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        <title type="main" level="a">Vescovi e monasteri in Tuscia nel secolo XI (1018-1120 circa)</title>
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            <forename>Mauro</forename>
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          <resp>This is a section of <title>La Basilica di San Miniato al Monte di Firenze (1018-2018)</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-295-9</idno>) by </resp>
          <name>Francesco Salvestrini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2021">2021</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.03</idno>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>The paper deals with foundation and further fortunes of the Florentine abbey of San Miniato, founded by bishop Ildebrando (1018), and discusses the grounds of the strong hostility that Vallombrosan monks demonstrated toward florentine bishops like the same Ildebrando or Pietro Mezzabarba (who 1067 founded the nunnery of San Pier Maggiore). The so-called Vita anonima of John Gualberto, discovered and published by Robert Davidsohn, is particularly hard on these bishops, but it was written around 1120 by a monk of San Salvatore di Settimo (near Florence), in order to discredit the present bishop Goffredo Alberti, brother of count Tancredi Nontigiova. The paper considers also the cases of Pistoia and Pisa, where around the end of 11th century local bishops founded the abbeys of San Michele in Forcole and San Rossore.</p>
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            <item>Tuscan Episcopate</item>
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            <item>Goffredo Alberti</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.03<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.03" /></p>
      
      
      <p rend="h1_chapter">Vescovi e monasteri in Tuscia nel secolo XI <lb/>(1018-1120 circa)</p><p rend="h1_author">Mauro Ronzani</p><p rend="h1_indexAbstract ParaOverride-1"><hi rend="bold">Sommario</hi>: Il saggio tratta della fondazione e delle prime vicende del monastero fiorentino di San Miniato, eretto dal vescovo Ildebrando nel 1018, e indaga i motivi della forte ostilità dei monaci vallombrosani nei confronti di vescovi fiorentini fondatori di monasteri come lo stesso Ildebrando o Pietro Mezzabarba (che nel 1067 fondò il monastero femminile di San Pier Maggiore). Il testo più duro verso questi presuli, la cosiddetta <hi rend="italic CharOverride-1">Vita anonima</hi> di Giovanni Gualberto, scoperta e pubblicata a suo tempo da Robert Davidsohn, fu scritto intorno al 1120 nel monastero di San Salvatore di Settimo (vicino a Firenze), per screditare il vescovo fiorentino di quel momento, Goffredo Alberti, fratello del conte Tancredi Nontigiova. Sono considerate anche altre città toscane come Pistoia e Pisa, dove, verso la fine dell’XI secolo, i vescovi locali fondarono, rispettivamente, i monasteri di San Michele in Forcole e San Rossore. </p><p rend="h2">1. Premessa</p><p rend="text">Il compito della relazione affidataci dall’amico Francesco Salvestrini è tanto impegnativo quanto stimolante. Non vi è dubbio, infatti, che l’interesse da sempre dimostrato dalla storiografia per «il monachesimo toscano del secolo XI» (per citare il titolo di un famoso saggio di Giovanni Miccoli)<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-108-backlink"><ref target="03.html#footnote-108">1</ref></hi></hi> ha lasciato volutamente ai margini dell’attenzione l’atteggiamento e il coinvolgimento dei vescovi, considerandolo un aspetto tutto sommato poco rilevante; e questo vale – in una certa misura – anche per il monastero di cui celebriamo in questi giorni il millenario della fondazione ad opera del vescovo fiorentino Ildebrando. Eppure, l’iniziativa di costui fu tutt’altro che isolata nel panorama del Regno italico d’inizio secolo XI, giacché fu preceduta o accompagnata da quelle intraprese da vescovi come il genovese Guido, che nel 1007 «affidò» ai monaci la chiesa suburbana di San Siro, che fino a pochi anni prima aveva ospitato la sede vescovile, o il comasco Alberico, che nel 1013 istituì un monastero presso la chiesa di Sant’Abbondio, dove era custodito il corpo del santo vescovo del secolo IV<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-107-backlink"><ref target="03.html#footnote-107">2</ref></hi></hi>. L’attivismo ‘riformatore’ (o ‘restauratore’ che dir si voglia) dimostrato da questi e altri vescovi della «Langobardia» sin dai primissimi anni del secolo è un fenomeno ben noto e studiato<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-106-backlink"><ref target="03.html#footnote-106">3</ref></hi></hi>; ma nell’ambito dell’altra grande ripartizione storica del Regno (la Tuscia, appunto, dove per di più si era mantenuta integra ed efficiente la Marca di matrice carolingia) di esso si è soliti parlare soltanto (o quasi) in relazione agli energici presuli aretini Erlemperto, Adalberto e Tedaldo, ai quali si dovette la ricostruzione del complesso vescovile di San Donato e il rilancio del culto del santo vescovo eponimo<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-105-backlink"><ref target="03.html#footnote-105">4</ref></hi></hi>. Non è un caso, dunque, che uno dei pochi studi dedicati ad indagare con qualche respiro i rapporti fra vescovi e monasteri in ambito toscano nel periodo che qui ci interessa, sia quello, tuttora fondamentale, scritto cinquant’anni fa da Giovanni Tabacco proprio su Arezzo. </p><p rend="text">Sin dall’inizio del secolo X la chiesa vescovile aretina poggiava, oltre che sul complesso cultuale di San Donato, insediato sul colle del Pionta, sul monastero delle Sante Fiora e Lucilla, che sorgeva qualche km a sud est<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-104-backlink"><ref target="03.html#footnote-104">5</ref></hi></hi>. Fino all’inizio del secolo XI (o, ancor più precisamente, fino al 1018) non vi furono in Toscana altri monasteri così organicamente legati alla sede vescovile (pur se per ogni cenobio restava valido il principio della dipendenza dal vescovo diocesano per gli aspetti sacramentali)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-103-backlink"><ref target="03.html#footnote-103">6</ref></hi></hi>, giacché quelli esistenti erano in prevalenza di fondazione regia o imperiale, ovvero – nell’età del marchese Ugo (970-1001) – marchionale. </p><p rend="text">A svalutare, agli occhi degli studiosi, la portata innovativa delle fondazioni monastiche promosse nei primi decenni dopo il Mille da vescovi come il fiorentino Ildebrando o, come vedremo, il fiesolano Iacopo il Bavaro o il volterrano Gunfredo, è stata indubbiamente l’influenza esercitata dal ‘fenomeno’ vallombrosano, che non solo seppe conquistare grande spazio nel panorama monastico toscano della seconda metà del secolo, ma riuscì anche, attraverso la pubblicistica da esso prodotta, ad imporre un’immagine fortemente negativa tanto delle persone quanto dell’operato dei vescovi, con particolare riguardo per quelli fiorentini. Leggendo la <hi rend="italic">Vita</hi> di Giovanni Gualberto scritta da Andrea di Strumi, chiarissima è la percezione che il monastero di Santa Maria di Vallombrosa sia nato in contrapposizione a quello, troppo vicino alla città (e soprattutto troppo legato al suo vescovo), di San Miniato, dal quale Giovanni e alcuni suoi compagni uscirono polemicamente nella seconda metà degli anni Trenta<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-102-backlink"><ref target="03.html#footnote-102">7</ref></hi></hi>; e il quadro viene ulteriormente appesantito dalla <hi rend="italic">Vita</hi> anonima d’inizio secolo XII<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-101-backlink"><ref target="03.html#footnote-101">8</ref></hi></hi>, che presenta Ildebrando come un presule sfacciatamente immerso nel concubinato con l’intrigante e prepotente Alberga. </p><p rend="text">La tecnica narrativa impiegata in questo testo si distingue appunto per l’inserimento di alcune ‘scene ad effetto’ che, per la vivezza con cui sono raccontate, tendono a imporsi al lettore come episodi realmente accaduti, e solo ora pienamente disvelati. Questo ha funzionato non solo con Robert Davidsohn, che ebbe comunque il merito di scoprire e utilizzare per primo questo testo,<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-100-backlink"><ref target="03.html#footnote-100">9</ref></hi></hi> ma anche con quasi tutti gli studiosi successivi, instillando ad esempio un pregiudizio negativo riguardo alla personalità del vescovo Ildebrando, e deviando l’attenzione verso il suo inflessibile antagonista Guarino, abate di San Salvatore a Settimo (il monastero posto a pochi km ad ovest di Firenze, che era stato fondato dalla casata comitale dei Cadolingi). Donde il tiepido interesse nei confronti del monastero di San Miniato, e l’attenzione ben maggiore rivolta ai monasteri di fondazione aristocratica<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-099-backlink"><ref target="03.html#footnote-099">10</ref></hi></hi> come quello di Settimo o l’omonimo cenobio di Fucecchio, i quali, per di più, nel giro di qualche decennio sarebbero entrati nell’orbita del monachesimo vallombrosano.</p><p rend="text">In questa relazione abbiamo deciso di adottare un punto di vista diverso, convinti come siamo (e come cercheremo di argomentare al momento opportuno) che la <hi rend="italic">Vita</hi> anonima di Giovanni Gualberto non solo sia stata redatta nel monastero di San Salvatore di Settimo (idea accettata da pressoché tutti gli studiosi)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-098-backlink"><ref target="03.html#footnote-098">11</ref></hi></hi>, ma sia anche, in tutto e per tutto, ‘figlia’ del momento e del luogo in cui fu prodotta, con finalità strettamente appuntate sull’attualità, e sui pericoli che il monastero sentiva venire dalla sede vescovile fiorentina, che dal 1113 era occupata da un presule – Goffredo Alberti –, che agli occhi dei monaci di Settimo era – per così dire – ‘degno’ successore di vescovi palesemente inidonei come il concubinario e simoniaco Ildebrando, e l’ancor più gravemente (e sfacciatamente) simoniaco Pietro Mezzabarba. Ciò significa che la <hi rend="italic">Vita</hi> anonima di Giovanni Gualberto, anziché offrire – come avvenuto finora – il ‘naturale’ punto di partenza della trattazione, ne costituirà il punto di arrivo, in quanto essa è interpretabile come l’espressione più eclatante dell’articolata operazione messa in atto dai monaci di Settimo per difendere la propria autonomia, nei confronti così del vescovo fiorentino Goffredo, come del fratello di costui, Tancredi detto «Nontigiova», che avendo sposato nel 1119 la vedova dell’ultimo esponente dei conti Cadolingi, ambiva ad impossessarsi di tutta l’eredità di tale famiglia.</p><p rend="text">Il nostro punto di partenza sarà, dunque, proprio la fondazione del monastero di San Miniato, disposta da Ildebrando nel 1018, e da lui collocata esplicitamente nel contesto politico-religioso maturato con l’incoronazione imperiale di Enrico II (14 febbraio 1014) e la definitiva sconfitta dell’‘antire’ Arduino.</p><p rend="h2">2. Il monastero di San Miniato e i vescovi di Firenze dalla fondazione al 1077</p><p rend="text">Nella parte finale di un saggio recente, che offre un contributo davvero innovativo riguardo alla politica monastica del marchese Ugo, bruscamente interrotta fra 1001 e 1002 dalla morte pressoché contemporanea di lui stesso e dell’imperatore Ottone III, Paolo Tomei<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-097-backlink"><ref target="03.html#footnote-097">12</ref></hi></hi> cerca di cogliere qualche segno del manifestarsi di un nuovo protagonismo vescovile negli anni immediatamente successivi, menzionando da un lato l’atto con il quale, nel settembre 1008, il vescovo aretino Erlemperto proclamò di aver «costruito dalle fondamenta e consacrato nella località della sua diocesi chiamata Prataglia» il monastero di Santa Maria, «ordinandovi l’abate Sigizone»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-096-backlink"><ref target="03.html#footnote-096">13</ref></hi></hi>, e dall’altro le rivendicazioni avanzate dal vescovo di Chiusi Arialdo nei confronti dei monasteri imperiali di San Salvatore al Monte Amiata e Sant’Antimo. Ma se Erlemperto aveva dalla sua la consolidata prassi di integrazione del monachesimo nel quadro vescovile e diocesano di Arezzo, il vescovo di Chiusi era in una posizione assai più debole; e in entrambi i casi si trattava di cenobi già esistenti (anche se quello di Prataglia era molto più recente dei due antichi monasteri imperiali chiusini).</p><p rend="text">Nel secolo XI, la prima vera fondazione ex novo di un monastero da parte di un vescovo toscano fu, come già più volte accennato, quella del monastero fiorentino di San Miniato, ad opera del presule Ildebrando. La relativa <hi rend="italic">charta</hi> del 27 aprile 1018, giuntaci solo in copie di età moderna, è esplicita nell’ascrivere al vescovo l’intenzione meritoria di <hi rend="italic">renovare</hi> la vecchia chiesa di San Miniato, nella quale egli «aveva udito trovarsi riposto il corpo venerabile del suddetto martire», e la decisione di chiedere <hi rend="italic">consilium et iuvamen</hi> all’imperatore Enrico, suo <hi rend="italic">senior</hi>, il quale lo esortò «a istituire un monastero nella suddetta chiesa, come era stato in antico»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-095-backlink"><ref target="03.html#footnote-095">14</ref></hi></hi>. Ildebrando era evidentemente ben consapevole del ruolo decisivo assegnato ai vescovi nella prassi di governo di Enrico II<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-094-backlink"><ref target="03.html#footnote-094">15</ref></hi></hi>, e in questo quadro ci sembra che possa spiegarsi la presentazione della propria iniziativa come il ‘ripristino’ di qualcosa – un monastero appunto – che era esistito «in antico» presso quella chiesa, e ora con l’aiuto dell’imperatore, veniva riportato in vita, con il compito onorevolissimo di «custodire» in modo ben più degno che in passato i resti, felicemente ritrovati dallo stesso presule, «di san Miniato martire, e di alcuni altri che erano stati incoronati con la medesima palma del martirio». L’operazione disposta da Ildebrando aveva, infatti, anche una fortissima valenza cultuale: si trattava di rilanciare in grande stile la venerazione per un martire (unico identificabile in mezzo ad un piccolo manipolo di altri martiri irrimediabilmente anonimi), le cui ossa erano state ritrovate, «elevate» (ossia riconosciute come autentiche) e quindi «deposte con reverenza» nella <hi rend="italic">confessi</hi>o sotterranea sopra la quale sarebbe stata costruita la nuova grande chiesa che oggi vediamo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-093-backlink"><ref target="03.html#footnote-093">16</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Come è ben noto, la fondazione e il primo popolamento del cenobio con l’«istituzione» dell’abate Drugone, e la rivitalizzazione del culto di san Miniato furono praticamente contestuali, visto che proprio a Drugone fu assegnato il compito di riscrivere la <hi rend="italic">Passio</hi> del martire, la cui versione originale appariva pressoché inutilizzabile («insulso antiquitus sermone contexta»)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-092-backlink"><ref target="03.html#footnote-092">17</ref></hi></hi>. L’abate corresse come poté quel testo di età carolingia, e vi aggiunse il particolare miracoloso della «cefaloforia», che da una parte risolveva il problema della non coincidenza fra il luogo ove era ora ambientata l’esecuzione capitale di Miniato e quello della sua sepoltura, e dall’altra serviva ad avvalorare definitivamente la scoperta dei suoi resti ad opera di Ildebrando, visto che il santo, dopo aver portato il proprio «capo rescisso, tenendolo fra le braccia, in cima al monte in cui era stato solito servire Dio onnipotente, manifestò <hi rend="italic">con segni mirabili ed evidentissimi </hi>che voleva aspettare lì il giorno del giudizio finale»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-091-backlink"><ref target="03.html#footnote-091">18</ref></hi></hi>.</p><p rend="text"> Un monastero destinato ad un compito così prestigioso necessitava ovviamente di una dotazione patrimoniale adeguata, a cominciare dal «monte» stesso sul quale era posto, e proseguendo con il piccolo monastero urbano di Sant’Andrea, con <hi rend="italic">curtes</hi> e castelli in Valdisieve, Mugello e Casentino, e con la <hi rend="italic">curtis</hi> di Empoli<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-090-backlink"><ref target="03.html#footnote-090">19</ref></hi></hi>. L’operazione descritta nella <hi rend="italic">charta</hi> del 1018 era dunque complessa, e Ildebrando era ben consapevole di averla solo cominciata; tanto che sei anni dopo egli fece redigere un secondo atto di «donazione, concessione e conferma», nel quale ai beni fondiari già elencati nel 1018 ne erano aggiunti altri, e alla posizione del monastero nell’ambito della <hi rend="italic">civitas</hi> e dell’<hi rend="italic">ecclesia</hi> vescovile fiorentina veniva riconosciuto il rilievo eccezionale che nel documento precedente era stato espresso solo in modo generico o implicito. Questo grazie a due novità importanti intervenute nel frattempo: l’istituzione da parte di Ildebrando di un mercato «prope ista civitate» (ossia presso il monastero) e la fondazione, nella stessa area, di una «ecclesia et plebe […] in onore sancti Iohannis Batista»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-089-backlink"><ref target="03.html#footnote-089">20</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> </p><p rend="text">Come è già stato opportunamente notato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-088-backlink"><ref target="03.html#footnote-088">21</ref></hi></hi>, questa nuova chiesa battesimale dedicata al santo eponimo della sede vescovile fiorentina era una sorta di ‘duplicazione’ della <hi rend="italic">plebs</hi> cittadina di Santa Reparata, che si trovava davanti a quella che allora era la vera chiesa del vescovo e dei canonici ivi riuniti nel secolo IX. Non è ben chiaro se Ildebrando prevedesse di spartire il territorio cittadino e suburbano fra i fonti battesimali di Santa Reparata e di questa nuova <hi rend="italic">plebs</hi> di San Giovanni presso San Miniato, oppure se pensasse addirittura di sostituire del tutto il primo con il secondo; ma anche nell’ipotesi più prudente, ciò significava che al complesso sacro da lui fondato sul «monte di S. Miniato» era riconosciuta la stessa dignità di quello esistente in città fin dalla tarda antichità: nei confronti dei fedeli, i monaci di San Miniato erano posti sullo stesso piano dei canonici di San Giovanni, con l’importante differenza che i primi custodivano ora il corpo santo di un martire, la cui tomba stava sicuramente diventando meta di affollati pellegrinaggi. </p><p rend="text">Ma Ildebrando dovette spingersi anche oltre: a detta del suo secondo successore Atto, fu lui, in un momento imprecisato, a disporre che «le litanie di tutte le pievi della diocesi fiorentina» arrivassero a San Miniato e, soprattutto, le offerte da esse recate andassero tutte ai monaci<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-087-backlink"><ref target="03.html#footnote-087">22</ref></hi></hi>. Di tale pratica devozionale (diversa dalle processioni, chiamate anch’esse «litanie», o «rogazioni», che percorrevano il territorio di ciascuna pieve nei tre giorni precedenti il giovedì dell’Ascensione e il 25 aprile, festa di san Marco) abbiamo notizia anche per altre diocesi toscane, nella seconda metà dello stesso secolo XI: almeno una volta l’anno il clero e i fedeli di ogni pieve dovevano recarsi presso la chiesa vescovile per confermare e rinsaldare il vincolo che univa ogni comunità cristiana della diocesi al centro e cuore di essa, dov’era la sede del vescovo. Ad Arezzo, ad esempio, nell’ottavo decennio del secolo le «litanie arrivavano da tutta la diocesi al complesso vescovile di San Donato dal giorno della Pentecoste fino al I settembre», portando con sé le candele da accendere per la celebrazione della messa, e da lasciare poi come offerta (insieme probabilmente ad altre cose)<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-086-backlink"><ref target="03.html#footnote-086">23</ref></hi></hi>. La concessione di Ildebrando aveva dunque sia un valore ricognitivo della preminenza religiosa e devozionale di San Miniato, sia un valore economico; più in generale, la fondazione del monastero stava mutando sensibilmente l’assetto della <hi rend="italic">Florentina Ecclesia</hi>. </p><p rend="text">Che la cosa fosse tutt’altro che semplice, e il successo dell’operazione tutt’altro che scontato, è percepibile già dall’affollarsi dei documenti vescovili in favore del nuovo monastero durante i governi di Ildebrando e dei suoi successori Lamberto e Atto. Lamberto esordì nel 1026 con una <hi rend="italic">charta</hi> che riproduceva in tutto e per tutto quella dettata due anni prima dal predecessore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-085-backlink"><ref target="03.html#footnote-085">24</ref></hi></hi>; ma nel luglio 1028 cambiò strada, affidando ad un canonico di San Giovanni, l’arcidiacono Guido, la stesura di una nuova <hi rend="italic">ordinatio et confirmatio</hi> assai diversa dalle tre precedenti. Innanzitutto, il giudizio sull’operato di Ildebrando era ambivalente: il predecessore aveva sì cercato di assicurare all’abate e ai monaci un sostentamento decoroso, ma «per il sopraggiungere della morte non aveva potuto completare tutto quel che era necessario», lasciando così a Lamberto una situazione non del tutto solida<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-084-backlink"><ref target="03.html#footnote-084">25</ref></hi></hi>. Il nuovo vescovo riprese quindi l’idea che il buono stato del monastero di San Miniato ridondasse a giovamento dell’anima dell’imperatore, menzionando, oltre a costui (Corrado II, chiamato <hi rend="italic">senior</hi> come Ildebrando aveva fatto con Enrico II), la sua consorte Ghisla e il giovane figlio Enrico (il futuro Enrico III), e aggiungendo anche il nome del marchese che Corrado aveva da poco installato in Tuscia, ossia Bonifacio di Canossa. Ad una siffatta, conclamata sintonia con i vertici dell’impero e della marca corrispose però la concessione di beni assai lontani da Firenze e dal suo territorio, perché posti in quello di Siena; e soprattutto, nessun cenno era più fatto all’esistenza nei dintorni del monastero del mercato e della pieve battesimale istituiti da Ildebrando e confermati dallo stesso Lamberto nel 1026. La <hi rend="italic">charta</hi> vescovile del 1028 sembra insomma proiettare un’immagine del cenobio assai diversa da quella coglibile nei documenti precedenti: esso era descritto dal presule come «ancora povero per il poco tempo trascorso dalla sua istituzione», anche se, per ribadirne l’importanza come luogo religioso, lo si definiva «multorum martirum patrocinio luculentus»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-083-backlink"><ref target="03.html#footnote-083">26</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> </p><p rend="text">Una conferma delle difficoltà che dal 1028 erano subentrate a ridimensionare il progetto iniziale di Ildebrando, può essere colta anche nella <hi rend="italic">donationis pagina</hi> dettata dal presule succeduto a Lamberto, Atto, in un momento imprecisato, ma comunque di poco posteriore alla sua elezione e precedente alla consacrazione episcopale, e conservata nell’archivio del monastero, pur non essendo mai stata perfezionata con la data e con il nome del redattore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-082-backlink"><ref target="03.html#footnote-082">27</ref></hi></hi>. Il documento è piuttosto singolare (e in qualche punto di non agevole comprensione), in quanto, più che come un atto di donazione vero e proprio, si presenta come un’appassionata autodifesa, rivolta ad interlocutori non specificati (ma probabilmente non fittizi)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-081-backlink"><ref target="03.html#footnote-081">28</ref></hi></hi>, che il vescovo appena «eletto» vuole rassicurare circa la sua ferma intenzione di far seguire i fatti alle parole, e porre finalmente rimedio alla difficile situazione di un monastero che era stato «progettato bene e congruamente, ma non abbastanza dotato da far sì che i monaci che lì vivevano non si trovassero spesso a mancare delle cose necessarie». Atto avrebbe dunque fatto ciò che i vescovi precedenti non avevano «potuto o forse nemmeno voluto compiere»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-080-backlink"><ref target="03.html#footnote-080">29</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">È difficile dire a chi precisamente Attone si rivolgesse (o intendesse rivolgersi una volta che il documento fosse stato completato) come persona o insieme di persone interessate e sensibili al buono stato del monastero di San Miniato. Non si può escludere nemmeno che si trattasse dello stesso Corrado II, che nel 1038 Atto avrebbe chiamato «dominus et ordinator meus»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-079-backlink"><ref target="03.html#footnote-079">30</ref></hi></hi>, avendo evidentemente ricevuto da lui l’«investitura», prima di ricevere la consacrazione dal papa o da un suo delegato. In effetti, non sembra un caso che l’unico documento di questo vescovo in favore del monastero di San Miniato che ci sia giunto completo in tutte le sue parti (e possa dunque essere considerato un vero e proprio atto di governo) sia datato al febbraio del 1038, in coincidenza esatta con un breve soggiorno fiorentino di Corrado II<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-078-backlink"><ref target="03.html#footnote-078">31</ref></hi></hi>; come se solo allora si fossero create le condizioni perché il secondo successore di Ildebrando riprendesse il disegno del fondatore e potesse finalmente rivitalizzare la creatura che costui aveva lasciato ancora alquanto gracile, assegnandole beni materiali realmente ‘fruibili’ dai monaci, confermandole il diritto di accogliere «le litanie di tutte quante le pievi della diocesi», e soprattutto riconoscendo pienamente (e diremmo quasi in modo entusiastico) l’eccellenza religiosa di quel <hi rend="italic">locus</hi>, «dove brillavano i meriti preclari di tanti esimi martiri, dove i malati ogni giorno, per concessione divina, ricevevano benefici di guarigione grazie al suffragio dei martiri stessi, dove una moltitudine di pellegrini e forestieri erano ospitati e rifocillati come se fossero a casa propria, dove i malati erano nutriti e i poveri saziati»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-077-backlink"><ref target="03.html#footnote-077">32</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Se Atto poteva finalmente tornare a esaltare le benemerenze del monastero di San Miniato, era perché, negli anni precedenti, la ‘rifondazione’ della canonica di San Giovanni come centro di vita comune e regolare egualmente in grado di assicurare servizi religiosi d’alto livello, aveva eliminato, o almeno sensibilmente ridotto l’ostilità di quei canonici nei confronti del cenobio che minacciava di sostituirsi al vecchio complesso di San Giovanni Battista come focolare principale della <hi rend="italic">Florentina Ecclesia</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-076-backlink"><ref target="03.html#footnote-076">33</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> Uno dei frutti di quell’ostilità era stata certamente la decisione dei canonici di San Giovanni di rilanciare il culto di san Zanobi, il vescovo vissuto fra IV e V secolo e menzionato nella <hi rend="italic">Vita</hi> di sant’Ambrogio di Paolino di Nola, affidando all’arcivescovo di Amalfi, allora esule a Firenze, la stesura di una nuova biografia che facesse conoscere «virtutes et miracula communis patris Zenobii»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-075-backlink"><ref target="03.html#footnote-075">34</ref></hi></hi>. Miracoli verificatisi non solo nell’epoca ormai lontana in cui il presule era vissuto, ma anche in tempi più vicini, grazie alla <hi rend="italic">virtus</hi> delle spoglie mortali di Zanobi, che dall’originaria sepoltura in San Lorenzo erano state ormai da secoli trasferite in Santa Reparata: la <hi rend="italic">plebs</hi> cittadina attigua alla sede vescovile e alla canonica, che il vescovo Ildebrando, come abbiamo visto, avrebbe voluto soppiantare o sminuire tramite l’erezione di una nuova pieve presso San Miniato! Zanobi stesso – scrisse Lorenzo d’Amalfi – consentì che il suo corpo fosse portato in Santa Reparata a condizione che il vescovo allora in ufficio «deputasse all’ossequio continuo del santo un numero di chierici non inferiore a dodici»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-074-backlink"><ref target="03.html#footnote-074">35</ref></hi></hi>. Il collegio canonicale di San Giovanni aveva dunque come missione ‘fondativa’ la custodia e il culto delle spoglie di san Zanobi, e il martire venerato sul <hi rend="italic">mons Florentinus</hi> aveva ora un corrispettivo nel santo vescovo sepolto in Santa Reparata; se la riscrittura della <hi rend="italic">Passio</hi> del primo era stata commissionata dal presule Ildebrando all’abate Drugone, la vita (e soprattutto i miracoli) del secondo furono divulgati da Lorenzo su «esortazione» dei canonici.</p><p rend="text">Non è forse troppo azzardato supporre che la tendenza, chiaramente percepibile nei documenti fatti redigere in favore del monastero di San Miniato dal vescovo Atto, ad asserire che qui, oltre alle spoglie del santo eponimo, riposavano anche quelle degli altri martiri suoi «compagni»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-073-backlink"><ref target="03.html#footnote-073">36</ref></hi></hi>, sia da mettere in relazione con il rilancio del culto di san Zanobi voluto dai canonici, quasi a contrapporre alla tomba ‘singola’ di costui la pluralità dei corpi santi custoditi nella <hi rend="italic">confessio</hi> del cenobio. Che il ‘braccio di ferro’ fra i due poli religiosi e cultuali della <hi rend="italic">Florentina Ecclesia</hi> continuasse anche dopo il 1038, sembra suggerire la notizia (contenuta in un documento giudiziario del 1077 di cui ci occuperemo fra poco) che, ad un certo momento, l’abate di San Miniato, Oberto, e il «preposto» della canonica rifondata nel 1036, Rolando, si accordassero per dividersi a metà le offerte provenienti dalle «litanie» delle pievi diocesane, nonostante che nel <hi rend="italic">decretum</hi> del febbraio 1038 il vescovo Atto avesse ribadito che esse spettavano per intero ai monaci<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-072-backlink"><ref target="03.html#footnote-072">37</ref></hi></hi>. Ad una fase di rinnovata contrapposizione (ovvero di rinnovate pressioni su questo stesso vescovo) sembra riconducibile la redazione (rimasta peraltro incompiuta) del terzo <hi rend="italic">decretum</hi> di Atto, che qui si presenta come «peccatore immeritevole», ma desideroso di riscattare le colpe da lui commesse nei confronti del monastero «del beatissimo martire Miniato e dei suoi compagni, grazie alla cui moltitudine tale luogo santissimo eccelleva», donandogli nuovi beni<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-071-backlink"><ref target="03.html#footnote-071">38</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Dall’inizio del 1038, peraltro, il cenobio era guidato con fermezza e autorevolezza dall’abate Oberto (il cui nome, curiosamente, non compare in nessuno dei due documenti dettati da Atto come vescovo ormai consacrato). Visto anche come egli si attivò immediatamente e con successo per ottenere dal tribunale imperiale e da quello marchionale la sanzione su alcuni beni di proprietà del monastero<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-070-backlink"><ref target="03.html#footnote-070">39</ref></hi></hi>, Oberto potrebbe essere stato posto a capo di San Miniato con l’accordo, o addirittura per iniziativa di Corrado II (che Atto, come abbiamo visto, considerava come il proprio <hi rend="italic">senior et ordinator</hi>). Di certo, le fonti vallombrosane indicano nella nomina abbaziale di Oberto la causa del distacco dal monastero di Giovanni Gualberto e dei suoi compagni; e in più, Andrea di Strumi attribuisce al giovane «re» Enrico, e non all’imperatore suo padre, l’invio di un vescovo «cattolico» per consacrare la chiesa di Vallombrosa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-069-backlink"><ref target="03.html#footnote-069">40</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Alla figura e all’attività trentennale di questo energico abate è, opportunamente, dedicata in gran parte la relazione di Maria Pia Contessa. Qui ci limiteremo a toccare una questione che finora non è stata del tutto chiarita, lasciando così qualche incertezza negli studi relativi alla sepoltura e al culto delle reliquie di san Miniato. Ci riferiamo alla presenza nell’archivio del monastero (ovviamente prima che esso fosse smembrato) di una «copia membranacea del secolo XI» del diploma concesso dal re Berengario I alla chiesa vescovile fiorentina (allora presieduta dal vescovo Grassulfo) il 25 aprile 899, per concederle, o meglio confermarle due ampi appezzamenti, posti uno accanto alla stessa chiesa di San Giovanni Battista e l’altro presso la chiesa di San Miniato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-068-backlink"><ref target="03.html#footnote-068">41</ref></hi></hi>. L’originale del diploma risulta scomparso, mentre nell’archivio dei canonici fiorentini (ai quali quei beni di origine pubblica erano successivamente pervenuti) si trova ancora, in originale, il diploma rilasciato allo stesso destinatario e con lo stesso contenuto dall’imperatore Lamberto, il 21 maggio 898<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-067-backlink"><ref target="03.html#footnote-067">42</ref></hi></hi>. Come si sa, Lamberto era morto pochi mesi dopo, e il vescovo fiorentino si era subito rivolto al nuovo (o meglio, al ‘restaurato’) dinasta del Regno italico. Come già chiarito a suo tempo da Renato Piattoli<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-066-backlink"><ref target="03.html#footnote-066">43</ref></hi></hi>, la copia del diploma di Berengario fu redatta dal notaio Alberto, professionista di fiducia dell’abate Oberto. Il testo da essa recato (e giunto a noi grazie ad un’ulteriore copia eseguita nel secolo XVII da Carlo Strozzi) si differenzia da quello del diploma di Lamberto, oltre che nei particolari più ovvi (e in alcuni altri di importanza secondaria), in due punti ben riconoscibili. Mentre la concessione di Lamberto è indirizzata «ecclesiae Beati Iohannis episcopatui Florentino (cui Grasulfus venerabilis episcopus auctore Deo preesse videtur)», nella copia di quello di Berengario essa è rivolta «ecclesiae Sanctorum Ioannis et Miniati, que caput est Florentini episcopatus»; inoltre, mentre nell’898 si dice che nella chiesa di San Miniato «requiescunt sanctorum corpora novem», nell’899 il passo diventa «in cuius ecclesia sanctorum corpora VIII quiescunt». Riguardo alla curiosa intitolazione doppia della chiesa vescovile fiorentina (che compare solo in questo documento), già Luigi Schiaparelli<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-065-backlink"><ref target="03.html#footnote-065">44</ref></hi></hi> aveva pensato ad un’interpolazione tardiva; ma dopo la messa a punto diplomatistica di Renato Piattoli è possibile attribuire l’inserzione del nome di san Miniato all’abate Oberto. Costui, una volta avuto sotto agli occhi, grazie alla sua posizione di giudice incaricato da Gerardo-Niccolò II di dirimere la controversia fra i canonici di San Giovanni e quelli testé insediati nella ‘storica’ basilica di San Lorenzo, il diploma berengariano presentato dai primi come prova giudiziaria<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-064-backlink"><ref target="03.html#footnote-064">45</ref></hi></hi>, pensò bene di farne eseguire una copia, che testimoniasse come la chiesa di cui ora egli era abate fosse considerata già alla fine del secolo IX uno dei due centri religiosi che connotavano la chiesa vescovile fiorentina. Ciò poteva avere la sua utilità in relazione al già più volte ricordato diritto di accogliere le «litanie» delle pievi diocesane e trattenerne le offerte (almeno per metà). Ma anche la piccola modifica al numero dei corpi santi custoditi a suo tempo dalla chiesa di San Miniato, che potrebbe sembrare frutto di una semplice svista, trova una spiegazione ‘mirata’. Nel privilegio di conferma dei beni e diritti del cenobio da lui guidato, che Oberto ottenne da Alessandro II il 16 aprile 1065, esso è definito infatti «monasterium […] martiris Miniati suorumque septem comitum, in specie septiformis gratie Sancti Spiritus, sanguine consecratum, ac eodem prefulgente octo beatitudinum similitudine decoratum»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-063-backlink"><ref target="03.html#footnote-063">46</ref></hi></hi>: la tendenza a valorizzare il ‘tesoro’ di corpi di santi martiri posseduto dal monastero, riscontrabile già all’indomani della riscrittura della <hi rend="italic">Passio</hi>, nella quale Drugone si era concentrato sul solo Miniato (ammettendo di non aver trovato nella sua fonte alcuna notizia circa gli altri corpi santi «visti» da Ildebrando)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-062-backlink"><ref target="03.html#footnote-062">47</ref></hi></hi>, era infine pervenuta al numero simbolico di sette, o meglio ‘sette più uno’, che corrisponde appunto agli «otto corpi» ricordati nella copia del diploma berengariano dell’899.</p><p rend="text">Nella documentazione a noi nota, Oberto è attestato per l’ultima volta come abate nel febbraio 1072<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-061-backlink"><ref target="03.html#footnote-061">48</ref></hi></hi>. Dopo la sua morte i canonici di San Giovanni riaprirono l’annosa questione delle oblazioni portate in città dalle «litanie» estive delle pievi diocesane, trovando il modo di trattenerle per intero; ma nell’estate del 1077 il nuovo abate di San Miniato, Pietro, riuscì a rivolgersi direttamente a papa Gregorio VII (che, dopo il famoso soggiorno nel castello di Canossa, stava allora rientrando a Roma attraverso la Toscana), ottenendone la conferma dell’immutata validità dell’accordo stipulato a suo tempo fra Oberto e il preposto Rolando<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-060-backlink"><ref target="03.html#footnote-060">49</ref></hi></hi>. A quel punto, il papa incaricò il vescovo fiorentino Ranieri (anch’egli presente alla seduta giudiziaria tenutasi il 28 agosto presso il monastero valdelsano di San Michele di Marturi, presso l’attuale Poggibonsi) di «investire delle predette oblazioni» entrambe le parti, «ut aequa in posterum porcione dividerent, salvo tamen suo iure et iusticia»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-059-backlink"><ref target="03.html#footnote-059">50</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> Non è improbabile che, nel corso del dibattimento (<hi rend="italic">altercatio</hi>), Pietro presentasse anche la copia del diploma di Berengario I e il privilegio alessandrino del 1065, dai quali risultava esplicitamente che la dignità del monastero di San Miniato non era inferiore a quella della canonica di San Giovanni. Ma quel che ci sembra ancor più degno di nota è che, nello <hi rend="italic">scriptum</hi> steso per documentare quanto avvenuto nella seduta del 28 agosto, il nuovo superiore di San Miniato fosse chiamato «Petrus monachus, qui voluntate et facto iam dicti Uberti ordinatus fuerat abbas in predicto monasterio»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-058-backlink"><ref target="03.html#footnote-058">51</ref></hi></hi>. In un contesto così ufficiale, vista la presenza dello stesso papa, si ammetteva dunque tranquillamente che Pietro era stato, per così dire, indicato come proprio successore e forse anche ‘insediato’ da Oberto, senza alcun apparente coinvolgimento del vescovo Ranieri, entrato in ufficio fra 1071 e 1072<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-057-backlink"><ref target="03.html#footnote-057">52</ref></hi></hi>. Potrebbe essere un altro segnale della lunga crisi attraversata dalla Chiesa fiorentina dopo la deposizione di Pietro Mezzabarba (1068) e l’intermezzo del vescovo extradiocesano Rodolfo, gradito ai monaci vallombrosani. In tal caso, la sentenza di Gregorio VII sarebbe da interpretare come un’esortazione a tornare alla normalità, e un tentativo di rafforzare la posizione e il prestigio, fino ad allora piuttosto deboli, del vescovo Ranieri.</p><p rend="h2">2. Fiesole, Volterra e le altre diocesi </p><p rend="text">L’opportunità di seguire lungo qualche decennio (almeno per alcuni aspetti) le vicende di San Miniato, e rendere così un piccolo omaggio al luogo che ospita il nostro convegno, ci ha allontanato parecchio dall’epoca dei vescovi fiorentini Ildebrando, Lamberto e Atto. Ad essa dobbiamo ora tornare, perché – come già accennato – operazioni analoghe a quella avviata da Ildebrando a Firenze con la fondazione del monastero di San Miniato furono attuate allora anche a Fiesole e a Volterra. Nella prima diocesi, il presule Iacopo il Bavaro (installatovi da Enrico II)<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-056-backlink"><ref target="03.html#footnote-056">53</ref></hi></hi> promosse nel febbraio 1028 una vera e propria ‘rifondazione’ della chiesa vescovile, trasferendo dentro l’<hi rend="italic">oppidum</hi> sia la «sede» episcopale, sia le spoglie mortali del santo martire Romolo (che da qualche tempo ne era diventato il titolare celeste), e dando una nuova identità all’edificio cultuale che aveva ospitato fino ad allora «cattedra» e «corpo» (e rimaneva pur sempre «decorato dall’onore di molti santi e insigne per la presenza delle tombe di molti vescovi»), attraverso la fondazione di un monastero da intitolarsi a san Bartolomeo e a santo Stefano. Come già Ildebrando nel 1018, anche Iacopo si fece vanto di fondare il monastero su «consiglio e comando» dell’imperatore, aggiungendo però il nome del papa, quel Giovanni XIX che l’anno prima aveva incoronato a Roma Corrado II<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-055-backlink"><ref target="03.html#footnote-055">54</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">D’altra parte, come già accennato, in questi primi decenni del secolo XI fondare un monastero nel cuore della diocesi, ossia presso la chiesa che fino ad allora aveva ospitato la cattedra vescovile principale, fu un atto compiuto anche da altri presuli del <hi rend="italic">Regnum</hi>, sia che – come a Fiesole e prima ancora a Genova – il «corpo» santo ivi tumulato fosse trasferito anch’esso nella nuova <hi rend="italic">ecclesia episcopatus</hi>, sia che – come a Volterra – il compito di custodirlo fosse affidato ai monaci ivi installati. L’atto di fondazione del monastero volterrano dei Santi Giusto e Clemente ad opera del vescovo Gunfredo (1034) è certamente più asciutto e meno magniloquente di quelli di Ildebrando e di Iacopo il Bavaro, ma l’operazione ebbe la stessa portata, e – a quanto sembra – incontrò difficoltà simili a quelle viste per San Miniato di Firenze. Il <hi rend="italic">decretum</hi> del presule Gunfredo ci è giunto, infatti, in due versioni (di cui una sola munita delle sottoscrizioni), e fu ripetuto dal successore immediato, Guido (1042-1061), con la motivazione, uguale a quella addotta nel 1028 da Lamberto di Firenze, che il predecessore «queque fuerant necessaria mortis meta interveniente explere non valuit»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-054-backlink"><ref target="03.html#footnote-054">55</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Fra il terzo e il quarto decennio del secolo XI operavano in Tuscia altri vescovi scelti da Enrico II per la loro sensibilità nei confronti della vita religiosa regolare e del culto dei santi (oltre che, naturalmente, per la loro attitudine a governare con mano ferma il clero e la diocesi loro affidata). Eppure, uomini come Tedaldo di Canossa (vescovo di Arezzo fra 1022/23 e 1033) e Giovanni da Besate (vescovo di Lucca fra 1023 e 1056)<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-053-backlink"><ref target="03.html#footnote-053">56</ref></hi></hi> non «fondarono» monasteri, anche se non va dimenticato che il primo appoggiò in modo determinante l’esperienza dei monaci-eremiti di Camaldoli<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-052-backlink"><ref target="03.html#footnote-052">57</ref></hi></hi>. Ad Arezzo, come sappiamo, un monastero vescovile non lontano dalla città (e dal complesso episcopale di San Donato) esisteva già da tempo, ed era quello delle Sante Fiora e Lucilla, al quale nel secolo XI si associò il cenobio di San Martino al Pino. La posizione di questi istituti monastici nella compagine diocesana aretina di metà secolo è ben evidenziata da un documento del 1044, che racconta come il vescovo Immone, sentendosi malato e incapace di governare la diocesi da solo, chiese «consiglio» ad un piccolo numero di dignitari ecclesiastici: i primi dell’elenco furono appunto il «preposto» della canonica di San Donato, gli abati (in quel momento ancora distinti) di Santa Fiora e di San Martino, e Albizone <hi rend="italic">heremita Camaldulensis</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-051-backlink"><ref target="03.html#footnote-051">58</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> In quell’occasione si parlò soprattutto del controllo e supervisione delle pievi diocesane, senza menzionare esplicitamente la pieve ‘urbana’ di Santa Maria; ma già nel settembre del 1043 Immone aveva assegnato la quarta parte degli introiti e del patrimonio fondiario di questa ai due monasteri di Santa Flora e San Martino (rispettivamente per due terzi ed un terzo), aggiungendo nel 1046 anche un altro quarto, mentre la metà restante toccò ai canonici di San Donato<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-050-backlink"><ref target="03.html#footnote-050">59</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nella particolare situazione lucchese (dove si trovavano i due importanti monasteri di San Salvatore di Sesto e di San Ponziano, l’uno imperiale e l’altro marchionale) Giovanni da Besate concentrò invece la propria attenzione sulla «vita comune» del clero: donde la fioritura di varie canoniche urbane e di altre comunità canonicali presso alcune pievi diocesane<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-049-backlink"><ref target="03.html#footnote-049">60</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Quanto a Pisa, se dal 1027 in poi nuovi monasteri spuntarono come funghi accanto o nelle vicinanze della piccola <hi rend="italic">civitas </hi>murata, per nessuno di essi è dato di cogliere un legame particolare con la sede vescovile di Santa Maria<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-048-backlink"><ref target="03.html#footnote-048">61</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Per Siena, infine, va segnalato che alla sinodo diocesana convocata nel novembre 1081 dal vescovo Rodolfo, «accanto al capitolo della cattedrale, ai titolari delle pievi, ai rettori delle chiese cardinali, in una parola dunque insieme ai vertici dell’intera organizzazione ecclesiastica direttamente dipendente dall’episcopato, troviamo anche l’abate del monastero di Casciano, unico rappresentante dell’<hi rend="italic">ordo</hi> <hi rend="italic">monasticus</hi>, dal momento che risultano allora significativamente assenti gli abati degli altri due monasteri maschili presenti in diocesi»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-047-backlink"><ref target="03.html#footnote-047">62</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">3. Il monastero di San Pier Maggiore di Firenze e il vescovo Pietro Mezzabarba</p><p rend="text">In definitiva, per trovare in Tuscia altri casi sicuri di fondazione di monasteri ad opera del vescovo, dobbiamo tornare a Firenze, dove entrambi gli immediati successori di Atto, ossia Gerardo di Borgogna (attestato dal 1045, e divenuto nel 1058 anche papa Niccolò II) e Pietro Mezzabarba da Pavia (1064/65-1068) fondarono un monastero femminile subito all’esterno della <hi rend="italic">civitas</hi> murata: rispettivamente, Santa Felicita<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-046-backlink"><ref target="03.html#footnote-046">63</ref></hi></hi> e San Pier Maggiore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="03.html#footnote-045">64</ref></hi></hi>. Questa seconda fondazione ha attirato ovviamente l’attenzione degli studiosi, che l’hanno considerata dal punto di vista sociale e patrimoniale (in relazione alla famiglia che, tramite la «matrona» Ghisla, mise a disposizione la necessaria dotazione di beni fondiari)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="03.html#footnote-044">65</ref></hi></hi> o da quello più strettamente politico (vista la presenza, nell’atto di fondazione dei primi mesi del 1067, del marchese di Tuscia Goffredo il Barbuto e del <hi rend="italic">cancellarius regius</hi> Gregorio, vescovo di Vercelli)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="03.html#footnote-043">66</ref></hi></hi>, e soprattutto si sono interrogati circa le finalità perseguite dal presule, che in quel momento era già stato investito dalle accuse di simonia lanciate dai monaci vallombrosani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="03.html#footnote-042">67</ref></hi></hi>. Nell’atto di fondazione Pietro esaltò il valore spirituale e salvifico della propria iniziativa, tale, a suo dire, da meritare l’appoggio di «tutto il popolo del vescovato fiorentino, la cui cura era stata affidata a lui, benché indegno»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="03.html#footnote-041">68</ref></hi></hi>. Anche se nel documento non se ne fa alcun cenno, la chiesa suburbana di San Pietro era legata alla memoria del santo vescovo Zanobi, il quale, come si legge nella biografia di Lorenzo Amalfitano, stava appunto rientrando in città «dal tempio intitolato a San Pietro» (dove si era recato «accompagnato da non pochi membri del clero»), quando la donna che gli aveva affidato il proprio unico figlio prima di partire per Roma, e al ritorno l’aveva trovato morto, gli corse incontro tenendo in braccio il cadavere del bambino e, dopo averglielo letteralmente «scaraventato addosso», riuscì ad ottenere che il vescovo, inginocchiatosi a pregare, lo riportasse in vita<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="03.html#footnote-040">69</ref></hi></hi>. Ma Pietro Mezzabarba non fece in tempo a trarre dalle preghiere delle <hi rend="italic">ancillae Dei</hi> da lui riunite a vita religiosa in San Pier Maggiore i risultati sperati. Come è ben noto, nel giro di un anno i vallombrosani riuscirono a convincere prima buona parte del clero e del popolo fiorentino, e infine lo stesso papa Alessandro II, che l’accusa da loro lanciata corrispondeva alla «verità», e ottennero che il presule fosse rimosso dall’ufficio.</p><p rend="text">In un lavoro di qualche anno fa abbiamo argomentato la nostra convinzione che, se i vallombrosani si riallacciarono alle contestazioni mosse a suo tempo dal monaco ed eremita fiorentino Teuzone nei confronti del vescovo Atto (e forse perfino del successore di costui, il borgognone Gerardo), la ‘campagna’ orchestrata contro Pietro Mezzabarba mirasse in realtà a colpire coloro che lo avevano voluto porre a capo della Chiesa fiorentina, in quanto essi erano le stesse persone che avevano indotto Alessandro II ad accettare di sottoporre la legittimità della propria elezione a papa al giudizio della sinodo mantovana della primavera del 1064: in primo luogo l’arcivescovo di Colonia Annone (allora potentissimo tutore dell’ancor minorenne Enrico IV), ma anche il marchese Goffredo (che ad Annone era legato) e sua moglie Beatrice, che aveva assicurato l’ordinato svolgimento di quell’assise, tenutasi non a caso in una città controllata dai Canossa<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="03.html#footnote-039">70</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Come a rimarcare il valore di monito, ma anche l’eccezionalità di quanto accaduto a Firenze, nella <hi rend="italic">Vita</hi> di Giovanni Gualberto scritta da Andrea di Strumi è inserito il testo di una lettera che il santo avrebbe inviato al vescovo di Volterra, Ermanno, per rispondere alle «richieste» fattegli pervenire da costui «de ecclesiasticis et divinis, quae in Dei cultu ad salutem animarum fiunt». Ermanno era divenuto vescovo pressappoco nello stesso periodo di Pietro Mezzabarba, ed era per di più, a quanto sembra, di origine germanica; nondimeno, la lettera non contiene alcuna accusa, neppure velata, di aver ottenuto l’ufficio in modo simoniaco, ma semmai una lunga e particolareggiata serie di suggerimenti su come evitare ogni pur minima occasione di incorrere nella simonia svolgendo i compiti pastorali propri di ogni vescovo, con un’allusione finale alla disponibilità di Giovanni di recarsi personalmente a Volterra, se il presule «si fosse studiato di osservare nella sua diocesi tutto quanto scritto sopra»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="03.html#footnote-038">71</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2 ParaOverride-2">4. La comparsa di vescovi di estrazione monastica e la contestazione dei vallombrosani contro Daiberto di Pisa</p><p rend="text">Per trovare tracce sicure dell’influenza del monachesimo vallombrosano in una diocesi toscana diversa da Firenze dobbiamo attendere il penultimo decennio del secolo, quando l’abate del monastero di San Salvatore di Fucecchio fu chiamato a guidare anche il monastero di San Michele di Forcole, testé fondato nel suburbio di Pistoia dal vescovo Leone (1084)<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="03.html#footnote-037">72</ref></hi></hi>; e l’anno dopo, alla morte di costui, lo stesso abate Pietro gli subentrò sulla cattedra vescovile di san Zeno, per intervento diretto di Matilde di Canossa<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="03.html#footnote-036">73</ref></hi></hi>. Primo vescovo toscano di estrazione vallombrosana, Pietro non fu tuttavia il primo monaco ad ottenere un ufficio episcopale, e inaugurare così la piccola serie di presuli di origine monastica che è dato trovare in Tuscia tra la fine del secolo XI e la prima metà del XII. </p><p rend="text">Come proposto a suo tempo da Tillman Schmidt<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="03.html#footnote-035">74</ref></hi></hi>, il Landolfo che nella tarda estate del 1077 Gregorio VII riuscì a far accettare al clero e al popolo di Pisa come loro nuovo vescovo era stato fino a quel momento l’abate del monastero di San Silvestro di Nonantola. Per la portata quasi ‘epocale’ dell’operazione concordata nel 1077 fra il pontefice, Matilde e la <hi rend="italic">civitas</hi> pisana, ci limitiamo qui a rimandare a quanto scritto da Cinzio Violante e da noi stessi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="03.html#footnote-034">75</ref></hi></hi>, anche perché Landolfo morì prematuramente appena un paio di anni più tardi. Un cenno un po’ meno cursorio va invece dedicato al suo successore Gerardo (1080-1084), pur egli pervenuto sulla cattedra vescovile pisana con il consenso (e forse la designazione) di Gregorio VII, in tanto in quanto i pochi atti del suo governo di cui sia rimasta documentazione sembrano indicare un atteggiamento filomonastico, che poteva forse derivare dal suo stato ecclesiastico prima della promozione.<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="03.html#footnote-033">76</ref></hi></hi> Di certo, egli fu il primo vescovo di Pisa a fondare un monastero; o forse sarebbe meglio dire che egli, il 3 maggio 1084, annunciò l’intenzione di fondare un monastero presso la chiesa di San Rossore, «que pertinebat aecclesie et pisscopatui sancte Marie» ed era «fundata et difficata<hi rend="italic"> </hi>[ossia, forse, ‘appena iniziata a costruire’] prope litora maris et iuxsta flumen Arni», assegnandole innanzitutto un cospicuo appezzamento di terra, già di pertinenza della Marca, fra il mare e la località suburbana pisana di Barbaricina<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="03.html#footnote-032">77</ref></hi></hi>. Come vedremo fra poco, il monastero sarebbe stato effettivamente istituito dal successore di Gerardo, il famoso Daiberto, subito prima di partire per la Terrasanta alla testa di una flotta di navi pisane (luglio 1098); ma a Gerardo va comunque ascritta la scelta di dedicarlo a san Lussorio/Rossore, martirizzato in Sardegna al tempo dell’ultima persecuzione di Diocleziano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="03.html#footnote-031">78</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Come già accennato, nello stesso anno 1084 il vescovo pistoiese Leone fondò un monastero presso la chiesa suburbana di San Michele di Forcole, affidandone guida e popolamento all’abate vallombrosano di San Salvatore di Fucecchio, e il 27 maggio 1086, a poche settimane dal rifiuto opposto da Desiderio di Montecassino alla sua elezione a papa, quello stesso abate Pietro era già <hi rend="italic">Pistoriensis episcopus</hi> a tutti gli effetti, e aveva dunque ricevuto la consacrazione vescovile da mani diverse da quelle del pontefice romano, anche se sotto la ‘regia’ di Matilde, come ci è attestato dal famoso passo di Bernoldo di Costanza, secondo il quale nel 1085, grazie alla «saggia azione» della marchesa, «Mutinensi aecclesiae et Regiensi atque Pistoriensi catholici pastores ordinati sunt»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="03.html#footnote-030">79</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Ora, è ben noto che, alcuni anni dopo, questo primo vescovo toscano di matrice vallombrosana e lo stesso abate di Vallombrosa, Rustico, scrissero una preoccupata lettera a Urbano II, manifestandogli lo «scandalo» suscitato dal fatto che il papa avesse consacrato come vescovo di Pisa Daiberto, che in precedenza «era stato ordinato diacono dall’eretico Wezelo», dal 1084 arcivescovo di Magonza per volontà di Enrico IV (e condannato come eretico nella sinodo presieduta dall’allora cardinale Oddone di Ostia a Quedlimburg nell’aprile 1085)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="03.html#footnote-029">80</ref></hi></hi>. Si trattava del secondo attacco sferrato dai vallombrosani riguardo alla validità della promozione di un vescovo toscano; e anche se la differenza rispetto al caso di Pietro Mezzabarba è piuttosto chiara (Daiberto, infatti, non fu propriamente accusato di aver ottenuto l’ufficio vescovile in modo simoniaco, bensì di essere canonicamente inabile ad ottenerlo), colpisce che entrambe le volte a suscitare le proteste dei monaci fosse il coinvolgimento della «chiesa imperiale» tedesca, che a suo tempo aveva eletto come papa il vescovo di Parma Cadalo, aveva continuato a riconoscerlo (anche se con sempre minore convinzione) fino praticamente alla sinodo di Mantova, e più tardi si era duramente contrapposta a Gregorio VII. Ma i tempi erano cambiati: se Alessandro II, inizialmente fermo nel difendere la posizione del vescovo di Firenze che lui stesso aveva consacrato (o fatto consacrare), nel 1068 cedette e lo rimosse dall’ufficio, Urbano II difese convintamente Daiberto, e nel 1092 lo promosse addirittura arcivescovo, con autorità metropolitica sulle sedi vescovili della Corsica, per poi volerlo al proprio fianco nel viaggio del 1094-1095 in Italia settentrionale e in Gallia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="03.html#footnote-028">81</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Come abbiamo cercato di dimostrare in studi precedenti, la contestazione lanciata dai vallombrosani nei confronti di Daiberto (alla quale si unì anche il priore di Camaldoli, Martino) ebbe nondimeno una certa risonanza negli ambienti pisani più legati all’impostazione ‘gregoriana’, e lasciò persino qualche traccia nella documentazione notarile, ad esempio in occasione dell’invito rivolto da un gruppo di laici eminenti ai monaci di San Vittore di Marsiglia, affinché venissero ad officiare la chiesa di Sant’Andrea in Chinzica (1095). Allo stesso periodo di lontananza di Daiberto dalla città dovrebbe risalire altresì l’ingresso dei monaci vallombrosani nella chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="03.html#footnote-027">82</ref></hi></hi>. </p><p rend="h2">5. Il monastero pisano di San Rossore e i vescovi Daiberto e Pietro (1098-1119)</p><p rend="text">La ‘risposta’ (se possiamo esprimerci così) del presule pisano fu il perfezionamento della fondazione del monastero intitolato a san Lussorio/Rossore, tramite due documenti del 24 luglio 1098, nei quali si confermava la dotazione fondiaria predisposta da Gerardo e si ribadiva la stretta dipendenza del cenobio dall’ordinario diocesano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="03.html#footnote-026">83</ref></hi></hi>. La chiesa del monastero fu consacrata nel 1107 dal nuovo arcivescovo Pietro, che diede anche solenne sistemazione in <hi rend="italic">archa marmorea</hi> ai «corpi» dei santi martiri Lussorio e Camerino. Ma a fronte del sostegno accordatogli dai presuli che via via si succedettero sulla cattedra di Santa Maria, il monastero dovette affrontare la pervicace ostilità dei canonici della cattedrale pisana, i quali affermavano che la grande selva litoranea del «Tombolo», che Gerardo e Daiberto gli avevano assegnato come dotazione, spettava invece legittimamente a loro: donde l’interminabile controversia che, rimasta dapprima in sede locale, divenne ad un certo punto di competenza papale, producendo una documentazione abbondante e ricca di motivi d’interesse, analizzati egregiamente da studiosi come Peter Classen<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="03.html#footnote-025">84</ref></hi></hi> e Chris Wickham<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="03.html#footnote-024">85</ref></hi></hi>. Nel secolo XIII il monastero avrebbe conosciuto un lento e inarrestabile declino, che, dopo il passaggio dai monaci benedettini agli Umiliati (1272) si concluse con la soppressione definitiva del 1327<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="03.html#footnote-023">86</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La figura dell’arcivescovo di Pisa Pietro (1106-1119)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="03.html#footnote-022">87</ref></hi></hi> merita in questa sede qualche parola ulteriore, non solo perché egli, prima di salire sulla cattedra di Santa Maria, era stato abate del monastero cittadino di San Michele in Borgo, ovvero uno dei principali ‘ricettacoli’ degli ambienti pisani più schiettamente ‘gregoriani’, ma anche perché, a quanto sembra, la sua elezione maturò all’interno della Chiesa e della <hi rend="italic">civitas</hi> di Pisa, senza alcuna traccia di interventi o ‘suggerimenti’ esterni del tipo di quelli che, come abbiamo visto, avevano propiziato l’elezione di Landolfo nel 1077, o – in circostanze ancor più ‘eccezionali’ – la promozione del vallombrosano Pietro a vescovo di Pistoia fra 1085 e 1086. Dal canto suo, il pontefice Pasquale II consacrò regolarmente il nuovo presule pisano, ma non volle mai rinnovargli la concessione dell’autorità metropolitica, che Urbano II aveva elargito a Daiberto nel 1092, per poi ‘sospenderla’ qualche anno dopo per motivi – noi crediamo – di semplice opportunità temporanea. Durante il suo non breve governo, Pietro valorizzò in vari modi il ricco mondo monastico pisano, dando ad esso quella prevalente ‘impronta’ camaldolese che lo avrebbe caratterizzato fino alla fine del Medioevo; e proprio i monaci camaldolesi, entrati da qualche anno in San Michele in Borgo, accolsero nel 1119 le spoglie mortali dell’arcivescovo Pietro (al quale, l’anno avanti, Gelasio II aveva finalmente ‘restituito’ dignità e autorità di metropolita)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="03.html#footnote-021">88</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">6. Il monastero di San Salvatore di Settimo contro il vescovo fiorentino Goffredo e Tancredi Nontigiova degli Alberti: documenti falsi e la Vita anonima di Giovanni Gualberto</p><p rend="text">La memoria dell’arcivescovo pisano Pietro è indissolubilmente legata all’impresa guerresca delle Baleari (1113-1115), descritta e celebrata nel <hi rend="italic">Liber Maiorichinus</hi>; dopo la vittoriosa conclusione dell’impresa, i resti dei caduti pisani furono tumulati presso il monastero di San Vittore di Marsiglia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="03.html#footnote-020">89</ref></hi></hi>. In quegli stessi anni, l’assetto politico-istituzionale stabilitosi in Tuscia nel corso dell’ultimo decennio del secolo XI perse due dei suoi principali punti di riferimento, con la morte, dopo alcuni anni di malattia e inabilità, della marchesa Matilde (24 luglio 1115), e con l’estinzione della famiglia comitale dei Cadolingi, il cui ultimo esponente, Ugo III, morì nel febbraio 1113 senza lasciare eredi maschi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="03.html#footnote-019">90</ref></hi></hi>. Questi accadimenti hanno una qualche attinenza con il nostro discorso per almeno due motivi. Innanzitutto, nel grande patrimonio dei Cadolingi, disseminato in più contee e in più diocesi, spiccavano almeno quattro monasteri ‘famigliari’ (San Salvatore di Fucecchio, San Salvatore di Settimo, Santa Maria di Morrona e Santa Maria di Montepiano), dei quali i due intitolati al San Salvatore avevano avuto un ruolo rilevante nelle vicende politico-religiose della seconda metà del secolo XI. Il cenobio fucecchiese si trovava dentro i confini della vasta diocesi di Lucca, mentre quello di Settimo era a pochi km ad ovest di Firenze. </p><p rend="text">Alla morte del vescovo Ranieri (1113), sulla cattedra vescovile fiorentina salì Goffredo Alberti, figlio del conte Alberto II; e qualche anno dopo, nel 1119, un fratello di Goffredo, il conte Tancredi ‘Nontigiova’, riuscì a sposare la vedova dell’ultimo cadolingio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="03.html#footnote-018">91</ref></hi></hi>. A quel punto, il cenobio di Settimo si trovò – per così dire – ‘fra l’incudine e il martello’; anche perché la «protezione» apostolica ottenuta nel 1078 da Gregorio VII<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="03.html#footnote-017">92</ref></hi></hi> e confermata puntualmente da Urbano II (1094) e Pasquale II (1102)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="03.html#footnote-016">93</ref></hi></hi> poteva non essere più un’arma di difesa sufficiente, dal momento che, in tempi più recenti, lo stesso Pasquale II non aveva dato ascolto alle proteste avanzate da alcuni esponenti del clero fiorentino nei confronti del vescovo Goffredo, la cui elezione era stata sicuramente favorita, se non addirittura ‘forzata’ da manovre politiche suscettibili di essere considerate simoniache<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="03.html#footnote-015">94</ref></hi></hi>. Grazie al lavoro di revisione della più antica documentazione archivistica di San Salvatore di Settimo, compiuto qualche anno fa da Antonella Ghignoli, è risultato evidente che il monastero pensò allora a ‘rafforzare’ la difesa della propria autonomia, fabbricando alcuni documenti falsi e interpolandone altri. Fra i primi si possono annoverare il privilegio di Leone IX del 1049 (che significativamente non è menzionato in quello concesso da Gregorio VII nel 1078), e il <hi rend="italic">decretum</hi> con il quale, nel 1091, il conte Ugo detto Ughiccione e sua moglie Cilia avrebbero privato «se stessi e i loro eredi dello ius patronatus sul monastero, della facoltà d’alienarne i beni e soprattutto di dividerli in caso di divisioni patrimoniali fra i loro eredi»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="03.html#footnote-014">95</ref></hi></hi>. Se queste disposizioni sembrano fatte apposta per fronteggiare sul piano giuridico i diritti accampabili dal secondo marito della vedova dell’ultimo cadolingio, il privilegio di Leone IX si distingue invece per asseverare «con nette espressioni libertà assolute dal vescovo diocesano, che trovano nel seguito conferma sostanziale ma relativizzata», facendo per di più ricorso ad un’espressione insolitamente forte: «securum ipsum monasterium ab omni lesione sit et sine molestia sui episcopi»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="03.html#footnote-013">96</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Le precise e pertinenti osservazioni con le quali Antonella Ghignoli ha accompagnato l’edizione critica di tali documenti ci inducono a fare un passo ulteriore, e a chiederci se le evidenti ‘stranezze’ riscontrabili in una fonte scritta di tutt’altro genere, ma egualmente prodotta nell’ambito del monastero di San Salvatore di Settimo, come la cosiddetta <hi rend="italic">Vita</hi> anonima di Giovanni Gualberto, non siano anch’esse riconducibili alla strategia difensiva elaborata dal cenobio intorno al 1119-1120. </p><p rend="text">Per cominciare, l’attenzione di tutti gli studiosi di questo testo agiografico è stata attirata dalla «digressione» che, poco dopo l’inizio, interrompe il racconto della vita di Giovanni e passa a parlare di Guarino, «primo abate del cenobio di Settimo» e iniziatore di una campagna di predicazione contro i «simoniaci» e i «chierici concubinari»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="03.html#footnote-012">97</ref></hi></hi>. Famosissima è la pittoresca descrizione dell’alterco fra costui e Alberga, <hi rend="italic">coniux</hi> del «vescovo fiorentino di nome Ildebrando»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="03.html#footnote-011">98</ref></hi></hi>; il nostro testo aggiunge che, in seguito a tale episodio, «nacque il dissidio fra la Chiesa fiorentina e quella di Settimo, e l’abate di Settimo si rifugiò entro la rocca del pontefice romano e fu ricevuto sotto la tutela di san Pietro, ottenendo che la Chiesa di Settimo non soggiacesse da allora in poi a quella fiorentina o ad alcuna altra, tranne che alla Chiesa romana»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="03.html#footnote-010">99</ref></hi></hi>. Guarino meritò altresì che «nelle messe solenni l’abate del monastero di Settimo potesse usare il pastorale e indossare i sandali, la mitria e i guanti»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="03.html#footnote-009">100</ref></hi></hi> riservati ai vescovi. Tutti i commentatori notano che di tali concessioni, attribuibili (visto l’episodio che ne sarebbe stato occasione) al papa Benedetto VIII (1012-1024) non è rimasta alcuna traccia documentaria<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="03.html#footnote-008">101</ref></hi></hi>; ma prima ancora che il contenuto di esse, a colpire è il linguaggio usato dall’autore del testo, che pone la <hi rend="italic">Septimensis Ecclesia</hi> e la <hi rend="italic">Florentina Ecclesia</hi> sullo stesso piano, aggiungendo subito che la prima, da allora in poi, ottenne di dipendere unicamente dalla <hi rend="italic">Romana Ecclesia</hi>. Inserita in un contesto così espressivo, la ‘concessione’ di Benedetto VIII risultava perfettamente credibile, senza che ci fosse bisogno – vorremmo aggiungere – di trasferirla in un privilegio appositamente fabbricato; e in ogni caso, essa dava ‘profondità’ storica e giustificazione al privilegio, così singolarmente esplicito, ‘ottenuto’ da Leone IX nel 1049. </p><p rend="text">Va osservato, inoltre, che la «digressione» dedicata all’abate Guarino è tale solo in apparenza. L’autore anonimo dice di volerla chiudere, per «tornare» al punto in cui era rimasto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="03.html#footnote-007">102</ref></hi></hi>, ossia all’approvazione data dall’eremita urbano Teuzo al proposito di Giovanni di «fondare un monastero in un luogo appartato e solitario, per poter vivere secondo la regola di san Benedetto»; ma subito ci informa che «nel luogo solitario chiamato Vallombrosa» si trovavano già «due monaci del suddetto abate Guarino, Paolo e Guntelmo, che vi conducevano vita eremitica»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="03.html#footnote-006">103</ref></hi></hi>. Giovanni Gualberto arrivò qui, si fermò e, come l’anonimo afferma di aver appreso «dai discepoli di Guarino», «per un certo tempo [Giovanni] fu sorretto dal consiglio e dall’aiuto dello stesso Guarino»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="03.html#footnote-005">104</ref></hi></hi>. L’esperienza monastica vallombrosana avrebbe dunque emesso i primi vagiti sotto la tutela del battagliero abate di Settimo! </p><p rend="text">In seguito Guarino non è più menzionato, ma poco più sotto leggiamo di come Giovanni, qualche tempo dopo, fu invitato dal conte cadolingio Guglielmo Bulgaro e dai monaci di Settimo a prendere il cenobio sotto il proprio governo, in quanto il nuovo abate di esso, Ugo, se ne era andato dopo essere stato attaccato dai propri monaci. Giovanni non avrebbe voluto accettare, ma poi cambiò idea, «perché in quel tempo stava nascendo il conflitto dei monaci e di altri ‘cattolici’ contro i simoniaci – lotta della quale il venerabile Giovanni era il campione –, e il luogo suddetto sarebbe stato assai utile al riguardo»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="03.html#footnote-004">105</ref></hi></hi>. Poiché subito dopo l’autore apre un’altra delle sua pagine più famose, quella della clamorosa ammissione del padre di Pietro Mezzabarba – «per san Siro! così come ben potreste credere che per ottenere questo vescovato abbia tirato fuori una moneta sola, <hi rend="italic">sappiate</hi> che ho sborsato tremila lire!»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="03.html#footnote-003">106</ref></hi></hi> –, il lettore è indotto facilmente a pensare che la lotta antisimoniaca di Giovanni e dei suoi monaci fosse partita proprio da San Salvatore di Settimo. Nell’economia del nostro testo, la ‘confessione’ sfuggita di bocca al tronfio Teuzo Mezzabarba sostituisce appunto la descrizione della prova del fuoco svoltasi davanti al monastero (che nella <hi rend="italic">Vita</hi> di Andrea di Strumi era contenuta in una lunga lettera inserita nel testo), imponendosi per la sua inoppugnabile evidenza. Soprattutto, ci pare, essa completa il quadro radicalmente negativo dei vescovi fiorentini del secolo XI che era già stato delineato dall’episodio dello scontro fra Guarino e la «moglie» del vescovo Ildebrando.</p><p rend="text">L’intento di riappropriarsi e di far rivivere in modo ancor più esplicito la polemica antisimoniaca e antivescovile condotta dai vallombrosani nel secolo precedente sembra confermato anche dal ricordo delle parole pronunciate nel corso della sinodo papale del 1067 da Pier Damiani, l’uomo che fino all’ultimo aveva difeso la posizione di Pietro Mezzabarba e accusato i vallombrosani di scardinare l’assetto sacramentale della diocesi fiorentina, in quanto essi rifiutavano di considerare valide le consacrazioni operate da colui che ne era il presule legittimo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="03.html#footnote-002">107</ref></hi></hi>. Il compito di mostrare a quali aberrazioni portasse la posizione del Damiani è affidato ad un altro vescovo presente a quella sinodo, Rinaldo di Como, autore di un tipico ragionamento per assurdo (o per meglio dire ‘a effetto’) circa la validità della consacrazione delle specie eucaristiche, a prescindere dallo stato di grazia o di peccato del celebrante<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="03.html#footnote-001">108</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La presenza, apparentemente abituale, di Giovanni Gualberto a Settimo è suggerita anche da altri passi della <hi rend="italic">Vita</hi> anonima<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="03.html#footnote-000">109</ref></hi></hi>. Questo testo intendeva certamente ribadire la santità personale del fondatore dei vallombrosani, ma giustificava nel contempo l’ambizione del cenobio di San Salvatore di averne raccolto l’eredità ed essere il continuatore più qualificato delle battaglie da lui condotte; tanto più che, prima ancora che Giovanni denunciasse Pietro Mezzabarba come simoniaco, l’indegnità di un altro vescovo fiorentino era stata svelata da Guarino, artefice sin dall’inizio del secolo XI dell’autonomia della <hi rend="italic">Septimensis Ecclesia</hi>, equiparabile in tutto e per tutto ad una sede vescovile, nei confronti di quella <hi rend="italic">Florentina</hi>. </p><p rend="text">Contro quest’ultima, e il presule che la governava dal 1113, la prima era ora in grado di brandire un testo che chiunque sarebbe stato in grado di leggere in chiave attualizzante, giudicando il comportamento sfacciatamente simoniaco di cui, mezzo secolo prima, s’erano macchiati (e vantati!) Pietro Mezzabarba e il suo arrogante e vanitoso genitore Teuzo, come l’anticipazione o prefigurazione di quel che, in un momento assai più prossimo, avevano ‘notoriamente’ fatto Goffredo e suo padre Alberto II. L’importante è che noi, a novecento anni di distanza, smettiamo di cercare in questo testo pezzi di ‘verità’ rimasti fino ad allora celati, e lo consideriamo invece – semplicemente – prodotto e testimone del tempo in cui fu scritto.</p><p rend="h2 ParaOverride-1">Bibliografia</p><p rend="bib_indx_bib_tit">Fonti</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="italic">Carte della Badia di Settimo e della Badia di Buonsollazzo nell’archivio di Stato di Firenze (998-1200)</hi>, a cura di A. Ghignoli, A.R. Ferrucci, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2004.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="italic">Le carte del monastero di San Miniato al Monte (secoli IX-XII)</hi>, a cura di L. 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Paravicini Bagliani (a cura di), <hi rend="italic">San Miniato e il segno del Millennio</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2020, pp. 263-288.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Schmidt T., </hi><hi rend="italic" >Alexander II. (1061-1073) und die römische Reformgruppe seiner Zeit</hi><hi >, Hiersemann, Stuttgart 1977.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Schwartz G., </hi><hi rend="italic" >Die Besetzung del Bistümer Reichsitaliens unter den Sächsischen und Salischen Kaisern. Mit den Listen der Bischöfe, 951-1122</hi><hi >, (1913), rist. anast. CISAM, Spoleto 1993.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">Tabacco G., <hi rend="italic">Espansione monastica ed egemonia vescovile nel territorio aretino fra X e XI secolo</hi>, in <hi rend="italic">Miscellanea Gilles Gérard Meersseman</hi>, Antenore, Padova 1970, I, pp. 57-87.</p><p rend="bib_indx_bib">Tomei P., <hi rend="italic">Da Cassino alla Tuscia: disegni politici, idee in movimento. 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Rusconi (a cura di), <hi rend="italic">Guido d’Arezzo monaco pomposiano</hi>, Olschki, Firenze 2000, pp. 21-53. Cfr. ora, inoltre, F. Salvestrini, <hi rend="italic">Il monachesimo in Valdelsa dalla riforma ecclesiastica all’età comunale (XI-XIII secolo)</hi>, in Id. (a cura di), <hi rend="italic">Badia Elmi. Storia e arte di un monastero valdelsano tra Medioevo ed Età moderna</hi>, Nuova Immagine, Siena 2013, pp. 13-24; Id., <hi rend="italic">La prova del fuoco. Vita religiosa e identità cittadina nella tradizione del monachesimo fiorentino (seconda metà del secolo XI)</hi>, «Studi Medievali», s. III, LVII (1), 2016, pp. 88-127; Id., <hi rend="italic">Monachesimo e vita religiosa a Firenze fra IX e XI secolo</hi>, in T. Verdon (a cura di),<hi rend="italic"> Firenze prima di Arnolfo. Retroterra di grandezza</hi>, Mandragora, Firenze 2016, pp. 73-79; Id., Ignis probatione cognoscere. <hi rend="italic">Manifestazioni del divino e riflessi politici nella Firenze dei secoli XI e XV</hi>, in P. Cozzo (a cura di), <hi rend="italic">Apparizioni e rivoluzioni. L’uso pubblico delle ierofanie fra tardo antico ed età contemporanea</hi>, «Studi e Materiali di Storia delle Religioni», LXXXV (2), 2019, pp. 472-482; Id., <hi rend="italic">Il monachesimo toscano dal tardoantico all’età comunale. Istanze religiose, insediamenti, relazioni politiche, società</hi>, in B.F. Gianni, O.S.B., A. Paravicini Bagliani (a cura di), <hi rend="italic">San Miniato e il segno del Millennio</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2020, pp. 263-288.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="03.html#footnote-107-backlink">2</ref></hi>	Questi e altri esempi sono presentati nell’utile rassegna di N. D’Acunto, <hi rend="italic">Monasteri di fondazione episcopale del regno italico nei secoli X-XI</hi>, in A. Lucioni (a cura di), <hi rend="italic">Il monachesimo del secolo XI nell’Italia nordoccidentale</hi>, Centro Storico Benedettino Italiano, Cesena 2010, pp. 49-68 (in particolare, su Alberico vescovo di Como e già cappellano imperiale, pp. 54-55); il testo è ristampato in Id., Cum anulo et baculo. <hi rend="italic">Vescovi dell’Italia medievale dal protagonismo politico alla complementarietà istituzionale</hi>, CISAM, Spoleto 2019, pp. 131-151. L’a. non menziona il monastero fiorentino di San Miniato poiché, per uniformità con la scelta metodologica adottata, considera solo i monasteri censiti nell’<hi rend="italic">Italia Pontificia</hi> del Kehr in quanto destinatari di privilegi papali (cfr. ivi, p. 133), purché di essi vi si dichiari la fondazione da parte di un vescovo, mentre San Miniato viene indicato come un cenobio femminile che Ildebrando <hi rend="italic">reparavit</hi> (P.F. Kehr, <hi rend="italic">Italia Pontificia</hi>, III, Etruria, Berolini, apud Wiedmannos, 1908, p. 43). Si veda però N. D’Acunto, <hi rend="italic">Assetti istituzionali e cultura politica nella marca di Tuscia fra la tarda età ottoniana e la</hi><hi rend="italic"> prima età salica</hi>, in Gianni, Paravicini Bagliani, <hi rend="italic">San Miniato e il segno del Millennio</hi>, cit., pp. 139-153, con ampi riferimenti alla fondazione del cenobio fiorentino.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-106-backlink">3</ref></hi>	Ad esempio da C. Ciccopiedi, <hi rend="italic">Diocesi e riforme nel Medioevo. Orientamenti ecclesiastici e religiosi nel Piemonte dei secoli X e XI</hi>, Effatà, Torino 2012; Ead., <hi rend="italic">Governare la diocesi. Assestamenti riformatori in Italia settentrionale fra linee guida conciliari e pratiche vescovili (secoli XI e XII)</hi>, CISAM, Spoleto 2016.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-105-backlink">4</ref></hi>	Si vedano le pagine dedicate a questi vescovi da J.-P. Delumeau, <hi rend="italic">Arezzo. Espace et sociétés 715-1230</hi>, École Française, Roma 1996, pp. 498-525.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-104-backlink">5</ref></hi>	«Di fronte ai canonici della cattedrale di San Donato i monaci “sancte martiris Christi Flore” o, come più tardi si disse, di “S. Fiora e Lucilla”: questi i centri di potere su cui appare imperniata nel X secolo la vita religiosa del mondo aretino». È l’incipit di G. Tabacco, <hi rend="italic">Espansione monastica ed egemonia vescovile nel territorio aretino fra X e XI secolo</hi>, in <hi rend="italic">Miscellanea Gilles Gérard Meersseman</hi>, Antenore, Padova 1970, I, pp. 57-87.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-103-backlink">6</ref></hi>	Come opportunamente ricordato nel bel saggio di P. Cammarosano, <hi rend="italic">Autonomia monastica e autorità superiori, 951-1215</hi>, in L. Tanzini (a cura di), <hi rend="italic">La Valdambra nel Medioevo</hi>, Le Lettere, Firenze 2011, pp. 7-19.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-102-backlink">7</ref></hi>	<hi rend="italic" >Vitae sancti Iohannis Gualberti</hi><hi >, edidit Friedrich Baethgen, in </hi><hi rend="italic" >Monumenta Germaniae Historica (MGH)</hi><hi >, </hi><hi rend="italic" >Scriptores</hi><hi >, XXX (2), Hiersemann, Lipsiæ 1934, rist. anast. </hi>Stuttgart, 1976, pp. 1076-1110: 1081.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-101-backlink">8</ref></hi>	Ivi, pp. 1104-1110. Sempre utile per un primo orientamento il saggio di A. Degl’Innocenti, <hi rend="italic">Le Vite antiche di Giovanni Gualberto: cronologia e modelli agiografici</hi>, «Studi medievali», III (25), 1984, pp. 31-91.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-100-backlink">9</ref></hi>	Cfr. R. Davidsohn, <hi rend="italic">Storia di Firenze</hi>, I,<hi rend="italic"> Le origini</hi>, trad. it., Sansoni, Firenze 1977, pp. 220-222 (per lo ‘scontro’ fra Guarino e Alberga) e 334-336 (per la ‘confessione’ di Teuzo Mezzabarba, sulla quale ritorneremo). Questo volume (come del resto l’intera opera dello studioso tedesco) resta comunque ineludibile per il quadro complessivo degli avvenimenti a Firenze e nel resto della Toscana.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-099-backlink">10</ref></hi>	Esempio tipico di tale impostazione è il saggio di W. Goez, <hi rend="italic">Reformpapsttum, Adel und monastische Erneuerung in der Toscana</hi>, in Fleckenstein J. (hrsg.),<hi rend="italic"> Investiturstreit und Reichsverfassung</hi>, Thorbecke, Sigmaringen 1973, pp. 205-239. Di recente, però, è apparso un saggio che studia i vescovi fiorentini del secolo XI con sguardo innovativo e solo in minima parte influenzato dai luoghi comuni trasmessi dalle fonti vallombrosane: E. Faini, <hi rend="italic">I vescovi dimenticati. Memoria e oblio dei vescovi fiorentini e fiesolani dell’età pregregoriana</hi>, «Annali di storia di Firenze», VIII, 2013, pp. 11-49.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-098-backlink">11</ref></hi>	A cominciare da S. Boesch Gajano, <hi rend="italic">Storia e tradizione vallombrosane</hi>, «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo», LXXVI, 1964, pp. 99-202: 184-186.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-097-backlink">12</ref></hi>	P. Tomei, <hi rend="italic">Da Cassino alla Tuscia: disegni politici, idee in movimento. Sulla politica monastica dell’ultima età ottoniana</hi>, «Quaderni storici», 152, LI (2), 2016, pp. 355-382; in particolare, per quanto qui di seguito ricordato: p. 367.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-096-backlink">13</ref></hi>	U. Pasqui, <hi rend="italic">Documenti per la storia della città di Arezzo nel medio evo</hi>, I, Firenze 1899, n. 92, p. 127; cfr. Tabacco, <hi rend="italic">Espansione monastica</hi>, cit., pp. 82-83.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-095-backlink">14</ref></hi>	«Dum ego Ildeprandus […] inveni ecclesiam non longe ab urbe sitam, in honorem sancti Miniatis martiris Christi dedicatam, antiquitusque monasterii vocabulo insignitam, quam quia nimia vetustate neglectam atque pene destructam inveni, qualiter renovare potuissem anxie cogitare coepi. Hoc autem ad agenda ideo maxime desiderio ardebam, quia venerabile corpus predicti martiris ibi repositum audieram. Quapropter meum seniorem, imperatorem scilicet, adire studui, quatenus illius consilio iuvamineque animatus perficere valerem que desideravi. Qui meo desiderio […] non modice congaudens, monasterium in prenominata ecclesia, sicut antiquitus fuerat, me constituere admonuit seque mihi favere promisit». Così in <hi rend="italic">Le carte del monastero di S. Miniato al Monte (secoli IX-XII)</hi>, a cura di L. Mosiici, Olschki, Firenze 1990, n. 3, pp. 67-75: 70 (con le osservazioni diplomatistiche delle pp. precedenti).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-094-backlink">15</ref></hi>	Ci limitiamo a citare il recente contributo sintetico di S. Weinfurter, <hi rend="italic">Kaiser Heinrich II. und die Bischöfe: Sakralität und Autorität</hi>, in E. Destefanis, P. Guglielmotti (a cura di), <hi rend="italic">La diocesi di Bobbio. Formazione e sviluppi di un’istituzione millenaria</hi>, Firenze University Press, Firenze 2015 (Reti medievali E-book, 23), pp. 21-39.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-093-backlink">16</ref></hi>	«Inchoato itaque diu desiderato opere, pretiosissimas gemmas auditu tantum antea ex parte cognitas, plenius quam audieramus visibiliter in prefata reconditas ecclesias, non tamen ut decuit, invenimus, corpus videlicet venerabile beati Miniati martiris plurimorumque eadem martirii palma coronatorum, unde nostrum magis ac magis accendebatur desiderium. Confessionem vero costituentes sacratissimumque reliquiarum thesaurum elevantes, iusta nostre qualitatem possibilitatis reverenter recondimus, et quomodo ibidem Deo servientes vivere potuissent ordinavimus» (<hi rend="italic">Le carte del monastero di San Miniato</hi>, cit., p. 71).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-092-backlink">17</ref></hi>	<hi rend="italic">Le Passioni di san Miniato martire fiorentino</hi>, ed. critica a cura di S. Nocentini, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2018, pp. 94-106 per l’ed. della <hi rend="italic">Passio</hi> «primigenia» di fine VIII-inizio IX secolo, e pp. 142-152 per la riscrittura di Drugone, introdotta dal compilatore con queste parole rivolte al vescovo Ildebrando: «Passionem beatissimi Miniatis insulso antiquitus sermone contextam, ideoque ab intellectibus subtiliori splendentibus acumine non modice despectam, vestre me lautiori precepit sanctitatis celsitudo componere, materies ne martyris certamine corusca glorioso infirmis supra modum vilesceret animi dictamine confuso». Si vedano anche le osservazioni introduttive della curatrice alle pp. 31-33 (dove si legge quest’annotazione particolarmente interessante: «depone a favore di una provenienza straniera l’uso di un lessico ricercato e complesso – che sembrerebbe indicare una scarsa familiarità con il latino volgare – e di un periodare incline, in diverse occasioni, all’impiego della prosa ritmica»). Su questo volume: A. Cotza, <hi rend="italic">A proposito della nuova edizione delle Passioni di san Miniato</hi>, «Archivio Storico Italiano», CLXXVII, 2019, pp. 565-575.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-091-backlink">18</ref></hi>	<hi rend="italic">Le Passioni di san Miniato</hi>, cit., p. 17 (corsivo nostro), con l’equilibrato commento della curatrice.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-090-backlink">19</ref></hi>	Il lungo elenco dei beni donati da Ildebrando si legge in <hi rend="italic">Le carte del monastero di San Miniato</hi>, cit., pp. 71-73. Il carattere di questa relazione ci esime dall’addentrarci nel problema della ‘effettività’ di questa, come pure delle altre donazioni disposte o annunciate da Ildebrando e successori, che meriterebbe un esame ravvicinato. Qualche spunto (sia pure in un contesto largamente influenzato dalle fonti vallombrosane e in particolare dalla <hi rend="italic">Vita</hi> anonima) fu offerto al riguardo da G. Dameron, <hi rend="italic">The cult of St Minias and the struggle for power in the diocese of Florence, 1011-1018</hi>, «Journal of Medieval History», XIII, 1987, pp. 125-141. La documentazione relativa all’amministrazione delle proprietà fondiarie del monastero fino all’inizio del Duecento è utilmente studiata nella tesi dottorale di M.P. Contessa, <hi rend="italic">Monachesimo, istituzioni e società a Firenze nel pieno Medioevo. San Miniato al Monte e San salvi fra XI e XIII secolo (primi decenni)</hi>, tutor F. Salvestrini, Università degli Studi di Firenze, Dottorato di ricerca in Storia medievale, ciclo XXV (anni 2010-12), pp. 45-78.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-089-backlink">20</ref></hi>	<hi rend="italic">Le carte del monastero di San Miniato</hi>, cit., n. 6, pp. 76-82 (rispettivamente: pp. 81 e 79).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-088-backlink">21</ref></hi>	Da A. Benvenuti, <hi rend="italic">Stratigrafie della memoria: scritture agiografiche e mutamenti architettonici nella vicenda del “Complesso cattedrale” fiorentino</hi>, in D. Cardini (a cura di), <hi rend="italic">Il bel San Giovanni e Santa Maria del Fiore. Il Centro religioso di Firenze dal tardo Antico al Rinascimento</hi>, Le Lettere, Firenze 1996, pp. 95-127: 118.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-087-backlink">22</ref></hi>	«Et letanias universarum plebium nostri episcopatus, quemadmodum iam fatus Ildeprandus episcopus annualiter censuit, simili modo confirmans concedo» [<hi rend="italic">Le carte del monastero di San Miniato</hi>, cit., n. 14, pp. 112-119 (1038, febbraio): 117].</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="03.html#footnote-086-backlink">23</ref></hi>	Nell’agosto 1077 Reginaldo, «custode» della chiesa di San Donato, «restituì» al vescovo Costantino tutte le oblazioni in candele «que ad hoc ministerium (custodie) annualiter ab antecessoribus suis episcopis concesse fuerant», e fra esse «omnes illas candelas que accense ad missam similiter offeruntur a letaniis que veniunt de toto episcopatu in isto episcopio a die Pentecoste usque ad kalendas setember» (Pasqui, <hi rend="italic">Documenti</hi>, cit., I, n. 225, p. 315). Questa pratica devozionale, a quanto ci risulta, non è stata ancora oggetto di uno studio apposito; nostri cenni (con gli esempi di Firenze e Arezzo) in M. Ronzani, <hi rend="italic">L’organizzazione territoriale delle chiese</hi>, in <hi rend="italic">Città e campagna nei secoli altomedievali</hi>, CISAM, Spoleto 2009, pp. 191-217: 216.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-085-backlink">24</ref></hi>	<hi rend="italic">Le carte del monastero di San Miniato</hi>, cit., n. 8, pp. 86-91 (1026 aprile 16).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-084-backlink">25</ref></hi>	«Qui (Ildeprandus), quousque vixit, prediis aliisque muneribus pauperis loci surgentem speciem ampliavit, et quoniam queque fuerant necessaria, mortis meta interveniente, explere non valuit, michi, qui successionis cathedram in prefata ecclesia teneo, ad sacri loci reparationem atque augmentum credo relictum a Domino» [<hi rend="italic">Le carte del monastero di San Miniato</hi>, cit., n. 9, pp. 86-91 (1028 luglio): p. 95].</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-083-backlink">26</ref></hi>	Ivi, pp. 94-95.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-082-backlink">27</ref></hi>	Ivi, n. 12, pp. 105-107 (introduzione della curatrice, che propone una data compresa fra 1032 e 1034), e 107-109 (edizione).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-081-backlink">28</ref></hi>	Chiamati in causa per due volte: dapprima in chiusura di un lungo e contorto ragionamento sulla «verità», basata sulla corrispondenza fra «parole» e «cose», senza la quale «confusionis tante inextricabilitas oriretur in rebus, quantam modo et per temporis occasionem et loci congruentiam <hi rend="CharOverride-3">vobis</hi> significare non possumus»<hi rend="italic"> </hi>(ivi, p. 108); e più oltre, quando il vescovo ricorda la sua prima visita «ad locum sancti Donati martiris a meis antecessoribus sancte memorie episcopis ad monachorum ordinem, sicut hodie, Deo iuvante, audire <hi rend="CharOverride-3">potestis</hi> et cernere, bene congruenterque compositum, sed non adeo ditatum ut fratres illic commorantes non potuissent sepe numero egere necessariis rebus»<hi rend="italic"> </hi>(p. 109).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-080-backlink">29</ref></hi>	Il passo di p. 109 riportato nella n. precedente continua appunto così: «quod cum indignum iudicassem adverti mee vicissitudinis fore ut illa parte ibi debuissem supplere, quam mei antecessores non potuerunt aut fortassis noluerunt complesse».</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-079-backlink">30</ref></hi>	In un passo ripreso dalla <hi rend="italic">charta ordinationis</hi> di Lamberto del 1028 (dove, però, costui agiva «pro anima Chuonradi imperatoris serenissimi senioris mei»): ivi, p. 95 e (per le parole usate da Atto nel 1038) p. 117.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-078-backlink">31</ref></hi>	Per il quale si veda Davidsohn, <hi rend="italic">Storia di Firenze</hi>, cit., I, pp. 258-259.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-077-backlink">32</ref></hi>	«Quis enim tam venerabili sanctissimoque loco manum misericordie non adhibeat, ubi preclara tam eximiorum martyrum merita rutilant, ubi infirmi cotidie per suffragia martyrum plurima consecuntur Domino largiente sanitatum beneficia, ubi peregrinorum et hospitum turba, quasi in propriis domibus, receptionis et refocilationis adipiscuntur necessaria fomenta, ubi infirmi aluntur, ubi pauperes alimonie beneficio satiantur?». Vedi <hi rend="italic">Le carte del monastero di San Miniato</hi>, cit., p. 118.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-076-backlink">33</ref></hi>	Un esame ravvicinato in Faini, <hi rend="italic">I vescovi dimenticati</hi>, cit., pp. 29-35.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-075-backlink">34</ref></hi>	«Hortatui vestrae dilectionis, amabillimi fratres, auditum mentis accomodans, ita virtutes et miracula communis patris Zenobii proposui Christo duce digerere»: questo l’incipit della <hi rend="italic">Vita sancti Zenobii episcopi</hi>, in Laurentius monachus Casinensis Archiepiscopus Amalfitanus, <hi rend="italic">Opera</hi>, a cura di F. Newton, Böhlaus Nachfolger, Weimar 1973 (MGH, Quellen zur Geistesgeschichte des Mittelalters, VII), pp. 50-70. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-074-backlink">35</ref></hi>	«Idem sacratissimum cadaver, ad praefatam usque portam septentrionalem delatum, tandiu se non permisit ullatenus ab eodem loco moveri, quandiu pontifex, qui tunc temporis huic praeerat urbi, Deo polliceretur ut non minus duodenario clericorum numero ad eiusdem sancti perpes obsequio deputaret»: <hi rend="italic">Vita sancti Zenobii</hi>, p. 65. Cfr. Benvenuti, <hi rend="italic">Stratigrafie della memoria</hi>, cit., pp. 118-120.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-073-backlink">36</ref></hi>	Dopo che, nel <hi rend="italic">decretum</hi> del 1038, aveva chiesto ai propri successori di continuare a sostenere il monastero, «quatinus in die tremendi examinis sancti Miniati martyris sociorumque eius tueantur presidiis, quorum in terris patrocinia fide et operatione precipua coluerunt, et hunc sanctum locum intactum et inlibatum ad honorem Dei omnipotentis sanctorumque martyrum ibi quiescentium reddiderunt» (<hi rend="italic">Le carte del monastero di San Miniato</hi>, cit., p. 118), nel successivo, analogo documento rimasto senza data, Attone confermò di voler continuare a porgere quotidianamente aiuto misericordioso, «in quantum facultas suppetit, monasterio beatissimi Miniatis martyris sociorumque eius, quorum copiosa multitudine pollet sacratissimus locus ille» (ivi, p. 143).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-072-backlink">37</ref></hi>	Si veda qui sotto, in corrispondenza delle nn. 49-50.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-071-backlink">38</ref></hi>	<hi rend="italic">Le carte del monastero di San Miniato</hi>, cit., n. 22, pp. 141-145: 143.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-070-backlink">39</ref></hi>	Si vedano ivi i nnrr. 15 (pp. 120-123) e 17-18 (pp. 124-132), tutti datati fra il marzo e il maggio 1038.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-069-backlink">40</ref></hi>	<hi rend="italic">Vitae sancti Iohannis Gualberti</hi>, cit., p. 1081 (il monaco Oberto, «gloria cupiditatis captus et illectus, per pecuniam regimen ab episcopo Florentinae civitatis, qui illo monasterio preerat, accepit») e 1086 («Henricus rex Florentiae tunc veniens»).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-068-backlink">41</ref></hi>	Cfr. <hi rend="italic">Le carte del monastero di San Miniato</hi>, cit., n. 1, pp. 53-56 (da due copie cartacee del secolo XVII). Per il diploma si veda ora K. Viehmann, <hi rend="italic">Die Herrscherurkunden für die Toskana im</hi> <hi rend="italic">nachkarolingischen </hi>Regnum Italiae <hi rend="italic">(888-926)</hi>, in A. Ghignoli, W. Huschner, M. Ulrike Jaros (hrsg.), <hi rend="italic">Europäische Herrscher und die Toskana im Spiegel der urkundlichen Überlieferung</hi>, Eudora, Leipzig 2015, pp. 23-36.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-067-backlink">42</ref></hi>	<hi rend="italic">Le carte della canonica della cattedrale di Firenze (723-1149)</hi>, a cura di R. Piattoli, ISIME, Roma 1938, n. 7, pp. 21-23.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-066-backlink">43</ref></hi>	Id., <hi rend="italic">Miscellanea diplomatica (I). Per l’edizione più emendata del diploma del re Berengario I alla chiesa Fiorentina (899 aprile 25)</hi>, «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano», L, 1935, pp. 63-66.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-065-backlink">44</ref></hi>	Cfr. <hi rend="italic">I diplomi di Berengario I</hi>, a cura di L. Schiaparelli, ISIME, Roma 1903, n. 28, p. 83.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-064-backlink">45</ref></hi>	Si veda appunto la <hi rend="italic">Notitia iudicati</hi> del 1061 (la forbice «marzo 25-prima del novembre 8» può essere ridotta a «prima del luglio 17», data di morte del papa), edita in <hi rend="italic">Le carte della canonica della cattedrale</hi>, cit., n. 65, pp. 172-176: 174 («alia vero precepta ibidem prolata continebant eundem campum idemque pratum ex largitate regis Berengarii dive memorie olim devenisse ad ius Sancti Iohannis ecclesie»). Si noti che nel giudizio presieduto dalla duchessa Beatrice l’8 novembre dello stesso anno il diploma di Berengario I non fu presentato (ivi, n. 66, p. 178).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-063-backlink">46</ref></hi>	Poiché in <hi rend="italic">Le carte del monastero di San Miniato</hi>, cit., n. 28, p. 159 del privilegio di Alessandro II del 16 aprile 1065 (custodito in originale nell’Archivio di Monte Oliveto Maggiore) vi è solo il regesto, siamo ricorsi alla vecchia edizione di G. Lami, <hi rend="italic">Sanctae Ecclesiae Florentinae Monumenta</hi>, II, A. Salutati, Firenze 1758, p. 1184 (cfr. Paulus Fridolinus Kehr, <hi rend="italic">Italia Pontificia, III, Etruria</hi>, Apud Weidmannos, Berolini1908, p. 44 n. 2). Anche nella «minuta» del diploma del re Enrico IV preparata dai monaci (e attribuibile agli ultimi anni dell’abbaziato di Oberto: vedi qui sotto, n. 48) per ben due volte si parla di san Miniato martire <hi rend="italic">sociorumque eius</hi> (<hi rend="italic">Le carte del monastero di San Miniato</hi>, cit., n. 37, p. 179).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-062-backlink">47</ref></hi>	«Nec solum tunc temporis Florentie passum, nec solum in predicto credimus monte depositum, sed cum multis aliis martyrio coronatum terreque sociis adiunctis commendatum. Licet enim is, quem ego secutus martyris passionem utcumque scribendo complevi, nil de sociis dixerat, tue tamen, reverentissime pater, sanctitati divina visibiliter hos clementia intuendos concessit, quos ille litterarum nescio compositione cur tacuit» (vedi <hi rend="italic">Le Passioni di san Miniato</hi>, cit., p. 152).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-061-backlink">48</ref></hi>	Ivi, n. 35, pp. 171-173.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-060-backlink">49</ref></hi>	«Definitum est inter eos, domino papa iubente, aepiscopis et iudicibus laudantibus, ut in predicta paccione consisterent ita ut per medietatem predictas oblaciones in posterum dividerent» (ivi, n. 38, pp. 182-183).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-059-backlink">50</ref></hi>	<hi >Ivi, p. 183.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-058-backlink">51</ref></hi>	<hi >Ivi, p. 182.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-057-backlink">52</ref></hi>	<hi >Cfr. </hi><hi >G. Schwartz</hi><hi >, </hi><hi rend="italic" >Die Besetzung del Bistümer Reichsitaliens unter den Sächsischen und Salischen Kaisern. Mit den Listen der Bischöfe, 951-1122</hi><hi >,</hi><hi > (1913), rist. anast. CISAM, Spoleto 1993, p. 210.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-056-backlink">53</ref></hi>	Ivi, p. 205.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-055-backlink">54</ref></hi>	L’atto del 27 febbraio 1028 si legge ancora nell’edizione di <hi rend="italic">Italia Sacra sive de episcopis Italiae</hi>, a cura di Ferdinando Ughelli e Niccolò Coleti, III, Venezia 1718, col. 224-227. Per gli stretti rapporti di questo documento (tradito solo da copie moderne) con la <hi rend="italic">charta</hi> del 1018 del vescovo Ildebrando, si veda <hi rend="italic">Le carte del monastero di San Miniato</hi>, cit., pp. 69-70; per qualche osservazione generale si veda M. Ronzani, <hi rend="italic">Vescovi, canoniche e cattedrali nella Tuscia dei secoli X e XI: qualche considerazione a partire dall’esempio di Fiesole</hi>, in M. Borgioli (a cura di), <hi rend="italic">Un archivio, una diocesi. Fiesole nel Medioevo e nell’età moderna</hi>, Olschki, Firenze 1996, pp. 3-21. Iacopo fondò nel 1028 anche il monastero montano di San Godenzo (<hi rend="italic">Italia Sacra</hi>, cit., III, coll. 227-229).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-054-backlink">55</ref></hi>	I tre documenti si leggono ora in<hi rend="CharOverride-1"> </hi>A. Puglia, <hi rend="italic">Scrittura del potere e potere della scrittura nei secoli IX-XI. Considerazioni sui documenti altomedievali della Chiesa di Volterra fino all’episcopato del vescovo Guido (1044-1064)</hi>, in C. Caciagli (a cura di), <hi rend="italic">Laboratorio universitario volterrano</hi>, Pisa University Press, Quaderno XIII, Pisa 2008-2009, pp. 261-292: Appendice, n. II-IV, pp. 284-288.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-053-backlink">56</ref></hi>	Schwartz, <hi rend="italic">Die Besetzung</hi>, cit., rispettivamente: pp. 200-201 e 212.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-052-backlink">57</ref></hi>	Nel 1027, come è noto, «per amore» della «pia memoria» di san Romualdo, Tedaldo concedette all’eremita Pietro, «per l’uso dei confratelli che sotto la di lui direzione conducevano allora la vita eremitica, e dei loro successori, la chiesa appartenente al vescovato di san Donato, e posta […] alle pendici dei monti che dividono la Tuscia dalla Romagna, che <hi rend="italic">egli</hi> stesso, su richiesta del suddetto Romualdo, aveva consacrato in onore del Salvatore» (G. Vedovato, <hi rend="italic">Camaldoli e la sua congregazione dalle origini al 1184. Storia e documentazione</hi>, Centro Storico Benedettino Italiano, Cesena 1994, pp. 126-128).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-051-backlink">58</ref></hi>	Pasqui, <hi rend="italic">Documenti</hi>, cit., I, n. 166, pp. 237-239 (1044 aprile 8); cfr. Delumeau, <hi rend="italic">Arezzo</hi>, cit., p. 520 (con n. 157).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-050-backlink">59</ref></hi>	Ivi, n. 165, pp. 236-237 (settembre 1043) e 168, pp. 240-241 (giugno 1046); cfr. Tabacco, <hi rend="italic">Espansione monastica</hi>, cit., p. 71.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-049-backlink">60</ref></hi>	Uno sguardo d’insieme nel classico saggio di M. Giusti, <hi rend="italic">Le canoniche della città e diocesi di Lucca al tempo della Riforma Gregoriana</hi>, in G.B. Borino (a cura di), <hi rend="italic">Studi Gregoriani per la storia di Gregorio VII e della Riforma Gregoriana</hi>, III, Abb. S. Paolo, Roma 1948, pp. 321-367.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-048-backlink">61</ref></hi>	Rimandiamo al nostro <hi rend="italic">Vescovo e città a Pisa nei secoli X e XI</hi>, in G. Francesconi (a cura di), <hi rend="italic">Vescovo e città nell’alto Medioevo: quadri generali e realtà toscane</hi>, Centro Italiano di Studi di Storia e d’Arte, Pistoia 2001, pp. 93-132.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-047-backlink">62</ref></hi>	Abbiamo lasciato la parola a M. Pellegrini, <hi rend="italic">“Sancta pastoralis dignitas”. Prestigio, funzioni e poteri dei vescovi a Siena nell’Alto Medioevo</hi>, in Francesconi, <hi rend="italic">Vescovo e città nell’alto Medioevo</hi>, cit., pp. 179-217: 283.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-046-backlink">63</ref></hi>	L’8 gennaio 1060 Niccolò II indirizzò alla badessa Taiberga un privilegio teso a proteggere «monasterium […] sancte Felicitatis, cum omnibus sibi pertinentibus rebus quod nostra episcopalis simplex adhuc dispensatio quorundam nostrorum predecessorum neglegentia distructum, coaptato nobilium sanctimonialium plurimarum collegio, reedificare curavit ex integro, nunc etiam secundum apostolice sedis […] valentiam per nostras manus dedicatum» (<hi rend="italic">Le carte del monastero di Santa Felicita di Firenze</hi>, a cura di L. Mosiici, Olschki, Firenze 1969, n. 4, pp. 40-44: 42).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-045-backlink">64</ref></hi>	L’atto di fondazione, privo di data ma risalente al 1067, si trova in Firenze, Archivio di Stato, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, <hi rend="italic">San Pier Maggiore</hi>, 1066 (ed è oggi liberamente visualizzabile in rete partendo da &lt;<ref target="http://www.archiviodistato.firenze.it/pergasfi/index.php">http://www.archiviodistato.firenze.it/pergasfi/index.php</ref>&gt;, 02/2021); fu edito a suo tempo in <hi rend="italic">Italia Sacra</hi>, I, cit., coll. 75-76 (e ripreso da Lami, <hi rend="italic">Sanctae Ecclesiae Florentinae Monumenta</hi>, cit., II, pp. 1091-1092). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-044-backlink">65</ref></hi>	La benefattrice di San Pier Maggiore altri non era che Ghisla di Rodolfo, vedova di Azzo di Pagano dei Suavizi (M.E. Cortese, <hi rend="italic">Signori, castelli, città. L’aristocrazia del territorio fiorentino tra X e XII secolo</hi>, Olschki, Firenze 2007, pp. 98-99, 225-230 e <hi rend="italic">passim ad ind</hi>). Una messa a punto sulla documentazione riguardante i primi decenni del monastero nel saggio di G. Ammannati, <hi rend="italic">La scrittura dei notai fiorentini nei secoli X e XI. Con un excursus su due documenti del notaio Lamberto (San Pier Maggiore, 1067 febbraio 27; Santa Maria di Rosano, 1045 febbraio 18)</hi>, «Medioevo e Rinascimento», XXIII, 2009, pp. 33-70.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-043-backlink">66</ref></hi>	Davidsohn, <hi rend="italic">Storia di Firenze</hi>, cit., I, pp. 338-339.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-042-backlink">67</ref></hi>	N. D’Acunto, <hi rend="italic">Lotte religiose a Firenze nel secolo XI: aspetti della rivolta contro il vescovo Pietro Mezzabarba</hi>, «Aevum», LXVI, 1993, pp. 279-312, ora anche, con il titolo <hi rend="italic">Le nuove regole del gioco: aspetti della rivolta contro il vescovo di Firenze Pietro Mezzabarba</hi>, in Id., <hi rend="italic">L’età dell’obbedienza. Papato, Impero e poteri locali nel secolo XI</hi>, Liguori, Napoli 2007, pp. 85-133.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-041-backlink">68</ref></hi>	«Devota itaque mente ad salvationem ancillarum Dei animum intendi et portum salutis ne naufragium incurrant preparare curavi, mecumque omnem florentini episcopatus populum, quorum cura mihi, quamlibet indigno, commissa est, devotissime invitans in hoc unanimem esse volo, contestor et rogo» (Lami, <hi rend="italic">Sanctae Ecclesiae Florentinae Monumenta</hi>, cit., II, pp. 1091-1092).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-040-backlink">69</ref></hi>	<hi rend="italic">Vita sancti Zenobii</hi>, cit., pp. 60-61.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-039-backlink">70</ref></hi>	M. Ronzani, <hi rend="italic">Pietro Mezzabarba e i suoi confratelli. Il reclutamento dei vescovi della “Tuscia” fra la morte di Enrico III e i primi anni del pontificato di Gregorio VII (1056-1078)</hi>, in S. Balossino, G.B. Garbarino (a cura di),<hi rend="italic"> </hi><hi rend="italic">L’organizzazione ecclesiastica nel tempo di san Guido. Istituzioni e territorio nel secolo XI</hi>, Impressioni Grafiche, Acqui Terme 2007, pp. 139-185.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-038-backlink">71</ref></hi>	La lettera è riportata per intero in <hi rend="italic">Vitae sancti Iohannis Gualberti</hi>, cit., pp. 1093-1094, ed è posta, significativamente, proprio all’inizio della sezione dedicata alla lotta antisimoniaca di Giovanni Gualberto.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-037-backlink">72</ref></hi>	L’atto di fondazione del monastero, dettato da Leone il 31 agosto 1084, fu edito da F.A. Zaccaria, <hi rend="italic">Anecdotorum Medii Aevi maximam partem ex archivis Pistoriensibus collectio</hi>, Ex Typ. Regia, Torino 1755, pp. 166-169.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-036-backlink">73</ref></hi>	Si veda qui, più sotto, in corrispondenza di n. 79.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-035-backlink">74</ref></hi>	<hi >T. Schmidt</hi><hi >, </hi><hi rend="italic" >Alexander II. (1061-1073) und die römische Reformgruppe seiner Zeit</hi><hi >, Hiersemann, Stuttgart 1977, pp. 173-179.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-034-backlink">75</ref></hi>	C. Violante, <hi rend="italic">Le concessioni pontificie alla Chiesa di Pisa riguardanti la Corsica alla fine del secolo XI</hi>, «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo», LXXV, 1963, pp. 43-56; M. Ronzani, <hi rend="italic">Chiesa e «Civitas» di Pisa nella seconda metà del secolo XI. La situazione interna ed i rapporti con il Papato, l’Impero e la Marca di Tuscia dall’avvento del vescovo Guido all’elevazione di Daiberto a metropolita di Corsica (1060-1092</hi>), ETS, Pisa 1997.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-033-backlink">76</ref></hi>	Ivi, pp. 199-203.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-032-backlink">77</ref></hi>	<hi rend="italic">Carte dell’Archivio Arcivescovile di Pisa. Fondo arcivescovile 1 (720-1100)</hi>, a cura di A. Ghignoli, Pacini, Pisa 2006, n. 186, pp. 447-449 (da una «copia autentica del secolo XII»).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-031-backlink">78</ref></hi>	Le due versioni (in verità ben poco dissimili) della <hi rend="italic">Passio</hi> del martire sono ora edite criticamente, con ampia introduzione: <hi rend="italic">Passio Luxorii et Passio Ruxorii</hi>, a cura di L. Zorzi, in A. Piras (ed.), <hi rend="italic">Passiones Martyrum Sardiniae ad fidem codicum qui adhuc exstant nec non adhibitis editionibus veteribus</hi>, Georg Olms, Hildesheim-Zürich-New York 2017, pp. 123-196. Ancora utile il volumetto di L. Puxeddu, S. Sitzia (a cura di), <hi rend="italic">Lussorio, paganissimus apparitor. Storia e culto di un santo sardo</hi>, Parteolla, Dolianova (Ca)  2009 (con il saggio di M.L. Ceccarelli Lemut, <hi rend="italic">Santi nel Mediterraneo dalla Sardegna a Pisa</hi>, pp. 25-32).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="03.html#footnote-030-backlink">79</ref></hi>	<hi >I.S. Robinson (hrsg.), </hi><hi rend="italic" >Die Chroniken Bertholds von Reichenau und Bernolds von Konstanz 1054-1100</hi><hi >, Hahnsche Buchhandlung, Hannover 2003 (MGH, Scriptores rerum Germanicarum, N. S., XIV), p. 454. </hi>Sull’inizio del governo di Pietro si veda M. Ronzani, <hi rend="italic">Lo sviluppo istituzionale di Pistoia alla luce dei rapporti con il Papato e l’Impero fra la fine del secolo XI e l’inizio del Duecento</hi>, in P. Gualtieri (a cura di), <hi rend="italic">La Pistoia comunale nel contesto toscano ed europeo (secoli XIII-XIV)</hi>, Società Pistoiese di Storia Patria, Firenze 2008, pp. 19-72: 29.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-029-backlink">80</ref></hi>	Ronzani, <hi rend="italic">Chiesa e «Civitas» di Pisa</hi>, cit., pp. 229-231.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-028-backlink">81</ref></hi>	Ben documentata la biografia di M. Matzke, <hi rend="italic">Daiberto di Pisa. Tra Pisa, papato e prima Crociata</hi>, trad. it. di M. Pelz, Pacini, Pisa 2003.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-027-backlink">82</ref></hi>	M. Ronzani, <hi rend="italic">Una vocazione all’accoglienza: le filiali pisane di Ordini e congregazioni religiose fra la fine del secolo XI e il Trecento</hi>, in L. Battaglia Ricci, R. Cella (a cura di), <hi rend="italic">Pisa crocevia di uomini, lingue e culture. L’età medievale</hi>, Aracne, Roma 2009, pp. 61-80: 63-68.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-026-backlink">83</ref></hi>	<hi rend="italic">Carte dell’Archivio Arcivescovile di Pisa. Fondo arcivescovile 1</hi>, cit., n. 201-202, pp. 477-481.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-025-backlink">84</ref></hi>	<hi >P. Classen</hi><hi >, </hi><hi rend="italic" >Ein Rechtsgutachten von 1155 (?) im Prozess der Domkanoniker von Pisa gegen die Mönche von San Rossore</hi><hi >, in </hi><hi >Id.</hi><hi >, </hi><hi rend="italic" >Studium und Gesellschaft im Mittelalter</hi><hi >, a cura di J. Fried, Hiersemann, Stuttgart 1983, pp. 99-125.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-024-backlink">85</ref></hi>	C. Wickham, <hi rend="italic">Legge, pratiche e conflitti. Tribunali e risoluzione delle dispute nella Toscana del XII secolo</hi>, Viella, Roma 2000, pp. 242-252.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-023-backlink">86</ref></hi>	Per queste e le precedenti notizie si veda M. Ronzani, <hi rend="italic">Pisa fra Impero e Papato alla fine del secolo XI: la questione della «Selva del Tombolo» e le origini del monastero di San Rossore</hi>, in G. Rossetti (a cura di), <hi rend="italic">Pisa e la Toscana occidentale nel Medioevo</hi>, I:<hi rend="italic"> A Cinzio Violante nel suo 70° compleanno</hi>, ETS, Pisa 1991, pp. 173-230. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-022-backlink">87</ref></hi>	I suoi dati biografici sono passati in rassegna da M.L. Ceccarelli Lemut, G. Garzella, <hi rend="italic">Optimus antistes, San Pietro vescovo di Pisa (1105-1119), autorità religiosa e civile</hi>, «Bollettino storico pisano», LXX, 2001, pp. 79-101.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-021-backlink">88</ref></hi>	M. Ronzani, <hi rend="italic">Una presenza in città precoce e diffusa: i monasteri camaldolesi pisani dalle origini all’inizio del secolo XIV</hi>, in C. Caby, P. Licciardello (a cura di), <hi rend="italic">Camaldoli e l’Ordine Camaldolese dalle origini alla fine del XV secolo</hi>, Centro Storico Benedettino Italiano, Cesena 2014, pp. 153-179.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-020-backlink">89</ref></hi>	Il testo dell’epigrafe che ricorda l’avvenimento è riportato in <hi rend="italic">Liber Maiolichinus de gestis Pisanorum illustribus</hi>, a cura di C. Calisse, ISIME, Roma 1904, Appendice, IV, p. 143.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-019-backlink">90</ref></hi>	Segnaliamo qui la raccolta postuma degli scritti di una studiosa e collega prematuramente scomparsa, che lavorò a lungo e meritoriamente su questa famiglia comitale: R. Pescaglini Monti, <hi rend="italic">Toscana medievale. Pievi, signori, castelli, monasteri (secoli X-XIV)</hi>, Pacini, Pisa 2012.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-018-backlink">91</ref></hi>	Sulla famiglia e la sua genealogia si vedano gli studi di M.L. Ceccarelli Lemut, <hi rend="italic">I conti Alberti in Toscana fino all’inizio del XIII secolo</hi>, in <hi rend="italic">Formazione e strutture dei ceti dominanti nel medioevo: marchesi, conti e visconti nel regno italico (secoli IX-XII)</hi>, ISIME, Roma 1996, pp. 179-210; Ead., <hi rend="italic">La fondazione di Semifonte nel contesto della politica di affermazione signorile dei conti Alberti</hi>, in P. Pirillo (a cura di), <hi rend="italic">Semifonte in Val d’Elsa e i centri di nuova fondazione dell’Italia medievale</hi>, Olschki, Firenze 2004, pp. 213-233 (a p. 233 la genealogia, rivista rispetto allo studio precedente).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-017-backlink">92</ref></hi>	<hi rend="italic">Carte della Badia di Settimo e della Badia di Buonsollazzo nell’archivio di Stato di Firenze (998-1200)</hi>, a cura di A. Ghignoli, A.R. Ferrucci, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2004, n. 12, pp. 35-37 (1078 gennaio 10).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-016-backlink">93</ref></hi>	Ivi, rispettivamente n. 22, pp. 59-62 (1094 settembre 12) e 33, pp. 83-85 (1102 marzo 6).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-015-backlink">94</ref></hi>	Si veda la lettera inviata da Pasquale II «al clero e al popolo fiorentino» il 3 marzo 1116, dove si ricorda che il vescovo Goffredo era stato «accusato davanti al popolo di simonia» e il papa aveva convocato lui e gli accusatori a Roma, ottenendo da questi ultimi una completa ritrattazione: <hi rend="italic">Italia Sacra</hi>, III, coll. 90-91 (cfr. <hi rend="italic">Italia Pontificia</hi>, cit., III, p. 9, n. 10). Ad essa va aggiunta l’altra lettera pasqualiana non datata, che invitava i chierici fiorentini a rispettare le prerogative liturgiche della <hi rend="italic">matrix ecclesia</hi> (<hi rend="italic">Italia Sacra</hi>, cit., III, col. 88; <hi rend="italic">Italia Pontificia</hi>, cit., III, p. 36, n. 3). L’argomento va sicuramente approfondito.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-014-backlink">95</ref></hi>	<hi rend="italic">Carte della Badia di Settimo</hi>, cit., n. 18, pp. 47-53 (le parole cit. nel testo sono tratte dal regesto, ma si vedano tutte le elaborate osservazioni della curatrice: pp. 48-51).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-013-backlink">96</ref></hi>	Ivi, n. 10, pp. 29-32. La frase della curatrice è a p. 31; l’edizione del doc. a p. 32.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-012-backlink">97</ref></hi>	«Per idem tempus celebre nome religionis et sapientiae habebat in Tuscia domnus Guarinus Septimensis cenobii abbas primus. Hic libere cepit loqui contra simoniacos et arguere clericos concubinatos» (<hi rend="italic">Vitae sancti Iohannis Gualberti</hi>, cit., p. 1105).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-011-backlink">98</ref></hi>	«Nam cum quodam tempore pro quodam negotio accessisset ad Florentinum episcopum nomine Ildebrandum cumque perorasset rem, pro qua venerat, et expectaret episcopi responsionem, coniux episcopi nomine Alberga iuxta eum sedens respondit: “Domne abbas de hac re, pro qua tu postulas, domnus meus non est adhuc consiliatus; ipse loquetur cum suis fidelibus et respondebit tibi, quod sibi placuerit”. Ad hanc vocem abbas zelo Dei accensus cepit vehementer contra eam maledictionis verba promere dicens: “Tu maledicta Zezabel” […]» (<hi rend="italic">ibidem</hi>).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-010-backlink">99</ref></hi>	«Hinc factum est dissidium inter Florentinam et Septimensem Ecclesiam, confugitque Septimensis abbas ad arcem Romani pontificis et sub tutela beati Petri receptus hoc est consecutus, ut Septimensis Ecclesia neque Florentinae neque ulli Ecclesiae ulterius subiaceret nisi Romanae» (<hi rend="italic">ibidem</hi>).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-009-backlink">100</ref></hi>	«Promeruit etiam, ut in sollemnitatibus missarum Septimensis monasterii abbas cum pastorali virga, sandaliis et mitra utatur et guantis» (<hi rend="italic">ibidem</hi>).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-008-backlink">101</ref></hi>	Si veda da ultimo <hi rend="italic">Carte della Badia di Settimo</hi>, cit., p. 32: «non si ha traccia» del privilegio «che, sempre secondo la Vita […] il grande abate Guarino ottenne a Roma da Benedetto VIII presumibilmente verso il 1012».</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-007-backlink">102</ref></hi>	«Sed ut ad id redeam, unde digressus sum» (<hi rend="italic">Vitae sancti Iohannis Gualberti</hi>, cit., p. 1105).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-006-backlink">103</ref></hi>	«Erat quaedam solitudo, quae vocatur Vallisymbrosa, in qua supradicti domni Guarini abbatis duo erant monaci Paulus et Guntelmus heremiticam ducentes vitam»: è la continuazione del passo citato nella n. precedente.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-005-backlink">104</ref></hi>	«Et sicut a discipulis domni Guarini audivi, per aliquantum tempus ipsius Guarini consilio et auxilio sustentatus est» (<hi rend="italic">ibidem</hi>).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-004-backlink">105</ref></hi>	«Cui petitioni dubitando humanosque timendo casus noluit cito consentire. <hi >Sed cum hoc tempore certamen monachorum ceterorumque catholicorum cepisset contra symoniacos exurgere, cuius pugnae venerabilis Iohannes princeps videbatur existere, videns predictum locum satis ad hanc rem utilem fore, cepit flectere animum ad consentiendum postulationi eorum ≠ </hi>Exinde cepit patefieri et multis contentionibus discuti error symoniacorum primum a Florentino incipiendo episcopo» (ivi, p. 1106).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-003-backlink">106</ref></hi>	I «Fiorentini» cominciarono a «tentare» Teuzo chiedendogli: «Domne Teuzo, multum pretii pro filii tui dignitate regi contulisti?»; e subito dopo gli fecero la domanda ‘vera’: «“Dic ergo, si placet tuae nobilitati, quantum summae potuit haec res constare tibi?” At ille: “Per sanctum Syrum, sic tria milia libras potestis bene scire me propter hunc episcopatum acquirendum dedisse, sicut unum valetis credere nummum”» (<hi rend="italic">ibidem</hi>).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-002-backlink">107</ref></hi>	«Dicunt enim quia per huiusmodi sacerdotes nec crisma confici, nec aecclesia dedicari, nec clericalia iura conferri, nec missarum ullo umquam tempore potuerunt solemnia celebrari. <hi >Et tam haec inpudenter allegant, ut horno compulerint in tribus plebibus sine conspersione crismatis catecuminos baptizari. Sed cum Christus proculdubio denominetur a crismate, nil aliud tollunt baptismo nisi Christum qui crismatis subtrahunt sacramentum</hi>»<hi > </hi><hi >(K. Reindel [hrsg.], </hi><hi rend="italic" >Die Briefe des Petrus Damiani</hi><hi >, in </hi><hi rend="italic" >Die Briefe der deutschen Kaiserzeit</hi><hi >, IV [3], München 1989, n. 146, p. 535).</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-001-backlink">108</ref></hi>	<hi rend="italic">Vitae sancti Iohannis Gualberti</hi>, cit., p. 1107.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="03.html#footnote-000-backlink">109</ref></hi>	Ad esempio ivi, p. 1109.</p>
      
      
      
      
      
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          <bibl n="36144">Wickham C., Legge, pratiche e conflitti. Tribunali e risoluzione delle dispute nella Toscana del XII secolo, Viella, Roma 2000, pp. 242-252.</bibl>
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