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        <title type="main" level="a">Frammenti patristici</title>
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            <forename>Luca</forename>
            <surname>De Curtis</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Naples L’Orientale, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Libri greci e greco-copti nel monachesimo egiziano</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0960-1</idno>) by </resp>
          <name>Luca De Curtis</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.13</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
          <licence source="text" target="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">
            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>The chapter presents a systematic codicological and paleographic analysis of the very few surviving Greek‑Coptic bilingual manuscript fragments with patristic content, focusing on their reciprocal layout and interaction of the two languages in the texts.</p>
      </abstract>
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            <item>Greek-Coptic patristic fragments</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.13<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.13" /></p>
<div><head>XI.</head></div><div><head>Frammenti patristici</head><p rend="text">Per concludere questa rassegna non resta che considerare gli unici frammenti bilingui di contenuto patristico noti. Si tratta di quattro frammenti indicati dalla segnatura London, British Library Or. 3581 A (92)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-013">1</ref></hi></hi>, a cui si aggiungono<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-012">2</ref></hi></hi> il Bodl. Gr. Theol. f. 2 e 3<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-011">3</ref></hi></hi> <hi rend="CharOverride-2">[15]</hi>. I lacerti appartengono a sei fogli differenti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-010">4</ref></hi></hi> ed il testo, molto lacunoso, di cui sono testimoni è stato identificato in un’omelia di Shenoute sul giudizio finale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-009">5</ref></hi></hi>. Lo specchio scrittorio, di mm 185 × 150 circa, si articola su due colonne in origine di circa 27-28 righe, di cui la prima destinata ad ospitare il testo in greco, la seconda la versione copta<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-008">6</ref></hi></hi>. Tuttavia, lo stato di conservazione dei fogli è tale da permettere di leggere porzioni di una sola colonna per facciata. </p><p rend="text">I sei frammenti appaiono vergati dalla stessa mano, molto esperta, che impiega una maiuscola biblica dal chiaroscuro piuttosto marcato. I tratti orizzontali di <hi rend="italic">epsilon</hi> e <hi rend="italic">tau</hi>, di minimo spessore, sono rinforzati alle estremità da ispessimenti di forma quadrangolare, che compaiono anche sui tratti obliqui di <hi rend="italic">kappa</hi> e <hi rend="italic">ypsilon</hi>. In <hi rend="italic">epsilon</hi>, inoltre, il tratto orizzontale mediano è sensibilmente più corto degli altri due. Delle quattro caratteristiche individuate da Orsini<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-007">7</ref></hi></hi> nei manoscritti copti in maiuscola biblica, se ne osservano tre (tendenza dei tratti obliqui discendenti da sinistra verso destra di <hi rend="italic">alpha</hi>, <hi rend="italic">kappa</hi> e <hi rend="italic">lambda</hi> ad oltrepassare il rigo di base; aspetto curvo dei medesimi tratti obliqui in <hi rend="italic">alpha</hi> e <hi rend="italic">lambda</hi>; incurvatura del tratto obliquo di <hi rend="italic">ny</hi>), mentre in <hi rend="italic">my</hi> i tratti obliqui rimangono di spessore diverso (spesso il tratto due, sottile il tratto tre). Una collocazione entro l’inizio del VI secolo, dopo il quale sembrano apparire con maggiore frequenza <hi rend="italic">my</hi> con entrambi i tratti obliqui di minimo spessore<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-006">8</ref></hi></hi>, appare la più probabile<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-005">9</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’individuazione, in questi frammenti, della versione greca di un’omelia di Shenoute ha dato nuova linfa al dibattito intorno alla formazione culturale di questo personaggio e alla possibilità che possa aver composto anche in greco<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-004">10</ref></hi></hi>. In ogni caso, dal punto di vista della <hi rend="italic">mise en page</hi>, è da notare che la precedenza del greco sul copto non viene alterata. Per quanto riguarda le Sacre Scritture, tale precedenza rispecchia anche una realtà, per così dire, storico-letteraria, dal momento che la versione copta è una traduzione di quella greca. Ma nel caso dell’omelia di Shenoute, ciò non è affatto detto, ed anzi motivi di ordine linguistico rendono difficile pensare che testo greco e testo copto siano semplicemente l’uno la traduzione dell’altro. È probabile che questo ordinamento sia stato influenzato, in qualche misura, dal resto della produzione bilingue. Dopotutto, numerosi frammenti di <hi rend="italic">typika</hi> e di lezionari provenienti dal Monastero Bianco (e non solo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-003">11</ref></hi></hi>) attestano che brani tratti dalle opere di Shenoute, in particolare dalle omelie, avevano un impiego anche liturgico e venivano pertanto letti durante particolari funzioni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-002">12</ref></hi></hi>, e nella celebrazione il greco precede sempre il copto. </p><p rend="text">Data l’esiguità dei frammenti shenoutiani, non è possibile stabilire con certezza se essi facessero parte di un vero e proprio lezionario o se invece appartenessero ad una miscellanea. Rimane innegabile il prestigio di cui dovette godere Shenoute, se almeno uno dei suoi discorsi ebbe un’edizione bilingue al pari delle Sacre Scritture<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-001">13</ref></hi></hi>. È comunque significativo che l’unica opera di sicura attribuzione shenoutiana attestata in manoscritti non provenienti dal Monastero Bianco<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-000">14</ref></hi></hi>, quale appunto è l’omelia <hi rend="italic">De iudicio</hi>, sia anche l’unica attestata in un codice bilingue.</p><list rend="numbered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-013-backlink">1</ref></hi> London, British Library, Or 3581 A (92) = P.Lond.<hi>Copt. I 285. I frammenti, provenienti dal Monastero Bianco,</hi><hi> dove vennero acquistati da Budge nel 1888, sono stati pubblicati</hi><hi> da Crum in P.Lond.Copt. I</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi><hi>285.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-012-backlink">2</ref></hi> <hi>Il primo a </hi><hi>suggerire che i frammenti potessero appartenere al medesimo codice fu </hi><hi rend="CharOverride-3">de Ricci</hi><hi> 1902, pp. 429 e 431. Sul codice, indicato </hi><hi>dalle sigle nrr. 1086 + 1148 </hi><hi rend="CharOverride-3">van Haelst</hi><hi> = TM </hi><hi>65433 = CMCL MONB.XP = CLM 617, si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Emmel</hi><hi> </hi><hi>2004, pp. 335-336.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-011-backlink">3</ref></hi> <hi>Oxford, Bodleian Library, Gr. Theol. f. 2-3;</hi><hi> descrizione sommaria in </hi><hi rend="italic">SC</hi><hi> VI nrr. 31080 e 31081.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-010-backlink">4</ref></hi> <hi>Sulla base del testo conservato, è certo che tra il </hi><hi>Bodl. Gr. Theol. f. 2 e il Bodl. Gr. Theol. </hi><hi>f. 3 è andato perduto un intero foglio, mentre i </hi><hi>quattro frammenti che costituiscono l’Or 3581 A (92) rappresentano </hi><hi>ciò che rimane dei fogli successivi al Bodl. Gr. Theol. </hi><hi>f. 3. Non è possibile determinare se questi fogli appartenessero </hi><hi>ad uno stesso fascicolo oppure no. Si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Emmel</hi><hi> 2004, </hi><hi>p. 336.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-009-backlink">5</ref></hi> <hi>L’identificazione si deve a </hi><hi rend="CharOverride-3">Lucchesi</hi><hi> 1988, pp.</hi><hi> 201-202, il quale si accorse che il testo dei frammenti</hi><hi> bilingui ricalcava quello di un codice papiraceo acefalo di Torino</hi><hi> (Museo Egizio, Cat. 63000, Cod. IV) pubblicato da </hi><hi rend="CharOverride-3">Rossi</hi><hi> 1891.</hi><hi> L’anno successivo, lo stesso studioso pubblicò alcune aggiunte alla</hi><hi> sua memoria, riuscendo a leggere nella </hi><hi rend="italic">subscriptio</hi><hi> il nome </hi><hi rend="CharOverride-4">ⲥⲓⲛⲟⲩⲑⲓⲟⲩ</hi><hi>, “di Shenoute” (</hi><hi rend="CharOverride-3">Rossi</hi><hi> 1892, p. 159 nota 1). La</hi><hi> paternità shenoutiana dell’omelia non venne messa in discussione neanche</hi><hi> da </hi><hi rend="CharOverride-3">Shisha-Halevy</hi><hi> 1975, pp. 55-63 (e </hi><hi rend="CharOverride-3">Shisha-Halevy</hi><hi> 1976, pp. 30-31),</hi><hi> che nelle collezioni della British Library riuscì a individuare sei</hi><hi> fogli pergamenacei, probabilmente provenienti dal Monastero Bianco, contenenti la stessa</hi><hi> omelia di Torino. L’edizione più recente dell’omelia si</hi><hi> deve a H. Behlmer (Mus.Tor. VIII), anch’essa a favore</hi><hi> dell’attribuzione a Shenoute (si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-3">Boud’hors</hi><hi> 2017c,</hi><hi> pp. 128 e 133). Infine, </hi><hi rend="CharOverride-3">Zellmann-Rohrer</hi><hi> 2018 ha pubblicato un</hi><hi> nuovo testimone del testo, P.Hearst inv. 1281, rinvenuto a inizio</hi><hi> ’900 presso Naga‘ ed-Deir, località non distante da This,</hi><hi> da cui invece proviene il codice di Torino.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-008-backlink">6</ref></hi> <hi>Secondo </hi><hi rend="CharOverride-3">Emmel</hi><hi> 2004, p. 136 la situazione sarebbe invertita sul Bodl. </hi><hi>Gr. Theol. f. 2, ma non vi è alcun motivo </hi><hi>per pensarlo.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-007-backlink">7</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Orsini</hi><hi> 2008a, p. 143 (= </hi><hi rend="CharOverride-3">Orsini</hi><hi> 2019, p. 121).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-006-backlink">8</ref></hi> <hi>Sul punto, si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Orsini</hi><hi> 2008a, </hi><hi>pp. 146-147 (= </hi><hi rend="CharOverride-3">Orsini</hi><hi> 2019, pp. 123-124).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-005-backlink">9</ref></hi> <hi>La qualità del</hi><hi> chiaroscuro e un generale aspetto ‘schiacciato’ della scrittura farebbe</hi><hi> escludere il V secolo avanzato da </hi><hi rend="CharOverride-3">Lucchesi</hi><hi> 1988, p. 202.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-004-backlink">10</ref></hi> <hi>Il problema è posto da </hi><hi rend="CharOverride-3">Lucchesi</hi><hi> 1988, il quale </hi><hi>suggerisce che il greco sia la lingua di composizione originaria. </hi><hi>Tuttavia, alcune asperità sintattiche rendono difficilmente accettabile tale ipotesi. Per </hi><hi>questo </hi><hi rend="CharOverride-3">Depuydt</hi><hi> 1990, p. 70 preferisce ragionare non tanto in </hi><hi>termini di testo originale e di traduzione, quanto piuttosto di </hi><hi>«expressions of the same text in two languages by a </hi><hi>native Coptic speaker». Si vedano anche le considerazioni di </hi><hi rend="CharOverride-3">Quecke</hi><hi> </hi><hi>1993 e di H. Behlmer in Mus.Tor. VIII, pp. </hi><hi rend="CharOverride-5">lxx-lxxi</hi><hi>.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-003-backlink">11</ref></hi> <hi>Si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Emmel</hi><hi> 2004, vol. I, p. 380.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-002-backlink">12</ref></hi> <hi>Su</hi><hi> questi aspetti si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Emmel </hi><hi>2004, pp. 75-87 e 361-379.</hi><hi> Al pari delle Sacre Scritture, frasi tratte dalle omelie di</hi><hi> Shenoute potevano essere ricopiate su </hi><hi rend="italic">ostraca</hi><hi> e meditate; si veda</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-3">Dilley</hi><hi> 2017, pp. 103-104. La circolazione ad uso liturgico della</hi><hi> produzione shenoutiana è attestata in particolare nella regione tebana, come</hi><hi> ha messo in luce </hi><hi rend="CharOverride-3">Garel</hi><hi> 2016.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-001-backlink">13</ref></hi> <hi>Recentemente, </hi><hi rend="CharOverride-3">Brakke</hi><hi> 2022, </hi><hi>p. 164 ha sottolineato ancora una volta come «Shenoute constructed </hi><hi>himself as a quasi-biblical author of authoritative monastic literature». Dello </hi><hi>stesso avviso </hi><hi rend="CharOverride-3">Dilley</hi><hi> 2017.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-000-backlink">14</ref></hi> <hi>Per altri codici papiracei, come il</hi><hi> British Museum, EA 71005 pubblicato da </hi><hi rend="CharOverride-3">Behlemr-Alcock</hi><hi> 1996, l’attribuzione</hi><hi> shenoutiana non è affatto pacifica. Si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">Emmel</hi><hi> 2004, vol.</hi><hi> I, pp. 379-382; </hi><hi rend="CharOverride-3">Garel</hi><hi> 2016, p. 190; </hi><hi rend="CharOverride-3">O’Connell</hi><hi> 2018, pp. 87-88.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Luca De Curtis, University of Naples L’Orientale, Italy, luca.decurtis@unior.it, <ref target="https://orcid.org/0009-0004-8735-3550">0009-0004-8735-3550</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Luca De Curtis, <hi rend="italic">Frammenti patristici</hi>, © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.13">10.36253/979-12-215-0960-1.13</ref>, in Luca De Curtis, <hi rend="CharOverride-6">Libri greci e greco-copti nel monachesimo egiziano</hi>, pp. -231, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0960-1, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1">10.36253/979-12-215-0960-1</ref></p><p rend="editorial_metadata_references">Book References DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0960-1.references">10.36253/979-12-215-0960-1.references</ref></p></div>
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