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        <title type="main" level="a">Ira e compassione. Fonti aristotelico-tomiste di Decameron VIII 7</title>
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            <forename>Pascale</forename>
            <surname>Miriam</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Basilicata, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Intorno a Boccaccio / Boccaccio e dintorni 2019</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-236-2</idno>) by </resp>
          <name>Giovanna Frosini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2020">2020</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-236-2.07</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
          <licence source="text" target="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">
            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>This essay aims to examine the philosophic sources behind the representation of passions in Boccaccio’s tale of the scholar and the widow (Decameron VIII 7). If the definition of anger is attributable to Aristotle’s Nicomachean Ethics, I believe that it is possible to assume that the description of compassion, only mentioned in the moral treatise, derives instead from the Aristotle’s Rhetoric, where compassion is seen as a passion opposed to a kind of wrath, that is, indignation. The paper also investigates Boccaccio’s reception of the Latin translation of Aristotle’ Rhetoric. Did Boccaccio have direct knowledge of the Aristotelian text? Or had it been mediated to him by Thomas Aquinas’ Summa Theologiae?</p>
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            <item>Decameron</item>
            <item>intertextuality</item>
            <item>passions</item>
            <item>compassion</item>
            <item>wrath.</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-236-2.07<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-236-2.07" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Ira e compassione. Fonti aristotelico-tomiste <lb/>di<hi rend="italic"> Decameron </hi>VIII 7 </p><p rend="h1_author">Miriam Pascale</p><p rend="h2">1. Premessa </p><p rend="text">Con la vicenda dello scolare e della vedova, il canovaccio decameroniano sul quale di solito si innesta il contrasto tra beffatori e beffati conosce un eccezionale sviluppo narrativo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="07.html#footnote-035">1</ref></hi></hi>. L’argomento principale della settima novella dell’ottava giornata, la più lunga del <hi rend="italic">Decameron</hi>, è presto annunciato dalla narratrice Pampinea, che lamenta come nei racconti precedenti, dedicati al tema della beffa, sia stato trascurato il motivo della vendetta<hi > («</hi>Noi abbiamo […] riso molto delle beffe state fatte, delle quali niuna vendetta esserne stata fatta s’<hi >è raccontato»: </hi><hi rend="italic">Dec</hi>., VIII 7, 3)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="07.html#footnote-034">2</ref></hi></hi>. Connotata nel senso della <hi >«</hi>giusta <hi rend="italic">retribuzione</hi><hi >»</hi>, la controbeffa dello scolare Rinieri su una vedova di nome Elena risulta conforme alla logica del ‘contrapasso’, ossia diventa una specie di rispecchiamento proporzionato alla beffa che lui stesso ha subito in precedenza. Se lo scolare trascorre una gelida notte invernale in attesa di essere ricevuto da Elena, che nel frattempo si fa beffe di lui in compagnia del proprio amante, la donna in piena estate è sottoposta non solo al <hi >«</hi>fresco<hi >»</hi> della notte ma anche al <hi >«caldo» torrido del giorno seguente</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="07.html#footnote-033">3</ref></hi></hi>. Per quanto la <hi rend="italic">fabula </hi>del racconto risulti di per sé relativamente semplice, il ritmo narrativo è rallentato dalla rappresentazione minuziosa di diversi aspetti, che determina un dilatarsi incontrollato del tempo del racconto: dalle pene fisiche e psichiche alle quali Elena e Rinieri si sottopongono reciprocamente, al conflitto interiore che agita il giovane intellettuale mentre realizza la vendetta, fino al lungo scambio dialogico dove entrambi espongono le proprie ragioni.</p><p rend="text">Come ha osservato Mario Baratto, la focalizzazione del discorso è tutta concentrata sullo scolare e mira a caratterizzarlo in senso individuale. Il tempo narrativo è dunque determinato, più che dalla catena di eventi raccontati con particolare ampiezza da Pampinea, dagli effetti che essi hanno nell’animo del personaggio, modificando il corso della storia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="07.html#footnote-032">4</ref></hi></hi>. Se solitamente Boccaccio tende a non sviluppare le dinamiche interiori dei personaggi, mantenendo implicite le motivazioni psicologiche dei loro comportamenti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="07.html#footnote-031">5</ref></hi></hi>, in questo caso, il Certaldese dedica un maggiore indugio narrativo alla caratterizzazione emotiva di Rinieri, con «un’attenzione al particolare e una volontà di comprensione dei sentimenti e degli stati d’animo […] mai riscontrate prima d’ora nella letteratura europea»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="07.html#footnote-030">6</ref></hi></hi>. Il profilo emotivo che l’autore assegna al personaggio dello scolare è, infatti, uno dei più complessi: mentre tenta di realizzare il proprio disegno ritorsivo, l’animo del giovane è preso d’assalto da molteplici impulsi passionali, come l’ira, il desiderio erotico, la compassione. Se il primo innesca e alimenta la sua brama di vendetta, gli altri ne ostacolano invece il soddisfacimento. Fine di queste pagine è illustrare le modalità con le quali Rinieri orienta secondo ragione le passioni che lo assalgono e di riflettere al contempo sulla mediazione esercitata dalle fonti nella messa in scena di tali stati d’animo, a cominciare dall’ira.</p><p rend="h2">2. «Stette nel suo proponimento fermo<hi >»</hi>: il controllo razionale delle passioni </p><p rend="text">Preso atto della «semplicità» mostrata verso gli inganni di Elena, <hi >«lo scolar cattivello […] </hi>sdegnato forte verso di lei, il lungo e fervente amor portatole subitamente in crudo e acerbo odio trasmutò<hi >» </hi>(<hi >§</hi> 40). Sebbene il desiderio di vendetta abbia «subitamente» preso stanza nei suoi pensieri («gran cose e varie volgendo a trovar modo alla <hi rend="italic">vendetta</hi>, <hi rend="italic">la quale ora molto più disiderava</hi> che prima d’esser con la donna non avea disiato<hi >»</hi>, § 40), per la riuscita del piano ritorsivo lo scolare decide di trattenere l’ira, serbando l’odio per il momento opportuno («<hi rend="italic">dentro il suo odio servando</hi>, vie più che mai si mostrava innamorato della vedova sua», <hi >§</hi> 45). Con allusione alla dottrina aristotelica delle passioni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="07.html#footnote-029">7</ref></hi></hi>, l’ira è presentata come un moto dell’appetito sensitivo, che solitamente sfugge a qualsiasi forma di controllo razionale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="07.html#footnote-028">8</ref></hi></hi>. Non è questo il caso di Rinieri, il quale, «sì come savio», con un atto di ragione raffrena la «non temperata volontà», non consentendo al desiderio di vendetta di intralciare la propria attività raziocinante: <hi >«</hi>Lo scolare isdegnoso, sì come savio […] serrò dentro al petto suo ciò che la non temperata volontà s’ingegnava di mandar fuori (<hi >§</hi> 42)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="07.html#footnote-027">9</ref></hi></hi>. È inoltre significativo che Rinieri sia presentato come «sdegnato forte» e non come ‘adirato’, termine con il quale Boccaccio indica solitamente lo stato emotivo di chi si trova in preda all’ira. Questa scelta lessicale richiede una riflessione di ordine semantico, che un passo tratto dalle <hi rend="italic">Esposizioni</hi> <hi rend="italic">sopra la Comedia</hi> può aiutarci a formulare: <hi >«</hi>E mostra […] l’autore una spezie d’ira, la quale non solamente non è peccato ad averla, ma è meritorio a saperla usare<hi >»</hi> (VIII 1, 47)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="07.html#footnote-026">10</ref></hi></hi>. L’autore sta commentando le parole di apprezzamento che Virgilio rivolge a Dante nella palude degli iracondi (<hi >«Alma sdegnosa, / benedetta colei che </hi>’n te s’incinse!», <hi rend="italic">Inf. </hi>VIII, 44-45)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="07.html#footnote-025">11</ref></hi></hi>, che egli reinterpreta ricorrendo al paragrafo del IV libro dell’<hi rend="italic">Etica Nicomachea </hi>sulla mansuetudine<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="07.html#footnote-024">12</ref></hi></hi>. Secondo il commento boccacciano, lo sdegno designa una specie d’ira sottoposta al dominio della retta ragione (l’«alma sdegnosa» farà solamente quanto la «ragione ordinerà», <hi rend="italic">Esp.</hi> VIII, 1 49). È, in altre parole, la <hi rend="italic">bona ira</hi> degli «animi […] ordinati e ben disposti e <hi rend="italic">savi</hi>», di chi <hi >«</hi>giustamente adirandosi e quanto si conviene <hi rend="italic">servando</hi> l’ira, mostra lo sdegno della sua nobile anima» (<hi rend="italic">Esp.</hi>, VIII, 1 56)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="07.html#footnote-023">13</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Grazie a un caso apparecchiato dalla fortuna, Rinieri, che ancora dissimula il cruccio e lo sdegno, può cominciare a «dare effetto» al proprio disegno ritorsivo: abbandonata dall’amante e consumata dal dolore, la «poco savia» Elena decide di affidarsi alle presunte arti negromantiche dello scolare. Su indicazione di lui, nell’ora del primo sonno, si reca da sola presso la riva dell’Arno, dove si immerge sette volte con in mano un’immagine di stagno rappresentante l’amante; poi, ancora nuda, si sposta su una torricella disabitata. Davanti allo spettacolo della nudità di Elena<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="07.html#footnote-022">14</ref></hi></hi>, l’interiorità di Rinieri è teatro di una vera e propria <hi >«</hi>psicomachia<hi >»</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="07.html#footnote-021">15</ref></hi></hi>, uno scontro tra ragione e passioni del quale l’intellettuale continua tuttavia a muovere le fila.</p><p rend="quotation_b">e passandogli ella quasi allato così ignuda e egli <hi rend="italic">veggendo</hi> lei con la bianchezza del suo corpo vincere le tenebre della notte e appresso <hi rend="italic">riguardandole</hi> il petto e l’altre parti del corpo e <hi rend="italic">vedendole</hi> belle e seco pensando quali infra piccol termine dovean divenire, sentì di lei alcuna compassione; e d’altra parte lo stimolo della carne l’assalì subitamente e fece tale in piè levare che si giaceva e confortavalo che egli da guato uscisse e lei andasse a prendere e il suo piacer ne facesse: e vicin fu a essere tra dall’uno e dall’altro vinto (§§ 66-67).</p><p rend="text">Sebbene siano mosse da motivazioni diverse, la compassione e il desiderio erotico determinano nello scolare un indugio momentaneo nel proseguire la vendetta («e vicin fu a essere tra dall’uno e dall’altro vinto»). La coesistenza quasi simultanea dei due impulsi risulta sollecitata dalla vista delle bianche carni della donna («passandogli ella quasi allato così ignuda […] riguardandole il petto e l’altre parti del corpo e vedendole belle<hi >») e dalla prefigurazione della pena alla quale saranno sottoposte di lì a poco («</hi>seco pensando quali infra piccol termine dovean divenire<hi >»),</hi> secondo uno schema a chiasmo, nel quale la fenomenologia della pulsione erotica è sviluppata nelle parti liminari del periodo, mentre all’impulso pietoso sono riservate le sezioni centrali. La presenza di sintagmi verbali coordinati polisindeticamente e l’uso di materiali lessicali riconducibili all’area semantica della percezione visiva («veggendo<hi >»</hi>, «riguardandole<hi >»</hi>, «vedendole<hi >»)</hi> riproducono lo sguardo analitico di Rinieri, con un movimento progressivo dal generale («la bianchezza del suo corpo<hi >»</hi>) al particolare del <hi >«</hi>petto e l’altre parti del corpo<hi >»</hi>. </p><p rend="text">Per ovviare al rischio di una possibile rinuncia alla vendetta, Rinieri compie dunque su se stesso un atto di persuasione interiore – una sorta di ‘<hi rend="italic">training </hi>autogeno’ <hi rend="italic">ante litteram </hi>potremmo dire – che trae alimento dal ricordo assiduo dell’offesa e dalla considerazione del proprio valore:</p><p rend="quotation_b">Ma nella<hi rend="italic"> memoria tornandosi</hi> chi egli era e qual fosse la ’ngiuria ricevuta e perché e da cui, e per ciò nello sdegno raccesosi e la compassione e il carnale appetito cacciati, stette nel suo proponimento fermo e lasciolla andare (§ 68).</p><p rend="text">Sorvegliando le proprie reazioni emotive mediante una razionalizzazione delle passioni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="07.html#footnote-020">16</ref></hi></hi>, Rinieri, con il rigore di un filosofo morale, mostra non solo di conoscere a fondo i meccanismi dell’emotività umana, così come venivano descritti nei<hi rend="italic"> </hi>trattati sulle passioni che lo scolare potrebbe aver letto a Parigi, ma anche di saperne mettere in pratica gli insegnamenti, controllando i singoli stati emotivi allo scopo di realizzare una «assai intera vendetta»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="07.html#footnote-019">17</ref></hi></hi>. Sa bene, ad esempio, che l’ira è un moto dell’appetito sensitivo che tende di per sé ad attenuarsi col tempo, proprio come accade ai ricordi collegati a eventi passati; potrebbe averlo letto nella <hi rend="italic">quaestio </hi>48 <hi rend="italic">de effectibus irae</hi> del trattato<hi rend="italic"> de passionibus</hi> contenuto nella <hi rend="italic">Summa Theologiae</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="07.html#footnote-018">18</ref></hi></hi><hi rend="italic">:</hi></p><p rend="quotation_b">Ad secundum dicendum quod omne illud cuius causa per tempus diminuitur, <hi rend="italic">necesse est quod tempore debilitetur</hi>. Manifestum est autem quod <hi rend="italic">memoria tempore diminuitur</hi>: <hi rend="italic">quae enim antiqua sunt</hi>, a memoria de facili excidunt. <hi rend="italic">Ira autem causatur ex memoria iniuriae illatae</hi>. Et ideo causa irae per tempus paulatim diminuitur, quousque totaliter tollatur.</p><p rend="text">La soluzione a una delle obiezioni iniziali della <hi rend="italic">quaestio</hi> (<hi >«</hi>dicit enim philosophus, in II Rhetoric., quod tempus quietat iram<hi >»)</hi> introduce un ulteriore dato sulla natura della passione («ira autem causatur ex <hi rend="italic">memoria</hi> <hi rend="italic">iniuriae</hi> <hi rend="italic">illatae</hi><hi >»), </hi>che rende esplicito il nesso con il tema della memoria pertinente nella novella boccacciana («nella<hi rend="italic"> memoria </hi>tornandosi […] qual fosse la ’<hi rend="italic">ngiuria</hi> <hi rend="italic">ricevuta</hi><hi >»</hi>). Rinieri si sforza perciò di rievocare la passata esperienza, mediante un viaggio controllato tra i ricordi sedimentati nella memoria. Ricordando i <hi rend="italic">loci</hi> – vere e proprie architetture mentali atte a memorizzare la <hi rend="italic">dispositio </hi>di un discorso – degli antichi manuali sull’arte della memoria<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="07.html#footnote-017">19</ref></hi></hi>, potremmo rappresentarci la coscienza dello scolare come uno spazio fisico che egli ripercorre a ritroso: un edificio mentale ordinato secondo categorie di ascendenza aristotelica, e nel quale Rinieri ha disposto il ricordo di «chi egli era e qual fosse la ’ngiuria ricevuta e perché e da cui». Infatti, sulla base del concetto aristotelico di <hi rend="italic">mesotes</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="07.html#footnote-016">20</ref></hi></hi>, secondo il quale l’azione virtuosa è quella intrapresa come, quando, con le persone e per le ragioni per cui è opportuno intraprenderla, egli richiama alla mente la serie di impressioni che, suscitando il suo sdegno, lo avevano indotto inizialmente a progettare la vendetta. L’atto calcolato, con il quale lo scolare ridesta il proprio sdegno, ha dunque la duplice funzione di reprimere gli slanci opposti del desiderio carnale e della compassione e di riconfermare il disegno ritorsivo, reiterando il ricordo dell’ingiuria. Il conflitto tra passioni e ragione si risolve, per il momento, a favore di quest’ultima, come è sottolineato dall’antitesi posta in chiusura di paragrafo: <hi >«</hi><hi rend="italic">stette</hi> nel suo proponimento <hi rend="italic">fermo</hi> e <hi rend="italic">lasciolla andare</hi><hi >».</hi></p><p rend="h2">3. Ira e compassione. Boccaccio, Tommaso e la <hi rend="italic">Retorica</hi> di Aristotele</p><p rend="text">Una volta dominate le forze irrazionali dell’appetito concupiscibile e deposto il sentimento di pietà verso le imminenti pene di Elena, il comportamento di Rinieri risulta connotato nel senso della <hi rend="italic">continentia</hi> aristotelica, vale a dire lo stato abituale proprio di chi, non lasciandosi agire dalle spinte dettate dalla passione, persiste nella scelta che ritiene corretta (<hi >«rectae </hi>electioni immanet<hi >»</hi>; «stette nel suo proponimento fermo<hi >»)</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="07.html#footnote-015">21</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Poche pagine più avanti, si assiste a una scena analoga: affinché lo scolare si accontenti della vendetta ottenuta fino a quel momento, la donna tenta di sfruttare astutamente il potenziale persuasivo della compassione, come scrive Papio, un perfetto <hi >«antidote to revenge»</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="07.html#footnote-014">22</ref></hi></hi>. Le reazioni emozionali del giovane non tardano a manifestarsi: </p><p rend="quotation_b">con fiero animo <hi rend="italic">seco la ricevuta ingiuria rivolgendo</hi> e <hi rend="italic">veggendo piagnere e pregare</hi>, a un’ora aveva <hi rend="italic">piacere</hi> e <hi rend="italic">noia</hi> nell’animo: piacere della vendetta la quale più che altra cosa disiderata avea, e noia sentiva movendolo la umanità sua a compassion della misera; ma pur, non potendo la <hi rend="italic">umanità</hi> vincere la <hi rend="italic">fierezza dell’appetito</hi>, rispose […] (§ 80). </p><p rend="text">Lo sforzo mnemonico, con il quale lo scolare richiama alla mente la passata esperienza (<hi >«</hi>rivolgendo<hi >»</hi>), consente, una seconda volta, di dominare l’impulso emotivo provocato dalla sollecitazione dei sensi (<hi >«</hi>veggendo<hi >»</hi>). Per quanto il desiderio erotico sia uscito di scena, l’<hi >«</hi>animo<hi >»</hi> di Rinieri è ancora turbato dall’ira – l’<hi >«</hi>appetito<hi >»</hi> di vendetta – e dalla compassione. Se quest’ultima è suscitata dalla vista della donna che piange e lo implora, ad alimentare la sua ira è di nuovo la memoria della <hi >«</hi>ricevuta ingiuria<hi >»</hi>. Ma le due passioni non possono coabitare a lungo nello spazio interiore del protagonista, perché orientate per natura verso direzioni opposte. Le scelte stilistiche di Boccaccio sembrano sottolineare questa loro inconciliabilità: la cifra retorica dell’intero passo è l’antitesi tra la brama di vendetta e la benevolenza destata, a sua volta, dalla compassione («fierezza dell’appetito» / <hi >«umanità»</hi>), le circostanze che le determinano («seco la ricevuta ingiuria rivolgendo<hi >» / «</hi>veggendo piagnere e pregare<hi >»), e</hi> gli effetti che procurano nell’animo del protagonista («piacere» / «noia»).</p><p rend="text">Ritengo che l’analisi del passaggio consenta anche di definire i due stati affettivi: se la definizione dell’ira è riconducibile alla <hi rend="italic">Nicomachea</hi><hi > («</hi><hi rend="italic">punicio</hi> enim, quietat impetum ire, <hi rend="italic">delectacionem</hi> […] faciens»)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="07.html#footnote-013">23</ref></hi></hi>, credo si possa ipotizzare che la descrizione dell’impulso pietoso, soltanto menzionato nel trattato morale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="07.html#footnote-012">24</ref></hi></hi>, derivi invece dalla <hi rend="italic">Retorica</hi> aristotelica, dove la compassione è vista come passione opposta a una fattispecie dell’ira, ossia lo sdegno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="07.html#footnote-011">25</ref></hi></hi>. A questo proposito, va appena ricordato che in epoca medievale lo studio della <hi rend="italic">Retorica</hi> di Aristotele era per lo più abbinato a quello della filosofia morale. Nei corsi universitari perciò, il trattato che il filosofo aveva dedicato alla persuasione veniva annoverato tra i <hi rend="italic">libri morales</hi> – e come tale interpretato – insieme all’<hi rend="italic">Etica</hi> e alla <hi rend="italic">Politica</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="07.html#footnote-010">26</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> Come è noto, il secondo libro della <hi rend="italic">Retorica </hi>è dedicato allo studio delle passioni e, perciò, è diffusamente citato nella <hi rend="italic">Summa theologiae</hi>. Per definire l’ira e la compassione, Tommaso riporta anche i passi aristotelici che interessano ai fini del nostro discorso; per comodità, ho trascritto le concordanze con il testo decameroniano:</p><table rend="tab1 TableOverride-1" xml:id="table001">
				<!--<colgroup>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-1">--><!--</col>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-2">--><!--</col>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-2">--><!--</col>-->
				<!--</colgroup>-->
				
					<row rend="tab1 _idGenTableRowColumn-3">
						<cell rend="tab1 base_line base">
							<p rend="table ParaOverride-1"><hi rend="italic">Rhetorica</hi>, II 2 e</p>
							<p rend="table ParaOverride-1"><hi rend="italic">Ethica Nicomachea</hi>, IV, 12</p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base_line base CellOverride-1">
							<p rend="table ParaOverride-1"><hi rend="italic" >Summa Theologiae</hi><hi >, I</hi><hi rend="CharOverride-2" >a </hi><hi >II</hi><hi rend="CharOverride-2" >ae</hi><hi >, 46-47</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base_line base CellOverride-1">
							<p rend="table ParaOverride-1"><hi rend="italic">Dec</hi>., VIII 7, 80</p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="tab1 _idGenTableRowColumn-4">
						<cell rend="tab1 base_line base">
							<p rend="table"><hi >Sit autein ira appetitus […] punitionis […] et ad omnem iram sequi aliquam delectationem a spe puniendi (</hi><hi rend="italic" >Rhet.</hi><hi > II 2, 1378a, r. 29; 1378b, rr. 2-3)</hi></p>
							<p rend="table"><hi >Puni</hi><hi >cio enim, quietat impetum irae, delectationem […] faciens (</hi><hi rend="italic" >Eth.</hi><hi >, IV 12, 1126a, rr. 21-22) </hi></p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base_line base CellOverride-1">
							<p rend="table"><hi >Sed contra est quod philosophus dicit, in II Rhetoric., ira est </hi><hi rend="bold" >appetitus</hi><hi > […] </hi><hi rend="bold" >punitionis</hi><hi >. (</hi><hi >Ia IIae, qu. 47, a. 2)</hi></p>
							<p rend="table"><hi > […] ira semper est cum spe: unde et </hi><hi rend="bold" >delectationem</hi><hi > causat, ut dicit Philosophus, in II Rhetoric (I</hi><hi rend="CharOverride-2" >a </hi><hi >II</hi><hi rend="CharOverride-2" >ae</hi><hi >, qu. 46</hi><hi rend="bold" >, </hi><hi >a. 2)</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base_line base CellOverride-1">
							<p rend="table">seco la ricevuta ingiuria rivolgendo […] aveva […] <hi rend="bold">piacere</hi> della <hi rend="bold">vendetta</hi> la quale più che altra cosa <hi rend="bold">disiderata</hi><hi rend="italic"> </hi>avea, […]</p>
							<p rend="table">ma pur, non potendo […] vincere la fierezza dell’<hi rend="bold">appetito</hi></p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="tab1 _idGenTableRowColumn-5">
						<cell rend="tab1 base_line base">
							<p rend="table"><hi rend="italic">Rhetorica</hi>, II, 8</p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base_line base CellOverride-1">
							<p rend="table"><hi rend="italic" >Summa Theologiae</hi><hi >, II</hi><hi rend="CharOverride-2" >a </hi><hi >II</hi><hi rend="CharOverride-2" >ae</hi><hi >, 30</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base_line base CellOverride-1">
							<p rend="table"><hi rend="italic">Dec</hi>., VIII 7, 80</p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="tab1 _idGenTableRowColumn-6">
						<cell rend="tab1 base_line base">
							<p rend="table">Sit itaque misericordia<hi rend="italic"> </hi>tristitia quedam super apparenti malo corruptivo vel contristativo (<hi rend="italic">Rhet.</hi>, II 8, 1385b, rr. 13-14)<hi rend="italic">.</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base_line base CellOverride-1">
							<p rend="table">Unde philosophus dicit, in II Rhet., quod <hi rend="bold">misericordia</hi><hi rend="italic"> est </hi><hi rend="bold">tristitia</hi><hi rend="italic"> </hi>quaedam super apparenti<hi rend="italic"> </hi>malo corruptivo vel contristativo. (IIa IIae, qu. 30, a. 1)</p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base_line base CellOverride-1">
							<p rend="table"><hi rend="bold">veggendo piagnere e pregare</hi><hi rend="italic">, </hi>[…] <hi rend="bold">noia</hi> sentiva movendolo la umanità sua a <hi rend="bold">compassion</hi> della misera</p>
						</cell>
					</row>
				
			</table><p rend="text">L’ira è un «appetito» di «vendetta» che, quando <hi >è in procinto di</hi> realizzarsi, procura «piacere» in chi ne è affetto; la compassione è invece un sentimento di dolore («noia sentiva») per l’altrui miseria, vale a dire per un male che arreca sofferenza («veggendo piagnere e pregare»).</p><p rend="text">Anche la coppia oppositiva compassione-sdegno, pertinente nella novella boccacciana, sembrerebbe un motivo derivato dalla <hi rend="italic">Retorica</hi> e poi recuperato da Tommaso: tra i soggetti poco inclini a lasciarsi muovere a pietà, Aristotele menziona «qui […] in virilitatis passione sunt, puta in ira aut audacia […] neque in contumeliativa dispositione<hi >»</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="07.html#footnote-009">27</ref></hi></hi>. Si tratta dunque di un impulso emotivo che non attecchisce in coloro che hanno subito o intendono infliggere un’offesa, in quanto predisposti verso «passiones virilitatis<hi >», come l’ira. E in effetti, il richiamo a questo principio di derivazione aristotelico-tomistica aiuta anche a spiegare perché nelle novelle dedicate al tema della beffa e, in particolare, nel racconto oggetto di questo studio, «there is no room […] for </hi><hi rend="italic">compassione </hi>at the level of the fictional characters»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="07.html#footnote-008">28</ref></hi></hi>. E infatti la «fierezza dell’appetito» di Rinieri, ossia l’insensibilità dell’ira alle pene altrui<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="07.html#footnote-007">29</ref></hi></hi>, finisce infatti col vincere anche l’ultimo residuo della passione ‘antagonista’. Alcune pagine più avanti, la vista del corpo di Elena «tutto riarso dal sole» e la «debolezza» fisica e psicologica manifestata da «gli umili suoi prieghi» ridestano nello scolare «un poco di compassione» (<hi >§ </hi>124); «ma non per tanto»: l’impulso pietoso suscitato dall’osservazione diretta della pena è ora più facile da reprimere rispetto a quello dettato dalla sua iniziale prefigurazione («seco pensando quali infra piccol termine dovean divenire»).</p><p rend="text">Dai riscontri da me effettuati, emerge che i materiali lessicali con i quali è descritto l’universo interiore dello scolare derivano in maniera circostanziata dalla <hi rend="italic">Retorica </hi>di Aristotele. Possiamo dunque ipotizzare che Boccaccio ne avesse una conoscenza diretta o il testo aristotelico gli era stato mediato dalla <hi rend="italic">Summa theologiae</hi>? Il trattato di Tommaso era certo ben noto a Boccaccio all’altezza cronologica del <hi rend="italic">Decameron</hi>, ma va ricordato d’altra parte che Simone Marchesi ha individuato una citazione puntuale di <hi rend="italic">Retorica</hi> II, 20 nel Proemio del <hi rend="italic">Decameron</hi>, e più precisamente nell’auto-definizione dell’opera, facendola risalire a una conoscenza diretta del testo da parte di Boccaccio, riconducibile, nell’ipotesi dello studioso, alla traduzione latina contenuta nel manoscritto Laurenziano 13.sin.6 degli inizi del XIV secolo, un codice che potrebbe essere stato nella disponibilità di Boccaccio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="07.html#footnote-006">30</ref></hi></hi>. Secondo Marchesi, inoltre, la <hi rend="italic">Retorica </hi>aristotelica aveva fornito anche la cornice teorica del progetto di volgarizzamento della quarta decade di Tito Livio, che, in base alle recenti indagini di Giuliano Tanturli<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="07.html#footnote-005">31</ref></hi></hi>, pare ragionevole attribuire alla penna di Boccaccio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="07.html#footnote-004">32</ref></hi></hi>. Nel <hi rend="italic">Proemio del volgarizzatore</hi>, oltre che un rimando esplicito al primo libro della <hi rend="italic">Retorica </hi>(«secondo che Aristotele vuole nel primo della Rettorica sua»), Marchesi ha rintracciato un richiamo al paragrafo aristotelico sull’<hi rend="italic">exemplum</hi>, dal quale alcuni anni dopo Boccaccio avrebbe tratto anche la definizione decameroniana del<hi rend="italic"> </hi>genere novella. Se, come credo, l’argomentazione di Marchesi è fondata, occorrerebbe ammettere che Boccaccio conoscesse il trattato di Aristotele già negli anni ’40<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="07.html#footnote-003">33</ref></hi></hi>. Ciò induce a ipotizzare l’esistenza di un canale di trasmissione ancora tutto da indagare, riguardante la figura di Dionigi da Borgo Sansepolcro<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="07.html#footnote-002">34</ref></hi></hi>, al quale Ossinger attribuiva un commento della <hi rend="italic">Retorica </hi>oggi perduto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="07.html#footnote-001">35</ref></hi></hi>. Presente a Napoli e in contatto con Boccaccio dalla fine del 1337, Dionigi potrebbe aver introdotto il giovane allievo alla lettura della sua glossa o della <hi rend="italic">Retorica </hi>stessa. La scarsità di dati oggettivi sul <hi rend="italic">corpus</hi> di commenti attribuito a Dionigi – con la significativa eccezione del commento a Valerio Massimo – e su un possibile ciclo di lezioni che egli tenne a Napoli<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="07.html#footnote-000">36</ref></hi></hi>, non consente al momento di spingerci al di là del piano ipotetico.</p><p rend="text">Da questi primi riscontri testuali, emerge una certa dimestichezza con il testo classico da parte di Boccaccio. Nel caso specifico della novella dello scolare, l’autore sembra inquadrare le osservazioni di Aristotele sull’ira e la compassione entro la cornice teorica del trattato <hi rend="italic">de passionibus </hi>di Tommaso. Per dare forma alla psicologia dello scolare, egli ha infatti collegato materiali di derivazione aristotelica, come la definizione degli impulsi opposti di sdegno e compassione, alle riflessioni tommasiane sulle cause attribuibili all’ira e sul ruolo della memoria nel manifestarsi della passione.</p><p rend="h2">Bibliografia</p><p rend="bib_indx_bib">Alighieri D., <hi rend="italic">La «Commedia» secondo l’antica vulgata</hi>, a cura di G. Petrocchi, Mondadori, Milano 1966-1967, 4 voll.</p><p rend="bib_indx_bib">Almansi G., <hi rend="italic">Alcune osservazioni sulla novella dello scolaro e della vedova</hi>, «Studi sul Boccaccio», 8, 1974, pp. 137-145.</p><p rend="bib_indx_bib">Aristoteles, <hi rend="italic">Ethica Nicomachea translatio Roberti Grosseteste Lincolniensis (recensio pura)</hi>, a cura di R.A. Gauthier, in <hi rend="italic">Aristoteles Latinus</hi>, editioni curandae preasidet L. Minio-Paluello, E.J. Brill-Desclée de Brouwer, Leiden-Bruxelles 1972, vol. 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Papio (a cura di), <hi rend="italic">Boccaccio in America</hi>, Longo, Ravenna 2012, pp. 143-155.</p><p rend="bib_indx_bib">Bausi F., <hi rend="italic">Leggere il «Decameron»</hi>, il Mulino, Bologna 2017.</p><p rend="bib_indx_bib">Bevilacqua M., <hi rend="italic">L’amore come “sublimazione” e “degradazione”: il denudamento della donna angelicata nel «Decameron»</hi>, «La rassegna della letteratura italiana», LXXIX (3), 1975, pp. 415-432.</p><p rend="bib_indx_bib">Billanovich G., <hi rend="italic">Il Petrarca, il Boccaccio e le più antiche traduzioni in italiano delle Decadi di Tito Livio</hi>, «Giornale Storico della Letteratura Italiana», CXXX (3), 1953, pp. 311-317.</p><p rend="bib_indx_bib">Boccaccio G.,<hi rend="italic"> Decameron</hi>, Introduzione, note e repertorio di Cose (e parole) del mondo di A. Quondam, Testo critico e Nota al testo a cura di M. Fiorilla, Schede introduttive e notizia biografica di G. Alfano, BUR-Rizzoli, Milano 2017<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi> (I ed. 2013).</p><p rend="bib_indx_bib">Boccaccio G., <hi rend="italic">Esposizioni sopra la Comedia di Dante</hi>, a cura di G. Padoan, in V. Branca (dir. da), <hi rend="italic">Tutte le opere di Giovanni Boccaccio</hi>, Mondadori, Milano 1965, vol. VI.</p><p rend="bib_indx_bib">Bolzoni L., <hi rend="italic">La rete delle immagini. Predicazione in volgare dalle origini a Bernardino da Siena</hi>, Einaudi, Torino 2002.</p><p rend="bib_indx_bib">Botti F.P., <hi rend="italic">Alle origini della modernità. Studi su Petrarca e Boccaccio</hi>, Liguori, Napoli 2009.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Briggs C.F., </hi><hi rend="italic" >Aristotle’s «Rhetoric»</hi><hi > </hi><hi rend="italic" >in the Later Medieval Universities: A Reassessment</hi><hi >, «Rhetorica», XXV (</hi><hi >3), 2007, pp. 243-268.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">Brunetti G., Gentili S., <hi rend="italic">Una biblioteca nella Firenze di Dante: i manoscritti di Santa Croce</hi>, in E. Russo (a cura di), <hi rend="italic">Testimoni del vero. Su alcuni libri in biblioteche d’autore</hi>, Bulzoni, Roma 2000, pp. 21-55.</p><p rend="bib_indx_bib">Carruthers M.J., <hi rend="italic">The book of memory. </hi><hi rend="italic" >A study of memory in medieval culture</hi><hi >, Cambridge University Press, Cambridge 1998.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">Casagrande C., <hi rend="italic">Ragione e passione. Agostino e Tommaso d’Aquino</hi>, «Giornale Critico della Filosofia Italiana», 87, 2008, pp. 421-434.</p><p rend="bib_indx_bib">Casagrande C., <hi rend="italic">Ragione e passioni: Agostino e Tommaso d’Aquino</hi>, in S. Bacin (a cura di), <hi rend="italic">Etiche antiche, etiche moderne. Temi di discussione</hi>, il Mulino, Bologna 2010, pp. 173-191.</p><p rend="bib_indx_bib">Casagrande C., Vecchio S., <hi rend="italic">Passioni dell’anima: teorie e usi degli affetti nella cultura medievale</hi>, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2015.</p><p rend="bib_indx_bib">Casagrande C., Vecchio S., <hi rend="italic">I sette vizi capitali</hi>.<hi rend="italic"> Storia dei peccati capitali nel Medioevo</hi>, Einaudi, Torino 2000.</p><p rend="bib_indx_bib">Casella M.T., <hi rend="italic">Nuovi appunti attorno al Boccaccio traduttore di Livio</hi>, «Italia medioevale e umanistica», 4, 1961, pp. 77-129.</p><p rend="bib_indx_bib">Casella M.T., Tra<hi rend="italic"> Boccaccio e Petrarca. I volgarizzamenti di Tito Livio e Valerio Massimo</hi>, Antenore, Padova 1982.</p><p rend="bib_indx_bib">Centrone B. (a cura di), <hi rend="italic">La «Retorica»</hi> <hi rend="italic">di Aristotele e la dottrina delle passioni</hi>, Pisa University Press, Pisa 2015.</p><p rend="bib_indx_bib">Cesari A.M., <hi rend="italic">L’«Etica» di Aristotele del codice Ambrosiano A 204 inf.: un autografo del Boccaccio</hi>, «Archivio Storico Lombardo», 93-94, 1966-1967, pp. 69-100.</p><p rend="bib_indx_bib">Corti M., <hi rend="italic">Le fonti del «Fiore di virtù» e la teoria della nobiltà nel Duecento</hi>, «Giornale storico della letteratura italiana», CXXXVI (413), 1959, pp. 1-82.</p><p rend="bib_indx_bib">Cursi M., Fiorilla M., <hi rend="italic">Giovanni Boccaccio</hi>, in G. Brunetti <hi rend="italic">et al</hi>. (a cura di), <hi rend="italic">Autografi dei letterati italiani. Le origini e il Trecento</hi>, Salerno, Roma 2013, pp. 43-103.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Davis C., </hi><hi rend="italic" >The Early Collection of Books of S. Croce in Florence</hi><hi >, «Proceedings of the American Philosophical Society», CVII (5), 1963, pp. 399-414.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">Delcorno C., <hi rend="italic">Exemplum e letteratura. Tra Medioevo e Rinascimento</hi>, il Mulino, Bologna 1989.</p><p rend="bib_indx_bib">Delcorno C., <hi rend="italic">Gli scritti danteschi del Boccaccio</hi>, in E. Sandal (a cura di), <hi rend="italic">Dante e Boccaccio</hi>, Antenore, Roma-Padova 2006, pp. 109-137.</p><p rend="bib_indx_bib">Ellero M.P., <hi rend="italic">Federigo e il re di Cipro: note su Boccaccio lettore di Aristotele</hi>, «Modern Language Notes», CXXIX (1), 2014, pp. 180-191.</p><p rend="bib_indx_bib">Ellero M.P., <hi rend="italic">Libertà e necessità nel «Decameron». 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III.1.</p><p rend="bib_indx_bib">Leone M., <hi rend="italic">Tra autobiografismo reale e ideale in «Decameron</hi><hi >» </hi><hi rend="italic">VIII 7</hi>, «Italica», L (2), 1973, pp. 242-265.</p><p rend="bib_indx_bib">Lohr C.H., <hi rend="italic">Medieval latin Aristotle commentaries</hi>, «Traditio», 23, 1967, pp. 313-413.</p><p rend="bib_indx_bib">Marchesi S., <hi rend="italic">Fra filologia e retorica: Petrarca e Boccaccio di fronte al nuovo Livio</hi>, «Annali d’italianistica», 22, 2004, pp. 361-374.</p><p rend="bib_indx_bib">Marchesi S., <hi rend="italic">Stratigrafie decameroniane</hi>, Olschki, Firenze 2004.</p><p rend="bib_indx_bib">Marcozzi L., Passio <hi rend="italic">e </hi>Ratio <hi rend="italic">tra Andrea Cappellano e Boccaccio: la novella dello scolare e della vedova («Decameron» VIII 7) e i castighi del «De amore»</hi>, «Italianistica», XXX (1), 2001, pp. 9-32.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Marcus M.J., </hi><hi rend="italic" >Misogyny as Misreading. A gloss on «Decameron»</hi><hi > </hi><hi rend="italic" >VIII 7</hi><hi >, «Stanford Italian Review», IV (1), 1984, pp. 23-40.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">Mariani Zini F., <hi rend="italic">L’économie des passions. </hi><hi rend="italic" >Essai sur le «Décaméron» de</hi><hi > </hi><hi rend="italic" >Boccace</hi><hi >, Presses universitaires du Septentrion, Villeneuve d’Asqu 2012.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Murphy J.J., </hi><hi rend="italic" >The Scholastic Condemnation of Rhetoric in the Commentary of Giles of Rome on the «Rhetoric»</hi><hi > </hi><hi rend="italic" >of Aristotle</hi><hi >, in </hi><hi rend="italic" >Arts libéraux et philosophie au Moyen Âge. Actes du Quatrième Congrès international de philosophie médiévale</hi><hi >, J. 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(a cura di), <hi rend="italic">Introduzione al «Decameron»</hi>, Franco Cesati, Firenze 2004.</p><p rend="bib_indx_bib">Rossi P., <hi rend="italic">Clavis universalis</hi>. <hi rend="italic">Arti della memoria e logica combinatoria da Lullo a Leibniz</hi>, il Mulino, Bologna 1983.</p><p rend="bib_indx_bib">Russo V., <hi rend="italic" >«Con le muse in Parnaso». Tre studi su Boccaccio</hi>, Bibliopolis, Napoli 1983.</p><p rend="bib_indx_bib">Scholes R., Kellog R., <hi rend="italic">La natura della narrativa </hi>(ed. orig. 1966), il Mulino, Bologna 1970.</p><p rend="bib_indx_bib">Sciuto I., <hi rend="italic">Le passioni nel pensiero medievale</hi>, in C. Bazzanella e P. Kobau<hi rend="italic"> </hi>(a cura di), <hi rend="italic">Passioni, emozioni, affetti</hi>, McGraw-Hill, Milano 2002, pp. 19-36.</p><p rend="bib_indx_bib">Suitner F. 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Storia di un vizio che qualche volta è una virtù</hi>, «Doctor seraphicus: bollettino d’informazioni del centro di studi bonaventuriani», 45, 1998, pp. 41-62.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Ward J.O., </hi><hi rend="italic" >Rhetoric in the Faculty of Arts at the Universities of Paris and Oxford in the Middle Ages: A Summary of the Evidence</hi><hi >, «Bulletin DuCange», 54, 1996, pp. 159-231.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">Yates F.A., <hi rend="italic">L’arte della memoria</hi>, Einaudi, Torino 1972. </p><p rend="bib_indx_bib">Zaccarello M., <hi rend="italic" >«Lasciati i pensier filosofici da una parte». Lettura di «</hi><hi rend="italic">Decameron» VIII 7</hi>, in A. Andreoni <hi rend="italic">et al</hi>. (a cura di), <hi rend="italic">Esercizi di lettura per Marco Santagata</hi>, il Mulino, Bologna 2017, pp. 173-182.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-035-backlink">1</ref></hi>	Gli studi sulla novella dei quali, a diverso titolo, ho tenuto conto in queste pagine sono: <hi rend="CharOverride-3">G. </hi>Almansi, <hi rend="italic">Alcune osservazioni sulla novella dello scolaro e della vedova</hi>, «Studi sul Boccaccio», 8, 1974, pp. 137-145; <hi rend="CharOverride-3">F.P. </hi>Botti, <hi rend="italic">Lo scolare o della costruzione</hi>, in Id.<hi rend="CharOverride-3">, </hi><hi rend="italic">Alle origini della modernità. Studi su Petrarca e Boccaccio</hi>, Liguori, Napoli 2009, pp. 71-120; <hi rend="CharOverride-3">M. </hi>Leone, <hi rend="italic">Tra autobiografismo reale e ideale in </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Decameron</hi>» <hi rend="italic">VIII 7</hi>, «Italica», L (2), 1973, pp. 242-265; <hi rend="CharOverride-3">M.J. </hi>Marcus, <hi rend="italic">Misogyny as Misreading. A gloss on </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Decameron</hi><hi rend="italic" >»</hi> <hi rend="italic">VIII 7</hi>, «Stanford Italian Review», IV (1), 1984, pp. 23-40; G. Guglielmi, <hi rend="italic">Una novella non esemplare del «Decameron»</hi>, «Forum Italicum», XIV (1), 1980, pp. 32-55; L. Marcozzi<hi rend="CharOverride-3">, </hi>Passio <hi rend="italic">e </hi>Ratio <hi rend="italic">tra Andrea Cappellano e Boccaccio: la novella dello scolare e della vedova</hi><hi rend="italic" > («Decameron» VIII ٧) e i castighi del «De amore»</hi>, «Italianistica», XXX (1), 2001, pp. 9-32; M. Picone, <hi rend="italic">L’arte della beffa: l’ottava giornata</hi>, in M. Picone e M. Mesirca (a cura di), <hi rend="italic">Introduzione al </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Decameron</hi><hi rend="italic" >»</hi>, Franco Cesati, Firenze 2004, pp. 203-225, pp. 219-225; M. Papio, <hi rend="italic" >«Non meno di compassion piena che dilettevole»</hi><hi rend="italic">:</hi> <hi rend="italic">Notes on compassion in Boccaccio</hi>, «Italian Quarterly», XXXVII (146-147), 2000, pp. 107-125: 112-119; F. Mariani Zini<hi rend="CharOverride-3">, </hi><hi rend="italic">La colère de l’étudiant</hi>, in Ead<hi rend="CharOverride-3">.</hi>, <hi rend="italic">L’économie des passions. Essai sur le </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Décam</hi><hi rend="italic" >é</hi><hi rend="italic">ron</hi><hi rend="italic" >»</hi><hi rend="italic"> de</hi> <hi rend="italic">Boccace</hi>, Presses universitaires du Septentrion, Villeneuve d’Asqu 2012, pp. 132-144; M. Zaccarello, <hi rend="italic" >«Lasciati i pensier filosofici da una parte». Lettura di «</hi><hi rend="italic">Decameron</hi><hi rend="italic" >»</hi><hi rend="italic"> VIII 7</hi>, in A. Andreoni <hi rend="italic">et al</hi>. (a cura di), <hi rend="italic">Esercizi di lettura per Marco Santagata</hi>, il Mulino, Bologna 2017, pp. 173-182.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-034-backlink">2</ref></hi>	Tutte le citazioni dal <hi rend="italic">Decameron</hi> sono tratte da G. Boccaccio,<hi rend="italic"> Decameron</hi>, Introduzione, note e repertorio di Cose (e parole) del mondo di A. Quondam, Testo critico e Nota al testo a cura di M. Fiorilla, Schede introduttive e notizia biografica di G. Alfano, BUR-Rizzoli, Milano 2017<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi> (I ed. 2013); da qui in poi <hi rend="italic">Dec. </hi>Salvo diversa indicazione, i corsivi sono sempre miei.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-033-backlink">3</ref></hi>	Riguardo alla simmetria ‘rovesciata’ tra le due beffe, sulla quale conto di tornare a ragionare in altra sede, si vedano Almansi, <hi rend="italic">Osservazioni sulla novella dello scolaro</hi>, cit., pp. 142-143; Leone, <hi rend="italic">Tra autobiografismo reale e ideale</hi>, cit., p. 252;<hi rend="CharOverride-3"> F. </hi>Bausi<hi rend="CharOverride-3">, </hi><hi rend="italic CharOverride-3">L</hi><hi rend="italic">eggere il </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Decameron</hi><hi rend="italic" >»</hi>, il Mulino, Bologna 2017, pp. 63-64.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-032-backlink">4</ref></hi>	Per la centralità del personaggio dello scolare nella <hi rend="italic">fictio</hi> narrativa, si veda M. Baratto, <hi rend="italic">Realtà e stile nel </hi>Decameron, Editori Riuniti, Roma 1984, pp. 148-152.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-031-backlink">5</ref></hi>	Cfr. M.P. Ellero, <hi rend="italic">Federigo e il re di Cipro: note su Boccaccio lettore di Aristotele</hi>, «Modern Language Notes<hi >», </hi>CXXIX (1), 2014, pp. 180-191: 189.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-030-backlink">6</ref></hi>	R. Scholes e R. Kellog, <hi rend="italic">La natura della narrativa </hi>(ed. orig. 1966), il Mulino, Bologna 1970, pp. 237-239.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-029-backlink">7</ref></hi>	Secondo Aristotele, le passioni sono moti dell’appetito sensitivo di per sé moralmente neutri, che possono essere sperimentate e vissute in modo disordinato e irriflesso oppure razionalmente controllate, acquisendo solo in questa prospettiva un proprio statuto etico. Cfr. Aristoteles, <hi rend="italic">Ethica Nicomachea translatio Roberti Grosseteste Lincolniensis (recensio pura)</hi>, a cura di R.A. Gauthier, in <hi rend="italic">Aristoteles Latinus</hi>, editioni curandae preasidet L. Minio-Paluello, E.J. Brill-Desclée de Brouwer, Leiden-Bruxelles 1972, vol. XXVI, 1-3, II 5, 11 05b, rr. 29-31; da ora in poi <hi rend="italic">Ethica Nicomachea</hi>, i corsivi sono sempre miei. Per la teoria aristotelica delle passioni, poi recuperata da Tommaso, si vedano C. Casagrande e S. Vecchio, <hi rend="italic">Passioni dell’anima: teorie e usi degli affetti nella cultura medievale</hi>, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2015, pp. 77-78, 113-162 e 181-185; ma cfr. anche C. Casagrande, <hi rend="italic">Ragione e passioni: Agostino e Tommaso d’Aquino</hi>, in S. Bacin (a cura di), <hi rend="italic">Etiche antiche, etiche moderne. Temi di discussione</hi>, il Mulino, Bologna 2010, pp. 173-191; Ead., <hi rend="italic">Ragione e passione. Agostino e Tommaso d’Aquino</hi>, «Giornale Critico della Filosofia Italiana», 87, 2008, pp. 421-434. Come è noto, Boccaccio, già a Napoli, possedeva un codice contenente la traduzione latina dell’<hi rend="italic">Etica Nicomachea</hi>, sul quale egli trascrisse di suo pugno il commento di Tommaso; per la descrizione del testimone trecentesco (oggi ms. Ambrosiano A 204 inf.), cfr. A.M. Cesari, <hi rend="italic">L’«Etica» di Aristotele del codice Ambrosiano A 204 inf.: un autografo del Boccaccio</hi>, «Archivio Storico Lombardo», 93-94, 1966-1967, pp. 69-100; S. Barsella, <hi rend="italic">I </hi>marginalia<hi rend="italic"> di Boccaccio all’«Etica Nicomachea»</hi> <hi rend="italic">di Aristotele (Milano, Biblioteca Ambrosiana A 204 Inf.)</hi>, in E. Filosa e M. Papio (a cura di), <hi rend="italic">Boccaccio in America</hi>, Longo, Ravenna 2012, pp. 143-155; M. Cursi e M. Fiorilla, <hi rend="italic">Giovanni Boccaccio</hi>, in G. Brunetti <hi rend="italic">et al</hi>. (a cura di), <hi rend="italic">Autografi dei letterati italiani. Le origini e il Trecento</hi>, Salerno, Roma 2013, pp. 43-103, pp. 52-53; M. Petoletti, <hi rend="italic">L’«Ethica Nichomachea» di Aristotile con il commento di san Tommaso autografo di Boccaccio</hi>, in T. De Robertis <hi rend="italic">et al</hi>. (a cura di), <hi rend="italic">Boccaccio autore e copista</hi>, Mandragora, Firenze 2013, pp. 348-350.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-028-backlink">8</ref></hi>	Come si legge nel settimo libro della <hi rend="italic">Nicomachea </hi>(<hi rend="italic">Ethica Nicomachea</hi>, VII 8, 11 49a, rr. 29-31), l’iracondo solitamente non ascolta i dettami della ragione e perciò si precipita a realizzare la vendetta («movet ad punicionem»). Sul tema dell’ira nel <hi rend="italic">Decameron</hi>, si vedano V. Russo, <hi rend="italic" >«Con le muse in Parnaso». Tre studi su Boccaccio</hi>, Bibliopolis, Napoli 1983, pp. 13-30; mi permetto inoltre di rinviare al mio <hi rend="italic">Nella casa di Marte. Per una fenomenologia dell’ira nel </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Decameron</hi><hi rend="italic" >»</hi>, «Studi sul Boccaccio», 46, 2018, pp. 133-154.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-027-backlink">9</ref></hi>	Anche l’accostamento antitetico di «serrò dentro/ mandar fuori» riproduce l’operazione di controllo che lo scolare attua sulla non temperata volontà, la quale, ostacolando una moderazione dell’ira, come prima reazione spingerebbe l’appetito irascibile a sfogarsi con minacce e invettive. Appetizione deliberata posta nella ragione, la volontà riveste perciò un ruolo primario nel fondare la virtù morale, riconducendo l’impulso passionale dall’ambito eticamente neutro degli appetiti naturali a quello volontario della responsabilità morale. Su questi temi, rinvio a M.P. Ellero<hi rend="CharOverride-3">, </hi><hi rend="italic">Libertà e necessità nel </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Decameron</hi><hi rend="italic" >»</hi><hi rend="italic">. Lisa, Ghismonda e le papere di Filippo Balducci</hi>,<hi rend="italic"> </hi>«Giornale storico della letteratura italiana», CXCII (639), 2015, pp. 397-405.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-026-backlink">10</ref></hi>	Seguo G. Boccaccio, <hi rend="italic">Esposizioni sopra la Comedia di Dante</hi>, a cura di G. Padoan, in V. Branca (dir. da), <hi rend="italic">Tutte le opere di Giovanni Boccaccio</hi>, Mondadori, Milano 1965, vol. VI; da qui in poi <hi rend="italic">Esp</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-025-backlink">11</ref></hi>	Le citazioni dalla <hi rend="italic">Commedia </hi>sono tratte da D. Alighieri, <hi rend="italic">La </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Commedia</hi><hi rend="italic" >»</hi><hi rend="italic"> secondo l’antica vulgata</hi>, a cura di G. Petrocchi, Mondadori, Milano 1966-1967, 4 voll.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-024-backlink">12</ref></hi>	«[…] la quale vertù, cioè sapere usare questa specie d’ira, Aristotile nel IIII dell’Etica chiama “mansuetudine”» (<hi rend="italic">Esp.</hi> VIII, 1 48-49, p. 457).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-023-backlink">13</ref></hi>	La tradizione patristica attribuiva all’ira virtuosa la denominazione di <hi rend="italic">bona ira</hi>, contrapponendola alla<hi rend="italic"> mala ira</hi>. Sul doppio registro dell’ira e sulla sua rilettura in senso aristotelico da parte di Tommaso, si vedano S. Vecchio, Ira mala/ ira bona<hi rend="italic">. Storia di un vizio che qualche volta è una virtù</hi>, «Doctor seraphicus: bollettino d’informazioni del centro di studi bonaventuriani», 45, 1998, pp. 41-62; C. Casagrande e S. Vecchio, <hi rend="italic">I sette vizi capitali</hi>.<hi rend="italic"> Storia dei peccati capitali nel Medioevo</hi>, Einaudi, Torino 2000, pp. 55-58 e 66-70. Ho approfondito questi temi in <hi rend="italic">Nella casa di Marte</hi>, cit., pp. 135-139.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-022-backlink">14</ref></hi>	Su questa scena della novella hanno scritto Almansi, <hi rend="italic">Osservazioni sulla novella dello scolaro</hi>, cit., pp. 144-145; Botti, <hi rend="italic">Lo scolare o della costruzione</hi>, cit., pp. 88-91; sulle implicazioni simboliche del motivo del denudamento della donna e, in particolare, di Elena, si veda M. Bevilacqua, <hi rend="italic">L’amore come “sublimazione” e “degradazione”: il denudamento della donna angelicata nel </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Decameron</hi><hi rend="italic" >»</hi>, «La rassegna della letteratura italiana», LXXIX (3), 1975, pp. 415-432: 419-423.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-021-backlink">15</ref></hi>	Cfr. A. Quondam, nota <hi rend="italic">ad locum</hi>, in Boccaccio, <hi rend="italic">Dec.</hi>, p. 1276. Sul conflitto interiore vissuto dallo scolare, si vedano, inoltre, Guglielmi, <hi rend="italic">Una novella non esemplare</hi>, cit., p. 44; Leone, <hi rend="italic">Tra autobiografismo reale e ideale</hi>, cit., pp. 251-252; Botti, <hi rend="italic">Lo scolare o della costruzione</hi>, cit., pp. 86-87; Zaccarello, <hi rend="italic" >«Lasciati i pensier filosofici da una parte»</hi>, cit., p. 178.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-020-backlink">16</ref></hi>	Il tema della razionalizzazione delle passioni finora è stato trattato con particolare riferimento al personaggio di Ghismonda (<hi rend="italic">Dec</hi>., IV 1); cfr. Baratto, <hi rend="italic">Realtà e stile nel </hi>Decameron, cit., p. 191; G. Getto, <hi rend="italic">Vita di forme e forme di vita nel </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Decameron</hi><hi rend="italic" >»</hi>, Petrini, Torino 1958, p. 115; Ellero<hi rend="CharOverride-3">, </hi><hi rend="italic">Libertà e necessità nel </hi>Decameron, cit., pp. 399-405.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-019-backlink">17</ref></hi>	In epoca medievale, la rappresentazione concettuale dell’emotività umana ha risentito dell’influenza della tradizione filosofica classica, e in particolare, della riscoperta della lezione aristotelica sull’indifferenza morale delle passioni, che ha trovato la sua espressione più ampia e sistematica nella seconda parte della <hi rend="italic">Summa Theologiae</hi> di Tommaso d’Aquino. Per la classificazione medievale delle passioni, si vedano I. Sciuto, <hi rend="italic">Le passioni nel pensiero medievale</hi>, in C. Bazzanella e P. Kobau<hi rend="italic"> </hi>(a cura di), <hi rend="italic">Passioni, emozioni, affetti</hi>, McGraw-Hill, Milano 2002, pp. 19-36; Casagrande e Vecchio<hi rend="CharOverride-3">, </hi><hi rend="italic">Passioni dell’anima</hi>, cit., pp. 69-162.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-018-backlink">18</ref></hi>	Thomae de Aquino <hi rend="italic">Summa Theologiae</hi>, Edizioni Paoline, Milano 1988, I<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">a </hi>II<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">ae</hi>, qu. 48, a. 2, pp. 749-750; d’ora in poi <hi rend="italic">Summa Theologiae</hi>, il corsivo è sempre mio.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-017-backlink">19</ref></hi>	Della bibliografia pressoché sterminata sull’<hi rend="italic">ars memoriae</hi>, mi limito a segnalare F.A. Yates, <hi rend="italic">L’arte della memoria</hi>, Einaudi, Torino 1972; P. Rossi, <hi rend="italic">Clavis universalis</hi>. <hi rend="italic">Arti della memoria e logica combinatoria da Lullo a Leibniz</hi>, il Mulino, Bologna 1983; M.J. Carruthers, <hi rend="italic">The book of memory. </hi><hi rend="italic" >A study of memory in medieval culture</hi><hi >, Cambridge University Press, Cambridge 1998. </hi>Sulle immagini simboliche di virtù e vizi codificate nel Medioevo a uso dei predicatori, si veda, inoltre, L. Bolzoni, <hi rend="italic">La rete delle immagini. Predicazione in volgare dalle origini a Bernardino da Siena</hi>, Einaudi, Torino 2002.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-016-backlink">20</ref></hi>	Sulle operazioni virtuose orientate secondo <hi rend="italic">medietas</hi>, cfr. <hi rend="italic">Ethica Nicomachea</hi>, II 5, 11 06b, rr. 21-22: «Quando autem oportet et in quibus, et ad quos, et cuius gracia, et ut oportet, et medium et optimum quod est in virtute».</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-015-backlink">21</ref></hi>	C’è differenza tra chi tiene fermo qualunque ragionamento o qualunque scelta e chi persiste nei ragionamenti e nelle scelte che ritiene giuste; solo quest’ultimo, spiega Aristotele, è davvero continente, perché le sue azioni sono frutto di una scelta assunta non «secundum accidens», bensì «simpliciter […] per se ipsum» (<hi rend="italic">Ethica Nicomachea</hi>, VII 13, 11 51a, rr. 29-35).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-014-backlink">22</ref></hi>	Ricordo che al momento Elena è stata sottoposta soltanto alla prima parte della vendetta congegnata dallo scolare. Del suo lungo discorso persuasivo, mi limito a riportare le battute più significative: «Rinieri, sicuramente, se io ti diedi la mala notte, tu ti se’ ben di me vendicato, […] senza che io <hi rend="italic">ho tanto pianto</hi> e lo ’nganno che io ti feci e la mia sciocchezza che ti credetti, che maraviglia è come gli occhi mi sono in capo rimasi. E per ciò io ti <hi rend="italic">priego</hi> […] che ti basti per vendetta della ingiuria la quale io ti feci quello che infino a questo punto fatto hai» (<hi >§§</hi> 77-78). Papio, <hi rend="italic" >«Non meno di compassion piena che dilettevole»</hi>, cit., p. 117.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-013-backlink">23</ref></hi>	<hi rend="italic">Ethica Nicomachea</hi>, IV 12, 11 26a, rr. 21-22. Lo stesso assunto è richiamato, con riferimento esplicito al quarto libro del trattato, in <hi rend="italic">Esp</hi>., VII, 2 111: «Dico adunque che, secondo che ad Aristotile pare nel IIII dell’Etica, che l’ira […] è un <hi rend="italic">disordinato appetito di vendetta</hi>».</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-012-backlink">24</ref></hi>	Aristotele tratta della compassione in un solo luogo della <hi rend="italic">Nicomachea</hi>, includendola nella lista di passioni stilata nel secondo libro del trattato; cfr. <hi rend="italic">Ethica Nicomachea</hi>, II 5, 11 05b, rr. 21-24.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-011-backlink">25</ref></hi>	Seguo Aristoteles<hi rend="CharOverride-3">, </hi><hi rend="italic">Rhetorica</hi>, traslatio Guillelmi de Moerbeka, edidit B. Schneider, in <hi rend="italic">Aristoteles latinus</hi>, Brill, Leiden 1978, vol. XXXI, 1-2. D’ora in poi <hi rend="italic">Rhet.</hi>, i corsivi sono sempre miei.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-010-backlink">26</ref></hi>	<hi >Su questi temi, cfr. J.J. Murphy, </hi><hi rend="italic" >The Scholastic Condemnation of Rhetoric in the Commentary of Giles of Rome on the </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic" >Rhetoric</hi><hi rend="italic" >»</hi><hi > </hi><hi rend="italic" >of Aristotle</hi><hi >, in </hi><hi rend="italic" >Arts libéraux et philosophie au Moyen </hi><hi rend="italic" >Â</hi><hi rend="italic" >ge. Actes du Quatrième Congrès international de philosophie médiévale</hi><hi >, J. Vrin, Paris 1969, pp. 833-841; J.</hi><hi >O. Ward, </hi><hi rend="italic" >Rhetoric in the Faculty of Arts at the Universities of Paris and Oxford in the Middle Ages: A Summary of the Evidence</hi><hi >, «Bulletin DuCange», 54, 1996, pp. 159-231, p. 217; C.F. Briggs, </hi><hi rend="italic" >Aristotle’s </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic" >Rhetoric</hi><hi rend="italic" >»</hi><hi > </hi><hi rend="italic" >in the Later Medieval Universities: A Reassessment</hi><hi >, «Rhetorica», </hi><hi >XXV (3), 2007, pp. 243-268: 245-246. </hi>Per la ricezione della <hi rend="italic">Rhetorica</hi> in epoca medievale, rinvio a R. de Filippis<hi rend="CharOverride-3">, </hi><hi rend="italic">La ricezione della </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Retorica</hi><hi rend="italic" >»</hi><hi rend="italic"> nel Medioevo latino</hi>, in B. Centrone (a cura di), <hi rend="italic">La </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Retorica</hi><hi rend="italic" >»</hi> <hi rend="italic">di Aristotele e la dottrina delle passioni</hi>, Pisa University Press, Pisa 2015, pp. 63-85.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-009-backlink">27</ref></hi>	Per quanto non si tratti di una citazione esplicita, Tommaso sta chiaramente parafrasando <hi rend="italic">Rhet</hi>., II 8, 1385b, rr. 30-32: «illi qui sunt in contumeliativa dispositione, sive quia sint contumeliam passi, sive quia velint contumeliam inferre, provocantur ad iram et audaciam, quae sunt quaedam passiones virilitatis extollentes animum hominis ad arduum» (<hi rend="italic">Summa Theologiae</hi>, II<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">a </hi>II<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">ae</hi>, qu. 30, a. 2, p. 1228). In questa cornice teorica, Tommaso inquadra, poche righe più avanti, la citazione biblica «Ira non habet misericordiam, neque erumpens furor» (<hi rend="italic">Prov</hi>. 27, 4). Nella sezione <hi rend="italic">de ira </hi>della <hi rend="italic">Summa vitiorum</hi>, al quale potrò solo accennare in questa sede, Peraldo propone una diversa lettura del passo biblico: l’ira non solo priva l’uomo del bene della misericordia, ma finisce anche per intralciare l’esercizio della vera giustizia (Guilielmi Peraldi <hi rend="italic">Summae virtutum ac vitiorum</hi>, studio et opera Rodolphii Clutii, t. II, Parisiis, apud Ludovicum Boullenger, 1646, pp. 353-354). Secondo Carlo Delcorno, Boccaccio conosceva la <hi rend="italic">Summa</hi> peraldiana, opera che ebbe un’ampia diffusione nel Medioevo e che fu nota anche Guittone, a Brunetto Latini e a Dante; cfr. C. Delcorno, <hi rend="italic">Gli scritti danteschi del Boccaccio</hi>, in E. Sandal (a cura di), <hi rend="italic">Dante e Boccaccio</hi>, Antenore, Roma-Padova 2006, pp. 109-137: 122-125; Id., <hi rend="italic">Exemplum e letteratura. Tra Medioevo e Rinascimento</hi>, il Mulino, Bologna 1989, p. 210; M. Corti, <hi rend="italic">Le fonti del </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Fiore di virtù</hi><hi rend="italic" >»</hi><hi rend="italic"> e la teoria della nobiltà nel Duecento</hi>, «Giornale storico della letteratura italiana», CXXXVI (413), 1959, pp. 1-82: 63-82.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-008-backlink">28</ref></hi>	Papio, <hi rend="italic" >«Non meno di compassion piena che dilettevole»</hi>, cit., p. 116. Sebbene la novella annoveri il maggior numero di occorrenze lessicali tratte dal campo semantico della compassione, le azioni dei suoi personaggi – non solo di Elena e Rinieri, ma anche dell’amante e della fantesca, entrambi complici della donna – di fatto non sono mai dettate da questo sentimento, che invece impronta le reazioni emotive delle giovani della brigata, destinatarie del racconto insieme al lettore. Ma nell’ambito più generale delle giornate dedicate al tema della beffa, la novella VIII 7 rappresenta la sola eccezione: da una prima ricognizione lessicale è infatti emerso che, nelle giornate settima e ottava, i lessemi impiegati da Boccaccio per esprimere la compassione contano in tutto una sola occorrenza (<hi rend="italic">Dec</hi>., VII 7, 20). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-007-backlink">29</ref></hi>	Traggo la definizione dalla voce <hi rend="italic">fierezza </hi>§ 2 del TLIO, redatta il 22 giugno 2011.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-006-backlink">30</ref></hi>	Cfr. S. Marchesi, <hi rend="italic">Stratigrafie decameroniane</hi>, Olschki, Firenze 2004, pp. 6-16. <hi >Per una descrizione del Laur. Plut. 13.sin.6, si vedano G. Lacombe, </hi><hi rend="italic" >Aristoteles Latinus</hi><hi >, Cambridge University Press, Cambridge 1955, pp. 939-940;</hi><hi rend="CharOverride-3" > </hi><hi >C. Davis, </hi><hi rend="italic" >The Early Collection of Books of S. Croce in Florence</hi><hi >, «Proceedings of the American Philosophical Society», CVII (5), 1963, pp. 399-414: 401. </hi>Ulteriori informazioni sul manoscritto laurenziano si trovano in G. Brunetti e S. Gentili, <hi rend="italic">Una biblioteca nella Firenze di Dante: i manoscritti di Santa Croce</hi>, in E. Russo (a cura di), <hi rend="italic">Testimoni del vero. Su alcuni libri in biblioteche d’autore</hi>, Bulzoni, Roma 2000, pp. 21-55. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-005-backlink">31</ref></hi>	Rispetto alle posizioni di Giuseppe Billanovich e Maria Teresa Casella a sostegno della paternità boccacciana dei volgarizzamenti delle decadi terza e quarta di Livio sul testo latino corretto e integrato da Petrarca nel ms. Harley 2493 della British Library, Giuliano Tanturli, con tutte le precauzioni del caso, attribuisce a Boccaccio soltanto la quarta Deca. Tra le motivazioni che hanno spinto il filologo verso tale ipotesi, vi è la disparità di conoscenze, di stile e metodo di traduzione dei due volgarizzamenti. Cfr. G. Tanturli, <hi rend="italic">Volgarizzamenti e ricostruzione dell’antico. I casi della terza e quarta Deca di Livio e di Valerio Massimo, la parte del Boccaccio (a proposito di un’attribuzione)</hi>, «Studi medievali», XXVII (2), 1986, pp. 811-888: 811-839; Id., <hi rend="italic">Il volgarizzamento della quarta Deca di Tito Livio</hi>, in T. De Robertis <hi rend="italic">et al</hi>. (a cura di), <hi rend="italic">Boccaccio autore e copista</hi>, cit., pp. 125-126; G. Billanovich, <hi rend="italic">Il Petrarca, il Boccaccio e le più antiche traduzioni in italiano delle Decadi di Tito Livio</hi>, «Giornale Storico della Letteratura Italiana», CXXX (3), 1953, pp. 311-317; M.T. Casella, <hi rend="italic">Nuovi appunti attorno al Boccaccio traduttore di Livio</hi>, «Italia medioevale e umanistica», 4, 1961, pp. 77-129, in seguito confluito in Ead., Tra<hi rend="italic"> Boccaccio e Petrarca. I volgarizzamenti di Tito Livio e Valerio Massimo</hi>, Antenore, Padova 1982.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-004-backlink">32</ref></hi>	S. Marchesi, <hi rend="italic">Fra filologia e retorica: Petrarca e Boccaccio di fronte al nuovo Livio</hi>, «Annali d’italianistica», 22, 2004, pp. 361-374.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-003-backlink">33</ref></hi>	Secondo la Casella, l’opera di volgarizzamento delle decadi liviane andrebbe collocata entro i limiti cronologici 1338-1346; cfr. Casella, <hi rend="italic">Nuovi appunti attorno al Boccaccio</hi>, cit., pp. 115-117.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-002-backlink">34</ref></hi>	Su Dionigi, mi limito a segnalare M. Moschella, s. v. <hi rend="italic">Dionigi da Borgo Sansepolcro</hi>, in <hi rend="italic">Dizionario biografico degli italiani</hi>, Roma, Istituto dell’Enciclopedia italiana, 1991, vol. XL, pp. 194-197, con bibliografia; i saggi del volume miscellaneo F. Suitner (a cura di), <hi rend="italic">Dionigi da Borgo Sansepolcro fra Petrarca e Boccaccio</hi>, Petruzzi Editore, Città di Castello 2001.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-001-backlink">35</ref></hi>	J.F. Ossinger, <hi rend="italic">Bibliotheca Augustiniana historica</hi>,<hi rend="italic"> critica et chronologica</hi>, Inglostadii et Augustae Vindelicorum, 1785 pp. 167-168. Sull’attribuzione a Dionigi di un commento alla <hi rend="italic">Retorica</hi>, si vedano inoltre Moschella, <hi rend="italic">Dionigi da Borgo Sansepolcro</hi>, cit., p. 196; M. Lapidge <hi rend="italic">et al</hi>., <hi rend="italic">Compendium Auctorum Latinorum Medii Aevi (500-1500)</hi>, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2009, vol. III.1, p. 87; C.H. Lohr, <hi rend="italic">Medieval latin Aristotle commentaries</hi>, «Traditio», 23, 1967, pp. 313-413: 397; M. Oldoni, <hi rend="italic">Dionigi alla corte di re Roberto</hi>, in Suitner (a cura di), <hi rend="italic">Dionigi da Borgo Sansepolcro</hi>, cit., pp. 105-113: 112.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-000-backlink">36</ref></hi>	Non è certo che Dionigi abbia insegnato presso lo studio generale di Napoli, in quanto non si dispone dei regesti dell’Ordine agostiniano relativi a quel periodo. È invece molto probabile che in quegli anni egli abbia continuato a dedicarsi allo studio e al commento dei classici: pare infatti che la forma definitiva del commento ai <hi rend="italic">Factorum et dictorum memorabilim </hi>risalga proprio al periodo del suo soggiorno napoletano. Cfr. Moschella, <hi rend="italic">Dionigi da Borgo Sansepolcro</hi>, cit., pp. 195-196; A.B. Langeli, <hi rend="italic">Un agostiniano del Trecento</hi>, in Suitner (a cura di), <hi rend="italic">Dionigi da Borgo Sansepolcro</hi>, cit., pp. 1-11: 1.</p>
      
      
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