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        <title type="main" level="a">«A’ quai Lucan seguitava». Su Boccaccio lettore della Pharsalia</title>
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            <forename>Gensini</forename>
            <surname>Niccolò</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Intorno a Boccaccio / Boccaccio e dintorni 2019</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-236-2</idno>) by </resp>
          <name>Giovanna Frosini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2020">2020</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-236-2.06</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>Lucan was one of the most widely read and studied classical authors during the Middle Ages, a reference point for teaching, historiography and literature. The essay attempts to outline Giovanni Boccaccio’s profile as a reader of Pharsalia in the different ages of his literary production and in his critical judgment, placing him in the context of fourteenth-century reception. The different ways of reading Lucan’s masterpiece, from the almost literal imitation of some scenes in the Filocolo, to the punctual references to situations, images and characters in the works of maturity, testifies the inexhaustible attention of Boccaccio towards the poet of «plus quam civilia bella».</p>
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            <item>Lucan</item>
            <item>Pharsalia</item>
            <item>poetry</item>
            <item>reception of classical texts</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-236-2.06<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-236-2.06" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">«A’ quai Lucan seguitava». Su Boccaccio lettore della <hi rend="italic">Pharsalia</hi></p><p rend="h1_author">Niccolò Gensini</p><p rend="text">In un famoso passo del XIV libro della <hi rend="italic">Genealogia deorum gentilium</hi>, dedicato alla difesa della poesia, Boccaccio cita per inciso il nome di Lucano, ricordando un famoso giudizio sull’autore della <hi rend="italic">Pharsalia</hi>:</p><p rend="quotation_b">Nam poete, non ut hystoriographi faciunt, qui a quodam certo principio opus exordiuntur suum, et continua atque ordinata rerum gestarum descriptione in fine usque deducunt (quod cernimus fecisse <hi rend="italic">Lucanum</hi>, quam ob causam multi eum <hi rend="italic">potius metricum hystoriographum quam poetam</hi> existimant), verum artificio quodam longe maiori aut circa medium hystorie, aut aliquando fere circa finem inchoant quod intendunt, et sibi adinveniunt causam recitandi, quod ex precedentibus omisisse videbantur (<hi rend="italic">Genealogia</hi>, XIV, 13, 14)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-095-backlink"><ref target="06.html#footnote-095">1</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Secondo Guido Martellotti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-094-backlink"><ref target="06.html#footnote-094">2</ref></hi></hi> il giudizio di Boccaccio sarebbe una delle ultime tappe di una lunga e proterva tradizione tardo-antica e medievale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-093-backlink"><ref target="06.html#footnote-093">3</ref></hi></hi>, profondamente avversa a Lucano, critica verso la pretesa di definirlo poeta e piuttosto propensa a considerarlo uno storiografo: tramite una riserva topica, che affonda le sue origini presso i primissimi lettori del <hi rend="italic">Bellum civile</hi>, Boccaccio avrebbe tuttavia voluto intendere qualcosa di differente rispetto a ciò che gli antichi erano soliti contestare al Cordovano. Il Certaldese, ancora legato all’esegesi medievale del poema e ai suoi giudizi retorici e teorici, sarebbe stato incapace di riscoprire l’autentico significato delle parole dei <hi rend="italic">censores</hi> classici che invece stava riscoprendo, con grande acume, Petrarca. Fin dall’antichità infatti il dilemma su Lucano riguardò la sua collocazione entro il sistema dei generi letterari e dunque il tipo di rapporto che si poteva stabilire tra i suoi versi e l’oggetto della sua narrazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-092-backlink"><ref target="06.html#footnote-092">4</ref></hi></hi>. La desolata e pessimistica, a tratti cinica, esposizione di Lucano, alternativa al luminoso racconto virgiliano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-091-backlink"><ref target="06.html#footnote-091">5</ref></hi></hi>, aveva interrogato i commentatori antichi che le rimproveravano un’eccessiva adesione ad eventi troppo vicini nel tempo: una corrispondenza che allontanava inevitabilmente il testo dal compito, specifico della poesia, di raccontare tramite «ambages deorum» e un «fabulosum sententiarium tormentum»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-090-backlink"><ref target="06.html#footnote-090">6</ref></hi></hi> gli, altrimenti troppo crudi, fatti della realtà umana<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-089-backlink"><ref target="06.html#footnote-089">7</ref></hi></hi>. Parte della critica medievale aveva ripreso tale giudizio, sostituendo tuttavia alla verità storica, cui la retorica antica alludeva, la verità morale o ‘teologica’; rispetto ad essa l’<hi rend="italic">historia</hi> di Lucano non sarebbe riuscita ad attivare sufficienti meccanismi di allegoresi, in grado di allinearsi, né tantomeno di competere, con le <hi rend="italic">obliquae figurationes</hi> del mito<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-088-backlink"><ref target="06.html#footnote-088">8</ref></hi></hi>. Dunque secondo Martellotti, pur recuperando quasi letteralmente le parole degli antichi commentatori<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-087-backlink"><ref target="06.html#footnote-087">9</ref></hi></hi>, Boccaccio non sarebbe stato in grado di comprenderne il significato più profondo, poiché, invece di imputare la lontananza fra Lucano e i veri poeti alla diversa scelta dell’oggetto della narrazione – la guerra civile di Cesare e Pompeo e non il mito di Troia –, ricorreva al «fatto ch’egli non comincia il racconto <hi rend="italic">in medias res</hi> ma dal suo principio»; un «fatto puramente formale» dunque, che «sembra tradire un’ascendenza più schiettamente medievale», aderente alle <hi rend="italic">artes dictandi</hi> più che ad una rinnovata e vivificata lettura dei classici: in Boccaccio quindi, pur <hi >«investita da nuove forze, la costruzione della retorica medievale scricchiola paurosamente, ma non accenna a cadere»</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-086-backlink"><ref target="06.html#footnote-086">10</ref></hi></hi>. Se si scorrono le pagine dell’intera opera del Certaldese alla ricerca di ulteriori elementi che possano illuminarne il profilo di lettore lucaneo, parrebbe in effetti di individuare nelle diverse fasi della sua biografia e dunque dell’evoluzione della sua poetica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-085-backlink"><ref target="06.html#footnote-085">11</ref></hi></hi> un cambiamento quantitativo e qualitativo – già messo in luce da Antonio Enzo Quaglio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-084-backlink"><ref target="06.html#footnote-084">12</ref></hi></hi> – rispetto ai ricordi della <hi rend="italic">Pharsalia</hi>, spesi tra opere latine o volgari, epiche o erudite, in prosa o in poesia.</p><p rend="text">Se si confrontano le citazioni in due testi che appartengono senza dubbio a stagioni dell’ispirazione boccacciana molto lontane fra loro – il <hi rend="italic">Filocolo</hi> e la <hi rend="italic">Genealogia</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-083-backlink"><ref target="06.html#footnote-083">13</ref></hi></hi> – si potrà notare quanto le ragioni dell’allusione a Lucano sembrino cambiate. Nel <hi rend="italic">Filocolo</hi> infatti Lucano è citato esplicitamente soltanto un’unica volta (V, 97, 4-6), seppure in posizione sensibile, in un elenco di <hi rend="italic">auctoritates</hi>:</p><p rend="quotation_b">[…] e però agli eccellenti ingegni e alle robuste menti lascia i gran versi di Virgilio. A te la bella donna si conviene con pietosa voce dilettare, e confermarla ad essere d’un solo amante contenta. E quelli del<hi rend="italic"> valoroso Lucano</hi>, ne’ quali le fiere arme di Marte si cantano, lasciali agli armigeri cavalieri insieme con quelli del tolosano Stazio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-082-backlink"><ref target="06.html#footnote-082">14</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Tuttavia nel <hi rend="italic">Filocolo</hi> la sinopia della <hi rend="italic">Pharsalia</hi> è ben distinguibile in più di un passaggio: come ebbe modo di dimostrare brillantemente lo stesso Quaglio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-081-backlink"><ref target="06.html#footnote-081">15</ref></hi></hi>, almeno un intero brano del <hi rend="italic">Bellum civile</hi> – l’affresco di Farsalo devastata nel VII libro<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-080-backlink"><ref target="06.html#footnote-080">16</ref></hi></hi> – funse da vero e proprio canovaccio al Certaldese, che lo utilizzò come scheletro sul quale modellare la descrizione del campo sconciato dalla squallida battaglia tra Lelio e Felice<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-079-backlink"><ref target="06.html#footnote-079">17</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nella <hi rend="italic">Genealogia</hi> invece vari passi lucanei sono citati esplicitamente in quindici occasioni, con il richiamo a ben precisi versi latini, utili alla spiegazione di personaggi, situazioni, luoghi di volta in volta trattati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-078-backlink"><ref target="06.html#footnote-078">18</ref></hi></hi>; un numero esiguo rispetto ad altri autori, ma affatto risibile. Anche nelle tarde <hi rend="italic">Esposizioni</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-077-backlink"><ref target="06.html#footnote-077">19</ref></hi></hi> l’autorità di Lucano viene evocata spesso e un passo in particolare (IV esp. litt 130-131)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-076-backlink"><ref target="06.html#footnote-076">20</ref></hi></hi> sembra consuonare perfettamente con quello già ricordato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-075-backlink"><ref target="06.html#footnote-075">21</ref></hi></hi> della <hi rend="italic">Genealogia</hi>:</p><p rend="quotation_b">Sono, oltre a ciò, e furono assai, li quali estimarono e stimano costui non essere da mettere nel numero de’ poeti, affermando essergli stata negata la laurea dal Senato, la quale come poeta adomandava: e la cagione dicono essere stata per ciò, che nel collegio de’ poeti fu diterminato costui non avere nella sua opera tenuto <hi rend="italic">stilo poetico</hi>, ma più tosto di <hi rend="italic">storiografo metrico</hi>. E questo assai leggiermente si conosce esser vero a chi riguarda lo stilo eroico d’Omero o di Virgilio o il tragedo di Seneca poeta o il comico di Plauto e di Terrenzio o il satiro d’Orazio o di Persio o di Giovenale, con quello de’ quali quello di Lucano non è in alcuna cosa conforme; ma come che si trattasse, <hi rend="italic">maravigliosa eccellenzia d’ingegno dimostra</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-074-backlink"><ref target="06.html#footnote-074">22</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi></p><p rend="text">Una concordanza quasi esatta a livello letterale corrisponde ad una probabile vicinanza concettuale fra i due passi: in entrambi i casi il giudizio su Lucano è esplicitamente assegnato ad altri – <hi >«</hi>multi<hi >» nel primo, «assai» nel secondo –, si esprime per mezzo di verbi estimativi – «existimant» ed «estimarono», «stimano» –, si colloca la notizia entro una riflessione di tipo specificamente retorico più che poetico. </hi>Dunque in effetti nel commentare i versi danteschi, Boccaccio non si perita di sottolineare che, pur non avendo utilizzato propriamente uno stile poetico, il valore letterario di Lucano non è in alcun caso ignorabile, proponendo <hi rend="italic">in cauda</hi> quella che potrebbe sembrare solo una concessione di gusto, ma che invece potrebbe essere una delle chiavi per comprendere più a fondo la sua posizione rispetto al dibattito su Lucano.</p><p rend="text">L’analisi di Martellotti sembrerebbe confermata dagli studi di Quaglio che, in un saggio di qualche anno precedente a quello dello stesso Martellotti, aveva sostenuto che nei riguardi di Lucano la «linea giovanile, “poetica” di ammirazione<hi >» di Boccaccio veniva «</hi>spezzata dall’acribia del nuovo lettore» con un <hi >«passaggio dalla giovinezza alla maturità, da una impressionistica lettura sulla scia tradizionale a una critica considerazione che avviava a nuove strade»</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-073-backlink"><ref target="06.html#footnote-073">23</ref></hi></hi>. Dunque vi sarebbe un’evoluzione del giudizio del Certaldese nei confronti del classico latino, un percorso compiuto sulle pagine della <hi rend="italic">Pharsalia</hi> che porterebbe da una giovanile e appassionata ammirazione ad un ridimensionamento sostanziale negli anni della maturità; da vere e proprie riscritture di intere scene lucanee, le cui immagini e situazioni riecheggiano nelle opere volgari, agli ambiziosi progetti eruditi della vecchiaia, che declasserebbero l’eccellenza poetica di Lucano a repertorio storico e geografico; da citazioni sporadiche e convenzionalmente debitrici verso un olimpo letterario di limpida ascendenza dantesca, a nutriti e puntuali richiami enciclopedici.</p><p rend="text">Tuttavia a fronte di un cambiamento quantitativo delle citazioni e dei richiami intertestuali, il poeta dei <hi rend="italic">plus quam civilia bella</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-072-backlink"><ref target="06.html#footnote-072">24</ref></hi></hi> continua ad essere una presenza costante in moltissimi testi boccacciani e non solo in quelli della giovinezza, seppure non sempre evidente, non sempre esplicita; sembrerebbe dunque necessario rifuggire da una sintesi troppo rigida che individui due età, ben distinguibili e isolabili, della fortuna lucanea in Boccaccio e che non problematizzi da un lato la qualità delle riprese nelle diverse età della sua vita, dall’altro il significato più adeguato riguardo il giudizio di valore nei passi gi<hi >à</hi> citati della <hi rend="italic">Genealogia</hi> e delle <hi rend="italic">Esposizioni</hi>. Alla prova di uno spoglio – che non si pretende affatto completo e di cui si propone soltanto un saggio – delle occorrenze lucanee nelle pagine di Boccaccio, si potrà cogliere quanto ogni riduzione a schemi sia problematica e rischi di non illuminare con la più adeguata prospettiva il dialogo che il Certaldese intrattenne con uno dei più imponenti testi che la classicità latina<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-071-backlink"><ref target="06.html#footnote-071">25</ref></hi></hi> aveva trasmesso ad un Medioevo che a tratti fu letteralmente estasiato dalla maestosità dello scontro narrato.</p><p rend="text">Come si è già ricordato, nel <hi rend="italic">Filocolo</hi> e nell’<hi rend="italic">Amorosa visione</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-070-backlink"><ref target="06.html#footnote-070">26</ref></hi></hi>, all’incirca fra la seconda metà degli anni Trenta e la prima metà degli anni Quaranta del Trecento, il nome di Lucano compare esplicitamente solo in medaglioni in cui il poeta di Cordoba è ricordato per aver cantato «le fiere arme di Marte» (V, 97, 5)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-069-backlink"><ref target="06.html#footnote-069">27</ref></hi></hi>, ossia «la battaglia di Cesare» contro Pompeo, colui «che ’n Tessaglia / perdé il campo» (V, 20-23)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-068-backlink"><ref target="06.html#footnote-068">28</ref></hi></hi>; il profilo e l’atmosfera del <hi rend="italic">Bellum civile</hi> sono tuttavia ravvisabili anche altrove con una certa frequenza.</p><p rend="text">Nella <hi rend="italic">Comedia delle ninfe fiorentine</hi> (XXIX, 13) per nominare la città di Marsiglia l’autore ricorre ad una perifrasi, ricordando l’assedio cui l’aveva costretta Cesare: <hi >«</hi>E poi con paura passammo […] le mura […] che furono negate al divino Cesare, allora che elli con volo subito se n’andò ad Ilerda<hi >»</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-067-backlink"><ref target="06.html#footnote-067">29</ref></hi></hi>. Il riferimento è tratto dalla descrizione della battaglia contenuta all’inizio del IV libro (13-34) della <hi rend="italic">Pharsalia</hi>, ed un passo in particolare (32-34) parrebbe indiziato per aver suggerito l’immagine boccacciana: «[…] collem subito conscendere cursu, / qui medius tutam castris dirimebat Ilerdam, / imperat»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-066-backlink"><ref target="06.html#footnote-066">30</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Oltre al famoso e già ricordato paragrafo sullo sconcio del campo di battaglia, nel <hi rend="italic">Filocolo</hi> tutti i riferimenti a Farsalo, a Cesare e a Pompeo sono in qualche modo debitori nei confronti delle «rappresentazioni violente, a tinte cariche, […] di una scrittura enfatica e corposa, tutta rilievi e contrapposizioni»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-065-backlink"><ref target="06.html#footnote-065">31</ref></hi></hi>, come quella di Lucano: </p><p rend="quotation_b">[…] li quali non vi porgeranno i crudeli incendimenti dell’antica Troia, né le sanguinose battaglie di Farsaglia, le quali nell’animo alcuna durezza vi rechino; […] (<hi rend="italic">Filocolo</hi>, I, 2, 3).</p><p rend="quotations_quotation_b3">E con queste ancora vi si mostrava Farsalia tutta sanguinosa del romano sangue, e’ prencipi crucciati, l’uno in fuga e l’altro spogliare il ricco campo degli orientali tesori (<hi rend="italic">Filocolo</hi>, II, 32, 4). </p><p rend="quotations_quotation_b3">[…] e il volere contra ’l piacere loro andare fece alla molta gente di Pompeo perdere il campo di Tesaglia, assaliti dal picciolo popolo di Cesare (<hi rend="italic">Filocolo</hi>, III, 5, 11). </p><p rend="quotations_quotation_b3">[…] ma non trovato lui, cercò le più calde regioni, e pervenne in Tesaglia, dove per sì fatta bisogna fu mandato da discreto uomo. E quivi dimorato più giorni, non avendo ancora trovato quello che cercando andava, […] incominciò tutto soletto ad andare per lo misero piano che già tinto fu del romano sangue (<hi rend="italic">Filocolo</hi>, IV, 31, 9-10).</p><p rend="text">Ancora nella <hi rend="italic">Comedia</hi> (XXIII, 15) <hi >è il testo di Lucano ad ispirare l’immagine dell’anima del morto resuscitata dalla maga Eritone che predice a Sesto Pompeo la sconfitta di Fars</hi>alo:</p><p rend="quotation_b">E già la vita lontana da lui, appena sostenendosi, si levò a sedere, cotale e ne’ modi e nello aspetto quale colui apparve tra’ monti tesalici al non degno figliuol di Pompeo, rivocato per li versi d’Eritto da’ fiumi stigii; […]<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-064-backlink"><ref target="06.html#footnote-064">32</ref></hi></hi>.</p><p rend="text"><hi >È</hi> vero che si pone, qui come altrove, il filtro intermedio dell’esempio dantesco – «Ver è ch’altra fïata qua giù fui, / congiurato da quella Eritón cruda / che richiamava l’ombre a’ corpi sui» (<hi rend="italic">Inferno</hi>, IX, 22-24) –, ma è vero anche che la concordanza fra i sintagmi lucanei, <hi >«</hi>Sextus erat, Magno proles indigna parente<hi >»</hi> (VI, 420) e «Pompei ignava propago» (VI, 589) con il «non degno figliuol di Pompeo» boccacciano non parrebbe affatto casuale. Inoltre ancora le terzine al capitolo XXXIII della <hi rend="italic">Comedia</hi>, subito dopo aver evocato la proverbiale pira funebre dei fratelli Eteocle e Polinice che distende «i suoi caccumi in due fiamme», accostano il prodigio al fuoco sacro di Vesta, scisso in due vampe a raffigurare la rottura nel corpo civile di Roma<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-063-backlink"><ref target="06.html#footnote-063">33</ref></hi></hi>. Anche in questo caso varrebbe il richiamo al XXVI dell’<hi rend="italic">Inferno</hi>, ma i due prodigi sono avvicinati soltanto nella <hi rend="italic">Pharsalia</hi> (I, 549-552), che dunque si suggerisce come la fonte più produttiva per l’immagine boccacciana:</p><p rend="quotations_quotation_a1">Sì come il foco, in fummi oscuri molto,</p><p rend="quotations_quotation_b2">nel quale i figli di Iocasta accesi,</p><p rend="quotations_quotation_b2">miseramente saliva ravolto,</p><p rend="quotations_quotation_a2">i suoi caccumi in due fiamme distesi,</p><p rend="quotations_quotation_b2">diviso si mostrava a dichiarare</p><p rend="quotations_quotation_b2">di loro il poco amor, se ben compresi,</p><p rend="quotations_quotation_a2">e ancor come già quel dell’altare</p><p rend="quotations_quotation_b2">di Vesta si divise in Roma, quando</p><p rend="quotations_quotation_b2">piacque a Pompeo Italia abandonare;</p><p rend="quotations_quotation_b2">così […]<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-062-backlink"><ref target="06.html#footnote-062">34</ref></hi></hi>.</p><p rend="quotations_quotation_a1">[…] Vestali raptus ab ara</p><p rend="quotations_quotation_b2">ignis, et ostendens confectas flamma Latinas</p><p rend="quotations_quotation_b2">scinditur in partis geminoque cacumine surgit</p><p rend="quotations_quotation_b3">Thebanos imitata rogos<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-061-backlink"><ref target="06.html#footnote-061">35</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nell’<hi rend="italic">Elegia di madonna Fiammetta</hi> il ritratto di Cornelia Metella (VIII, 12)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-060-backlink"><ref target="06.html#footnote-060">36</ref></hi></hi>, la quinta moglie di Pompeo, è condotto seguendo il tratteggio di Lucano, tramite richiami puntuali dal V e soprattutto dall’VIII e dal IX libro<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-059-backlink"><ref target="06.html#footnote-059">37</ref></hi></hi> in cui si racconta la sconfitta di Pompeo e la sua morte. Un medaglione dedicato alla sposa di Pompeo è singolarmente assente nel <hi rend="italic">De mulieribus</hi>, mentre parrebbe di riconoscere l’ipotesto lucaneo nelle contigue descrizioni di Porzia (LXXXII) e di Cleopatra (LXXXVIII)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-058-backlink"><ref target="06.html#footnote-058">38</ref></hi></hi>. Nel <hi rend="italic">De casibus</hi>, oltre ai passi dedicati a Pompeo, particolarmente densi, come si vedrà, di richiami alla <hi rend="italic">Pharsalia</hi>, vengono ricordate le tradizionali circostanze della morte dell’autore (VII, 4, 43)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-057-backlink"><ref target="06.html#footnote-057">39</ref></hi></hi>. Secondo modalità simili a quelle già ricordate per la <hi rend="italic">Genealogia</hi>, ovvero quale archivio di informazioni di carattere enciclopedico, storico e geografico, Lucano è compulsivamente utilizzato come fonte geografica e come autorità nel <hi rend="italic">De montibus</hi> per spiegare etimologie, caratteri, collocazioni di fiumi, monti e laghi.</p><p rend="text">Dunque un vero e proprio <hi rend="italic">carnet</hi> di pagine lucanee che sbocciano nei versi e nelle parole di Boccaccio, che con tutte le perizie del caso tesse una sintassi e sceglie un lessico funzionali a rendere apprezzabile il debito nei confronti della fonte classica. Vi sono poi temi che si rincorrono di opera in opera: ad esempio le proverbiali, quanto discusse, false lacrime di Cesare. Il pianto più o meno sincero, più o meno scaltro, dovette impressionare Boccaccio: al centro di una discussa imitazione (<hi rend="italic">Rime</hi>, 107)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-056-backlink"><ref target="06.html#footnote-056">40</ref></hi></hi>, verosimilmente legata anche ad un sonetto attribuito ad Antonio da Ferrara, del petrarchesco <hi rend="italic">Cesare, poi che ’l traditor d’Egitto</hi> (<hi rend="italic">Rvf</hi>, 102)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-055-backlink"><ref target="06.html#footnote-055">41</ref></hi></hi>, le insincere lacrime di Cesare sono debitrici alla potente immagine lucanea più che alla piana descrizione di Valerio Massimo (V, 1, 10). Il tema <hi >è spesso ricordato nelle </hi><hi rend="italic">Epistole</hi>, quelle a Francesco Nelli (XIII, 50)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-054-backlink"><ref target="06.html#footnote-054">42</ref></hi></hi> e a Mainardo Cavalcanti (XXII, 11)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-053-backlink"><ref target="06.html#footnote-053">43</ref></hi></hi>, redatte l’una nel 1363, l’altra nel 1373; ma anche nell’<hi rend="italic">Amorosa visione</hi> (V, 19-24) ve ne è un’ombra, proprio nel passo in cui Lucano viene esplicitamente nominato; segno di un’eccezionale persistenza, pure a distanza di molti anni, degli effetti delle letture giovanili.</p><p rend="text">Superato il discrimine della metà degli anni Quaranta del Trecento, <hi >è vero che </hi>i debiti impliciti tendono sempre più a ridursi, mentre aumentano le citazioni puntuali, affidate soprattutto alle opere latine, ma non sembra che si possa sottoscrivere <hi rend="italic">in toto</hi> l’ipotesi di un radicale e fin troppo lineare ripensamento del giudizio sull’autore latino. Quaglio sosteneva che <hi >«</hi>all’ombra del Petrarca, […] quando il Boccaccio imposta i problemi della propria cultura, svanisce la luce dantesca di Lucano. Che resta perciò ai margini delle sue opere erudite, senza prestare loro, […] i segni del favoloso e dell’orrido […]. La linea giovanile, “poetica” di ammirazione, viene spezzata dall’acribia del nuovo lettore: a dissipare ogni illusione fantastica sul <hi rend="italic">De bello civili</hi> stava dinanzi al Boccaccio l’alto esempio umanistico del Petrarca<hi >»</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-052-backlink"><ref target="06.html#footnote-052">44</ref></hi></hi>. Il modello petrarchesco dovette giocare senz’altro un ruolo di primissimo piano nel problematizzare la posizione di Boccaccio nei confronti del poema lucaneo, ma forse non nella direzione di un ridimensionamento del suo ruolo come archivio cui attingere informazioni preziose, come repertorio per immagini, sentenze, scene, situazioni; risulta infatti difficile inquadrare in un percorso troppo lineare e dicotomicamente distinto i debiti di Boccaccio verso Lucano, se citazioni e scene della <hi rend="italic">Pharsalia</hi> continuano a comparire nelle opere latine, in luoghi sensibili per la sua documentazione erudita, ma anche per la sua personale costruzione poetica. Sembrerebbe piuttosto che l’esempio di Petrarca abbia confermato l’ammirazione nei confronti di Lucano costringendo parimenti ad una riflessione sul significato profondo da attribuire al giudizio degli antichi e alle conseguenze che da esso potevano derivare riguardo la propria poetica. Utilizzata come fonte storica privilegiata per l’<hi rend="italic">Africa</hi>, il <hi rend="italic">De viris</hi> e il <hi rend="italic">De gestis Cesaris</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-051-backlink"><ref target="06.html#footnote-051">45</ref></hi></hi>, la <hi rend="italic">Pharsalia</hi> venne infatti giudicata da Petrarca a tutti gli effetti un’opera di poesia e dunque il suo autore meritevole del titolo di poeta. Petrarca ammise ripetutamente che il genere della <hi rend="italic">Pharsalia</hi> <hi >è </hi>da ritenere quello della poesia epica e non quello storiografico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-050-backlink"><ref target="06.html#footnote-050">46</ref></hi></hi>; le accuse antiche sono dunque ingiustificate poiché il <hi rend="italic">Bellum civile</hi> è denso di quelle finzioni che sono l’elemento distintivo della poesia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-049-backlink"><ref target="06.html#footnote-049">47</ref></hi></hi>. Il giudizio petrarchesco fu ripetuto e rinnovato dai suoi ‘devoti’ che significativamente allestirono commenti a Lucano e che ripeterono la posizione del maestro. Una medesima difesa è percorsa infatti da Benvenuto da Imola e Pietro da Parma, mentre anche il commento di Andrea da Mantova rivela punti di contatto con le esegesi lucanee di Petrarca e dei suoi sodali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-048-backlink"><ref target="06.html#footnote-048">48</ref></hi></hi>. Boccaccio fu senz’altro influenzato almeno dal tono di tali riflessioni e vi dovette prendere parte nel confronto con Petrarca; fu forse ispirato anche dai commenti di Goro d’Arezzo e di Cione de’ Magnalis, ma è probabile che, per la sua personale considerazione di Lucano, sia soprattutto debitore della lunga fortuna scolastica del Cordovano che, dalla tarda antichità fino al IX secolo, quando furono elaborati i primi manoscritti lucanei sopravvissuti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-047-backlink"><ref target="06.html#footnote-047">49</ref></hi></hi>, si sedimentò in manuali scolastici, grammatiche, commenti, enciclopedie e florilegi che lo proponevano, al pari di Virgilio, per l’insegnamento della lingua e della retorica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-046-backlink"><ref target="06.html#footnote-046">50</ref></hi></hi>. Una cospicua tradizione didattica indiretta che anticipò l’esplosione della <hi rend="italic">aetas lucanea</hi> del XII secolo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="06.html#footnote-045">51</ref></hi></hi>, quando i versi di Lucano vennero compulsivamente copiati, letti, commentati, citati e impiegati come ispirazione per nuovi prodotti letterari. La «maravigliosa eccellenzia d’ingegno» che Boccaccio riconobbe al poeta di Cordoba concorda dunque con l’opinione che la retorica medievale aveva espresso nei confronti della <hi rend="italic">Pharsalia</hi> fin dal XII sec. e di cui lo stesso Dante si era fatto portavoce<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="06.html#footnote-044">52</ref></hi></hi>: Lucano è enumerato nella dantesca «bella scola» (<hi rend="italic">Inferno</hi>, IV, 94) in cui non vi è traccia di alcun pregiudizio riguardo al genere dell’opera. È Dante stesso che nel <hi rend="italic">Convivio</hi> (IV, 28, 13) pone sul medesimo livello i <hi rend="italic">velamenta</hi> di Virgilio e Ovidio, ma anche quelli di Lucano (II, 327-337), per spiegare i discorsi sulle tre età dell’anima, non distinguendo affatto tra gradi di poeticità per i tre autori<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="06.html#footnote-043">53</ref></hi></hi>. Tra il XII e il XIII sec. Lucano venne poi celebrato per le sue qualità da Goffredo di Vinsauf e Giovanni di Garlandia; la <hi rend="italic">Pharsalia</hi> funse da modello a Gautier de Châtillon per la sua <hi rend="italic">Alexandréide</hi>, ad Alano di Lilla per l’<hi rend="italic">Anticlaudianus</hi>; venne citata come fonte fededegna e come autorità morale da Guglielmo di Malmesbury, Ottone di Frisinga, Alessandro Neckam<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="06.html#footnote-042">54</ref></hi></hi>; la scuola di retorica di Orléans ispirò le <hi rend="italic">Glosule</hi> di Arnolfo d’Orléans a commento dell’intero poema; un fitto apparato di <hi rend="italic">accessus</hi>, postille, glosse si depositò nei margini dei codici copiati e diffusi nel corso del XIII sec., talvolta recuperando i commenti antichi come le <hi rend="italic">Adnotationes super Lucanum</hi> o i <hi rend="italic">Commenta bernensia</hi>. Inoltre, secondo Peter von Moos il dibattito sulla poeticità di Lucano fu quasi del tutto assente dalla prospettiva medievale e si limitò, entro i confini dell’<hi rend="italic">aetas lucanea,</hi> spesso ad una notazione di tipo erudito e strettamente formale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="06.html#footnote-041">55</ref></hi></hi>. Lo sguardo medievale avrebbe dunque considerato il giudizio antico – quello di Servio, ripreso poi da Isidoro – come un rilievo dell’eccezionalità della poesia di Lucano, che in effetti non si occupava di giungere alla <hi rend="italic">veritas</hi> tramite le tradizionali <hi rend="italic">obliquae figurationes </hi>mitiche, ma tramite il racconto di <hi rend="italic">res gestae</hi> storiche narrate poeticamente: le une e le altre erano per il lettore medievale e cristiano funzionali all’obiettivo. Infatti il pensiero medievale, pur distinguendo tra forma e soggetto del racconto, tra genere e specie del prodotto letterario, si interessava soprattutto dell’obiettivo che ogni forma d’arte dovrebbe raggiungere secondo i propri principi interni: la ricerca della <hi rend="italic">significatio verax</hi> e dunque <hi rend="italic">christiana</hi> delle cose<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="06.html#footnote-040">56</ref></hi></hi>. Lucano, raccontando eventi storici per mezzo del verso metrico, pose dunque, tra il fatto raccontato e la verità che esso stesso di per sé nasconde, il <hi rend="italic">velamentum</hi> del suo stile magniloquente. La prodigiosa grandezza di tale scelta avrebbe contribuito a valorizzare la <hi rend="italic">Pharsalia</hi>, poiché sarebbe proprio grazie a questo supplemento di materiale utilizzato per armonizzare la sua scelta, altrimenti ibrida, che Lucano avrebbe raggiunto l’eccellenza poetica, tramite la cura e il continuo ricorso all’artificio: nella prospettiva medievale, Lucano era così riuscito a comporre una ‘poesia più che poesia’, dato che l’oggetto storico non gli concedeva <hi rend="italic">res</hi> già di per sé <hi rend="italic">fabulosae</hi>. E fu proprio lo stile ciò che più di tutto gli autori medievali apprezzarono di Lucano, definito spessissimo in virtù di esso: <hi >«</hi>graandiloquus<hi >»</hi>, <hi >«</hi>disertissimus<hi >»</hi>, <hi >«</hi>eloquens<hi >»</hi>, <hi >«</hi>digrediens<hi >»</hi>. La grandezza retorica permetteva alla fantasia di Lucano di creare immagini, talvolta inverosimili, che tuttavia riuscivano a trasmettere con maggiore ed inaudita efficacia il contenuto profondo delle <hi rend="italic">res gestae</hi> e dell’<hi rend="italic">historia</hi>, il loro <hi rend="italic">sensus spiritualis</hi>, e dunque svolgere al meglio il compito della letteratura. Una <hi rend="italic">fabulosa narratio</hi> dunque, quella di Lucano, e non una semplice <hi rend="italic">fabula poetica</hi>, un oggetto che aspirava ad un piano di verità filosofica e teologica, del tutto integrabile nella teoria dell’<hi rend="italic">integumentum</hi> originariamente formulata a proposito di Virgilio da Bernardo Silvestre e poi Alano di Lilla. Così Giovanni di Salisbury, sulla base dei meccanismi ermeneutici appena tratteggiati, era giunto a definire Lucano <hi >«</hi>orator<hi >»</hi>, ovvero più che poeta, più che storico, una sorta di vate che comunicava tramite e in virtù del suo linguaggio non solo una <hi rend="italic">veritas</hi> per il suo pubblico reale, ma una <hi rend="italic">veritas</hi> per il lettore di ogni tempo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="06.html#footnote-039">57</ref></hi></hi>:</p><p rend="quotation_b">[…] poeta doctissimus, si tamen poeta dicendus est, qui vera narratione rerum ad historicos magis accedit. (<hi rend="italic">Policraticus</hi>, II, 19).</p><p rend="quotations_quotation_b3">Innuit hoc poeta gravissimus, aut, si iuxta Quintilianum rectius dicere malueris, oratorem, non repugno, dum constet praecavenda esse etiam quae possunt evenire pericula (<hi rend="italic">Policraticus</hi>, VIII, 23)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="06.html#footnote-038">58</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Come tuttavia interpretare allora il giudizio degli antichi, dubbiosi nel considerare Lucano un vero poeta? Come spiegare la posizione dei commentatori classici? Come coniugare la loro posizione con l’innegabile riconoscimento di un’eccellenza letteraria tanto affascinante da divenire vivo stimolo per la creatività e l’interesse dello stesso Boccaccio? Rispetto al confronto con Petrarca e con gli ambienti a lui più strettamente legati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="06.html#footnote-037">59</ref></hi></hi> e rispetto all’evidente costanza con cui l’attenzione del Certaldese si rivolse alle pagine lucanee, è forse necessario tentare un’ulteriore contestualizzazione dei termini entro i quali Boccaccio riportò le riserve degli antichi commentatori nella pagina della <hi rend="italic">Genealogia</hi> da cui si è principiato. Quel giudizio infatti compare significativamente all’interno del XIV libro dedicato al vasto tema della natura della poesia, delle sue caratteristiche, dei suoi fini. Le parole di Isidoro e di Servio, pur riecheggiando nel «velamento fabuloso atque decenti» che dovrebbe «veritatem contegere»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="06.html#footnote-036">60</ref></hi></hi>, ovvero uno dei più importanti compiti della poesia secondo il Certaldese<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="06.html#footnote-035">61</ref></hi></hi>, non sembrerebbero a ben vedere da leggersi nella prospettiva boccacciana con un intento polemico nei confronti di Lucano, ovvero non avrebbero probabilmente nulla a che fare con la scelta di narrare poeticamente fatti storici piuttosto che mitici. Per Boccaccio il problema sarà da considerare piuttosto sotto un’altra prospettiva.</p><p rend="text">Come è noto nel cap. 9 del XIV libro, Boccaccio distingue quattro tipi di <hi rend="italic">fabulae</hi>: 1. i racconti poetici in cui non vi è alcuna verità letterale, ma una soltanto morale, ovvero quelli sullo stile di Esopo; 2. quelli che mescolano una parte di verità letterale con una di tipo morale, ovvero le storie che i poeti hanno creato per parlare delle cose umane e divine in forma allegorica (si citano come esempio le metamorfosi narrate da Ovidio); 3. le <hi rend="italic">fabulae</hi> che sono più vicine alla storia, ovvero quelle che descrivono fatti che tuttavia hanno ben altro intento rispetto a ciò che mostrano (gli esempi sono le vicende di Enea agitato dalla tempesta o di Ulisse legato all’albero della nave per poter ascoltare il canto delle Sirene, o le scene di Plauto e Terenzio, che vogliono descrivere i diversi comportamenti degli uomini e dunque istruire il proprio pubblico); 4. le <hi >«</hi>delirantium vetularum inventio[nes]<hi >»</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="06.html#footnote-034">62</ref></hi></hi> che non dispongono di nessun tipo di verità. Dei racconti del secondo tipo sono dense le pagine dell’Antico Testamento, in cui i teologi riconoscono moltissime <hi rend="italic">figurae</hi>, mentre di quelle del terzo tipo si fece narratore lo stesso Cristo con <hi >«</hi>parabol[ae]<hi >» ed «exempl[a]»</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="06.html#footnote-033">63</ref></hi></hi>. Omero, Virgilio e Lucano hanno dunque narrato favole del terzo tipo, fondate su una verità storica, rispettata con gradazioni differenti al fine di preservare l’intelligibilità della verità morale, loro principale intento. Deriva esattamente da questo la licenza da parte dei poeti di operare finzioni sulla realtà storica al fine di avvantaggiare il significato allegorico; nelle pagine della <hi rend="italic">Genealogia</hi> che seguono, Boccaccio interviene dunque rispetto alla famosa <hi rend="italic">querelle</hi> sulla castità di Didone e sull’anacronismo del suo incontro con Enea, disvelato definitivamente da Petrarca<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="06.html#footnote-032">64</ref></hi></hi>: coloro che accusano Virgilio di menzogna – questo il ragionamento di Boccaccio –, non hanno compreso cosa sia la poesia, poiché è proprio tramite lo strumento dell’invenzione – «vagandi per omne fictionis genus licentia»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="06.html#footnote-031">65</ref></hi></hi> – che il poeta assolve il suo compito, ovvero parlare della verità. Riguardo Didone, i motivi di tale licenza sono per Boccaccio volti ad avvantaggiare il beneficio morale della vicenda, ovvero a mostrare in Enea la capacità dell’animo umano di trionfare sulle voluttà dopo esserne stato vittima, in Didone un esempio perfetto di nobiltà, ricchezza ed esperienza in amore. Infine Virgilio ha scelto di far incontrare Enea con Didone per una ragione stilistica: solo grazie alle richieste di Didone avrebbe potuto far principiare il suo poema <hi rend="italic">in medias res</hi>, come Omero aveva fatto con Ulisse. Ed è dunque proprio relativamente a questo punto – e, si noti, per inciso – che Boccaccio cita il giudizio antico sull’impoeticità di Lucano: secondo il Certaldese per i commentatori classici il Cordovano non fu un poeta minore di Virgilio perché non era intervenuto con libertà sulle vicende narrate, attenendosi piuttosto alla cronaca della guerra civile, o perché non aveva riempito il suo poema di sufficienti immagini mitiche, bensì piuttosto perché non aveva rispettato le consuetudini retoriche che volevano che un’epopea non seguisse un intreccio cronologicamente ordinato. Dunque secondo il ragionamento di Boccaccio, Lucano, volendo comporre un poema ricco di <hi rend="italic">fictiones,</hi> seppure fondato su fatti recenti, non si è attenuto al <hi rend="italic">po</hi><hi rend="italic" >ë</hi><hi rend="italic">ticum morem</hi> rispettato invece da Virgilio e Omero per l’epica, da Plauto e Terenzio per la commedia, da Seneca per la tragedia, da Orazio, Persio e Giovenale per la satira<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="06.html#footnote-030">66</ref></hi></hi>; dunque la riserva degli antichi sarebbe da interpretare in chiave retorico-formale e non contenutistica.</p><p rend="text">Il Certaldese dunque, volendo recuperare uno sguardo autentico sull’opera di Lucano e non rinunciando parimenti agli interrogativi posti dalle critiche degli antichi, cercò una risposta entro i propri riferimenti culturali; recuperato un metodo esegetico del tutto organico alla norma scolastica medievale, che distingueva <hi rend="italic">ordo naturalis</hi> e <hi rend="italic">ordo artificialis</hi> secondo i diversi generi, lo applic<hi >ò</hi> al suo caso, interpretando la riserva su Lucano in termini esclusivamente retorici e non poetici. In tal modo Boccaccio, non desiderando sottrarsi all’interpretazione di una notizia che gli veniva consegnata dalla classicità e sforzandosi di leggerla filologicamente, finì con il proporre un tipo di lettura che nessun commentatore, né antico, né medievale, aveva fino a quel momento proposto. L’inciso lucaneo della <hi rend="italic">Genealogia</hi> è dunque da interpretare entro il ragionamento per il quale viene convocato, più che come un giudizio <hi rend="italic">tout court</hi> su Lucano.</p><p rend="text">Non vi fu dunque un ripensamento o una riconsiderazione del valore dell’opera di Lucano, superato il discrimine degli anni Quaranta, quando dopo lo <hi >«svolgersi concorde di affettuoso interesse, […] le reminiscenze dell’antico poema si vanno diradando, le citazioni di Lucano giungono aspre nel tono, fino all’esplicita condanna del </hi><hi rend="italic">Comento</hi><hi >»</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="06.html#footnote-029">67</ref></hi></hi>; piuttosto, il tentativo di recuperare presso gli antichi le intime ragioni di un giudizio altrimenti incompatibile con l’innegabile grandezza dell’esempio lucaneo. L’interesse per i riferimenti storici e geografici, oltre che per gli esempi morali di Lucano, non viene in effetti mai ricusato da Boccaccio che continua a rivelarsi debitore nei confronti del poema, sulla scia dell’esempio dell’amico Petrarca, dimostrando una specifica attitudine nei confronti delle <hi rend="italic">fabulae</hi> lucanee: infatti alle quindici occorrenze esplicite contenute nella <hi rend="italic">Genealogia</hi> saranno da aggiungere tre citazioni implicite<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="06.html#footnote-028">68</ref></hi></hi>, in cui, pur non comparendo alcun riferimento diretto a Lucano, il ricordo della <hi rend="italic">Pharsalia</hi> è evidente, seppure riecheggiato insieme con quello di Dante. Due di tali occorrenze si presentano proprio nel XIV libro (IV, 23). Dopo un lungo elenco di casi di illustri filosofi che in virtù della propria indigenza godettero di felicità personale e di gloria presso i posteri, sono evocati due personaggi della <hi rend="italic">Pharsalia</hi>: Amiclate, il povero pescatore che accoglie Cesare senza titubanze nella sua umile capanna (V, 515 sgg.), e l’indovino Arunte, che dal suo rifugio contempla i cieli pur tra l’infuriare della guerra (I, 584 sgg.)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="06.html#footnote-027">69</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il Boccaccio filologo della <hi rend="italic">Genealogia</hi>, desideroso di attingere dalle sorgenti della poesia e non soltanto dai rivoli<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="06.html#footnote-026">70</ref></hi></hi>, prevede programmaticamente di recuperare il giudizio degli antichi rispetto a questioni di poetica decisive per il suo obiettivo, non senza tentare di assumerne sistematicamente l’orizzonte di giudizio; il restauro del significato più autentico delle sue fonti e la consapevolezza di battere strade non ancora dissodate proiettano verso una <hi rend="italic">summa</hi> di letture, di giudizi e di interpretazioni, nella quale <hi rend="italic">tout se tient</hi>, che stimola la ricerca di soluzioni e di equilibri nuovi, piuttosto che promozioni e scarti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="06.html#footnote-025">71</ref></hi></hi>. Quel metodo di lettura delle pagine di Lucano, potentemente creativo, che aveva fatto sgorgare l’ispirazione per intere immagini, situazioni ed episodi poetici, non accennò dunque a perdersi: a fronte di mutate esigenze, quella <hi >«</hi>tecnica poetica di avvicinare e riecheggiare gli antichi testi per scoprirvi il proprio temperamento<hi >»</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="06.html#footnote-024">72</ref></hi></hi>, almeno per quanto riguarda Lucano, non fu abbandonata.</p><p rend="text">Il tenore di tale fedeltà viene confermato quando si cerchino nella biblioteca di Boccaccio tracce esplicite di un interesse per la <hi rend="italic">Pharsalia</hi>. A proposito della doppia ripresa del brano su Farsalo, Quaglio delineava la forma testuale del testimone dal quale Boccaccio deve aver letto il poema nella giovinezza<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="06.html#footnote-023">73</ref></hi></hi>, ancora impossibile da identificare nei manoscritti sopravvissuti del poema latino<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="06.html#footnote-022">74</ref></hi></hi>. La possibilità che Boccaccio abbia potuto leggere Lucano a Napoli su esemplari legati ad una linea della tradizione di area meridionale, forse annodati al fecondo ambiente storiografico prima federiciano e poi angioino<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="06.html#footnote-021">75</ref></hi></hi>, non è altro che una, seppure suggestiva, supposizione. Certamente non fu il Lucano della sua giovinezza il Laurenziano Pluteo 35.23 che entrò in suo possesso senz’altro dopo lo spostamento a Firenze<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="06.html#footnote-020">76</ref></hi></hi>. Il codice permette tuttavia di lambire il vasto, e finora poco esplorato, tema della lettura da parte di Boccaccio dei commenti a Lucano. </p><p rend="text">Poiché i dati scarseggiano, non sappiamo se e quali glosse alla <hi rend="italic">Pharsalia</hi> circolassero a Napoli o a Firenze negli anni della formazione e della prima attività di Boccaccio, o quanto, delle lezioni che vari maestri avevano tenuto in ambienti culturali che il Certaldese conosceva o con cui aveva avuto contatti, fosse giunto fino a lui. Tuttavia è interessante notare che proprio in margine al Pluteo 35.23 vi <hi >è</hi> un fitto apparato di glosse, derivato in larga misura dal commento di Arnolfo d’Orléans, ma con incursioni poco studiate del bistrattato Cione de’ Magnalis, l’«ineptissimus ille Ciones» del Salutati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="06.html#footnote-019">77</ref></hi></hi>, che commentò la <hi rend="italic">Pharsalia</hi> tra il 1320 e il 1340 a Montepulciano e contro cui, secondo Luca Carlo Rossi, molti passi polemici del commento, a sua volta in gran parte inedito, di Benvenuto da Imola sono diretti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="06.html#footnote-018">78</ref></hi></hi>. È poi sintomatico ad esempio che uno dei più antichi codici lucanei conservati a Firenze tra i banchi del convento di Santa Croce, l’attuale Laurenziano, Pluteo 24 sin. 3, disponga di uno snello, ma coerente apparato di postille, anch’esse ancora poco studiate<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="06.html#footnote-017">79</ref></hi></hi>. A Bologna Giovanni del Virgilio qualche decennio prima aveva letto e commentato il classico latino nelle aule universitarie, mentre sul finire del Trecento Pietro da Parma<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="06.html#footnote-016">80</ref></hi></hi> componeva il suo <hi rend="italic">Preambulum</hi>, citando spessissimo l’autorità di Petrarca. Boccaccio va dunque inserito – sarà da determinare in quale misura – in un ambiente fecondo per gli studi lucanei: sarebbe interessante comprendere quanto di ciò che teorizzarono i maestri delle scuole di retorica e di logica di Tours, di Orléans e soprattutto di Chartres, a proposito di Lucano, sia disceso nella tradizione dei commenti alla <hi rend="italic">Pharsalia</hi> e quali di questi testi fossero più o meno presenti a Boccaccio; spicca forse fra tutti la figura di Giovanni di Salisbury, entusiasta compulsatore del <hi rend="italic">Bellum civile</hi>, presentata dal teologo inglese come una fonte storica attendibile e fededegna, riflettendo sulla quale egli sviluppò parte del proprio pensiero politico. Nei suoi testi si incontrano un sostegno appassionato nei confronti di Lucano e inviti, in linea con la teoria dell’<hi rend="italic">integumentum</hi>, a estrarvi, tra i gustosi condimenti della sua poesia, principi filosofici e verità teologiche.</p><p rend="text">Abbiamo la prova che parte di questo contesto culturale fosse ben presente a Boccaccio, poiché tra il 1362-1363 o il 1370-1371 egli copiò nell’attuale Ambrosiano C 67 sup.<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="06.html#footnote-015">81</ref></hi></hi>, di seguito al suo famoso Marziale, proprio l’<hi rend="italic">Entheticus minor</hi> di Giovanni di Salisbury, apponendovi qualche glossa e alcuni <hi rend="italic">marginalia</hi>, segno di una lettura ponderata e attenta<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="06.html#footnote-014">82</ref></hi></hi>. In quello stesso codice poi Boccaccio poteva leggere il nome di Lucano anche nel <hi rend="italic">corpus</hi> di Marziale: non solo all’altezza dell’elogio per l’anniversario della nascita del poeta iberico nel VII libro – «Haec meruit, cum te terris, Lucane, dedisset, / mixtus Castaliae Baetis ut esset aquae» (VII, 22, 3-4)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="06.html#footnote-013">83</ref></hi></hi> – ma anche negli <hi rend="italic">Apophorēta</hi>, in cui, a dispetto del ricordo delle aspre critiche, il <hi rend="italic">Bellum civile</hi> è presentato come un capolavoro – «Sunt quidam qui me dicant non esse poetam: / sed qui me vendit bybliopola putat» (XIV, 194)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="06.html#footnote-012">84</ref></hi></hi> ; per tacere della lista degli <hi rend="italic">auctores</hi> latini che lo stesso Certaldese stil<hi >ò</hi> di suo pugno in margine al testo dell’epigramma geografico 61 del I libro a c. 10<hi rend="italic">v</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="06.html#footnote-011">85</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> Piccole tracce, che tuttavia concorrono a segnalare un’attenzione e una riflessione inesauste per il Cordovano anche nel Boccaccio filologo.</p><p rend="text">Basterebbe tuttavia la <hi rend="italic">Pharsalia</hi> del Laurenziano Pluteo 35.23 per assicurarci che il Certaldese continuò a leggere il poema anche in età matura: vi appose infatti almeno cinque postille autografe nei margini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="06.html#footnote-010">86</ref></hi></hi>, in corrispondenza di passi interessanti che interrogavano la sua curiosità. Si tratta, oltre che di una variante grafica per il nome del dio Teutate a c. 6<hi rend="italic">r</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="06.html#footnote-009">87</ref></hi></hi><hi rend="italic">,</hi> di una <hi rend="italic">manicula</hi> a c. 19<hi rend="italic">r</hi> in corrispondenza di una frase gnomica pronunciata da Pompeo dopo il sogno in cui gli è apparsa l’immagine di Giulia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="06.html#footnote-008">88</ref></hi></hi>; di un volto barbuto a c. 23<hi rend="italic">r</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="06.html#footnote-007">89</ref></hi></hi>, di una più estesa notazione riguardo le vesti succinte dei sacerdoti nelle processioni romane antiche a c. 8<hi rend="italic">r</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="06.html#footnote-006">90</ref></hi></hi> e di un segno di nota in margine ad un verso epidittico sulla vacuità degli sforzi umani a c. 66<hi rend="italic">v</hi>.</p><p rend="text"><hi >È</hi> interessante notare che la postilla autografa nel margine destro di c. 8<hi rend="italic">r</hi> si trovi in corrispondenza del brano della <hi rend="italic">Pharsalia</hi> in cui si narrano i preparativi per i riti aruspici con i quali conoscere il significato degli stravolgimenti naturali precedenti l’inizio della guerra; l’indovino etrusco che presiede tali riti non è altri che quell’<hi >«</hi>Arruns<hi >»</hi> ricordato nel cap. IV del XIV libro della <hi rend="italic">Genealogia</hi> come esempio di povero felice, in grado di osservare i disastri delle guerre civili dall’altro del suo rifugio alpestre. Il segno di nota a c. 66<hi rend="italic">v</hi> invece, pur essendo posto in corrispondenza di un passo sentenzioso, in cui Lucano fa riferimento al rogo universale – l’<hi rend="italic">ekpùrosis</hi> di ascendenza stoica – è molto vicino alla famosa descrizione di Farsalo ricordata dalle pagine del <hi rend="italic">Filocolo</hi> e dell’<hi rend="italic">Amorosa visione</hi>; ma è materialmente contiguo ai versi in cui il poeta rimprovera specificatamente a Cesare l’empietà nel lasciare insepolti i corpi dei nemici caduti (VII 797-799, 804-805, ma soprattutto 818-819: <hi >«</hi>Libera fortunae mors est; capit omnia tellus / quae genuit; caelo tegitur qui non habet urnam<hi >»</hi>)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="06.html#footnote-005">91</ref></hi></hi>. Tale immagine dovette colpire profondamente la fantasia di Boccaccio che la poté legare idealmente al più celebre racconto della mancata sepoltura di Pompeo, narrata da Lucano nell’VIII libro (610-636 e 663-691 per l’uccisione, 708-872 per la mancata sepoltura), verso la quale tributò sempre pietà e rispetto. Le scene in cui l’ingloriosa fine di Pompeo viene descritta da Lucano colpirono dunque la creatività di Boccaccio, generando una lunga sequela di immagini in cui, con modalità varie, in testi differenti, in diverse età della sua vita e della sua ispirazione, i versi lucanei sono riecheggiati e fatti rivivere<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="06.html#footnote-004">92</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La morte violenta del console, il misero destino del suo corpo decapitato, abbandonato sulle coste egizie, e il maldestro tentativo di Codro di comporre i suoi resti, sono ricordati nell’<hi rend="italic">Amorosa visione</hi> (XXXVI, 79-88):</p><p rend="quotations_quotation_a1">Ivi pareasi ancora il duolo amaro</p><p rend="quotations_quotation_b2">che Codro fece quando vide il busto</p><p rend="quotations_quotation_b2">del capo, ch’a’ Roman fu tanto caro.</p><p rend="quotations_quotation_a2">Onde dolente, povero e vetusto</p><p rend="quotations_quotation_b2">prendea di notte quello, al mio parere,</p><p rend="quotations_quotation_b2">e poi che ’n picciol fuoco lui combusto</p><p rend="quotations_quotation_a2">sotterrato ebbe secondo il potere</p><p rend="quotations_quotation_b2">in piccioletta fossa, ricoprendo</p><p rend="quotations_quotation_b2">lui del sabbione, con lagrime vere</p><p rend="quotations_quotation_a3">il suo infortunio ripetea piangendo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="06.html#footnote-003">93</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Così come nel già menzionato ricordo del destino infelice di Cornelia, moglie di Pompeo, nella <hi rend="italic">Fiammetta</hi> (VIII, 12, 1-4)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="06.html#footnote-002">94</ref></hi></hi>:</p><p rend="quotation_b">[…] nelli regni d’Egitto arrivato, da lui medesimo conceduti al giovane re, seguitò; e quivi il suo busto sanza capo, infestato dalle marine onde vide.</p><p rend="text">Nel capitolo del <hi rend="italic">De casibus</hi> dedicato a Pompeo (VI, 9, 27-29):</p><p rend="quotation_b">Truncus vero, postquam per diem totam prospectantibus barbaris inpulsu vario ab undis circumactus est, nocte a Codro romano milite et eiusdem Pompei questore ac fuge comite clam in litus tractus est et, cum illi nil preter se adversa pugna liquisset, collectis per litus quisquiliis et foculo facto eum superimposuit paucisque querelis et lacrimis datis semiustum contexit harenis. Puduit forte Fortunam ut is, qui tam ingentis animi custos tam clarissimorum honorum susceptor tanteque maiestatis servator, ea favente, fuerat, insepultus esca piscium linqueretur. […] lacessitum corpus et truncus undarum factus ludibrium noctu ignique modico ab homine unico semiustus et harenis contectus<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="06.html#footnote-001">95</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Infine nella famosa e coltissima epistola latina per Francesco da Brossano, si può leggere un ultimo omaggio al poeta della <hi rend="italic">Pharsalia</hi> (<hi rend="italic">Epistole</hi>, XXIV, 23-24). Ricordando i casi di illustri uomini insepolti e ai quali non fu preparato un degno monumento funebre, all’ingegno di Boccaccio sovvenne l’immagine del corpo raccolto dalla Fortuna che, invece di dedicare a Pompeo una semplice urna, gli consegnò come sepolcro l’intero e maestoso delta del Nilo, da Pelusio all’attuale Abukir, e come lastra sepolcrale non marmo carrarino o pario, ma l’intera volta del cielo:</p><p rend="quotation_b">Sane in memoriam tuam unum revocari libet. Honoroficentius iacent viri illustres in <hi rend="italic">sepulcro incognito</hi> quam in minus egregio, si noscatur; et ut videas, volve tecum quid egerit cum Magno Pompeio Fortuna. Penituit eam, reor, quod passa sit eum subtrahi perituris rebus tam infausta morte, ut scilicet proditione pueri egyptii transfoderetur, et idcirco quem magnum viventem fecerat, maximum post mortem ostendisse voluit: et hunc mesta, per diem <hi rend="italic">maris ludibrium </hi>singulari, <hi rend="italic">in urna</hi> claudi omnino vetuit, ut quod <hi rend="italic">litoris mare</hi> abluit inter Pelusium et Canopum eius crederetur omne sepulcrum; <hi rend="italic">et que sparsa atque disiecta harena non texerat membra, celo texit sydereo</hi>, rata quoniam non satis decenter lucanum marmor aut parius lapis texisse potuissent, auxitque in tantum neglectorum reverentiam, ut viator solers assidue angeretur timore ne temerario pede premeret ossa eius qui regum armis et imperio sepissime cervices presserat<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="06.html#footnote-000">96</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La lettera, con la quale il Certaldese rispondeva alla notizia della morte di Petrarca, è del 1374: un Boccaccio anziano e provato dalla scomparsa dell’amico, ritorna con la memoria alle potenti e dense immagini di Lucano, facendole rivivere ancora tramite la propria penna e riflettendo stavolta sul tema, anch’esso almeno in parte lucaneo, ma condiviso insieme con l’amico scomparso, del ricordo dei posteri, che neppure la morte può negare a coloro che hanno saputo lasciare traccia di sé.</p><p rend="h2">Bibliografia</p><p rend="bib_indx_bib">Antonio da Ferrara, <hi rend="italic">Rime</hi>, a cura di L. 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Crevatin, Scuola Normale Superiore, Pisa 2003.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Pétrone, </hi><hi rend="italic" >Le Satiricon</hi><hi >, </hi><hi >éd.</hi><hi > A. Ernout, Les Belles Lettres, Paris 1923.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">Quaglio A.E., <hi rend="italic">Boccaccio e Lucano. Una concordanza e una fonte dal «Filocolo» all’«Amorosa visione»</hi>, «Cultura neolatina», 23, 1963, pp. 153-171.</p><p rend="bib_indx_bib">Regnicoli L., <hi rend="italic">L’antico Lucano di Boccaccio nell’elegante restauro trecentesco</hi>, in T. 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De Robertis <hi rend="italic">et al.</hi> (a cura di), <hi rend="italic">Boccaccio autore e copista</hi>, Mandragora, Firenze 2013, pp. 61-64.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Von Moos P., </hi><hi rend="italic" >Lucain au Moyen Âge</hi><hi >, in Id., </hi><hi rend="italic" >Entre histoire et litterature. Communication et culture au Moyen Âge</hi><hi >, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2005, pp. 89-202.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-095-backlink">1</ref></hi>	G. Boccaccio, <hi rend="italic">Genealogie deorum gentilium</hi>, a cura di V. Zaccaria, in <hi rend="italic">Tutte le opere di Giovanni Boccaccio</hi>, a cura di V. Branca, Mondadori, Milano 1998, voll. VII-VIII, p. 1446 (corsivi miei).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-094-backlink">2</ref></hi>	G. Martellotti, <hi rend="italic">La difesa della poesia nel Boccaccio e un giudizio su Lucano</hi>, in Id., <hi rend="italic">Dante e Boccaccio e altri scrittori dall’Umanesimo al Romanticismo</hi>, Olschki, Firenze 1983, pp. 165-183.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-093-backlink">3</ref></hi>	<hi >E.M. Sanford, </hi><hi rend="italic" >Lucan and His Roman Critics</hi><hi >, </hi><hi >«</hi><hi >Classical Philology</hi><hi >»</hi><hi >, XXVI (3), 1931, pp. 233-257</hi><hi >: 233-236.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-092-backlink">4</ref></hi>	A ben vedere il problema riguarda in parte anche l’esegesi moderna e contemporanea, cfr. P. Grimal, <hi rend="italic">Le poète et l’histoire</hi>, in M. Durry (éd.),<hi rend="italic"> Lucain: sept exposés suivi de discussions</hi>, Fondation Hardt, Vand<hi >œ</hi>uvres-Genève 1970, pp. 53-117; P. Esposito, <hi rend="italic">Aspetti dell’esegesi lucanea attraverso i secoli. Alcuni esempi</hi>, in C. Santini, F. Stock (a cura di), <hi rend="italic">Esegesi dimenticate di autori classici</hi>, ETS, Pisa 2008, pp. 291-310. Per l’intera questione si rimanda soprattutto a P. Von Moos, <hi rend="italic">Lucain au Moyen </hi><hi rend="italic" >Â</hi><hi rend="italic">ge</hi>, in Id., <hi rend="italic">Entre histoire et litterature. Communication et culture au Moyen </hi><hi rend="italic" >Â</hi><hi rend="italic">ge</hi>, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2005, pp. 89-202; P. Esposito, <hi rend="italic">Sulla prima fase della fortuna lucanea</hi>, <hi >«</hi>Giornale italiano di filologia<hi >»</hi>, 66, 2014, pp. 163-181.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-091-backlink">5</ref></hi>	Cfr. E. Narducci, <hi rend="italic">Lucano. Un’epica contro l’impero. Interpretazione della </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Pharsalia</hi><hi rend="italic" >»</hi>, Laterza, Roma-Bari 2002; G. Brunetti, <hi rend="italic">Lucano, i libri di Dante e un ritrovato sonetto di Petrarca (RVF 102)</hi>, «Studi e problemi di critica testuale», XC (1), 2015, pp. 55-71.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-090-backlink">6</ref></hi>	Le parole sono tratte da un passo del <hi rend="italic">Satyricon</hi> di Petronio (CXVIII), ovvero dalla prima attestazione di una, seppur velata, critica antica nei confronti del poema di Lucano; cfr. Pétrone, <hi rend="italic">Le Satiricon</hi>, éd. A. Ernout, Les Belles Lettres, Paris 1923, p. 134; cfr. Martellotti, <hi rend="italic">La difesa della poesia</hi>, cit., pp. 168-170. Al passo di Petronio si devono aggiungere Servio: <hi >«Lucanus namque ideo in numero poetarum esse non meruit, quia videtur historiam composuisse, non poema»</hi> (<hi rend="italic">Aeneis</hi>, I, 382); Quintiliano: <hi >«Lucanus ardens, et concitatus, et sententiis clarissimus, et, ut dicam quod sentio, magis oratoribus quam poëtis imitandus» (</hi><hi rend="italic">Institutio oratoria</hi>, X, 1, 90).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-089-backlink">7</ref></hi>	Cfr. Martellotti, <hi rend="italic">La difesa della poesia</hi>, cit., pp. 167-171.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-088-backlink">8</ref></hi>	Si tratta in particolare, associata ad un passo di Lattanzio – «Nesciunt enim qui sit poeticae licentiae modus, quousque progredi fingendo liceat, cum officium poetae in eo sit, ut ea quae vere gesta sunt in alias species obliquis figurationibus cum decore aliquo conversa traducant» (<hi rend="italic">Divinae Institutiones</hi>, I, 11, 24) – di una ripresa, pressoché letterale, delle parole di Servio da parte di Isidoro di Siviglia: «Quidam autem poetae theologi dicti sunt, quoniam de diis carmina faciebant. Officium autem poetae in eo est ut ea, quae vere gesta sunt, in alias species obliquis figurationibus cum decore aliquo conversa transducant. Unde et Lucanus ideo i<hi rend="italic">n numero poetarum non ponitur</hi>, quia videtur <hi rend="italic">historiam composuisse non poema</hi>» (<hi rend="italic">Etymologiae</hi>, VIII, 7, 9-10). Cfr. Von Moos, <hi rend="italic">Lucain</hi>, cit., pp. 104-106.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-087-backlink">9</ref></hi>	Martellotti, <hi rend="italic">La difesa della poesia</hi>, cit., pp. 171-172.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-086-backlink">10</ref></hi>	Ivi, pp. 182-183.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-085-backlink">11</ref></hi>	L. Battaglia Ricci, <hi rend="italic">Boccaccio</hi>, Salerno, Roma 2000, pp. 20-39.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-084-backlink">12</ref></hi>	A.E. Quaglio, <hi rend="italic">Boccaccio e Lucano. Una concordanza e una fonte dal </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Filocolo</hi><hi rend="italic" >»</hi><hi rend="italic"> all’</hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Amorosa visione</hi><hi rend="italic" >»</hi>, «Cultura neolatina», 23, 1963, pp. 153-171: 169-171.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-083-backlink">13</ref></hi>	La scrittura del <hi rend="italic">Filocolo</hi> è solitamente collocata entro la fine del soggiorno napoletano (1340); quella della <hi rend="italic">Genealogia</hi>, iniziata prima del 1359, continuò almeno fino al 1372; cfr. G. Tanturli e S. Zamponi, <hi rend="italic">Biografia e cronologia delle opere</hi>, in T. De Robertis <hi rend="italic">et al.</hi> (a cura di), <hi rend="italic">Boccaccio autore e copista</hi>, Mandragora, Firenze 2013, pp. 61-64; A. Mazzucchi, <hi rend="italic">Filocolo</hi>, in <hi rend="italic">Boccaccio autore e copista</hi>, cit., pp. 67-72: 67; S. Fiaschi, <hi rend="italic">Genealogia deorum gentilium</hi>, in <hi rend="italic">Boccaccio autore e copista</hi>, cit., pp. 171-176.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-082-backlink">14</ref></hi>	G. Boccaccio, <hi rend="italic">Filocolo</hi>, a cura di A.E. Quaglio, in <hi rend="italic">Tutte le opere</hi>, cit., 1967, vol. I, p. 674 (corsivi miei).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-081-backlink">15</ref></hi>	Quaglio, <hi rend="italic">Boccaccio e Lucano</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-080-backlink">16</ref></hi>	Boccaccio dimostrava di cogliere la centralità del brano rispetto alle istanze artistiche, poetiche e ideologiche dell’intero poema; cfr. ad esempio G.B. Conte, <hi rend="italic">La </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Guerra civile</hi><hi rend="italic" >»</hi><hi rend="italic"> di Lucano. Studi e prove di commento</hi>, QuattroVenti, Urbino 1988, pp. 33-39.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-079-backlink">17</ref></hi>	Quaglio, <hi rend="italic">Boccaccio e Lucano</hi>, cit., pp. 153-162. Quaglio descrive le modalità con cui Boccaccio opera una <hi >«traduzione del “pezzo” latino»</hi> (ivi, p. 160) – <hi rend="italic">Bellum civile</hi>, VII, 823-846 – in <hi rend="italic">Filocolo</hi>, I, 32 (cfr. Boccaccio, <hi rend="italic">Filocolo</hi>, cit., pp. 113-114), che insieme con un passo dell’<hi rend="italic">Amorosa visione</hi> (XXXVI, 37-54; cfr. G. Boccaccio, <hi rend="italic">Amorosa visione</hi>, a cura di V. Branca, Sansoni, Firenze 1944, pp. 112-113), compone un «vero e proprio ciclo pompeiano» (Quaglio, <hi rend="italic">Boccaccio e Lucano</hi>, cit., p. 156) di versi lucanei trasposti in volgare. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-078-backlink">18</ref></hi>	Si tratta di: I, pro. 3, 6 e 8; I, 13, 1-2; II, 3, 2; III, 6, 2; III, 13, 3; IV, 22, 4; IV, 63, 1; VII, 7, 4; VII, 30; VII, 58 1; IX, 31, 3; X, 10, 1; XI, 14, 2; XI, 19, 5; XIV, 13, 14.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-077-backlink">19</ref></hi>	M. Baglio, <hi rend="italic">Esposizioni sopra la </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Comedia</hi><hi rend="italic" >»</hi>, in <hi rend="italic">Boccaccio autore e copista</hi>, cit., pp. 281-283.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-076-backlink">20</ref></hi>	G. Boccaccio, <hi rend="italic">Esposizioni sopra la </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Comedia</hi><hi rend="italic" >»</hi><hi rend="italic"> di Dante</hi>, a cura di G. Padoan, in <hi rend="italic">Tutte le opere</hi>, cit., 1965, vol. VI, p. 203.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-075-backlink">21</ref></hi>	Boccaccio, <hi rend="italic">Genealogie</hi>, cit., p. 1446.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-074-backlink">22</ref></hi>	Boccaccio, <hi rend="italic">Esposizioni</hi>, cit., p. 203 (corsivi miei).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-073-backlink">23</ref></hi>	Quaglio, <hi rend="italic">Boccaccio e Lucano</hi>, cit., p. 170.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-072-backlink">24</ref></hi>	I passi del <hi rend="italic">Bellum civile</hi> sono citati dall’edizione <hi rend="italic">M. Annei Lucani De bello civili Libri X</hi>, a cura di D.R. Shackleton Bailey, Teubner, Stuttgart-Leipzig 1997<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-071-backlink">25</ref></hi>	Sul legame con i classici, M. Petoletti, <hi rend="italic">Boccaccio e i classici latini</hi>, in <hi rend="italic">Boccaccio autore e copista</hi>, cit., pp. 41-49.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-070-backlink">26</ref></hi>	Cfr. Tanturli, Zamponi, <hi rend="italic">Biografia</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-069-backlink">27</ref></hi>	Boccaccio, <hi rend="italic">Filocolo</hi>, cit., p. 674.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-068-backlink">28</ref></hi>	Boccaccio, <hi rend="italic">Amorosa visione</hi>, cit., p. 37.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-067-backlink">29</ref></hi>	G. Boccaccio, <hi rend="italic">Comedia delle ninfe fiorentine</hi>, a cura di A.E. Quaglio, in <hi rend="italic">Tutte le opere</hi>, cit., 1964, vol. II, p. 761.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-066-backlink">30</ref></hi>	Anche il testo dantesco può aver contribuito a far sgorgare l’immagine: <hi >«</hi>Maria corse con fretta a la montagna; / e Cesare, per soggiogare Ilerda, / punse Marsilia e poi corse in Ispagna<hi >»</hi> (<hi rend="italic">Purgatorio</hi>, XVIII, 100-102).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-065-backlink">31</ref></hi>	Quaglio, <hi rend="italic">Boccaccio e Lucano</hi>, cit., p. 155.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-064-backlink">32</ref></hi>	Boccaccio, <hi rend="italic">Comedia</hi>, cit., p. 737 .</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-063-backlink">33</ref></hi>	Cfr. Quaglio, <hi rend="italic">Boccaccio e Lucano</hi>, cit., pp. 168-169.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-062-backlink">34</ref></hi>	Boccaccio, <hi rend="italic">Comedia</hi>, cit., p. 781.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-061-backlink">35</ref></hi>	Lucano, <hi rend="italic">Bellum civile</hi>, cit., p. 19.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-060-backlink">36</ref></hi>	G. Boccaccio, <hi rend="italic">Elegia di madonna Fiammetta</hi>, a cura di C. Delcorno, in <hi rend="italic">Tutte le opere</hi>, cit., 1994, vol. V, 2, p. 180.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-059-backlink">37</ref></hi>	Cfr. soprattutto V, 724-727: <hi >«</hi>iam castris instare suis seponere tutum / coniugii decrevit onus Lesboque remota / te procul a saevi strepitu, Cornelia, belli / occulere<hi >»</hi>; VIII, 582-588: <hi >«</hi>sed surda vetanti / tendebat geminas amens Cornelia palmas. / “Quo sine me, crudelis, abis? Iterumne relinquor, / Thessalicis summota malis? Numquam omine laeto / distrahimur miseri. Poteras non flectere puppim, / cum fugeres alto, latebrisque relinquere Lesbi, / omnibus a terris si nos arcere parabas?<hi >»</hi>; IX, 171-176: <hi >«</hi>Sed magis, ut visa est lacrimis exhausta solutas / in vultus effusa comas, Cornelia puppe / egrediens, rursus geminato verbere plangunt. / Ut primum in sociae pervenit litora terrae, / collegit vestes miserique insignia Magni / armaque et impressas auro, […]<hi >»</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-058-backlink">38</ref></hi>	G. Boccaccio, <hi rend="italic">De mulieribus claris</hi>, a cura di V. Zaccaria, in <hi rend="italic">Tutte le opere</hi>, cit., 1967, vol. X, pp. 326-330 e pp. 344-356; cfr. per Porzia Lucano, <hi rend="italic">Bellum civile</hi>, cit., pp. 36 sgg. (II, 327 sgg.); per Cleopatra, Lucano, <hi rend="italic">Bellum civile</hi>, cit., pp. 263 sgg. e pp. 266 sgg. (IX 1044 sgg. e X 1 sgg.).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-057-backlink">39</ref></hi>	G. Boccaccio, <hi rend="italic">De casibus virorum illustrium</hi>, a cura di P.G. Ricci e V. Zaccaria, in <hi rend="italic">Tutte le opere</hi>, cit., 1983, vol. IX, p. 612.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-056-backlink">40</ref></hi>	G. Boccaccio, <hi rend="italic">Rime</hi>, a cura di R. Leporatti, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2013, p. 289. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-055-backlink">41</ref></hi>	Ivi, pp. 285-288; G. Billanovich, <hi rend="italic">Tradizione e fortuna di Livio tra Medioevo e Umanesimo. La tradizione di Tito Livio e le origini dell’Umanesimo</hi>, Antenore, Padova 1981, vol. I, pp. 229-230; Id., <hi rend="italic">Tra Livio, Petrarca, Boccaccio</hi>, <hi >«Archivio storico ticinese», ٩٧, ١٩٨٤, pp. ٣-١٠; Antonio da Ferrara, </hi><hi rend="italic">Rime</hi>, a cura di L. Bellucci, Commissione per i testi di lingua, Bologna 1967, pp. 83-88.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-054-backlink">42</ref></hi>	G. Boccaccio, <hi rend="italic">Epistole</hi>, a cura di G. Auzzas, in <hi rend="italic">Tutte le opere</hi>, cit., 1992, vol. V, 1, pp. 604-605.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-053-backlink">43</ref></hi>	Ivi, p. 702.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-052-backlink">44</ref></hi>	Quaglio, <hi rend="italic">Boccaccio e Lucano</hi>, cit., p. 170.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-051-backlink">45</ref></hi>	Cfr. R.T. Bruère, <hi rend="italic">Lucan and Petrarch’s Africa</hi>, <hi >«</hi>Classical Philology<hi >»</hi>, 56, 1961, pp. 83-99; G. Martellotti, <hi rend="italic">Petrarca e Cesare</hi>, in Id., <hi rend="italic">Scritti petrarcheschi</hi>, Antenore, Padova 1983, pp. 77-89; Id., <hi rend="italic">Lucano come fonte storica del </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">De gestis Cesaris</hi><hi rend="italic" >»</hi>, in Id., <hi rend="italic">Scritti petrarcheschi</hi>, cit., pp. 549-560. Cfr. anche l’edizione F. Petrarca, <hi rend="italic">De gestis Cesaris</hi>, a cura di G. Crevatin, Scuola Normale Superiore, Pisa 2003.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-050-backlink">46</ref></hi>	Cfr. G. Crevatin, <hi rend="italic">Il pathos nella scrittura storica del Petrarca</hi>, «Rinascimento», 35, 1995, pp. 155-171: 167-168: «Quanto al Petrarca, la sua posizione è chiara: per lui Lucano è poeta, e non c’è confusione alcuna tra il genere da costui praticato, la poesia epica, e quello storiografico; basti qui accennare al <hi rend="italic">Triumphus Fame</hi> II a, in cui Lucano è enumerato nella serie dei poeti, e al <hi rend="italic">Bucolicum Carmen</hi> X, dove Lucano è rappresentato nell’attitudine specifica del poeta, cioè mentre canta». Cfr. anche C.M. Monti, <hi rend="italic">Petrarca auctoritas nel commento ai classici: il «Preambulum» a Lucano di Pietro da Parma</hi>, «Studi petrarcheschi», n.s., 11, 1994, pp. 246-249.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-049-backlink">47</ref></hi>	Cfr. sulle finzioni in Lucano <hi rend="italic">Familiares</hi>, XIII, 9, 8.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-048-backlink">48</ref></hi>	C.M. Monti, <hi rend="italic">Il codice Berkeley, Bancroft Library, f 2 Ms AC 13 c 5</hi>, <hi >«</hi>Italia medioevale e umanistica<hi >»</hi>, 22, 1979, pp. 396-412; L.C. Rossi, <hi rend="italic">Benvenuto da Imola lettore di Lucano</hi>, in Id., <hi rend="italic">Studi su Benvenuto da Imola</hi>, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2016, pp. 3-50; M. Petoletti, <hi rend="italic">Leggere Lucano tra Mantova e la corte imperiale nel Trecento: Andrea da Goito e la sua spiegazione al </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Bellum civile</hi><hi rend="italic" >»</hi>, <hi >«Atti e memorie – </hi>Accademia Nazionale Virgiliana<hi >»</hi>, 84, 2016, pp. 173-220.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-047-backlink">49</ref></hi>	Von Moos, <hi rend="italic">Lucain</hi>, cit., p. 96.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-046-backlink">50</ref></hi>	Brunetti, <hi rend="italic">Lucano</hi>, cit., pp. 55-56 e 64-65.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-045-backlink">51</ref></hi>	Cfr. C.H. Haskins, <hi rend="italic">La rinascita del dodicesimo secolo</hi>, il Mulino, Bologna 1972.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-044-backlink">52</ref></hi>	<hi >Cfr. J. Crosland, </hi><hi rend="italic" >Lucan in the Middle Ages with special reference to the Old French Epic</hi><hi >, </hi><hi >«The Modern Language Review», ٢٥, ١٩٣٠, pp. ٣٢-٥١;</hi><hi > E. D’Angelo, </hi><hi rend="italic" >La </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic" >Pharsalia</hi><hi rend="italic" >»</hi><hi > </hi><hi rend="italic" >nell’epica latina medievale</hi><hi >, in P. Esposito </hi><hi rend="italic" >et al.</hi><hi > </hi>(a cura di), <hi rend="italic">Interpretare Lucano</hi>, Arte tipografica, Napoli 1999, pp. 389-453; C. Lee, <hi rend="italic">From Epic to Epic:</hi> <hi rend="italic">Lucan in the </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Faits des Romains</hi><hi rend="italic" >»</hi>, in P. Esposito <hi rend="italic">et al.</hi> (a cura di), <hi rend="italic">Letture e lettori di Lucano</hi>, ETS, Pisa 2015, pp. 271-294.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-043-backlink">53</ref></hi>	Per Dante lettore di Lucano cfr. la bibliografia in E. Paratore, <hi rend="italic">Lucano</hi>, in <hi rend="italic">Enciclopedia dantesca</hi>, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1971, vol. III; ma soprattutto Id., <hi rend="italic">Dante e Lucano</hi>, in Id., <hi rend="italic">Antico e nuovo</hi>, Sciascia, Caltanisetta-Roma 1965, pp. 165-210; Id., <hi rend="italic">Dante e il mondo classico</hi>, in U. Parricchi (a cura di), <hi rend="italic">Dante</hi>, De Luca, Roma 1965, pp. 109-129; G. Martellotti, <hi rend="italic">Dante e i classici</hi>, <hi >«</hi>Cultura e scuola<hi >»</hi>, 13-14, 1965, pp. 125-137. Cfr. anche Quaglio, <hi rend="italic">Boccaccio e Lucano</hi>, cit., p. 165.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-042-backlink">54</ref></hi>	Haskins, <hi rend="italic">La rinascita</hi>, cit., pp. 90-102.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-041-backlink">55</ref></hi>	Von Moos, <hi rend="italic">Lucain</hi>, cit., pp. 102-105.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-040-backlink">56</ref></hi>	Cfr. ivi, pp. 107-109.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-039-backlink">57</ref></hi>	Von Moos, <hi rend="italic">Lucain</hi>, cit., pp. 122-124; Esposito, <hi rend="italic">Giovanni di Salisbury</hi>, cit., pp. 251 e 260-261.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-038-backlink">58</ref></hi>	<hi rend="italic">Ioannis Saresberiensis Episcopi Carnotensi Policratici Libri VIII</hi>, a cura di C.C.J. Webb, Oxford University Press, Oxford 1909, vol. I, p. 109; 1909, vol. II, p. 404.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-037-backlink">59</ref></hi>	I termini, le occasioni e i toni di tali confronti sarebbero senz’altro da approfondire con sondaggi puntuali, tramite i quali comprendere più a fondo soprattutto convergenze e divergenze fra le diverse tradizioni e fra i diversi autori.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-036-backlink">60</ref></hi>	Boccaccio, <hi rend="italic">Genealogie</hi>, cit., p. 1398.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-035-backlink">61</ref></hi>	Battaglia Ricci, <hi rend="italic">Boccaccio</hi>, cit., pp. 42-59.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-034-backlink">62</ref></hi>	Boccaccio, <hi rend="italic">Genealogie</hi>, cit., p. 1414.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-033-backlink">63</ref></hi>	Ivi, p. 1416.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-032-backlink">64</ref></hi>	Cfr. Boccaccio, <hi rend="italic">Amorosa visione</hi>, cit., pp. 557-559; G. Billanovich, <hi rend="italic">Restauri boccacceschi</hi>, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1945, pp. 137-138.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-031-backlink">65</ref></hi>	Boccaccio, <hi rend="italic">Genealogie</hi>, cit., p. 1438.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-030-backlink">66</ref></hi>	Questi gli autori citati come esempi di <hi >«</hi>stilo<hi >» poetico in Boccaccio, </hi><hi rend="italic">Esposizioni</hi>, cit., p. 203. Si noti che parte dell’elenco degli autori si ritrova nelle pagine della <hi rend="italic">Genealogia</hi> appena commentate, in cui Boccaccio riflette sulle caratteristiche della poesia, le sue categorie, i suoi obbiettivi, il suo stile; cfr. Boccaccio, <hi rend="italic">Genealogie</hi>, cit., pp. 1410-1418 e 1436-1450.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-029-backlink">67</ref></hi>	Quaglio, <hi rend="italic">Boccaccio e Lucano</hi>, cit., p. 170.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-028-backlink">68</ref></hi>	Oltre alle due citate, si tratta di XII, 62, 4.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-027-backlink">69</ref></hi>	Boccaccio, <hi rend="italic">Genealogie</hi>, cit., p. 1382. Cfr. <hi rend="italic">Inferno</hi>, XX, 46-51; <hi rend="italic">Paradiso</hi>, XI, 67-69.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-026-backlink">70</ref></hi>	L’immagine è boccacciana: <hi >«</hi>Insipidum est ex rivulis querere quod possis ex fonte percipere<hi >» (</hi><hi rend="italic">Genealogia</hi>, XV, 7, 1); cfr. Boccaccio, <hi rend="italic">Genealogie</hi>, cit., p. 1540.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-025-backlink">71</ref></hi>	Secondo Martellotti si tratterebbe più precisamente di incapacità intellettuale: cfr. Martellotti, <hi rend="italic">La difesa della poesia</hi>, cit., pp. 165 e 183.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-024-backlink">72</ref></hi>	Quaglio, <hi rend="italic">Boccaccio e Lucano</hi>, cit., p. 170.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-023-backlink">73</ref></hi>	Cfr. ivi, pp. 163-174.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-022-backlink">74</ref></hi>	Una delle cause di tale mancato riconoscimento è da rintracciare nell’assenza di una <hi rend="italic">recensio</hi> completa del poema lucaneo, molto difficile da compiere, come per la maggior parte dei classici di ‘scuola’, la cui <hi rend="italic">facies</hi> medievale fu talvolta assai diversa da quella ricostruibile tramite i moderni criteri di edizione.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-021-backlink">75</ref></hi>	F. Montuori, <hi rend="italic">La scrittura della storia a Napoli negli anni del Boccaccio angioino</hi>, in G. Alfano <hi rend="italic">et al.</hi> (a cura di), <hi rend="italic">Boccaccio angioino. Materiali per la storia culturale di Napoli nel Trecento</hi>, Peter Lang, Bruxelles 2012, pp. 175-201.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-020-backlink">76</ref></hi>	M. Cursi e M. Fiorilla, <hi rend="italic">Giovanni Boccaccio</hi>, in G. Brunetti <hi rend="italic">et al.</hi> (a cura di), <hi rend="italic">Autografi dei letterati italiani. Le origini e il Trecento</hi>, Salerno, Roma 2013, vol. I, pp. 43-103: 54; L. Regnicoli, <hi rend="italic">L’antico Lucano di Boccaccio nell’elegante restauro trecentesco</hi>, in <hi rend="italic">Boccaccio autore e copista</hi>, cit., pp. 360-362.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-019-backlink">77</ref></hi>	Cfr. B. Marti, <hi rend="italic">Vacca in Lucanum</hi>, <hi >«Speculum», ٢٥, ١٩٥٠, pp. ١٩٨-٢١٤.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-018-backlink">78</ref></hi>	Rossi, <hi rend="italic">Benvenuto da Imola</hi>, cit., pp. 27-28.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-017-backlink">79</ref></hi>	Brunetti, <hi rend="italic">Lucano</hi>, cit., pp. 57-58.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-016-backlink">80</ref></hi>	Su Lucano poeta o storiografo cfr. Monti, <hi rend="italic">Il </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Preambulum</hi><hi rend="italic" >»</hi><hi rend="italic"> a Lucano di Pietro da Parma</hi>, cit., pp. 262 sgg.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-015-backlink">81</ref></hi>	Cfr. M. Petoletti, <hi rend="italic">Il Marziale autografo di Giovanni Boccaccio</hi>, <hi >«</hi>Italia medioevale e umanistica<hi >»</hi>, 46, 2005, pp. 35-55.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-014-backlink">82</ref></hi>	M. Petoletti, <hi rend="italic">Le postille di Giovanni Boccaccio a Marziale</hi>, <hi >«</hi>Studi sul Boccaccio<hi >»</hi>, 34, 2006, pp. 103-184: 183-184.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-013-backlink">83</ref></hi>	<hi rend="italic">M. Valerii Martialis Epigrammata</hi>, a cura di D.R. Shackleton Bailey, Teubner, Stuttgart 1990, p. 218.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-012-backlink">84</ref></hi>	Ivi, p. 484. Cfr. ivi, p. 34; Petoletti, <hi rend="italic">Le postille</hi>, cit., pp. 149-150.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-011-backlink">85</ref></hi>	Ivi, pp. 124-125.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-010-backlink">86</ref></hi>	Cursi, Fiorilla, <hi rend="italic">Autografi</hi>, cit., p. 54; Regnicoli, <hi rend="italic">L’antico Lucano</hi>, cit., p. 360.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-009-backlink">87</ref></hi>	Il passo corrisponde a Lucano, <hi rend="italic">Bellum civile</hi>, cit., p. 16 (I, 445).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-008-backlink">88</ref></hi>	<hi >Cfr. Lucano, </hi><hi rend="italic" >Bellum civile</hi><hi >, cit., p. 52 (III, 39-40): «Aut nihil est sensus animis a morte relictum / aut mors ipsa nihil».</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-007-backlink">89</ref></hi>	Il volto si trova in corrispondenza del passo (III, 365-366) in cui Cesare, dopo una metafora cui la sua foga viene paragona all’impeto del vento e alla forza del fuoco, inespressi se non rivolti verso un ostacolo che si pari loro davanti, dichiara biasimevole per lui non poter vincere tutti i nemici che possano essere battuti; cfr. Lucano, <hi rend="italic">Bellum civile</hi>, cit., p. 63.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-006-backlink">90</ref></hi>	<hi >«Et nos eo more processiones facimus». </hi>Cfr. Lucano, <hi rend="italic">Bellum civile</hi>, cit., p. 21 (I, 596-597).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-005-backlink">91</ref></hi>	Lucano, <hi rend="italic">Bellum civile</hi>, cit., p. 192.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-004-backlink">92</ref></hi>	Si possono ricordare soprattutto i brani ai vv. 698-699; 708-710; 717-720; 726-728; 754-756; 765-767; 786-790; 795-799; 803-805; 816-822; 861-862; 865-869.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-003-backlink">93</ref></hi>	Boccaccio, <hi rend="italic">Amorosa visione</hi>, cit., p. 161.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-002-backlink">94</ref></hi>	Boccaccio, <hi rend="italic">Fiammetta</hi>, cit., p. 142.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-001-backlink">95</ref></hi>	Boccaccio, <hi rend="italic">De casibus</hi>, cit., p. 526.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-000-backlink">96</ref></hi>	Boccaccio, <hi rend="italic">Epistole</hi>, cit., p. 730 (corsivi miei).</p>
      
      
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