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        <title type="main" level="a">Altri libri neotestamentari</title>
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            <forename>Luca</forename>
            <surname>De Curtis</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Naples L’Orientale, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Libri greci e greco-copti nel monachesimo egiziano</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0960-1</idno>) by </resp>
          <name>Luca De Curtis</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.12</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The chapter presents a systematic codicological and paleographic analysis of surviving Greek-Coptic bilingual manuscript fragments, encompassing New Testament books beyond the Gospels.</p>
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            <item>New Testament Greek-Coptic fragments</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.12<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.12" /></p>
<div><head>X.</head></div><div><head>Altri libri neotestamentari</head><p rend="text">Oltre ai <hi rend="italic">Vangeli</hi>, gli unici altri testi neotestamentari di cui si conservano frammenti bilingui sono due <hi rend="italic">Atti</hi><hi rend="italic"> degli Apostoli</hi> e una collezione di <hi rend="italic">Epistole paoline</hi> (per la verità, solo parzialmente bilingue). Essi non portano alcun elemento di novità, né dal punto di vista paleografico, né dal punto di vista codicologico, rispetto a quanto osservato negli altri testimoni greco-copti. Si noti, tuttavia che entrambi i manoscritti degli <hi rend="italic">Atti</hi> (di cui uno papiraceo) presentano il testo nelle due lingue disposto su colonne affrontate (<hi rend="italic">layout</hi> raramente attestato per i <hi rend="italic">Vangeli</hi>), in un caso vergate in maiuscola biblica (mai osservata in tetravangeli o in lezionari integralmente bilingui).</p><div><head>1. P.Vindob. K 7377-7914 (<hi rend="italic">Atti degli Apostoli</hi>)</head><p rend="text">Con la segnatura P.Vindob. K 7377 + K 7384 + K 7396 + K 7426 + K 7542-7548 + K 7731 + K 7912 + K 7914<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-028">1</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-2">[44]</hi> sono indicati una serie di frammenti papiracei ricondotti ad 11 ff., estremamente lacunosi, di un codice bilingue degli <hi rend="italic">Atti degli Apostoli</hi>. Sulla base del testo tradito<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-027">2</ref></hi></hi>, Schüssler è stato in grado di ipotizzare, per il codice originario, 10 fascicoli di otto bifogli, per un totale di 160 fogli. I frammenti superstiti costituirebbero porzioni di fogli provenienti dai fascc. 7 e 8. La ricostruzione dello studioso, tuttavia, non è supportata né dalla paginazione né dalle segnature di fascicolo, che probabilmente non erano state apposte <hi rend="italic">ab origine</hi>: laddove si conservano i margini, non sembrano esserci tracce di cifre. I fascicoli, almeno quelli superstiti, erano aperti da un lato perfibrale e non contrapponevano facciate omogenee (tranne, ovviamente, che in corrispondenza del centro del fascicolo). </p><p rend="text">Il testo, nelle due lingue, corre parallelamente sulle due colonne di ciascuna pagina, quella di sinistra per il greco, quella di destra per il copto. Le diverse sezioni sono segnalate dall’iniziale ingrandita e leggermente in <hi rend="italic">ektheseis</hi>, accompagnata da una coronide. La scrittura è una maiuscola alessandrina eseguita con <hi rend="italic">ductus</hi> molto posato, che determina degli ingrossamenti al termine dei tratti verticali, dovuti al calamo che, proprio in quei punti, indugia. Lo stesso effetto si verifica in corrispondenza degli occhielli di <hi rend="italic">alpha</hi>, <hi rend="italic">kappa</hi>, <hi rend="italic">my</hi>, <hi rend="italic">ypsilon</hi>, <hi rend="italic">omega</hi>, <hi rend="italic">shai</hi>. Il modulo, al contrario, non è mantenuto costante: <hi rend="italic">epsilon</hi>, <hi rend="italic">theta</hi>, <hi rend="italic">omicron</hi> e <hi rend="italic">sigma</hi> possono presentarsi molto compressi lateralmente (nel qual caso il tratto orizzontale di <hi rend="italic">theta</hi> supera ampiamente il corpo della lettera in entrambe le direzioni) oppure di forma perfettamente circolare. E non mancano realizzazioni intermedie rispetto a questi due estremi, che coinvolgono anche <hi rend="italic">alpha</hi>. I tratti obliqui di <hi rend="italic">delta</hi>, <hi rend="italic">lambda</hi> e <hi rend="italic">giangia</hi>, inoltre, sono ornati da riccioli che possono arrivare a chiudersi formando un occhiello. La struttura bilineare è rigidamente rispettata, anche dalle lettere che strutturalmente sarebbero portate ad infrangerla. Soltanto <hi rend="italic">phi</hi> è di modulo più grande.</p><p rend="text">Irigoin<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-026">3</ref></hi></hi> riferisce questa mano alla seconda metà del VI secolo, a motivo dell’incoerenza che si osserva nel modulo delle lettere, da lui interpretata come momento di passaggio dalla tipizzazione unimodulare a quella a contrasto della maiuscola alessandrina. Come è noto, Cavallo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-025">4</ref></hi></hi> ha definitivamente dimostrato che le due tipizzazioni ebbero uno sviluppo parallelo. Ed invero alcuni elementi come il tratto orizzontale di <hi rend="italic">theta</hi> che taglia il corpo della lettera, i bottoni di inchiostro al termine dei tratti verticali e la stessa artificiosa insistenza sulle forme rotonde delle lettere che abbiano modulo quadrato suggeriscono di abbassare la datazione alla metà del VII secolo, periodo in cui sono collocati esempi di tipizzazione a contrasto modulare quale il P.Vindob. G 19899-19908 + P.Louvre E 10295<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-024">5</ref></hi></hi>, molto simili tanto nell’aspetto generale quanto nei singoli tratteggi agli <hi rend="italic">Atti</hi> viennesi. </p></div><div><head>2.<hi rend="italic"> </hi>Moskva, Puškin Museum, I.1.d.681 (<hi rend="italic">Atti </hi><hi rend="italic">degli Apostoli</hi>) </head><p rend="text">Si conosce un altro codice bilingue, questa volta pergamenaceo, degli <hi rend="italic">Atti degli Apostoli</hi>, indicato dalla segnatura Moskva, Puškin Museum, I.1.d.681<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-023">6</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-2">[23]</hi>. La disposizione del testo ricalca quella già vista nel codice papiraceo: greco e copto corrono parallelamente sulle due colonne della stessa pagina, quella di sinistra per il greco, quella di destra per il copto. Il testo conservato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-022">7</ref></hi></hi> permette di ricostruire pagine di almeno mm 220 × 180 con colonne di circa 26 righe (specchio di mm 160 × 140 circa), a fronte di un frammento di poco più di mm 110 × 130 circa. Giuste queste proporzioni, Weigandt<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-021">8</ref></hi></hi> ha calcolato che per contenere il testo bilingue integrale degli <hi rend="italic">Atti</hi> il codice non poteva avere meno di 140 fogli.</p><p rend="text">Il frammento esibisce una maiuscola biblica dal chiaroscuro elegantemente eseguito ed equilibrato. In <hi rend="italic">alpha</hi>, eseguito in due tempi, i tratti uno e due formano un angolo molto acuto e il terzo tratto non esita a superare il rigo di base, tendenza che si riscontra anche nel tratto obliquo discendente da sinistra verso destra di <hi rend="italic">kappa</hi> (sempre in due tempi, con tenaglia separata dal tratto verticale) e di <hi rend="italic">lambda</hi>. <hi rend="italic">My</hi>, in quattro tempi, ha entrambi i tratti obliqui eseguiti come filetti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-020">9</ref></hi></hi>. L’ornamentazione si limita ai piccoli elementi quadrangolari che rafforzano i tratti orizzontali di <hi rend="italic">gamma</hi>, <hi rend="italic">tau</hi>, il tratto mediano di <hi rend="italic">epsilon</hi> e quelli obliqui di <hi rend="italic">ypsilon</hi>. Questi ultimi, tra l’altro, si incontrano sul rigo di base. A differenza delle altre lettere, inscrivibili in un modulo perfettamente quadrato, <hi rend="italic">my</hi>, <hi rend="italic">pi</hi>, <hi rend="italic">tau</hi>, <hi rend="italic">omega</hi> (e <hi rend="italic">shai</hi>) appaiono più larghi. Il codice è stato riferito al V secolo senza però che siano stati proposti confronti con altri manoscritti in maiuscola biblica<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-019">10</ref></hi></hi>. Tuttavia, l’intensità del chiaroscuro e la qualità dei trattini di coronamento, paragonabili a quelli che si osservano nel celebre <hi rend="italic">Codex Alexandrinus</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-018">11</ref></hi></hi> o nel codice Freer dei <hi rend="italic">Salmi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-017">12</ref></hi></hi>, orientano piuttosto tra la seconda metà del V secolo e l’inizio del VI secolo. Si tratta, in ogni caso, di uno dei più antichi testimoni di codice pergamenaceo bilingue greco-copto.</p></div><div><head>3. Sa 542 Schüssler (<hi rend="italic">Epistole paoline</hi>)</head><p rend="text">Ben 39 fogli pergamenacei, in condizioni più o meno frammentarie, divisi tra le biblioteche europee e non solo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-016">13</ref></hi></hi>, sono stati ricondotti dagli studiosi ad un medesimo codice<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-015">14</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-2">[37]</hi> di grandi dimensioni (mm 385 × 300, con uno specchio di mm 255 × 200 suddiviso su due colonne di 35 righe ciascuna), in origine appartenuto alla biblioteca del Monastero Bianco, contenente una selezione di lettere paoline e di alcuni altri libri neotestamentari. Questi testi compaiono per lo più nella versione copto-saidica<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-014">15</ref></hi></hi>, ma alcune sezioni sono bilingui, circostanza che avvicina il manoscritto al già menzionato tetravangelo sa 525 <hi rend="CharOverride-3">Schüssler</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-013">16</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi><hi rend="CharOverride-5">[32]</hi>. I numeri di pagina<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-012">17</ref></hi></hi> e le segnature di fascicolo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-011">18</ref></hi></hi> conservate hanno permesso di ricostruire un codice di 15 quaternioni (120 ff.) aperti da un lato carne. </p><p rend="text">La sezione più cospicua del codice, in origine, ospitava la versione copta delle quattordici <hi rend="italic">Epistole Paoline</hi>. L’unico brano in greco del <hi rend="italic">corpus</hi> è costituito da 1Cor 1, 22-29. Esso occupa interamente la colonna sinistra e le prime tre righe della colonna destra del Par. copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">11</hi> f. 52r. A partire dalla l. 4 della seconda colonna, segue 1Cor 1, 18-23 in copto. Il solo elemento che segnala il passaggio dalla pericope greca alla pericope copta è l’iniziale leggermente in <hi rend="italic">ekthesis</hi> e di modulo maggiore che apre 1Cor 1, 18, accompagnata da una decorazione fitomorfa che si allunga nell’intercolunnio. Si tratta di una soluzione decorativa del tutto analoga a quanto si osserva, ad esempio, nel passaggio da un capitolo all’altro della stessa lettera. </p><p rend="text">Amélineau<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-010">19</ref></hi></hi>, che per primo studiò il problema, ipotizzò un errore del copista che aveva di fronte un antigrafo bilingue di cui doveva riprodurre solo la parte copta. Ma egli stesso è costretto ad ammettere che la lunghezza del passo greco non è compatibile con un semplice errore di distrazione. Heer<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-009">20</ref></hi></hi>, seguito con forza da Treu<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-008">21</ref></hi></hi>, riprendendo le considerazioni di Amélineau, afferma che i fogli appartenevano ad un lezionario, senza però preoccuparsi di argomentare la sua tesi. Questa posizione è indifendibile: non solo le pericopi sono troppo ampie e mancano completamente le rubriche con le indicazioni liturgiche, ma soprattutto l’ordine delle letture sarebbe prima in copto e poi in greco, in contrasto con la successione che si osserva in tutti i lezionari, nonché con la prassi liturgica. </p><p rend="text">In realtà, dal momento che il testo copto comincia con 1Cor 1, 18 è verosimile che anche l’inserzione greca iniziasse con lo stesso versetto sul foglio precedente, oggi perduto. Schüssler<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-007">22</ref></hi></hi>, dal canto suo, nota che non si tratta di un fenomeno isolato. </p><p rend="text">Una situazione simile, infatti, si osserva nella <hi rend="italic">Lettera a Tito</hi>. Il Cambridge, University Library, Or. 1699 <hi rend="CharOverride-6">Π</hi> x f. 1r ospita Tt 2, 15 – 3, 7 in greco (fino a l. 7 col. 2) seguito da Tt 2, 11 – 3, 1 in copto (sul <hi rend="italic">verso</hi> prosegue il testo copto della lettera che si conclude al f. 2r; segue la <hi rend="italic">Lettera a</hi><hi rend="italic"> Filemone</hi>, sempre in copto). Anche in questo caso, il passaggio da una lingua all’altra non è segnalato da particolari artifici grafici. La pericope copta è aperta da un <hi rend="italic">alpha</hi> di grande formato posto in <hi rend="italic">ekthesis</hi> accompagnato da una coronide leggermente più elaborata rispetto a quelle che marcano sezioni diverse della stessa lettera. Per spiegare questa presenza greca Elliot<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-006">23</ref></hi></hi>, editore del bifoglio, ipotizza, come Amélineau, un errore del copista dovuto alla copia meccanica a partire da un antigrafo bilingue di cui si sarebbe dovuto riprodurre soltanto la parte copta. Contro questa ricostruzione vi è, ancora una volta, la lunghezza del passo greco: è ben difficile che il copista si sia accorto dell’errore solo dopo la trascrizione di 42 linee. L’inizio della versione copta della <hi rend="italic">Lettera a </hi><hi rend="italic">Tito</hi> è contenuto in P.Vindob. K 9078v, fino a Tt 1, 6, cui segue la lacuna di un foglio. Le quattro colonne di scrittura di questo foglio perduto erano sufficienti per ospitare Tt 1, 7 – 2, 10 in copto e Tt 1, 11-14 in greco.</p><p rend="text">Conclusa la sezione paolina, il primo foglio che si conserva, P.Vindob. K. 16, riporta due brani tratti dagli <hi rend="italic">Atti degli Apostoli</hi>: At 1, 6-20 in copto e At 2, 1-5 in greco. Il passaggio da una lingua all’altra avviene sulla seconda colonna del <hi rend="italic">verso</hi>, questa volta segnalato da una doppia linea ornata che inquadra il titolo <hi rend="CharOverride-6">ⲧ</hi>]<hi rend="CharOverride-6">ⲏⲥ</hi> <hi rend="CharOverride-6">ⲡⲉⲛⲧⲏⲕ</hi>(<hi rend="CharOverride-6">ⲟⲥⲧⲏⲥ</hi>), da intendere [<hi rend="CharOverride-6">ⲧⲏ</hi> <hi rend="CharOverride-6">ⲕⲩⲣⲓⲁⲕⲏ</hi> <hi rend="CharOverride-6">ⲧ</hi>]<hi rend="CharOverride-6">ⲏⲥ</hi> <hi rend="CharOverride-6">ⲡⲉⲛⲧⲏⲕ</hi>(<hi rend="CharOverride-6">ⲟⲥⲧⲏⲥ</hi>). È quindi una sorta di rubrica liturgica che si riferisce alla festa di Pentecoste, per la quale è prevista la lettura di At 2, in cui è narrata la discesa dello Spirito Santo. Se questo fosse vero, si avrebbe l’inserimento di una pericope atta a rendere il codice più facilmente utilizzabile, almeno parzialmente, nelle liturgie. </p><p rend="text">Il foglio precedente, oggi perduto, offre uno spazio troppo ampio per il solo testo copto di At 1, 1-5 e troppo ridotto per l’intero testo greco di At 1. È dunque probabile che sul foglio caduto fosse presente almeno un’altra sezione greca. Certo è che il testo copto non iniziava con At 1, 6: la coronide nel margine interno del foglio è simile a quelle che separano piuttosto sezioni diverse all’interno della stessa opera. </p><p rend="text">Non meno problematica la situazione a seguire. Si registra infatti una significativa lacuna di nove fogli (il foglio successivo a P.Vindob. K 16 e tutto il fasc. 14), che comunque rimane troppo piccola per ospitare l’intero libro degli <hi rend="italic">Atti</hi> in copto, tantomeno se con sezioni anche in greco. Schüssler, valorizzando la rubrica liturgica, crede che la pericope greca si concludesse con At 2, 6, in accordo con quanto prevede la liturgia di Pentecoste in altri lezionari.</p><p rend="text">Più coerente la situazione che si osserva negli ultimi due fogli conservati del manoscritto<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-005">24</ref></hi></hi>, London, British Library, Or. 3579B (59) f. 92 e P.Vindob. K 17, con una parte della <hi rend="italic">Prima Lettera</hi><hi rend="italic"> di Pietro</hi>. Ai passi in greco infatti seguono sistematicamente le traduzioni copte dei medesimi brani. Sui due fogli si ha così, in sequenza, 1Pt 2, 7-8 (ma la pericope doveva iniziare dal versetto 3) in greco, 1Pt 2, 3-8 in copto, 1Pt 2, 9-15 in greco, 1Pt 2, 9-17 in copto, 1Pt 2, 21-25 in greco, 1Pt 2, 21 – 3, 4 in copto, 1Pt 5, 1-5 in greco, 1Pt 5, 1 (ma che verosimilmente si deve immaginare proseguisse almeno fino al versetto 5) in copto. Come si vede, la distribuzione del testo tra le due lingue non è uguale e vi è una netta preponderanza del copto sul greco. Di conseguenza, il primo non può essere semplicemente traduzione del secondo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-004">25</ref></hi></hi>. Ma l’alternanza è sistematica e il passaggio da una lingua all’altra è graficamente ben marcato non solo da coronidi più o meno sviluppate ed elaborate, ma soprattutto da una serie di linee ornate simili a quelle che evidenziano la rubrica di At 2, 1-5 in greco. Dal punto di vista della distribuzione del testo greco e del testo copto, dunque, questa sezione petrina è avvicinabile a quanto si osserva nel codice papiraceo P.Strasb.Copt. 362 + 375-379 + 381 + 382 + 384 <hi rend="CharOverride-2">[40]</hi> in cui i brani in greco del <hi rend="italic">Vangelo di Giovanni</hi> sono quantitativamente inferiori a quelli in copto.</p><p rend="text">Come interpretare dati così discordanti? Se in un primo momento aveva visto nel codice una sorta di lezionario, Schüssler, che più di ogni altro si è occupato di questo insidioso manoscritto, alla fine ha preferito parlare di «“un”-normaler Bibelkodex»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-003">26</ref></hi></hi>. A quanto già detto, si può solo aggiungere una considerazione di carattere paleografico. Il codice è vergato in maiuscola biblica, tipologia abbastanza rara nei manoscritti bilingui provenienti dal Monastero Bianco, ma frequentissima in quelli copti. La scrittura esibisce un marcato chiaroscuro tra i tratti verticali e obliqui discendenti da sinistra verso destra, di massimo spessore, e tratti orizzontali e obliqui discendenti da destra verso sinistra, di minimo spessore. Questa norma è violata da <hi rend="italic">my</hi> e <hi rend="italic">ny</hi> in cui i tratti obliqui, indipendentemente dalla loro direzione, sono realizzati da filetti. Per rinforzare i tratti orizzontali, il copista vi aggiunge dei dentelli quadrangolari (ma non in <hi rend="italic">pi</hi>). <hi rend="italic">Epsilon</hi>, <hi rend="italic">theta</hi>, <hi rend="italic">omicron</hi> e <hi rend="italic">sigma</hi> presentano un leggero schiacciamento che determina una forma vagamente ovale, più che tonda, ripresa anche da <hi rend="italic">fai</hi>. <hi rend="italic">Alpha</hi> è in due tempi, con il primo e secondo tratto realizzati con un unico movimento a formare un angolo esasperatamente acuto; la curva superiore di <hi rend="italic">beta</hi> è molto più piccola di quella inferiore; la tenaglia di <hi rend="italic">kappa</hi>, realizzata in un tempo, è in genere separata dal tratto verticale; <hi rend="italic">rho</hi> ha occhiello molto piccolo; <hi rend="italic">ypsilon</hi> è in due tempi; <hi rend="italic">kjima</hi> presenta un tracciato abbastanza angoloso. </p><p rend="text">Nel suo studio sull’evoluzione della maiuscola biblica nei codici in lingua copta, Orsini ha collocato questa mano all’inizio o nella prima metà del secolo VI<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-002">27</ref></hi></hi>. Contro questa datazione così alta, tuttavia, si possono avanzare tre osservazioni. In primo luogo, alla fine del rigo, il copista spesso si lascia sfuggire tracciati alessandrini di <hi rend="italic">alpha</hi>, <hi rend="italic">my</hi> e <hi rend="italic">ypsilon</hi> così come compaiono in manoscritti in maiuscola alessandrina unimodulare a contrasto chiaroscurale assegnati almeno alla prima metà del VII secolo. In secondo luogo, il <hi rend="italic">phi</hi> di grandi dimensioni, il cui corpo invade, in particolare, l’interlinea inferiore e che si staglia nel tessuto grafico, è quasi sconosciuto nelle testimonianze di maiuscola biblica assegnate al VI secolo mentre emerge prepotentemente nei manoscritti in maiuscola alessandrina a partire dal VII secolo come si è visto per il P.Vindob. K 8668 <hi rend="CharOverride-2">[48]</hi>. Ma soprattutto la maiuscola alessandrina a contrasto modulare impiegata per <hi rend="italic">subscriptiones</hi> e <hi rend="italic">inscriptiones</hi> non è riferibile a prima dell’VIII secolo. Un ulteriore elemento di discussione è rappresentato dalle decorazioni: le coronidi più elaborate riprendono modelli (e tinte cromatiche) attestati in altri codici, sempre provenienti dal Monastero Bianco, e riferiti tutti ad un periodo compreso fra l’VIII e il IX secolo. </p><p rend="text">La scrittura del codice paolino, dunque, andrà interpretata come tentativo di imitare modelli, questi sì di VI secolo (ad esempio, il codice Freer delle <hi rend="italic">Epistole</hi> <hi rend="italic">paoline</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-001">28</ref></hi></hi>), operato con ogni verosimiglianza nel pieno dell’VIII sec<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-000">29</ref></hi></hi>. Verso questa interpretazione orienta non solo il chiaroscuro, artificialmente ottenuto in lettere come <hi rend="italic">my</hi> e <hi rend="italic">ny</hi>, ma anche l’aspetto ovale delle lettere tonde, il cui modulo talvolta risulta ingrandito, sintomo, ancora una volta, di uno sforzo imitativo non sempre riuscito.</p><p rend="text">Il fatto che per vergare il codice delle epistole il copista abbia usato una maiuscola biblica manierata non altrimenti attestata nei codici bilingui, è un’ulteriore prova, tra le altre, che il codice non sia nato bilingue. Verosimilmente, il progetto originario prevedeva la realizzazione di un codice delle <hi rend="italic">Epistole</hi> <hi rend="italic">paoline</hi> in copto. Il testo venne tratto però da un antigrafo bilingue, il che spiega le inserzioni di 1Cor 1, 22-29 e Tt 2, 15 – 3, 7 in greco. Una volta accortosi dell’errore, il copista ha preferito, in entrambi i casi, completare la pericope piuttosto che espungere quanto copiato fino a quel momento. Conclusa la trascrizione delle lettere, e visto che era ancora disponibile dello spazio, si decise di procedere alla trascrizione anche di una porzione (o più di una?) degli <hi rend="italic">Atti degli Apostoli</hi>, questa volta già predisposta, in parte, ad essere bilingue (dopotutto, sezioni greche erano già presenti nelle <hi rend="italic">Epistole</hi><hi rend="italic"> paoline</hi>) in funzione di un possibile uso liturgico. La rubrica relativa alla Domenica di Pentecoste che apre la pericope greca di At 2 è eloquente a questo proposito. Infine, a suggello dell’impresa, la trascrizione della <hi rend="italic">Prima Lettera di </hi><hi rend="italic">Pietro</hi> (e di altre epistole cattoliche?), sistematicamente, ma non integralmente, bilingue, dal momento che il testo copto è maggiore rispetto a quello greco. Forse il modello per questa ultima sezione è stato un manoscritto simile alla sezione giovannea del P.Strasb.Copt. 362 + 375-379 + 381 + 382 + 384 <hi rend="CharOverride-2">[40]</hi>, che mai sarebbe stato onorato di una trascrizione in un codice così solenne se quest’ultimo non avesse progressivamente assunto un aspetto così libero e fluido. Un cambio di progetto in corso d’opera fu quindi determinato, o meglio favorito, dall’intrusione del greco in un codice che, per le sue dimensioni e la cura formale della sua scrittura, ebbe sicuramente un ruolo centrale nella vita liturgica della comunità monastica del Monastero Bianco. Per motivi estetici, il codice, nato monolingue, mantiene la maiuscola biblica anche quando progressivamente si avvicina ad una struttura propriamente bilingue. </p><list rend="numbered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-028-backlink">1</ref></hi> <hi>Wien, Österreichische Nationalbibliothek, </hi><hi>Papyrussamlung, K 7377 + K 7384 + K 7396 + </hi><hi>K 7426 + K 7542-7548 + K 7731 + K </hi><hi>7912 + K 7914 = nr. 484 </hi><hi rend="CharOverride-3">van Haelst</hi><hi> = </hi><hi>P</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">41</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">Aland</hi><hi> = sa 541 </hi><hi rend="CharOverride-3">Schüssler</hi><hi> = TM 61739 (il</hi><hi> CLM ancora non ha assegnato al codice un numero identificativo</hi><hi> unitario; i singoli frammenti sono registrati come CLM 2044+2045+2046+2047+2048+2049+2050+2051). I</hi><hi> frammenti sono stati pubblicati a più riprese a partire da</hi><hi> Wessely come Stud.Pal. XV 237 (P.Vindob. K 7542-7458 ripubblicati da</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">Weigandt</hi><hi> 1969, pp. 79-93) seguito da </hi><hi rend="CharOverride-3">Schmitz</hi><hi> 1988, pp. 82-83</hi><hi> (P.Vindob. K 7384+7396+7914), pp. 84-85 (P.Vindob. K 7377+7426+7731) e p.</hi><hi> 86 (P.Vindob. K 7912). Per il testo greco si vedano</hi><hi> anche </hi><hi rend="CharOverride-3">Ropes</hi><hi> 1926, pp. 271-275 e </hi><hi rend="CharOverride-3">Schofield</hi><hi> 1936, pp. 285-291</hi><hi> e da ultimo </hi><hi rend="CharOverride-3">Porter, Porter</hi><hi> 2008, pp. 41-76 nrr. 12-19</hi><hi> e pll.</hi><hi rend="CharOverride-7"> x-xvii</hi><hi>. Una riproduzione anche in </hi><hi rend="CharOverride-3">Henner, Föster, </hi><hi rend="CharOverride-3">Horak</hi><hi> 1999, p. 10, nr. 9. I frammenti sono stati </hi><hi>oggetto dello studio approfondito di </hi><hi rend="CharOverride-3">Weigandt</hi><hi> 1969, pp. 53-73. Si </hi><hi>veda anche da </hi><hi rend="CharOverride-3">Treu</hi><hi> 1965, p. 119 nota 47 e </hi><hi rend="CharOverride-3">Turner</hi><hi> 1977, p. 147.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-027-backlink">2</ref></hi> <hi>Le porzioni degli </hi><hi rend="italic">Atti</hi><hi> conservate sono</hi><hi> in greco At 17, 28-18, 2; 18, 17-18; 18, 22-25;</hi><hi> 18, 27; 19, 1-4; 19, 6-8; 19, 16-17; 19, 18-19;</hi><hi> 20, 9-13; 20, 15-16; 20, 22-24; 20, 26–21,</hi><hi> 4; 21, 26-27; 22, 11-14; 22, 16-17; in copto At</hi><hi> 17, 21-18, 2; 18, 18; 18, 21-22; 18, 25; 18,</hi><hi> 27-28; 19, 2-8; 19, 15; 19, 17-19; 20, 11-16; 20,</hi><hi> 24-21, 1-3; 21, 24-25; 22, 12-14; 22, 26-17. In generale,</hi><hi> sulla tradizione copta degli </hi><hi rend="italic">Atti</hi><hi>, si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Joussen</hi><hi> 1969 </hi><hi>(con una sommaria descrizione del bilingue viennese a p. 14).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-026-backlink">3</ref></hi> <hi>Così </hi><hi rend="CharOverride-3">Irigoin</hi><hi> 1959, p. 37, nr. 38 e p. 49;</hi><hi> anche </hi><hi rend="CharOverride-3">Weigandt</hi><hi> 1969, pp. 55-58.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-025-backlink">4</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo</hi><hi> 1975, </hi><hi>pp. 38-41 (= </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo</hi><hi> 2005, pp. 187-190).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-024-backlink">5</ref></hi> <hi>La datazione è</hi><hi> discussa in </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo</hi><hi> 1975, pp. 47-48 (= </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo</hi><hi> 2005, p.</hi><hi> 196).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-023-backlink">6</ref></hi> <hi>Moskva, Puškin Museum, I.1.d.681 (</hi><hi rend="italic">olim</hi><hi> Sankt-Peterburg, collezione </hi><hi>Golenischev, IG 5409, Copt. 55) = nr. 476 </hi><hi rend="CharOverride-3">van Haelst</hi><hi> </hi><hi>= 0236 </hi><hi rend="CharOverride-3">Aland</hi><hi> = sa 376 </hi><hi rend="CharOverride-3">Mink-Schmitz</hi><hi> (vedi </hi><hi rend="CharOverride-3">Richter, Schulz </hi><hi rend="CharOverride-3">2016</hi><hi>, p. 101) = TM 61714 = CLM 2024. La</hi><hi> provenienza è sconosciuta: Golenischev non era solito conservare la documentazione</hi><hi> relativa all’acquisto dei pezzi che progressivamente ampliavano la sua</hi><hi> collezione privata. Tuttavia, è stata avanzata l’ipotesi del Monastero</hi><hi> Bianco, da dove sicuramente Golenischev acquistò alcuni manoscritti, tra cui</hi><hi> l’attuale Moskva, Puškin Museum, I.1.b.296 (su cui si veda</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">Elanskaya</hi><hi> 1994, pp. 421-426 e pll</hi><hi rend="CharOverride-3">. </hi><hi rend="CharOverride-7">clix-clx</hi><hi>), un </hi><hi rend="italic">Vangelo</hi><hi rend="italic"> di Matteo</hi><hi> copto, graficamente molto affine al frammento bilingue. Sulla</hi><hi> collezione Golenischev si veda almeno </hi><hi rend="CharOverride-3">Elanskaya</hi><hi> 1994, pp. 1-7. Il</hi><hi> frammento fu edito per la prima volta da </hi><hi rend="CharOverride-3">Weigandt</hi><hi> 1969,</hi><hi> pp. 94-95, poi da </hi><hi rend="CharOverride-3">Elanskaya</hi><hi> 1991, pp. 221-222 (anche p.</hi><hi> 258) e di nuovo in </hi><hi rend="CharOverride-3">Elanskaya</hi><hi> 1994, pp. 458-460, nr.</hi><hi> 17, con riproduzione al pl.</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi><hi rend="CharOverride-7">clxxviii</hi><hi> sia del </hi><hi rend="italic">recto</hi><hi> </hi><hi>che del </hi><hi rend="italic">verso</hi><hi>. Una scheda di catalogo si può leggere</hi><hi> in </hi><hi rend="CharOverride-3">Treu</hi><hi> 1966, p. 333 (ma si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-3">Treu</hi><hi> 1965, p. 119 nota 46). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-022-backlink">7</ref></hi> <hi>At 3, 12-13.15-16 sia</hi><hi> in greco sia in copto. Il </hi><hi rend="italic">recto</hi><hi> è, tuttavia, quasi</hi><hi> illeggibile. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-021-backlink">8</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Weigandt</hi><hi> 1969, p. 73, il quale,</hi><hi> tra l’altro, corregge la ricostruzione del formato proposto da</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">Treu</hi><hi> 1965, p. 119 nota 46 (e p. 104).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-020-backlink">9</ref></hi> <hi>Questo tracciato di </hi><hi rend="italic">my</hi><hi>, assieme alla rottura della struttura bilineare</hi><hi> da parte dei tratti obliqui di </hi><hi rend="italic">alpha</hi><hi>, </hi><hi rend="italic">kappa</hi><hi> e </hi><hi rend="italic">lambda</hi><hi> rappresentano due delle quattro caratteristiche che, secondo Orsini, distinguerebbero, </hi><hi>anche se non in modo esclusivo, la maiuscola biblica di </hi><hi>ambiente coptofono da quella di ambito più propriamente greco. Delle </hi><hi>altre due caratteristiche, l’andamento curvo del tratto obliquo di </hi><hi rend="italic">ny</hi><hi> si osserva in un paio di esempi mentre del </hi><hi>tutto assente è l’incurvatura del tratto obliquo discendente da </hi><hi>sinistra verso destra in </hi><hi rend="italic">alpha</hi><hi> e </hi><hi rend="italic">lambda</hi><hi>. Si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Orsini</hi><hi> 2008a, pp. 142-144 (= </hi><hi rend="CharOverride-3">Orsini</hi><hi> 2019, p. 119-124).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-019-backlink">10</ref></hi> <hi>Tale datazione si legge in </hi><hi rend="CharOverride-3">Orsini</hi><hi> 2005, p. 297 </hi><hi>che sostanzialmente riprende </hi><hi rend="CharOverride-3">Treu</hi><hi> 1966, p. 333. </hi><hi rend="CharOverride-3">Elanskaya</hi><hi> 1994, p. </hi><hi>421 non esclude addirittura il IV secolo sulla base del </hi><hi>confronto con P.PalauRib. inv. 183, riferito da </hi><hi rend="CharOverride-3">Quecke</hi><hi> 1981, p. </hi><hi>10 all’inizio del V secolo, piuttosto che alla fine. </hi><hi>Il forte contrasto chiaroscurale tuttavia orienterebbe anche in questo caso </hi><hi>ad abbassare la datazione almeno alla seconda metà del V </hi><hi>secolo.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-018-backlink">11</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">Cavallo 1967, </hi><hi>p.</hi><hi rend="CharOverride-3"> 77 </hi><hi>ha riferito il codice </hi><hi>al «terzo venticinquennio del V secolo», ma pone contestualmente in </hi><hi>dubbio l’origine egiziana (</hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo 1967</hi><hi>, p. 80).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-017-backlink">12</ref></hi> <hi>Washington</hi><hi> (DC), Smithsonian Institution, Freer Gallery of Art, MS II =</hi><hi> nr. 83 </hi><hi rend="CharOverride-3">van Haelst</hi><hi> = 1219 </hi><hi rend="CharOverride-3">Rahlfs</hi><hi> = TM 62061;</hi><hi> sul codice, pubblicato da </hi><hi rend="CharOverride-3">Sanders</hi><hi> 1917 e 1929, si veda</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">Clarke</hi><hi> 2006, p. 37. La datazione all’inizio del VI</hi><hi> secolo si deve a </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo</hi><hi> 1967, pp. 83-84 (e tav.</hi><hi> 72). Al codice vennero aggiunti già in antico sette fogli</hi><hi> (nr. 235 </hi><hi rend="CharOverride-3">van Haelst</hi><hi> = TM 62275) in maiuscola ogivale</hi><hi> inclinata riferiti al VII secolo; si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo</hi><hi> 1967, pp.</hi><hi> 119-120 e tav. 109 e </hi><hi rend="CharOverride-3">Crisci</hi><hi> 2000, p. 19 nota</hi><hi> 99 e tav. 9.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-016-backlink">13</ref></hi> <hi>I frammenti riuniti fino ad </hi><hi>oggi sono Cambridge, University Library, Or. 1699 </hi><hi rend="CharOverride-6">Π</hi><hi> x +</hi><hi> London, British Library, Or. 3579 B (56) f. 88 </hi><hi>+ Or. 3579 B (57) f. 89 + Or. 3579 </hi><hi>B (59) f. 92 + Louvain, Katholieke Universiteit, Universiteitsbibliotheek, Copt.</hi><hi> Lov. 20 + Moskva, Puškin Museum, I.1.b.299 (</hi><hi rend="italic">olim</hi><hi> Sankt-Peterburg</hi><hi>, collezione Golenishchev, 4767, Copt. 9) + Napoli, Biblioteca Nazionale</hi><hi> “Vittorio Emanuele III”, I.B.14, fasc. </hi>118 ff. 25-26 + Oxford, Bodleian Library, Clarendon Press, b. 2 (fr. 11) ff. 35-38 + Paris, Bibliothèque nationale de France, copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">11</hi> ff. 52-53, 69-70, 85-87, 89-93, 95; copt. 132<hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi> f. 5; copt. 133<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> ff. 9, 9a, 10-11, 18, 18a, 18b + Paris, Musée du Louvre, E 10092g + Washington, Catholic University of America, ICOR Coptic Ms. 1 + Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Papyrussammlung, K 16 (<hi rend="italic">olim</hi> Lit. Theol. 16); K 17 (<hi rend="italic">olim</hi> Lit. Theol. 1); K 1111a-b; K 2711; K 9078; K 9079; K 9080; K 9081. <hi>Nella sua</hi><hi> interezza, il codice è indicato nei repertori come nrr. 503</hi><hi> + 535 + 471 + 549 </hi><hi rend="CharOverride-3">van Haelst</hi><hi> = l</hi><hi> 1575 + 0129 + 0203 + 0205 + l 1576</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">Aland</hi><hi> = sa 35</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">L</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">Schmitz 2003</hi><hi> = sa 542 </hi><hi rend="CharOverride-3">Schüssler</hi><hi> = TM 108002 = CMCL MONB.LU = CLM 509. </hi><hi>La bibliografia che si è andata accumulando nei decenni sui </hi><hi>singoli frammenti è piuttosto cospicua. Il bifoglio oggi a Napoli, </hi><hi>già descritto da </hi><hi rend="CharOverride-3">Zoega</hi><hi> 1810, p. 623, nr. </hi><hi rend="CharOverride-7">cclxxxv</hi><hi> che </hi><hi>non riuscì tuttavia ad identificare i testi, fu pubblicato da </hi><hi rend="CharOverride-3">Hebbelynck</hi><hi> 1922 (ma si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-3">Hebbelynck</hi><hi> 1921, p. 7 </hi><hi>e nota 3). La descrizione più recente si deve a </hi><hi rend="CharOverride-3">Buzi</hi><hi> 2009, pp. 285-286. Tra i frammenti parigini, per lo </hi><hi>più inediti, alcuni sono stati identificati da </hi><hi rend="CharOverride-3">Boud’hors</hi><hi> 1987, </hi><hi>pp. 76-80 (per il frammento del Louvre si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Boud’</hi><hi rend="CharOverride-3">hors</hi><hi> 1999 p. 266, nr. 6.2 e nota 82). Il </hi><hi>bifoglio Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">11</hi><hi> ff. 52-53 (su cui si vedano</hi><hi> anche </hi><hi rend="CharOverride-3">Hyvernat</hi><hi> 1896, p. 563; </hi><hi rend="CharOverride-3">Heer</hi><hi> 1912, p. 8 e</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">Treu</hi><hi> 1965, p. 104 e p. 119 nota 48) fu</hi><hi> invece edito, per la parte greca, da </hi><hi rend="CharOverride-3">Amélineau</hi><hi> 1895, pp.</hi><hi> 50-51. Più recente l’edizione di </hi><hi rend="CharOverride-3">Schüssler</hi><hi> 1969, pp. 246-253.</hi><hi> L’edizione del Par. copt. 133</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi><hi> f. 18b è </hi><hi>in sa 542 </hi><hi rend="CharOverride-3">Schüssler</hi><hi>. Per il foglio di Lovanio si</hi><hi> ha a disposizione l’edizione di </hi><hi rend="CharOverride-3">Lefort</hi><hi> 1940a, pp. 10-13,</hi><hi> nr. 20 (= </hi><hi rend="CharOverride-3">Lefort</hi><hi> 1940b, pp. 90-93, nr. 20). I</hi><hi> frammenti viennesi furono editi da Wessely come Stud.Pal. XI 59</hi><hi> (P.Vindob. K 16), 60 (P.Vindob. K 17); Stud.Pal. XII 155</hi><hi> (P.Vindob. K 1111a-b, K 9079 + 9080, K 9081, K</hi><hi> 9078) e da </hi><hi rend="CharOverride-3">Till</hi><hi> 1939, pp. 380-381, nr. 55 (P.Vindob.</hi><hi> K 2711); P.Vindob. K 16 e 17 sono considerati a</hi><hi> parte da </hi><hi rend="CharOverride-3">Treu</hi><hi> 1965, p. 106 e p. 122 nota</hi><hi> 62; nuova edizione della parte greca a cura di </hi><hi rend="CharOverride-3">Porter,</hi><hi rend="CharOverride-3"> Porter</hi><hi> 2008, pp. 281-284, nr. 60 e</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi><hi>tav</hi><hi rend="CharOverride-3">. </hi><hi rend="CharOverride-7">liv</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi><hi>(K 16), pp. 284-290, nr. 61 e tav</hi><hi rend="CharOverride-3">. </hi><hi rend="CharOverride-7">lv</hi><hi> (K</hi><hi> 17). I 4 fogli oxoniensi, costituenti i due bifogli più</hi><hi> interni del fasc. 4, furono editi da </hi><hi rend="CharOverride-3">Woide</hi><hi> 1799, pp.</hi><hi> 176-182 (e parzialmente da </hi><hi rend="CharOverride-3">Engelbreth</hi><hi> 1811, pp. 53-57). Per i</hi><hi> fogli londinesi, inediti, si può vedere P.Lond.Copt. I</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi><hi>130, 133</hi><hi> e 141 (quest’ultimo preso in considerazione anche da </hi><hi rend="CharOverride-3">Treu</hi><hi> 1965, p. 104 e p. 119 nota 50), nonché </hi><hi rend="CharOverride-3">Schüssler</hi><hi> 1991, p. </hi><hi rend="CharOverride-7">lxxx</hi><hi>, nr. 11, mentre il foglio di </hi><hi>Washington è edito da </hi><hi rend="CharOverride-3">Hyvernat</hi><hi> 1900. Il foglio oggi a </hi><hi>Mosca fu edito per la prima volta da </hi><hi rend="CharOverride-3">von</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">Lemm</hi><hi> </hi><hi>1890, pp. 387-388 e successivamente da </hi><hi rend="CharOverride-3">Elanskaya</hi><hi> 1994, pp. 470-472, </hi><hi>con riproduzione a pll. </hi><hi rend="CharOverride-7">clxxxiii-clxxxiv</hi><hi>; si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-3">Elanskaya</hi><hi> </hi><hi>1991, pp. 230-231. A </hi><hi rend="CharOverride-3">Elliot</hi><hi> 1994 si deve la pubblicazione </hi><hi>(con riproduzioni fotografiche) del bifoglio di Cambridge, conosciuto già da </hi><hi rend="CharOverride-3">Treu</hi><hi> 1965, p. 104 e p. 119 nota 48; si </hi><hi>veda anche </hi><hi rend="CharOverride-3">Bethge</hi><hi> 2004, pp. 203-204.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-015-backlink">14</ref></hi> <hi>Ad oggi, lo studio</hi><hi> più completo su questo complesso codice resta </hi><hi rend="CharOverride-3">Schüssler</hi><hi> 1969. Si</hi><hi> vedano anche le considerazioni di </hi><hi rend="CharOverride-3">Elliot</hi><hi> 1994.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-014-backlink">15</ref></hi> <hi>Le pericopi </hi><hi>copte conservate sono: Rm 3, 13-31; 4, 1-25; 5, 1-9; </hi><hi>8, 32.33-34; 9, 3.4.5; 13, 3-4.9; 1Cor 1, 18-31; 2, </hi><hi>1-16; 3, 1-12; 4, 8; 9, 1-12, 9; 13, 2-13; </hi><hi>14, 1-12; 2Cor 12, 21; 13, 1.4-5; Eb 1, 14; </hi><hi>2, 1-17; 3, 1-19; 4, 1-16; 5, 1-14; 6, 1-20; </hi><hi>7, 1-2; 9, 20-28; 10, 1-16; 12, 16-29; 13, 1-10; </hi><hi>Gal 1, 8-11.15.16.22.23; 2, 4-6.9-21; 3, 1-10; Ef 1, 6-23; </hi><hi>2, 1-22; 3, 1-6.8.9; 4, 17-32; 5, 1-13; Fil 3, </hi><hi>1-21; 4, 1-23; Col 1, 1 – 3, 7.8.9-13.14-19.20-25; 4, </hi><hi>1.2-18; 1Tes 1, 1-8.9-10; 2, 1-11.12.13-15-4, 4; 5, 18-19.20-22; 2Tes </hi><hi>2, 2.6.11; 2Tm 4, 2.3-22; Tt 1, 1-6; 2, 11-15; </hi><hi>3, 1-15; Fm 1-15; At 1, 6-20; 1Pt 2, 3-17.21-3, </hi><hi>4; 5, 1.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-013-backlink">16</ref></hi> <hi>Su cui si veda la discussione alle</hi><hi> pp. 172-176.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-012-backlink">17</ref></hi> <hi>La paginazione si legge nell’angolo superiore </hi><hi>esterno dei seguenti fogli: Napoli, Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”,</hi><hi> I.B.14, fasc. 459 ff. 25-26 (</hi><hi rend="CharOverride-6">ⲍ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi>/</hi><hi rend="CharOverride-6">ⲏ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi> – </hi><hi rend="CharOverride-6">ⲑ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi>/</hi><hi rend="CharOverride-6">ⲓ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi> [= 7/8 – 9/10]); Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">11</hi><hi> ff. 52-53 ([</hi><hi rend="CharOverride-6">ⲗⲑ</hi><hi>]/[</hi><hi rend="CharOverride-6">ⲛ</hi><hi>] – </hi><hi rend="CharOverride-6">ⲙ</hi><hi>[</hi><hi rend="CharOverride-6">ⲁ</hi><hi>]/</hi><hi rend="CharOverride-6">ⲙⲃ </hi><hi>[= 39/40 – 41/42]); Oxford, </hi><hi>Bodleian Library, Clarendon Press, b. 2, fr. 11 ff. 35-38 </hi><hi>(</hi><hi rend="CharOverride-6">ⲛ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi rend="CharOverride-6">ⲅ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi>/</hi><hi rend="CharOverride-6">ⲛ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi rend="CharOverride-6">ⲇ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi> – </hi><hi rend="CharOverride-6">ⲛ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi rend="CharOverride-6">ⲑ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi>/</hi><hi rend="CharOverride-6">ⲝ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi> [= 53/54 – 59/60]); Par. copt. 133</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi><hi> f. 9 </hi><hi>(</hi><hi rend="CharOverride-6">ϥⲍ/ϥⲏ</hi><hi> [= 97/98]); P.Vindob. K 1111a</hi><hi> (</hi><hi rend="CharOverride-6">ⲣⲁ</hi><hi>/</hi><hi rend="CharOverride-6">ⲣⲃ</hi><hi> [= 101/102]); P.Vindob. K </hi><hi>9079 (</hi><hi rend="CharOverride-6">ⲣⲅ</hi><hi>/</hi><hi rend="CharOverride-6">ⲣⲇ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi> [= 103/104]); P.Vindob. K</hi><hi> 9080 (</hi><hi rend="CharOverride-6">ⲣⲉ</hi><hi>/</hi><hi rend="CharOverride-6">ⲣⲋ</hi><hi> [= 105/106]); P.Vindob. </hi>K 1111b (<hi rend="CharOverride-6">ⲣⲍ</hi>/<hi rend="CharOverride-6">ⲣⲏ</hi> [= 107/108]); Par. copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">11</hi> f. 69 + P.Vindob. K 2711 + Par. copt. 132<hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi> f. 5 (<hi rend="CharOverride-6">ⲣⲓⲉ</hi>/<hi rend="CharOverride-6">ⲣ</hi><hi rend="CharOverride-6">ⲓⲋ</hi> [= 115/116]); Par. copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">11</hi> f. 70 + f. 11 (<hi rend="CharOverride-6">ⲣⲕⲉ</hi>/<hi rend="CharOverride-6">ⲣⲕⲋ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi> [= 125/126]);<hi rend="CharOverride-3"> </hi>Washington, Catholic University of America, ICOR Coptic Ms. 1 (<hi rend="CharOverride-6">ⲣⲙⲁ</hi>/<hi rend="CharOverride-6">ⲣⲙⲃ</hi> [= 141/142]); Par. copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">11</hi> f. 86 (<hi rend="CharOverride-6">ⲣ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi rend="CharOverride-6">ⲙ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi rend="CharOverride-6">ⲍ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi>/<hi rend="CharOverride-6">ⲣ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi rend="CharOverride-6">ⲙ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi rend="CharOverride-6">ⲏ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi> [= 147/148]); Par. copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">11</hi> ff. 87, 89, 90 (paginazione continua da <hi rend="CharOverride-6">ⲣⲛⲍ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi>/<hi rend="CharOverride-6">ⲣⲛⲏ</hi> a <hi rend="CharOverride-6">ⲣⲝⲁ</hi>/<hi rend="CharOverride-6">ⲣ</hi><hi rend="CharOverride-6">ⲝⲃ</hi> [= 157/158-161/162]); London, British Library, Or. 3579B (57) f. 89 (<hi rend="CharOverride-6">ⲣⲝⲉ</hi>/<hi rend="CharOverride-6">ⲣⲝⲋ</hi> [= 165/166]); Moskva, Puškin Museum, I.1.b.299 (<hi rend="CharOverride-6">ⲣⲝⲍ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi>/<hi rend="CharOverride-6">ⲣⲝⲏ</hi> [= 167/168]); Par. copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">11</hi> f. 91 (<hi rend="CharOverride-6">ⲣ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi rend="CharOverride-6">ⲝ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi rend="CharOverride-6">ⲑ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi>/<hi rend="CharOverride-6">ⲣ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi rend="CharOverride-6">ⲟ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi> [= 169/170]); Par. copt. 129<hi rend="superscript CharOverride-1">11</hi> f. 92 + Par. copt. 133<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> f. 9a (<hi rend="CharOverride-6">ⲣ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi rend="CharOverride-6">ⲟ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi rend="CharOverride-6">ⲁ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi>/<hi rend="CharOverride-6">ⲣ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi rend="CharOverride-6">ⲟ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi rend="CharOverride-6">ⲃ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi> [= 171/172]); P.Vindob. K 9078 (<hi rend="CharOverride-6">ⲣϥ</hi>[<hi rend="CharOverride-6">ⲉ</hi>]/<hi rend="CharOverride-6">ⲣ</hi><hi rend="CharOverride-6">ϥⲋ</hi> [= 195/196]); P.Vindob. K 16 (<hi rend="CharOverride-6">ⲥⲉ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi>/<hi rend="CharOverride-6">ⲥⲋ</hi> [= 205/206]); P.Vindob. K 17 (<hi rend="CharOverride-6">ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi rend="CharOverride-6">ⲕ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi rend="CharOverride-6">ⲍ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi>/<hi rend="CharOverride-6">ⲥ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi rend="CharOverride-6">ⲕ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi rend="CharOverride-6">ⲏ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi> [= 227/228]).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-011-backlink">18</ref></hi> <hi>Se ne</hi><hi> leggono, nell’angolo superiore interno, sul London, British Library, </hi><hi>Or. 3579B (56) f. 88r, primo del fasc. 9 (= </hi><hi rend="CharOverride-6">ⲑ</hi><hi>); sul Par. copt. 129</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">11</hi><hi> ff. 89v e 90r,</hi><hi> rispettivamente l’ultimo del fasc. 10 (= </hi><hi rend="CharOverride-6">ⲓ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi>) e</hi><hi> il primo del fasc. 11 (= </hi><hi rend="CharOverride-6">ⲓ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi rend="CharOverride-6">ⲁ</hi><hi>); sul</hi><hi> London, British Library, Or. 3579B (59) f. 92r, primo </hi><hi>del fasc. 15 (= </hi><hi rend="CharOverride-6">ⲓⲉ</hi><hi rend="CharOverride-6"></hi><hi>).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-010-backlink">19</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Amélineau</hi><hi> 1895, pp. 14-15.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-009-backlink">20</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Heer</hi><hi> 1912, p. 7 </hi><hi>nota 1.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-008-backlink">21</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">Treu</hi><hi> 1965, p. 119 nota 48 parla esplicitamente</hi><hi> di «unübliche Folge koptisch-griechisch».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-007-backlink">22</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Schüssler</hi><hi> 1969, pp. </hi><hi>229-231. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-006-backlink">23</ref></hi> <hi>Così </hi><hi rend="CharOverride-3">Elliot</hi><hi> 1994, pp. 183-184 (= </hi><hi rend="CharOverride-3">Elliot</hi><hi> 2010, </hi><hi>pp. 103-105). Il bifoglio è citato anche da </hi><hi rend="CharOverride-3">Schüssler</hi><hi> 1969, </hi><hi>p. 234.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-005-backlink">24</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Schüssler</hi><hi> 1969, pp. 221-225 per un</hi><hi>’analisi approfondita.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-004-backlink">25</ref></hi> <hi>Sempre </hi><hi rend="CharOverride-3">Schüssler</hi><hi> 1969, p. 225 ha ipotizzato </hi><hi>che i brani greci fossero stati tratti da un manoscritto </hi><hi>in cui le pericopi rispecchiavano la prassi liturgica greco-bizantina. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-003-backlink">26</ref></hi> <hi>Così nella scheda a sa 542 </hi><hi rend="CharOverride-3">Schüssler</hi><hi>.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-002-backlink">27</ref></hi> <hi rend="CharOverride-3">Orsini</hi><hi> 2008a</hi><hi>, p. 136 (= </hi><hi rend="CharOverride-3">Orsini</hi><hi> 2019, p. 113).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-001-backlink">28</ref></hi> Washington (DC), Smithsonian Institution, Freer Gallery of Art, MS IV = nr. 507 <hi rend="CharOverride-3">van Haelst</hi> = 016 <hi rend="CharOverride-3">Aland</hi> = TM 61887; sul codice, pubblicato da <hi rend="CharOverride-3">Sanders</hi> 1918, si veda <hi rend="CharOverride-3">Wayment</hi> 2006. <hi>La</hi><hi> scrittura di questo frammento ha diversi punti di contatto con</hi><hi> il manoscritto delle </hi><hi rend="italic">Epistole paoline</hi><hi>: </hi><hi rend="italic">alpha</hi><hi> con corpo molto </hi><hi>piccolo, </hi><hi rend="italic">my</hi><hi> con entrambi i tratti obliqui di minimo spessore </hi><hi>e soprattutto i grandi </hi><hi rend="italic">phi</hi><hi> che rompono la catena grafica </hi><hi>(si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Orsini</hi><hi> 2008a, pp. 142-144 [= </hi><hi rend="CharOverride-3">Orsini</hi><hi> 2019, </hi><hi>pp. 121-122]). Ma è innegabile che nel Freer MS IV </hi><hi>questi tracciati sono ottenuti con maggior naturalezza ed equilibrio. Il </hi><hi>codice è stato assegnato, tra l’altro, all’area egizio-nitria </hi><hi>da </hi><hi rend="CharOverride-3">Cavallo</hi><hi> 1967, p. 93. Tale localizzazione è stata posta </hi><hi>in dubbio da </hi><hi rend="CharOverride-3">Crisci</hi><hi> 1996, p. 152, che preferisce pensare </hi><hi>alla Mesopotamia. Sulla questione si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Orsini</hi><hi> 2005, pp. 204-206 </hi><hi>e 211 (e </hi><hi rend="CharOverride-3">Orsini </hi><hi>2019, pp. 76-77 e 80).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-000-backlink">29</ref></hi> <hi>Del</hi><hi> tutto priva di giustificazioni la datazione al X-XI secolo proposta da </hi><hi rend="CharOverride-3">Cramer</hi><hi> 1964, tav</hi><hi rend="CharOverride-3">. </hi><hi>61, nr. 29.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Luca De Curtis, University of Naples L’Orientale, Italy, <ref target="mailto:luca.decurtis%40unior.it?subject=">luca.decurtis@unior.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0009-0004-8735-3550">0009-0004-8735-3550</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Luca De Curtis, <hi rend="italic">Altri libri neotestamentari</hi>, © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.12">10.36253/979-12-215-0960-1.12</ref>, in Luca De Curtis, <hi rend="CharOverride-8">Libri greci e greco-copti nel monachesimo egiziano</hi>, pp. -227, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0960-1, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1">10.36253/979-12-215-0960-1</ref></p><p rend="editorial_metadata_references">Book References DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.references">10.36253/979-12-215-0960-1.references</ref></p></div></div>
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  </text>
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