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        <title type="main" level="a">L’Urbano. Origine e fortuna di una novella pseudo-boccaccesca</title>
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          <resp>This is a section of <title>Intorno a Boccaccio / Boccaccio e dintorni 2019</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-236-2</idno>) by </resp>
          <name>Giovanna Frosini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2020">2020</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-236-2.11</idno>
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        <p>The paper pursues an investigation on an apocryphal text still underinvestigated by scholars: the Urbano, falsely attributed to Boccaccio. The first part focuses on its fortune in the Boccaccio’s canon, from the first edition of the Vocabolario della Crusca to the Boccaccio’s complete works edited in the Ottocento; furthermore, are pointed out its connections with the Libellus de Constantino Magno eiusque matre Helena, the main source of the plot, and with other genealogical medieval tales, such as the Libro imperiale and the Manfredo. The second part focuses on the manuscript tradition of the text, in order to demonstrate as its circulation in Quattrocento’s miscellaneous manuscripts of rhetorical texts in the vernacular, containing several texts by Boccaccio, has probably influenced the spurious attribution.</p>
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            <item>pseudo-Boccaccio; genealogical tales; miscellaneous manuscripts.</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-236-2.11<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-236-2.11" /></p>
      
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">L’<hi rend="italic">Urbano</hi>. Origine e fortuna di una novella pseudo-boccaccesca<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1">*</hi></p><p rend="h1_author">Camilla Russo, Giulio Vaccaro</p><p rend="h2">1. L’<hi rend="italic">Urbano</hi> e la novellistica genealogica tra Tre e Quattrocento</p><p rend="text">In 43 voci della prima impressione del <hi rend="italic">Vocabolario degli Accademici della Crusca </hi>(1612) è citato tra le opere di Giovanni Boccaccio, sulla scorta dell’edizione Giunti del 1598, l’<hi rend="italic">Urbano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-060-backlink"><ref target="11.html#footnote-060">1</ref></hi></hi>. L’opera continua a essere citata, sempre con l’attribuzione a Boccaccio, anche nella seconda impressione (1623; in 44 voci) e poi nella terza (1691; con un vistoso incremento di citazioni, ben 69)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-059-backlink"><ref target="11.html#footnote-059">2</ref></hi></hi>. Solo a partire dalla <hi rend="italic">Tavola dei citati</hi> della quarta Crusca (1729-1738) – vero monumento della filologia settecentesca, come ha sottolineato Valentina Pollidori<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-058-backlink"><ref target="11.html#footnote-058">3</ref></hi></hi> – gli accademici sottrassero l’opera alla paternità boccaccesca<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-057-backlink"><ref target="11.html#footnote-057">4</ref></hi></hi>. La dissero anzi:</p><p rend="quotation_b">Opera da alcuni erroneamente attribuita a Messer Giovanni Boccacci (339) Si cita l’edizione de’ Giunti del 1598. in 8.</p><p rend="quotations_quotation_b3">(339) Tra gli scritti di Don Vincenzio Borghini, che erano già in mano di Baccio Valori, poi de’ Guicciardini, ed ora per la maggior parte sono passati nella Librería del Marchese Carlo Rinuccini, è una Lettera, nella quale il Borghini chiaramente dimostra, che l’Urbano non è opera del Boccaccio. Se ne trascriverà quì una parte, perché vedano i Lettori, che non senza fondamento nella presente impressione ci siamo allontanati dal sentimento de’ primi Compilatori: All’Urbano diedi già è molti anni un’occhiata, e mi parve, per quel, che mi posso ben ricordare, molto lontano dalla lingua, e dalla invenzione del Boccaccio. E quantunque si potesse credere da alcuni scritto nella sua gioventù, e ne’ tempi del Filocolo, veggendovisi alcuni modi del parlare di quel libro, e spezialmente molti aggiunti gonfiati, o vani, o vogliamo dire oziosi, tuttavia il nervo, e la proprietà della lingua non v’è, e si conosce agevolmente d’un altro secolo… A questo s’aggiugne, che io non l’ho mai veduto tenere in conto alcuno, ma nè pure ricordare da’ nostri, né da quei del 27. o da altri dietro a loro di molta pratica, e buon giudizio, ed è una novella, o poco da lei variata, che va attorno in un libretto di cose di Roma, che già se ne soleva vedere, non mi ricordo appunto con qual titolo, e poco rileva il cercarne. Emmi venuto voglia di rivederlo un poco, e finalmente sebben poche facce ne ho letto, mi confermo affatto nella primiera opinione, che sia d’ogn’altr’uomo opera, che di lui… Il Libro, che io dicea di sopra, l’ho pur ritrovato, e si chiama Imperiale, nè accade dubitare, che sia composizione d’altri, che del Boccaccio, perché vi è il nome dell’Autore, che fu un Cambio di Stefano da Città di Castello Canonico di San Fiordo, che lo scrisse intorno all’anno 1400. ed è stata rinnovata da chicchessia a’ tempi nostri, e quel, che in questo si dice Urbano, quì si chiama Selvaggio, e Lucida è mutata in Lucrezia, e vi sono alcune altre varietà della nascita sua, e de’ paesi, come fanno i ladri, che alle mezzine, e secchie rubate scambiano i manichi, perché non si riconoscano. Questo Libro comincia dalle cose di Cesare, e poi d’Augusto, e viene giù un pezzo con molte favole, fralle quali mescola la novella di questo Selvaggio… Ora credo a novantotto per cento, che qualcuno abbia voluto provarsi, se sapeva contraffare il Boccaccio, ma con poco giudizio, e manco ventura ec. Un testo del Libro suddetto chiamato Imperiale è tra’ MS. de’ Guadagni dietro un Valerio Massimo segnato col num. 166. e tragli Scritti dello Stritolato [Pier Francesco Cambi] conservati nell’Accademia è mentovato un altro Testo di quest’Opera, l’autore del quale è chiamato Cane da Castello, il qual Testo era stato copiato l’anno 1463. da Pagolo Piccardi Cittadino Fiorentino.</p><p rend="text">Gli accademici fondano, dunque, l’esclusione del testo dal canone boccaccesco sulla base del parere espresso da Vincenzio Borghini in una lettera (con data e destinatario ignoti) che si incontra nelle <hi rend="italic">Prose fiorentine</hi> raccolte da Carlo Dati, pubblicata poi nel 1745<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-056-backlink"><ref target="11.html#footnote-056">5</ref></hi></hi>. Agli accademici, in ogni caso, la lezione borghiniana arriva grazie agli studi di Tommaso Bonaventuri, riassunti in una lettera a Rosso Antonio Martini datata 2 maggio 1725, che si conclude per l’appunto con la citazione dell’ampio passo borghiniano riportato in modo pressoché integrale nella <hi rend="italic">Tavola</hi>. La lettera del Bonaventuri fu poi pubblicata integralmente nel 1814 da Luigi Fiacchi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-055-backlink"><ref target="11.html#footnote-055">6</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">I motivi che inducono Bonaventuri a sottrarre l’<hi rend="italic">Urbano</hi> al canone boccaccesco sono essenzialmente l’assenza di manoscritti antichi (ossia trecenteschi), il che implicherebbe o che l’opera sia moderna o che essa non sia stata ritenuta, già in antico, degna d’essere copiata, il che non sarebbe accaduto se la si fosse ritenuta del Boccaccio; il fatto che nessuno dei principali studiosi cinquecenteschi del Boccaccio (Bembo, Salviati, Borghini e i deputati su tutti) menzioni mai l’<hi rend="italic">Urbano</hi> tra le opere del Certaldese e che il testo, anzi, è «stato sempre sepolto nelle tenebre dell’oblivione» (p. 8); la parte più rilevante delle considerazioni del Bonaventuri, tuttavia, muove sul piano stilistico o narrativo. Il novellatore, per esempio, «non badò a porre i nomi acconci, a divisare il carattere de’ Personaggi che egli introduce a ragionare, nè le sue parole furono ad essi dicevoli e proprie» (p. 9); molte sono anche le ridondanze o le incongruenze del racconto, come per esempio la presenza di due fratelli di Blandizio che non hanno alcuna parte attiva nella narrazione, o come l’inverosimiglianza del fatto che il (presunto) figlio di un oste potesse avere stretta familiarità col figlio di un imperatore o che il soldano di Babilonia mandasse in sposa la figlia col primo venuto, ancorché costui si dichiarasse figlio dell’imperatore, senza chiedere ulteriori informazioni e, soprattutto, senza un’adeguata scorta. Bonaventuri segnala infine una serie di incongruità lessicali che ritiene senza dubbio non attribuibili al Boccaccio, e probabilmente neppure a un toscano (per esempio <hi rend="italic">brodo a ritaglio</hi>, che non trova riscontri in altri testi)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-054-backlink"><ref target="11.html#footnote-054">7</ref></hi></hi>. Nonostante gli argomenti portati dal Bonaventuri fossero tutti abbastanza solidi, l’aura del Boccaccio, in ogni modo, rimase ancora per oltre un secolo sull’<hi rend="italic">Urbano</hi>: lo attribuiscono infatti ancora al Certaldese non soltanto l’edizione parmense del 1801 (uscita prima della pubblicazione della lettera bonaventuriana da parte del Fiacchi), ma anche l’edizione contenuta nell’<hi rend="italic">opera omnia</hi> volgare del Boccaccio, pubblicata nel corso degli anni Trenta per le cure di Ignazio Moutier, editore tutt’altro che sprovveduto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-053-backlink"><ref target="11.html#footnote-053">8</ref></hi></hi>. È questa l’ultima edizione dell’<hi rend="italic">Urbano</hi>, su cui, di lì in poi, è sceso di fatto il silenzio critico ed editoriale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-052-backlink"><ref target="11.html#footnote-052">9</ref></hi></hi>,<hi > là dove si eccettuino i lavori di Achille Coen prima e di Amos Parducci poi, e un cospicuo numero di studi dedicati alla ricezione francese dell’opera nel Cinquecento</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-051-backlink"><ref target="11.html#footnote-051">10</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La vicenda narrata nell’<hi rend="italic">Urbano</hi> è piuttosto complicata: dopo una giornata di caccia nei pressi della corte (a Roma), l’imperatore Federico Barbarossa, che per inseguire un cinghiale è rimasto isolato dai suoi famigli, giunge in una casetta, dove s’imbatte in una giovane, Silvestra, e la violenta. Poiché la giovane non smette di piangere dopo la violenza subita, l’imperatore (che non si è palesato come tale) le dà in pegno un anello, promettendo di ritornare e di provvedere a un successivo matrimonio riparatore. Federico, tuttavia, sparisce e Silvestra, insieme con la madre (che poco dopo muore), si reca a Roma, dove viene accolta nella casa dell’ostiere presso cui la madre presta servizio; qui partorisce un figlio maschio, cui mette nome Urbano; allo stesso tempo nasce anche il figlio legittimo dell’imperatore, cui viene dato il nome di Speculo, la cui madre, Smiralda, muore di parto. I due bambini crescono e, ignari di essere figli dello stesso padre, divengono amici. Passano quattordici anni, e un giorno tre fratelli mercanti fiorentini (Pippo Scarmo e Pirotto, guidati da Blandizio) arrivano alla locanda di Silvestra. Notata la somiglianza di Urbano con Speculo, decidono di approfittarne per escogitare una truffa ai danni del sultano d’Egitto, acerrimo nemico dell’imperatore: Urbano dovrà imbarcarsi con loro fino al Cairo fingendosi Speculo e portare un messaggio di pace al sultano, in modo da estorcergli con l’inganno doni destinati a Federico. Il giovane, che non sopporta di dover prestare servizio in una locanda, accetta la proposta senza esitare. Il gruppo va dunque a Genova e di qui parte per il Cairo. Giunti a destinazione, tuttavia, gli impostori scoprono che il sultano ha una splendida figlia in età da marito, e decidono di rivedere i loro piani: Urbano dovrà chiedere la giovane in sposa, in modo da ottenere anche la dote. Il piano va in porto, tanto più che il finto principe si innamora davvero, ricambiato, della bella Lucrezia, e le nozze vengono celebrate. Prima di ripartire alla volta di Roma, la madre di Lucrezia dona di nascosto alla figlia due pietre preziosissime, raccomandandole di non separarsene mai. Durante uno scalo su un’isola deserta, mentre i giovani consumano il loro matrimonio, i mercanti decidono di abbandonarli, portando con sé tutti i doni mandati dal Sultano a Federico; giungono dunque a Genova e di qui si recano a Parigi, dove stabiliscono di trascorrere il resto della loro vita; il proprietario della nave, invece, decide di trasferirsi in Catalogna. Nel frattempo, i giovani e la vecchia balia di Lucrezia stanno per morire di fame, ma vengono salvati da alcuni mercanti (guidati da Gherardo) che si stanno recando a Napoli. Di qui i giovani partono per Roma, dove Lucrezia vende una delle gemme donate dalla madre e compra così un grande palazzo esattamente di fronte a quello dell’imperatore, cui intanto è morto il figlio Speculo. Dopo aver visto Blandizio e i suoi fratelli (giunti a Roma come ambasciatori del re di Francia, in vista della guerra contro il sultano), Lucrezia decide di farsi riconoscere dall’imperatore. Ha quindi luogo l’<hi rend="italic">agnitio</hi> finale, non solo di Lucrezia ma anche di Silvestra (che diventa moglie di Federico e imperatrice) e di Urbano; il padrone della nave salvatrice, ingiustamente accusato, viene fatto liberare da Lucrezia, mentre i mercanti ingannatori vengono puniti.</p><p rend="text">Come notava già Borghini, la storia rimanda assai da vicino a quanto narrato in un’altra opera volgare, composta a Roma tra gli anni Settanta e Ottanta del Trecento, e assai diffusa fino al Quattrocento inoltrato: il <hi rend="italic">Libro imperiale</hi>. Il <hi rend="italic">Libro imperiale</hi> si compone di due parti distinte: la prima, articolata in quattro libri, e presente in tutti i manoscritti tranne uno, è la sola che arriva alla stampa e ripropone per il primo e il secondo libro il testo dei <hi rend="italic">Fatti di Cesare</hi>. Il terzo libro, dopo il proemio (cap. 1), narra la guerra tra Ottaviano, Antonio, Bruto e Cassio (capp. 2-17) e prosegue quindi con l’episodio dell’adorazione di Cristo da parte di Ottaviano (cap. 18). Con questo capitolo termina la parte propriamente storica e comincia invece la parte genealogica, prima con la narrazione dell’impero di Iulio, successore di Ottaviano, che regnò per sei anni prima di Tiberio (cap. 19) e quindi con la narrazione della nascita dei Colonna (cap. 20). Terminata la genealogia colonnese, la storia nel <hi rend="italic">Libro imperiale</hi> fa un passo indietro e torna prima a Giulio Cesare e racconta quindi le vicende del figlio avuto con Cleopatra, Cesarione. Cesarione – riconosciuto legittimo re dell’Egitto da Ottaviano – regnò per ventitré anni; gli succedettero quindi il figlio Talamo, che regnò trentadue anni, e poi Menzio (che regnò tredici anni), Salario (che regnò sedici anni) e infine «il crudele re Pompilio», che, dopo aver regnato per diciannove anni e quattro mesi, fu ucciso durante un tumulto. La «donna» di Pompilio fuggì, portando in grembo il figlio del re: giunse dunque, dopo un viaggio in nave, in Italia, a Gaeta, e partorì il figlio (chiamato Selvaggio) a Tagliacozzo. Questi venne dunque portato a Laurento e affidato a una donna, Diosita, cui vengono dati anche una corona e una palla che Ottaviano aveva donato a Cesarione quando lo aveva fatto re d’Egitto. Di qui la vicenda prosegue (pur con qualche ampliamento narrativo) secondo lo schema già visto nell’<hi rend="italic">Urbano</hi>. Dopo il riconoscimento dell’origine imperiale di Selvaggio, che diviene imperatore col nome di Massimo, il <hi rend="italic">Libro imperiale</hi> si conclude legando questa vicenda all’origine dei Prefetti di Vico, a loro volta discesi dal figlio di Massimo, di nome – per l’appunto – Prefetto (L. IV, cap. 66), il cui patrimonio fu confermato dal nuovo imperatore, Severino (cap. 67) e ampliato attraverso dodici figli (cap. 68). Dopo un capitolo sulla donazione di Costantino (cap. 69), riprende la narrazione della vicenda dei Prefetti (capp. 70-78) con una breve digressione per descriverne l’arma (cap. 75). Un rimaneggiamento dal <hi rend="italic">Libro imperiale</hi>, corrispondente alla porzione L. III, cap. 23-28, ha anche una circolazione autonoma, apparentemente episodica, sotto il titolo di <hi rend="italic">Novella del figliuolo di Pompilio</hi>: ne ho notizia solamente nel quattrocentesco ms. Firenze, Biblioteca Riccardiana, 2254 (il testo è edito diplomaticamente da Gaetano Romagnoli in appendice alla cosiddetta <hi rend="italic">Storia della crudele matrigna</hi>)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-050-backlink"><ref target="11.html#footnote-050">11</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La stretta vicinanza narrativa tra <hi rend="italic">Libro imperiale </hi>e <hi rend="italic">Urbano</hi> aveva portato il Borghini a ipotizzare per entrambe le opere un unico autore da identificare o con il <hi rend="italic">Cam/Can/Cambio</hi>/<hi rend="italic">Camillo</hi> che compare in una parte della tradizione del <hi rend="italic">Libro imperiale</hi>, o con Giovanni Bonsignori, cui rimandano alcuni elementi interni (primo tra tutti il richiamo costante alle <hi rend="italic">Metamorfosi</hi> di Ovidio, di cui esiste un rimaneggiamento realizzato dal Bonisgnori medesimo), e cui parrebbero rimandare anche le ragioni genealogiche del racconto: al Bonsignori si deve infatti anche un poemetto, oggi perduto, sull’origine della famiglia Frangipane, fatta risalire alla <hi rend="italic">gens</hi> Anicia e a Gregorio Magno.</p><p rend="text">Tuttavia la fonte prima dell’<hi rend="italic">Urbano</hi> non è neppure, come pensava Borghini, da ricercare direttamente nel <hi rend="italic">Libro imperiale</hi>: questo, quello (e altri testi ancora) attingono tutti da un’opera latina bassomedievale, apparentemente assai più fortunata nella ricezione volgare che nella trasmissione latina (appena quattro manoscritti, di cui uno – il tardo Chigiano <ref target="http://Q.II">Q.II</ref>.51 – che tramanda una seconda redazione): il <hi rend="italic">Libellus de Constantino Magno eiusque matre Helena</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-049-backlink"><ref target="11.html#footnote-049">12</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> La storia narrata in quest’anonima opera si origina, in realtà, dalla fusione di due parti originariamente distinte, come dimostrato da Achille Coen (1881-82). Nella prima di esse si narra la vicenda di Elena: venuta a Roma da Treviri per recarsi in pellegrinaggio alla chiesa degli apostoli Pietro e Paolo, incontra casualmente l’imperatore romano Costanzo, che s’invaghisce di lei. Trattenuta con una scusa a Roma, la giovane viene violentata dall’Imperatore, scopre quindi di essere incinta e decide, per la vergogna, di rimanere a Roma, ospite di alcuni buoni cristiani. Partorisce dunque un figlio, cui pone nome Costantino. A quest’altezza del racconto si innesta la seconda parte. Circa dieci anni dopo la nascita di Costantino, mentre infuriava un’aspra guerra tra l’imperatore romano e quello greco, due mercanti romani, grandemente stimati dall’imperatore greco, incontrano Costantino. Ammirandone la bellezza e il nobile portamento, e saputolo privo di padre e figlio di una donna poverissima, decidono di portare con loro il fanciullo, di educarlo e di presentarlo all’imperatore greco come figlio di Costanzo, dicendo che l’imperatore romano voleva che il proprio figlio sposasse la figlia dell’imperatore greco: in questo modo essi avrebbero ottenuto grandi ricchezze e avrebbero portato un gran danno al nemico dei Romani. Dopo circa tre anni, i mercanti partono da Roma alla volta della Grecia; qui espongono la simulata ambasceria e ottengono di portare con loro a Roma la figlia dell’imperatore. Sulle navi vengono caricate grandi ricchezze, mentre l’imperatrice consegna di nascosto alla figlia alcune pietre d’oro e gemme purissime. Le navi salpano alla volta di Roma e i due promessi sposi vengono abbandonati, nottetempo, su un’isola deserta. Salvati da una nave di passaggio giungono a Roma e si presentano a Elena: grazie alle gemme portate dalla figlia dell’imperatore, aprono una locanda. Dopo circa sei anni, Costantino acquista gloria <hi rend="italic">in hastiludiis et torneamentis</hi>, fino a essere notato dall’imperatore, che gli chiede di esporre la propria origine. A questo punto si ha l’agnizione di Costantino e lo scioglimento dell’intera vicenda, con la celebrazione di un nuovo matrimonio e la pubblicazione dei decreti che dichiarano Costantino erede dei due imperi.</p><p rend="text">Di questo testo esistono almeno cinque differenti versioni: alle due redazioni del <hi rend="italic">Libellus</hi> (raccolte da Parducci sotto la sigla A<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-048-backlink"><ref target="11.html#footnote-048">13</ref></hi></hi>), vanno infatti aggiunte l’<hi rend="italic">Instoria Helene matris Constantini Inperatoris</hi> scoperta dal Parducci nel codice 1755 della Biblioteca Statale di Lucca (siglato L da Parducci<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-047-backlink"><ref target="11.html#footnote-047">14</ref></hi></hi>), il <hi rend="italic">De nativitate Constantini imperatoris</hi> scoperto da Hilka nel clm 19544 della Bayerische Staatsbibliothek di Monaco<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-046-backlink"><ref target="11.html#footnote-046">15</ref></hi></hi>, la narrazioni fatte nella nell’<hi rend="italic">Historia imperialis</hi> di Giovanni da Verona (chiamata B da Parducci) e nel <hi rend="italic">Chronicon imaginis mundi</hi> di Iacopo d’Acqui (C in Parducci). Si trattava, dunque, di un materiale abbondantemente disponibile in epoca medievale, che confluisce anche in altri testi, come per esempio nel <hi rend="italic">Dittamondo</hi> (L. II, cap. 11, vv. 46-69) o nel volgarizzamento italiano della <hi rend="italic">Legenda aurea </hi>realizzato da Nicolò Manerbi, che dichiara di trarre la leggenda di sant’Elena dalla <hi rend="italic">Historia imperialis</hi> di Giovanni da Verona (probabilmente con la mediazione del <hi rend="italic">Catalogus Sanctorum</hi> di Pietro Nadal).</p><p rend="text">Sarà tuttavia opportuno ricordare che il <hi rend="italic">Libellus</hi> ha, molto probabilmente, già un’origine encomiastico-genealogica. Come ha proposto convincentemente Giulietta Giangrasso, la composizione del testo andrebbe collocata tra il 1290 e il 1305, quando il re di Boemia Venceslao II riuscì, attraverso una serie di unioni dinastiche, a unificare sotto un’unica corona i regni di Boemia, Polonia e Ungheria, creando di fatto un complesso statale che si estendeva dalle pianure russe e dal Baltico all’Adriatico. In quest’ottica Venceslao sarebbe dunque il novello Costantino che, attraverso le nozze, ha nuovamente unito Oriente e Occidente.</p><p rend="text">La possibile origine boema è interessante anche per un altro motivo, ossia per il legame con il primo testo di area italiana in cui si riverberano echi del <hi rend="italic">Libellus</hi>. Si tratta della lettera scritta nell’agosto del 1350 da Cola di Rienzo a Carlo IV di Boemia. Cola scrive all’imperatore una lunga lettera nella quale chiede insistentemente di essere liberato, adducendo tre motivi: il primo è la paura della fama di eretico che gli deriverebbe dalla carcerazione, il secondo è il danno alla salute che gli sarebbe procurato dalla carcerazione, il terzo è la rivelazione di un grande <hi rend="italic">arcanum</hi> che Cola ha da fare all’imperatore. L’<hi rend="italic">arcanum </hi>sono i fatti accaduti nel maggio del 1312, quando l’imperatore Enrico VII era sceso a Roma con l’idea di farsi incoronare in San Pietro; ciò, tuttavia, gli fu impedito da alcuni guelfi romani e fu incoronato a San Giovanni in Laterano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="11.html#footnote-045">16</ref></hi></hi>. L’imperatore – prosegue Cola – volle comunque recarsi in visita a San Pietro, accompagnato da una guida «qui vias occultas agnosceret, et cum eo in habitu peregrino». La voce, tuttavia, si diffonde rapidamente, sicché l’imperatore e la sua guida sono costretti non solo a desistere dal loro proposito, ma anche a nascondersi rapidamente in una <hi rend="italic">taberna publica</hi> per non essere scoperti:</p><p rend="quotation_b">Quam quidem vocem ubilibet susurratam imperator et Latinus pariter advertentes per occultam viam, que dicitur Ripa fluminis, in qua domus mea permanet situata, ambo pariter transierunt. Verum cum sbarras domui mee propinquas ante clausas et custoditas adverterent, quasi simulantes in domo mea, que taberna erat publica, velle tunc bibere, intraverunt in illam, et deinde pro nocturna quiete hospitium et cameram petierunt. Qui a matre mea, absente tunc viro ad cuiusdam loci custodiam destinato, hospitati faerunt liberaliter et recepti. Et secundum aliquorum relationem per dies x et secundum aliquos per dies xv se infirmum simulans ibi latuit imperator, donec videlicet fuit illa in totum sublata suspicio et tante solicitudini et custodie finis datus. Et de hoc latitacionis puncto ab illis, qui cum eo tunc morabantur assidui, si aliquis vivit ut oppinor, poteritis, si recolunt, declarari<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="11.html#footnote-044">17</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Poco tempo dopo, il 16 agosto, Enrico VII moriva a Buonconvento, mentre a Roma nasceva postumo il figlio, Cola. Il fatto, raccontato dalla madre di Cola, Matalena, a un’amica, e da quest’ultima a un’altra amica, era rapidamente passato di bocca in bocca (<hi rend="italic">non modicum sussurratum</hi>); la moglie del taverniere Lorenzo, vicina alla morte, confessò il suo peccato a un sacerdote. Solo molti anni dopo la confessione di Matalena e dunque dopo lo svolgimento dei fatti narrati, Cola – alla morte del padre Lorenzo – venne a sapere dal sacerdote che aveva raccolto la confessione della madre e dall’amica la vicenda legata alla nascita.</p><p rend="text">Quali siano l’origine e la datazione dell’<hi rend="italic">Urbano</hi> è argomento controverso. La proposta di attribuire alla stessa mano sia l’<hi rend="italic">Urbano</hi> sia il <hi rend="italic">Libro imperiale</hi> era stata respinta seccamente da Achille Coen<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="11.html#footnote-043">18</ref></hi></hi>, che considerava l’autore del primo ben più attrezzato dal punto di vista letterario rispetto al secondo, giudicato invero assai modesto. Secondo Coen, infatti, «l’<hi rend="italic">Urbano</hi> […] sembrerebbe anteriore al <hi rend="italic">Libro Imperiale</hi>, in quanto che qualche circostanza accessoria dei fatti narrati dagli autori delle due opere apparisce intrata nel <hi rend="italic">Libro Imperiale</hi> dall’<hi rend="italic">Urbano</hi> e non viceversa. Ora, poich<hi >é</hi> il <hi rend="italic">Libro Imperiale</hi>, quantunque non si conosca precisamente di che anno sia, pure […] non può essere stato scritto né prima del 1377, n<hi >é</hi> molti anni dopo questa data, ne consegue che l’<hi rend="italic">Urbano</hi> deve collocarsi fra il 1375 e (per tenerci in uno spazio alquanto largo) il 1380» (<hi rend="italic">ibidem</hi>).</p><p rend="text">Vi è tuttavia un ulteriore punto che parrebbe dividere l’<hi rend="italic">Urbano</hi> dal <hi rend="italic">Libro imperiale</hi>: mentre il secondo ha, come si è detto, un intento genealogico, l’<hi rend="italic">Urbano</hi> si sviluppa esclusivamente sul fronte narrativo. Il racconto, del resto, non si preoccupa neppure di fornire un qualsivoglia aggancio storico alla realtà (l’unico possibile congruenza storica, peraltro assai lasca, è la preparazione di una spedizione contro il «Soldano» che potrebbe sovrapporsi alla terza crociata) e non pare nemmeno potersi agganciare alla narratologia genealogica del tempo. Piuttosto l’autore sembra voler legare la propria opera a fonti mitografiche classiche (d’altronde sulla falsariga del Boccaccio e del Bonsignori), come si evince dai numerosissimi parallelismi che vengono tracciati tra i protagonisti o le situazioni dell’<hi rend="italic">Urbano</hi> e alcuni personaggi mitologici: così il taglio della testa del cinghiale è come quello che fece «il giovane Meleagro, quando del capo ad Atalanta fece l’onoratro dono» (p. 6); all’arrivo dell’imperatore nella capanna, Silvestra «non altrimenti faceva per ascondersi che l’abbandonata Arianna del sopravvenente Bacco» (p. 7); lo stupro di Federico ricorda «la non colpevol Dafne in quelle [<hi rend="italic">scil.</hi> braccia] d’Apollo trasformata» (p. 9); accortasi di essere incinta, Silvestra pensa di «torsi la vita nel modo che la dolente Filli da Demofonte sposata» (p. 11); gli inganni che tessono i mercanti sono paragonati a quello di Teseo e a quello di Giasone (p. 20); la partenza delle navi dal Cairo è «da Nettuno e da Eolo favoreggiat<hi rend="italic">a</hi><hi >» (p. ٣٧); Urbano contempla la sua Lucrezia non credendo «Paris giammai contento quant’io si gloriasse della sua rapita Elena» (</hi><hi rend="italic">ibidem</hi>) e per tessere le lodi di Blandizio afferma che per gratitudine verso di lui «non prima sarò disceso in terra, che con solleciti passi di Giove, di Giunone e d’Imeneo visiterò con degne offerte i suoi benigni e sacri altari» (<hi rend="italic">ibidem</hi>), e nel dire queste parole «non altrimenti dicea, che faceva il re Tereo avendo seco in nave Filomena» (<hi rend="italic">ibidem</hi>); il garzone incaricato di uccidere Urbano e Lucrezia decide di risparmiarli convinto che sull’isola «a loro resterà di provvedere all’ingegno di Dedalo, o agl’incanti di Medea» (p. 40); quando Lucrezia si accorge di essere stata abbandonata sull’isola «umilmente la morte chiamava nel modo che la paurosa Andromeda nella riva» (p. 43). Il costante richiamo al mondo classico (talvolta anche incoerente, come nel caso della promessa di fare sacrifici agli altari di Giove, Giunone e Imeneo) pare sottrarre definitivamente il testo al Trecento, e collocarlo invece pienamente nel Quattrocento in un ambito umanistico, o almeno che aspirava a considerarsi tale. In ogni caso, come detto, la narrazione è tutta proiettata su un piano squisitamente narrativo. Ciò accade anche nella ripresa, ancorché parziale, della stessa vicenda che si trova in un testo certamente trecentesco. Si tratta di una novella tràdita in un unico manoscritto datato al 1377 (Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale <ref target="http://II.ii">II.<hi rend="CharOverride-2">ii</hi></ref><hi rend="CharOverride-2">.</hi>15). Nella novella il nucleo narrativo è ridotto alla seconda parte, quella delle avventurose vicende del protagonista (che qui si chiama Manfredo), e della sua nomina a erede dell’imperatore. Manca del tutto la parte dell’<hi rend="italic">agnitio</hi>. Manca, anzi, un qualunque ruolo per la madre del protagonista, che anzi è sempre qualificato solamente come il figlio di «Guido salsiere». Per questa via, anche la somiglianza con il figlio dell’imperatore viene proiettata su un piano completamente fortuito:</p><p rend="quotation_b">E ’l giovane disse: uno ch’a nome Guido, che fa la salsa e la mostarda, che sta alla piazza Traiana, si à uno suo figliuolo, <hi rend="italic">che risomiglia il figliuolo dello imperadore</hi>, e dicovi, che, <hi rend="italic">se fosse vestito d’uno panno col figliuolo dello imperadore, egli il risomiglia tanto, che non saria niuna persona che riconoscesse l’uno dall’altro</hi>; e però diremo a Guido suo padre, che noi vogliamo che questo suo garzone istia con noi, e noi il vestiremo a modo di figliuolo d’imperadore, e andrencene co molte navi e galee armate in Gostantinopoli, e diremo allo ’mperadore di Gostantinopoli, che questi è il figliuolo dello ’mperadore di Roma, e ch’egli il manda, che vuole ch’egli gli dia la figliuola per moglie; e lo ’mperadore di Gostantinopoli sarà molto allegro, e darágli molto tesoro: e in questo modo n’avremo tutto ciò ch’abbiamo perduto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="11.html#footnote-042">19</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La circolazione italiana del modello del <hi rend="italic">Libellus</hi>, dunque, muove su due linee principali: da un lato quello solo novellistico (<hi rend="italic">Urbano</hi> e <hi rend="italic">Manfredo</hi>), dall’altro quello delle ‘genealogie incredibili’ (Cola e Prefetti di Vico), per riprendere qui i termini di Roberto Bizzocchi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="11.html#footnote-041">20</ref></hi></hi>. In ogni caso, l’avvio della circolazione di queste narrazioni pare legato alla grande crisi dinastica prodottasi in Francia durante la prima fase della Guerra dei Cent’anni, con la morte di Filippo VI di Valois e con lo scontro per la successione al trono tra Giovanni II e Carlo II di Navarra. È infatti in seguito a questa crisi che cominciano a apparire per l’Europa i ‘re nascosti’, e conseguentemente comincia a diffondersi per l’Europa questa tipologia di testi genealogici<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="11.html#footnote-040">21</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">2. L’<hi rend="italic">Urbano</hi> e la sua fortuna manoscritta</p><p rend="text">Dopo aver chiarito il quadro storico entro cui nasce e si sviluppa l’<hi rend="italic">Urbano</hi> avviciniamoci al testo, per cercare di capire in quale ambiente venne composto e in che modo la falsa attribuzione al Certaldese, già autorevolmente smentita dal Borghini e dagli accademici della Crusca, possa averne influenzato la fortuna.</p><p rend="text">Come si è detto non esiste ancora un’edizione critica della novella<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="11.html#footnote-039">22</ref></hi></hi>: dopo il lungo silenzio seguìto all’edizione Moutier del 1834, che ne convalidava la paternità boccaccesca, è stato solo negli ultimi anni che gli studiosi hanno riaperto il dibattito critico. Fra i lavori più recenti vanno ricordati l’edizione della traduzione in francese dell’<hi rend="italic">Urbano</hi> condotta da Claudine Scève nel Cinquecento, pubblicata nel 2013 per la Droz a cura di Janine Incardona e Pascale Mounier<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="11.html#footnote-038">23</ref></hi></hi>, e soprattutto il recentissimo studio di Daniela Branca che affronta una puntuale ricognizione della tradizione manoscritta e a stampa della novella, corredata da una prima serie di sondaggi sui rapporti genealogici fra i testimoni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="11.html#footnote-037">24</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">L’edizione Incardona-Mounier segnalava cinque manoscritti: il Pal. 200 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, il Vat. Lat. 5337, i due Riccardiani 1078 e 1095 e, infine, il ms. 2001 della Hessische-Landes-und-Hochschulbibliothek di Darmstadt. Accanto a questi è stato possibile individuare, ad oggi, il ms. Bywater 37 della Bodleian Library di Oxford, il Laudense XXVIII.B.16 della Biblioteca Comunale di Lodi e un codice già conservato nella biblioteca privata dei Sigg. Coppi di Gorzano. Dobbiamo infine alla generosità di Daniela Branca l’averci segnalato i mss. Additional 10144 della British Library di Londra e Barb.Lat.4051 della Biblioteca Apostolica Vaticana<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="11.html#footnote-036">25</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Un primo esame del <hi rend="italic">corpus</hi> consentirà in questa sede di mettere a fuoco la tipologia ed eventualmente l’identità dei testi assieme ai quali la novella si tramanda più spesso – quello che Michael Reeve ha definito il <hi >«</hi>cluster of texts<hi >»</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="11.html#footnote-035">26</ref></hi></hi> – ma anche di provare a stabilire a che altezza sia stata introdotta la falsa attribuzione a Boccaccio, e come quest’ultima possa aver eventualmente influito sulla sua circolazione. </p><p rend="text">Il primo aspetto da rilevare è il fatto che la tradizione si compone interamente – stando almeno a questo primo, provvisorio censimento – di manoscritti quattrocenteschi, i più antichi dei quali non sembrano oltrepassare la metà del secolo. Il codice ex Coppi (d’ora in poi Co) riporterebbe sulla prima carta la data del 1463<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="11.html#footnote-034">27</ref></hi></hi>, che pure sembrerebbe di altra mano e non riferibile con sicurezza all’atto di copia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="11.html#footnote-033">28</ref></hi></hi>. Una data è presente anche nel Pal. 200 (d’ora in poi P), scritto da tre diverse mani, l’ultima delle quali si sottoscrive al gennaio del 1473-1474, secondo lo stile fiorentino; la novella, che pure si legge nella sezione precedente, potrebbe essere stata copiata nello stesso giro d’anni, come sembra suggerire la fisionomia unitaria del codice a livello di <hi rend="italic">mise en page</hi>, tipologia grafica e sistema di ornamentazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="11.html#footnote-032">29</ref></hi></hi>. Sono databili alla seconda metà del secolo il Laudense XXVIII.B.16 (L), l’Additional 10144 (A), il Vat. Lat. 5337 (V)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="11.html#footnote-031">30</ref></hi></hi>, il Bywater 37 (O) e il ms. 2001 di Darmstadt (D)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="11.html#footnote-030">31</ref></hi></hi>. Per quest’ultimo codice è possibile restringere ulteriormente l’arco cronologico grazie ai dati offerti nell’edizione critica del volgarizzamento quattrocentesco della <hi rend="italic">Pro Marcello</hi>, pure ospitato nel codice: dal momento che uno dei suoi discendenti, il ms. II.V.77 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, è sottoscritto al 1460<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="11.html#footnote-029">32</ref></hi></hi>, se ne può dedurre che anche D sia stato copiato prima di quella data<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="11.html#footnote-028">33</ref></hi></hi>. È ascrivibile grossomodo alla metà del Quattrocento il Barb. Lat. 4051 (B)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="11.html#footnote-027">34</ref></hi></hi>, mentre sembrano più tardi il Ricc. 1078 e 1095 (d’ora in poi R<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi> e R<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi>), databili all’ultimo quarto di secolo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="11.html#footnote-026">35</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Sette codici su dieci tramandano l’<hi rend="italic">Urbano</hi> in un contesto miscellaneo: si tratta in particolare di B, Co, D, P, R<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi>, R<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi>, V. Il dato non stupisce, trattandosi di un testo novellistico; più sorprendente, semmai, è che ben quattro di essi (D, V, R<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi> e R<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi>) appartengano a una tipologia antologica piuttosto connotata, quella delle raccolte di lettere e orazioni in volgare, all’interno della quale il genere della novella rappresenta di solito una presenza minoritaria. Essendo allestiti come prontuari per l’esercizio dell’attività politica, infatti, questi codici riunivano in prevalenza modelli esemplari di oratoria ed epistolografia, così da rispondere alle esigenze di quei cittadini, sempre più numerosi, che pur non avendo ricevuto una specifica formazione letteraria erano coinvolti nell’attività politica, e dovevano dunque preparare discorsi in volgare da pronunciare nelle diverse occasioni del cerimoniale cittadino. Questi codici, ideati probabilmente nei circoli dell’umanesimo civilmente impegnato dei Manetti e degli Acciaiuoli, e prima ancora del Filelfo e del Bruni, iniziarono a essere prodotti a Firenze intorno alla metà del Quattrocento – non a caso in concomitanza con l’ascesa dei Medici, che favorendo un più largo accesso alle cariche minori miravano a creare l’illusione di un potere ampiamente condiviso – e restarono popolarissimi fino alla fine del secolo, se si pensa che sono almeno 118 gli esemplari giunti fino a noi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="11.html#footnote-025">36</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Come possiamo vedere dalla tavola riportata in appendice, D, R<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi> e R<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi> presentano sillogi quasi identiche; l’affinit<hi >à </hi>strutturale, che riguarda sequenze di testi difficili da riprodurre in maniera poligenetica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="11.html#footnote-024">37</ref></hi></hi>, è confermata sul piano ecdotico almeno per il testo della <hi rend="italic">Novella di Seleuco</hi> e per quello del volgarizzamento quattrocentesco della <hi rend="italic">Pro Marcello</hi>, pubblicati in edizione critica rispettivamente da Nicoletta Marcelli e Sara Berti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="11.html#footnote-023">38</ref></hi></hi>. Mentre per la novella bruniana non ci sono indizi stemmatici per precisare ulteriormente i rapporti genealogici fra i testimoni, in base a quelli presentati nell’edizione del volgarizzamento ciceroniano il codice di <hi >Darmstadt </hi>sarebbe antigrafo degli altri due, che da questo sarebbero discesi in maniera collaterale. Quali che siano gli effettivi rapporti genealogici fra le tre raccolte, che bisognerà verificare tramite una <hi rend="italic">recensio</hi> condotta su tutti i testi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="11.html#footnote-022">39</ref></hi></hi>, si può osservare che esse si caratterizzano, rispetto al resto della tradizione, per due aspetti in particolare: il primo è l’ampia presenza della novellistica, genere, come si diceva, non molto frequentato dagli antologisti, che fatta eccezione per il <hi rend="italic">Seleuco</hi> tendono ad accogliere pochi testi, di solito relegati nella sezione finale delle raccolte. Il secondo dato risiede nello spiccato interesse per la figura di Leonardo Bruni. Nel codice di Darmstadt, in particolare, la <hi rend="italic">Novella di Seleuco</hi> funge in un certo senso da testo-cerniera fra la prima parte del codice, di carattere politico-civile e comprendente le vite bruniane di <hi rend="italic">Dante e del Petrarca</hi> e l’<hi rend="italic">Orazione per Niccolò da Tolentino</hi>, e la seconda, apparentemente meno impegnata ma non priva di una funzione esemplare, sia sul piano etico-morale che su quello retorico: vi si leggono il <hi rend="italic">Tancredi</hi> di Boccaccio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="11.html#footnote-021">40</ref></hi></hi>, l’<hi rend="italic">Urbano</hi>, il volgarizzamento del <hi rend="italic">De nobilitate</hi> di Buonaccorso da Montemagno il Giovane e la novella di Guglielma regina d’Ungheria. Se l’<hi rend="italic">Urbano</hi>, pure adespoto in tutti e tre i codici, non sarà sembrato incongruo nel novero delle novelle appena citate, il dialogo del Montemagno gli potrà essere stato accostato per una certa vicinanza di ambientazione (romana, in entrambi i casi) e tema (quello della nobiltà, sia pure affrontato da prospettive e con esiti diversi), ma anche per una banale coincidenza del nome delle rispettive protagoniste femminili. La stessa silloge è riprodotta con poche differenze in R<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi>, che aggiunge, dopo il <hi rend="italic">Tancredi</hi>, il ternario dell’Accolti ad esso ispirato (<hi rend="italic">Poiché l’amato cor vide presente</hi>), la lettera I a Francesco de’ Bardi del Boccaccio e una selezione dei protesti del Porcari, in chiusura. Più ristretta, come vedremo meglio più avanti, la selezione di R<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi>, limitata solo ad alcuni dei testi presenti nelle altre due antologie. </p><p rend="text">Come abbiamo detto, appartiene alla stessa tipologia anche la silloge di V, avvicinabile alle tre appena esaminate per la sua impostazione erudita e per la presenza comune di alcuni testi: essa si apre con una serie di paralleli tra uomini illustri (tratti da Luciano, Giustino e Sallustio) cui seguono l’apocrifa <hi rend="italic">Lettera di Lentulo</hi>, il <hi rend="italic" >Seleuco</hi> bruniano e il <hi rend="italic">De nobilitate</hi> in volgare. Questa volta, però<hi >, l</hi>’<hi rend="italic">Urbano</hi> viene copiato in una sequenza di testi inequivocabilmente boccacceschi – la <hi rend="italic">Consolatoria a Pino de’ Rossi</hi> e due novelle decameroniane, la seconda delle quali è il <hi rend="italic">Tancredi</hi> – <hi >ed </hi><hi >è a sua volta assegnato al Certaldese.</hi></p><p rend="text">Molto vicino alle miscellanee retorico-civili appena esaminate è anche B, anche se qui si legge solo una minima parte dei testi più spesso riuniti in questa tipologia – una sequenza ridotta di dicerie del Porcari e la <hi rend="italic">Novella di Seleuco</hi>, oltre al più raro dittico composto dalla dichiarazione di guerra di Giangaleazzo Visconti al comune di Firenze e dalla risposta del Salutati (1390) –, cui se ne mescolano altri di ispirazione diversa (come la novella di <hi rend="italic">Lisetta de Levaldini</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="11.html#footnote-020">41</ref></hi></hi>, le prose <hi rend="italic">Uxoria</hi>, <hi rend="italic">Deifira</hi> ed <hi rend="italic">Ecatonfilea</hi> e i ternari <hi rend="italic">Mirtia</hi> e <hi rend="italic">Agilitta</hi> di Leon Battista Alberti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="11.html#footnote-019">42</ref></hi></hi>) e un cospicuo gruppo di componimenti poetici, fra gli altri di Niccolò Tinucci, Buonaccorso da Montemagno il Giovane e Cino Rinuccini.</p><p rend="text">Al netto della scarsa rilevanza, in questo contesto, del genere novellistico, ci potrebbe essere un altro aspetto che avrebbe reso il nostro testo non indegno, agli occhi degli antologisti, di essere incluso nelle raccolte cosiddette di <hi >«</hi>dicerie e pìstole<hi >»</hi>; la novella, infatti, si sviluppa secondo una partitura retorica particolarmente ricca, dal momento che i principali momenti dell’azione – la violenza subita da Lucrezia, il viaggio dei mercanti a Costantinopoli, il viaggio di ritorno con il tradimento di Blandizio, il ritorno a Roma dei due giovani e l’agnizione finale – vengono scanditi puntualmente da orazioni di diversa ampiezza, più o meno necessarie allo sviluppo della storia: quelle scambiate fra Silvestra e Federico Barbarossa durante il loro primo incontro, quelle fra Urbano e il Sultano di Babilonia e fra la madre di Lucrezia e sua figlia (quest’ultima quasi a costituire un brevissimo saggio del genere degli ammaestramenti alla sposa)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="11.html#footnote-018">43</ref></hi></hi>, i dialoghi fra Lucrezia e Urbano sull’isola deserta e poi a Roma, infine quelli che accompagnano il riconoscimento di Urbano e l’incontro finale fra l’imperatore e Silvestra. Centro ideale di questo fitto corredo retorico è lo scambio di orazioni pronunciate rispettivamente da Blandizio – nome, come gli altri, più che mai parlante – per convincere i suoi fratelli a orchestrare la truffa ai danni del sultano, cui segue la risposta del fratello Pippo Scarmo e la controreplica del primo: esse sono così lunghe e articolate che vi si possono rintracciare alcuni dei più comuni espedienti usati dagli oratori nelle loro concioni per scandire le diverse parti dell’argomentazione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="11.html#footnote-017">44</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Di altro genere sono infine le ultime due miscellanee: nel Palatino, tipica raccolta fiorentina di testi in poesia e in prosa, l’<hi rend="italic">Urbano</hi> trova posto, assieme ad altre due famose spicciolate quattrocentesche – la novella di <hi rend="italic">Ippolito e Lionora</hi> dello ps.-Alberti e quella del <hi rend="italic">Grasso legnaiuolo</hi>, quest’ultima nella redazione esclusiva di questo manoscritto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="11.html#footnote-016">45</ref></hi></hi> – nella sezione centrale; precedono e seguono due sezioni interamente poetiche, che contengono testi lunghi (la <hi rend="italic">Sfera</hi> del Dati, il <hi rend="italic">Geta e Birria </hi>e il <hi rend="italic">Cantare di Piramo e Tisbe</hi>) e rime, fra gli altri, di Dante, Petrarca, Bindo Bonichi e Simone Serdini. Qui l’<hi rend="italic">Urbano</hi>, come del resto le altre due novelle antologizzate, è adespoto e anepigrafo. L’attribuzione a Boccaccio è invece presente nel codice ex Coppi, dove il nostro testo, mutilo, segue la <hi rend="italic">Deifira</hi> dell’Alberti, ed è preceduto dal solo sonetto <hi rend="italic">Tanto m’ingombra Amor, tanto m’affanna</hi> di Giusto de’ Conti. Il testo dell’<hi rend="italic">Urbano</hi> forma invece un dittico con la <hi rend="italic">Novella del Grasso legnaiuolo </hi>– qui nella redazione vulgata – nel ms. Additional 10144 della British Library. </p><p rend="text">Nei soli codici L ed O, infine, la novella si tramanda da sola: il Laudense è un codice di modesta fattura gi<hi >à </hi>appartenuto al monastero di San’Agnese di Lodi; non reca tracce di cartulazione antica, ma ha una fascicolatura regolare (quattro quinterni con richiami) ed è stato vergato tutto dalla stessa mano. Più dinamica la vicenda del ms. di Oxford, oggi articolato in sei unità codicologiche originariamente indipendenti e probabilmente riunite solo alla fine del Seicento, quando il codice entrò a far parte della biblioteca veneziana di Jacopo Soranzo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="11.html#footnote-015">46</ref></hi></hi>. La novella occupa da sola la terza sezione; a suggerire che costituisse in origine un’unità autonoma sta la sopravvivenza di una cartulazione coeva, che numera le carte da 1 a 54<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="11.html#footnote-014">47</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Sebbene la nostra novella si tramandi in prevalenza assieme a testi fiorentini, ben quattro dei dieci testimoni finora individuati (Co, L, O, V) presentano una fisionomia linguistica che si allontana dal tipo toscano, per avvicinarsi alle varietà settentrionali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="11.html#footnote-013">48</ref></hi></hi>. Accanto a fenomeni più generici (scempiamenti, sonorizzazioni, forme metafonetiche e non anafonetiche) si registrano tratti più specificamente riconducibili alle varietà padane, che riguardano fatti grafici, fonetici e morfologici: fra questi l’impiego del grafema &lt;x&gt; per la sibilante sonora (Co, L e V); gli esiti in affricata alveolare sorda &lt;z&gt; dei nessi di C + J e di C + vocale palatale <hi rend="italic">i</hi> ed <hi rend="italic">e</hi> (L: <hi rend="italic">piaza</hi> [= piaccia]; O: <hi rend="italic">querza</hi>, <hi rend="italic">cominziò</hi>, <hi rend="italic">brazzia</hi> etc.; Co: <hi rend="italic">abrazando</hi>); la presenza di forme assibilate (Co: <hi rend="italic">conoserai</hi>, <hi rend="italic">conossendo</hi>, <hi rend="italic">cressuto</hi> etc.; V: <hi rend="italic">usire</hi> etc.; L: <hi rend="italic">resiuga</hi> etc.; O: <hi rend="italic">scieguire</hi> [ipercorr.] etc.); la ricorrenza dei possessivi monottongati <hi rend="italic">toi</hi>, <hi rend="italic">soi</hi> ecc. (Co, L, O, V) e, nel solo V, l’impiego delle forme oggettive toniche <hi rend="italic">mi</hi> e <hi rend="italic">ti</hi>, rispettivamente di prima e seconda persona, dopo preposizione. Indicativa, infine, anche la presenza della forma <hi rend="italic">miser</hi> nelle rubriche di Co e di L. La provenienza padana dei codici L e O è suggerita anche da indizi esterni: le due sole filigrane presenti in L, infatti (del tipo stella, simile a Briquet nr. 6001, e del tipo fiore, simile a Briquet nr. 6599), risulterebbero diffusi in area veneta e lombarda, mentre il codice O contiene, nelle altre sezioni, materiale coevo di provenienza veneta, come gli scambi di lettere fra Niccolò Sagundino e il cardinale Bessarione e opere di Livio Sanudo e di Felice Feliciano. </p><p rend="text">Passando ad affrontare la questione attributiva, osserveremo in primo luogo che l’assegnazione del testo a Boccaccio è minoritaria, riguardando appena tre dei dieci testimoni finora individuati (Co, L e V), che si distribuiscono peraltro in maniera omogenea nei contesti di trasmissione appena descritti: V è infatti un codice <hi >«</hi>di dicerie e pìstole<hi >»</hi>, Co tramanda la novella assieme alla <hi rend="italic">Deifira</hi> albertiana e ad altri testi poetici e il Laudense, infine, la ospita da sola. Ad essere sistematica, semmai, è la presenza nel titolo del nome del Barbarossa – vera e propria celebrità della vicenda, anche se tutto sommato secondaria nell’economia dell’intreccio – e nel riferimento al genere della novella (vd. Appendici, b). </p><p rend="text">Una correlazione più stretta potrebbe essere individuata invece fra attribuzione e provenienza geografica: il nome di Boccaccio si legge, finora, soltanto nei codici di matrice settentrionale, anche se non in tutti. Si tratta, del resto, di un’attribuzione piana nella tendenza tardotrecentesca a <hi >«</hi>nominare gli anonimi<hi >»</hi>, che potrà aver agito in maniera ancora più forte fuori dalla Toscana: non c’è da sorprendersi che due dei testimoni in questione (il codice di Lodi e l’ex Coppi di Gorzano) contengano, nella rubrica, la specificazione della provenienza fiorentina di Boccaccio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="11.html#footnote-012">49</ref></hi></hi>, cosa che a un copista toscano non sarebbe forse venuta in mente. Dunque se è probabile che l’attribuzione illustre, introdotta nelle stampe a partire dall’incunabolo bolognese tardo-quattrocentesco<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="11.html#footnote-011">50</ref></hi></hi>, abbia rappresentato un incentivo forte per la diffusione a stampa dell’<hi rend="italic">Urbano</hi>, non è escluso che nella tradizione manoscritta possa essere avvenuto il contrario, e che cio<hi >è sia stato l’inserimento dell’opera entro contesti caratterizzati dalla presenza di Boccaccio, o semplicemente novellistici, ad aver attratto il nome del Certaldese, indiscussa </hi><hi rend="italic">auctoritas</hi> nel genere di riferimento. In questo caso, più che a una falsificazione, dovremmo pensare semmai a un semplice caso di pseudoepigrafia.</p><p rend="text">Per riprendere i dati finora presentati, riassunti per comodità nella tabella in appendice, si direbbe che il nostro testo abbia iniziato a circolare intorno alla metà del Quattrocento entro sillogi miscellanee più o meno ampie e connotate sul piano strutturale, ma ugualmente popolari nella Firenze del secondo Quattrocento (codici B, Co, D, P, R<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi>, R<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi> e V; per A si potrebbe forse parlare più propriamente di dittico) e come testo autonomo (codici L e O). Nelle miscellanee retorico-civili (D, R<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi>, R<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi> e V) la novella è sempre riunita assieme al <hi rend="italic">Seleuco</hi> del Bruni, che attrae sistematicamente il <hi rend="italic">Tancredi</hi> del Boccaccio e, nel solo caso di V, un’altra novella decameroniana. Presenza costante, come abbiamo visto, è anche il volgarizzamento anonimo del <hi rend="italic">De nobilitate</hi> di Buonaccorso da Montemagno il Giovane. Nel Barb. Lat. 4051 – raccolta per certi versi affine, come abbiamo detto, alla tipologia della miscellanea retorica – oltre al <hi rend="italic">Seleuco</hi> si leggono la novella di <hi rend="italic">Lisabetta de’ Levaldini</hi> e alcune prose amorose di Leon Battista Alberti, una delle quali, la <hi rend="italic">Deifira</hi>, è presente anche nell’ex Coppi di Gorzano. Nell’Additional, infine, l’<hi rend="italic">Urbano</hi> forma un dittico con la <hi rend="italic">Novella del Grasso legnaiuolo</hi>, mentre il Pal. 200, oltre a trascrivere una redazione diversa del <hi rend="italic">Grasso</hi>, vi aggiunge anche la novella pseudo-albertiana di <hi rend="italic">Ippolito e Lionora</hi>.</p><p rend="text">Per comodità potremmo dunque parlare di tre principali poli di attrazione: quello bruniano, che si richiama esplicitamente al modello di Boccaccio, in funzione di un’esigenza ricreativa ed etico-morale, ma anche retorica; quello albertiano, più specificamente incentrato sul tema della riflessione amorosa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="11.html#footnote-010">51</ref></hi></hi>; infine, quello della tradizione municipale delle novelle alla spicciolata. Pur se distinti per ragioni di chiarezza, essi andranno considerati all’interno di un contesto unitario, non solo per il comune richiamo alla tradizione fiorentina, ma anche per la tensione elegiaca che accomuna in particolare il <hi rend="italic">Seleuco</hi>, le prose albertiane e l’<hi rend="italic">Urbano</hi>: era stato proprio il Bruni a introdurre, nella novella umanistica in volgare, la riflessione sul rapporto fra amore e morte, da una parte, e amore come malattia, dall’altra, rinnovando così una tradizione inaugurata dal <hi rend="italic">Tancredi</hi> e, più in generale, dai testi della quarta giornata del <hi rend="italic">Decameron</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="11.html#footnote-009">52</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> Se l’<hi rend="italic">Urbano</hi>, dal canto suo, riproduce e anzi amplifica il consueto schema narrativo di questi testi (la vicenda delle peripezie affrontate da Urbano e Lucrezia per poter coronare il loro amore è racchiusa infatti entro quella di Federico Barbarossa e di Silvestra, che riescono a ritrovarsi solo dopo una lunga separazione) sarebbe soprattutto il proemio – pure assente in alcuni testimoni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="11.html#footnote-008">53</ref></hi></hi> – a rafforzarne il carattere consolatorio ed elegiaco, dal momento che l’autore racconta di aver composto la novella per distrarsi dal dolore della morte di un amico fraterno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="11.html#footnote-007">54</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Le riflessioni appena proposte suggerirebbero dunque che la novella sia stata composta a Firenze nel pieno Quattrocento, forse in un ambiente vicino a quello dell’Alberti e del Bruni. Vale la pena rilevare, al proposito, una singolarità della miscellanea di R<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi>, che come anticipato sembra essersi costituita a partire da una selezione drastica dei soli testi bruniani comuni alle sillogi di Da e R<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi>: oltre alla <hi rend="italic">Pro Marcello</hi> in volgare – che in questi tre codici è compattamente attribuita all’Aretino – vi si leggono soltanto le biografie di Dante e Petrarca, l’<hi rend="italic">Orazione per Niccolò da Tolentino</hi> e il volgarizzamento ciceroniano. Ma allora perché lasciarvi anche l’<hi rend="italic">Urbano</hi>? Forse solo per un gusto personale, o per il desiderio di chiudere la silloge con un testo ricreativo, o invece perché l’antologista la considerava anch’essa opera del Cancelliere? Se l’ipotesi non dovrà essere presa troppo sul serio per la questione attributiva – il livello stilistico, lo abbiamo visto, non è eccelso – il dato si potrebbe interpretare almeno come indizio di un’affinità fra l’autore della novella e quello degli altri testi antologizzati.</p><p rend="text">Oltre al problema dell’attribuzione restano aperte altre importanti questioni, alle quali in questa sede si potrà dedicare solo qualche accenno. Le più interessanti riguardano la ricostruzione del contesto culturale di provenienza della novella e l’interpretazione della sua fortuna extra-toscana: nonostante il carattere sostanzialmente fiorentino della tradizione, infatti, questa sembra dialogare anche con gli ambienti settentrionali, non solo per il luogo di stampa della <hi rend="italic">princeps</hi> e per la veste linguistica di una parte dei testimoni (quattro, come abbiamo visto, dei dieci finora individuati), ma soprattutto per il fatto che, secondo quanto evidenziato da Amos Parducci ai primi del Novecento, il nostro testo sembrerebbe dipendere da una redazione specifica della <hi rend="italic">Leggenda</hi>, probabilmente di area veneta<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="11.html#footnote-006">55</ref></hi></hi>. Il testo, infine – ed è forse l’aspetto più interessante – presenta una vicinanza di ispirazione con altre prose coeve che ugualmente inseriscono marcati accenti elegiaci, spesso riconducibili al modello della <hi rend="italic">Fiammetta</hi> di Boccaccio, in un contesto novellistico: molte di esse, come la <hi rend="italic">Iusta Victoria</hi> del Feliciano o le novelle della serie del <hi rend="italic">Rifugio dei miseri</hi> – queste ultime studiate da Elisa Curti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="11.html#footnote-005">56</ref></hi></hi> – sono di provenienza e ambientazione veneta e talvolta si leggono assieme ad alcuni dei testi che abbiamo visto accompagnare anche l’<hi rend="italic">Urbano</hi>, come la <hi rend="italic">Deifira</hi> ed altri testi amorosi dell’Alberti, la novella di <hi rend="italic">Ippolito e Lionora</hi> e il <hi rend="italic">Seleuco</hi> del Bruni. La questione meriterà di essere ulteriormente approfondita, per verificare l’ipotesi di una eventuale vicinanza con gli ambienti di composizione di questi testi. </p><p rend="text">Con il modello della <hi rend="italic">Fiammetta</hi>, del resto, anche la nostra novella sembra intrattenere un rapporto privilegiato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="11.html#footnote-004">57</ref></hi></hi>: da una prima e superficiale serie di sondaggi, infatti, è stato possibile evidenziare una consistente serie di prelievi dal romanzo di Boccaccio; si consideri, a titolo puramente esemplificativo, il seguente confronto.</p><p rend="text">Siamo nel passo dell’<hi rend="italic">Urbano</hi> in cui i protagonisti sono appena tornati a Roma e Lucrezia, sentendo il novello sposo rigirarsi nel letto, gli chiede conto della sua inquietudine: </p><p rend="quotation_b"><hi rend="italic">Dolce marito, a me più caro che tutto il mondo, non so se corporale infermità, o cruciato d’animo o angosciosi pensieri ti stimolino</hi>; ché questa notte più di ciascun’altra t’ho sentito, senza sonno ravvolgendoti, sospirare: però se punto m’ami, lascia cotesti cordogli, e confortati, perché quello, che è consentimento di destino, giammai non si puote per argomento umano dal suo voler distorre<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="11.html#footnote-003">58</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il passo sembra ricalcare la scena del sesto capitolo della <hi rend="italic">Fiammetta</hi> in cui la protagonista, sovrastata dalle pene d’amore per Panfilo, sveglia con le sue lacrime l’ignaro marito, che le chiede la ragione di tanta angoscia. Inizialmente egli aveva pensato a un malessere fisico: </p><p rend="quotation_b">Io pensai già che corporale infermità fosse della tua pallidezza cagione […]<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="11.html#footnote-002">59</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Al che la donna risponde, cercando di blandirlo e di rassicurarlo: </p><p rend="quotation_b">Marito a me più caro che tutto l’altro mondo, niuna cosa mi manca la quale per te si possa, e te più degno di me senza fallo conosco<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="11.html#footnote-001">60</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Questo scambio di battute viene ripreso e al tempo stesso sottoposto a <hi rend="italic">variatio</hi> nell’<hi rend="italic">Urbano</hi>, dove però è il protagonista maschile che non riesce a prendere sonno, mentre la moglie, Lucrezia, si rivolge a lui usando le stesse parole di Fiammetta, ma includendovi anche un’espressione che era stata del marito. </p><p rend="text">In questa occasione non è possibile condurre un esame più puntuale di questa fonte, che verrà dunque affrontato in altra sede<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="11.html#footnote-000">61</ref></hi></hi>; quel che possiamo dire fin d’ora è che il <hi rend="italic">modus operandi</hi> dell’autore non sembrerebbe riconducibile a quello di un imitatore o di un falsario, men che meno far pensare – in considerazione del tessuto narrativo e linguistico della novella, dell’aspetto della tradizione e del carattere così scoperto di alcuni reimpieghi – a un testo realmente uscito dalla penna del Boccaccio.</p><p rend="text">Più in là, per il momento, non ci sentiamo di andare; di certo la discussione critica sul problema testuale e attributivo intorno a questo affascinante capitolo della fortuna critica di Giovanni Boccaccio ci sembra, ad oggi, più che mai aperta.</p><p rend="h2">Bibliografia </p><p rend="bib_indx_bib">Albanese G., <hi rend="italic">Da Petrarca a Piccolomini: codificazione della novella umanistica</hi>, in G. 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E nel fine sono le provincie di tutto il mondo d’Asia, Affrica, Europa, e come furono chiamate dagl’antichi, e come si nominano di presente, scritte dal sopraddetto Liburnio. Aggiuntovi la favola dell’Urbano del medesimo Boccaccio</hi>. per Filippo Giunti, in Fiorenza 1598.</p><p rend="bib_indx_bib">[Boccaccio G.], <hi rend="italic">L’Urbano di messer Giovanni Boccaccio</hi>, co’ caratteri de’ fratelli Amoretti, Parma, 1801.</p><p rend="bib_indx_bib">Boccaccio G., <hi rend="italic">Elegia di Madonna Fiammetta, Corbaccio</hi>, introduzione e note di F. 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Eine Redegattung</hi>, LIT, Münster-Hamburg-London 2002.</p><p rend="bib_indx_bib">Parducci A., <hi rend="italic">La leggenda della nascita e della gioventù di Costantino Magno in una nuova redazione</hi>, «Studi romanzi», 1, 1903, pp. 57-105.</p><p rend="bib_indx_bib">Petoletti M., <hi rend="italic">Per la tradizione manoscritta della «Novella del grasso legnaiuolo». Un nuovo testimone della versione palatina</hi>, in S. Cremonini e F. Florimbi (a cura di), <hi rend="italic">Il colloquio circolare. I libri, gli allievi, gli amici. In onore di Paola Vecchi Galli</hi>, Patron, Bologna 2020, pp. 433-443.</p><p rend="bib_indx_bib">Pollidori V., <hi rend="italic">Le tavole dei citati della IV</hi><hi rend="italic CharOverride-3">a</hi><hi rend="italic"> e V</hi><hi rend="italic CharOverride-3">a</hi><hi rend="italic"> impressione</hi>, in <hi rend="italic">La Crusca nella tradizione letteraria e linguistica italiana</hi>, Atti del Congresso internazionale per il IV centenario dell’Accademia della Crusca, s.e., Firenze 1985, pp. 381-386.</p><p rend="bib_indx_bib">Procaccioli P. (a cura di), <hi rend="italic">La novella del Grasso legnaiuolo</hi>, Fondazione Pietro Bembo/Ugo Guanda, Parma 1990.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="italic">Raccolta di prose fiorentine </hi>[raccolte dallo Smarrito accademico della Crusca], 17 voll., nella Stamperia di S.A.R. per Santi Franchi [poi: nella Stamperia di S.A.R. per Gio. Gaetano Tartini e Santi Franchi], in Firenze 1716-1745.</p><p rend="bib_indx_bib">Reeve M., <hi rend="italic">Dionysius the Periegete in Miscellanies</hi>, in E. Crisci, O. Pecere (a cura di), <hi rend="italic">Il codice miscellaneo. Tipologie e funzioni</hi>, Atti del Convegno internazionale (Cassino, 14-17 maggio 2003), Università degli Studi di Cassino, Cassino 2004, pp. 365-378.</p><p rend="bib_indx_bib">Romagnoli G. (a cura di), <hi rend="italic">Storia d’una crudele matrigna ove si narrano piacevoli novelle. Scrittura del buon secolo della lingua</hi>, Romagnoli, Bologna 1862.</p><p rend="bib_indx_bib">Rossi V., <hi rend="italic">La biblioteca manoscritta del senatore veneziano Jacopo Soranzo</hi>, <hi >«</hi>Il libro e la stampa. Bullettino ufficiale della Societ<hi >à </hi>bibliografica italiana», n.s. 1, 1907, pp. 3-8, 122-133.</p><p rend="bib_indx_bib">Russo C., <hi rend="italic">Firenze nuova Roma. Arte retorica e impegno civile nelle miscellanee di prosa del primo Rinascimento</hi>, Cesati, Firenze 2019.</p><p rend="bib_indx_bib">Russo C., <hi rend="italic">Fra scrittura novellistica ed elegia: l’Urbano, la Fiammetta e la lingua della novella</hi>, «Studi sul Boccaccio», 48, 2020, pp. 273-299.</p><p rend="bib_indx_bib">Santini E., <hi rend="italic">Firenze e i suoi “oratori” nel Quattrocento</hi>, Sandron, Milano 1922.</p><p rend="bib_indx_bib">Santini E., <hi rend="italic">La ‘Protestatio de iustitia’ nella Firenze medicea del secolo XV</hi>, «Rinascimento», 10, 1959, pp. 221-238.</p><p rend="bib_indx_bib">Scolari A., <hi rend="italic">La «Justa victoria» di Felice Feliciano antiquario</hi>, «Atti dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti», Classe di Scienze morali, 125, 1967, pp. 293-305, poi in Id., <hi rend="italic">Pagine veronesi</hi>, Fiorini, Verona 1970, pp. 55-70.</p><p rend="bib_indx_bib">Ser Giovanni, <hi rend="italic">Il Pecorone. In appendice i sonetti di donne antiche innamorate del ms II, II, 40 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze</hi>, a cura di E. Esposito, Longo, Ravenna 1974.</p><p rend="bib_indx_bib">Vaccaro G., <hi rend="italic">Commedia, commenti danteschi, fiorite, genealogie: lo strano caso dell’Aquila</hi>, in D. De Martino e R. Rabboni (a cura di), <hi rend="italic">Usare Dante. Leggere tradurre commentare</hi>, Longo, Ravenna 2020, pp. 29-88.</p><p rend="bib_indx_bib">Vecchi Galli P., <hi rend="italic">Percorsi dell’elegia quattrocentesca in volgare</hi>, in A. Comboni, A. Di Ricco (a cura di),<hi rend="italic"> L’elegia nella tradizione poetica italiana</hi>, Editrice Università degli Studi di Trento, Trento 2003, pp. 37-79.</p><p rend="bib_indx_bib">Zambrini F. (a cura di), <hi rend="italic">Novelle d’incerti autori del secolo XIV</hi>, Romagnoli, Bologna 1861.</p><p rend="bib_indx_bib">Zambrini F., <hi rend="italic">Opere volgari a stampa dei secoli XIII e XIV</hi>, Zanichelli, Bologna 1884<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">4</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-060-backlink">1</ref></hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1">*</hi>	Nel quadro di una comune elaborazione è da attribuire a Camilla Russo il § 2 e a Giulio Vaccaro il § 1. Ringraziamo Daniela Delcorno Branca per i numerosi suggerimenti e per l’entusiasmo con cui ha seguito questo nostro lavoro.</p><p rend="layout_notes">	Il titolo integrale della Giuntina è <hi rend="italic">Opera di m. Giouanni Boccaccio, tradotta di lat. in volgare da Niccolò Liburnio, dove per ordine d’alfabeto si tratta diffusamente de’ monti, selve, boschi, fonti, laghi, stagni, paludi, golfi, e mari dell’universo mondo. E delle lor cose memorabili, come da poeti, cosmografi, overo storici sono descritte. E nel fine sono le provincie di tutto il mondo d’Asia, Affrica, Europa, e come furono chiamate dagl’antichi, e come si nominano di presente, scritte dal sopraddetto Liburnio. Aggiuntovi la favola dell’Urbano del medesimo Boccaccio</hi>. per Filippo Giunti, in Fiorenza 1598.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-059-backlink">2</ref></hi>	Cito i dati da <hi rend="italic">Lessicografia della Crusca in rete</hi>, &lt;<ref target="http://www.lessicografia.it">www.lessicografia.it</ref>&gt; (12/2020).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-058-backlink">3</ref></hi>	V. Pollidori, <hi rend="italic">Le tavole dei citati della IV</hi><hi rend="italic CharOverride-3">a</hi><hi rend="italic"> e V</hi><hi rend="italic CharOverride-3">a</hi><hi rend="italic"> impressione</hi>, in <hi rend="italic">La Crusca nella tradizione letteraria e linguistica italiana</hi>, Atti del Congresso internazionale per il IV centenario dell’Accademia della Crusca, s.e., Firenze 1985, pp. 381-386.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-057-backlink">4</ref></hi>	Ciò non impedisce, tuttavia, non soltanto un lieve aumento di voci in cui l’opera è citata (79), quanto soprattutto del numero delle citazioni complessive, che passano dalle 281 della terza impressione alle 562 della quarta.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-056-backlink">5</ref></hi>	La raccolta era all’epoca nella disponibilità del Bonaventuri, che la stava pubblicando in collaborazione con Giovanni G. Bottari e lo stesso Rosso Antonio Martini: cfr. <hi rend="italic">Raccolta di prose fiorentine </hi>[raccolte dallo Smarrito accademico della Crusca], 17 voll., nella Stamperia di S.A.R. per Santi Franchi [poi: nella Stamperia di S.A.R. per Gio. Gaetano Tartini e Santi Franchi], in Firenze 1716-1745. Il volume in cui si pubblica la lettera (vol. IV, parte IV, pp. 305-308) è del 1745.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-055-backlink">6</ref></hi>	L. Fiacchi (a cura di), [<hi rend="italic">Lettera di Tommaso Bonaventuri a Rosso Antonio Martini sopra l’autore dell’Urbano</hi>], «Collezione d’opuscoli scientifici e letterari ed estratti d’opere interessanti», 17, 1814, pp. 97-118 (anche in estratto con paginazione autonoma, da cui si cita).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-054-backlink">7</ref></hi>	In realtà non tutte le incongruità rilevate dal Bonaventuri nel lessico dell’<hi rend="italic">Urbano</hi> rispetto al Boccaccio e, in generale, alla lingua del buon secolo sono effettivamente tali:, come mostrano oggi le voci del <hi rend="italic">Tesoro della Lingua Italiana delle Origini</hi> (di qui in poi <hi rend="italic">TLIO</hi>), fondato da P.G. Beltrami, consultabile all’indirizzo &lt;<ref target="http://www.ovi.cnr.it">www.ovi.cnr.it</ref>&gt; (12/2020): è attestato nella <hi rend="italic">Fiammetta</hi>, per esempio, <hi rend="italic">commaculato </hi>(<hi rend="italic">TLIO</hi>, s.v. <hi rend="italic">commaculare</hi> [Pagnotta]); oppure <hi rend="italic">bariletta</hi> è pluriattestato in fiorentino antico (cfr. <hi rend="italic">TLIO</hi>, s.v. [Chiamenti]). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-053-backlink">8</ref></hi>	Si tratta rispettivamente di <hi rend="italic">L’Urbano di messer Giovanni Boccaccio</hi>, co’ caratteri de’ fratelli Amoretti, Parma 1801; I. Moutier (a cura di), <hi rend="italic">Opere volgari di Giovanni Boccaccio corrette sui testi a penna</hi>, vol. XVI, s.e., Firenze 1834: tutte le cit. dell’opera sono tratte da questa ed. Il volume XVI si articola in due parti (ciascuna delle quali con paginazione autonoma), contenenti rispettivamente le <hi rend="italic">Rime</hi> e l’<hi rend="italic">Urbano</hi>. Si noti, tuttavia, che mentre le <hi rend="italic">Rime</hi> sono precedute da un’ampia presentazione dell’editore, dell’<hi rend="italic">Urbano</hi> si stampa il solo testo. F. Zambrini, <hi rend="italic">Opere volgari a stampa dei secoli XIII e XIV</hi>, Zanichelli, Bologna 1884<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">4</hi>, col. 1035 dà notizia anche di un’edizione a stampa fiorentina del 1823, per la quale tuttavia non si hanno altri riscontri (non la cita neanche B. Gamba, <hi rend="italic">Serie dei testi di lingua</hi> <hi rend="italic">e di altre opere importanti nella italiana letteratura scritte dal secolo XIV al XIX</hi>, co’ tipi del Gondoliere, Venezia 1839<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">4</hi>, n° 1053, che cita invece l’edizione Moutier).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-052-backlink">9</ref></hi>	Si noti, per esempio, che l’<hi rend="italic">Urbano</hi> non è tra le opere censite da V. Branca, <hi rend="italic">Tradizione delle opere di Giovanni Boccaccio</hi>, I. <hi rend="italic">Un primo elenco dei codici e tre studi</hi>, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1958 e II. <hi rend="italic">Un secondo elenco dei manoscritti e studi sul testo del Decameron con due appendici</hi>, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1991.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-051-backlink">10</ref></hi>	Cfr. rispettivamente A. Coen, <hi rend="italic">Di una leggenda relativa alla nascita e alla gioventù di Costantino Magno</hi>, «Archivio della Società romana di storia patria», 4, 1880, pp. 1-55, 293-316 e 535-561, 5, 1881, pp. 33-66, 489-541; A. Parducci, <hi rend="italic">La leggenda della nascita e della gioventù di Costantino Magno in una nuova redazione</hi>, «Studj romanzi», 1, 1903, pp. 57-105. Sulla ricezione dell’opera in Francia, cfr. J. Incardona et P. Mounier (<hi >éd.</hi>),<hi rend="italic"> Urbain le mescongneu filz de l’empereur Fedric Barberousse, traduit per Claudine Scève</hi>. Edition bilingue, Droz, Genève 2013.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-050-backlink">11</ref></hi>	Cfr. G. Romagnoli (a cura di), <hi rend="italic">Storia d’una crudele matrigna ove si narrano piacevoli novelle. Scrittura del buon secolo della lingua</hi>, Romagnoli, Bologna 1862, pp. 61-68. La <hi rend="italic">Storia della crudele matrigna</hi> è, in realtà, una delle varie versioni del <hi rend="italic">Libro dei sette savi</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-049-backlink">12</ref></hi>	Per l’edizione cfr. G. Giangrasso (a cura di), <hi rend="italic">Libellus de Constantino Magno eiusque matre Helena. La nascita di Costantino tra storia e leggenda</hi>, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 1999.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-048-backlink">13</ref></hi>	Cfr. Paducci, <hi rend="italic">Leggenda</hi>, cit., p. 62. Entrambe le redazioni sono pubblicate in Giangrasso, <hi rend="italic">Libellus</hi>, cit., rispettivamente alle pp. 2-55 (pagine pari) e 55-73.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-047-backlink">14</ref></hi>	Paducci, <hi rend="italic">Leggenda</hi>, cit., pp. 101-105.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-046-backlink">15</ref></hi>	A. Hilka, <hi rend="italic">Aufsaetze Fritz Milkau gewidmet</hi>, hrsg. G. Leyh, Hiersemann, Leipzig 1921, pp. 147-152 (il testo è pubblicato alle pp. 149-152).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-045-backlink">16</ref></hi>	«Nam excitati fuerunt premiis et subducti nonnulli Romanorum potentes, qui cum brachio regis Apulie imperatorem ipsum impediverunt in tantum, quod idem imperator nequivit in Sancti Petri Basilica, sicut moris est imperatorum omnium, coronari, pro eo videlicet, quod in Romana Civitate tota, sbarris, trabeis, machinis et obstaculis ligneis viis omnibus clausis et stratis omnibus impeditis, bella inter partes continue seviebant, et sic dominus imperator, ut premittitur, coactus est in Lateranensi ecclesia coronari» (K. Burdach e P. Piur [hrsg.],<hi rend="italic"> Briefwechsel des Cola di Rienzo</hi>, im Auftrage der konigl. preussischen Akademie der Wissenschaften, 5 voll. in 7 tt., Weidmannsche Buchhandlung, Berlin 1912-29, vol. <hi rend="CharOverride-2">III</hi>, p. 202).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-044-backlink">17</ref></hi>	Ivi, pp. 202-203.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-043-backlink">18</ref></hi>	Coen, <hi rend="italic">Leggenda</hi>, 4, cit., p. 549.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-042-backlink">19</ref></hi>	La novella era già edita con normalizzazioni grafiche e alcune modifiche (non indicate) alla lezione in F. Zambrini (a cura di), <hi rend="italic">Novelle d’incerti autori del secolo XIV</hi>, Romagnoli, Bologna 1861, pp. 9-29, che avanza (sia pur prudentemente) l’ipotesi di un’attribuzione a Ser Giovanni. Il testo è ristampato poi in appendice al <hi rend="italic">Pecorone</hi> nell’ed. di S. Battaglia (a cura di), <hi rend="italic">Il Pecorone e due racconti anonimi del Trecento</hi>, Bompiani, Milano 1944, pp. 163-171 e in L. Battaglia Ricci (a cura di),<hi rend="italic"> Novelle italiane. Il Duecento. Il Trecento</hi>, Garzanti, Milano 1982, pp. 259-268; per una nuova ed., cfr. G. Vaccaro, <hi rend="italic">Commedia, commenti danteschi, fiorite, genealogie: lo strano caso dell’Aquila</hi>, in D. De Martino e R. Rabboni (a cura di), <hi rend="italic">Usare Dante. Leggere tradurre commentare</hi>, Longo, Ravenna 2020, pp. 29-88 (da cui cito il testo, pp. 75-79). Il secondo componente del codice, in cui è compresa la <hi rend="italic">Storia di Manfredo</hi>, è sottoscritto al f. 24<hi rend="italic">r</hi> «Chonpiuto di scrivere lunedì sera a dì 26 d’ottobre 1377»: cfr. anche A. Andreose, <hi rend="italic">Tra ricezione e riscrittura: la fortuna romanza della «Relatio» di Odorico da Pordenone</hi>, in G. Carbonaro <hi rend="italic">et al.</hi> (a cura di), <hi rend="italic">Medioevo romanzo e orientale. Il viaggio nelle letterature romanze e orientali</hi>. V Colloquio Internazionale, VII Convegno della Società Italiana di Filologia Romanza (Catania-Ragusa, 24-27 settembre 2003), Rubbettino, Soveria Mannelli 2006, pp. 5-21: 12. La novella 1 della X giornata del <hi rend="italic">Pecorone </hi>(cito qui dalla pur perfettibile edizione di E. Esposito [a cura di], Ser Giovanni, <hi rend="italic">Il Pecorone. In appendice i sonetti di donne antiche innamorate del ms II, II, 40 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze</hi>, Longo, Ravenna 1974) narra una vicenda abbastanza simile. Dionigia, figlia del re di Francia, sposa segretamente il Re d’Inghilterra e ha da lui due figli. In assenza del Re, partito per la guerra, tuttavia, la regina madre decide di far uccidere nuora e nipoti, fingendo una lettera scritta dal figlio. Dionigia, vendendo delle preziose gemme che le erano state donate dalla madre, riesce a salvarsi e a partire alla volta di Genova, e dunque ad arrivare a Roma. Il Re torna dalla guerra, scopre l’inganno e fa uccidere la madre, ma non riesce a ritrovare la moglie. Il ricongiungimento avviene a Roma in occasione di una missione del Re alla corte papale in vista di un «passaggio d’oltremare sopra i Saracini» (ivi, p. 247; la novella è alle pp. 240-250); Esposito propone di identificare Dionigia con Alice, figlia di Luigi VII di Francia e il Re d’Inghilterra con Riccardo Cuor di Leone. Si noti, inoltre, che la novella precede quella che narra la fondazione di Roma (giornata X, 2) e il dittico dedicato alla fondazione di Firenze (giornata XI: la novella 1 è dedicata alla fondazione antica; la novella 2 alla rifondazione medievale successiva alla distruzione da parte di Attila: il materiale è tratto dalla <hi rend="italic">Chronica de origine civitatis Florentie</hi> o dal suo volgarizzamento, il cosiddetto <hi rend="italic">Libro fiesolano</hi>).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-041-backlink">20</ref></hi>	R. Bizzocchi, <hi rend="italic">Genealogie incredibili. Scritti di storia nell’Europa moderna</hi>, il Mulino, Bologna 2009<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi> (ed. orig. 1995).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-040-backlink">21</ref></hi>	Cfr. anche <hi >Y.-M. Bercé, </hi><hi rend="italic" >Le roi caché: sauveurs et imposteurs. Mythes politiques populaires dans l’Europe moderne</hi><hi >, Fayard, Paris 1990 (trad. it.: </hi><hi rend="italic" >Il re nascosto: miti politici popolari nell’Europa moderna</hi><hi >, Einaudi, Torino 1996). </hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-039-backlink">22</ref></hi>	Ad essa stanno lavorando gli autori di questo lavoro.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-038-backlink">23</ref></hi>	Incardona, Mounier (a cura di), <hi rend="italic">Urbain</hi>, cit., pp. 28-32.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-037-backlink">24</ref></hi>	D. Delcorno Branca, <hi rend="italic">Vicende di una falsa attribuzione a Boccaccio: prime osservazioni sulla «Novella di Federico Barbarossa» detta l’«Urbano»</hi>, «Studi sul Boccaccio», 48, 2020, pp. 213-271. All’uscita dell’articolo il presente lavoro è già in bozze: ringraziamo tuttavia l’Autrice per averne condiviso con noi i risultati, nonché per i numerosi e preziosi consigli elargiti sempre con generosità ed entusiasmo.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-036-backlink">25</ref></hi>	Questo lavoro è già in bozze quando giunge notizia della segnalazione, da parte di Marco Petoletti, di un nuovo testimone dell’<hi rend="italic">Urbano</hi>: il ms. Milano, Biblioteca Ambrosiana, Z 123 sup. (M. Petoletti, <hi rend="italic">Per la tradizione manoscritta della «Novella del grasso legnaiuolo». Un nuovo testimone della versione palatina</hi>, in S. Cremonini e F. Florimbi [a cura di], <hi rend="italic">Il colloquio circolare. I libri, gli allievi, gli amici. In onore di Paola Vecchi Galli</hi>, Patron, Bologna 2020, pp. 433-443). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-035-backlink">26</ref></hi>	Cfr. ad esempio M. Reeve, <hi rend="italic">Dionysius the Periegete in Miscellanies</hi>, in E. Crisci, O. Pecere (a cura di), <hi rend="italic">Il codice miscellaneo. Tipologie e funzioni</hi>. Atti del Convegno internazionale (Cassino, 14-17 maggio 2003), Università degli Studi di Cassino, Cassino 2004, pp. 365-378.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-034-backlink">27</ref></hi>	Non è stato possibile visionare direttamente e per intero questo testimone (cfr. L. Bertolini, E. Tortelli, scheda 24 [<hi rend="italic">Roma, proprietà privata, ms. senza segnatura (già Coppi di Gorzano)</hi>], in R. Cardini [a cura di], <hi rend="italic">Leon Battista Alberti. La biblioteca di un umanista</hi>, Mandragora, Firenze 2005, p. 305); ringraziamo Daniela Branca per averci messo a disposizione le riproduzioni fotografiche relative alle carte contenenti l’<hi rend="italic">Urbano</hi> e per averci fornito indispensabili ragguagli sulla fisionomia generale del codice.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-033-backlink">28</ref></hi>	Questo dato mi viene gentilmente riferito da Daniela Branca.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-032-backlink">29</ref></hi>	La descrizione e la tavola del manoscritto si trovano in L. Bertolini, <hi rend="italic">Leon Battista Alberti. Censimento dei manoscritti, 1. Firenze</hi>, I-II, Polistampa, Firenze 2004, I, pp. 703-726.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-031-backlink">30</ref></hi>	C. Russo, <hi rend="italic">Firenze nuova Roma. Arte retorica e impegno civile nelle miscellanee di prosa del primo Rinascimento</hi>, Cesati, Firenze 2019, p. 27.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-030-backlink">31</ref></hi>	Ivi, p. 19.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-029-backlink">32</ref></hi>	Cfr. S. Berti (a cura di), Cicerone, <hi rend="italic">Pro Marcello. Volgarizzamento quattrocentesco già attribuito a Leonardo Bruni</hi>, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2010, pp. 120-122.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-028-backlink">33</ref></hi>	Sebbene, a rigore, la novella sia stata copiata dopo il testo della <hi rend="italic">Pro Marcello</hi>, esso apparteneva senza dubbio alla silloge originaria, copiata infatti nella stessa consistenza e ordine anche nei testimoni R<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi> ed R<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi>. Questo dato, assieme alla considerazione che molte di queste sillogi prendevano forma in maniera unitaria, vale a dire tramite un unico atto di copia (cfr. Russo, <hi rend="italic">Firenze nuova Roma</hi>, cit., p. 193, n. 115), consente di estendere il <hi rend="italic">terminus ante quem</hi> anche agli altri testi della silloge.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-027-backlink">34</ref></hi>	Cfr. A. Decaria, <hi rend="italic">Le rime di Francesco d’Altobianco degli Alberti secondo la silloge del codice BNCF II II 39. Edizione critica. Parte I (Censimento e classificazione delle testimonianze)</hi>, «Studi di filologia italiana», 63, 2005, pp. 47-238 (p. 54) e F. d’Altobianco Alberti, <hi rend="italic">Rime</hi>, edizione critica e commentata a cura di A. Decaria, Commissione per i testi di lingua, Bologna 2008, p. 155.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-026-backlink">35</ref></hi>	Russo, <hi rend="italic">Firenze nuova Roma</hi>,<hi rend="italic"> </hi>cit., p. 24.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-025-backlink">36</ref></hi>	Sull’oratoria civile in volgare del Quattrocento restano tuttora insuperati i lavori di Emilio Santini (E. Santini, <hi rend="italic">Firenze e i suoi “oratori” nel Quattrocento</hi>, Sandron, Milano 1922 e Id., <hi rend="italic">La ‘Protestatio de iustitia’ nella Firenze medicea del secolo XV</hi>, «Rinascimento», 10, 1959, pp. 221-238), cui si può affiancare oggi l’ampio saggio di Uwe Neumahr (U. Neumahr, <hi rend="italic">Die protestatio de Iustitia in Der Florentiner Hochkultur. Eine Redegattung</hi>, LIT, Münster-Hamburg-London 2002). Sulla tipologia in esame mi permetto di rimandare da ultimo a Russo, <hi rend="italic">Firenze nuova Roma</hi>, cit., con altra bibliografia.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-024-backlink">37</ref></hi>	Nell’analisi della tradizione di queste miscellanee i codici sono stati riuniti, sulla base di criteri strutturali, nel gruppo denominato Ro (cfr. Russo, <hi rend="italic">Firenze nuova Roma</hi>, cit., p. 92).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-023-backlink">38</ref></hi>	N. Marcelli, <hi rend="italic">La «Novella di Seleuco e Antioco». Introduzione, testo e commento</hi>, «Interpres», 22, 2003, pp. 1-177. Cicerone, <hi rend="italic">Pro Marcello</hi>, cit., pp. 120-122.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-022-backlink">39</ref></hi>	I sondaggi effettuati da Daniela Branca sul testo dell’<hi rend="italic">Urbano</hi>, in particolare, smentirebbero tale classificazione, collocando piuttosto il codice di Darmstadt su un piano di collateralità rispetto ai due Riccardiani.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-021-backlink">40</ref></hi>	Questo era stato originariamente inviato dal Bruni in traduzione latina, assieme al <hi rend="italic" >Seleuco</hi>, a Bindaccio Ricasoli, come seconda parte di un dittico che mirava a risarcire il volgare dalla sottrazione subita dalla latinizzazione del <hi rend="italic">Tancredi</hi>, e al tempo stesso a temperarne la tristezza attraverso l’aggiunta di una novella a lieto fine. Fondamentali, oltre al saggio di Nicoletta Marcelli già ricordato (Marcelli, <hi rend="italic">La «Novella di Seleuco e Antioco»</hi>, cit.), i lavori di Mario Martelli dedicati a questa coppia di testi (M. Martelli, <hi rend="italic">Considerazioni sulla tradizione della novella spicciolata</hi>, in <hi rend="italic">La novella italiana</hi>. Atti del Convegno di Caprarola, 19-24 settembre 1988, 2 voll., Salerno, Roma 1989, vol. I, pp. 215-244; Id., <hi rend="italic">Il</hi> «<hi rend="italic">Seleuco</hi><hi >», </hi><hi rend="italic">attribuito a Leonardo Bruni</hi>, in G. Albanese, L. Battaglia Ricci e R. Bessi [a cura di], <hi rend="italic">Favole parabole istorie. Le forme della scrittura novellistica dal Medioevo al Rinascimento</hi>, Atti del Convegno di Pisa [26-28 ottobre 1998], Salerno, Roma 2000, pp. 231-255). Lo studioso osserva come la sistematica sostituzione, nei codici, della traduzione in latino del Tancredi con l’originaria novella decameroniana sia ormai rappresentativa delle esigenze di un pubblico di lettori in volgare (Martelli, <hi rend="italic">Considerazioni sulla tradizione</hi>, cit., p. 233). Egli ritiene inoltre che, ferma restando l’ideazione bruniana della novella, a comporre la versione che effettivamente si legge nei codici debba essere stato un autore diverso dal Bruni, il quale avrebbe commesso una serie di errori storici troppo eclatanti per attribuirli a un umanista del suo calibro (ivi, pp. 254-255). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-020-backlink">41</ref></hi>	Cfr. R. Bessi, <hi rend="italic">Un dittico quattrocentesco: le novelle del Bianco Alfani e Madonna Lisetta Levaldini. Testo e commento</hi>, «Interpres», <hi rend="CharOverride-2">14, </hi>1994, pp. 7-106.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-019-backlink">42</ref></hi>	La tavola del codice, sia pure limitata alle opere dell’Alberti, è in C. Grayson (a cura di), L. Battista Alberti, <hi rend="italic">Opere volgari</hi>, I-III, Laterza, Bari 1960-1973, vol. II, p. 408.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-018-backlink">43</ref></hi>	«E se in te, o figliuola mia, è punto rimaso alcuno amor materno […] ti prego che ti piaccia questi miei ultimi comandamenti seguitare. Primamente, che tu ti sforzi con ogni ingegno e sollecitudine di compiacere onoratamente al tuo padre e signore imperiale di Roma. E ancora t’ingegnerai con debita riverenza obbedire il tuo marito, servendolo fedelmente. E sopra tutto ti comando e prego, che ti piaccia regger la tua bellezza onestamente; perché quando il contrario nelle donne accade, sappi, che quello più d’alcun altra cosa suole essere cagione fra moglie e marito di tribolata e penosa vita, e alle volte di morte vituperata» (Ps.-Boccaccio, <hi rend="italic">L’Urbano</hi>, in Moutier, <hi rend="italic">Opere volgari di Giovanni Boccaccio corrette sui testi a penna</hi>, cit., p. 35).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-017-backlink">44</ref></hi>	«E per venire al mio effetto, dicovi…» (Ps.-Boccaccio, <hi rend="italic">L’Urbano</hi>, cit., p. 16) «E questo a questa parte voglio che basti» (ivi, p. 17), «Ma discorrendo più oltre» (<hi rend="italic">ibidem</hi>), «Ma a che bisogna ch’io mi stenda più in simili parole?» (ivi, p. 18), «E prima a quello che hai detto d’Urbano […] ed io del contrario spero» (ivi, p. 19), «All’altra parte dubbiosa […] so certo» (<hi rend="italic">ibidem</hi>), «A quello ancora… <hi >» (ivi, p. ٢٠).</hi> </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-016-backlink">45</ref></hi>	Cfr. P. Procaccioli (a cura di), <hi rend="italic">La novella del Grasso legnaiuolo</hi>, Fondazione Pietro Bembo/Ugo Guanda Ed., Parma 1990.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-015-backlink">46</ref></hi>	Sulla costituzione della biblioteca dei Soranzo cfr. V. Rossi, <hi rend="italic">La biblioteca manoscritta del senatore veneziano Jacopo Soranzo</hi>, <hi >«</hi>Il libro e la stampa. Bullettino ufficiale della Societ<hi >à </hi>bibliografica italiana», n.s. 1, 1907, pp. 3-8, 122-133.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-014-backlink">47</ref></hi>	Si tratta di una numerazione in cifre arabe vergata e inquadrata a penna, ancora ben visibile nell’angolo superiore esterno nonostante l’usura dei margini; nella stessa sede, ma appena più in basso, una numerazione recente numera le carte da 62 a 116, proseguendo anche sul recto della carta bianca successiva alla novella. È presente anche una terza cartulazione, ugualmente moderna – ma forse anteriore a quella appena esaminata – e realizzata al centro del margine inferiore, che numera le carte di questa sezione da 37 a 89. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-013-backlink">48</ref></hi>	Il testimone V, in particolare, viene riunito su base strutturale (Russo, <hi rend="italic">Firenze nuova Roma</hi>,<hi rend="italic"> </hi>cit., pp. 88-89, gruppo Eta) e stemmatica (Marcelli, <hi rend="italic">La «Novella di Seleuco e Antioco»</hi>, cit., pp. 114-117 e 125) assieme ad altri codici che presentano tutti una veste linguistica diversa da quella fiorentina (probabilmente mediana, almeno nel caso del ms. 44 B 26 della Biblioteca Corsiniana e dei Lincei). La nostra novella, del resto, si tramanda unicamente nella miscellanea di V, e nella sezione finale, il che suggerirebbe l’ipotesi di un’aggiunta in un certo senso estranea alla silloge di partenza. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-012-backlink">49</ref></hi>	L: «Incomincia la novella de Federigo Barba rossa imp‹er›atore [con probabile caduta del segno abbreviativo] di Roma composta per miser Giovani Boccaccio da Fiorenza» (c. 1r); Co: «Novelletta dell’imperador Federico Barbarossa imperator romano composta per miser Giovanni Bocachi da Firenze. Bochaccio legete» (c. 12r). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-011-backlink">50</ref></hi>	La stampa non riporta la data, che pure è stata stabilita, ricorrendo all’analisi dei caratteri tipografici impiegati dallo stampatore Platone de’ Benedetti, grossomodo fra il 1487 e il 20 luglio 1493 (cfr. E. Gatti, <hi rend="italic">Francesco Platone</hi> <hi rend="italic">de’ Benedetti. Il principe dei tipografi bolognesi fra corte e</hi> Studium <hi rend="italic">[1482-1496]</hi>, Forum, Udine 2019, pp. 501-503 [scheda 18]).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-010-backlink">51</ref></hi>	La pertinenza fra questi testi e la novella di Urbano, che ad essi si mescola nei codici Co e P, viene evidenziata anche nella già citata scheda di Bertolini e Tortelli (scheda 24, <hi rend="italic">Roma, proprietà privata</hi>, cit.).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-009-backlink">52</ref></hi>	Riflessioni importanti, a questo proposito, sono quelle esposte nei lavori di Gabriella Albanese (G. Albanese, <hi rend="italic">Da Petrarca a Piccolomini: codificazione della novella umanistica</hi>, in G. Albanese, L. Battaglia Ricci e R. Bessi [a cura di], <hi rend="italic">Favole parabole istorie</hi>, cit., pp. 257-308 [in particolare pp. 282-283]) e di Rossella Bessi (R. Bessi, <hi rend="italic">La novella in volgare nel ’400 italiano: studi e testi</hi>, «Medioevo e Rinascimento», 12/n.s. 9, 1998, pp. 285-305).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-008-backlink">53</ref></hi>	Ne sono privi i mss. A, D, R<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi> ed R<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi>: dunque solo in sede di edizione critica sarà possibile accertarne l’appartenenza alla struttura originaria dell’opera. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-007-backlink">54</ref></hi>	<hi >«</hi>Ritrovandomi un giorno più che l’usato da gravissime ed innumerabili pene assalito, anzi da morte più che mortalmente offeso, avendomi tolto colui che più che me medesimo per le sue virtù sommamente amava» (Ps.-Boccaccio, <hi rend="italic">L’Urbano</hi>, cit., p. 3).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-006-backlink">55</ref></hi>	Questa redazione si tramanda in un solo testimone, pure quattrocentesco; il testo si presenta qui in una veste linguistica veneta non ascrivibile alla mano del copista: questi, infatti, copia nello stesso codice anche altre prose che sono invece pienamente conformi al tipo toscano (Parducci, <hi rend="italic">La leggenda della nascita e della gioventù di Costantino Magno</hi>, cit.). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-005-backlink">56</ref></hi>	Si veda in particolare E. Curti, <hi rend="italic" >«Miserae historiae» e «pietose novelle» in area veneta</hi>, in A. Ferracin e M. Venier (a cura di), <hi rend="italic">Giovanni Boccaccio: tradizione, interpretazione e fortuna. In ricordo di Vittore Branca</hi>, Forum, Udine 2014, pp. 297-310. Per la <hi rend="italic">Iusta Victoria </hi>del Feliciano si rimanda ad A. Scolari, <hi rend="italic">La «Justa victoria» di Felice Feliciano antiquario</hi>, «Atti dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti», Classe di Scienze morali, 125, 1967, pp. 293-305, poi in Id., <hi rend="italic">Pagine veronesi</hi>, Fiorini, Verona 1970, pp. 55-70. Al Feliciano viene fatto risalire peraltro anche il rifacimento della novella pseudo-albertiana di Ippolito e Lionora, da lui copiato in ben tre codici (G. Mardersteig, <hi rend="italic">Leon Battista Alberti e la rinascita del carattere lapidario romano nel Quattrocento</hi>, «Italia medioevale e umanistica», 2, 1959, pp. 285-307; L. Badioli, <hi rend="italic">Nota sulla tradizione della novella di Ippolito e Lionora</hi>, «Interpres», 19, 2000, pp. 42-44; Ead., <hi rend="italic">La novella pseudo-albertiana di Ippolito e Lionora</hi>, «Interpres», 23, 2004, pp. 204-215).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-004-backlink">57</ref></hi>	Non si tratta, come si accennava, dell’unico caso: sulla fortuna del modello della <hi rend="italic">Fiammetta</hi> nella composizione di altri testi coevi di ispirazione elegiaca si veda, oltre al lavoro già citato di Elisa Curti, anche P. Vecchi Galli, <hi rend="italic">Percorsi dell’elegia quattrocentesca in volgare</hi>, in A. Comboni, A. Di Ricco (a cura di),<hi rend="italic"> L’elegia nella tradizione poetica italiana</hi>, Editrice Università degli Studi di Trento, Trento 2003, pp. 37-79; M.P. Mussini Sacchi, <hi rend="italic">Le rime «necessarie» nel romanzo quattrocentesco</hi>, in M. Santagata, A. Quondam<hi rend="italic"> </hi>(a cura di), <hi rend="italic">Il libro di poesia dal copista al tipografo</hi>, Atti del convegno di Ferrara (29-31 maggio 1987), Panini, Modena 1989, pp. 111-116; C. Delcorno, <hi rend="italic">Introduzione</hi>, in G. Boccaccio, <hi rend="italic">Elegia di Madonna Fiammetta</hi>, in Id., <hi rend="italic">Tutte le opere</hi>, a cura di V. Branca, vol. V, t. 2, Mondadori, Milano 1994, pp. 3-21.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-003-backlink">58</ref></hi>	Ps.-Boccaccio, <hi rend="italic">L’Urbano</hi>, cit., p. 50.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-002-backlink">59</ref></hi>	G. Boccaccio, <hi rend="italic">Elegia di Madonna Fiammetta, Corbaccio</hi>, introduzione e note di F. Erbani, Garzanti, Milano 1999, p. 138.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-001-backlink">60</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-000-backlink">61</ref></hi>	Si rimanda a C. Russo, <hi rend="italic">Fra scrittura novellistica ed elegia: l’Urbano, la Fiammetta e la lingua della novella</hi>, «Studi sul Boccaccio», 48, 2020, pp. 273-299.</p>
      
      
      
      
      
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        <listBibl>
          <head>References</head>
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          <bibl n="30778">[Boccaccio G.], Opera di m. Giouanni Boccaccio, tradotta di lat. in volgare da Niccol&amp;#242; Liburnio, dove per ordine d’alfabeto si tratta diffusamente de’ monti, selve, boschi, fonti, laghi, stagni, paludi, golfi, e mari dell’universo mondo. E delle lor cose memorabili, come da poeti, cosmografi, overo storici sono descritte. E nel fine sono le provincie di tutto il mondo d’Asia, Affrica, Europa, e come furono chiamate dagl’antichi, e come si nominano di presente, scritte dal sopraddetto Liburnio. Aggiuntovi la favola dell’Urbano del medesimo Boccaccio. per Filippo Giunti, in Fiorenza 1598.</bibl>
          <bibl n="30779">[Boccaccio G.], L’Urbano di messer Giovanni Boccaccio, co’ caratteri de’ fratelli Amoretti, Parma, 1801.</bibl>
          <bibl n="30780">Boccaccio G., Elegia di Madonna Fiammetta, Corbaccio, introduzione e note di F. Erbani, Garzanti, Milano 1999.</bibl>
          <bibl n="30781">Branca V., Tradizione delle opere di Giovanni Boccaccio, I. Un primo elenco dei codici e tre studi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1958.</bibl>
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