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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
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        <date when="2020">2020</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-160-0.01</idno>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-160-0.01<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-160-0.01" /></p>

<p rend="h1_chapter"><hi rend="layoutTitleDX">Introduzione</hi></p><p rend="h1_author">Michela Nacci</p><p rend="text">La teoria dei caratteri nazionali vede in ogni nazione un individuo. L’individuo è dotato di un corpo, un volto, una personalità. Lo stesso vale per le nazioni: ogni nazione ha un corpo (il suo territorio), un volto (la sua fisionomia), una personalità: un carattere buono o cattivo, dolce o inflessibile, molle o temprato, rinunciatario o affermativo, ozioso o solerte, femminile o maschile. L’Irlanda è oziosa, l’America (quella visitata da Tocqueville) dedita al lavoro in modo frenetico; l’Italia è femminile, l’Inghilterra maschile. Se l’individuo si riconosce dalla sua fisionomia, la nazione si riconosce dal suo carattere. Ogni nazione esprime un principio: ne esprime uno solo, diverso da quello di ogni altra. Così, ogni nazione è talmente originale da essere unica. L’avvenire (o la storia universale) provvederanno ad armonizzare (in alcune visioni perfino ad amalgamare) fra loro i caratteri. Ma questo concerne un futuro indefinito e non rappresenta molto più di una speranza: nel presente, le nazioni sono omogenee al loro interno e differenti l’una dall’altra. </p><p rend="text">Come ognuno sa bene, basta varcare il confine e tutto cambia: la lingua, talvolta la razza (o l’etnia), in alcuni casi la religione, sempre la storia, tanto che il racconto degli eventi passati vissuto come Greci o Turchi, Francesi o Tedeschi, può risultare notevolmente diverso (e a volte opposto) da una versione all’altra. Nell’attraversare il confine, a modificarsi può essere la geografia: la natura del suolo, la presenza di mari interni o esterni, di catene montuose o di uniforme pianura, la quantità e la distribuzione delle acque. Può variare il clima: non solo la temperatura, ma l’umidità dell’aria, la sua composizione e la sua purezza, la direzione dei venti. In base a tutti questi elementi, un paese è fertile e l’altro arido, uno lussureggiante e l’altro desertico. La religione in molti casi non è la stessa, anche in nazioni confinanti e talvolta addirittura nella stessa nazione, così come può accadere del resto con la lingua e la razza (o etnia): la nazione sarà dotata allora di un carattere ‘misto’, che da sempre (o da un tempo sufficientemente lungo per consolidare il tratto) conosce al suo interno quella differenza, quella convivenza o quel conflitto. Da una nazione all’altra possono variare le istituzioni: quale la meraviglia degli Europei che vivevano in società di <hi rend="CharOverride-1">ancien régime</hi> con governi monarchici nell’osservare l’America, nata democratica e repubblicana! </p><p rend="text">Può mutare quell’elemento più informale di tutti che è rappresentato dal modo di vivere: i costumi. Sembra un fattore meno pesante degli altri, dal momento che non è codificato: e, dopo tutto, che importanza può avere portare il cibo alla bocca con le posate piuttosto che raccoglierlo direttamente dal piatto comune avvolgendolo con le dita in una striscia di pasta? La scrittrice Frances Trollope, in viaggio negli Stati Uniti negli anni Trenta dell’Ottocento, giudica gli Americani dal modo in cui siedono a tavola: infilzano il cibo con il coltello, si lanciano sulle vivande facendo a gara l’uno con l’altro, come temendo che non siano sufficienti, divorano in fretta senza fare conversazione. Il verdetto è presto emesso: cattive maniere uguale pessima civiltà, dunque carattere grossolano. Sono proprio i costumi a rivelarsi lo scoglio più difficile da superare quando si affronta un paese diverso dal nostro: il forte aroma del curry, che agli Indiani (e ormai a parte del pianeta globalizzato) appare così appetitoso può risultare ripugnante a chi sia nato e vissuto altrove. Allo stesso modo, il capo coperto o scoperto, l’abito maschile costituito dai pantaloni o da una tunica lunga fino ai piedi possono alzare steccati invalicabili. I costumi hanno a che fare con quanto c’<hi >è di più quotidiano e personale (la famiglia, l</hi>’educazione, i costumi sessuali, il ruolo attribuito al genere maschile e femminile, gli odori e i sapori), e proprio per questo colpiscono in modo così forte: quando va bene, suscitano curiosità e attrazione, quando va male urtano gusto e sensibilità. In ogni caso, stabiliscono una differenza: non si è a casa propria non solo quando nel luogo in cui ci si trova si parla una lingua incomprensibile, non solo quando la pelle di chi cammina per la strada è più chiara o più scura della nostra, non solo quando ci si rivolge alla divinità in un modo che per noi non è collegato con l’atto del pregare, non solo quando le leggi hanno con la religione un rapporto più forte o più debole rispetto a quello che storicamente caratterizza le nostre leggi, ma anche, forse soprattutto, quando si percepisce che la maniera in cui i locali compiono i gesti più semplici ci risulta strana ed estranea. È allora che ci sentiamo in un paese straniero.</p><p rend="text">Quello che più importa è che gli elementi fin qui ricordati, dal muro della lingua alla (apparente) insignificanza del burro al posto dell’olio per cucinare, coincidono esattamente con i fattori che, nella teoria dei caratteri nazionali, danno luogo al carattere di una nazione. Infatti, che cosa fa sì che una certa nazione sia dotata di un certo carattere? Quali fattori hanno reso i Francesi socievoli e gli Inglesi tenaci, i Tedeschi semplici e i Greci imbroglioni? Della maniera in cui un carattere prende forma non esiste una sola versione: la teoria dei caratteri nazionali è univoca quanto al contenuto e agli elementi utilizzati per spiegare (lingua, natura, razza, storia, religione, istituzioni e costumi, scegliendone alcuni a preferenza di altri oppure impiegandoli tutti), ma non lo è quanto al modo della spiegazione. I suoi autori, dall’antichità in avanti, hanno risposto che le cause del carattere sono fisiche oppure morali, oppure entrambe le cose, magari in successione a seconda delle diverse epoche e società: antiche o moderne, arretrate o sviluppate, orientali o occidentali. Per qualcuno la causa è il clima (sia per l’influenza che esercita sia per la reazione che provoca): Inglesi laboriosi a causa del clima freddo e umido, Italiani indolenti a causa del clima soleggiato. Per qualcun altro è la storia passata che ha creato una tradizione comune: Francesi perfettamente fusi tra loro a causa della presenza precoce di uno stato centralizzato oppure, al contrario, Italiani divisi fra Nord e Sud a causa di una unificazione mai realizzata fino in fondo. La ragione può essere ritrovata nella religione: Americani individualisti e alla ricerca del successo terreno a causa dei Padri Pellegrini, Spagnoli passivi a causa del cattolicesimo. Per altri ancora, sono le istituzioni a modellare il comportamento dei cittadini; non è a causa del carattere nazionale, ma a causa della dominazione da parte degli Inglesi che gli Irlandesi sono come sono: pigri, ubriaconi e violenti. </p><p rend="text">La teoria prende avvio nel mondo antico, giunge all’epoca moderna e vi acquisisce un posto consolidato, esplode nell’età dell’Illuminismo e dilaga per tutto l’Ottocento, si trasforma in psicologia dei popoli tra fine secolo e i primi anni del Novecento, precede e prepara la Prima guerra mondiale, guerra di nazionalità. Nazionalità rocciose e a tutto tondo, perfettamente omologate all’interno e del tutto diverse all’esterno (ossia rispetto alle altre): veri e propri individui storici, come per Hegel. Nazioni-individui che, come osserva Emilio Mazza nel saggio qui raccolto, nel Settecento sono quasi un luogo comune. Nazioni-individui collettivi come per Michelet, oggetto dell’ultimo dei contributi che formano il volume. In <hi rend="CharOverride-1">Le </hi><hi rend="CharOverride-1">peuple </hi>(1846) Michelet afferma che non solo le nazionalità non si stanno cancellando affatto: ogni giorno di più divengono vere e proprie persone. E in questo consiste per lui il progresso naturale della vita. Oppure, invece, abbiamo nazionalità a cui la storia del paese, il tipo di governo, la composizione della società, insieme agli altri elementi, hanno dato luogo: stabili nelle proprie caratteristiche per lunghi periodi di tempo, ma non eterne; create dai fattori che abbiamo visto in modalità che possono essere ricostruite, e non incarnazioni di un genio che proviene dal mondo dello spirito. Sono i caratteri di Hume, di Montesquieu (per le nazioni sviluppate), di Tocqueville, di Mill. Caratteri meno rigidi e certamente non essenzialisti, ma che si sono formati, solidificati e generano comunque degli effetti. </p><p rend="text">Al primo tipo appartiene il carattere nazionale descritto da Gottlieb Fichte in <hi rend="CharOverride-1">Discorsi alla nazione tedesca</hi> (1808): il me (la Germania) si definisce sulla base del non-me (l’estero: in questo caso la Francia). Nell’opera <hi rend="CharOverride-1">Considerazioni di un impolitico</hi> (1918), scritta durante gli anni di guerra, Thomas Mann ne offre una versione esemplare per quanto riguarda Francesi e Tedeschi: i Francesi sono ragione, chiacchiera, salotto, civiltà (civilizzazione), buone maniere; i Tedeschi sono cultura, spirito, musica, filosofia, profondità abissali. Mann definisce due personalità, due modi di essere, di vivere, di pensare. Insomma, due caratteri. Del secondo tipo, invece, è il carattere nazionale di Tocqueville. <hi rend="CharOverride-1">La démocratie en Amérique </hi>(1835, 1840) può essere letto dall’inizio alla fine come una lunga e tormentata riflessione sull’idea di carattere nazionale diretta su due obiettivi connessi ma distinti: il primo lo studio di un carattere nazionale specifico (quello americano, ma anche, in modo non troppo nascosto, il carattere nazionale dell’Inghilterra e della Francia) al fine di darne una descrizione, il secondo l’analisi della possibilità di utilizzare il carattere nazionale per classificare un paese al fine di rivelarne la validità o il difetto come strumento di ricerca. Tocqueville conclude con una risposta positiva a entrambe le domande: è vero che le nazioni, l’America, l’Inghilterra, la Francia (ma sullo sfondo si intravedono anche l’Irlanda, l’Italia, il Canada) hanno un carattere, un aspetto unitario che colpisce il visitatore che giunga dall’estero (è il senso di stranezza-estraneità di cui parlavamo all’inizio). Ed è vero che chiedersi perché gli Americani o gli Inglesi sembrano assomigliarsi tutti fra loro non è una domanda insensata: anzi, chiedersi perché sembra che siano stati modellati da uno stesso stampo è utile dal punto di vista conoscitivo. Ma, continua Tocqueville, se questo è vero, allora lo studioso ha bisogno di avere a disposizione un carattere che non sia determinista. Nella concezione determinista al carattere non si può sfuggire: esso determina il comportamento degli abitanti, l’aspetto della società, il funzionamento delle istituzioni. Qui la storia del paese è effetto del suo carattere, e si presenta come destino. Nella concezione non determinista una somiglianza fra gli abitanti si è formata nel tempo, ma non per uno ‘spirito del popolo’, un’‘anima nazionale’, un principio che si è incarnato in quella terra ispirandone ogni aspetto: la storia di quel paese può mutare, la società può trasformarsi, così come le sue istituzioni. Solo utilizzando questo secondo tipo di carattere Tocqueville pensa che sia possibile considerare l’omogeneità della nazione come fatto da riconoscere e come problema su cui interrogarsi e, insieme, salvare la libertà dei singoli individui e della nazione nel suo complesso.</p><p rend="text">Entrambi i tipi di carattere trovano il proprio riferimento nella teoria dei caratteri nazionali: quella serie di definizioni della nazione e del suo volto, degli elementi che lo compongono, che inizia con Ippocrate e Aristotele e prosegue in epoca moderna e contemporanea, sempre accumulando conferme e smentite, proseguimenti e variazioni, adesioni e distacchi, sempre giocando con gli elementi che abbiamo indicato, aggiungendo talvolta un termine nuovo ai termini antichi, cumulando descrizioni aggiornate con le descrizioni esistenti, definizioni mutate alle definizioni acquisite, sommando stereotipi nuovi agli stereotipi tradizionali. Già, stereotipi: è sulla loro presenza e circolazione che si basano i caratteri, dai Piemontesi falsi e cortesi (stavolta attingiamo ai caratteri regionali) ai Sardi chiusi e quasi ostili, dai Liguri avari ai Napoletani espansivi ma incostanti. </p><p rend="text">Riconoscere la presenza dello stereotipo e la funzione del pregiudizio non diminuisce l’importanza che il carattere nazionale riveste e le domande che suscita: che cosa tiene insieme quelle enormi società che sono le nazioni? Che cosa unifica e omogeneizza aspetto, opinioni e comportamenti? Che cosa fa sì che individui diversi l’uno dall’altro si riconoscano come cittadini di una stessa nazione (specie quando si incontrano in terra straniera)? L’aria di famiglia che gli altri vedono in noi esiste davvero o esiste solo nel loro sguardo? Tutte questioni che non possono essere liquidate in modo sbrigativo. Il carattere è, fin dall’Antichità, sia strumento di conoscenza dei paesi che non sono il nostro sia mezzo per valutare la nazione alla quale apparteniamo e le altre. <hi >È</hi> stato, e rimane, un potente arnese utile a formare gerarchie: la mia nazione in testa, le altre che seguono con gradi discendenti di importanza. Il vittimismo secondo il quale la mia nazione è peggiore di tutte le altre non ne rappresenta che la forma rovesciata, ed è compensata spesso dalla segreta soddisfazione per una genialità e un’arte di arrangiarsi che riesce a superare ogni difetto connaturato.</p><p rend="text">Nel convegno <hi rend="CharOverride-1">Nazioni come individui. Caratteri nazionali fra passato e presente</hi> che ho organizzato al Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Firenze e all’Institut français de Florence il 25 novembre 2019, sono stati presi in esame i momenti più importanti di questa storia: la Grecia antica, con i testi ippocratici e Aristotele, a opera di Catherine Darbo, la teoria climatica di Bodin da parte di Diego Quaglioni, il capostipite della teoria in epoca moderna – Dubos – a cura di Emilio Mazza, le tesi caratterologiche di Kant (Riccardo Martinelli), due autori che descrivono il carattere della nazione italiana (Leopardi e Cuoco) nelle analisi di Gaspare Polizzi e Luca Mannori, e infine Michelet, autore di una teoria del carattere tipicamente essenzialista, nella relazione di chi scrive. </p><p rend="text">Qualunque spiegazione diamo del carattere, che crediamo nella sua esistenza oppure no, che pensiamo che sia solo un insieme di pregiudizi oppure invece che sia fondato saldamente su lingua, natura, razza, religione, storia, istituzioni o costumi, certo è che non ce ne libereremo in modo semplice. A favore o contro di noi, il carattere viene ancora utilizzato non solo nei discorsi da bar, quasi sfuggisse al controllo che normalmente cerchiamo di applicare a questa come ad altre nozioni ritenute politicamente scorrette. Le discussioni internazionali legate alla crisi da pandemia sanitaria, ad esempio, non hanno mancato di far ricorso ai caratteri: si è sentito dire, in questa occasione, che il carattere dei paesi del Nord (laborioso e oculato) non assomiglia affatto a quello dei paesi Latini (sfaticato e spendaccione). Definizioni inedite? Tutt’altro: definizioni presenti nella teoria dei caratteri nazionali da secoli e adattate, come sempre si fa con i caratteri, alle circostanze del momento. </p><p rend="text">Ringrazio Simone Neri Serneri per aver presieduto una delle sessioni dei lavori, Fulvio Conti per la stessa ragione e per aver voluto accogliere questo volume nella collana che dirige.</p>

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