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        <title type="main" level="a">La bisbetica domata: proposta di lettura di Decameron IX 9 attraverso i proverbi e i novellieri toscani tra Tre e Quattrocento</title>
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            <forename>Cellai</forename>
            <surname>Valerio</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Intorno a Boccaccio / Boccaccio e dintorni 2019</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-236-2</idno>) by </resp>
          <name>Giovanna Frosini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2020">2020</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-236-2.10</idno>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>The essay focuses on the analysis and the use made by G. Boccaccio of a proverb inside Decameron IX.9.  After a brief overview of the use of proverbs and auctoritates in the medieval rhetorical treatise and a summary of the studies over Boccaccio's utilization of proverbs, it will be tried to give an interpretation over the proverb in Decameron IX.9. Then it will be analyzed the comment over this proverb made by Raimondo d’Amaretto Mannelli and some rewriting of this novella by Franco Sacchetti, Giovanni Fiorentino and inside the Motti e Facezie del Piovano Arlotto.</p>
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            <item>Proverbs</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-236-2.10<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-236-2.10" /></p>
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">La bisbetica domata: proposta di lettura di <hi rend="italic">Decameron</hi> IX 9 attraverso i proverbi e i novellieri toscani tra Tre e Quattrocento</p><p rend="h1_author">Valerio Cellai</p><p rend="text">Nel corso di questo intervento vorrei analizzare l’uso del proverbio in <hi rend="italic">Dec. </hi>IX 9 e la sua ripresa nelle novelle LXXVI del Sacchetti, <hi rend="italic">Pecorone </hi>V 2 e nella facezia 136 dei <hi rend="italic">Motti e Facezie del Piovano Arlotto</hi>, tentando, attraverso questo limitato caso, di osservare l’evoluzione dell’utilizzo di tale tipologia di inserto dal Certaldese ai suoi epigoni.</p><p rend="text">Nel 1975 il Chiecchi lamentava una mancanza di interesse, nell’ambito degli studi sul novelliere boccacciano, nei riguardi della paremiologia, ovvero l’analisi dei detti proverbiali e dei proverbi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="10.html#footnote-039">1</ref></hi></hi>. Questa tipologia di indagine, sosteneva lo studioso, qualora opportunamente utilizzata, sarebbe stata in grado di fornire successi e risultati paragonabili agli studi sugli <hi rend="italic">exempla </hi>medioevali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="10.html#footnote-038">2</ref></hi></hi>. Particolarmente rilevante questo accostamento con gli <hi rend="italic">exempla</hi>, specie per il caso di studio che cercherò di approfondire, vista anche l’importanza che le varie <hi rend="italic">artes predicandi</hi> (ma anche altre <hi rend="italic">artes</hi>, come l’<hi rend="italic">ars dictandi</hi> o la <hi rend="italic">poetria</hi>) conferivano all’inserto proverbiale o al detto, entrambi capaci di ammaestrare o racchiudere un insegnamento in maniera concisa e tagliente, e di cui consigliavano l’utilizzo molti dei prontuari e delle <hi rend="italic">summae</hi> in uso tra i predicatori<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="10.html#footnote-037">3</ref></hi></hi>. Le due tipologie del detto e dei proverbi venivano anche distinte nelle loro principali caratteristiche, sebbene poi nell’utilizzo pratico la definizione appaia molto nebulosa, rendendo a volte complesso e aleatorio distinguere nettamente l’uno dall’altro. Così Bene da Firenze, professore dello <hi rend="italic">Studium</hi> bolognese attivo tra il XII e il XIII secolo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="10.html#footnote-036">4</ref></hi></hi>, nel libro VI del <hi rend="italic">Candelabrum </hi>definiva il proverbio e il detto:</p><p rend="quotation_b">Candelabrum VI, 32	Proverbium est sermo brevis comuni hominum oppinione generaliter comprobatus, hoc modo: ‘frustra iacitur rete ante oculos pennatorum’; et sic proverbium est velut quaedam maxima que dat fidem aliis sed non recipit aliunde. Nec sunt multa proverbia inserenda nec plura in mediate proverbia socianda.</p><p rend="quotations_quotation_b3">Candelabrum VI 33	Sententia est oratio de moribus sumpta, quid deceat breviter comprendens, hoc modo: ‘Is est existimandus liber qui nulli turpitudini servit’. Item: ‘Omnes homines qui de rebus dubiis consultant, ira, odio, misericordia, vacuos esse decet’. Sepe tamen apud dictators, et maxime Aurelianenses, proverbium idem prorsus quod sententia reputatur<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="10.html#footnote-035">5</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Innanzitutto, la caratteristica principe del proverbio e del detto è quella della <hi rend="italic">brevitas</hi>, come espresso anche da Giovanni di Garlandia nella sua <hi rend="italic">Poetria</hi>; i due però si distinguono nell’ordine di due motivazioni: il proverbio rappresenta un <hi rend="italic">sermo</hi> <hi rend="italic">communi hominum opinione generaliter comprobatus</hi>, un fatto ritenuto corretto e utile alla maggior parte degli uomini e da loro comprovato, mentre il detto si appoggia sulla trasmissione di un senso e significato, per così dire etico, ma appare dotato rispetto al proverbio di minore autonomia e ha quindi bisogno di poggiarsi su di una precisa <hi rend="italic">auctoritas</hi> e riguarda specificatamente i costumi (<hi rend="italic">de moribus sumpta</hi>), con finalità più spiccatamente morali. Si potrebbe quindi anche dire che il proverbio è in qualche misura a-temporale e a-sociale, condivisibile da tutti i riceventi indipendentemente dalla loro appartenenza a un determinato gruppo e a una determinata temporalità; la <hi rend="italic">sententia </hi>è di contro legata alle sue coordinate storiche e sociali e all’affidabilità di colui che lo produce. Questo vastissimo materiale, di natura molte volte orale e folklorica, fu quindi raccolto in vari prontuari che lo organizzarono principalmente o per argomenti o per ordine alfabetico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="10.html#footnote-034">6</ref></hi></hi>. I grandi saggi e filosofi dell’antichità costituiscono le maggiori <hi rend="italic">auctoritates</hi>, insieme anche ai poeti. Inutile ricordare poi l’importanza assunta dalla retorica in Boccaccio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="10.html#footnote-033">7</ref></hi></hi> e l’affinità della produzione paremiologica con quest’arte, per cui il proverbio, nella sua caratteristica pedagogica, risulta inquadrabile in un’ottica di praticità, che credo dovesse essere apprezzata dal certaldese. La definizione di detto, detto proverbiale, proverbio e wellerismo è stata sottilmente specificata negli studi linguistici della <hi rend="CharOverride-1">A</hi>geno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="10.html#footnote-032">8</ref></hi></hi>, con una <hi rend="italic">finesse</hi> interpretativa che però, è spesso difficile da applicare a un contesto multiforme e ‘liquido’ come quello del <hi rend="italic">Decameron</hi> in cui le forme tendono a confondersi e a mantenere dei contorni estremamente sfumati. </p><p rend="text">Negli ultimi anni gli studi paremiologici applicati al <hi rend="italic">Decameron </hi>sono aumentati e su questa scia si collocano i vari lavori di Paolo Rondinelli, il quale ha puntato l’attenzione sull’influenza che questa tipologia di produzione potrebbe aver esercitato sul giovane Boccaccio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="10.html#footnote-031">9</ref></hi></hi>. Si pensi al <hi rend="italic">Liber philosophorum</hi>, copiato da un giovanissimo Boccaccio nel così detto Zibaldone Laurenziano e contenente una lunga serie di detti memorabili di filosofi e antichi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="10.html#footnote-030">10</ref></hi></hi>. O ancora alle due <hi rend="italic">maniculae</hi> rinvenute da Marco Petoletti nel Giovenale appartenuto a Giovanni, una delle quali all’altezza testuale di una sentenza <hi rend="italic">Intollerabilius nichil est quam femina dives</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="10.html#footnote-029">11</ref></hi></hi> il cui volgarizzamento pedissequo ricorre poi nel <hi rend="italic">Corbaccio</hi>.<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="10.html#footnote-028">12</ref></hi></hi> Ecco quindi che il proverbio e la sentenza dovevano appartenere a una <hi rend="italic">forma mentis</hi> che Boccaccio e i suoi contemporanei, come emerge anche dallo splendido <hi rend="italic">libro de’ buoni costumi </hi>di Paolo da Certaldo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="10.html#footnote-027">13</ref></hi></hi>, erano chiamati a possedere. L’utilizzo da parte di Boccaccio di questi repertori è sapiente e controllato, sedi privilegiate sono l’<hi rend="italic">exordium </hi>e la <hi rend="italic">conclusio</hi>, riservando quindi al proverbio nel secondo caso (la <hi rend="italic">conclusio</hi>) il compito di condensare l’<hi rend="italic">exemplum </hi>dalla novella e nel primo di anticipare quello che poi la novella avrà il compito di esplicare (citando Rondinelli: «per rendere evidente il passaggio del già udito, proprio del proverbio, all’inaudito della novella»)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="10.html#footnote-026">14</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">I proverbi non sembrano sempre riconoscibili all’interno della narrazione decameroniana, ma in quattro occorrenze, tutte poste all’incirca nell’<hi rend="italic">exordium</hi>, quindi all’interno della cornice e attribuibili alla voce del narratore, è lo stesso Boccaccio a presentarli in quanto tali: I 10, 8; II 9, 3; IV 2, 5; IX 9, 7:</p><p rend="quotation_b"><hi rend="italic">Dec. </hi>I 10, 8 	Per che, acciò che voi vi sappiate guardare, e oltre a questo acciò che per voi non si possa quello <hi rend="italic">proverbio</hi> intendere che comunemente si dice per tutto, cioè che <hi rend="italic">le femmine in ogni cosa sempre pigliano il peggio</hi> […]</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Dec. </hi>II 9, 3 	Suolsi tra’ volgari spesse volte dire un <hi rend="italic">cotal proverbio: che lo ‘ngannatore rimane a piè dello ‘ngannato</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Dec. </hi>IV 2, 5 	Usano i volgari un <hi rend="italic">così fatto proverbio: “Chi è reo e buono è tenuto, può fare il male e non è creduto</hi><hi rend="italic">”</hi> il quale ampia materia a ciò che m’è stato proposto mi presta di favellare […]<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="10.html#footnote-025">15</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In altre Boccaccio presenta anche più proverbi nella stessa novella, ma senza dichiararlo esplicitamente<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="10.html#footnote-024">16</ref></hi></hi>. Credo però che nulla nel <hi rend="italic">Decameron </hi>sia lasciato al caso e che questa presenza informativa che segue il <hi rend="italic">verbum dicendi</hi> non sia da sottovalutare. Intendo analizzare quindi l’uso del proverbio e il suo legame con l’opera (compresa non solo la novella, ma anche la liminare cornice) nella IX 9. La novella, narrata dalla regina Emilia, viene raccontata quasi in risposta alle donne della brigata, le quali avevano riso della bastonatura di Biondello nella novella precedente:</p><p rend="quotation_b"><hi rend="italic">Dec</hi>. IX 9, 2 	Niuno altro che la reina, volendo il privilegio servare a Dioneo, restava a dover novellare; la qual, <hi rend="italic">poi che le donne ebbero assai riso dello sventurato Biondello</hi>, lieta cominciò così a parlare […]<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="10.html#footnote-023">17</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La descrizione punta immediatamente il dito sulle risate femminili, rivolte alla sorte toccata al protagonista della IX 8. In risposta a questa reazione, la narratrice, dopo una lunga tirata sul ruolo della donna, connessa alla riflessione condotta tra Filomena e Elisa nell’<hi rend="italic">Introduzione </hi>alla prima giornata<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="10.html#footnote-022">18</ref></hi></hi>, descrive due giovani, Melisso e Giosefo, i quali per risolvere i loro problemi decidono di recarsi a Gerusalemme dal saggio re Salomone. Il racconto di Boccaccio è fortemente squilibrato nei confronti della problematica di Giosefo, a cui è dedicata la maggior parte della narrazione, contro la vicenda di Melisso, relegata – dopo la breve introduzione – alle ultime battute della novella. La problematica di Giosefo è di natura pratica: il giovane ha problemi a stabilire il suo controllo all’interno delle mura domestiche a causa di una moglie riottosa ad obbedirgli. Di contro, Melisso è caratterizzato da una problematica di natura etico-morale: cioè il come riuscire ad essere amato. A queste due problematicità (pratica e morale), corrisponde da parte di Boccaccio l’utilizzo di un proverbio e un detto, posti il primo nell’<hi rend="italic">exordium</hi> della cornice e il secondo nella <hi rend="italic">conclusio</hi> della novella. Il proverbio è citato all’interno della lunga introduzione misogina di Emilia: </p><p rend="quotation_b"><hi rend="italic">Dec. </hi>IX 9, 7-8 	Per che m’agrada di raccontarvi un consiglio renduto da Salamone, sì come utile medicina a guerire quelle che così son fatte da cotal male; il quale niuna che di tal medicina degna non sia reputi ciò esser detto per lei, come che gli uomini un <hi rend="italic">cotal proverbio usino: «Buon cavallo e mal cavallo vuole sprone, buona femina e mala femina vuol bastone»</hi>. Le quali parole chi volesse sollazzevolmente interpretare, di leggier si concederebbe da tutte così esser vero; ma pur vogliendole moralmente intendere, dico che è da concedere<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="10.html#footnote-021">19</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Si punti poi l’attenzione sulla modalità con cui per Boccaccio va intesa la vicenda, cioè <hi rend="italic">moralmente</hi> e non <hi rend="italic">sollazzevolmente</hi>, rinforzando il valore pedagogico del proverbio e della vicenda narrata. Il rapporto con la predicazione è poi esplicitato ancora da Emilia poco più avanti nel testo dove, prima di iniziare a narrare, dirà che conviene lasciare andare <hi rend="italic">il predicare</hi>. Siamo quindi di fronte all’ utilizzo del proverbio per fornire una forma di sostentamento alla predicazione. È lo stesso Boccaccio ad autorizzare in questo caso l’inquadramento della novella all’interno degli <hi rend="italic">exempla</hi> medievali, radicandone il testo nella specifica tradizione delle <hi rend="italic">artes dictandi</hi> e <hi rend="italic">predicandi</hi>. La novella sviluppa come un <hi rend="italic">exemplum</hi> il tema della moglie disubbidiente, che sfida l’autorità regale e casalinga dell’uomo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="10.html#footnote-020">20</ref></hi></hi>. Giosefo otterrà da Salomone il consiglio di dirigersi al ponte dell’oca, dove vedrà un mulattiere che, non riuscendo a fare attraversare dal mulo il ponte, comincia a batterlo con un bastone. Il dialogo tra Giosefo e il mulattiere è illuminante per il giovane e al suo interno ritroviamo ancora una volta, come nel proverbio, il riferimento al mondo equino:</p><p rend="quotations_quotation_b1">Dec. IX 9, 19-20 	Per che Melisso e Giosefo, li quali questa cosa stavano a vedere, sovente dicevano al mulattiere: «Deh, cattivo, che farai? Vuoil tu uccidere? Perché non ti ingegni tu di menarlo bene e pianamente? Egli verrà più tosto che a bastonarlo come tu fai».</p><p rend="quotations_quotation_b3">A’ quali il mulattier rispose: «Voi conoscete i vostri cavalli, e io conosco il mio mulo: lasciate far a me con lui»; e questo detto ricominciò a bastonarlo, e tante d’una parte e d’altre gli diè, che il mulo passò avanti, sì che il mulattiere vinse la pruova<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="10.html#footnote-019">21</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Boccaccio crea quindi un collegamento ancora più esplicito tra il proverbio e la novella: in questa scena ci vengono mostrati gli equini disobbedienti battuti con lo sprone, e insieme viene ricordato il paragone con il cavallo. È pertanto impossibile che nel lettore più avveduto non si colga l’immediato parallelismo scatenato dalla risposta <hi rend="italic">conoscete i vostri cavalli</hi>: lo stesso Giosefo collegherà poi la battuta del mulattiere, come non avrebbe mai fatto se non si fosse recato da Salomone, con la sua situazione e deciderà di adottare la medesima strategia per farsi rispettare. Arrivato a casa, all’ennesimo rifiuto della moglie ad obbedirgli, la picchierà con un bastone nella stessa modalità con cui il mulattiere si era fatto obbedire dal mulo: bastonando fino allo stremo la povera donna. Ecco che viene esemplificata la validità generale del proverbio, qui non a-storico, ma connesso direttamente a una precisa realtà storica e a un’<hi rend="italic">auctoritas</hi> di tutto rispetto: Salomone, del quale circolava anche una tradizione volgare di suoi proverbi. Il monarca è infatti spesso associato a una tradizione di detti misogini. Una delle più significative si trova nel capitolo III (il <hi rend="italic">De Improperio Mulierum</hi>) del <hi rend="italic">Liber consolationis et consilii</hi> di Albertano da Brescia (1266), nel quale il protagonista Melibeo utilizza l’autorità di Salomone per giustificare la sua avversione al genere femminile, riportando quelli che potremmo giudicare come proverbi:</p><p rend="quotation_b">[…] Secunda ratione, quia mulieres malae sunt, nullaque bona repetitur, Salomone testante, qui dixit: «Virum de mille unum reperi, mulierem ex omnibus non inveni»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="10.html#footnote-018">22</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Anche se i due capitoli successivi saranno dedicati all’esaltazione della donna, in ogni caso l’autorità tirata in gioco per cementare il ruolo malefico femminile è Salomone. Dell’opera esistono anche moltissimi volgarizzamenti (come quello pistoiese del 1278 di Soffredi del Grazia, edito nel 1832 da Ciampi, o quello anonimo del Palatino 75 della Biblioteca di Parma), da aggiungere ad una tradizione manoscritta molto ampia, perciò non stupirebbe che Boccaccio l’abbia ben presente. I proverbi presi in esame da Albertano sono estrapolati dal libro <hi rend="italic">Ecclesiasticus</hi> della Bibbia vulgata, specificatamente: <hi rend="italic">Ecclesiast. </hi>VII 28, XXXIII 19-20 e XXXIII 22; senza citare un interessante proverbio citato nello stesso capitolo di Albertano e molto vicino alla nostra novella tratto dal libro del Siracide: <hi rend="italic">Mulier si primatum habeat, contraria est viro suo</hi>, anch’esso ripreso da <hi rend="italic">Ecclesiast</hi>. XXV 30. Ma nello stesso libro dei <hi rend="italic">Proverbi</hi>, la cui paternità è tradizionalmente salomonica, non mancano attestazioni di questo carattere contro le donne disubbidienti. <hi rend="italic">In nuce </hi>alla novella del <hi rend="italic">Decameron</hi> in questione mi sembra di poter cogliere in filigrana quello che poi sarà uno degli scontri filosofici principali e maggiormente presenti nella cultura rinascimentale e dal Burchiello in poi: quello cioè tra un sapere scolastico, artificiale, rappresentato dai saggi e dalle autorità come Salomone, e un sapere pratico e naturale, basato sull’esperienza di figure poco scolarizzate come il mulattiere<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="10.html#footnote-017">23</ref></hi></hi>. D’altro canto, una simile polarizzazione era canonizzata in epoca medievale nel fortunatissimo <hi rend="italic">Dialogus Salomonis et Marcolphi</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="10.html#footnote-016">24</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> Boccaccio però crea un ponte tra queste due modalità di conoscenza: qui la tensione non è espressa e anzi le due forme di sapere concorrono al raggiungimento del medesimo risultato (per cui, il consiglio del figlio di David non sarebbe mai stato colto senza l’esemplificazione offerta dal mulattiere). Il racconto, nelle sue connotazioni fortemente misogine, viene però in qualche maniera riequilibrato dall’inizio della IX 10, dove si legge:</p><p rend="quotation_b">Dec. IX 10 2 	Questa novella della reina diede un poco da mormorare alle donne e da ridere a’ giovani. Ma poi che ristate furono, Dioneo così cominciò a parlare<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="10.html#footnote-015">25</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Le donne mormorano perché non apprezzano la vicenda, in cui ravvisano una sorta di ideale contrappasso per le risate espresse per la vicenda di Biondello (IX 8), ma gli uomini della brigata dimostrano il loro plauso per la stessa. </p><p rend="text">Per chiudere questa analisi paremiologica la metafora donna/cavallo sarà ripresa anche nella novella 10 della stessa giornata, mostrando un sottile <hi rend="italic">fil rouge</hi> tra novella, proverbio, cornice. Nei riguardi di questa storia la tastiera boccacciana batte infine su due metafore: quella equina e quella ornitologica. Mentre sulla prima è più palese l’intento del certaldese, la seconda è proposta più velatamente. Salomone consiglia di recarsi al ponte dell’Oca, così come all’inizio della IV giornata Boccaccio inserisce la novella delle papere, si tratta di due uccelli utilizzati per definire la donna. Infine, nella IX 10 oltre al cavallo tornerà, per bocca di Dioneo, l’accostamento della donna a tre uccelli: IX 10, 3 «Leggiadre donne, infra molte <hi rend="italic">bianche colombe</hi> agiugne più di bellezza un <hi rend="italic">nero corvo</hi> che non farebbe un <hi rend="italic">candido </hi>cigno»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="10.html#footnote-014">26</ref></hi></hi>. L’immagine del <hi rend="italic">nero corvo</hi> ricollega poi queste novelle alla figura femminile presentata nel <hi rend="italic">Corbaccio</hi>, il cui stesso titolo (sebbene la questione sia complessa) potrebbe rimandare proprio a questo uccello<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="10.html#footnote-013">27</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">In sintesi, nel corso di due novelle della IX giornata, ritorna e viene utilizzato un vasto patrimonio metaforico animale, capace di riattivare nel lettore collegamenti con larga parte del <hi rend="italic">Decameron</hi> e il tutto originato dalla presenza incipitaria di un proverbio, operazione tutt’altro che casuale, ma perfettamente consapevole da parte di Boccaccio. Mentre quindi un proverbio apre la vicenda principale della novella (e ne è forse in qualche misura ispiratore), un detto proverbiale viene usato per chiudere la vicenda di Melisso. Questa seconda vicenda è scarsamente sviluppata nella novella, molto più attenta ad esaltare i particolari della punizione femminile della prima. Per Alfano essa non viene sfruttata dalla narratrice e penso che non si possa non essere d’accordo con lo studioso<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="10.html#footnote-012">28</ref></hi></hi>. Sciolta e sviluppata in un solo paragrafo, contiene al suo interno un detto, altrettanto interessante perché ci riporta nell’alveo della cultura classica cara al Boccaccio:</p><p rend="quotation_b"><hi rend="italic">Dec. </hi>IX 9, 34 	E dopo alquanti dì partitosi Melisso da Giosefo e tornato a casa sua, a alcun, che savio uomo era, disse ciò che Salamone avuto avea; il quale gli disse: «Niuno più vero consiglio né migliore gli potea dare. Tu sai che tu non ami persona, e gli onori e’ servigi li quali tu fai, gli fai non per amore che tu a alcun porti ma per pompa. <hi rend="italic">Ama adunque, come Salamon ti disse, e sarai amato</hi>»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="10.html#footnote-011">29</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La sentenza è diffusissima nei classici e nei moralisti medievali, ma affonda le sue radici in Ovidio, <hi rend="italic">Ars amatoria </hi>II 107, ed è qui attribuita a Salomone, legandosi strettamente con le <hi rend="italic">sententiae </hi>proverbiali del personaggio, vero e proprio prontuario di vita medievale. Mentre del primo detto abbiamo un riscontro nella cultura mercantile di Paolo da Certaldo, dove il proverbio iniziale ricorre con una minima variante (<hi rend="italic">Buon chavallo e mal chavallo vuole sprone: buona donna e mala donna vuol signiore, e tale bastone</hi>)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="10.html#footnote-010">30</ref></hi></hi>, questo secondo è solo in Boccaccio e denota la sua conoscenza della lettura classica e il suo sapiente utilizzo. </p><p rend="text">La debolezza narrativa della novella e il minore <hi rend="italic">appeal</hi> costituito dalla sentenza proverbiale finale, sta però proprio in quest’ultima vicenda. L’attenzione del lettore si riverbera e concentra totalmente sul racconto di Giosefo. E questo squilibrio narrativo viene percepito anche dai lettori antichi e dai novellieri, alle prese con la riscrittura di questa novella, i quali tenteranno di correggere, per renderla più accattivante, la vicenda di Melisso o eliminarla. Un esempio del modo in cui essa poteva essere letta ce lo fornisce Raimondo d’Amaretto Mannelli nelle postille del celebre manoscritto laurenziano Plut. XLII.1, quel Mannelli definito da Clarke un <hi >«</hi>professional reader<hi >»</hi> del Centonovelle<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="10.html#footnote-009">31</ref></hi></hi>. Il copista del <hi rend="italic">Decameron</hi> scrive <hi rend="italic">nota</hi> e sottolinea tutta la lunga filippica iniziale sul giusto ruolo della moglie pronunciata da Emilia e poi, accanto al proverbio, pone una divertente battuta misogina postillandolo (a commento di <hi rend="italic">Buon cavallo e mal cavallo vuole sprone, buona femmina e mala femmina vuol bastone</hi>): <hi >«Si ma non di legno», </hi>con chiara allusione sessuale e contravvenendo in un certo senso all’indicazione di Boccaccio a leggere la novella <hi rend="italic">moralmente </hi>e non <hi rend="italic">sollazzevolmente</hi>. La concentrazione del Mannelli si rivolge poi, ancora <hi >«</hi>sollazzevolmente<hi >»</hi>, alla scena in cui la donna viene bastonata postillando «Dalle ad questa troia dalle», poi ripreso più sotto da un ulteriore «dalle dalle». La seconda vicenda sembra non accendere la fantasia del postillatore che la ignora. Del proverbio, inoltre, Mannelli coglie solo il facile gioco di parole tra il bastone di legno e l’organo genitale maschile, esplicitando l’allusione sessuale, ma non sembra coglierne l’importanza per la scrittura della novella e neanche i richiami metaforici presenti nel testo della successiva IX 10. Su questa scia di lettura si può collocare la riscrittura operata da Franco Sacchetti nelle <hi rend="italic">Trecento Novelle</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="10.html#footnote-008">32</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> <hi >È stat</hi>a scorta un’eco della novella decameroniana in un dittico sacchettiano costituito dalle novelle LXXXV e LXXXVI, dove ricorre il tema della moglie disubbidiente e castigata, ma mi concentrerò maggiormente sulla LXXXVI, nella quale ritroviamo il proverbio. La novella prende le mosse da un terziario francescano, come tiene a specificare Sacchetti, Fra Michele Porcelli, mercante fra la Romagna e la Toscana. Egli, giunto a Tosignano, decide di fermarsi in un’osteria dove la moglie dell’oste rifiuta di obbedire al marito e di aiutarlo nel lavoro (prima rifiutando di andare a cogliere l’insalata e poi di andare a prendere il vino in cantina). L’accettazione passiva della situazione da parte del marito scatena in Fra Michele una battuta sulla condizione dell’oste, il cui nome è Ugolino Castrone, e giocando sul cognome (un nome parlante): <hi rend="italic">tu sei ben castrone, anco pecora</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="10.html#footnote-007">33</ref></hi></hi>; sostenendo che a parti inverse sarebbe capace di farsi ubbidire. Alla morte di Ugolino Fra Michele prende la moglie Zuana e, la prima notte, <hi rend="italic">la visita con un bastone e comincia a dare</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="10.html#footnote-006">34</ref></hi></hi><hi rend="italic"> </hi>(anche qui ritorna la facile allusione suggerita dal Mannelli). Il proverbio del Boccaccio si ritrova in una sorta di conclusione d’autore della novella: </p><p rend="quotation_b"><hi rend="italic">TN</hi> LXXXVI 	Io per me, come detto è, credo che i mariti siano quasi il tutto di fare e cattive le mogli e buone. E qui si vede che quello che Castrone non aveva saputo fare, fece il Porcello. E come uno proverbio <hi rend="italic">dica</hi>: «Buona femmina e mala femmina vuol il bastone», io sono colui che credo che la mala femmina <hi rend="italic">vuole</hi> bastone, ma alla buona non sia di bisogno; però che se le battiture si dànno per far mutare i costumi cattivi in buono, alla mala femmina si vogliono dare perché ella muti i rei costumi, ma non alla buona, perché se ella mutasse li buoni, potrebbe pigliare i cattivi, come spesso interviene: quando li buoni cavalli sono battuti et aspreggiati, diventano restii<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="10.html#footnote-005">35</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La differenza con la novella boccacciana sta tutta nei particolari; il primo è che qui è la stessa <hi rend="italic">auctoritas</hi>, intesa come colui che propone la ‘corretta’ soluzione al problema, a risolverlo. Questa figura è traslata in un frate e vi si ritrova anche la sentenza comica giocata sull’allusività intrinseca al cognome Castrone. Il proverbio è invece anche qui estrapolato dalla vicenda, ma con una differenza essenziale: la posizione. Mentre Boccaccio lo aveva posto nell’<hi rend="italic">exordium</hi>, Sacchetti decide invece di porlo nella <hi rend="italic">conclusio</hi>, in concomitanza con la sua tendenza a prendere la parola nelle conclusioni, o ‘moralità’, delle novelle.<hi rend="italic"> </hi>La posizione incipitaria rendeva la novella dipendente dal proverbio, stabilendosi un rapporto padre (proverbio)-figlio (la novella), rapporto ribaltato nel Sacchetti, dove il proverbio sintetizza, rendendosi indipendente dalla novella, ed è solo grazie alla presenza di questo proverbio che siamo in grado di connettere con sicurezza la novella del Sacchetti con la novella del Boccaccio, invece di inserirla all’interno della cospicua tradizione popolare di mogli castigate, senza però questo dialogo diretto con il centonovelle. L’operazione sacchettiana è perfettamente consapevole, vista la presenza della voce narrante che decide di intervenire non per discutere la novella attraverso il proverbio, ma il proverbio stesso. Sacchetti smussa la tradizione proverbiale concedendo l’utilizzo della misura correttiva del bastone alle sole donne disubbidienti e non a tutte come vorrebbe la tradizione riportata da Paolo da Certaldo, e già lievemente smussata dal Boccaccio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="10.html#footnote-004">36</ref></hi></hi>. Interessante anche l’uso delle metafore animali, il paragone con il cavallo è si espulso dal proverbio, che perde il paragone con l’equino andando ad assomigliare a un detto, ma viene recuperato sia nell’allusivo nome dell’oste (Castrone, soggetto a <hi rend="italic">interpretatio nominis</hi>) sia soprattutto nel finale dove è esplicitato che la soluzione proverbiale può essere <hi rend="italic">medicina</hi> per le donne disubbidienti, ma è controproducente utilizzarla sulle buone, come si può notare dall’osservazione naturalistica dei cavalli, (osservazione naturalistica che costituisce uno dei cardini di molta parte delle <hi rend="italic">Trecento Novelle</hi>). La medicina proverbiale è si correttiva, ma può quindi sviare dalla giusta via e confondere. Il Sacchetti ha perfettamente in mente il proverbio nella versione presentata dai due certaldesi Paolo e Giovanni, ponendo però in crisi la definizione di Bene da Firenze, in quanto lo discute e non gli sembra comprovato, ma anzi dannoso se mal utilizzato. A differenza del Mannelli, Sacchetti si connota come un <hi >«</hi>professional reader<hi >»</hi> avvedutissimo e un osservatore sociale acutissimo. Assistiamo inoltre per la prima volta ad una tendenza comune a molte riscritture boccacciane, quella cioè di riportare a un contesto più affine allo scrittore l’intera vicenda, calando i due personaggi in un contesto urbano e borghese. Sparisce di contro la vicenda non legata al proverbio, quella di Melisso: come il Mannelli, anche Sacchetti non doveva averla particolarmente apprezzata.<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="10.html#footnote-003">37</ref></hi></hi> </p><p rend="text">La novella del <hi rend="italic">Deameron</hi> è infine ripresa nella V 2 del <hi rend="italic">Pecorone</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="10.html#footnote-002">38</ref></hi></hi> e nella facezia 136 dei <hi rend="italic">Motti e Facezie del Piovano Arlotto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="10.html#footnote-001">39</ref></hi></hi>, qui senza l’inserto proverbiale. I due narratori presi in esame mi sembrano molto meno attenti del Boccaccio nel ricostruire la vicenda, concentrandosi, al pari di un lettore come il Mannelli, molto più sul divertimento generato e sul presentare una morale pratica facilmente comprensibile, conducendo una lettura dell’intera vicenda <hi rend="italic">sollazzevolmente </hi>e non <hi rend="italic">moralmente</hi>. Viene difatti ripresentata la storia di Melisso, ampiamente riscritta e rivalutata in un’ottica non morale, ma ancora una volta pratica, evidentemente più interessante per l’autore del Pecorone e della silloge arlottiana e viene ripresentata la figura dell’<hi rend="italic">auctoritas</hi> lontana a cui i questuanti si devono recare per avere la soluzione ai loro problemi. La vicenda di Melisso, da un astratto problema morale (come essere amati), viene portata su un piano ‘commerciale’, ‘utilitaristico’ e ‘amministrativo’: il giovane ha qui un problema legato anch’esso all’amministrazione casalinga, egli infatti, sebbene guadagni molto, vede ogni giorno decrescere il suo patrimonio, senza sapersi spiegare la ragione. Il suggerimento di ‘Boezio’ (<hi rend="italic">Pecorone</hi>) o del ‘romito’ (Arlotto), una nuova <hi rend="italic">auctoritas</hi>,<hi rend="italic"> </hi><hi >è di levarsi presto. Ascoltato il consiglio il giovane scoprirà che i suoi camerieri e governanti lo derubano ogni sera e ogni mattina, licenziatili non avrà quindi più prob</hi>lemi. Salomone diventa Boezio o un anonimo eremita, sparisce il proverbio, il detto si riduce a delle indicazioni pratiche non più di utilità generale, ma specifica rispetto alle problematiche dei due interlocutori (<hi >«</hi>levati presto<hi >»</hi> e <hi >«</hi>Va al ponte dell’Agnolo<hi >»</hi>). Mentre, per la vicenda principale, i due narratori si concentrano e calcano la mano sulla punizione misogina inferta alla moglie:</p><table rend="tab2" xml:id="table001">
				<!--<colgroup>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-1">--><!--</col>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-1">--><!--</col>-->
				<!--</colgroup>-->
				
					<row rend="tab2 _idGenTableRowColumn-2">
						<cell rend="tab2 base base CellOverride-1">
							<p rend="jolly_mirror"><hi rend="italic">Pecorone</hi> V 2  [61-77] Avvenne che uno vetturale passò con parecchi muli carichi; l’uno di questi muli aombrò, e non volea passare. Il vetturale il prese per cavicciule e tira per farlo passare il ponte: non v’ebbe modo, però che quanto più il tirava, il mulo più si tirava indrieto. E ‘l vetturale si comincia a stizzire, e dagli, e ‘l mulo ne facea di peggio. Quando il vetturale ebbe assai sofferto, toglie una stecca con ch’egli legava le balle, e dagli di sotto, da lato, per lo capo, per le coste, e viensi isvelenando sopra questo mulo: e brievamente, e’ li ruppe questa stecca addosso. Di che el mulo diventò maniero e passa oltre, e costui piglia e fallo passare parecchi volte di qua e in là; e poi che vide che al mulo era uscita la pazzia della testa, e egli andò per’ fatti suoi. Cucciolo vide ciò che fece il vetturale e ‘l mulo; partissi e disse fra sé medesimo: «Or so io ciò ch’io m’ho a fare»[…]. [94-98] Disse il marito: «Se’ tu il diavolo?» Levasi ritto, e suona costei; ella grida, e e’ piglia un bastone, e correle addosso, dàlle e ridàlle per le spalle, per le braccia, per lo capo. E quando il bastone fu rotto, e e’ ne piglia un altro, e dàlle. […] </p>
						</cell>
						<cell rend="tab2 base base CellOverride-2">
							<p rend="jolly_mirror"><hi rend="italic">Motti e Facezie</hi> 136   [69-79] Sempre quando dette vacche venivano, era grande fatica a passare loro detto ponte. Avevano quelli vergai certi pungetti aùzzi confitti in su certe aste lunghe dua e tre canne; cominciano quelle vacche a non volersi accostare al ponte: quelli vergai tra nelle cosce e nel corpo tanto forano, che tutte filano sangue, e in modo le conciarono che per bruta forza le fanno passare- E ogni giovedì fanno questi simili atti.</p>
							<p rend="jolly_mirror">[84-88] Ed innanzi si partissi di lì, comperò da uno fabro cinque di quelli pugnetti; e venutosene a Firenze vanne a casa e crede che per la lunga istanza ha fatto la moglie gli faccia carezze, ed ella lo guarda in traverso e con molte parole villane gli rispose […]. [104-112] Sanza piue parole gli dette parecchi pugnettate tra le cosce e tutta filava sangue e gridando n’andò a letto. La mattina costui dice: «Lieva su». Costei dice: «Tu mi hai morta; e’ non mi posso levare». Come ella vide che il marito tolse il pugnetto, di subito si levò e fue poi tanta piacevole che non bisognava adoperare pugnetto.</p>
						</cell>
					</row>
				
			</table><p rend="text">Dopo che la moglie si inginocchia a chiedere perdono notiamo ancora nel <hi rend="italic">Pecorone</hi> il riferimento alla metafora cavallo/donna, espunta in Arlotto: </p><table rend="tab2" xml:id="table002">
				<!--<colgroup>-->
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  class="_idGenTableRowColumn-1">--><!--</col>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-1">--><!--</col>-->
				<!--</colgroup>-->
				
					<row rend="tab2 _idGenTableRowColumn-3">
						<cell rend="tab2 base base CellOverride-1">
							<p rend="jolly_mirror"><hi rend="italic">Pecorone </hi>V 2, [109-119] Di che il marito, per cavalle bene la bizzarria del capo, la fece trottare e ambiare parechi volte in qua e in là per la sala, tuttavia porgendo di questo bastone a due mani. Questo fu in quel benedetto punto che la donna sognava di fare tutte quelle cose che piacessero al marito; e diventò la più mansueta femmina e la più umile che fosse in Orma. A questo modo cavò Cucciolo la bizzarria di capo alla moglie; e dove egli viveva prima sempre in guerra e in mala ventura con la donna sua , da quel punto innanzi visse sempre in pace e in amore. E però chi ha la moglie ritrosa, pigli asempro da Cucciolo, come egli prese dal vetturale.</p>
						</cell>
						<cell rend="tab2 base base CellOverride-2">
							<p rend="jolly_mirror"><hi rend="italic">Motti e Facezie</hi>, 136   [110-115] Come ella vide che il marito tolse il pugnetto, di subito si levò e fue poi tanta piacevole che non bisognava adoperare pugnetto. Così voglio dire a te, impara da quello calzolaio e gastigala con il bastone o con uno di quelli pugnetti dal Ponte dell’Oca.</p>
						</cell>
					</row>
				
			</table><p rend="text">Nel <hi rend="italic">Pecorone</hi> è vivo ancora l’<hi rend="italic">exemplum</hi>:<hi rend="italic"> </hi>la novella è difatti usata per istruire gli uomini a ‘domare’ le proprie consorti ribelli, mentre in Arlotto l’attenzione è completamente focalizzata sulla bastonatura della donna, qui resa in una maniera molto violenta e con un’attenzione sadica verso il sangue. Sebbene sparisca la dimensione proverbiale, anche qui è mantenuta la dimensione esemplare e pedagogica della novella, raccontata da Arlotto per istruire un suo paesano su come comportarsi con la moglie ribelle. Arlotto viene quindi portato a coincidere con l’<hi rend="italic">auctoritas</hi>, anche se, la mancata ripresa della cornice, come avviene in altre facezie, potrebbe forse tradire l’interesse dell’autore nei riguardi del divertimento generato dal racconto punitivo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="10.html#footnote-000">40</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In conclusione, Boccaccio fonda la sua novella su una tradizione proverbiale molto forte, fornendo un <hi rend="italic">exemplum</hi> a un argomento popolare, nobilitando in una certa misura il proverbio, elevato a elemento semplice, ma fondante della vicenda. Questa tradizione invece si incrina in Sacchetti, che discute criticamente della tradizione popolare e proverbiale, giudicandola non completa e inadatta a tutte le situazioni. Nei successivi novellieri, pur mantenendo la dimensione pedagogica, prevale il gusto voyeuristico e misogino della punizione (portato ai violentissimi estremi arlottiani), mentre manca totalmente la connessione con il proverbio e la parola. Pur conservando la sua dimensione esemplare, la novella lascia cadere il proverbio, pedagogicamente affidabile e supportato, <hi rend="italic">communis opinio,</hi> dal racconto e diviene un luogo di divertimento sadico e slegato dalla tradizione che è ancora molto sensibile nel Boccaccio. </p><p rend="h2">Bibliografia</p><p rend="bib_indx_bib">Albertano da Brescia, <hi rend="italic">Liber de doctrina dicendi et tacendi. la parola del cittadino nell’Italia del Duecento</hi>, ed. a cura di P. 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(a cura di), <hi rend="italic">Dialogo di Salomone e Marcolfo</hi>, Salerno, Roma 1991.</p><p rend="bib_indx_bib">Nobili C.S., <hi rend="italic">Per il titolo del </hi>Corbaccio, «Studi e problemi di critica testuale», XLVIII, 1994, pp. 93-114.</p><p rend="bib_indx_bib">Palma F., <hi rend="italic">Paremiografia e funzioni del proverbio nelle </hi>Novelle <hi rend="italic">di Matteo Maria Bandello</hi>,<hi rend="italic"> </hi><hi >«Lettere Italiane», </hi>LXXI (2), 2019, pp. 293-315.</p><p rend="bib_indx_bib">Paolo da Certaldo, <hi rend="italic">Libro di buoni costumi</hi>,<hi rend="italic"> </hi>a cura di S. Morpurgo, Le Monnier, Firenze 1921; a cura di A. Schiaffini, Le Monnier, Firenze 1945.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Parkes M., </hi><hi rend="italic" >The literacy of the laity</hi><hi >, in D. Daichaes </hi><hi rend="italic" >et al</hi><hi >.</hi><hi rend="italic" > </hi><hi >(eds.), </hi><hi rend="italic" >Literature and western civilization: the Mediaeval World</hi><hi >, Aldus, London 1973, pp. 555-577.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">Petoletti M., <hi rend="italic">Il Marziale autografo di Giovanni Boccaccio</hi>, «Italia medioevale e umanistica», XLVI, 2005, pp. 35-55.</p><p rend="bib_indx_bib">Petoletti M., <hi rend="italic">Le postille di Giovanni Boccaccio a Marziale (Milano, Biblioteca Ambrosiana, C 67 sup.)</hi>, «Studi sul Boccaccio», XXXIV, 2006, pp. 103-184.</p><p rend="bib_indx_bib">Poliziano A., <hi rend="italic">Detti Piacevoli</hi>, a cura di T. Zanato, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1983.</p><p rend="bib_indx_bib">Rondinelli P., <hi rend="italic" >«Ho udito dire mille volte…» Presenza dei proverbi nel </hi>Decameron<hi rend="italic"> e la loro fortuna in lessicografia</hi>, in M. Marchiaro e S. Zamponi (a cura di),<hi rend="italic"> Boccaccio letterato</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Atti del convegno internazionale (Firenze-Certaldo, 10-12 ottobre 2013), Accademia della Crusca, Firenze 2013. </p><p rend="bib_indx_bib">Rondinelli P., <hi rend="italic">Il proverbio come strumento di rappresentazione delle ‘cose del mondo’: un elemento innovativo nell’“ars narrandi decameroniana”</hi>, in P. Salwa <hi rend="italic">et al</hi>. (a cura di), <hi rend="italic">Boccaccio e la nuova “ars narrandi”</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Atti del convegno internazionale di studi, Istituto di filologia classica dell’Università di Varsavia (10-11 ottobre 2013), UW, Instytut Filologii Klasyxznej, Warszawa 2015, pp. 29-42.</p><p rend="bib_indx_bib">Rondinelli P., «<hi rend="italic">Nel campo […] sì ben coltivato» dei proverbi e dei modi proverbiali del Decameron. Contrassegni linguistici della multiformità del reale</hi>, in D. Capasso (a cura di), <hi rend="italic">Nella moltitudine delle cose: Convegno internazionale su Giovanni Boccaccio a 700 anni dalla nascita</hi>, Aonia, Raleigh 2016, pp. 174-196.</p><p rend="bib_indx_bib">Rossi A., <hi rend="italic">Proposta per un titolo del Boccaccio: il ‘Corbaccio’</hi>, «Studi di filologia italiana», XX, 1962, pp. 383-390.</p><p rend="bib_indx_bib">Sacchetti F., <hi rend="italic">Trecento Novelle, </hi>ed. critica a cura di M. Zaccarello, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2014.</p><p rend="bib_indx_bib">Schiaffini A., <hi rend="italic">Tradizione e poesia nella prosa d’arte italiana dalla latinità medievale a G. Boccaccio</hi>, Edizione degli Orfini, Genova 1934.</p><p rend="bib_indx_bib">Stewart P.D., <hi rend="italic">Retorica e mimica nel «Decameron» e nella commedia del Cinquecento</hi>, Olschki, Firenze 1985.</p><p rend="bib_indx_bib">Strubel A., <hi rend="italic">Exemple, fable, parabole: le récit bref figuré au Moyen Âge</hi>, «Le Moyen Âge», 94, 1988, pp. 341-361.</p><p rend="bib_indx_bib">Tateo F., <hi rend="italic">Bene da Firenze</hi>, &lt;<ref target="http://www.treccani.it/enciclopedia/bene-da-firenze_%28Enciclopedia-Dantesca%29/">http://www.treccani.it/enciclopedia/bene-da-firenze_%28Enciclopedia-Dantesca%29/</ref>&gt; (12/2020), in <hi rend="italic">Enciclopedia Dantesca.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Welter J., </hi><hi rend="italic" >L’exemplum dans la littérature religieuse et didactique du Moyen Âge</hi><hi >, Occitania, Paris et Toulouse 1927.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Wenzel S., </hi><hi rend="italic" >Medieval </hi><hi >Artes Praedicandi </hi><hi rend="italic" >a Synthesis of Scholastic Sermone Struttures</hi><hi >, Toronto Press, Toronto 2015.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">Zaccarello M., <hi rend="italic">Indovinelli, paradossi e satira del saccente: ‘naturale’ e ‘accidentale’ nei ‘Sonetti del Burchiello’</hi>, «Rassegna europea di letteratura italiana», 15, 2000, pp. 111-127.</p><p rend="bib_indx_bib">Zaccarello M., <hi rend="italic">Storicità, correlazione, espressionismo nell’onomastica sacchettiana</hi>, «Il Nome nel Testo», VII, 2005, pp. 177-190.</p><p rend="bib_indx_bib">Zaccarello M., <hi rend="italic">Ingegno naturale e cultura materiale: i motti degli artisti nel Trecento Novelle</hi> <hi rend="italic">di Franco Sacchetti</hi>, «Italianistica» 2, 2009, pp. 129-140.</p><p rend="bib_indx_bib">Zaccarello M., <hi rend="italic">Del corvo, animale solitario, ancora un’ipotesi per il titolo del Corbaccio</hi>, «Studi sul Boccaccio», XLII, 2014, pp. 179-194.</p><p rend="bib_indx_bib">Zink M., <hi rend="italic">La prédication en langue romane avant </hi>1300, Edition Honoré Champion, Paris 1976.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-039-backlink">1</ref></hi>	G. Chiecchi, <hi rend="italic">Sentenze e proverbi nel </hi>Decameron, «Studi sul Boccaccio», IX, 1975-1976, pp. 119-168.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-038-backlink">2</ref></hi>	Sull’<hi rend="italic">exemplum</hi> nel medioevo si veda: M.A. Beaulieu (éd.), F<hi rend="italic">ormes dialoguées dans la littérature exemplaire du Moyen Âge. Actes de colloque [25-26 juin 2009 et 21-22 juin 2010, Paris, INHA]</hi>, Champion, Paris 2012; C. Delcorno, <hi rend="italic">Forme dell’</hi>exemplum <hi rend="italic">in Italia</hi>, in G. Cherubini (a cura di), <hi rend="italic">Ceti, modelli, comportamenti nella societa medievale, sec. 13.-metà 14</hi>, Centro italiano di studi di Storia dell’arte, Pistoia 2001, pp. 305-336; Id., <hi rend="italic">Exemplum e letteratura</hi>. <hi rend="italic">Tra Medioevo e Rinascimento</hi>, il Mulino, Bologna 1989; A. Strubel, <hi rend="italic">Exemple, fable, parabole: le récit bref figuré au Moyen Âge</hi>, «Le Moyen Âge», 94, 1988, pp. 341-361; J. Welter, <hi rend="italic">L’exemplum dans la littérature religieuse et didactique du Moyen Âge</hi>, Occitania, Paris et Toulouse 1927.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-037-backlink">3</ref></hi>	Di questi prontuari medievali sopravvive un grandissimo numero di codici, Cfr. Delcorno, <hi rend="italic">Exemplum e letteratura</hi>, cit., pp. 265-294; su questo uso si veda anche M. Zink, <hi rend="italic">La prédication en langue romane avant </hi>1300, Edition Honoré Champion, Paris 1976; C. Del Corno, <hi rend="italic">Giordano da Pisa e l’antica predicazione volgare</hi>, Olschki, Firenze 1975.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-036-backlink">4</ref></hi>	Per una breve biografia si veda F. Tateo, <hi rend="italic">Bene da Firenze</hi>, &lt;<ref target="http://www.treccani.it/enciclopedia/bene-da-firenze_%28Enciclopedia-Dantesca%29/">http://www.treccani.it/enciclopedia/bene-da-firenze_%28Enciclopedia-Dantesca%29/</ref>&gt; (12/2020), in <hi rend="italic">Enciclopedia Dantesca</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-035-backlink">5</ref></hi>	Bene Florentini, <hi rend="italic">Candelabrum</hi>, ed. a cura di G.C. Alessio, Antenore, Padova 1983, pp. 198-199. In Chiecchi, <hi rend="italic">Sentenze e proverbi</hi>, cit., p. 121n, per sottolineare l’importanza di questa definizione, viene riportato che essa è fedelmente ripresa da Bono da Lucca nel suo <hi rend="italic">Cedrus Libani </hi>(ed. a cura di G. Vecchi, Società tipografica Editrice Modenese, Modena, 1963) e nell’anonimo <hi rend="italic">Formularium von Bargantenberg</hi>. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-034-backlink">6</ref></hi>	<hi >Cfr. S. Wenzel, </hi><hi rend="italic" >Medieval </hi><hi >Artes Praedicandi </hi><hi rend="italic" >a Synthesis of Scholastic Sermone Struttures</hi><hi >, Toronto Press, Toronto 2015; S. Hallik, </hi><hi rend="italic" >Sententia und Proverbium. Begriffsgeschichte und Texttheorie in Antike und Mitteralter</hi><hi >, B</hi><hi >ö</hi><hi >lhau, Wien 2007; Th.-M. Charland, </hi><hi rend="italic" >Artes praedicandi. </hi><hi rend="italic">Contribution a l’histoire de la Rhetorique au moyen age</hi>, Publications de l’institut d’etùdes médiévals d’Ottawa, Paris-Ottawa 1936.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-033-backlink">7</ref></hi>	Cfr. P.D. Stewart, <hi rend="italic">Retorica e mimica nel «Decameron» e nella commedia del Cinquecento</hi>, Olschki, Firenze 1985 (spec. pp. 7-18); V. Branca, <hi rend="italic">Boccaccio medievale</hi>, Sansoni, Firenze 1956 (spec. pp. 32 sgg.); A. Schiaffini, <hi rend="italic">Tradizione e poesia nella prosa d’arte italiana dalla latinità medievale a G. Boccaccio</hi>, Edizione degli Orfini, Genova 1934.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-032-backlink">8</ref></hi>	F. Brambilla Ageno, <hi rend="italic">Studi e note sulle antiche frasi proverbiali e sui wellerismi</hi>,<hi rend="italic"> </hi>in Id., <hi rend="italic">Studi lessicali</hi>,<hi rend="italic"> </hi>CLUEB, Bologna 2000, pp. 263-465. La studiosa si è anche occupata del rapporto tra proverbio e novella in F. Brambilla Ageno, <hi rend="italic">Tradizione favolistica e novellistica nella fraseologia proverbiale</hi>, «Lettere Italiane», VIII, 1956, pp. 351-384.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-031-backlink">9</ref></hi>	Cfr. P. Rondinelli, «<hi rend="italic">Nel campo […] sì ben coltivato» dei proverbi e dei modi proverbiali del Decameron. Contrassegni linguistici della multiformità del reale</hi>, in D. Capasso (a cura di), <hi rend="italic">Nella moltitudine delle cose: Convegno internazionale su Giovanni Boccaccio a 700 anni dalla nascita</hi>, Aonia, Raleigh 2016, pp. 174-196; Id., <hi rend="italic">Il proverbio come strumento di rappresentazione delle ‘cose del mondo’: un elemento innovativo nell’“ars narrandi decameroniana”</hi>, in P. Salwa <hi rend="italic">et al.</hi> (a cura di), <hi rend="italic">Boccaccio e la nuova “ars narrandi”</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Atti del convegno internazionale di studi, Istituto di filologia classica dell’Università di Varsavia (10-11 ottobre 2013), UW, Instytut Filologii Klasyxznej, Warszawa 2015, pp. 29-42; Id., <hi rend="italic" >«Ho udito dire mille volte…» Presenza dei proverbi nel </hi>Decameron<hi rend="italic"> e la loro fortuna in lessicografia</hi>, in M. Marchiaro e S. Zamponi (a cura di),<hi rend="italic"> Boccaccio letterato</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Atti del convegno internazionale (Firenze-Certaldo, 10-12 ottobre 2013), Accademia della Crusca, Firenze 2013.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-030-backlink">10</ref></hi>	Il testo del Boccaccio è a tutt’oggi inedito, pur presentando notevoli differenze rispetto all’edizione critica del testo a cura di E. Franceschini<hi rend="italic">, Liber philosophorum antiquorum: testo critico</hi>, Ferrari, Venezia 1932. Per la descrizione dello Zibaldone Laurenziano si veda in T. De Robertis <hi rend="italic">et. al</hi>. (a cura di), <hi rend="italic">Boccaccio autore e copista</hi>, Mandragora, Firenze 2013 e G. Brunetti <hi rend="italic">et. al</hi>. (a cura di), <hi rend="italic">Autografi dei letterati italiani. Le Origini e il Trecento</hi>, Roma, Salerno 2013.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-029-backlink">11</ref></hi>	Giovenale, <hi rend="italic">Satire.</hi>, 6, 460.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-028-backlink">12</ref></hi>	M. Petoletti, <hi rend="italic">Il Marziale autografo di Giovanni Boccaccio</hi>, «Italia medioevale e umanistica», XLVI, 2005, pp. 35-55; Id., <hi rend="italic">Le postille di Giovanni Boccaccio a Marziale (Milano, Biblioteca Ambrosiana, C 67 sup.)</hi>, «Studi sul Boccaccio», XXXIV, 2006, pp. 103-184.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-027-backlink">13</ref></hi>	Su Paolo Da Certaldo si veda L. De Angelis, <hi rend="italic">Paolo di Messer Pace da Certaldo</hi>, s.v., in <hi rend="italic">Dizionario Biografico degli italiani</hi>, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, vol. 81, Roma 2014, pp. 183-185; V. Branca,<hi rend="italic"> Mercanti scrittori. Ricordi nella Firenze tra Medioevo e Rinascimento</hi>, Rusconi, Milano 1986, pp. 1-99. Si vedano anche le due edizioni del <hi rend="italic">Libro di buoni costumi</hi>, la prima a cura di S. Morpurgo (Le Monnier, Firenze 1921), la seconda di A. Schiaffini (Le Monnier, Firenze 1945).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-026-backlink">14</ref></hi>	Rondinelli, <hi rend="italic" >«Ho udito dire mille volte…»</hi>,<hi rend="italic"> </hi>cit., p. 305. Per un’ulteriore panoramica sul proverbio e le novelle cfr. F. Palma, <hi rend="italic">Paremiografia e funzioni del proverbio nelle </hi>Novelle <hi rend="italic">di Matteo Maria Bandello</hi>,<hi rend="italic"> </hi>«Lettere Italiane», LXXI (2), 2019, pp. 293-315 (spec. pp. 294-297).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-025-backlink">15</ref></hi>	Tutte le citazioni dal <hi rend="italic">Decameron </hi>saranno tratte da G. Boccaccio, <hi rend="italic">Decameron</hi>, ed. a cura di A. Quondam et al., BUR, Milano 2013; le citazioni sono tratte rispettivamente da pp. 270, 457, 716 (corsivo mio).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-024-backlink">16</ref></hi>	Si veda il punto 14.6 della sezione <hi rend="italic">Le parole e le cose</hi> in ivi, p. 1759.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-023-backlink">17</ref></hi>	Cfr. ivi, p. 1446.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-022-backlink">18</ref></hi>	Come notata anche da Alfano in ivi, p.1379. Particolarmente importanti i paragrafi 74-77 (ivi, pp. 185-186).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-021-backlink">19</ref></hi>	Cfr. ivi p. 1448.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-020-backlink">20</ref></hi>	Alfano nota come manchi una sicura fonte diretta, ma il tema sia di ampissima circolazione tra Oriente e Occidente sia in antico che nel Medioevo; ivi, p. 1379.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-019-backlink">21</ref></hi>	Cfr. ivi, p. 1451.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-018-backlink">22</ref></hi>	Albertano da Brescia, <hi rend="italic">Liber de coctrina dicendi et tacendi. la parola del cittadino nell’Italia del Duecento</hi>, ed. a cura di P. Navone, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 1999.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-017-backlink">23</ref></hi>	Cfr. M. Zaccarello, <hi rend="italic">Ingegno naturale e cultura materiale: i motti degli artisti nel Trecento Novelle</hi> <hi rend="italic">di Franco Sacchetti</hi>, «Italianistica» 2, 2009, pp. 129-140; Id., <hi rend="italic">Indovinelli, paradossi e satira del saccente: ‘naturale’ e ‘accidentale’ nei ‘Sonetti del Burchiello’</hi>, «Rassegna europea di letteratura italiana», 15, 2000, pp. 111-127.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-016-backlink">24</ref></hi>	<hi rend="italic">Dialogo di Salomone e Marcolfo</hi>, a cura di Q. Marini, Salerno, Roma 1991.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-015-backlink">25</ref></hi>	Boccaccio, <hi rend="italic">Decameron</hi>,<hi rend="italic"> </hi>cit.,<hi rend="italic"> </hi>p. 1455.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-014-backlink">26</ref></hi>	Cfr. ivi, p. 1455.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-013-backlink">27</ref></hi>	Sulla questione del titolo del <hi rend="italic">Corbaccio</hi> e sul suo significato cfr. M. Zaccarello, <hi rend="italic">Del corvo, animale solitario, ancora un’ipotesi per il titolo del Corbaccio</hi>, «Studi sul Boccaccio», XLII, 2014, pp. 179-194; C.S. Nobili, <hi rend="italic">Per il titolo del </hi>Corbaccio, «Studi e problemi di critica testuale», XLVIII, 1994, pp. 93-114; A. Rossi, <hi rend="italic">Proposta per un titolo del Boccaccio: il ‘Corbaccio’</hi>, «Studi di filologia italiana», XX, 1962, pp. 383-390.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-012-backlink">28</ref></hi>	Boccaccio, <hi rend="italic">Decameron</hi>, cit., pp. 1378-1380.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-011-backlink">29</ref></hi>	Cfr. ivi, p. 1454.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-010-backlink">30</ref></hi>	Cfr. Paolo da Certaldo, <hi rend="italic">Libro de</hi><hi rend="italic">’ buoni costumi</hi>,<hi rend="italic"> </hi>ed. a cura di A. Schiaffini, Le Monnier, Firenze 1945, p. 137, n. 209.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-009-backlink">31</ref></hi>	K.P. Clarke, <hi rend="italic">Taking the proverbial: Reading (at) the Margins of Boccaccio’s </hi>Corbaccio, «Studi Sul Boccaccio» XXXVIII, 2010, pp. 105-144, cit. p. 106; Id., <hi rend="italic">Leggere il Decameron a margine del codice Mannelli</hi>, in G. Anselmi <hi rend="italic">et</hi>. <hi rend="italic">al</hi>. (a cura di), <hi rend="italic">Boccaccio e i suoi lettori</hi>, il Mulino, Bologna 2013, pp. 195-208. Lo studioso riprende la definizione di M. Parkes, <hi rend="italic">The literacy of the laity</hi>, in D. Daichaes <hi rend="italic">et al. </hi><hi >(eds.), </hi><hi rend="italic" >Literature and western civilization: the Mediaeval World</hi><hi >, Aldus, London 1973, pp. 555-577. </hi>Le postille del Mannelli sono state inoltre brevemente lette e analizzate da Stefano Carrai in quanto «effettivamente degne del massimo interesse, configurandosi in pratica come un primissimo abbozzo di commento al <hi rend="italic">Decameron</hi>», cfr. S. Carrai, <hi rend="italic">La prima ricezione del </hi>Decameron <hi rend="italic">nelle postille di Francesco Mannelli</hi>,<hi rend="italic"> </hi>in M. Picone (a cura di), <hi rend="italic">Autori e lettori del Boccaccio</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Atti del convegno internazionale (Certaldo 20-22 settembre 2001), Cesati, Firenze 2002, pp. 99-111, cit. p. 99.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-008-backlink">32</ref></hi>	Per tutte le citazioni del testo utilizzo l’edizione critica: F. Sacchetti, <hi rend="italic">Trecento Novelle, </hi>ed. critica a cura di M. Zaccarello, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2014. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-007-backlink">33</ref></hi>	Cfr. ivi, p. 197. Il Sacchetti insiste spesso nelle sue novelle sull’<hi rend="italic">interpretatio nominis</hi>, su questa attitudine si veda: M. Zaccarello, <hi rend="italic">Storicità, correlazione, espressionismo nell’onomastica sacchettiana</hi>, «Il Nome nel Testo», VII, 2005, pp. 177-190. L’atteggiamento non è certamente nuovo nella novellistica ed è presente anche nel <hi rend="italic">Dec.</hi>, cfr. R. Ambrosini, <hi rend="italic">Sull’onomastica nel </hi>Decameron, «Rassegna europea di Letteratura Italiana», XVI, 2000, pp.13-32.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-006-backlink">34</ref></hi>	Cfr. Sacchetti, <hi rend="italic">Trecento Novelle</hi>,<hi rend="italic"> </hi>cit., p. 198.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-005-backlink">35</ref></hi>	Cfr. ivi, p. 200.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-004-backlink">36</ref></hi>	Cfr. Boccaccio, <hi rend="italic">Decameron</hi>, cit. p. 1448 (IX, 9, 7): «Per che m’agrada di raccontarvi un consiglio renduto da Salomone, sì come utile medicina a guerire quelle che così son fatte da cotal male; il quale niuna che di tal medicina degna non sia reputi ciò esser detto per lei […]». Boccaccio però, a differenza di Sacchetti, non cita il possibile effetto negativo della bastonatura sulle donne che già si attengono alle regole di obbedienza coniugale.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-003-backlink">37</ref></hi>	In generale, sull’utilizzo dei proverbi nel Sacchetti si veda F. Brambilla Ageno, <hi rend="italic">Ispirazione proverbiale del «Trecentonovelle»</hi>, «Lettere Italiane», X, 1958, pp. 288-305. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-002-backlink">38</ref></hi>	Giovanni Fiorentino, <hi rend="italic">Il Pecorone</hi>, ed. a cura di E. Esposito, Longo, Ravenna 1974; da qui tutte le successive citazioni del testo.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-001-backlink">39</ref></hi>	<hi rend="italic">I Motti e Facezie del Piovano Arlotto</hi>, ed. a cura di G. Folena, Ricciardi, Milano-Napoli 1995 (ed. orig. 1953); da qui tutte le successive citazioni del testo.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-000-backlink">40</ref></hi>	La bastonatura del cavallo come unico mezzo per far muovere l’animale, ma slegata dalla metafora femminile è inoltre presente anche in <hi rend="italic">Motti e Facezie</hi> fac. 10 e in A. Poliziano, <hi rend="italic">Detti Piacevoli</hi> (a cura di T. Zanato, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1983) detto 346, dipendente con ogni probabilità da una redazione scritta della silloge arlottiana diversa da quella a noi giunta. Non mancano anche nel Poliziano importanti testimonianze misogine o assimilabili ai proverbi menzionati in questo scritto, ma di cui non ho avuto modo di parlare. </p>
      
      
      
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