attuali ff. 5 e 6, già segnalato, ma anche a causa di danni materiali subiti dal f. 1. In ogni caso, le pericopi conservate sono, per il testo greco, Gv 6, 28-67 e 7, 6 – 8, 31 e, per la versione copta, Gv 6, 21-58 e 6, 68 – 8, 23. La quantità di testo sopravvissuta permette di calcolare che il <hi rend="italic">Vangelo di Luca</hi> doveva occupare circa 128 fogli (= 16 quaternioni) mentre il <hi rend="italic">Vangelo di Giovanni</hi> circa 92 fogli (= 12 quaternioni). Il codice originario, dunque, doveva contare almeno 220 ff., eventualmente ripartiti in 28 quaternioni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-079">19</ref></hi></hi>. Dal momento che anche i fogli parigini e il frammento newyorkese riportano brani di <hi rend="italic">Luca</hi> e <hi rend="italic">Giovanni</hi>, è molto probabile che il manoscritto originario contenesse soltanto la versione bilingue di questi due <hi rend="italic">Vangeli</hi>. I <hi rend="italic">Vangeli</hi> mancanti, quello di <hi rend="italic">Matteo</hi> e quello di <hi rend="italic">Marco</hi>, forse erano contenuti in un codice gemello del <hi rend="italic">Borgianus</hi>, di cui però neppure un foglio è giunto fino a noi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-078">20</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Come già osservato, il <hi rend="italic">Tetravangelo</hi> si presenta come una moderna edizione provvista di testo a fronte. I due testi risultano perfettamente allineati, tanto che alla pericope greca del <hi rend="italic">verso</hi> corrisponde sul <hi rend="italic">recto</hi> del foglio seguente, con precisione quasi assoluta, la traduzione copta di quella porzione di testo, e soltanto di quella. Il fatto che in diversi fogli la seconda colonna, tanto del <hi rend="italic">recto</hi> quanto del <hi rend="italic">verso</hi>, sia composta, rispetto alla prima, da più linee di scrittura, e che queste ultime, avvicinandosi la fine della pagina, tendano ad ospitare lettere di modulo via via più piccolo, dimostra che tale allineamento non è dovuto al caso o a fattori puramente meccanici (ipotesi questa già smentita dalla precisione con cui si manifesta) ma sia stato ricercato consapevolmente dal copista. Quest’ultimo non si è limitato a copiare, senza soluzione di continuità, sul <hi rend="italic">verso</hi> di ogni foglio, il testo greco dei due <hi rend="italic">Vangeli</hi>, ripetendo poi la medesima operazione sul <hi rend="italic">recto</hi> con la versione copta, ma si è preoccupato di mantenere nel modo più accurato possibile la corrispondenza fra la pericope greca e la sua traduzione. Come è ovvio, lo stesso passo difficilmente ha la medesima lunghezza nelle due lingue. Ma se tale differenza supera una certa soglia il copista, che non è in grado di stabilire con precisione <hi rend="italic">a priori</hi> la quantità di spazio che gli è necessaria, per salvaguardare l’allineamento è costretto, in corrispondenza della fine della pagina, a comprimere la scrittura e addirittura ad aggiungere linee. Va detto che queste alterazioni sono tutto sommato limitate e non deturpano la <hi rend="italic">mise en page</hi> del codice. Il copista è abbastanza esperto da garantire la corrispondenza tra le lingue, riuscendo a mantenere un’impaginazione sostanzialmente uniforme.</p><p rend="text">Privi come sono di qualsiasi contesto storico, questi fogli possono essere datati esclusivamente su base paleografica. I due fascicoli sono copiati dalla stessa mano in maiuscola alessandrina unimodulare [tav. VIa], dal chiaroscuro marcato ma non esasperato: di massimo spessore i tratti verticali e quelli obliqui discendenti da sinistra a destra, di minimo quelli orizzontali e di spessore medio i tratti obliqui discendenti da destra a sinistra. Unica eccezione è rappresentata dal tratto mediano di <hi rend="italic">ny</hi>, sottilissimo. L’asse è per lo più verticale, ma talvolta può inclinarsi leggermente a sinistra. La struttura bilineare viene violata dalle solite lettere (<hi rend="italic">rho</hi>, <hi rend="italic">ypsilon</hi>, <hi rend="italic">fai</hi>, <hi rend="italic">phi</hi>, <hi rend="italic">psi </hi>e <hi rend="italic">ti</hi>) in modo molto limitato. L’ornamentazione, che praticamente interessa tutti i tratti, è coerente e sobria. Le estremità di <hi rend="italic">gamma</hi>, <hi rend="italic">epsilon</hi>, <hi rend="italic">tau</hi>, <hi rend="italic">ti</hi>, <hi rend="italic">sigma</hi>, <hi rend="italic">psi</hi>, sono rinforzati da piccoli ispessimenti di forma squadrata. I tratti obliqui si curvano secondo il loro orientamento, ma solo raramente disegnano un vero e proprio occhiello. I tratti verticali, in particolare di <hi rend="italic">gamma</hi>, <hi rend="italic">eta</hi>, <hi rend="italic">kappa</hi>, <hi rend="italic">pi</hi>, <hi rend="italic">rho</hi>, <hi rend="italic">tau</hi>, <hi rend="italic">ypsilon </hi>(qualora in due tempi), <hi rend="italic">phi</hi>, <hi rend="italic">psi</hi>, <hi rend="italic">fai</hi>, <hi rend="italic">ti </hi>e ovviamente <hi rend="italic">iota </hi>terminano con un taglio verso destra, mentre sempre in <hi rend="italic">eta</hi>, <hi rend="italic">iota</hi>, <hi rend="italic">kappa</hi>, <hi rend="italic">phi</hi>, <hi rend="italic">psi</hi>, <hi rend="italic">fai</hi> come anche in <hi rend="italic">my</hi>, <hi rend="italic">ny</hi>, <hi rend="italic">omega</hi> e <hi rend="italic">shai</hi>, l’estremità superiore dei medesimi tratti è ornata con dei sottili trattini che si prolungano leggermente verso sinistra. Tra le forme significative si notino <hi rend="italic">alpha</hi> in due tempi, con il primo e il secondo tratto fusi in una curva molto piccola e schiacciata e con il terzo tratto che scende verticalmente, prolungandosi poi sul rigo di base, oppure con i primi due tratti che si incrociano formando una cuspide e terzo tratto obliquo; <hi rend="italic">beta</hi> in quattro tempi, con il terzo tratto che incrocia il primo ad angolo retto ed il quarto che disegna una curva molto più grande di quella superiore; <hi rend="italic">delta</hi> abbastanza largo, in cui il tratto diagonale di destra è più sviluppato di quello di sinistra, mentre il tratto orizzontale si prolunga sul rigo di base tanto a destra che a sinistra; <hi rend="italic">epsilon</hi> in tre tempi, di forma più squadrata che tonda, con il tratto mediano, più corto di quello superiore, spostato leggermente verso l’alto; <hi rend="italic">zeta</hi> con i tratti primo e terzo concavi, quest’ultimo più sviluppato del primo e incline a invadere l’interlinea inferiore; <hi rend="italic">eta</hi> con tratto mediano spostato verso l’alto; <hi rend="italic">theta</hi> leggermente schiacciato, come <hi rend="italic">omicron</hi>, con tratto mediano lievemente obliquo e spostato verso l’alto; <hi rend="italic">kappa</hi> in due tempi, con tenaglia (dal chiaroscuro non troppo coerente) che, qualora non sia staccata, si innesta nella parte inferiore del tratto verticale; <hi rend="italic">lambda</hi> in cui il tratto obliquo di sinistra incrocia a metà quello di destra; <hi rend="italic">my</hi> largo, in tre tempi, con il secondo e il terzo tratto che si prolungano sul rigo di base; <hi rend="italic">csi</hi> in un tempo, risultando in una linea spezzata che invade l’interlinea inferiore; <hi rend="italic">pi</hi> largo, con il tratto orizzontale, filiforme e non rinforzato da elementi decorativi; <hi rend="italic">rho</hi> con anello alto sul rigo; <hi rend="italic">sigma</hi> della stessa forma di <hi rend="italic">epsilon</hi>, <hi rend="italic">theta</hi> e <hi rend="italic">omicron</hi>, con la curva superiore più lunga di quella inferiore; <hi rend="italic">tau</hi> schiacciato, con il tratto verticale sensibilmente più lungo di quello verticale; <hi rend="italic">ypsilon</hi> a due tempi oppure in forma cosiddetta ‘a corna’, realizzata in un unico tempo senza rompere la struttura bilineare; <hi rend="italic">phi</hi> con l’elemento circolare ingrandito e leggermente schiacciato; <hi rend="italic">omega</hi> (e <hi rend="italic">shai</hi>) largo, in tre tempi; <hi rend="italic">hori </hi>eseguito in un unico tempo senza invadere l’interlinea inferiore; <hi rend="italic">kjima </hi>con elemento circolare che non si adagia sul rigo di base.</p><p rend="text">Guglielmo Cavallo ha avvicinato questo manoscritto ad altri come P.Vindob. K 15<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-077">21</ref></hi></hi> (versione bilingue greco-copta del <hi rend="italic">Vangelo di Giovanni</hi>, di cui si parlerà ampiamente più avanti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-076">22</ref></hi></hi>), P.Vindob. G 19802 [tav. III], P.Berol. inv. 13994<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-075">23</ref></hi></hi> (<hi rend="italic">Esodo</hi>) in quanto presentano tutti «con assoluta evidenza elementi e della maiuscola biblica e della onciale copta»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-074">24</ref></hi></hi>, indicando tra i primi «l’A talvolta acuta, il contrasto tra lo spessore dei tratti, gli ingrossamenti terminali»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-073">25</ref></hi></hi>. Tale influenza, come si è avuto modo di osservare, è dovuta alla pressione esercitata dalla maiuscola biblica, «la scrittura libraria greca per eccellenza dei testi sacri», su altri canoni, nel caso specifico sulla maiuscola alessandrina. Lo studioso colloca questa influenza tra V e VI secolo, vale a dire nel torno di decenni in cui si viene a stabilizzare il canone della maiuscola alessandrina unimodulare, e propone per il <hi rend="italic">Codex Borgianus</hi> una datazione al VI secolo. </p><p rend="text">Tra i confronti proposti da Cavallo, soltanto P.Vindob. G 19802, riferito da ultimo alla metà del VI secolo, può rappresentare un valido riferimento datante, dal momento che deve essere stato copiato sicuramente prima dell’inizio del VII secolo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-072">26</ref></hi></hi>. Ora, rispetto alla pergamena viennese, la scrittura del <hi rend="italic">Codex Borgianus</hi> appare più rigida, il suo chiaroscuro più marcato, ed inoltre è maggiore il ricorso agli elementi di rinforzo alla fine dei tratti orizzontali, caratteristiche che suggeriscono di abbassare la datazione entro la prima metà del VII secolo.</p></div><div><head>2. P.Vindob. K 2698</head><p rend="text">Un frammento bilingue del primo capitolo del <hi rend="italic">Vangelo di Luca</hi> è conservato da P.Vindob. K 2698<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-071">27</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-4">[42]</hi>, un singolo foglio pergamenaceo di circa mm 360 × 275, i cui margini (abbastanza ampi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-070">28</ref></hi></hi>, compresi fra i mm 30 e i 50) hanno preservato interamente uno specchio di scrittura di mm 275 × 205. Il testo si articola su due colonne di 35-36 righe ciascuna, distanti circa mm 20-25 l’una dall’altra. </p><p rend="text">Le porzioni di testo conservate sono Lc 1, 73 – 2, 7 in greco e Lc 1, 59-73 in copto saidico, compatibili con una disposizione delle due lingue su pagine affrontate, esattamente come accade nel <hi rend="italic">Codex Borgianus </hi><hi rend="CharOverride-4">[7]</hi>. </p><p rend="text">Nell’angolo superiore esterno del <hi rend="italic">verso</hi> la stessa mano che copia il testo ha aggiunto la cifra <hi rend="CharOverride-7">ⲓⲃ</hi> (= 12). Nessun numero si legge, invece, sui margini del <hi rend="italic">recto</hi>. Tale cifra non può che indicare il numero di pagina, e non di foglio. Infatti, il testo greco di Lc 1, 1-72, che precedeva quanto conservato, può essere comodamente trascritto sul <hi rend="italic">verso</hi> di 5 fogli. L’abitudine di segnalare il numero di pagina sul solo <hi rend="italic">verso</hi> è molto frequente nei manoscritti bohairici, almeno in quelli provenienti dai monasteri dello Wadi al-Natrûn, ma è rarissima nei codici in saidico<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-069">29</ref></hi></hi>, di norma paginati sia sul <hi rend="italic">recto</hi> sia sul <hi rend="italic">verso</hi>. P.Vindob. K 2698 è l’unico esempio bilingue di questa pratica. Curiosamente, i due soli manoscritti saidici paginati sul <hi rend="italic">verso</hi> ad oggi noti sono vergati entrambi in una maiuscola alessandrina bimodulare dalle caratteristiche molto simili a quella esibita da P.Vindob. K 2698. In particolare, quello indicato dalla sigla MONB.FO<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-068">30</ref></hi></hi> fu verosimilmente copiato nel Fayyum. Vi è quindi almeno il sospetto che anche la pergamena viennese sia stata trascritta nell’oasi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-067">31</ref></hi></hi>. Nel caso del <hi rend="italic">Vangelo</hi> bilingue di<hi rend="italic"> Luca</hi>, tuttavia, l’uso di paginare soltanto il <hi rend="italic">verso</hi> potrebbe essere stato incoraggiato dalla maggiore importanza data, nei manoscritti greco-copti, al testo greco, che nel caso di codici con il testo a fronte occupa appunto il <hi rend="italic">verso</hi> dei fogli.</p><p rend="text">La porzione di testo conservata permette, inoltre, di calcolare per l’intero <hi rend="italic">Vangelo di Luca</hi>, in entrambe le versioni, un’estensione di non meno di 90 fogli. Se questa fosse la consistenza originaria del codice o se esso contenesse anche altri <hi rend="italic">Vangeli</hi> (magari il solo <hi rend="italic">Vangelo di Giovanni</hi>, nel qual caso si dovrebbe aggiungere un’altra settantina di fogli) non è possibile stabilirlo.</p><p rend="text">Il copista, che verga tanto la pagina greca che quella copta, impiega una maiuscola alessandrina a contrasto modulare molto marcato. Gli occhielli di lettere come <hi rend="italic">alpha</hi>, <hi rend="italic">my</hi>, <hi rend="italic">omega</hi>, <hi rend="italic">ypsilon</hi>, <hi rend="italic">shai</hi> sono molto stretti e riempiti d’inchiostro, il che conferisce al tracciato un effetto pseudo-chiaroscurato, accentuato dall’accumularsi dell’inchiostro alla fine dei tratti verticali. In generale, è tutta la scrittura ad essere appesantita da elementi esornativi: i tratti obliqui di <hi rend="italic">delta</hi>, <hi rend="italic">lambda</hi>, <hi rend="italic">ypsilon</hi>, <hi rend="italic">giangia</hi>, come anche della tenaglia di <hi rend="italic">kappa</hi> (quasi sempre separata dal tratto verticale), sono molto arricciati. Lo stesso ricciolo si riconosce nell’attacco del tratto orizzontale di <hi rend="italic">theta</hi>, che spesso si chiude in un vero e proprio occhiello. Ingrossamenti o uncini marcati si notano anche nei tratti orizzontali di <hi rend="italic">gamma</hi> e <hi rend="italic">tau</hi> (ma non di <hi rend="italic">pi</hi>). La struttura bilineare è infranta dalle solite lettere (si notino in particolare gli ultimi tratti svolazzanti di <hi rend="italic">zeta</hi> e <hi rend="italic">csi</hi>). Notevole il tratteggio di <hi rend="italic">phi</hi>, più grande rispetto alle altre lettere, in cui i tratti due e tre disegnano un cuore. Lettere molto più grandi e talvolta decorate con motivi fitomorfi o zoomorfi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-066">32</ref></hi></hi> si stagliano in <hi rend="italic">ekthesis</hi> a segnalare l’articolazione in paragrafi.</p><p rend="text">Le caratteristiche paleografiche messe in evidenza trovano paralleli molto significativi, soprattutto nella disposizione degli elementi decorativi, nella mano di P.Vindob. G 19913<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-065">33</ref></hi></hi>, riferita convincentemente da Guglielmo Cavallo all’VIII-IX secolo. Nel foglio bilingue, tuttavia, gli stessi elementi risultano più artificiosi (gli ispessimenti di inchiostro più marcati, gli uncini più curvi o chiusi ad occhiello), circostanza che induce ad abbassarne la datazione al periodo compreso tra l’avanzata seconda metà del IX secolo e la prima metà del secolo successivo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-064">34</ref></hi></hi>, in linea, tra l’altro, con le datazioni proposte per gli altri due codici sopra menzionati. Nella stessa direzione spingono, oltre ai tratteggi di <hi rend="italic">kappa</hi>, di <hi rend="italic">phi</hi>, di <hi rend="italic">zeta</hi> e di <hi rend="italic">csi</hi>, soprattutto il leggero e non coerente contrasto chiaroscurale fra i tratti orizzontali, di minimo spessore, e i tratti orientati in altro modo, di medio spessore, tutti elementi estranei al canone ma che nel caso di P.Vindob. K 2698 sono ben inseriti nel tessuto grafico.</p></div><div><head>3. Sa 700 Schüssler</head><p rend="text">Per il <hi rend="italic">Tetravangelo</hi> sa 700 <hi rend="CharOverride-2">Schüssler</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-063">35</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi><hi rend="CharOverride-5">[41]</hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi>si verifica una situazione simile a quella osservata per il <hi rend="italic">Salterio</hi> sa 91 <hi rend="CharOverride-2">Schüssler </hi><hi rend="CharOverride-5">[30]</hi>. I suoi fogli si trovano infatti sparsi in diverse collezioni e solo col tempo essi sono stati ricondotti al medesimo manoscritto. La maggior parte dei frammenti è conservata a Parigi, non solo presso la Bibliothèque nationale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-062">36</ref></hi></hi> (copt. <hi>129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">7</hi><hi> ff. 14 e 72; copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">8</hi><hi> ff. 89-90, 139, 147-154; copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">9</hi><hi> f. 87; copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">10</hi><hi> ff. 119-124, 142, 156, 164; copt. 132</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi><hi> ff. 75 e 92; copt. </hi>132<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> f. 120), ma anche presso il Museo del Louvre<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-061">37</ref></hi></hi> (E 10014 + E 10051; E 10092k). I frammenti della Bibliothèque nationale sono parte del lotto acquistato da Gaston Maspero, per cui è certo che il codice facesse parte della biblioteca del Monastero Bianco. Oltre ai lacerti parigini, ad oggi sono stati identificati altri frammenti, conservati presso la biblioteca della University of Michigan (inv. 4969 fr. 38<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-060">38</ref></hi></hi>), presso la British Library (Add. 34274 f. 52<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-059">39</ref></hi></hi>; Or. 3579 B [29a] f. 46<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-058">40</ref></hi></hi>; Or. 3579 B [29b] f. 47<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-057">41</ref></hi></hi>; Or. 4919 [6] 12 Aa [9]<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-056">42</ref></hi></hi>), presso la Bodleian Library di Oxford<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-055">43</ref></hi></hi> (Clarendon Press b. 2 [fr. 5] ff. 12-19, [fr. 7] f. 26), presso la Österreichische Nationalbibliothek di Vienna<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-054">44</ref></hi></hi> (P.Vindob. <hi>K 15 [</hi><hi rend="italic">olim</hi><hi> Lit. Theol. 15]; K 2699 [</hi><hi rend="italic">olim</hi><hi> Lit. Theol. 13]; K 2700 [</hi><hi rend="italic">olim</hi><hi> Lit. Theol. </hi>14]; K 9007 e K 9031). I frammenti restituiscono 45 fogli pergamenacei in vario stato di conservazione (si va dai mm 70 × 47 di P.Mich. inv. 4969 fr. 38 ai ff. 147-154 del Par. copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">8</hi>), praticamente integri (mm 370 × 280) e occupati da uno specchio di scrittura di mm 260-270 × 180-200, articolato su due colonne di 35 linee<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-053">45</ref></hi></hi>. I fogli riportano il testo greco del <hi rend="italic">Vangelo di Luca</hi> e del <hi rend="italic">Vangelo di Giovanni</hi>, accompagnati dalle rispettive traduzioni in copto saidico<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-052">46</ref></hi></hi> a fronte. Dunque, il <hi rend="italic">recto</hi> di ciascun foglio è occupato dal testo copto mentre il <hi rend="italic">verso</hi> dal greco. L’allineamento delle pericopi è abbastanza buono, con l’eccezione del Par. copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">10</hi> ff. 119-124 in cui la corrispondenza testuale del <hi rend="italic">Vangelo di Giovanni</hi> non risulta perfettamente rispettata<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-051">47</ref></hi></hi>. Inoltre, è stato notato che la traduzione copta non può essere stata condotta direttamente sul testo greco perché non sempre le due versioni concordano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-050">48</ref></hi></hi>. Sul piano testuale, dunque, greco e copto rimandano a due rami della tradizione (e forse a due antigrafi) diversi.</p><p rend="text">Dal punto di vista codicologico, alcuni fogli riportano la paginazione antica<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-049">49</ref></hi></hi>, segnata nell’angolo superiore esterno da una mano diversa da quella principale. Talvolta si conserva anche la segnatura di fascicolo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-048">50</ref></hi></hi> – anch’essa apposta da una mano diversa da quella del testo, certamente la stessa responsabile della paginazione – nell’angolo superiore interno del <hi rend="italic">recto</hi> del primo foglio del fascicolo e sul <hi rend="italic">verso</hi> dell’ultimo, come si vede bene nell’Oxford, Bodleian Library, Clarendon Press b. 2 ff. 12-19, che costituiscono un intero quaternione (paginazione continua da <hi rend="CharOverride-7">ⲩⲝⲑ</hi>/<hi rend="CharOverride-7">ⲩⲝⲑ</hi> [= 469/470] a <hi rend="CharOverride-7">ⲩⲡⲅ</hi>/<hi rend="CharOverride-7">ⲩⲡⲇ</hi> [= 483/484]), il trentunesimo per la precisione, secondo la segnatura <hi rend="CharOverride-7">ⲗⲁ</hi> (= 31) apposta sul f. 12r e sul f. 19v. Inoltre, conservano un buon numero di fogli consecutivi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-047">51</ref></hi></hi>. Questi indizi materiali, combinati con il contenuto testuale, hanno permesso a Schüssler di inserire i fogli superstiti in una struttura fascicolare costituita dal susseguirsi di quaternioni. </p><p rend="text">Il fatto che il Par. copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">7</hi> f. 14, con il testo di Lc 3, costituisse le pagine <hi rend="CharOverride-7">ⲧⲟⲍ</hi>/<hi rend="CharOverride-7">ⲧⲟⲏ</hi> (= 377/378) implica che il manoscritto doveva contenere, nella parte deperdita, gli altri due <hi rend="italic">Vangeli di Marco</hi> e <hi rend="italic">di Matteo</hi>. Secondo Schüssler, i fogli superstiti appartengono ai fascc. 25-47. Si aggiunga che la parte iniziale del <hi rend="italic">Vangelo di Luca</hi> e quella finale del <hi rend="italic">Vangelo di Giovanni</hi> dovevano <hi rend="italic">grosso modo</hi> occupare, rispettivamente, il fasc. 24 e il fasc. 48. Gli altri due <hi rend="italic">Vangeli</hi>, dunque, avevano a disposizione i fascc. 1-23. Secondo questi calcoli, l’originario tetravangelo bilingue doveva avere una consistenza di almeno 384 fogli (= 48 fascicoli). La continuità sia della paginazione sia delle segnature di fascicolo suggerirebbe che i quattro <hi rend="italic">Vangeli</hi> costituissero un unico volume. Tuttavia, dal momento che si conservano esclusivamente frammenti di <hi rend="italic">Luca</hi> e di <hi rend="italic">Giovanni</hi> e che un volume di quasi 400 ff., soprattutto se di utilizzo frequente, rappresenta per ogni legatura un forte stress meccanico che col tempo può comprometterne la tenuta, è molto più probabile che l’edizione bilingue dei quattro <hi rend="italic">Vangeli</hi> progettata unitariamente, come dimostrano le numerazioni continue, sia stata articolata in due volumi, il primo dei quali, con la versione bilingue dei <hi rend="italic">Vangeli di Matteo</hi> e <hi rend="italic">Marco</hi>, è andato completamente perduto.</p><p rend="text">Il copista, lo stesso sia per la parte greca sia per quella copta, impiega la maiuscola alessandrina unimodulare fortemente chiaroscurata simile a quella del <hi rend="italic">Codex Borgianus</hi> <hi rend="CharOverride-4">[7]</hi> [tav. VIa] e del <hi rend="italic">Salterio</hi> sa 91 <hi rend="CharOverride-2">Schüssler </hi><hi rend="CharOverride-5">[30]</hi>. Rispetto a quest’ultimo, la mano appare più rigida (si noti ad esempio la forma triangolare e non circolare di <hi rend="italic">kjima</hi>), il chiaroscuro più esasperato e meno coerente, e gli elementi decorativi più accentuati (ad uncini e riccioli sono preferiti pesanti dentelli quadrangolari, apposti anche sulla tenaglia di <hi rend="italic">kappa</hi> e sui tratti orizzontali di <hi rend="italic">zeta</hi>). Contestualmente, non si osserva alcuna oscillazione nelle forme di <hi rend="italic">alpha</hi>, <hi rend="italic">my</hi> e <hi rend="italic">ypsilon</hi>, eseguiti sempre secondo il tratteggio proprio della maiuscola alessandrina. La datazione entro la prima metà del VI secolo proposta da Irigoin<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-046">52</ref></hi></hi> è troppo alta per dar ragione di questo aspetto così artificioso e innaturale, difficilmente raggiungibile prima della fine del VII secolo.</p></div><div><head>4. P.Vindob. K 7244</head><p rend="text">Su papiro è invece il <hi rend="italic">Vangelo</hi> bilingue di<hi rend="italic"> Matteo</hi> P.Vindob. K 7244<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-045">53</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-4">[43]</hi>, riferito convincentemente al VI secolo. La disposizione delle due lingue in questo esempio è leggermente differente: invece che correre parallelamente su pagine affrontate, greco e copto occupano colonne diverse (quella di sinistra per il greco, quella di destra per il copto) della stessa pagina. Purtroppo, il frammento conserva solo la parte finale della metà esterna del foglio mentre dell’altra colonna sopravvivono solo poche lettere<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-044">54</ref></hi></hi>. Nonostante la scrittura appaia sbiadita, si nota una chiara tendenza a diminuire il modulo delle lettere alla fine del rigo. Ciò risponde a due esigenze: la prima, di carattere estetico, è mantenere la giustificazione a sinistra della colonna di scrittura il più coerente possibile; la seconda è legata all’allineamento in orizzontale delle due lingue, che facilitava enormemente la ricerca dei brani. La mano, la stessa sia per la parte greca sia per quella copta, verga una maiuscola alessandrina piuttosto formale, dal <hi rend="italic">ductus</hi> posato, e dal tracciato occhiellato, leggermente chiaroscurato. Le lettere sono iscritte in un modulo sostanzialmente quadrato (solo <hi rend="italic">my</hi>, <hi rend="italic">ny</hi>, <hi rend="italic">pi</hi>, e talvolta <hi rend="italic">tau</hi>, sono leggermente più larghe, mentre <hi rend="italic">omicron</hi>, accanto alla forma tonda, si presenta anche compresso lateralmente). A giudicare dal livello di esecuzione e dal formato medio-grande (attualmente, le dimensioni del lacerto non superano i mm 165 × 90, ma lo specchio scrittorio ricostruito non era inferiore ai mm 245 × 198), il frammento non apparteneva ad un libro per la devozione personale ma piuttosto ad un codice dotato di maggior momento, probabilmente utilizzato per le letture durante la liturgia. Nella stessa direzione spinge la significativa ampiezza (mm 35) dell’unico margine conservato, quello inferiore.</p></div><div><head>5. P.Vindob. K 8668</head><p rend="text">Un secondo frammento viennese, P.Vindob. K 8668<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-043">55</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-4">[48]</hi>, restituisce il testo di Gv 7, 7 in copto sul <hi rend="italic">recto</hi> e Gv 7, 10b-12a in greco sul <hi rend="italic">verso</hi>. Il lacerto pergamenaceo (di mm 100 × 70 circa) conserva, per ciascun lato, soltanto la porzione finale di una delle due colonne che occupavano originariamente la pagina. Le pericopi superstiti permettono di ricostruire uno specchio scrittorio di circa mm 230 × 160. Il lacerto conserva porzioni del margine inferiore e del margine esterno, rispettivamente di mm 15 e mm 10. Questo porta le dimensioni della pagina a circa mm 260 × 200. Le due facciate sono copiate dalla stessa mano che impiega una maiuscola alessandrina unimodulare di grande formato e dal chiaroscuro piuttosto armonico. Se la disposizione a pagine (piuttosto che a colonne) affrontate delle due lingue sembra fuori discussione, le ridotte dimensioni della pergamena non permettono, a rigor di logica, di stabilire se il frammento appartenesse ad un <hi rend="italic">Vangelo</hi> oppure ad un lezionario. Benché nei lezionari bilingui, infatti, la disposizione normale delle letture sia quella in successione, non mancano casi in cui i testi nelle due lingue sono allineati su pagine affrontate, come avviene nei tetravangeli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-042">56</ref></hi></hi>. Un indizio a favore dell’ipotesi del <hi rend="italic">Vangelo</hi> bilingue potrebbe essere costituito dalla scrittura. Dei due (frammenti di) lezionari in cui i testi scorrono parallelamente, uno è in maiuscola alessandrina a contrasto modulare, l’altro è sempre in alessandrina, ma nella variante unimodulare e fortemente chiaroscurata. Rispetto a quest’ultimo esempio, la scrittura del frammento esibisce un chiaroscuro molto più equilibrato e un modulo sensibilmente più grande. Molto peculiare, oltre al <hi rend="italic">kappa</hi> con ampia tenaglia i cui tratti obliqui si ripiegano internamente, il <hi rend="italic">phi</hi> fortemente ingrandito, tanto da rompere la struttura bilineare non solo con il tratto verticale, ma anche con l’elemento circolare, caratteristica che si osserva ad esempio nel celebre Vat. gr. 2125, collocato tra VII e VIII secolo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-041">57</ref></hi></hi>, ma non nei lezionari. Se tuttavia si confrontano i ripiegamenti ad uncino dei tratti obliqui di <hi rend="italic">delta</hi> (tra l’altro leggermente più largo delle altre lettere) <hi rend="italic">lambda</hi>, <hi rend="italic">ypsilon</hi>, <hi rend="italic">chi</hi>, <hi rend="italic">giangia</hi>, l’andamento sinuoso del tracciato di <hi rend="italic">zeta</hi>, il tratto orizzontale di <hi rend="italic">eta</hi> molto alto, e l’elemento ornamentale posto soltanto nell’estremità destra della traversa di <hi rend="italic">tau</hi> con il P.Vindob. G 19802 [tav. III], riferito alla metà del VI secolo, si nota una maggiore somiglianza d’insieme rispetto ad un esempio tardo, come il <hi rend="italic">Codex</hi> <hi rend="italic">Marchalianus</hi>. Pertanto, una datazione alla fine del VI secolo appare la più probabile.</p></div><div><head>6. P.Lond.Lit. 212</head><p rend="text">Un piccolo frammento pergamenaceo (mm 168 × 70) è conservato alla British Library di Londra con il numero di inventario 2077c<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-040">58</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-4">[14]</hi> e riporta le prime 17 righe della colonna esterna, che contiene sul <hi rend="italic">recto</hi> Mt 11, 17-19 in copto-saidico, sul <hi rend="italic">verso</hi> Mt 11, 20-21 in greco. Tali porzioni di testo permettono di ricostruire due colonne di circa 26 righe, per uno specchio di mm 250 × 170 circa. Non è possibile stabilire se le due lingue scorressero parallelamente sulla pagina, ciascuna occupando una colonna, oppure su pagine affrontate, come è la norma. Il testo di entrambe le versioni è vergato in maiuscola alessandrina unimodulare (con l’eccezione di <hi rend="italic">pi</hi> e <hi rend="italic">omega</hi>, sensibilmente più larghi), dal tracciato abbastanza spesso e leggermente chiaroscurato. <hi rend="italic">Alpha</hi> è di norma in due tempi, caratteristica che, assieme all’aspetto vagamente irrigidito del tracciato, suggerisce di riferire la mano al VII secolo inoltrato. Particolarmente occhiellato il tracciato di <hi rend="italic">ypsilon</hi>.</p></div><div><head>7. P.Monts.Roca inv. nr. 4 </head><p rend="text">P.Monts.Roca inv. nr. 4 (<hi rend="italic">olim</hi> P.Barc. inv. nr. 4)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-039">59</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-4">[22]</hi>, è un frammento pergamenaceo palinsesto (mm 170 × 90), in cui l’originario testo latino, non ancora identificato, venne lavato via per far spazio a un brano, non sappiamo quanto esteso, tratto dal <hi rend="italic">Vangelo di Matteo</hi> (sono conservati Mt 26, 17-21a in copto su una facciata e Mt 26, 24b-29 in greco sull’altra, ma non sappiamo quanto il testo fosse esteso), vergato in direzione opposta a quella della <hi rend="italic">scriptio</hi> latina <hi rend="italic">inferior</hi> (probabilmente di V secolo). Se, come tutto lascia pensare, nel codice originario le due lingue si trovavano su fogli affrontati, il <hi rend="italic">recto</hi> è da individuare nella facciata con il testo in copto mentre quella con il greco rappresenta il <hi rend="italic">verso</hi>, una disposizione ampiamente attestata per i tetravangeli. Sulla base del testo conservato, è possibile ricostruire uno specchio scrittorio di circa 24-26 righe, per mm 185 × 130 circa. A differenza di quanto osservato in altri manoscritti bilingui dei <hi rend="italic">Vangeli</hi>, nel frammento palinsesto di Montserrat il testo è vergato in una maiuscola ogivale lievemente inclinata a destra, assegnata dagli ultimi editori al VI secolo, con una preferenza forse per la seconda metà, verso cui orienterebbero alcuni particolari come lo squilibrio modulare di <hi rend="italic">beta</hi> e <hi rend="italic">kappa</hi> che infrangono la struttura bilineare, e la curva disegnata dai tratti due e tre di <hi rend="italic">my</hi>, che scende al di sotto del rigo di base. Alcuni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-038">60</ref></hi></hi> hanno ipotizzato che il frammento potesse appartenere ad un lezionario. Tuttavia, la disposizione su pagine affrontate (rara nei lezionari), il <hi rend="italic">layout</hi> a piena pagina (non attestato nei lezionari su pergamena) e la scrittura impiegata (non si conoscono altri lezionari bilingui in maiuscola ogivale) rendono più economica l’ipotesi di un manoscritto contenente almeno il testo continuo greco-saidico del <hi rend="italic">Vangelo di Matteo</hi>.</p></div><div><head>8. Sa 525 Schüssler</head><p rend="text">Questo manoscritto rappresenta un caso del tutto particolare. La serie di fogli frammentari, indicati nel loro complesso come sa 525 <hi rend="CharOverride-2">Schüssler</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-037">61</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi><hi rend="CharOverride-5">[32]</hi><hi rend="CharOverride-2">,</hi> infatti, testimonia un esemplare di <hi rend="italic">Tetravangelo</hi> saidico<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-036">62</ref></hi></hi> in cui però compare un brano in greco, Gv 20, 1-7. Come spiegare questa inserzione? </p><p rend="text">Nel manoscritto, il testo dei <hi rend="italic">Vangeli</hi> è continuo, ma è accompagnato da una serie di rubriche in inchiostro rosso, di modulo più piccolo e nella variante bimodulare della maiuscola alessandrina (anche se il contrasto non è esasperato), posizionate nei margini del foglio o nell’intercolunnio. Contenutisticamente, queste rubriche possono essere divise in due categorie: 1) titoletti che evidenziano il tema della pericope segnalata<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-035">63</ref></hi></hi>, 2) vere e proprie rubriche liturgiche<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-034">64</ref></hi></hi>, con indicazioni relative al giorno in cui leggere il passo. Non mancano semplici invocazioni del tipo<hi rend="CharOverride-7"> ⲓⲥ ⲭⲥ</hi>, accompagnate da <hi rend="CharOverride-7">ⲁ</hi> e <hi rend="CharOverride-7">ⲱ</hi> (il riferimento è ovviamente ad Ap 1, 8, «Io sono l’alfa e l’omega»). Particolarmente elaborata risulta l’invocazione del Vat. Borg. Copt. 109, cass. <hi rend="CharOverride-6">xix</hi>, fasc. 74, f. 5v in cui i diversi elementi (<hi rend="CharOverride-7">ⲁ ⲓⲥ ⲭⲥ ⲱ</hi>) sono intervallati da decorazioni geometrico-floreali<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-033">65</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Queste rubriche si fanno particolarmente numerose nei fogli di Oxford. Ciò non deve stupire: questi fogli contengono i capitoli 19 e 20 del <hi rend="italic">Vangelo di Giovanni</hi>, che narrano la passione, morte e resurrezione di Gesù, cuore della fede cristiana nonché del calendario liturgico annuale, che culmina appunto con la domenica di Pasqua. Nel margine inferiore del Bodl. Clarendon Press b. 2, f. 27r si legge la preghiera [<hi rend="CharOverride-7">ⲡⲁⲛⲧⲟⲕ</hi>]<hi rend="CharOverride-7">ⲣⲁⲧⲟⲣ</hi> · <hi rend="CharOverride-7">ⲥⲡⲟⲩⲛⲓⲉ</hi> (<hi rend="italic">sic</hi>) · <hi rend="CharOverride-7">ⲟ ⲑⲥ ⲧⲱⲛ ⲡ</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲣⲱ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲛ</hi> […] “Onnipotente, affrettati (?), o Dio dei padri”<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-032">66</ref></hi></hi>, mentre nell’intercolunnio del <hi rend="italic">verso</hi> abbiamo l’indicazione <hi rend="CharOverride-7">ⲑⲱⲑ </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲓⲍ ⲡϣⲁ ⲙⲡⲥⳁⲟⲥ</hi> “17 di Thoth: festa della croce” in corrispondenza di Gv 19, 17, relativo appunto alla crocifissione di Gesù. Sul f. 29r si legge <hi rend="CharOverride-7">ⲡⲁⲓ ⲱϣ ⲛⲧⲕⲩⲣⲓⲁⲕⲏ ⲙⲡⲃⲱⲗ ⲉⲃⲟⲗ</hi>, “leggi questa (pericope) la domenica di Pasqua”, che inizia nell’intercolunnio in corrispondenza della grande iniziale di Gv 20, 1 (capitolo incentrato appunto sui racconti di resurrezione) e termina al di sotto della seconda colonna di scrittura. Nel <hi rend="italic">verso</hi> invece è segnalato il passo (Gv 20, 19 sgg.) da leggere durante <hi rend="CharOverride-7">ⲧⲥ</hi>]<hi rend="CharOverride-7">ⲩⲛⲁⲝⲓ</hi>[<hi rend="CharOverride-7">ⲥ</hi> <hi rend="CharOverride-7">ⲛ</hi>]<hi rend="CharOverride-7">ⲣⲟⲩϩⲉ</hi> <hi rend="CharOverride-7">ⲛⲧⲕⲩⲣⲓⲁⲕⲏ</hi> “celebrazione serale della domenica (di Pasqua)”. Infine, sul f. 30r un’ultima rubrica esplicita ancora una volta <hi rend="CharOverride-7">ⲉⲣⲉ</hi> <hi rend="CharOverride-7">ⲡⲁⲓ</hi> <hi rend="CharOverride-7">ⲱϣ</hi> […] <hi rend="CharOverride-7">ⲁⲛⲁⲥⲧⲁⲥⲓⲥ</hi><hi rend="CharOverride-7"> </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲭ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲱ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi>, “leggi questa (pericope) [in occasione della] resurrezione di Cristo”. Sia la diversità di mano, sia l’insolito orientamento verticale delle numerose rubriche poste nell’intercolunnio, suggeriscono che queste inserzioni non furono contestuali all’allestimento del manoscritto ma piuttosto frutto di un intervento successivo, finalizzato a rendere il <hi rend="italic">Tetravangelo</hi> più funzionale alla celebrazione liturgica.</p><p rend="text">Tale ricostruzione è però parzialmente messa in discussione dal Par. copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">10</hi> f. 199, il foglio che ospita, sul <hi rend="italic">verso</hi>, la pericope greca. Al termine del <hi rend="italic">Vangelo di Giovanni</hi> in copto (Gv 21, 25), incorniciato da una decorazione geometrica, si legge il titolo di <hi rend="italic">explicit</hi> <hi rend="CharOverride-7">ⲥⲩⲛ ⲑ ⲡⲉⲩⲁⲅⲅⲉⲗⲓⲟⲛ</hi> <hi rend="CharOverride-7">ⲡⲕⲁⲧⲁ</hi> <hi rend="CharOverride-7">ⲓⲱϩⲁ</hi>[<hi rend="CharOverride-7">ⲛ</hi>]<hi rend="CharOverride-7">ⲛⲏⲥ</hi> “con Dio, il Vangelo secondo Giovanni”, apposto dalla prima mano, ma in modulo leggermente più piccolo rispetto al testo principale. Seguono altre tre didascalie, separate da semplicissime linee ornate, che si riferiscono alla pericope greca. Questa volta il copista, sicuramente lo stesso sia per il greco che per il copto, impiega in funzione distintiva una maiuscola alessandrina bimodulare e dal tracciato filiforme, che si contrappone al pesante chiaroscuro del testo principale. Questo il testo delle didascalie: <hi rend="CharOverride-7">ⲡⲉⲩⲁⲅ</hi>[<hi rend="CharOverride-7">ⲅⲉ</hi>]<hi rend="CharOverride-7">ⲗⲓⲟⲛ</hi> <hi rend="CharOverride-7">ⲛ</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲧⲕⲩⲣⲓⲁⲕⲏ ⲙⲡⲃⲱⲗ ⲛⲛϩⲩⲙ</hi>[…] <hi rend="CharOverride-7">ⲛⲕⲁⲧⲁ</hi> <hi rend="CharOverride-7">ⲓⲱϩⲁⲛⲛⲏⲥ</hi> “il Vangelo della domenica di Pasqua […] secondo Giovanni”, <hi rend="CharOverride-7">ⲛⲧⲕⲩⲣⲓⲁⲕⲏ</hi> <hi rend="CharOverride-7">ⲇⲉ</hi> <hi rend="CharOverride-7">ⲙⲁⲣⲓⲁ</hi> <hi rend="CharOverride-7">ⲙⲁⲕⲇⲁⲗⲏⲛⲏ</hi> “e (la lettura) della domenica di Maria Maddalena” ed infine la vera e propria formula di proclamazione <hi rend="CharOverride-7">ⲉⲕ</hi> <hi rend="CharOverride-7">ⲧⲟⲩ</hi> <hi rend="CharOverride-7">ⲕⲁⲧⲁ</hi> <hi rend="CharOverride-7">ⲓⲱ</hi><hi rend="CharOverride-7">ϩⲁⲛⲛⲏⲛ</hi> <hi rend="CharOverride-7">ⲁⲅⲓⲟⲩ</hi> <hi rend="CharOverride-7">ⲉⲩⲁⲅⲅⲉⲗⲓⲟⲩ</hi> <hi rend="CharOverride-7">ⲧⲟ</hi> (<hi rend="italic">sic</hi>) <hi rend="CharOverride-7">ⲁⲛⲁⲅⲛⲱⲥⲓⲥ</hi> “dal santo Vangelo secondo Giovanni; la lettura”. </p><p rend="text">Il motivo dell’inserzione greca è evidente: ancora una volta sono le esigenze liturgiche a determinare l’architettura del codice<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-031">67</ref></hi></hi>. In questo caso però l’intervento è stato contestuale alla trascrizione, quantomeno, della sezione con <hi rend="italic">Giovanni</hi>. Lo dimostra il fatto che tutte le didascalie sono interne allo specchio scrittorio e di prima mano. È possibile, dunque (ma siamo nel campo delle ipotesi), che il progetto di allestimento del <hi rend="italic">Tetravangelo</hi> monolingue copto sia stato modificato in corso d’opera accogliendo l’inserimento, esplicitamente ad uso liturgico, del racconto della resurrezione secondo Giovanni in greco. L’inserzione potrebbe essere stata favorita da un fattore di carattere materiale. Il tutto, infatti, avviene sul <hi rend="italic">verso</hi> dell’ultimo foglio del fasc. 20. La trascrizione della versione copta del <hi rend="italic">Vangelo di Giovanni</hi> si era conclusa a metà circa della prima colonna, lasciando bianco il resto della pagina. Il copista ha evitato lo spreco sfruttando quello spazio disponibile per copiare nuovamente, questa volta in greco, il passo fondamentale della resurrezione, secondo le modalità sopra descritte. A questo punto, una seconda mano, intervenuta qualche tempo dopo, spinta da quanto osservato nell’ultimo foglio, ha riadattato, o più correttamente, rifunzionalizzato ad uso liturgico l’intero codice, tramite l’apposizione, in inchiostro rosso e in maiuscola alessandrina a contrasto modulare, delle didascalie sopra ricordate.</p><p rend="text">Il testo è vergato in una scrittura estremamente artificiosa, che riprende tratteggi tipici della maiuscola biblica come <hi rend="italic">alpha</hi> in due tempi molto spigoloso, <hi rend="italic">my</hi> in quattro tempi, <hi rend="italic">ypsilon</hi> in due o tre tempi. Queste però convivono accanto a tratteggi in sostanza alessandrini, come <hi rend="italic">alpha</hi> in un solo movimento e soprattutto <hi rend="italic">ypsilon</hi> con i due tratti obliqui ridotti entrambi a filetti e rinforzati da vistosi bottoni di inchiostro in corrispondenza delle tre estremità. E non mancano <hi rend="italic">my</hi> in cui i tratti obliqui siano stati fusi in un’unica curva che si appiattisce sul rigo di base. A conferire ulteriore rigidità a questa scrittura concorre il chiaroscuro, che è tanto esasperato quanto incoerente: se in generale tratti spessi verticali si oppongono a tratti orizzontali sottili, i tratti obliqui oscillano tra uno spessore medio e uno spessore minimo, indipendentemente dal loro orientamento. Accade allora che la tenaglia di <hi rend="italic">kappa</hi> possa essere realizzata da due filetti, che <hi rend="italic">lambda</hi>, come anche <hi rend="italic">delta</hi> o <hi rend="italic">giangia</hi>, abbia entrambi i tratti di medio spessore, che <hi rend="italic">hori</hi> presenti tracciato non chiaroscurato. Notevole è il modo di tracciare i tratti obliqui di <hi rend="italic">my</hi>, che disegnano ciascuno una metà di un arco a sesto acuto prima di incontrarsi. Le lettere si sviluppano più in larghezza che in altezza, il che conferisce alla scrittura un aspetto vagamente schiacciato (accentuato dallo scarso sviluppo delle aste discendenti) ed amplifica il senso di pesantezza della pagina. Questa scrittura così innaturale, in cui anche le dimensioni delle singole lettere cambiano e in cui non mancano incertezze nell’allineamento della riga, trova dei paralleli in prodotti molto tardi come il Vat. gr. 1666<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-030">68</ref></hi></hi>, traduzione greca dei dialoghi di Gregorio Magno copiato nell’anno 800 probabilmente a Roma, o il tetravangelo Basilea, Öffentliche Bibliothek der Universität, Cod. A N III 12<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-029">69</ref></hi></hi>, riferito agli inizi del IX secolo. Ugualmente utile risulta il confronto con il Sin. gr. NE <hi rend="CharOverride-7">ΜΓ</hi> 12<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-028">70</ref></hi></hi>, sottoscritto nell’861/862, non tanto per singoli elementi, quanto per la generale destrutturazione del canone della maiuscola biblica, che cede ad influenze di altre scritture, in questo caso della maiuscola ogivale inclinata. Per questo motivo, è inverosimile una datazione anteriore alla prima metà del IX secolo. Dal momento che la maiuscola alessandrina della seconda mano è paleograficamente riferibile alla metà del IX secolo, l’aggiunta delle rubriche non deve essere avvenuta molto tempo dopo la realizzazione del codice.</p></div><div><head>9. I Vangeli greco-fayyumici</head><div><head>9.1 P.Vindob. K 8662 </head><p rend="text">Il frammento pergamenaceo P.Vindob. K 8662<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-027">71</ref></hi></hi> [47] era in origine parte di un codice bilingue contenente almeno il <hi rend="italic">Vangelo di Marco</hi> accompagnato dalla traduzione in fayyumico [tav. VII]. Delle circa 23-24 righe per colonna ne sopravvivono soltanto una decina, recanti sul <hi rend="italic">recto</hi> (un lato pelo) Mc 15, 29-31 e 33-34 in copto fayyumico mentre sul <hi rend="italic">verso</hi> Mc 15, 36-46 e 40-41 in greco. Sulla base del contenuto testuale sono state ricostruite dimensioni di circa mm 290 × 230 (mentre le due colonne di scrittura avrebbero dovuto occupare uno specchio di circa mm 240 × 190). Il frammento attualmente misura circa mm 100 × 230 (margini esterno ed interno di circa mm 20). Per ospitare l’intero <hi rend="italic">Vangelo di Marco</hi> nelle due lingue, dunque, erano necessari circa 125 fogli. Nulla può esser detto della struttura fascicolare.</p><p rend="text">Le lettere riprendono le forme tipiche della maiuscola alessandrina unimodulare, eseguite però con un calamo a punta mozza che determina un chiaroscuro coerente ed equilibrato: di massimo spessore i tratti verticali e obliqui discendenti da sinistra verso destra, di minimo i tratti orizzontali e obliqui discendenti da destra verso sinistra. L’orientamento del chiaroscuro è incoerente soltanto in <hi rend="italic">delta</hi>, con entrambi i tratti obliqui spessi, e in <hi rend="italic">ny</hi>, con tratto obliquo di minimo spessore; normale l’orientamento del chiaroscuro in <hi rend="italic">giangia</hi>. L’ornamentazione è molto sobria e si limita ai tratti verticali, che presentano all’estremità inferiore dei piedini di appoggio oppure un ispessimento, a volte simile ad un bottone e alle terminazioni di <hi rend="italic">epsilon</hi> e dei tratti orizzontali di <hi rend="italic">gamma</hi> e <hi rend="italic">tau</hi>, rinforzati con dei dentini. I tratti obliqui presentano in genere terminazioni ad uncino. <hi rend="italic">Alpha</hi> è realizzato in un tempo, con i tratti uno e due a formare una curva molto piccola e l’ultimo tratto che scende verticalmente salvo poi prolungarsi a destra sul rigo di base; <hi rend="italic">beta</hi> presenta curva inferiore più grande di quella superiore; <hi rend="italic">kappa</hi> ha la tenaglia realizzata in un solo movimento; <hi rend="italic">my</hi> ha il primo e l’ultimo tratto che si allungano sul rigo di base, mentre i tratti due e tre vi sono appiattiti; <hi rend="italic">rho</hi>, assieme a <hi rend="italic">fai</hi>, è l’unica lettera che infrange la struttura bilineare; <hi rend="italic">phi</hi> presenta elemento circolare molto ingrandito, tanto da risultare subito evidente all’interno nella catena grafica; <hi rend="italic">hori</hi> presenta tracciato spezzato. Molto particolare è la forma di <hi rend="italic">shai</hi> in cui l’ultimo tratto corre sotto la lettera parallelamente al rigo di base e culmina in un vistoso uncino con movimento sinistrorso. <hi rend="italic">Shai</hi> simili sono molto frequenti nei frammenti in fayyumico. Tutti questi elementi fanno propendere per una datazione entro la fine del VII secolo.</p></div><div><head>9.2 Morgan Library &amp; Museum, M 661 (<hi rend="italic">scriptio inferior</hi>) </head><p rend="text">A differenza dei testimoni fin qui analizzati, questo <hi rend="italic">Vangelo</hi> bilingue è conservato dalla <hi rend="italic">scriptio inferior</hi> del codice palinsesto <hi rend="CharOverride-2">New York</hi>, Morgan Library &amp; Museum, M 661<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-026">72</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-4">[26]</hi>, i cui fogli superstiti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-025">73</ref></hi></hi> contengono la versione copta della <hi rend="italic">Lettera di Giacomo</hi> (ff. 17, 2-7r) e delle due <hi rend="italic">Lettere di Pietro</hi> (ff. 7r-13v e 13v-16v). Le pergamene però appartenevano ad un precedente manoscritto bilingue greco-fayyumico contenente almeno il <hi rend="italic">Vangelo di Marco</hi>, secondo l’usuale disposizione affrontata delle due lingue: sul <hi rend="italic">verso</hi> di ciascun foglio trova posto il testo greco, a cui corrisponde la traduzione in fayyumico del <hi rend="italic">recto</hi> del foglio seguente. La <hi rend="italic">scriptio inferior</hi> è oggi praticamente illeggibile ad occhio nudo, ma fu studiata a fondo da Henry Hyvernat, attorno agli anni ’20 del secolo scorso<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-024">74</ref></hi></hi>. Secondo lo studioso, il codice originario, per ospitare l’intero <hi rend="italic">Vangelo</hi>, doveva essere costituito da almeno 74 ff., distribuiti in 9 quaternioni e un bifoglio singolo oppure in 8 quaternioni più un quinione. I fogli superstiti, stando al loro contenuto, dovrebbero corrispondere al bifoglio esterno e quello centrale del fasc. 5, al secondo e al terzo del fasc. 6, al terzo del fasc. 7 e a quello centrale del fasc. 9. Lo stato della pergamena non permette di portare avanti un’analisi formale rigorosa della scrittura soggiacente<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-023">75</ref></hi></hi>, che quindi è necessario rimandare al momento in cui saranno disponibili riproduzioni elaborate digitalmente. L’unico dato sicuro è che la <hi rend="italic">scriptio superior</hi>, una maiuscola alessandrina dal contrasto modulare esasperato, non è riferibile a prima della metà del X secolo. </p><p rend="text">In ogni caso, non si tratta del solo esempio di manoscritto bilingue copto-fayyumico reimpiegato per copiare altri testi, questa volta in copto-saidico, come dimostra il caso dell’Or. 5757 della British Library.</p></div><div><head>9.3 British Library, Or. 5707 </head><p rend="text">Anche il London, British Library, Or. 5707<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-022">76</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-4">[18]</hi> è un codice palinsesto che conserva nella <hi rend="italic">scriptio inferior</hi> alcuni fogli di un <hi rend="italic">Vangelo </hi>bilingue, in questo caso di<hi rend="italic"> Giovanni</hi>. Le condizioni attuali della pergamena non rispettano le dimensioni originali dello specchio, calcolate attorno ai mm 270 × 230 (i margini superstiti sono piuttosto ampi, circostanza che porta le dimensioni dei fogli a non meno di mm 320 × 270). Le due colonne in cui si articola lo specchio di scrittura sono costituite da 20-21 linee per colonna, di cui talvolta, per lo stato di conservazione del materiale, risultano illeggibili le ultime. I 13 fogli dell’Or. 5707 attualmente sono legati, per motivi di conservazione, singolarmente, ma ancora all’inizio del secolo scorso si conservavano 6 bifogli. I fogli sono ordinati secondo la coerenza testuale della <hi rend="italic">scriptio superior</hi>. Considerando invece la <hi rend="italic">scriptio inferior</hi> l’ordine è: ff. 7rv, 8vr, 9rv, 3rv, 10rv, 4rv, 5vr, 6rv, 11rv, 13rv, 1rv, 12rv, 2rv, (Gv 3, 5 – 4, 49; mancano parzialmente Gv 4, 29-32 e 35-45). Gli studiosi che fino ad oggi hanno analizzato l’Or. 5757 non hanno indicato la consistenza dei fascicoli in cui i fogli erano originariamente ripartiti, elemento che, invero, è possibile ricostruire. Sicuramente i ff. 8/5 erano solidali perché sono gli unici del fascicolo ad essere stati capovolti prima di essere riscritti. È probabile dunque che anche i ff. 3/10, 4/9 e 6/7 fossero solidali e costituissero, assieme ai ff. 8/5 un quaternione del <hi rend="italic">Vangelo</hi> bilingue. La coerenza testuale conferma l’ipotesi. Per i restanti fogli è necessario basarsi esclusivamente sull’analisi del contenuto (e delle lacune), da cui emerge la solidarietà dei ff. 11/2 e dei ff. 1/12. Se la ricostruzione è corretta, i bifogli, una volta lavata via la scrittura originaria, furono riutilizzati inserendoli uno dentro l’altro, a formare un senione a cui fu aggiunto un tredicesimo foglio. La situazione è mostrata dalla fig. 10:</p><p><graphic url="xml_10-web-resources/image/Fig.10.1.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-4"><hi rend="italic">scriptio superior</hi></quote><p><graphic url="xml_10-web-resources/image/Fig.10.2.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-3"><hi rend="italic">scriptio inferior</hi></quote><p rend="caption_figure">[fig. 10]</p><p rend="text">Sono conservati dunque un intero quaternione e 5 fogli, non consecutivi, del successivo. Un piccolo <hi rend="CharOverride-7">ⲇ</hi><hi rend="CharOverride-7">̅</hi> nell’angolo superiore esterno del f. 11r dimostra che quelli conservati sono i fascc. 3 e 4 del codice originario<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-021">77</ref></hi></hi>. Poiché i primi fascicoli corrispondo ai primi capitoli del quarto <hi rend="italic">Vangelo</hi>, è ragionevole che il codice contenesse esclusivamente la versione giovannea. </p><p rend="text">Il manoscritto è interessante sotto diversi punti di vista. In primo luogo, come già notato, la versione che accompagna il testo greco non è in saidico ma in fayyumico<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-020">78</ref></hi></hi>. Da questo punto di vista, l’Or. 5707 non solo conserva la più estesa pericope in fayyumico di <hi rend="italic">Giovanni</hi>, ma rappresenta uno dei più estesi testimoni della traduzione in fayyumico della Bibbia in sé. Secondo, il codice esibisce caratteristiche paleografiche come lo <hi rend="italic">shai</hi> con l’ultimo tratto che curva nuovamente a destra e <hi rend="italic">kjima</hi> rovesciato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-019">79</ref></hi></hi>, che lo accomunano ad altri codici in fayyumico. Terzo, greco e fayyumico occupano ciascuno una colonna della stessa pagina, secondo una disposizione non troppo frequente nei codici in saidico.</p><p rend="text">Al medesimo codice dei fogli palinsesti di Or. 5707 sono stati riferiti anche un foglio conservato al Cairo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-018">80</ref></hi></hi> e un frammento parigino<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-017">81</ref></hi></hi>. Tale associazione ha delle ricadute molto importanti sulla provenienza del palinsesto. Crum aveva creduto che l’Or. 5707 provenisse da Ermoupolis, ma il foglio del Cairo (e il frammento di Parigi) appartenevano con sicurezza alla biblioteca del Monastero Bianco. Quindi, o le fonti di Crum commettono un errore, oppure le pergamene palinseste giunsero in varie parti dell’Egitto prima di essere riutilizzate.</p><p rend="text">Nelle <hi rend="italic">scriptiones superiores</hi> alcuni studiosi hanno ravvisato elementi nell’ornamentazione o nell’uso dei segni paragrafematici che richiamano molto da vicino esempi sicuramente prodotti a Touton<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-016">82</ref></hi></hi>, nel Fayyum. È possibile che questo centro di produzione, la cui attività è attestata tra il IX e la prima metà del X secolo, possa aver avuto la necessità di riutilizzare la pergamena per rispondere alle richieste del Monastero di San Michele di Ḥāmūlī prima e del Monastero Bianco poi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-015">83</ref></hi></hi>. Non è difficile immaginare che i primi codici ad essere sacrificati furono proprio quelli in fayyumico, dal momento che, ormai da qualche secolo, il saidico si era affermato come dialetto di prestigio, in particolare nella liturgia.</p><p rend="text">Il copista della <hi rend="italic">scriptio inferior</hi> impiega una maiuscola alessandrina di modulo abbastanza grande e sostanzialmente quadrato per tutte le lettere. Anche qui si nota un certo contrasto chiaroscurale fra tratti verticali, di massimo spessore, e tratti orizzontali, molto sottili, tanto da essere rinforzati alle estremità con piccoli trattini. </p><p rend="text">Notevoli i tratteggi di <hi rend="italic">phi</hi>, <hi rend="italic">shai</hi> e <hi rend="italic">kjima</hi>. Nel primo l’elemento circolare è visibilmente ingrandito e di forma vagamente romboidale. Nel secondo le due curve che ne costituiscono la struttura principale sono molto alte sul rigo di base e quasi schiacciate contro l’immaginaria linea superiore in cui si inscrivono tutte le lettere, mentre l’ultimo tratto scende verticalmente fino al rigo di base, piega ad angolo retto verso sinistra, prosegue per la lunghezza della lettera sul rigo di base stesso, ed infine piega nuovamente a destra, con uno svolazzo che invade l’interlinea inferiore. Quanto al <hi rend="italic">kjima</hi>, esso è rovesciato e coricato verso destra. Pertanto, l’ultimo tratto non sale con movimento destrogiro ma seguendo una traiettoria obliqua. Come si è già osservato, questi tratteggi sono tipici dei manoscritti in fayyumico più antichi. </p><p rend="text">In generale, si è davanti alla mano di un calligrafo esperto che con naturalezza riesce a mantenere costante il chiaroscuro. L’opposizione tra pieni e filetti non è esasperata e ciò contribuisce a conferire alla pagina un aspetto ordinato ed elegante. Tali caratteristiche, assieme al sobrio uso degli elementi esornativi nei filetti, suggerisce di riferire questa mano al VII secolo maturo.</p></div><div><head>9.4 P.Berol. inv. 9108</head><p rend="text">Una maiuscola alessandrina unimodulare estremamente calligrafica è esibita dalla mano di P.Berol. inv. 9108<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-014">84</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-4">[6]</hi>, caratterizzata da un tracciato appena chiaroscurato e molto occhiellato. <hi rend="italic">Alpha</hi>, <hi rend="italic">my</hi> e <hi rend="italic">ypsilon</hi> sono realizzati in un solo movimento mentre <hi rend="italic">kappa</hi> è in due tempi (con i tratti uno e due senza staccare il calamo dal foglio); <hi rend="italic">epsilon</hi>, <hi rend="italic">theta</hi>, <hi rend="italic">omicron</hi> e <hi rend="italic">sigma</hi> hanno forma perfettamente rotonda; <hi rend="italic">tau</hi> ha il tratto verticale che interseca quello orizzontale nella metà di sinistra e non al centro. Tutte queste caratteristiche avvicinano il frammento ad esempi come P.Vindob. G 26751 e P.Berol. inv. 5010 datati VI-VII secolo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-013">85</ref></hi></hi> (con una preferenza forse per il VII secolo, per la maggiore rigidità esibita dal frammento bilingue). </p><p rend="text">I passi conservati sono, sul <hi rend="italic">recto</hi>, Mt 13, 10-11 in copto-fayyumico e, sul <hi rend="italic">verso</hi>, Mt 13, 20-21 in greco, per cui è probabile che il frammento provenga appunto dall’oasi del Fayyum. La disposizione delle due lingue doveva essere su pagine affrontate, l’unica che possa dar ragione della distanza testuale tra brano greco e brano copto<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-012">86</ref></hi></hi>. Delle due colonne per pagina che costituivano lo specchio di scrittura sopravvivono solo 8 righe della colonna interna assieme ad una porzione di intercolunnio e poche lettere della colonna interna. </p><p rend="text">Sulla base del testo conservato sono state ricostruite colonne di circa 35<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-011">87</ref></hi></hi> righe abbastanza strette (circa 11-13 lettere per rigo). L’unico margine conservato è quello interno, che misura mm 25. Immaginando una dimensione simile per gli altri tre margini si arriva a pagine di circa mm 350 × 220.</p></div><div><head>9.5 P.Lond.Copt. P.Lond.Copt. I 502 </head><p rend="text">Sempre in dialetto fayyumico è la versione copta del frammento di <hi rend="italic">Vangelo di Luca</hi> London, British Library, Or. 4717 (16)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-010">88</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-4">[16]</hi>, le cui due colonne di scrittura occupavano originariamente uno specchio di almeno mm 180 × 150 su pagine di circa mm 260 × 210. La provenienza più probabile è ancora una volta l’oasi del Fayyum, verso cui orienta anche la particolare forma di <hi rend="italic">kjima</hi>, che non prolunga il tratto verticale nell’interlinea superiore ma che al contrario lo mantiene all’interno della struttura bilineare, piegandolo verso destra, oppure rovesciato e coricato, con ultimo tratto che sale da destra e non da sinistra. Le porzioni di testo conservate, Lc 2, 24-27 in fayyumico sul <hi rend="italic">recto</hi> e Lc 2, 27-30.34 in greco sul <hi rend="italic">verso</hi>, rimandano ad un’edizione bilingue con testo a fronte. L’unica mano responsabile per entrambe le facciate impiega una maiuscola alessandrina unimodulare poco chiaroscurata e dal tracciato morbido, collocata correttamente da Heller<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-009">89</ref></hi></hi> nel VII secolo, soprattutto se confrontata con testimoni assegnati al VI-VII secolo come i già ricordati P.Vindob. G 26751 e P.Berol. inv. 5010 (ed anzi, la maggior fluidità del tracciato farebbe propendere per l’inizio del VII secolo).</p></div><div><head>9.6 P.Vindob. K 8023 bis</head><p rend="text">Ancora un frammento (mm 165 × 125) di un <hi rend="italic">Vangelo di Matteo</hi> greco-fayyumico è conservato alla Österreichische Nationalbibliothek di Vienna con segnatura P.Vindob. K 8023 bis<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-008">90</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-4">[45]</hi>. Testo greco e testo copto occupano ciascuno una colonna di scrittura, il primo quella di sinistra il secondo quella di destra, una disposizione già osservata in altri frammenti bilingui in fayyumico. Il copista, lo stesso per entrambe le lingue, impiega una maiuscola alessandrina unimodulare dal moderato contrasto modulare, in cui i tratti verticali, che terminano con bottoni di inchiostro, sono più spessi di quelli orizzontali, anch’essi eventualmente rafforzati alle estremità da ispessimenti. I tratti obliqui di <hi rend="italic">delta</hi>, <hi rend="italic">lambda</hi>, <hi rend="italic">ypsilon</hi>, <hi rend="italic">chi</hi>, <hi rend="italic">giangia</hi> terminano con un vistoso uncino. <hi rend="italic">Alpha</hi> è realizzato in un tempo, come <hi rend="italic">ypsilon</hi>. Anche <hi rend="italic">my</hi>, molto occhiellato piuttosto largo (come <hi rend="italic">omega</hi>) è di norma eseguito in un unico movimento. Tra le forme particolari spicca <hi rend="italic">shai</hi>, alto sul rigo di base, il cui ultimo tratto, dopo aver percorso l’intera lunghezza della lettera, piega nuovamente a destra, infrangendo la struttura bilineare. Si tratta, come si è detto, di un tratteggio tipico dei manoscritti in fayyumico. Infine, <hi rend="italic">phi</hi>, di dimensioni maggiori ma non abnormi, spicca nella catena grafica senza però alterarla significativamente. Tutte queste caratteristiche rimandano al VII secolo.</p></div><div><head>9.7 P.Berol. inv. 5542 </head><p rend="text">Anche del <hi rend="italic">Vangelo di Giovanni</hi> esiste un testimone bilingue greco-fayyumico non palinsesto. Si tratta del P.Berol. inv. 5542<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-007">91</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-4">[5]</hi>, frammento pergamenaceo che conserva nella sua interezza (almeno per quel che riguarda l’altezza) una delle due colonne di scrittura, probabilmente quella interna. Le pericopi conservate, Gv 1, 30-32 in greco e 1, 16-18 in fayyumico, non consentono di stabilire con chiarezza come fossero disposti i due testi. Treu, che per primo si occupò del frammento, nota che la distanza tra le due pericopi è davvero troppo ampia per essere compatibile con un testo continuo. I circa duemila caratteri di Gv 1, 16-30 in greco per essere copiati hanno bisogno di non meno di otto colonne simili a quella conservata, decisamente troppe per un solo foglio. Con Treu, dunque, bisogna pensare o che sia stato scientemente eliminato Gv 1, 19-29 oppure che ci sia stato un salto dallo stesso allo stesso tra Gv 1, 15 e 30, favorito dalla ripetizione della forma verbale <hi rend="CharOverride-7">γέγονεν</hi>. Lo stesso Treu esclude che si possa trattare di un lezionario non solo perché questo sarebbe l’unico caso noto di lezionario fayyumico, ma anche perché ci si aspetta tra Gv 1, 17 e 18 il passaggio da una lettura all’altra<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-006">92</ref></hi></hi>, passaggio che sul frammento non è segnalato in nessun modo. </p><p rend="text">Forse la soluzione più economica resta quella di un errore accidentale di trascrizione che ha disallineato i testi. Rimanendo su questa ipotesi, suggestiva ma indimostrabile, si può avanzare qualche ulteriore considerazione. Se l’antigrafo era costituito da un manoscritto a sua volta bilingue, è davvero difficile che un errore così vistoso non fosse stato già corretto e in qualche modo sanato. Un salto dallo stesso allo stesso generato dai due <hi rend="CharOverride-7">γέγονεν</hi> di Gv 1, 15 e 30 pone alcune difficoltà se immaginati sulla stessa pagina. La distanza (circa 1100 caratteri) che li separa, infatti, è molto ampia ed è inverosimile, anche se non impossibile, che l’occhio del copista sia stato ingannato da parole dislocate in porzioni così lontane della pagina. Più convincente pensare che i due <hi rend="CharOverride-7">γέγονεν</hi> si trovassero più o meno nella stessa posizione, ma di pagine diverse. In questo caso, l’errore sarebbe stato causato da un cambio accidentale di pagina nel modello durante la copia. Dal momento che l’errore si produce nel testo greco e non in quello copto, è molto probabile che i due testi abbiano avuto antigrafi diversi, da cui il copista avrebbe tratto prima tutto il testo greco, senza accorgersi di aver saltato un’intera pagina, sul <hi rend="italic">verso</hi> dei fogli e poi quello fayyumico, sul <hi rend="italic">recto</hi>, senza curarsi troppo dell’allineamento dei testi (basti pensare al diverso numero di righe della colonna greca e di quella copta, rispettivamente 18 e 16), o forse confidando che tale allineamento si sarebbe prodotto spontaneamente.</p><p rend="text">Il copista impiega per entrambe le lingue una maiuscola alessandrina unimodulare dal chiaroscuro moderato: di massimo spessore i tratti verticali, di minimo quelli orizzontali, su valori intermedi si attestano i tratti diagonali (più spessi quelli discendenti da sinistra verso destra, più sottili quelli discendenti da destra a sinistra). <hi rend="italic">Phi</hi> è ingrandito e rompe la struttura bilineare in entrambe le direzioni. Particolare è il tratteggio di <hi rend="italic">alpha</hi>, in due tempi, in cui l’ultimo tratto scende in un primo momento verticale, salvo poi curvare e allungarsi verso destra all’altezza del rigo di base. Gli elementi ornamentali si limitano ai piedini di appoggio dei tratti verticali, ai piccoli elementi di rinforzo alle estremità della traversa di <hi rend="italic">tau</hi> e dei tratti orizzontali di <hi rend="italic">epsilon</hi> e ai ripiegamenti a ricciolo dei tratti obliqui di <hi rend="italic">delta</hi>, <hi rend="italic">lambda</hi>, <hi rend="italic">giangia</hi>, <hi rend="italic">ypsilon</hi>. Treu<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-005">93</ref></hi></hi> riferiva, correttamente, queste caratteristiche al VI secolo, con una preferenza forse per la seconda metà del secolo.</p></div><div><head>9.8 British Library, Or. 4923 (2) </head><p rend="text">Il frammento Or. 4923 (2)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-004">94</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-4">[17]</hi> dalla peculiare forma circolare (diametro di mm 145 circa) testimonia un frammento di <hi rend="italic">Vangelo di Matteo</hi> bilingue greco-fayyumico in cui le due lingue si fronteggiano ad apertura di libro secondo la disposizione consueta (a sinistra il testo greco, a destra la corrispondente versione copta). Due segni concentrici, assieme alla forma, indicano che la pergamena venne utilizzata per sigillare un contenitore simile ad una giara. Sulla base del testo conservato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-003">95</ref></hi></hi> è stato ricostruito uno specchio di circa mm 195 × 175 in cui il testo si dispone su due colonne di circa 25 righe. Dei margini si conserva (parzialmente) soltanto quello esterno, che porta le dimensioni della pagina ad almeno mm 235 × 215. Tale ricostruzione, che porta ad un formato quasi quadrato, per la verità abbastanza sorprendente, non tiene in conto la possibilità di margini superiori ed inferiori più ampi di quelli esterni, che avrebbero dato alla pagina dimensioni più usuali. </p><p rend="text">La scrittura impiegata è la maiuscola alessandrina a contrasto modulare. L’elemento centrale di <hi rend="italic">phi</hi> appare ingrandito. Di norma, <hi rend="italic">alpha</hi> è realizzato in due tempi, con l’ultimo tratto che scende quasi verticalmente per poi allungarsi a destra sul rigo di base; anche <hi rend="italic">kappa</hi> è in due tempi, un movimento per il tratto verticale e uno per la tenaglia; <hi rend="italic">tau</hi> ha il tratto orizzontale abbastanza sinuoso e caratterizzato da un ispessimento nell’estremità sinistra; <hi rend="italic">ypsilon</hi>, in un tempo, ha il tratto obliquo di sinistra più arricciato di quello di destra. Le particolari forme di <hi rend="italic">shai</hi>, con ultimo tratto che piega nuovamente a destra, e <hi rend="italic">kjima</hi>, rovesciato, non sono rare nei manoscritti in fayyumico. La mano, non proprio calligrafica (si notano ad esempio difficoltà nel mantenere costante il modulo e una disinvolta libertà nei tracciati di alcune lettere) ma che comunque tende ad una certa formalità, è stata riferita al VII-VIII secolo. In questo intervallo di tempo, è forse da preferire la fine del VII secolo per il carattere non ancora così irrigidito e sclerotizzato della scrittura e per le dimensioni contenute del <hi rend="italic">phi</hi>. </p></div><div><head>9.9 Trinity College, Pap. F 138 </head><p rend="text">Anche nel codice di cui faceva parte il frammento Pap. F 138<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-002">96</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-4"> [10]</hi>, conservato presso il Trinity College di Dublino, greco e copto si fronteggiavano ad apertura di libro. Il lacerto pergamenaceo conserva su un lato Mt 5, 25-26.29-30, mentre sull’altro le descrizioni attestano la presenza di un brano copto inedito<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-001">97</ref></hi></hi> del medesimo <hi rend="italic">Vangelo</hi>. Il testo superstite permette di ricostruire uno specchio di circa 180 × 160 mm<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-000">98</ref></hi></hi> in cui il testo corre su due colonne di 24-25 righe ciascuna. L’unico margine parzialmente conservato è quello esterno (ca. mm 20). Il copista impiega ancora una volta la maiuscola alessandrina unimodulare, dal tracciato molto occhiellato (in particolare in <hi rend="italic">alpha</hi>, <hi rend="italic">ypsilon</hi> e nel tratto orizzontale di <hi rend="italic">tau</hi>, che spesso presenta un ricciolo a sinistra). Il chiaroscuro è equilibrato: il contrasto tra pieni (i tratti verticali) e filetti (i tratti orizzontali) è coerente e mai esasperato. La mano, in generale, tende alla formalità. Lo dimostrano, oltre alla qualità del chiaroscuro, il <hi rend="italic">ductus</hi> estremamente posato e l’insistenza sulle forme circolari di <hi rend="italic">epsilon</hi>, <hi rend="italic">theta</hi>, <hi rend="italic">omicron</hi>, <hi rend="italic">sigma</hi>. Eppure, non mancano casi di polimorfismo: <hi rend="italic">alpha</hi> può essere realizzato in uno o due tempi (ma sempre con l’ultimo tratto che scende quasi verticale per poi allungarsi verso destra sul rigo di base), <hi rend="italic">epsilon</hi>, soprattutto in prossimità della fine del rigo, può presentare modulo rettangolare (con il lato corto come base, si intende) anziché quadrato. Su base paleografica, il frammento è stato correttamente riferito al VII secolo dall’editrice.</p><list rend="numbered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-097-backlink">1</ref></hi> <hi>Sul </hi><hi>ruolo del libro dei </hi><hi rend="italic">Vangeli</hi><hi> nell’Impero bizantino è fondamentale </hi><hi>il lavoro di </hi><hi rend="CharOverride-2">Canart </hi><hi>2000, che tra gli altri ha </hi><hi>il pregio di presentare un aggiornato </hi><hi rend="italic">status quaestionis</hi><hi> sul tema </hi><hi>e una ricca bibliografia. È difficile avere un’idea di </hi><hi>come dovesse presentarsi il testo dei </hi><hi rend="italic">Vangeli</hi><hi> nei primi secoli </hi><hi>dell’era cristiana (fino alla metà del IV secolo) – </hi><hi>se singolarmente, a gruppi di due, di tre o di </hi><hi>quattro, oppure uniti ad altri testi biblici o extra biblici </hi><hi>– a causa dell’esiguità dei frammenti superstiti. L’opinione </hi><hi>generale è che ciascun </hi><hi rend="italic">Vangelo</hi><hi> abbia circolato indipendentemente prima che </hi><hi>emergesse la forma bibliologica del «tetravangelo» (</hi><hi rend="CharOverride-2">Canart</hi><hi> 2000, pp. 77-78).</hi><hi> Su questo processo, si vedano le considerazioni di </hi><hi rend="CharOverride-2">Bogaert</hi><hi> 1999,</hi><hi> al quale si deve un catalogo dei diversi arrangiamenti attestati.</hi><hi> A parte dovevano circolare </hi><hi rend="italic">Atti</hi><hi> ed </hi><hi rend="italic">Epistole</hi><hi>, assieme, eventualmente, </hi><hi>all’</hi><hi rend="italic">Apocalisse</hi><hi>. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-096-backlink">2</ref></hi> <hi>Si veda, ad esempio, </hi><hi rend="CharOverride-2">Rosso</hi><hi> 2016, pp.</hi><hi> 785-786.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-095-backlink">3</ref></hi> <hi>Questi frammenti sono passati in rassegna da </hi><hi rend="CharOverride-2">Junack</hi><hi> </hi><hi>1972, in particolare pp. 504-515.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-094-backlink">4</ref></hi> <hi>Così </hi><hi rend="CharOverride-2">Canart</hi><hi> 2000, p. 85.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-093-backlink">5</ref></hi> <hi>E tuttavia non possono essere omessi i nomi di </hi><hi>Hans Quecke, Ugo Zanetti e Heinzgerd Brakmann. Il punto sullo </hi><hi>studio dei manoscritti liturgici copti è presentato da </hi><hi rend="CharOverride-2">Atanassova</hi><hi> 2014 </hi><hi>(con ricca bibliografia ragionata alle pp. 86-96). Il rapporto tra </hi><hi>greco e copto nei papiri liturgici è indagato da </hi><hi rend="CharOverride-2">Mihálykó</hi><hi> </hi><hi>2019a.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-092-backlink">6</ref></hi> <hi>Ampia analisi </hi><hi rend="italic">infra</hi><hi>, pp. 174-178.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-091-backlink">7</ref></hi> <hi>Questa posizione,</hi><hi> comune nei codici copti, è al contrario piuttosto rara nei</hi><hi> codici di manifattura greca. In questi ultimi, qualora il numero</hi><hi> di fascicolo sia presente tanto sul </hi><hi rend="italic">recto</hi><hi> del primo foglio</hi><hi> quanto sul </hi><hi rend="italic">verso</hi><hi> dell’ultimo (situazione abituale per i codici</hi><hi> copti; si veda </hi><hi rend="CharOverride-2">Boud’hors</hi><hi> 2004, p. 8), le disposizioni</hi><hi> preferite sono l’angolo superiore esterno per il primo </hi><hi rend="italic">recto</hi><hi> e l’angolo inferiore esterno per l’ultimo </hi><hi rend="italic">verso</hi><hi>, </hi><hi>oppure, in entrambi i fogli, l’angolo inferiore interno (almeno </hi><hi>secondo </hi><hi rend="CharOverride-2">Mondrain</hi><hi> 1998, pp. 28-34, specialmente p. 28; delle pur </hi><hi>otto diverse disposizioni che la studiosa elenca come le più </hi><hi>frequenti nessuna si osserva generalmente nei codici copti).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-090-backlink">8</ref></hi> <hi>Le ricerche</hi><hi> degli ultimi vent’anni non hanno sostanzialmente alterato il quadro</hi><hi> delineato da </hi><hi rend="CharOverride-2">Crisci</hi><hi> 2003b</hi><hi rend="CharOverride-2">,</hi><hi> in particolare pp. 88-89.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-089-backlink">9</ref></hi> <hi rend="CharOverride-2">Crisci</hi><hi> 2003b</hi><hi rend="CharOverride-2">,</hi><hi> pp. 105-107.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-088-backlink">10</ref></hi> <hi>Città del Vaticano, Biblioteca </hi><hi>Apostolica Vaticana, Borg. </hi>Copt. 109 cass. <hi rend="CharOverride-6">xviii</hi> fasc. 65 + New York, Morgan Library &amp; Museum, M 664 A (4) + Paris, Bibliothèque nationale de France, copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">7</hi> f. 35; copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">8</hi> ff. 121-122, 140, 157; copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">9</hi> ff. 49, 65, 76; copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">10</hi> f. 209; copt. 132<hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi> f. 60 = nr. 409 <hi rend="CharOverride-2">van Haelst</hi> = 029 <hi rend="CharOverride-2">Aland</hi> = sa 117 <hi rend="CharOverride-2">Mink</hi>-<hi rend="CharOverride-2">Schmitz</hi> = sa 504 <hi rend="CharOverride-2">Schüssler</hi> = TM 61746 = CMCL MONB.KT = CLM 487. <hi>La</hi><hi> storia degli studi inizia con la pubblicazione dei fogli borgiani</hi><hi> contenenti il </hi><hi rend="italic">Vangelo di Giovanni</hi><hi> ad opera di </hi><hi rend="CharOverride-2">Giorgi</hi><hi> 1789.</hi><hi> Dopo il catalogo di </hi><hi rend="CharOverride-2">Zoega</hi><hi> 1810, una nuova e più</hi><hi> accurata descrizione dei due fascicoli venne pubblicata da </hi><hi rend="CharOverride-2">Franchi de</hi><hi rend="CharOverride-2">’ Cavalieri</hi><hi> 1927, pp. 141-143, preceduta dal primo studio sistematico </hi><hi>sui manoscritti della collezione Borgia a cura di </hi><hi rend="CharOverride-2">Hebbelynck</hi><hi> 1912. </hi><hi>Riproduzioni dei fogli vaticani in </hi><hi rend="CharOverride-2">Tisserant</hi><hi> 1914, p. </hi><hi rend="CharOverride-2">XLIV</hi><hi> e </hi><hi>pl. 67; </hi><hi rend="CharOverride-2">Franchi de’ Cavalieri, Lietzmann</hi><hi> 1910 tav. 3;</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">Vogels</hi><hi> 1929 tav. 46; </hi><hi rend="CharOverride-2">Hatch</hi><hi> 1939 tav. 23 e</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">Follieri</hi><hi> 1969 tav. 4. Sui fogli parigini, in particolare </hi><hi>per la parte greca, si veda </hi><hi rend="CharOverride-2">Amélineau</hi><hi> 1985, pp. 369-372 </hi><hi>e 399-407, mentre per il piccolo frammento Par. copt. 132­</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi><hi> f. 60 si veda </hi><hi rend="CharOverride-2">Boud’hors</hi><hi> 1987, p. 62. Per</hi><hi> quanto riguarda i frammenti conservati presso la Morgan Library &amp;</hi><hi> Museum, le descrizioni di </hi><hi rend="CharOverride-2">Clark</hi><hi> 1937, pp. 161-162 sono oggi</hi><hi> superate con P.MorganLib. 22 e pl. 345. I fogli </hi><hi>vaticani sono inoltre editi da </hi><hi rend="CharOverride-2">Balestri</hi><hi> 1904, pp. 201-218 e </hi><hi>233-260 (con tavv. 20-21).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-087-backlink">11</ref></hi> <hi>Sul cardinale, figura centrale degli </hi><hi>studi copti settecenteschi non solo in Italia, ma in tutta </hi><hi>Europa, si vedano almeno </hi><hi rend="CharOverride-2">Buzi</hi><hi> 2009, pp. 15-36, con relativa </hi><hi>bibliografia (integrata da </hi><hi rend="CharOverride-2">Buzi, Proverbio</hi><hi> 2012, p. 21 nota 1), </hi><hi>e il catalogo ragionato delle opere in </hi><hi rend="CharOverride-2">Germano, Nocca</hi><hi> 2001, </hi><hi>pp. 61-64.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-086-backlink">12</ref></hi> <hi>Le porzioni di testo conservate sono, in greco,</hi><hi> Lc 6, 18-26; 18, 2-16.32-43; 19, 1-8; 21, 33-38; 22,</hi><hi> 1-3; 22, 20-42.45-71; 23, 1-16.18-20; 24, 25-27.29-31; Gv 1, 19-22.24-32;</hi><hi> 3, 10-17; 4, 52-54; 5, 1-7; 6, 28-67; 7, 6-52;</hi><hi> 8, 12-31; mentre, in copto, Lc 6, 11-18; 17, 29-35.37;</hi><hi> 18, 1-9.24-42; 21, 25-32; 22, 12-42.45-71; 23, 1-11; 24, 18-19.21-23;</hi><hi> Gv 1, 7-11.15-23; 3, 2-10; 4, 45-52; 6, 21-58.68-71; 7,</hi><hi> 1-52; 8, 12-23.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-085-backlink">13</ref></hi> <hi>In realtà non più leggibile a </hi><hi>causa di una lacuna materiale, ma facilmente ricostruibile sulla base </hi><hi>del numero che si legge sul </hi><hi rend="italic">verso</hi><hi>.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-084-backlink">14</ref></hi> <hi>Tale prassi </hi><hi>è largamente attestata a partire almeno dal III secolo, sia </hi><hi>per i codici papiracei che per quelli pergamenacei: si veda </hi><hi rend="CharOverride-2">Bianconi</hi><hi> 2018, pp. 50-51. I frammenti di pergamena recuperati delle </hi><hi>legature dei libri della Biblioteca Vallicelliana di Roma, studiati e </hi><hi>catalogati da </hi><hi rend="CharOverride-2">Caldelli</hi><hi> 2012, forniscono una ricca casistica. Un reimpiego </hi><hi>simile è stato ipotizzato anche per il frammento copto di </hi><hi rend="italic">Geremia</hi><hi> rinvenuto presso il sito di Dayr al-Baḥrī (inv. </hi><hi>822) nella necropoli tebana e pubblicato da </hi><hi rend="CharOverride-2">Boud’hors, Garel</hi><hi> </hi><hi>2016, pp. 48-49 e p. 57.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-083-backlink">15</ref></hi> <hi>Tra i fogli conservati</hi><hi> sotto la segnatura Borg. Copt. 109, almeno due (cass. XXII,</hi><hi> fasc. 84 e cass. XIII</hi><hi rend="CharOverride-2">, 6 9</hi><hi> fasc. 42) </hi><hi>presentano interventi analoghi a quelli descritti.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-082-backlink">16</ref></hi> <hi>Il foglio di guardia</hi><hi> pergamenaceo posto a protezione del fascicolo riporta, di mano probabilmente</hi><hi> dello stesso Georg Zoega, la seguente didascalia: «Framenti (</hi><hi rend="italic">sic</hi><hi>)</hi><hi> Cofftti (</hi><hi rend="italic">sic</hi><hi>) col Testo originale Greco. Vi sono in</hi><hi> questo libro 14 (</hi><hi rend="italic">sic</hi><hi>) carte ms. framenti dell’Euangelio</hi><hi> di San Giovanni scritte in Lingua Cofftta Tebajca col testo</hi><hi> originale Greco, cioè da una parte della carta è il</hi><hi> Testo Greco, e dall’altra è la Traduzione nella Lingua</hi><hi> Cofftta: sono assai di pregio attesa la loro antichità: ma</hi><hi> nulla concludano in Opera». </hi><hi rend="CharOverride-2">Franchi de’ Cavalieri</hi><hi> 1927, p. </hi><hi>142 riporta una ulteriore nota scritta in occasione di un </hi><hi>restauro – ora perduta – che spiega il destino di </hi><hi>questo quattordicesimo foglio: «Da notare che il f. n.°3, </hi><hi>che era uno dei bianchi, fu adoperato per il restauro </hi><hi>del f. n.° 6».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-081-backlink">17</ref></hi> <hi>Sul f. 13v viene ripetuta la</hi><hi> cifra del </hi><hi rend="italic">recto</hi><hi>, ma è chiaro che si tratta </hi><hi>di un errore.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-080-backlink">18</ref></hi> <hi>«Lagenzählungen stehen zu der Seite 349 mit</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲕⲃ</hi><hi> (= Ende der 22. Lage) und auf Seite 350</hi><hi> mit </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲕⲅ</hi><hi> (= Ende der 23. Lage), sie sint zwar</hi><hi> auf dem beschädigten Blattrand leicht verblasst, aber lesbar und passen</hi><hi> ausgezeichnet in einen kontinuierlichen 16-Seiten-Lagenrhythmus» (sa 117 </hi><hi rend="CharOverride-2">Mink-Schmitz</hi><hi>, pp. </hi><hi>274-275, ripreso nella scheda sa 504 </hi><hi rend="CharOverride-2">Schüssler</hi><hi>). Tuttavia, né Giorgi</hi><hi> né Franchi de’ Cavalieri, il quale pure aveva letto </hi><hi>le segnature sui ff. 6 e 7 del fasc. 65.1 </hi><hi>(si veda </hi><hi rend="CharOverride-2">Franchi de’ Cavalieri</hi><hi> 1927, p. 142), segnalano la</hi><hi> presenza di queste cifre.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-079-backlink">19</ref></hi> <hi>Si vedano le considerazioni di </hi><hi rend="CharOverride-2">D’Aiuto, Morello, Piazzoni</hi><hi> 2000, p. 157.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-078-backlink">20</ref></hi> <hi>È l’ipotesi,</hi><hi> del tutto condivisibile, di Orlandi. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-077-backlink">21</ref></hi> <hi>Il frammento fa parte</hi><hi> di sa 700 </hi><hi rend="CharOverride-2">Schüssler </hi><hi rend="CharOverride-5">[41]</hi><hi>.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-076-backlink">22</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="italic">infra</hi><hi>, </hi><hi>pp. 168-171.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-075-backlink">23</ref></hi> <hi>Berlin, Staatliche Museen P. 13994 = BKT </hi><hi>VIII 4 = nr. 37 </hi><hi rend="CharOverride-2">van Haelst</hi><hi> = 960 </hi><hi rend="CharOverride-2">Rahlfs</hi><hi> </hi><hi>= TM 62150. Riproduzioni in BKT VIII tav. 2; </hi><hi rend="CharOverride-2">Cavallo</hi><hi> </hi><hi>1967 tav. 103b; </hi><hi rend="CharOverride-2">Cavallo, Maehler</hi><hi> 1987, pp. 84-85, nr. 38b. </hi><hi>Descrizione in </hi><hi rend="CharOverride-2">Rahlfs, Fraenkel</hi><hi> 2004, pp. 31-32.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-074-backlink">24</ref></hi> <hi rend="CharOverride-2">Cavallo</hi><hi> 1967, p.</hi><hi> 115. Si veda anche </hi><hi rend="italic">CE</hi><hi>,</hi><hi rend="italic"> s.v. Paleography</hi><hi> (a cura di R. Kasser), in particolare p. 177a.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-073-backlink">25</ref></hi> <hi rend="CharOverride-2">Cavallo</hi><hi> 1967, p. 116.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-072-backlink">26</ref></hi> <hi>Per via del testo in</hi><hi> medio-persiano che ospita; si veda </hi><hi rend="italic">supra</hi><hi>, p. 90 e </hi><hi>nota 114.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-071-backlink">27</ref></hi> P.Vindob. K 2698 (<hi rend="italic">olim</hi> Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Papyrussammlung, Lit. Theol. <hi>12) = nr. 404 </hi><hi rend="CharOverride-2">van Haelst</hi><hi> =</hi><hi> 0177 </hi><hi rend="CharOverride-2">Aland</hi><hi> = sa 290 </hi><hi rend="CharOverride-2">Mink -Schmitz</hi><hi> = CLM 5918.</hi><hi> Il frammento venne pubblicato per la prima volta da Wessely</hi><hi> come Stud.Pal. XI 55. Ulteriori informazioni in </hi><hi rend="CharOverride-2">Till</hi><hi> 1940, p.</hi><hi> 26, nr. 104. Nuova edizione del testo greco in </hi><hi rend="CharOverride-2">Porter,</hi><hi rend="CharOverride-2"> Porter</hi><hi> 2008, pp. 117-123, nr. 30 e tav. XXV. </hi><hi>Si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-2">Treu</hi><hi> 1965, pp. 118-119 nota 45.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-070-backlink">28</ref></hi> <hi>Sui</hi><hi> margini superiore ed inferiore si vede ancora molto bene la</hi><hi> foratura. La rigatura è del tipo 00A1 </hi><hi rend="CharOverride-2">Leroy</hi><hi>. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-069-backlink">29</ref></hi> <hi>Si veda su questo aspetto </hi><hi rend="CharOverride-2">Nakano</hi><hi> 2006, p. 155.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-068-backlink">30</ref></hi> <hi>Al-Qāhira</hi><hi>, Institut français d’archéologie orientale, copt. 59; copt. 60 </hi><hi>+ London, British Library, Or. 3581A ff. 175-176 + Napoli</hi><hi>, Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, I.B.10.39 + Oxford, Bodleian</hi><hi> Library, Copt. d. 256; Clarendon Press, b. 54 ff. 1-6</hi><hi> + Paris, Bibliothèque nationale de France, copt. </hi>78 ff. 16-17, 52-53, 67; copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">16</hi> ff. 77, 102; copt. 131<hi rend="superscript CharOverride-1">5</hi> ff. 1-7, 9; copt. 131<hi rend="superscript CharOverride-1">7</hi> f. 19; copt. 132<hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi> f. 41; copt. 133<hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi> f. 237 + Paris, Musée du Louvre, E 10029 bis; E 10090; E 10095 j; E 10095 l; R 235 + Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Papyrussammlung, K 7588 = TM 108851 = CMCL MONB.FO = CLM 388. <hi>Per la descrizione e la datazione di questo </hi><hi>importante codice, un tempo parte della biblioteca del Monastero Bianco, </hi><hi>si veda almeno </hi><hi rend="CharOverride-2">Boud’hors</hi><hi> 2011, pp. 101-110, la quale </hi><hi>propone, con solidi argomenti, di riferirlo alla fine del IX </hi><hi>secolo.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-067-backlink">31</ref></hi> <hi>Esattamente come ha ipotizzato </hi><hi rend="CharOverride-2">Nakano</hi><hi> 2006, p. 155 </hi><hi>per il </hi><hi rend="italic">Salterio</hi><hi> London, British Library, Or. 8808 + Add.</hi><hi> 14740 A, f. 25 (= CLM 2720), datato dalla studiosa</hi><hi> al 950-980, il quale fu acquistato nel 1838 da Robert</hi><hi> Curzon dai monaci del Monastero del Deir el-Suryani nello Wadi</hi><hi> al-Natrūn. Sul codice si veda </hi><hi rend="CharOverride-2">Layton</hi><hi> 1987, pp. 16-17, nr.</hi><hi> 13 e pl. 14.7.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-066-backlink">32</ref></hi> <hi>In particolare, l’</hi><hi rend="italic">alpha</hi><hi> decorato</hi><hi> con un elemento a forma di ala della col. II</hi><hi> del </hi><hi rend="italic">recto</hi><hi> e il grande </hi><hi rend="italic">epsilon</hi><hi> tondo con cui, in</hi><hi> corrispondenza della col. II del </hi><hi rend="italic">verso</hi><hi>, inizia il Lc </hi><hi>2, che si possono rispettivamente confrontare con P.MorganLib., pl. </hi><hi>122 (per l’elemento a forma di ala che in </hi><hi>questo caso è collocato sotto </hi><hi rend="italic">pi</hi><hi>; New York, Morgan Library</hi><hi> &amp; Museum, M 591 f. 12v) e pl. 326g </hi><hi>(e 366; New York, Morgan Library &amp; Museum, M 664B </hi><hi>f. 10v).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-065-backlink">33</ref></hi> P.Vindob. G 19913 = TM 65120 = nr. <hi rend="CharOverride-2">1181 Van Haelst</hi>. <hi>Il frammento, che riporta un lacerto </hi><hi>di commento al </hi><hi rend="italic">Vangelo di Luca</hi><hi>, fu pubblicato da </hi><hi rend="CharOverride-2">Pycha</hi><hi> 1951, pp. 193-196 (che lo collocava nel VI secolo). La</hi><hi> datazione è discussa in </hi><hi rend="CharOverride-2">Cavallo</hi><hi> 1975, p. 48 (= </hi><hi rend="CharOverride-2">Cavallo</hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi><hi>2005, p. 196).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-064-backlink">34</ref></hi> <hi rend="CharOverride-2">Porter, Porter</hi><hi> 2008, p. 117 avanzano </hi><hi>una datazione al X secolo sulla base del confronto con </hi><hi>il Vindob. suppl. gr. 121, confronto che però non è </hi><hi>dirimente dal momento che il codice citato non solo è </hi><hi>in maiuscola biblica e non in maiuscola alessandrina, ma va </hi><hi>collocato anche nel tardo VIII secolo e non nel IX </hi><hi>secolo. Per questa datazione si veda </hi><hi rend="CharOverride-2">Cavallo</hi><hi> 1988</hi><hi rend="CharOverride-2">a</hi><hi>, pp. </hi><hi>500-501, ripreso da </hi><hi rend="CharOverride-2">Orsini</hi><hi> 2005, pp. 163-164 (= </hi><hi rend="CharOverride-2">Orsini</hi><hi> 2019, </hi><hi>p. 81).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-063-backlink">35</ref></hi> <hi>Il manoscritto è indicato come: nrr. 407 +</hi><hi> 439 + 456 </hi><hi rend="CharOverride-2">van Haelst</hi><hi> = 070 </hi><hi rend="CharOverride-2">Aland</hi><hi> = sa</hi><hi> 105 </hi><hi rend="CharOverride-2">Mink -Schmitz </hi><hi>= TM 61745 = CMCL MONB.LL =</hi><hi> CLM 500. Le tappe che portarono all’accorpamento dei frammenti,</hi><hi> iniziate con il catalogo di Crum in P.Lond.Copt. I 959,</hi><hi> sono ripercorse brevemente da </hi><hi rend="CharOverride-2">von</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">Dobschütz</hi><hi> 1933, pp. 189-190, </hi><hi rend="CharOverride-2">Treu</hi><hi> 1965, p. 98 e pp. 109-111 nota 18, </hi><hi rend="CharOverride-2">Schmitz</hi><hi> 1982,</hi><hi> pp. 71-92. La descrizione più aggiornata si deve a </hi><hi rend="CharOverride-2">Schüssler</hi><hi> (sa 700 pp. 121-138 Lfr. 3), il quale presenta anche</hi><hi> una verosimile ricostruzione del codice originario. Riproduzioni in </hi><hi rend="CharOverride-2">Schmid, Elliott,</hi><hi rend="CharOverride-2"> Parker</hi><hi> 2007, pll. 3-6.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-062-backlink">36</ref></hi> <hi>I frammenti vennero fatti conoscere, </hi><hi>almeno per la parte greca, da </hi><hi rend="CharOverride-2">Amélineau</hi><hi> 1895, pp. 380-399 </hi><hi>(= pp. 20-30), con considerazioni generali sui frammenti alle pp. </hi><hi>366-369 (= pp. 6-9). Per l’edizione del Par. copt. </hi><hi>129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">10</hi><hi> f. 142, che costituisce la parte inferiore dello stesso</hi><hi> foglio del London, British Library, Add. 34.274 f. 52, </hi><hi>si veda </hi><hi rend="CharOverride-2">Schmitz</hi><hi> 1982, pp. 86-87 (anche pp. 82-83); per </hi><hi>i Par. copt. 132</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi><hi> ff. 75, 92 e copt. 133</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi><hi> f. 120 si veda sempre </hi><hi rend="CharOverride-2">Schmitz</hi><hi> 1982, pp. 82-90 </hi><hi>(e </hi><hi rend="CharOverride-2">Boud’hors</hi><hi> 1987, p. 66; trascrizione del testo greco </hi><hi>in </hi><hi rend="CharOverride-2">Schmid, Elliott, Parker</hi><hi> 2007, pp. 61-62 e 64). </hi><hi rend="CharOverride-2">Treu</hi><hi> 1965, p. 118 nota 40 e nota 41 considera a</hi><hi> parte, rispettivamente, il Par. copt. 132</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi><hi> f. 92 e </hi><hi>il Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">10</hi><hi> f. 156. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-061-backlink">37</ref></hi> <hi>Editi da </hi><hi rend="CharOverride-2">Schmitz</hi><hi> 1982, pp. 73-79, la cui ricostruzione, pur non contemplando E</hi><hi> 10051, rimane valida. Si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-2">Boud’hors</hi><hi> 1999, pp.</hi><hi> 258 e 265.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-060-backlink">38</ref></hi> <hi>Inedito.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-059-backlink">39</ref></hi> <hi>Il frammento è edito da</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">Milne</hi><hi> 1927, nr. 214, pp. 181-182. Si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-2">Crum</hi><hi> 1905, nr. 959, p. 397.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-058-backlink">40</ref></hi> <hi>Inedito; si veda P.Lond.Copt. </hi><hi>I 92.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-057-backlink">41</ref></hi> <hi>Inedito; si veda P.Lond.Copt. I 92.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-056-backlink">42</ref></hi> <hi>Pubblicato </hi><hi>da </hi><hi rend="CharOverride-2">Bethge</hi><hi> 1994, p. 43. Il frammento costituisce la parte </hi><hi>superiore di Or. 3579B (29a) f. 46.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-055-backlink">43</ref></hi> <hi>I frammenti di Oxford</hi><hi> furono editi già da </hi><hi rend="CharOverride-2">Woide</hi><hi> 1799, pp. 51-62 e 82-83.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-054-backlink">44</ref></hi> <hi>I frammenti furono editi da Wessely rispettivamente come Stud.Pal. </hi><hi>XI 56 (= K 2699), 57 (= K 2700), 58 </hi><hi>(= K 15); Stud.Pal. XII 139 (= K 9007), 140 </hi><hi>(= K 9031). Per la parte greca si può consultare </hi><hi>il più recente </hi><hi rend="CharOverride-2">Porter, Porter</hi><hi> 2008, pp. 186-189, nr. 41 </hi><hi>e tavv. XXXIX-XL (= K 15), pp. 138-142, nr. 34 </hi><hi>e tav. XXIX (= K 2699), pp. 145-149, nr. 36 </hi><hi>e tav. XXXI (= K 2700), pp. 130-133, nr. 32 </hi><hi>e tav. XXVII (= K 9007) e pp. 134-137, nr. </hi><hi>33 e tav. XXVIII</hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi><hi>(= K 9031). Breve accenno su </hi><hi>P.Vindob. K 15 anche in </hi><hi rend="CharOverride-2">Irigoin</hi><hi> 1959, pp. 34-35. Nuova </hi><hi>trascrizione del testo greco di P.Vindob. K 15 in </hi><hi rend="CharOverride-2">Schmid, Elliott, Parker</hi><hi> 2007, p. 63.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-053-backlink">45</ref></hi> <hi>Molto ampi i margini inferiore ed esterno (oscillanti fra </hi><hi>mm 50 e mm 70), più contenuti i margini superiore </hi><hi>(mm 30-45) ed interno (mm 30). I fogli sono rigati </hi><hi>a secco secondo il tipo 00A1 </hi><hi rend="CharOverride-2">Leroy</hi><hi>.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-052-backlink">46</ref></hi> <hi>Le pericopi </hi><hi>conservate sono: in greco Lc 3, 19-23.24-25.26-30; 8, 13-19.56; </hi><hi>9, 1-4.5-9.12.13-16; 10, 21-30.41-42; 11, 1-5.6.24-42; 12, 5-59; 13, 1-32; </hi><hi>16, 4-7.8-12; 21, 30-38; 22, 1-2.54-65; 23, 4-16.18-56; 24, 1-26; </hi><hi>Gv 3, 23-26; 5, 22.31.39-39; 7, 3-12; 8, 13-22.33-59; 9, </hi><hi>1-39; 11, 50-52.54-56; 12, 33-34.46-50; 13, 1-4; 16, 33; 17, </hi><hi>1; in copto Lc, 3, 11-19; 8, 2-6.8-10.44-46.47-48.49-55; 9, 1-4.8; </hi><hi>10, 11-34.35-38.39; 11, 15-22.23-32.51-54; 12, 1-59; 13, 1-23; 15, 27-32; </hi><hi>16, 1-3; 21, 21-30; 22, 45-54.65-71; 23, 1-16.18-56; 24, 1-17; </hi><hi>Gv 3, 18-20; 5, 13-22.24-25; 6, 63-71; 7, 1.42-52; 8, </hi><hi>12-13.22-59; 9, 1-28; 11, 41.42-43.44.45-48; 12, 19-21.36-46; 16, 28-29.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-051-backlink">47</ref></hi> <hi>La</hi><hi> versione copta di Gv 8, 52 si trova all’inizio</hi><hi> del Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">10</hi><hi> f. 121r, mentre il testo </hi><hi>greco si trova al f. 119v; si veda sa 700.21 </hi><hi rend="CharOverride-2">Schüssler</hi><hi>.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-050-backlink">48</ref></hi> <hi>Si veda la scheda sa 700 </hi><hi rend="CharOverride-2">Schüssler</hi><hi> alla </hi><hi>voce </hi><hi rend="italic">Sonstiges</hi><hi>.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-049-backlink">49</ref></hi> <hi>I numeri di pagina si conservano su </hi><hi>Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">7</hi><hi> f. 14 (</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲧ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲟ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲍ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>/</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲧ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲟ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲏ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi> [= 377/378]), su P.Vindob. K 9007 (</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲩ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲛ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲁ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>/</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲩ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲛ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲃ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi> [= 451/452]), su Par.</hi><hi> copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">8</hi><hi> ff. 89-90 (</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲩ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲛ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲑ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>/</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲩ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲝ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>, </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲩ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲝ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲁ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>/</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲩ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲝ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲃ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi> [= </hi><hi>459/460, 461/462]), su Oxford, Bodleian Library, Clarendon Press b. 2 </hi><hi>ff. 12-19 (paginazione continua, </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲩ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲝ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲑ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>/</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲩ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲝ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲑ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi> [= 469/470] – </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲩ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲡ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲅ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>/</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲩ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲡ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲇ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi> [= 483/484]), su P.Vindob. K 2699 (= </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲫ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲁ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>/</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲫ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲃ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi> [501/502]), su Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">8</hi><hi> ff. 147-154</hi><hi> (paginazione continua, </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲫ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲝ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲅ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>/</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲫ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲝ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲇ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi> [=</hi><hi> 563/564] – </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲫ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲟ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲍ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>/</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲫ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲟ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲏ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi> [=</hi><hi> 577/578]), su Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">9</hi><hi> f. 87 (</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲭ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲕ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲅ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>/</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲭ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲕ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲇ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi> [= 623/624]), su P.Vindob. K</hi><hi> 15 (</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲭ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲙ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲅ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>/</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲭ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲙ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲇ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi> [= </hi><hi>643/644]), su London, British Library, Add. 34.274 f. 52 +</hi><hi> Par. copt. </hi>129<hi rend="superscript CharOverride-1">10</hi> f. 142 (<hi rend="CharOverride-7">ⲭ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲛ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲅ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi>/<hi rend="CharOverride-7">ⲭ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲛ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲇ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi> [= 653/654]) su Oxford, Bodleian Library, Clarendon Press b. 2 f. 26 e Par. copt. <hi>129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">10</hi><hi> </hi><hi>ff. 119-124 (paginazione continua, </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲭ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲛ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲍ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>/</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲭ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲛ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲏ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi> – </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲭ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲝ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲑ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>/</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲭ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲟ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi> [= 669-670 </hi><hi>– 657/658]), sul Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">10</hi><hi> f. 156 (</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲯ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲓ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲃ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>/</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲯ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲓ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲅ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi> [= 712/713, ma in </hi><hi>realtà 701/702 secondo i calcoli di Schüssler]).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-048-backlink">50</ref></hi> <hi>Segnature di fascicolo</hi><hi> si leggono sul </hi><hi rend="italic">verso</hi><hi> di P.Vindob. K 9007 (ultimo foglio</hi><hi> del fasc. 29 [= </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲕ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲑ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>]), su Oxford, Bodleian</hi><hi> Library, Clarendon Press b. 2 ff. 12r e 19v (rispettivamente,</hi><hi> primo ed ultimo foglio del fasc. 31 [= </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲗ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲁ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>]), su Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">8</hi><hi> ff. 153v (ultimo foglio </hi><hi>del fasc. 37 [= </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲗ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲍ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>]) e 154r (primo </hi><hi>foglio del fasc. 38 [= </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲗ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲏ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>]), su Par. </hi><hi>copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">9</hi><hi> f. 87v (ultimo foglio del fasc. 40 [=</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲙ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>]) e su Oxford, Bodleian Library, Clarendon Press b.</hi><hi> 2 f. 26r (primo foglio del fasc. 43 [= </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲙ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲅ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>]).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-047-backlink">51</ref></hi> <hi>Oltre al caso oxoniense appena ricordato, sono </hi><hi>consecutivi i ff. 147-154 di Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">8</hi><hi> (sette fogli</hi><hi> del fasc. 37 e il primo del fasc. 38) e</hi><hi> i ff. 119-124 del Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">10</hi><hi>.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-046-backlink">52</ref></hi> <hi>Si </hi><hi>veda </hi><hi rend="CharOverride-2">Irigoin</hi><hi> 1959, p. 34, nr. 24a e p. 49.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-045-backlink">53</ref></hi> <hi>P.Vindob.</hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi>K 7244 = P<hi rend="superscript CharOverride-1">96</hi> <hi rend="CharOverride-2">Aland</hi> = sa 288 <hi rend="CharOverride-2">Mink-Schmitz</hi> = TM 61810 = CLM 2617. <hi>Il frammento è </hi><hi>stato edito per la prima volta da </hi><hi rend="CharOverride-2">Orlandi</hi><hi> 1974 (la </hi><hi>datazione proposta è di Guglielmo Cavallo), pp. 49-51, nr. 3 </hi><hi>e più recentemente, per la sola parte greca, da </hi><hi rend="CharOverride-2">Porter, </hi><hi rend="CharOverride-2">Porter</hi><hi> 2008, pp. 1-3, nr. 1 e tav. I. Le</hi><hi> pericopi conservate sono, sul </hi><hi rend="italic">recto</hi><hi>, Mt 3, 10-12 in </hi><hi>copto mentre, sul </hi><hi rend="italic">verso</hi><hi>, Mt 3, 13-15 in greco.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-044-backlink">54</ref></hi> <hi>Si sono comunque individuati, sul </hi><hi rend="italic">recto</hi><hi>, Mt 3, 11 in</hi><hi> greco e Mt 3, 10b-12a in copto mentre sul </hi><hi rend="italic">verso</hi><hi> Mt 3, 13-15a in greco (la colonna copta è del</hi><hi> tutto illeggibile).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-043-backlink">55</ref></hi> P.Vindob. K 8668 = 0238 <hi rend="CharOverride-2">Aland</hi> = nr. 447 <hi rend="CharOverride-2">van Haelst</hi> = sa 350 <hi rend="CharOverride-2">Mink-Schmitz</hi> = TM 61687 = CLM 2406. <hi>Il primo a segnalare il frammento </hi><hi>fu </hi><hi rend="CharOverride-2">Till</hi><hi> 1939, p. 327, nr. 44 e 1940, p. </hi><hi>30, nr. 125; si vedano anche </hi><hi rend="CharOverride-2">Treu</hi><hi> 1965, p. 118 </hi><hi>nota 41; </hi><hi rend="CharOverride-2">Schmid, Elliott, Parker</hi><hi> 2007, p. 142 (e pl.</hi><hi> 25). L’edizione più recente, ma della sola parte greca,</hi><hi> si deve a </hi><hi rend="CharOverride-2">Porter, Porter </hi><hi>2008, pp. 189-190, nr. 42</hi><hi> e pl. XXXIX. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-042-backlink">56</ref></hi> <hi>Se ne conosce almeno un caso: </hi><hi>Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">7</hi><hi> ff. 51, 56 + 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">8</hi><hi> f.</hi><hi> 136 + 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">9</hi><hi> f. 74 + 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">10</hi><hi> f. 193</hi><hi> + 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">19</hi><hi> ff. 83-84 </hi><hi rend="CharOverride-4">[33]</hi><hi>.</hi> <hi>Si veda</hi><hi> </hi><hi rend="italic">infra</hi><hi>, pp. 209-210.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-041-backlink">57</ref></hi> <hi>La datazione è in </hi><hi rend="CharOverride-2">Cavallo</hi><hi> 1975,</hi><hi> p. 48 (= </hi><hi rend="CharOverride-2">Cavallo </hi><hi>2005, p. 199).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-040-backlink">58</ref></hi> London, British Library, pap 2077c = P.Lond.Lit. 212 = nr. 358 <hi rend="CharOverride-2">van Haelst</hi> = 0200 <hi rend="CharOverride-2">Aland</hi> = TM 61821. <hi>La parte </hi><hi>greca è edita da </hi><hi rend="CharOverride-2">Milne</hi><hi> 1927, pp. 180-181, nr. 212 </hi><hi>(P.Lond.Lit. 212). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-039-backlink">59</ref></hi> Montserrat, Abadia de Montserrat, P.Mons.<hi>Roca inv. </hi><hi>nr. 4 (</hi><hi rend="italic">olim</hi><hi> Barcelona, Fundació San Lluc Evangelista, inv. </hi><hi>nr. 4) = 0298 </hi><hi rend="CharOverride-2">Aland</hi><hi> = sa 351 </hi><hi rend="CharOverride-2">Mink-Schmitz</hi><hi> = </hi><hi>TM 68794. Il frammento, la cui </hi><hi rend="italic">editio princeps</hi><hi> si deve </hi><hi>a </hi><hi rend="CharOverride-2">Roca-Puig</hi><hi> 1985, pp. 17-20, è oggi stato ripubblicato come </hi><hi>P.Monts.Roca II 14 per la parte copta e come P.Monts.Roca </hi><hi>IV 49 per quella greca.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-038-backlink">60</ref></hi> <hi>Ad esempio, si veda la</hi><hi> scheda a sa 351 </hi><hi rend="CharOverride-2">Mink-Schmitz</hi><hi>.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-037-backlink">61</ref></hi> <hi>Berlin, Staatliche Museen, </hi><hi>P. inv. 8780 + al-Qāhira, Coptic Museum, inv. 3874 (JdE</hi><hi> 44819) + Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Borg. </hi>Copt. 109, cass. <hi rend="CharOverride-6">xix</hi>, fasc. 74 + Leiden, Rijksmuseum van Oudheden, Ms. Copt. 53 (Ms. Insinger nr. 11) + London, British Library, Or 3579 B (24) + Oxford, Bodleian Library, Clarendon Press b. 2 (fr. 8) ff. 27-30 + Paris, Bibliothèque nationale de France, copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">7</hi> ff. 26-27; copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">9</hi> ff. 90, 94, 98, 101; copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">10</hi> ff. 103, 132-137, 183, 199; copt. 132<hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi> f. 126; copt. 132<hi rend="superscript CharOverride-1">3</hi> f. 233; copt. 132<hi rend="superscript CharOverride-1">4</hi> f. 315; copt. 133<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> ff. 44, 124, 126, 215 + Paris, Musée du Louvre, AF 12415 + Strasbourg, Bibliothèque Nationale et Universitaire, Copt. 29 + Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Papyrussamlung, K 2558; K 2623; K 2629; K 2686; K 2687; K 9092; K 9093; K 9094 = nr. 475 <hi rend="CharOverride-2">van Haelst</hi> = 0236 <hi rend="CharOverride-2">Aland</hi> = sa 103 <hi rend="CharOverride-2">Mink-Schmitz</hi> = sa 525 <hi rend="CharOverride-2">Schüssler</hi> = TM 108256 = CLM 492 = CMCL MONB.LB. La maggior parte dei frammenti della Bibliothèque nationale di Parigi, catalogati da <hi rend="CharOverride-2">Boud’hors</hi> 1987, pp. 46-48, pp. 54-55, p. 59 e pp. 62-63 e <hi rend="CharOverride-2">Boud’hors</hi> 1998, p. 46, è inedita. <hi>Per la pericope greca si veda </hi><hi rend="CharOverride-2">Schmid, Elliott,</hi><hi rend="CharOverride-2"> Parker</hi><hi> 2007, pp. 167-168. Per il foglio del Cairo, si</hi><hi> veda </hi><hi rend="CharOverride-2">Munier</hi><hi> 1916, pp. 11-12, nr. 9223. I fogli conservati</hi><hi> presso la Biblioteca Apostolica Vaticana si leggono in </hi><hi rend="CharOverride-2">Balestri</hi><hi> 1904,</hi><hi> pp. </hi><hi rend="CharOverride-6">xliii-xliv</hi><hi>, nr. </hi><hi rend="CharOverride-6">lxxiv </hi><hi>e pp. 279-285 (riproduzione del </hi><hi>f. 1r a tav. 29; si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-2">Zoega</hi><hi> 1810,</hi><hi> p. 185, nr. </hi><hi rend="CharOverride-6">lxxiv</hi><hi>). Discorso simile per i fogli </hi><hi>conservati ad Oxford le cui </hi><hi rend="italic">variae lectiones</hi><hi> sono segnalate da </hi><hi rend="CharOverride-2">Woide</hi><hi> 1799. I frammenti di Vienna sono editi da Wessely </hi><hi>come Stud.Pal. XII 121 e da </hi><hi rend="CharOverride-2">Till</hi><hi> 1939, pp. 361-370 </hi><hi>nrr. 29, 31, 37, 42. Altri frammenti inediti della collezione </hi><hi>viennese sono citati da </hi><hi rend="CharOverride-2">Till</hi><hi> 1939 (anche </hi><hi rend="CharOverride-2">Till</hi><hi> 1934, </hi><hi rend="CharOverride-2">Till</hi><hi> </hi><hi>1940 e </hi><hi rend="CharOverride-2">Till</hi><hi> 1941). Il frammento berlinese è pubblicato come </hi><hi>BKU I 170 (Leipoldt; si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-2">Beltz</hi><hi> 1978, p. </hi><hi>113, nr. III 81). Il foglio di Leiden è edito </hi><hi>da </hi><hi rend="CharOverride-2">Pleyte, Boeser</hi><hi> 1897, pp. 50-51. Il frammento del Louvre </hi><hi>è inedito; si veda </hi><hi rend="CharOverride-2">Boud’hors</hi><hi> 1999, p. 265, nr. </hi><hi>6.2. Anche il frammento londinese è inedito; si veda P.Lond.Copt. </hi><hi>I 85 descr. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-036-backlink">62</ref></hi> <hi>I 29 fogli conservano la traduzione </hi><hi>copta di Mt 12, 46-49; 13, 5-7; 16, 1-18; 26, </hi><hi>6.7-8.9.14.15-16.17; Mc 4, 11-12.15-17.20-24.26-28.32; 10, 47-52; 11, 1-18; 13, 8-32; </hi><hi>14, 16-20.22-25.29-31.34-37; 15, 19-20.24-27, 39-40; 16, 7-8; Lc 1, 22-24.28-31.35-36.40-42; </hi><hi>3, 16-20.35-38; 4, 1-3; 6, 34.38-39.43-44.48; 7, 25.26.30-34.36.37-39.41-44; 18, 9-11.25-29; </hi><hi>Gv 1, 7.13-14.18-19.32-25.32-34.38-40; 4, 42-48.53-54; 5, 1-11; 6, 12-47.50-71; 7, </hi><hi>1-18.41-52; 8, 12-23; 9, 7-41; 10, 1-41; 11, 1-52; 8, </hi><hi>12-23; 9, 7-41; 10, 1-41; 11, 1-52; 12, 38-50; 13, </hi><hi>1-31; 14, 29-31; 15, 1-27; 16, 1-10.29-33; 17, 1-15; 18, </hi><hi>23-40; 19, 1-42; 20, 1-30; 21, 15-25 in questo ordine. </hi><hi>È stato possibile ricostruire la successione dei fogli, anche grazie </hi><hi>alla paginazione superstite, apposta talvolta dalla prima mano, talvolta dalla </hi><hi>seconda mano (la stessa delle rubriche) nell’angolo superiore esterno. </hi><hi>Si conservano su P.Vindob. K 9094 (</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲙ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲁ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">/ⲙ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲃ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7"> </hi><hi>[= 41/42]), P.Vindob. K 9092 (</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲣ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲓ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲅ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">/ⲣ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲓ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲇ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7"> </hi><hi>[= 113/114]), Or. 3579 B (24) </hi><hi>(</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲣ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲓ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲑ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">/ⲣ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲕ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7"> </hi><hi>[= 119/120]), P.Vindob. K</hi><hi> 9093 ([</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲣ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>]</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲕ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲁ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">/ⲣ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲕ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲃ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>] [= 121/122]), al-Qāhira, Coptic Museum, inv. 3874 (</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲙ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲑ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">/ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲛ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi> [= 249/250]), Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">9</hi><hi> f. 90 (</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲛ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲉ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">/ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲛ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲋ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi> </hi><hi>[= 255/256]), Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">9</hi><hi> f. 94 + P.Vindob. K</hi><hi> 2587 (</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲛ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲑ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">/ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲝ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi> [= 259/260]), </hi><hi>Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">10</hi><hi> ff. 132-136 (</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲝ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲑ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">/ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲟ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi> – </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲟ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲍ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>]/</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲟ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲏ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>] [= 269/270-277/278]), Borg. copt. 109, cass. </hi><hi rend="CharOverride-6">xix</hi><hi>, fasc. </hi><hi>74, ff. 1-2 (</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲡ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲉ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">/ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲡ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲋ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi> – </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲡ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲍ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>/[</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>]</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲡ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲏ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi> [= </hi><hi>285/286-287/288]), Borg. copt. 109, cass. </hi><hi rend="CharOverride-6">xix</hi><hi>, fasc. 74, f. 4</hi><hi> (</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ϥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲉ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">/ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ϥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲋ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7"> </hi><hi>[= 295/296]), </hi><hi>Borg. copt. </hi>109, cass. <hi rend="CharOverride-6">xix</hi>, fasc. 74, f. 5 (<hi rend="CharOverride-7">ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ϥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲑ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">/</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲧ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi> [= 299/300]), Par. copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">10</hi> f. 183 (<hi rend="CharOverride-7">ⲧ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲉ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">/</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲧ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲋ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi> [= 305/306]), Oxford, Bodleian Library, Clarendon Press b. 2 f. 27 (<hi rend="CharOverride-7">ⲧ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲍ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi> [= 307]), f. 29 (<hi rend="CharOverride-7">ⲧ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲓ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲁ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7"> </hi>[= 311]) e f. 30 (<hi rend="CharOverride-7">ⲧ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲓ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲇ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi> [= 314]). <hi>Sopravvivono, infine, tre segnature di fascicolo nell’angolo superiore</hi><hi> interno del Vat. Borg. Copt. 109, cass. </hi><hi rend="CharOverride-6">xix</hi><hi>, fasc. </hi><hi>74, f. 2v (ultimo foglio del fasc. 18 [= </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲓ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲏ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>]), del f. 5v (ultimo del fasc. 19 [= </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲓ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲑ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>]) e del Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">10</hi><hi> f. 199v</hi><hi> (ultimo del fasc. 20 [= </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲕ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>]). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-035-backlink">63</ref></hi> <hi>Ad esempio,</hi><hi> nell’intercolunnio del P.Vindob. K 9094v, in corrispondenza di Mt</hi><hi> 16, 13 sgg., passo che rappresenta il fondamento biblico del</hi><hi> primato petrino (Mt 16, 18 «Tu sei Pietro e su</hi><hi> questa pietra edificherò la mia chiesa»), si legge </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲉϫⲛ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7"> ⲟⲩⲉ</hi><hi>]</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲡ</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲓ</hi><hi>]</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲥⲕⲟⲡⲟⲩ</hi><hi> “riguardo ad un vescovo” (simile </hi><hi>da didascalia sul Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">10</hi><hi> f. 133v, </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲉϫⲙ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7"> ⲟⲩⲁⲣⲭⲏⲉⲡⲓⲥⲕⲟⲡⲟⲥ</hi><hi>, in corrispondenza di Gv 10, 1 sgg. incentrato</hi><hi> sulla figura di Cristo-pastore); nel margine inferiore di P.Vindob. K</hi><hi> 9092r, al di sotto di Mc 11, 1 sgg. con</hi><hi> cui inizia il racconto dell’ingresso messianico di Gesù a</hi><hi> Gerusalemme, si legge </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲉⲧⲃⲉ ⲥⲓⲱⲛ</hi><hi> “riguardo a Sion”; sul London</hi><hi>, British Library, Or. 3579 B (24), sempre nei margini, </hi><hi>se ne leggono ben due, </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲧⲁⲛⲟⲕⲛⲟⲥⲓⲥ</hi><hi> (</hi><hi rend="italic">sic</hi><hi>) </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲉϫⲙ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7"> ⲡⲉⲭ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7"> </hi><hi>“la lettura su Cristo” in relazione a </hi><hi>Mc 12, 35 sgg., in cui Gesù discute la tesi </hi><hi>secondo la quale il Messia è figlio di Davide (didascalia </hi><hi>simile, ma accompagnata da un numerale </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲕ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲅ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7"> ⲉϫⲙ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7"> ⲡⲉⲭ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>, nell’intercolunnio del Par. copt 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">10</hi><hi> f. 103v in corrispondenza di Gv 8, 12 [«Io sono</hi><hi> la luce del mondo»]), e </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲉϫⲙ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7"> ⲑⲁⲙ</hi><hi> “riguardo </hi><hi>alla fine”, in relazione a Mc 13, 1 sgg., versetto </hi><hi>che apre il discorso escatologico di Gesù (Crum in P.Lond.Copt. </hi><hi>I 85 nota anche che l’intero Mc 12, 41 </hi><hi>è stato evidenziato con inchiostro rosso); nel margine inferiore del </hi><hi>Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">9</hi><hi> f. 90v </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲉⲧⲃⲉ ⲡⲟⲉⲓⲕ ⲙ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲡⲱⲛϩ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi> “riguardo al pane della vita”, riprende Gv 6, 35 «Io</hi><hi> sono il pane della vita»; nel margine inferiore del Vat.</hi><hi> Borg. Copt. 109, cass. </hi><hi rend="CharOverride-6">xix,</hi><hi> fasc. 74, f. 1r si</hi><hi> legge </hi><hi rend="CharOverride-7">]ⲁⲛⲁⲅⲛⲟⲥⲓⲥ ⲱϣ ⲟⲛ ⲉϫⲙ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7"> ⲑⲁⲙ</hi><hi> “[…] </hi><hi>lettura; leggi anche riguardo alla fine” con riferimento a Gv </hi><hi>12, 44 sgg. (si veda Gv 12, 47 «non sono </hi><hi>venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo»).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-034-backlink">64</ref></hi> <hi>Ad esempio, nell’intercolunnio del Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">9</hi><hi> f. </hi><hi>94v + P.Vindob. K 2587 si legge </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲉϫⲙ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7"> ⲧⲙⲏⲧⲉ</hi><hi rend="CharOverride-7"> ⲙ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲡⲉϩⲙⲉ ⲛ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ϩⲟⲟⲩ ⲉⲧⲟⲩⲁⲁⲃ </hi><hi>“a metà dei </hi><hi>quaranta giorni santi [= </hi><hi rend="italic">scil</hi><hi>. della Quaresima]” in corrispondenza di</hi><hi> Gv 7, 14 sgg.; nel margine inferiore del Vat. Borg.</hi><hi> Copt. 109, cass. </hi><hi rend="CharOverride-6">xix</hi><hi>, fasc. 74, f. 4r si </hi><hi>specifica che Gv 15, 26 sgg., dove Gesù promette il </hi><hi>Paraclito, ha a che fare con la Domenica di Pentecoste, </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲉϫⲛ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7"> ⲧⲕⲩⲣⲓⲁⲕⲏ ⲛ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲧⲡⲉⲛⲧⲏⲕⲟⲥⲧⲏ</hi><hi>; più elaborata la didascalia </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲉϫⲛ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7"> ⲡⲡⲁⲧⲣⲓⲁⲣⲭⲏⲥ ⲥⲉⲩⲏⲣⲟⲥ ⲓ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲇ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi> “sul patriarca Severo. 14” del</hi><hi> f. 5r, che prima scende in verticale nell’intercolunnio, in</hi><hi> corrispondenza di Gv 17, 1, e poi prosegue al di sotto della seconda colonna.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-033-backlink">65</ref></hi> <hi>Invocazioni di questo tipo sono forse il germe di </hi><hi>quella che </hi><hi rend="CharOverride-2">Zanetti</hi><hi> 1998, pp. 176-177 ha chiamato ‘signature copte’. </hi><hi>Si tratta di una modalità di paginazione e di segnatura </hi><hi>di fascicolo tipica della tradizione manoscritta copta che segue lo </hi><hi>schema «numero di pagina + invocazione (</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲓ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi> + </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲭ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>) + numero del fascicolo || numero di </hi><hi>pagina + invocazione (</hi><hi rend="CharOverride-7">ⲩ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi> + </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲑ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi rend="CharOverride-7">ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>) </hi><hi>+ numero di fascicolo» (nello schema, la doppia barra verticale </hi><hi>indica il passaggio da un fascicolo all’altro). Numero di </hi><hi>pagina e numero di fascicolo si trovano rispettivamente nell’angolo </hi><hi>superiore esterno e in quello interno della pagina. Tuttavia, tale </hi><hi>modalità, così frequente nei manoscritti copto-arabi (ad esempio quelli della </hi><hi>biblioteca del Monastero di San Macario, nello Wādī al-Na</hi><hi>ṭrūn), non è stata osservata finora nei bilingui greco-copti.</hi><hi> Sull’ornamentazione del codice, si veda </hi><hi rend="CharOverride-2">Jansma</hi><hi> 1973, pp. 182-184.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-032-backlink">66</ref></hi> <hi>Sa 525.28 </hi><hi rend="CharOverride-2">Schüssler</hi><hi> traduce, incomprensibilmente, «Allmächtiger, spute Dich, o </hi><hi>höchster Gott».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-031-backlink">67</ref></hi> <hi>A questo proposito, si noti che anche nel</hi><hi> lezionario sa 590</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">L</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">Schüssler</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-4">[36]</hi><hi> [tav. X], che, </hi><hi>come si vedrà, è soltanto parzialmente bilingue, il brano giovanneo </hi><hi>appare sia in greco sia in copto. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-030-backlink">68</ref></hi> <hi>Sul codice </hi><hi>è d’obbligo il rimando a </hi><hi rend="CharOverride-2">Cavallo</hi><hi> 1967, p. 107, </hi><hi>con gli aggiornamenti di </hi><hi rend="CharOverride-2">Orsini</hi><hi> 2005, pp. 172 e 208-210 </hi><hi>(= </hi><hi rend="CharOverride-2">Orsini </hi><hi>2019, pp. 79-81). Più recente la scheda di </hi><hi>D</hi><hi rend="CharOverride-2">’Agostino</hi><hi> 2013, p. 56 con ulteriore bibliografia.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-029-backlink">69</ref></hi> <hi>Oltre a</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">Cavallo</hi><hi> 1967, p. 107, a cui si deve la datazione,</hi><hi> si veda </hi><hi rend="CharOverride-2">D’Aiuto</hi><hi> 2005, pp. 340-341.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-028-backlink">70</ref></hi> <hi>Il foglio </hi><hi>costituisce la sottoscrizione del Sin. gr. 210, evangeliario in maiuscola </hi><hi>ogivale inclinata. Si noti che in questo caso la maiuscola </hi><hi>biblica, impiegata nella sottoscrizione, ha funzione distintiva. Si veda </hi><hi rend="CharOverride-2">Orsini</hi><hi> </hi><hi>2005, p. 199 (= </hi><hi rend="CharOverride-2">Orsini</hi><hi> 2019, p. 68 e p. </hi><hi>69 fig. 34).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-027-backlink">71</ref></hi> <hi>P.Vindob. </hi>K 8662 = 0184 <hi rend="CharOverride-2">Aland</hi> = nr. 398 <hi rend="CharOverride-2">van Haelst</hi> = TM 61767 = CLM 1419. <hi>Pubblicato per la prima volta da Wessely come Stud.Pal. XV</hi><hi> 232, il frammento è stato ripreso in mano, per la</hi><hi> parte copta, da </hi><hi rend="CharOverride-2">Till</hi><hi> 1934, pp. </hi><hi rend="CharOverride-6">xv-xvi</hi><hi> e 29, per</hi><hi> la parte greca, da </hi><hi rend="CharOverride-2">Porter, Porter</hi><hi> 2008, pp. 115-117, nr.</hi><hi> 29 e tavv. </hi><hi rend="CharOverride-6">xxiii-xxiv</hi><hi>. Si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-2">Treu</hi><hi> 1965, </hi><hi>p. 117 nota 31.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-026-backlink">72</ref></hi> <hi>New York, Morgan Library &amp; </hi><hi>Museum, M 661 = sa 517 </hi><hi rend="CharOverride-2">Schüssler</hi><hi> = TM 135946 </hi><hi>(</hi><hi rend="italic">scriptio superior</hi><hi>: TM 135963). Accurata descrizione in P.MorganLib. 46</hi><hi> (</hi><hi rend="italic">scriptio superior</hi><hi>); 263 (</hi><hi rend="italic">scriptio inferior</hi><hi>), pl. 360. </hi><hi>La provenienza del codice è ignota. Esso venne acquistato da </hi><hi>Francis Willey Kelsey nel 1920, quando già era in possesso </hi><hi>di Maurice Nahman; si veda la dettagliata ricostruzione in P.MorganLib.,</hi><hi> pp. LXXVII-LXXVIII.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-025-backlink">73</ref></hi> <hi>I ff. 1, 17, 18 sono costituiti</hi><hi> da tre frammenti. L’ordine delle pagine, secondo il testo</hi><hi> della </hi><hi rend="italic">scriptio superior</hi><hi>, è ff. 17, 2-16. Non identificati </hi><hi>i ff. 1 e 18. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-024-backlink">74</ref></hi> <hi rend="CharOverride-2">Hyvernat</hi><hi> 1935, pp. 52-62. </hi><hi>I brani individuali dallo studioso sono, per il greco, Mc </hi><hi>8, 35-36; 9, 1.19-20.25-26; 10, 32-33.35-37; 11, 14-15.18; 12, 41-43.44 </hi><hi>-13, 2; 14, 11-12.13-14.18-19.22-23 mentre, per il copto, Mc 9, </hi><hi>3-5.6-8.9.10.29-30.31; 10, 22-23.35-37.38-40.43-45; 11, 28-29.23-24.26-39; 13, 4-7.9-10; 14, 16-18.22-23. I </hi><hi>risultati di questo lavoro sono confluiti nel catalogo di P.MorganLib. </hi><hi>263. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-023-backlink">75</ref></hi> <hi>Probabilmente una maiuscola alessandrina unimodulare disposta su due </hi><hi>colonne, stando a quanto si intravede della riproduzione in P.MorganLib.,</hi><hi> pl. 360.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-022-backlink">76</ref></hi> London, British Library, Or. 5707 = nr. 427 <hi rend="CharOverride-2">van Haelst</hi> = 086 <hi rend="CharOverride-2">Aland</hi> = TM 61666 = CLM 3873. <hi>Il frammento è catalogato da Crum in </hi><hi>P.Lond.Copt. I 504 (</hi><hi rend="italic">scriptio inferior</hi><hi>); 528 (</hi><hi rend="italic">scriptio superior</hi><hi>, </hi><hi>con trascrizione). La prima edizione della </hi><hi rend="italic">scriptio inferior</hi><hi> si deve </hi><hi>a </hi><hi rend="CharOverride-2">Crum, Kenyon</hi><hi> 1900. Nuova edizione della </hi><hi rend="italic">scriptio superior</hi><hi>, contenente</hi><hi> una serie di tavole matematiche e problemi la cui logica</hi><hi> non è facile seguire (e per i quali si rimanda</hi><hi> a </hi><hi rend="CharOverride-2">Drescher</hi><hi> 1951) in P.Rain.UnterrichtKopt. 331-332 e tavv. 130-143,</hi><hi> che data la minuscola greca impiegata per esprimere le cifre</hi><hi> al IX secolo. Il codice è stato recentemente sottoposto </hi><hi>ad analisi spettroscopiche e ad interventi di rinforzo del supporto; </hi><hi>ulteriori dettagli in </hi><hi rend="CharOverride-2">Coppen, Jacobs</hi><hi> 2009, pp. 148-155. Si veda </hi><hi>anche </hi><hi rend="CharOverride-2">Treu</hi><hi> 1965, p. 116 nota 27.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-021-backlink">77</ref></hi> <hi>P.Lond.Copt. I</hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi><hi>504</hi><hi> afferma erroneamente che «the fragt. bears on p. 17 [=</hi><hi> f. 9r] the quire-mark </hi><hi rend="CharOverride-7">ⲇ</hi><hi rend="CharOverride-7"></hi><hi>». In realtà la segnatura</hi><hi> è sul f. 11r (= p. 21), come si vede</hi><hi> nella riproduzione in P.Rain.UnterrichtKopt., tav. 140. Di tale segnatura</hi><hi> non fanno cenno né Hasitzka in</hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi><hi>P.Rain.UnterrichtKopt 331-332 né </hi><hi rend="CharOverride-2">Coppen,</hi><hi rend="CharOverride-2"> Jacobs</hi><hi> 2009. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-020-backlink">78</ref></hi> <hi>Numerose osservazioni linguistiche e di storia della</hi><hi> tradizione, in particolare sui rapporti fra questa versione fayyumica e</hi><hi> le rispettive versioni in saidico e bohairico, si leggono in</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">Crum, Kenyon</hi><hi> 1900, pp. 416-418. La complessa situazione è presentata</hi><hi> da </hi><hi rend="CharOverride-2">Askeland</hi><hi> 2012, pp. 156-167, in cui è possibile reperire</hi><hi> ulteriore bibliografia (molto acute, ad esempio, le riflessioni di </hi><hi rend="CharOverride-2">Boud’hors</hi><hi> 2006a, pp. 99-105). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-019-backlink">79</ref></hi> <hi>Su queste caratteristiche, notate per la prima volta già </hi><hi>da </hi><hi rend="CharOverride-2">Krall</hi><hi> 1887, p. 111 e da Crum in P.Fay.Copt.</hi><hi>, p. 1, si vedano soprattutto </hi><hi rend="CharOverride-2">Andersen, Holmen, Tait</hi><hi> 1999, </hi><hi>pp. 2-3 e bibliografia alle pp. 18-19. Tratteggi simili sono </hi><hi>definiti ‘arcaici’ da </hi><hi rend="CharOverride-2">Kahle</hi><hi> 1954, p. 227. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-018-backlink">80</ref></hi> <hi>Al-Qāhira, Coptic</hi><hi> Museum, JdE 44835. La </hi><hi rend="italic">scriptio superior</hi><hi> riporta un frammento del</hi><hi> martirio di un non altrimenti attestato Apa Jiane. Si veda</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">Munier</hi><hi> 1916, nr. 9239. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-017-backlink">81</ref></hi> <hi>Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">16</hi><hi> f. </hi><hi>94. L’identificazione si deve a </hi><hi rend="CharOverride-2">Crum</hi><hi> 1917, p. 68. </hi><hi>Allo stesso codice sembra appartenere un frammento bilingue greco-fayyumico del </hi><hi rend="italic">Vangelo di Luca</hi><hi> (IFAO, copt. 159), anch’esso disposto su </hi><hi>due colonne, una per ogni lingua, individuato da Coquin nella </hi><hi rend="italic">scriptio inferior</hi><hi> di un foglio contenente la versione saidica di </hi><hi>un’omelia sulla Vergine di Cirillo di Alessandria. Si vedano </hi><hi rend="CharOverride-2">Boud’hors</hi><hi> 2006a, p. 84 e nota 13; </hi><hi rend="CharOverride-2">Askeland</hi><hi> </hi><hi>2012, p. 159; </hi><hi rend="CharOverride-2">Buzi</hi><hi> 2022, pp. 192-193. Un secondo foglio </hi><hi>cairense (inv. 3827) condivide le medesime caratteristiche paleografiche e codicologiche </hi><hi>(nonché probabilmente le stesse mani) ma sembra riportare nella </hi><hi rend="italic">scriptio </hi><hi rend="italic">inferior</hi><hi> un brano di Gv già presente nell’Or. 5707. </hi><hi>Si vedano </hi><hi rend="CharOverride-2">Askeland</hi><hi> 2012, p. 159; </hi><hi rend="CharOverride-2">Boud’hors</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">2006</hi><hi>a, </hi><hi>p. 85 e nota 15; P.MorganLib., p. 617 nota 4 </hi><hi>(quest’ultimo la segnalazione di un ulteriore possibile palinsesto). La </hi><hi>questione è nuovamente analizzata da </hi><hi rend="CharOverride-2">Buzi</hi><hi> 2022, pp. 190-192.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-016-backlink">82</ref></hi> <hi>Si</hi><hi> veda </hi><hi rend="CharOverride-2">Nakano</hi><hi> 2000, pp. 150-152 e </hi><hi rend="CharOverride-2">Boud’hors</hi><hi> 2006a,</hi><hi> p. 84. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-015-backlink">83</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="italic">supra</hi><hi>, p. 103 e </hi><hi>nota 33.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-014-backlink">84</ref></hi> Berlin, Staatliche Museen, P. inv. 9108 = nr. 362 <hi rend="CharOverride-2">van Haelst</hi> = 0164 <hi rend="CharOverride-2">Aland</hi> = TM 61812 = CLM 1444. <hi>Sul frammento, pubblicato come BKU I 168, </hi><hi>si vedano </hi><hi rend="CharOverride-2">Leipoldt</hi><hi> 1903, p. 351, </hi><hi rend="CharOverride-2">Treu</hi><hi> 1965, pp. 113-114 </hi><hi>nota 22, e </hi><hi rend="CharOverride-2">Beltz</hi><hi> 1978, p. 113, nr. III 76.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-013-backlink">85</ref></hi> <hi>Così </hi><hi rend="CharOverride-2">Cavallo</hi><hi> 1975, p. 40 nota 93 (=</hi><hi rend="CharOverride-2"> Cavallo </hi><hi>2005,</hi><hi> p. 189 nota 93).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-012-backlink">86</ref></hi> <hi>Come ha dimostrato in modo </hi><hi>incontrovertibile </hi><hi rend="CharOverride-2">Treu</hi><hi> 1965, pp. 113-114 nota 22, correggendo un precedente </hi><hi>errore di Leipoldt, che in BKU I 168 ipotizza che </hi><hi>i due testi corrano parallelamente l’uno all’altro su </hi><hi>colonne affrontate. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-011-backlink">87</ref></hi> <hi>Sicuramente un errore il numero di righe </hi><hi>(25) riportato in 0164 </hi><hi rend="CharOverride-2">Aland</hi><hi>.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-010-backlink">88</ref></hi> London, British Library Or. 4717 (16) = P.Lond.Copt. I 502 = nr. 405 <hi rend="CharOverride-2">van Haelst</hi> = 0239 <hi rend="CharOverride-2">Aland</hi> = TM 61733 = CLM 2445. <hi>Edito</hi><hi> sommariamente da Crum in P.Lond.Copt. I 502, il frammento, dopo</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">Treu</hi><hi> 1965, p. 117 nota 32, è stato oggetto di</hi><hi> un ampio studio da parte di </hi><hi rend="CharOverride-2">Heller</hi><hi> 1969. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-009-backlink">89</ref></hi> <hi>Ampia</hi><hi> discussione in </hi><hi rend="CharOverride-2">Heller</hi><hi> 1969, pp. 200-203 secondo il quale per</hi><hi> ospitare l’intero </hi><hi rend="italic">Vangelo di Luca</hi><hi> (ma non sappiamo se</hi><hi> il medesimo manoscritto contenesse anche altri </hi><hi rend="italic">Vangeli</hi><hi>) erano necessari </hi><hi>circa 220-250 fogli. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-008-backlink">90</ref></hi> P.Vindob. K 8023 bis = nr. 363 <hi rend="CharOverride-2">van Haelst</hi> = 0237 Aland = TM 61811 = CLM 2618. <hi>L’</hi><hi rend="italic">editio princep</hi><hi>s, accompagnata da numerose considerazioni di</hi><hi> carattere linguistico e filologico, si deve a </hi><hi rend="CharOverride-2">Wessely</hi><hi> 1912. Per</hi><hi> il testo fayyumico si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-2">Till</hi><hi> 1934, pp. </hi><hi rend="CharOverride-6">xv</hi><hi> e 226-27. Nuova edizione del testo greco a cura di</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">Porter, Porter</hi><hi> 2008, pp. 81-91, nr. 22 e pl. XX.</hi><hi> Le pericopi conservate sono Mt 15,12-15.17-19 in greco e Mt</hi><hi> 15,13-14.17-19 in copto, il che permette di ricostruire uno specchio</hi><hi> di mm 220 × 180 in cui il testo si</hi><hi> articolava su colonne di 25 righe. Quanto ai margini, rimangono</hi><hi> minime porzioni di quello inferiore e di quello esterno. Sul</hi><hi> frammento è ancora ben visibile la rigatura del tipo 00A2</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">Leroy</hi><hi> eseguita a secco sul lato carne. Si veda anche</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">Treu</hi><hi> 1965, p. 116 nota 29.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-007-backlink">91</ref></hi> <hi>Berlin, Staatliche Museen</hi><hi> P. inv. 5542 = nr. 431 </hi><hi rend="CharOverride-2">van Haelst</hi><hi> = 0260</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-2">Aland</hi><hi> = TM 61665 = CLM 2317. Il frammento venne</hi><hi> edito e discusso per la prima volta da </hi><hi rend="CharOverride-2">Treu</hi><hi> 1965,</hi><hi> pp. 101-104; si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-2">Beltz</hi><hi> 1973, p. 113, nr.</hi><hi> III 82 e </hi><hi rend="CharOverride-2">Horsley</hi><hi> 1982, p. 131, nr. 91.6.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-006-backlink">92</ref></hi> <hi>Almeno secondo il lezionario bohairico. Si veda </hi><hi rend="CharOverride-2">Vaschalde</hi><hi> 1932, pp. </hi><hi>138-139 e </hi><hi rend="CharOverride-2">Rossi</hi><hi> 2016, p. 843.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-005-backlink">93</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-2">Treu</hi><hi> 1965,</hi><hi> p. 101. La datazione è recepita da 0260 </hi><hi rend="CharOverride-2">Aland</hi><hi>. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-004-backlink">94</ref></hi> London, British Library, Or. 4923 (2) = nr. 373 <hi rend="CharOverride-2">van Haelst</hi> = 0204 <hi rend="CharOverride-2">Aland</hi> = TM 61820. <hi>Per la</hi><hi> parte copta si veda P.Lond.Copt. I</hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi><hi>500, mentre per quella</hi><hi> greca </hi><hi rend="CharOverride-2">Passoni Dell’Acqua</hi><hi> 1980, pp. 110-119 e tav. </hi><hi>6. Il frammento è citato anche da </hi><hi rend="CharOverride-2">Treu</hi><hi> 1965, p. </hi><hi>116 nota 30. Il luogo di origine è dibattuto. Van </hi><hi>Haelst nel suo catalogo riporta che il frammento proviene da </hi><hi>Kainepolis, nella Tebaide. La notizia si deve a Crum, che </hi><hi>citando l’autorità di Grenfell, collocava il frammento a «Keneh». </hi><hi>Tuttavia, questa affermazione è giustamente revocata in dubbio da </hi><hi rend="CharOverride-2">Worp</hi><hi> </hi><hi>1998, p. 206, il quale nota che la Tebaide è </hi><hi>zona dialettale saidica e non fayyumica, per cui è più </hi><hi>economico guardare al Fayyum come zona di produzione del manoscritto, </hi><hi>che potrebbe aver viaggiato successivamente (già in antico o seguendo </hi><hi>gli spostamenti dei mercanti di antichità?) nell’Alto Egitto.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-003-backlink">95</ref></hi> <hi>Mt</hi><hi> 24, 30-33.35-37 in fayyumico sul </hi><hi rend="italic">recto</hi><hi>, Mt 24, 39-42.44-48 </hi><hi>in greco sul </hi><hi rend="italic">verso</hi><hi>.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-002-backlink">96</ref></hi> Dublin, Trinity College, Pap. F 138 (<hi rend="italic">olim</hi> Pap. Gr. 134) = nr. 343 <hi rend="CharOverride-2">van </hi><hi rend="CharOverride-2">Haelst</hi> = 0275 <hi rend="CharOverride-2">Aland</hi> = TM 61817 = CLM 1166. <hi>Si veda, per la parte greca, </hi><hi rend="CharOverride-2">Passoni Dell’Acqua</hi><hi> 1980, </hi><hi>pp. 102-107 e tav. 3. La facciata copta non è</hi><hi> stata pubblicata.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-001-backlink">97</ref></hi> <hi rend="CharOverride-2">Van Haelst</hi><hi>, p. 128 parla erroneamente di</hi><hi> un brano in achmimico. Si tratta piuttosto di una versione</hi><hi> copto-fayyumica. La pericope conservata è Mt 5, 19-20.24-25.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-000-backlink">98</ref></hi> <hi>Le </hi><hi>dimensioni ricostruite da </hi><hi rend="CharOverride-2">Passoni Dell’Acqua</hi><hi> 1980, p. 102 restituiscono </hi><hi>un foglio più largo (mm 280) che alto (mm 235-250). I calcoli da me compiuti portano a rifiutare questa ricostruzione.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Luca De Curtis, University of Naples L’Orientale, Italy, <ref target="mailto:luca.decurtis%40unior.it?subject=">luca.decurtis@unior.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0009-0004-8735-3550">0009-0004-8735-3550</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Luca De Curtis, <hi rend="italic">Tetravangeli</hi>, © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.10">10.36253/979-12-215-0960-1.10</ref>, in Luca De Curtis, <hi rend="CharOverride-8">Libri greci e greco-copti nel monachesimo egiziano</hi>, pp. -188, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0960-1, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1">10.36253/979-12-215-0960-1</ref></p><p rend="editorial_metadata_references">Book References DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.references">10.36253/979-12-215-0960-1.references</ref></p></div></div></div>
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