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        <title type="main" level="a">Movimenti e archivi. Punti fermi e questioni aperte</title>
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            <forename>Leonardo</forename>
            <surname>Musci</surname>
            <placeName type="affiliation">Memoria servizi archivistici, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Tramandare la memoria sociale del Novecento</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-289-8</idno>) by </resp>
          <name>Enrica Boldrini, Lucilla Conigliello</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2021">2021</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-289-8.08</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The contribution reflects on the archives of the movements and on the relationship between the characteristics of the productive moment of the documents, their conservative and descriptive destiny and the role of  State supervision.</p>
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            <item>Social and political Movements</item>
            <item>Twentieth Century</item>
            <item>Social History</item>
            <item>Archives of Movements</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-289-8.08<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-289-8.08" /></p>
      
      
      <p rend="h1_chapter">Movimenti e archivi. Punti fermi e questioni aperte</p><p rend="h1_author">Leonardo Musci</p><p rend="text">Una riflessione archivistica sui cosiddetti ‘archivi di movimento’ deve prendere di petto un nodo centrale: il rapporto tra le caratteristiche del momento produttivo delle carte, il loro destino conservativo e descrittivo e il ruolo della vigilanza statale.</p><p rend="text">Per capire la particolarità di questo mondo partirei dalla coda e cioè dalle modalità con cui i soggetti che gestiscono queste carte si relazionano con le soprintendenze archivistiche.</p><p rend="text">Mi sembra che qui non ci sia tanto un problema di conoscenza, cioè di identificazione di questi archivi da parte delle soprintendenze, quanto di una resistenza (o almeno un disagio) in alcune situazioni da parte dei detentori a farsi riconoscere: dico riconoscere nel senso politico del termine, una dimensione che coinvolge la legittimità reciproca che ci si dà fra soggetti portatori di alterità. Una Soprintendenza non è certo un reparto della<hi rend="italic"> Celere</hi>, l’attività di tutela dei beni culturali non è proprio la stessa cosa di una manganellata o di una carica in un corteo, ma a semplificare molto sono due espressioni dello stesso Stato e questo ha generato in passato in qualche caso rapporti non proprio cordiali. È bene ricordare altresì che una parte dell’archivistica italiana ha stentato a definire questi complessi come dei ‘veri archivi’, troppo condizionata da una visione ottocentesca della gerarchia delle fonti e da una primazia dell’apparato statale nella loro produzione.</p><p rend="text">La resistenza e il disagio di cui parlo è organica alle carte che sono oggetto di questa riflessione. Questi documenti sono stati prodotti in una temperie febbrile sotto l’urgenza dell’azione, con una finalità politico-ideologica e uno scopo di consumo immediato e di mobilitazione basato sull’interpretazione del mondo che si portavano dentro. Non sono documenti di ‘narrazione’ (se non nel senso controinformativo), ma di produzione ideologica esplicita, rivendicata come affermazione di una visione alternativa al potere che produceva altri archivi, quelli delle istituzioni, di tutt’altra pasta.</p><p rend="text">Dall’<hi rend="italic">imprinting</hi> originario di alterità deriva, a mio parere, la difficoltà di alcuni soggetti conservatori a ‘farsi riconoscere’ da istanze istituzionali, seppur nell’ambito di un sistema di relazioni di tipo esclusivamente culturale. Ci sono varie sfumature nell’approccio di queste realtà con l’apparato statale di tutela, ma anche laddove è ormai pacifica l’accettazione di questa interlocuzione resta una ‘cifra’ distintiva molto forte.</p><p rend="text">Due sono gli elementi che possono spiegare questo fenomeno.</p><p rend="text">Il primo ha a che fare con la coppia concettuale memoria/conflitto e cioè con una concezione non pacificata della memoria e contraria alla religione della memoria condivisa, sulla quale tornerò oltre. Il mantenimento della distanza (l’alterità di cui si diceva), elemento identitario dei movimenti antagonisti, sembra confliggere con l’idea usuale che il trattamento storico dei documenti d’archivio sia in qualche modo un annullamento della distanza, un riportare il contesto lontano in cui essi furono prodotti dentro una dimensione culturale ‘pacificata’ foriera di una domanda storiografica d’accesso. Questa declinazione irenica è totalmente rigettata dal movimento archivistico che cura le carte dei movimenti. Il conflitto è la dimensione permanente che lega momento produttivo e momento illustrativo e di studio di queste carte.</p><p rend="text">Il secondo aspetto riguarda il carattere militante della conservazione archivistica ‘storica’ intesa come un’attività organica alle lotte sociali in corso di svolgimento. La gestione delle raccolte documentali viene quindi vissuta come un modo per sentirsi dentro una storia antagonista di lungo periodo che pur nei suoi alti e bassi ha il carattere di un <hi rend="italic">continuum</hi> che proprio le carte e il lavoro su di esse contribuiscono a tenere insieme. In questo contesto acquista un senso anche la parola ‘tradizione’, nell’accezione sia del legame con radici lontane che della necessità di tramandarne la sostanza storica. In altre parole, la sopravvivenza delle ragioni che determinarono la nascita dei movimenti 50-60 anni or sono induce alla loro costante riscoperta come fonte e rafforza il senso di appartenenza a qualcosa che va oltre la contingenza di un presente spesso deludente rispetto a certi fasti del passato.</p><p rend="text">Questa impostazione che direi comune alla maggior parte dei centri di conservazione militante si declina però in diversi modi in cui la linea di frattura è in sostanza quella del dato generazionale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="9.html#footnote-009">1</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Alcune delle realtà più antiche, di solito gestite da compagni che hanno partecipato ai movimenti degli anni Sessanta e Settanta, tendono a sottolineare il carattere di messa in sicurezza documentale di un fenomeno storico dai contorni ben determinati, momento di gloria della capacità di mobilitazione radicale antiborghese; sono le carte della rivoluzione immaginata e sfiorata, dell’esplosione delle energie, della sfrontatezza e della rottura degli schemi, della fantasia e del settarismo, le carte della stagione dei movimenti. La tentazione del reducismo alligna in qualche sporadico caso, così come una sorta di eccessiva gelosia delle carte, specie laddove l’intreccio nativo tra militante-raccoglitore e deposito documentale non è mai sufficientemente andato oltre il ‘come eravamo’. Ma il ruolo svolto da queste realtà consolidate resta di fondamentale importanza, non solo per il patrimonio conservato ma anche perché alla loro attività di raccolta, inventariazione e promozione si deve il fatto che queste carte abbiano conquistato nel tempo una sorta di ‘cittadinanza archivistica’ piena, vale a dire lo status di fonte per la ricerca storiografica alla pari con altre tipologie più consuete. Da questo punto di vista spiccano su tutti la Biblioteca Franco Serantini di Pisa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="9.html#footnote-008">2</ref></hi></hi> e l’Archivio storico della Nuova sinistra Marco Pezzi di Bologna<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="9.html#footnote-007">3</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Accanto a queste sono andate crescendo negli ultimi venti anni diverse iniziative, in gran parte promosse da gruppi, collettivi, centri sociali, spesso radicati in quartieri popolari urbani, che vedono protagonisti militanti più giovani, magari ‘guidati’ da un(’)archivista maturo/a, e che si sono dati come obiettivo quello di emancipare le tante carte ancora conservate in case e cantine da memorie personali a fonti pubbliche e di farne un terreno di ricerca e presa di coscienza storica innanzitutto per i promotori dell’iniziativa. In alcune di queste situazioni è molto stretto l’intreccio fra azione culturale, memoria politica e lotta sociale. In altre, nate in ambito di collettivi universitari, c’è una fortissima attenzione verso le nuove fonti per la storia dei movimenti del XXI secolo in cui la dimensione generazionale e studentesca (si pensi al movimento dell’Onda contro la riforma Gelmini) si disperde dentro quella radicale <hi rend="italic">no global</hi> da Seattle a Genova 2001 fino alle proteste post crisi 2009. Un filo rosso lega i movimenti ‘storici’ a quelli più recenti, sempre in nome di una contestazione radicale dell’ordine costituito, mai ingabbiati dentro strutture organizzative verticistiche. Si tratta di realtà conservative molto meno strutturate di quelle sopra descritte, quasi esclusivamente basate sul volontariato militante. Mi pare che le più interessanti siano attualmente il Centro di documentazione dei movimenti Francesco Lorusso-Carlo Giuliani nel contesto di VAG61 a Bologna<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="9.html#footnote-006">4</ref></hi></hi>, l’Archivio dei movimenti di Roma-Torpignattara<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="9.html#footnote-005">5</ref></hi></hi>, l’Archivio 14 dicembre di Torino<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="9.html#footnote-004">6</ref></hi></hi> e l’Archivio storico dei movimenti pugliesi Benedetto Petrone<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="9.html#footnote-003">7</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Ne parlo per ultime ma sono fra le prime in ordine di rilevanza due realtà che si possono iscrivere a pieno titolo nell’ambito di una politica culturale militante ma che si concepiscono in rapporto organico con il territorio e le istituzioni pubbliche di riferimento. La prima, che ha venti anni di vita ed è ormai una istituzione essa stessa, è il Centro studi per la stagione dei movimenti di Parma<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="9.html#footnote-002">8</ref></hi></hi>, a mio parere la realtà italiana più viva e completa coprendo sia gli ambiti della ricerca storiografica che quelli del rapporto didattico con le scuole e delle iniziative di valorizzazione documentaria. La seconda è l’Archivio dei movimenti di Genova<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="9.html#footnote-001">9</ref></hi></hi> che si distingue per la grande capacità di raccolta e messa in sicurezza delle carte e perciò della ricchezza del patrimonio conservato.</p><p rend="text">Il filo rosso di cui parlavo prima riguarda anche le caratteristiche di questi archivi, che le vicende conservative più recenti non hanno smentito. Quasi venti anni fa Marco Grispigni e il sottoscritto scrivemmo:</p><p rend="quotation_b">Un movimento non è un ente né un partito; non possiede un protocollo, un’articolazione in uffici e in settori; un movimento non ha, fra le sue funzioni, quella di raccogliere e conservare la memoria relativa alla propria produzione e al suo agire politico e sociali. Un movimento non ha una struttura stabile di quadri, un’organizzazione gerarchica che prevede una continua comunicazione interna; non è articolato in sedi periferiche, non produce quindi corrispondenza fra centro e periferia. Conclusione di queste banali annotazioni è che non può esistere una memoria ufficiale di un movimento: esistono al contrario molteplici memorie, legate alla scelta dei singoli militanti, all’operazione continua di selezione della memoria operata da chi, interno alle vicende o spettatore interessato, decide di conservare alcune testimonianze a scapito di altre<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="9.html#footnote-000">10</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Siamo agli antipodi dei processi di formazione degli archivi che abbiamo studiato a scuola. La tensione autobiografica che li caratterizza si riflette in due direzioni: la prima, tipica di qualunque archivio di persona, è quella che documenta il modo in cui il soggetto produttore ha letto in diretta o in differita gli eventi che ha vissuto (riflessioni, cronache, diari, lettere); la seconda coinvolge una diversa soggettività, quella che filtra la produzione documentale delle istanze del movimento con cui si è venuti in contatto (documenti politici, volantini, manifesti, stampa) e ne conserva ciò che meglio rispecchia le proprie posizioni politiche o che viene ritenuto fortemente rappresentativo del tempo vissuto. Sappiamo che dietro questo processo selettivo (specie nelle fasi temporali più lontane dagli eventi) è possibile riscontrare anche fenomeni di rimozione intenzionale, di costruzione di un profilo senza contraddizioni e sbavature e, per assurdo, aconflittuale. Ma sappiamo anche che gli archivi non dicono la verità, però senza gli archivi è impossibile ricercarla. Da tutto ciò concludiamo che non possiamo utilizzare l’espressione ‘archivi di movimento’ altrimenti che al plurale perché plurale, poliedrica, anche casuale, è stata la modalità in cui si sono formati. E mi pare che il modo migliore per concepirli sia quello pulviscolare, di frammenti di un discorso politico che richiedono allo storico uno sforzo stra/ordinario per ricavarne senso.</p><p rend="text">Forse anche per quanto ho appena detto queste fonti soffrono ancora troppo di una eccessiva contiguità fra tipo di produttori e tipo di consumatori. Intendo dire che chi studia queste carte è in particolare un tipo di ricercatore che possiamo definire esso stesso ‘di movimento’. Sono studiosi in grande sintonia con le carte, di solito esterni ai ranghi universitari e piuttosto incardinati a fondazioni e istituti culturali. La produzione storiografica che sfrutta queste fonti è ormai consistente e in genere molto seria e per niente autocompiaciuta. Non c’è alcuna tentazione elitaria di supervalutazione degli archivi di movimento nella lettura generale della vicenda storica italiana della seconda metà del Novecento (mi limito a questa parlando di fonti italiane) e, anzi, mi sembra diffusa la coscienza dei pregi e dei limiti di queste carte che esaltano la loro valenza nel confronto con quelle dei soggetti istituzionali titolari dell’azione di contrasto alle rivendicazioni politiche, sociali e culturali che i movimenti espressero. Da questo punto di vista è rilevante la sempre maggiore disponibilità degli archivi del Ministero dell’interno fino a tutti gli anni Ottanta.</p><p rend="text">I centri di conservazione di queste carte non brillano per disponibilità economiche. E questo ha una ricaduta negativa sul livello della comunicazione sul web degli archivi di movimento: basta fare un giro per i principali siti per rendersene conto. Mi pare sia su questo che bisogna concentrare gli sforzi affinché l’indubbia crescita delle competenze professionali archivistiche, storiografiche e tecnologiche dell’ambiente di riferimento abbia il modo di tradursi in una offerta culturale online che possa interessare un numero crescente di persone sempre mantenendo coerentemente viva la dimensione partigiana di queste fonti, resistenti alla retorica nazionale di una memoria condivisa.</p><p rend="h2">Bibliografia</p><p rend="bib_indx_bib">Grispigni M., Musci L.<hi rend="italic"> </hi>(a cura di), <hi rend="italic">Guida alle fonti per la storia dei movimenti in Italia (1966-1978)</hi>, Ministero per i beni e le attività culturali, Direzione generale per gli archivi, Roma 2003.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="9.html#footnote-009-backlink">1</ref></hi>	Non tratto qui intenzionalmente le situazioni conservative come le fondazioni e gli istituti culturali nelle quali gli archivi di movimento (incluse le carte delle organizzazioni partitiche della nuova sinistra) rappresentano solo una parte del patrimonio archivistico conservato.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="9.html#footnote-008-backlink">2</ref></hi>	Biblioteca Franco Serantini. Archivio e centro di documentazione di storia sociale e contemporanea: &lt;<ref target="http://www.bfs.it/">www.bfs.it/</ref>&gt; (02/2021).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="9.html#footnote-007-backlink">3</ref></hi>	&lt;<ref target="http://www.comune.bologna.it/iperbole/asnsmp/">http://www.comune.bologna.it/iperbole/asnsmp/</ref>&gt; (02/2021).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="9.html#footnote-006-backlink">4</ref></hi>	&lt;<ref target="https://www.centrodoc-vag61.info/">https://www.centrodoc-vag61.info/</ref>&gt; (02/2021).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="9.html#footnote-005-backlink">5</ref></hi>	&lt;<ref target="https://www.facebook.com/archiviomovimentiroma/">https://www.facebook.com/archiviomovimentiroma/</ref>&gt; (02/2021).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="9.html#footnote-004-backlink">6</ref></hi>	&lt;<ref target="https://www.facebook.com/archivio14dicembre/">https://www.facebook.com/archivio14dicembre/</ref>&gt; (02/2021).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="9.html#footnote-003-backlink">7</ref></hi>	&lt;<ref target="http://www.pugliantagonista.it/arch2.htm">http://www.pugliantagonista.it/arch2.htm</ref>&gt; (02/2021).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="9.html#footnote-002-backlink">8</ref></hi>	&lt;<ref target="https://www.csmovimenti.org/">https://www.csmovimenti.org/</ref>&gt; (02/2021).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="9.html#footnote-001-backlink">9</ref></hi>	&lt;<ref target="http://www.archiviomovimenti.org/">http://www.archiviomovimenti.org/</ref>&gt; (02/2021).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="9.html#footnote-000-backlink">10</ref></hi>	M. Grispigni, L. Musci<hi rend="italic"> </hi>(a cura di), <hi rend="italic">Guida alle fonti per la storia dei movimenti in Italia (1966-1978)</hi>, Ministero per i beni e le attività culturali, Direzione generale per gli archivi, Roma 2003, pp. 32-33. C’è una vicenda archivisticamente simbolica della cesura che all’inizio del 1968 interviene nel protagonismo politico studentesco. Nei giorni delle occupazioni universitarie romane va disperso l’archivio dell’UNURI (Unione nazionale universitaria rappresentativa italiana), l’organismo nazionale degli studenti universitari che per oltre venti anni era stato il modello della rappresentanza strutturata, questa sì con centro e periferia, organismi, statuti ecc. Le poche carte salvate da Enzo Marzo sono ora depositate, insieme a quelle di altri protagonisti di quella esperienza, presso la Fondazione Magna Carta a Roma.</p>
      
      
      
      
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          <head>References</head>
          <bibl n="32062">Grispigni M., Musci L. (a cura di), Guida alle fonti per la storia dei movimenti in Italia (1966-1978), Ministero per i beni e le attivit&amp;#224; culturali, Direzione generale per gli archivi, Roma 2003.</bibl>
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