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        <title type="main" level="a">Il Boccaccio di Baldassar Castiglione: la duplice immagine del Certaldese nelle pagine del Cortegiano</title>
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          <resp>This is a section of <title>Intorno a Boccaccio / Boccaccio e dintorni 2019</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-236-2</idno>) by </resp>
          <name>Giovanna Frosini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2020">2020</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-236-2.14</idno>
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        <p>Giovanni Boccaccio is quoted several times in Castiglione’s Cortegiano, but all these mentions are inserted in two specific contexts: on the one hand, the debate on literary language, developed in the letter of dedication to don Michel De Silva and in the first book; on the other hand, the definition of the joke in book II. Starting from these premises, this essay analyses the meanings of Boccaccio’s presence in the Cortegiano. It shows that Castiglione’s treatise provides two different and concurrent representations of the author of the Decameron: a positive one, connected to the ‘questione della lingua’, that offers Boccaccio as a promoter of the usage (‘uso’); a critical one, deriving from the theory of the ‘facezia’, that makes Boccaccio a challenging and challenged model.</p>
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            <item>Boccaccio</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-236-2.14<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-236-2.14" /></p>
      
      
      <p rend="h1_chapter">Il Boccaccio di Baldassar Castiglione: la duplice immagine del Certaldese nelle pagine del <hi rend="italic">Cortegiano</hi></p><p rend="h1_author">Flavia Palma</p><p rend="text">Nelle pagine di uno dei più noti trattati rinascimentali, il <hi rend="italic">Libro del cortegiano</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Baldassar Castiglione offre un’immagine idealizzata della corte di Urbino nei primi anni del Cinquecento<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="13.html#footnote-029">1</ref></hi></hi>, dipingendola nel momento in cui i suoi membri si cimentano nella definizione del perfetto uomo di corte. Come è stato sottolineato dalla critica, l’assetto contenutistico della <hi rend="italic">princeps</hi> del 1528 è l’esito di un lungo e complesso lavoro di revisione e di rimaneggiamento, tanto che possono essere individuate tre fasi redazionali ben distinte: a partire dal cosiddetto ‘manoscritto degli abbozzi’, è stata elaborata la prima redazione completa del <hi rend="italic">Cortegiano</hi>, ultimata attorno al 1515-1516 e articolata in quattro libri; è seguita poi, entro il 1520-1521, una seconda redazione in tre libri, sui quali Castiglione è tornato a lavorare con grande attenzione, arrivando entro il 1524 alla terza e ultima redazione del <hi rend="italic">Cortegiano</hi>, di nuovo<hi rend="italic"> </hi>in quattro volumi (ben diversi per materia e struttura da quelli della prima redazione), che ha visto la luce a stampa nel 1528 presso i Manuzio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="13.html#footnote-028">2</ref></hi></hi>. Le difficoltà non si esauriscono qui, dato che il manoscritto di tipografia presenta una serie di correzioni dovute a mani diverse: quella di Castiglione propone aggiustamenti sia linguistici sia contenutistici; almeno altre tre mani sono tuttavia intervenute sul testo e una di esse, probabilmente appartenuta a Giovan Francesco Valier, è responsabile delle revisioni linguistiche più consistenti, che conferiscono, spiega Ghinassi, una «patina di toscanità al testo»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="13.html#footnote-027">3</ref></hi></hi>, nonostante il lombardismo orgogliosamente proclamato e difeso dall’autore. </p><p rend="text">La travagliata vicenda manoscritta ed editoriale del <hi rend="italic">Cortegiano</hi> influisce anche su una questione solo apparentemente circoscritta, ossia l’immagine che le pagine del trattato tratteggiano di Giovanni Boccaccio. Il nome del Certaldese ricorre infatti con una discreta frequenza in tre punti strategici del testo, nei quali vengono discusse due questioni di centrale importanza: da un lato il problema della lingua; dall’altro, la definizione della burla, discussa all’interno della codificazione della facezia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="13.html#footnote-026">4</ref></hi></hi>. Pur essendo concentrati nei primi due libri, che sono considerati i meno soggetti a modifiche nell’<hi rend="italic">iter </hi>che ha portato alla stampa, i richiami a Boccaccio sono comunque soggetti a significativi interventi autoriali, che rivelano l’interesse di Castiglione a definire le proprie posizioni chiamando in causa il maestro trecentesco e facendone una sorta di termine di paragone. </p><p rend="text">Proprio sulla funzione dei riferimenti al Certaldese mi soffermerò nelle prossime pagine, allo scopo di mettere in luce il diverso uso che Castiglione ha fatto del modello boccacciano a seconda della questione oggetto di discussione: il ricorso a Boccaccio è infatti tutt’altro che omogeneo e prevedibile e rivela, anzi, un’interpretazione attenta e al contempo strumentale del <hi rend="italic">Decameron</hi>. A mio parere, nelle pagine del <hi rend="italic">Cortegiano </hi>si possono individuare due rappresentazioni di Boccaccio concorrenti e solo parzialmente conciliabili: ora quella positiva di un Boccaccio fautore dell’uso linguistico, sfruttato da Castiglione per sostenere le proprie posizioni contro i promotori del principio dell’imitazione; ora quella discutibile del Boccaccio autore di novelle di beffa, oggetto per questo di attento scrutinio e bersaglio di aperta polemica.</p><p rend="text">Il confronto con Boccaccio si apre all’insegna della questione della lingua, trattata in due <hi rend="italic">loci </hi>ben precisi, il primo dei quali è la lettera di dedica a don Michel De Silva,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>presente nella <hi rend="italic">princeps </hi>del 1528, ma non nelle versioni precedenti del trattato. Già in apertura, dunque, Castiglione, che è stato uno dei più rilevanti esponenti della cosiddetta ‘teoria cortigiana’<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="13.html#footnote-025">5</ref></hi></hi>, si cimenta nella spiegazione dell’assetto linguistico della sua opera, essendo stato accusato di non aver «imitato il Boccaccio» e di non essersi attenuto «alla consuetudine del parlar toscano d’oggidì» (Ded., <hi rend="CharOverride-3">ii</hi>)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="13.html#footnote-024">6</ref></hi></hi>. L’auto-difesa assume la forma di un confronto con il Certaldese: pur riconoscendo a quest’ultimo un «gentil ingegno, secondo quei tempi»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="13.html#footnote-023">7</ref></hi></hi> e «discrezione ed industria» (anche se solo «in alcuna parte» dei suoi scritti), Castiglione non esita a precisare che il maestro trecentesco «assai meglio scrisse quando si lassò guidar solamente dall’ingegno ed istinto suo naturale, senz’altro studio o cura di limare i scritti suoi, che quando con diligenzia e fatica si sforzò d’esser più culto e castigato» (<hi rend="italic">ibidem</hi>). A ben vedere, questo giudizio poco lusinghiero ha le conseguenze più notevoli non tanto su Boccaccio, quanto sui fautori della sua fedele imitazione: essi infatti, spiega Castiglione, ammettono che il Certaldese «nelle cose sue proprie molto s’ingannò di giudicio, tenendo in poco quelle che gli hanno fatto onore ed in molto quelle che nulla vagliono» (<hi rend="italic">ibidem</hi>). Di conseguenza imitarlo in ciò che egli ha ritenuto più riuscito, ma nei fatti non lo è, sarebbe un errore consapevole e per questo imperdonabile; scegliere invece di fare proprio il migliore stile boccacciano, che tuttavia Boccaccio ha considerato poco efficace, vorrebbe dire tradire la sua volontà (<hi rend="italic">ibidem</hi>)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="13.html#footnote-022">8</ref></hi></hi>. Si crea in questo modo un cortocircuito che denuncia l’incoerenza dei promotori dell’imitazione: sono proprio loro che, pur riconoscendo le pecche dello stile del Certaldese, lo propongono nonostante tutto come modello immancabile. </p><p rend="text">Oltre ai problemi strettamente linguistici, Castiglione si sofferma sulla distanza che lo separa da Boccaccio anche in merito al «subietto» trattato: il Certaldese infatti non ha «mai scritto cosa alcuna di materia simile a questi libri del <hi rend="italic">Cortegiano</hi>» (<hi rend="italic">ibidem</hi>) e perciò non ci sarebbe motivo di imitarlo. Siamo chiaramente di fronte a una rivendicazione di libertà espressiva proposta con un discreto sentimento di superiorità<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="13.html#footnote-021">9</ref></hi></hi>, che pare glissare volutamente sulle innegabili affinità tematiche tra alcune sezioni del <hi rend="italic">Cortegiano </hi>e il <hi rend="italic">Decameron</hi>: se è vero che il proposito centrale del trattato cinquecentesco<hi rend="italic"> </hi>è la formazione dell’uomo di corte, motivo per cui il soggetto dell’opera potrebbe a prima vista risultare del tutto estraneo a quello del novelliere boccacciano, quasi la metà del libro II è nei fatti dedicata alla definizione della facezia, le cui esemplificazioni comportano numerosi richiami espliciti alle novelle decameroniane. Sottolineare la distanza della materia trattata rispetto a quella del predecessore trecentesco non servirebbe dunque a definire semplicemente la specificità dei contenuti proposti, ma sarebbe piuttosto utile a rimarcare la maggiore nobiltà letteraria del <hi rend="italic">Cortegiano</hi>, dovuta a un intento didattico e formativo del tutto estraneo al <hi rend="italic">Decameron</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="13.html#footnote-020">10</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi></p><p rend="text">I toni quasi polemici che si registrano in questi primi giudizi emessi nei confronti di Boccaccio non devono tuttavia trarre in inganno. Con grande sottigliezza, Castiglione trasforma infatti il Certaldese in un fautore della cosiddetta ‘consuetudine’, sfruttandolo in questo modo per sostenere le sue posizioni in materia linguistica, come si può notare nel passo seguente: «non era conveniente ch’io usassi molte di quelle [<hi rend="italic">scil. </hi>parole] del Boccaccio, <hi rend="italic">le quali a’ suoi temp</hi><hi rend="italic">i s’usavano</hi> ed or sono disusate dalli medesimi Toscani» (Ded., II). Poco dopo, a sostegno dell’impiego di forestierismi e di neologismi, purché entrati nell’uso, cita ancora Boccaccio, notando in termini inequivocabilmente elogiativi che nelle sue opere «son tante parole franzesi, spagnole e provenzali ed alcune forse non ben intese dai Toscani moderni che chi tutte quelle levasse farebbe il libro molto minore» (<hi rend="italic">ibidem</hi>). Boccaccio non viene pertanto rifiutato <hi rend="italic">in toto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="13.html#footnote-019">11</ref></hi></hi>; viene piuttosto biasimato qualsiasi atteggiamento che fa di lui un modello ineludibile e insuperabile. Non a caso la discussione sulla lingua sfocia ben presto in una polemica contro coloro che ignorano l’importanza della consuetudine linguistica in nome dell’imitazione cieca o dell’intransigente toscanismo. </p><p rend="text">I principi linguistici enunciati nella dedica a De Silva tornano poi all’interno del libro I (capp. XXVIII-XXXIX), dove i membri della corte di Urbino discutono dei modi che il cortigiano dovrebbe tenere nell’esprimersi: il nucleo dell’analisi si sposta dunque dalla lingua dell’autore a quella dell’individuo ideale che egli vuole plasmare. Alle ‘teorie cortigiane’ di Ludovico da Canossa, che raccomanda di fuggire l’affettazione in favore della grazia e di basare tanto lo scritto quanto il parlato sull’uso (I, XXIX<hi rend="CharOverride-3">)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="13.html#footnote-018">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">,</hi> si contrappone Federico Fregoso, difensore dell’imitazione di Petrarca e di Boccaccio, proposti al contempo come una «guida» e uno «scudo» (I, XXX).  </p><p rend="text">Le tesi del conte di Canossa sono sostenute anche da Giuliano de’ Medici, che ripropone per primo l’immagine di un Boccaccio fautore dell’imitazione, già tratteggiata da Castiglione nella dedica. Giuliano, infatti, pur definendo la lingua toscana «più bella dell’altre», dichiara: «È ben vero che molte parole si ritrovano nel Petrarca e nel Boccaccio, che or son interlassate dalla consuetudine d’oggidì; e queste io, per me, non userei mai né parlando né scrivendo; <hi rend="italic">e credo che essi ancor, se insin a qui vivuti fossero, non le userebbono più</hi>» (I, XXXI). Il conte prosegue così sulla via indicata dal compagno, lodando apertamente le tre corone in quanto «ingeniosamente e con quelle parole e termini che usava <hi rend="italic">la consuetudine de’ loro tempi</hi> hanno espresso i lor concetti» (I, XXXII). Ribadisce poi esplicitamente la tendenza di Petrarca e Boccaccio a rispettare l’uso linguistico, sostenendo che, se «fossero vivi a questo tempo, non usariano molte parole che vedemo ne’ loro scritti» (I, XXXVI). Il conte sviluppa anzi le sue argomentazioni al punto tale che la pratica di Boccaccio, e con lui di Petrarca, non solo pare supportare i fautori della consuetudine<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="13.html#footnote-017">13</ref></hi></hi>, ma arriva persino a contraddire la fondatezza del principio dell’imitazione. Se quest’ultimo infatti fosse valido, anche i due autori trecenteschi avrebbero dovuto imitare un modello, di cui però non si sa nulla. Sommando a questo il fatto che si imita sempre chi è migliore, il Canossa deduce che sarebbe impossibile che fossero sparite le tracce di autori superiori a Petrarca e Boccaccio (cfr. I, XXXVII<hi rend="CharOverride-3">)</hi>. Sfatata dunque la validità intrinseca dello statuto dell’imitazione, proclama che la qualità letteraria di Boccaccio e di Petrarca e, con loro, di ogni grande letterato sta nell’«ingegno» e nel «giudicio naturale» (<hi rend="italic">ibidem</hi>), non certo in una pedissequa riproposizione di modelli precedenti.</p><p rend="text">A questo proposito risulta particolarmente significativo il ragionamento proposto nel cap. XXXVII, in cui si legge: </p><p rend="quotation_b">Non so adunque come sia bene, in loco d’arricchir questa lingua e darle spirito, grandezza e lume, farla povera, esile, umile ed oscura e cercare di metterla in tante angustie, che ognuno sia sforzato ad imitare solamente <hi rend="italic">il Petrarca e ’l Boccaccio</hi>; e che nella lingua non si debba ancor credere al Policiano, a Lorenzo de’ Medici, a Francesco Diaceto e ad alcuni altri che pur sono toscani, e forse di non minor dottrina e giudicio che si fosse il Petrarca e ’l Boccaccio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="13.html#footnote-016">14</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Qui Castiglione cita alcuni letterati moderni, equiparandoli per qualità letterarie alle due corone. Modifica così doppiamente il brano corrispondente della seconda redazione, dove non solo erano assenti i nomi di Poliziano, Lorenzo e Diacceto, ma erano guardati con fare del tutto disincantato anche Petrarca e Boccaccio, sui quali si sentenziava: «non forno né tanto dotti né tanto ingegnosi che non si possi sperare che di più ne abbino a venire» (Sr, I, XXXVII)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="13.html#footnote-015">15</ref></hi></hi>. Nella <hi rend="italic">princeps</hi>, dunque, Castiglione modifica il brano secondo due direttive affini: rinuncia a sminuire il prestigio dei maestri trecenteschi, come aveva fatto nella redazione precedente, e mette invece in luce il vero bersaglio delle sue critiche attraverso l’aggiunta di un ironico attacco a </p><p rend="quotation_b">certi scrupolosi, i quali, quasi con una religion e misterii ineffabili di questa lor lingua toscana, spaventano di modo chi gli ascolta, che inducono ancor molti omini nobili e litterati in tanta timidità, che non osano aprir la bocca e confessano di non saper parlar quella lingua, che hanno imparata dalle nutrici insino nelle fasce (I, XXXVII). </p><p rend="text">Si comprende così perché scompaia la proposta di Emilia, che nella seconda redazione suggeriva di tornare nuovamente sulla questione della lingua affidando il compito a Pietro Bembo, il paladino dell’imitazione (Sr, I, XXXIX<hi rend="CharOverride-3">)</hi>: nella terza e ultima redazione il dibattito, ormai andato troppo per le lunghe, viene invece semplicemente interrotto (I, XXXIX<hi rend="CharOverride-3">)</hi>. Il letterato veneziano viene quindi volutamente ‘silenziato’ proprio nel contesto della questione linguistica che più di ogni altra lo avrebbe dovuto vedere protagonista: come ha spiegato Uberto Motta, gli è negato lo <hi rend="italic">status </hi>di «maestro di lingua e di letteratura» e viene presentato piuttosto nelle vesti di «poeta e […] filosofo d’amore», in particolare nel IV libro<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="13.html#footnote-014">16</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">È pertanto legittimo ritenere che la discussione sulla lingua portata avanti nel <hi rend="italic">Cortegiano </hi>non sia volta a minare lo statuto di Boccaccio quale illustre letterato, ma si configuri piuttosto come una polemica nei confronti dei fautori della cieca imitazione: questi ultimi sono il bersaglio delle critiche di Castiglione, che con acuta lucidità sfrutta proprio Boccaccio per sostenere il valore delle proprie posizioni, facendone un’arma contro i suoi stessi paladini. Si assiste così a una sorta di detronizzazione del Certaldese, non più proposto come modello in sé e per sé, ma rifunzionalizzato e trasformato in uno strumento in grado di alimentare e sostenere una tesi che gli è nei fatti estranea. </p><p rend="text">Il ruolo di Boccaccio cambia profondamente nel libro II, dove viene chiamato in causa in merito alla discussione sulla facezia, di cui Bernardo Bibbiena<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="13.html#footnote-013">17</ref></hi></hi>, incaricato di insegnare al cortigiano l’arte del racconto piacevole, individua tre tipologie: parla prima dell’«urbana e piacevole narrazion continuata», assimilata almeno in parte alla novella, poi della «sùbita ed arguta prontezza», ossia del motto di spirito, e infine delle burle, «nelle quali intervengon le narrazioni lunghe e i detti brevi ed ancor qualche operazione» (II, XLVIII). Per la trattazione delle prime due varietà (rispettivamente ai capp. XLIX-LVI e LVII-LXXXIV), che rispondono perfettamente alle esigenze di un riso moderato, lontano da qualsiasi forma di oscenità o di rozzezza<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="13.html#footnote-012">18</ref></hi></hi>, Castiglione si rifà fedelmente ai dettami ciceroniani del <hi rend="italic">De oratore</hi>, ai quali somma l’influenza del <hi rend="italic">De sermone </hi>di Pontano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="13.html#footnote-011">19</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Dalla ricca esemplificazione che viene fornita emerge tuttavia una quasi totale assenza: quando discute della ‘narrazion continuata’, raccomandando di fare in modo che «a quelli che odono paia vedersi innanzi agli occhi far le cose che si narrano»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="13.html#footnote-010">20</ref></hi></hi>, il Bibbiena ricorda la novella del prete di Varlungo (<hi rend="italic">Dec. </hi>VIII 2) e quelle di Calandrino (<hi rend="italic">Dec.</hi> VIII 3 e 6; IX 3 e 5), ma nulla di più (II, XLIX). Nessuna esemplificazione decameroniana viene invece proposta nella ben più ampia sezione dedicata ai motti di spirito, nonostante l’intera Giornata VI del <hi rend="italic">Decameron</hi> sia a essi votata. Questa macroscopica esclusione potrebbe trovare a mio parere una logica spiegazione nella stessa trattazione del motto proposta dal Bibbiena: nel capitolo LXVIII questi esorta il cortigiano a fuggire ogni atteggiamento irrispettoso verso la religione, ogni oscenità e ogni riferimento che possa risultare fonte di vergogna per una donna onesta; nel capitolo LXXXIII ricorda poi al cortigiano «faceto» di avere «rispetto al tempo, alle persone, al grado suo» e di non essere «troppo frequente» nel provocare il riso. Alla luce di queste indicazioni, il motto castiglionesco si configura come una forma di intrattenimento semi-pianificata e solo apparentemente spontanea, ben diversa dalla battuta pronta boccacciana, fondata sulla reazione immediata e finalizzata a scampare da situazioni di pericolo o a punire con ironia e con sagacia un difetto dell’interlocutore. Il <hi rend="italic">Decameron</hi> non può dunque fornire un’esemplificazione coerente per la seconda tipologia di facezia: sono cambiate le coordinate storico-culturali di applicazione del motto e, con esse, i suoi stessi tratti caratterizzanti. </p><p rend="text">La situazione si complica ulteriormente nel passaggio alla terza tipologia di facezia, ossia la burla (capp. LXXXV-XCVI), per la quale Castiglione non può ricorrere a un corrispettivo canovaccio teorico ciceroniano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="13.html#footnote-009">21</ref></hi></hi>. Se alla mancanza di modelli classici si somma la prossimità formale con la beffa boccacciana, si comprende perché il numero delle esemplificazioni tratte dal <hi rend="italic">Decameron</hi> diventi qui più copioso<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="13.html#footnote-008">22</ref></hi></hi>; anzi le citazioni dal novelliere presenti nel libro II del <hi rend="italic">Cortegiano </hi>si concentrano quasi esclusivamente nei capitoli dedicati alla burla. </p><p rend="text">Essa viene dunque definita come «un inganno amichevole di cose che non offendano, o almen poco» (II, LXXXV), distinguendosi dalle restanti tipologie di facezia non tanto per le fonti di ispirazione, che sono le medesime, quanto per gli strumenti impiegati per generare il riso: se le altre facezie si fondano sul «dir contra l’aspettazione», in quanto enfatizzano la componente verbale, le burle si basano sul «far contra l’aspettazione» (<hi rend="italic">ibidem</hi>) e conferiscono maggiore peso all’azione.</p><p rend="text">Dopo aver fornito alcuni esempi di burle che rispettano le direttive teoriche enunciate, il Bibbiena cita le imprese che «faceano Bruno e Buffalmacco al suo Calandrino ed a maestro Simone, e molte altre di donne, che veramente sono ingeniose e belle» (II, LXXXIX). Eppure, la burla castiglionesca non può essere assimilata completamente alla beffa boccacciana: al contrario dell’autonomia di statuto accordata alla beffa decameroniana, la burla è ridotta a sottocategoria della facezia. A ciò si aggiunge il fatto che le trovate goliardiche di Bruno e Buffalmacco sono fin troppo irrispettose del beffato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="13.html#footnote-007">23</ref></hi></hi>. Il problema più consistente però è rappresentato dalle beffe orchestrate da e contro le donne, che costituiscono un nodo concettuale saliente nella poetica del riso del <hi rend="italic">Cortegiano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="13.html#footnote-006">24</ref></hi></hi>,<hi rend="italic"> </hi>come suggeriscono le correzioni apportate nel passaggio dalla seconda alla terza redazione del trattato. </p><p rend="text">Il passo della <hi rend="italic">princeps </hi>appena citato (II, LXXXIX), per esempio, modifica il corrispondente della seconda redazione, dove si legge in merito ai racconti di beffa: «molti piacevoli ne sono nelle novelle del Boccaccio, come quelle che faceano Bruno e Bufalmacco al suo Calandrino et a maestro Simone, e molt’altre di donne ingegnose et accorte che vi sono» (Sr, II, LXXXVI)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="13.html#footnote-005">25</ref></hi></hi>. Se qui sono le donne a essere ‘ingegnose’ e ‘accorte’, nel testo della <hi rend="italic">princeps</hi> le qualifiche di ingegnosità e bellezza paiono piuttosto attribuite alle beffe da loro realizzate, con un conseguente spostamento dell’attenzione dall’indole delle donne agli inganni astuti e piacevoli da loro architettati.</p><p rend="text">Non a caso è proprio il richiamo alle burle femminili a scatenare la replica di Gasparo Pallavicino e di Ottaviano Fregoso, che accusano il Bibbiena di eccessiva condiscendenza nei confronti delle donne (II, XC-XCII<hi rend="CharOverride-3">)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="13.html#footnote-004">26</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">:</hi> se infatti agli uomini è chiesto di non recare loro offesa alcuna, esse parrebbero legittimate a trattare gli uomini come preferiscono. Per dimostrare dunque che le beffe maschili non dovrebbero essere affatto giudicate più duramente di quelle femminili, il Pallavicino replica al compagno ricorrendo a sua volta al <hi rend="italic">Decameron</hi>: menziona infatti da un lato la beffa ordita da Ricciardo contro Catella in <hi rend="italic">Dec. </hi>III 6 e, dall’altro, quelle orchestrate da Beatrice e da Sismonda contro i mariti rispettivamente in <hi rend="italic">Dec</hi>. VII 7 e VII 8, ritenendole tutte e tre equipollenti per gravità (II, XCII<hi rend="CharOverride-3">).</hi> </p><p rend="text">Proprio sul confronto tra le beffe di <hi rend="italic">Dec. </hi>III 6 e VII 7 si sviluppa allora la discussione. Il Bibbiena, che difende la piacevolezza delle beffe orchestrate dalle donne, dichiara che Ricciardo ha penalizzato Catella più di quanto abbia fatto Beatrice con il marito Egano, «perché Riciardo con quello inganno sforzò colei e fecela far di se stessa quello che ella non voleva; e Beatrice ingannò suo marito per far essa di se stessa quello che le piaceva» (II, XCIII)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="13.html#footnote-003">27</ref></hi></hi>. Nei fatti, come sappiamo, Catella non viene obbligata in alcun modo, ma giace volutamente con Ricciardo, perché lo crede suo marito. La lettura ‘tendenziosa’ del Bibbiena è tuttavia utile a tutelare le donne, che, al contrario di Ricciardo, non lederebbero mai il volere dell’amante; agirebbero anzi spinte inevitabilmente dalla passione amorosa, il cui condizionamento sulle azioni umane viene riconosciuto anche da Pallavicino, che però lo ritiene influente tanto sulle donne quanto sugli uomini (II, XCIV<hi rend="CharOverride-3">)</hi>.</p><p rend="text">La replica al Bibbiena conduce a questo punto a un nodo problematico. Il Pallavicino infatti gli fa notare che beffare le donne è un ottimo sistema per conquistarle, «perché sempre chi possede il corpo delle donne è ancora signor dell’animo» (II, XCV): proprio Catella ne è a suo parere una chiara dimostrazione, dato che, una volta scoperto quanto fossero «più saporiti […] i basci» di Ricciardo, abbandona la sua ritrosia e ne diviene stabilmente l’amante. Così, alla luce dell’esempio decameroniano, il Pallavicino conclude: «Or vedete che pur questa burla, o tradimento, come vogliate dire, fu bona via per acquistar la ròcca di quell’animo» (<hi rend="italic">ibidem</hi>). A questa affermazione il Bibbiena replica perentoriamente: </p><p rend="quotation_b">Voi […] fate un presuposto falsissimo; ché se le donne dessero sempre l’animo a chi lor tiene il corpo, non se ne trovaria alcuna che non amasse il marito più che altra persona al mondo; il che si vede in contrario. Ma Giovan Boccaccio era, come sete ancor voi, a gran torto nemico delle donne (<hi rend="italic">ibidem</hi>). </p><p rend="text">Sull’immagine di Boccaccio ‘nemico delle donne’ si conclude la sezione del <hi rend="italic">Cortegiano</hi> dedicata alla definizione della facezia e ha inizio la discussione sulle caratteristiche della donna di palazzo, affidata a Giuliano de’ Medici per l’intero libro III<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="13.html#footnote-002">28</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Se estrapolata dal contesto quest’accusa di misoginia rivolta al Certaldese potrebbe sembrare del tutto discrepante, visto che egli è chiamato in causa proprio in quanto autore del <hi rend="italic">Decameron</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="13.html#footnote-001">29</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> Eppure, si può giungere a comprendere il senso di una tale definizione ricorrendo in particolare ad alcuni indizi presenti nella seconda redazione, dove Ottaviano Fregoso, il cui ruolo verrà assunto nella <hi rend="italic">princeps</hi> dal Pallavicino, commenta il finale innamoramento di Catella in questo modo: «e, se ben vi ricorda, <hi rend="italic">dice l’autore</hi> che, conoscendo la donna quanto più saporiti fossero gli baci dell’amante che quegli del marito, voltata la sua durezza in dolce amore verso Ricciardo, tenerissimamente da quel giorno innanti l’amò» (Sr, II, XCI). È resa esplicita qui l’idea che Boccaccio in persona ha fatto volutamente di Catella la vittima di un inganno e ha proposto la beffa come un efficace strumento di conquista amorosa. Pertanto, l’accusa di essere un ‘nemico delle donne’, che gli viene rivolta, potrebbe essere considerata verosimilmente una replica circostanziata alla specifica osservazione del Pallavicino (o del Fregoso). Con questo il Bibbiena non farebbe di Boccaccio un misogino in assoluto, ma un detrattore dei personaggi femminili in merito a una questione ben precisa: il Certaldese è ritenuto cioè responsabile di aver suggerito che le donne sono vulnerabili e arrendevoli nel contesto degli inganni d’amore. Nel proporre delle novelle come quella di Catella, Boccaccio sminuirebbe la loro onorabilità e legittimerebbe al contempo atteggiamenti irrispettosi nei loro confronti, pubblicizzando in questo modo la violazione di una delle regole cardinali del comportamento del buon cortigiano, ossia il rispetto dell’onore femminile. D’altro canto, rendere la donna, nubile o sposata, inerme se non addirittura pieghevole alle lusinghe maschili mette a repentaglio quell’integrità morale indispensabile all’interno dell’universo moderato e castigato del <hi rend="italic">Cortegiano</hi>.</p><p rend="text">L’argomento è chiaramente insidioso e Castiglione doveva esserne consapevole, dato che si è affrettato a traghettare la discussione verso altri lidi in entrambe le versioni più recenti del trattato: nella seconda redazione la signora Emilia incarica Camillo Paleotto di difendere il genere femminile, mentre nella terza la duchessa di Urbino richiede una discussione sulla perfetta donna di palazzo, che faccia da contraltare a quella sul cortigiano.	</p><p rend="text">Alla luce di quanto fin qui osservato, è possibile trarre alcune conclusioni. Innanzitutto, il fatto che i richiami a Boccaccio siano collocati soltanto nei primi due libri del <hi rend="italic">Cortegiano</hi>, che sono anche le zone del trattato che hanno subito il minor numero di modifiche di carattere contenutistico, potrebbe suggerire che Castiglione sentisse la necessità di confrontarsi con il grande maestro trecentesco fin dall’inizio della sua impresa letteraria. D’altro canto, egli ha dipinto Boccaccio come l’autore del solo <hi rend="italic">Decameron</hi>, trascurando il resto della sua produzione. Ciò è almeno in parte una conseguenza necessaria della scelta dei temi di discussione: le <hi rend="italic">Prose della volgar lingua </hi>di Bembo, stampate nel 1525, ma forse note a Castiglione già all’epoca della seconda redazione del <hi rend="italic">Cortegiano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="13.html#footnote-000">30</ref></hi></hi>, proponevano proprio la lingua del <hi rend="italic">Decameron</hi> come modello a cui guardare; al contempo una discussione sulle narrazioni divertenti e argute non poteva che richiedere il confronto proprio con il <hi rend="italic">Centonovelle</hi>. </p><p rend="text">Eppure, la figura di Boccaccio assume connotati differenti a seconda del contesto in cui viene chiamata in causa: nell’ambito della questione della lingua, il Certaldese si rivela uno strumento utile, ma sussidiario, per polemizzare contro i veri bersagli di Castiglione, ossia i patroni dell’imitazione; nel caso della burla, il maestro trecentesco assume invece una centralità fino a quel momento negatagli nel <hi rend="italic">Cortegiano</hi>, divenendo oggetto di confronto diretto. Questi due diversi impieghi dell’autorità boccacciana, difficilmente riducibili sotto la generica etichetta di echi decameroniani, mettono in luce lo sguardo attento con cui Castiglione si è rivolto al Certaldese e, pur nelle loro peculiarità, sono accomunati da un suggestivo atteggiamento critico verso il <hi rend="italic">Decameron</hi>, che viene interpretato come un’opera ormai anacronistica, non perché propriamente obsoleta, ma in quanto estranea alla cultura della corte. Castiglione non nega mai davvero la qualità dello stile e delle proposte narrative offerte dal maestro trecentesco; ne enfatizza piuttosto l’inconciliabilità con la medianità e la costumatezza richieste al suo cortigiano. Egli pertanto non guarda banalmente a Boccaccio come a un modello superato, ma ne fa un termine di paragone e un oggetto di attento scrutinio: il <hi rend="italic">Cortegiano </hi>non risponde alla penna di chi vuole sostituirsi ciecamente a modelli ritenuti mediocri e sorpassarti, ma rivela anzi i progetti di un autore consapevole di fronteggiare un passato già nobile che vuole (e forse si sente in dovere di) migliorare, con uno sguardo attento al diverso contesto storico-culturale in cui opera.</p><p rend="h2">Bibliografia</p><p rend="bib_indx_bib">Alfano G., <hi rend="italic">Dalla città alla repubblica delle lettere. 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P. Floriani, <hi rend="italic">I personaggi del </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Cortegiano</hi><hi rend="italic" >»</hi>, «Giornale storico della letteratura italiana», CLVI (494), 1979, pp. 161-178; C. Ossola, <hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Il libro del cortegiano</hi><hi rend="italic" >»</hi><hi rend="italic">: ragionamenti ed expedizioni</hi>, «Lettere italiane», 31, 1979, pp. 517-533; A. Federico, <hi rend="italic">‘Come un ritratto di pittura’: il</hi> <hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Cortegiano</hi><hi rend="italic" >»</hi>. <hi rend="italic">Le tre redazioni del testo e due ritratti di Baldassare Castiglione</hi>, «InVerbis», 2, 2017, pp. 89-99.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-028-backlink">2</ref></hi>	Cfr. A. Quondam, <hi rend="italic">‘Questo povero cortegiano’. Castiglione, il libro, la storia</hi>, Bulzoni, Roma 2000, pp. 293-294. In proposito cfr. anche G. Ghinassi, <hi rend="italic">L’ultimo revisore del </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Cortegiano</hi><hi rend="italic" >»</hi>, «Studi di filologia italiana», 21, 1963, pp. 217-264; G. Ghinassi, <hi rend="italic">Fasi dell’elaborazione del </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Cortegiano</hi><hi rend="italic" >»</hi>, «Studi di filologia italiana», 25, 1967, pp. 155-196; U. Motta, <hi rend="italic">La ‘questione della lingua’ nel primo libro del </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Cortegiano</hi><hi rend="italic" >»</hi><hi rend="italic">: dalla seconda alla terza redazione</hi>, «Aevum», LXXII (3), 1998, pp. 693-732: 693.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-027-backlink">3</ref></hi>	Ghinassi, <hi rend="italic">L’ultimo revisore</hi>, cit., p. 247. Sugli interventi del Valier, cfr. anche Motta, <hi rend="italic">La ‘questione della lingua’</hi>,<hi rend="italic"> </hi>cit., p. 693.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-026-backlink">4</ref></hi>	Amedeo Quondam ha individuato un’eco della novella di Natan (<hi rend="italic">Dec.</hi> X 3) anche nel ritratto di Federico da Montefeltro (cfr. A. Quondam, <hi rend="italic">‘Con grandissima spesa adunò un gran numero di excellentissimi et rarissimi libri’. A proposito di Boccaccio in Castiglione</hi>, in <hi rend="italic">Tracce dei luoghi. Tracce della storia. L’Editore che inseguiva la Bellezza. Scritti in onore di Franco Cosimo Panini</hi>, Donzelli, Roma 2008, pp. 309-316). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-025-backlink">5</ref></hi>	Per quanto riguarda l’effettiva esistenza di una ‘lingua cortigiana’ e le sue caratteristiche, cfr. M. Durante, <hi rend="italic">Dal latino all’italiano moderno. Saggio di storia linguistica e culturale</hi>, Zanichelli, Bologna 1981, pp. 151-161; C. Giovanardi, <hi rend="italic">La teoria cortigiana e il dibattito linguistico nel primo Cinquecento</hi>, Bulzoni, Roma 1998; in particolare per il contesto romano cfr. R. Drusi, <hi rend="italic">La lingua ‘cortigiana romana</hi><hi rend="italic">’. Note su un aspetto della questione cinquecentesca della lingua</hi>, il Cardo, Venezia 1995.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-024-backlink">6</ref></hi>	Le citazioni sono tratte da: B. Castiglione, <hi rend="italic">Il libro del cortegiano</hi>, introduzione di A. Quondam, note di N. Longo, Garzanti, Milano 2017 (1<hi rend="CharOverride-2">a</hi> ed. 1981). Ad eccezione della dedica, per i brani citati dal <hi rend="italic">Cortegiano</hi> indico il numero del libro, seguito da quello del capitolo. Se non altrimenti specificato, i corsivi sono miei.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-023-backlink">7</ref></hi>	Secondo Mazzacurati, l’uso dell’espressione «secondo quei tempi» da parte di Castiglione segna «il distacco non solo temporale che ormai lo abilita ad un giudizio oggettivo e in qualche modo disincantato dell’arte boccaccesca» (G. Mazzacurati, <hi rend="italic">Misure del classicismo rinascimentale</hi>, Liguori, Napoli 1967, pp. 92-93).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="13.html#footnote-022-backlink">8</ref></hi>	Kolsky ritiene a sua volta che, nel criticare il <hi rend="italic">Decameron</hi> dal punto di vista linguistico, Castiglione voglia sminuire anche le posizioni di Bembo (S. Kolsky, <hi rend="italic">The </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Decameron</hi><hi rend="italic" >»</hi><hi rend="italic"> and </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Il Libro del Cortegiano</hi><hi rend="italic" >»</hi><hi rend="italic">: Story of a Conversation</hi>, «Heliotropia», V (1-2), 2008, pp. 21-38:<hi rend="italic"> </hi>24).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-021-backlink">9</ref></hi>	Guidi parla addirittura di «rare causticité» nei confronti di Boccaccio da parte di Castiglione (J. Guidi, <hi rend="italic" >Une artificieuse présentation: le jeu des dédicaces et des prologues du </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic" >Courtisan</hi><hi rend="italic" >»</hi>, in <hi rend="italic" >L’écrivain face </hi><hi rend="italic" >à</hi><hi rend="italic" > son public en France et en Italie </hi><hi rend="italic" >à</hi><hi rend="italic" > la Renaissance</hi>, Librairie Philosophique J. Vrin, Paris 1989, pp. 127-144: 137).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-020-backlink">10</ref></hi>	<hi >In proposito Kolsky scrive, forse in maniera un po’ troppo categorica: «Castiglione seeks to negate the influence of the ‘father’ of vernacular prose in order to establish the originality of the </hi><hi rend="italic" >Cortegiano</hi><hi >» (Kolsky, </hi><hi rend="italic" >The </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic" >Decameron</hi><hi rend="italic" >»</hi><hi >, cit., p. 24). </hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-019-backlink">11</ref></hi>	Mazzacurati osserva anzi che Castiglione giudica positivamente la «prosa naturale e […] “sprezzata”, vivacemente distante da schemi retorici, di alcune prove narrative di Boccaccio» (Mazzacurati, <hi rend="italic">Misure del classicismo rinascimentale</hi>, cit., p. 97).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-018-backlink">12</ref></hi>	In generale sui principi di ‘affettazione’, ‘sprezzatura’, ‘grazia’, cfr. E. Saccone, <hi rend="italic">Trattato e ritratto: l’introduzione del </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Cortegiano</hi><hi rend="italic" >»</hi>, «MLN», 93, 1978, pp. 1-21; C. Ossola, <hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Il libro del cortegiano</hi><hi rend="italic" >»</hi><hi rend="italic">: esemplarità e difformità</hi>, in Id. (a cura di), <hi rend="italic">La corte e il </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Cortegiano</hi><hi rend="italic" >»</hi>, Bulzoni, Roma 1980, vol. I, pp. 15-82; G. Ferroni, <hi rend="italic">‘Sprezzatura’ e simulazione</hi>, in <hi rend="italic">La corte e il </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Cortegiano</hi><hi rend="italic" >»</hi>, cit., pp. 119-147; G. Mazzacurati, <hi rend="italic">Il Rinascimento dei moderni</hi>, il Mulino, Bologna 2016, pp. 149-207. Sulla questione della lingua, oltre ai saggi già segnalati, cfr. anche G. Mazzacurati, <hi rend="italic">Baldassar Castiglione e la teoria cortigiana: ideologia di classe e dottrina critica</hi>, «MLN», 83, 1968, pp. 16-66; M. Pozzi, <hi rend="italic">Il pensiero linguistico di B. Castiglione</hi>, «Giornale storico della lingua italiana», CLVI (494), 1979, pp. 179-202; G. Patrizi, <hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Il libro del cortegiano</hi><hi rend="italic" >»</hi><hi rend="italic"> e la trattatistica sul comportamento</hi>, in <hi rend="italic">Letteratura italiana</hi>, dir. da A. Asor Rosa, Einaudi, Torino 1984, vol. 3.2, pp. 855-890: 873-878; V. Vianello, <hi rend="italic">Tra ‘ars’ ed ‘ingenium’: il </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Decameron</hi><hi rend="italic" >»</hi><hi rend="italic"> nella critica del primo Cinquecento</hi>, «Studi sul Boccaccio», 16, 1987, pp. 361-384; P. Sabbatino, <hi rend="italic">Il </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Trionfo della Galatea</hi><hi rend="italic" >»</hi> <hi rend="italic">di Raffaello e </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Il libro del cortegiano</hi><hi rend="italic" >»</hi><hi rend="italic"> di Castiglione. Il dibattito sull’imitazione nel primo Cinquecento</hi>, «Studi rinascimentali», 2, 2004, pp. 23-48: 42-43. Più in generale, sulla pratica conversativa nel <hi rend="italic">Cortegiano</hi>, cfr. A. Quondam, <hi rend="italic">La conversazione. Un modello italiano</hi>, Donzelli, Roma 2007, pp. 147-177.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-017-backlink">13</ref></hi>	Mazzacurati ritiene che le forme trecentesche usate da Boccaccio siano considerate da Castiglione il «frutto di scelte letterarie affini a quelle che egli stesso proponeva, e cioè fondamentalmente anti-puristiche e ricettive» (Mazzacurati, <hi rend="italic">Misure del classicismo rinascimentale</hi>, cit., p. 88).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-016-backlink">14</ref></hi>	Su questo passo cfr. anche Motta, <hi rend="italic">La ‘questione della lingua’</hi>, cit., p. 702.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-015-backlink">15</ref></hi>	B. Castiglione, <hi rend="italic">La seconda redazione del </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Cortegiano</hi><hi rend="italic" >»</hi>, a cura di G. Ghinassi, Sansoni, Firenze 1968. Per riferirmi a questa edizione uso la sigla Sr, seguita dall’indicazione del libro e del capitolo corrispondenti alla citazione. Secondo Pozzi si avrebbe in questo passo una prova della convinzione di Castiglione che non esisterebbero delle età linguisticamente perfette (Pozzi, <hi rend="italic">Il pensiero linguistico</hi>, cit., pp. 186). In proposito cfr. anche Quondam, <hi rend="italic">‘Questo povero cortegiano’</hi>, cit., pp. 115-116.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-014-backlink">16</ref></hi>	Motta, <hi rend="italic">La ‘questione della lingua’</hi>, cit., p. 705.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-013-backlink">17</ref></hi>	Bibbiena è anche l’autore della <hi rend="italic">Calandria</hi>, una commedia fortemente indebitata con il <hi rend="italic">Decameron </hi>sotto il versante dei motivi narrativi impiegati. Essa risulta per altro rappresentativa di un fenomeno tipico del Cinquecento: consueta era divenuta infatti la prassi di attingere alla novellistica, in particolare decameroniana, come a un bacino di trame utilizzabili sia nelle commedie sia nelle tragedie. Per i debiti del teatro rinascimentale con Boccaccio e la novella, cfr. almeno P. D. Stewart, <hi rend="italic">Retorica e mimica nel «Decameron» e nella commedia del Cinquecento</hi>, Olschki, Firenze 1985; N. Borsellino, <hi rend="italic">Novella e commedia nel Cinquecento</hi>, in<hi rend="italic"> La novella italiana</hi>. Atti del Convegno di Caprarola (19-24 settembre 1988), Salerno, Roma 1989, vol. I, pp. 469-482; A. Guidotti, <hi rend="italic">Novellistica e teatro del Cinquecento</hi>, in G. Albanese, L. Battaglia Ricci e R. Bessi (a cura di), <hi rend="italic">Favole parabole istorie. Le forme della scrittura novellistica dal Medioevo al Rinascimento</hi>, Salerno, Roma 2000, pp. 395-418.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-012-backlink">18</ref></hi>	Su una possibile funzione terapeutica del riso proposta da Castiglione, cfr. O. Zorzi Pugliese, <hi rend="italic">Humor in </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Il libro del cortegiano</hi><hi rend="italic" >»</hi>, «Quaderno d’italianistica», XIV (1), 1993, pp. 135-142.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="13.html#footnote-011-backlink">19</ref></hi>	Cfr. L. Valmaggi, <hi rend="italic">Per le fonti del </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Cortegiano</hi><hi rend="italic" >»</hi>, «Giornale storico della lingua italiana», 14, 1889, pp. 72-93; P. Floriani, <hi rend="italic">Esperienza e cultura nella genesi del </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Cortegiano</hi><hi rend="italic" >»</hi>, «Giornale storico della letteratura italiana», CXLVI (456), 1969, pp. 497-529: 514-519; J. Guidi, <hi rend="italic">‘Festive narrazioni’, ‘motti’ et ‘burle</hi><hi rend="italic">’ (‘beffe’). </hi><hi rend="italic" >L’art des facéties dans </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic" >Le courtisan</hi><hi rend="italic" >»</hi>, in <hi rend="italic" >Formes et significations de la ‘beffa’ dans la littérature italienne de la Renaissance (Deuxième série)</hi>, Université de la Sorbonne Nouvelle, Paris 1975, pp. 171-210; G. Ferroni, <hi rend="italic">La teoria classicistica della facezia da Pontano a Castiglione</hi>, «Sigma», 13, 1980, pp. 69-96: 85; J. Guidi, <hi rend="italic" >Les propos plaisants dans le deuxième livre du </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic" >Courtisan</hi><hi rend="italic" >»</hi> <hi rend="italic">de B. Castiglione</hi>, «Italies», 4, 2000, pp. 213-224; F. Bistagne, <hi rend="italic">Pontano, Castiglione, Guazzo. </hi><hi rend="italic" >Facétie et normes de comportement dans la ‘trattatistica’ de la Renaissance</hi>, «<hi >Cahiers d’études italiennes</hi>», 6, 2007, pp. 183-192; M. Villa, <hi rend="italic">Moderni e antichi nel primo libro del </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Cortegiano</hi><hi rend="italic" >»</hi>, LED, Milano 2007, pp. 38-39. Per la sezione dei motti di spirito Tateo suggerisce anche il «modello strutturale dei <hi rend="italic">Saturnali</hi> di Macrobio» (F. Tateo, <hi rend="italic">La civil conversazione. Trattati del comportamento e forme del racconto</hi>, in <hi rend="italic">La novella italiana</hi>. Atti del Convegno di Caprarola (19-24 settembre 1988), Salerno, Roma 1989, vol. I, pp. 59-81: 75-76). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="13.html#footnote-010-backlink">20</ref></hi>	Anche Leonardo Terrusi sottolinea l’apprezzamento di Castiglione per l’«evidenza visiva del racconto» (L. Terrusi, <hi rend="italic">‘Veder con gli occhi fare quelle cose che tu narri’: poetiche della visualità nella riflessione cinquecentesca sulla novellistica</hi>, «Italianistica», 46, 2017, pp. 43-53: 45).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-009-backlink">21</ref></hi>	Sui tratti di novità della trattazione della burla rispetto al modello ciceroniano, cfr. Floriani, <hi rend="italic">Esperienza e cultura</hi>, cit., p. 517; Ferroni, <hi rend="italic">La teoria classicistica</hi>, cit., p. 94; L. Mulas, <hi rend="italic">Funzioni degli esempi, funzione del «Cortegiano</hi><hi rend="italic" >»</hi>, in <hi rend="italic">La corte e il </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Cortegiano</hi><hi rend="italic" >»</hi>, cit., pp. 97-117: 107.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-008-backlink">22</ref></hi>	Amedeo Quondam ritiene necessaria la mediazione boccacciana in questo contesto, essendo Boccaccio «archetipo e modello esplicitamente dichiarato di questa tipologia faceta» (Quondam, <hi rend="italic">‘Questo povero cortegiano’</hi>, cit., p. 155).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-007-backlink">23</ref></hi>	Secondo Ferroni, Castiglione pone la burla «entro precisi margini di controllo sociale», attenuando l’aggressività propria della beffa (Ferroni, <hi rend="italic">La teoria classicistica</hi>, cit., p. 95). Stando a José Guidi, Castiglione romperebbe addirittura con il <hi rend="italic">Decameron</hi>, accantonando o edulcorando la beffa tradizionale in quanto socialmente pericolosa; al contrario, la facezia da lui proposta costituirebbe un genere apprezzabile in quanto misurato e rispettoso dell’ordine stabilito (Guidi, <hi rend="italic">‘Festive narrazioni’</hi>, cit., pp. 207-210). Anche Giuseppina Saccaro Battisti individua una «tendenza alla […] moralizzazione ed infine alla […] condanna» della burla (G. Saccaro Battisti, <hi rend="italic">La donna, le donne nel </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Cortegiano</hi><hi rend="italic" >»</hi>, in <hi rend="italic">La corte e il </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Cortegiano</hi><hi rend="italic" >»</hi>, cit., pp. 219-249: 243n), mentre Larivaille ne parla come di una beffa mascherata e impostata sulla <hi rend="italic">mediocritas</hi> (P. Larivaille, <hi rend="italic">Castiglione et la ‘beffa’</hi>, «Italies», 11, 2007, pp. 357-377).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-006-backlink">24</ref></hi>	Nonostante l’innegabile rilievo delle figure femminili nel <hi rend="italic">Cortegiano</hi>, è tuttavia fuorviante ritenere che l’intera discussione sulla burla sia focalizzata soltanto su «Boccaccio’s women», come fa Kolsky: lo studioso è dell’idea che Castiglione non approvi la rappresentazione moralmente discutibile delle donne all’interno delle beffe decameroniane e voglia proporre per questo il suo <hi rend="italic">Cortegiano</hi> come un più valido sostituto del <hi rend="italic">Decameron </hi>all’interno del canone letterario (cfr. Kolsky, <hi rend="italic">The </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Decameron</hi><hi rend="italic" >»</hi>, cit., pp. 35-36). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-005-backlink">25</ref></hi>	La correzione è segnalata nello stesso manoscritto di tipografia: qui, nel periodo che legge «e molte altre di donne ingegnose, che vi sono», il nucleo «ingegnose, che vi sono» è cassato e sostituito da «che veramente sono ingeniose et belle» (cfr. B. Castiglione, <hi rend="italic">Il libro del cortegiano. 2. Il manoscritto di tipografia (L). Biblioteca Medicea Laurenziana, Ashburnhamiano 409</hi>, a cura di A. Quondam, Bulzoni, Roma 2016, p. 171). Stando agli accorgimenti adottati da Amedeo Quondam nell’editare il testo (cfr. A. Quondam, <hi rend="italic">L’autore (e i suoi copisti), l’‘editor’, il tipografo. Come il </hi><hi rend="italic" >«</hi><hi rend="italic">Cortegiano</hi><hi rend="italic" >»</hi><hi rend="italic"> divenne libro a stampa. Nota ai testi di L e Ad</hi>, Bulzoni, Roma 2016, pp. 609-610), la correzione è opera di Castiglione. Giancarlo Alfano nota che «il sintagma attributivo riferito alle donne» conferisce «subito un taglio divertitamente filogino» alla successiva discussione sulla donna (cfr. G. Alfano, <hi rend="italic">Dalla città alla repubblica delle lettere. Forme della conversazione e modelli della politica nel Cinquecento italiano</hi>, Bulzoni, Roma 2003, pp. 77-78).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-004-backlink">26</ref></hi>	Le critiche alle donne del misogino Fregoso al cap. XCI sono tuttavia meno aspre rispetto a quelle presenti nella seconda redazione (Sr, II, LXXXVIII).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="13.html#footnote-003-backlink">27</ref></hi>	Va tuttavia ricordato che nel passaggio dalla seconda alla terza redazione il Bibbiena diviene più clemente nei confronti di Ricciardo, come nota anche Kolsky (<hi rend="italic">The «Decameron»</hi>, cit., p. 34n). Nella seconda redazione si legge infatti: «Però la burla di Ricciardo forsi si potria a qualche modo chiamare tradimento, né con tutto ciò ne conseguì quello che in amore desiderar si deve, anzi con tanta iniuria fatta a quella meschina, avendo il corpo senza la volontà, creder si può che il piacere suo non fosse compito» (Sr, II, XC). L’aperto richiamo a Ricciardo, che lo metteva decisamente (e forse eccessivamente) in cattiva luce, viene sostituito nella <hi rend="italic">princeps</hi> con un più generico riferimento a «quelli che consegueno e suoi desideri per mezzo di queste burle, che forse più tosto tradimenti che burle chiamar si poriano» (II, XCIV). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-002-backlink">28</ref></hi>	Giulio Ferroni nota una specularità tra il discorso sulla formazione del cortigiano, originatosi come un gioco, e la trattazione sulla donna di palazzo, che «nasce da un discorso sulle burle» (Ferroni, <hi rend="italic">La teoria classicistica</hi>, cit., p. 96).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-001-backlink">29</ref></hi>	A proposito dell’accusa mossa a Giovanni Boccaccio di essere «a gran torto nemico delle donne», Vittorio Cian ha ammesso che una certa dose di misoginia possa essere rinvenibile nel <hi rend="italic">Decameron </hi>(cfr. B. Castiglione, <hi rend="italic">Il cortegiano</hi>, a cura di V. Cian, Firenze, Sansoni 1894, p. 250n); al contrario Bruno Maier ha ritenuto il rimprovero formulato contro il Certaldese del tutto privo di fondamento (cfr. B. Castiglione, <hi rend="italic">Il libro del cortegiano</hi>, a cura di B. Maier, UTET, Torino 1964, p. 327n). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="13.html#footnote-000-backlink">30</ref></hi>	Cfr. Motta, <hi rend="italic">La ‘questione della lingua’</hi>, cit., p. 706 e n. Villa ritiene invece che la questione linguistica proposta nel <hi rend="italic">Cortegiano</hi> non dipenda da una conoscenza diretta delle <hi rend="italic">Prose</hi>, ma derivi semplicemente dal clima scaturito dalla polemica <hi rend="italic">de imitatione </hi>che aveva opposto Bembo e Gianfrancesco Pico nel primo Cinquecento (cfr. Villa, <hi rend="italic">Moderni e antichi</hi>, cit., p. 91).</p>
      
      
      
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