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        <title type="main" level="a">Nazionalismo economico e problemi della guerra e del dopoguerra</title>
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            <forename>Piero</forename>
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          <resp>This is a section of <title>I mille volti del regime</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-202-7</idno>) by </resp>
          <name>Lucilla Conigliello, Piero Barucci, Piero Bini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2020">2020</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-202-7.06</idno>
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        <p>The text investigates nationalist thought during the Italian interwar years, tracing the rising of significant issues of economic policy, such as the Labour Chart, the founding of IRI, corporativism and colonial politics. Three economists were especially relevant: Vilfredo Pareto, Maffeo Pantaleoni and Enrico Barone. Anyway, in the field of political economy and law, two other personalities were even more crucial: Alfredo Rocco and Alberto Beneduce, who Mussolini trusted in terms of loyalty and competence. The topic is complex and requires further investigation. The alternate influence of the two during the long government of Mussolini, Rocco first and then Beneduce, is to be carefully considered as one of the main events of the Italian history under the Fascist regime</p>
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            <item>Fascist economic policy</item>
            <item>Vilfredo Pareto</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978- 88-5518-202-7.06<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-202-7.06" /></p>

<p rend="h1_chapter">Nazionalismo economico e problemi della guerra <lb/>e del dopoguerra italiano</p><p rend="h1_author">Piero Barucci<hi rend="CharOverride-1">*</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="superscript">*</hi>	<hi rend="superscript CharOverride-2"> </hi>Il presente contributo ripropone il testo presentato al seminario tenuto presso la Biblioteca di scienze sociali il 15 febbraio 2019.</p><p rend="h2">1. Sul nazionalismo economico</p><p rend="text">In quella che è stata felicemente chiamata come una ‘varia forma del nazionalismo’ italiano, l’apporto dei nostri maggiori economisti fu rilevante. Fra i fiancheggiatori o i veri e propri sostenitori a diverso titolo del movimento, diversi economisti possono essere considerati dei reali protagonisti. Contribuirono a determinare questo esito le ragioni più diverse: esperienze personali, il gusto di occuparsi di problemi politici, una certa scelta di classe, provenienza ed orientamento di tipo filosofico-culturale. Per noi, nell’intento di capire come e perché tutto questo avvenne, il quadro da interpretare ha lineamenti assai complicati. L’adesione al movimento non può farsi risalire alla collaborazione ad uno dei tanti quotidiani o riviste che si usa ormai annoverare fra le pubblicazioni ‘nazionaliste’. Per ogni autore bisogna in realtà distinguere l’orientamento politico generale del periodico, il tipo della collaborazione ed il torno di tempo in cui essa avvenne. Infatti, il nazionalismo, che molti fanno nascere attorno al 1908, visse fasi diverse, annoverò persone di differente collocazione ideale e politica, subì alcune scissioni, poté disporre dei più vari organi di stampa: ebbe insomma volti e contenuti un po’ diversi fino al momento della sua fusione-incorporazione nel Pnf che avvenne nel 1923.</p><p rend="text">Lo stesso accadde per i nostri maggiori economisti, fra i più grandi nell’intero percorso del pensiero economico italiano, i quali scomparvero tutti fra il 1923 ed il 1924, ma dopo che avevano avuto modo di mettere in evidenza un apprezzamento sincero verso il nazionalismo politico, dovuto però a motivazioni assai diversificate.</p><p rend="text">Al momento in cui «L’idea nazionale», il settimanale, poi quotidiano ufficiale dell’Associazione nazionalista italiana, iniziò le pubblicazioni (1 marzo 1911), in un avviso <hi rend="italic">Ai lettori</hi>, i cinque promotori (F. Coppola, E. Corradini, G. De Frenzi, R. Forges Davanzati e M. Maraviglia) scrissero che l’iniziativa politica era nata «quasi come uno stato d’animo tumultuoso e come un moto di reazione sentimentale» e che bisognava ora dare luogo ad un «organo di rinnovamento della vita politica e culturale italiana»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-052-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-052">1</ref></hi></hi>. Si apriva la fase dell’impegno ‘strettamente politico’ per cui non si doveva dare più spazio ad articoli d’arte o di letteratura (si veda il numero del 10 maggio dello stesso anno). Il riferimento era all’epoca dominata dalle cosiddette ‘riviste fiorentine’ ed anche al primo Congresso nazionalista tenuto a Firenze alla fine del 1910 e conclusosi fra l’entusiasmo dei giovani e la vaghezza dei propositi politici. Ma quella voglia di innovare politicamente e culturalmente si poteva anche cogliere nelle precedenti riviste corradiniane, nelle quali si può scorgere l’attitudine a prospettare un sommovimento sociale e culturale che si poteva intravedere al di sotto delle apparenze della <hi rend="italic">belle époque.</hi></p><p rend="h2">2. Dallo ‘stato d’animo’ al partito </p><p rend="text">Il nazionalismo economico incontrò qualche difficoltà a farsi spazio dentro o accanto a quello politico. Ma non c’è dubbio che le ‘riviste fiorentine’ di inizio secolo possono essere considerate come l’incunabolo delle idee politiche e delle scelte di politica economica che saranno patrimonio di quello che può essere considerato l’apporto principale di proposte cui il fascismo dette poi carne ed ossa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-051-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-051">2</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In realtà, il clima ‘esistenziale’ di quegli anni, in Italia ed altrove, si fece sentire anche nel campo delle scienze sociali, almeno nel senso che quel comune sentire di soffuso benessere avvertito dalle classi più abbienti stava cedendo il passo ad una stagione di larvata insoddisfazione od anche di puro, psicologico, sottile ma diffuso disagio. La scomparsa di Enrico VII (1910), re di Gran Bretagna e di Irlanda, imperatore dell’India, colui che si collocava al vertice di una piramide dinastica che comprendeva, in quanto nipoti, lo zar di Russia, il sovrano dell’impero austro-ungarico e quello di Spagna, sembrava aver dato inizio ad un torneo nel quale, insieme alla scomparsa di imperi secolari, si mescolavano fenomeni di presunta ardua decifrazione come il passaggio della cometa di Halley, foriera di disastri temuti per l’intera umanità. Un inconsueto malessere stava penetrando l’animo di poeti, scrittori, artisti, filosofi, musicisti capaci di ribellioni artistiche grandiose in ogni senso, ma anche di repulsioni drammatiche della vita di tanti. Si avvertiva che, dietro l’apparenza di una vita materiale sempre più appagante, almeno per i pochi appartenenti alle classi dirigenti, si nascondeva un fremito di ribellione pronto ad esplodere e a manifestarsi non solo culturalmente, ma anche socialmente e politicamente. Il vivere quotidiano non era sentito come un valore e non lasciava appagati neppure alcuni economisti italiani, i maggiori, o almeno alcuni che pure restano i più grandi di ogni epoca. La loro capacità di apportare un contributo all’avanzamento della teoria economica, quella ‘pura’ anche senza aggettivo, fu dagli stessi avvertita come non adeguata rispetto a quella che divenne presto non solo una violenta occasione per una drammatica e sanguinosa guerra mondiale, ma anche un cozzo violento di filosofie sociali e politiche fra valori diffusi e fra diversi modi per manifestare il consenso. Stavano entrando in crisi i valori della libertà individuale, della democrazia politica, del modo in cui organizzare e indirizzare la volontà di un popolo, che è come dire tutto quello che era stato fino allora come egemonizzato dagli ideali del socialismo oppure, almeno in Italia, dalla presenza di robuste organizzazioni cattoliche che erano convinte che il loro ‘sol dell’avvenire’ poteva essere costituito dalle indicazioni contenute nella <hi rend="italic">Rerum </hi><hi rend="italic">novarum</hi>. Certamente bisognerebbe procedere con il righello della cronologia, e tener conto che, ad esempio, fra il 1910 ed il 1915 e poi nel 1919, molto cambiò in Italia anche fra gli economisti. Però se non si tiene conto della complessità dei motivi che si agitavano nell’Italia del tempo, non si riesce nemmeno a spiegare il modo in cui vissero quegli anni Pareto, Pantaleoni, Barone ed altri economisti più giovani, ma con analoga impostazione teorica: tutti finirono per ritrovarsi sotto le (per loro) inusuali bandiere del nazionalismo politico. La successiva adesione al fascismo li costrinse poi a vivere come una vita divisa a metà: da un lato stava il loro essere scienziati sociali, rappresentanti eletti di una disciplina espressione di un versante individualistico del comportamento umano; dall’altro, il loro essere coinvolti e confusi fra chi poneva al centro della propria preoccupazione la categoria politico-filosofica della ‘nazione’, destinata a divenire in breve tempo il valore assoluto, comprensivo di tutto, nel quale doveva annullarsi quello dei singoli perché sussunto in un valore che doveva tutti rappresentarli.</p><p rend="text">Questo è il punto da chiarire per chi si occupa di storia del pensiero economico: come fecero, in breve, questi economisti a passare dalla ‘cattedra’ alla ‘piazza’, senza neppure passare attraverso la mediazione di D’Annunzio al cui nome si fa talvolta ricorso quasi fosse un tratto di buona educazione politica il menzionarlo. I loro schemi teorici dovevano essere come messi da parte perché la produzione massima di una nazione doveva divenire il principio e la fine della preoccupazione di ogni azione politica. Eppure, anche se non risulta che questi economisti, escluso F. Carli, abbiano preso parte direttamente ai congressi e convegni che scandirono la crescita del movimento (non si ha notizia della relazione di Barone che era stata promessa per il congresso di Milano), è da dire che il nazionalismo economico fu secondo solo a quello giuridico ad avere una parte essenziale nella elaborazione politica ed ideale del movimento. Diverse erano le ragioni di una adesione esplicita che pure ci fu. Qualcuno voleva raggiungere il massimo della produzione nazionale eliminando i privilegi introdotti da una legislazione particolaristica e togliendo, quindi, le bardature statali, riducendo il potere o lo strapotere dei sindacati, aprendo l’economia alla concorrenza internazionale. Qualcuno voleva raggiungerlo invece attraverso un’unità organica delle forze operanti nella nazione, chiamate comunque a rapporto da una politica, temporanea o meno, protezionistica. Qualche altro ancora, fermo restando l’obbiettivo, propendeva per una politica dell’Italia di tipo ‘coloniale’ per la quale erano da prevedere cospicui investimenti nell’ambito militare. Tutti questi, economisti o meno, erano in ogni caso antisocialisti, antiparlamentari, antidemocratici e quindi anti Nitti ed anti Giolitti. La loro fu molto spesso una scelta politica per ‘avversione’, che unì per breve tempo anche personaggi come N. Colaianni o G. Amendola. La contrapposizione anche fra stili di vita e di fondamenta sul modo in cui regolare l’attività umana e le sue grandi scelte emerse prima al momento del conflitto fra parlamento e ‘piazza’, poi alla vigilia della dichiarazione della guerra ed infine in occasione della surreale cena, adatta a celebrare una apoteosi politica, organizzata da Facta nel suo collegio elettorale mentre Mussolini era all’ultima curva per instaurare un regime destinato a fare piazza pulita dei Facta di turno e dei loro collegi elettorali. Fa riflettere la <hi rend="italic">Prefazione</hi> di M. Pantaleoni ad un volume che comprende alcuni suoi scritti economici e politici già pubblicati durante la Grande guerra. Nella sua dichiarata volontà di presentare l’alternativa rispetto a problemi che gli italiani non potevano evitare di affrontare, ma, per parte sua, con il manifesto intento, lui liberal-liberista estremo, di giustificare il sostegno a misure di sapore protezionistico, scriveva: «Politicamente due fatti soltanto hanno ora una ragion d’essere: il partito nazionalista e quello socialista. Così è da noi, così è altrove. Gli altri partiti non hanno universalità di principii; hanno un contenuto piccolo, subordinato, che li condanna ad essere incastrati, o nel partito nazionalista o nel partito socialista». L’organo dei nazionalisti, ammetteva Pantaleoni, era senza dubbio protezionista, e le sue scelte potevano apparire bizzarre e non motivate, ma proseguiva: «“Il protezionismo industriale” non è un cardine del nazionalismo, come non è antinazionale il “liberismo economico”» ed il socialismo è anzi la «forma più completa e più spiccata di protezionismo!». Erano stati gli scritti di E. Corradini e di F. Coppola su «L’idea nazionale» a convincerlo che quello era il momento per aderire al nazionalismo e che la loro posizione in fatto di politica economica doveva essere considerata «del tutto irrilevante». Il fatto nuovo per lui era dato proprio da Gabriele D’Annunzio da considerare «il più grande, il più perfetto, il più splendido nazionalista che la guerra abbia rilevato presso di noi». E concludeva che «molto l’Italia deve a quest’uomo dei più straordinari per intensità di sentimento e ricchezza di pensiero»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-050-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-050">3</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Se è vero che il nazionalismo aveva mutato complessione e linea politica nei tre lustri precedenti, è anche vero che il suo riconoscimento di significativa presenza politica aveva cominciato ad essere convincente ed a seminare spunti per una azione politica già nelle pagine di «Il regno»<hi rend="italic"> </hi>(1903-1905), come ora si tende a riconoscere anche nella ricerca storica.</p><p rend="text"> È da considerarsi indicativo uno dei sottotitoli che accompagna la testata della rivista, <hi rend="italic">Nel mare è il </hi><hi rend="italic">certame dei regni</hi>. La rivista ha una fisionomia ideologico-cultural-politica piuttosto chiara e non pare limitarsi a coltivare un ‘mito’. L’assunto è che «per le officine e per i fondaci, il popolo prolifico e paziente si va facendo più industre»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-049-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-049">4</ref></hi></hi> e che le sue aspirazioni non possono essere interpretate dall’«ignobile socialismo» e tanto meno da una borghesia «avvinta nella sua vita contemplativa». La «buona democrazia» in atto, in realtà spartisce diffusi favori attraverso un sistema di «congregazioni, scuole, aziende, camarille, combriccole, intrighi, raggiri dal meno cacciandone il più»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-048-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-048">5</ref></hi></hi>. Per questa ragione i nazionalisti si «dichiarano individualisti, ma in una nuova» civiltà industriale e volevano farlo senza ricorrere alla lotta di classe, né facendosi irretire dalla «ipocrisia liberale», perché la libertà, anche quella economica, è «un modo di essere obbligatorio e indistruttibile»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-047-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-047">6</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In fatto di visione economica, «Il regno» si ferma ad individuare tre motivi che diverranno poi tipici del nazionalismo italiano. Si avvertì che si stava entrando in un’epoca di profondi cambiamenti anche economici; ci si contrappose violentemente, attraverso una critica radicale, senza alcuna indulgenza, al socialismo; si scorse nella borghesia un ceto sociale incapace a compiere scelte coraggiose e, di conseguenza, si aspirò a creare una nuova classe dirigente.</p><p rend="text">Scelsero come loro maestri G. Mosca e V. Pareto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-046-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-046">7</ref></hi></hi>, perché la loro teoria delle aristocrazie come classi necessarie per fondare una democrazia, tagliava fuori ogni aspirazione o velleità egualitaria. Riuscirono così a catturare nelle loro file proprio Pareto che, in fatto di critiche al socialismo, non si sentiva e non voleva apparire secondo a nessuno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-045">8</ref></hi></hi>, ed insieme al quale avvertirono che ogni loro aspirazione rischiava di restare tale e quindi vana, in quanto continuavano a credere «fermamente al potere degli industriali sulla storia dei popoli»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-044">9</ref></hi></hi>. Dissero apertamente che per realizzare un progetto politico per un paese industriale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-043">10</ref></hi></hi> ci voleva «un progetto e una voce: cioè <hi rend="italic">un</hi><hi rend="italic"> uomo</hi>»<hi rend="italic"> </hi>che però al momento non esisteva. Stavano nascendo le realtà industriali nazionali, per le quali una politica attiva dell’emigrazione avrebbe potuto essere di gran giovamento, ma non si scorgeva in Italia una classe dirigente adatta allo scopo.</p><p rend="text">Di fatto Pareto contribuì non poco a che «Il regno»<hi rend="italic"> </hi>ben definisse i tre motivi tipici del nazionalismo economico in Italia, anche dopo che era stata politicamente riconosciuta la sua nascita<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-042">11</ref></hi></hi>. Precisò di essere consapevole che stava avvenendo un mutamento nel modo di produrre, e non solo in Italia, e si augurò che a tale mutamento corrispondesse un adeguato impegno della borghesia il cui declino stava aprendo le porte alle ‘forze popolari’ verso le quali mostrò da sempre di avere una completa sfiducia, anzi una malcelata repulsione.</p><p rend="text">Fu proprio indagando sulla ragione economica della emigrazione in Italia e riflettendo su questa fase di concorrenza internazionale, che i nazionalisti finirono per essere espansionisti, militaristi ed anche colonialisti. Come emerse dalla loro presenza su periodici favorevoli ad una politica protezionista. Nessuno – scrissero – può «negare al popolo italiano un avvenire di prosperità, di potenza, di grandezza», per cui cercarono di convincere i propri seguaci che non ci sarebbe stato da scandalizzarsi se questo espansionismo «piega facilmente al militare»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-041">12</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Fu però con la fine del primo decennio del ventesimo secolo che il nazionalismo si affermò come un importante interlocutore della vita politica ed economica nella Italia del periodo. Avvenne negli anni che vanno dal 1910 al 1914 attraverso due congressi ed un convegno organizzativo, e per mezzo di giornali e riviste direttamente od indirettamente ispirate. Svolse in tal modo un ruolo rilevante perché oggi si possa capire le ragioni di fondo che permisero poi la nascita e l’affermazione del fascismo. Più che altro mise a disposizione del dibattito politico convincenti motivi perché oggi si possano capire le ragioni per cui il fascismo riuscì a saldare aspirazioni politiche rivoluzionarie ed una ‘originale’ concezione dell’architettura dello Stato.</p><p rend="text">Si tratta di passaggi sui quali la storiografia è ormai cospicua ed agguerrita oltre che di qualità<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-040">13</ref></hi></hi> e ai quali anche gli storici del pensiero economico italiano hanno cominciato a dedicare una certa attenzione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-039">14</ref></hi></hi>. Concorsero a determinare e far maturare quel clima politico anche alcuni fra i nostri maggiori economisti di quegli anni, insieme ad altri che si affacciavano allora nel dibattito sulla politica economica e sociale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-038">15</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il processo di decantazione della politica economica nazionalista fu relativamente lento. Il movimento, costituito in associazione, aveva ancora una forma magmatica, un po’ come emergeva dalla eredità delle riviste fiorentine e secondo la lezione di E. Corradini, nella quale le aspirazioni letterarie ed una vera passione politica (ma anche storico-economica) non sempre trovavano sintesi convincente ed appropriata. </p><p rend="text">Riprenderemo, fra breve, il tema dello sviluppo del pensiero economico nazionalista per mettere a fuoco il problema, centrale in questa sede, del rapporto fra quel pensiero (o le proposte di politica economica che ne stavano derivando) ed i nostri tre grandi economisti assai attivi in quegli anni nel dibattito politico-economico e, in particolare, del loro rapporto con l’insorgente fascismo. </p><p rend="text">La questione può essere posta correttamente una volta reso chiaro un doppio aspetto del movimento, ovvero il fatto che il nazionalismo cambiò volto e contenuto (e protagonisti) fra il suo primo congresso (1910) e la sua fusione con il Partito nazionale fascista (1923) e il fatto che nel periodo intermedio scrissero su periodici fondati o diretti da nazionalisti molti economisti accademici nelle diverse fasi nelle quali si può distinguere l’evoluzione dottrinaria e politico-pratica del nazionalismo.</p><p rend="text">Una volta chiusa l’esperienza delle riviste ‘fiorentine’, anche per la funzione del gran lavoro svolto dal gruppo della «Voce», il movimento passò da un vago ‘stato d’animo’ a delineare una fase di interesse etico-politico avendo a disposizione, o costituendo <hi rend="italic">ex novo</hi>, una tribuna di giornali e riviste rispettabili e, molto spesso, rispettate. </p><p rend="text">Sul punto è comunque necessario un chiarimento. Non tutti i giornali e le riviste da considerarsi di orientamento nazionalista<hi rend="italic"> </hi>lo furono per l’intero periodo, e non tutti gli economisti che vi scrissero possono essere considerati nazionalisti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-037">16</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In ogni caso, fra «L’idea nazionale», «Politica»<hi rend="italic"> </hi>e<hi rend="italic"> </hi>«La vita italiana», ed i moltissimi quotidiani riconducibili a qualche esponente del movimento, c’è una bella differenza. Comunque scrissero su questi periodici Giovanni Amendola, M. Pantaleoni, V. Pareto, E. Barone, C. Bresciani Turroni, Arturo Labriola, G. Valenti, G. Arias, O. Sinigaglia, L. Amoroso ed A. de’ Stefani. Il quadro è solo indicativo; bisognerebbe poi distinguere queste collaborazioni in relazione alle circostanze che le determinarono e quale era l’orientamento politico-economico del movimento nel periodo. </p><p rend="text">I grandi spartiacque furono sicuramente lo scoppio della Grande guerra (che coincide peraltro col vero e proprio congresso della fondazione del nazionalismo) ed il 1920 quando si stava ormai riducendo la carica rivoluzionaria del socialismo italiano ed era già attivo il movimento fascista. Da allora in poi la gran parte dei nazionalisti fu prossima idealmente al fascismo il quale fu in grado di catturare economisti che derivavano dalla scuola einaudiana, come G. Prato, o che si erano formati nelle file del socialismo rivoluzionario.</p><p rend="text"> Con la scomparsa di Pareto, Pantaleoni e Barone si aprì la decisiva stagione politica di A. Rocco, la cui presenza era già stata caratterizzante l’intero congresso del 1914, una stagione che si protrasse fino alla sua scomparsa. Non rileva in questa sede chiedersi se nel 1923, al momento della fusione con il Pnf, furono i nazionalisti a prevalere o viceversa; neppure troppo ha significato l’atteggiamento tattico-organizzativo (fino ad organizzare una propria ‘milizia’) del movimento; rileva il ruolo che ebbe da allora A. Rocco nella costruzione istituzionale, giuridica ed economica dello Stato fascista<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-036">17</ref></hi></hi>. Anche gli economisti che avevano fino ad allora bordeggiato ai margini del nazionalismo divennero aperti sostenitore di quello che fu di lì a poco un ‘regime’: vien da citare i casi di L. Gangemi, G. Borgatta, E. Morselli, A. de’ Stefani, F. Flora, G. Arias e poi A. Degli Espinosa e L. Nina. </p><p rend="text">Ma per i nostri tre maggiori economisti del tempo e fra i maggiori del nostro intero pensiero economico è il caso di andare in profondità al fine di delineare, sia pure a grandi linee, il modo in cui divennero aperti sostenitori della nuova esperienza politica appena iniziata.</p><p rend="h2">3. Il nazionalismo economico e Vilfredo Pareto</p><p rend="text">La posizione di V. Pareto fu, nei primi anni del secolo, assai prossima a quella di E. Corradini, accomunati in primo luogo in una discussione sul declino della borghesia in Italia. Concordarono però sul destino inevitabilmente espansionista-militarista dell’Italia e sul mortale pericolo che stava incombendo sul Paese a causa di una borghesia «vile e remissiva» che stava venendo meno al suo dovere di essere classe dirigente rispetto ad una minoranza, quella socialista, «virile, pugnace, coraggiosa». C’è silenzio, denunciava Pareto, da parte di una classe dirigente che è inerte rispetto agli «scioperanti che saccheggiano, incendiano, occupano impudentemente»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-035">18</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Era fondamentalmente un liberal-liberista, ma con qualche non trascurabile caratteristica tutta sua personale. Intanto non disdegnava il ricorso alla forza nelle vicende interne; condannava i sentimenti «stupidamente umanitari della borghesia» per mutare i quali auspicava il ricorso ad una guerra nella quale «fossero trascinate molte nazioni e che durasse assai» in modo da rompere un clima di regolarità nel quale Giolitti non avrebbe che potuto emergere come il saggio mediatore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-034">19</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Non risulta che Pareto abbia partecipato alla vita attiva dell’associazione, ma, nel 1913, rispondendo brevemente ad una inchiesta promossa dalla stessa, ebbe a scrivere: «I popoli hanno bisogno di un ideale. Il nazionalismo provvede ora a soddisfare questo bisogno, che ha dimenticato il socialismo quando è diventato transformista e riformista; mentre poi le altre religioni si sono tutte infiacchite […] Una viva ed operosa fede, qualunque sia entro certi limiti, contribuisce a fare forti e potenti i popoli»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-033">20</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Non è forse un caso che, fra la pubblicazione del <hi rend="italic">Manuale</hi> e la sua scomparsa,<hi rend="italic"> </hi>passando attraverso il<hi rend="italic"> Trattato</hi>, Pareto ebbe modo di definire lo statuto della teoria economica e quello della economia politica ‘pratica’<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-032">21</ref></hi></hi>. E lo fece anche attraverso interventi su giornali latamente definibili come politici oltre che in uno scritto classico, ma spesso messo in sottordine, sul «Giornale degli economisti»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-031">22</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> Il suo avvicinamento al fascismo avvenne dunque per motivazioni non tanto cultural-teoriche quanto per ragioni sociologiche e politiche. Quando il fascismo sbocciò politicamente e divenne partito, e poi andò al potere, Pareto si trovò a far parte di una disomogenea schiera di persone (come Einaudi, Croce, U. Ricci e molti altri) che vide nel fascismo un ritorno all’ordine e la manifesta sconfitta di ogni tentazione statalista e socialista. Per il nostro economista il fascismo era pensato come un’epoca in cui il potere politico avrebbe dovuto chiudere la fase del ruolo attivo dello stato, quindi delle sovvenzioni alle cooperative, della politica doganale protezionista, del potere politico dei sindacati. In economia l’unico potere legittimo era per lui quello che le imprese potevano conseguire <hi rend="italic">via </hi>i costi o l’innovazione dei prodotti, in politica era quello degli elettori che lo assegnavano fiduciosi ad una classe eletta, ben selezionata, sottoposta al controllo di una libera stampa; una classe che deve essere la garanzia di un selettivo ma ‘corretto’ gioco economico. Paradossalmente, pur venendo da una formazione ed una esperienza di vita assai diversa, su questa elementare visione della società concordarono Pantaleoni e Pareto. Essa divenne anzi la motivazione unica ed ultima delle rispettive scelte politiche; quella alla quale anche momentanei dissensi, almeno in fatto di politica economica, dovevano essere subordinati ed accantonati. Questa è la ragione per cui il divenire fascisti per i tre fu in qualche modo diverso, ma con esito comune. La motivazione fu anche di contingente contenuto politico e fu giocata sulla necessità di evitare un ‘male maggiore’. Era da considerare un atteggiamento occasionale; ma, al fondo, andava considerata come la condivisione di un sistema di valori che erano stati coessenziali a tutta la grande teoria economica precedente. Il fatto che i nazionalisti fossero dei protezionisti, per Barone fu un valore positivo, per Pareto e Pantaleoni fu considerato come un atteggiamento estemporaneo di pochi scavezzacolli, che poco sapevano di economia e che meritavano scarso credito perché da considerare al soldo di qualche potente gruppo industriale. Era questa, d’altra parte, una accusa corrente reversibile nel dibattito politico economico del tempo, nel quale Pareto fu anche ritenuto schierato per interesse diretto sulla sponda opposta rispetto ai protezionisti dichiarati. </p><p rend="text">Pareto fu prossimo ai nazionalisti nei primi anni del ’900 e poi al momento in cui avvenne la fusione con il Pnf<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-030">23</ref></hi></hi>. Percorse una traiettoria che risultò essere al di fuori, ma non apertamente divergente, di qualche appena abbozzata soluzione corporativa ed anche della stampa del movimento, una volta che questo si dette una sua organizzazione; una traiettoria tutta sua, che lo distingue anche rispetto al suo amico ed usuale corrispondente epistolare M. Pantaleoni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-029">24</ref></hi></hi>. La sua ‘economia sperimentale’ lo condusse a sottolineare che l’economia non può che essere un ‘rapporto delle cose’; quindi non una metafisica, ma una spiegazione di fenomeni economici concreti e misurabili, ben più soddisfacente rispetto a quanto può offrire l’economia pura. «Questi <hi rend="italic">rapporti </hi>per la società umana – osservò – comprendono tutti i fenomeni sociali; e tutti sono interdipendenti. Diritto, etica, religione, estetica, economia, ecc., sono parti interdipendenti di un tutto. La scienza le separa per studiarle, perché non può fare altrimenti, ma poi, per applicazioni pratiche, per intendere bene un fenomeno concreto, occorre da capo riunirle»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-028">25</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nella loro determinazione storica, nella quale le <hi rend="italic">azioni non logiche</hi> del comportamento umano sono più importanti delle <hi rend="italic">azioni logiche</hi>, Pareto prende partito contro una soluzione statistica della teoria della produzione perché non trova un solo esempio che dimostri la sua capacità di poter funzionare nella realtà. Nei casi, si direbbe oggi, di <hi rend="italic">fallimento del mercato</hi> Pareto è disposto ad affidarsi alla prova della esperienza fattuale, il che vale anche con riguardo alla capacità di rendere efficiente l’impresa cooperativa, a differenza dell’atteggiamento che tenevano Einaudi e Pantaleoni su questo modo di produzione. I suoi compagni di viaggio da lui individuati in questo percorso teorico sono G. Prato, U. Ricci, O. Senigaglia ed E. Giretti. Anche della esperienza politica di F.S. Nitti dà un giudizio assai equilibrato: nella sua prima esperienza di governo l’impostazione della politica era corretta ma doveva essere considerata astratta. Perché con bella finezza di analisi ebbe a dire: «il problema che ha da risolvere un uomo di Stato è essenzialmente il seguente: essendo dato il sentimento e gli interessi nel paese, qual è l’ordinamento migliore con essi compatibile»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-027">26</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il modo in cui si presentava il fascismo, al momento della formazione del governo Mussolini, con A. de’ Stefani alle Finanze<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-026">27</ref></hi></hi>, gli apparve una soluzione ‘nuova’ ed assai promettente. Disse:</p><p rend="quotation_b">Ho applicato allo studio di questo fenomeno politico di formidabile interesse, il mio solito metodo sperimentale: guardo al Fascismo con la visione assolutamente obiettiva che ho usato nell’esame d’altri molti fenomeni politici, economici e sociali […] Lo studio del fenomeno fascista non è soltanto difficile per la sua complessità, ma perché, anche, il suo nome serve ormai a significare delle cose ben distinte, secondo due fasi che presenta già: del resto, Mussolini, ha caratterizzato perfettamente in <hi rend="italic">Gerarchia</hi> questo secondo tempo del Fascismo [allude ad un noto articolo sulla rivista]. Se, infatti, il primo periodo apparve come una reazione spontanea ed un po’ anarchica d’una parte della popolazione contro la tirannide rossa a cui i precedenti Governi avevano concesso ogni licenza, e se il Fascismo d’allora, disprezzando le teorie, era soltanto azione e non ideologia, ciò non poteva che essere transitorio, soprattutto in un popolo di vecchia civiltà al quale l’ordine è assolutamente necessario.</p><p rend="text">Era convinto che ci sarebbe stata una seconda fase che avrebbe potuto essere governata dalla vecchia classe dirigente ancora al potere, o da una nuova, ovvero dal fascismo, ma «trasformato, divenuto dottrina organica dello Stato per il ristabilimento dell’autorità di Governo e dell’ordine pubblico»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-025">28</ref></hi></hi>. Prevalse il fascismo perché teso verso un ideale quasi mistico: l’esaltazione del sentimento nazionale e del potere dello Stato, la reazione contro le ideologie democratiche, pseudo-liberali, pacifiste, umanitarie. L’avvento del fascismo poteva essere interpretato come la conferma di una legge individuata nel suo <hi rend="italic">Trattato</hi>, secondo la quale<hi rend="italic"> </hi>«la collettività in cui i capi hanno l’istinto delle combinazioni sposato ad un altissimo grado e la massa ha possenti sentimenti ideali vince sulle altre collettività»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-024">29</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Tutto questo aveva coinciso, secondo Pareto, con il fatto che il fascismo aveva «trovato nel suo Capo un uomo politico affatto eccezionale» perché ha saputo usare il «suo potere con fermezza, ma anche con moderazione, evitando contemporaneamente debolezze ed eccessi»; nell’occasione, ammoniva che un governo dittatoriale deve saper dosare la libertà che concede ai cittadini; il consiglio è quello di limitarla ma non di sopprimerla. </p><p rend="text">Qui sta il motivo centrale dell’atteggiamento benevole, ed è dir poco, di Pareto verso il fascismo, ed è lo stesso motivo per cui accettò l’offerta di Mussolini di rappresentare l’Italia nella Commissione economica delle Nazioni (salvo poi rinunciarvi per ragioni di salute)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-023">30</ref></hi></hi> e per cui lasciò infine nel suo ‘testamento politico’ la raccomandazione di conservare il Parlamento e l’ammonimento che comunque il governare è compito che va condotto anche col concorso dei dissidenti, ai quali va sempre lasciata ‘un’ampia libertà di stampa’. E dopo aver ammonito di «lasciar gracchiare le cornacchie, ma di essere inesorabili nel reprimere i fatti», concludeva che «i peggiori nemici di un ordinamento sono coloro che vogliono spingerlo agli estremi»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-022">31</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il punto debole dell’adesione convinta di Pareto al fascismo non è da ritrovare in questa partecipazione emotiva ch’egli mostrò al momento della Marcia su Roma<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-021">32</ref></hi></hi>, ma in questa idea o aspirazione di poter tracciare <hi rend="italic">ex </hi><hi rend="italic">ante</hi> la linea di sviluppo di un movimento del quale non disconosceva i pericoli ma che si augurava e si illudeva che potesse essere in seguito quello che lo studioso di politica si era costruito nella forgia del confronto politico e nella sua generalizzazione ideale.</p><p rend="text">Su questa linea interpretativa dell’avvento del fascismo e su questa emotiva apertura di credito si trovarono allora molti autori e non solo quelli liberal-liberisti. Alcuni di essi divennero poi severi critici del fascismo in generale e delle sue principali scelte politiche. Non è dunque lecito avanzare ipotesi su quello che sarebbe stato il giudizio ed il comportamento di Pareto sul fascismo dopo il delitto Matteotti. Due notazioni è però doveroso avanzare. La prima: Pareto fu un sostenitore aperto, ma condizionato, di un fascismo ipotetico molto diverso da quello che poi fu. La seconda: il sostegno al fascismo di Pareto è particolarmente significativo perché è dovuto ad un autore che avrebbe dovuto essere più cauto ed avvertito in ragione della riflessione originale e complessa che aveva condotto sul modo in cui si organizza il potere politico.</p><p rend="h2">4. Dalla Associazione nazionalista al nazionalismo economico: M. Pantaleoni ed E. Barone</p><p rend="text">L’idea di un’adesione condizionata e contingente di V. Pareto al fascismo stenta a farsi largo nella fittissima storiografia sul periodo. Fu senza dubbio un’adesione incauta, ma niente ci vieta di pensare che quella di Pareto avrebbe potuto subire un’evoluzione simile a quella che ebbero altri economisti o storici di professione come B. Croce, G. De Ruggiero, L. Einaudi, U. Ricci, e poi I. Bonomi o A. Salandra, qualcuno dei quali era stato presente anche al discorso di Mussolini a Napoli dell’ottobre 1922. </p><p rend="text">Vale anche la pena di ricordare un’ipotesi avanzata alcuni anni fa per la quale il nazionalismo costituì il <hi rend="italic">veleno </hi>che fu inoculato nel fascismo, e che si diffuse anche fra i meglio disposti per un’opposizione al regime e che finì nei suoi sviluppi per dividere il fronte liberal-democratico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-020">33</ref></hi></hi>. Ma Pareto non era uomo capace di prestarsi a comportamenti del genere. Resta il fatto che permane nella sua intera serietà il problema di definire il <hi rend="italic">contenuto</hi> del nazionalismo economico che muta col tempo e che assume connotati culturali diversi nelle collaborazioni alle riviste ad esso prossime<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-019">34</ref></hi></hi>.</p><p rend="text"> È fuorviante cercare di ricostruire il ruolo che ebbero i nazionalisti nel preparare prima l’avvento ed assicurare poi il decollo del fascismo restando prigionieri di una ‘rassegna delle truppe nazionaliste’ che si limiti a prendere<hi rend="italic"> </hi>in considerazione coloro che presero parte ai convegni, ai congressi dell’Associazione, oppure che si mostrarono d’accordo con qualche lembo di proposta politica che fu nelle occasioni avanzata. A distanza di anni, anche De’ Stefani ebbe a dichiararsi ‘nazionalista’, ma senza alcun riferimento al movimento che chiuse i battenti col 1923. Gli studi ora a nostra disposizione mettono in evidenza come dal 1922 in poi il vero interlocutore di Mussolini fra i nazionalisti fu A. Rocco, piuttosto che Federzoni; era stata peraltro sua, con una parte dovuta a F. Carli, la già menzionata relazione al congresso del 1914. </p><p rend="text">Fino ad allora si dichiaravano nazionalisti i seguaci di E. Corradini, gli esaltatori della guerra libica, gli interventisti, i militaristi, gli anti-nittiani, gli antiliberisti, gli antisocialisti, i teorici della ‘quarta sponda’, gli antiliberali <hi rend="italic">tout-court. </hi>Si respirava un’aria di prossima caduta dell’impero. I nazionalisti della prima ora avvertivano che tutto questo stava avvenendo, ma muovendo da punti diversi e con intenti diversi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-018">35</ref></hi></hi>. Il movimento nazionalista, nella sua dichiarata declinazione antimassonica ed antidemocratica, raccoglieva crescenti consensi anche fra coloro che esaltavano il valore della guerra, della conquista coloniale, della lotta sociale. Forte era la critica verso gli umanitari, i pacifisti, i ‘concordisti sociali’, il parlamentarismo, nei confronti di coloro che non denunciavano il «pericolo tedesco nel commercio e nella cultura»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-017">36</ref></hi></hi>. E diffuso era l’auspicio per un «profondo rivolgimento di idee» che non si riducesse solo al miglioramento economico di un paese che non riusciva a farsi Patria. Scriveva Prezzolini nel 1914:</p><p rend="quotation_b">Questi italiani non possono esserci finché il senso della disciplina, la puntualità, la pulizia, la dignità personale non siano patrimonio nazionale; finché la vita politica non li risani, la massoneria non sia disprezzata più che temuta, il mezzogiorno non si liberi dalla camorra e dai politicanti, e tutto il paese non senta la ribellione contro Roma e contro la burocrazia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-016">37</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Le ragioni per cui si era nazionalisti nel 1910 erano più numerose che non nel 1912, dopo che si era avuta la scissione dell’ala ‘liberale’. E lo si era anche senza fare vita ufficiale nell’Associazione ma solo scrivendo su qualche giornale o periodico ritenuto prossimo ai nazionalisti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-015">38</ref></hi></hi>. Bastava sentirsi tali e condividere solo un punto di quello che stava via via divenendo il programma politico del nazionalismo. Né va dimenticato che non furono pochi coloro che si dichiararono nazionalisti sull’onda del successo del fascismo in coincidenza o quasi degli eventi del 1922.</p><p rend="text">Pantaleoni fu un nazionalista convinto, ma particolare. D’altra parte, gran parte dei punti programmatici dei Fasci andava ben oltre l’obbiettivo di essere antibolscevichi e difensori dell’ordine sociale. Si è già ricordato il modo in cui Pantaleoni riteneva di superare il protezionismo dei Fasci e dei nazionalisti, i quali peraltro non concordavano su alcuni punti programmatici di quel primo fascismo che era favorevole ad una forte imposta progressiva sul capitale, alla espropriazione sia pure parziale dei profitti di guerra, e nemmeno sul limite legale di otto ore della giornata lavorativa. Concordava con quei nazionalisti nella durissima campagna contro la presenza del capitale tedesco in Italia (in particolare nella Banca commerciale italiana), per una politica coloniale, nella critica sprezzante verso la politica di Nitti ritenuta essere rinunciataria verso i paesi adriatici, troppo accomodante nei confronti di Giolitti e filosocialista<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-014">39</ref></hi></hi>. Senza trascurare che è lecito presumere che l’economista abbia condiviso anche la nascita e le azioni delle <hi rend="italic">camicie azzurre</hi> dei «sempre pronti per la Patria e per il re» che, all’inizio del 1919, si erano distinti per l’assalto alla Camera del lavoro di Bologna<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-013">40</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Quello di E. Barone fu un nazionalismo alquanto diverso, meno ideologico-politico, e più ricondotto ai valori economici di una crescita imperialistica dell’Italia. In senso stretto si potrebbe dire che Barone fu un nazionalista <hi rend="italic">ante </hi><hi rend="italic">litteram</hi>, perché sono precedenti i suoi scritti su «La preparazione», un periodico dalla inusuale periodicità (tre volte al mese), nei quali poté riversare tutto il suo spirito militaristico, colonialista, espansionistico che aveva già mostrato nella collaborazione alla «Nuova antologia», anche alla «Critica sociale» e nel volume <hi rend="italic">Economia </hi><hi rend="italic">coloniale </hi>che è del 1911. Stando alle opportunità che gli furono offerte, Barone avrebbe potuto essere l’economista ufficiale del nazionalismo per l’incarico che aveva ricevuto al convegno organizzativo di Bologna del 1912, ma, nei fatti, dal 1914 in poi il compito di delineare e precisare il programma economico del nazionalismo fu assunto da un non economista, A. Rocco<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-012">41</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Barone aveva già chiarito la sua localizzazione ideologica e di politica economica nell’editoriale della <hi rend="italic">Preparazione</hi> in cui si legge:</p><p rend="quotation_b">Noi, interpreti della coscienza pubblica, non miriamo che a concorrere perché sia data forma precisa, concreta ad un pensiero che è nella mente di tutti: e non miriamo che a stimolare governanti e paese perché quel pensiero venga tradotto in atto, senza mezzi termini e senza esitazione. Il nostro paese troppo a lungo ha trascurato la sua preparazione militare. È giunto il momento, in cui con opera alacre, fattiva, riacquisti il tempo perduto e si prepari; non a scopo di voluta aggressione, non a scopo di voluta guerra, ma al fine di assicurarsi il rispetto altrui e poter svolgere le proprie attività produttrici senza la minaccia di umiliazioni e sopraffazioni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-011">42</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Siamo nel 1909, al momento in cui il nazionalismo politico era ancora un groviglio di stati d’animo. Nel 1914, quando Barone aderì al movimento nazionalistico e quando il programma economico dello stesso si stava delineando, Barone precisò:</p><p rend="quotation_b">Il Paese vuol lavorare e produrre; vuol essere sicuro dentro e lavorare e produrre; anche per essere forte ai confini e vedersi non contrastati i legittimi campi di sua espansione. E a chi gli assicuri questi beni gli darà il suo plauso senza bisogno di prendere l’occhialino per assicurarsi se poi abbia addosso nel suo vestito un po’ più o un po’ meno di grigio o di rosso<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-010">43</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nel frattempo, in realtà, Barone si era dichiarato favorevole al protezionismo dell’industria bellica, alla sua possibile nazionalizzazione e ad allentare il dazio sul grano al fine di tenere contenuto il prezzo del pane e mantenere tonica la domanda interna.</p><p rend="text">Per la nostra riflessione sul periodo, poco rileva la riscoperta a distanza, ed a fini politici, del Barone del 1908, e nemmeno in modo soverchio quanto scrisse nel periodo, nemmeno le alleanze che può avere trovato, come economista, nella sua evoluzione politica ed intellettuale. Di sicuro aveva una posizione diversa da quella di Pareto, Pantaleoni, di De Viti De Marco, non perché questi fossero intrinsecamente degli antimilitaristi ma perché temevano che una politica di espansione della spesa militare portasse a cospicue commesse pubbliche a favore di poche imprese in posizione monopolistica. </p><p rend="text">Rilevano però, nella posizione di Barone, dati di ordine più generale. Innanzitutto la sua vena di ordine storicistico. Notava: «La rassomiglianza [nei fenomeni d’ordine economico], sempre nelle grandi linee s’intende, è così evidente che par quasi di leggere nel passato di certi paesi il presente del nostro e nel nostro presente intuire il nostro futuro»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-009">44</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">C’è in Barone come una ipotesi per la quale la filosofia della storia porta ad un atteggiamento di condivisione di un ciclo inevitabile che sottostà al procedere umano e che lo porta a contrapporsi frontalmente al socialismo ed al marxismo, ma che non ha nulla a che fare con quella elitaria di Pareto o con quella violentemente reazionaria di Pantaleoni. Scrive Barone:</p><p rend="quotation_b">Il partito socialista, dopo avere con la propaganda del marxismo suscitato la coscienza delle classi lavoratrici, dopo averle organizzate e preparate alle grandi lotte nella prima fase della trasformazione, si trasforma esso medesimo per divenire un partito del lavoro, vigile degli interessi delle classi lavoratrici, promotore di tutte quelle leggi sociali e di quelle riforme che valgano a migliorarne e sollevarne le sorti. </p><p rend="text">Ma in tal modo, «si schiude un nuovo periodo: quello degli alti salari. E allora la base del marxismo è scrollato [sic!], sia come sistema scientifico, sia come strumento di propaganda»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-008">45</ref></hi></hi>. In questo Barone era pantaleoniano: l’alternativa era fra nazionalismo e socialismo (così come era allora per tutta la borghesia italiana), ed al fondo anche lui non la pensava diversamente.<hi rend="italic"> </hi>Ma la realtà dell’economia italiana era in continuo mutamento e la sua posizione cambiava correlativamente. Sembra di poter dire che Barone non amava rifiuti di tipo dogmatico, ad esempio, verso il protezionismo, che va giudicato caso per caso. La premessa di Barone è, anche qui, significativa: «<hi rend="CharOverride-3">è</hi> iniziato un periodo in cui è già larga l’emigrazione di gente che va faticosamente in cerca, su terre più feraci, di una maggiore rimunerazione e che infligge alla già stremata economia un nuovo dissanguamento con l’invio fuori di patria di tanti capitali che l’economia nazionale ha, dunque, allevato in pura perdita». La circostanza «adduce fatalmente alla necessità della produzione agricola e di quella industriale; protezione che costituisce un male, una distruzione di ricchezza, ma che può essere inevitabile per scongiurare mali ben più gravi»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-007">46</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Bisognava mettere in conto, ad avviso di Barone, che un paese industriale e moderno non può evitare una politica coloniale, per cui è da respingere l’idea secondo la quale: «l’esercito è un costoso organismo il quale a poco serve; esso influisce sullo spirito pubblico, che si disinteressa dell’esercito, subendolo e discutendolo come cosa di dubbia utilità di cui, volendo, si potrebbe far di meno: donde l’intiepidirsi di sentimenti militari nel paese e la sfiducia di cui l’esercito si sente pervaso»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-006">47</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Di questa prossimità del pensiero economico di Barone agli orientamenti del nazionalismo, si accorse anche l’Associazione se è vero che nel convegno organizzativo di Bologna del 1912 venne deciso quanto segue: «Circa la questione economica di così grande importanza, poiché interessa l’intera vita nazionale, si comunica che il prof. Enrico Barone scriverà per il prossimo Congresso una esauriente relazione, che servirà di base ad una seria e fattiva discussione sull’argomento»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-005">48</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Non risulta che Barone abbia poi presentato la suddetta relazione; il congresso fu dominato in fatto di politica economica da A. Rocco (e da F. Carli), come si dirà in seguito. È lecito ipotizzare che la scelta per una ‘economia corporativa’ non si confacesse all’impostazione teorica di Barone, il quale probabilmente preferì tornare ai suoi studi di storia e di strategia militare, come avvenne con la sventurata ritirata di Caporetto.</p><p rend="h2">5. Il nazionalismo economico diviene ‘corporativo’</p><p rend="text">Con le conoscenze storiche di cui disponiamo, si può dire che nel congresso nazionalista di Milano si finì per determinare buona parte dei futuri anni dell’Italia. Conviene ripetere che Rocco mise a rischio capitali propri per impedire il fallimento de «L’idea nazionale» nel 1920, che era presente a Milano mentre Mussolini attendeva la ‘chiamata’ del re per recarsi a Roma a formare il governo, che discusse punto per punto con Mussolini i termini e le condizioni della fusione dell’Associazione con il Pnf, e definì il testo conclusivo della Carta del lavoro. Presiedette la Camera dei deputati al momento del delitto Matteotti, dette contenuto e forme allo Stato fascista, fu protagonista alla nascita dell’Iri, e così di seguito.</p><p rend="text"> È questa la ragione per cui non si può non sottolineare il fatto che quella grande stagione del pensiero teorico italiano, quella ben nota ad ogni studioso di storia del pensiero economico, quella che vedeva schierati con i nazionalisti Pareto, Pantaleoni, Barone ed il giovane Amoroso, sia legata a doppio filo con le vicende del nazionalismo politico italiano. I tre ebbero vicende professionali, culturali, accademiche, anche politiche in senso elettorale, assolutamente diverse, interessi teorici assai diversificati, e pure ruoli differenti in fatto di organizzazioni culturali. Restano però iscritti nella grande storia della teoria economica come autori di contributi non comparabili in ogni senso fra di loro. Ma tutti e tre furono nazionalisti, e tutti e tre divennero sostenitori del regime fascista. Qualcuno lo fu con qualche condizione, qualche altro con totale ed incondizionata convinzione. Rileva comunque il fatto che tre eminenti economisti teorici, di formazione neo-classica e/o dell’equilibrio economico generale, abbiano da subito, in età matura, deciso di sostenere un regime politico poco rassicurante e che si riprometteva di poco concedere alle discussioni di carattere culturale e di costruire un sistema economico teorico e pratico che <hi rend="italic">voleva </hi>e<hi rend="italic"> doveva</hi> contrapporsi a quello dato per scontato dagli economisti ortodossi, come essi ritenevano di essere almeno sotto questo aspetto; tutto questo merita una riflessione. </p><p rend="text">La vita politica italiana si presentava allora come un fiume di lava nel quale è difficile distinguere le origini di ciò che sta per divenire un detrito indistinto. La confusione culturale, politica, di azione di governo era massima. La teoria economica, a rivederla a distanza, si presentava invece attraverso stilizzazioni convincenti dopo che la stella di Loria era in fase declinante e dopo che i teorici del socialismo si presentavano divisi fra di loro e con profili analitici incerti.</p><p rend="text">La vicenda umana di questi importanti economisti spiega, almeno in parte, le rispettive ambizioni teoriche, l’insoddisfazione accademica, le origini professionali da cui erano partiti prima di divenire professionalmente degli economisti. Può soccorrerci nel nostro giudizio il pensare che i tre erano comunque antisocialisti, antidemocratici, interventisti, in qualche modo sofferti testimoni di una stagione nella quale l’‘Italia proletaria’ sembrava destinata ad essere esclusa dal novero delle grandi potenze. </p><p rend="text">Il fascismo parve loro offrire una speranza politica in grado di rispondere positivamente alle loro paure, al bisogno di ordine cui aspiravano, alla necessità di reintrodurre criteri di distinzione, e di classe, che ritenevano essere parte di un salutevole sviluppo di una società che aspirava ad essere prima di tutto un’economia industriale, forte, con aspirazioni coloniali, nella quale le idee e le forze sindacali e socialiste ormai sconfitte dovevano essere messe a tacere. </p><p rend="text">Nulla fu per loro più facile che ritrovarsi sotto le insegne del nazionalismo, un movimento in continua evoluzione, di <hi rend="italic">élites</hi>, che aspirava a pensare in grande e che si presentava come una porta girevole attraverso la quale entravano ed uscivano intellettuali di varia origine. Un movimento, però, che nel suo procedere ospitò anche parecchi economisti l’uno diverso dall’altro, ma che poi alla confluenza col fascismo creò quella accoppiata Mussolini-Rocco destinata a divenire l’asse portante e decisivo del fascismo. </p><p rend="text">Questa è la ragione per cui il nazionalismo deve avere un forte rilievo nella storia dei primi quarant’anni del ’900<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-004">49</ref></hi></hi>. In fondo, al momento della loro fusione, i due movimenti avevano compiuto una lunga o breve opera di depurazione a favore di persone poco disponibili a facili allineamenti. Gli stessi movimenti avevano dovuto subire, o stavano per doverle subire, delle scissioni significative da un punto di vista culturale. </p><p rend="text">È il caso di vedere in qual modo il nazionalismo riuscì a compiere questo lavorìo organizzativo e culturale nel breve intervallo che va dal 1909 al 1914.</p><p rend="text">Al primo congresso dei nazionalisti (Firenze, Palazzo Vecchio, 3-5 dicembre 1910), almeno stando alla circolare che lo convocò (firmata fra gli altri da E. Corradini e L. Federzoni), non era prevista la discussione su temi di politica economica. Non si parlò in realtà di ‘dottrine’, ma si fece «esplodere il nucleo dei sentimenti»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-003">50</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il Congresso ritrovò un’unità politica sui temi di politica estera e della scuola, ma non su quelli economici. La relazione di F. Carli dal titolo <hi rend="italic">La politica economica della Grande Italia</hi> non provocò molto interesse. Carli cercò di rappresentare gli interessi dei produttori, ma il congresso preferì la discussione sulla politica commerciale ‘esterna’, e si divise lungo la tradizionale linea liberismo <hi rend="italic">versus</hi> protezionismo. Al momento della discussione dei vari ‘ordini del giorno’ emersero tutte le ingenuità politiche ed economiche di un movimento ancora <hi rend="italic">in fieri</hi> ed ancora impreparato a discutere di politica economica. Ne fu votato uno sul «problema economico dell’Adriatico», uno, conseguente alla relazione Carli, sulla navigazione fluviale interna, uno per una migliore utilizzazione degli «agenti consiliari e diplomatici per una maggiore tutela degli interessi all’estero della nostra industria».</p><p rend="text">Quello presentato da Livio Marchetti echeggiava un tema economico di moda e che diverrà poi caratterizzante l’azione di molti nazionalisti: «un sistema di politica economica non può non prescindere da un’azione dello Stato organica e vigorosa». Ma restò uno dei tanti ‘ordini del giorno’.</p><p rend="text">Tuttavia la strada per un diretto impegno nella lotta politica era aperta, e con la nascita de «L’idea nazionale», prima come settimanale poi come quotidiano<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-002">51</ref></hi></hi>, il perimetro dell’impegno dei nazionalisti si ampliò, divenne organico per una quotidiana presenza politica. Lo divenne anche nel linguaggio, che non di rado mostrò di dare spazio a qualche eredità dannunziana e pantaleoniana. </p><p rend="text">I socialisti furono definiti «dei malinconici buffoni» (n. 23 del 1912), favorevoli alle «cooperative rosse»; furono definiti «succhionisti» delle risorse statali; furono ritenuti esprimere riserve su un diretto intervento nella guerra e furono battezzati dal sempre cauto L. Federzoni dei «pacefondai»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-001">52</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Ma ormai, dopo il congresso di Milano, la ricostruzione storica dei diversi ed alternativi sistemi economici era quella presentata nella relazione di A. Rocco. La via da battere era quella ‘corporativa’, con il deliberato intento di contrapporsi alla teoria economica corrente, fondamentalmente neoclassica, ed alle pericolose tentazioni derivanti dalla rivoluzione socialista.</p><p rend="text">Ma questi erano scrupoli di intellettuali da considerare sconfitti e travolti da una temperie politica di cui Rocco fu protagonista<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-000">53</ref></hi></hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-052-backlink">1</ref></hi>	All’Archivio centrale dello Stato, poi finito nelle Carte Giolitti, si trova un «appunto sulla società editrice della <hi rend="italic">Idea nazionale</hi>», datato Roma, 28 settembre 1920. Da questo <hi rend="italic">appunto</hi> (ACS, B.32, f.101) risulta che il giornale era in forte perdita (più di 2 milioni e mezzo nel 1919) e che la precedente società editrice, nata nel 1914 sotto gli auspici di Dante Ferraris, era stata messa in liquidazione. Nel marzo del 1920 l’azienda in liquidazione era stata acquistata in blocco dal prof. Alfredo Rocco per 600 mila lire con l’impegno di assicurare al giornale un «immutato indirizzo politico generale». Rocco aveva costituito una nuova società con capitale di 3.700.000 lire diviso in 3.700 azioni. Di questo capitale, 3.000 azioni andavano imputate all’apporto dell’azienda (macchine ed impianti), rilevato da Rocco per 600 mila lire, mentre 700 erano formate da versamenti in denaro. Rocco diveniva in tal modo un importante azionista della società con 300 azioni dell’‘apporto’, insieme all’on. nazionalista F.S. D’Ayala, e fu nominato presidente e amministratore delegato della società, il cui consiglio di amministrazione era costituito anche dal D’Ayala e da D. Vannisanti definito «persona della Banca Parisi (cognato dei Perrone)». Era stata la stessa Banca Parisi a dare a Rocco le 600 mila lire per acquisire la società in liquidazione. È da notare che Rocco era azionista dell’Ansaldo e che aveva fatto il nome di Angelo Pogliani come consigliere di amministrazione, per la prima volta, dell’Ansaldo appunto. L’intento, poi vano, era quello di cercare una prima sistemazione dei rapporti fra Ansaldo e Banca italiana di sconto. Per quanto rileva in questa sede, il succo della vicenda, nei suoi estremi già nota, sta nel fatto che Rocco, allora espressione del ‘nazionalismo’ vero e proprio, era al centro del triangolo Pogliani-Ansaldo-Banca italiana di sconto. Va notato che, a parte Corradini, scomparso nel 1931 dopo che era divenuto senatore nel 1923, gli altri quattro ebbero una lunga e considerevole fortuna negli anni del regime (come è ben noto, De Frenzi è lo pseudonimo di L. Federzoni).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-051-backlink">2</ref></hi>	Fra i diversi filoni di pensiero (e di atteggiamento politico) destinati a confluire successivamente nel fascismo, quelli per noi più significativi furono quello del nazionalismo e quello del socialismo rivoluzionario. Ad ambedue i movimenti gli economisti ed i giuristi italiani dettero un apporto importante; ma, come si cercherà di mostrare in seguito, coloro che si ritrovarono nelle file dei nazionalisti meritano, per lo storico del pensiero economico, una attenzione particolare. Si può anzi dire che qualcuno, sia fra gli economisti che fra i giuristi, ebbe veramente una influenza decisiva. Questa affermazione non ha nulla a che fare con la pur accreditata tesi storiografica per la quale nel 1923 si ebbe, di fatto, una incorporazione, sia pure ideale, del fascismo nel nazionalismo.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-050-backlink">3</ref></hi>	M. Pantaleoni, <hi rend="italic">Tra le incognite. Problemi suggeriti dalla guerra</hi>, Laterza, Bari 1917; si vedano le pp. VII ed VIII. Non è da trascurare la dedica del volume a suo figlio «Massimo medico nel VII battaglione bersaglieri ciclisti a Hajmasker». </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-049-backlink">4</ref></hi>	E. Corradini, <hi rend="italic">Per coloro che risorgono</hi>, «Il regno», 1 (1), 1903, pp. 1-2. Ora in D. Frigessi (a cura di), <hi rend="italic">La cultura italiana del</hi><hi rend="italic"> ’900 attraverso le riviste. ‘Leonardo’, ‘Hermes’, ‘Il Regno’</hi>, Einaudi, Torino 1960, pp. 441-443.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-048-backlink">5</ref></hi>	Ivi, p. 442.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-047-backlink">6</ref></hi>	E. Corradini, <hi rend="italic">Qualche altra parola</hi>, «Il regno», 1 (3), 1903, pp. 2-4; poi in Frigessi (a cura di), <hi rend="italic">La cultura italiana del</hi><hi rend="italic"> ’900 attraverso le riviste</hi>, cit., p. 451.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-046-backlink">7</ref></hi>	G. Prezzolini, <hi rend="italic">L’aristocrazia dei briganti</hi>, «Il regno», 1 (3), 1903, pp. 5-7; poi in Frigessi (a cura di), <hi rend="italic">La cultura italiana del ’900 attraverso le riviste</hi>, cit., p. 455. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-045-backlink">8</ref></hi>	G. Prezzolini, ivi, p. 459. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-044-backlink">9</ref></hi>	G. Prezzolini, ivi, p. 470.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-043-backlink">10</ref></hi>	E. Corradini, <hi rend="italic">Un biglietto sull’espansionismo</hi>, «Il regno», 1 (4), 1903, poi in Frigessi (a cura di), <hi rend="italic">La cultura italiana del ’900 attraverso le riviste</hi>, cit., p. 462. L’articolo è una replica ad un ‘biglietto’ di Alessandro Chiappelli nel quale, da un lato si conveniva che «la questione coloniale e quella sociale erano figlie d’una medesima madre, la grande industria, dall’altra si riaffermava la necessità di distinguere fra “espansione commerciale e militarismo”». </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-042-backlink">11</ref></hi>	Pareto scrisse per «Il regno»<hi rend="italic"> </hi>una quindicina di articoli anche successivamente al periodo della direzione di E. Corradini. È da notare che su «Il Regno»<hi rend="italic"> </hi>furono pubblicati anche cinque articoli di Luigi Amoroso, ma di scarso interesse economico.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-041-backlink">12</ref></hi>	Corradini, <hi rend="italic">Un biglietto</hi>, cit., pp. 462-463.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-040-backlink">13</ref></hi>	Mi limito a ricordare, fra i molti che lo meriterebbero, gli scritti di S. Lanaro e di E. Gentile, e due volumi fondamentali anche se un po’ datati: alludo a F. Gaeta, <hi rend="italic">Il nazionalismo italiano</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Guida, Napoli 1965 (seconda edizione, con alcune varianti, Laterza, Roma-Bari 1981) ed ai volumi di R. De Felice dedicati alla biografia di B. Mussolini, in particolare, per quanto qui interessa, il volume primo, <hi rend="italic">Mussolini il rivoluzionario</hi>, Einaudi, Torino 1965.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-039-backlink">14</ref></hi>	Come contributi specialistici mi limito a ricordare un agile, ma denso, volume di L. Michelini (a cura e con introduzione di), <hi rend="italic">Liberalismo, nazionalismo, fascismo. Stato e mercato, corporativismo </hi><hi rend="italic">e liberismo, nel pensiero economico del nazionalismo italiano (1900-1923)</hi>, con scritti di L. Amoroso, G. Arias, E. Barone, F. Carli, M. Pantaleoni, A. Rocco, M&amp;B Publishing, Milano 1999. Il lungo saggio introduttivo dal titolo <hi rend="italic">Il pensiero economico del nazionalismo italiano</hi> è ricco di notazioni meritevoli di approfondimento e di discussione. Anche se prevalentemente dedicato all’azione ed al pensiero politico dei nazionalisti è da menzionare il libro <hi rend="italic">Il nazionalismo italiano</hi>, a cura e con introduzione di F. Perfetti ed una presentazione di Mario Tedeschi, Edizioni del Borghese, Milano 1969, con una ricca antologia di scritti, fra gli altri, di Corradini, Rocco, Federzoni, Maraviglia, Coppola. <hi rend="italic"> </hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-038-backlink">15</ref></hi>	Del primo e di quello che viene chiamato il terzo congresso sono disponibili gli atti e le relazioni. Cfr. G. Castellini (a cura di),<hi rend="italic"> Il nazionalismo italiano. Atti </hi><hi rend="italic">del Congresso di Firenze, e relazioni di E. Corradini, M. </hi><hi rend="italic">Maraviglia, S. Sighele, G. de Frenzi, F. Carli, L. Villari, </hi><hi rend="italic">M.P. Negrotto</hi>, A. Quattrini, Firenze 1911 e <hi rend="italic">Il nazionalismo </hi><hi rend="italic">economico. Relazioni al III congresso dell’Associazione nazionalista (Milano, 16, </hi><hi rend="italic">17 e 18 maggio 1914)</hi>, Neri, Bologna 1914. Per un quadro assai datato dei congressi dei nazionalisti è ancora utile l’opera di Paola Maria Arcari, <hi rend="italic">Le elaborazioni della dottrina</hi><hi rend="italic"> politica nazionale fra l’Unità e l’intervento. 1870-1914</hi>, Marzocco, Firenze 1939, voll. I-II. C’è poi anche, sempre dello stesso autore, un terzo volume che è costituito da una <hi rend="italic">Appendice</hi> dedicata proprio ai congressi nazionalisti dei quali parla ampiamente «L’idea nazionale»<hi rend="italic">.</hi> Del congresso di Bologna, che si cita spesso come il ‘secondo congresso’, ne parla «L’idea nazionale», n. 22, 26 maggio 1912. Sembra sia stato però un convegno dei delegati dei vari gruppi locali dell’associazione, che discusse anche della preparazione del ‘prossimo congresso’.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-037-backlink">16</ref></hi>	Sia «L’economista d’Italia»<hi rend="italic"> </hi>che «La rivista delle società»<hi rend="italic"> </hi>può dirsi che ebbero, pur nei pochi anni considerati, stagioni assai diverse. Non è invece da prendere come probante l’occasionale presenza di B. Croce su «Politica»<hi rend="italic">.</hi> «La rivista delle società», che è la testata originale di quella che sarà poi la «Rivista di politica economica», si ritrovò prossima al nazionalismo, forse suo malgrado, nella discussione di politica commerciale internazionale. Più costante fu il sostegno concesso ai nazionalisti da «L’economista d’Italia»<hi rend="italic"> </hi>e dall’«Economista dell’Italia moderna» nella sua pur breve vita: anche in questo caso la vicinanza fu dovuta alla contingente discussione sulla politica protezionistica. Le due riviste, assai battagliere, furono dirette in quegli anni da A. Monzilli, controverso protagonista (e lucido commentatore) dello ‘scandalo’ e della ‘caduta’ della Banca romana<hi rend="italic">.</hi> </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-036-backlink">17</ref></hi>	La storiografia ha dimostrato che Rocco svolse un ruolo importante anche al momento del tergiversare di Mussolini a Milano, in attesa di recarsi a Roma per formare il governo, e in quello addirittura decisivo che si ebbe al momento di decidere i termini, quasi un testo contrattuale, della fusione con il Pnf. In quel momento anzi fu proprio Rocco l’interlocutore diretto e conclusivo di Mussolini. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-035-backlink">18</ref></hi>	V. Pareto, <hi rend="italic">Perché?</hi>, «Il regno»<hi rend="italic">,</hi> 21 febbraio 1904, pp. 2-3, poi in Frigessi (a cura di), <hi rend="italic">La cultura italiana del ’900 attraverso le riviste</hi>, cit., p. 480. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-034-backlink">19</ref></hi>	V. Pareto, <hi rend="italic">Memento homo</hi>, «Il regno»<hi rend="italic">, </hi>11 dicembre 1904, p. 3, poi in Frigessi (a cura di), <hi rend="italic">La cultura italiana del ’900 attraverso </hi><hi rend="italic">le riviste</hi>, cit., pp. 532-533.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-033-backlink">20</ref></hi>	Cfr. <hi rend="italic">Il nazionalismo</hi><hi rend="italic"> giudicato da letterati, artisti, scienziati uomini politici e giornalisti</hi>, con prefazione di A. Salucci, Libreria Editrice Moderna, Genova 1913, pp. 187-188, poi in V. Pareto, <hi rend="italic">Scritti politici</hi>, vol. II. <hi rend="italic">Reazione</hi><hi rend="italic">, libertà, fascismo (1891-1923)</hi>, a cura di G. Busino, Utet, Torino 1974 e ristampa 1988, p. 519. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-032-backlink">21</ref></hi>	Non è forse un caso che, durante gli anni del regime, quando una citazione era d’obbligo e finiva per costituire il passaporto per entrare nel recinto dei ‘non sospettabili’, le pagine di Pareto più citate divennero quelle dell’ultimo capitolo del <hi rend="italic">Manuale</hi> oltre, naturalmente, quelle del <hi rend="italic">Trattato</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-031-backlink">22</ref></hi>	V. Pareto, <hi rend="italic">Economia sperimentale</hi>, «Giornale degli economisti», 57 (1), 1918, pp. 1-18.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-030-backlink">23</ref></hi>	Torna in mente un puntuale giudizio di G. De Rosa per il quale il nazionalismo fu «un moto fatto di impulsi anarcoidi, di esasperazioni individualistiche, di insofferenza antiparlamentare, al quale portarono alimento, quale più quale meno, tutte le correnti politiche e letterarie che avevano in uggia il sistema politico giolittiano», <hi rend="italic">La crisi dello stato liberale in Italia</hi>, Studium, Roma 1955, p. 155. È di tutta evidenza che il ‘nazionalismo’ fu un contenitore politico e culturale il quale, proprio perché fatto di motivazioni assai variegate, finì per includere anche chi condivideva una sola delle ragioni di impegno politico. Non è un caso che il nazionalismo subì non poche scissioni. È categoria che, scientificamente, dovrebbe essere abbandonata, ma che può restare utile per orientarsi nella enorme letteratura sul periodo. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-029-backlink">24</ref></hi>	Le preoccupazioni di Pantaleoni, fra il 1915 ed il 1924, furono quasi esclusivamente politiche. Fu un corrispondente poco puntuale nei suoi rapporti con Pareto, ma ne fu uno attentissimo in quelli con Preziosi e con «La vita italiana», come mostrano le lettere di Pantaleoni al direttore della rivista fra il 1915 ed il 1921 e pubblicate dalla rivista nel 1930, pp. 3-35 e 141-155. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-028-backlink">25</ref></hi>	Pareto, <hi rend="italic">Economia sperimentale</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-027-backlink">26</ref></hi>	V. Pareto, <hi rend="italic">Le idee dell’on. Nitti</hi>, «Il Resto del Carlino», 21 marzo 1922, poi in <hi rend="italic">Scritti politici</hi>, cit., pp. 722-725.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-026-backlink">27</ref></hi>	È ben noto che agli inizi alle Finanze c’era V. Tangorra, che morì pochi mesi dopo la sua nomina a ministro, e che i due ministeri furono unificati sotto la guida di De’ Stefani. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-025-backlink">28</ref></hi>	V. Pareto, <hi rend="italic">Pareto e il fascismo</hi>, «La Tribuna», 24 aprile 1923, poi in <hi rend="italic">Scritti politici</hi>, cit., pp. 736-743. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-024-backlink">29</ref></hi>	Pareto, <hi rend="italic">Scritti politici</hi>, cit., pp. 738-739. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-023-backlink">30</ref></hi>	Pareto, <hi rend="italic">Scritti politici</hi>, cit., p. 737.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-022-backlink">31</ref></hi>	Non è da trascurare il fatto che il testo di questo scritto postumo di Pareto dal titolo <hi rend="italic">Pochi punti di un futuro ordinamento costituzionale</hi> sia stato lasciato in eredità a «La vita italiana» sulla quale fu pubblicato nel numero settembre-ottobre 1923 ad iniziativa di G. Preziosi, il quale annunciò di aver donato l’originale all’Università di Napoli. Si vedano le pp. 165-169, ora in Pareto, <hi rend="italic">Scritti politici</hi>, cit., pp. 796-800. Lo scritto fu anche pubblicato sul «Giornale economico» del 25 settembre 1923, pp. 273-274. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-021-backlink">32</ref></hi>	Il passaggio, tanto spesso citato, che mostrerebbe la convinta adesione di Pareto al fascismo è nella lettera di Pareto a Pantaleoni del 29 ottobre 1922, che contiene effettivamente un suggerimento a Mussolini ad agire: «Domani […] il <hi rend="italic">Telegrafo </hi>ci farà noto che ne è della “rivoluzione” fascista. Se non si compie ora, è probabile che non si compirà mai più; il che non vuol dire che un’altra rivoluzione sia impossibile. Se si compie vedremo come i fascisti se la cavano dai formidabili problemi finanziari ed economici». Seguiva un giudizio molto positivo su Mussolini, «uomo di stato di merito non comune». Cfr. Pareto, <hi rend="italic">Lettere a Maffeo Pantaleoni. 1890-1923</hi>, a cura di G. De Rosa, Banca nazionale del lavoro, Roma 1960, vol. III, pp. 315-316. Per una più completa analisi del ruolo di Pareto nella circostanza si rinvia a R. De Felice, <hi rend="italic">Mussolini il fascista</hi>,<hi rend="italic"> </hi>vol. I. <hi rend="italic">La conquista del </hi><hi rend="italic">potere. 1921-1923</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Einaudi, Torino 1966, pp. 306-307.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-020-backlink">33</ref></hi>	È da vedere E. Garin, <hi rend="italic">Intorno all’antifascismo di G</hi><hi rend="italic">. De Ruggiero</hi>, «Rivista storica del socialismo», 4 (12), 1961, pp. 265-267.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-019-backlink">34</ref></hi>	Anche riferendosi solo a «L’idea nazionale», «La vita italiana», e «Politica», fra i collaboratori, oltre a Pantaleoni e Barone, nei primi anni si incontrano fra gli economisti L. Amoroso, C. Bresciani Turroni, U. Ricci, N.M. Fovel, A. Lanzillo, G. Arias, G. Valenti, P. Senigaglia, Arturo Labriola.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-018-backlink">35</ref></hi>	Sotto questo riguardo è emblematico ed importante il volumetto di G. Papini e G. Prezzolini, <hi rend="italic">Vecchio e nuovo nazionalismo</hi>, Studio editoriale lombardo, Milano 1914, che ripubblica in realtà articoli dei due autori apparsi su «Il regno», ma con una importante ed estesa <hi rend="italic">Prefazione</hi> di G. Prezzolini ed il testo, inedito, di una <hi rend="italic">Conferenza</hi> che G. Papini aveva tenuto nel 1912 in diverse città toscane. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-017-backlink">36</ref></hi>	Papini, Prezzolini, <hi rend="italic">Vecchio e nuovo nazionalismo</hi>, cit., p. III.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-016-backlink">37</ref></hi>	Papini, Prezzolini, <hi rend="italic">Vecchio e nuovo nazionalismo</hi>, cit., p. VII.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-015-backlink">38</ref></hi>	Ma anche questo non è del tutto vero come abbiamo mostrato. Su «L’idea nazionale»<hi rend="italic"> </hi>e su<hi rend="italic"> </hi>«Politica»<hi rend="italic"> </hi>scrissero economisti che non possono di sicuro essere definiti nazionalisti.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-014-backlink">39</ref></hi>	Assai diverso era il giudizio di Pareto su Nitti, verso il quale sembra aver mantenuto un certo rispetto quasi di origine accademica. Da notare che Pantaleoni insegnò alla Facoltà di giurisprudenza di Napoli dal 1995 al 1998, dopo essere uscito vincitore da un concorso al quale aveva partecipato anche Nitti, il quale cominciò ad insegnare nella stessa facoltà, ma Scienza delle finanze<hi rend="italic">,</hi> nel 1989.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-013-backlink">40</ref></hi>	Cfr. Gaeta, <hi rend="italic">Il nazionalismo</hi>, cit., p. 224. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-012-backlink">41</ref></hi>	Barone ebbe scarsa fortuna fra gli economisti durante tutto il fascismo, e anche la sua scomparsa non provocò grande attenzione. Quasi come una postuma doverosa riconoscenza, si può vedere la recensione di G. Mortara alla riedizione delle di lui <hi rend="italic">Opere</hi>, nel «Giornale degli economisti», 1937, pp. 886-887. Ma il testo di Rocco del 1914 è di qualità e mostra una conoscenza economica meditata ed approfondita dell’evoluzione del pensiero economico. Naturalmente tutto concorre a delineare la buona lega della proposta politica. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-011-backlink">42</ref></hi>	«La preparazione», 2 febbraio 1909. Lo si cita da C.E. Gentilucci, <hi rend="italic">L’agitarsi del mondo in cui viviamo. L’economia politica </hi><hi rend="italic">di Enrico Barone</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Giappichelli, Torino 2006, p. 44. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-010-backlink">43</ref></hi>	Cfr. E. Barone, <hi rend="italic">Le astrazioni e la realtà</hi>, «La preparazione», 26-27 marzo 1914, citato da Gentilucci, <hi rend="italic">L’agitarsi del</hi><hi rend="italic"> mondo in cui viviamo</hi>, cit., p. 44.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-009-backlink">44</ref></hi>	E. Barone, <hi rend="italic">La rinascenza (attraverso i campi della sociologia militare)</hi>, «La preparazione», dicembre 1910-gennaio 1911, ora ripubblicato in Michelini, <hi rend="italic">Liberalismo, nazionalismo, fascismo</hi>, cit., pp. 87-101, in particolare p. 88. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-008-backlink">45</ref></hi>	Barone, <hi rend="italic">La rinascenza</hi> <hi rend="italic">(attraverso i</hi><hi rend="italic"> campi della sociologia militare)</hi>, in Michelini, <hi rend="italic">Liberalismo, nazionalismo, fascismo</hi>, cit., p. 91. Le idee politiche di Barone sembrano, e non solo in questo momento, alquanto incerte. Lo si deduce anche dalle sue ambigue ambizioni politiche rispetto alle forze politiche ed i loro vari impegni elettorali, come dimostra C.E. Gentilucci nella sua opera citata. Questo potrebbe anche spiegare la scarsa eco che ebbe la sua opera durante il fascismo. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-007-backlink">46</ref></hi>	Barone, <hi rend="italic">La rinascenza</hi> <hi rend="italic">(attraverso i campi della sociologia militare)</hi>, cit., pp. 89-90. Sulla posizione di Barone in fatto di commercio internazionale, si rinvia a Michelini, <hi rend="italic">Liberalismo, nazionalismo, fascismo</hi>, cit., pp. 39 e 81-83.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-006-backlink">47</ref></hi>	Barone, <hi rend="italic">La rinascenza</hi> <hi rend="italic">(attraverso i campi della sociologia</hi><hi rend="italic"> militare)</hi>, cit., p. 92.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-005-backlink">48</ref></hi>	Cfr. <hi rend="italic">Per la nuova</hi><hi rend="italic"> azione nazionalista. Il Convegno preparatorio di Bologna</hi>, «L’idea nazionale», n. 22, 30 maggio 1912. In chiusura di riunione, G. De Frenzi (L. Federzoni) ribadì che per il prossimo congresso Enrico Barone si era impegnato a scrivere una esauriente relazione (ivi, p. 2).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-004-backlink">49</ref></hi>	L’altro filone alimentatore del fascismo, almeno agli inizi, fu quello del sindacalismo rivoluzionario. Almeno per la nostra indagine si può ritenere che abbia avuto un ruolo minore rispetto al nazionalismo, anche se alcuni personaggi (alludo a S. Panunzio piuttosto che A. Lanzillo) dettero un contributo non irrilevante anche per gli economisti. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-003-backlink">50</ref></hi>	Cfr. Arcari, <hi rend="italic">Le elaborazioni della dottrina</hi><hi rend="italic"> politica nazionale fra l’Unità e l’intervento. 1870-1914</hi>, cit., vol. III, pp. 7-8. L’apporto di F. Carli in fatto di temi economici fu poi presentato anche nello scritto <hi rend="italic">Nazionalismo economico</hi>, in «Bollettino della società italiana di esplorazioni geografiche e commerciali». Si tratta del contributo di un funzionario di buona cultura che si dedica nell’occasione a questioni economiche, storiche e tecniche con una impostazione prevalentemente sociologica. Di rilievo in questo contributo, e con riferimento ai temi discussi allora fra i nazionalisti, l’affermazione per la quale «la produzione è la questione massima della economia nazionale», p. 7 dell’estratto. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-002-backlink">51</ref></hi>	È molto difficile ricostruire tutte le vicende ed i mutevoli contenuti di questa rivista, poi quotidiano, anche perché è difficile individuare una serie completa della stessa che, da quotidiano, qualche giorno uscì anche in cinque edizioni. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-001-backlink">52</ref></hi>	Da vedere, rispettivamente, «L’idea nazionale», 1914, n. 12 del 19 marzo e il numero 32 dello stesso anno. È da ricordare<hi rend="italic"> </hi>che col n. 38 del 17 settembre del 1914 si comunicava per la settimana successiva la trasformazione in quotidiano. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="OP04186_ConiglielloXML_06.html#footnote-000-backlink">53</ref></hi>	Alle indicazioni bibliografiche già citate si aggiungono alcuni riferimenti essenziali per chi voglia approfondire il tema trattato nel presente saggio. La questione del nazionalismo è affrontata in tutte le monografie che parlano del ‘primo fascismo’; la letteratura è immensa. Insieme al classico volume di S. Lanaro, <hi rend="italic">Nazione e lavoro. Saggio sulla cultura borghese in Italia</hi>, Marsilio, Venezia 1979, utili riferimenti si trovano nei diversi volumi sul periodo di R. De Felice, R. Vivarelli ed E. Gentile. Fondamentale resta il lavoro che può essere svolto ricorrendo alle riviste più direttamente influenti sul nazionalismo in Italia; si indicano di seguito, dando gli estremi per individuarle. «Politica», 15 dicembre 1918-aprile 1943; direttori F. Coppola e A. Rocco; dal 1924 direttore F. Coppola. La prima serie, disponibile integralmente alla Biblioteca Baffi di Banca d’Italia, si conclude col volume LXX, luglio agosto 1925. La periodicità cambia nel corso degli anni. «L’idea nazionale» inizia il primo marzo 1911 in coincidenza con l’anniversario della battaglia di Adua; il comitato direttivo è formato da E. Corradini, L. Federzoni, F. Coppola, M. Maraviglia, R. Forges Davanzati. Nell’ottobre 1914 diventa quotidiano. La collezione è disponibile presso la Biblioteca centrale di Roma (è anche online ma di difficile consultazione); tutto fa pensare che anche questa collezione non comprenda tutte le diverse edizioni (fino a cinque) del quotidiano. «La vita italiana all’estero» nasce nel 1913; direttore è G. Preziosi. Dal 1915 il titolo cambia in «La vita nazionale»; è facilmente rintracciabile. Fra i diversi autori che danno vita alle differenti riviste, gli scritti di F. Carli e quelli di A. Rocco sono stati ripubblicati o sono sfociati in più ampi lavori. Si può tralasciare la rivista «Commercio» diretta dal 1928 fino alla sua scomparsa da F. Carli, almeno per i fini del nazionalismo economico da un punto di vista dottrinario. Di qualche significato invece un paio di articoli di M. Maraviglia pubblicati su «Politica» prima del 1920. Sul pensiero giuridico di A. Rocco c’è una vasta letteratura, di interesse anche per l’economista. Di V. Pareto, M. Pantaleoni, E. Barone si dispone di volumi che raccolgono i loro scritti principali; si tratta di volumi ben noti e ampiamente diffusi. Come scritto nel testo, il caso Barone è tuttavia diverso e meriterebbe un’analisi a parte.</p>

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