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        <title type="main">Il capitalismo è ancora progressivo?</title>
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            <forename>Cosimo</forename>
            <surname>Perrotta</surname>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2020">2020</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-208-9</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <title>Studi e saggi</title>
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          <idno type="ISBN" subtype="electronic">978-88-5518-208-9</idno>
          <biblScope unit="page">146 pages</biblScope>
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            <p>It is available for online purchase at <ref target="https://www.fupress.com/isbn/9788855182089">https://www.fupress.com/isbn/9788855182089</ref></p>
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        <rs type="FUP_policy" source="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">Firenze University Press Best Practice in Scholarly Publishing</rs>
        <rs type="scientific_cloud" source="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice.2">FUP Scientific Cloud for Books</rs>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>This book explains the nature of capitalism both as a production system and as a historical process. Capitalism has superseded the systems based on rent and privileges, has freed up enterprise, brought in competition, set merit above corporative relations and patronage; has created a steady increase in wealth. The process has generated the development of the middle classes, a critical culture civil rights and democracy. However, the pursuit of profit has always tended to op-press the weaker categories and rob the less advanced economies. These two contrary trends cannot coexist indefinitely. Today the essential clash is between welfare for all and neoliberalism, based on increasing inequalities, rising financial rents and the exploitation of workers.</p>
      </abstract>
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        <p>Questo libro spiega la natura del capitalismo come sistema di produzione e come processo stori-co. Il capitalismo ha superato i sistemi basati sulla rendita e i privilegi e ha creato la libertà di iniziativa e di lavoro, la concorrenza, la prevalenza del merito sui rapporti corporativi o clientelari, la crescita stabile della ricchezza. Ciò ha permesso lo sviluppo dei ceti medi, della cultura critica, dei diritti civili, della democrazia. Tuttavia il profitto ha sempre tentato di opprimere i più deboli e di rapinare i paesi arretrati. Queste due opposte tendenze non possono convivere indefinitamente. Oggi l’allargamento del benessere a tutti si scontra col neoliberismo, basato sulla crescita delle disuguaglianze, l’aumento delle rendite, l’iper-sfruttamento del lavoro. </p>
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            <item>capitalism</item>
            <item>economic freedom</item>
            <item>accumulation</item>
            <item>wages</item>
            <item>middle classes</item>
            <item>inequality</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-208-9<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-208-9" /></p>

<p rend="h1_paratext">Prefazione</p><p rend="text">Questo libro è la traduzione, con leggerissime variazioni, di <hi rend="italic">Is Capitalism Still Progressive? A Historical Approach</hi>, pubblicato da Palgrave, di Londra e New York, il cui manoscritto era stato chiuso a metà gennaio.</p><p rend="text">Ringrazio gli anonimi <hi rend="italic">referee</hi>, sia quelli della versione inglese che quelli della versione italiana, che hanno approvato il progetto e il testo di questa ricerca e mi hanno suggerito opportune modifiche. Ringrazio anche Alessandro Roncaglia, Estrella Trincado, Salvatore Rizzello, Manuela Mosca, Mario Pianta, Claudia Sunna e André Tiran per gli importanti suggerimenti che mi hanno dato e per gli errori rilevati; mio figlio Paolo e sua moglie Maria Irene Sulpizio per avermi indicato alcune preziose fonti di dati; Graham Sells per l’ottimo lavoro con il testo inglese; i familiari e gli amici che mi hanno incoraggiato. Naturalmente sono il solo responsabile degli eventuali errori. Ho consultato personalmente tutti i lavori citati nei Riferimenti e nelle note (e molti altri). </p><p rend="text ParaOverride-2"><hi rend="italic">ottobre 2020  </hi>C. P.</p><p rend="h1_section">Introduzione</p><p rend="h1_chapter ParaOverride-1">Superare il capitalismo?</p><p rend="text">Questo libro non parla del superamento del capitalismo, che oggi molti autori auspicano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-352-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-352">1</ref></hi></hi>. Se prescindiamo dai mille volti che ha assunto nella storia, il capitalismo in senso stretto consiste in un processo stabile di investimento della ricchezza con lo scopo di generare altra ricchezza, nella forma di profitto. In genere questi investimenti sono frutto della libera scelta di individui, mossi dall’interesse personale di arricchire.</p><p rend="text">Il capitalismo è diverso da qualsiasi altro sistema economico precedente perché è l’unico che ha generato una produzione di ricchezza che cresce in modo stabile. In questo senso il capitalismo è stato un progresso fondamentale dell’evoluzione umana; perché ha permesso lo sviluppo di facoltà individuali che prima erano state poco espresse o represse: l’iniziativa individuale, il desiderio di arricchire, il desiderio di veder riconosciuti i propri meriti. </p><p rend="text">C’è stato finora un solo, tragico, tentativo di superare il capitalismo, ispirato dall’idea socialista di abbattere le gravi ingiustizie dello sfruttamento economico. Ma il cosiddetto socialismo reale alla fine fallì economicamente, perché la sua produttività era stagnante. E prima ancora fallì socialmente perché, sin dall’inizio, si rivelò un mostruoso sistema di oppressione e di violenza; cioè esattamente il contrario di quel che voleva essere. Quel fallimento mostra che non si può sostituire in modo permanente l’interesse personale con la dedizione ad un ideale comunitario. Ciò, tanto più in un contesto in cui si era formata (inevitabilmente) una nuova élite privilegiata che contraddiceva la fede egualitaria.</p><p rend="text">Questo non giustifica affatto la tendenza perversa dell’accumulazione capitalistica a sfruttare ed opprimere senza limiti. Ma questa tendenza può essere frenata dalla libertà che la stessa ricchezza consente di ottenere. Il benessere creato dal capitalismo mette in grado gli uomini – o almeno una parte di loro – di crescere culturalmente, di difendersi dal potere e di limitare le ingiustizie generate dalla stessa logica del profitto. Invece la povertà dei ceti più bassi, che domina negli altri sistemi, non fornisce risorse contro l’oppressione. Le società povere sono sempre oppressive.</p><p rend="text">Questo non significa che abbia ragione chi difende l’attuale neo-liberismo. Ad esempio, Iversen e Soskice elogiano il ‘capitalismo avanzato’ di oggi<hi rend="CharOverride-2"> </hi>come un «liberalismo basato sulla conoscenza». Questo capitalismo<hi rend="CharOverride-2"> </hi>starebbe creando una «società della conoscenza» in cui la grande maggioranza si arricchisce<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-351-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-351">2</ref></hi></hi>. Gli autori negano che la politica neo-liberista abbia espropriato la maggioranza degli agenti economici. Anzi, la vedono come il risultato di decisioni consapevoli della maggioranza e di processi diffusi di miglioramento tecnico e professionale. Il presente libro mostra che non è così; il processo virtuoso del welfare state stava andando in quel senso, ma si interruppe troppo presto, per il prevalere degli interessi particolari e corporativi sull’interesse generale.</p><p rend="text">Anche gli studi che affermano il declino storico della violenza sembrano suggerire un deciso ottimismo (sebbene Pinker sia prudente su questo)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-350-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-350">3</ref></hi></hi>. In base ai dati – ad es. sulle differenze fra il medioevo e il presente, o fra i popoli senza stato e i nostri stati – sembra che ci sia un calo quantitativo della violenza privata. E questo possiamo anche registrarlo a merito del capitalismo e della ricchezza che esso ha prodotto. Ma i dati sulla violenza privata non dicono tutto. I genocidi del Novecento, e particolarmente la Shoah non hanno precedenti come degrado dell’umanità. Del Novecento sono anche le decine di milioni di morti dovuti alle guerre o alle lotte ideologiche<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-349-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-349">4</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nemmeno la visione ciclica dello sviluppo rende giustizia al capitalismo. Un ponderoso studio di Van Bavel (2016) analizza diversi casi di sviluppo in diverse aree, prima e durante il capitalismo, in cui si formano delle élite che accentrano la ricchezza, e poi la trasformano in strumento di potere politico. Alla lunga, il predominio delle élite ossifica le istituzioni e porta i fattori di produzione ad agire non più come propulsori di sviluppo ma come fattori di stagnazione. Anche la crisi attuale, afferma l’autore, è il segno di inevitabile decadenza. Ma ci sono diversi fatti che sembrano contraddirlo: la crescita della Cina e di molti paesi africani, la crescita dell’economia digitale e del capitale umano, l’impegno dell’Europa per una nuova economia, verde e immateriale.</p><p rend="text">D’altra parte Milanovic (2017) critica l’idea dell’economia circolare (o doughnut economy)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-348-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-348">5</ref></hi></hi>, a cui contrappone la necessità della crescita. Egli afferma che, alla lunga, le società statiche – anche quando sono ricche – creano scontento, perché il non accontentarsi di quello che si ha è proprio della natura umana ed è perciò ineliminabile. Milanovic però trascura il fatto che il desiderio di avere sempre di più non riguarda necessariamente i beni materiali. Oltre un certo livello di benessere materiale, la maggior parte degli individui ha bisogno di arricchirsi culturalmente, di avere più libertà o più creatività, non aspira a dominare gli altri arricchendosi ancor più sul piano materiale. </p><p rend="text">All’altro estremo, John Stuart Mill, Keynes e, a suo modo, anche Marx pensavano che, grazie alla soddisfazione dei bisogni di tutti, la società sarebbe arrivata ad uno stato appagato e pacifico: lo stato stazionario. In esso gli individui non avrebbero più sgomitato per il successo<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-347-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-347">6</ref></hi></hi>. Tutti avrebbero ripudiato l’<hi rend="italic">auri sacra fames </hi>–<hi rend="italic"> </hi>la esecranda fame dell’oro – come dice Virgilio. Questi grandi autori, però, non tenevano presente che ci sarà sempre una minoranza che persegue l’arricchimento senza limiti. Si può contenere e controllare questa tendenza, ma sarebbe molto pericoloso – ai fini della libertà sociale – cercare di sopprimerla, come ammise lo stesso Keynes<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-346-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-346">7</ref></hi></hi>. In sostanza, anche i teorici dello stato stazionario pensavano alla ricchezza economica solo come insieme di beni materiali. Ma l’arricchimento culturale non ha limiti e può crescere sempre.</p><p rend="text">I seguaci dell’economia circolare – i quali vogliono riciclare i materiali che hanno esaurito la loro funzione rendendoli atti a nuove funzioni produttive – fanno lo stesso errore di limitare il concetto di ricchezza ai beni materiali. Essi sono preoccupati della devastazione ambientale che il consumo incontrollato delle risorse sta producendo. Bisogna quindi limitare i consumi ripetitivi e riciclare in modo sistematico i materiali consumati. Tuttavia, se non si agevola la transizione verso un consumo prevalentemente culturale, si ripete l’utopia della stato stazionario. </p><p rend="text">Il protagonista del consumo culturale è il capitale umano, la cui crescita è stata insieme forza motrice ed effetto dell’accumulazione capitalistica negli ultimi 150 anni. La crescita del capitale umano non consiste solo nella produzione immateriale (come ricerca, istruzione, addestramento, organizzazione, cultura, arte). Essa permette anche di scoprire nuovi usi dei materiali, nuovi materiali e nuove tecniche che risparmiano le risorse. Ma per fare tutto questo bisogna ristabilire il primato dell’interesse generale, lasciando tuttavia spazio all’interesse privato.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-352-backlink">1</ref></hi>	Vedi Sivini (2016), che è una approfondita analisi di diverse teorie della fine del capitalismo.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-351-backlink">2</ref></hi>	Iversen – Soskice (2019), specialmente cap. 4.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-350-backlink">3</ref></hi>	Pinker (2011, ad es.: 692-696).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-349-backlink">4</ref></hi>	Pinker (2011: 337).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-348-backlink">5</ref></hi>	Per la quale vedi Raworth (2017).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-347-backlink">6</ref></hi>	Mill (1848: IV.6.3-9). Marx [1863-83] (<hi rend="italic">Capital III</hi>, VII.XLVIII.13). Keynes (1930).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-346-backlink">7</ref></hi>	Keynes (1936: 24.I).</p><p rend="h1_section">Capitolo I</p><p rend="h1_chapter ParaOverride-3">Il capitalismo crea il progresso</p><p rend="h2">1. Sistemi pre-capitalisti e dominio della rendita</p><p rend="h3 ParaOverride-4">a. Perché il capitalismo è superiore agli altri sistemi</p><p rend="text">Tutti i sistemi economici non capitalisti mancano dei requisiti essenziali che sono propri dell’accumulazione capitalistica, cioè la libertà di scegliersi un lavoro e di arricchirsi; l’uso produttivo del profitto, che viene in gran parte re-investito per ottenere altro profitto; l’aumento continuo della divisione del lavoro, che ha generato la differenziazione dei mestieri e la crescita dei ceti medi. Da questi caratteri primari sono derivati la crescita continua della produttività e della ricchezza, la concorrenza fra individui e la selezione impersonale dei più capaci e, col tempo, la mobilità sociale, la tutela dei diritti individuali, le garanzie giuridiche, la libertà di espressione e di associazione.</p><p rend="text">In genere i sistemi pre-capitalisti distribuiscono i compiti lavorativi fra le varie classi sociali, sorvegliano il lavoro, sfruttano i poveri e allo stesso tempo ne garantiscono la sopravvivenza. Questi sistemi sono essenzialmente dualisti: c’è un’élite dirigente, che controlla la produzione e distribuzione della ricchezza, e una massa di ceti poveri che produce la ricchezza. In essi la divisione del lavoro è poco sviluppata e c’è poco spazio per l’iniziativa individuale. La ricchezza tende a riprodursi sempre nelle stesse quantità (è un sistema di riproduzione semplice, secondo l’espressione di Marx). Quindi, anche le strutture sociali tendono a riprodursi senza molti cambiamenti. Non c’è mobilità sociale, con parziali eccezioni per la classe religiosa e per gli intellettuali. La selezione dei più capaci è basata sulla cooptazione e quindi è spesso casuale e arbitraria.</p><p rend="text">Mentre questi sistemi sono statici, il capitalismo è dinamico; ma proprio per questo è più esposto a squilibri e fallimenti. L’accumulazione capitalistica della ricchezza ha permesso di passare dalla produzione prevalentemente agricola a quella artigianale e commerciale (questa fase è comune anche ad altre civiltà), poi alla manifattura, all’industria, infine all’economia post-industriale, dove prevale la produzione immateriale e la crescita del capitale umano.</p><p rend="text">I sistemi temporalmente più vicini al capitalismo sono di due tipi: quelli feudali o comunque basati sul latifondo, in cui il potere e il sovrappiù sono accentrati nelle mani dei proprietari terrieri, e quelli fortemente centralizzati in cui l’élite è formata dalla classe di governo.</p><p rend="h3">b. L’economia feudale e il latifondo</p><p rend="text">Il capitalismo è nato all’interno del feudalesimo europeo, ma combattendo quel sistema. L’economia feudale, che si ritrova in parecchi contesti storici, si sostiene sul lavoro dei contadini, vincolati in vario modo alla terra (servi della gleba), con l’obbligo delle corvée (il lavoro temporaneo gratuito per il feudatario o per il governo). L’economia feudale è povera, basata sulla rendita e sulla tesaurizzazione, non sul profitto<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-345-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-345">1</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Spesso il feudalesimo nasce perché il potere centrale ha difficoltà ad amministrare direttamente vasti territori, e il sovrano assegna le terre a persone di fiducia per governarle<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-344-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-344">2</ref></hi></hi>. In questo sistema non c’è netta distinzione tra proprietà privata e pubblica. Il feudatario è insieme proprietario e capo politico, opprime i contadini ma ha il dovere di proteggerli e governarli. Spesso il feudo è ereditario<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-343-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-343">3</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il feudalesimo è una forma di latifondo, perché concentra gran parte delle terre nelle mani di poche famiglie. In alcuni casi, il latifondo è indipendente dalla struttura feudale. Ad esempio nella Roma antica, tra il II e il I secolo a.C., i proprietari delle famiglie nobili acquisirono grandi masse di schiavi o di servi (prede di guerra o contadini in rovina) e monopolizzarono la produzione agricola per l’esportazione. I guadagni venivano investiti nell’acquisto di altre terre, perché in un’agricoltura che usa tecniche primitive, la grandezza della rendita dipende strettamente dall’estensione della proprietà; le spese sono minime, perché la terra viene sfruttata poco, e la coltivazione è estensiva.</p><p rend="text">In altri casi il latifondo deriva dal sistema feudale, ma persiste dopo la sua crisi. Nella Germania del Sud-est e in tutta l’Europa orientale il latifondo si estese nell’età moderna perché aumentò la domanda di generi alimentari nell’Europa occidentale (che era in fase di sviluppo). In Russia la servitù della gleba fu abolita solo nel 1861, ma non ne seguì l’effettiva liberazione dei contadini<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-342-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-342">4</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Nel Sud d’Italia la feudalità fu abolita nel 1806-08, dai sovrani napoleonici, ma i grandi proprietari riuscirono a riaggregare il latifondo e a far fallire le nuove aziende contadine<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-341-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-341">5</ref></hi></hi>. Il latifondo entrò in crisi solo negli anni Cinquanta del Novecento, a causa della riforma agraria e, soprattutto, della massiccia emigrazione. In Portogallo e in Spagna, il dominio del latifondo entrò in crisi negli anni Sessanta del Novecento, in seguito all’apertura all’economia internazionale.</p><p rend="text">Fuori d’Europa, nel sec. XX la concentrazione della proprietà terriera arrivava ancora a punte tra il 70 e il 90% della terra, posseduta da poche centinaia di proprietari. In Etiopia la riforma agraria arrivò nel 1975. Nel resto dell’Africa sub-sahariana, in Iraq (dove l’1% della popolazione possedeva il 75% della terra), in India, Pakistan e Indonesia il latifondo si era rafforzato durante la colonizzazione europea, spesso distruggendo la vecchia economia comunitaria dei villaggi<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-340-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-340">6</ref></hi></hi>. In Cina la crisi del latifondo avvenne solo con la vittoria di Mao (nel 1949). Nei paesi coloniali il latifondo cominciò a frantumarsi dopo le varie guerre di liberazione degli anni Sessanta del Novecento. </p><p rend="text">In Giappone il sistema feudale durò per molti secoli. Organizzato in modo solido e gestito dai grandi feudatari, si basava sulla classe militare dei samurai e sulla direzione centrale dei nobili di corte. La sua abolizione formale, nel 1871, fu l’inizio di un processo di riforme e modernizzazione, che venne osteggiato dai samurai con diverse rivolte, ma fu guidato dal governo centrale, che agiva in nome dell’imperatore. Solo più tardi le imprese economiche vennero affidate completamente ai privati. Alla fine del secolo il sistema feudale era scomparso<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-339-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-339">7</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In India l’esistenza di grandi proprietà viene attestata già nel secondo millennio a.C. La casta dei guerrieri (Ksatriya) – la seconda dopo i bramini – era quella dei proprietari terrieri, i quali impiegavano schiavi o salariati legati alla terra (Sudra) per i lavori dei campi. Dal XVIII secolo a. C. al X d.C. ci fu una struttura feudale nel nord dell’India; dopo l’anno Mille la troviamo nel Rajasthan e nell’India centrale. Nelle altre regioni indiane c’erano le comunità di villaggio oppure un’amministrazione centralizzata. Gli inglesi, affidando le terre incolte agli esattori delle tasse, che avevano incarichi ereditari, crearono una nuova classe di proprietari terrieri fedeli alla corona britannica. La vecchia nobiltà terriera fu emarginata; ma più tardi, ai maharaja venne restituito il potere per arginare le rivolte anti-inglesi<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-338-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-338">8</ref></hi></hi>. Al momento dell’indipendenza la concentrazione della proprietà terriera era ancora altissima. Il 5% delle famiglie possedeva il 41% della terra e il 61% più povero ne possedeva l’8%<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-337-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-337">9</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In Messico la struttura di tipo feudale dell’<hi rend="italic">hacienda</hi> entrò in crisi dopo la rivoluzione del 1910, ma tuttora non è scomparsa. In Argentina il latifondo è rimasto in molte aree, ma si è trasformato in azienda capitalistica di produzione ed esportazione di carne. Secondo l’ONU, nel 1960 in tutta l’America Latina 108mila proprietari possedevano il 65% della terra privata, con una media di 4300 ettari a testa<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-336-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-336">10</ref></hi></hi>. In sostanza, in tutta l’America Latina il latifondo, introdotto dai conquistatori spagnoli e portoghesi, ha resistito a qualsiasi tentativo di riforma.</p><p rend="text">Nei sistemi feudali o latifondisti c’era (c’è) un’enorme distanza tra i redditi del feudatario/proprietario e quelli di contadini e artigiani. Ma ancora più importante era la differenza di potere. Adam Smith scrive che i feudatari europei consumavano le loro rendite non tanto per possedere beni di lusso quanto per mantenere un gran numero di servi e di uomini armati e ostentare il loro potere<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-335-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-335">11</ref></hi></hi>. Spesso l’abolizione formale dei vincoli feudali, non solo non ha migliorato ma ha addirittura peggiorato la condizione dei ceti più bassi. I latifondisti, liberati dall’obbligo di difendere la popolazione e di garantirne la sopravvivenza, hanno potuto sfruttare di più i contadini, che erano eternamente indebitati con loro e impossibilitati a cambiare lavoro.</p><p rend="text">In alcuni casi, però, il latifondo è servito a creare l’investimento capitalistico e si è trasformato in azienda produttiva moderna, come in Argentina e in Austria nel sec. XX. Max Weber descrive questo processo nella Germania orientale, in Polonia e in Russia nel sec. XIX<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-334-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-334">12</ref></hi></hi>. In Inghilterra, le <hi rend="italic">enclosures</hi> (cioè le recinzioni che privatizzavano abusivamente le terre comuni) furono particolarmente intense nei secoli XV-XVI e XVIII-XIX, quando lo sviluppo capitalistico accelerò, grazie alla manifattura della lana, nel primo caso, e alla lavorazione industriale del cotone, nel secondo.</p><p rend="text">In molte regioni dominate a lungo dalla struttura feudale o dal latifondo (Irlanda, Sud Italia, Europa orientale, America Latina, India, Medio Oriente e Sud-est asiatico) non è difficile vedere ancor oggi le tracce dei vecchi sistemi. Ad esempio nei privilegi riconosciuti per costume ai più ricchi. In questi casi, favoritismi ed abusi prevalgono sul merito e sulla concorrenza e l’investimento tende a trasformarsi in rendita. In queste regioni la democrazia è debole, c’è paternalismo e scarsa trasparenza. La carenza più grave è la debolezza numerica e culturale dei ceti medi; che partecipano in parte dei privilegi dei più ricchi e tendono alla rendita più che al profitto.</p><p rend="h3">c. I sistemi centralizzati</p><p rend="text">In altri sistemi il latifondo ha avuto un ruolo secondario, ma il capitalismo ugualmente non ha attecchito perché la società è rimasta dualistica. In Cina, dopo una fase di tipo feudale, con i grandi proprietari perennemente in guerra fra di loro (fase dei signori della guerra, VIII-IV secolo a.C.), si afferma un rapporto diretto tra il sovrano e i contadini. Nel terzo secolo a.C. i grandi proprietari furono addirittura espropriati ed esiliati. Nacque una classe di burocrati (i mandarini), selezionati per concorso e provenienti dalla piccola nobiltà terriera, che controllavano le amministrazioni locali per conto dell’imperatore ed erano sostituibili<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-333-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-333">13</ref></hi></hi>. In seguito il sovrano dovette accettare il ricostituirsi di una classe di nobili agrari, ma questa non ebbe mai più il potere politico. </p><p rend="text">D’altra parte i mercanti non potevano accedere al concorso per diventare mandarini. Perciò, nota Schefold, lo stato non istituì – come in Europa – il sistema di credito e il diritto contrattuale, che erano indispensabili a sviluppare il commercio, e lasciò quest’ultimo ai margini dell’economia<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-332-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-332">14</ref></hi></hi>. Ciò impedì alla Cina, pur essendo stata per molti secoli tecnicamente più avanzata dell’Europa, di generare il capitalismo. </p><p rend="text">Proprio nella fase in cui l’Europa si preparava al passaggio al capitalismo, la Cina conobbe una grande fioritura economica e civile sotto le due dinastie Song, quella settentrionale (960-1127) e quella meridionale (1127-1279). Le invenzioni tecniche della Cina di allora vanno dalla stampa a caratteri mobili alla polvere da sparo, dalla carta moneta alla bussola. Si sviluppano anche l’industria del ferro e delle armi; i cantieri navali e una grande flotta mercantile; la produzione di porcellane, seta e velluto. Al legno, come combustibile per la produzione della ghisa, viene sostituito il carbone. Le imprese statali sono affiancate da quelle private. Le corporazioni artigiane e mercantili fissano i salari e i prezzi, come in Europa. Nel sec. XII, un po’ in anticipo rispetto a Firenze e alle Fiandre, si sviluppano in Cina grandi opifici con centinaia di operai salariati. </p><p rend="text">Con le dinastie Yuan (1279-1368) e Ming (1368-1644) questo sviluppo va ancora avanti. Si creano scuole in ogni provincia; nasce un grande flusso commerciale che coinvolge i mercanti islamici dell’Asia orientale. Fioriscono le arti e la letteratura; e nel sec. XVII si adotta il vaccino contro il vaiolo, cent’anni prima di Jenner. Nel sec. XVIII si sviluppano ulteriormente l’agricoltura e la canalizzazione delle acque; c’è una forte crescita demografica; viene riorganizzato il sistema amministrativo e quello fiscale. Nelle città si sviluppa la piccola borghesia. Viene persino abolita la servitù<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-331-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-331">15</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Tuttavia, sotto le dinastie Song, si rafforza l’uso dell’esame di stato che seleziona i mandarini. Questi erano simili alla gentry inglese, però quest’ultima seppe utilizzare il latifondo dei feudatari per fare investimenti a scopo di profitto e promosse il decollo del capitalismo inglese. Invece i letterati-funzionari cinesi, fedeli alle regole di Confucio, amministravano il popolo paternalisticamente, provvedevano (con i granai pubblici) a superare carestie e inondazioni, lavoravano «per il benessere del popolo», ma furono definiti da Billeter «una delle classi più sfruttatrici della storia»<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-330-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-330">16</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Inoltre, proprio nel periodo Song i contadini cinesi si trasformarono in mezzadri, e vennero soggetti alle corvée per creare dighe e canali. La donna perse lo status precedente e fu obbligata ai piedi fasciati e ad accettare le concubine del marito<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-329-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-329">17</ref></hi></hi>. Le attività commerciali, artigianali e industriali vennero subordinate alle esigenze della rendita agraria. Gradualmente la Cina diventò una società immobile, dominata dagli agrari. È lo stesso destino di decadenza che subirono la Spagna e l’impero Ottomano nell’età moderna.</p><p rend="text">L’impero Ottomano (sec. XIV-XX) risentiva molto delle origini nomadi dei turchi, e si organizzò come macchina di conquista militare. Il capo dell’impero, per compensare le truppe delle vittorie, lasciava loro il godimento del bottino. Col tempo si aggiunsero altre forme di pagamento, come la proprietà della terra conquistata, col solo obbligo di imporre tasse e darne una parte allo stato. Per contenere il potere della nobiltà turca, furono istituiti eserciti mercenari. L’esercito regolare e la burocrazia erano costituiti dagli schiavi (ragazzi originariamente cristiani strappati alle famiglie e allevati come fedeli servitori del sultano). Quest’ultimo modello nel sec. XVI si generalizzò e assorbì le altre forme assunte dall’élite. </p><p rend="text">L’élite dell’impero era quindi fatta tutta di schiavi del sultano, che avevano potere e ricchezza ma che potevano decadere in ogni momento. Il sultano era padrone di tutte le fonti della ricchezza. Questa soluzione fu favorita dalla lunga lotta del sultano contro i notabili. Ma, una volta sconfitti i notabili, la classe degli schiavi personali (i ragazzi rapiti) non ebbe più freni e finì col dominare lo stesso sultano. Dal sec. XVII in poi, questa classe si appropriò delle terre assegnate come preda di guerra e le trasformò in latifondi, che non comportavano alcun obbligo verso il sultano. La corruzione e il nepotismo crebbero, fino a portare l’impero ad una lunga decadenza<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-328-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-328">18</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Sotto questa struttura di potere, sostenuta solo dalla ricchezza conquistata in guerra, c’erano le comunità sociali, spesso in rivalità fra loro, fatte di artigiani e mercanti, che regolavano la vita dei sudditi secondo norme morali e religiose tradizionali. Come in Cina e in Spagna, la società ottomana non andò mai oltre l’economia artigianale e commerciale. Il divieto religioso dell’interesse monetario frenava l’iniziativa economica. Quando l’espansione si fermò, l’impero Ottomano declinò, come tutti gli altri imperi basati soltanto sull’appropriazione delle ricchezze altrui. Anche nelle altre società islamiche c’erano una florida attività artigianale e agricola e una grande tradizione mercantile. Ma la struttura sociale e il divieto dell’interesse monetario preclusero lo svilupparsi del capitalismo.</p><p rend="h2">2. Il capitalismo: investimento e profitto</p><p rend="h3 ParaOverride-4">a. Come nasce il capitalismo. Libertà e iniziativa</p><p rend="text">Intorno all’anno Mille d.C. nell’Europa occidentale nasce una nuova economia, grazie al desiderio degli individui più intraprendenti di sfuggire al feudalesimo oppressivo. Alcune innovazioni in agricoltura permisero il formarsi di un sovrappiù, come spiegarono gli economisti del sec. XVIII<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-327-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-327">19</ref></hi></hi>. Il sovrappiù venne investito, e questo aumentò i commerci e sviluppò la divisione sociale del lavoro (crescita di nuovi mestieri)</p><p rend="text">La base del capitalismo è proprio l’investimento, in cui la ricchezza viene impiegata per produrre beni o servizi e venderli. L’investimento privato per accrescere la propria ricchezza esisteva anche in passato. Nella tradizione ebraica era lecito prestare denaro a interesse e arricchirsi attraverso il commercio. Ce n’è traccia persino nel Vangelo, nella metafora del servo che custodisce il denaro affidatogli senza farlo fruttare, e per questo viene punito dal padrone. Si trattava però di pratiche molto ristrette, che non cambiavano l’economia della società.</p><p rend="text">Nel medioevo europeo la crescita del commercio stimolò la produzione e suscitò la rinascita dell’artigianato nelle antiche città romane. Molti servi della gleba si sottrassero agli obblighi feudali e scapparono nelle città per lavorare come artigiani<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-326-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-326">20</ref></hi></hi>. Per sfuggire al signore feudale, essi si misero sotto la protezione del vescovo, l’unica autorità rimasta nelle città durante l’alto medioevo. I feudatari combatterono per secoli contro la fuga dei servi della gleba. Ottennero dal sovrano leggi sempre più severe per punire i transfughi, fino alla mutilazione e alla morte. Ma tutto fu inutile.</p><p rend="text">Molte città furono riconosciute come autonome (non sottoposte a un feudatario), e ottennero privilegi per esportare e importare merci. Il commercio e l’artigianato si svilupparono innanzitutto nelle aree in cui il potere politico era più debole, e non era in grado di impedire le autonomie cittadine. Fiorirono Amalfi e altre città dell’Italia meridionale, Venezia e poi le città della Dalmazia e dell’Italia centrale; ma anche Barcellona, le città della Provenza, delle Fiandre, della Lega Anseatica<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-325-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-325">21</ref></hi></hi>.<hi rend="CharOverride-2"> </hi>In queste città il lavoro non era più determinato dalla nascita, ma diventò gradualmente una libera scelta. Gli artigiani si organizzarono in corporazioni, formarono armate cittadine e combatterono contro i feudatari, o contro il sovrano o la chiesa quando insidiavano la loro autonomia. I casi più eclatanti di queste lotte sono la lotta dei Comuni del Nord Italia contro gli imperatori: Federico Barbarossa (sec. XII) e poi Federico II (sec. XIII); la crociata nel Sud della Francia contro gli Albigesi (sec. XIII); la lotta dei fiamminghi contro il re di Spagna (sec. XVI).</p><p rend="text">Le corporazioni, però, ponevano forti limiti alla libera concorrenza. Regolavano minuziosamente le forme di lavorazione e di commercio, le quantità da produrre, ecc. Le conoscenze tecniche del mestiere erano segrete, e venivano trasmesse con l’apprendistato. Alla lunga, le corporazioni divennero un freno allo sviluppo<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-324-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-324">22</ref></hi></hi>, tanto che nel sec. XVIII Turgot le soppresse in Francia perché ostacolavano il libero scambio<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-323-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-323">23</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nel sec. XIV, a Firenze, Bruges, Lione, ecc., nacquero i primi opifici che lavoravano la lana con centinaia di dipendenti salariati. Intorno al XVI secolo l’imprenditore comincia a differenziarsi dal mercante. Egli acquista la bottega artigiana, e suddivide le mansioni fra gli operai, che quindi si specializzano. L’artigiano tende a perdere la proprietà della bottega e il controllo del processo lavorativo; diventa anche lui un salariato, come i suoi operai. Nasce così la manifattura, la prima forma di organizzazione capitalistica della produzione<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-322-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-322">24</ref></hi></hi>. L’industria della lana spinse i grandi proprietari a distruggere essi stessi il regime feudale che avevano difeso così accanitamente contro i servi della gleba transfughi. Soprattutto in Spagna e in Inghilterra (i paesi che producevano la lana più pregiata), i proprietari privatizzano illegalmente i feudi (<hi rend="italic">enclosures</hi>),<hi rend="CharOverride-2"> </hi>li destinano a pascolo per le pecore e poi vendono la lana grezza alle filande fiorentine e fiamminghe. È il fallimento più clamoroso del feudalesimo nella sua lotta contro il capitalismo.</p><p rend="h3">b. Le radici culturali</p><p rend="text">Perché il capitalismo nacque solo in Occidente? Non c’è un’unica causa; i fattori furono diversi, ma la loro convergenza creò quell’aspirazione alla libertà dell’individuo che non si trova in altri sistemi sociali. Innanzitutto c’è la ricerca critica, razionale, come attività diversa e indipendente dalle credenze religiose e dalla precettistica morale. La filosofia che nacque in Grecia nel VI secolo a.C. è diversa dagli altri sistemi di pensiero, perché ha dato vita al metodo scientifico, che non riconosce alcuna autorità nella ricerca, e valorizza l’individuo in quanto essere razionale. Mokyr esprime un concetto simile quando scrive che l’Europa, a differenza della cultura ebraica, cinese e islamica, nell’età moderna si liberò dell’autorità tradizionale della cultura e delle istituzioni<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-321-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-321">25</ref></hi></hi>.</p><p rend="text"> Il cristianesimo introdusse altri elementi, come l’idea che tutti gli uomini sono uguali in quanto figli di Dio. Questo principio toglie alle differenze sociali il carattere di differenze naturali. Inoltre la concezione della colpa e del pentimento individuale sottrae il comportamento morale al costume, fa dell’individuo il centro dell’azione morale e lo responsabilizza. </p><p rend="text">Oltre alle idee, anche l’organizzazione della società ha avuto un ruolo decisivo nella nascita del capitalismo. In Europa occidentale, durante l’alto medioevo, la mancanza di schiavi portò i monaci a impiegare contadini liberi per riavviare l’agricoltura, con l’obbligo di migliorare lo stato del terreno (contratto di enfiteusi). A differenza dal monachesimo orientale, mistico e contemplativo, per i monaci occidentali l’attività lavorativa diventò una norma morale. Com’è noto, la prima importante Regola monastica, quella di S. Benedetto, del VI secolo, ha il motto <hi rend="italic">Ora et labora </hi>(prega e lavora).</p><p rend="text">Un altro fattore importante fu il rapporto conflittuale tra potere religioso e potere politico. In tutte le esperienze non europee c’è stata la fusione fra i due poteri o il dominio di un potere sull’altro. Ad esempio, nell’impero romano d’Oriente molto presto il potere politico dominò quello religioso, mentre in Occidente il crollo dell’impero romano portò il papato a tentare per molti secoli di conquistare l’egemonia. Ma questi tentativi non riuscirono. Si creò un conflitto tra i due poteri – durato fino al sec. XIX – che, alla lunga, portò gli europei a vedere la società non come il prodotto di un’autorità superiore ma come la fonte dei diversi poteri. Le aspirazioni anti-autoritarie vennero ereditate e rielaborate dall’umanesimo e dal Rinascimento. Alla fine del medioevo, l’individuo acquisisce una dignità indipendente. L’uomo, dicono gli umanisti, è al centro dell’universo e lo riassume in sé. E fra le sue legittime aspirazioni c’è quella di arricchire<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-320-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-320">26</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">L’aspirazione ad arricchire è vista con sospetto in tutte le economie statiche. Infatti, quando la ricchezza non aumenta, l’arricchimento di qualcuno, invece di aggiungere ricchezza al gruppo sociale, ne sottrae una parte. Aristotele condannò l’arricchimento con un aforisma che dominò la cultura occidentale per duemila anni: «L’arricchimento di uno è l’impoverimento di un altro». Il desiderio di arricchire è quindi destabilizzante e antisociale. La stessa idea di un’economia a somma zero viene ripetuta un po’ da tutti gli autori antichi e medievali, fra cui ricordiamo S. Girolamo (IV-V sec.), S. Tommaso (XIII sec.), perfino Montaigne (XVI sec.)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-319-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-319">27</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">L’aforisma contro l’arricchimento è connesso con un altro famoso divieto aristotelico, quello dell’interesse sul prestito di denaro, allora chiamato usura. Esso, dice Aristotele, è innaturale, perché il denaro non è un bene che soddisfa un bisogno ma solo uno strumento<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-318-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-318">28</ref></hi></hi>. La riscoperta di Aristotele nel medioevo (fatta dai filosofi arabi) rafforzò la diffidenza verso l’interesse monetario. I filosofi scolastici però erano in gran difficoltà, perché avrebbero dovuto condannare tutta la nuova economia che cresceva rapidamente in Europa.</p><p rend="text">Tuttavia, un monaco francescano del XIII secolo, Pietro di Giovanni Olivi, contraddicendo Aristotele, legittimò l’interesse monetario. Egli spiegò che il denaro usato come capitale è diverso da quello usato per il consumo; è come le sementi che fruttificano e generano una quantità maggiore di quella che contengono<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-317-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-317">29</ref></hi></hi>. Tre secoli dopo i calvinisti ripresero, in termini più duri, la critica alla tesi di Aristotle contro l’usura<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-316-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-316">30</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La legittimità dell’arricchimento e la dignità del lavoro, affermati dagli umanisti e poi dai calvinisti, vennero applicati anche al lavoro del mercante. Ciò contrastava una millenaria tradizione negativa e fondava un’etica del commercio<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-315-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-315">31</ref></hi></hi>. In seguito a questi principi, la cultura del capitalismo rivendicò i diritti generali dell’individuo: il diritto alla vita, alla sicurezza e alla libertà (<hi rend="italic">habeas corpus</hi>), al possesso di quanto si produce, a un processo equo, infine alla libertà di coscienza<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-314-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-314">32</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Lungo i secoli, la crescita delle libertà e dei diritti è andata di pari passo con l’aumento della produttività e della ricchezza. Questa connessione ha creato un meccanismo di progresso economico e civile unico nella storia. Di ciò si resero conto i maggiori pensatori di fine Seicento e dell’illuminismo<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-313-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-313">33</ref></hi></hi>. Nel pensiero illuminista troviamo anche la migliore analisi della libera concorrenza. Quesnay mostra che l’economia cresce solo se c’è la concorrenza, che seleziona i più efficienti<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-312-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-312">34</ref></hi></hi>. D’altra parte Smith, dimostra che lo scambio si basa sulla reciproca convenienza, ed è il fondamento della dignità individuale<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-311-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-311">35</ref></hi></hi>. Dallo scambio, afferma Smith, deriva la divisione del lavoro, che è la fonte dell’aumento della produttività e del progresso tecnico (vedi cap. III).</p><p rend="text">La lotta per la libertà e per le garanzie portò gradualmente al controllo delle istituzioni dal basso. L’aumento del sovrappiù venne progressivamente distribuito a nuovi strati sociali. Ciò favorì l’evoluzione del costume e la crescita dell’istruzione. La spirale virtuosa tra aumento dei consumi (cioè del benessere) e aumento della produttività ha potenziato la responsabilità individuale e – fra le altre cose – ha portato all’emancipazione della donna.</p><p rend="text">Alcuni storici hanno indicato tra i fattori culturali che hanno generato il capitalismo anche l’idea di progresso. In realtà è stato il capitalismo a generare l’idea di progresso, non viceversa. Prima di Bayle, Locke e Mandeville il progresso non era teorizzato<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-310-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-310">36</ref></hi></hi>. Quell’idea era esistita solo ad Atene fra i razionalisti del V secolo a.C., che però la intendevano soltanto come evoluzione del passato fino al presente, senza riferirla al futuro<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-309-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-309">37</ref></hi></hi>.</p><p rend="h3">c. La lotta contro la rendita</p><p rend="text">L’economia della rendita si basa sui privilegi, acquisiti di fatto o riconosciuti dal diritto. Le élite di questa economia si appropriano di gran parte della ricchezza sociale, disprezzano il merito personale e apprezzano il possesso della terra, tendono all’arbitrio e alla corruzione. Nella letteratura mondiale si trovano molti capolavori che descrivono in modo impietoso la classe dei <hi rend="italic">rentiers</hi>, da <hi rend="italic">Le anime morte </hi>di Gogol a <hi rend="italic">Il</hi> <hi rend="italic">Gattopardo</hi> di Tommasi di Lampedusa – sebbene Veblen (1899) descriva allo stesso modo i <hi rend="italic">rentiers</hi> del capitalismo.</p><p rend="text">Comunque sia, il capitalismo è nato attraverso una lotta secolare contro la rendita feudale. Il feudalesimo occidentale trovava legittimazione nel potere universale dell’impero o del papato. Ma di fatto si traduceva in una gerarchia di capi e capetti locali, con una larga autonomia che portava all’arbitrio. Quindi l’universalismo medievale si traduceva di fatto in un localismo chiuso e asfissiante, pieno di divieti e di imposte su ogni tipo di passaggio, trasporto e attività.</p><p rend="text">Per contrastare questi usi costrittivi, l’economia capitalista abbandonò lo spirito universalistico/localistico e assunse una dimensione statale; ma essa rimaneva presente sul piano internazionale attraverso il commercio fra gli stati<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-308-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-308">38</ref></hi></hi>. La lotta dei nuovi ceti produttivi urbani (mercanti, artigiani, professionisti) contro la rendita feudale non avrebbe avuto successo senza l’appoggio dei sovrani. Ceti produttivi e sovrano avevano un nemico comune: i feudatari, i quali resistevano sia all’autorità del sovrano sia alla nuova economia urbana.</p><p rend="text">L’unico modo per sottomettere i feudatari era di privarli delle prerogative di amministrare la giustizia e di formare l’esercito nazionale. Ma c’era bisogno di molto denaro per creare un esercito, una magistratura e una amministrazione che dipendessero direttamente dal sovrano. Ciò divenne possibile solo nei grandi stati e grazie ai prestiti dei grandi mercanti. Laddove si attuò l’alleanza fra lo stato e i ceti produttivi moderni, lo sviluppo capitalistico andò avanti. Ciò avvenne in Olanda e Inghilterra, nei paesi scandinavi e, più tardi, in Francia<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-307-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-307">39</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Invece in Portogallo, Spagna e Italia del Sud i nobili di origine feudale imposero un’economia basata sulla rendita agricola, un sistema di privilegi, il maggiorascato, un costume parassitario e ostile al cambiamento. Questi stati intristirono nell’immobilismo fino a diventare poveri, nonostante le favolose ricchezze che Spagna e Portogallo estraevano dalle colonie. </p><p rend="text">Neanche nell’Italia del Centro-Nord e in Germania il capitalismo moderno riuscì a decollare. I maggiori stati italiani del Centro-Nord, ricchissimi, erano dominati direttamente dalla grande borghesia mercantile, ma avevano un’identità nazionale troppo debole ed erano in perenne lotta fra loro per l’egemonia. Nessuno avrebbe mai vinto sugli altri, perché il papato sin dal VII secolo impediva la formazione di un regno unitario, che avrebbe messo in pericolo la sua indipendenza. Come il papato per l’Italia, l’impero frenava la Germania. Questa era discretamente ricca e sviluppata, ma era troppo frazionata in piccoli principati gelosi della propria autonomia; e soprattutto era dominata dai cavalieri imperiali, ambigui feudatari dell’imperatore.</p><p rend="text">In Francia il sovrano – in particolare Luigi XIV – riuscì ad esautorare la nobiltà e la chiesa sul piano del potere politico ma dovette lasciare intatte le loro rendite, i privilegi fiscali e le proprietà. I nuovi ceti imprenditoriali e professionali crebbero, pur tra mille ostacoli, ma non riuscirono ad avviare uno sviluppo del capitalismo che ribaltasse i rapporti di forza. Il risultato fu il dissesto delle finanze pubbliche, che portò alla rivoluzione del 1789.</p><p rend="text">In generale, la rendita – anche quando cessò di essere il reddito prevalente – rimase un peso notevole sul processo produttivo capitalistico. Ancora oggi in Inghilterra, che con l’Olanda fu la culla del capitalismo dell’età moderna, metà della terra appartiene a 25mila proprietari, meno dell’1% della popolazione<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-306-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-306">40</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">3. I dati del progresso</p><p rend="text">Prima dell’età moderna il 75-80% della popolazione era impegnato in agricoltura e nelle altre attività primarie. La natalità era intorno al 40 per mille e la mortalità al 38 per mille circa<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-305-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-305">41</ref></hi></hi>. A metà del Cinquecento, la popolazione mondiale era di circa 500 milioni, nel 1800 di 1 miliardo, e nel 1928 di 2miliardi. Il tasso di crescita della popolazione ha raggiunto il suo apice nel 1963; dopo di allora la crescita è continuata in modo più contenuto<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-304-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-304">42</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Un grafico di Infogram mostra che, all’inizio dell’era cristiana, la percentuale di PIL mondiale dell’India era 32; quella della Cina, 25,4; quella del gruppo Regno Unito, Francia, Germania, solo 3,7. Nel 1500 Cina e India insieme erano ancora a quasi il 50%, ma il gruppo europeo era salito quasi al 9%. Questa tendenza si è accentuata sempre più, finché nel 1870, il gruppo europeo era a 22, la Cina a 17 e l’India a 12,2. Nel 1950 gli USA primeggiavano con il 27,3%, il gruppo europeo era a 15,6 mentre Cina e India avevano quote ridottissime (4,6 e 4,2). Naturalmente i dati successivi mostrano la rapidissima ripresa della Cina, che nel 2008 era solo un punto al di sotto degli USA<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-303-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-303">43</ref></hi></hi>.</p><p rend="text"> Secondo Max Roser, l’Inghilterra fino al 1650 era chiusa nella trappola malthusiana, per cui l’aumento di ricchezza si traduceva in aumento della popolazione, più che in aumento del reddito pro-capite. I dati ipotizzati da Piketty per tutto il mondo fino al 1700 seguono la stessa interpretazione<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-302-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-302">44</ref></hi></hi>. Tuttavia, gli effetti della trappola malthusiana non vanno esagerati. Prima di quelle date, gli investimenti erano cresciuti per secoli.</p><p rend="text">Riguardo ai redditi, proprio Roser mostra in un grafico (<hi >OWD, Growth &amp; Inequality</hi> – <hi >Economic Growth</hi>) che nel periodo 1300-1800, il PIL pro-capite in Spagna resta più o meno stabile a quasi mille dollari; il Portogallo arriva a mille dollari a metà Cinquecento, ma solo per due secoli, per poi diminuire; l’Italia arriva a 2mila dollari già nel Quattrocento, ma poi declina; l’Olanda nel Seicento supera i 2500 dollari; la Svezia raggiunge l’apice (1750 $) intorno al 1700. Per tutti questi paesi la trappola malthusiana non ha effetto, e il reddito pro-capite sembra determinato soprattutto dalla crescita o mancata crescita della ricchezza.</p><p rend="text">Sempre Roser calcola che prima dell’età moderna la speranza di vita era intorno ai 30 anni in tutto il mondo, e che inizia a crescere stabilmente solo ai primi del sec. XIX. Nel 1800 è di 40 anni in Francia e Inghilterra (e forse Olanda), mentre gli altri paesi dell’Europa occidentale ne sono ancora lontani. Ma un secolo e mezzo dopo – il periodo di più intensa industrializzazione – in Europa occidentale, USA e Giappone essa varia fra i 60 e i 70 anni<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-301-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-301">45</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nel 1705, in Francia le calorie medie giornaliere pro-capite erano 1675 (insufficienti, visto che nei climi temperati il livello deve aggirarsi intorno alle 2500); ma nel 2012 in tutti i paesi sviluppati arrivano a circa 3500<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-300-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-300">46</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Nel corso del Cinquecento il tasso di alfabetizzazione nei maggiori paesi europei occidentali raggiunge il 20%; ma nel mondo questo livello si raggiunge solo a fine Ottocento<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-299-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-299">47</ref></hi></hi>. Braudel afferma che solo nel XVIII secolo in Europa finisce il succedersi ciclico degli eventi economici, e decolla l’aumento costante della ricchezza<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-298-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-298">48</ref></hi></hi>. Ma il grande storico sottovalutava gli enormi progressi dei secoli precedenti.</p><p rend="text">Per il progresso in campo sanitario bisogna aspettare la fine dell’Ottocento, con la scoperta dei batteri, la vaccinazione obbligatoria e la diffusione delle norme igieniche. Nel 1872 la mortalità dei bambini sotto i 5 anni è ancora del 44% in Italia, ma del 25% in Francia e Inghilterra. Nel 1950 la percentuale è: Italia 8,9; Francia 5,7; Regno Unito 3,7. Però nel 1955, in Brasile è ancora 19,7%, in India 25, in Cina 26,8<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-297-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-297">49</ref></hi></hi>. Il vaiolo viene eliminato nell’Europa del centro-nord intorno al 1900; nell’Europa del sud e in Nord-America dopo il 1940; in molti stati africani, in Brasile e nella fascia che va dall’Iran all’Indonesia, solo negli anni Settanta del Novecento. La malaria è stata eliminata in Europa nel 2000, ma c’è ancora in Asia; e soprattutto in Africa, dove ancora nel 2015 colpiva quasi 400mila persone. La polio (il cui vaccino venne scoperto solo nel 1955) oggi è quasi debellata. Il tetano è diminuito del 96% tra il 1990 e il 2016, ma ci sono ancora 33mila casi in Asia del Sud, e altrettanti in Africa (2017)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-296-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-296">50</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La mortalità delle donne legata a gravidanza e parto (che, come la mortalità infantile, dipende molto dall’igiene) comincia a diminuire drasticamente soltanto ai primi del sec. XX, quando si attesta in Europa fra 100 e 150 donne morte per 100mila bambini nati<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-295-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-295">51</ref></hi></hi>. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-345-backlink">1</ref></hi>	Vedi Cavalli (1974: cap. II).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-344-backlink">2</ref></hi>	Brentano (1923: 14-15).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-343-backlink">3</ref></hi>	Weber [1919-20, I.3-4: 48-63].</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-342-backlink">4</ref></hi>	Bevilacqua (1996: 168, 170).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-341-backlink">5</ref></hi>	Cutrona (2012: 95-97).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-340-backlink">6</ref></hi>	Borsa (1977: cap. III.2-3).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-339-backlink">7</ref></hi>	Borsa (1977: cap. VII).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-338-backlink">8</ref></hi>	Tinker (1983: 347-351, <hi rend="italic">passim</hi>).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-337-backlink">9</ref></hi>	Sideri (2010: 79).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-336-backlink">10</ref></hi>	Bevilacqua (1996: 169, 172-173).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-335-backlink">11</ref></hi>	Smith (1776: V.III, primo capoverso).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-334-backlink">12</ref></hi>	Weber [1919-20, I.6: 71-76].</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-333-backlink">13</ref></hi>	Vedi Breuer (1994: 532).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-332-backlink">14</ref></hi>	Schefold (2019: 20-21).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-331-backlink">15</ref></hi>	Bairoch (1997: XXII.2.a-b). Weber [1919-20: I.6: 77].</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-330-backlink">16</ref></hi>	Bairoch (1997: 865).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-329-backlink">17</ref></hi>	Bairoch (1997: 864).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-328-backlink">18</ref></hi>	Yapp (1983: 773-782).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-327-backlink">19</ref></hi>	Ad es. Cantillon (1730: I.15-16). Hume (1752, <hi rend="italic">Of Commerce</hi>: 293-294). Steuart (1767: I.5). Smith (1776: III.IV. capoversi 17-18).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-326-backlink">20</ref></hi>	Vedi Dopsch (1930; cap. 8: 187-188).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-325-backlink">21</ref></hi>	Pirenne (1933: cap. 1).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-324-backlink">22</ref></hi>	Weber [1919-20: cap. II.3].</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-323-backlink">23</ref></hi>	Roncaglia (2001: 106).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-322-backlink">24</ref></hi>	Marx (1867: <hi rend="italic">Capital I</hi>, cap. 12).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-321-backlink">25</ref></hi>	Mokyr (2017: 2-4).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-320-backlink">26</ref></hi>	Vedi ad es. Manetti (1452: 427-487).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-319-backlink">27</ref></hi>	Aristotele, <hi rend="italic">Politica</hi>,<hi rend="italic"> </hi>1258b, 1-2; <hi rend="italic">Etica Nicomachea</hi>, 1132a-b. Girolamo, <hi rend="italic">Epistulae</hi>, “Ad Edibiam”: 980-106. Tommaso d’Aquino, <hi rend="italic">Summa theologiae. Secunda secundae</hi>, vol. 41, Quaestio 118.1, reply 2: 243. Montaigne (1580: cap. 22).<hi rend="italic"> </hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-318-backlink">28</ref></hi>	Aristotele, <hi rend="italic">Politica</hi>,<hi rend="italic"> </hi>1267a-b.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-317-backlink">29</ref></hi>	Olivi, <hi rend="italic">De usuris</hi>: 111-112. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-316-backlink">30</ref></hi>	Vedi ad es. Dumoulin (1546:113).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-315-backlink">31</ref></hi>	Vedi ad es. Peri (1638).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-314-backlink">32</ref></hi>	Vedi ad es. Locke (1690). Beccaria (1764). Montesquieu (1748).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-313-backlink">33</ref></hi>	Ad es. Locke (1690: II.4).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-312-backlink">34</ref></hi>	<hi >Q</hi>uesnay<hi > (1766: 895-896; 911-912).</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-311-backlink">35</ref></hi>	Smith (1776: I.II, cpv. 2).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-310-backlink">36</ref></hi>	Vedi Locke (1690). Bayle (1704). Mandeville (1705).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-309-backlink">37</ref></hi>	Vedi Perrotta (2004: 15-18).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-308-backlink">38</ref></hi>	Heckscher (1931: I.1 e I.8).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-307-backlink">39</ref></hi>	Secondo Moe (2007: <hi rend="italic">Introduction</hi>), il ruolo dello stato è di impedire che gli interessi costituiti blocchino lo sviluppo economico.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-306-backlink">40</ref></hi>	Hetherington (2019).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-305-backlink">41</ref></hi>	Piuz (1997: 78, 82, 84).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-304-backlink">42</ref></hi>	OWD, Population – World population growth.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-303-backlink">43</ref></hi>	Infogram, Share of world GDP throughout history.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-302-backlink">44</ref></hi>	<hi >OWD, Growth &amp; Inequality</hi> – <hi >Economic Growth</hi>. Piketty (2014: 73).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-301-backlink">45</ref></hi>	OWD, Population – Life expectancy.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-300-backlink">46</ref></hi>	Dati della FAO (vedi OWD, Food – Food per person).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-299-backlink">47</ref></hi>	Dati UNESCO e OECD (vedi OWD, Education – Literacy).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-298-backlink">48</ref></hi>	Braudel (1977: 30-31).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-297-backlink">49</ref></hi>	OWD, Population-Child mortality.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-296-backlink">50</ref></hi>	OWD, Health – rispettivamente, Smallpox, Malaria, Polio, Tetanus.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-295-backlink">51</ref></hi>	OWD, Health – Maternal mortality.</p><p rend="h1_section">Capitolo II</p><p rend="h1_chapter">Il lato oscuro del capitalismo e i suoi miti</p><p rend="h2">1. Solidarietà e conflitto</p><p rend="h3 ParaOverride-4">a. Fine della solidarietà?</p><p rend="text">Nei gruppi umani primitivi la solidarietà è stato un grande fattore evolutivo che ha permesso di sopravvivere e di crescere in un ambiente pieno di insidie. Forse per questo nelle società pre-capitalistiche la solidarietà era un dovere sociale, praticato in particolare verso i più deboli e i poveri. Nel medioevo europeo, all’inizio dell’economia capitalistica, la crescita costante della ricchezza accentuò, per reazione, il valore dato alla povertà. I conventi diventarono dei grandi centri di assistenza. </p><p rend="text">Ma nei sec. XIV-XV, quando l’economia capitalista si consolidò, i valori civili diventarono altri; non più la solidarietà verso i poveri ma l’operosità e la capacità di arricchire. Nacque, anzi, un’insofferenza verso la pratica dell’elemosina, vista come parassitaria, che arrivò fino al disprezzo<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-294-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-294">1</ref></hi></hi>. Nel Cinquecento, nelle sette protestanti più radicali, si arrivò alla condanna dei poveri, in quanto non eletti da Dio e responsabili della propria condizione. Nacque allora un canone ostile alla solidarietà verso i poveri che arriva fino al neo-liberismo di oggi. Defoe, Malthus e molti altri autori rimproverarono alle pratiche assistenziali di incoraggiare l’indolenza nei poveri<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-293-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-293">2</ref></hi></hi>. Smith affermò che solo gli animali e i mendicanti si aspettano il loro pasto dalla benevolenza degli altri, anziché dallo scambio fra persone uguali<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-292-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-292">3</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La solidarietà, però, non finì. Da una parte, si trasformò in senso comunitario impersonale. Nel feudalesimo lo spirito comunitario era universale. Ma questa dimensione astratta si traduceva nella pratica di una solidarietà rivolta soltanto alle persone conosciute. Nel capitalismo, invece, la nuova dimensione identitaria è lo stato, e la solidarietà diventa impersonale, perché si traduce nell’osservanza delle leggi e nel rispetto del cittadino. D’altra parte, la solidarietà come aiuto e assistenza – che non era mai cessata, soprattutto nei paesi cattolici – nel Sette-Ottocento riprese con forza, ispirandosi agli ideali umanitari dell’illuminismo e poi dei movimenti cristiani e socialisti. Questi ultimi furono suscitati dalle terribili condizioni di vita degli operai della prima rivoluzione industriale.</p><p rend="h3">b. Il conflitto fra capitale e lavoro </p><p rend="text">Nel capitalismo, il rapporto fra imprenditore e salariati è il fondamento del sistema, la fonte della ricchezza e del profitto; ma è anche una fonte permanente di conflitti<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-291-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-291">4</ref></hi></hi>. Smith spiegò chiaramente l’esistenza del conflitto, che tende sempre a favorire il più forte, cioè l’imprenditore. Gli imprenditori, dichiara Smith, si coalizzano facilmente fra di loro, mentre i lavoratori – essendo molto più numerosi e avendo meno mezzi culturali e materiali – hanno difficoltà a coalizzarsi. Per di più, mentre le coalizioni fra imprenditori non sono vietate, quelle fra lavoratori lo sono. È giusto quindi che, in caso di conflitto, lo stato intervenga a favore dei lavoratori<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-290-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-290">5</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Questo conflitto si manifestò sin dagli albori della produzione capitalistica. Le prime ribellioni contro lo sfruttamento eccessivo dei lavoratori nei primi opifici, assunsero forma di movimenti religiosi – come era tipico del medioevo – che chiedevano di tornare alla povertà ‘evangelica’. I primi attacchi contro la simonia e il lusso degli ecclesiastici si manifestano già nei secoli XI-XII, con i Pàtari di Milano e Arnaldo da Brescia. </p><p rend="text">Ma ben presto questi movimenti pauperisti attaccarono la cultura e l’economia feudale. Alla fine del XII e nel XIII secolo l’Europa pullula di movimenti ‘ereticali’ che predicano la povertà e criticano la corruzione della gerarchia ecclesiastica. Contro alcuni di essi la chiesa scatenò sanguinose persecuzioni. Ad esempio, contro i dolciniani (da fra’ Dolcino) o movimento degli Apostoli, nell’Italia del Nord; i valdesi, seguaci dell’ex mercante Pierre Valdés, di Lione; e soprattutto nella lunga e feroce crociata contro gli Albigesi, o Càtari di Provenza e Linguadoca, dove era sorta una civiltà fiorente e raffinata ostile al mondo feudale. Altre volte i papi e la gerarchia riuscirono a controllare e regolare i movimenti radicali, come nel caso dei francescani o delle beghine.</p><p rend="text">Nel Trecento iniziarono le prime lotte esplicitamente salariali. Dopo la peste nera, alla metà del secolo, l’Europa cadde in una grave crisi demografica ed economica. A Firenze, i lavoratori più umili degli opifici della lana, i Ciompi, tornarono a ribellarsi nel 1378, chiedendo una loro rappresentanza e il riconoscimento dei diritti. Alla fine, la loro rivolta fu repressa duramente grazie all’alleanza fra mercanti e artigiani. Dopo i Ciompi, non si può tenere il conto delle rivolte sociali, quasi sempre finite in repressioni sanguinose. Con la Riforma protestante, le rivolte salariali tornarono a intrecciarsi con i motivi religiosi, a cominciare dalla guerra dei contadini tedeschi, repressa duramente dai principi, che erano incoraggiati da Lutero.</p><p rend="text">L’organizzarsi dei salariati per la difesa dei propri interessi è stato un processo lentissimo, a causa della estrema debolezza dei lavoratori. La prima organizzazione di tipo sindacale si ha solo negli anni Trenta dell’Ottocento, in Inghilterra, col movimento cartista (Chartism). Ma gli scioperi e i sindacati furono considerati illegali per tutto il sec. XIX. Le lotte furono durissime. Nei regimi fascisti del sec. XX i sindacati tornarono ad essere considerati illegali, formalmente o di fatto. Essi acquistarono piena legittimità solo nel periodo del welfare state.</p><p rend="text">Il conflitto strutturale fra capitale e lavoro fu negato o delegittimato da tutti gli orientamenti conservatori. Le forze cristiane che simpatizzavano per gli operai, in concorrenza con i socialisti, cercarono di superare il conflitto con una composizione degli interessi. Sotto la spinta del papa Leone XIII, i cattolici riesumarono l’idea delle corporazioni medievali, come modello di collaborazione tra capitale e lavoro<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-289-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-289">6</ref></hi></hi>. In realtà, quel modello era inadeguato per la fabbrica industriale. La collaborazione fra le classi veniva contrapposta all’idea marxista della lotta di classe. Ma in seguito l’ideologia delle corporazioni fu usata dai regimi fascisti per affermare una visione sociale organicista. Questa si basava sulla compenetrazione tra società e stato, e si opponeva alla visione liberale che ne stabilisce la separazione. In definitiva, il corporativismo fu uno strumento anti-operaio e anti-sindacale<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-288-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-288">7</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Un tentativo più efficace di attenuare il conflitto fra capitale e lavoro nacque all’interno del socialismo moderato, con il movimento cooperativo<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-287-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-287">8</ref></hi></hi>. Le cooperative sono formate da soci – produttori o consumatori – che partecipano alle decisioni imprenditoriali (almeno formalmente), e seguono la regola di non distribuire dividendi ma di reinvestire i guadagni nell’impresa. Attualmente le cooperative godono di agevolazioni fiscali e hanno una forte presenza in Europa. Ma nel complesso la loro capacità di riformare le durezze del capitalismo si è rivelata limitata.</p><p rend="h2">2. I falsi miti celebrativi</p><p rend="h3 ParaOverride-4">a. La missione civilizzatrice </p><p rend="text">Nel capitalismo la connessione oggettiva fra progresso economico e progresso civile, di cui parlavamo (I.2.b), non è né lineare né automatica. Le deroghe sono tali e tante (e arrivano fino ai nostri giorni) che rendono questo connubio sempre incerto e precario. Per di più, il progresso civile non è, ovviamente, un risultato intenzionale dell’accumulazione della ricchezza. Gli agenti dell’economia capitalistica, che sono privati, non si preoccupano del progresso civile e hanno sempre convissuto e collaborato altrettanto bene sia con le società civilizzate e democratiche che con regimi e costumi feroci e sanguinari.</p><p rend="text">Nell’Ottocento si affermò l’idea che il capitalismo avesse una missione civilizzatrice nel mondo. Marx limitava questa missione alla creazione dell’abbondanza dei beni materiali, che avrebbe fatto uscire l’umanità dalla penuria permanente e avrebbe creato le premesse di una civiltà superiore<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-286-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-286">9</ref></hi></hi>. Ma la versione diffusa nell’opinione pubblica europea era ben diversa, e raccontava della necessità di colonizzare gli altri popoli del mondo, che erano incapaci di auto-gestirsi. Questa ideologia servì sin dall’inizio a nascondere il desiderio di sfruttamento e di rapina che animava i colonialisti. Aimé Cesaire afferma che la cosiddetta civiltà europea è stata incapace di risolvere i due maggiori problemi che ha generato: quello del proletariato e quello coloniale<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-285-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-285">10</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Vediamo innanzitutto il fenomeno della schiavitù. Questa non scompare con l’antichità, ma accompagna e sostiene l’accumulazione del profitto (vedi III.2.a; IV.2). Nel capitalismo la schiavitù è addirittura peggiore rispetto all’antichità. Allora era parte della struttura economica. Gli schiavi erano prede di guerra o perdevano la libertà per debiti non onorati. Ciò non implicava alcun giudizio di inferiorità rispetto agli uomini liberi. Invece nel capitalismo la schiavitù, essendo incongrua con i diritti di libertà proclamati, è stata giustificata con la presunta inferiorità degli uomini fatti schiavi. È qui l’origine del razzismo.</p><p rend="text">Nella Spagna del sec. XVI si discusse a lungo se gli <hi rend="italic">indios</hi> avessero un’anima e quindi se fossero esseri umani. Il domenicano Bartolomé de las Casas combatté tutta la vita in difesa degli <hi rend="italic">indios</hi>, e alla fine le sue tesi prevalsero<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-284-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-284">11</ref></hi></hi>. Ma la tratta degli schiavi africani fu giustificata con l’inferiorità dei neri. Per di più, negli USA, quando la schiavitù fu abolita, nacque un odio razzista che è tuttora diffuso negli stati del sud, e che ha causato migliaia di delitti e linciaggi, rimasti quasi sempre impuniti.</p><p rend="text">A metà del sec. XIX, mentre lo schiavismo americano cominciava a mostrare i primi segni di crisi, il razzismo fu rilanciato in Europa da Gobineau con la teoria della gerarchia delle razze (inutile dire che la razza bianca era superiore alle altre). Il razzismo imperversò in Europa per un secolo, ammantandosi di pseudo-scientificità (col positivismo, il darwinismo sociale e l’eugenetica) e di simpatie socialiste<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-283-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-283">12</ref></hi></hi>. In Italia Lombroso (1876) teorizzò, attraverso la fisiognomica, l’inferiorità razziale e le tendenze criminali dei meridionali. Questa depravazione culturale, come sappiamo, fece molta strada, fino a sfociare nel razzismo nazista e nella Shoah. Nel capitalismo di oggi la schiavitù continua (vedi VI.3). </p><p rend="text">Va detto, però, che il razzismo e la xenofobia non derivano solo dalla convenienza economica, ma anche dal nazionalismo e dal fanatismo religioso (che oggi stanno rinascendo, perché la crisi economica in Occidente spinge i diseredati e i ceti medio-bassi a cercare soluzioni false e irrazionali). Ad esempio il 1492, anno della scoperta del Nuovo Mondo, scelto dagli storici come inizio dell’età moderna, fu anche l’anno in cui, concludendosi la <hi rend="italic">reconquista</hi>, arabi, ebrei e zingari vennero espulsi dalla Spagna per preservare la <hi rend="italic">limpieza de sangre </hi>(purezza di sangue) degli spagnoli. Quelli che rimasero furono costretti a convertirsi, e vennero comunque perseguitati per generazioni. Il capitalismo ha convissuto e convive anche con gli aspetti peggiori del fanatismo religioso. La caccia alle streghe – col suo seguito di torture, processi-farsa e roghi – dilagò proprio nel periodo di sviluppo della nuova economia, sia nei paesi cattolici che in quelli protestanti, sia in Europa che in America. Ma oggi prospera indisturbata in Africa, nell’Asia del sud-est e in Amazzonia.</p><p rend="text">Ci sono altri orrendi costumi nelle ex-colonie con cui la logica del profitto convive. Fra questi ricordiamo l’infibulazione, diffusa nell’Africa centrale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-282-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-282">13</ref></hi></hi>; le caste indiane e il modo di trattare i <hi rend="italic">dalit </hi>(gli intoccabili)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-281-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-281">14</ref></hi></hi>; le spose-bambine in Africa, Asia e America Latina<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-280-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-280">15</ref></hi></hi>; l’uccisione in Africa dei ragazzi albini (il cui corpo conferirebbe poteri magici). Oggi, contro questi fenomeni, c’è l’impegno di alcuni governi, delle Ong o di associazioni umanitarie. È un impegno prezioso, che avvia lo sviluppo civile, ma ha ancora un’incidenza ridotta.</p><p rend="h3">b. L’armonia degli interessi</p><p rend="text">La legittimazione del desiderio di arricchire è propria del capitalismo, che perciò si contrappone alla visione precedente dell’economia come gioco a somma zero. Nella visione antica, l’interesse individuale (ad esempio, quello di arricchirsi) doveva cedere di fronte all’interesse collettivo, che vuole la stabilità dell’assetto sociale. Per questo nell’antichità e nel primo medioevo gli autori che parlano di armonia fra interesse individuale e collettivo sono pochissimi; e pochi sono quelli che elogiano il commercio (che è attivato dall’interesse individuale) come via pacifica al progresso sociale<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-279-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-279">16</ref></hi></hi>. Nell’età moderna, invece, la legittimazione dell’arricchimento implica che l’interesse individuale si debba armonizzare con quello collettivo. Il capitalismo si presenta come un sistema promosso dall’interesse individuale ma capace di generare una ricchezza che va a beneficio di tutti.</p><p rend="text">Questo principio si afferma solo gradualmente, dapprima fra gli umanisti. Poggio Bracciolini scrive che le nostre città sono ricche e belle grazie all’avidità dei singoli. Senza l’avidità, noi saremmo poveri e infelici<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-278-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-278">17</ref></hi></hi>. La stessa idea si trova più tardi in Davanzati<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-277-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-277">18</ref></hi></hi>. I protestanti per primi legittimarono l’arricchimento fuori dai circoli intellettuali. Come spiega Max Weber, l’arricchimento viene cercato da loro come segno della preferenza divina (grazia). La ricchezza che il mercante accumula non serve per essere goduta o ostentata, ma solo per essere investita<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-276-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-276">19</ref></hi></hi>. Però questa etica, che riguarda solo pochi eletti, non desidera il benessere di tutta società, e non cerca di conciliare questo con l’arricchimento individuale. </p><p rend="text">Solo l’analisi delle passioni permetterà di conciliare questi due aspetti. Nella cultura antica prevaleva l’idea che le passioni fossero negative, in quanto contrapposte alla ragione. Gli umanisti cambiarono questo approccio, e rivalutarono Epicuro, il grande outsider dell’antichità. A Epicuro si ispirarono i libertini francesi, i quali dichiararono che il <hi rend="italic">self-interest</hi> non è irrazionale. Hirschman ha spiegato brillantemente che nel pensiero moderno il <hi rend="italic">self-interest</hi> è il tramite fra le passioni e la ragione: è una passione razionale<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-275-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-275">20</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">A conclusione dei complessi intrecci teorici del Seicento, Mandeville (1705) ribadì l’approccio iniziale di Bracciolini, facendo un confronto fra due alveari (che erano metafora della società). L’alveare povero e virtuoso, poco attivo, finirà col deperire e disperdersi, mentre l’alveare con una popolazione egoista e intraprendente fiorisce con vantaggio per tutti. In questo modo i vizi privati (l’amore egoistico per la ricchezza e per il lusso) si trasformano in un vantaggio pubblico.</p><p rend="text">Gli illuministi storicizzarono l’antica tesi che opponeva la ricchezza ottenuta con la violenza (la guerra) a quella guadagnata col pacifico commercio, e attribuirono il primo modo di arricchire all’economia pre-moderna e il secondo al capitalismo<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-274-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-274">21</ref></hi></hi>. Per descrivere l’armonia degli interessi, Smith usò un’altra metafora, rimasta famosa, quella della mano invisibile. Gli individui conoscono i propri interessi meglio di qualsiasi governo e vanno lasciati liberi di perseguirli. Ognuno, seguendo il proprio interesse, crea anche il vantaggio di tutti. È come se una mano provvidenziale invisibile componesse gli interessi individuali in un interesse collettivo<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-273-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-273">22</ref></hi></hi>. Questa visione, come quella di Mandeville, vede l’armonia degli interessi come un processo spontaneo. </p><p rend="text">La metafora di Smith ebbe tanto successo che divenne il pilastro dell’ideologia capitalista. In realtà – come dimostrano, fra gli altri, Winch e Roncaglia – la tesi di Smith fu deformata ed estremizzata in senso iper-liberista<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-272-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-272">23</ref></hi></hi>. Nel sec. XIX prevalse l’interpretazione estrema del liberismo. Dunoyer (1830), il popolarissimo quanto superficiale Bastiat (1850) e altri autori esaltarono l’armonia, che deriverebbe spontaneamente dalla libertà assoluta dell’impresa, e affermarono che lo stato andava ridotto a mero ‘guardiano notturno’ perché non disturbasse il naturale funzionamento del mercato. I neo-classici ereditarono questa impostazione e negarono che ci fossero conflitti strutturali fra interessi individuali e collettivi. Oggi questa versione estrema è tornata nella forma del neo-liberismo. </p><p rend="text">Tuttavia i mercantilisti e molti illuministi non abbracciarono l’idea dell’armonia spontanea degli interessi. Per loro era naturale che ci fossero conflitti fra interessi individuali o di categoria e l’interesse collettivo. E in questi casi doveva prevalere il secondo. Ad esempio <hi rend="italic">Britannia Languens</hi>, di Petyt, è tutta un’invettiva contro gli interessi privati, che – se non sono controllati – distruggono il commercio, incoraggiano le ruberie, costringono i salariati a divorarsi fra di loro e indeboliscono il bene pubblico<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-271-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-271">24</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Josiah Tucker è meno estremo, ma la sua interpretazione è il contraltare dell’armonia spontanea di Smith. Il conflitto fra gli interessi di singoli mercanti e l’interesse nazionale – egli dice – è inevitabile, ed è il governo a doversi preoccupare che prevalga il secondo. Il <hi rend="italic">self-interest</hi>, scrive Tucker in un altro libro, è il grande motore del progresso umano. Ma esso resta ristretto nel suo egoismo; va quindi regolato e diretto; altrimenti la reciproca esclusione dei vari interessi individuali porterà alla povertà<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-270-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-270">25</ref></hi></hi>. La teoria economica successiva ha trascurato queste ovvie considerazioni, e le conseguenze di questa dimenticanza sono state disastrose.</p><p rend="h3">c. Il mercato che si autoregola</p><p rend="text">Il mercato capitalistico, come tutti i mercati, nacque in modo spontaneo ma quando divenne stabile ebbe bisogno di regole. All’inizio le regole di comportamento nel mercato erano solo alcune pratiche di buon senso entrate nell’uso. La prima regola era probabilmente di non ingannare la persona con cui si scambia. Lo scambio è un contratto in cui ciascuno si impegna a dare qualcosa di cui l’altro ha bisogno. Senza lealtà, esso non viene ripetuto. I primi manuali di mercatura, del Seicento, insistono molto sul fatto che il vero mercante deve essere una persona onesta e affidabile.</p><p rend="text">Col tempo, alle regole morali si sono aggiunte quelle formali, codificate in norme giuridiche, la cui osservanza viene controllata dalle istituzioni. Queste norme regolano tempi e tipologie dei vari scambi, sorvegliano l’andamento dei prezzi per evitare speculazioni, cercano di impedire abusi e controllano la concorrenza, perché non degeneri eliminando i piccoli agenti. L’esperienza della borsa e degli scambi finanziari è un esempio di quanto tali norme siano necessarie. Le norme cercano di far prevalere l’equità di trattamento e l’interesse generale, e di salvaguardare il mercato stesso. Infatti, senza governo, il mercato tende ad estremizzare le proprie tendenze e a convertire la competizione in arbitrio. La prevalenza dell’impresa più produttiva viene sostituita, allora, dalla prevalenza del più forte. Come spiegò Marx, il mercato tende a concentrare i capitali e le attività produttive impedendo la concorrenza stessa<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-269-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-269">26</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Proprio per evitare la concentrazione oligopolistica, nel 1890, con lo Sherman Act, negli Stati Uniti cominciò una legislazione anti-trust che vietava i cartelli (accordi segreti fra concorrenti sui prezzi). Quelle leggi prendevano atto che il mercato non è in grado di correggersi da solo e genera un tipo di concorrenza che, se lasciata a se stessa, tende ad autodistruggersi. È quindi necessario che le istituzioni regolino il mercato e proteggano la concorrenza da se stessa.</p><p rend="text">Paradossalmente, proprio in quel periodo si diffuse la teoria neo-classica dell’equilibrio economico generale, poi diventata egemone. Essa si basa su postulati irrealistici, che ignorano la concentrazione dei capitali. L’equilibrio illustrato da Walras (1874) implica che gli agenti economici siano ‘atomistici’, cioè abbastanza piccoli per non essere in grado di influire sui prezzi di mercato e che la contrattazione e la fissazione dei prezzi avvengano in una situazione di concorrenza perfetta.</p><p rend="text">A sua volta, la concorrenza perfetta presuppone altre condizioni irrealistiche: che ci sia un’informazione perfetta per tutti gli agenti; che non ci siano costi di informazione e di transazione; che le imprese mirino sempre al massimo profitto (e non, per esempio, ad un profitto soddisfacente e durevole di lungo periodo); che le scelte degli agenti economici siano guidate esclusivamente dal prezzo; che la cosiddetta massimizzazione delle utilità sia l’unico comportamento razionale; ecc.</p><p rend="text">Questi erano i presupposti dell’economia neo-classica, la corrente di pensiero che nacque negli anni Settanta dell’Ottocento e che domina tuttora.<hi rend="CharOverride-2"> </hi>Gli economisti neo-classici hanno ammesso la mancanza di realismo di questi postulati, ma affermano che il loro modello di mercato serve a chiarire la logica dei processi reali. In realtà è successo il contrario. Il modello dell’equilibrio economico generale ha occultato le tendenze e i processi reali, ha spinto la maggioranza degli economisti verso analisi formali sempre più lontane dalla realtà, e ha costretto altri teorici a faticose riscoperte di verità che sono del tutto ovvie.</p><p rend="text">Per fare solo qualche esempio riguardante il mercato, basti pensare all’equilibrio parziale di Marshall; all’esistenza dei costi dell’informazione di Hayek; agli oligopoli di Berle e Means, Schumpeter, Sylos Labini; alle nicchie di mercato di Sraffa; ecc. Oggi tutti i manuali di economia parlano dei cosiddetti fallimenti del mercato. Ma le critiche al modello di mercato di Walras furono tutte ridotte a casi particolari (persino quella di Keynes, attraverso la «sintesi neo-classica») che non inficerebbero la teoria generale.</p><p rend="text">Per contro, attualmente tutti i paesi sviluppati hanno una legislazione anti-trust e politiche attive per la difesa delle piccole imprese, contro gli accordi occulti fra oligopoli per fissare i prezzi fuori dal mercato. Bisogna aggiungere che quest’ultima regola è fra quelle più violate. La legislazione antitrust è riuscita solo in piccola parte ad impedire le degenerazioni del mercato. Più spesso ha rallentato le tendenze negative senza fermarle. </p><p rend="text">Come vedremo, oggi la situazione a questo riguardo è disastrosa. Le imprese multinazionali dominano incontrastate sul mercato globale ma anche sui mercati nazionali. Le lobby di imprese spesso dominano il potere politico e lo costringono a servire i loro interessi privati contro quell’interesse pubblico che i governi dovrebbero rappresentare. Alla base della cronica debolezza delle politiche antitrust c’è, appunto, l’idea che il mercato debba essere lasciato libero il più possibile perché sarebbe capace di auto-regolarsi e auto-correggersi, anche se le esperienze storiche provano il contrario.</p><p rend="text">Fu questa idea che, negli anni Ottanta del Novecento, con Margaret Thatcher nel Regno Unito e Ronald Reagan in USA, generò l’ideologia della <hi rend="italic">deregulation</hi> (sostenuta da Milton Friedman, il grande avversario del keynesismo). Inizialmente essa reagiva ad un eccesso di regole amministrative e sindacali che appesantivano il mercato. Ma ben presto la <hi rend="italic">deregulation</hi> – che è l’anima del neo-liberismo – servì a dare campo libero ad un capitalismo selvaggio e senza freni, senza garanzie di correttezza né rispetto dei diritti, e senza capacità di sviluppo nel lungo periodo.</p><p rend="h3">d. L’accumulazione ‘frenata dallo stato’</p><p rend="text">Collegato col mito del mercato senza regole, capace di auto-correggersi, si è diffuso anche un altro mito, quello per cui la presenza dello stato nuoce all’accumulazione capitalistica della ricchezza (vedi anche II.2.b). Questa tesi ignora l’esperienza storica, la quale mostra che l’intervento dei governi è stato molto spesso necessario per sostenere l’accumulazione. Ciò è avvenuto in vari modi: proteggendo le esportazioni e il commercio dei propri cittadini all’estero, facendo accordi commerciali con altri stati, e soprattutto facendo investimenti pubblici per favorire lo sviluppo.</p><p rend="text">Nei secoli XVI e XVII, negli stati in cui la borghesia mercantile aveva un peso maggiore, i governi fecero grandi investimenti in strade porti e flotte mercantili, finanziarono la creazione di manifatture, organizzarono l’assistenza ai poveri e li misero al lavoro, imposero ai nobili restrizioni all’esportazione di materie prime. Dove lo stato fece questi complessi interventi, il capitalismo decollò, dove non li fece (per l’opposizione dei feudatari) l’economia decadde.</p><p rend="text">Abbiamo già visto che l’Inghilterra e la Spagna rappresentarono due modelli opposti in quel periodo (vedi I.2.a). In questi paesi le <hi rend="italic">enclosures </hi>avevano privato i contadini dei mezzi di sopravvivenza (terra da coltivare per loro, diritto di usare i boschi, i pascoli e le fonti d’acqua comuni). I contadini, espulsi dalle loro terre, invasero le città per mendicare<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-268-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-268">27</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In Inghilterra i sovrani consentirono le <hi rend="italic">enclosures</hi>, ma limitarono sempre più i permessi di esportare lana grezza. Inoltre Enrico VIII impose che una parte delle grandi proprietà fosse riservata alla coltura di lino e canapa, i quali – insieme con la lana – dovevano servire da materia prima per le manifatture inglesi<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-267-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-267">28</ref></hi></hi>. Gli stessi sovrani Tudor, soprattutto Elisabetta I, incaricarono le parrocchie di raccogliere le elemosine (che gradualmente si trasformarono in tasse obbligatorie) per finanziare le <hi rend="italic">workhouses</hi> (manifatture pubbliche), dove i mendicanti abili venivano radunati e messi forzatamente al lavoro in cambio di vitto e alloggio<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-266-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-266">29</ref></hi></hi>. Questa politica era stata teorizzata poco prima da Thomas Starkey<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-265-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-265">30</ref></hi></hi>. Il decollo del capitalismo inglese avvenne grazie a questa politica, in cui l’interesse pubblico prevalse su quello privato. Essa giovò anche agli imprenditori privati che trovarono la strada aperta per la creazione di nuove manifatture. Politiche simili si svolsero in Olanda, Francia, Toscana. </p><p rend="text">Al contrario, in Spagna – dove lo stato era debole – i grandi proprietari non solo conservarono la libertà di esportare la lana grezza, ma impedirono sia di organizzare i poveri che di estendere le manifatture<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-264-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-264">31</ref></hi></hi>. L’oro e l’argento che arrivavano dalle Americhe in enormi quantità furono lasciati nelle mani dei nobili e degli avventurieri o vennero impiegati per le spese militari e il fasto pubblico. In entrambi i casi non furono investiti. La conseguente inflazione spinse gli spagnoli ad acquistare i prodotti all’estero dove costavano di meno, finendo di rovinare la produzione interna e arricchendo i paesi vicini. Questi invece investirono proprio nelle manifatture e nel commercio l’oro che arrivava dalla Spagna<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-263-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-263">32</ref></hi></hi>. In conclusione, a causa della debolezza dello stato, la Spagna iniziò il suo declino e alla fine divenne un’economia arretrata.</p><p rend="text">Ma l’impulso dello stato allo sviluppo economico non si limita ai sec. XVI e XVII. Nel sec. XVIII il marchese di Pombal rilanciò le manifatture in Portogallo e riorganizzò la pubblica amministrazione e l’istruzione. Una politica simile fu promossa da Campomanes in Spagna, e attuata da Carlo III di Borbone. Queste politiche rallentarono la decadenza dei paesi iberici.</p><p rend="text">Lo stereotipo della rivoluzione industriale – che iniziò in Inghilterra negli anni Sessanta del Settecento – vuole che essa si avviò grazie alla liberalizzazione dell’economia e al ritiro dello stato dal governo delle attività imprenditoriali. Ma non è proprio così. È vero che l’abolizione di una serie soffocante di dazi, gabelle e divieti, nonché l’abbassamento delle tasse sui capitali e sui profitti favorì lo slancio industriale. Ma quest’ultimo venne aiutato anche dalle guerre commerciali inglesi contro Olanda e Francia, dall’aumento delle tasse sui redditi personali e dal forte aumento della spesa pubblica fatta in deficit<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-262-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-262">33</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">In Germania la base iniziale dell’industrializzazione fu l’unione doganale decisa da tutti gli stati tedeschi (<hi rend="italic">Zollverein</hi>, 1834). List, che l’aveva teorizzata, scrisse un trattato sullo sviluppo nazionale guidato dallo stato (List 1841) che spinse all’industrializzazione della Prussia. Negli anni Settanta dell’Ottocento, Bismarck attuò un aumento dei servizi pubblici a favore degli operai che favorì lo sviluppo industriale. In Italia l’industrializzazione fu promossa e finanziata dai governi Giolitti all’inizio del XX secolo. La modernizzazione e industrializzazione del Giappone, nella seconda metà del sec. XIX, furono pianificate e in gran parte attuate dallo stato.</p><p rend="text">Si può pensare che l’intervento dello stato sia stato necessario solo nelle fasi di decollo e di avvio dell’industrializzazione, ma non è così. Intanto, i governi promossero e guidarono tutte le politiche coloniali e neo-coloniali, attuate con le spese pubbliche. Ma lo stato è intervenuto in tante altre circostanze. Negli anni Trenta del Novecento, i regimi fascisti salvarono dal fallimento prima le banche e poi alcune delle maggiori industrie. In Italia, lo stato creò un enorme fondo di finanziamento delle imprese private (IRI: Istituto di Ricostruzione Industriale); creò anche imponenti opere assicurative e assistenziali. Nel frattempo, negli USA il regime democratico di F.D. Roosvelt interveniva con grandi opere pubbliche per creare occupazione (New Deal). </p><p rend="text">I provvedimenti del New Deal, sebbene fossero salutari, furono troppo limitati, anche a causa dell’accanita opposizione dei conservatori. L’intervento dello stato – sia negli USA che nei regimi di destra – fece parlare gli studiosi di economia mista (privata e pubblica), ma fu solo Keynes che rivoluzionò l’analisi economica. Egli criticò i neoclassici, secondo i quali la crisi dipendeva dai salari resi troppo rigidi verso il basso dai sindacati; e dimostrò che, al contrario, la crisi era dovuta a una domanda insufficiente, proprio a causa dei salari troppo bassi<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-261-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-261">34</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Ne derivava un circolo vizioso: i salari troppo bassi non creavano una domanda sufficiente, ciò rendeva scarse le prospettive di vendita, quindi calavano gli investimenti, la disoccupazione aumentava, ciò impediva ai salari di crescere, e così via<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-260-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-260">35</ref></hi></hi>. Keynes capì che <hi rend="italic">il mercato non era in grado di uscire da solo da questa spirale negativa</hi>. Per superare il sottoconsumo, lo stato doveva intervenire per creare occasioni di lavoro ed estendere l’occupazione, difendendo così il livello dei salari. Ciò avrebbe permesso di rilanciare gli investimenti e ricostituire i profitti. La proposta di Keynes – che era in sintonia con il New Deal di Roosvelt – non fece in tempo ad essere sperimentata prima dello scoppio della guerra.</p><p rend="text">Poco dopo, Polanyi (1944) dimostrò che il mercato capitalistico, lungi dall’essere del tutto spontaneo, è organizzato dallo stato. Dopo la guerra, fu ancora una volta lo stato il protagonista dello sviluppo occidentale, con la creazione del welfare state. E la crisi che chiuse quella grande esperienza, negli anni Ottanta, fu dovuta al venir meno della guida pubblica nello sviluppo (vedi cap. V). Di questa assenza – voluta e teorizzata dal neo-liberismo – soffriamo tutt’ora. </p><p rend="text">Per fortuna, oggi emerge negli studi una nuova consapevolezza del ruolo indispensabile dello stato. Mariana Mazzucato (2013) ha dimostrato dettagliatamente che lo stato molto spesso è all’origine dell’innovazione e della stessa imprenditorialità, che spinge in avanti l’accumulazione e impedisce la stagnazione.<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-259-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-259">36</ref></hi></hi> Sekera (2018) ritrova nel passato autori, finora trascurati, che hanno analizzato l’importanza centrale del sistema economico pubblico. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-294-backlink">1</ref></hi>	Vedi Bracciolini (1428-29: 267). Per altri autori, vedi Mollat (1978: 305-310).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-293-backlink">2</ref></hi>	Defoe (1704). Malthus (1798).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-292-backlink">3</ref></hi>	Smith (1776, I.II, cpv. 2). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-291-backlink">4</ref></hi>	Vedi Franzini – Pianta (2016, 2.2: 79-94).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-290-backlink">5</ref></hi>	Smith (1776, I.VIII, cpv. 10-14).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-289-backlink">6</ref></hi>	Leone XIII, enciclica <hi rend="italic">Rerum Novarum </hi>(1891). Toniolo (1908).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-288-backlink">7</ref></hi>	Vedi Rossi (1956). Sylos Labini (2014: 51-54).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-287-backlink">8</ref></hi>	Degl’Innocenti (1988).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-286-backlink">9</ref></hi>	Marx [1863-83] (<hi rend="italic">Capital III</hi>, VII.XLVIII.13). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-285-backlink">10</ref></hi>	Césaire (1955: 7).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-284-backlink">11</ref></hi>	Vedi Tosi (2009).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-283-backlink">12</ref></hi>	Sunna – Mosca (2016).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-282-backlink">13</ref></hi>	Nei paesi dell’Africa centrale le donne infibulate vanno dal 25 a oltre l’80% (WHO online, da fonti Unicef 2013).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-281-backlink">14</ref></hi>	Oggi i Dalit sono, in India, oltre 200 milioni (vedi <hi rend="italic">International Dalit Solidarity Network</hi>, online, May 29, 2013).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-280-backlink">15</ref></hi>	Oggi circa 650 milioni di donne sono state spose-bambine (a meno di 18 anni): 12 milioni all’anno (<hi rend="italic">Girls Not Brides</hi>, online periodical, 2019, su dati dell’Unicef).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-279-backlink">16</ref></hi>	See Perrotta (2004: 39, 66, 240-241).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-278-backlink">17</ref></hi>	Bracciolini (1428-29: 267-275).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-277-backlink">18</ref></hi>	<hi >Davanzati (1581: 35-36).</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-276-backlink">19</ref></hi>	Weber (1904-5: cap. 2 e 5).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-275-backlink">20</ref></hi>	Hirschman<hi rend="CharOverride-2"> </hi>(1977: 37-47).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-274-backlink">21</ref></hi>	Vedi Hume (1742). Montesquieu (1748, XXI.20: 373-374). Galiani (1751: 160-161).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-273-backlink">22</ref></hi>	Smith<hi rend="CharOverride-2"> </hi>(1776: IV.II, cpv. 9).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-272-backlink">23</ref></hi>	Winch (1978). Roncaglia (2005).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-271-backlink">24</ref></hi>	[Petyt] (1680, ad es. pp. 287-289, 457).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-270-backlink">25</ref></hi>	Tucker (1750: 316-318); Tucker (1755: 56-58). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-269-backlink">26</ref></hi>	Marx (1867: <hi rend="italic">Capital</hi> <hi rend="italic">I</hi>, cap. 25.2); Marx [1863-83] (<hi rend="italic">Capital</hi> <hi rend="italic">III</hi>, cap. 15.I).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-268-backlink">27</ref></hi>	Vedi Perrotta (2004, ch. 6). Piuz (1997: 106).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-267-backlink">28</ref></hi>	Per la legge di Enrico VIII del 1531-32, vedi Eden (1797, vol. III, p. <hi rend="CharOverride-4">ccxliii</hi>).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-266-backlink">29</ref></hi>	Per la principale legge di Elisabetta sui poveri (1601), vedi Eden (1797, vol. III, pp. <hi rend="CharOverride-4">clxvii-clcciii</hi>).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-265-backlink">30</ref></hi>	Starkey (1529-30: 34, 60-62, 113-117).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-264-backlink">31</ref></hi>	Vedi Viñas y Mey (1970). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-263-backlink">32</ref></hi>	Vedi ad es. Mun [1623: 22-24].</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-262-backlink">33</ref></hi>	Vedi Hudson (1997: 488-489, 496). Vedi anche Moe (2007) sulle grandi innovazioni dal 1750 al 2000.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-261-backlink">34</ref></hi>	Keynes (1936, cap. 2 e 3).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-260-backlink">35</ref></hi>	Keynes (1936, cap. 5-7, 12, 18).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-259-backlink">36</ref></hi>	Vedi anche Mazzucato (2018).</p><p rend="h1_section">Capitolo III </p><p rend="h1_chapter ParaOverride-3">L’accumulazione capitalistica</p><p rend="h2">1. Mercato e progresso tecnico </p><p rend="h3 ParaOverride-4">a. Il reinvestimento</p><p rend="text">Nei sistemi pre-capitalisti, l’abitudine a tesaurizzare sottraeva ricchezza alla circolazione. Invece, l’accumulazione capitalistica usa il profitto, generato dall’investimento, per fare nuovi investimenti. La ricchezza quindi cresce ad ogni ciclo economico.</p><p rend="text">Per ogni ciclo gli imprenditori producono nuovi beni e li vendono sul mercato, che è il luogo in cui l’offerta si incontra con la domanda. Nel mercato capitalistico l’offerta delle imprese e la domanda finale dei consumatori tendono a crescere di continuo. Tutto nasce da qui, sia gli aspetti progressivi sia le difficoltà dell’accumulazione. Da una parte ci sono l’aumento di ricchezza, le nuove invenzioni, l’operosità; dall’altra, c’è il pericolo del ristagno, della crisi e della disoccupazione.</p><p rend="h3">b. Concorrenza e innovazione</p><p rend="text">Nella storia, ci sono stati diversi generi di mercato (vedi Polanyi 1957). Nei mercati pre-capitalisti, la produzione, in genere, è stabile, quindi anche il consumo lo è, e offerta e domanda si incontrano facilmente. Nel mercato capitalistico, invece, dove la produzione tende ad aumentare, si crea una concorrenza tra gli imprenditori-venditori per conquistare nuovi consumatori. Nel medioevo il mercato capitalistico era ristretto, perché si basava soprattutto sulla domanda delle famiglie più agiate, che compravano beni di lusso. I venditori quindi dovevano raggiungere compratori sempre più lontani. Da qui nacquero le fiere internazionali, come Piacenza, Medina del Campo, Lione, dove convergevano in un dato periodo dell’anno i maggiori mercanti europei.</p><p rend="text">Presto la concorrenza si intensificò e i produttori furono spinti a cercare nuovi profitti non solo affidandosi a nuovi mercati lontani ma anche aumentando la redditività dell’investimento (cioè il rapporto tra investimento e profitto). Potevano realizzare questo aumento in due modi: tenendo basso il costo del lavoro, e quindi i salari, o aumentando la produttività del lavoro. Questi due modi sono quasi sempre compresenti, e si mescolano in vari gradi. Però, la prevalenza di un modo o dell’altro determina i diversi tipi di accumulazione capitalistica.</p><p rend="text">L’accumulazione in cui prevale il basso costo del lavoro comporta in genere, oltre ai bassi salari, scarsa qualificazione dei lavoratori e poche innovazioni. L’esempio estremo è la produzione schiavistica o semi-schiavistica che avvenne nelle Americhe nell’età moderna e che avviene oggi con le multinazionali (v. avanti). </p><p rend="text">Invece l’accumulazione in cui prevale l’aumento di produttività del lavoro dovrebbe avere salari alti e un gran numero di innovazioni. Tuttavia, questo è avvenuto in pochi casi: durante il Settecento, nell’Europa del nord-ovest, e dopo la seconda guerra mondiale <hi >(col welfare state)</hi> un po’ in tutta l’Europa occidentale.</p><p rend="text">Il tipo di accumulazione più frequente, però, è quello intermedio, che è basato su un’intensa meccanizzazione ma su bassi salari. Questo avvenne nell’economia mercantilista nell’Europa del Seicento (vedi Furniss 1920) e nella lunga fase dell’industrializzazione che va da fine Settecento fino alla seconda guerra mondiale.</p><p rend="text">L’innovazione – che è il motore dell’accumulazione – viene introdotta in genere da un imprenditore (singolo o collettivo) per diventare più competitivo. Egli ottiene così un profitto maggiore, ma solo per un tempo limitato. Quando i concorrenti sono costretti a imitare l’innovazione per non perdere clienti, i livelli di concorrenza tornano al livello di prima e il profitto extra dell’innovatore scompare. Tuttavia il risultato finale è che il livello generale di produttività è aumentato e i prezzi si sono ridotti. Un esempio di grande innovazione è l’apertura di una nuova via per arrivare ai mercati asiatici circumnavigando l’Africa, come fecero i portoghesi nel sec. XV.</p><p rend="text">L’innovazione che aumenta la produttività può essere di vari tipi. Può migliorare il processo produttivo, ad esempio quando viene introdotta una nuova macchina, che meccanizza una parte del lavoro e abbrevia il tempo di produzione. In questo caso i costi di produzione si riducono e l’innovatore può offrire un prezzo minore. L’invenzione della caldaia a vapore fu la grande innovazione che avviò la prima rivoluzione industriale. Oppure l’innovazione può cambiare il prodotto, come fecero i mercanti di Lione nel Cinquecento inventando nuovi disegni e colori per i propri panni di lana (come dimostrò Carlo Poni). O, ancora, può aprire nuovi mercati, come nel caso della ferrovia a metà dell’Ottocento. </p><p rend="text">L’innovazione, quindi, può riguardare molti aspetti del processo produttivo: un prodotto di qualità migliore, un trasporto più rapido, una variazione nella moda, una nuova tecnica di produzione, materie prime più durevoli o che costano meno, ecc. Dal punto di vista del consumo, l’invenzione dell’automobile ha sostenuto lo sviluppo per tutto il XX secolo. Il personal computer, poi il telefono cellulare, poi lo smartphone sono state, finora, le tappe principali della rivoluzione informatica e digitale che è tuttora in corso.</p><p rend="text">Ma è importante sottolineare che non ci sono solo le grandi innovazioni storiche. L’accumulazione capitalistica è fatta di tante piccole innovazioni. Schumpeter<hi rend="CharOverride-2"> </hi>(1911) parla di sciame di innovazioni, che si addensano in un dato periodo.<hi rend="CharOverride-2"> </hi>Quello che chiamiamo per brevità progresso tecnico è l’insieme di una miriade di innovazioni di vario tipo, promosso dalla concorrenza, che ha creato una crescita costante della ricchezza.</p><p rend="h3">c. L’espandersi del mercato</p><p rend="text">Il meccanismo della concorrenza comporta la ricerca affannosa di processi produttivi e di prodotti sempre nuovi, ma anche la ricerca – non meno affannosa – di una domanda di beni crescente. Questo spiega, ad esempio, la moda, la quale attrae i consumatori non perché soddisfi un bisogno, sia pure culturale o estetico, ma perché rappresenta una novità. La moda è sempre esistita, soprattutto per i beni di lusso, ma nel capitalismo è diventata un mezzo molto efficace per allargare il mercato. In realtà, i creatori della moda e dei suoi continui cambiamenti sono gli imprenditori.</p><p rend="text">Nei secoli XVI e XVII, la grande espansione dovuta alle politiche mercantiliste si basò su due fattori: la crescita del mercato interno e la conquista di nuovi mercati esteri. Il mercato interno crebbe soprattutto grazie all’aumento dei consumi dei nuovi ceti borghesi: i professionisti; la burocrazia, l’esercito e l’alto clero; e soprattutto i protagonisti dello sviluppo (mercanti, imprenditori, artigiani specializzati, cambiavalute, azionisti). </p><p rend="text">Wallerstein nega che l’espansione fuori dalle «aree esterne al capitalismo storico» fosse dovuta alla ricerca di nuovi mercati, perché – sostiene – mancava la domanda per i prodotti del capitalismo. E afferma che l’espansione fu dovuta alla ricerca di forza-lavoro a basso costo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-258-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-258">1</ref></hi></hi>. In realtà, fino alla fine del Seicento, l’espansione riguardò soprattutto beni di lusso, per i quali la domanda c’è sempre stata. L’espansione coloniale, peraltro, a cui Wallerstein sembra pensare, fu fatta soprattutto per appropriarsi di risorse naturali, compresi i prodotti agricoli tropicali (vedi cap. IV). L’espansione dovuta alla ricerca di mano d’opera a basso costo è un fenomeno del secondo Novecento, e oggi viene potenziata dalla globalizzazione.</p><p rend="text">Durante l’età moderna i nobili andavano perdendo le antiche funzioni di comando, e per mantenere il loro prestigio si dedicarono al lusso di ostentazione. Ma la loro gara con la ricca borghesia era perdente in partenza, perché le loro rendite – per quanto ingenti – erano più o meno fisse, mentre i redditi da profitto crescevano sempre più (vedi Sombart 1912). Molti nobili si rovinarono in questa folle gara, e le loro proprietà passarono ai borghesi.</p><p rend="text">Sia allora che in seguito, furono spesso le guerre a decidere le sorti del commercio. L’Inghilterra mosse guerra all’Olanda più volte per frenarne la forte concorrenzialità nei trasporti marittimi e nella pesca; e costrinse militarmente il Portogallo ad accettare dei termini di scambio favorevoli agli inglesi. Ma furono soprattutto decisive le guerre coloniali; quelle dei pirati di Elisabetta I contro i possedimenti spagnoli in America; quelle tra olandesi, francesi, inglesi, portoghesi, ecc. per il dominio del Nord America, in Asia, in Africa.</p><p rend="text">Sul mercato interno, la prima grande svolta si ebbe a fine Seicento. Il mercato dei beni di lusso mostrava difficoltà ad espandersi ancora. Allora imprenditori ed economisti scoprirono le potenzialità di espansione all’interno, la quale però richiedeva che si alzassero i salari. Ci fu, quindi, un vero capovolgimento rispetto alle politiche del sec. XVII. Gli alti salari, argomentarono gli economisti inglesi, solo in apparenza diminuiscono il profitto. Essi rendono i lavoratori più motivati e collaborativi e ne aumentano la produttività perché migliorano la qualità del lavoro<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-257-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-257">2</ref></hi></hi>. Questa svolta durò solo fino alle soglie della rivoluzione industriale, ma bastò a favorire la grande cultura dell’illuminismo. Dopo, però, ricominciò il regime dell’alta produttività con bassi salari.</p><p rend="h2">2. Tre modi di accumulare</p><p rend="h3 ParaOverride-4">a. Rapina delle risorse e lavoro schiavistico </p><p rend="text">L’accumulazione capitalistica che si basa sul lavoro schiavistico o semi-schiavistico è molto più diffusa di quanto non si creda, sia in età moderna sia al giorno d’oggi. Essa è la forma più arretrata di accumulazione, e la meno civile (vedi anche cap. IV e VI.3).</p><p rend="text">In genere il lavoro schiavistico usa una tecnologia arretrata, che non viene rinnovata facilmente; il livello di istruzione e di qualificazione dei lavoratori è tenuto volutamente basso; la qualità del prodotto non migliora e l’investimento tende a trasformarsi in rendita parassitaria, la quale va a piccole minoranze, spesso ricchissime. Questo avveniva (e avviene ancor oggi) nell’attività estrattiva di Africa e America Latina, e nelle grandi piantagioni delle stesse aree e del Sud-est asiatico.</p><p rend="text">Ma il lavoro schiavistico si estende ben oltre queste attività. Oggi sono schiavi tutti coloro che – anche se non sono formalmente proprietà di un padrone – sono costretti a fare un lavoro molto duro e mal pagato e non possono abbandonarlo. Ad esempio gli immigrati nei paesi arabi del petrolio, o gli emigranti tenuti prigionieri in Libia, che vengono torturati e venduti sul mercato.</p><p rend="text">Una condizione di semi-schiavitù è quella di molti immigrati illegali in Occidente, che lavorano in agricoltura o nelle fabbriche clandestine. Essi sono ostaggio dei ‘caporali’ che trattengono i loro documenti, riducono le paghe al minimo e li fanno vivere in condizioni ignobili. Semi-schiavi sono anche milioni di bambini e donne In Africa e nel Sud-est asiatico che lavorano ai prodotti di abbigliamento delle multinazionali occidentali; oppure coltivano (o pescano) in condizioni disumane i prodotti che poi si vendono nei paesi ricchi; o, ancora, estraggono minerali rari con le mani, come il coltan in Congo, esposti alle radiazioni.</p><p rend="text">Si noti che le condizioni di vita degli schiavi contemporanei sono peggiori di quelle delle piantagioni americane in età moderna, perché oggi il lavoro schiavistico si svolge in un contesto fortemente concorrenziale e il padrone cerca di ottenere il massimo profitto possibile dal lavoratore.</p><p rend="h3">b. Aumento di produttività con meccanizzazione e bassi salari</p><p rend="text">Questo modo di accumulare può assicurare profitti molto alti, ma a spese delle condizioni di vita e di lavoro dei salariati. Come scriveva Sweezy, riguardo al Brasile, i capitalisti guardano alle masse non come consumatori ma come un costo: più basso è il costo, maggiori sono i profitti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-256-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-256">3</ref></hi></hi>. Ci sono state due grandi esperienze in cui questo tipo di accumulazione è stato dominante: il passaggio dall’economia agricola a quella manifatturiera (in Europa occidentale nei sec. XVI-XVII) e la fase dell’industrializzazione (sec. XVIII- XX).</p><p rend="text">L’affermarsi della manifattura come economia dominante è la via obbligata per il decollo del capitalismo. La produzione manifatturiera nell’economia agricola è marginale, in quanto sussidiaria del lavoro agricolo. Col capitalismo, invece, la manifattura diventa autonoma e si espande sempre più. Nelle botteghe artigiane l’organizzazione del lavoro diventa sempre più articolata (crescente divisione tecnica del lavoro), finché la bottega non si trasforma in manifattura. In quest’ultima il processo lavorativo viene razionalizzato, le mansioni vengono suddivise fra gruppi diversi di operai, i tempi si accelerano. L’espandersi del commercio è il necessario complemento dell’espandersi della manifattura. </p><p rend="text">Questo processo si è ripetuto in forme abbastanza simili in tutte le mille esperienze di nascita e sviluppo dell’economia capitalistica. Adam Smith descrisse la crescita della divisione del lavoro come la forza motrice dell’aumento di produttività e dello sviluppo economico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-255-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-255">4</ref></hi></hi>. Tuttavia <hi >Ferguson </hi>e lo stesso Smith, guardando agli inizi della prima rivoluzione industriale, si resero conto che la meccanizzazione impoveriva le facoltà intellettuali dei lavoratori<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-254-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-254">5</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Infatti l’aumento della produttività si basava essenzialmente sulla meccanizzazione. Il lavoro della grande massa degli operai diventò sempre più elementare, penoso e abbrutito. I bambini furono ridotti a piccoli schiavi, secondo l’espressione di Bairoch<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-253-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-253">6</ref></hi></hi>. Quel modello di accumulazione fu applicato a tutti gli stadi successivi dell’economia industriale: il taylorismo, il fordismo e la catena di montaggio. </p><p rend="text">Questa tendenza portò all’aumento insostenibile dei ritmi di lavoro, che fu descritto da Marx<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-252-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-252">7</ref></hi></hi> (più tardi fu illustrato da grandi artisti del cinema, come Fritz Lang in <hi rend="italic">Metropolis</hi> del 1927, o Chaplin in <hi rend="italic">Tempi moderni</hi>, del 1936). Negli anni 1950-60 l’aumento dei ritmi dovuto alla semplificazione dei gesti raggiunse i limiti fisici di resistenza del corpo umano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-251-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-251">8</ref></hi></hi>. Fu solo allora che gli imprenditori e gli economisti cominciarono a considerare la qualificazione del lavoro come una nuova via per aumentare la produttività.</p><p rend="text">Nei circa cinque secoli in cui ci fu l’espandersi della produzione manifatturiera e poi industriale (dal XVI al XX) si ottennero permanenti miglioramenti salariali e delle condizioni di lavoro, ma molto tardi, dopo la metà dell’Ottocento, e a costo di lotte sindacali durissime, spesso con un alto prezzo di sangue. La fase dei salari bassi fu superata solo con il welfare state (circa 1950-80). Ma dopo di allora il potere contrattuale dei salariati è tornato a declinare e l’accumulazione fondata sui bassi salari è tornata a crescere anche nei paesi ricchi (vedi cap. VI). </p><p rend="h3">c. Aumento di produttività con alti salari e crescita del capitale umano </p><p rend="text">Nel terzo modello di accumulazione l’aumento di produttività si basa sugli alti salari; il lavoro è più qualificato, grazie all’istruzione e alle migliori condizioni di vita e il progresso tecnico è molto alto. Abbiamo già detto che ci sono solo due periodi in cui il modello di accumulazione basato sugli alti salari è stato dominante: nel Settecento e durante il welfare state.</p><p rend="text">Nel 1728 Daniel Defoe spiegò che l’Inghilterra, che aveva i salari più alti del mondo, non poteva competere con la Cina e con l’India risparmiando sul costo del lavoro. In quei paesi i salari erano bassissimi e le condizioni dei lavoratori disastrose. Gli inglesi potevano competere solo grazie alla migliore qualità dei loro prodotti, la quale era assicurata proprio dagli alti salari<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-250-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-250">9</ref></hi></hi>. Nelle aree di maggiore sviluppo, come il nord dell’Inghilterra, i salari continuarono ad essere alti fino agli anni Settanta di quel secolo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-249-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-249">10</ref></hi></hi>, ma con l’inizio della rivoluzione industriale cominciarono ad abbassarsi sempre più<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-248-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-248">11</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Alcuni illuministi descrissero la qualificazione del lavoro come un investimento dell’individuo in attività di studio o specializzazione, che garantisce un guadagno futuro maggiore<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-247-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-247">12</ref></hi></hi>. E Smith aggiunse che la qualificazione individuale, estendendosi, si tramuta in qualificazione della società. Si realizza, egli scrive, una sorta di capitale sociale che accresce la produttività generale del sistema<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-246-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-246">13</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Quella di Smith era una geniale intuizione, che trovò conferma nella seconda metà dell’Ottocento. In quel periodo le imprese si trovarono a corto di tecnici che fossero in grado di gestire un’economia sempre più complessa, non solo per l’invenzione e la gestione dei macchinari ma anche per le tecniche di commercializzazione e amministrazione. Si diffusero allora, su pressione delle imprese, oltre all’istruzione primaria obbligatoria,<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-245-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-245">14</ref></hi></hi> le scuole professionali, gli istituti tecnici, le facoltà di ingegneria e scientifiche in genere. La società si preoccupava della formazione del capitale umano; che comprendeva i funzionari pubblici, le professioni liberali, gli ingegneri e gli altri tecnici.</p><p rend="text">L’aumento di produttività dovuto alla qualificazione del lavoro diventò il nuovo fattore dell’accumulazione. Dopo un lungo itinerario di studi e di teorie, negli anni Sessanta del Novecento alcuni economisti di Chicago, innanzitutto Theodore Schultz (1961), teorizzarono l’investimento in capitale umano. Schultz, tuttavia, focalizzò la sua analisi sull’istruzione; rimanevano negletti i grandi settori della ricerca, del comfort e della cultura diffusa come strumenti di qualificazione del capitale umano.</p><p rend="h2">3. L’aumento dei ceti medi </p><p rend="h3 ParaOverride-4">a. Ceti medi che contribuiscono all’accumulazione</p><p rend="text">Nei secoli X-XI si creò un aumento di produttività in agricoltura, che generò un sovrappiù stabile (vedi I.2.a). In quel momento si aprì uno spazio intermedio fra le élite che possedevano la rendita e i produttori diretti della ricchezza, cioè i lavoratori dell’economia agricola. In questo spazio sorsero quindi nuovi mestieri e nuove professioni, che rispondevano ai nuovi bisogni dell’economia urbana. Essi permisero un’organizzazione sociale più articolata e una produzione più efficiente. È questa la crescente divisione sociale del lavoro che dette vita alla società moderna.</p><p rend="text">Dapprima, i ceti medi erano composti da artigiani e mercanti/imprenditori, inclusa <hi >la gentry (</hi>la piccola nobiltà di campagna che promosse il capitalismo in Inghilterra). Ma presto si aggiunsero i professionisti: medici, notai, architetti, giuristi, cambia-valute, banchieri. Gradualmente crebbero anche funzionari e impiegati pubblici, ricercatori e insegnanti, i quadri dell’esercito, ecc. Più tardi ancora aumentarono gli intellettuali, gli artisti, e infine i tecnici legati alla crescente complessità delle macchine. I tecnici aumentarono col crescere della specializzazione e della divisione del lavoro all’interno della manifattura. </p><p rend="text">Tutti questi ceti vengono indicati come la borghesia, contrapposta all’aristocrazia della terra e delle guerre. Gli individui di questi ceti sono in concorrenza fra loro all’interno dei propri mestieri o professioni. Essi non cercano privilegi, ma esigono diritti e riconoscimento del merito. Da questi ceti nasce la civiltà europea, che è basata sul carattere impersonale della legge e delle regole. Sono loro che hanno promosso le rivoluzioni liberali contro l’aristocrazia, in Inghilterra nel sec. XVII, in America e in Francia nel sec. XVIII, e in tutta Europa nel sec. XIX. Ma, una volta diventata la classe dominante, la borghesia generò anch’essa una nuova élite; quella dei più ricchi, molto spesso legata alla rendita, la quale – come spiegò brillantemente Veblen (1899) – cresce anche nell’economia capitalista.</p><p rend="text">Il restante ceto medio (la maggior parte) rimase senza rendita, mantenendosi col proprio lavoro. Non sempre gli esponenti di questo ceto mantennero lo spirito progressivo e liberale degli inizi. I borghesi tenevano a distinguersi dai ceti popolari per reddito, cultura e status sociale. Quanto più erano contigui ai ceti inferiori tanto più si accanivano nel combatterli. Nel primo Novecento molti membri del ceto medio furono spinti dalla minaccia di perdere il proprio status verso soluzioni autoritarie e antidemocratiche. Un processo simile si sta sviluppando oggi nei paesi ricchi, a causa della crisi economica che colpisce i ceti medio-bassi.</p><p rend="text">In età moderna la prevalenza della borghesia differenzia l’Europa occidentale dalla Cina e dall’India. Nei sec. XVII-XVIII, questi due grandi paesi – ma anche Tailandia, Vietnam, Indonesia -avevano economie nel complesso ricche e sviluppate quanto quella dell’Europa occidentale. Ed erano tecnicamente attrezzati; la Cina lo era decisamente più dell’Europa (vedi I.1.c e IV.4)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-244-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-244">15</ref></hi></hi>. Perché, allora, quei paesi non prevalsero, anzi si impoverirono mano a mano che l’Europa avanzava? La risposta più diffusa fra gli storici è: a causa della rivoluzione industriale, che avvantaggiò l’Europa.</p><p rend="text">La rivoluzione industriale, in effetti, permise – per esempio – al colonialismo inglese di distruggere l’industria tessile indiana, che era concorrente, e di devastare l’economia cinese con le guerre dell’oppio (vedi IV.4). Ma perché in Cina e in India non c’era traccia di una rivoluzione industriale, nonostante l’imponente produzione manifatturiera? Il motivo è che mancavano l’interesse per il profitto e la struttura sociale che si era formata intorno ad esso (vedi I.1.b-c). </p><p rend="text">In Europa ormai da secoli prevaleva l’economia del profitto, anche se rimanevano larghe zone di simbiosi o convivenza con la rendita. Per secoli l’accumulazione capitalistica aveva esteso la manifattura, assorbendo mano d’opera dalla campagna. In occidente si riducevano lentamente la fame e la miseria, l’analfabetismo e la superstizione, su cui si è sempre fondato il dominio della rendita agraria in ogni paese. Cresceva, invece, la coscienza dei propri diritti; la quale più tardi si estese anche agli operai delle fabbriche e li portò a lottare per migliori condizioni di vita e di lavoro.</p><p rend="h3">b. Ceto medio che dipende dalla rendita</p><p rend="text">Naturalmente alcuni ceti medi esistevano anche nelle economie dominate dalla rendita, ma erano marginali. Le élite di queste economie erano formate dai grandi proprietari terrieri, a cui talvolta si aggiungevano i grandi mercanti (come nei paesi arabi, in Armenia, Grecia, nelle comunità ebraiche, ecc.). In Cina, a metà fra le élite e i mercanti, c’era la gentry cinese: i mandarini o s<hi >hensh</hi>i (vedi I.1.c), la quale un po’ dipendeva dallo stato e un po’ si appropriava della rendita agraria.</p><p rend="text">Ma in generale nelle economie non capitaliste i ceti medi dipendono dalla rendita, direttamente o indirettamente. Essi nascono per fornire servizi, pubblici o privati, alla classe dominante. I ceti medi legati alla rendita sono tuttora particolarmente numerosi nell’Europa mediterranea e orientale, compresa la Russia; nei paesi latino-americani, che hanno ereditato la struttura sociale di Spagna e Portogallo; e nelle ex-colonie di ogni continente. In tutte queste economie la ricchezza pro-capite è scarsa, ma si concentra in poche mani, quelle degli agrari, o degli armatori (come in Grecia) o dei grandi mercanti. Ciò determina enormi ricchezze private ed enormi disuguaglianze sociali.</p><p rend="text">In questi casi, il ceto medio è partecipe di alcuni privilegi delle élite. In genere, esso non ha capacità innovativa; diffida di ogni forma di democrazia; disprezza il lavoro, la solidarietà e il senso civico; angaria i lavoratori manuali. Il suo modello di vita è quello parassitario e ozioso del proprietario terriero<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-243-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-243">16</ref></hi></hi>. Questo ceto svolge un ruolo decisivo nella formazione del blocco sociale conservatore che governa le economie della rendita. </p><p rend="text">Oggi, nei paesi latino-americani o del sud-est asiatico, nel Medio Oriente, adesso anche in alcuni paesi africani, il ceto medio si è fuso spesso con le vecchie élite, formando un complesso militare-agricolo o militare-finanziario che domina il paese in modo autoritario, anche se in genere lo fa sotto la finzione della democrazia formale.</p><p rend="h2">4. Disoccupazione, saturazione, sottoconsumo</p><p rend="text">Il progresso tecnico – o nella forma di meccanizzazione o in altre forme – è l’agente fondamentale dell’accumulazione capitalistica, perché è la causa principale dell’aumento di produttività. Però, da una parte, il progresso tecnico abbassa il costo dei singoli beni, crea un prodotto complessivo sempre più grande, e quindi tende a saturare il mercato; dall’altra, sostituisce lavoro con macchine e quindi crea sempre nuovi disoccupati.</p><p rend="text">La disoccupazione così generata – detta disoccupazione tecnologica – diminuisce il potere d’acquisto dei lavoratori nel suo insieme, e quindi abbassa la domanda sul mercato. Ciò avviene in due modi. Da una parte, riducendosi gli occupati, si riducono i consumatori paganti. Dall’altra, i disoccupati, essendo pronti ad accettare salari più bassi, spingono verso il basso i salari degli occupati. Perciò Marx chiamava questo tipo di disoccupazione «esercito industriale di riserva»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-242-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-242">17</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Ad esempio, l’introduzione di telai meccanizzati creò disoccupazione già nel sec. XVI; e, come abbiamo visto, il mercato dei beni di lusso tendeva ad essere saturo già alla fine del sec. XVII. All’inizio della rivoluzione industriale, il telaio meccanico – introdotto nel 1769 – provocò una ribellione, sotto la guida di Ned Ludd (una figura storicamente incerta). </p><p rend="text">Nel secondo decennio del sec. XIX, i seguaci del luddismo (appunto, da Ludd) cercarono di distruggere le nuove macchine, che causavano nuova disoccupazione<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-241-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-241">18</ref></hi></hi>. Ricardo disse loro che sbagliavano, perché l’aumento di produttività creato dalle nuove macchine avrebbe generato profitti più alti, quindi maggiori investimenti e quindi maggiore occupazione<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-240-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-240">19</ref></hi></hi>. Ma il suo amico Barton gli fece notare che i nuovi investimenti potevano accrescere l’occupazione solo se erano impiegati per assumere nuovi lavoratori. Ma se consistevano nell’acquisto di altre macchine, cosa molto probabile, l’occupazione non sarebbe aumentata, ma diminuita ancora<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-239-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-239">20</ref></hi></hi>. In seguito alle osservazioni di Barton, Ricardo ammise che in realtà l’aumento dell’occupazione nel lungo periodo non avrebbe compensato il danno fatto dal progresso tecnico agli operai licenziati (Ricardo, ibid.). </p><p rend="text">Ricardo tuttavia non arrivò alle ultime conseguenze della sua autocritica. L’obiezione di Barton era molto pertinente, perché di norma il progresso tecnico favorisce nuovi investimenti in macchine, non in lavoratori. Ciò significa che l’accumulazione crea uno squilibrio, che tende ad aggravarsi, tra offerta (in eccesso) e domanda (carente). I primi a denunziare questa tendenza furono i cosiddetti teorici del sottoconsumo, in particolare Malthus e Sismondi. Essi notarono, nei primi anni del sec. XIX, che c’erano delle crisi ricorrenti che lasciavano invenduta una parte del prodotto; e attribuirono il fenomeno alla tendenza allo squilibrio fra produzione e consumo.</p><p rend="text">Malthus propose di rimediare diminuendo gli investimenti e aumentando al loro posto il consumo improduttivo (quello dei proprietari terrieri e degli impiegati pubblici)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-238-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-238">21</ref></hi></hi>. Sismondi attribuì le crisi ai salari troppo bassi, che creavano carenza di domanda, e propose sia di alzare i salari che di frenare il progresso tecnico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-237-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-237">22</ref></hi></hi>. Ma secondo gli altri economisti classici, queste soluzioni erano contrarie alla logica dell’accumulazione capitalistica: innanzitutto era un controsenso spendere improduttivamente il sovrappiù; in secondo luogo bisognava lasciare che il livello del salario fosse stabilito dalla concorrenza; infine, non si poteva frenare il progresso tecnico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-236-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-236">23</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In pratica i classici, non sapendo come spiegare le crisi periodiche, le negarono. Lo fecero dapprima con la legge di J.B. Say. Questa afferma che l’investimento capitalistico consiste nell’acquistare sul mercato il lavoro (pagato con i salari) e i mezzi di produzione. Questi acquisti creano in anticipo nel mercato le risorse necessarie ad esprimere una domanda che assorba tutto il prodotto finale degli investimenti stessi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-235-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-235">24</ref></hi></hi>. Un altro argomento contro le teorie del sottoconsumo fu il ciclo economico (business cycle). J.S. Mill interpretò le crisi periodiche come fluttuazioni di breve periodo, dovute a momentanee sfasature fra domanda e offerta sul mercato. Queste fluttuazioni, che sono appunto cicliche, sono inevitabili, ma vengono altrettanto inevitabilmente superate dal mercato (Say le aveva chiamate crisi da sproporzione)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-234-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-234">25</ref></hi></hi>. Mill in realtà confondeva le fluttuazioni del ciclo economico con le crisi strutturali, le quali sono dovute a squilibri non temporanei, che il mercato non riesce a superare.</p><p rend="text">Le legge di Say, in realtà, è una petizione di principio, cioè dà per presupposto ciò che dovrebbe dimostrare. Eppure essa viene accettata tuttora dall’economia ortodossa. Ancora peggio è andata con la teoria del business cycle, la quale fu accettata persino da Marx, e tutt’ora domina incontrastata. Il concetto stesso di crisi strutturale è sparito, fino al punto che le gravi e lunghe crisi strutturali degli anni Trenta e Ottanta del Novecento e quella del 2008-2018 sono ancora analizzate col misero strumento del business cycle<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-233-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-233">26</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Eppure, verso la fine dell’Ottocento i nodi erano già venuti al pettine. Mentre celebrava la pace e il benessere della Belle Époque, l’Europa entrò in una lunga depressione che arrivò fino alla prima guerra mondiale. Solo pochi autori compresero che la depressione era causata dallo squilibrio strutturale fra offerta, cioè produzione, e domanda, cioè consumo (vedi V.1.a). Non bastò nemmeno la seconda rivoluzione industriale – nella seconda metà dell’Ottocento – ad assorbire l’eccesso di sovrappiù. </p><p rend="text">Questa è una riprova che le rivoluzioni industriali, cioè l’addensarsi rapido di molte innovazioni produttive, se avvengono in un contesto di bassi salari, alla lunga aggravano il problema. Infatti, grazie al progresso tecnico, la produttività e quindi il sovrappiù aumentano velocemente, mentre la domanda finale non cresce. Questo è il caso analizzato da Keynes negli anni Trenta del Novecento. Nell’immediato, l’aumento del sovrappiù viene assorbito dai nuovi investimenti; nel medio periodo, è assorbito dall’aumento dei ceti medi; ma nel lungo termine, se non c’è aumento dei salari, non trova più sbocchi.</p><p rend="text">Proprio questo successe a fine Ottocento. Mentre il sovrappiù cresceva, le piazze d’Europa erano insanguinate dagli scioperi degli operai, a cui non si concedevano aumenti di salario. La prima guerra mondiale sembrò porre fine alla depressione economica, perché assorbì il sovrappiù in armamenti ed eserciti. Ma si trattò solo di una tregua. </p><p rend="text">Con la fine della prima guerra mondiale, i paesi europei e gli Stati Uniti furono invasi dai disoccupati. Lo sviluppo non ripartiva, a causa della persistente carenza di domanda. I capitali, rimasti senza sbocco, venivano dirottati verso la speculazione finanziaria. La disoccupazione e l’inflazione immiseriva i ceti medi meno protetti, i quali erano atterriti dalla prospettiva di cadere nel proletariato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-232-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-232">27</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">C’erano tutte le premesse per arrivare al crollo di Wall Street del 1929 e al riemergere della depressione, che – aggravandosi – fu chiamata stagnazione. Il livello dei consumi e quello dei salari sono rimasti i fattori essenziali in tutte le fasi di crisi e di sviluppo degli ultimi cent’anni.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-258-backlink">1</ref></hi>	Wallerstein (1995: 35).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-257-backlink">2</ref></hi>	Vedi Janssen (1713).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-256-backlink">3</ref></hi>	Sweezy (1981: 79).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-255-backlink">4</ref></hi>	Smith (1776, I.1).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-254-backlink">5</ref></hi>	Ferguson (1767: IV.1; V.3: 247-248). Smith (1776, I.1.6; IV.9. 35).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-253-backlink">6</ref></hi>	Bairoch (1997: 351-358).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-252-backlink">7</ref></hi>	Marx (1867: <hi rend="italic">Capital I</hi>, cap. 15).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-251-backlink">8</ref></hi>	Sugli effetti dell’automazione sui lavoratori, vedi Tanenbaum (1983a: 513; 1983b: 599).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-250-backlink">9</ref></hi>	Defoe (1728, I.1: 36-45, 59-68).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-249-backlink">10</ref></hi>	Gilboy (1936).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-248-backlink">11</ref></hi>	Bairoch (1997, ch. VIII).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-247-backlink">12</ref></hi>	Vedi ad es. Cantillon (1730, I.7-8).<hi > Smith (</hi>1776, I.10.9-10).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-246-backlink">13</ref></hi>	<hi >Smith </hi>(1776, II.1.17).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-245-backlink">14</ref></hi>	Vedi i dati della World Bank elaborati da OWD, Education – Primary and Secondary.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-244-backlink">15</ref></hi>	Bairoch (1997, XVII.I.d-e).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-243-backlink">16</ref></hi>	Per il settore pubblico, vedi Bold – Molina<hi rend="italic"> </hi>(2017).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-242-backlink">17</ref></hi>	Marx (1867: <hi rend="italic">Capital I</hi>, cap. 25.3).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-241-backlink">18</ref></hi>	Bairoch (1997: 622-623).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-240-backlink">19</ref></hi>	Ricardo (1821, cap. 31).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-239-backlink">20</ref></hi>	Barton (1817: 40-45).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-238-backlink">21</ref></hi>	Malthus (1820: 401-405).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-237-backlink">22</ref></hi>	Sismondi (1819: 312-368; 443-448).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-236-backlink">23</ref></hi>	Ricardo (1820: 198, 245). Torrens (1819).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-235-backlink">24</ref></hi>	Say (1803, II, 15). Per una versione estrema della legge di Say, vedi Mill (1808: 81-88) e Mill (1844, II.2-5).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-234-backlink">25</ref></hi>	Mill (1844, secondo saggio).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-233-backlink">26</ref></hi>	Rinvio a Perrotta (2018, cap. XIII). Tuttavia Minsky adotta un’ottica diversa da quella del ciclo economico: vedi Roncaglia (2019, 11.6: 1161-1167).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-232-backlink">27</ref></hi>	Bairoch (1997, cap. XXIV.3).</p><p rend="h1_section">Capitolo IV</p><p rend="h1_chapter">Il saccheggio del mondo</p><p rend="text">Calchi Novati e Valsecchi scrivono: «La storia dell’epopea coloniale è indistinguibile dalla storia dell’accumulazione del capitale»<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-231-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-231">1</ref></hi></hi>. Nel XV secolo i paesi dell’Europa occidentale iniziano l’esplorazione e la conquista del resto del mondo. La conquista avviene soprattutto in due forme. La prima è il colonialismo propriamente detto, cioè la sottomissione militare di altri popoli, con i quali i conquistatori coabitano. La seconda è il trasferimento di gruppi europei in aree relativamente poco popolate, accompagnato quasi sempre dal genocidio dei nativi. A fine Ottocento la conquista del mondo è quasi completa.</p><p rend="text">Marx (<hi rend="italic">Capital I</hi>) parlava dell’accumulazione primitiva o originaria della ricchezza che fu la base ‘necessaria’ per il decollo del capitalismo. Egli distingueva un processo di accumulazione primitiva interno all’Europa e uno esterno. Il primo attuò la concentrazione del capitale che venne espropriato ai produttori indipendenti e ai piccoli imprenditori (<hi rend="italic">Capital I</hi>, cap. 26); il secondo acquisì la ricchezza da altre parti del mondo (<hi rend="italic">Capital I</hi>, cap. 27). Ghosh (2017) giustamente ha osservato che il processo esterno dell’accumulazione primitiva non ha mai smesso di funzionare. </p><p rend="h2">1. Il saccheggio dell’Africa e la tratta degli schiavi</p><p rend="text">Intorno al 1420, sotto la spinta di Enrico il Navigatore, figlio del re, i portoghesi iniziano le esplorazioni della costa occidentale africana. Nel 1488 Bartolomeo Díaz doppia il Capo di Buona Speranza e nel 1498 Vasco da Gama raggiunge l’India via mare. I portoghesi crearono una serie di città fortificate lungo la costa africana, che erano basi commerciali e centri di smistamento delle materie prime raccolte dalle zone interne (entro una fascia di circa 100 km dalla costa). Si tratta soprattutto di oro, ma anche avorio, legni pregiati, pietre preziose, caffè. Nel sec. XVI si aggiungono le basi commerciali di inglesi, olandesi, francesi e danesi<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-230-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-230">2</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La tratta degli schiavi – già praticata in Africa da arabi e portoghesi sulla costa orientale – inizia nel XVI secolo verso le Americhe. Portoghesi e spagnoli dapprima comprano gli schiavi di guerra di alcuni regni locali; poi, con la complicità di alcune tribù, catturano milioni di uomini della costa occidentale e li portano nelle Americhe per il lavoro nelle miniere e nelle piantagioni. Nel sec. XVIII iniziano le piantagioni di cotone, con gli schiavi, negli Stati Uniti del sud<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-229-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-229">3</ref></hi></hi>. I trafficanti sono ora mercanti di tutta l’Europa occidentale, compresi italiani, danesi e tedeschi, o compagnie delle Indie dei vari stati, che ottengono l’appalto dalla Spagna o dal Portogallo in cambio di una tassa.</p><p rend="text">La tratta raggiunge l’acme nel sec. XVIII, per poi scemare; sia perché viene favorita la riproduzione in America degli schiavi e la formazione di famiglie (meno costosa della tratta), sia perché lo sviluppo economico non rende ormai conveniente la tratta. Le condizioni di trasporto degli schiavi erano disumane. Sembra che solo un terzo degli uomini arrivasse vivo. </p><p rend="text">Durante l’illuminismo si sviluppò anche un critica culturale alla tratta, che nel sec. XIX mise in crisi questo commercio<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-228-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-228">4</ref></hi></hi>. Il commercio di schiavi (non ancora la schiavitù) fu abolito progressivamente a partire dalla fine del sec. XVIII. Ma Portogallo e Spagna lo praticavano ancora dopo la metà del sec. XIX. Si stima che 10 o 12 milioni di schiavi arrivarono vivi in America<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-227-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-227">5</ref></hi></hi>. La tratta ebbe conseguenze economiche devastanti per l’Africa, anche in termini di calo demografico.</p><p rend="text">Nel sec. XVI i portoghesi si insediano in Angola, per la caccia agli schiavi, e in Mozambico. I francesi occupano di fatto Senegal e Madagascar; e a metà Ottocento, l’Algeria. Lungo i secoli, i vari stati europei –  e gli arabi sulla costa orientale –  conquistano e perdono di volta in volta vari territori e città, lottando fra loro. Fino alla fine dell’Ottocento, la maggior parte dell’Africa viene dominata attraverso compagnie private, spesso monopolistiche. In questa fase, gli stati europei impongono ai governi locali dei trattati che vanno a loro danno e a favore delle compagnie<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-226-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-226">6</ref></hi></hi>. Arrivano così in Europa spezie, cotone, caffè, cacao, banane e soprattutto metalli e pietre preziose.</p><p rend="text">La conquista armata si generalizzò soltanto quando i locali tentarono di ribellarsi ai trattati imposti. Nell’ultimo ventennio del sec. XIX e nel primo del XX si completa la spartizione dell’Africa (eccetto Etiopia e Liberia) tra francesi, inglesi, portoghesi, tedeschi, belgi e italiani. Le guerre che seguirono alla conquista coloniale, per reprimere le ribellioni, provocarono un nuovo calo demografico. Ancor più grave per la demografia fu lo sfruttamento brutale dei lavoratori –  come in Congo e nell’Africa tedesca del Sud-Ovest –  imposto dalle compagnie minerarie e del legname. Gravi eccidi avvennero anche nella guerra inglese contro i ribelli in Tanganika e nel Somaliland, e nella repressione italiana in Cirenaica e altrove.</p><p rend="text">Gli orrori perpetrati dal 1885 al 1908 nel cosiddetto Stato libero del Congo furono tali che persino l’Europa colonialista, abituata alle brutalità, alla fine li trovò intollerabili. Il re del Belgio Leopoldo II aveva ottenuto il Congo come sua proprietà privata «per portare la civiltà» e «contro la schiavitù». Il suo alleato, il famoso esploratore Henry M. Stanley, carpì ai capi-tribù l’assenso sui contratti per produrre avorio, oro, diamanti, caucciù e altre piante. La caccia agli elefanti e agli altri grandi animali fu incoraggiata in ogni modo; i villaggi furono distrutti per lasciare spazio alle colture da esportazione; i nativi vennero schiavizzati. Quelli che non riuscivano a produrre le enormi quote di prodotto assegnate venivano mutilati atrocemente, e i loro bambini e mogli venivano messi al loro posto. Chi si ribellava era ucciso. Si calcola che i morti per queste cause furono fra i 3 e i 10 milioni. Alla fine il parlamento belga tolse il Congo alla gestione privata del re. Ma le frustate e le mutilazioni continuarono anche dopo. Leopoldo II impedì con successo che si conoscessero i suoi crimini, distruggendo tutte le prove, tanto che ancora adesso essi sono poco conosciuti<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-225-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-225">7</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">2. Il saccheggio coloniale dell’America Latina</p><p rend="text">La conquista spagnola dell’America fu modellata sulla <hi rend="italic">Reconquista</hi> contro gli arabi, che era stata guidata dalla nobiltà feudale. Il modello economico-sociale esportato non fu quello capitalista, ma quello feudale, con un danno gravissimo per l’America Latina, che dura tutt’oggi.</p><p rend="text">A partire dal 1510, in pochi e con pochi mezzi, gli spagnoli e altri avventurieri europei distrussero enormi imperi, grazie alla loro superiorità tecnica. Essi avevano il cavallo, le armi da fuoco, l’acciaio, la ruota, che i nativi non avevano; ed erano esperti nella strategia militare. Gli <hi rend="italic">indios</hi> vennero falcidiati, innanzitutto, dalle epidemie (causate dai nuovi germi portati dagli europei e favorite dall’urbanizzazione)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-224-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-224">8</ref></hi></hi>; poi dal lavoro schiavistico nelle miniere e nelle piantagioni; dai massacri bellici; e infine, dalla distruzione dei loro sistemi economici. Secondo calcoli recenti, la popolazione dell’America latina si aggirava, all’arrivo degli spagnoli, intorno ai 50 milioni; ma nel 1650 era caduta a 10<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-223-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-223">9</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Dopo aver depredato l’oro e le gemme posseduti dai nativi, gli spagnoli passarono allo sfruttamento degli ingenti giacimenti d’oro, argento e pietre preziose. Si calcola oggi che nei secoli XVI-XVIII arrivarono in Europa oltre 112mila tonnellate di metalli preziosi, calcolando l’oro in argento equivalente: l’oro valeva 15 volte la stessa quantità di argento (Bairoch, 1997: 763).</p><p rend="text">Il lavoro schiavistico si estese alle grandi piantagioni, che esportavano in Europa i prodotti tropicali. Accanto alla canna da zucchero (l’esportazione principale) si esportarono legno pregiato, spezie, più tardi cotone e caffè. Poi c’erano i prodotti sconosciuti nel Vecchio Mondo, come cacao, tabacco, patate, manioca, pomodori, ecc. Il lavoro nelle piantagioni attivò la tratta degli schiavi africani soprattutto verso i Caraibi, Brasile, Venezuela e Colombia. Il costo del lavoro schiavistico era talmente basso che era preferito alla produzione industriale. Circa il 95% del commercio europeo di schiavi africani si diresse verso l’America Latina e il 5% verso gli Stati Uniti del sud<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-222-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-222">10</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La struttura produttiva si basava sulla <hi rend="italic">encomienda</hi>, cioè la concessione del sovrano a un colono spagnolo di un certo numero di <hi rend="italic">indios</hi>. I nativi – in cambio della «protezione» e della «civilizzazione», cioè la conversione forzata al cristianesimo – dovevano pagare tributi in oro, in natura o in lavoro. Una parte di questi tributi andava alla corona. In Brasile si impiantò un sistema simile, ma con l’esplicito permesso di rendere schiavi gli <hi rend="italic">indios</hi>.</p><p rend="text">Nel Settecento la <hi rend="italic">encomienda </hi>deperì, perché la Spagna – sempre più povera, per la dissennata politica economica iniziata nel sec. XVI (vedi II.2.d) – aumentò troppo la quota dei guadagni che doveva andare alla corona. Nel nuovo istituto della <hi rend="italic">hacienda</hi>, gli <hi rend="italic">indios</hi> erano formalmente liberi ma di fatto erano vincolati alla terra a causa dei debiti (Bairoch, 1997: 768-769). La produzione di oro e argento e quella delle piantagioni aumentarono, grazie alla politica dei primi Borboni di Spagna. Questi resero il sistema amministrativo meno vessatorio e incoraggiarono l’iniziativa dei governatori locali. Tutto ciò aumentò lo sfruttamento delle risorse coloniali. </p><p rend="h2">3. Lo sfruttamento dei paesi asiatici</p><p rend="text">Nel sec. XVI i portoghesi conquistano Goa (India), Colombo (Ceylon), lo stato di Malacca, infine Macao in Cina. Verso la fine del secolo, in Birmania, massacrano la maggior parte degli abitanti della capitale. In forte concorrenza con i portoghesi, l’Olanda occupa Giava agli inizi del sec. XVII, e poi tutta l’attuale Indonesia. Quest’ultima diventa colonia solo nel sec. XIX, quando si organizzano le grandi piantagioni di caffè, canna da zucchero e tè, e le attività minerarie. Le condizioni di lavoro (forzato) erano tali da suscitare l’indignazione della stessa opinione pubblica olandese. Anche Ceylon (oggi Sri Lanka) fu destinata successivamente da portoghesi, olandesi e infine inglesi alla coltura di caffè e tè – e nel sec. XX anche del caucciù – per l’esportazione.</p><p rend="text">Le Filippine furono scoperte nel 1521 da Maga<hi >lh</hi>ães (Magellano) che era al servizio della Spagna. Gli spagnoli vi introdussero l’<hi rend="italic">encomienda</hi>, ma in seguito lo stato assegnò le terre direttamente agli ordini religiosi e ai nobili. I nativi furono sottoposti a uno sfruttamento feroce. Gli immigrati cinesi subirono diversi massacri da parte dei dominatori e nel sec. XVIII furono espulsi. Nel sec. XIX si estesero le colture destinate all’esportazione (canapa, zucchero e copra). A fine Ottocento gli USA subentrarono agli spagnoli, e le Filippine diventarono il loro maggior fornitore di zucchero. </p><p rend="text">Più difficile fu la conquista del Sud-est asiatico, dove fiorivano antiche civiltà. Solo la Thailandia rimase indipendente giocando abilmente sulla rivalità tra inglesi e francesi. La Birmania fu sottomessa dagli inglesi dopo ben tre guerre, e fu associata alla colonia indiana, di cui seguì le sorti. La liberazione dagli inglesi avvenne nel 1948. Riguardo all’Indocina (Vietnam, Laos e Cambogia), i francesi occuparono Saigon nel 1859, ma la guerra di conquista si svolse dal 1883 al 1896. Le piantagioni organizzate dai francesi esportavano caucciù, zucchero, noci di cocco, riso e cotone grezzo. Le miniere, in mano a compagnie occidentali, esportavano carbone e zinco. </p><p rend="text">All’inizio del sec. XX, la Corea divenne colonia del Giappone, che si era ormai industrializzato. Da allora, esportò soprattutto riso, carbone, ferro e fertilizzanti per i giapponesi. Le condizioni di vita e i salari dei coreani peggiorarono notevolmente; e le rivolte furono represse con estrema durezza. </p><p rend="text">Nella ricca India dell’impero Moghul erano penetrate le imprese commerciali di molti stati europei. C’erano basi portoghesi, olandesi, danesi, francesi e inglesi. Nel sec. XVIII, con l’indebolirsi progressivo della dinastia Moghul, la concorrenza fra gli stati europei si inasprì, finché non restarono francesi e inglesi in posizione dominante. Con la vittoria di Plassey (nel 1757) contro i francesi e gli indiani di Calcutta, gli inglesi cominciano la dominazione come protettorato, che nel 1818 si estende a tutta l’India. Nei cento anni successivi, la liberalizzazione del commercio imposta dagli inglesi rovina la fiorente industria tessile indiana del cotone, perché quella inglese è resa enormemente più produttiva dalla meccanizzazione. Lo stesso avviene per la siderurgia e anche per l’agricoltura. </p><p rend="text">A metà del Settecento l’esportazione di manufatti indiani verso l’Inghilterra era molto superiore alle importazioni da quel paese, ma a fine Ottocento il rapporto si è invertito. L’India esporta materie prime, tra cui cotone grezzo, e importa manufatti. Si è realizzata così la tipica forma di dominazione coloniale. Nel 2010 in India il 60% della popolazione era impegnata ancora nel settore agricolo<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-221-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-221">11</ref></hi></hi>, il che dimostra un’enorme arretratezza.</p><p rend="text">Nel sec. XIX inizia la parabola discendente della Cina. Alla metà del Settecento il grande paese si era chiuso al commercio con gli occidentali. Questo fu permesso solo a Canton e sotto sorveglianza statale. Ma gli inglesi continuarono a ottenere illegalmente i preziosi beni cinesi (seta, porcellane, spezie, prodotti agricoli, tessuti, ecc.) dando in cambio l’oppio introdotto clandestinamente dagli stessi inglesi.</p><p rend="text">Contro l’introduzione dell’oppio, la Cina si sollevò due volte (guerre dell’oppio, 1839-42 e 1858), ma perdette contro la superiorità militare inglese e poi anche francese. Anche il Giappone, alla fine del secolo, attaccò la Cina, occupando Taiwan. Alla fine gli inglesi, oltre ad Hong Kong, ottennero l’apertura di molti porti cinesi, il consenso al traffico di oppio, il permesso per gli europei di portare armi da guerra, e persino il controllo generale delle dogane. </p><p rend="text">I risultati negativi della riduzione della Cina a semi-colonia non tardarono a vedersi. Bairoch parla di una vera de-industrializzazione; sebbene questa fosse meno grave di quella indiana, grazie alle forti resistenze della burocrazia e alla modernizzazione industriale iniziata negli anni Settanta dell’Ottocento. Comunque nel 1910 l’industria tessile cinese era controllata dai locali solo al 70%. A fronte di una popolazione cinese che era il 26% del totale mondiale, la Cina possedeva solo lo 0,6% di fusi e lo 0,2% della siderurgia mondiale. Tuttavia, sull’esempio del Giappone, il paese fece grandi sforzi per rimettersi al passo con l’Occidente, inclusa la fondazione di molte università<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-220-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-220">12</ref></hi></hi>. </p><p rend="h2">4. I genocidi nelle terre ‘poco popolate’</p><p rend="text">Va detto che alcuni dei peggiori genocidi perpetrati nel mondo nell’ultimo secolo non hanno a che vedere col capitalismo e la sua colonizzazione; da quello turco degli armeni, a quello nazista di ebrei e zingari, a quelli staliniani e dei Khmer rossi, fino ai genocidi in Bosnia, a quello dei Tutsi in Ruanda, a quello dei Rohingya in Myanmar (Birmania). Però i genocidi coloniali sono ancora poco noti e fortemente sottovalutati, perché sono stati occultati. Qui ricordiamo solo i principali.</p><p rend="text">Spesso si crede che, nella colonizzazione, la scomparsa o quasi dei nativi fosse una conseguenza inevitabile. In realtà quasi sempre l’estinzione è stata voluta e pianificata dai bianchi. La spinta espansiva degli europei era dovuta allo sviluppo del capitalismo, ma i genocidi non erano affatto necessari. L’espansione, anche se imposta, poteva avvenire in modi più pacifici, lasciando agli indigeni la terra necessaria alla sopravvivenza. Il vantaggio sarebbe stato enorme anche per gli europei. Oggi, finalmente, i genocidi della colonizzazione cominciano ad essere rivelati da molti studi<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-219-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-219">13</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Spesso le terre colonizzate erano poco popolate rispetto all’Europa perché i nativi dipendevano soprattutto dalla caccia e dalla raccolta dei frutti, e avevano bisogno di grandi estensioni di territorio. Questo è il caso dell’America del Nord, dell’Amazzonia e del Cono Sud americano; del Kalahari e del Congo in Africa; degli aborigeni australiani e di molti piccoli popoli aborigeni dell’Asia e dell’Oceania.</p><p rend="text_separation">***</p><p rend="text">Riguardo al Nord America, si calcola che nell’area attuale degli USA al momento dell’arrivo dei bianchi vivessero fra i 5 e i 10 milioni di nativi; nel 1900 si erano ridotti a meno di 300mila. N<hi >el New England</hi> i primi coloni credevano che il territorio americano fosse la terra promessa loro da Dio. Scrive Roy Crazy Horse: «La dichiarazione che la terra fosse vuota era seguita dallo sforzo per renderla vuota»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-218-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-218">14</ref></hi></hi>. La Massachusetts Bay Colony nel 1630 dichiarò che era illegale sparare, eccetto che agli indiani e ai lupi (Chief Roy, 2002: 28). Nel 1636-38 i coloni inglesi, insieme con alcune tribù locali, sterminarono la tribù dei Pequot e dispersero i sopravvissuti<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-217-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-217">15</ref></hi></hi>. Anche i coloni francesi operarono vasti massacri nel corso delle loro guerre con i popoli nativi, in particolare contro i Natchez<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-216-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-216">16</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Per Ostler la vocazione dei coloni era l’espansione territoriale, sia per arricchirsi sia perché erano convinti che solo la proprietà privata diffusa garantisse la libertà. Quindi si proponevano di chiedere agli indiani di dar loro le terre in cambio della ‘civilizzazione’. Quando gli indiani si rifiutavano, iniziava la guerra di sterminio. </p><p rend="text">Così, nel 1779, George Washington, l’eroe della guerra d’indipendenza, proclama l’obbiettivo della «distruzione totale» contro gli Irochesi. Nel 1790 il ministro della guerra Henry Knox ordina all’esercito di «estirpare, se possibile totalmente» gli indiani confederati dell’Ohio. Nel 1807 il presidente Jefferson, uno dei padri della Costituzione, fece la stessa minaccia agli indiani dell’area di Detroit. Ostler osserva che «l’America è nata combattendo gli indiani». </p><p rend="text">Nel 1851, al tempo della corsa all’oro, il governatore della California, indisse una «guerra di sterminio … finché la razza indiana non si estingue». I bambini Yuki furono ridotti in schiavitù. Quando gli Yuki e gli Yanas, privati della possibilità di cacciare, uccisero il bestiame dei coloni, questi formarono squadre per uccidere gli indiani sistematicamente, con l’appoggio del governatore. In California, in soli 12 anni (1848-1860) gli indiani passano da 150mila a 30mila. Oltre alle uccisioni dirette, ci furono malattie e fame causate dal lavoro forzato e dalla perdita della terra<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-215-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-215">17</ref></hi></hi>. Lo stato e il governo federale spesero in California più di un milione e 700mila dollari per lo sterminio degli indiani.</p><p rend="text">Durante le cosiddette <hi rend="italic">Indian wars</hi>, i massacri perpetrati dai bianchi furono numerosissimi e spesso fatti a freddo. A Sand Creek del 1864, il governatore del Colorado ordinò l’uccisione nel sonno di un gran numero di Cheyenne e Arapaho, compresi donne e bambini. In molte zone si formarono squadre, promosse o tacitamente accettate dalle autorità, per dare la caccia e uccidere sistematicamente gli indiani. Altri massacri furono organizzati direttamente dai coloni. Gli indiani dell’area degli USA subirono anche sterilizzazioni, ricollocazioni forzate, riduzione in schiavitù e furti della terra<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-214-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-214">18</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il genocidio, oltre che con i massacri diretti, fu attuato sottraendo le risorse vitali; non solo la terra ma anche i bisonti. Buffalo Bill diventò famoso e acquisì quel nome perché vinse la gara di ‘caccia’ ai bisonti, che in realtà era un massacro. Sembra che ne abbia uccisi oltre 4mila tra il 1868 e il 1872. Una volta confinati nelle riserve, col divieto di uscirne, gli indiani uscivano per fame, assalivano le case dei coloni ed erano sterminati ancora. La carneficina continuò anche dopo la completa sconfitta delle tribù, prendendo a pretesto incidenti falsi o costruiti, come nel massacro di Wounded Knee (nel 1890) in cui 300 indiani, per lo più donne e bambini, furono uccisi con i mitragliatori. I bambini in particolare erano oggetto di uccisioni per estirpare l’esistenza stessa degli indiani.</p><p rend="text">In Canada, a partire da metà Ottocento, ci fu un piano dello stato per togliere agli indiani la terra e le risorse naturali. <hi rend="italic">Il piano è ancora in vigore</hi>. I bambini sono stati sottratti alle madri per portarli nelle scuole occidentali. Attualmente gli indiani canadesi sono chiusi nelle riserve. Come i nativi australiani, molti passano il tempo ad ubriacarsi, in una specie di suicidio collettivo. Il 3/6/2019 il governo canadese ha chiesto scusa per l’uccisione di oltre mille donne native tra il 1980 e il 2012 (notizia dei media del 4 giugno).</p><p rend="text_separation">***</p><p rend="text">Qualche dato sul <hi rend="italic">Sud-Americ</hi>a. Nella Guayana britannica, i coloni presero con la forza le terre degli indigeni negli anni Sessanta del Novecento, per impadronirsi dell’oro e dei diamanti. In Colombia, nel 2000, la tribù U’wa, a cui già era stato sottratto l’85% del territorio, perse altro territorio perché era ricco di petrolio. I pozzi erano protetti da truppe colombiane, pagate dalla Occidental Petroleum (California)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-213-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-213">19</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">In Argentina fu diffusa la falsa notizia che i nativi fossero in estinzione, e che la loro scomparsa fosse un processo della natura<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-212-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-212">20</ref></hi></hi>. Per compensare l’occupazione delle terre da parte dei coloni, si fecero trattati con gli indigeni. Ma i trattati vennero violati e i nativi massacrati. Nel 1878-85 si fece una campagna militare per far espandere i coloni bianchi nella Pampa e nella Patagonia. La campagna fu chiamata la «Conquista del deserto», per far credere che in quelle immense regioni (abitate dagli indiani) non vivesse nessuno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-211-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-211">21</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nel novembre 1878, a Villa Mercedes, i Ranquel chiesero le ‘razioni’ di cibo promesse dal trattato appena firmato, ma furono massacrati; le donne e i bambini furono messi ai lavori forzati. Nel 1883, l’esercito attaccò il campo degli Inacayal e massacrò tutti, compresi donne e bambini. Alla fine della ‘guerra’, gli indiani furono concentrati in campi di raccolta, ridotti in schiavitù, i bambini tolti alle madri, le donne ridotte a schiave del sesso. Le terribili condizioni di vita erano dirette a causare la distruzione delle tribù indiane.</p><p rend="text">Oggi nelle scuole argentine si insegna che gli indiani non esistono più. I pochi sopravvissuti, come i Mapuche, sono classificati come stranieri. Questo obbedisce al disegno di rendere gli indiani invisibili. Ancora nel 1947, sotto Perón, si svolse una campagna di genocidio contro i Pilagá, colpevoli di essersi riuniti a pregare con lo sciamano perché stavano morendo di fame. Lo sterminio prosegue anche oggi. Dal 1994 al 2007, nella provincia di Chaco, la terra pubblica (che è l’unica di cui possono vivere gli indiani, non potendo avere proprietà privata) fu ridotta da 3 milioni e mezzo a 650mila ettari<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-210-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-210">22</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In Cile, i Mapuche resistettero all’invasione degli spagnoli fino ad ottenere l’indipendenza dei loro territori a sud del fiume Bío-Bío. Ma dal 1860 al 1885, il Cile indipendente invase il territorio dei Mapuche e li sottomise, in parallelo con la «Conquista del deserto» in Argentina. I bianchi deportarono i nativi cileni nelle riserve, tentarono di sterminarli o di togliere loro l’identità. Negli anni Settanta del Novecento, Pinochet emise una legge che toglieva le garanzie costituzionali ai Mapuche. Ancora oggi i Mapuche non sono protetti dalle continue appropriazioni abusive delle loro terre<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-209-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-209">23</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il genocidio di maggior successo è stato forse quello dei Charrúa in Uruguay. Secondo la versione ufficiale, quel popolo è scomparso nel 1831 e il paese adesso è abitato solo da bianchi. L’eliminazione dell’identità è parte essenziale del genocidio. Nel 1831 l’Uruguay, diventato indipendente, attaccò a tradimento i nativi e li sterminò in tre attacchi successivi. La propaganda di regime non parla del massacro, ma dichiara che i Charrúa non esistono. Da qualche anno i 2mila Charrúa superstiti (e nascosti) si sono riorganizzati. Ormai il 5% della popolazione si dichiara indigena, e chiede di essere riconosciuta. Infatti l’esame del DNA mostra che fra i residenti c’è molto sangue indigeno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-208-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-208">24</ref></hi></hi>.</p><p rend="text_separation">***</p><p rend="text">Riguardo all’<hi rend="italic">Africa</hi>, abbiamo già detto del Congo (IV.2). In Namibia nel 1904-08 i coloni tedeschi massacrarono l’80% dei 100mila Herere per appropriarsi della loro terra e del bestiame. Gli altri Herere furono cacciati nel deserto, dove gli stessi tedeschi avevano otturato i pozzi d’acqua<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-207-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-207">25</ref></hi></hi>.</p><p rend="text_separation">***</p><p rend="text">In <hi rend="italic">Australia</hi> gli aborigeni, che erano ben più di un milione nel 1788 (anno della scoperta), erano diventati poche migliaia all’inizio del XX secolo. Essi furono decimati dalle malattie portate dagli europei. Ma, data la scarsa fertilità del suolo, i coloni occuparono un’enorme quantità di terre. Privati della terra, gli aborigeni –  che erano cacciatori-raccoglitori –  dovettero prendere le pecore e i frutti coltivati dei bianchi. Essi non avevano l’idea della proprietà privata. Così furono regolarmente uccisi dai coloni. Un enorme numero di aborigeni fu ucciso in questo modo. Per i bianchi, ucciderli era una semplice routine. Negli anni Trenta dell’Ottocento le autorità stabilirono come premio, per ogni aborigeno ucciso, 5 pound per un adulto, 2 per un bambino, sia in Australia che in Tasmania (la stessa cosa fu fatta contro gli Apache in USA e nel Cono Sud dell’America). La carneficina diventò quasi uno sport. </p><p rend="text">Sotto la pressione del governo inglese, nel 1838 i responsabili bianchi di alcuni omicidi di aborigeni fatti a freddo furono processati e condannati a morte. Da allora gli aborigeni furono raccolti in riserve. Le commissioni governative decidevano se dare il permesso di viaggiare e di sposarsi, assegnavano il lavoro, la casa e il missionario per convertirli. I bambini furono tolti ai genitori, messi nelle scuole inglesi e puniti se parlavano la loro lingua. Sembra che avvenissero molte violenze e abusi sessuali, mai puniti. La cultura degli aborigeni è quasi del tutto scomparsa. Essi sono facile preda dell’alcolismo e della depressione<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-206-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-206">26</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In Tasmania, il colonnello George Arthur diffuse una serie di false notizie sulla presunta aggressività degli aborigeni, sulla buona disposizione del governo a fare accordi pacifici, e sullo sterminio come guerra di necessità. Egli coprì le stragi col segreto militare; ma gli archivi rivelano che il genocidio fu programmato sin dall’inizio. Dal 1824 a metà degli anni Trenta, gli aborigeni, da alcune migliaia, diventarono qualche decina, e scapparono nelle isolette vicine. Nel 1905 morì l’ultima rappresentante aborigena e, con lei, la cultura e la lingua millenarie di quel popolo<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-205-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-205">27</ref></hi></hi>.</p><p rend="text_separation">***</p><p rend="text">Il genocidio culturale, dunque,<hi rend="italic"> </hi>non fu meno grave dei massacri. Negli Stati Uniti tra fine Ottocento e primi del Novecento fu creato un sistema diretto a distruggere nei bambini indiani la cultura originaria. L’intento dichiarato era «Uccidi l’indiano, salva l’uomo», come affermò nel 1892 Richard Henry Pratt, fondatore della scuola per indiani in Pennsylvania<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-204-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-204">28</ref></hi></hi>. Fra il 1879 e il 1902 si crearono più di 400 scuole dove i bambini, sottratti con la forza ai genitori, non potevano usare la loro lingua, ed erano obbligati ad abbandonare sia le credenze del loro popolo sia il loro stesso nome.</p><p rend="text">Nel 2001 si calcolava che ci fossero due o trecento milioni di aborigeni nel mondo. Quasi tutti sono in lotta per difendere le loro terre e quasi sempre perdono il confronto. Il caso delle tribù dell’Amazzonia è noto e attualissimo. Lo stesso accade per i Sami in Scandinavia, i<hi > Mohawks, Nisga</hi>’a e Inuit in Canada, i Maya nel Chi<hi >apas</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-203-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-203">29</ref></hi></hi><hi >.</hi> Solo negli ultimi anni alcuni rappresentanti istituzionali hanno cominciato ad ammettere, in modo molto stentato e generico, le violenze fatte sugli indigeni e hanno chiesto scusa. Ciò è avvenuto in Nuova Zelanda, Australia, California, Canada, e persino negli USA, con una ammissione di Obama del 2009 rimasta semi-segreta.</p><p rend="h2">5. Teorie sulle cause della dominazione economica </p><p rend="text">La storia delle conquiste coloniali smentisce l’idea che l’estendersi del capitalismo nel mondo fosse dovuto alla pacifica espansione naturale del mercato capitalistico. Questa era l’idea sottesa alla legge di Ricardo dei vantaggi comparati. Ricardo (1821) estese allo scambio internazionale la teoria di Smith sui vantaggi della divisione del lavoro. Se ogni paese – egli scrive – si specializza nella produzione che gli costa di meno (invece di produrre in proprio ogni bene che gli serve), ognuno può scambiare i suoi prodotti con quelli degli altri, con reciproco vantaggio (cap. VII). </p><p rend="text">La legge di Ricardo domina tuttora l’economia <hi rend="italic">mainstream</hi>. Samuelson (1948) la ripropose usando i tre fattori di produzione (terra, lavoro e capitale). Ad ogni paese conviene specializzarsi nell’uso del fattore di produzione che possiede in maggior quantità (quindi meno caro), e ottenere attraverso lo scambio i beni che sono prodotti con la prevalenza degli altri fattori di produzione<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-202-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-202">30</ref></hi></hi>. Nell’Ottocento nacquero le prime teorie alternative a quella di Ricardo. Si osservò che l’espansione capitalista nel mondo era tutt’altro che pacifica o basata sulla reciproca convenienza. Essa si basava sull’ingordigia delle élite capitaliste (Hobson) o sulla gara fra i monopoli per la prevalenza (Lenin)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-201-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-201">31</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’autore più controverso fu Rosa Luxemburg, marxista con un approccio sottoconsumista, criticata dai marxisti ortodossi. Secondo la Luxemburg, l’economia capitalista non disponeva di una domanda interna capace di assorbire il crescente sovrappiù. Infatti, i salari erano bloccati al livello di sussistenza dallo sfruttamento, gli imprenditori erano votati al reinvestimento dei profitti, e il consumo dei ceti medi – essendo improduttivo –  non poteva rappresentare uno sbocco per l’investimento. Il solo sbocco possibile era dunque l’investimento all’estero. Con i capitali, però, si esportava anche il sistema capitalistico, e si trasformavano le popolazioni esterne in nuovi salariati da sfruttare. Ma ciò riproponeva lo stesso meccanismo. Il capitalismo era costretto a cercare sempre nuovi sbocchi, finché – avendo conquistato tutto il mondo – non sarebbe crollato per mancanza di altri sbocchi<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-200-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-200">32</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Questa analisi non appare convincente. Innanzitutto non è vero che un’economia capitalistica non possa crescere allargando il mercato interno. Storicamente, i salari sono cresciuti, e i ceti medi e i loro consumi sono aumentati. In secondo luogo, la stragrande parte dei trasferimenti finanziari fatti dagli imprenditori occidentali nelle economie arretrate non consiste in investimenti per la produzione ma nelle spese per appropriarsi delle risorse naturali di quei paesi.</p><p rend="text">Inadeguata è anche a teoria di Arghiri Emmanuel (1969), per la quale i paesi sviluppati sfruttano quelli arretrati esattamente come il capitalista sfrutta l’operaio salariato. In realtà è impossibile vedere nello sfruttamento coloniale lo stesso meccanismo della produzione marxiana di plusvalore. Quest’ultimo è causato dalla differenza fra tempo di lavoro necessario (dedicato dall’operaio al proprio mantenimento) e tempo di plus-lavoro (dedicato alla produzione del plusvalore, che si traduce in profitto). Ciò ha poco a che vedere con lo sfruttamento degli altri paesi.</p><p rend="text">Più vicini alla realtà sono Prebisch (1949) e Singer (1950). Essi partono dal deterioramento dei prezzi delle materie prime nello scambio internazionale che fu rilevato dalla Società delle Nazioni per il periodo 1870-1930 (deterioramento che Bairoch, peraltro, contesta)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-199-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-199">33</ref></hi></hi>. I due studiosi affermarono che, nello scambio tra manufatti dei paesi ricchi e prodotti grezzi dei paesi poveri, i primi avrebbero dovuto costare meno dei secondi, a causa del forte aumento di produttività dell’industria occidentale, che ne aveva abbassato il costo. Se avviene il contrario – dissero – ciò è dovuto alla diversa forza dei sindacati, che in Occidente sono in grado di imporre salari alti. Il costo dei salari alti occidentali si scarica sui prezzi delle esportazioni, e gli imprenditori dei paesi poveri sono costretti a loro volta a compensare l’aumento dei costi abbassando i salari dei loro lavoratori.</p><p rend="text">In realtà non si è mai visto nel commercio internazionale che un vantaggio nella capacità produttiva si traduca in uno svantaggio nello scambio, come pensavano Prebisch e Singer. È avvenuto esattamente il contrario, perché le ragioni di scambio<hi rend="CharOverride-2"> </hi>sono determinate dalla forza complessiva delle economie che scambiano. Come aveva rilevato lo stesso Singer, i prezzi vengono determinati dal fatto che i paesi poveri hanno l’impellente necessità di esportare per sopravvivere, mentre per i paesi ricchi non c’è la stessa urgenza<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-198-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-198">34</ref></hi></hi>. Naturalmente, per l’economia arretrata, nel lungo periodo, questo scambio è in perdita, perché le materie prime che essa esporta non possono essere impiegate all’interno per avviare lo sviluppo. Questo crea un circolo vizioso, che spiega perché molte ex-colonie non si sviluppano ed esportano ancora le stesse risorse naturali di prima<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-197-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-197">35</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Per analizzare questi processi perversi (che l’economia ufficiale tuttora considera anomalie marginali), negli anni Quaranta del Novecento nacque l’economia dello sviluppo. Ma l’unica versione di questi studi che ebbe largo successo fu quella che descriveva il problema come un passaggio indolore da un’economia arretrata al capitalismo (vedi Rostow 1960). Invece Arthur Lewis (1954) suggerì di superare con l’industrializzazione il meccanismo che penalizza i paesi poveri. In questi paesi, scrive Lewis, c’è una grande disoccupazione nascosta (eccesso di occupati rispetto al prodotto) in agricoltura, che rende i salari molto bassi. I lavoratori in eccesso potrebbero essere impiegati nell’industria, mantenendo però i salari di prima. Ciò darebbe un vantaggio competitivo ai paesi poveri<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-196-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-196">36</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Questi paesi, negli anni Sessanta, provarono a seguire il modello di Lewis attraverso la sostituzione delle importazioni, cioè producendo in patria i prodotti industriali che prima importavano dall’Occidente (la stessa strategia era stata adottata con successo dalle politiche mercantiliste nel Seicento). Ma il tentativo fallì. Stanovnik (1964) documentò in modo dettagliato che i paesi ricchi rifiutavano di importare i prodotti industriali dei paesi poveri, per costringerli a restare esportatori di materie prime e di prodotti agricoli tropicali (che servivano all’industria occidentale). Alla fine, la vecchia divisione internazionale del lavoro, imposta dall’Occidente, fu ripristinata. Al massimo, i paesi poveri potevano esportare prodotti industriali di assemblaggio, che permettevano ai paesi ricchi di utilizzare a loro vantaggio i bassi salari dei paesi poveri. Questi si ritrovarono non industrializzati e con un enorme debito finanziario che li metteva alla mercé dei paesi ricchi.</p><p rend="h2">6. Retaggio del colonialismo e del neo-colonialismo</p><p rend="text">Nei primi decenni del sec. XIX, a causa dell’invasione napoleonica della Spagna, tutti i grandi paesi dell’America Latina conquistarono l’indipendenza. Le colonie asiatiche e africane la conquistarono tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni Sessanta del Novecento, a prezzo di dure lotte. Ma la maggior parte delle ex-colonie è ancora lontana dall’indipendenza economica. Al colonialismo si è sostituito il neo-colonialismo, in cui la dominazione economica dell’Occidente prosegue attraverso due vie: il controllo dei meccanismi commerciali e finanziari internazionali, da una parte, e l’alleanza con le élite locali e la corruzione, dall’altra.</p><p rend="text">Le ex-potenze coloniali alimentano la leggenda che il colonialismo avrebbe giovato alle colonie perché avrebbe introdotto le tecniche e la cultura dell’Occidente. Al contrario, la dominazione coloniale è stata economicamente devastante per quei paesi. I paesi capitalisti hanno rapinato risorse da tutti gli altri paesi per oltre cinque secoli ma senza esportare realmente il sistema di produzione capitalistico, eccetto nei paesi dove i bianchi si sono sostituiti ai nativi.</p><p rend="text">Il colonialismo ha lasciato pochissime infrastrutture moderne, quelle che servivano allo sfruttamento minerario o delle piantagioni. In compenso ha imposto la monocoltura (o mono-attività estrattiva), cioè l’organizzazione di tutta l’economia in funzione di uno o pochissimi prodotti da esportare in Occidente<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-195-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-195">37</ref></hi></hi>. Ciò ha distrutto la vecchia economia di sussistenza, ha impoverito il tessuto sociale e ha espulso masse di ex contadini, artigiani e piccoli commercianti, spingendole verso enormi agglomerati urbani caotici e senza servizi. Per di più, dopo l’indipendenza, molti paesi hanno dovuto conservare la monocoltura, non potendo sopravvivere senza l’esportazione delle materie prime.</p><p rend="text">Oggi, per le ex-colonie non si può parlare di arretratezza ma di sottosviluppo, cioè di un’economia in parte modernizzata ma distorta e dominata<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-194-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-194">38</ref></hi></hi>. I meccanismi del divario crescente si possono neutralizzare solo con riforme sociali e con politiche di sviluppo di lungo periodo<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-193-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-193">39</ref></hi></hi>, ma i paesi ricchi impediscono con ogni mezzo che queste vengano avviate. Gli stati occidentali, attraverso il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, controllati da loro, prestano soldi ai paesi poveri, a condizione che risanino il bilancio con drastici tagli alle spese sociali (non certo alle rendite degli agrari)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-192-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-192">40</ref></hi></hi>. A tutto questo si aggiunge oggi il dumping occidentale sui prodotti agricoli. Grazie ai finanziamenti pubblici, le aziende agricole USA e UE esportano sotto-costo i loro prodotti in Africa e America Latina, rovinando anche i tentativi di sviluppo dal basso dell’economia tradizionale di queste aree<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-191-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-191">41</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Tuttora, come in passato, i paesi ricchi corrompono le élite dei paesi poveri per poter sfruttare le loro risorse naturali; sostengono le dittature sanguinarie di governanti cleptomani; sostengono i ceti medi, che in quei paesi sono ceti privilegiati, largamente parassitari. Quando si è delineata la possibilità di creare un embrione di welfare state per i ceti popolari, i ceti medio-alti –  con l’aiuto degli occidentali –  hanno reagito con la fuga dei capitali all’estero, il boicottaggio della macchina amministrativa e dei servizi essenziali, e spesso finanziando gli ‘squadroni della morte’. Così, i ceti popolari vengono spinti a sostenere le politiche sociali anche a costo di violare i principi democratici, mentre i ceti privilegiati usano la democrazia formale per difendere i loro abusi.</p><p rend="text">Infine, le multinazionali occidentali sfruttano senza limiti le risorse minerarie, petrolifere, agricole e naturali dei paesi africani e di vaste aree dell’America Latina e dell’Asia. Per mantenere questo controllo non esitano a promuovere interminabili guerre civili, dove sono presenti i bambini-soldato o i contractor reclutati da imprese occidentali, russe o cinesi.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-231-backlink">1</ref></hi>	Calchi Novati – Valsecchi (2016, 6.3: 188).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-230-backlink">2</ref></hi>	Calchi Novati – Valsecchi (2016, 4.2: 109-111).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-229-backlink">3</ref></hi>	Per la schiavitù negli USA, vedi Genovese (1965, cap. 1 e 2).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-228-backlink">4</ref></hi>	Vedi ad es. Perdices – Ramos Gorostiza (2017). Pisanelli (2018: 109-181).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-227-backlink">5</ref></hi>	Calchi Novati – Valsecchi (2016, 4.2: 116).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-226-backlink">6</ref></hi>	Calchi Novati – Valsecchi (2016, 6.2: 182-184).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-225-backlink">7</ref></hi>	Stockton (2018).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-224-backlink">8</ref></hi>	Ostler (2015: 3-6).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-223-backlink">9</ref></hi>	Bairoch (1997, cap. XVIII.2.a).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-222-backlink">10</ref></hi>	Bairoch (1997, XX.1.b). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-221-backlink">11</ref></hi>	Sideri (2010: 78).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-220-backlink">12</ref></hi>	Bairoch (1997: 873-880).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-219-backlink">13</ref></hi>	Vedi i riferimenti in Rensing (2011: 25-36). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-218-backlink">14</ref></hi>	Chief Roy (2002: 25-26).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-217-backlink">15</ref></hi>	Rensing (2011: 30-32). Ostler (2015: 7-8).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-216-backlink">16</ref></hi>	Cesa (1994: 260a).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-215-backlink">17</ref></hi>	Ostler (2015: 9-13).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-214-backlink">18</ref></hi>	Rensing (2011: 19-21, 26).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-213-backlink">19</ref></hi>	<hi >Neu </hi>– <hi >Therrien (2003</hi>, <hi >Introduction</hi>: 1-4).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-212-backlink">20</ref></hi>	Delrio <hi rend="italic">et al</hi>. (2010: 139).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-211-backlink">21</ref></hi>	Trinchero (2006: 125-130).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-210-backlink">22</ref></hi>	Delrio <hi rend="italic">et a</hi>l. (2010: 140-150).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-209-backlink">23</ref></hi>	Mariqueo – Calbucura (2002).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-208-backlink">24</ref></hi>	Albarenga (2017). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-207-backlink">25</ref></hi>	Vedi l’articolo di Norimitsu Onishi, «New York Times», Dec. 29, 2016.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-206-backlink">26</ref></hi>	Stockton (2017).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-205-backlink">27</ref></hi>	Harman (2018).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-204-backlink">28</ref></hi>	Rensing (2011: 23).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-203-backlink">29</ref></hi>	<hi >Neu </hi>– <hi >Therrien (2003: 3).</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-202-backlink">30</ref></hi>	Vedi anche Boianovsky (2019a).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-201-backlink">31</ref></hi>	Vedi Perrotta (2018, IX.5 e XV.4).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-200-backlink">32</ref></hi>	Luxemburg (1913); Luxemburg (1915).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-199-backlink">33</ref></hi>	Bairoch (1997, cap. XXXV.3.a).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-198-backlink">34</ref></hi>	Vedi Perrotta (2016). Vedi anche gli altri saggi di Sunna – Gualerzi (2016).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-197-backlink">35</ref></hi>	Vedi ad es. Myrdal (1957) e Balogh (1960).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-196-backlink">36</ref></hi>	Vedi l’analisi di Boianovsky (2019b).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-195-backlink">37</ref></hi>	Vedi ad es. Brancovic (1959, cap. 2).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-194-backlink">38</ref></hi>	Vedi ad es. Furtado [1961].</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-193-backlink">39</ref></hi>	Vedi Hirschman (1958).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-192-backlink">40</ref></hi>	Alacevich (2007).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-191-backlink">41</ref></hi>	Guerrieri (2012: 216).</p><p rend="h1_section">Capitolo V</p><p rend="h1_chapter">Il welfare state e la sua crisi</p><p rend="h2">1. La rivoluzione del welfare state</p><p rend="h3 ParaOverride-4">a. Il superamento del sottoconsumo</p><p rend="text">Dal movimento cartista (vedi II.1.b) alla crisi degli anni Trenta del Novecento, analizzata da Keynes, passano cento anni. Furono anni di durissime lotte degli operai di fabbrica e dei contadini contro i salari da fame. Erano proprio i bassi salari a generare il sottoconsumo, la conseguente scarsità della domanda e quindi la tendenza alla depressione (vedi III.4).</p><p rend="text">A cavallo fra Otto e Novecento, Loria elaborò il concetto di capitale improduttivo secondo cui il capitale, quando non trova impieghi che producano profitto, tende a creare impieghi improduttivi mascherati da investimenti. Poco dopo, Hobson accusò i capitalisti di evitare investimenti innovativi, basati sulla crescita del capitale umano, e di causare in questo modo il sottoconsumo. Infine, il marxista Kautsky affermò che, a causa della concentrazione dei capitali e dei bassi salari, il capitalismo andava verso la stagnazione e il crescente impoverimento delle masse<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-190-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-190">1</ref></hi></hi>. Invece, come abbiamo visto (II.2.d), la teoria economica ortodossa offrì un’interpretazione opposta delle difficoltà crescenti dell’accumulazione, ritenendo che i sindacati impedissero la ‘naturale’ caduta dei salari. Contro questa tesi, Keynes chiese di alzare i salari ed estendere l’occupazione per uscire dalla crisi.</p><p rend="text">Con l’aiuto della teoria di Keynes, negli anni Sessanta del Novecento, dopo mille anni di crescita economica, finalmente tutti i ceti sociali, anche quelli più bassi, vennero ammessi a godere dell’aumento di ricchezza che l’accumulazione capitalistica genera. Ma questo avvenne – anche se con forti disuguaglianze – nell’Europa occidentale, e solo in parte in USA, negli altri paesi anglo-sassoni e in Giappone. Restava esclusa la stragrande parte dell’umanità.</p><p rend="text">Il vero ‘grande balzo in avanti’ degli anni Sessanta non fu quello di Mao, fallito drammaticamente, ma quello dell’Europa. Nel secondo dopoguerra, a differenza del primo, la disoccupazione non ristagnò all’infinito; fu assorbita rapidamente e l’occupazione industriale coinvolse enormi masse di popolazione, che provenivano dalle zone agricole più arretrate. Decine di milioni di contadini poveri e di disoccupati si riversarono, in Europa, dalle aree mediterranee nelle regioni industriali del centro-nord<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-189-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-189">2</ref></hi></hi>. I salari dei nuovi arrivati erano bassi e premevano sul livello di salario degli altri operai. All’inizio, quindi, i salari non aumentarono di livello ma di numero. </p><p rend="text">Gli stati investirono direttamente nelle fonti di energia e nelle materie prime strategiche – come attività minerarie, elettrificazione, raffinazione del petrolio, siderurgia, chimica di base (vedi ad es. la <hi >European Coal and Steel Community</hi>) – in grandi infrastrutture e nei trasporti. Su questo fondamento fu lanciato un grande sviluppo dell’industria in tutti i paesi europei. Gli stati – persino negli USA, tempio del liberismo – organizzarono e finanziarono la ricerca di base e le nuove invenzioni che vennero poi utilizzate dalle imprese<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-188-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-188">3</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Contemporaneamente vennero creati o potenziati tutti i servizi sociali che accrescevano il benessere dei lavoratori: il servizio sanitario nazionale, un sistema di garanzie (riconoscimento dei giorni di malattia, ferie obbligatorie, congedo per maternità, ecc.), l’istruzione obbligatoria fino ai 14 anni, le case popolari o a mutuo agevolato. Si creò un sistema pensionistico universale; il sostegno ai disoccupati e alle categorie più deboli. Come si vede, questi interventi andarono al di là della logica keynesiana di estendere l’occupazione e alzare i salari per riavviare gli investimenti. Le spese pubbliche diventarono veri e propri investimenti nella crescita di capitale umano. Le imprese beneficiarono enormemente di queste politiche perché creavano mano d’opera più qualificata ed efficiente<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-187-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-187">4</ref></hi></hi>. Nel periodo del welfare state l’interesse privato si armonizzava quindi con la solidarietà e con l’interesse pubblico.</p><p rend="text">L’immissione nel mercato di grandi masse femminili qualificate (un processo che fu alla base della liberazione della donna) fu dovuta alle cucine a gas e agli elettrodomestici ma anche ai servizi forniti dallo stato. L’istruzione obbligatoria dava alle ragazze la possibilità di un lavoro diverso da quello della casalinga; la previdenza e il servizio sanitario nazionale liberavano, in parte, le donne dall’obbligo di assistere in casa anziani e malati; asili, scuole e ospedali alleggerivano le incombenze della maternità e dell’allevamento.</p><p rend="text">Tutto ciò creò una lunga espansione di 25-30 anni. Se mettiamo a confronto gli anni Venti del Novecento con gli anni Cinquanta, che avevano punti di partenza più o meno uguali, il contrasto tra i due tipi di accumulazione non può apparire più netto. Negli anni Venti, la mancanza di politiche dell’occupazione e di reti di protezione sociale spinse le masse immiserite a chiedere protezione alle dittature di destra o di sinistra. Invece dal 1950 al 1973, come mostra Bairoch, ci fu una crescita senza precedenti nella storia per rapidità e quantità. Anche le esportazioni crebbero: il loro volume aumentò del 7,4% l’anno. Ci fu, inoltre, la terza rivoluzione in agricoltura, in cui l’aumento di produttività crebbe di 5 volte tra il 1950 e 1990 e, per la prima volta, superò l’aumento di produttività dell’industria<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-186-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-186">5</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Negli anni Sessanta i lavoratori erano tutelati e i profitti aumentavano grazie<hi rend="italic"> </hi>agli alti consumi popolari, non grazie alla miseria dei lavoratori. L’economia cresceva trascinando in alto tutti i fattori di sviluppo e di incivilimento. In soli 25 anni (1950-75) la speranza di vita nei paesi sviluppati aumentò di 10 anni, attestandosi fra i 72 e i 75 anni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-185-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-185">6</ref></hi></hi>. L’aumento annuo del PIL pro-capite dell’Europa occidentale nel periodo 1950-70 passò dal 2,3% a oltre il 4%, superando largamente quello degli USA. Invece, nel periodo 1970-90, l’aumento del PIL europeo rallentò<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-184-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-184">7</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Le ineguaglianze c’erano, ma erano contenute in termini ragionevoli, compatibili col criterio del merito. Nel periodo 1950-70 esse raggiunsero il livello più basso in Europa e in USA. Dopo, però, ricominciarono a crescere<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-183-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-183">8</ref></hi></hi>. Proprio a Piketty dobbiamo il migliore elogio della crescita causata dal welfare state: questo è l’unico periodo in cui, in qualche misura, si è realizzato il principio in cui crediamo, che in una società democratica le disuguaglianze dipendono soprattutto dal merito e non dalla ricchezza ereditata; o che almeno vanno in quella direzione (Piketty, 2014: 241). </p><p rend="text">I salari USA nel decennio 1950-60 aumentarono in percentuale più della produttività (2,9 contro 2,2). Ma dopo, il rapporto si inverte, finché nel 2001-13 l’aumento dei salari diventa meno della metà di quello della produttività (1 contro 2,4)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-182-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-182">9</ref></hi></hi>. Tuttavia anche prima, dal 1954 in poi, l’aumento del reddito è andato in gran parte al 10% più ricco della popolazione; finché nel periodo 2009-12 questo 10% si è appropriato del 118% dell’aumento di reddito, e naturalmente il reddito del restante 90% è diminuito del 18%<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-181-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-181">10</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Dal 1950 al 1975 la percentuale di mortalità infantile (sotto i 5 anni) in Europa scende da circa 11 a 2,7 (e nel 2015 arriva a 0,58)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-180-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-180">11</ref></hi></hi>. Se prendiamo un paese europeo intermedio, come la Germania, la mortalità delle madri durante o dopo il parto, dal 1952 al 1979, scende da quasi 184 donne per 100mila bambini nati vivi a 27,2 (e nel 2015 arriva a 6)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-179-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-179">12</ref></hi></hi>. Nel 1947 le calorie giornaliere pro-capite nell’Europa occidentale sono intorno a 2.300, ma nel 1975 arrivano a circa 3.300<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-178-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-178">13</ref></hi></hi>.</p><p rend="h3">b. Verso l’economia del capitale umano (post-industriale)</p><p rend="text">Col welfare state la natura stessa dell’accumulazione cambiò. Una volta superato il sottoconsumo, si erano create le condizioni per un’accumulazione di tipo nuovo. La nuova accumulazione richiedeva radicali trasformazioni per poter continuare lo sviluppo, ma la necessità di un simile cambiamento non fu compresa. Si continuò a gestire l’economia come in passato, e ciò portò all’esaurirsi del boom e poi al blocco della crescita. In particolare lo stato era diventato un fattore indispensabile del progresso economico. Il suo intervento non era più un rimedio di emergenza, come negli anni 1930, e come persino Keynes lo concepiva. Adesso la sua politica andava programmata e doveva trovare un equilibrio con le imprese private.</p><p rend="text">Grazie al relativo benessere esteso a tutti, i beni essenziali non erano più scarsi. La scarsità aveva dominato l’intera evoluzione umana, e domina tuttora la vita della stragrande maggioranza dell’umanità. La sua logica ha plasmato in passato, non solo l’economia ma la cultura e il costume. Il superamento della scarsità accelerando la crescita del capitale umano, e quindi della produttività, portava nella direzione della cosiddetta economia post-industriale. In questa economia la produzione industriale non è più prevalente, né come prodotto né come reddito, mentre si estende sempre più la produzione immateriale (anche se veicolata spesso da supporti materiali).</p><p rend="text">Per governare la nuova tendenza occorreva un progetto consapevole che perseguisse il modello della società dell’abbondanza. Questo non si è mai fatto. La maggior parte degli osservatori è ancora ferma ai modelli di sviluppo di prima del welfare state. Eppure Rosdolsky, già nel 1968, sottolineò che le potenzialità produttive erano ormai in grado di liberare l’uomo dalla schiavitù della linea di montaggio e del lavoro ripetitivo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-177-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-177">14</ref></hi></hi>. Oggi lo sviluppo richiede un costante aumento del lavoro e del consumo immateriali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-176-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-176">15</ref></hi></hi>. Anche la produzione materiale tradizionale, per essere efficiente, deve servirsi di una serie di lavori immateriali. Ciò accade non solo nelle società ricche, ma anche nelle economie in via di sviluppo. </p><p rend="text">La teoria passata ci aiuta a capire la natura dei nuovi consumi. Smith, Say e Ricardo, a differenza di Malthus, pensavano che i desideri umani fossero illimitati e che quindi non ci fossero limiti all’accumulazione. Però Smith e Ricardo pensavano soprattutto ad un aumento indefinito del comfort materiale, mentre Say si riferiva esplicitamente ai beni immateriali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-175-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-175">16</ref></hi></hi>. In realtà, se si pensa solo ai beni materiali, si finisce inevitabilmente col prevedere che l’accumulazione a un certo punto cesserà e si entrerà in uno stato stazionario.</p><p rend="text">È quello che fecero, fra gli altri, J.S. Mill e Keynes, i quali descrissero lo stato stazionario come una stato dell’abbondanza, in cui finalmente i bisogni sono appagati, e la produzione si limita a sostituire i beni consumati. In questa situazione, la gente cessa di sgomitare, è pacifica e si dedica ad affinare i gusti e ad accrescere la cultura<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-174-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-174">17</ref></hi></hi>. Ma Patten e Wicksell intuirono che lo stato stazionario poteva portare alla prevalenza delle rendite; come è successo, e come ci conferma Piketty<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-173-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-173">18</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In realtà, oggi, la crescita del capitale umano e dei beni immateriali è una parte sempre più importante dell’accumulazione. Per illustrare questo concetto è utile la legge di Engel. Nell’Ottocento, Engel mostrò che la percentuale di reddito spesa in alimenti diminuisce all’aumentare del reddito complessivo. Pasinetti generalizzò questa legge, affermando che – con l’aumentare del reddito – cresce la percentuale della spesa destinata ai consumi superiori; i quali sono sempre meno materiali e accrescono sempre più il capitale umano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-172-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-172">19</ref></hi></hi>. Kindleberger a sua volta, estese la legge di Engel ai fattori di produzione. Nella fase pre-industriale, egli afferma, il fattore di produzione dominante è la terra, nell’era industriale è il capitale fisico, ma nell’economia post-industriale il fattore dominante è il capitale umano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-171-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-171">20</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Nel capitale umano si attenua l’opposizione tra consumo e produzione. Gli stessi processi possono essere visti sia come consumo che come produzione. Anche il confine fra tempo libero e tempo di lavoro si attenua, mettendo in crisi la tradizionale disciplina del lavoro. L’orario fisso o ritmi molto alti non hanno più senso in un lavoro la cui produttività dipende sempre più dai consumi culturali e dalla creatività. Persino la misurazione del prodotto diventa un mezzo inadeguato per valutare la produttività. Quest’ultima dipende sempre più dal contesto sociale e relazionale del lavoratore, ed è difficile da tracciare e quantificare. </p><p rend="h2">2. Saturazione e blocco del welfare state</p><p rend="h3 ParaOverride-4">a. Gli aspetti degenerati del welfare state </p><p rend="text">Nella seconda metà degli anni Settanta gli investimenti cominciarono a rallentare, la disoccupazione crebbe e diventò un dato permanente (vedi VI.1-2). Da allora l’economia occidentale ha alternato fasi di debole e parziale ripresa (dovute soprattutto alla globalizzazione del commercio o alla crescita della produzione digitale) a fasi di stagnazione o di crisi acuta (come quella iniziata nel 2007 e chiusa dieci anni dopo). </p><p rend="text">Lo <hi >Human Development Index </hi>(la misura elaborata da Mahbub ul Haq), che dal 1950 al 1970 era aumentato di 10 punti (da 0,35 a 0,45), dal 1970 al 1990 aumentò solo di 7 punti (da 0,45 a 0,52)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-170-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-170">21</ref></hi></hi>. Dal 1969 al 2019 l’aumento medio annuo del PIL pro-capite dei paesi OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) è passata dal 3% a meno dell’1%<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-169-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-169">22</ref></hi></hi>. Dunque la crisi del welfare state è arrivata fino a noi. Essa iniziò, come sempre, con la saturazione del mercato, ma questa volta la causa non erano i bassi salari e la domanda insufficiente. <hi rend="italic">Non era una crisi da sottoconsumo</hi>,<hi rend="italic"> </hi>come quella degli anni Trenta<hi rend="italic">. </hi>Negli anni Settanta la potenzialità di acquisto, c’era ma produsse rendita anziché profitto. Vediamo perché.</p><p rend="text">Nella prima fase del welfare state l’aumento degli occupati e la crescita dei salari reali (ivi compresi i servizi pubblici e il sostegno statale alle categorie più deboli) avevano generato un aumento corrispondente di produttività e l’allargamento del mercato dei beni. Ma a un certo punto la spesa sociale diretta ai singoli e alle categorie diventò eccessiva, e indipendente dall’aumento di produttività. Ciò per due motivi: innanzitutto si erano creati dei meccanismi automatici di protezione, che andarono avanti a prescindere dal bisogno effettivo dei beneficiari. In secondo luogo, ci fu una serie di abusi di singoli o di categorie, i quali beneficiarono di provvidenze a cui non avevano diritto (ma ci fu anche, come spiega Roncaglia, la liberalizzazione dei movimenti di capitale che produsse la concorrenza fiscale fra gli stati e quindi l’indebolirsi della capacità di spesa e di protezione sociale da parte dello stato)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-168-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-168">23</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Questi due fenomeni produssero una parziale degenerazione del welfare state. Alcuni gruppi dei ceti popolari subirono una vera trasformazione antropologica, passando in pochi anni dalla miseria e l’iper-sfruttamento al farsi mantenere (spesso illegalmente), in tutto o in parte dallo stato. D’altra parte, alcuni gruppi del ceto medio utilizzarono – anche qui, spesso illegalmente – le provvidenze pubbliche previste per i ceti popolari. Il debito pubblico cominciò a crescere e – mentre si allargava eccessivamente la spesa sociale per le categorie – si riduceva sempre più la spesa per i servizi pubblici. Per di più, una parte dei ceti medi evadeva le tasse e col denaro risparmiato lucrava sui titoli del debito pubblico.</p><p rend="text">Da questi ceti – popolari o medi – assuefatti a un costume semi-parassitario non venne una domanda innovativa, di beni nuovi, ma solo una domanda di altri beni tradizionali. D’altra parte, lo stato ridusse i servizi pubblici, il grande settore che poteva rilanciare lo sviluppo e la crescita del capitale umano. I politici, infatti, trovarono più conveniente spendere direttamente per le varie categorie di elettori anziché per i servizi pubblici. A loro volta, le imprese si adeguarono a tutto questo, e continuarono a produrre beni tradizionali, finché il mercato non si saturò. La società di suddivise in tante sezioni corporative che trasformarono i profitti del welfare state in rendite.</p><p rend="text">Infatti, la produzione continuava ad offrire gli stessi beni di prima, con variazioni insignificanti. Le famiglie si riempirono la casa di questi beni, che avevano un grado di utilità sempre più ridotto, secondo le leggi di Gossen<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-167-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-167">24</ref></hi></hi>. Invece di produrre nuovi beni, che potessero soddisfare i nuovi bisogni creati dal welfare state (ad esempio, un’istruzione di massa di alto livello, trasporti pubblici efficienti, crescita della ricerca, turismo e attività culturali, risanamento ambientale, nuova urbanistica, ecc.), il mercato imponeva beni ripetitivi: altri televisori, automobili, vestiti. Le famiglie compravano – e comprano – questi beni ripetitivi sotto lo stimolo incalzante di tanti fattori convergenti: pubblicità, moda, sconti, miglioramento vero o presunto del prodotto, senescenza precoce (indotta) dei beni. Ma alla lunga l’acquisto dei beni ripetitivi diminuì, il mercato era saturo e la crisi si manifestò.</p><p rend="text">Da questa degenerazione delle politiche sociali, anche se molto parziale, derivò un discredito per l’intero welfare state. Da qui il successo di Baran e Sweezy, i quali avevano ripreso la vecchia idea che le spese per il welfare state sono improduttive. Per loro esse servivano soltanto a evitare l’eccesso di sovrappiù che avrebbe bloccato l’accumulazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-166-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-166">25</ref></hi></hi>. Il pregiudizio sull’improduttività della spesa pubblica (vedi II.2.d) ha nociuto molto al welfare state<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-165-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-165">26</ref></hi></hi>. Secondo i classici (Marx incluso), la produzione di ricchezza può avvenire solo attraverso il profitto delle imprese private. Le spese pubbliche sono ricchezza sottratta al profitto, e quanto meno sono meglio è (vedi II.2.b). La maggior parte dei neoclassici (e anche dei marxisti) ha condiviso questa impostazione; sebbene con importanti eccezioni, tra cui Alvin Hansen e Kuznets<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-164-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-164">27</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Nel 1966 William J. Baumol sostenne che la spesa pubblica ha una produttività che cresce più lentamente di quella del settore privato, ma i suoi salari sono uguali. Quindi, quanto più aumenta la produttività del settore privato tanto più la spesa per il settore pubblico diventa un peso improduttivo. Bisognava quindi sottrarre finanziamenti al settore pubblico per spostarli su quello privato. Atkinson ha confutato facilmente questa tesi, notando che un livello migliore di cure sanitarie o di istruzione (cioè un aumento di produttività del settore pubblico) aumenta la produttività del settore privato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-163-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-163">28</ref></hi></hi>. Questa è un’ovvietà che sfugge a molti.</p><p rend="text">Questa impostazione portò a non distinguere fra beni ripetitivi e nuovi beni che soddisfacevano nuovi bisogni; o tra spese produttive e spese dettate da egoismi corporativi. Tutto annegò nell’insulsa critica del consumismo e l’opinione pubblica cominciò a diffidare delle politiche keynesiane<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-162-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-162">29</ref></hi></hi>. Ciò preparò la strada alla reazione neo-liberista degli anni Ottanta. Va notato infine che la crisi del welfare state fu strutturale. Ma gli economisti, che avevano perso il concetto di crisi strutturale (vedi III.4) la scambiarono per crisi congiunturale, da business cycle, e pensavano che bastasse aspettare perché la fase ascendente del ciclo ricominciasse. E ancora aspettano.</p><p rend="h3">b. Neo-liberismo: dal dispotismo del profitto al ritorno della rendita</p><p rend="text">Nel periodo del welfare state, i rendimenti di capitale (profitti, rendite, interessi) raggiunsero il punto più alto, ma dopo cominciarono a declinare<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-161-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-161">30</ref></hi></hi>. Di fronte ai primi sintomi della saturazione, come reagirono le imprese? Invece di premere per un rilancio dello sviluppo, ne approfittarono per rompere il patto sociale che aveva governato il boom. Verso la fine degli anni Sessanta l’Europa occidentale non era lontana dalla piena occupazione, perseguita dai (post)-keynesiani. Il potere contrattuale degli occupati quindi aumentò. Inoltre, alcuni gruppi operai, incoraggiati dai movimenti studenteschi, espressero una generica contestazione del capitalismo in quanto tale; cosa che spaventò gli imprenditori.</p><p rend="text">Le imprese reagirono per riprendere il controllo dell’accumulazione. Le grandi fabbriche furono frazionate in unità più piccole. Furono attaccati i diritti sindacali, ‘l’assistenzialismo’ del welfare state e ‘l’ingerenza’ dello stato nell’economia. Sul piano politico, ci furono dei colpi di stato in Grecia, Cile e Argentina; delle stragi in Messico e in Italia, con la complicità di alcune forze dello stato. Negli anni Ottanta dominò lo slogan ‘più mercato, meno stato’. Entrambi i ruoli storici dello stato, quello di creatore e garante delle regole e quello di fornitore dei servizi sociali di base, furono ridotti al minimo.</p><p rend="text">Col primo ruolo, lo stato stabilisce le regole del comportamento economico e sorveglia che siano rispettate. Assicura, almeno in parte, una concorrenza equilibrata e una distribuzione non iniqua, che premi il merito. Come già aveva avvertito Smith, per garantire la concorrenza bisogna tutelare gli agenti economici più piccoli o più sfavoriti (vedi II.1.b). Col neo-liberismo si è espropriato lo stato di queste funzioni attraverso la <hi rend="italic">deregulation</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-160-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-160">31</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> Nella società neo-liberista dominano i gruppi di interesse corporativo, l’evasione e l’elusione fiscale vengono favorite, c’è una tassazione che di fatto è <hi >regressiva (pi</hi>ù si è ricchi, meno si paga in percentuale) e si creano disuguaglianze estreme (vedi VI.2.b). </p><p rend="text">Col secondo ruolo, lo stato fornisce i servizi essenziali (pubblica amministrazione, infrastrutture, sanità, istruzione, previdenza, case per i ceti popolari, assistenza, cultura) che servono al funzionamento dell’economia. Ma il neo-liberismo ha ridotto queste spese ‘improduttive’ al minimo. Di conseguenza i servizi essenziali sono diventati inefficienti e scarsi. Ciò crea disoccupazione e va a danno dei ceti più deboli.</p><p rend="text">Nel 1993 Jacques Delors, presidente della Commissione Europea, propose un piano coraggioso di rilancio dello sviluppo europeo trainato dagli investimenti pubblici. Esso puntava ad estendere l’occupazione investendo nelle nuove reti infrastrutturali, tecnologie informatiche, biotecnologie e aumento dell’istruzione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-159-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-159">32</ref></hi></hi>. Quel piano non fu mai avviato. Prevalse la politica dell’austerity e il mito del pareggio di bilancio.</p><p rend="text">La rivolta in Cile dell’ottobre 2019 esprime il fallimento del neo-liberismo. Nel 1973 il <hi rend="italic">golpe </hi>cileno, sostenuto dal governo americano, impose il modello dei ‘Chicago boys’ nella versione più radicale, che nemmeno in USA si era potuta attuare. Per decenni i dati macroeconomici hanno fatto credere che l’economia cilena stesse crescendo. In realtà, ciò che cresceva era solo la ricchezza dell’élite, mentre la società si impoveriva. Con la sommossa del 2019, i dati veri sono emersi sulla grande stampa: l’1% più ricco detiene il 26,5% della ricchezza; il 10% più ricco ne detiene il 60%. Tutto è stato privatizzato: acqua, energia elettrica, trasporti, scuola, università, cure sanitarie, boschi. Conseguentemente il costo della vita è altissimo, i salari non crescono e il trattamento sul lavoro è semi-schiavistico.</p><p rend="text">Evans collega efficacemente la crisi degli anni 1970-80 con la Grande Recessione del 2008: secondo il FMI (Fondo Monetario Internazionale), dal 1980 al 2010, in 20 paesi industrializzati c’è stato un aumento di disuguaglianza del 40% fra il decile dei redditi più alti e quello più basso. Questo è dovuto al declino dei sindacati. Infatti, dopo gli shock petroliferi degli anni Settanta, in USA e Regno Unito i contratti collettivi furono smembrati, le politiche keynesiane abbandonate, il legame fra produttività e salari fu rotto. Negli stati americani più industrializzati e più forti sindacalmente, si approvarono leggi anti-sindacato, chiamate «right-to-work laws». La crescente disuguaglianza – che l’ILO (International Labour Office) chiama «la crisi prima della crisi» – portò al crollo del 2008. Ma ciò che è incredibile è che le disuguaglianze hanno continuato a crescere anche dopo quel crollo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-158-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-158">33</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Dal 1968 al 2013, in USA la percentuale di PIL andata ai salari è caduta da 63,6 a 55,9. Quella andata ai profitti era 48 nel 1950, cala a meno di 46 nel 1974, ma dal quel momento in poi sale fin quasi a 54 nel 2013. Nel frattempo le tasse sulle imprese diminuiscono dal 4% a meno del 2% di PIL<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-157-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-157">34</ref></hi></hi>. Piketty descrive un andamento simile. La quota di reddito nazionale del decile più ricco, in USA, dal 1950 al 1980 diminuisce e arriva sotto il 35%, per poi tornare a crescere fino al 50% nel 2008. Nel gruppo Regno Unito, Francia e Germania, la ricchezza privata agli inizi del Novecento equivaleva a 6-7 volte il reddito nazionale annuo; cade fino a a 2-3 volte nel periodo 1950-70, per poi tornare a crescere. Piketty ne deduce che i rendimenti della rendita e delle partecipazioni azionarie tendono a superare il tasso di crescita dell’economia, eccetto che nel periodo del welfare state<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-156-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-156">35</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Per far fronte alla saturazione, si sono cercati, negli anni Ottanta, nuovi sbocchi alla produzione (vedi avanti). Da una parte i capitali privati hanno investito nel progresso tecnologico, creando la grande rivoluzione digitale, tuttora in corso. Dall’altra, per accrescere le esportazioni, gli stati occidentali hanno lanciato la globalizzazione. Questi due grandi processi hanno rivoluzionato la produzione e il consumo, ma – a causa delle politiche statali improntate al neo-liberismo – alla fine, invece di dare slancio all’economia dei paesi sviluppati, ne hanno accentuato la crisi.</p><p rend="h2">3. Nuovi fattori di disoccupazione</p><p rend="h3 ParaOverride-4">a. La rivoluzione digitale</p><p rend="text">Da quando si è diffuso il personal computer, all’inizio degli anni Ottanta, la rivoluzione digitale non accenna a rallentare, anzi investe sempre nuovi campi e continua a creare beni e tipi di consumo imprevisti. L’uso dei software e degli algoritmi sta rivoluzionando tutti i settori della produzione e della distribuzione, anche i più tradizionali o di nicchia. Grazie ai processi digitali la produttività del lavoro è aumentata senza confronti con le rivoluzioni precedenti, ma l’occupazione si è ridotta drasticamente.</p><p rend="text">L’aumento di produttività dovuto alle tecnologie digitali si diffonde in modo molto diseguale fra paesi, settori ed imprese. Esso riguarda poco il lavoro materiale meno qualificato ma cresce esponenzialmente nelle imprese più avanzate di informatica, robotica, biotecnologie e grande distribuzione. C’è quindi una crescente concentrazione dell’aumento di produttività e di ricchezza, mentre gli esclusi si impoveriscono. Dal 2001 al 2013, nel 5% delle imprese dei servizi la produttività è aumentata del 40%, mentre nel restante 95% delle imprese è aumentata solo del 10%<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-155-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-155">36</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Le precedenti rivoluzioni tecnologiche hanno coinvolto solo alcuni settori della produzione o del commercio. Nessuna aveva rivoluzionato quasi tutti i settori dell’attività economica come adesso. Le rivoluzioni precedenti, anche se avevano creato disoccupazione, avevano accresciuto gli investimenti, e creato alla fine maggiore occupazione (vedi III.4). Alcuni autori sostengono che oggi si seguirà lo stesso percorso. Ma è difficile crederlo. La rivoluzione attuale è troppo estesa e la riduzione del lavoro troppo radicale perché si possa ricostituire l’occupazione di prima. Gordon Moore, cofondatore di Intel, affermò nel 1965 che il numero di transistor per microprocessore sarebbe raddoppiato ogni 12 mesi (prima legge di Moore). L’esperienza ha confermato la sua previsione. La rivoluzione digitale ha anche creato il <hi rend="italic">digital divide</hi>, cioè un divario crescente fa chi è esperto delle nuove tecnologie informatiche (e in genere della produzione immateriale) e chi no<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-154-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-154">37</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Per di più, la nuova divisione internazionale del lavoro, delineata dalla globalizzazione, delega ai paesi emergenti quasi tutta la produzione industriale, che fino a poco fa aveva il suo fulcro in Occidente. A causa di ciò, gli investimenti occidentali si concentrano nei settori dell’economia digitale (information technology, robotica, 3D, biotecnologie, Big Data), che creano maggiore disoccupazione e causano una riduzione di addetti fra il 30 e il 90 per cento nelle imprese più avanzate. Per questo, nonostante il calo degli ultimi 2-3 anni, la disoccupazione è tuttora al 7,5% nell’Area euro<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-153-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-153">38</ref></hi></hi>. Si deve anche stare attenti a non sopravvalutare la ripresa dell’occupazione, registrata in molti paesi sviluppati. Essa si basa in buona parte sull’aumento dei lavori precari e saltuari, che i governi hanno interesse a presentare come normale aumento dell’occupazione. A causa della disoccupazione persistente, il potere contrattuale del lavoro è debolissimo. È nato un mare di lavori precari e super-sfruttati, con poche o nulle garanzie. La rivoluzione tecnologica è stata un grandissimo progresso, ma – non essendo governata – ha prodotto un aumento della disuguaglianza fra i lavori, per qualità e per remunerazione.</p><p rend="text">C’è inoltre un’ambiguità di fondo nello sviluppo delle nuove tecnologie. L’innovazione accelerata ha portato i costi dei servizi informatici quasi a zero (e rende inadeguato come misura della ricchezza il PIL, che si basa sui prezzi)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-152-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-152">39</ref></hi></hi>. Questo va a vantaggio dei consumatori, tanto che Rifkin ritiene sia l’inizio di un’economia democratica guidata dalla logica dei Commons<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-151-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-151">40</ref></hi></hi>. In realtà, gli oligopoli digitali offrono servizi gratuiti per allargare il campo dei loro utenti, i cui dati personali – ricavati automaticamente dalle scelte dell’utente – vengono strutturati nei profili dei consumatori. Tali profili vengono venduti alle ditte che, grazie ad essi, possono fare una pubblicità mirata sulle preferenze del cliente<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-150-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-150">41</ref></hi></hi>. Alcuni autori sostengono che i clienti ‘profilati’ dovrebbero esigere il pagamento di parte del valore dei dati raccolti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-149-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-149">42</ref></hi></hi>; oppure chiedono che l’economia digitale sia riformata per servire l’interesse pubblico, visto che le piattaforme che usa sono state costruite col denaro pubblico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-148-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-148">43</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La raccolta occulta dei dati riguarda anche i lavoratori dipendenti di molte ditte e i loro comportamenti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-147-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-147">44</ref></hi></hi>. Ad esempio, gli autisti di Uber hanno intrapreso un’azione legale contro la ditta per avere accesso ai loro dati personali e ai giudizi espressi sul loro lavoro<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-146-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-146">45</ref></hi></hi>. La vendita dei profili viene effettuata anche da agenzie semi-clandestine che li usano per influire sul voto politico (come rivelò lo scandalo dell’inglese <hi rend="italic">Cambridge Analytica</hi>). Shoshana Zuboff ha pubblicato un’imponente analisi di quello che ha chiamato il «surveillance capitalism». Si è creato, dice la Zuboff, un sistema capillare di sorveglianza del comportamento di ogni utente di internet, che viola sistematicamente la privacy<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-145-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-145">46</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Naturalmente, è vero che l’occupazione potrebbe tornare a crescere se si facessero gli investimenti corrispondenti ai nuovi bisogni (vedi VIII.3). Ma per ora non ci sono segnali incoraggianti. C’è solo un progetto, ancora vago, della Commissione Europea: il Green New Deal, lanciato l’11 dicembre 2019, che prevede grandi stanziamenti (260 miliardi l’anno per 10 anni) per annullare le emissioni inquinanti entro il 2050. Speriamo che abbia miglior fortuna di quello di Delors.</p><p rend="h3">b. La globalizzazione</p><p rend="text">L’altro sbocco importante per l’Occidente fu l’aumento delle esportazioni, che furono incentivate abbassando i dazi doganali. Questa politica, detta globalizzazione, fu decisa dai governi europei alla fine degli anni Settanta, anche su pressione delle multinazionali. L’abbassamento dei dazi viene concordato attraverso trattati bilaterali o multilaterali, oppure attraverso le politiche del WTO (World Trade Organization). I termini di scambio di solito vengono imposti ai paesi più deboli e favoriscono le multinazionali e le lobby dei paesi più forti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-144-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-144">47</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La globalizzazione fu avviata in nome dell’ideologia del libero scambio ma col tacito intento di rimediare alla saturazione. Gli scambi internazionali furono effettivamente potenziati, ma alla fine gli effetti furono opposti a quelli attesi. I paesi occidentali erano abituati ad imporre, nel commercio internazionale, i prezzi più convenienti per loro, e pensavano che la liberalizzazione avrebbe esteso lo stesso meccanismo di prima. Ma questo processo fu avviato quando alcuni paesi non occidentali stavano iniziando a svilupparsi e si affacciavano sul mercato internazionale.</p><p rend="text">La liberalizzazione degli scambi potenziò lo sviluppo delle cosiddette tigri asiatiche (Corea del Sud, Tailandia, Taiwan, Singapore), e poi di Messico, Brasile, Sud Africa, Nigeria, India e soprattutto della Cina. Vanno aggiunti i paesi dell’Europa dell’est, che si stanno sviluppando rapidamente sotto l’ombrello protettivo dell’UE. Lo sviluppo dei paesi emergenti si basa soprattutto sull’industrializzazione, il cui motore è dato dalle esportazioni. Dal 1950 al 2000 il commercio internazionale è passato dall’8% al 27% del PIL mondiale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-143-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-143">48</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Grazie alla liberalizzazione degli scambi, questi paesi si sono sottratti, in parte, ai ruoli subalterni di prima (assemblaggio; produzione di componenti secondarie). Oggi i paesi emergenti, grazie ai bassi salari, battono la concorrenza dei paesi ricchi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-142-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-142">49</ref></hi></hi>. L’industrializzazione dei paesi emergenti sta avvenendo anche grazie agli investimenti e alla dislocazione delle imprese occidentali che vanno alla ricerca di bassi salari, di esenzioni fiscali e di controlli più laschi. Invece, nei paesi più poveri la globalizzazione ha aggravato la morsa occidentale neo-colonialista che impedisce il loro sviluppo (vedi VIII.1).</p><p rend="text">Una transizione epocale così profonda avrebbe dovuto svolgersi in modo graduale e programmato. Ma i paesi ricchi hanno trovato più comodo continuare a sfruttare il terzo mondo attraverso diverse politiche chiamate nel loro insieme neo-colonialismo, e proseguire nella loro produzione tradizionale fino alla saturazione del mercato. Essi mancano tuttora di strategie di crescita post-industriale, senza le quali la de-industrializzazione sta diventando una trappola mortale per l’Occidente.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-190-backlink">1</ref></hi>	Loria (1889, vol. I: 400-476; vol. II: 342-372). Hobson (1894, cap. 9, 11, 13, 17). Kautsky (1902: 271-296).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-189-backlink">2</ref></hi>	Vedi Van Mol – de Valk (2016).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-188-backlink">3</ref></hi>	Ricordiamo ancora Mazzucato (2013; Mazzucato 2018, cap. 7).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-187-backlink">4</ref></hi>	Per una tesi simile, vedi Lindert (2016: 2-17).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-186-backlink">5</ref></hi>	Bairoch (1997: cap. XXV.2).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-185-backlink">6</ref></hi>	OWD, Population – Life expectancy. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-184-backlink">7</ref></hi>	Vedi Piketty (2014: 97).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-183-backlink">8</ref></hi>	Piketty (2014: 323-324). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-182-backlink">9</ref></hi>	Apel (2015: 9).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-181-backlink">10</ref></hi>	Tcherneva (2015: 65). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-180-backlink">11</ref></hi>	OWD, Population – Child mortality.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-179-backlink">12</ref></hi>	OWD, Health – Maternal mortality.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-178-backlink">13</ref></hi>	FAO e OWD, Food – Food per Person.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-177-backlink">14</ref></hi>	Rosdolsky (1968: 427-428). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-176-backlink">15</ref></hi>	Per un approccio simile, vedi Bell (1973, cap. 1-2) e Hodgson (1999, cap. 9-11). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-175-backlink">16</ref></hi>	<hi >Smith (1776, I.11</hi>, Part II: cpv. 7). Say (1803, I, XV: 92; Say 1828-29: VII.4). Ricardo (1821: 21.5, 21.7).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-174-backlink">17</ref></hi>	J.S. Mill (1848, cap. IV.6). Keynes (1930). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-173-backlink">18</ref></hi>	Patten (1896, cap. IV). Wicksell (1901, 1.III: 214-215). Su Piketty, <hi rend="italic">infra</hi> VI.2.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-172-backlink">19</ref></hi>	Pasinetti (1981, soprattutto cap. 4).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-171-backlink">20</ref></hi>	Kindleberger (1990: 5-21).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-170-backlink">21</ref></hi>	OWD, Work and Life – Human Development Index.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-169-backlink">22</ref></hi>	Dati della Worldbank (vedi Valentini 2019).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-168-backlink">23</ref></hi>	Roncaglia (2019, 4.7: 307-308).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-167-backlink">24</ref></hi>	Secondo le leggi di Gossen, l’utilità di un bene, e quindi il suo valore, è inversamente proporzionale alla quantità disponibile dello stesso bene. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-166-backlink">25</ref></hi>	Baran – Sweezy (1966, cap. 6 e 7).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-165-backlink">26</ref></hi>	Vedo Morroni (2018, dialogo 4). Plehwe <hi rend="italic">et al.</hi> (2019, cap. 8 e 9).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-164-backlink">27</ref></hi>	Hansen (1941: 144-152). Kuznets (1966: 224-234). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-163-backlink">28</ref></hi>	Vedi Atkinson (2015: 121-123).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-162-backlink">29</ref></hi>	Un esempio di ciò è Bacon – Eltis (1976: 77-91).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-161-backlink">30</ref></hi>	Vedi Piketty (2014: 199-203) su Regno Unito e Francia.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-160-backlink">31</ref></hi>	Gallegati (2015: 29-30).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-159-backlink">32</ref></hi>	Delors <hi rend="italic">et al</hi>. (1993).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-158-backlink">33</ref></hi>	Evans (2019).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-157-backlink">34</ref></hi>	Apel (2015: 5; 8).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-156-backlink">35</ref></hi>	Piketty (2014: 23-27).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-155-backlink">36</ref></hi>	Dati OCSE, in <hi >Kastrop </hi>– Ponattu (2018).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-154-backlink">37</ref></hi>	Vedi ad es. Haskel – Westlake (2018, cap. 6). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-153-backlink">38</ref></hi>	<hi >Eurostat</hi> – <hi >Unemployment</hi>, luglio 2019.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-152-backlink">39</ref></hi>	Danovaro – Gallegati (2019: 101-102).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-151-backlink">40</ref></hi>	Rifkin (2014: 287-289).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-150-backlink">41</ref></hi>	Zuboff (2019, cap. 2-5).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-149-backlink">42</ref></hi>	Arrieta <hi rend="italic">et al. </hi>(2017).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-148-backlink">43</ref></hi>	Mazzucato (2019).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-147-backlink">44</ref></hi>	Zuboff (2019, cap. 13).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-146-backlink">45</ref></hi>	Vedi Petterson (2019).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-145-backlink">46</ref></hi>	Zuboff (2019, cap. 6).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-144-backlink">47</ref></hi>	Baker (2016, cap. 7).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-143-backlink">48</ref></hi>	Vaggi (2018: 132).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-142-backlink">49</ref></hi>	Palley (2018: 18-31).</p><p rend="h1_section">Capitolo VI</p><p rend="h1_chapter">Le promesse tradite</p><p rend="text">Fred Hirsch (1976) analizzò con efficacia le promesse mancate del capitalismo che assicuravano all’individuo successo sociale ed economico. Ma, oltre alle promesse all’individuo esaminate da Hirsch, ci sono anche le promesse sociali tradite, quelle delle grandi conquiste di civiltà. Il capitalismo aveva prevalso sugli altri sistemi economici grazie a quelle promesse: lavoro libero e dignitoso per tutti, benessere diffuso, disuguaglianze non eccessive, fine dell’arbitrio e della prepotenza, prevalenza del merito e del rapporto impersonale sui privilegi di gruppo e sulle reti clientelari. Oggi queste grandi conquiste vengono messe in forse. In passato, il lato oscuro del capitalismo era limitato ai paesi colonizzati e alle classi più sfruttate (lontano dagli occhi dei ceti alti e medi), ma adesso cresce in tutta la società occidentale.</p><p rend="text">Dal 1980 al 2010 c’è stato un grande incremento della ricchezza privata, soprattutto in Europa e Giappone, e ancor oggi il risparmio privato è molto alto. Invece il risparmio pubblico è negativo; la sua quota sulla ricchezza totale cala costantemente, e questo rallenta la crescita<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-141-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-141">1</ref></hi></hi>. Nel 2010, dice Piketty, il rapporto capitale/reddito era di 5:1 (più o meno come alla vigilia della prima guerra mondiale) e tende a crescere ancora Piketty (2014: 195-196). Si è tornati quindi ad un regime di bassa crescita, come nella Belle Époque. In questo capitalismo patrimoniale la ricchezza accumulata in passato cresce di importanza Piketty (2014: 232-233).</p><p rend="h2">1. Disoccupazione</p><p rend="h3 ParaOverride-4">a. Disoccupazione, lavoro precario, povertà</p><p rend="text">Abbiamo detto che nei paesi occidentali la disoccupazione cresce. Nell’area euro e in Gran Bretagna passa da circa il 2% del periodo del welfare state al 7-8% di oggi; ma per i giovani è al 16%<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-140-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-140">2</ref></hi></hi>. In più, nel 2018 oltre il 17% degli europei dai 25 ai 35 anni non lavorano né studiano (sono i NEET: Not in Employment, Education or Training). Come si è visto (cap. V), tre fattori concorrono alla disoccupazione: la saturazione del mercato e il conseguente calo degli investimenti; la rivoluzione tecnologica, che riduce il lavoro; lo spostarsi delle industrie verso i paesi emergenti. </p><p rend="text">Ma non va trascurato un quarto fattore, illustrato da Loretta Napoleoni: il crollo dell’Unione Sovietica e dei regimi comunisti. Esso ha gettato sul mercato del lavoro molti milioni di disoccupati, che – oltre ad accrescere l’economia criminale e la schiavitù sessuale – hanno abbassato il livello dei salari e delle garanzie del lavoro<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-139-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-139">3</ref></hi></hi>. L’aumento della disoccupazione peggiora sempre le condizioni di lavoro, a cominciare dal livello dei salari. Oggi i nuovi assunti hanno contratti con paghe e livelli di protezione molto inferiori a quelli dei lavoratori assunti nei decenni passati. Ciò comporta una sistematica distruzione di capitale umano. </p><p rend="text">Il lavoro tende a polarizzarsi, a causa del progresso tecnico e della concentrazione dei capitali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-138-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-138">4</ref></hi></hi>. Ad esempio, il consumo crescente di energia sta portando a innovazioni che generano reti gestite da esperti. Queste reti riguardano i campi più svariati: elettricità, controllo del traffico, ricerca, agricoltura, sanità. Un altro esempio è che le grandi imprese digitali assorbono le più piccole, accentrando i profitti, grazie alla raccolta di Big Data e alla proprietà degli algoritmi che la regolano (vedi V.2.b).</p><p rend="text">La precarietà dell’altro tipo di lavoro appare nei contratti di lavoro a scadenza; nel finto lavoro indipendente (che esonera il datore di lavoro dagli obblighi fiscali e dai contributi previdenziali); nella mancanza di ferie pagate, di assistenza medica gratuita, di previdenza pensionistica. Il lavoro part-time involontario è uno dei maggiori aspetti del lavoro precario. Secondo la Commissione Europea, nel 2012, fra il 10% e il 18% del lavoro part-time nell’Europa centrale era involontario, ma nell’Europa del Sud la percentuale era superiore a 50%<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-137-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-137">5</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La povertà, che il welfare state aveva ridotto notevolmente, è tornata a crescere. Oggi, nei paesi più arretrati domina ancora il «circolo vizioso della povertà» descritto dagli economisti dello sviluppo degli anni 1950<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-136-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-136">6</ref></hi></hi>. I fattori economici negativi (scarsa domanda nel mercato, bassa produttività e bassa qualificazione del lavoro, carenza di capitali, basso reddito, disoccupazione nascosta, ecc.) sono l’uno causa dell’altro e impediscono la crescita. Però il circolo vizioso della povertà riguarda un contesto statico. Oggi, in Occidente la povertà cresce in un contesto dinamico. In questo caso è frutto, piuttosto, di un processo cumulativo, come quello descritto da Myrdal: i fattori agiscono gli uni sugli altri aggravando le tendenze negative e portando l’economia verso il collasso<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-135-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-135">7</ref></hi></hi>. Ad esempio, l’aumento della disoccupazione abbassa la domanda nel mercato, ciò scoraggia gli investimenti e questo accresce ancora la disoccupazione.</p><p rend="h3">b. Crisi fiscale e decadenza dei servizi pubblici </p><p rend="text">James O’Connor scrisse che nelle società capitaliste c’è una forte resistenza del settore competitivo a pagare le tasse; quindi c’è forte evasione o elusione fiscale. Questa resistenza si deve non solo ai bassi margini di guadagno di questo settore ma soprattutto al fatto che le tasse producono servizi e occupazione che vanno a vantaggio del settore monopolistico e di quello ‘improduttivo’ dell’economia. L’evasione fiscale genera la crisi fiscale dello stato<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-134-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-134">8</ref></hi></hi>. Quell’analisi è valida ancor oggi. Come abbiamo visto (V.2.b), l’evasione fiscale maggiore viene dalle multinazionali oligopolistiche (i «monopoli» di O’Connor), e in particolare da quelle digitali.</p><p rend="text">In termini assoluti non c’è stata una diminuzione della spesa sociale nei paesi sviluppati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-133-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-133">9</ref></hi></hi>. Ma la qualità delle scuole, della sanità, delle politiche per la casa e del sistema pensionistico peggiora. L’accresciuta domanda di qualità per l’amministrazione e le infrastrutture non viene soddisfatta. Ciò va a vantaggio delle imprese private, le quali spesso erogano a pagamento gli stessi servizi grazie a facilitazioni e finanziamenti dello stato.</p><p rend="text">La crisi fiscale dello stato sta anche logorando il tessuto professionale delle varie istituzioni. C’è una riduzione drastica del personale pubblico, la cui età media cresce sempre più. Questo processo, non solo ha abbassato la qualità dei servizi, ma compromette la possibilità di trasmettere i saperi specialistici alle nuove leve. Soprattutto nelle economie capitaliste più deboli la maggior parte degli attuali impiegati sta andando in pensione senza avere un ricambio. Piketty ricorda che a fine Ottocento le entrate fiscali degli stati occidentali si aggiravano sul 10% del reddito nazionale. Oggi, dopo il welfare state e l’aumento delle spese sociali, esse oscillano fra 30% (USA) e 55% (Svezia); mentre nei paesi poveri è di 10-15%. Bisognerebbe quindi tornare a tassare in modo più forte i redditi più alti, colpire l’evasione e controllare lo spostamento dei capitali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-132-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-132">10</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">2. Disuguaglianze</p><p rend="text">Il capitalismo aveva promesso di ridurre le disuguaglianze, accettando solo quelle generate dal merito. Ma oggi, in Occidente, le disuguaglianze<hi rend="italic"> </hi>sono crescenti e sono molto più gravi di quelle causate dalla crisi degli anni Trenta. Allora il reddito del 10% più ricco si abbassò, oggi invece cresce a dismisura.</p><p rend="h3">a. Trasformazione dei capitali in rendite (finanziarie, immobiliari o della terra)</p><p rend="text">La trasformazione dei capitali in rendite è una delle maggiori cause dell’aumento delle disuguaglianze ed è il fenomeno che più contraddice la logica capitalistica. Durante il welfare state, i salari e i profitti crescevano insieme,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>mentre le rendite regredivano. Cinquant’anni dopo il quadro è opposto: i salari e i redditi dei ceti non protetti sono crollati, i profitti crescono ma le rendite crescono ancora di più<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-131-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-131">11</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Atkinson ricorda quanto fosse forte – secondo John Kenneth Galbraith – il fascino della libera competizione nel mercato capitalistico. Essa garantiva che il potere economico fosse diffuso e non soggetto all’arbitrio di qualcuno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-130-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-130">12</ref></hi></hi>. Ebbene, questo è sempre meno vero. La tendenza alla concentrazione ha portato al dominio di pochi oligopoli, che distorcono la concorrenza a loro favore e tendono a trasformare i profitti in rendite – una tendenza già descritta da Berle e Means negli anni Trenta, poi<hi rend="CharOverride-2"> </hi>da Schumpeter (1942), infine dallo stesso J. K. Galbraith (1967). Piketty ricorda che gli stati europei non sono mai stati così ricchi, ma questa ricchezza è distribuita in modo molto diseguale. «La ricchezza privata si fonda sulla povertà pubblica», di conseguenza «al momento spendiamo molto più in interessi sul debito di quanto investiamo in alta istruzione»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-129-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-129">13</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Oggi la speculazione finanziaria è <hi >la principale</hi> fonte di rendita<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-128-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-128">14</ref></hi></hi>, ed è anche la maggiore causa della disuguaglianza<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-127-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-127">15</ref></hi></hi>. Nel capitalismo la speculazione finanziaria è sempre esistita, perché le grandi imprese si finanziano con prestiti del piccolo risparmio, a cui vendono titoli. Nella compra-vendita di questi titoli in borsa, è inevitabile che cresca a margine una certa speculazione finanziaria. Ma quando questa si estende troppo, può provocare crolli improvvisi di tutti i titoli. Tra fine Ottocento e inizi del Novecento diversi autori avevano avvertito che una crescita sproporzionata del settore finanziario crea ‘capitale fittizio’, soggetto a crolli<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-126-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-126">16</ref></hi></hi>. Dagli anni Ottanta in poi, la saturazione ha spostato molti capitali verso la speculazione finanziaria, che è cresciuta in modo abnorme. </p><p rend="text">Nel 1980 il PIL mondiale della produzione di beni e servizi non finanziari era di circa 27mila miliardi di dollari; e gli attivi finanziari raggiungevano più o meno lo stesso ammontare. Ma nel 2007 i guadagni finanziari superavano di 4 volte il PIL della produzione reale: 240mila miliardi contro 60mila. Nel 2013 le transazioni finanziarie furono almeno 50 volte più grandi della compra-vendita complessiva di beni e servizi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-125-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-125">17</ref></hi></hi>. Oggi il totale dei debiti, privati e pubblici, equivale al 320% del reddito mondiale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-124-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-124">18</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">L’uso dell’informatica ha reso gli scambi di borsa senza limiti di spazio e di tempo, ha facilitato la speculazione e anche la manipolazione dei dati. La finanza è stata presa da una frenesia di espansione in ogni dove. Si sono creati titoli derivati (<hi rend="italic">derivatives</hi>)<hi rend="italic"> </hi>di tanti tipi. Nati come assicurazione sui rischi delle transazioni finanziarie, i <hi rend="italic">derivatives </hi>sono diventati l’opposto: vere scommesse d’azzardo. Si sono creati titoli ingannevoli, dai rendimenti calcolati in modo incomprensibile, che carpiscono la fiducia dei risparmiatori<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-123-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-123">19</ref></hi></hi>. Le banche hanno venduto questi titoli alle imprese produttive, convincendole che dovevano «diversificare il portafoglio»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-122-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-122">20</ref></hi></hi>; e alle pubbliche amministrazioni, facendo pagare interessi bassissimi all’inizio, per scaricare sugli amministratori futuri interessi a strozzo.</p><p rend="text">Questo degrado economico è diventato degrado morale. Molte banche emettono <hi rend="italic">trash bonds </hi>(titoli spazzatura) raggirando i loro stessi clienti; o impiegano i risparmi dei clienti in speculazioni azzardate o per finanziare altri speculatori. Spesso lo stato è costretto a salvarle dal fallimento per non creare panico e per non danneggiare i risparmiatori. Tutto questa ha generato una scia di risentimenti e sfiducia che sta sfilacciando il tessuto sociale. I risparmiatori ormai temono di investire in azioni e obbligazioni e tornano all’acquisto di immobili o di oro.</p><p rend="text">Alle rendite della speculazione finanziaria si aggiungono quelle immobiliari. La speculazione sui terreni edificabili, sulle case e sugli edifici è stata usata come rimedio alla saturazione.<hi rend="CharOverride-2"> </hi>La crisi immobiliare USA che innescò il crollo mondiale del 2008 fu causata dalla ricerca di guadagni immobiliari facili. </p><p rend="text">Scrive Michael Hudson: «La terza operazione di Quantitative Easing ha inondato il mercato dei titoli con liquidità a basso interesse. Ciò spinse gli speculatori a prendere soldi in prestito a poco prezzo e comprare titoli che fruttavano dividendi o interessi più alti (…) Nell’economia della bolla le famiglie si erano convinte che la via per arricchire fosse prendere in prestito tutto quanto potevano per comprare le case più costose che potevano, e cavalcare l’onda dell’inflazione dei prezzi immobiliari. Ma dal 2008 i consumatori hanno dovuto rimborsare circa 5mila miliardi di dollari di debiti»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-121-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-121">21</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Alla speculazione immobiliare si affianca quella degli affitti esosi che opprimono piccoli e grandi negozi, ristoranti, ecc., e che spesso assorbono due terzi dei guadagni del gestore. Di recente è nata un’altra forma di speculazione: il <hi rend="italic">land grabbing</hi>. Gli stati sovrappopolati, come la Cina, o gli esportatori di prodotti agricoli, come gli USA, o gli stati desertici che cercano terre coltivabili, come Arabia Saudita e Qatar<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-120-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-120">22</ref></hi></hi>, stanno comprando vastissime estensioni di terra dagli stati più poveri, attraverso le multinazionali o con i capitali della speculazione finanziaria<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-119-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-119">23</ref></hi></hi>. Ciò avviene particolarmente in tutta l’Africa, in Brasile e nel resto dell’America Latina, nel Sud-est asiatico, in Europa orientale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-118-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-118">24</ref></hi></hi>. La terra in genere viene venduta o data in affitto, con contratti secolari, all’insaputa degli abitanti. Questi, per sopravvivere, sono costretti ad abbandonare le loro terre. </p><p rend="text">Un tipo più tradizionale di sottrazione violenta della terra è legata alla costruzione di enormi dighe per la produzione di energia elettrica o all’apertura di miniere e pozzi petrolio. Le dighe cinesi sul Fiume Giallo o quella di Assuan sul Nilo furono distruttive, sommersero interi villaggi e terra coltivata su cui vivevano centinaia di migliaia di persone. La stessa cosa è avvenuta di recente nella Valle dell’Omo in Etiopia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-117-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-117">25</ref></hi></hi>.</p><p rend="h3">b. Plutocrazia e disuguaglianze crescenti</p><p rend="text">Negli anni Ottanta<hi rend="italic"> </hi>del Novecento<hi rend="italic"> </hi>la «rivoluzione dei ricchi» – come fu chiamata – cominciò col proclamare il profitto addirittura un valore morale, in quanto frutto del merito; ma poi andò oltre, affermando che la ricchezza in quanto tale era una virtù. Da qui si è passati a teorizzare la plutocrazia e a giustificare ogni sorta di raggiro finanziario<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-116-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-116">26</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nel ventennio 1970-90, secondo Piketty, nei paesi occidentali il 10% più ricco della popolazione riceveva circa il 25% del reddito totale; ma nel 2010, ne riceveva il 35% <hi >in Europa</hi> e il 50% in USA. Riguardo al possesso di ricchezza, nel 2010 il 10% più ricco in Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia ne possedeva il 60% circa; in USA, il 72%. Si noti che questi dati sono sottostimati, perché si basano sulle dichiarazioni degli interessati. Nel primo decennio del XXI secolo, l’1% della popolazione possedeva la metà della ricchezza mondiale; e lo 0,1% ne possedeva circa il 20%<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-115-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-115">27</ref></hi></hi>.</p><p rend="text"> Molti altri autori confermano l’aumento della disuguaglianza a favore del vertice più ricco dopo il 1980<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-114-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-114">28</ref></hi></hi>. Baker mostra che la percentuale di reddito nazionale che va all’1% più ricco, <hi rend="italic">senza contare i guadagni da capitale</hi>, passa da 7,7 nel 1973 a 18,3 nel 2007, e resta a quel livello anche dopo la crisi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-113-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-113">29</ref></hi></hi>. Cook (2018) sottolinea che la disuguaglianza è stato un tema trascurato in economia per tutto il XX secolo, a causa dei concetti fondamentali della teoria neo-classica, fra cui il teorema dell’«ottimo paretiano» (vedi VIII.3.a). Questa specie di depistaggio non ha certo giovato alla riduzione delle disuguaglianze. Stiglitz (2013) ha spiegato con chiarezza il legame esistente fra disuguaglianze crescenti e difficoltà di sviluppo.</p><p rend="text">I dati di Oxfam 2019 (per il 2018) completano questo quadro desolante. Nel mondo, in un solo anno la ricchezza privata di 1900 miliardari è aumentata di 900 miliardi di dollari, mentre quella della metà più povera della popolazione (3,8 miliardi di persone) si è ridotta dell’11%. La ricchezza di questa metà più povera <hi rend="italic">è uguale </hi>a quella delle 26 persone più ricche (nel 2017 erano 43). Jeff Bezos, fondatore di Amazon, nel 2018 dichiarava 112 miliardi di reddito personale. La disuguaglianza c’è anche fra i sessi. La ricchezza posseduta dagli uomini è del 50% superiore a quella delle donne. I guadagni di queste sono inferiori del 23%. Si calcola che il lavoro domestico e di cura non retribuito svolto dalle donne valga 10mila miliardi di dollari l’anno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-112-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-112">30</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Gli USA sono il paradiso della plutocrazia. In parallelo con il rallentamento della crescita, a partire dal 1980, le disuguaglianze sono aumentate, a favore dei bianchi più ricchi. Una serie di leggi promossero questa tendenza, soprattutto quelle della deregulation finanziaria<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-111-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-111">31</ref></hi></hi>. C’è stato quindi un trasferimento di reddito, dal 1980 a oggi, di ben 15 punti<hi rend="CharOverride-2"> </hi>dal 90% più povero della popolazione al 10% più ricco. I patrimoni più grandi nel mondo nel periodo 1987-2013 sono cresciuti circa il doppio di tutti gli altri. Queste disuguaglianze estreme, sottolinea Piketty, hanno contribuito alla crisi economica del 2007<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-110-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-110">32</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La concentrazione della ricchezza riguarda anche le imprese. Nel 2017, 147 multinazionali – cioè molto meno dell’1% delle imprese totali – controllavano il 40% della ricchezza mondiale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-109-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-109">33</ref></hi></hi>. Un aiuto indiretto a questo processo viene anche dal FMI (Fondo monetario internazionale) il quale impone, ai paesi a cui presta i suoi fondi, interessi usurari che rovinano le imprese locali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-108-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-108">34</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">I manager delle imprese sono un altro capitolo della rapina dei più deboli. Essi non difendono l’interesse dell’azienda, perché guardano solo ai risultati di breve periodo, quelli che interessano agli azionisti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-107-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-107">35</ref></hi></hi>. La quota dei loro compensi in titoli dell’azienda è cresciuta in modo abnorme; sicché alcuni truccano i bilanci per far risultare utili inesistenti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-106-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-106">36</ref></hi></hi>. In USA nel 1970 gli emolumenti dei manager erano mediamente 30 volte maggiori del salario medio dei dipendenti, ma nel 2016 erano 271 volte più grandi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-105-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-105">37</ref></hi></hi>.<hi rend="CharOverride-2"> </hi></p><p rend="text">Le disuguaglianze crescenti non sono soltanto frutto delle leggi antisindacali e della deregulation ma anche delle leggi fiscali regressive. Leonhardt (2019) ricorda la nota denunzia di dieci anni fa del miliardario Warren Buffet, il quale trovava assurdo che lui pagasse tasse inferiori a quelle della sua segretaria. Gli esperti allora dissero che questa non era la tendenza generale, ma adesso certamente lo è. Oggi i 400 americani più ricchi pagano in percentuale tasse inferiori a quelle di tutti gli altri gruppi di contribuenti. Nel 1950 i più ricchi pagavano il 70% del proprio reddito, nel 1980 la quota si era abbassata al 47%, e oggi è 23%; mentre il 50% più povero paga in media circa il 24% di tasse sul reddito. Secondo Oxfam, in Brasile il 10% più ricco paga tasse (sul reddito personale + IVA) pari al 21%, mentre il 10% più povero paga il 32%. Non molto diverso è il dato della Gran Bretagna (34% per i più ricchi, 49% per i più poveri)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-104-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-104">38</ref></hi></hi>. Non c’è da meravigliarsi che oggi 142 milioni di europei siano a rischio povertà (Dauderstä<hi >dt</hi> 2019). Oggi la protesta di Buffet è stata ripetuta da Bill Gates (sulla stampa del 7 gennaio 2020).</p><p rend="text">Il taglio delle tasse ai ricchi viene praticato da 40 anni con l’argomento che ciò ridurrebbe la spesa improduttiva dello stato e aiuterebbe gli investimenti grazie all’effetto <hi rend="italic">trickle down</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-103-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-103">39</ref></hi></hi>. Secondo questo effetto, l’arricchimento dei già ricchi gioverebbe a tutti perché si tradurrebbe in investimenti che accrescono la ricchezza sociale. L’esperienza ha dimostrato che questo argomento è falso. La tassazione regressiva ha solo impoverito la maggior parte della società ed ha intasato i paradisi fiscali di capitali oziosi. Lo stesso FMI sostiene (2018) che proprio la mancata redistribuzione delle risorse nuoce all’economia. Oggi, al livello mondiale, l’imposta patrimoniale forma solo il 4% delle imposte totali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-102-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-102">40</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Com’era inevitabile, la riduzione delle tasse per i ricchi ha favorito fra loro l’evasione e l’elusione fiscale. Ad esempio, gli oligopoli digitali hanno imposto agli stati un’esenzione fiscale quasi totale delle loro attività (dato che i loro servizi coinvolgono altissime percentuali della popolazione, gli stati temono che vengano interrotti). Nel 2004 le multinazionali USA hanno pagato tasse del 2,3% sui loro profitti, che erano di 700 miliardi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-101-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-101">41</ref></hi></hi>. A causa dell’elusione fiscale, afferma il FMI, gli stati perdono almeno 500 miliardi di tasse l’anno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-100-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-100">42</ref></hi></hi>. Ma l’evasione vera e propria non è da meno. Secondo Zucman, il 40% dei profitti esteri delle multinazionali USA va nei paradisi fiscali. I grandi patrimoni finiti nei paradisi fiscali superano largamente i debiti esteri dei paesi ricchi. Si tratta di circa 7600 miliardi di dollari<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-099-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-099">43</ref></hi></hi>.</p><p rend="text"><hi >Le disuguaglianze crescenti dei nostri anni non riguardano solo i più ricchi rispetto agli altri, ma si vedono anche nel resto della società</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3" ><hi xml:id="footnote-098-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-098">44</ref></hi></hi><hi >. </hi>Quando il welfare state cominciò a <hi >declinare, si formarono nuovi strati disagiati e nacque una doppia divisione: una è tra ceti medi protetti (in genere possidenti) e ceti non protetti, un’altra è tra anziani (quelli non poveri) e giovani. La fascia protetta è composta da </hi>professionisti o dipendenti privati di qualifica medio-alta, percettori di redditi garantiti (del settore pubblico), categorie sindacalmente forti. I non protetti sono quelli che fanno lavori precari e mal pagati, o hanno pensioni misere, oppure sono lavoratori autonomi o mini-imprenditori della fascia debole. Queste categorie si sentono defraudate delle loro sicurezze di un tempo. </p><p rend="text">L’altra divisione vede da una parte gli anziani con pensioni o rendite che danno sicurezza e un certo benessere, dall’altra i giovani delle famiglie con redditi medio-bassi. Questi giovani sono costretti a rincorrere il lavoro attraverso una qualificazione crescente (studi, specializzazione, training), oppure si adattano a fare lavori mal pagati che sono molto al di sotto della propria qualificazione. Essi hanno difficoltà ad accedere a scuole di alta specializzazione ed esperienze all’estero. Così, il solco tra società garantita e società precaria si approfondisce.</p><p rend="h2">3. La schiavitù capitalistica oggi</p><p rend="text">Il capitalismo aveva promesso libertà nella scelta del lavoro e la dignità di tutti i lavori, invece cresce il lavoro schiavistico. Secondo gli storici, l’economia antica, greca e romana, non generò il capitalismo soprattutto perché si basava sulla schiavitù, il cui lavoro costa meno del lavoro salariato<hi rend="notes_number CharOverride-3" ><hi xml:id="footnote-097-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-097">45</ref></hi></hi>. Per definizione, l’economia schiavistica non offre l’incentivo a investire e ad aumentare la produttività, mail capitalismo è riuscito a conciliare benissimo schiavitù e profitto.</p><p rend="text">Abbiamo già visto la schiavitù capitalistica dell’età moderna nelle Americhe e in Africa (vedi anche III.2.a; IV.1-2). La sua produzione era per l’esportazione, e dipendeva dalla domanda dei paesi europei. Lo sfruttamento degli schiavi era estremo; le società che usavano gli schiavi avevano un’economia povera e stagnante, e le sue élite erano parassitarie. Ma la schiavitù in genere, anche quando dipende dalle multinazionali, frena il passaggio ad una accumulazione capitalistica più moderna ed efficace.</p><p rend="text">Oggi la schiavitù capitalistica si è riprodotta grazie alle multinazionali. In Pakistan, Bangladesh, Tailandia, Birmania, ecc., ma anche nei paesi dell’Asia centrale, ci sono milioni di bambini di famiglie povere, venduti a ‘imprenditori’ aguzzini che li fanno lavorare 14 ore al giorno, legati ai telai e puniti per ogni irregolarità. Questo veniva raccontato anche da Iqbal Masih, il bambino che si ribellò in Pakistan alla schiavitù, diventò sindacalista contro di essa, e fu ucciso a 12 anni dalla ‘mafia dei tappeti’ nel 1995. Sembra che il 94% del lavoro di cui si servono, direttamente o indirettamente, le multinazionali sia di questo tipo. <hi rend="italic">Freedom United</hi>, <hi rend="italic">Walk Free </hi>e altri periodici online forniscono una documentazione puntuale della schiavitù odierna nel mondo<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-096-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-096">46</ref></hi></hi>. L’ultima crisi economica mondiale ha fatto crescere il lavoro schiavistico, per risparmiare sui costi del lavoro.</p><p rend="text">Il <hi rend="italic">Global Slavery Index 2018</hi> (online) calcola che gli schiavi nel mondo sono 40,3 milioni. Di questi, 15 milioni sono vittime dei matrimoni forzati e 25 milioni circa svolgono lavoro forzato. Il 71% degli schiavi è fatto di donne. Per ogni mille abitanti nel mondo, 5,4 sono schiavi (in Africa sono 7,6). Negli stati arabi ne risultano 3,3 per mille; però quei governi ostacolano la raccolta di dati. Quindi la cifra è fortemente sottodimensionata, sia per i matrimoni forzati che per il lavoro. Ma la schiavitù è presente anche nei paesi europei.</p><p rend="text">Per i matrimoni forzati, il continente che sta peggio è l’Africa, con 4,8 per mille; mentre per il lavoro forzato è l’Asia + l’area del Pacifico (con 4), seguita dall’area Europa + Asia Centrale (in pratica i paesi dell’ex URSS) con 3,6. I paesi col tasso più alto di schiavi sono due feroci dittature: Nord Corea ed Eritrea, dove circa il 10% degli abitanti sono schiavizzati. Anche i paesi in guerra hanno alti tassi di schiavitù. In India gli schiavi sono quasi 8 milioni (6 per mille circa); e in Cina quasi 4 milioni (2,8 per mille). Nell’area Euroasiatica i paesi peggiori sono Turkmenistan e Bielorussia, intorno all’11 per mille. Ma la Grecia è a 8, la Russia a 5,5, l’Italia a 2,5, la Svezia a 1,6<hi rend="notes_number CharOverride-3" ><hi xml:id="footnote-095-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-095">47</ref></hi></hi>. Nell’Europa del sud è diffusa la semi-schiavitù (soprattutto per gli immigrati) nella raccolta della frutta, l’allevamento, la manovalanza nell’industria, i servizi di ristorazione. Solo in Italia – secondo Franchi (2019) – ce ne sono almeno 200mila<hi rend="notes_number CharOverride-3" ><hi xml:id="footnote-094-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-094">48</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Secondo la stessa fonte<hi rend="notes_number CharOverride-3" ><hi xml:id="footnote-093-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-093">49</ref></hi></hi>, ci sono ben 152 milioni di bambini che lavorano in condizioni disumane. E nel 2016 più di 15mila bambini erano bambini-soldato; 4mila in eserciti governativi e 11.500 in eserciti privati. I bambini-soldato stanno aumentando in Africa ma si trovano anche in Asia e America Latina. I paesi con una proporzione maggiore di schiavi sono, in ordine decrescente: Nord Corea, Eritrea, Burundi, Rep. Centro-africana, Afganistan, Mauritania, Sud Sudan, Pakistan, Cambogia, Iran. I governi che collaborano di meno per ridurre il fenomeno sono: Qatar, Singapore, Arabia Saudita, Emirati. In questi paesi c’è la schiavitù dei lavoratori immigrati, a cui ritirano il passaporto e che arrestano se cercano di fuggire. </p><p rend="text">Un caso esemplare del meccanismo schiavistico è quello del coltan, <hi >il prezioso minerale</hi> <hi >che si usa nell’industria high-tech, aerospaziale, ecc</hi>. <hi >Mincone (2019) ne descrive l’itinerario economico. Alla base c’è il lavoro di bambini-schiavi del Congo, il maggior produttore, che guadagnano 2 euro </hi><hi rend="italic">a settimana</hi><hi >, e sono esposti alle radiazioni del minerale e alle frane. Essi sono sorvegliati dai bambini soldato delle milizie, l’unica autorità preposta all’estrazione. Il coltan viene venduto per vie illegali a compagnie belghe monopolistiche e arriva, per la raffinazione, ad altre compagnie monopolistiche in Germania, Cina e USA. Da queste passa alle ditte di assemblaggio in Cina, Asia del Sud-est ed Europa orientale, per finire nei prodotti delle grandi ditte (Ibm, Toshiba, Siemens, ecc.). Si noti che gli USA mantengono in Congo la più dispendiosa missione ‘di pace’, a beneficio delle multinazionali.</hi></p><p rend="text">Infine, la World Health Organization calcola che circa il 10% degli oltre 126mila trapianti che si effettuano nel mondo sono illegali (in pratica, riguardano il traffico di organi). Questo turpe commercio fattura fra gli 840 e i 1700 milioni di dollari<hi rend="notes_number CharOverride-3" ><hi xml:id="footnote-092-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-092">50</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">4. L’economia illegale si espande</p><p rend="text">Il capitalismo aveva promesso legalità e norme impersonali, invece l’economia criminale si allarga sempre più. La crisi dei paesi sviluppati è insieme crisi economica e crisi di valori, e ciò incoraggia la crescita dell’economia illegale<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-091-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-091">51</ref></hi></hi>. Questa crescita, ormai abnorme, restringe il raggio d’azione dell’economia legale e il consenso sui valori sociali, e mette in forse l’idea che la crescita del profitto dipenda dal merito (imprenditorialità, laboriosità, ecc.). Essa tende a distruggere l’ultimo titolo di superiorità del capitalismo rispetto agli altri sistemi economici. L’economia illegale comprende un gran numero di fenomeni di massa come l’evasione fiscale, il commercio di beni con marchi falsi, l’inquinamento illegale operato da imprese e singoli, la corruzione dei funzionari pubblici, i cartelli illegali sui prezzi, i paradisi fiscali, ecc. </p><p rend="text">L’economia illegale – inclusa quella dell’agricoltura – fuori dall’Occidente arriva al 50-60%<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-090-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-090">52</ref></hi></hi>. Riguardo all’Europa, sembra che nel 2011 l’economia in nero<hi rend="CharOverride-2"> </hi>riguardasse il 19% del PIL<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-089-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-089">53</ref></hi></hi>. In Germania il 18% dei capitali finanziari va nei paradisi fiscali (si tratta di 331 miliardi di euro). Nel 2018, solo nelle vendite online, i marchi falsi hanno fatto perdere alle ditte del lusso circa 30,3 miliardi di dollari<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-088-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-088">54</ref></hi></hi>. Per capi di abbigliamento, cosmetici e orologi falsi, il mercato nel 2017 ammontava a 450 miliardi di dollari<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-087-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-087">55</ref></hi></hi>. I prodotti falsi di marca sono presenti in un gran numero di settori, comprese le auto di lusso.</p><p rend="text">Oltre a tutto questo c’è l’economia della criminalità organizzata. Questa gestisce il commercio più florido del mondo, quello della droga<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-086-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-086">56</ref></hi></hi>; controlla il traffico illegale delle armi, le scommesse clandestine di ogni genere, il racket della prostituzione, il traffico dei migranti, il traffico di organi umani, il contrabbando, il riciclaggio del denaro sporco, ecc. ecc. Walker (1999) ipotizza che il riciclaggio arrivi a 2,85 miliardi di dollari l’anno, concentrati soprattutto in Europa e Nord America. C’è inoltre la compartecipazione imposta dalle mafie alla proprietà delle aziende sane, e altre pratiche che rendono spesso indistinguibili l’economia illegale da quella legale. </p><p rend="text">Ma c’è anche l’illegalità promossa o consentita dagli stati. Ricordiamo i paradisi fiscali, comunque camuffati; la triangolazione nel traffico di armi; la corruzione operata sui governi dei paesi del petrolio o che hanno minerali strategici; la destabilizzazione dei governi che rifiutano accordi illegali; il land-grabbing; il finanziamento di guerre locali per controllare alcune fonti di ricchezza; ecc. Secondo Gallino, l’establishment economico-politico europeo ha creato una logica e delle abitudini che favoriscono l’uso illegale della liberalizzazione finanziaria<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-085-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-085">57</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’attività delle lobby condiziona molto spesso le decisioni politiche e amministrative, non sempre attraverso la corruzione diretta, ma spesso con il condizionamento ambientale. Tra l’influenza delle lobby e la pressione legittima degli elettori c’è una costante asimmetria informativa a svantaggio dei cittadini. Akerlof ha spiegato che l’asimmetria informativa fra privati può produrre imbrogli. Ma nell’asimmetria informativa tra alcuni interessi privati e l’interesse pubblico quest’ultimo rischia in ogni caso di essere danneggiato. Il capitalismo rischia dunque di abbandonare quella visione progressiva che aveva favorito l’armonia fra interesse pubblico e interesse privato e che ha portato alla democrazia.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-141-backlink">1</ref></hi>	Piketty (2014: 183-187).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-140-backlink">2</ref></hi>	Eurostat – Unemployment. Atkinson (2015: 133-134).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-139-backlink">3</ref></hi>	Napoleoni (2008, cap. 1 e 2).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-138-backlink">4</ref></hi>	Vedi Ernst (2019).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-137-backlink">5</ref></hi>	Atkinson (2015: 136; 138).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-136-backlink">6</ref></hi>	Vedi ad es. Nurkse (1951: 7). Meier e Baldwin (1957: 319-324).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-135-backlink">7</ref></hi>	Myrdal (1957: 20).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-134-backlink">8</ref></hi>	O’Connor (1973).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-133-backlink">9</ref></hi>	OWD – Government Spending.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-132-backlink">10</ref></hi>	Piketty (2014: 471-535).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-131-backlink">11</ref></hi>	Vedi Franzini – Pianta (2016, 2.3: 95-106).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-130-backlink">12</ref></hi>	Atkinson (2015: 123-127).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-129-backlink">13</ref></hi>	Piketty (2014: 567).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-128-backlink">14</ref></hi>	Bichler – Nitzan (2015) criticano efficacemente l’incapacità della teoria di distinguere fra produzione reale ed economia finanziaria. Ma gli esempi che portano rischiano di confondere due cose ben diverse: la speculazione finanziaria e la produzione immateriale della ricchezza.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-127-backlink">15</ref></hi>	Vedi Corm (1993: 27-31). Galbraith (2019); Gallino (2013: 62-70). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-126-backlink">16</ref></hi>	Vedi ad es. Marx [1863-83] (<hi rend="italic">Capital III</hi>: cap. 25); Hilferding (1910).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-125-backlink">17</ref></hi>	Gallino (2013, cap. 1; p. 35).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-124-backlink">18</ref></hi>	Biasco (2019, par. 3).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-123-backlink">19</ref></hi>	Vedi Napoleoni (2008: 57-63).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-122-backlink">20</ref></hi>	Sulla ‘finanziarizzazione’ delle imprese, vedi Salento – Masino (2013, cap. 5).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-121-backlink">21</ref></hi>	Hudson (2015: 59-60).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-120-backlink">22</ref></hi>	Liberti (2011, cap. 2).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-119-backlink">23</ref></hi>	Liberti (2011, cap. 3; cap. 4).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-118-backlink">24</ref></hi>	Vedi la dettagliata analisi del fenomeno in Grillotti – De Felice (2019).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-117-backlink">25</ref></hi>	Vedi Franchi – Manes (2016).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-116-backlink">26</ref></hi>	Vedi Franzini – Pianta (2016, 1.1 e 1.2: 17-24).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-115-backlink">27</ref></hi>	Piketty (2014: 249, 257-258, 435-439).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-114-backlink">28</ref></hi>	Atkinson (2015: 68-81). Ruccio – Morgan (2018: 16). Vedi anche Arlacchi (2018: 138).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-113-backlink">29</ref></hi>	Baker (2016: 26-27).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-112-backlink">30</ref></hi>	Oxfam (2019: 5-14). Per altri dati su questo tema, vedi Credit Suisse<hi rend="italic"> </hi>(2019).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-111-backlink">31</ref></hi>	Williams (2017, ch. 9). Gallino (2013: 61 e cap. 3). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-110-backlink">32</ref></hi>	Piketty (2014: 297-8).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-109-backlink">33</ref></hi>	Sustainable Equality (2018: 68).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-108-backlink">34</ref></hi>	Stiglitz (2001: <hi rend="CharOverride-4">ix</hi>).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-107-backlink">35</ref></hi>	Vedi Mazzucato – Jacobs (2016, cap. IV). Roncaglia (2019: 1157).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-106-backlink">36</ref></hi>	Baker (2016, cap. 6).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-105-backlink">37</ref></hi>	Ruccio – Morgan (2018: 22) da Economic Policy Inst.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-104-backlink">38</ref></hi>	Oxfam (2019: 23).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-103-backlink">39</ref></hi>	Vedi Vaggi (2018, <hi rend="italic">passim</hi>: vedi Index).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-102-backlink">40</ref></hi>	Oxfam (2019: 11-13 e 24).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-101-backlink">41</ref></hi>	Gallino (2013: 62).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-100-backlink">42</ref></hi>	Vedi Stiglitz (2019b). Vedi anche Stiglitz (2013, cap. 2).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-099-backlink">43</ref></hi>	Zucman (2013: 47-55; cap. 3 e 5).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-098-backlink">44</ref></hi>	Vedi Franzini – Pianta (2016, 1.2: 25-28).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-097-backlink">45</ref></hi>	Vedi Weber (1896) e Finley (1980).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-096-backlink">46</ref></hi>	Vedi anche la documentazione di Pozzi (2016, cap. 1 e 2).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-095-backlink">47</ref></hi>	<hi rend="italic">Global Slavery Index</hi>, <hi rend="italic">Regional Findings</hi>, online.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-094-backlink">48</ref></hi>	Per l’agricoltura del Sud Italia, vedi Leogrande (2008).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-093-backlink">49</ref></hi>	<hi rend="italic">Global Slavery Index</hi>, <hi rend="italic">Global Findings</hi>: 28-29.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-092-backlink">50</ref></hi>	Per dati più dettagliati sulla schiavitù, vedi <hi rend="italic">Walk Free </hi>(2019).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-091-backlink">51</ref></hi>	Vedi Napoleoni (2008).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-090-backlink">52</ref></hi>	Madi (2015).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-089-backlink">53</ref></hi>	Wikipedia, <hi rend="italic">Tax evasion</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-088-backlink">54</ref></hi>	<hi rend="italic">Global Brand Counterfeiting Report </hi>(vox.com). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-087-backlink">55</ref></hi>	<hi rend="italic">The Fashion Law</hi>, «The Counterfeit Report», October 11, 2018, online.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-086-backlink">56</ref></hi>	UN <hi rend="italic">World Drug Report 2018</hi>, book 1.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-085-backlink">57</ref></hi>	Gallino (2013, cap. 5).</p><p rend="h1_section">Capitolo VII</p><p rend="h1_chapter">Le nuove sfide</p><p rend="text"><hi >Negli ultimi trent’anni si sono imposti anche altri fenomeni che insidiano lo sviluppo. Essi mostrano che l’economia del profitto, per come è strutturata oggi, non può creare uno sviluppo complessivo, perché essa porta alla negazione sia della crescita generale che dei valori del capitalismo.</hi></p><p rend="text">Dalla fine del Settecento ad oggi l’industrializzazione ha accelerato fortemente la crescita, ha generato un forte aumento demografico e dei consumi, e di recente ha ridotto la povertà e la fame. Tuttavia, l’industrializzazione ha anche prodotto l’inquinamento ambientale, la distruzione delle risorse naturali, l’estinzione di molte specie viventi e il surriscaldamento del pianeta. Durante il welfare state sembrava che si potesse passare con slancio alla produzione post-industriale, che avrebbe ridotto al minimo queste conseguenze negative dello sviluppo (vedi V.1). Così non è stato. Anzi, la crisi economica occidentale minaccia di distruggere la coesione sociale delle democrazie. </p><p rend="text">Tuttavia, questi stessi processi, se affrontati bene, possono portare al rilancio dello sviluppo. Ma dev’essere uno sviluppo di nuovo tipo (vedi cap. VIII), che renda compatibile la logica del profitto col bene comune<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-084-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-084">1</ref></hi></hi>, e che faccia crescere – accanto al profitto – altre vie di sviluppo, basate sul capitale umano, una maggiore giustizia sociale e il recupero dell’ambiente.</p><p rend="h2"><hi >1. </hi>La distruzione dell’ambiente</p><p rend="h3 ParaOverride-4">a. Industrializzazione, crescita demografica e aumento dei consumi</p><p rend="text">L’accumulazione capitalistica non è mai stata rispettosa dell’ambiente. Fino al secolo scorso lo sfruttamento indiscriminato dell’ambiente è stato giustificato con la visione antropocentrica dell’universo, propria dell’umanesimo, secondo cui l’ambiente è al servizio dell’uomo e del suo progresso (vedi I.2.b). Le risorse naturali apparivano illimitate. L’aria e l’acqua erano gli esempi classici di beni vitali ma senza valore economico perché erano disponibili senza limiti. I danni ambientali e l’inquinamento erano ignorati. </p><p rend="text">La distruzione dell’ambiente su grande scala è cominciata con la produzione industriale, che è <hi >il </hi>maggior frutto del capitalismo ma rivelatore della sua natura ‘contraddittoria’. La specie umana, nella lotta per la sopravvivenza, ha avuto troppo successo e sta distruggendo le risorse che ci permettono di vivere. Fra il 1970 e il 2014 il consumo di terra e di foreste ha distrutto il 60% delle specie vertebrate. L’uomo sta mettendo a rischio la biodiversità che è la base della vita sulla terra<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-083-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-083">2</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Povertà e fame hanno accompagnato l’uomo sin dall’inizio. Oggi la parziale vittoria contro la fame, cominciata nell’Europa del Nord-ovest, ha portato ad un forte aumento demografico. Secondo i demografi, nel 10mila a.C. gli uomini erano 4 milioni in tutto; nell’anno 1 d.C., 190 milioni; ma nel 1800 erano vicini al miliardo. Si arriva a 3 miliardi nel 1960, e oggi a 7,7 miliardi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-082-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-082">3</ref></hi></hi>. L’accelerazione nella crescita è insostenibile, anche se Africa, Australia e America sono ancora fortemente sotto-popolate. L’Africa ha avuto una lunga crisi demografica a causa della tratta degli schiavi, delle stragi coloniali e della persistente arretratezza. Ma adesso il suo tasso di crescita è il più alto nel mondo. L’America del Nord e l’Australia hanno ancora un’immigrazione insufficiente.</p><p rend="text">Tuttavia il ritmo di aumento della popolazione sta rallentando, grazie alla transizione demografica (vedi avanti). La velocità di crescita raggiunse il picco nel 1963 (+ 2,2%), e oggi si è dimezzata. Alla fine di questo secolo la popolazione sarà intorno agli 11 miliardi, e questo dovrebbe essere il massimo della popolazione raggiunto anche in futuro. A quella data, la popolazione europea sarà diminuita di 100 milioni, l’America Latina guadagnerebbe solo una quarantina di milioni, l’Africa farebbe un balzo da 1,3 miliardi attuali a 4,3 miliardi. L’Asia invece rimarrebbe più o meno statica; con la Cina che perde quasi mezzo miliardo e l’India che contiene la sua crescita, passando da 1,3 miliardi attuali a 1 miliardo e mezzo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-081-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-081">4</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Ai primi del Novecento iniziò la cosiddetta transizione demografica, dovuta ai ceti ricchi e medi. Le famiglie che avevano raggiunto un certo benessere, e quindi anche una cultura adeguata, tendevano a difendere lo status raggiunto facendo meno figli e curandoli meglio. Oggi la transizione demografica si è estesa a Cina e India; ma ancora non incide in Africa e nel Sud-Est asiatico.</p><p rend="text">L’aumento demografico dipende anche dalla speranza di vita, la quale è aumentata molto nel Novecento. Si sono abbassate drasticamente la mortalità dei bambini, quella delle partorienti, e quella dovuta alle malattie infettive e alla mancanza di igiene (vedi I.3). Nei paesi arretrati questo miglioramento è molto più repentino di quanto sia stato in Occidente, perché dipende dalle cure sanitarie introdotte dall’esterno e non dallo sviluppo economico.</p><p rend="text">Le paure malthusiane sull’aumento della popolazione riemersero a fine Ottocento, con Wicksell<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-080-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-080">5</ref></hi></hi>, e poi ancora a metà Novecento. Nel 1948, l’americano William Vogt pubblicò <hi rend="italic">Road to Survival</hi>, che ispirò il libro di Paul R. Ehrlich <hi rend="italic">The Population Bomb</hi>, del 1968. Infine, apparve <hi rend="italic">The limits to Growth </hi>(1972), del Club di Roma – fondato da Aurelio Peccei – scritto da un’equipe di studiosi americani. L’approccio di tutti questi studi è ben sintetizzato nel <hi rend="italic" >Project on the Predicament of Mankind</hi>, del Club di Roma: </p><p rend="text">«L’intento del progetto è di esaminare il complesso problema che travaglia tutte le nazioni: la povertà nel mezzo dell’abbondanza; il degrado dell’ambiente; la perdita di fiducia nelle istituzioni; l’urbanizzazione incontrollata; l’insicurezza del lavoro; l’alienazione dei giovani; il rigetto dei valori tradizionali; l’inflazione e altre processi di degrado monetario ed economico»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-079-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-079">6</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Questo brano potrebbe essere ripetuto oggi senza variazioni. Si tratta di una visione olistica, in cui tutti i fattori si influenzano a vicenda. Anche se questi studi ebbero una certa eco, non influirono né sui governi né sulle imprese. La tendenza a dilapidare le risorse continuò. Il progresso tecnologico permise un abbassamento accelerato del costo dei prodotti e questo portò alla cultura dell’<hi rend="italic">usa e getta </hi>o monouso.</p><p rend="h3">b. Inquinamento di aria, acqua e terra</p><p rend="text">L’inquinamento dell’aria, già presente per l’uso di legna e carbone, aumentò fortemente nelle prime città industriali, quelle inglesi. L’energia industriale era allora alimentata dal carbone, che emette biossido di zolfo, ossido di azoto, il particolato o polveri sottili (formate spesso dall’unione dei due gas precedenti) e altri gas nocivi.</p><p rend="text">L’inquinamento è andato avanti fino ad ora con pochi controlli e pochissime limitazioni. Solo negli ultimi decenni si sono imposti filtri alle ciminiere e lo smaltimento controllato dei rifiuti tossici, ma spesso i controlli sono troppo blandi in Occidente, e quasi inesistenti altrove. In Cina e India sia l’inquinamento domestico tradizionale che quello industriale sono molto estesi, e le morti annuali da emissioni di ozono e di polveri sottili superano il milione in ciascun paese<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-078-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-078">7</ref></hi></hi>. Le megalopoli con l’aria più inquinata sono quelle dei paesi poveri (come Delhi). Proverbiale è il disastro di Bhopal, in India nel 1984, quando la fuga di un gas dagli impianti della Union Carbide uccise circa 15mila persone e ne ferì oltre mezzo milione (gli indennizzi arrivati alle vittime furono irrisori e la bonifica inesistente).</p><p rend="text">Ancora oggi nei paesi ricchi con meno controlli pubblici, come gli USA o l’Italia, ci sono ogni anno un gran numero di morti e di bambini nati deformi a causa delle polveri di amianto, di residui della siderurgia, raffinazione del petrolio, produzione chimica e della plastica, ecc. I rifiuti liquidi velenosi vengono molto spesso versati illegalmente nei corsi d’acqua o nei laghi, e avvelenano l’ambiente intorno. I rifiuti solidi vengono spesso seppelliti o bruciati illegalmente. Queste attività hanno fatto fiorire le eco-mafie. Nei paesi arretrati o emergenti e nei paesi non democratici la situazione è ancora più grave, per la mancanza totale di controlli. Molto spesso i rifiuti nocivi sono portati nei paesi poveri, legalmente o illegalmente, con conseguenze devastanti.</p><p rend="text">Dalla seconda metà dell’Ottocento, all’industria si aggiunse l’agricoltura industriale, basata su prodotti chimici. Questi devastano il terreno, rendendolo alla lunga sterile, e inquinano le acque sotterranee, i fiumi e i mari. L’uso dei fertilizzanti chimici (composti azotati, fosfati, potassio) ha avuto una progressione rapida per tutto il Novecento. Nel 1999 era arrivato a quasi 500 kg per ettaro (kg/ha) in Olanda, 300 nel Regno Unito. Da allora ha cominciato ad essere limitato, ma rimane tuttora molto alto, al di sopra dei 200 kg/ha nella maggior parte dei paesi sviluppati. In Cina e in India questo contenimento non c’è. Entrambe superavano i 500 kg/ha nel 2015. In Irlanda erano 561 kg/ha, in Egitto 645, in Colombia 670. Singapore addirittura supera i 33mila kg/ha. L’uso di fertilizzanti nel mondo nel 1961 era di 33,5 milioni di tonnellate, ma nel 2014 è diventato di 208 milioni. L’Africa produce e consuma solo il 3% di questi prodotti, e non si sa se rallegrarsene o meno<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-077-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-077">8</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Oltre a questo, gli erbicidi a base di glifosato procurano gravi danni anche agli organismi animali e ai consumatori umani; in particolare, al sistema nervoso dei bambini<hi rend="notes_number CharOverride-3" ><hi xml:id="footnote-076-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-076">9</ref></hi></hi>. <hi >L’uso di pesticidi in agricoltura è diventato massiccio. Si usano per proteggere le colture da agenti nocivi, animali o vegetali, ma essi avvelenano il terreno, le falde acquifere e i consumatori delle verdure irrorate. Dal 1990 al 2016 il mondo è passato dal consumo di 1,5 kg/ha a 2,57. Il Giappone e la Colombia ne consumano oltre 14, l’Olanda 14, la Cina 11</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3" ><hi xml:id="footnote-075-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-075">10</ref></hi></hi><hi >.</hi></p><p rend="text"><hi >Un fattore fondamentale di inquinamento è dato dai grandi allevamenti animali per la produzione di carne. In queso settore c’è una forte concentrazione mondiale, che riduce la produzione a pochi oligopoli. Gli animali sono torturati dall’impossibilità di muoversi, dai ritmi innaturali del mangiare e dai medicinali (antibiotici, additivi, ormoni, insetticidi), che avvelenano anche i consumatori. I loro rifiuti sono altamente tossici e inquinano il terreno e le falde</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3" ><hi xml:id="footnote-074-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-074">11</ref></hi></hi><hi >.</hi></p><p rend="text">La distruzione delle nostre risorse basilari (aria, acqua, terra) non finisce qui. C’è anche la manipolazione non controllata di cibi e bevande. A tutto questo va aggiunta la distruzione dell’ambiente faunistico, spesso dovuta alla cultura pre-moderna ma che assume aspetti devastanti nel mercato capitalistico (lo sterminio di asini, tigri e rinoceronti per presunte qualità terapeutiche o afrodisiache<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-073-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-073">12</ref></hi></hi>, degli elefanti per l’avorio<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-072-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-072">13</ref></hi></hi>, delle balene per la caccia).</p><p rend="h3">c. La plastica</p><p rend="text">Con l’aumento demografico e l’aumento del benessere il consumo dei materiali naturali è cresciuto enormemente. La plastica, quindi, ha permesso un grande risparmio nell’uso di materiali come legno, ferro, gomma, vetro, ceramiche. Inoltre, essa permette oggi la produzione di oggetti complessi e leggeri, prima impensabili. Tuttavia la produzione e la dispersione incontrollate l’hanno resa un grave fattore di distruzione dell’ambiente.</p><p rend="text">Le resine sintetiche, dette plastica, furono inventate proprio per essere più durevoli di tanti materiali naturali. Ma da alcuni decenni si è appreso che essa impiega centinaia di anni per degradarsi, mentre la sua produzione cresce in modo esponenziale. Il riciclo della plastica è tecnicamente difficile (e i governi non aiutano la ricerca in questa direzione). Esso supera il 50% solo nel Nord Europa. Il resto viene disperso nell’ambiente. Si spezzetta in micro-plastiche (pezzi più piccoli di 5 millimetri) che vengono ingerite dagli animali marini, che le scambiano per cibo, da molti uccelli e infine dagli uomini attraverso gli animali. Nel 2018 si sono trovate micro-plastiche in 114 specie marine. </p><p rend="text">La plastica inquina anche se non viene dispersa, perché rilascia gas dannosi agli organismi viventi, che si trovano ad esempio negli imballaggi, in alcune componenti delle automobili e dei computer, nei cosmetici e nei profumi, negli strumenti medici. Questi materiali attaccano l’equilibrio ormonale e il sistema endocrino. Anfibi, molluschi e insetti mostrano nel lungo termine danni agli apparati riproduttivi e altre alterazioni. La produzione di plastica è passata da circa 1,5 milioni di tonnellate nel 1950 a 400 milioni nel 2015, e dovrebbe raddoppiare nel 2025. Oggi fra i 5 e i 14 milioni di tonnellate vanno a finire negli oceani. Nel 1960 alcuni scienziati notarono il formarsi di isole di plastica negli oceani. Nel 2014 si è stimato che oltre 5mila miliardi di particelle di plastica, del peso complessivo di circa 250mila tonnellate, galleggiavano sulla superficie degli oceani. Esse si raccolgono in cinque spirali subtropicali. Due sono presenti nel Nord e Sud Pacifico; due nel Nord e Sud Atlantico, e una nell’Oceano indiano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-071-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-071">14</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">I paesi sviluppati non riescono a smaltire gran parte della plastica che producono. Fino al 2017 la esportavano soprattutto in Cina. Ma dal 2018 la Cina non l’accoglie più. Perciò i paesi sviluppati pagano per esportare i rifiuti di plastica in altri paesi (gli USA esportano il 16,5% del totale, e il Giappone il 15,3%). I paesi poveri che li accolgono quasi sempre li bruciano, liberando gas velenosi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-070-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-070">15</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">2. Il riscaldamento globale</p><p rend="h3 ParaOverride-4">a. Effetti del riscaldamento globale</p><p rend="text">Un’altra conseguenza dell’industrializzazione è il riscaldamento globale. L’uso di energia derivata dai combustibili fossili (carbone, petrolio e gas vari) produce enormi quantità di anidride carbonica (CO2) e di altri gas, che causano l’effetto-serra: la produzione di questi gas è talmente accelerata che l’acqua degli oceani, l’atmosfera e la superficie terrestre non fanno in tempo ad assorbirli e riciclarli. I gas non assorbiti vanno ad occupare la parte alta dell’atmosfera, formando uno scudo che impedisce alla superficie terrestre di disperdere il calore solare in eccesso, come in una serra. Quindi l’ambiente si riscalda sempre più.</p><p rend="text">Oltre ai combustibili fossili, contribuiscono all’aumento dei gas serra gli allevamenti di bovini e suini e le colture di riso, che producono metano. I maggiori gas serra sono (tra parentesi vedi le percentuali rispettive di emissione nel 2015): l’anidride carbonica, CO2 (81,2), il metano (10,6), il monossido di diazoto (5,5) e gli idro-fluoro-carburi (2,5). Ci sono anche i cloro-fluoro-carburi, prodotti artificialmente, che hanno causato in passato il buco dell’ozono, per dove passano i dannosi raggi solari ultravioletti. </p><p rend="text">Prima dell’industrializzazione, le particelle di carbone nell’atmosfera erano molto inferiori a 300 ppm (parts per million), adesso sono oltre 400. Le politiche contro l’effetto-serra hanno fatto diminuire il tasso di incremento delle ppm, ma l’aumento assoluto resta<hi rend="notes_number CharOverride-3" ><hi xml:id="footnote-069-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-069">16</ref></hi></hi>. Secondo l’IPCC (<hi >Intergovernmental Panel on Climate Change</hi>), il 25% di gas serra deriva dalla combustione di carbone, petrolio e gas naturali che serve per produrre calore o energia elettrica; il 24% deriva da agricoltura, allevamento e deforestazione; 21% dall’industria, 14 dai trasporti, 10 dall’uso residenziale o commerciale. </p><p rend="text">Se si calcolano le emissioni in base alla produzione di elettricità, il settore con maggiori emissioni (oltre il 30%) è dato da abitazioni ed esercizi commerciali, con i loro impianti di riscaldamento, aria condizionata e consumo elettrico. I trasporti raggiungono il 29% di emissioni; e di questi, auto e moto rappresentano il 59%. Gli allevamenti emettono il 14% di gas serra, soprattutto metano; di questi, il 65% è dato dagli allevamenti bovini (gli allevamenti per la carne emettono il doppio di quelli per il latte), di suini (9%) e polli (8%). Quanto ai paesi, la Cina ha le maggiori emissioni (28% del totale); seguono USA (15) e UE (9). Per la produzione pro-capite, in cima alla lista ci sono i principali paesi produttori di petrolio del Medio Oriente<hi rend="notes_number CharOverride-3" ><hi xml:id="footnote-068-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-068">17</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Altra fonte di inquinamento sono gli incendi delle foreste pluviali e la deforestazione in genere. Le foreste pluviali conservano l’anidride carbonica allo stato solido nel terreno e nelle piante; e contengono anche un’altissima biodiversità. La loro distruzione libera CO2 e abbassa la biodiversità distruggendo molte specie animali e vegetali. Gli incendi in Amazzonia e in Congo, il taglio degli alberi nel Borneo, ecc. vengono fatti per appropriarsi del terreno, ricavarne legname o fare coltivazioni; ma soprattutto (nell’80% dei casi) per creare pascoli, data la crescente domanda di carne. Sono soprattutto le multinazionali a guidare la distruzione delle foreste pluviali, quasi sempre con l’aiuto degli stati<hi rend="notes_number CharOverride-3" ><hi xml:id="footnote-067-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-067">18</ref></hi></hi>. Nell’Amazzonia brasiliana, nel 2019 (fino a settembre) ci sono stati 73mila incendi a scopo di deforestazione (l’85% in più dell’anno prima). Molte aree incendiate sono territori indigeni. Nonostante i genocidi, ci sono ancora centinaia di migliaia di indigeni in Amazzonia, divisi in 400 tribù, ognuna col suo patrimonio culturale, che rischiano di scomparire<hi rend="notes_number CharOverride-3" ><hi xml:id="footnote-066-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-066">19</ref></hi></hi>. Nel Congo, la Cina è subentrata all’Europa nella distruzione sistematica della foresta pluviale per ricavarne legno<hi rend="notes_number CharOverride-3" ><hi xml:id="footnote-065-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-065">20</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il riscaldamento globale di un solo grado sta avendo effetti disastrosi. Innanzitutto sta sciogliendo i ghiacciai e le calotte polari. Lo scioglimento dei ghiacciai riduce l’alimentazione dei fiumi, riduce quindi l’evaporazione e provoca desertificazione. Lo sciogliersi delle calotte polari provoca l’innalzamento degli oceani, che già hanno sommerso alcune isole del Pacifico e minacciano le città marine. Il riscaldamento sta sciogliendo anche il permafrost delle terre più fredde, con la conseguente liberazione di grandi quantità di CO2 che erano catturate dal terreno gelato. </p><p rend="text">Il riscaldamento di aria e acqua sta provocando l’invasione di insetti, pesci e molluschi tropicali nelle zone temperate. Esso disturba i cicli biologici delle piante e delle coltivazioni; scolora i coralli; provoca l’alternarsi di siccità e uragani sempre più violenti, anche nelle zone temperate. Questa alternanza impoverisce l’agricoltura e provoca carestie, desertificazione e inondazioni. Per limitare il riscaldamento a 1,5 bisognerebbe ridurre le emissioni di CO2 del 2010 del 45% entro il 2030<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-064-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-064">21</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Come per l’inquinamento, anche per il riscaldamento globale le aree povere del pianeta pagano il prezzo più alto. Alle emissioni dovute allo stile di vita complessivo il 50% più povero del mondo contribuisce solo per il 10%, ma ne soffre le conseguenze più degli altri. Invece, il 10% più ricco vi contribuisce per il 49% (e ha modo di proteggersi dai danni che ne conseguono)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-063-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-063">22</ref></hi></hi>. Il riscaldamento climatico rischia di annullare i progressi dei paesi poveri degli ultimi 50 anni, riducendo in povertà 120 milioni di persone entro il 2030<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-062-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-062">23</ref></hi></hi>.</p><p rend="h3">b. Il negazionismo</p><p rend="text">Gli appelli degli scienziati per frenare il riscaldamento globale si succedono sempre più drammatici. Nel 1992 uno di questi fu firmato da 1700 scienziati. Quello del 2017 è stato firmato da oltre 15mila studiosi di 184 paesi<hi rend="notes_number CharOverride-3" ><hi xml:id="footnote-061-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-061">24</ref></hi></hi>. Si tengono periodicamente degli incontri mondiali per ridurre la produzione di CO2, a partire da quello di Rio de Janeiro del 1992. Alcuni di questi convegni hanno raggiunto accordi tra i paesi (oltre a quello di Rio, fra i più importanti ci sono quello di Kyoto 2005, e di Parigi 2018). Questi accordi hanno avviato delle politiche che frenano le emissioni, ma con effetti limitati. Per decenni i maggiori inquinatori, USA e Cina, non hanno aderito agli accordi. Gli USA aderirono con Obama, ma ne sono usciti di nuovo con Trump. La Cina alla fine ha aderito e voleva espandere le fonti di energia pulita (eolica, solare, ecc.), ma poi ha constatato che gli investimenti per l’energia pulita sono troppo costosi ed è tornata a impiantare decine e decine di nuove centrali a carbone (le più inquinanti).</p><p rend="text">Finora la politica mondiale non ha bloccato l’effetto serra. Il consumo mondiale di energia pulita diventa significativo solo in questo secolo: quasi mille TWh con l’eolico (un terawattore = un miliardo di kWh), 333 col solare e oltre 1800 con altre fonti di energia rinnovabile. Ma il consumo di carbone nel 2016 è cresciuto fino a 43mila TWh, e quello di petrolio a 53mila<hi rend="notes_number CharOverride-3" ><hi xml:id="footnote-060-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-060">25</ref></hi></hi>. Riguardo all’UE, nel 1990-2017, l’emissione di ossido di zolfo si è ridotta del 90%, quella di polveri sottili del 50% e quella di gas serra del 22%. Però nel 2017 il consumo di carbone della UE era ancora di circa 7,2 tonnellate pro-capite<hi rend="notes_number CharOverride-3" ><hi xml:id="footnote-059-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-059">26</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il contrasto al riscaldamento globale è lento e difficile a causa dei molti interessi di produttori e consumatori.<hi rend="CharOverride-2"> </hi>Negli anni Sessanta iniziò in USA un’intensa propaganda che negava il riscaldamento globale. Scienziati prezzolati dai petrolieri hanno sostenuto le tesi negazioniste, che vengono divulgate dai media. Queste azioni frenano tuttora le politiche contro il riscaldamento globale<hi rend="notes_number CharOverride-3" ><hi xml:id="footnote-058-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-058">27</ref></hi></hi>. Syll (2019) accusa la IPCC di servirsi dei modelli di Nordhaus per consigliare i governi. Questi modelli, egli afferma, usano un metodo spurio («spurious method») per sostenere che il riscaldamento non è allarmante se non supera i 3,5 gradi sopra i livelli pre-industriali. Ma c’è di peggio: la Environmental Protection Agency americana nel maggio 2018 dichiarò che bruciare le foreste sarà considerato «carbon neutral», perché si potranno ripiantare altrettanti alberi. Questo atto ufficiale diminuirà gli ostacoli alla deforestazione<hi rend="notes_number CharOverride-3" ><hi xml:id="footnote-057-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-057">28</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Ormai le grandi compagnie multinazionali hanno capito che converrebbe anche a loro accettare il principio dell’interesse pubblico per garantire sia l’ambiente sia i profitti futuri. Infatti si stanno lanciando nella produzione o nell’uso di energia verde, ma intanto proseguono nell’uso degli idrocarburi. Questo compromesso avvantaggia il profitto ma, rallentando il cambiamento, rischia di portarci al disastro.</p><p rend="h2">3. Emigrazione e crisi della coesione sociale</p><p rend="text">Da circa 20 anni le migrazioni verso i paesi ricchi aumentato sempre più. Dal 1950 al 1989 l’emigrazione dai paesi poveri verso quelli sviluppati si ipotizza non fosse superiore ai 35 milioni<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-056-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-056">29</ref></hi></hi>. Ma dal 2000 al 2019 la presenza di migranti nel mondo è passata dal 2,8% della popolazione al 3,5%, arrivando a quasi 272 milioni. Di questi, oltre 83 milioni sono in Asia e quasi altrettanti in Europa, più di 70 milioni nelle Americhe, e 26,5 in Africa. Degli emigrati presenti in Europa, 50 milioni si trovano nell’Europa mediterranea e di Nord-ovest. Analogamente 50,7 milioni dei migranti americani si trovano in USA. Dopo gli USA, i paesi che hanno accolto il maggior numero di migranti sono Germania e Arabia Saudita, con 13 milioni ciascuna, poi Russia (11,6) e Regno Unito (9,6)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-055-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-055">30</ref></hi></hi>. C’è inoltre una crescente emigrazione ambientale. La gente fugge dalle aree distrutte dai cambiamenti climatici o dalla desertificazione.</p><p rend="text">Come si sa, il flusso di migranti non è proporzionale al livello di povertà del paese di origine. Perché nasca l’emigrazione, ci deve essere un minimo di sviluppo. L’emigrazione odierna verso i paesi ricchi non ha solo cause economiche, ma anche culturali. Il modello di vita occidentale (che include i diritti, le garanzie, la spinta meritocratica, la possibilità di studiare) oggi è desiderato anche nei paesi poveri, grazie, fra l’altro, all’informazione digitale. Chi può, cerca di sfuggire alla povertà ma anche alla violenza e insicurezza di quelle società, o ai regimi oppressivi.</p><p rend="text">Un’altra spinta molto forte all’emigrazione viene dal divario demografico. In Europa e in Giappone la natalità è troppo bassa, la popolazione invecchia sempre più e non ci sono abbastanza giovani che possano mantenere gli anziani col loro lavoro. C’è quindi per gli emigrati un fattore di attrazione: la domanda di lavoro espressa dalle economie sviluppate. Dall’altra parte, c’è un’esplosione demografica in Africa (ma anche in Medio Oriente, Afganistan e Pakistan), con tassi di crescita fra il 2 e il 3%. 23 paesi africani hanno un reddito annuo pro-capite inferiore ai mille dollari; ma in Nigeria e Senegal – che hanno un forte tasso di emigrazione verso l’Europa – il reddito pro-capite è all’incirca, rispettivamente, 2mila e 1400 dollari<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-054-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-054">31</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’aumento demografico in Africa è insostenibile per l’economia e per l’ambiente, e frena lo sviluppo. Però, se lo sviluppo attuale continua, verso il 2050 dovrebbe cominciare la transizione demografica. Gli africani che arrivano in Europa sono solo il 12% degli emigrati dell’Africa; l’82% (quasi 20 milioni) è fatto di emigrati interni al continente (2017)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-053-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-053">32</ref></hi></hi>. Spesso le migrazioni interne sono forzate, e dominate dai trafficanti di uomini.</p><p rend="text">In Occidente c’è carenza di lavoratori di bassa qualificazione nel settore dei servizi e nel lavoro materiale. È in questa area che c’è una domanda di lavoro insoddisfatta, sia da parte delle imprese che dei consumatori di servizi personali (badanti, domestiche, sicurezza, pulizie, ecc.). I giovani occidentali non coprono quest’area perché la loro qualificazione, dopo molti anni di studio, e il loro tenore di vita non riceverebbero un compenso adeguato. Anche quando fanno questi lavori, essi non riescono a diventare economicamente autonomi. Nei paesi sviluppati, quindi, si è creato un mercato del lavoro segmentato, con due settori poco comunicanti fra loro (vedi VI.1). Per questo l’UE – in modo un po’ riduttivo – afferma: «Nei paesi di destinazione, la migrazione internazionale può essere usata come strumento per risolvere specifiche carenze del mercato del lavoro»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-052-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-052">33</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il doppio mercato del lavoro esiste in Occidente perché – dopo 40 anni – non abbiamo ancora completato il passaggio all’economia post-industriale. Quest’ultima richiede un forte aumento della produzione immateriale sia nella forma di crescita del capitale umano (ricerca, formazione, specializzazioni, cultura, organizzazione, progetti, ecc.) sia nella forma di nuovo lavoro artigianale o esecutivo, che sia in grado di usare materiali e tecnologie di nuovo tipo. Entrambi questi campi di lavoro, in Occidente stentano a crescere. Perciò circa la metà dei giovani occidentali qualificati ma anche degli immigrati è costretta a svolgere lavori di bassa produttività e poco remunerativi. Le stesse imprese, in grande maggioranza, oggi sono impreparate all’economia post-industriale; e invece di creare i nuovi tipi di lavoro, preferiscono sfruttare la larga disoccupazione per imporre un lavoro dequalificato e mal pagato. Da qui deriva l’esplosione di lavori precari, fatti spesso a ritmi forsennati (si pensi alle consegne a domicilio o al lavoro a cottimo nelle campagne). Il mancato passaggio a un’economia più avanzata danneggia tutti, chi ha studiato e chi no, occidentali e immigrati. </p><p rend="text">L’immobilismo dell’economia occidentale, quanto più si protrae, più produce effetti perversi sulla coesione sociale. Ma l’immobilismo deriva dalla difesa dei privilegi generati dalla crisi. Hanno accumulato privilegi non solo i grandi ricchi, le multinazionali e gli imprenditori che sfruttano il lavoro precario; ma anche il ceto medio che evade il fisco o che comunque ha conquistato un certo benessere e teme di perderlo (vedi VI.2.b). Tutti questi ceti, che talvolta formano la metà della società, vedono i migranti come un fenomeno destabilizzante che mette in pericolo le loro sicurezze. Per questo li addita come causa della crisi e della mancanza di lavoro. </p><p rend="text">Dall’altra parte ci sono i ceti non protetti, poveri o a rischio di disoccupazione, giovani con magri redditi, oppure artigiani, commercianti e piccoli imprenditori dall’incerto futuro. Questi ceti non protetti sono facili vittime della demagogia dei ceti protetti. Molti di loro si rifugiano nei messaggi securitari e identitari; cercano feticci come la differenza di religione, di ‘razza’, di nazione; odiano le élite, la scienza, i corpi intermedi, le competenze. Funke e altri (2016) sostengono che, dal 1870 in poi, ogni crisi dovuta alla speculazione finanziaria è stata seguita da un forte spostamento dell’elettorato verso la destra estrema, la quale indica le minoranze o gli stranieri come causa della crisi.</p><p rend="text">Negli anni del welfare state tutti pensavamo che le conquiste di civiltà raggiunte dal capitalismo non si sarebbero mai perse. Adesso non ne siamo affatto sicuri. Non solo le conquiste economiche, ma anche quelle di costume sono in crisi. C’è uno sfilacciarsi del tessuto connettivo delle società occidentale che mette in forse i suoi valori e porta molti cittadini verso un comportamento incurante della solidarietà e della correttezza civica. Essi mostrano un atteggiamento simile a quello che il sociologo Banfield (1958) chiamò «familismo amorale»; cioè la tendenza a vedere il mondo come ostile e a limitare i valori morali alla protezione di sé e della propria famiglia. Ma si noti che Banfield analizzava una società poverissima e pre-moderna del Sud d’Italia. Questo suggerisce che il nostro costume sta andando molto indietro.</p><p rend="text">La situazione è ancora peggiore fuori dall’Europa occidentale. In quasi tutti i paesi asiatici e nell’Europa dell’Est gli spazi dei diritti civili e umani si restringono e i loro difensori vengono perseguitati. Ma va ancora peggio in America Latina, Africa e Medio Oriente. In queste aree la persecuzione contro i diritti civili e umani è sistematica e spesso violenta, e i loro difensori sono anche oggetto di crimini. Ciò accade di frequente anche per le minoranze religiose, politiche e sessuali. Nel Medio Oriente, in India e in Africa, i diritti delle donne vengono repressi, spesso con la violenza<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-051-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-051">34</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In definitiva, la crisi economica e sociale dell’Occidente sta trasformando l’afflusso di migranti, da fenomeno molto utile allo sviluppo, in un fattore culturalmente deflagrante, che sta riducendo lo spazio democratico.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-084-backlink">1</ref></hi>	Per un’impostazione simile, vedi Lippit (2005, cap. 7 e 8).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-083-backlink">2</ref></hi>	WWF (2019: 6-7).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-082-backlink">3</ref></hi>	OWD-World Population Growth.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-081-backlink">4</ref></hi>	OWD-World Population Growth</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-080-backlink">5</ref></hi>	Wicksell (1901: 214).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-079-backlink">6</ref></hi>	Club of Rome (1972, Foreword: 10).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-078-backlink">7</ref></hi>	OWD – Air pollution</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-077-backlink">8</ref></hi>	Dati di World Bank e FAO (vedi OWD – Food – Fertilizers and Pesticides).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-076-backlink">9</ref></hi>	European Parliament – The Green-EFA-PAN (2017: 10-11). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-075-backlink">10</ref></hi>	FAOSTAT, online, <hi rend="italic">Pesticides</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-074-backlink">11</ref></hi>	Vedi Liberti (2016: 40, passim).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-073-backlink">12</ref></hi>	Le tigri, da 100mila all’inizio del Novecento, nel 2010 erano 3.500 (corriere.it, 25/6/2010). I rinoceronti superstiti sono 20mila (<hi rend="italic">Guardian News</hi> 2019 online).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-072-backlink">13</ref></hi>	Gli elefanti allo stato brado, da circa 4 milioni nel Novecento, si sono ridotti a 415mila. Negli anni Ottanta ne venivano uccisi 100mila all’anno (WWF 2019, online).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-071-backlink">14</ref></hi>	Vedi Moore (2019).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-070-backlink">15</ref></hi>	Alessandro Sala, su «Corriere della Sera», 23 aprile 2019.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-069-backlink">16</ref></hi>	Morgan – Fullbrook (2019: 2).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-068-backlink">17</ref></hi>	«Il Post»,<hi rend="italic"> </hi>14/9/2019, online.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-067-backlink">18</ref></hi>	Per il Congo, vedi «Nigrizia», 29/6/2018.<hi rend="italic"> </hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-066-backlink">19</ref></hi>	«Quartz» (quotidiano USA online) 22/8/2019.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-065-backlink">20</ref></hi>	Vedi Marta Gatti, <hi rend="italic">Legno africano per il ‘made in China’</hi>, «Nigrizia»,<hi rend="italic"> </hi>5/10/2018.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-064-backlink">21</ref></hi>	IPCC Report, Press Release, 8 Oct. 2018, online.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-063-backlink">22</ref></hi>	<hi rend="italic">Real-World Economics Review Blog</hi>, August 5, 2019, dati di Oxfam 2015.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-062-backlink">23</ref></hi>	Beuret (2019). Lucia Capuzzi, <hi rend="italic">L’allarme</hi><hi rend="CharOverride-2">.</hi><hi rend="italic"> L’Onu: «Apartheid climatico, solo i ricchi sfuggiranno alla fame»</hi>, «Avvenire.it», 25/6/2019.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-061-backlink">24</ref></hi>	Per l’appello del 2017, vedi «Sbilanciamoci», 27/XI/2017, online.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-060-backlink">25</ref></hi>	OWD, Energy – Energy production.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-059-backlink">26</ref></hi>	Eurostat, Environment – Air pollution.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-058-backlink">27</ref></hi>	Vedi ad es. Stiglitz (2019a).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-057-backlink">28</ref></hi>	Vedi GDAE (Global Development and Environment Institute), Tufts University (USA), maggio 2018.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-056-backlink">29</ref></hi>	Bairoch (1997, cap. 32: 1342).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-055-backlink">30</ref></hi>	IOM (International Organization on Migrations), online.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-054-backlink">31</ref></hi>	WorldData.info-Income, online.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-053-backlink">32</ref></hi>	Antonella Sinopoli, <hi rend="italic">Flusso inarrestabile</hi>, «Nigrizia»,<hi rend="italic"> </hi>14/09/ 2018.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-052-backlink">33</ref></hi>	<hi >Eurostat, Migration and Migrant Population Statistics, March 2019</hi>, online.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-051-backlink">34</ref></hi>	<hi rend="italic">Amnesty International </hi>(2018: 418-463).</p><p rend="h1_section">Capitolo VIII</p><p rend="h1_chapter">Uno sviluppo basato sul lavoro</p><p rend="h2">1. La crescita mondiale e i suoi limiti</p><p rend="h3 ParaOverride-4">a. Le tendenze attuali</p><p rend="text">Dal 1990 a oggi la situazione mondiale è migliorata. 2,6 miliardi di persone hanno ottenuto l’accesso all’acqua potabile. La mortalità infantile annua (sotto i 5 anni) si è dimezzata: da 12,7 milioni a 6,3. L’iscrizione alla scuola primaria, anche per le bambine, è diventata quasi universale. La povertà estrema – meno di 2 dollari pro-capite al giorno – si è ridotta dell’1% l’anno (ma dal 2013 il tasso di riduzione è calato del 40%)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-050-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-050">1</ref></hi></hi>. Dal 1960 al 2015 l’alfabetizzazione mondiale è <hi >passa</hi>ta dal 42 all’86%; anche se in molti paesi (Somalia, Zaire, Nigeria, Mali, Afghanistan, ecc.) le scuole, soprattutto quelle femminili, sono spesso attaccate e gli studenti uccisi. Il forte divario generazionale mostra i progressi compiuti: in Algeria l’alfabetizzazione riguarda il 16% degli ultra-65enni ma il 92% dei giovani di 15-24 anni. In Arabia Saudita, le percentuali sono rispettivamente 26 e 98; in Iran, 22 e 99<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-049-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-049">2</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La speranza di vita nel mondo – che nel 1800 era di 32 anni – è arrivata a 48 anni nel 1950, e a 70 del 2012. Ma nei paesi sviluppati è oggi di 81-83 anni<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-048-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-048">3</ref></hi></hi>; mentre in Africa è meno di 63<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-047-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-047">4</ref></hi></hi>. Il lavoro minorile si è costantemente ridotto a partire dalla metà del Novecento. Nel 2012 il 17% dei bambini lavorava; nei paesi più avanzati erano il 2-3%. Aumenta quasi dappertutto la presenza delle donne nel mercato del lavoro, e quindi la crescente autonomia della donna. Dal 1980, il consumo di acqua dolce è rimasto stabile per i paesi OCSE, ma è aumentato di oltre il 50% nel resto del mondo<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-046-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-046">5</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Però le distanze fra i paesi sviluppati e gli altri rimangono enormi. Dal 1980 ad oggi, il PIL pro-capite dei paesi ricchi ha continuato a crescere; nel 2016 era fra i 40 e i 50mila dollari (mentre l’Africa era sotto i 5mila, e le altre aree fra i 10 e i 20mila)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-045">6</ref></hi></hi>. Dopo la crisi del 2008, i paesi ricchi hanno recuperato i livelli di PIL precedenti, ma gli altri paesi – eccetto l’India – non ancora (Cina compresa). Il PIL pro-capite di America Latina e Africa declina<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-044">7</ref></hi></hi>. Nel 2018 la ricchezza totale, rispetto all’anno prima, è aumentata in Cina (4,6%), Africa (4,4) e India (2,6), ma l’aumento nei paesi sviluppati è stato maggiore: 6,5% in Nord-America, 5,5 in Europa; in America Latina invece è diminuita del 4,9% (l’unico dato negativo)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-043">8</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La povertà continua a colpire le aree più arretrate. La denutrizione mondiale è calata dal 15% della popolazione nel 2000 al 10,6% nel 2015, ma sta tornando a crescere. Essa colpisce ancora il 21,3% della popolazione dell’Africa sub-sahariana, e il 15,6 % dell’Asia del sud; e aumenta nei paesi più poveri, soprattutto quelli africani<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-042">9</ref></hi></hi>. Per quanto riguarda i bambini denutriti, dal 1992 al 2015 sono diminuiti molto in Cina (da 38 a 8%) e in India (da 70 a 38,4%), ma in Africa oggi superano ancora il 40%<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-041">10</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La mortalità di parto delle madri nei paesi europei (2015) è fra 3 e 9 per centomila nati (in USA, 14). Ma nei paesi in via di sviluppo è ancora altissima: 174 in India, 206 in Bolivia, 693 in Zaire. Infine esistono ancora, in Africa e Asia del sud, malaria e tetano (v. I.3). L’HIV in Sudafrica colpisce il 18% della popolazione fra 15 e 49 anni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-040">11</ref></hi></hi>. A questo va aggiunto il flagello di Ebola; per il quale però l’americana Food and Drug Administration ha appena approvato un vaccino<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-039">12</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Ancora qualche dato significativo. Nell’Africa sub-sahariana il 37% della popolazione non ha ancora accesso all’acqua potabile, e il 65% non ha accesso all’elettricità<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-038">13</ref></hi></hi>. Nel 2015, il consumo annuo pro-capite di energia era di 44.400 <hi >TWh </hi>in Germania; ma in Cina era 26mila, e in India 7400<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-037">14</ref></hi></hi>. Infine,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>Piketty calcola che in Africa il 40-50% del capitale manifatturiero è in mani straniere<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-036">15</ref></hi></hi>. </p><p rend="h3">b.<hi rend="italic"> I fattori di crescita </hi></p><p rend="text">Il primo fattore di crescita delle ex-colonie è rappresentato dagli investimenti esteri cinesi. La Cina aiuta i vari paesi in Africa, America Latina e Asia del Sud-est a fare grandi investimenti, con prestiti agevolati di lungo periodo. Oppure effettua investimenti diretti per sfruttare le risorse naturali di queste aree<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-035">16</ref></hi></hi>. Infatti, lo sviluppo cinese ha un’enorme fame di materie prime: carbone, petrolio, legname, minerali, terra, acqua, alimenti, ecc.<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-034">17</ref></hi></hi> Per Asia ed Europa, la politica cinese ha trovato un contenitore globale nel grande progetto della nuova Via della Seta («One belt one road» o «Belt and Road Initiative»).</p><p rend="text">Un altro grande fattore di crescita è il rapido sviluppo dell’economia digitale lanciata dagli USA, a cui collaborano i paesi sviluppati più Cina e India. Le tecnologie digitali sono il volano della produzione attuale di ricchezza e stanno trasformando radicalmente il lavoro e l’economia in tutti paesi (vedi avanti par. 3).</p><p rend="text">Il terzo fattore di crescita è il grande trasferimento di risorse verso i paesi poveri operato dall’ONU, da decine di migliaia di Ong assistenziali (finanziate da privati), da Fondazioni private, e da altri interventi di solidarietà, che provengono in gran parte dall’Occidente. A partire dai <hi rend="italic">Millennium Goals</hi>, l’ONU svolge un ruolo di <hi rend="italic" >moral suasion</hi> verso i paesi ricchi, e attua anche direttamente – con le sue agenzie – vaste politiche di assistenza, e di lotta contro le epidemie, la fame e l’<hi >analfabetismo</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-033">18</ref></hi></hi><hi >.</hi> A ciò si aggiungono i tradizionali interventi delle varie chiese cristiane o islamiche per istruzione, sanità e altri micro-progetti. Infine molte università dei paesi ricchi formano giovani dei paesi poveri, con l’intento di farli tornare nelle zone di origine e avviarle allo sviluppo. L’importanza del terzo fattore non va sottovalutata. Questo denaro viene impiegato per lo sviluppo dei paesi poveri nei campi più disparati, dai micro-progetti di villaggio (ad es. per l’acqua) all’istruzione, dal <hi rend="italic" >peace-keeping</hi> alla creazione dell’apparato amministrativo, ecc. </p><p rend="text">Da anni si svolge una polemica contro gli aiuti perché sarebbero fonte di corruzione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-032">19</ref></hi></hi>. Queste critiche sono valide per i falsi aiuti, dati per avere il controllo politico di un paese o per agevolare la penetrazione delle multinazionali. Il presunto aiuto corrompe le élite dei vari paesi perché permettano lo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali. Ma queste politiche neo-coloniali non hanno niente a che vedere con gli aiuti di cui parlavamo. Un esempio fra tanti di aiuto necessario è quello per rallentare l’aumento demografico in Africa, che rischia di soffocare il nascente sviluppo. Se non si interviene, nel 2050 quasi il 90% della popolazione a sud del Sahara sarà povera. Sono già in atto diverse campagne di istruzione delle giovani donne da parte di fondazioni e Ong per il controllo delle nascite<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-031">20</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nonostante questi grandi fattori di crescita, oggi non c’è uno sviluppo mondiale complessivo. Nell’insieme, i processi di crescita hanno prodotto disuguaglianze talmente estreme che la gran parte delle ricchezze viene convogliata verso le rendite parassitarie (speculative o di tesaurizzazione). </p><p rend="h2">2. Tre modelli di capitalismo</p><p rend="text">L’economia mondiale oggi è retta, in gran parte, da tre modelli diversi di capitalismo, che gareggiano per l’egemonia.</p><p rend="h3">a. Il modello europeo</p><p rend="text">Il primo modello è quello dell’Unione Europea che – almeno nelle proclamazioni – porta avanti gli ideali illuministici: diritti universali, uguaglianza davanti alla legge, diritto di proprietà e di imprenditorialità, libertà di coscienza e di parola, democrazia. Mille volte questi ideali sono stati traditi dagli stessi europei, ma vengono almeno riaffermati, e oggi guidano – in parte – le pur deboli politiche dell’UE. Il pensiero sociale illuminista si basava sull’assunto che il benessere economico, la libertà e l’incivilimento possono crescere solo se stanno insieme. Lo sviluppo capitalistico era visto come la sintesi di questi tre fattori. </p><p rend="text">Nella storia, il capitalismo europeo ha creato una solida base di benessere materiale, la quale – nonostante la lunga serie di errori e di orrori – ha permesso di valorizzare alcuni aspetti essenziali della natura umana: l’aspirazione alla libertà individuale, il desiderio di arricchire o di avere successo, il bisogno di veder riconosciuto il proprio merito, il bisogno di giustizia. Il capitalismo europeo ha anche regolato e posto dei limiti a queste tendenze, attraverso il meccanismo impersonale della concorrenza e con il sistema giuridico delle garanzie e della divisione dei poteri. Infine il benessere ha permesso ai singoli, a gruppi e istituzioni di praticare un imponente numero di iniziative di solidarietà. </p><p rend="text">Il nesso illuministico fra benessere materiale, libertà e incivilimento riemerse durante il boom del welfare state. In quel clima si è formata la generazione dei baby-boomers. Ma quel clima si è andato sfilacciando sempre più. Tutti e tre i processi di crescita (economica, civile e democratica) incontrano oggi difficoltà crescenti. L’Europa sta contraddicendo i suoi stessi ideali: prosegue le politiche di sfruttamento neo-coloniale, respinge i migranti che fuggono da situazioni disumane, e difende l’ambiente in modo troppo debole. </p><p rend="text">Ciononostante l’UE è l’unica grande forza che difende ancora la democrazia, ripudia la guerra di aggressione, e cerca – sia pure timidamente – di porre dei limiti allo strapotere delle grandi imprese. Per questo essa esercita una grande forza di attrazione presso i popoli poveri e oppressi. Solo il modello europeo è in grado di creare un nuovo sviluppo economico e umano nella libertà. Ma per far questo l’Europa deve sbloccare la sua economia e rilanciare uno sviluppo basato sull’occupazione e sul capitale umano.</p><p rend="text">L’Europa deve rilanciare il welfare state<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-030">21</ref></hi></hi>, e promuovere alcuni grandi progetti, come: unificare la politica fiscale e restaurare la tassazione progressiva<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-029">22</ref></hi></hi>; accrescere i salari<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-028">23</ref></hi></hi> (che sono più bassi di prima della crisi del 2008)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-027">24</ref></hi></hi> per poter accrescere la produttività. Deve combattere l’evasione e l’elusione fiscale; governare l’emigrazione inserendo i nuovi arrivati nel lavoro, per ridurre il divario generazionale europeo e superare la crisi dei contributi previdenziali; deve convertire in modo programmato la produzione manifatturiera; far crescere l’economia digitale; combattere il riscaldamento globale sostituendo le fonti di energia; risanare l’ambiente.</p><p rend="h3">b. Il capitalismo cinese</p><p rend="text">Il secondo modello è quello della Cina, la quale ritiene che la democrazia sia un prodotto occidentale non adatto alla propria storia. Lo stato cinese ha sempre dominato la società in modo paternalistico e senza libertà (vedi I.1.c)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-026">25</ref></hi></hi>. Pur proclamandosi ancora comunista, da 40 anni la Cina ha introdotto il mercato capitalistico e il self-interest, creando una struttura economica e finanziaria articolata. Ma l’élite politica ha conservato il controllo autoritario della società. Il capitalismo cinese sta avendo un grande successo, anche grazie ad alcuni fattori indesiderabili: i salari bassi e la moneta sottovalutata rispetto all’Occidente, lo stretto controllo dello stato, la frequente violazione delle regole di correttezza nel mercato, la distruzione dell’ambiente quasi incontrollata<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-025">26</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Come abbiamo visto (VIII.1.b), la Cina ha il grande merito di promuovere lo sviluppo dei paesi arretrati, anche se questi pagano l’aiuto cinese dando in cambio le loro risorse naturali e subendo la devastazione dell’ambiente<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-024">27</ref></hi></hi>. Il caso del Madagascar è significativo, anche se è un caso estremo. Questo paese, dove il 90% della popolazione è in povertà assoluta (vive con meno di due dollari al giorno), è uno dei pochi che stanno regredendo. I cinesi stanno consumando la loro foresta pluviale e il patrimonio ittico; e l’analfabetismo è passato dal 30 al 50%<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-023">28</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Si noti ancora che oggi la Cina è tra le maggiori potenze mondiali anche nelle tecnologie più avanzate, ha un sistema scolastico eccellente, non lesina i contributi alla ricerca e alla creazione di grandi infrastrutture, i suoi salari stanno aumentando e i ceti medi crescono. C’è da chiedersi se questi ceti medi continueranno ad accettare un regime poliziesco, che controlla in dettaglio anche le loro vite private, punisce con estrema durezza le critiche politiche e la libertà di opinione, perseguita le minoranze religiose. Nell’esperienza europea, furono i ceti medi a imporre la libertà; e i ceti popolari, più tardi, imposero il suffragio universale e la democrazia. Succederà qualcosa di simile in Cina?</p><p rend="text">E se ciò non accadrà, come si comporterà la Cina con i suoi alleati economici? Accetterà che siano liberi e democratici o li piegherà ad un governo autoritario? La ‘liberazione del terzo mondo’ diventerà un nuovo incubo orwelliano oppure diventerà, com’è adesso la piccola Hong Kong, una spina nel fianco del totalitarismo cinese? </p><p rend="h3">c. Dal neo-liberismo al nuovo populismo </p><p rend="text">Il terzo modello di capitalismo è una degenerazione di quello europeo indotta dal neo-liberismo (il quale è democratico solo sul piano formale). Sono tanti i governi che oggi tributano omaggio alla democrazia formale, ma praticano un regime anti-democratico e teorizzano lo stato anti-liberale. Russia, Polonia, Ungheria, Turchia, Brasile e molti altri paesi in America Latina, Asia e Africa hanno attualmente governi legittimati da elezioni, ma che di fatto coartano la libertà di espressione, controllano la stampa e i media, cercano di sottomettere il potere giudiziario, accentrano il potere economico a vantaggio delle proprie consorterie, non pongono limiti allo scempio ambientale e all’oppressione dei lavoratori, impediscono con mezzi illegali la propaganda dell’opposizione e l’attività degli organi intermedi. Questi governi implicitamente legittimano i tanti regimi dittatoriali del mondo. </p><p rend="text">Lo stesso modello ‘non liberale’ viene difeso dalle forze nazionaliste minoritarie in molte democrazie europee e americane. È un modello che ripropone molti aspetti dei governi storici populisti o fascisti, da quello di Luigi Napoleone Bonaparte in Francia negli anni Sessanta dell’Ottocento ai regimi fascisti europei e sud-americani degli anni 1920-30, fino a Perón. In questi regimi, il leader si rivolge direttamente al popolo e chiede un consenso plebiscitario; i movimenti si ribellano alle élite, quali che siano. Sono regimi che vellicano gli istinti irrazionali ed emotivi, e rifuggono dall’analisi critica.</p><p rend="text">Anche il populismo è lontano dalla concezione illuminista dello sviluppo, come il modello cinese. Se il modello europeo fallirà, allora il mondo occidentale sarà sommerso dai regimi populisti e si ripeterà qualcosa di molto simile all’affermarsi del fascismo degli anni Venti e Trenta del Novecento.</p><p rend="h2">3. In che consiste il nuovo sviluppo </p><p rend="h3 ParaOverride-4">a. Miti neo-liberisti e strategia dell’occupazione</p><p rend="text">Per avviare un nuovo sviluppo bisogna innanzitutto sfatare alcuni falsi miti: quello per cui l’immobilismo è preferibile al cambiamento; quello, convergente col primo, che accetta la società organizzata in corporazioni; infine il mito – già visto sul piano storico (II.2.d) – che sia possibile crescere col solo mercato, senza lo stato. </p><p rend="text">Quanto al primo mito, bisogna liberarsi del falso assioma di Vilfredo Pareto secondo cui il cambiamento è positivo solo se, quando si cambia, «qualcuno sta meglio e nessun altro sta peggio». In realtà, un cambiamento colpisce sempre gli interessi di qualcuno. Per salvare l’ambiente bisogna ridurre l’uso di carbone e petrolio, e quindi ridurre i profitti di chi li produce e i vantaggi di chi li usa. Se si hanno trasporti pubblici più efficienti, si riducono i guadagni di chi fa trasporti privati su gomma. E così via. Queste ovvietà le sanno tutti, eccetto gli economisti che credono nell’assioma di Pareto (cioè la grande maggioranza).</p><p rend="text">Quanto al secondo mito, va detto che la coesione sociale non è la convivenza fra gruppi di interesse corporativo. La società corporativa (a parte la finzione imposta dai passati regimi fascisti) si è formata in Occidente durante la lunga semi-stagnazione seguita alla crisi del welfare state, e dura tuttora. Come sempre, il ristagno economico cristallizza gruppi di interesse contrari al cambiamento, rivali fra loro ma uniti nella difesa dei privilegi, leciti o illeciti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-022">29</ref></hi></hi>. Questa Santa Alleanza riunisce gruppi disparati: i ceti al vertice della ricchezza, le multinazionali, i produttori che inquinano, gli evasori fiscali, gli imprenditori-clienti dello stato, una larga parte della pubblica amministrazione, le corporazioni professionali, i ceti assistiti. La società corporativa propende per l’assistenzialismo e le rendite, e teme la libera concorrenza e il criterio del merito.</p><p rend="text">Il terzo mito afferma che quante meno regole si pongono tanto più l’economia cresce. In realtà, il nuovo sviluppo nascerà solo se c’è una forte guida delle istituzioni, che esprimono l’interesse pubblico. Ad esempio, la rivoluzione tecnologica, lasciata senza controllo, sta creando una disoccupazione dilagante, il <hi rend="italic">digital divide,</hi> un nuovo proletariato, emarginazione e aggressività sociale. Solo gli organismi sovranazionali e gli stati nazionali possono convertire questa tendenza al disastro in un processo virtuoso. </p><p rend="text">Le istituzioni hanno i mezzi per imporre il criterio del benessere sociale. Ma per farsi valere devono smettere di essere culturalmente subalterne al neo-liberismo, e devono avviare una forte politica di investimenti pubblici – che trascineranno quelli privati – per l’occupazione produttiva. Le politiche pubbliche devono andare in tre direzioni: sostenere il lavoro e far crescere il capitale umano; guidare il piano di risanamento dell’ambiente; impostare un piano di sviluppo dei paesi poveri.</p><p rend="text">La strategia per un nuovo sviluppo dev’essere globale; deve ripensare tutti i settori a tutti i livelli. Bisogna riesumare l’obbiettivo dei post-keynesiani degli anni 1950-60: la piena occupazione. Il lavoro è un diritto, e coincide con il diritto a un’esistenza dignitosa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-021">30</ref></hi></hi>. È ormai chiaro che l’accumulazione capitalistica non è più in grado di andare avanti escludendo dal benessere gran parte dell’umanità. La strategia per un nuovo sviluppo è destinata a fallire se contrappone ancora paesi avanzati e paesi in via di sviluppo, gli anziani benestanti ai giovani precari.</p><p rend="h3">b. Puntare sul lavoro</p><p rend="text">Per superare la regressione neo-liberista bisogna proteggere con fermezza i diritti del lavoro: punire chi si serve, anche indirettamente, del lavoro schiavistico o semi-schiavistico (che siano le multinazionali o le piccole aziende agricole); stabilire un salario minimo; applicare l’uguaglianza di remunerazione fra uomini e donne; fornire servizi pubblici efficienti; proteggere le categorie lavorative più deboli; impedire il lavoro in età scolastica e far valere l’obbligo di frequenza a scuola. Bisogna rendere obbligatoria la contrattazione collettiva, che protegge i più deboli. La violazione dei diritti del lavoro non nuoce soltanto ai lavoratori, nuoce all’economia nel suo insieme, perché disincentiva la concorrenza basata sull’aumento di produttività, non fa crescere il capitale umano e rallenta lo sviluppo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-020">31</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">D’altra parte c’è bisogno di una pubblica amministrazione efficiente, che abbia l’obbiettivo di promuovere lo sviluppo, non di frenarlo. Molti studi affermano che è in atto una polarizzazione tra lavoro altamente specializzato e lavoro elementare, mentre si riduce il lavoro di media qualità<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-019">32</ref></hi></hi>. Questo fenomeno si può combattere soltanto accelerando la transizione all’economia post-industriale, nella quale l’aumento della ricchezza si basa sulla crescita del capitale umano. I fattori fondamentali del capitale umano sono l’aumento dell’occupazione e l’aumento dell’istruzione. <hi rend="italic">La ripresa dello sviluppo oggi passa attraverso la sostituzione di gran parte dell’occupazione tradizionale, poco produttiva, con nuova occupazione produttiva</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-018">33</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> </p><p rend="text">L’economia post-industriale può togliere al profitto la natura dispotica che ha assunto col neo-liberismo. Bisogna affrancarsi dall’ossessione della crescita ad ogni costo. Essa è positiva soltanto quando gli investimenti migliorano le condizioni della società. Il capitalismo si affermò per la capacità di armonizzare interessi privati e interesse pubblico (vedi cap. II). Oggi c’è un solo modo per rilanciare lo sviluppo: riaffermare l’interesse pubblico; perché solo questo ha una visione di lungo termine, e può garantire l’esistenza del profitto stesso.</p><p rend="text">In una politica che mira alla massima occupazione, il profitto resta importante ma non è più il centro dell’economia. Nella società industriale tutto ruotava intorno alla produzione di profitto. Il lavoro della sfera pubblica, la cultura e la formazione, persino le attività del tempo libero avevano importanza solo in quanto contribuivano alla creazione di profitto, direttamente o indirettamente. Nell’economia post-industriale, invece, l’aumento di produttività deriva più dalla crescita generale della società che dall’investimento specifico a scopo di profitto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-017">34</ref></hi></hi>, come aveva previsto lo stesso Marx<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-016">35</ref></hi></hi>. Perciò si estende sempre più e va incoraggiato il lavoro <hi rend="italic">non-profit</hi>; il quale soddisfa bisogni che il criterio del profitto non è in grado di soddisfare, soprattutto nel campo dei servizi alla persona e dell’educazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-015">36</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Questa impostazione è vicina alla filosofia dei <hi rend="italic">Commons </hi>(i beni comuni), dei quali – dicono i suoi teorici – si dovrebbe usufruire senza costi, e che dovrebbero includere, oltre alla sanità e all’istruzione, anche le case, i trasporti pubblici, internet, e persino i <hi rend="italic">Big Data</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-014">37</ref></hi></hi><hi rend="italic">. </hi>D’altra parte la UE ritiene necessario che i governi riscrivano le regole per le imprese, per obbligarle a farsi carico dell’inquinamento ambientale che provocano e ad assumere una responsabilità sociale. I governi devono incoraggiare la diversificazione delle forme di proprietà e di gestione delle aziende, includendo le cooperative, la molteplicità dei tipi di azionisti, ecc.<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-013">38</ref></hi></hi> </p><p rend="text">In questo quadro, bisogna – come dice Oxfam (2019) – garantire a tutti i servizi essenziali, che quindi devono essere pubblici e gratuiti anche nei paesi poveri, in particolare i servizi scolastici e sanitari. Questi servizi pubblici sono fondamentali per lo sviluppo oggi, come lo furono per lo sviluppo dell’Europa occidentale. I servizi pubblici e i grandi investimenti vanno finanziati con le tasse sui redditi più alti, le politiche anti-evasione fiscale e la lotta contro l’economia illegale.</p><p rend="text">Inoltre, è necessario frenare la tendenza del capitalismo a concentrare la produzione in grandi oligopoli. Ad esempio, la piccola produzione agricola nei paesi poveri – in Africa, America Latina, India, ecc. – è stata in gran parte distrutta dal dumping dei prodotti agricoli dei paesi ricchi, che sono sovvenzionati dallo stato. Ciò ha creato disoccupazione e fame in vaste aree. Bisogna anche impedire alle multinazionali agricole di privatizzare, attraverso i brevetti, le tecniche tradizionali di lavorazione e di avere il monopolio delle sementi.</p><p rend="h3">c. Il Green New Deal</p><p rend="text">Molti autori, per fermare il riscaldamento globale e risanare l’ambiente inquinato, propongono la decrescita. Ma questa dovrebbe essere talmente drastica (come ammettono i suoi stessi sostenitori)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-012">39</ref></hi></hi> che distruggerebbe quasi tutta l’occupazione esistente. Bisogna invece esplorare l’uso di nuovi materiali, l’adozione di nuove tecniche e nuovi modi di organizzare la produzione e il consumo. Il Rapporto dell’UE su questi problemi rappresenta un notevole tentativo di organizzare un nuovo tipo di sviluppo sostenibile<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-011">40</ref></hi></hi>. Anche in questo caso le istituzioni devono intervenire; non è sufficiente un controllo dal basso, come quello che chiede Richard Smith (2015).</p><p rend="text">Tuttavia una decrescita specifica va avviata subito nell’area dei beni ripetitivi. Questi beni sono di scarsa utilità sociale e di basso profitto. Una parte dei lavoratori di quest’area – sempre soggetti al pericolo della disoccupazione – va impiegata in altre produzioni, quelle che soddisfano nuovi bisogni; ad esempio nel miglioramento delle infrastrutture tradizionali (trasporti pubblici, sistemazione idro-geologica del territorio, strutture sanitarie e scolastiche, restauro degli edifici pubblici, ecc.) e nella realizzazione di infrastrutture di nuovo tipo, per le trasmissioni di massa e per le comunicazioni digitali.</p><p rend="text">Il Green New Deal è incompatibile con l’alleanza corporativa fra imprenditori e lavoratori delle vecchie imprese industriali, che sono altamente inquinanti e poco produttive. Oggi lo stato, a causa del ricatto occupazionale, è costretto spesso a finanziare la disoccupazione nascosta che si annida nei grandi aggregati industriali con centinaia di lavoratori di qualificazione medio-bassa. Per l’industria pesante oggi bisogna puntare su nuclei ridotti di lavoro qualificato che diano un prodotto specializzato.</p><p rend="text">Questa impostazione dà un senso alla tesi diffusa che il risanamento ambientale aumenta l’occupazione e può risolvere la crisi economica<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-010">41</ref></hi></hi>. Ciò può avvenire anche nel settore manifatturiero e in quello dell’energia<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-009">42</ref></hi></hi>. Una seria politica di risanamento ambientale richiede un grandissimo numero di ricerche specifiche; una profonda riconversione verso tecniche non inquinanti e risparmiatrici di risorse; una normativa dettagliata, per le imprese, sull’uso dei materiali e il loro smaltimento<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-008">43</ref></hi></hi>. E richiede inoltre uno studio accurato di come garantire una nuova occupazione ai lavoratori resi ridondanti dai cambiamenti produttivi<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-007">44</ref></hi></hi>. Ad esempio, Rifkin nota che i costi delle fonti energetiche pulite stanno calando rapidamente. Già adesso costano meno dell’energia fossile. Si può prevedere una diffusione capillare dell’energia elettrica da fonti rinnovabili, e la possibilità di accumularla e venderla anche da parte dei privati<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-006">45</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Bisogna inoltre vietare la produzione delle plastiche non riciclabili (che sono almeno il 30%) e vietare gli oggetti di plastica monouso; limitare fortemente pesticidi e fertilizzanti chimici<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-005">46</ref></hi></hi>, e gli allevamenti intensivi. Bisogna limitare – con la tassazione – il consumo di carne, che è eccessivo (il 45% della terra agricola viene consumata per l’allevamento); regolare per legge gli imballaggi e i prodotti, perché i materiali diversi siano facilmente separabili (per la raccolta differenziata); aumentare il costo dell’acqua potabile usata per altri scopi; attuare la riforestazione e pensare a pressioni efficaci contro la distruzione delle grandi foreste tropicali; promuovere le auto elettriche; ecc. ecc. </p><p rend="text">Accanto alla sostituzione di consumi inquinanti, c’è un enorme campo di attività disinquinanti, e c’è l’educazione capillare all’uso dei materiali e allo smaltimento, sia per le imprese che per i consumatori. Naturalmente, non si può impedire ai paesi poveri di costruire strade ed edifici e di impiantare industrie. Ma queste strutture – con l’aiuto dei paesi ricchi – vanno fatte con le nuove tecnologie, che riducono fortemente l’impatto ambientale. </p><p rend="h3">d. Un Piano Marshall per i paesi in via di sviluppo</p><p rend="text">Tuttavia, anche se si attuassero tutti gli investimenti necessari per i nuovi bisogni e per il risanamento ambientale, sarebbe difficile assorbire tutta la disoccupazione prodotta dalla rivoluzione digitale, dalla fuga all’estero dell’industria occidentale e dal ridursi dei beni ripetitivi. È quindi necessario aggiungere un altro enorme campo di investimenti in capitale umano. <hi rend="italic">I paesi occidentali potranno riavviare il proprio sviluppo solo se sosterranno lo sviluppo dei paesi poveri</hi>. Per prima cosa, ovviamente, i governi occidentali dovrebbero smettere la secolare rapina a danno dei paesi poveri, e impedire anche alle multinazionali di proseguirla. Finora – nonostante i finti aiuti – non lo hanno fatto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-004">47</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Bisognerebbe seguire una logica simile a quella del Piano Marshall (che tutti oggi evocano, non sempre a proposito) attuato dagli USA nel secondo dopoguerra. Allora, un’enorme massa di beni di prima necessità fu trasferita in Europa, o prodotta in loco grazie ai prestiti americani agevolati. Quel piano fu essenziale per la ripresa economica dell’Europa, ma giovò anche agli USA. Nell’immediato, esso fornì lavoro a milioni di reduci americani disoccupati. Nel medio-lungo periodo fece crescere enormemente le esportazioni americane. Negli USA, anche se non fu mai impiantato un welfare state, dal 1950 al 1970 il reddito del 20% delle famiglie più povere raddoppiò: da 13mila a 27mila dollari<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-003">48</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Naturalmente, il contesto attuale è molto diverso. Il nuovo piano di sviluppo dovrebbe attivare sia i giovani occidentali che quelli dei paesi arretrati. Il loro lavoro, lo studio, il training e la progettazione dovrebbero avvenire in parte nei paesi occidentali e in parte nei paesi in via di sviluppo (un forte aiuto per lo sviluppo viene anche dalle rimesse degli emigrati, che mandano a casa parte dei loro guadagni)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-002">49</ref></hi></hi>. Le possibilità di occupazione sarebbero enormi per entrambe le parti. </p><p rend="text">Solo per dare un’idea, si pensi alla diffusione delle tecniche agricole, la canalizzazione dell’acqua e la lotta alla desertificazione, la commercializzazione dei prodotti, la creazione di infrastrutture fisiche e per la comunicazione; il riassetto urbanistico o l’organizzazione della gestione dei rifiuti e del riciclo; la creazione di ospedali e centri sanitari, la lotta alle malattie endemiche. E poi l’educazione ai diritti umani e civili, ai diritti della donna, alla gestione della natalità. O si pensi alla lotta contro le guerre civili (peace-keeping); la creazione o il rafforzamento delle strutture amministrative; la lotta contro la corruzione. Naturalmente, è necessaria l’industrializzazione, che sia il meno possibile inquinante. Ma è necessaria soprattutto la crescita del capitale umano e l’istruzione a tutti i livelli. E potremmo continuare. </p><p rend="text">Questa probabilmente è l’ultima occasione che l’Occidente ha di fermare il suo degrado e rilanciare lo sviluppo. Può sembrare uno sforzo economicamente insostenibile, e certamente lo è se si lascia intatta la situazione attuale, con le mostruose disuguaglianze, l’ammasso di ricchezze private parassitarie e la povertà dei bilanci pubblici. Ma si tenga presente che molte migliaia di giovani occidentali hanno già trovato lavoro nelle Ong, grazie al contributo volontario di milioni di cittadini. Altri milioni di giovani occidentali possono trovare lavoro col sostegno degli stati.</p><p rend="text">Soprattutto bisogna considerare che il costo per non attuare un nuovo Piano Marshall sarebbe ben più grande di quello per attuarlo. Basti pensare ai disastri economici, politici e culturali che sta causando la non soluzione del problema degli immigrati. Il prezzo complessivo del non fare qualcosa di simile a un Piano Marshall è l’esistenza stessa del nostro benessere e della nostra civiltà. Per salvare l’uno e l’altra, dobbiamo includere gradualmente nel benessere i paesi poveri del mondo, proprio come si è fatto lungo i secoli con i ceti poveri interni. È lo stesso processo che ha permesso finora all’accumulazione capitalistica di andare avanti.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-050-backlink">1</ref></hi>	Oxfam (2019: 10-27).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-049-backlink">2</ref></hi>	Dati UNESCO e OECD (vedi OWD, Education – Literacy).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-048-backlink">3</ref></hi>	OWD, Population – Life expectancy, 2019.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-047-backlink">4</ref></hi>	<hi >Eurostat, Population &amp; Health</hi>, 2019.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-046-backlink">5</ref></hi>	OWD – <hi >Child labor</hi>, – <hi >Female Labor Supply</hi>, – Water Use and Stress, 2019. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-045-backlink">6</ref></hi>	OWD – Economic Growth.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-044-backlink">7</ref></hi>	FAO (2019, figura 22) e <hi >World Bank Development Indicators, online.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-043-backlink">8</ref></hi>	Credit Suisse (2018), <hi rend="italic">The world generated $ 14 trillion in wealth last year</hi>, 5 charts, online, chart 1.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-042-backlink">9</ref></hi>	FAO e OWD – Food-Hunger, 2019.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-041-backlink">10</ref></hi>	FAO (2019).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-040-backlink">11</ref></hi>	OWD, Health – Maternal mortality e Health – HIV.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-039-backlink">12</ref></hi>	Vedi «Quartz<hi rend="CharOverride-5">»</hi>, Dec. 20, 2019.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-038-backlink">13</ref></hi>	Oxfam (2019: 19).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-037-backlink">14</ref></hi>	OWD, Energy – Energy production. <hi >TWh</hi>:<hi > terawatt hours</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-036-backlink">15</ref></hi>	Piketty (2014: 68-69).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-035-backlink">16</ref></hi>	Per i dati sugli investimenti esteri cinesi, vedi la Newsletter di <hi rend="italic">Global Development Policy Center </hi>della Boston University.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-034-backlink">17</ref></hi>	Vedi Moyo (2012).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-033-backlink">18</ref></hi>	Vedi Vaggi (2018, cap. 2).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-032-backlink">19</ref></hi>	Vedi ad es. Moyo (2009). Deaton (2013, cap. 7).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-031-backlink">20</ref></hi>	Anna Loschiavo, <hi rend="italic">Corsa ad ostacoli</hi>, «Nigrizia Notizie<hi rend="CharOverride-5">»</hi>, 24/09/ 2018.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-030-backlink">21</ref></hi>	Vedi ad es. Vanhercke <hi rend="italic">et al. </hi>(2018).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-029-backlink">22</ref></hi>	Piketty – Vauchez<hi rend="italic"> </hi>(2018).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-028-backlink">23</ref></hi>	Vedi <hi rend="italic" >Benchmarking Working Europe 2019</hi>, cap. 2 e 3.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-027-backlink">24</ref></hi>	Coulter (2019).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-026-backlink">25</ref></hi>	Vedi Castronovo (2011: 116-132).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-025-backlink">26</ref></hi>	Sulla distruzione dell’ambiente, vedi Smith (2017).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-024-backlink">27</ref></hi>	Vedi per l’Africa <hi >Donou-Adonsou</hi> (2018) e, per l’America Latina, Salazar-Xirinachs <hi rend="italic">et al. </hi>(2019, cap. 1).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-023-backlink">28</ref></hi>	Rachele Gonnelli, «Sbilanciamoci<hi rend="CharOverride-5">»,</hi> 17 gennaio 2019.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-022-backlink">29</ref></hi>	Vedi ad es. Moe (2007: 25).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-021-backlink">30</ref></hi>	Pollin (2012). Komlos (2018).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-020-backlink">31</ref></hi>	iASES (2019, cap. 2).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-019-backlink">32</ref></hi>	Vedi ad es. Madi (2017). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-018-backlink">33</ref></hi>	«Social Europe<hi rend="CharOverride-5">»</hi> nel 2019 ha pubblicato molti articoli che propongono all’UE di mettere l’occupazione al centro della sua strategia economica.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-017-backlink">34</ref></hi>	Vedi Goodwin (2018)</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-016-backlink">35</ref></hi>	Marx [1863-83] (<hi rend="italic">Capital III</hi>, ch. 48, section 13). Marx (1973, notebook VII: 704-706). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-015-backlink">36</ref></hi>	Vedi ad es. Sapelli (2018, III.2: 129-134).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-014-backlink">37</ref></hi>	Hickel (2019); Ernst (2019).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-013-backlink">38</ref></hi>	<hi rend="italic">Sustainable</hi> <hi rend="italic">Equality </hi>(2018, cap. 4).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-012-backlink">39</ref></hi>	Ad es. Trainer – Alexander (2019).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-011-backlink">40</ref></hi>	<hi rend="italic">Sustainable Equality</hi> (2018).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-010-backlink">41</ref></hi>	Vedi ad es. Aglietta (2014, ch. 9). Holland (2019). <hi >Gallagher </hi>–<hi > Kozul-Wright [2019].</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-009-backlink">42</ref></hi>	Vedi Eurofound (2019: 9-15).<hi rend="italic"> </hi>Storrie (2019).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-008-backlink">43</ref></hi>	Vedi iASES (2019, cap. 3).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-007-backlink">44</ref></hi>	Per capire la complessità di questa problematica, vedi ad es. Galgóczi (2019) sulla decarbonizzazione dell’energia motrice.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-006-backlink">45</ref></hi>	Rifkin (2014: 112-122; 287-296).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-005-backlink">46</ref></hi>	Vedi PAN Europe (2017).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-004-backlink">47</ref></hi>	Vedi anche Vaggi (2018, cap. 6).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-003-backlink">48</ref></hi>	Koo (2016: 22), in valore del 2014.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-002-backlink">49</ref></hi>	Vedi Bonciani (2017).</p><p rend="h1_section">Conclusioni</p><p rend="h1_chapter">Oltre i confini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-001">1</ref></hi></hi></p><p rend="text">Quando Margaret Thatcher, negli anni Ottanta, affermò che la società non esiste e che esistono solo gli individui, credeva di esaltare il capitalismo, cioè l’iniziativa privata. In realtà, esprimeva la crisi del capitalismo come progresso sociale, e anche l’inizio di una fase di egoismo, quella neo-liberista, basata più sulle rendite che sull’iniziativa imprenditoriale. Il capitalismo aveva creato il rispetto del cittadino e dei suoi diritti; l’osservanza delle norme come forma di solidarietà sociale; i diritti umani, validi per tutti gli uomini in quanto tali. Inoltre, l’accumulazione capitalistica ha coinvolto sempre nuovi ceti nell’uso della ricchezza prodotta. La Thatcher, in sostanza, negava tutti questi aspetti della solidarietà capitalistica. </p><p rend="text">D’altra parte qualsiasi forma di solidarietà fra i gruppi umani è sempre convissuta con un elemento opposto, l’esclusione degli altri. Sin dall’inizio gli uomini hanno delimitato il proprio gruppo, i suoi costumi e i suoi valori su diversi piani (divisione del lavoro, soddisfazione dei bisogni, solidarietà e fiducia, doveri e diritti). Questa delimitazione ha creato una tensione amico-nemico fra chi è fuori e chi è dentro (dentro la famiglia, il clan, la tribù, la nazione, la religione, la fede politica, ecc.). I giuristi ci dicono che la nascita stessa del diritto avviene soltanto se è riferita ad un territorio delimitato o ad un popolo specifico. Il che esclude tutto ciò che sta all’esterno. Grazie a questa esclusione, ad esempio, gli europei hanno discriminato e oppresso gli altri popoli. Il senso di appartenenza e l’identità collettiva sono necessari alla sopravvivenza delle comunità. Ma è proprio l’altro, l’estraneo, quello che costruisce – per contrasto – la nostra identità.</p><p rend="text">Il confine identitario, però, non è fisso. Processi disparati demoliscono continuamente i vecchi confini per crearne di nuovi. Gli spostamenti umani, la formazione degli stati o degli imperi, la colonizzazione, la conquista di nuovi mercati sono tutti fenomeni che tendono a distruggere il confine per poi ricostruirlo in forme nuove. Ovviamente, all’interno delle stesse comunità, definite dall’esclusione degli altri, si creano altri confini interni (classi, caste, gruppi di vario genere) i quali innescano instancabilmente differenze, meccanismi di privilegio e di oppressione, discriminazioni, disuguaglianze. Questa è la nostra storia; fatta di avanzamenti materiali raggiunti a patto di escludere qualcuno, di progresso culturale pagato con l’oppressione e l’aggressione verso altri. Oggi però sembra che siamo arrivati ad un punto di crisi radicale di questa dialettica, insieme umana e disumana. Le migrazioni imponenti verso i paesi ricchi del mondo sono il segno più evidente di questa crisi.</p><p rend="text">Il progresso economico ha creato la globalizzazione degli scambi e delle comunicazioni; ma anche la globalizzazione si basa sull’esclusione. Ha promosso i paesi emergenti ma ha impoverito ancor più i paesi più poveri. Nei paesi ricchi, ha fatto progredire i ceti già garantiti e protetti, ma ha aggravato la povertà e la disoccupazione dei ceti più deboli. La globalizzazione ha creato violente dislocazioni di ricchezza e di conoscenza, e disuguaglianze scandalose. Essa sta scacciando i giovani dei paesi poveri dalle loro terre – con tutte le loro guerre interne, le violenze incontrollate, la desertificazione, il <hi rend="italic">land-grabbing</hi>, la distruzione dell’economia locale attraverso il dumping, la rapina delle risorse – e li spinge verso i paesi ricchi.</p><p rend="text">A questo punto, i ceti popolari dell’Occidente sono facile preda dei ciurmadori che, per poterli sfruttare meglio o per avvantaggiarsi politicamente, additano loro i migranti come causa dei loro mali. Soli e impauriti, privati di un lavoro stabile e di una cultura critica, i ceti deboli si sfogano contro i falsi nemici, quelli oltre il confine. Essi cercano di ritrovare la loro identità nei simboli atavici e nell’odio per il diverso. Non si rendono conto che il loro vero nemico è tutto all’interno: è quella parte privilegiata che resiste a qualunque tentativo di redistribuzione della ricchezza – anche al più blando o al più doveroso, come il pagamento delle tasse – e che li aizza contro i migranti per proteggere i propri privilegi.</p><p rend="text">Questo violento – e impossibile – tentativo di tornare all’identità passata significa forse che, proprio a cause della globalizzazione, non ci sono più confini da fissare per dominare la gente. O si accetta il ritorno ai confini tribali o si riconosce l’altro come uguale a noi, come uomo, con gli stessi diritti e doveri.</p><p rend="h2">Aggiunta (8 aprile 2020)</p><p rend="text">Il revisore (peer reviewer) di questo libro mi suggerisce di aggiungere qualcosa sulla pandemia in corso: cambia in qualche modo la visione esposta nel libro? Direi piuttosto che la conferma, ma la rende ancora più drammatica. La pandemia sta facendo emergere fino in fondo le gravissime distorsioni dell’economia di oggi. </p><p rend="text">Sta emergendo con chiarezza che lo sviluppo attuale non si basa sull’aumento della ricchezza sociale bensì sull’aumento del profitto. Sono due cose diverse, a differenza di quanto crede la teoria economica dominante. L’accumulazione della ricchezza ha due fonti, non una, entrambe ineliminabili e irriducibili l’una all’altra. Da una parte c’è la fonte dell’investimento privato a scopo di profitto, dall’altra ci sono le fonti del capitale sociale e del capitale umano, che permettono la crescita sia della produzione che del consumo. Se si riduce l’accumulazione ad un solo fattore (il profitto) si scambia per aumento della ricchezza anche l’investimento che distrugge ricchezza. Ad esempio, la produzione che inquina l’ambiente aumenta il profitto ma alla lunga riduce la ricchezza sociale. </p><p rend="text">Il capitalismo industriale, generando l’aumento continuo della produttività, ha creato benessere per i ceti medi occidentali, che si sono estesi. Oggi crea benessere anche per i ceti medi dei paesi emergenti, che sono ancora ridotti rispetto alla popolazione totale ma crescono. D’altra parte stanno aumentando la disoccupazione e la miseria dei ceti meno protetti. Ciò, per i motivi già detti: delocalizzazione della manifattura occidentale senza una crescita parallela dell’economia post-industriale; economia digitale non governata; deperimento dei servizi pubblici e dei beni comuni. </p><p rend="text">La pandemia ha dimostrato che quest’ultima carenza in particolare (imposta dalle politiche di austerità) è stata devastante. Dopo la creazione del welfare state, gran parte del benessere a cui accedono i ceti medio-bassi consiste in servizi pubblici efficienti. Non solo per la casa, l’istruzione, la sanità e il sistema pensionistico, ma anche per trasporti e infrastrutture, ricerca, pubblica amministrazione, protezione dei ceti deboli, formazione professionale, inserimento nel mercato del lavoro.</p><p rend="text">Lo smantellamento della struttura pubblica – in particolare nella sanità, ma non solo – ha facilitato la diffusione del virus. Ma è stato anche il maggior diffusore di povertà e disoccupazione. Esso è avvenuto a vantaggio di imprese private che svolgono gli stessi compiti, quasi sempre col sostegno finanziario dallo stato (sarebbe questo il tanto agognato trionfo del mercato?). Il risultato è stato il forte indebolimento dell’efficienza sociale. Com’è ovvio, questo ha nociuto anche alla produzione di profitto.</p><p rend="text">In tutto questo c’è un peggioramento decisivo rispetto al passato: i nuovi disoccupati e i poveri in Occidente non sono – com’era prima – residui del passato, ma provengono in gran parte dalla rovina dei ceti medi, soprattutto dei nuovi ceti medi. Questo è un cambiamento strutturale, non contingente, che ha invertito il procedere storico dell’accumulazione. Per mille anni – pur in mezzo a tante contraddizioni – il progresso sociale è consistito nel graduale allargamento del benessere a nuovi ceti inferiori. Adesso sta succedendo il contrario.</p><p rend="text">Ma c’è un altro peggioramento decisivo. L’aumento dei ceti medi nei paesi emergenti e la diffusione universale del modello di vita occidentale hanno reso insostenibile la distruzione illimitata delle risorse naturali sia nella produzione che nel consumo. Nel capitalismo c’è sempre stata l’idea assurda che le risorse naturali siano praticamente illimitate, ma quest’idea sembrava quasi ragionevole finché le risorse erano sprecate solo da una ristretta minoranza (i ceti medio-alti occidentali). Quando questi ultimi si sono estesi e ad essi si sono aggiunti i ceti medi dei paesi emergenti, lo spreco di risorse è diventato insostenibile. </p><p rend="text">Con l’aumento rapido e non governato della produzione e del consumo, l’ambiente è stato sistematicamente devastato. L’habitat non antropizzato è stato ridotto sempre più. Le fonti di sopravvivenza (acqua, aria, terra, flora, alimenti, oceani) sono state inquinate, spesso avvelenate. L’urbanizzazione viene estesa senza limiti. Molte specie animali e vegetali vengono oggi distrutte, spesso insieme con le tribù di nativi umani. Allora gli animali selvatici e i loro virus cercano la sopravvivenza nell’ambiente antropizzato e qui trovano come veicolo per la loro diffusione gli animali dei mega-allevamenti. </p><p rend="text">Questi animali sono indeboliti dagli antibiotici, ormoni e antiparassitari di cui li rimpinzano, e sono stremati dalle condizioni di vita tormentose e innaturali a cui li costringono. Sono quindi diventati facile preda dei virus e li trasmettono all’uomo. Il consumo di carne è diventato un passaggio chiave del contagio anche perché è ancora – soprattutto nei paesi emergenti – uno status symbol che attesta l’ingresso nel ceto medio. </p><p rend="text">Dunque, per i neoliberisti non solo «la società non esiste» ma non esiste, economicamente, nemmeno la natura. Se i mega-allevamenti o la distruzione dell’Amazzonia danno profitto, loro pensano che la produzione di ricchezza sia salva. Ebbene, la pandemia ci ricorda bruscamente che questo non è affatto vero. L’avvelenamento sistematico dell’ambiente, non solo fa morire ogni anno molti milioni di uomini – per cancro o sclerosi laterale amiotrofica (SLA) o asma, oppure per le variazioni sempre meno governabili del clima – ma ci sottopone sempre più ad epidemie che uccidono altri milioni di persone, distruggono il nostro tessuto produttivo e riducono fortemente le possibilità di una vita normale. È questa la ricchezza prodotta?</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-001-backlink">1</ref></hi>	Questa pagina si ispira in parte ad un mio articolo uscito su «Sviluppo Felice<hi rend="CharOverride-5">»</hi><hi rend="italic"> </hi>e sul «Quotidiano di Puglia<hi rend="CharOverride-5">»</hi> del<hi rend="italic"> </hi>3/6/2019.</p><p rend="h1_paratext">Riferimenti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="OP04187_int_stampaXML.html#footnote-000">1</ref></hi></hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Agarwala </hi>Amar Narain <hi >– Singh </hi>Sampat Pal <hi >(eds.) (1958), </hi><hi rend="CharOverride-5">The Economics of Underdevelopment</hi><hi >, Oxford, Oxford University Press, 1963. </hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Aglietta Michel (2014), </hi><hi rend="CharOverride-5">Europe. 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International</ref>, metadata <ref target="https://creativecommons.org/publicdomain/zero/1.0/legalcode">CC0 1.0 Universal</ref>, published by Firenze University Press (www.fupress.com), ISSN 2704-5919 (online), ISBN 978-88-5518-208-9 (PDF), DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-208-9">10.36253/978-88-5518-208-9</ref></p><p rend="h1_paratext">Indice analitico e dei nomi</p><p rend="bib_indx_index">accumulazione 12, 13, 15, 16, 32, 37, 40-50, 53, 69-74, 89, 94, 111, 116, 117, 119</p><p rend="bib_indx_index">Africa 12, 27, 32, 33, 42, 44, 45, 49, 53-56, 58, 61, 65, 66, 78, 86, 89, 90, 94-96, 101-103,105-107, 109, 110, 113</p><p rend="bib_indx_index">agrari (proprietari terrieri, latifondisti) 16-20, 22, 24-26, 38, 48-50, 66</p><p rend="bib_indx_index">agricoltura 16, 19, 20, 22, 44, 47, 57, 65, 69, 82, 90, 91, 96, 98, 99</p><p rend="bib_indx_index">Amazzonia 33, 58, 62, 99, 120</p><p rend="bib_indx_index">ambiente 29, 93-98, 108, 109, 111, 113, 119, 120</p><p rend="bib_indx_index">America del Nord 27, 32, 33, 45, 48, 54, 59, 88, 92, 94, 95, 101, 106, 115</p><p rend="bib_indx_index">America Latina 18, 33, 44, 45, 49, 54-56, 60, 65, 66, 75, 86, 90, 103, 107, 109, 110 </p><p rend="bib_indx_index">Arabi 23, 33, 44, 49, 54, 55, 86, 90, 101, 105, 114</p><p rend="bib_indx_index">artigiani/ato 16, 18-22, 25, 31, 45, 47, 65, 102, 103</p><p rend="bib_indx_index">Asia 18, 19, 27, 33, 42, 44, 45, 49, 56-58, 65, 66, 78, 86, 89-91, 94, 95, 101, 103, 106, 107, 110</p><p rend="bib_indx_index">Australia 58, 60-63, 94</p><p rend="bib_indx_index">beni:</p><p rend="bib_indx_index">	— di lusso 18, 30, 34, 42-44, 50, 91</p><p rend="bib_indx_index">	— essenziali 70, 113</p><p rend="bib_indx_index">	— materiali/immateriali 13, 70, 71</p><p rend="bib_indx_index">	— nuovi 13, 21, 41, 43, 70, 72, 73, 76, 113, 115</p><p rend="bib_indx_index">	— ripetitivi 13, 73, 115</p><p rend="bib_indx_index">burocrazia 18, 20, 43, 58</p><p rend="bib_indx_index">business cycle (v. ciclo economico) </p><p rend="bib_indx_index">capitale 23, 31, 46, 47, 53, 63, 67, 71, 72, 74, 81, 82, 84, 86, 106, 119, 125, 128</p><p rend="bib_indx_index">capitale umano 12, 13, 16, 68, 70, 71, 93, 102, 109, 111, 112, 115, 116, 119</p><p rend="bib_indx_index">ceti medi/produttivi 15, 18, 25, 33, 47-49, 51, 52, 63, 64, 66, 68, 72, 81, 89, 94, 103, 110, 119, 120</p><p rend="bib_indx_index">ciclo economico 41, 51, 74</p><p rend="bib_indx_index">Cile 61, 74, 75</p><p rend="bib_indx_index">Cina 12, 17-20, 26, 27, 46, 48, 49, 56-58, 78, 85, 90, 91, 94-96, 98-100, 106, 107, 109, 110</p><p rend="bib_indx_index">civiltà 16, 30, 32, 48, 55, 81, 103, 116</p><p rend="bib_indx_index">clientelismo/clientele 42, 77, 81, 111</p><p rend="bib_indx_index">colonialismo 53-66, 79</p><p rend="bib_indx_index">commercio internazionale 25, 63, 64, 78</p><p rend="bib_indx_index">concorrenza 15, 18, 21, 24, 31, 36, 41-43, 47, 50, 56, 57, 72, 74, 84, 108, 111</p><p rend="bib_indx_index">Congo 45, 55, 58, 61, 90, 99</p><p rend="bib_indx_index">consumo (v. anche sottoconsumo) 13, 43, 49, 63, 71, 76, 82, 94, 96-98, 100, 106, 114, 119, 120 </p><p rend="bib_indx_index">cooperazione 31, 72, 113</p><p rend="bib_indx_index">corporativo/ismo 12, 31, 73, 74, 111, 114</p><p rend="bib_indx_index">corporazioni 19, 21, 31, 110, 111</p><p rend="bib_indx_index">corruzione 20, 24, 30, 65, 91, 92, 107, 115</p><p rend="bib_indx_index">crisi economica 12, 17, 31-33, 39-41, 48, 50-52, 67-69, 71-77, 79, 83-87, 90, 91, 93-95, 101-103, 106, 109, 111, 114, 117, 118</p><p rend="bib_indx_index">decrescita 113</p><p rend="bib_indx_index">delocalizzazione 119</p><p rend="bib_indx_index">demografia (popolazione) 19, 31, 54, 55, 58, 93-95, 97, 101, 102, 107 </p><p rend="bib_indx_index"><hi rend="CharOverride-5">digital divide </hi>77, 111</p><p rend="bib_indx_index">digitale	 (economia —) 12, 43, 72, 76, 77, 101, 107, 109, 115, 119</p><p rend="bib_indx_index">disoccupazione 39, 41, 49, 50, 52, 65, 68, 71, 75-77, 82, 83, 111, 113-115, 118, 119</p><p rend="bib_indx_index">	— nascosta 65, 82, 114</p><p rend="bib_indx_index">disuguaglianza/e 49, 68, 69, 74, 75, 77, 81, 83, 84, 86-88, 116, 118</p><p rend="bib_indx_index">domanda 16, 39, 41, 43, 49-52, 63, 67, 72, 82, 83, 89, 99, 101, 102</p><p rend="bib_indx_index">economia:</p><p rend="bib_indx_index">	— circolare 13</p><p rend="bib_indx_index">	— classica 50, 73</p><p rend="bib_indx_index">	— illegale 91, 92, 113</p><p rend="bib_indx_index">	— marxista 31, 63, 67, 73</p><p rend="bib_indx_index">	— neoclassica 35-37, 39, 86 </p><p rend="bib_indx_index">	— post-industriale 16, 70, 71, 79, 93, 102, 112, 119</p><p rend="bib_indx_index"><hi >élite </hi>12, 15, 16, 20, 24, 47-49, 63, 65, 66, 75, 89, 103, 107, 109, 110</p><p rend="bib_indx_index">emigrazione (e migranti) 44, 57, 90, 91, 101-103, 108, 109, 115, 116, 118</p><p rend="bib_indx_index"><hi rend="CharOverride-5">enclosures </hi>18, 22, 38</p><p rend="bib_indx_index">energia 68, 75, 82, 86, 95, 98, 100, 101, 106, 109, 114</p><p rend="bib_indx_index">esercito 20, 25, 43, 47, 49, 59, 60</p><p rend="bib_indx_index">Europa 12, 16-23, 26, 27, 30-33, 42, 45, 48, 49, 51-58, 61, 68-70, 75, 78, 81, 82, 84, 86, 88-92, 94, 96, 97, 101-103, 106-110, 112, 114, 115, 117</p><p rend="bib_indx_index">feudalesimo (e classe feudale) 16-22, 25, 30, 31, 37, 55</p><p rend="bib_indx_index">Fiandre (e fiamminghi) 19, 21, 22</p><p rend="bib_indx_index">finanza/rio (v. speculazione finanziaria)</p><p rend="bib_indx_index">fiscale (v. anche tassazione) 19, 72, 74, 83, 88, 91, 109, 113 </p><p rend="bib_indx_index">Francia (e francesi) 21, 25-27, 34, 36, 39, 44, 48, 54, 57-59, 74, 75, 86, 110</p><p rend="bib_indx_index">genocidi 12, 53, 58, 60-62, 99</p><p rend="bib_indx_index">Germania 16, 18, 25, 26, 39, 70, 75, 86, 90, 91, 101, 106 </p><p rend="bib_indx_index">Giappone 17, 27, 39, 57, 58, 68, 81, 96, 98, 101</p><p rend="bib_indx_index">globalizzazione 43, 72, 76, 78, 79, 118</p><p rend="bib_indx_index"><hi rend="CharOverride-5">Green New Deal </hi>78, 113, 114</p><p rend="bib_indx_index">illuminismo 24, 30, 34, 35, 44, 46, 54, 108, 110</p><p rend="bib_indx_index">impersonali (rapporti —) 15, 30, 48, 81, 91, 108</p><p rend="bib_indx_index">imprenditori/imprese 17, 19, 22, 25, 30, 31, 35-44, 46, 47, 53, 57, 63, 64, 66, 68, 70, 73-77, 79, 82-85, 87, 89, 91, 95, 102, 103, 108, 111, 113-115, 117, 119</p><p rend="bib_indx_index">India 17, 18, 26, 27, 33, 46, 48, 54, 56-62, 78, 90, 94-96, 98, 103, 106, 107, 113</p><p rend="bib_indx_index">industrializzazione 18-20, 22, 27, 30, 31, 38, 39, 42, 44-46, 48-51, 57, 58, 64, 65, 68-71, 76, 77, 79, 82, 90, 93-96, 98, 101, 102, 112, 114, 115, 119</p><p rend="bib_indx_index">Inghilterra (e Gran Bretagna, Regno Unito, inglesi) 17-19, 22, 25-27, 31, 37-39, 44, 46-48, 54-59, 62, 74, 75, 78, 82, 86, 95, 96, 101</p><p rend="bib_indx_index">innovazione 40-42</p><p rend="bib_indx_index">inquinamento 91, 93-96, 99</p><p rend="bib_indx_index">interesse (monetario) 20, 23, 85</p><p rend="bib_indx_index">interesse particolare (<hi rend="CharOverride-5">self-interest</hi>) 11-13, 33-35, 48, 68, 74, 87, 92, 109, 111</p><p rend="bib_indx_index">interesse pubblico (o generale) 12, 13, 33, 35, 36-38, 68, 77, 92, 101, 111-112</p><p rend="bib_indx_index">investimento 11, 18, 21, 41, 42, 47, 63, 112, 119</p><p rend="bib_indx_index">istruzione (e formazione, training) 13, 38, 46, 47, 68, 73, 74, 84, 89, 102, 107, 112, 113, 115, 116, 119</p><p rend="bib_indx_index">Italia 26, 27, 30, 33, 39, 54, 55, 74, 86, 90</p><p rend="bib_indx_index">Italia del Sud 17, 18, 21, 25, 103</p><p rend="bib_indx_index">Keynes, John Mainard 13, 37, 39, 40, 51, 67, 68, 70, 71, 74</p><p rend="bib_indx_index">keynesiani 37, 68, 74, 75, 111</p><p rend="bib_indx_index"><hi rend="CharOverride-5">land-grabbing</hi> 85, 92, 118</p><p rend="bib_indx_index">latifondisti  (v. agrari)</p><p rend="bib_indx_index">latifondo 16-19</p><p rend="bib_indx_index">lavoro 39, 45-50, 54, 64, 68, 70, 71, 78, 82, 83, 102, 109, 111, 113-119</p><p rend="bib_indx_index">	conflitto col capitale 31</p><p rend="bib_indx_index">	dignità del — 23</p><p rend="bib_indx_index">	divisione del — 24, 63, 65, 77</p><p rend="bib_indx_index">	— femminile 87, 106</p><p rend="bib_indx_index">	— forzato 37, 38, 54-56, 59, 62, 75, 90, 105</p><p rend="bib_indx_index">	— immateriale 107</p><p rend="bib_indx_index">	— libero 15, 18, 21, 81, 89</p><p rend="bib_indx_index">	— precario 82, 95, 103</p><p rend="bib_indx_index">	produttività del — 42, 44, 47, 76 </p><p rend="bib_indx_index">Malthus/malthusiano 26, 27, 29, 50, 70, 95</p><p rend="bib_indx_index">manifattura 16, 18, 22, 37, 38, 45, 48, 106, 109, 114, 119</p><p rend="bib_indx_index">Marx, Karl 13, 15, 22, 31, 32, 36, 46, 49, 51, 53, 63, 64, 67, 73, 84, 112</p><p rend="bib_indx_index">Medioevo 12, 21-23, 25, 29, 31, 33, 41</p><p rend="bib_indx_index">Medio Oriente 18, 22, 49, 99, 101, 103</p><p rend="bib_indx_index">mercantilismo/sti 35, 42, 65</p><p rend="bib_indx_index">mercanti 19, 20, 22, 23, 25, 30, 31, 34, 35, 37, 42, 43, 47, 49, 54</p><p rend="bib_indx_index">mercato 35-37, 39-41, 43, 44, 49-51, 63, 68, 72, 74, 78, 79, 83-85, 91, 97, 102, 106, 109, 119</p><p rend="bib_indx_index">merito 18, 24, 48, 69, 74, 81, 83, 86, 91, 101, 108, 111</p><p rend="bib_indx_index">Mill, John Stuart 13, 51, 71, </p><p rend="bib_indx_index">neo-colonialismo 8, 65, 79</p><p rend="bib_indx_index">neoliberismo 12, 29, 35, 37, 40, 74-76, 110-112, 117, 120</p><p rend="bib_indx_index">occupazione 39, 69, 74, 78, 109, 112, 115</p><p rend="bib_indx_index">Olanda 25-27, 38, 39, 44, 54, 57, 96</p><p rend="bib_indx_index">paesi:</p><p rend="bib_indx_index">	— emergenti 77, 79, 82, 118-120</p><p rend="bib_indx_index"> 	— occidentali (o ricchi o sviluppati) 37, 45, 46, 48, 52, 53, 64, 66, 68, 69, 72, 75, 76, 78, 82, 86, 89-92, 98, 101, 106, 107, 111, 115 </p><p rend="bib_indx_index">	— poveri 12, 17, 56, 64, 65, 78, 81, 83, 87-89, 95, 96, 98, 100-103, 105-107, 109, 111, 113, 116</p><p rend="bib_indx_index">pauperismo 30</p><p rend="bib_indx_index">parassitario/tismo 25, 29, 44, 49, 66, 72, 89, 108, 116</p><p rend="bib_indx_index">pesticidi (e fertilizzanti) 96, 114</p><p rend="bib_indx_index">plastica 96-98, 114</p><p rend="bib_indx_index">plutocrazia 86, 87</p><p rend="bib_indx_index">popolazione (v. demografia)</p><p rend="bib_indx_index">Portogallo 17, 18, 25, 26, 42, 44, 49, 54-57</p><p rend="bib_indx_index">povertà (o impoverimento) 12, 15-18, 21, 23, 25, 29, 30, 34, 35, 37, 38, 45, 48, 67, 68, 75, 76, 79, 82-84, 87-89, 93-95, 99, 103, 105, 106, 108, 109, 111, 119</p><p rend="bib_indx_index">privilegi 12, 18, 21, 24, 25, 47, 49, 81, 102, 111, 118</p><p rend="bib_indx_index">produttività 11, 15, 24, 42, 44-47, 49-51, 64, 69-73, 75, 76, 82, 102, 109, 112</p><p rend="bib_indx_index">produzione 11-13, 15-17, 19, 21, 22, 30, 38, 41, 42, 45-48, 50, 51, 54, 56, 63, 64, 70, 71, 73, 76-79, 84-86, 89, 93, 94, 96-102, 107, 109, 112-114, 119, 120</p><p rend="bib_indx_index">profitto 11, 12, 15, 16, 18, 30, 32, 33, 36, 41, 42, 44, 45, 48, 64, 72, 73, 86, 89, 91, 93, 101, 112, 113, 119, 120</p><p rend="bib_indx_index">progresso umano (o economico) 11, 15, 17, 19, 21, 23-27, 32, 34, 35, 70, 94, 118, 119 </p><p rend="bib_indx_index">progresso tecnico 41, 43, 46, 49-51, 76, 77, 82, 95</p><p rend="bib_indx_index">proprietari terrieri (v. agrari)</p><p rend="bib_indx_index">rendita (v. anche parassitismo) 15, 16, 18, 20, 24-26, 44, 47-49, 72, 76, 84 </p><p rend="bib_indx_index">ricchezza 11, 13, 15, 16, 20, 21, 23, 24, 26, 27, 29, 30, 32, 34, 37, 41, 43, 47, 49, 53, 68, 69, 73, 75-77, 81, 84, 86-88, 92, 106, 107, 111, 112, 117-120</p><p rend="bib_indx_index">Ricardo, David 50, 63, 70, 71, 129</p><p rend="bib_indx_index">riscaldamento globale 6, 93, 98-100, 109, 113</p><p rend="bib_indx_index">salari (e salariati) 17, 19, 22, 30, 31, 35, 39, 42, 44-46, 49-52, 57, 63-65, 67-69, 72, 73, 75, 79, 82, 84, 87, 89, 109, 110, 112</p><p rend="bib_indx_index">saturazione del mercato  49-51, 71-74, 76, 78, 79, 82, 84, 85</p><p rend="bib_indx_index">Say, Jean-Baptiste (e legge di Say) 50, 51, 70, 71</p><p rend="bib_indx_index">scambio 21, 24, 30, 35, 44, 63, 78</p><p rend="bib_indx_index">schiavitù 16, 17, 20, 22, 32, 33, 42, 44, 45, 54-56, 59, 60, 70, 75, 82, 89-91, 94, 112 </p><p rend="bib_indx_index">Schumpeter, Joseph 37, 84</p><p rend="bib_indx_index">sfruttamento 11, 30, 32, 55-57, 63-65, 72, 89, 94, 108</p><p rend="bib_indx_index">sistemi economico-sociali 12, 81, 91</p><p rend="bib_indx_index">	capitalista 16, 22, 41, 81</p><p rend="bib_indx_index">	pre-capitalisti 15, 18, 55</p><p rend="bib_indx_index">	socialista 11</p><p rend="bib_indx_index">Smith, Adam 18, 21, 24, 29, 30, 34, 35, 45-47, 63, 70, 74, 109, 113</p><p rend="bib_indx_index">sottoconsumo 5, 39, 49-51, 67, 70, 72</p><p rend="bib_indx_index">sottosviluppo 66</p><p rend="bib_indx_index">speculazione finanziaria (e immobiliare) 52, 84-86, 103</p><p rend="bib_indx_index">Spagna 17, 18, 20-22, 25, 26, 32, 33, 38, 44, 49, 54-57, 61, 65</p><p rend="bib_indx_index">stato 12, 19, 20, 25, 30, 35, 37-40, 49, 55, 57, 59, 60, 68, 70, 72, 83, 85, 88, 109-111, 113, 114 </p><p rend="bib_indx_index">stato stazionario 13, 71</p><p rend="bib_indx_index">sviluppo economico 12, 16, 18, 19, 21, 25, 26, 33, 37- 40, 43, 45, 46, 52, 54, 64, 68, 69, 72, 74, 75, 77-79, 82, 87, 93, 95, 102, 103, 105-113, 115-117, 119</p><p rend="bib_indx_index">tassazione (progressiva o regressiva) 74, 88, 109, 114</p><p rend="bib_indx_index">USA 26, 27, 32, 36, 37, 39, 52, 54, 56, 57, 59, 62, 63, 66, 68, 69, 75, 83, 85-88, 90, 91, 96, 98-101, 106, 107, 115</p><p rend="bib_indx_index">Weber, Max 16, 18, 19, 21, 34, 89</p><p rend="bib_indx_index"><hi rend="CharOverride-5">welfare state </hi>12, 31, 40, 42, 46, 66-77, 79, 82-84, 93, 103, 108, 109, 111, 115</p><p rend="editorial_metadata_book">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Cosimo Perrotta, <hi rend="CharOverride-1">Il capitalismo è ancora progressivo?</hi>, © 2020 Author(s), content <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0 International</ref>, metadata <ref target="https://creativecommons.org/publicdomain/zero/1.0/legalcode">CC0 1.0 Universal</ref>, published by Firenze University Press (www.fupress.com), ISSN 2704-5919 (online), ISBN 978-88-5518-208-9 (PDF), DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-208-9">10.36253/978-88-5518-208-9</ref></p><p rend="layout_masterChapterTitle">Indice analitico e dei nomi</p>

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