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        <title type="main" level="a">Da Verri a Cuoco. Il dibattito sul carattere degli Italiani tra Sette e Ottocento</title>
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            <forename>Luca</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Nazioni come individui</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-160-0</idno>) by </resp>
          <name>Michela Nacci</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2020">2020</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-160-0.06</idno>
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        <p>Even today, Italians tend to adopt a double imagine of their national character, played on the contrast between an evolved and conscious minority (‘us’) and a backward and typically pre-modern majority (‘them’).  As Giulio Bollati has shown better than any other in a famous essay, this self-representation draws its origins first of all from the period between the late Enlightenment and the early Napoleonic age, in which for the first time the Peninsula was called to deal with the models imposed by the great European modernization. The paper aims to reconstruct the process that led some of the most prominent political thinkers of this years (Baretti, Verri, Gioia, Botta, Cuoco) to adopt the image mentioned above - and this privileging the approach of the constitutional history.</p>
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            <item>National characters</item>
            <item>Italian identity</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-160-0.06<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-160-0.06" /></p>

<p rend="h1_chapter" >Da Verri a Cuoco. Il dibattito sul carattere degli Italiani tra Sette e Ottocento</p><p rend="h1_author" >Luca Mannori</p><p rend="h1_indexAbstract" ><hi rend="bold CharOverride-1">sommario</hi>: 1. Origini di un dibattito. – 2. Nel Triennio ‘giacobino’. – 3. Dopo il ’99.</p><p rend="text" >Tanto la storiografia quanto la nostra stessa, quotidiana esperienza ci attestano come tutto quanto il discorso sul ‘carattere nazionale’ italiano, dal Risorgimento ad oggi, si risolva in gran parte in un discorso sui “vizi” degli Italiani: cioè in una denuncia sistematica di tutte quelle insufficienze, manchevolezze o ‘anomalie’ che ne hanno da sempre marcato il profilo rispetto a quello di un popolo propriamente ‘moderno’. Imbelli, oziosi, o effeminati, come essi venivano descritti nel corso dell’Ottocento; cinici, trasformisti, furbi o mammoni, come tendono a presentarceli più recenti stereotipi, gli Italiani troverebbero lo specifico della loro identità in uno scarto negativo rispetto a quel medio standard di civiltà e di consapevolezza civica che accomunerebbe invece la più parte dei popoli collocati nel quadrante nord-occidentale del globo<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-045">1</ref></hi></hi>. Avendo poca dimestichezza con la sociologia comparata, non saprei dire fino a che punto questo tipo di caratterizzazione rappresenti un unicum o non faccia parte di una più o meno numerosa classe di esperienze similari. Resta il fatto che nel caso italiano un tale cliché si è rivelato non solo sorprendentemente tenace, ma anche foriero di una inevitabile dissociazione sul piano dell’autorappresentazione della identità nazionale. A formare e ad alimentare infatti, di decennio in decennio e di secolo in secolo, questo discorso sulla incompiutezza degli Italiani, sono stati dei concittadini di questi ultimi; i quali, proprio, nell’atto di ergersi ad analisti e fustigatori dei vizi nazionali, si chiamano fuori da quel tipo di italianità di cui denunciano limiti e mende, assumendo così la posizione di soggetti inclusi sì nella nazione, ma al tempo stesso programmaticamente isolati al suo interno, in quanto indisponibili a riconoscersi in tutti quei tratti deteriori che, a loro giudizio, avrebbero fatto dell’Italia uno spazio ‘anomalo’. L’opposizione tra arcitaliani e antitaliani, tra italianità e italianitudine, tra un’Italia ‘europea’ eternamente in cerca di se stessa ed una effettiva cronicamente al di sotto delle aspettative dei suoi abitanti (anche se spesso ambiguamente compiaciuta dei propri vizi) – una spaccatura del genere, insomma, è divenuta il carattere distintivo di questo ‘noi difficile degli Italiani’, come lo ha definito Mario Isnenghi<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-044">2</ref></hi></hi>, da cui ancor oggi il nostro paese stenta ad affrancarsi. </p><p rend="text" >Senza insistere sui caratteri generali di questa dicotomia, in queste pagine vorrei piuttosto tornare ad interrogarmi sulle sue radici storiche remote, cercando di rintracciarle, prima ancora che nella vicenda propriamente risorgimentale, in quel passaggio da Sette a Ottocento nel corso del quale la Penisola si trovò a confrontarsi per la prima volta con la possibilità di assumere la fisionomia di una vera nazione politica. Non si tratta certo di un tentativo nuovo od originale. Già quasi cinquant’anni fa Giulio Bollati, in un saggio poi ristampato varie volte che gettò le basi della moderna storiografia sulla costruzione del carattere degli Italiani, indicò proprio in quel tornante il momento in cui la rappresentazione dualistica a cui ora mi riferivo si sarebbe imposta come un canone fondativo ed indisponibile della identità nazionale<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-043">3</ref></hi></hi>. <hi >È</hi> anche vero, però, che quel celebre saggio, mosso com’era da una fortissima motivazione civile, trovava il suo focus in una severa stigmatizzazione dei nostri primi ‘ingegneri d’italianità’, come si esprimeva l’autore, non sempre attribuendo un peso adeguato alle condizioni di contesto in cui si trovarono ad operare e che possono invece renderci più comprensibili le loro motivazioni e strategie; mentre, per altro verso, una serie di ricerche sviluppatesi negli ultimi decenni ci permettono di meglio apprezzare le radici remote del paradigma destinato ad imporsi all’altezza del tornante rivoluzionario – radici che affondano nel particolare rapporto che si stabilì tra gli intellettuali italiani e lo spazio cosmopolitico della settecentesca <hi rend="CharOverride-3">république des lettres</hi>. </p><p rend="text" >Ciò premesso, articolo di seguito il mio percorso in tre sezioni: rispettivamente dedicate al profilo del carattere degli Italiani che prende forma nel Settecento prerivoluzionario, al modo con cui se ne affrontò la rimodulazione nel corso del ‘Triennio giacobino’ ed infine all’approccio ad esso riservato da alcuni intellettuali della Penisola nel corso dei primissimi anni dell’età napoleonica. </p><p rend="h2" >1. Origini di un dibattito</p><p rend="text" >Come tappa d’avvio della nostra vicenda, si può ancora assumere, seguendo un’indicazione dello stesso Bollati, un celeberrimo passo di Giuseppe Baretti, che nel 1768, per difendere il buon nome degli Italiani dalle accuse di uno dei loro tanti critici stranieri di quegli anni – il chirurgo inglese Samuel Sharp –, li presentava nel modo seguente: </p><p rend="quotation_a" >I popoli delle diverse province italiane non si rassomigliano: c’è una differenza notabilissima tra quelli di Napoli e quelli di Bologna, tra quelli di Roma e quelli di Venezia, tra quelli d’Ancona o di Firenze e quelli di Milano, di Torino e di Genova: ma si può dire che sono tutti rispettosi, civili, affabili, e naturalmente inclinevoli all’amicizia ed alla benevolenza […]. Trattateli con dolcezza e chiamateli spesso per nome e potete essere certi del loro sincero attaccamento […]. Essi, parlo sempre del popolo, sono creduli perché sono ignoranti; e l’ignoranza regna fra essi a tal punto che è raro che sappiano leggere e scrivere; hanno nel loro carattere molta allegria e giovialità, il che è incompatibile con quella pretesa crudeltà che loro rimproverano alcuni viaggiatori. Hanno anche molto trasporto per cantare, suonare qualche strumento e ballare […]. Naturalmente docili al giogo che loro impone il governo, soffrirebbero le più dure esazioni senza pensare a far tumulto; credo non vi sia in Europa nazione più sommessa, più pronta ad obbedire e più soggetta a suoi padroni; come prova, per esempio il fatto che nei teatri veneziani, dove i nobili hanno l’usanza di sputare dai palchetti nella platea, il popolo tollera con molta pazienza tale insulto; e ciò che più reca sorpresa è ch’esso ama coloro che lo trattano in modo villano; se qualcuno sente sul volto o sulle mani gli effetti di questi oltraggi, non monta sulle furie, ma se ne vendica facendo qualche breve e arguta esclamazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-042">4</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Ciò che ha determinato la fortuna storiografica di questa pagina, prima ancora che il suo contenuto, è il fatto che il suo autore, pur trovandosi qui impegnato a riscattare l’onore del proprio paese e dei suoi abitanti dagli stereotipi negativi messi in circolo da un viaggiatore d’oltralpe, evoca gli Italiani usando la terza persona. Gli Italiani sono gli ‘altri’; un popolo elementare e bonario, presentato sì in una luce favorevole dal locutore, ma col quale quest’ultimo non pensa minimamente di confondersi. Il suo angolo prospettico è in realtà molto più vicino a quello del gentiluomo inglese col quale sta polemizzando in questo momento che a quello dei suoi conterranei, sui quali il suo sguardo si posa con lo stesso, quasi etnografico distacco di un qualsiasi osservatore straniero. Al di là delle circostanze specifiche che stanno dietro alla produzione di questo testo (pubblicato per la prima volta in inglese e in Inghilterra, dove Baretti in questa fase risiede) e che concorrono certamente a spiegare l’accentuato senso di distacco dell’autore nei confronti dei propri connazionali, non c’è dubbio che esso testimoni in maniera del tutto fededegna l’atteggiamento che un po’ tutte le élites intellettuali del nostro paese intrattengono a questa altezza con la sfera della italianità. Ancora sospese tra una identità local-regionale da un lato ed una decisamente cosmopolitica dall’altro, quelle élite si sono scoperte italiane nel corso del Settecento quasi malgrado loro stesse, proprio grazie allo sguardo critico di una repubblica letteraria europea che già a partire dalla fine del secolo precedente ha cominciato a percepire e a descrivere l’Italia come uno spazio irrimediabilmente marginale rispetto al cuore pulsante della nuova civiltà occidentale<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-041">5</ref></hi></hi>. A definire forse per la prima volta il nostro paese in base ad un preciso denominatore comune, al di là del variegato pulviscolo di piccole patrie di cui esso è contessuto, è ora un carattere negativo: il suo presentarsi, cioè, come il luogo di un ritardo, di una stagnazione, di una ‘decadenza’ che ne marca indelebilmente i confini rispetto ad un settentrione europeo che ormai sente di maturare la propria esperienza nell’ambito di un tempo cumulativo e carico di promesse<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-040">6</ref></hi></hi>. Nessuna sorpresa, quindi, che i letterati della penisola, proprio in quanto ben decisi a non perdere il contatto con una cosmopoli occidentale di cui continuano a considerarsi parte integrante, non possano sentirsi gran che attratti da una identità italiana presentata sotto colori così opachi. Impegnati in prima linea, certo, già a partire dall’età muratoriana, a rimontare il divario che separa il loro paese dalla parte più avanzata dell’Occidente, questi personaggi combattono però la loro battaglia sull’unico terreno che è loro congeniale – quello della difesa della lingua, del ‘buon gusto’ letterario, o tutt’al più, come si comincia a dire a metà del secolo, del ‘progresso delle scienze e delle arti’. Proprio a questo patriottismo delle lettere, tutto proteso a restituire all’Italia quella eccellenza artistico-letteraria che fino alla metà del Cinquecento ne ha fatto il paese-guida dell’Europa, è dedicato quasi tutto il <hi rend="CharOverride-3">pamphlet</hi> di Baretti: il cui obbiettivo consiste nel dimostrare agli intellettuali d’oltre Manica come il nostro paese, contrariamente all’immagine che se ne spaccia all’estero, sia in realtà una vasta fucina culturale, in cui uomini provenienti dalle regioni più diverse e che niente hanno da guadagnare, sul piano personale, dal loro comune impegno per la rinascita culturale del paese, appaiono accomunati in una sorta di grande crociata volta a riscattare l’onore della loro nazione. </p><p rend="text" >Appena fuori, però, dal perimetro di questo italianismo erudito, la Penisola torna a presentarsi a questi suoi osservatori come un paese lontano. Frammentata nelle sue cento città e nei suoi mille dialetti (<hi >«</hi>le nazioni, distinte da diversi nomi, non differiscono meno l’una dall’altra dei popoli conosciuti sotto il nome comune d’Italiani<hi >»</hi>, notava ancora Baretti<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-039">7</ref></hi></hi>), essa viene percepita inevitabilmente dagli uomini di cultura attraverso lo stesso occhiale critico dei viaggiatori del <hi rend="CharOverride-3">grand tour</hi>: un paese di arcadi e di castrati, arretrato, grossolano, pigro e superstizioso, identificato tutt’al più in base alla necessità di essere sottoposto ad una radicale ‘riforma’ (<hi rend="CharOverride-3">Di una riforma d’Italia</hi>, s’intitola una delle opere più rappresentative del pensiero illuminista degli anni Sessanta, a firma del trentino Carlo Antonio Pilati<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-038">8</ref></hi></hi>), ma col quale ha davvero poco senso pensare d’identificarsi. </p><p rend="text" >Questo stato di cose, d’altra parte, sostanzialmente stazionario fin verso l’inizio degli anni Ottanta, già prima dell’inizio dello scoppio della Rivoluzione comincia ad accusare importanti segni di cambiamento: come ci testimonia la biografia intima del milanese Pietro Verri, che qui propongo, affidandomi anzitutto al grande scavo di Carlo Capra<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-037">9</ref></hi></hi>, come caso rappresentativo di un comune percorso lungo il quale si incamminerà negli anni seguenti buona parte delle<hi rend="CharOverride-3"> gens</hi><hi rend="CharOverride-4"> </hi><hi rend="CharOverride-3">de lettres</hi> del nostro paese. </p><p rend="text" >Per la maggior parte della sua esperienza intellettuale, Verri ostenta un atteggiamento di marcato distacco nei confronti della dimensione della ‘italianità’. Ben poco presenti nella sua abbondantissima produzione, tanto epistolare che a stampa, gli Italiani vi si affacciano quasi esclusivamente per registrare la scarsa empatia che essi suscitavano nel nostro Pietro, – tipico ‘cittadino d’Europa’, come lui stesso si definiva, e membro attivissimo della nuova internazionale del pensiero fondata dall’illuminismo. Significativo è per esempio il giudizio di Verri sul celebre articolo <hi rend="CharOverride-3">Della patria degli italiani</hi> che Gian Rinaldo Carli pubblica sul <hi >«</hi>Caffè<hi >»</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi>nel 1765. Alla pur prudentissima apertura di Carli verso un italianismo culturale che andasse solo un poco più avanti quello puramente erudito di cui ho fatto parola poco sopra, Verri reagiva osservando; <hi >«</hi>Bello veramente [l’articolo]: non vorrei però che sembrasse che l’amor di Patria ci pregiudicasse nell’imparzialità di buoni cosmopoliti<hi >»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-036">10</ref></hi></hi>; ed ancor più esplicito è il giudizio sullo stesso contributo lasciatoci dal fratello di Pietro, Alessandro, che all’amico Gian Rinaldo replicava direttamente: <hi >«</hi>Voi che fate tanto l’Italiano, ho l’onore di dirvi che non lo siete punto; l’entusiasmo vostro per la virtù e la limpidezza del vostro cuore non sono roba italiana<hi >»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-035">11</ref></hi></hi>. Popolo <hi >«</hi>maldicente, inquieto, tumultuante tra la miseria di piccole passioni, costante nell’odio, vendicativo, maligno, povero, furbo accorto<hi >»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-034">12</ref></hi></hi>, come ancora Alessandro lo descriveva a Carli, gli Italiani rappresentano piuttosto, per i fratelli Verri, la proiezione generalizzata di quella gretta società milanese contro i cui pregiudizi e le cui chiusure essi si stanno duramente battendo nel corso di questi anni. Intellettuali apertamente schierati a sostegno delle coraggiose politiche riformatrici dei loro sovrani, i nostri due fratelli hanno risolto in questa fase i loro problemi di identità ascrivendosi ad una sorta di patria funzionariale, a carattere sovralocale, che apre le braccia a tutti quegli illuminati consiglieri del principe disposti a impegnarsi al fianco di quest’ultimo per mettere in forma una società rinnovata, finalmente in linea con i ‘progressi della ragione’ illuminista.  </p><p rend="text" >Questa luminosa stagione, però, s’interrompe bruscamente per Pietro nella primavera del 1786, quando il governo asburgico lo mette a riposo senza alcun preavviso, privandolo da un giorno all’altro di tutti gli importanti incarichi dirigenziali e consulenti che gli aveva riservato fino a quel momento. La curvatura ormai esplicitamente burocratica assunta dal riformismo di Giuseppe II rende infatti ormai diseconomico, per il governo asburgico della Lombardia, continuare a imbarcare intellettuali ingombranti e un po’ tronfi, che possono essere ben più utilmente rimpiazzati da docili e solerti impiegati formatisi all’interno degli apparati<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-033">13</ref></hi></hi>. Scaricato allora da uno Stato rivelatosi d’un tratto come un’impersonale macchina amministrativa e al tempo stesso impossibilitato a tornare a sedersi tra le fila dell’odiato patriziato lombardo, Verri si trova ad affrontare una crisi identitaria non troppo diversa da quella che sta investendo anche parecchi suoi contemporanei più giovani e che continuerà a segnare in buona misura tutto quanto l’orizzonte delle generazioni risorgimentali. Egli scopre infatti con disappunto come il nuovo Stato-apparato di cui l’ultimo Settecento stava gettando le fondamenta non fosse incompatibile soltanto con le fradice forme dell’appartenenza cetuale, ma anche con l’integrazione di qualsiasi élite diversa da una servile burocrazia. Quello Stato poteva costituire un luogo di appartenenza (una ‘patria’) tutt’al più per degli anonimi impiegati, non certo per quell’individuo libero ed emancipato che egli sentiva di essere. Ed è qui che il nostro Pietro, pur sempre ben lontano da qualunque forma d’italianismo, inizia però a volgere gli occhi verso una nuova identità collettiva, dai confini, sì, ancora assolutamente nebulosi, ma che trae i propri caratteri proprio dall’esser fatta oggetto della sistematica prevaricazione da parte di un despota straniero. Tutto il progetto riformatore asburgico, in particolare (quello stesso a cui fino a poco prima egli aveva aderito senza riserve, salutando nell’<hi >«</hi>adorato Giuseppe II<hi >»</hi> <hi >«</hi>il Giusto e l’amico degli uomini<hi >»</hi>), gli appare ora ispirato fin dall’inizio ad una <hi >«</hi>nazionale rivalità<hi >»</hi> e ad una gretta <hi >«</hi>ambizione di comando<hi >»</hi> nei confronti degli Italiani<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-032">14</ref></hi></hi>; l’Austria, a cui egli aveva guardato come ad uno dei grandi centri d’irradiamento dell’illuminismo europeo, gli si rivela ora come una <hi >«</hi>nazione naturalmente stupida<hi >»</hi> che vuole <hi >«</hi>rendersi padrona di una nazione<hi >»</hi> molto più colta e civile<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-031">15</ref></hi></hi>; e i funzionari governativi, al cui ceto si era ascritto con orgoglio fino a poco prima, gli si presentano come coloro che, <hi >«</hi>ciecamente adottando l’impetuoso spirito del monarca, aggiungendovi l’asprezza dell’orgoglio, insultarono quanto di municipale rimaneva, o nei magistrati, o nelle leggi, o nei riti de’ popoli, e così gli afflissero nella più cara e veneranda cosa, aggiungendo il disprezzo all’offesa<hi >»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-030">16</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >Lo scoppio della Rivoluzione imprime la spinta decisiva a questo processo di avvicinamento. Folgorato dallo spettacolo del 1789, che gli rivela d’un tratto quali straordinari orizzonti il presente possa tenere in serbo per individui del suo livello e della sua cultura, chiamandoli a gestire in proprio il destino delle nazioni, egli è sempre più portato ad individuare la nuova patria a cui ascriversi in un soggetto collettivo di livello per l’appunto ‘italiano’, infinitamente più credibile della angusta ‘nazione’ municipale e della vacua cosmopoli europea. Nei suoi ultimi anni (Pietro morirà nel 1797, dopo aver aderito senza riserve al progetto della Cisalpina), questa nuova identità sembra divenuta ormai per Verri un tratto non più disponibile della sua personalità: anche se, certo, si tratta di un’appartenenza difficile da vivere, che lo spinge sempre più spesso a guardare con angoscia al futuro. Popolo <hi >«</hi>cieco e smarrito<hi >»</hi>, l’Italia è per lui un paese che <hi >«geme nell’inerzia</hi>, sotto il peso della falsa politica e della superstizione<hi >»</hi>, mentre gli Italiani gli si presentano a tutti gli effetti come coloro che sono giustamente divenuti <hi >«</hi>l’oggetto del disprezzo dell’Europa<hi >»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-029">17</ref></hi></hi>. <hi >«</hi>Cosa accadrà dell’Italia? Siamo immaturi e non ancora degni di vivere sotto il regno della virtù. A forza di voler essere furbi siamo, al pari dei Greci, il rifiuto dell’Europa dopo esserne stati i maestri<hi >»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-028">18</ref></hi></hi>. Come potrà questo popolo, il cui carattere è stato plasmato dallo spirito della <hi >«</hi>decadenza<hi >»</hi>, rendersi <hi >«</hi>capace d’una Costituzione<hi >»</hi>, quando l’emancipazione politica non può che germinare dai lumi, e quindi da quella giusta intolleranza dell’oppressione che da essi soli discende? <hi >«</hi>Se non s’illumina prima la plebe, se non si costringono poi i nobili a piegarsi, una rivoluzione non può da noi cagionare che rapine e saccheggi, rinnovando la sciagure de’ Guelfi e de’ Ghibellini<hi >»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-027">19</ref></hi></hi>. Il tormentoso riproporsi di dubbi del genere non impedisce però a Verri di abbracciare senza incertezze una italianità ormai senza alternative e di scoprire in sé un nuovo tipo di patriottismo, ben differente da quello quietamente ragionevolistico della stagione del <hi >«</hi>Caffè<hi >»</hi>. Certo, si tratta di un’Italia ancora geograficamente incerta, e di sicuro tutt’al più padana. Diversamente dalla piccola patria lombarda, tuttavia, essa non chiede più di essere curata tramite sagge riforme doganali, frumentarie o fiscali, ma è in attesa piuttosto di una ben più impegnativa catarsi – di una <hi >«</hi>conversione<hi >»</hi>, cioè, o addirittura di un <hi >«</hi><hi rend="CharOverride-3">risorgimento</hi><hi >»</hi> (termine, quest’ultimo, che proprio nell’ultimo Verri ricorre forse per la prima volta nella nostra letteratura non più nell’abituale accezione storico-retrospettiva, ma per indicare un programma da realizzare in futuro<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-026">20</ref></hi></hi>) che ne riaccenda la sopita virtù. <hi >«</hi>L’Italia, un dì domatrice d’Europa, maestra e signora de’ popoli, ora giace nel letargo e nell’abiezione<hi >»</hi>; ma se la stessa Inghilterra, <hi >«</hi>un tempo rozza e barbara<hi >»</hi>, è divenuta oggi <hi >«</hi>la maestra d’Europa<hi >»</hi>, perché anche la Penisola <hi >«</hi>da quest’abiezione non potrebb’ella mai risorgere? E perché non potrebb’ella aprire gli occhi dopo un lungo sonno?<hi >»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-025">21</ref></hi></hi>  </p><p rend="text" >Questa di Verri non è una parabola isolata. La crisi del movimento riformatore prima, l’irresistibile attrazione dell’esempio rivoluzionario poi, spingono ora un gran numero d’intellettuali italiani a smarcarsi da quella vaga identità europea in cui avevano trovato ricetto durante i decenni centrali del Settecento per scoprire invece una italianità lungamente ignorata. Al tempo stesso, il punto d’arrivo del cammino di Pietro (coincidente solo con la linea di partenza di questo percorso verso l’italianismo) pone esattamente il grande problema attorno al quale ruoterà tutta la riflessione del triennio rivoluzionario: quello, cioè, di come trasformare quest’Italia degli ‘altri’ – dei bonaccioni, dei preti e dei furbi – in una comunità nazionale nella quale ogni uomo libero possa riconoscersi senza riserve come in una patria comune.</p><p rend="h2" >2. Nel Triennio ‘giacobino’</p><p rend="text" >D’altra parte, il contatto diretto della Penisola con la Rivoluzione non solo non sdrammatizza la gravità del problema, ma ne aggrava enormemente le proporzioni. Se era stato sotto il freddo sguardo degli eruditi e dei viaggiatori d’oltralpe che gli Italiani avevano appreso a conoscersi e a riconoscersi come un popolo cronicamente arretrato, l’immagine che l’Italia offre di sé alla Francia rivoluzionaria è, almeno inizialmente, quella di un paese addirittura irredimibile, il cui servilismo e il cui avvilimento morale rendevano pressoché impensabile qualsiasi ipotesi di repubblicanizzazione. La propaganda rivoluzionaria viveva tutta di <hi >«</hi>violente contrapposizioni<hi >»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-024">22</ref></hi></hi>: e l’Italia di fine Settecento, presentandosi come un torpido spaccato di quell’antico regime che la Francia aveva cancellato di un sol tratto nell’89, offriva una materia ideale per plasmare il perfetto reciproco della giovane repubblica trionfante. Popolata da masse abbrutite e da élite infide e corrotte, essa apparve ai primi agenti rivoluzionari inviati nella Penisola come il regno dell’ignoranza e del pregiudizio; e se negli anni seguenti non mancarono voci che cercarono di superare questo cliché, a grandi linee fu inevitabilmente questa la rappresentazione normativa del paese con cui i nostri patrioti dovettero confrontarsi a partire dal ’96: quella di un mondo del tutto altro rispetto a quello di cui essi si sentivano parte, vittima di una subcultura costituente l’esatto opposto di quel nobile senso civico indispensabile a innervare una nazione di cittadini<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-023">23</ref></hi></hi>. Di qui, l’essenza del programma pedagogico che quei patrioti tentarono di realizzare durante tutto il Triennio. <hi >«</hi>Disvelare<hi >»</hi>; <hi >«</hi>squarciare il velo donde si ricopre la superstizione e la tirannide<hi >»</hi>; denunciare <hi >«</hi>l’origine oscura dei pregiudizi e degli errori<hi >»</hi> popolari; liberare insomma i propri concittadini dalle tenebre di cui erano prigionieri, abbattendo il diaframma che li separava dal popolo tramite una compiuta socializzazione di quella <hi >«</hi>verità<hi >»</hi> (parola-chiave di tutto il vocabolario del Triennio<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-022">24</ref></hi></hi>) di cui essi si sentivano depositari, fino appunto a creare uno spazio nazionale perfettamente trasparente ed esente da ogni interna frattura – questo l’obbiettivo che accomunò pressoché tutti i cosiddetti ‘giacobini’ italiani tra il 1796 e il 1799 e che permette ancor oggi di leggere la loro breve, intensa esperienza in termini unitari<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-021">25</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Certo, le sensibilità ideologiche con cui s’immaginò di costruire questo nuovo spazio civile non furono le stesse per tutti. I più intransigenti fra i rivoluzionari del Triennio, percependo come una contraddizione intollerabile il <hi rend="CharOverride-3">cleavage</hi> che tagliava il giovane corpo della nazione repubblicana nei due emisferi degli ottusi e degli emancipati, dei <hi >«</hi>filosofi<hi >»</hi> e degli <hi >«</hi>schiavi<hi >»</hi>, immaginarono di cancellarlo completamente per forgiare, tramite un grande progetto rigenerativo, un popolo del tutto omogeneo, accomunato da una forte egalitarismo sociale e da un identico patrimonio di cultura e di valori. In una prospettiva del genere, la proverbiale arretratezza degli Italiani poteva anche risolversi paradossalmente in una sorta di risorsa positiva. Proprio in quanto più vicini infatti al regno della natura che a quello della cultura, essi potevano prestarsi meglio di popoli più civilizzati a ricevere quella nuova educazione indispensabile a convertirli in cittadini consapevoli <hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-020">26</ref></hi></hi>. Con lo sguardo, dunque, tutto rivolto alla democrazia classica, personaggi come Vincenzio Russo o Girolamo Bocalosi (ma si tratta di una posizione che riaffiora continuamente nella pubblicistica di questi anni) iniziarono a sgrossare il mito di una italianità frugale e contadina, nella quale anche le élite avrebbero dovuto riconoscersi e sciogliersi senza riserve, abbandonando la zavorra di una cultura artificialmente acquisita e rousseuvianamente foriera più d’infelicità e di degrado che di vera emancipazione. </p><p rend="quotation_a" >I pregiudizi popolari non dismaghino – notava per esempio Vincenzio Russo nel tracciare il profilo della sua ideale repubblica agraria. Con modo accorto noi possiamo rintuzzarne alcuni dell’età presente, prevenirgli quasi tutti nell’età avvenire. Ricordiamoci che nella mente del popolo, soprattutto di contado, parte del campo è imprunata di spine, ma che più gran parte è ancora sgombra del tutto; ed è sempre più facile introdurre scienza dove è ignoranza che dove osta l’errore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-019">27</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Altri patrioti, invece, formatisi più alla scuola di Smith e di Siéyès che a quella di Rousseau o degli uomini dell’anno secondo, aderivano ad una visione progressiva della perfettibilità, identificandola con una sempre più articolata specializzazione sociale. Per uomini come Gioia, Pagano o Compagnoni, la rigenerazione d’Italia, ben più che tramite l’azzeramento delle differenze, doveva compiersi tramite una loro equilibrata integrazione, garantita a sua volta dalla grande invenzione del sistema rappresentativo, che avrebbe permesso alle élites intellettuali tenute a battesimo dal Settecento dei lumi di assumere la guida delle altre classi della nazione. In questa prospettiva, era impossibile negare che le peculiarità etniche e storiche degli Italiani (frutto non di semplice arretratezza, ma di una lunga decadenza, che li aveva portati dalle vette della civiltà ad una condizione di cronica spossatezza morale e civile) costituissero un handicap importante per quelli tra loro che fossero intenzionati a battere la strada della libertà indicata dalle maggiori nazioni europee. Così ragionava, per esempio, Melchiorre Gioia in una pagina del saggio da lui presentato al ‘celebre concorso’ milanese del 1796, pagina nella quale si riassumono tutti gli stereotipi negativi di cui si serviva in quegli anni la destra direttoriale per escludere la possibilità di qualsiasi ‘repubblicanizzazione’ della Penisola:</p><p rend="quotation_a" >Gli avversari della libertà italiana si fanno forti sulle qualità del nostro carattere nazionale, e ci dicono che la meraviglia in noi eccitata dalle magnanime imprese di Grecia e di Roma accusano la nostra debolezza, e dimostrano che le nostre anime sono incapaci di sollevarsi al livello di quelle degli eroi greci e romani; che se siamo suscettibili d’una convulsione passeggiera, non possiamo arrestarci in uno stato di continua attività; […] che la libertà non può fiorire sotto l’edificio de’ pregiudizi, e che questo è sì ben rassodato in Italia, che non può essere rovesciato senza schiacciarne gli abitatori; che quando il genio della libertà comparve in Grecia ed in Roma, trovò un popolo che, sortendo appena dalle mani della natura, poteva facilmente innalzarsi alla sublimità repubblicana, non essendo arrestato dal peso d’istituzioni stravaganti e bizzarre; ma che gl’Italiani, indeboliti dalla mollezza, corrosi da una lunga tirannia, sono simili a que’ vecchi che aspirano ai piaceri della giovinezza, punti dal desiderio e amareggiati dall’impotenza<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-018">28</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >Passionali ed incostanti, troppo spesso inclini a confondere <hi >«</hi>la giustizia con la crudeltà, la moderazione con l’avvilimento, l’umanità colla debolezza<hi >»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-017">29</ref></hi></hi>, gli Italiani non erano, bisognava ammetterlo, il popolo più adatto a far buon uso di quella saggia libertà che la rivoluzione stava loro offrendo. Attenzione, però, perché non da loro, ma solo dai <hi >«</hi>saggi eletti dal popolo<hi >»</hi> sarebbe stata guidata la repubblica: cioè da quei <hi >«</hi>pochi uomini illuminati, fieri, sensibili, animati dall’amor della gloria e dall’orgoglio della libertà<hi >»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-016">30</ref></hi></hi> che il meccanismo della democrazia elettorale avrebbe permesso di scremare dalla gran massa della nazione. Le scarse virtù civiche degli Italiani, cioè, non avrebbero costituito un ostacolo insormontabile alla introduzione della libertà proprio perché le redini dello Stato sarebbero risultate naturalmente affidate a coloro che <hi >«</hi>si distinguono […] colla pazienza, col coraggio, coi talenti<hi >»</hi>, mentre tutto <hi >«</hi>il restante viene travolto dalla corrente irregolare de’ pregiudizi e resta soggiogato dal carattere nazionale<hi >»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-015">31</ref></hi></hi>. I pochi pienamente capaci, insomma (potremmo dire estremizzando, i non-Italiani o i meno Italiani degli altri), avrebbero governato i molti che non lo erano ancora; i due strati dell’identità nazionale avrebbero trovato una loro armonica composizione nel riconoscimento reciproco dei loro ruoli rispettivi (decisorio per gli uni, semplicemente selettivo per gli altri); e l’Italia si sarebbe destata dal suo sonno secolare grazie a un’efficiente meritocrazia, sostenuta dal consenso di un popolo periodicamente chiamato a selezionare i propri governanti e ad essere gradualmente migliorato da essi. </p><p rend="text" >Diverse nei presupposti, ma largamente convergenti nella fiducia di poter costruire a breve una nuova italianità, queste due proposte fondamentali si scontrarono tuttavia già ben prima della drammatica fine del Triennio con un muro di resistenze che molto fiaccarono l’entusiasmo dei patrioti. Meglio d’ogni altro, fu proprio Gioia a monitorare quasi di mese in mese, tra il 1797 e il 1799, la parabola discendente delle speranze rigenerative della gracile rivoluzione italiana<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-014">32</ref></hi></hi>. Quegli Italiani che nell’estate del ’96 egli aveva immaginato di poter facilmente scuotere ed ‘elettrizzare’, non solo gli si mostrarono negli anni immediatamente successivi sempre meno sensibili al richiamo della libertà, ma rivelarono una sorprendente attitudine a distorcere il senso delle nuove <hi >«</hi>verità<hi >»</hi> loro dispensate dai saggi. <hi >«</hi>Avviene alle teorie dei filosofi sottoposte all’intelligenza del volgo ciò che accade agli oggetti visti attraverso un’acqua mobile e fangosa<hi >»</hi>; esse cambiano aspetto, trasformandosi in nuovi pregiudizi ancora più perniciosi e incorreggibili dei vecchi<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-013">33</ref></hi></hi>. Le <hi >«</hi>opinioni volgari<hi >», cioè, – constatò il nostro piacentino –</hi> non solo non vengono dissipate dalla luce della filosofia, ma acquistano una <hi >«</hi>specie di callosità, che rende l’uomo improprio a gustare un nuovo modo di pensare<hi >»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-012">34</ref></hi></hi>. <hi >«</hi>Il popolo conosce solo i bisogni della natura<hi >»</hi>; esso <hi >«</hi>vede l’albero della libertà con occhio stupido e indifferente<hi >»</hi>; <hi >«</hi>scherza con amarezza d’animo sul diritto d’eguaglianza<hi >»</hi>; <hi >«</hi>si porta al circolo costituzionale più per curiosità che per desiderio d’istruzione<hi >»</hi>; trova insipida una libertà politica che non appaga la sua <hi >«</hi>sensualità grossolana<hi >»</hi>; è <hi >«</hi>discolo, superstizioso, ignorante, pusillanime e incapace d’entusiasmo<hi >»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-011">35</ref></hi></hi> – insomma, è tornato ad essere, nell’arco di un breve intervallo, quella entità ottusa e distante che era sempre stata, con la quale ogni autentica comunione d’idee e di sentire (anche nella forma gerarchicamente mediata tipica del governo rappresentativo) non poteva che rimanere esclusa in radice. Più ancora, Gioia, trasformatosi ora da entusiasta patriota in severo censore dei costumi dei propri concittadini, finisce per includere in questa popolazione ‘altra’, accanto al popolo-plebe, non solo tutte le classi superiori della società, ma anche i patrioti stessi, che, <hi >«</hi>alteri nelle parole, pusillanimi nella condotta<hi >»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-010">36</ref></hi></hi>, hanno recuperato con straordinaria disinvoltura tutti i vizi dell’uomo vecchio, convertendosi da araldi della libertà in spudorati profittatori e in servili strumenti del nuovo padrone. </p><p rend="h2" >3. Dopo il ’99. </p><p rend="text" >La tragedia del 1799 giunse quindi a suggellare un processo di ri-divaricazione tra il ‘filosofo’ e la generalità dei suoi connazionali già abbondantemente avviato negli anni precedenti. D’altra parte, il grande snodo delle insorgenze non si limitò a sancire la manifesta inconciliabilità tra l’Italia dei filosofi e quella dei Ruffo e dei Viva Maria. Esso fece molto di più: ammonendo l’élite acculturata che se essa si fosse mai voluta candidare di nuovo al ruolo di classe dirigente del paese non avrebbe più potuto farlo adottando la medesima postura sperimentata durante gli anni rivoluzionari. Il <hi rend="CharOverride-3">Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli</hi> di Vincenzo Cuoco, col cui esame chiudo questa breve carrellata, marca appunto questa nuova consapevolezza, che avrà un impatto decisivo non solo su tutta l’età napoleonica, ma in certo modo anche sull’intera vicenda risorgimentale. </p><p rend="text" >L’errore fondamentale – si sa – che Cuoco rimprovera ai rivoluzionari partenopei è quello di aver ignorato un dato manifesto: e cioè che, nel 1799, <hi >«</hi>la nazione napoletana si potea considera</p><p rend="text" >re come divisa in due nazioni diverse per due secoli di tempo e per due gradi di clima<hi >»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-009">37</ref></hi></hi>. In una stessa terra, <hi >«</hi>pochi erano diventati francesi ed inglesi, mentre coloro che erano rimasti napoletani erano ancora selvaggi<hi >»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-008">38</ref></hi></hi>. Non solo: ma la nazione seconda, quella subculturale, risultava a sua volta formata da un caleidoscopio di <hi >«</hi>nazioni<hi >»</hi> locali che niente avevano in comune tra loro. <hi >«</hi>Oziosi lazzaroni di Napoli, […] feroci calabresi, […] leggieri Leccesi<hi >»</hi> e <hi >«</hi>spurci Sanniti<hi >»</hi>, tutti costoro mai avrebbero potuto accettare di sottomettersi alla uniforme razionalità di un moderno governo rappresentativo<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-007">39</ref></hi></hi>. In uno scenario del genere, dunque, la strategia dei patrioti, consistente nel guadagnare il consenso del popolo tramite la rivelazione immediata e integrale della <hi rend="CharOverride-3">propria</hi> verità, aveva per forza sortito un esito disastroso. La constatazione invece da cui si sarebbe dovuti partire – avrebbe notato ancora Cuoco qualche anno dopo – era proprio l’inesistenza di una verità univoca e valida per tutti. <hi >«</hi>Vi è infatti un vero per tutti, un vero per molti e un vero per pochi<hi >»</hi>; e <hi >«</hi>tutti gli errori nostri di politica sono nati dall’aver voluto far divenire idee vere per tutti quelle che esser doveano idee vere per pochi<hi >»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-006">40</ref></hi></hi>. L’unica tecnica di governo applicabile a una nazione ‘sdoppiata’ come quella napoletana, consisteva nell’affidarsi ad una accorta dissimulazione che, mantenendo coperti i fini ultimi dell’azione politica, prestasse invece il massimo ossequio esteriore ai desiderata di quei <hi >«</hi>tutti<hi >»</hi> collocati al di là di ogni possibile emancipazione, cercando sempre, allo stesso tempo, di <hi >«</hi>menare il popolo in modo che faccia da sé quello che tu vorresti fare<hi >»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-005">41</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >La crudezza di questa conclusione ha finito talvolta per prestare a Cuoco (ed alla gran parte della intellettualità napoleonica che ne seguì sostanzialmente le mosse) una postura spregiudicata, che recupera in qualche modo l’antica tradizione della ragion di Stato contro la prospettiva settecentesca di una politica restituita ad una sua piena trasparenza<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-004">42</ref></hi></hi>. La conclusione però non mi pare condivisibile. Il vero <hi >«</hi>di tutti<hi >»</hi>, infatti, che il patriota postrivoluzionario ammaestrato dalla severa lezione del Triennio deve limitarsi prudentemente a perseguire finché non può fare altrimenti, non è il vero <hi >«</hi>degli altri<hi >»</hi>, unicamente proprio dei soggetti in stato di minorità intellettuale. Esso è piuttosto un insieme di credenze fondative ed accomunanti a cui anche i ‘saggi’, gli ‘ottimi’, gli ‘illuminati’, pur titolari di un livello superiore di consapevolezza, sono chiamati a prestare una loro adesione assolutamente autentica e partecipata in quanto membri essi stessi della nazione (sia pur costituita per la gran parte da immaturi). <hi >«</hi>Non si può mai giovare alla patria, infatti, se non la si ama e non la si stima<hi >»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-003">43</ref></hi></hi>; e ciò anche per quello che essa può avere d’irrazionale o di corrotto. Anzi, è proprio questo complesso di convinzioni comuni, collocate al di qua , ma anche <hi rend="CharOverride-3">al di là </hi>della ragione settecentesca, che permette ai popoli moderni di vincere la sfida posta dall’era delle rivoluzioni. Ciò che ha impedito alla Francia rivoluzionaria di scivolare verso la dissoluzione non sono state le sue cerebrali costituzioni o il fanatismo democratico che si è voluto ricavare dalla lezione dei <hi rend="CharOverride-3">philosophes</hi>, ma uno straordinario orgoglio nazionale, che l’ha resa invincibile di fronte ai suoi nemici. <hi >È</hi> in sostanza la posizione di tutto il nascente storicismo: che porta Cuoco a immaginare retrospettivamente, per Napoli, una costituzione basata sul puntuale rovesciamento di tutti i caposaldi del modello illuminista e che pure si presenta come la migliore in rapporto alle abitudini e alla mentalità di quel popolo. Attribuire un netto primato al locale sul generale; rifiutare il principio del mandato libero a favore di quello imperativo, come unico mezzo per saldare alla causa nazionale chi è ancora relegato in una dimensione corporativa dell’esistenza; assegnare il voto non agli individui, ma alle famiglie e ai municipi; negare addirittura la sincronia delle consultazioni elettorali, lasciando libera ogni comunità di scegliere il momento in cui rinnovare i propri rappresentanti – solo seguendo dettami del genere il costituente napoletano del ’99 avrebbe avuto qualche chance di vincere la propria scommessa<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-002">44</ref></hi></hi>. Ne sarebbe scaturita certo una costituzione <hi >«</hi>per uomini corrotti<hi >»</hi>: ma, per l’appunto, </p><p rend="quotation_a" >le costituzioni si debbono fare per gli uomini quali sono, e quali eternamente saranno, pieni di vizj, pieni di errori; imperciocché tanto è credibile che essi voglian deporre que’ loro costumi che credono una seconda natura, per seguire le nostre istituzioni, che credono arbitrarie e variabili, quanto è ragionevole che un calzolajo pretenda che si accorci il piede di colui a cui ha fatto corta una scarpa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-001">45</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" ><hi >È</hi> con un saldo del genere, allora, che si chiude, per l’Italia, questa prima fase di ricerca di una sua identità nazionale. Un saldo che cristallizza la dualità della nazione italiana nei termini di un fenomeno inevitabile, ma che fornisce anche, a modo suo, una risposta efficace al problema che pone. Elite e popolo, i <hi >«</hi>molti stolti<hi >»</hi> e i <hi >«</hi>pochi saggi<hi >»</hi>, potranno incontrarsi soltanto accettandosi reciprocamente e imparando a considerare i propri stessi vizi non come una zavorra da gettare, ma come un patrimonio di valori condivisi. <hi >È</hi> proprio su questa idea che negli anni seguenti prenderà corpo, con tutti i suoi pesanti limiti, sì, ma anche con tutto il suo straordinario vigore emotivo, quella nazione del Risorgimento che una vasta storiografia ha riportato al centro dell’attenzione nel corso degli ultimi vent’anni. Una nazione, questa, impastata non certo di certezze razionali, ma di grandi miti fondativi, costruiti a loro volta rielaborando e generalizzando valori quali la santità, la parentela e l’onore<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-000">46</ref></hi></hi>, da sempre alla base di una cultura popolare che i ceti acculturati accettarono di far propri per trasfigurarli in chiave politica e porli così a fondamento di un grande progetto di riscatto collettivo. </p><p rend="h2" >Bibliografia</p><p rend="bib_indx_bib" >Aliberti G., <hi rend="CharOverride-3">La resa di Cavour. Il carattere nazionale italiano tra mito e cronaca (1820-1976)</hi>, Le Monnier, Firenze 2001.</p><p rend="bib_indx_bib" >Banti A.M., <hi rend="CharOverride-3">La nazione del Risorgimento. Parentela, santità, onore alle origini dell’Italia unita</hi>, Einaudi, Torino 2000.</p><p rend="bib_indx_bib" >Baretti G., <hi rend="CharOverride-3">Gl’Italiani o sia relazione degli usi e costumi d’Italia</hi> (ed. orig. 1818), in Id., <hi rend="CharOverride-3">Opere scelte</hi>, a cura di B. Maier, Utet, Torino 1972, pp. 259-351.</p><p rend="bib_indx_bib" >Bollati G., <hi rend="CharOverride-3">L’Italiano</hi>, in C. Vivanti, R. Romano (a cura di),<hi rend="CharOverride-3"> Storia d’Italia</hi>, vol. I: <hi rend="CharOverride-3">I caratteri originali</hi>, Einaudi, Torino 1972, pp. 951-1022 (nelle riedizioni successive – Einaudi 1983, 1996, 2011 – il saggio compare col sottotitolo <hi rend="CharOverride-3">Il carattere nazionale come storia e come invenzione</hi>).</p><p rend="bib_indx_bib" >Capra C., <hi rend="CharOverride-3">I progressi della ragione. Vita di Pietro Verri</hi>, il Mulino, Bologna 2002.</p><p rend="bib_indx_bib" >Cavalli A., <hi rend="CharOverride-3">Conclusione. Gli Italiani tra provincia ed Europa</hi>, in S. Vertone (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">La cultura degli italiani</hi>, il Mulino, Bologna 1997, pp. 155-172.</p><p rend="bib_indx_bib" >Cuoco V., <hi rend="CharOverride-3">Nuovi principi d’ideologia. Frammento (a proposito della critica della ragion pura di Emanuele Kant)</hi>,<hi rend="CharOverride-3"> </hi>in Id., <hi rend="CharOverride-3">Scritti vari</hi>, a cura di N. Cortese, F. Nicolini, Laterza, Bari 1929, vol. I, pp. 290-307.</p><p rend="bib_indx_bib" >Cuoco V., <hi rend="CharOverride-3">Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli</hi>, a cura di A. De Francesco, Lacaita, Manduria-Bari-Roma 1998.</p><p rend="bib_indx_bib" >Di Ciommo E., <hi rend="CharOverride-3">L’identità italiana. Linguaggi e cultura di una nazione</hi>, «Contemporanea», 3, 2000, pp. 417-452.</p><p rend="bib_indx_bib" >Dickie J., <hi rend="CharOverride-3">The notion of Italy</hi>, in Z.G. Baransky, R.J. West (eds.), in <hi rend="CharOverride-3">The Cambridge Comparison to Modern Italian Culture</hi>, Cambridge University Press, Cambridge 2001, pp. 17-23. </p><p rend="bib_indx_bib" >Formica M., <hi rend="CharOverride-3">Tra semantica e politica: il concetto di popolo nel giacobinismo italiano (1796-1799)</hi>, «Studi storici. Rivista trimestrale dell’Istituto Gramsci», 28, 1987, pp. 699-721.</p><p rend="bib_indx_bib" >Gioia M., <hi rend="CharOverride-3">I partiti chiamati all’ordine</hi> (1799), in Id., <hi rend="CharOverride-3">Opere minori</hi>, t. I, Ruggia, Lugano 1832, pp. 5-46.</p><p rend="bib_indx_bib" >Gioia M., <hi rend="CharOverride-3">Saggio sui pregiudizi popolari</hi> (1798), in R. De Felice (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">I giornali giacobini</hi>, Feltrinelli, Milano 1962, pp. 82-94.</p><p rend="bib_indx_bib" >Gioia M., <hi rend="CharOverride-3">Dissertazione sul problema dell’amministrazione generale della Lombardia: quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità dell’Italia</hi>, in A. Saitta (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">Alle origini del Risorgimento: i testi di un celebre concorso (1796)</hi>, Istituto storico per l’età moderna e contemporanea, t. II, Roma 1964, pp. 5-75.</p><p rend="bib_indx_bib" >Gioia M., <hi rend="CharOverride-3">Riflessioni sulla Rivoluzione. Scritti politici (1798)</hi>, a cura di P. Themelly, Archivio Izzi, Roma 1997. </p><p rend="bib_indx_bib" >Isnenghi M., <hi rend="CharOverride-3">Dall’Alpi al Lilibeo. Il “noi” difficile degli italiani</hi>, «Meridiana», VII (16), 1993, pp. 41-59.</p><p rend="bib_indx_bib" >Leso E., <hi rend="CharOverride-3">Lingua e rivoluzione. Ricerche sul vocabolario politico italiano del Triennio rivoluzionario 1796-1799</hi>, Istituto Veneto di Scienze, lettere ed arti, Venezia 1991.</p><p rend="bib_indx_bib" >Luzzi S., <hi rend="CharOverride-3">Culture riformatrici nell’Italia del Settecento. Per una rilettura di Carlo Antonio Pilati e dei suoi modelli</hi>, «Rivista storica italiana», 121, 2009, pp. 1073-1123.</p><p rend="bib_indx_bib" >Mannori L., <hi rend="CharOverride-3">I ruoli dell’intellettuale nell’Italia napoleonica</hi>, in E. Brambilla, C. Capra, A. Scotti (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">Istituzioni e cultura nell’età napoleonica</hi>, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Comitato di Milano, FrancoAngeli, Milano 2008, pp. 159-183.</p><p rend="bib_indx_bib" >Mannori L., <hi rend="CharOverride-3">De la “décadence” au “Risorgimento”. Discours national et nouveau temps de l’histoire dans l’Italie des</hi><hi rend="CharOverride-3"> XVIIIe et XIXe siècles</hi>, «Revue française des idées politiques<hi >», ٤٨, ٢٠١٨, pp. ٥٥-٨٤.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" >Mannori L., <hi rend="CharOverride-3">Costituire l’Italia. Il dibattito sulla forma politica nell’Ottocento preunitario</hi>, Pacini, Pisa 2019.</p><p rend="bib_indx_bib" >Patriarca S., <hi rend="CharOverride-3">Italianità. La costruzione del carattere nazionale</hi>, Laterza, Roma-Bari 2010.</p><p rend="bib_indx_bib" >Patriarca S., <hi rend="CharOverride-3">Italiani/Italiane</hi>, in A.M. Banti, A. Chiavistelli, L. Mannori, M. Meriggi (a cura di),<hi rend="CharOverride-3"> Atlante culturale</hi> <hi rend="CharOverride-3">del Risorgimento. Lessico del linguaggio politico dal Settecento all’unità</hi>, Laterza, Roma-Bari 2011, pp. 199-213.</p><p rend="bib_indx_bib" >Rao A.M., <hi rend="CharOverride-3">Esuli</hi>, <hi rend="CharOverride-3">L’emigrazione politica italiana in Francia, (1792-1802)</hi>, Guida, Napoli 1992.</p><p rend="bib_indx_bib" >Russo V., <hi rend="CharOverride-3">Pensieri politici</hi>, in D. Cantimori (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">Giacobini italiani</hi>, vol. I, Laterza, Bari 1956, pp. 255-377.</p><p rend="bib_indx_bib" >Sapegno M.S., “<hi rend="CharOverride-3">Italia”, “italiani”</hi>, in A. Asor Rosa (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">Letteratura italiana</hi>, vol. V: <hi rend="CharOverride-3">Le questioni</hi>, Einaudi, Torino 1986.</p><p rend="bib_indx_bib" >Venturi F., <hi rend="CharOverride-3">L’Italia fuori d’Italia</hi>, in C. Vivanti, R. Romano (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">Storia d’Italia</hi>, vol. III: <hi rend="CharOverride-3">Dal primo Settecento all’Unità</hi>, Einaudi, Torino 1972, pp. 985-1480.</p><p rend="bib_indx_bib" >Verga M., <hi rend="CharOverride-3">Decadenza italiana e idea d’Europa (XVII-XVIII secc.)</hi>, «Storica», VIII (22), 2002, pp. 7-23.</p><p rend="bib_indx_bib" >Verga M., <hi rend="CharOverride-3">Decadenza</hi>, in A.M. Banti, A. Chiavistelli, L. Mannori, M. Meriggi (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">Atlante culturale del Risorgimento. Lessico del linguaggio politico dal Settecento all’Unità</hi>, Laterza, Roma-Bari 2011, pp. 5-18.</p><p rend="bib_indx_bib" >Verri P., <hi rend="CharOverride-3">Scritti politici della maturità</hi>, a cura di C. Capra, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2010.</p><p rend="bib_indx_bib" >Waquet F., <hi rend="CharOverride-3">Le modèle</hi><hi rend="CharOverride-3"> français et l’Italie savante (1660-1750). Conscience de soi et perception de l’autre dans la République des</hi><hi rend="CharOverride-3"> lettres</hi>, Ecole française de Rome, Rome 1989.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-045-backlink">1</ref></hi>	Così, in una efficace sintesi, S. Patriarca, <hi rend="CharOverride-3">Italianità. La costruzione del carattere nazionale</hi>, Laterza, Roma-Bari 2010, pp. 5 sgg. Ma la letteratura sul tema, di taglio tanto storiografico che sociologico, è ovviamente assai ampia: cfr. ad es. A. Cavalli, <hi rend="CharOverride-3">Conclusione. Gli Italiani tra provincia ed Europa</hi>, in S. Vertone (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">La cultura degli italiani</hi>, il Mulino, Bologna 1997, pp. 155-172; G. Aliberti, <hi rend="CharOverride-3">La resa di Cavour. Il carattere nazionale italiano tra mito e cronaca (1820-1976)</hi>, Le Monnier, Firenze 2001; J. Dickie, <hi rend="CharOverride-3">The notion of Italy</hi>, in Z.G. Baransky, R.J. West (eds.), <hi rend="CharOverride-3">The Cambridge Comparison to Modern Italian Culture</hi>, Cambridge University Press, Cambridge 2001, pp. 17-23; S. Patriarca, <hi rend="CharOverride-3">Italiani/Italiane</hi>, in A.M. Banti, A. Chiavistelli, L. Mannori, M. Meriggi (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">Atlante culturale</hi> <hi rend="CharOverride-3">del Risorgimento. Lessico del linguaggio politico dal Settecento all’unità</hi>, Laterza, Roma-Bari 2011, pp. 199-213.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-044-backlink">2</ref></hi>	M. Isnenghi, <hi rend="CharOverride-3">Dall’Alpi al Lilibeo. Il “noi” difficile degli italiani</hi>, <hi >«</hi>Meridiana<hi >»</hi>, VII (16), 1993, pp. 41-59. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-043-backlink">3</ref></hi>	G. Bollati, <hi rend="CharOverride-3">L’Italiano</hi>, in C. Vivanti, R. Romano (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">Storia d’Italia</hi>, vol. I: <hi rend="CharOverride-3">I caratteri originali</hi>, Einaudi, Torino 1972, pp. 951-1022 (nelle riedizioni successive -–Einaudi 1983, 1996, 2011 – il saggio compare col sottotitolo <hi rend="CharOverride-3">Il carattere nazionale come storia e come invenzione</hi>). La valorizzazione del momento di transizione dal Sette all’Ottocento – segnalata in primo luogo dall’attenzione per Cuoco – si trova alle pp. 971-979. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-042-backlink">4</ref></hi>	G. Baretti, <hi rend="CharOverride-3">Gl’Italiani o sia relazione degli usi e costumi d’Italia</hi> (ed. originale 1818), in Id., <hi rend="CharOverride-3">Opere scelte</hi>, a cura di B. Maier, Utet, Torino 1972, pp. 293-294.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-041-backlink">5</ref></hi>	Fondamentale per la messa a fuoco di questo décalage, F. Waquet, <hi rend="CharOverride-3">Le modèle français et l’Italie savante (1660-1750). Conscience de soi et perception de l’autre dans la République</hi><hi rend="CharOverride-3"> des lettres</hi>, Ecole française de Rome, Rome 1989; ma cfr. anche M. Verga, <hi rend="CharOverride-3">Decadenza italiana e idea d’Europa (XVII-XVIII secc.)</hi>, «Storica», VIII (22), 2002, pp. 7-23; Id., <hi rend="CharOverride-3">Decadenza</hi>, in A.M. Banti, A. Chiavistelli, L. Mannori, M. Meriggi (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">Atlante culturale del Risorgimento. Lessico del linguaggio politico dal Settecento all’Unità</hi>, Laterza, Roma-Bari 2011, pp. 5-18.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-040-backlink">6</ref></hi>	<hi >L. Mannori, </hi><hi rend="CharOverride-3" >De la “décadence” au “Risorgimento”. Discours national et nouveau temps de l’histoire dans l’Italie des XVIIIe et XIXe siècles</hi><hi >, «Revue française des idées politiques», 48, 2018, pp. 55-65.</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-039-backlink">7</ref></hi>	Ivi, p. 343.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-038-backlink">8</ref></hi>	Sulla quale cfr. per tutti S. Luzzi, <hi rend="CharOverride-3">Culture riformatrici nell’Italia del Settecento. Per una rilettura di Carlo Antonio Pilati e dei suoi modelli</hi>, <hi >«</hi>Rivista storica italiana<hi >»</hi>, 121, 2009, pp. 1073-1123.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-037-backlink">9</ref></hi>	C. Capra, <hi rend="CharOverride-3">I progressi della ragione. Vita di Pietro Verri</hi>, il Mulino, Bologna 2002. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-036-backlink">10</ref></hi>	Cit. in M.S. Sapegno, “<hi rend="CharOverride-3">Italia”, “italiani”</hi>, in A. Asor Rosa (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">Letteratura italiana</hi>, vol. V: <hi rend="CharOverride-3">Le questioni</hi>, Einaudi, Torino 1986, p. 192.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-035-backlink">11</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-3">Ibidem</hi>.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-034-backlink">12</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-3">Ibidem</hi>.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-033-backlink">13</ref></hi>	Su questo snodo nevralgico, cfr. ancora Capra, <hi rend="CharOverride-3">I progressi</hi>, cit., pp. 499-505.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-032-backlink">14</ref></hi>	Ivi, p. 506.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-031-backlink">15</ref></hi>	Ivi, p. 531.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-030-backlink">16</ref></hi>	Ivi, p. 533.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-029-backlink">17</ref></hi>	P. Verri, <hi rend="CharOverride-3">Primi elementi per somministrare al popolo delle nozioni tendenti alla pubblica felicità</hi> (1791-1792), in Id., <hi rend="CharOverride-3">Scritti politici della maturità</hi>, a cura di C. Capra, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2010, p. 629.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-028-backlink">18</ref></hi>	P. Verri, <hi rend="CharOverride-3">Alcuni pensieri sulla rivoluzione accaduta in Francia</hi> (1789), ivi, p. 471.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-027-backlink">19</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-3">Ibidem</hi>.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-026-backlink">20</ref></hi>	<hi >È</hi> la celebre chiusa della prefazione alle <hi rend="CharOverride-3">Idee del conte Pietro Verri da non pubblicarsi</hi>, redatte nel 1790: <hi >«</hi>amo la mia patria, compiango i suoi mali, e morirò prima che ne disperi il risorgimento<hi >»</hi> (sempre in <hi rend="CharOverride-3">Scritti politici della maturità</hi>, cit., p. 389).</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-025-backlink">21</ref></hi>	Ancora <hi rend="CharOverride-3">Primi elementi</hi>, cit., p. 654.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-024-backlink">22</ref></hi>	F. Venturi, <hi rend="CharOverride-3">L’Italia fuori d’Italia</hi>, in <hi rend="CharOverride-3">Storia d’Italia</hi>, cit., vol. III, <hi rend="CharOverride-3">Dal primo Settecento all’Unità</hi>, Einaudi, Torino 1972, p. 1126.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-023-backlink">23</ref></hi>	Ivi, pp. 1141-1150; A.M. Rao, <hi rend="CharOverride-3">Esuli</hi>, <hi rend="CharOverride-3">L’emigrazione politica italiana in Francia, (1792-1802)</hi>, Guida, Napoli 1992, pp. 75-89. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-022-backlink">24</ref></hi>	E. Leso, <hi rend="CharOverride-3">Lingua e rivoluzione. Ricerche sul vocabolario politico italiano del Triennio rivoluzionario 1796-1799</hi>, Istituto Veneto di Scienze, lettere ed arti, Venezia 1991, p. 101.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-021-backlink">25</ref></hi>	Sulla economia concettuale di questo programma di ‘disvelamento’ e sui suoi successivi sviluppi, cfr. la traccia di lettura già fornita in L. Mannori, <hi rend="CharOverride-3">I ruoli dell’intellettuale nell’Italia napoleonica</hi>, in E. Brambilla, C. Capra, A. Scotti (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">Istituzioni e cultura nell’età napoleonica</hi>, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Comitato di Milano, FrancoAngeli, Milano 2008, pp. 159 sgg. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-020-backlink">26</ref></hi>	Così, in particolare, M. Formica, <hi rend="CharOverride-3">Tra semantica e politica: il concetto di popolo nel giacobinismo italiano (1796-1799)</hi>, «Studi storici. Rivista trimestrale dell’Istituto Gramsci», 28, 1987, p. 720.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-019-backlink">27</ref></hi>	V. Russo, <hi rend="CharOverride-3">Pensieri politici</hi>, in D. Cantimori (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">Giacobini italiani</hi>, Laterza, Bari 1956, p. 366.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-018-backlink">28</ref></hi>	M. Gioia, <hi rend="CharOverride-3">Dissertazione sul problema dell’amministrazione generale della Lombardia: quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità dell’Italia</hi>, in A. Saitta (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">Alle origini del Risorgimento: i testi di un celebre concorso (1796)</hi>, Istituto storico per l’età moderna e contemporanea, t. II, Roma 1964, pp. 53-54. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-017-backlink">29</ref></hi>	Ivi, p. 22. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-016-backlink">30</ref></hi>	Ivi, p. 66.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-015-backlink">31</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-3">Ibidem</hi>.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-014-backlink">32</ref></hi>	Una ricostruzione molto puntuale di questa parabola è offerta da Pietro Themelly nel suo saggio introduttivo ad una raccolta di scritti gioiani di questi anni: M. Gioia, <hi rend="CharOverride-3">Riflessioni sulla Rivoluzione. Scritti politici (1798)</hi>, a cura di P. Themelly, Archivio Izzi, Roma 1997. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-013-backlink">33</ref></hi>	M. Gioia, <hi rend="CharOverride-3">Saggio sui pregiudizi popolari</hi> (1798), in <hi rend="CharOverride-3">I giornali giacobini</hi>, a cura di R. De Felice, Milano, Feltrinelli, 1962, p. 83.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-012-backlink">34</ref></hi>	Gioia, <hi rend="CharOverride-3">I partiti chiamati all’ordine</hi>, cit, p. 5.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-011-backlink">35</ref></hi>	M. Gioia, <hi rend="CharOverride-3">Quadro politico di Milano</hi> (1798), in Id., <hi rend="CharOverride-3">Riflessioni sulla rivoluzione</hi>, cit., p. 27. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-010-backlink">36</ref></hi>	Ivi, p. 29. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-009-backlink">37</ref></hi>	V. Cuoco, <hi rend="CharOverride-3">Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli</hi>, a cura di A. De Francesco, Lacaita, Manduria-Bari-Roma 1998, p. 327.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-008-backlink">38</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-3">Ibidem</hi>. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-007-backlink">39</ref></hi>	V. Cuoco, <hi rend="CharOverride-3">Frammenti di lettere a Vincenzio Russo</hi>, in Id., <hi rend="CharOverride-3">Saggio</hi>, cit., p. 518. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-006-backlink">40</ref></hi>	V. Cuoco, <hi rend="CharOverride-3">Nuovi principi d’ideologia. Frammento (a proposito della critica della ragion pura di Emanuele Kant)</hi> (1803), in Id., <hi rend="CharOverride-3">Scritti vari</hi>, a cura di N. Cortese, F. Nicolini, Laterza, Bari 1929, vol. I, p. 300.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-005-backlink">41</ref></hi>	Cuoco, <hi rend="CharOverride-3">Saggio storico</hi>, cit., p. 350. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-004-backlink">42</ref></hi>	Queste all’ingrosso, per es., le conclusioni di una pur fine interprete di Cuoco come E. Di Ciommo, <hi rend="CharOverride-3">L’identità italiana. Linguaggi e cultura di una nazione</hi>, <hi >«</hi>Contemporanea<hi >»</hi>, 3, 2000, pp. 417-452. Su una linea del genere, del resto, si era già saldamente posizionato Giulio Bollati nel saggio da cui abbiamo preso le mosse. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-003-backlink">43</ref></hi>	Cuoco, <hi rend="CharOverride-3">Saggio storico</hi>, cit., p. 327. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-002-backlink">44</ref></hi>	Questo, in sostanza, il profilo del progetto costituzionale abbozzato nei <hi rend="CharOverride-3">Frammenti</hi> a Russo: sui cui lineamenti cfr. L. Mannori, <hi rend="CharOverride-3">Costituire l’Italia. Il dibattito sulla forma politica nell’Ottocento preunitario</hi>, Pacini, Pisa 2019, pp. 55-59. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-001-backlink">45</ref></hi>	Cuoco, <hi rend="CharOverride-3">Saggio storico</hi>, cit. p. 516. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="superscript _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04197_Nacci_06_XML.html#footnote-000-backlink">46</ref></hi>	Il riferimento è ovviamente al volume di A.M. Banti, <hi rend="CharOverride-3">La nazione del Risorgimento. </hi><hi rend="CharOverride-3" >Parentela, santità, onore alle origini dell’Italia unita</hi><hi >, Einaudi, Torino 2000. </hi></p>

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