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        <title type="main" level="a">Eziologia di una leggenda. Ipotesi sul culto fiorentino di san Cresci compagno di san Miniato</title>
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            <forename>Anna</forename>
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          <resp>This is a section of <title>La Basilica di San Miniato al Monte di Firenze (1018-2018)</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-295-9</idno>) by </resp>
          <name>Francesco Salvestrini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2021">2021</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.05</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>The essay analyses the cult of St. Cresci and its origins. St. Cresci is considered to be one of the companions of St. Miniato, and it is believed he was martyred ‘sub Decio’ in the 3rd century. St. Cresci’s legend must be interpreted in the context of the Florentine hagiographic production of the 11th century, when the local clergy tried to resuscitate old and long forgotten cults of saints whose relics they possessed. The paper argues that the legend of St. Cresci was ‘invented’ to be opposed to that of St. Miniato. Indeed in the 11th century Ildebrando, bishop of Florence, strongly promoted the cult of Minias in order to support his claims on the lands of the newly founded monastery. It was after this that cathedral’s canons, in opposition with their bishop, proposed the martyrial figure of St. Cresci; the cult of which got a great importance under the Medici, and especially during the reign of Cosimo III.</p>
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            <item>Florentine hagiography</item>
            <item>San Cresci</item>
            <item>San Miniato</item>
            <item>Florentine episcopate</item>
            <item>Cosimo III of Tuscany</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.05<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.05" /></p>
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">Eziologia di una leggenda. Ipotesi sul culto fiorentino di san Cresci compagno di san Miniato</p><p rend="h1_author">Anna Benvenuti</p><p rend="h1_indexAbstract ParaOverride-1"><hi rend="bold">Sommario</hi>: Il saggio analizza il contesto nel quale si originò il culto per san Cresci, ritenuto compagno di san Miniato e come lui martirizzato <hi rend="italic CharOverride-1">sub Decio</hi> nel III secolo. La sua <hi rend="italic CharOverride-1">Vita</hi> va letta nel contesto della produzione agiografica fiorentina, che nell’XI secolo tentò di rianimare culti dimenticati per santi di cui si possedevano le reliquie. La più nota operazione di ripristino di queste memorie ebbe come protagonista Miniato, la devozione al quale fu promossa dal vescovo Ildebrando anche allo scopo di sostenere il monastero da lui fondato sul colle dominante la città. Secondo l’A. i canonici della cattedrale proposero, in concorrenza con il loro presule, un’altra figura martiriale, quella di Cresci; il cui culto conobbe una significativa fase di rilancio in età medicea, e in particolare durante il governo del granduca Cosimo III.</p><p rend="h2">1. L’invenzione della tradizione</p><p rend="text">Nei capitoli dedicati alle origini fiorentine e alla prima stagione cristiana della città Robert Davidsohn ironizzava sulla quantità di falsificazioni che caratterizzava gli scritti «religioso letterari composti a Firenze nel secolo XI o nei decenni successivi»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-099-backlink"><ref target="05.html#footnote-099">1</ref></hi></hi>. Ad esempio delle sue impressioni egli indicava non solo le leggende relative a Miniato – oggetto di una nota amplificazione narrativa nel testo redatto dall’abate Drogo o Drogone nell’XI secolo rispetto all’anonimo estensore della <hi rend="italic">legenda</hi> antica del IX<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-098-backlink"><ref target="05.html#footnote-098">2</ref></hi></hi> –, ma la reinvenzione dell’intero <hi rend="italic">pantheon</hi> agiografico fiorentino e fiesolano in quel periodo: età nella quale venne sovrascritto e aggiornato alle ragioni e alle sensibilità del presente il sedimento memoriale ereditato dalla tradizione<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-097-backlink"><ref target="05.html#footnote-097">3</ref></hi></hi>. Una tradizione che a sua volta era stata riformulata durante la <hi rend="italic">renovatio</hi> carolingia del IX secolo sotto l’impulso delle riforme ecclesiologiche avviate in quel periodo. </p><p rend="text">All’XI secolo, e in special modo alla rifondazione del ruolo e dell’immagine vescovile da parte del presule fiesolano Jacopo il Bavaro (1024-1038)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-096-backlink"><ref target="05.html#footnote-096">4</ref></hi></hi>, risaliva, ad esempio, il pesante <hi rend="italic">restyling</hi> della figura agiografica di Romolo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-095-backlink"><ref target="05.html#footnote-095">5</ref></hi></hi>, in cui si dismetteva il più modesto titolo di confessore che gli attribuiva la tradizione antica in cambio del più smagliante attributo di ‘martire’<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-094-backlink"><ref target="05.html#footnote-094">6</ref></hi></hi>, con il quale dal colle lunato si era risposto ai fasti monumentali ed agiografici del sinottico <hi rend="italic">competitor</hi> Miniato dopo il ripristino cultuale introdotto, qualche tempo prima, dal vescovo fiorentino Ildebrando. Come per quest’ultimo la riformulazione dell’immagine e dello spazio ‘sacrale’ di Miniato era stata funzionale ad un disegno politico preciso – che si accettino o meno le ipotesi su una anticipazione del <hi rend="italic">bellum faesulanum</hi> ai primi decenni dell’XI<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-093-backlink"><ref target="05.html#footnote-093">7</ref></hi></hi> –, anche per il presule fiesolano il rilancio cultuale di Romolo si era inscritto in un programma di riappropriazione del patrimonio materiale e immateriale della diocesi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-092-backlink"><ref target="05.html#footnote-092">8</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Le cause che avevano portato al progressivo impoverimento della sua chiesa erano principalmente imputabili alle malversazioni e agli abusi perpetrati dalla vorace aristocrazia che deteneva il controllo territoriale locale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-091-backlink"><ref target="05.html#footnote-091">9</ref></hi></hi>. Altrettando dannosa si era rivelata la familistica conduzione patrimoniale dei predecessori di Jacopo – a cominciare da quella del vescovo Regembaldo (1017-1024) e dei suoi consorti, nel sempre più soffocante intreccio di interessi dei potentati laicali – anche fiorentini – che condizionavano l’amministrazione ecclesiastica fiesolana. Momento culminante e giustificazione fondamentale di quella riscrittura era stata la traslazione dei resti di Romolo, avvenuta nel febbraio del 1028, dalla cattedrale extraurbana alla nuova in corso di realizzazione sull’arce<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-090-backlink"><ref target="05.html#footnote-090">10</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La ricomposizione della dignità e del prestigio della chiesa fiesolana sarebbe passata, in questi anni, proprio attraverso quella riconfigurazione narrativa che, al di là della ormai insondabile verità storica del culto romuleo, consentiva di affidare alla narrazione agiografica il ricordo di diritti e di giurisdizioni usurpate. Questo registro<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-089-backlink"><ref target="05.html#footnote-089">11</ref></hi></hi> fu necessario al restauro episcopale compiuto da Jacopo il Bavaro e dai suoi successori sia per il ripristino di tradizioni deperdite (ad esempio con la riproposizione agiografica delle <hi rend="italic">Vite</hi> dei santi vescovi del passato come Donato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-088-backlink"><ref target="05.html#footnote-088">12</ref></hi></hi> o Alessandro<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-087-backlink"><ref target="05.html#footnote-087">13</ref></hi></hi>, da cui discendeva in buona parte il sedimento giurisdizionale della diocesi fiesolana), sia per la fondazione di nuove consuetudini o dipendenze: ad esempio, più tardi, il vescovo Trasmondo (1059-1077), promuovendo il culto di san Gaudenzio e l’elaborazione di una sua leggenda agiografica, suggellò i diritti della chiesa fiesolana sull’abbazia benedettina che portava il suo nome sull’Alpe, dove presidiava la via verso la Romagna<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-086-backlink"><ref target="05.html#footnote-086">14</ref></hi></hi>. Anche la ridipintura di Romolo in chiave ‘filoromana’ e ‘petrina’ era stata funzionale alle necessità politico-istituzionali del momento: necessità che consigliavano prudenza nei rapporti col papato riformatore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-085-backlink"><ref target="05.html#footnote-085">15</ref></hi></hi>, come testimonia la lettera che Stefano IX indirizzava ai fiesolani nel 1057 richiamando, sulla scorta della nuova Leggenda romulea, la dipendenza di Fiesole da Roma in virtù del mandato di cristianizzazione affidato direttamente da Pietro al vescovo evangelizzatore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-084-backlink"><ref target="05.html#footnote-084">16</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’invenzione o la riproposizione di culti obsoleti, a dispetto delle impressioni del Davidsohn, non era dunque mera falsificazione, ma una precisa azione giuridico-memoriale con la quale reintrodurre vecchi diritti o imporne di nuovi: forma di resilienza con la quale i vescovi fiesolani si adattarono al divenire delle situazioni politiche ed al mutevole quadro dei poteri territoriali. </p><p rend="h2">2. Un santo per i canonici </p><p rend="text">In questi anni di profonde trasformazioni e di tensioni politico-religiose il restauro agiografico delle antiche icone cultuali locali divenne, dunque, un tassello importante nell’<hi rend="italic">inventio</hi> della tradizione locale: parte fondante di quel mito delle origini cristiane cittadine poi compiutamente sviluppato dai cronisti nella stagione della piena maturità della coscienza comunale, come bene evidenziano le molte rubriche dedicate dal Villani a questo capitolo della storia fiorentina. La scelta del Villani di narrare dettagliatamente le vicende dei martiri locali era giustificata da un dato qualificante: l’aver mantenuto la città il possesso dei loro corpi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-083-backlink"><ref target="05.html#footnote-083">17</ref></hi></hi>, ragione che invece non sottostava al ricordo, pur richiamato per completezza dal cronista, degli evangelizzatori Frontino e Paolino<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-082-backlink"><ref target="05.html#footnote-082">18</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">All’epoca delle persecuzioni egli aveva ascritto non solo il martirio di Miniato e la sua esperienza eremitica nella selva di ‘Arisbotto’, sul monte di cui in seguito sarebbe divenuto eponimo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-081-backlink"><ref target="05.html#footnote-081">19</ref></hi></hi>, ma anche la vicenda del suo compagno Cresci: </p><p rend="quotation_b">dimorando il detto Decio in Firenze, fece perseguitare il beato Crisco con suoi compagni e discepoli, il quale fu delle parti di Germania gentile uomo, e faceva penitenzia con santo Miniato, prima nella selva d’Arisbotto […] e poi in quelle selve di Mugello ov’è oggi la sua chiesa, cioè San Cresci a Valcava; e in quello luogo egli co’ suoi seguaci furono martirizzati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-080-backlink"><ref target="05.html#footnote-080">20</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Filiazione indiretta della <hi rend="italic">Passio</hi> di Miniato, la leggenda di san Cresci ne costituì una singolare appendice della quale non è agevole ricostruire una precisa eziologia se non per via puramente ipotetica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-079-backlink"><ref target="05.html#footnote-079">21</ref></hi></hi>. La stratigrafia testuale dalla quale essa si origina resta nell’ombra, in assenza di uno specifico studio critico sulla tradizione manoscritta che, a detta degli editori e degli eruditi a cui rimontano le prime trascrizioni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-078-backlink"><ref target="05.html#footnote-078">22</ref></hi></hi>, risalirebbe all’XI secolo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-077-backlink"><ref target="05.html#footnote-077">23</ref></hi></hi>: epoca nella quale si avvia anche una consuetudine liturgica relativa a san Cresci nella cattedrale fiorentina<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-076-backlink"><ref target="05.html#footnote-076">24</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Anche se nei limiti interpretativi imposti dall’analisi toponomastica, soggetta nel caso degli agionimi a fluttuazioni non sempre documentabili, a quest’epoca risalgono anche le dedicazioni al martire che la diocesi fiorentina condivise con quella di Fiesole. Pur con le riserve motivate dalle oscurità del processo che portò alla perdita di continuità del suo territorio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-075-backlink"><ref target="05.html#footnote-075">25</ref></hi></hi>, la giurisdizione spirituale di Fiesole vantò tra X e XII secolo due pievi intitolate all’evangelizzatore del Mugello: la più famosa era a Pratolino, allora detta San Cresci in Albino (poi di Macioli o Maccioli o Macciuoli, o a Carza)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-074-backlink"><ref target="05.html#footnote-074">26</ref></hi></hi>, nota per essere stata sede, nel XV secolo, del faceto pievano Giovanni Arlotto de’ Mainardi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-073-backlink"><ref target="05.html#footnote-073">27</ref></hi></hi>. Essa era posta sul confine del territorio suburbano dell’<hi rend="italic">insula</hi> fiesolana, mentre un’altra, San Cresci a Sillano (o a Novole, o a Terano, poi a Monteficalle e infine Montefioralle<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-072-backlink"><ref target="05.html#footnote-072">28</ref></hi></hi>, non lontano da Greve in Chianti), si trovava nelle più periferiche terre chiantigiane.</p><p rend="text">La diocesi fiorentina, oltre quella di una chiesa a Campi attestata già nel IX secolo (866)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-071-backlink"><ref target="05.html#footnote-071">29</ref></hi></hi>, vantava la più importante tra le dedicazioni con la pieve di Valcava, anch’essa mugellana, situata nei pressi di Borgo San Lorenzo. Essa sorgeva, infatti, sul luogo in cui la tradizione riteneva fosse avvenuto il martirio di Cresci e che vantava da sempre anche la sua sepoltura. </p><p rend="text">Non è possibile stabilire se questa distribuzione dei titoli di san Cresci tra le due diocesi contermini corrisponda a qualche verificabile dinamica storica o presupponga un qualsiasi fenomeno di irradiazione dall’uno o dall’altro centro episcopale: in linea puramente ipotetica ed appoggiandosi esclusivamente al debole indizio delle dedicazione di due delle rettorie soggette alla pieve di Valcava, San Donato al Cistio e San Romolo a Campestri, si può cogliere un’eco del santorale fiesolano e con essa il ricordo di una possibile giurisdizione pregressa dei vescovi del colle lunato ormai, se mai ci fosse stata, del tutto obliterata dal dominio degli eredi di san Zanobi: «Questa è una delle pievi più antiche della diocesi fiorentina<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-070-backlink"><ref target="05.html#footnote-070">30</ref></hi></hi> – vuole il Repetti – tantoché il Lami suppose che potesse risalire al secolo IV dell’E.V. […] tanto essa come la rocca di Monterinaldi con diverse vallate dei contorni spettavano ai vescovi di Firenze»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-069-backlink"><ref target="05.html#footnote-069">31</ref></hi></hi>. Documentati già a partire dal X secolo, questi rapporti di dipendenza si sarebbero perfezionati nel corso dell’XI, quando vennero configurandosi anche gli obblighi patrimoniali tra vescovo e capitolo con la dotazione della mensa canonicale. La pieve di Valcava non rientra tra i beni evocati nel noto documento con cui, nel novembre del 1036<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-068-backlink"><ref target="05.html#footnote-068">32</ref></hi></hi>, come vedremo in seguito, il vescovo Atto I<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-067-backlink"><ref target="05.html#footnote-067">33</ref></hi></hi> chiedeva al pontefice Benedetto IX<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-066-backlink"><ref target="05.html#footnote-066">34</ref></hi></hi>, allora in Firenze, di riconoscere quelli che aveva attribuito ai canonici della cattedrale per favorire il loro accoglimento della vita comune e regolare: beni per i quali egli impetrava la protezione papale e l’immediata soggezione del capitolo alla chiesa di Roma<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-065-backlink"><ref target="05.html#footnote-065">35</ref></hi></hi>. Un paio d’anni dopo la cancelleria pontificia avrebbe dato veste ufficiale al documento informale con cui il papa aveva controfirmato (assieme a numerosi canonici, tra cui il <hi rend="italic">prepositus Rolandus</hi>) la <hi rend="italic">petitio</hi> del vescovo fiorentino<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-064-backlink"><ref target="05.html#footnote-064">36</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Forti dell’immunità, i canonici non avrebbero dimenticato, negli anni a venire, di farsi rinnovare il <hi rend="italic">privilegium Athonis</hi> dalle autorità ecclesiastiche e civili <hi rend="italic">pro tempore</hi>, via via agganciando ad esso la progressiva implementazione del patrimonio capitolare; così essi fecero anche nel luglio 1050 con il vescovo Gerardo di Borgogna, che il 13 luglio 1050, riprendendo fedelmente il dispositivo del suo predecessore, tornava a chiedere al pontefice, stavolta papa Leone IX (anch’egli in quel momento a Firenze), la protezione sulla canonica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-063-backlink"><ref target="05.html#footnote-063">37</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Non è dato sapere quando il nome di Cresci, o <hi rend="italic">Criscus</hi>, o <hi rend="italic">Acriscus</hi>, come vuole il Lami, si fosse imposto nel santorale fiorentino o fiesolano: come si è accennato le dedicazioni di cui siamo a conoscenza non si spingono oltre il IX secolo, rinviando a quella fondativa stagione carolingia nella quale la chiesa fiorentina impostò (e più spesso importò) il proprio santorale, corredandolo, come nel caso di Miniato, di memorie agiografiche. Accogliendo l’ipotesi che durante il mandato episcopale di Andrea, nella seconda metà del IX secolo, al pari di quelle di san Zanobi anche le reliquie del martire fiorentino fossero state traslate per motivi di sicurezza in cattedrale, giustificandone la contitolarità<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-062-backlink"><ref target="05.html#footnote-062">38</ref></hi></hi>, in quella occasione esse avrebbero – sempre ipoteticamente – trovato posto nel sacello ove riposavano i resti dei santi Crescenzo ed Eugenio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-061-backlink"><ref target="05.html#footnote-061">39</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Le spoglie di Miniato avrebbero così convissuto per qualche tempo con quelle dei due coadiutori di Zanobi i cui nomi, probabilmente eternati in una iscrizione commemorativa corrottasi nel tempo, avrebbero potuto dar luogo a quelli di Cresci, Ezio e Onnione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-060-backlink"><ref target="05.html#footnote-060">40</ref></hi></hi>. Per la proprietà transitiva indotta dalla vicinanza dei corpi essi divennero, così, i compagni di martirio di Miniato, generando un coagulo agiologico che assunse un ruolo patronale nei confronti dei chierici della cattedrale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-059-backlink"><ref target="05.html#footnote-059">41</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Altro indizio utile a suffragare questa lettura potrebbe essere ricercato nella singolare morfologia dell’abside sud portata alla luce dagli scavi archeologici che hanno messo in luce l’esistenza di un sacello/altare in quell’area, tradizionalmente identificata come zona di sepoltura dei canonici<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-058-backlink"><ref target="05.html#footnote-058">42</ref></hi></hi>. La sua forma, che richiama quella tradizionale delle confessioni, esclude la possibilità che si tratti di una tomba comune – di solito terragna –, evocando invece quel tipo particolare di <hi rend="italic">depositio</hi> che veniva riservata ai corpi santi o ritenuti tali. </p><p rend="text">È probabilmente alla presenza del sacello che si deve la creazione di quella cappella sul lato sud dell’edificio, estranea alla struttura originale ma così importante da determinare un adeguamento simmetrico sul lato nord, dove in età posteriore si realizzò la nuova ala absidata. In assenza di riscontri documentari, si può solo chiamare a testimone di questa lettura il fatto che nelle epoche successive su questa ala sud avrebbero insistito, oltre che la porta dei canonici, l’intero insieme delle pertinenze del capitolo.</p><p rend="text">La convergenza di aspetti reali e rappresentazioni simboliche che la canonica intese dare di sé stessa portò con ogni probabilità ad identificare una serie di culti ‘propri’ del capitolo, tra i quali san Cresci avrebbe primeggiato all’indomani del <hi rend="italic">sacrum furtum</hi> che il vescovo Ildebrando perpetrò ‘impadronendosi’ del ‘segno’ di San Miniato e costruendo in suo onore l’imponente basilica sul monte officiata dal concorrente monastero. Con la fortuna incontrata da Cresci e dai suoi compagni negli ambienti canonicali fiorentini (spesso intrecciati peraltro con quelli fiesolani) si spiegherebbe la dedicazione a Cresci di pievi nel territorio dell’unico <hi rend="italic">comitatus</hi> che comprendeva entrambe le diocesi dall’età carolingia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-057-backlink"><ref target="05.html#footnote-057">43</ref></hi></hi>. Conferma indiretta di questa situazione potrebbe essere data dalla permanenza dei diritti di patronato che i canonici cittadini si riservarono su alcune di esse, come nel caso di quelle di San Cresci Macioli e di San Cresci a Campi sulle quali esercitarono siffatte giurisdizioni i canonici di San Lorenzo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-056-backlink"><ref target="05.html#footnote-056">44</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">3. San Cresci dei canonici e san Miniato dei vescovi</p><p rend="text">Se è verosimile l’ipotesi che un culto per Cresci si fosse evoluto – pur se da così incerte radici – nello spazio del complesso cattedrale fiorentino amministrato dai canonici, si può supporre anche nel suo sviluppo uno dei molti aspetti dello iato che la scelta di Ildebrando di ‘incastellarsi’ sul monte aprì nei rapporti coi chierici metropolitani e con le consorterie cittadine che gravitavano attorno all’amministrazione dei beni episcopali (specialmente nei frequenti periodi di vacanza). Sono molti i segni dai quali si può evincere, nella rappresentazione simbolica del prestigio dei canonici, un indizio del loro progressivo antagonismo non solo nei confronti del vescovo che li aveva umiliati, ma anche verso l’ente monastico che egli aveva privilegiato ai loro danni sia sul piano economico che su quello del prestigio, altrettanto importante per la sopravvivenza di un ente religioso. </p><p rend="text">Nel primo trentennio dell’XI secolo i canonici dovettero vivere con particolare insofferenza la crescente fortuna dei monaci di San Miniato, e non è da escludere che nella sensibilità del clero cattedrale fiorentino alle nascenti istanze riformatrici sia da leggere in filigrana un’avversione antivescovile mascherata da atteggiamenti ostili alla universale pratica simoniaca delle nomine episcopali. Questo sentire si sarebbe trasformato in attivismo politico solo sul volgere degli anni Sessanta, quando la prova del fuoco, la grande ‘sceneggiata’ ordita a Settimo dai Vallombrosani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-055-backlink"><ref target="05.html#footnote-055">45</ref></hi></hi>, avrebbe imposto la sua verità partigiana e costretto il povero Pietro Mezzabarba ad abbandonare con onta la cattedra di san Zanobi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-054-backlink"><ref target="05.html#footnote-054">46</ref></hi></hi>. Non più simoniaco di altri, Pietro con la sua spettacolare <hi rend="italic">débâcle</hi> avrebbe rappresentato la rivincita morale del capitolo sul primato vescovile nell’amministrazione della chiesa cittadina. Punto di svolta nella battaglia anche rappresentativa che il clero metropolitano aveva ingaggiato coi suoi vescovi era stato proprio il governo episcopale di Atto I<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-053-backlink"><ref target="05.html#footnote-053">47</ref></hi></hi>, prelato a sua volta ‘orgogliosamente’ simoniaco che ammetteva senza riserve di essere stato designato direttamente da Corrado II<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-052-backlink"><ref target="05.html#footnote-052">48</ref></hi></hi>. Nonostante la cattiva reputazione – antica e moderna – di cui godette grazie principalmente alla malevolenza di san Pier Damiani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-051-backlink"><ref target="05.html#footnote-051">49</ref></hi></hi>, Atto aveva promosso la vita comune e regolare del clero metropolitano e, istituendo la mensa capitolare con la già ricordata donazione del 1036, avrebbe anticipato gli interventi dei vescovi riformatori che avrebbero amministrato spiritualmente la città durante la seconda metà del secolo. </p><p rend="text">Della fortunata stagione economico-patrimoniale vissuta dal capitolo in questo periodo è riprova anche la crescente visibilità dell’ospedale che i canonici gestivano nel complesso cattedrale fiorentino, tra il Battistero e l’aula cultuale di Santa Reparata<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-050-backlink"><ref target="05.html#footnote-050">50</ref></hi></hi>. Significativamente esso era posto sotto l’invocazione di San Giovanni Evangelista<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-049-backlink"><ref target="05.html#footnote-049">51</ref></hi></hi>, in una giustapposizione simmetrica rispetto al Battista che trovava riscontro nella densità rituale dei rispettivi periodi liturgici dell’anno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-048-backlink"><ref target="05.html#footnote-048">52</ref></hi></hi>: il primo collegato al <hi rend="italic">tempus terribile</hi> dei dodici giorni del solstiziale periodo natalizio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-047-backlink"><ref target="05.html#footnote-047">53</ref></hi></hi>, il secondo all’apoteosi dell’equinozio, nel ciclo memoriale della Pasqua. L’antagonismo tra le cerimonie gestite dal vescovo e quelle amministrate dai canonici esprimeva compiutamente questa contrapposizione simbolica, che avrebbe infine raggiunto la massima consapevolezza ideologica nel progressivo definirsi del capitolo – o di una parte di esso – quale componente attiva del nascente partito riformatore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-046-backlink"><ref target="05.html#footnote-046">54</ref></hi></hi>. La scelta dei canonici di far consacrare nell’aula cultuale del complesso cattedrale un altare dedicato a san Giovanni Evangelista<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="05.html#footnote-045">55</ref></hi></hi>, chiamando ad officiare la cerimonia il vescovo aretino Teodaldo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="05.html#footnote-044">56</ref></hi></hi> – il fratello del marchese Bonifacio noto per la sua veemenza antisimoniaca – svela le riserve, se non l’ostilità, nei confronti di Atto, che i suoi precedenti interventi a favore del capitolo non erano riusciti ad eliminare. E in effetti, dietro alle importanti conferme patrimoniali e giuridiche contenute nel suo <hi rend="italic">privilegium</hi> del 1036 non è difficile scorgere un’ingerenza – con ogni probabilità ‘imposta’ dai canonici fiorentini – del vescovo fiesolano Jacopo il Bavaro<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="05.html#footnote-043">57</ref></hi></hi>, il quale, un anno avanti rispetto al collega fiorentino aveva promosso – tra le già ricordate rifondazioni memoriali della sua chiesa culminate con l’edificazione della nuova cattedrale – anche una riforma del clero capitolare poi presa a modello dalla chiesa fiorentina<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="05.html#footnote-042">58</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Rientravano, dunque, negli interessi dei chierici metropolitani la legittimazione e la valorizzazione del ruolo da essi assunto nell’amministrazione cultuale cittadina in concorrenza col primato episcopale: valorizzazione che ebbe nella comunicazione agiografica uno strumento importante per la creazione di un consenso politico, come sarebbe stato evidente con la loro assunzione di responsabilità nella gestione cultuale del santo protovescovo Zanobi. Erano stati, infatti, i canonici a commissionare a Lorenzo, arcivescovo amalfitano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="05.html#footnote-041">59</ref></hi></hi> in esilio a Firenze nei primi anni Quaranta del Mille, la stesura della vita di san Zanobi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="05.html#footnote-040">60</ref></hi></hi>, i cui resti riposavano nella cripta dell’allora Santa Reparata dall’epoca in cui il vescovo Andrea li aveva traslati dalla sede extramuraria di San Lorenzo all’edificio cultuale annesso al complesso cattedrale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="05.html#footnote-039">61</ref></hi></hi>. Nell’imprimere il loro marchio sulla memoria del santo protovescovo, all’indomani del fallito progetto ildebrandiano, i canonici rimodellarono il santorale cittadino per renderlo funzionale al loro scopo.</p><p rend="text">Tra il 1038 e il 1039, accogliendo la cronologia suggerita da Enrico Faini, giunse a maturità «il contrasto tra San Miniato e la canonica fiorentina: al centro, suo malgrado, il vescovo»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="05.html#footnote-038">62</ref></hi></hi>; e in questo lasso di tempo potrebbe verosimilmente collocarsi la redazione di quella <hi rend="italic">Passio sancti Crisci </hi>con cui i canonici rispondevano alla provocazione di Ildebrando intestandosi a loro volta un martire da contrapporre a quello amministrato sul colle dai monaci rivali. «Al momento della ricostruzione della mensa canonicale (1036) si era creata una pericolosa concorrenza tra San Miniato e la canonica sui beni usurpati dal primicerio Pietro (con ogni probabilità parente del vescovo Ildebrando)», suggerisce Faini senza trascurare un’altra ‘esca per l’incendio’ che stava deflagrando tra i religiosi urbani e quelli suburbani del Monte: la querelle dei proventi derivanti delle offerte per le litanie della diocesi<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="05.html#footnote-037">63</ref></hi></hi>. Secondo la convincente ipotesi dello studioso la questione doveva essersi aperta proprio con Ildebrando, che probabilmente le aveva concesse alla comunità monastica di San Miniato. Tale beneficio doveva, però, essere stato fruito per breve tempo, perché già pochi anni dopo (1028) esso non era più ricordato tra le rendite del monastero nel diploma emanato a suo favore dal vescovo Lamberto<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="05.html#footnote-036">64</ref></hi></hi>. La questione rimase aperta anche all’indomani di un accordo – stipulato nel 1036, ma attestato da documenti seriori – grazie al quale l’abate di San Miniato Oberto e il neoeletto preposto dei canonici Rolando accettavano di dividersi la rendita in parti uguali<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="05.html#footnote-035">65</ref></hi></hi>: il contenzioso si riaprì infatti nel febbraio del 1038, quando il vescovo Atto, all’indomani della dotazione patrimoniale della canonica (1036), intese restituire ai monaci quanto i chierici della metropolitana si ostinavano a detenere<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="05.html#footnote-034">66</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Questo tira e molla sarebbe andato avanti molti anni, come documenta Faini, al quale si rinvia per i dettagli della vicenda, ma i suoi esordi evidenziano la caparbietà dei canonici nell’osteggiare i monaci di San Miniato: atteggiamento coronato da qualche successo – grazie anche all’emergere di nuove dinamiche polemiche, come quella ‘maieutica’ della ribellione di Giovanni Gualberto all’abate Oberto e con lui al vescovo Atto – se, stando ancora a Faini, «tra il 1036 e il 1039 San Miniato fu sottoposto ad un pesante ridimensionamento del proprio ruolo: da una parte la fronda spirituale del Gualberto e dei suoi seguaci, dall’altra la nascita di un luogo alternativo di vita comune del clero nel cuore della città, dotato di un accesso privilegiato – e non veramente regolamentato – a tutti i proventi del vescovado»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="05.html#footnote-033">67</ref></hi></hi>. È in questo contesto che, assieme alla memoria agiografica di Cresci e dei suoi compagni, i canonici cercarono di legittimare la propria indipendenza dal vescovo – Atto era da poco deceduto –, predisponendo, nel 1047<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="05.html#footnote-032">68</ref></hi></hi>, la nota falsificazione della <hi rend="italic">charta offersionis</hi> che retrodatava al lontano 724<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="05.html#footnote-031">69</ref></hi></hi> e all’umbratile figura del vescovo Specioso<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="05.html#footnote-030">70</ref></hi></hi> i beni in loro uso: era questo il modo in cui essi si presentavano al nuovo vescovo, il borgognone Gerardo, poi papa Niccolò II, alla vigilia della grande stagione riformatrice che avrebbe coinvolto Firenze nelle contese internazionali del momento e portato il <hi rend="italic">focus</hi> dell’attenzione politica anche sul loro collegio.</p><p rend="h2 ParaOverride-2">4. La ‘lite di san Cresci’<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="05.html#footnote-029">71</ref></hi></hi></p><p rend="text">Grazie all’attenzione cultuale dei canonici il culto di Cresci si radicò nella cattedrale e nel territorio della diocesi fiorentina; con esso anche il testo che tramandava la <hi rend="italic">Passio</hi> trasmigrò nella memoria collettiva, diventando storia civica, e come tale sarebbe stato accolto con serietà dai cronisti e talvolta con facile ironia dagli intellettuali. Così mentre Cresci si insediava con successo nel <hi rend="italic">pantheon</hi> delle origini cristiane della città insieme a san Miniato, col quale aveva condiviso le scelte ascetiche nella selva di Arisbotto, come vuole Villani<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="05.html#footnote-028">72</ref></hi></hi>, e sul piano del mito si ricomponeva lo iato che aveva opposto i rispettivi fautori (i canonici di Santa Reparata e i monaci di San Miniato), l’associazione del suo nome con la Valcava della pieve mugellana non poteva non solleticare gli spiriti arguti e licenziosi, come testimonia la novella di Alatiel, narrata da Panfilo nella seconda giornata del<hi rend="italic"> Decameron</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="05.html#footnote-027">73</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> Trascurato, se non direttamente ignorato dagli intellettuali umanisti che seguirono – come ricorda Giovanni Lami –, tanto il culto quanto la testimonianza letteraria di esso scomparvero dalla percezione dei dotti: «Non ricordano san Cresci né Leonardo Aretino nella sua storia fiorentina né sant’Antonino nel suo Cronicon»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="05.html#footnote-026">74</ref></hi></hi>; silenzio che avvolge anche la memoria di qualche scrittura a lui relativa: «Solo Pietro Francesco Giambullari<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="05.html#footnote-025">75</ref></hi></hi> nel Gello, nomina una Historiam S. Crisci», mentre «Vincenzo Borghini, più antico del Ferrari, ricorda San Cresci e la chiesa di Valcava come sua sepoltura, ma non gli Atti»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="05.html#footnote-024">76</ref></hi></hi>. L’oblio di una <hi rend="italic">Legenda </hi>o di una <hi rend="italic">Passio</hi>, come evidenziava anche Silvano Razzi, non era certo una novità, e molti santi della tradizione fiorentina erano stati dimenticati<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="05.html#footnote-023">77</ref></hi></hi>: «non si saprebbe né anche che san Crescio fosse stato, e il medesimo si può dire di san Maurizio e di altri se non ce ne fossero due memorie le quali hanno costantemente fatto resistenza a tutte le fortune: cioè la chiesa intitolata a suo nome, che ancora è in piedi, e quello che di lui racconta Gio. Villani»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="05.html#footnote-022">78</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Come evidenziano i Bollandisti, nel Commentario previo agli <hi rend="italic">Acta</hi>, in Toscana il culto per san Cresci e i suoi compagni martiri era quasi scomparso fin quando, nel XVII secolo, esso era stato rilanciato da Vittoria della Rovere (1622-1694), vedova del granduca Ferdinando II, che ne ottenne da Roma l’approvazione. Annuendo benevolmente alla sua richiesta, Clemente X il 6 maggio 1676 stabilì che il 24 ottobre la festa dei martiri fosse celebrata nella diocesi di Firenze. A questa data si era dispersa la memoria degli <hi rend="italic">Acta</hi> e non si conosceva l’esatto luogo nel quale giacevano le reliquie. </p><p rend="text">Spinto dalla devozione materna, Cosimo III (1642-1723), subentrato al padre nel governo del granducato nel 1670, decise di intraprendere, congiuntamente al restauro dell’antichissima pieve di San Cresci, anche la ricerca dei resti mortali di quei santi che la tradizione voleva essere rimasti in loco fin dall’epoca del martirio. Accanto al cantiere architettonico e archeologico di Valcava si apriva, grazie anche all’infaticabile zelo dell’abate Carlo Antonio Gondi – segretario di stato e ricco proprietario di una villa in Valcava, ove lo stesso Cosimo III non disdegnava di ricercare in estate sollievo dalle calure fiorentine –, anche quello dedicato alla tradizione manoscritta. Vennero così identificati diversi testimoni che furono sottoposti all’esame del noto erudito oratoriano Giacomo Laderchi<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="05.html#footnote-021">79</ref></hi></hi> – consulente di papa Clemente XI per questioni storiche, teologiche e giuridiche e in relazione col Gondi, che gli trasmise la documentazione – affinché ne verificasse l’autenticità comparandoli con la letteratura martiriale conosciuta. Il Laderchi, benché impegnatissimo continuatore degli <hi rend="italic">Annali ecclesiastici</hi> del Baronio, accolse l’invito del granduca, ed effettuò personalmente ricognizioni documentarie sia in Toscana sia a Roma<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="05.html#footnote-020">80</ref></hi></hi>, licenziando infine come autentici e sinceri gli <hi rend="italic">Acta</hi>, nonostante essi contenessero numerose incongruenze storiche<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="05.html#footnote-019">81</ref></hi></hi> e dottrinali (relative a dogmi definiti in epoca successiva al III secolo). La pubblicazione laderchiana<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="05.html#footnote-018">82</ref></hi></hi>, arricchita di un’appendice a cura di Anton Francesco Felici<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="05.html#footnote-017">83</ref></hi></hi>, sollevò una serie di perplessità che furono esposte da Gherardo Capassi<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="05.html#footnote-016">84</ref></hi></hi> in una lettera del 25 ottobre 1707 all’Abate (poi Monsignor) Fontanini<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="05.html#footnote-015">85</ref></hi></hi> in cui il dotto servita metteva in dubbio la ‘sincerità’ della <hi rend="italic">Passio</hi>: critiche cui lo stesso Laderchi replicò vivacemente sotto lo pseudonimo di Pier Donato Polidoro<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="05.html#footnote-014">86</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La controreplica del Capassi, che si esprimeva negativamente anche in merito al desiderio granducale di un ufficio liturgico proprio per san Cresci, fu addirittura offensiva<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="05.html#footnote-013">87</ref></hi></hi> e contribuì al degenerare della polemica nella quale vennero infine coinvolti altri eruditi di fama, come Benedetto Bacchini, maestro del Muratori, che mostrandosi ostili alla superficialità metodologica mostrata dal Laderchi in subordine polemizzavano volentieri con lui per la sua violenta posizione antigiansenista<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="05.html#footnote-012">88</ref></hi></hi>. Si vennero, quindi, a coagulare intorno alla questione di san Cresci una serie di interessi discordanti, che portarono ad un vero e proprio ‘caso politico’, come evidenzia il Bini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="05.html#footnote-011">89</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nel montare di questa polemica sarebbe interessante poter seguire più approfonditamente le reazioni del granduca Cosimo III che, dopo aver sponsorizzato il Laderchi ed aver già affrontato non poche spese per i restauri e le indagini archeologiche in Valcava, si trovava adesso esposto, nei fatti, allo stesso ludibrio con cui gli intellettuali ostili all’oratoriano avevano accolto la sua ‘validazione’ degli Atti di san Cresci. Che nella corte granducale la cosa fosse ormai divenuta una questione di stato lo rivela esplicitamente la severità con cui Cosimo intervenne contro il Capassi condannando il libro alle fiamme e l’autore all’esilio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="05.html#footnote-010">90</ref></hi></hi>; contemporaneamente il granduca avrebbe proibito ai principali attori intellettuali della vicenda la prosecuzione di questa rissa letteraria<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="05.html#footnote-009">91</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Per mettere definitivamente a tacere le polemiche egli incaricava infine uno stimato studioso fiorentino, il canonico Marcantonio de’ Mozzi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="05.html#footnote-008">92</ref></hi></hi>, non soltanto di dirimere la questione critica della ‘sincerità’ degli atti di san Cresci, ma anche di reimpostare l’intero problema della sua esistenza storica, ora corroborata, nel progredire dei lavori sul cantiere di Valcava, da reperti che attestavano l’antichità dell’area e la sua corrispondenza ai fatti narrati dagli <hi rend="italic">Acta</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="05.html#footnote-007">93</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> Il bavaglio al Laderchi e, cosa assai più grave, il silenzio imposto anche allo stimatissimo Bacchini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="05.html#footnote-006">94</ref></hi></hi>, non ultima la severità riservata al Capassi, non lasciano dubbi sulla volontà granducale di ripristinare la dignità statuale del culto di Cresci che era stata messa in dubbio dall’acribia di studiosi e polemisti filogiansenisti ai quale la corte toscana era particolarmente ostile. Sembra di intravvedere dietro le recise disposizione del granduca l’ombra sfuggente e fidatissima del segretario di stato, quel canonico Carlo Antonio Gondi alla cui attenzione erano sottoposti tutti i più importanti affari del granducato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="05.html#footnote-005">95</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Fortemente radicato nella clientela del principe – e forse proprio grazie allo stesso Gondi – anche il dotto fiorentino Marcantonio de’ Mozzi, cui Cosimo III si era rivolto per ristabilire la ‘sincerità’ degli atti di san Cresci, fu uno dei canonici della metropolitana (camarlingo capitolare dal 1727) e personaggio di fiducia della curia, per conto della quale assolse numerosi incarichi di prestigio. Come non immaginare un plauso della canonica quando nel 1710 il granduca gli affidava l’incarico di scrivere la Storia di san Cresci, unitamente a quella della pieve di Valcava a lui dedicata, in occasione del «risarcimento che egli [Cosimo III] assunse del Santuario di Valcava in Mugello sotto il titolo dei Ss. Cresci, e Compagni Martiri […] e in congiuntura delle note dispute circa gli Atti di questi santi, insorte trà i famosi teologi, e istoriografi Gherardo Capassi servita, e Giacomo Laderchi filippino»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="05.html#footnote-004">96</ref></hi></hi>. L’attesa della conclusione della ‘lite per san Cresci’ aveva spinto il De’ Mozzi a rinviare la pubblicazione del suo lavoro, come egli stesso dichiarava nella premessa «al lettore»: </p><p rend="quotation_b">ha tardato soverchiamente questa mia Opera a venire alla luce, non per altro, se non perché, volendo io di un’antichissimo Santo ragionare, dovea certamente provvedermi di tutto ciò che faceva di mestieri per condurre a fine una così difficile impresa. In oltre quando io era di già in essa molto avanzato, si sono levate per ogni parte fierissime controversie; onde mi è convenuto sospendere di vantaggio questo lavoro, per dilucidar meglio la proposta materia. Confesso veramente che le dottissime critiche sopra gli Atti di S. Cresci mi hanno molto giovato per questa credo essere stata l’intenzione di quei Letterati Uomini i quali a principio hanno promossi alcuni dubbj intorno agli Atti di questo Santo. Costoro certamente conosceranno dalle mie riflessioni sopra i medesimi che io non ho altro interesse in questa causa fuori che la gloria d’Iddio e di questi Santi Martiri, e l’ubbidienza del mio Sovrano Principe, e che io ho parlato con sincerità di cuore e senza veruna passione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="05.html#footnote-003">97</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Dopo aver rapidamente fatto cenno ai codici esaminati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="05.html#footnote-002">98</ref></hi></hi> e cogliendo l’occasione della sommaria descrizione dei manoscritti, egli ne forniva la trascrizione corredata da una traduzione in volgare a fronte<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="05.html#footnote-001">99</ref></hi></hi> con cui chiudeva la prima parte dell’opera. La seconda, assai più articolata e analitica, illustrava le vicende della chiesa di San Cresci in Valcava, dedicando una fedele relazione ai ritrovamenti archeologici <hi rend="italic">in situ</hi> che confermavano l’antichità del luogo, nonché la natura esaugurale del culto di Cresci e dei suoi compagni rispetto ad un sacello pagano. Il dotto canonico documentò analiticamente anche il ritrovamento delle reliquie di Cresci e dei suoi compagni, nonché del loro sangue martiriale che aveva intriso le pietre di pavimentazione della chiesa colorandole in maniera indelebile. Di ciascuno di questi sacri pegni, così come della loro deposizione nei nuovi spazi della chiesa restaurata, egli fornì non solo l’esatta collocazione, ma anche i testi delle molte lapidi e delle iscrizioni con cui Cosimo III volle fosse eternato questo suo intervento di restituzione memoriale.</p><p rend="text">Monumento alla dignità mugellana che lo accomunava a quei lontani ed oscuri martiri del III secolo, il sovrano elevò quello sperduto angolo del granducato alla sacertà di un santuario di famiglia, riabilitando la ‘vera’ storia di san Cresci e dei suoi compagni di martirio messa in dubbio dalla severità giansenista.</p><p rend="text">Molta acqua era passata sotto i ponti da quando i canonici della metropolitana fiorentina avevano scelto Cresci come proprio emblema martiriale, contrapponendolo al Miniato vescovile: con Cosimo III e l’abate Gondi questo nome si sarebbe associato al casato mediceo e alla particolare devozione politica che Cosimo, per suo tramite, intese imporre alla Toscana alla vigilia, ormai incombente, del declino della sua famiglia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="05.html#footnote-000">100</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">Bibliografia</p><p rend="bib_indx_bib_tit ParaOverride-3">Fonti</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="italic">Le carte del monastero di S. 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Gherardo Capassi dell’Ordine de’ servi di Maria a Giusto Fontanini contro gli atti de’ medesimi santi dati alla luce da Giacomo Laderchi prete della Congregazione dell’Oratorio di Roma</hi>, Nella stamperia di S.A.R. per Jacopo Guiducci, e Santi Franchi, Firenze 1711<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2 </hi>(1a ed. 1708).</p><p rend="bib_indx_bib">Cortese M.E., <hi rend="italic">Signori, castelli, città. L’aristocrazia del territorio fiorentino tra X e XII secolo</hi>, Olschki, Firenze 2007.</p><p rend="bib_indx_bib">D’Acunto N.,<hi rend="italic"> L’età dell’obbedienza. 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A suo dire sarebbe stata proprio la vita redatta da Drogone a segnare «il principio di una lunga serie di vite di santi, rifacimenti o invenzioni con le quali ha inizio la letteratura fiorentina» (ivi, p. 201). Su Robert Davidshon e la sua personalità di storiografo cfr. W.F. Vinattieri, M. Ingendaay Rodio (a cura di),<hi rend="italic"> Robert Davidsohn (1853-1937): uno spirito libero tra cronaca e storia</hi>, Olschki, Firenze 2003. Sulla produzione agiografica del periodo P. Licciardello, <hi rend="italic">Agiografia latina dell’Italia centrale, 950-1130</hi>, in G. Philippart (ed.), <hi rend="italic">Hagiographies. </hi><hi rend="italic" >Histoire Internationale de la littérature hagiographique latine et vernaculaire en Occident des Origines à 1550</hi><hi >, </hi>V, Brepols, Turnhout 2010, pp. 447-729.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="05.html#footnote-098-backlink">2</ref></hi>	Si veda ora l’importante dossier agiografico relativo a Miniato curato da S. Nocentini, <hi rend="italic">Le Passioni di san Miniato martire fiorentino, edizione critica</hi>, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2018.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-097-backlink">3</ref></hi>	Per la vicenda martiriale cittadina cfr. P. Santoni, <hi rend="italic">I martiri di Firenze sotto la persecuzione di Decio ed il loro culto: San Cresci, San Miniato e compagni martiri: appunti storici</hi>, LEF, Firenze 1963, nonostante l’assenza di un apparato critico di riferimento. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-096-backlink">4</ref></hi>	M. Ronzani, <hi rend="italic">Vescovi, canoniche e cattedrali nella Tuscia dei secoli X e XI: qualche considerazione a partire dall’esempio di Fiesole</hi>, in M. Borgioli (a cura di), <hi rend="italic">Un archivio, una diocesi. Fiesole nel Medioevo e nell’Età Moderna</hi>, Olschki, Firenze 1996, pp. 3-21.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-095-backlink">5</ref></hi>	<hi rend="italic">Bibliotheca hagiographica Latina antiquae et mediae aetatis</hi>, edd. Socii Bollandiani, Bruxelles, Société des Bollandistes, 1992, (d’ora in avanti BHL), 7330-7334. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-094-backlink">6</ref></hi>	Contemporanea è anche l’attribuzione a Romolo del ruolo di protovescovo: <hi rend="italic">Laudactio auct. Teuthone</hi> ab., BHL 7329; A. Benvenuti, <hi rend="italic">Note in margine al culto di san Romolo</hi>, in P. Pirillo, M. Ronzani (a cura di), <hi rend="italic">Storie di una pieve del Valdarno. San Romolo a Gaville in età medievale</hi>, Viella, Roma 2008, pp. 79-88.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-093-backlink">7</ref></hi>	Mi riferisco qui all’ipotesi di una anticipazione all’XI secolo, in particolare durante il mandato episcopale del vescovo fiorentino Ildebrando, del conflitto con Fiesole poi conclusosi nel 1125. Per questa lettura, fondata su una già diffusa opinione storiografica, A. Benvenuti, <hi rend="italic">Il</hi> bellum fesulanum <hi rend="italic">e il mito delle origini fiorentine</hi>, in Borgioli, <hi rend="italic">Un archivio, una diocesi</hi>, cit., pp. 23-39; Ead., <hi rend="italic">Fiesole, una diocesi tra smembramenti e rapine</hi>, in G. Francesconi (a cura di), <hi rend="italic">Vescovi e città nell’alto medioevo: quadri generali e realtà toscane</hi>, Società pistoiese di storia patria, Pistoia 2001, pp. 203-240. Si vedano anche Ead., <hi rend="italic">Stratigrafie della memoria: scritture agiografiche e mutamenti architettonici nella vicenda del “Complesso cattedrale” fiorentino</hi>, in D. Cardini (a cura di), <hi rend="italic">Il bel San Giovanni e Santa Maria del Fiore. Il centro religioso a Firenze dal tardo antico al Rinascimento</hi>, Le lettere, Firenze 1996, pp. 95-128; E. Faini, <hi rend="italic">Firenze nell’età romanica (1000-1211). L’espansione urbana, lo sviluppo istituzionale, il rapporto con il territorio</hi>, Olschki, Firenze 2010, pp. 230-248; e Id., <hi rend="italic">I vescovi dimenticati. Memoria e oblio dei vescovi fiorentini e fiesolani dell’età pre-gregoriana</hi>, in P.D. Giovannoni, M.P. Paoli, L. Tanzini (a cura di), <hi rend="italic">Il cristianesimo fiorentino. Tradizioni e peculiarità di una storia secolare</hi>, «Annali di Storia di Firenze», VIII, 2013, pp. 11-49, &lt;<ref target="http://www.storiadifirenze.org/wp-content/uploads/2014/04/ASdF_2013_8_online.pdf">http://www.storiadifirenze.org/wp-content/uploads/2014/04/ASdF_2013_8_online.pdf</ref>&gt; (02/2021).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-092-backlink">8</ref></hi>	Benvenuti, <hi rend="italic">Note in margine</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="05.html#footnote-091-backlink">9</ref></hi>	M.E. Cortese, <hi rend="italic">Signori, castelli, città. L’aristocrazia del territorio fiorentino tra X e XII secolo</hi>, Olschki, Firenze 2007. Il cattivo stato della chiesa fiesolana secondo Faini, <hi rend="italic">I vescovi dimenticati</hi>, cit.,<hi rend="italic"> </hi>pp. 17-21, è da attribuire agli abusi dell’aristocrazia territoriale e non agli amministratori ecclesiastici, a cominciare dal malfamato vescovo Regembaldo, espressione semmai di un gruppo aristocratico che per circa un secolo – fino agli inizi dell’XI – detenne importanti uffici sia nella chiesa fiesolana che in quella fiorentina, assicurando nei fatti la comunanza di interessi delle due sedi contermini. Questo condominio, a suo avviso, avrebbe evitato il deflagrare di conflitti fino al secolo successivo. Tuttavia, pur ammettendo questo <hi rend="italic">trend</hi>, non si possono neppure escludere, specie alla luce della rapsodicità della documentazione, episodi di tensione, visto, come evidenzia lo stesso Faini, il carattere aggressivo di Regembaldo nel difendere gli interessi della diocesi fiesolana (interessi certamente coincidenti con quelli del suo casato) e le altrettanto forti motivazioni del contermine collega Ildebrando, che oltretutto non pare espressione di quella ‘aristocrazia vescovile’ che Faini collega a Regembaldo. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-090-backlink">10</ref></hi>	Jacopo aveva deciso la traslazione del titolo cattedrale e delle memorie anticamente custodite in San Romolo all’interno delle mura della rocca per rimediare al degrado in cui versava l’antica chiesta extramuraria. Provvisoriamente deposte nella cripta del nuovo edificio, le reliquie dei santi fiesolani, Romolo in testa, attesero fino al 1032 la consacrazione della nuova cattedrale (Benvenuti, <hi rend="italic">Note in margine</hi>, cit.).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-089-backlink">11</ref></hi>	Interessante, ma ancora da fare, è l’analisi complessiva del santorale fiesolano. Per i due importanti leggendari conservati a Fiesole cfr. G.N. Verrando, <hi rend="italic">I due leggendari di Fiesole</hi>, «Aevum», LXXIV (2), 2000, pp. 443-491. Parte significativa della memoria agiografica dell’area fiesolana è trasmessa da codici fiorentini. Cfr. ad es. R.E. Guglielmetti (a cura di),<hi rend="italic"> I testi agiografici latini nei codici della Biblioteca Medicea Laurenziana</hi>, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2007, nn. 90-98.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-088-backlink">12</ref></hi>	A. Degl’Innocenti, <hi rend="italic">Donato di Fiesole</hi>, <hi rend="italic">santo</hi>, in <hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi>, 41, Istituto dell’Enciclopedia italiana, Roma 1992 (d’ora in avanti DBI, facendo riferimento all’edizione online &lt;<ref target="http://www.treccani.it">www.treccani.it</ref>./biografie&gt;, per la quale non necessita il riferimento alla pagine dell’edizione a stampa), &lt;<ref target="http://www.treccani.it/enciclopedia/donato-di-fiesole-santo_%28Dizionario-Biografico%29/">http://www.treccani.it/enciclopedia/donato-di-fiesole-santo_%28Dizionario-Biografico%29/</ref>&gt; (02/2021).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-087-backlink">13</ref></hi>	A. D’Addario, <hi rend="italic">Alessandro, santo</hi>, in DBI, 2, 1960, <ref target="https://www.treccani.it/enciclopedia/santo-alessandro_(Dizionario-Biografico)/">&lt;https://www.treccani.it/enciclopedia/santo-alessandro_(Dizionario-Biografico)/&gt;</ref> (02/2021). Si veda anche l’interessante lettura di Faini, <hi rend="italic">I vescovi dimenticati</hi>, cit.,<hi rend="italic"> </hi>p. 16.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-086-backlink">14</ref></hi>	Ignorata in BHL, la leggenda di Gaudenzio, da non confondere con l’omonimo vescovo e martire di Rimini, eremita vissuto in questi monti nel V-VI sec. d. C, è trasmessa da un codice dell’XI secolo conservato a Firenze nella Biblioteca Medicea Laurenziana: <hi rend="italic">I testi agiografici latini</hi>,<hi rend="italic"> </hi>cit., n. 217, III. L’insediamento monastico, probabilmente più antico, fu ripristinato da Jacopo il Bavaro e poi massicciamente restaurato dal vescovo Trasmondo, che nel 1070 lo consacrò solennemente dotandolo di fonte battesimale e destinandolo a sede delle spoglie di san Gaudenzio. Sul contesto generale dell’insediamento che sarebbe disceso dalla fondazione monastica cfr. A. Altieri, <hi rend="italic">San Godenzo. Un popolo, un’abbazia in Alta Val di Sieve</hi>, Comune di San Godenzo, San Godenzo 1994.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="05.html#footnote-085-backlink">15</ref></hi>	N. D’Acunto, <hi rend="italic">L’età dell’obbedienza. Papato, Impero e poteri locali nel secolo XI</hi>, Liguori, Napoli 2007; questa epoca, cerniera della vicenda cittadina, è stata recentemente rivisitata – dopo l’intensa stagione storiografica degli anni Sessanta del secolo scorso – con risultati originali ben radicati nell’indagine documentaria e prosopografica: si vedano in particolare gli studi di Faini, <hi rend="italic">Firenze nell’età romanica</hi>, cit., pp. 230-248 e Id., <hi rend="italic">I vescovi dimenticati</hi>, cit.<hi rend="italic"> </hi>Sul ruolo dei vescovi nello specifico contesto fiorentino e fiesolano si vedano, nel volume <hi rend="italic">Vescovo e città nell’alto Medioevo</hi>,<hi rend="italic"> </hi>cit<hi rend="italic">.</hi>, i saggi di Paolo Pirillo, <hi rend="italic">Firenze: il vescovo e la città nell’Alto Medioevo</hi>, pp. 179-201 e di Benvenuti, <hi rend="italic">Fiesole: una diocesi</hi>,<hi rend="italic"> </hi>cit.). Sul caso fiesolano cfr. nel volume di Borgioli, <hi rend="italic">Un archivio, una diocesi</hi>,<hi rend="italic"> </hi>cit.,<hi rend="italic"> </hi>i saggi di Ronzani, <hi rend="italic">Vescovi</hi>, e di Benvenuti, <hi rend="italic">Il </hi>bellum fesulanum, pp. 23-39<hi rend="italic">.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-084-backlink">16</ref></hi>	<hi rend="italic">Regesta pontificum romanorum</hi>, edd. Philippus Jaffé, Samuel Loewenfeld, Ferdinand Kaltenbrunner, Paul Ewald, Lipsia 1885-1888, n. 4379; Davidsohn, <hi rend="italic">Storia di Firenze</hi>, cit., I, p. 463, n. 1. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-083-backlink">17</ref></hi>	«Avemo raccontate le storie di questi due santi [Miniato e Cresci] acciò che s’abbiano in reverenza e in memoria a’ fiorentini, sì come per la fede di Cristo in questa nostra contrada furono martirizzati e sono i loro corpi santi» (G. Villani, <hi rend="italic">Nuova Cronica</hi>, a cura di G. Porta, Guanda, Parma 1990, I, lib. II, rub. XXI, rr. 9-13 (d’ora in avanti: Villani, seguito dall’indicazione del libro, della rubrica, delle righe della citazione e dalle pagine dell’edizione).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-082-backlink">18</ref></hi>	«Bene troviamo noi per più antiche cronache che al tempo di Nerone imperadore nella nostra città di Firenze e nella contrada da prima fu recata da Roma la verace fede del Cristo per Frontino e Paulino discepoli di santo Pietro, ma ciò fu tacitamente e in pochi fedeli, per paura de’ vicarii e proposti degl’imperatori, ch’erano idolatri, e perseguivano li cristiani dovunque gli trovavano» (Villani, II, XXI, rr. 13-20).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-081-backlink">19</ref></hi>	«E troviamo che Decio imperadore l’anno suo primo, ciò fu gli anni di Cristo CCLII, essendo in Firenze si come camera d’imperio, dimorandovi a suo diletto, e il detto Decio perseguitando duramente i cristiani dovunque gli sentiva e trovava, udì dire come il beato santo Miniato eremita abitava presso a Firenze con suoi discepoli e compagni in una selva che si chiamava Arisbotto fiorentina, di dietro la dove è oggi la sua chiesa» (Villani, II, XX, rr. 10-17, p. 83).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-080-backlink">20</ref></hi>	Villani, II, XXI, r. 1-22, p. 86. Villani, seguendo l’errore dell’anonimo agiografo di Cresci, attribuisce a Decio un soggiorno a Firenze di cui non esiste alcun riscontro.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-079-backlink">21</ref></hi>	Secondo la <hi rend="italic">Passio</hi> (BHL 1987-1988: <hi rend="italic">Crescius et soc. mm. in Tuscia, sub Decio</hi>) Cresci sarebbe giunto a Firenze dalla Germania durante la persecuzione di Decio. Per sfuggire all’arresto avrebbe condotto per qualche tempo vita eremitica in una foresta prossima alla città (la selva di Arisbotto per il Villani). Qui sarebbe entrato in contatto con altri cristiani, tra cui Miniato, coi quali sarebbe stato arrestato. Liberato dal carceriere Onnione, convertitosi in seguito all’esorcismo con cui Cresci aveva liberato sua figlia indemoniata, sarebbe fuggito con lui e con Ezio (familiare di Onnione) alla volta di Faenza. Giunto in Valcava il gruppo sarebbe stato ospitato da Panfilia, di cui Cresci guariva il figlio Cerbone. Raggiunti dagli inseguitori, Onnione e Ezio sarebbero stati malmenati e uccisi. Cresci, in particolare, come il suo più noto collega Miniato, veniva decapitato e la sua testa portata in giro issata su una picca. I loro resti sarebbero stati sepolti da Panfilia e da suo figlio che, riconosciuti come cristiani, sarebbero stati a loro volta martirizzati (cfr. G. Raspini, <hi rend="italic">Cresci, Ezio, Onnione, Cerbone, Panfilia</hi>, in <hi rend="italic">Bibliotheca Sanctorum</hi>, IV, Paoline, Roma 1964, coll. 295-296).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-078-backlink">22</ref></hi>	Come vedremo meglio in seguito, la prima edizione degli <hi rend="italic">Acta</hi> fu curata da Giacomo Laderchi per incarico di Cosimo III de’ Medici (Jacobus Laderchius, <hi rend="italic">Acta Passionis Ss. Martyrum Cresci et Socior. ex MS Codic. Biblioth. Mediceo Laurentianae Metropolitanae Ecclesiae Florentinae et Sapientiae Romanae nunc primum edita et a Iacobo Laderchio Congregat. Oratorii Urbis Presbitero asserta et illustrata</hi>, Typis apud Marian. Albizzini, Florentiae 1707, in fol.); cui per completezza sull’antichità del culto e le sue testimonianze materiali si aggiunse l’appendice curata da Anton Francesco F. Felici, <hi rend="italic">Appendix ad acta SS. Crescii, et sociorvm martyrvm edita a Jacobo Laderchio Perpetui eorum cultus monumenta complectens</hi>,<hi rend="italic"> </hi>ivi, pp. 99 sgg. Seguì, quindi, l’edizione di M. De’ Mozzi, <hi rend="italic">Storia di S. Cresci e de’ ss. compagni martiri e della chiesa del medesimo santo posta in Valcava del Mugello</hi>, nella stamperia di S.A.R., per Anton Maria Albizzini, Firenze 1710. Riassumeva la questione diversi anni dopo G. Lami, <hi rend="italic">Sanctae Ecclesiae Florentinae Monumenta</hi>, III, <hi rend="italic">Acta apocripha et dubia</hi>, Ex Typographio Deiparae ab Angeli Salutate, Florentiae 1758, pp. LI-LX. Tutte queste edizioni furono infine riproposte dai Bollandisti, <hi rend="italic">De sanctis Crescio, Omnione et sociis (Emptio, Cerbonio, Pamphilia) martyribus in agro mugellano in Tuscia</hi>, <hi rend="italic">Acta Sanctorum </hi>Oct. X, Palmé, Parisiis et Romae 1869, pp. 583-614, d’ora in poi citato in sigla come AASS, (commentario previo, pp. 583-589); <hi rend="italic">Acta</hi>, 589-598; <hi rend="italic">gloria postuma</hi>, 598-614).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-077-backlink">23</ref></hi>	Questa l’opinione del De’ Mozzi, il quale nel rilevare l’assenza del prologo in tutti i testimoni da lui analizzati (il testo inizia infatti con <hi rend="italic">Igitur</hi>) ipotizza l’esistenza di un antigrafo perduto. La datazione tra XI e XII secolo è ripresa anche dai Bollandisti (AASS, Oct. X, p. 585: «È chiaro che gli Atti non possono essere datati al III secolo, come vuole Laderchi, ma tra le fine dell’XI e gli inizi del XII». Per i manoscritti da lui utilizzati cfr. <hi rend="italic">Prefazione</hi>, pp. I-II. Seguendo la nostra ipotesi di datazione – che si giustifica con l’analisi del contesto storico più probabile per l’elaborazione del testo – gli <hi rend="italic">Acta</hi> si collocano negli anni Trenta dell’XI secolo. Vedi <hi rend="italic">infra</hi>. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-076-backlink">24</ref></hi>	<hi rend="italic">Passionario</hi>, in L. Fabbri, M.A. Tacconi (a cura di), <hi rend="italic">I libri del Duomo di Firenze. Codici liturgici e Biblioteca di Santa Maria del Fiore (secoli XI-XVI)</hi>, Centro Di, Firenze 1997, n. cat. 29, p. 142; <hi rend="italic">Passionario/Leggendario</hi>, ivi, n. cat. 62, pp. 186-187. Per la tradizione liturgica successiva cfr. <hi rend="italic">Mores et consuetudines ecclesiae florentinae</hi>, a cura di D. Moreni, Typis P. Allegrinii, Florentiae 1794 (cfr. <hi rend="italic">I libri del Duomo</hi>, cit., n. cat. 61, pp. 175-176), e il più tardo <hi rend="italic">Ordo Officiorum</hi> della cattedrale fiorentina trasmesso dal Ms. Riccardiano 3005, edito non troppo attentamente da M. Tubbini, <hi rend="italic">Due significativi manoscritti della cattedrale di Firenze (Mss. Firenze. Biblioteca Riccardiana 3005 e Archivio dell’Opera di Santa Maria del Fiore, la. 3-8). Studio introduttivo e trascrizione (Contributo alla conoscenza delle fonti per le celebrazioni liturgiche)</hi>, Thesis doc., Pontificium Athenaeum S. Anselmi de Urbe, Roma 1996. Entrambi sono stati malamente ripubblicati da F. Toker, <hi rend="italic">On Holy Ground. </hi><hi rend="italic" >Liturgy, Architecture and Urbanism in the Cathedral and the Streets of Medieval Florence</hi><hi >, Harvey Miller-Brepols, London-Turnhout 2009. </hi>Per la tradizione liturgica della cattedrale fiorentina, M.A. Tacconi, <hi rend="italic">Cathedral and Civic Ritual in Late Medieval and Renaissance Florence. </hi><hi rend="italic" >The Service Books of Santa Maria del Fiore</hi><hi >, Cambridge University Press, Cambridge 2005. </hi>Un ms. della University Library di Cambridge, Add. 9482 contenente una liturgia per i santi Cresco, Ezio e Onnione, datato XIV/2-XV/1 è edito da G. Baroffio, Eun Ju Kim, <hi rend="italic">La liturgia del martire Cresco</hi>, «Rivista internazionale di musica sacra», XXXII (2), 2011, pp. 223-244. Alle annotazioni di Giacomo Baroffio si deve l’indicazione che nel foglio di guardia del ms. si trasmette un documento relativo alla visita pastorale compiuta in Valcava nel 1568 dall’arcivescovo di Firenze Antonio Altoviti in ottemperanza ai decreti tridentini.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-075-backlink">25</ref></hi>	Benvenuti, <hi rend="italic">Fiesole, una diocesi</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-074-backlink">26</ref></hi>	E. Repetti, <hi rend="italic">Dizionario geografico fisico storico della Toscana</hi>, Presso l’Autore, Firenze 1833-1843 (rist. an. Firenze, Cassa di risparmio, 1977), I, pp. 65, 8-9 (d’ora in poi Repetti, <hi rend="italic">Dizionario</hi>); la pieve è ricordata in un documento del 941 (R. Piattoli,<hi rend="italic"> Le carte della canonica della cattedrale di Firenze: 723-1149</hi>,<hi rend="italic"> </hi>ISIME, Roma 1938, p. 32, n. 11).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-073-backlink">27</ref></hi>	D.M. Manni, <hi rend="italic">Vita di Arlotto Mainardi piouano di S. Cresci a Maciuoli. Del signor Domenico Maria Manni, e da lui terza edizione corretta, ed accresciuta</hi>, In Venezia, Antonio Zatta, 1760; <hi rend="italic">Motti e facezie del Piovano Arlotto,</hi> a cura di G. Folena, Ricciardi, Milano-Napoli 1953.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-072-backlink">28</ref></hi>	Repetti, <hi rend="italic">Dizionario</hi>, cit., III, pp. 390-391.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-071-backlink">29</ref></hi>	Ivi, I, pp. 413-417. La pieve fu di patronato dei Mazzinghi, i quali, provenienti da quest’area, vi mantennero fino al XII secolo proprietà e diritti. Cfr. R. Bernardi, P. Nistri, V. Rizzo (a cura di),<hi rend="italic"> San Cresci e San Giusto a Campi – Due patroni, due chiese, due popoli</hi>, Associazione Campi per Campi, Firenze 1996, p. 84; P. Ristori, <hi rend="italic">Chiesa fiorentina e clero della cattedrale dalle origini al Giubileo del 1300. Vicende storiche, attività amministrativa, vita liturgica</hi>, Pagnini, Firenze 2015, pp. 243-244.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="05.html#footnote-070-backlink">30</ref></hi>	G.W. Dameron<hi rend="italic">, Episcopal Power and Florentine Society, 1000-1320</hi>, Harvard University Press, Cambridge (MA) 1991. <hi >F. Orlandi (</hi><hi rend="italic" >Orlendius</hi><hi >), </hi><hi rend="italic" >Orbis sacer et profanus</hi><hi >, Typis Bernardi Paperinis, Florentiae 1739, t. III, pars II, lib. </hi>III, cap. XXXIV, <hi rend="italic">lectio</hi> XV, p. 1143, ricordando il martirio di Cresci richiama l’<hi rend="italic">ager</hi> mugellano come già di pertinenza fiesolana. Ne sarebbero riprova i richiami a Cresci e compagni presenti nelle <hi rend="italic">Tabulae ecclesiae fesulanae</hi> ricordate da Lami, <hi rend="italic">Sanctae Ecclesiae</hi>, cit., III, p. LII. Tra i manoscritti di Giovanni Lami conservati nella Biblioteca Riccardiana esistono molti appunti sulla storia della chiesa di San Cresci in Valcava confluiti solo in parte nei <hi rend="italic">Sanctae Ecclesiae Florentinae Monumenta</hi> (Ricc. 3781, cc. 238-249), &lt;<ref target="https://manus.iccu.sbn.it//opac_SchedaScheda.php?ID=195350">https://manus.iccu.sbn.it//opac_SchedaScheda.php?ID=195350</ref>&gt; (02/2021).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-069-backlink">31</ref></hi>	Repetti, <hi rend="italic">Dizionario</hi>, cit., V, col. 625. Molto ben documentata per il XIII secolo, quando essa fu teatro di episodi di ribellione al governo episcopale fiorentino, tale zona è singolarmente carente di attestazioni per il periodo precedente. Circa il dominio dei vescovi fiorentini in quest’area del Mugello cfr. Dameron, <hi rend="italic">Episcopal Power</hi>, cit., <hi rend="italic">ad indicem</hi> (Valcava).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-068-backlink">32</ref></hi>	Piattoli, <hi rend="italic">Le carte</hi>, cit., pp. 102-109; Ristori, <hi rend="italic">Chiesa</hi>, cit., pp. 46-47.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-067-backlink">33</ref></hi>	Ovidio Capitani, <hi rend="italic">Attone</hi>, in DBI, 4, 1962, &lt;<ref target="http://www.treccani.it/enciclopedia/attone_(Dizionario-Biografico">http://www.treccani.it/enciclopedia/attone_(Dizionario-Biografico</ref>)&gt; (02/2021).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-066-backlink">34</ref></hi>	Il privilegio fu ratificato formalmente da Corrado II nel 1037 (Conradi II <hi rend="italic">Diplomata</hi>, in <hi rend="italic">Monumenta Germaniae Historica, Diplomata imperatorum et regum Germaniae</hi>, IV, Hannoverae et Lipsiae 1909, pp. 338-340, n. 246) e da papa Benedetto IX nel 1038 (Piattoli, <hi rend="italic">Le carte</hi>, cit., pp. 109-111). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-065-backlink">35</ref></hi>	Piattoli, <hi rend="italic">Le carte</hi>, cit., p. 102; Ristori, <hi rend="italic">Chiesa</hi>, cit., p. 47.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-064-backlink">36</ref></hi>	24 marzo 1038 (Piattoli, <hi rend="italic">Le carte</hi>, cit., pp. 111-113; Ristori, <hi rend="italic">Chiesa</hi>, cit., p. 48).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-063-backlink">37</ref></hi>	13 luglio 1050 (Piattoli, <hi rend="italic">Le carte</hi>, cit., pp. 141-150; Ristori, <hi rend="italic">Chiesa</hi>, cit., p. 61).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-062-backlink">38</ref></hi>	Il documento, molto noto, è stato approfonditamente analizzato da Renato Piattoli, <hi rend="italic">Miscellanea diplomatica (I). Per l’edizione più emendata del diploma di re Berengario I</hi> <hi rend="italic">alla chiesa fiorentina (899. 25 aprile)</hi>, «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medioevo e Archivio Muratoriano», L, 1935, pp. 63-77: 65, e Id., <hi rend="italic">Le carte</hi>, cit., pp. 23-25; <hi rend="italic">Le carte del monastero di S. Miniato al Monte (secoli IX-XII)</hi>, a cura di L. Mosiici, Olschki, Firenze 1990, n. 1, pp. 53-56. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-061-backlink">39</ref></hi>	C. Minerbetti, <hi rend="italic">Relazione sulle sante reliquie della chiesa metropolitana della città di Firenze, fatta nel MDCV</hi>,<hi rend="italic"> </hi>per Giacomo Monti, Bologna 1681. Nel XIII secolo i resti di Crescenzio erano tumulati nell’altare di San Marco; <hi rend="italic">Mores et consuetudines</hi>, cit., p. 47.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-060-backlink">40</ref></hi>	Per F. Lanzoni, <hi rend="italic">Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (a. 604)</hi>, Lega, Faenza 1927, p. 576, il nome Crescenzio si riferirebbe al martire romano e non al fiorentino discepolo di Zanobi. Cfr. anche Lami, <hi rend="italic">Sanctae Ecclesiae</hi>, cit., III, pp. LI-LX.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-059-backlink">41</ref></hi>	In assenza di riscontri documentari si può solo chiamare a testimone di questa lettura il fatto che nelle epoche successive sull’ala sud dell’edificio avrebbe insistito, oltre che la porta dei canonici, l’intero insieme delle pertinenze del capitolo.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-058-backlink">42</ref></hi>	Dopo gli studi che si accompagnarono agli scavi (G. Morozzi, F. Toker, J.A. Herrmann, <hi rend="italic">Santa Reparata. L’antica cattedrale fiorentina, i risultati dello scavo condotto dal 1965 al 1974</hi>, Bonechi, Firenze 1974; G. Morozzi, <hi rend="italic">La cattedrale di Santa Reparata</hi>, «Antichità viva», XXI [2-3], 1982, pp. 85-91), Franklin Toker, che vi prese parte, ha promosso un imponente lavoro sulla cattedrale dal titolo <hi rend="italic">The Florence Duomo Project</hi>, nell’ambito del quale sono comparsi più volumi non tutti di adeguato valore scientifico. Nella fattispecie, per una anamnesi delle campagne archeologiche che hanno interessato la cattedrale, cfr. F. Toker, <hi rend="italic">Archaeological Campaigns below the Florence Duomo and Baptistery, 1895-1980</hi>, Harvey Miller Publishers, Turnhout-Brepols-London 2013 (The Florence Duomo project, 2). Si veda anche T. Verdon, A. Innocenti (a cura di), <hi rend="italic">La Cattedrale e la città. Saggi sul Duomo di Firenze</hi>, Edifir, Firenze 2001, voll. 7.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-057-backlink">43</ref></hi>	Sulle profonde interrelazioni tra chierici fiorentini e fiesolani cfr. Faini, <hi rend="italic">Firenze</hi>, cit., pp. 236-238; Benvenuti, <hi rend="italic">Il bellum faesulanum</hi>, cit., p. 33.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-056-backlink">44</ref></hi>	C. Nardi, <hi rend="italic">La fortuna di Ambrogio nelle memorie medioevali di Zanobi, vescovo di Firenze</hi>, in A. Benvenuti, F. Cardini, E. Giannarelli (a cura di), <hi rend="italic">Le radici cristiane di Firenze</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Alinea, Firenze 1994, pp. 77-116.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-055-backlink">45</ref></hi>	Per la tradizione storiografica relativa a questo importante episodio si rinvia solo ai recenti F. Salvestrini, <hi rend="italic">La prova del fuoco. Vita religiosa e identità cittadina nella tradizione del monachesimo fiorentino (seconda metà del secolo XI)</hi>, «Studi Medievali», LVII (3), 2016, pp. 87-127; Id., Ignis probatione cognoscere. <hi rend="italic">Manifestazioni del divino e riflessi politici nella Firenze dei secoli XI e XV</hi>, in P. Cozzo (a cura di), <hi rend="italic">Apparizioni e rivoluzioni. L’uso pubblico delle ierofanie fra tardo antico ed età contemporanea</hi>, «Studi e Materiali di Storia delle Religioni», LXXXV (2), 2019, pp. 472-482.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-054-backlink">46</ref></hi>	N. D’Acunto, <hi rend="italic">Mezzabarba Pietro</hi>, in DBI, 74, 2010, &lt;<ref target="http://www.treccani.it/enciclopedia/pietro-mezzabarba_%28Dizionario-Biografico%29/">http://www.treccani.it/enciclopedia/pietro-mezzabarba_%28Dizionario-Biografico%29/</ref>&gt; (02/2021); della sterminata bibliografia su questo complesso periodo si rinvia agli studi di Nicolangelo d’Acunto, ora raccolti in <hi rend="italic">L’età dell’obbedienza</hi>, cit.; e a Id., <hi rend="italic">La lotta per le investiture. Una rivoluzione medievale (998-1122)</hi>, Carocci, Roma 2020. Si vedano anche A. Benvenuti, <hi rend="italic">San Giovanni Gualberto e Firenze</hi>, in G. Monzio Compagnoni (a cura di),<hi rend="italic"> I vallombrosani nella società italiana dei secoli XI e XII</hi>, Ed. Vallombrosa, Vallombrosa 1995, pp. 83-112; M. Ronzani, <hi rend="italic">Il monachesimo toscano del secolo XI: note storiografiche e proposte di ricerca</hi>, in A. Rusconi (a cura di), <hi rend="italic">Guido d’Arezzo monaco pomposiano</hi>, Olschki, Firenze 2000, pp. 21-53; Id., <hi rend="italic">Pietro Mezzabarba e i suoi confratelli. Il reclutamento dei vescovi della “Tuscia” fra la morte di Enrico III e i primi anni del pontificato di Gregorio VII (1056-1078)</hi>, in S. Balossino, G.B. Garbarino (a cura di),<hi rend="italic"> L’organizzazione ecclesiastica nel tempo di san Guido. Istituzioni e territorio nel secolo XI</hi>, Impressioni Grafiche, Acqui Terme 2007, pp. 139-186; Cortese, <hi rend="italic">Signori, castelli, città</hi>, cit., pp. 98, 110, 230; Dameron, <hi rend="italic">Episcopal Power</hi>, cit., pp. 51-57; W.D. McCready, Odiosa Sanctitas.<hi rend="italic"> St Peter Damian, Simony, and Reform</hi>, Pontifical Institute of Mediaeval Studies, Toronto 2011; Salvestrini, <hi rend="italic">La prova del fuoco</hi>, cit.; Id., <hi rend="italic">Monachesimo e vita religiosa a Firenze fra IX e XI secolo</hi>, in T. Verdon (a cura di),<hi rend="italic"> Firenze prima di Arnolfo. Retroterra di grandezza</hi>, Mandragora, Firenze 2016, pp. 73-79; Id., <hi rend="italic">Il monachesimo toscano dal tardoantico all’età comunale. Istanze religiose, insediamenti, relazioni politiche, società</hi>, in B.F. Gianni (O.S.B.), A. Paravicini Bagliani (a cura di),<hi rend="italic"> San Miniato e il segno del Millennio</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2020, pp. 263-288. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-053-backlink">47</ref></hi>	Capitani, <hi rend="italic">Attone</hi>, cit. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-052-backlink">48</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-051-backlink">49</ref></hi>	Per il condivisibile tentativo di riabilitare i vescovi fiorentini vittime della <hi rend="italic">damnatio memoriae</hi> imposta dal vincente partito dei riformatori, pur nelle diverse testimonianze polemistiche dei principali attori di quel movimento, cfr. Faini, <hi rend="italic">Vescovi dimenticati</hi>, cit., <hi rend="italic">passim</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-050-backlink">50</ref></hi>	Ristori, <hi rend="italic">Chiesa</hi>, cit., p. 50. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-049-backlink">51</ref></hi>	Cesare Guasti, <hi rend="italic">Santa Maria del Fiore</hi>, Firenze, Ricci, 1887, rist an. Forni, Bologna 1974, pp. 289-290; Davidsohn, <hi rend="italic">Storia di Firenze</hi>, cit., I, pp. 267, 1098 ss.; Ristori, <hi rend="italic">Chiesa</hi>, cit., pp. 50-51.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-048-backlink">52</ref></hi>	Benvenuti, <hi rend="italic">Stratigrafie</hi>, cit.; Ead., <hi rend="italic">I Magi costruttori del tempo</hi>, in<hi rend="italic"> </hi>G. Chittolini, A. Modigliani (a cura di), Patrimonium<hi rend="italic"> in festa. Cortei, tornei, artifici e feste alla fine del Medioevo (secoli XV-XVI)</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Centro di Studi per il Patrimonio di san Pietro in Tuscia, Orte 2000, pp. 279-286; Ead., <hi rend="italic">San Nicola nel calendario folklorico dell’anno</hi>, in G. Cioffari, A. Laghezza (a cura di),<hi rend="italic"> Alle origini dell’Europa. Il culto di san Nicola tra Oriente e Occidente. Italia-Francia</hi>, «Nicolaus. Studi storici», XXII (1-2), 2011, pp. 257-267.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-047-backlink">53</ref></hi>	A. Benvenuti, <hi rend="italic">Il culto degli Innocenti nell’immaginario medievale</hi>, in O. Niccoli (a cura di), <hi rend="italic">Infanzie. Funzioni di un gruppo liminale dal mondo classico all’età moderna</hi>, Ponte alle grazie, Firenze 1993, pp. 113-143.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-046-backlink">54</ref></hi>	Ronzani, <hi rend="italic">Vescovi</hi>, cit., p. 11; Faini, <hi rend="italic">Vescovi</hi>, cit., p. 144.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-045-backlink">55</ref></hi>	Davidsohn, <hi rend="italic">Storia di Firenze</hi>, cit., I, p. 267, n. 4. L’ospedale, com’è noto, fu demolito nel quadro dei lavori di rifacimento della piazza sul volgere del Duecento (Guasti, <hi rend="italic">Santa Maria del Fiore</hi>, cit., doc. 14).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-044-backlink">56</ref></hi>	P. Licciardello, <hi rend="italic">Teodaldo</hi>, in DBI, 95, 2019, &lt;<ref target="http://www.treccani.it/enciclopedia/teodaldo_%28Dizionario-Biografico%29/">http://www.treccani.it/enciclopedia/teodaldo_%28Dizionario-Biografico%29/</ref>&gt; (02/2021).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-043-backlink">57</ref></hi>	Ronzani, <hi rend="italic">Vescovi</hi>, cit., pp. 3-21.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-042-backlink">58</ref></hi>	F. Ughelli, N. Coleti, <hi rend="italic">Italia sacra</hi>, III, Coleti, Venetiis 1718, coll. 229-331. Si veda anche Ronzani, <hi rend="italic">Vescovi</hi>, cit., pp. 3-21; Faini, <hi rend="italic">I vescovi dimenticati</hi>, cit., cui si rimanda – in partic. alla nota 3, p. 39 – per la situazione della chiesa fiorentina in età gregoriana.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-041-backlink">59</ref></hi>	F. Roversi Monaco, <hi rend="italic">Lorenzo di Amalfi</hi>, in DBI, 66, 2007, &lt;<ref target="http://www.treccani.it/enciclopedia/lorenzo-di-amalfi_%28Dizionario-Biografico%29/">http://www.treccani.it/enciclopedia/lorenzo-di-amalfi_%28Dizionario-Biografico%29/</ref>&gt; (02/2021).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-040-backlink">60</ref></hi>	<hi >F. Newton, </hi><hi rend="italic" >Laurentius monachus casinensis archiepiscopus amalfitanus, Opera</hi><hi >, Böhlaus, Weimar 1973, pp. 50-70, rist. </hi>Monaco, <hi rend="italic">Monumenta Germaniae Historica</hi>, 1991; AASS, <hi rend="italic">Maii</hi> VI, Antverpiae, apud M. Cnobarum, 1688, pp. 58-62; Ughelli, Coleti, <hi rend="italic">Italia sacra</hi>, cit., III, coll. 11-18; Benvenuti, <hi rend="italic">Stratigrafia</hi>, cit., pp. 95-127; C. Nardi, <hi rend="italic">Il vescovo nella sua cattedrale: la traslazione delle reliquie di San Zanobi in Santa Reparata tra memoria e simbolo</hi>, in T. Verdon (a cura di), <hi rend="italic">Lo spazio del sacro. Luoghi e spostamenti</hi>, «Vivens Homo», VIII, 1997, pp. 325-345, <hi rend="italic">passim</hi>; Id., <hi rend="italic">Le reliquie laurenziane nelle più antiche fonti letterarie</hi>, ivi, IX, 1998, pp. 61-95.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-039-backlink">61</ref></hi>	Per tutto questo cfr. Benvenuti, <hi rend="italic">Stratigrafie</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-038-backlink">62</ref></hi>	Faini, <hi rend="italic">Vescovi</hi>, cit., p. 33. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-037-backlink">63</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-036-backlink">64</ref></hi>	Mosiici, <hi rend="italic">Le carte</hi>, cit., n. 9, pp. 91-98, 1028, luglio; Faini, <hi rend="italic">Vescovi</hi>, cit., p. 34, n. 143.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-035-backlink">65</ref></hi>	Faini, <hi rend="italic">Vescovi</hi>, cit., p. 34. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-034-backlink">66</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-033-backlink">67</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-032-backlink">68</ref></hi>	E. Rotelli, <hi rend="italic">Il capitolo della cattedrale di Firenze dalle origini al XV secolo</hi>, Firenze University Press, Firenze 2005, pp. 16-17.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-031-backlink">69</ref></hi>	Ristori, <hi rend="italic">Chiesa</hi>, cit., p. 120.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-030-backlink">70</ref></hi>	Piattoli, n. 1, pp. 3-6. Questo falso è attribuito da Rotelli, <hi rend="italic">Il capitolo</hi>, cit., p. 2, al 1047, durante l’episcopato di Atto I. Cfr. anche Benvenuti, <hi rend="italic">Stratigrafie</hi>, cit., p. 120.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="05.html#footnote-029-backlink">71</ref></hi>	Così si esprimeva Ludovico Antonio Muratori in una lettera scritta ad Antonfrancesco Marmi il 13 giugno 1710, commentando l’uscita del volume di Marcantonio de’ Mozzi su san Cresci, con la quale si chiudeva la polemica suscitata dall’edizione degli <hi rend="italic">Acta</hi> da parte del Laderchi (cfr. <hi rend="italic">infra</hi>): «Sarebbe bene che finisse la lite di san Cresci avendola così ben sigillata il libro del suddetto canonico [de’ Mozzi]», in <hi rend="italic">Lettere inedite di Lodovico Antonio Muratori, scritte a toscani dal 1695 al 1749</hi>, a cura di Francesco Bonaini, Filippo Luigi Polidori, Cesare Guasti, Carlo Milanesi, Le Monnier, Firenze 1854, <hi rend="italic">Lettera a Anton Francesco Marmi</hi>, 13 giugno 1710, p. 253.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-028-backlink">72</ref></hi>	Cfr. <hi rend="italic">infra</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-027-backlink">73</ref></hi>	Così recita Alatiel: «io fui da tutte benignissimamente ricevuta ed onorata sempre, e con gran divozione con loro insieme ho poi servito a san Cresci-in-Valcava»: &lt;<ref target="https://it.wikisource.org/wiki/Pagina">https://it.wikisource.org/wiki/Pagina</ref>:Boccaccio_-Decameron_I.djvu/145&gt; (02/2021).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-026-backlink">74</ref></hi>	Lami, <hi rend="italic">Sanctae Ecclesiae</hi>, cit., par. V, pp. LI-LX.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="05.html#footnote-025-backlink">75</ref></hi>	<hi rend="italic">Il Gello di Pierfrancesco Giambullari accademico fiorentino</hi>, Anton Francesco Doni, In Fiorenza 1546, p. 76.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-024-backlink">76</ref></hi>	Lami, <hi rend="italic">Sanctae Ecclesiae</hi>, cit., p. LII.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="05.html#footnote-023-backlink">77</ref></hi>	Si veda in proposito A. Benvenuti, Fumus sanctitatis.<hi rend="italic"> Il caso fiorentino di san Barduccio degli Eremitani</hi>, in A. Volpato (a cura di), <hi rend="italic">Monaci, ebrei, santi. Studi per Sofia Boesch Gajano</hi>, Viella, Roma 2008, pp. 225-250.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-022-backlink">78</ref></hi>	<hi rend="italic">Vite de’ santi, e beati toscani, de’ quali infino à hoggi comunemente si ha cognizione. Raccolte, e parte ancora, ò scritte, ò volgarizzate dal padre abate don Siluano Razzi Camaldolense</hi>, per gli eredi di Iacopo Giunti, In Fiorenza 1593, p. 129. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-021-backlink">79</ref></hi>	Don Enrico Bini, <hi rend="italic">Giacomo Laderchi Oratoriano</hi>, in &lt;<ref target="https://www.academia.edu/30526190/giacomo_laderchi_oratoriano">https://www.academia.edu/30526190/giacomo_laderchi_oratoriano</ref>&gt; (02/2021); C.A. de Rosa Villarosa, <hi rend="italic">Memorie degli scrittori filippini, o siano della congregatione dell’Oratorio di S. Filippo Neri</hi>, Napoli 1837, pp. 151-153. Nella prefazione ai suoi <hi rend="italic">Acta</hi> il Laderchi, dopo aver ricordato l’impegno di Cosimo III per restituire la basilica di San Cresci al suo splendore, evoca lo sforzo del principe per restaurare anche la memoria agiografica relativa al santo. Lo studioso richiama così le ricerche fatte compiere nella Biblioteca Medicea Laurenziana, nell’Archivio dell’Opera della metropolitana di Firenze e infine nella Biblioteca Alessandrina della Sapienza in Roma.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="05.html#footnote-020-backlink">80</ref></hi>	Rimangono numerosi fascicoli di materiali da lui raccolti per la ricerca su Cresci: si veda ad esempio Firenze, Biblioteca Moreniana, <hi rend="italic">Acquisti Diversi</hi>, 186 (cfr. la scheda descrittiva del manoscritto: &lt;<ref target="https://manus.iccu.sbn.it//opac_SchedaScheda.php?ID=172159">https://manus.iccu.sbn.it//opac_SchedaScheda.php?ID=172159</ref>&gt;, 02/2021; un cospicuo fondo di autografi laderchiani è conservato in Roma, Biblioteca Vallicelliana ed è descritto da Nocentini, <hi rend="italic">Le passioni di san Miniato</hi>, cit., H.71, p. 76, nn. 37-39; si veda anche ivi, p. 85.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-019-backlink">81</ref></hi>	Ad esempio l’aver accolto senza riserve la presenza dell’imperatore Decio a Firenze all’epoca del martirio di Cresci, il 24 ottobre 249.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-018-backlink">82</ref></hi>	<hi rend="italic">Acta Passionis Ss. Martyrum Cresci et Socior. ex MS Codic. Biblioth. Mediceo Laurentianae Metropolitanae Ecclesiae Florentinae et Sapientiae Romanae nunc primum edita et a Iacobo Laderchio Congregat. Oratorii Urbis Presbitero asserta et illustrata</hi>, Typis apud Marian. Albizzini, Florentiae 1707, in fol.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-017-backlink">83</ref></hi>	<hi rend="italic">Antonii Francisci Felicis Romani appendix ad acta Ss. Cresci et Ss. MM. edita a Iacobo Laderchio Congreg. Orat. Urbis Presbyt. perpetui eorum cultus monumenta complectens</hi>,<hi rend="italic"> </hi>ivi, pp. 99 sgg.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-016-backlink">84</ref></hi>	G. Capassi, <hi rend="italic">Lettera a Giusto Fontanini sopra gli atti de’ santi martiri Cresci e compagni pubblicati dal padre Iacopo Laderchi</hi>, in <hi rend="italic">Lettera ad un cavaliere fiorentino devoto de’ santi martiri Cresci, e compagni in risposta di quella scritta dal padre fr. Gherardo Capassi dell’Ordine de’ servi di Maria a Giusto Fontanini contro gli atti de’ medesimi santi dati alla luce da Giacomo Laderchi prete della Congregazione dell’Oratorio di Roma</hi>, Nella stamperia di S.A.R. per Jacopo Guiducci, e Santi Franchi, Firenze 1711<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2 </hi>(1a ed. 1708); F.A. Dal Pino, <hi rend="italic">Gerardo Capassi</hi> (1653-1737), in DBI, 18, 1975, &lt;<ref target="http://www.treccani.it/enciclopedia/gerardo-capassi_(Dizionario-Biografico)/">http://www.treccani.it/enciclopedia/gerardo-capassi_(Dizionario-Biografico)/</ref>&gt; (02/2021).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-015-backlink">85</ref></hi>	D. Busolini, <hi rend="italic">Giusto Fontanini</hi>, in DBI, 48, 1997, &lt;<ref target="http://www.treccani.it/enciclopedia/giusto-fontanini_(Dizionario-Biografico)/">http://www.treccani.it/enciclopedia/giusto-fontanini_(Dizionario-Biografico)/</ref>&gt; (02/2021).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-014-backlink">86</ref></hi>	<hi rend="italic">Lettera ad un cavaliere fiorentino</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-013-backlink">87</ref></hi>	L’opera – che fu stampata nella ‘antifiorentina’ Genova perché evidentemente gli stampatori soggetti al granduca non vollero correre rischi – ha come titolo <hi rend="italic">Nugae Laderchianae in Epistola ad Equitem Florent. sub nomine et sine nomine Petri Donati Polydori vulgata. Centuria prima curante M. Antonio Gallo</hi>, Typ. Io: M Ferroni, Genuae 1709.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-012-backlink">88</ref></hi>	Molti fra gli oppositori romani del Laderchi erano legati al circolo filogiansenista del Tamburo. Cfr. E. Dammig, <hi rend="italic">Il movimento giansenista a Roma nella seconda metà del secolo 18</hi>, Dini, Modena 1988<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">3</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-011-backlink">89</ref></hi>	Bini, <hi rend="italic">Giacomo Laderchi</hi>, cit., p. 5.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-010-backlink">90</ref></hi>	A. Mirto, <hi rend="italic">Mozzi, Marco Antonio de’</hi>, in DBI, 77, 2012, &lt;<ref target="http://www.treccani.it/enciclopedia/marco-antonio-de-mozzi_(Dizionario-Biografico)/">http://www.treccani.it/enciclopedia/marco-antonio-de-mozzi_(Dizionario-Biografico)/</ref>&gt; (02/2021).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-009-backlink">91</ref></hi>	Così documenta Bini, <hi rend="italic">Giacomo Laderchi</hi>, cit., p. 5, n. 21. Cosimo III avrebbe indotto Benedetto Bacchini a non pubblicare le critiche che egli aveva avanzato a Laderchi in due opere rimaste per questo motivo manoscritte. In compenso il granduca avrebbe impedito anche ulteriori repliche polemiche da parte del Laderchi, che intendeva dare alle stampe un’opera generale sul culto dei martiri dal titolo <hi rend="italic">Acta Sanctorum martyrum a recentiorum criticorum censuris vindicata</hi>. Conferma indiretta dell’intervento di Cosimo è il fatto che l’indice di quest’opera è conservato manoscritto in Firenze, Archivio di Stato, <hi rend="italic">Mediceo del Principato</hi>, 3931. Essa fu comunque stampata dal Laderchi sotto lo pseudonimo di Odoardo Ilpachi, <hi rend="italic">Acta Sanctorum Christi martyrum vindicata</hi>, Ex typ. Rocchi Bernabò, Romae 1727. Cfr. Bini, <hi rend="italic">Laderchi</hi>, cit., p. 7, n. 27.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-008-backlink">92</ref></hi>	Mirto, <hi rend="italic">Mozzi, Marco Antonio</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-007-backlink">93</ref></hi>	Con la <hi rend="italic">Storia di S. Cresci e de’ SS. Compagni martiri e della chiesa del medesimo santo posta in Valcava del Mugello</hi>, Per Anton Maria Albizzini, In Firenze 1710 il Mozzi si discostava profondamente dalle posizioni del Laderchi, negando che gli <hi rend="italic">Acta</hi> potessero essere stati compilati nel III secolo, ma riferendoli all’XI. L’aver fatto ricorso per le sue ricerche anche a detrattori del Laderchi ne giustificò la pesante reazione, come si evince dalla corrispondenza che intercorse tra lui e il segretario del granduca Carlo Antonio Gondi (Firenze, Archivio di Stato,<hi rend="italic"> Mediceo del Principato</hi>, 3931). Cfr. Bini, <hi rend="italic">Laderchi</hi>, cit., p. 6, n. 24, che indica, per una ricostruzione dell’intera vicenda G. Lami, <hi rend="italic">Memorabilia Italorum eruditione praestantium quibus vertens saeculorum gloriatur</hi>, voll. 2, I, Ex typographio Societatis ad Insigne Centauri, Florentiae 1742, p. 113.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-006-backlink">94</ref></hi>	P. Golinelli, <hi rend="italic">Benedetto Bacchini (1651-1721). L’uomo, lo storico, il maestro</hi>, Olschki, Firenze 2003.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-005-backlink">95</ref></hi>	V. Arrighi, <hi rend="italic">Gondi Carlo Antonio</hi>, in DBI, 57, 2001, &lt;<ref target="http://www.treccani.it/enciclopedia/carlo-antonio-gondi_(Dizionario-Biografico)/">http://www.treccani.it/enciclopedia/carlo-antonio-gondi_(Dizionario-Biografico)/</ref>&gt; (02/2021).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-004-backlink">96</ref></hi>	D. Moreni, <hi rend="italic">Bibliografia storico-ragionata della Toscana</hi>, Presso Domenico Ciardetti, Firenze 1805 (rist. an. Forni, Bologna 1967), II, p. 103.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-003-backlink">97</ref></hi>	Mozzi, <hi rend="italic">Storia di S. Cresci</hi>, cit., s. n. (<hi rend="italic">L’Autore a chi legge</hi>).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-002-backlink">98</ref></hi>	Ivi, p. VIII. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-001-backlink">99</ref></hi>	Ivi, pp. 1-36.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-000-backlink">100</ref></hi>	Per un’analoga operazione condotta dai granduchi Ferdinando I (1549-1609) e Cosimo II (1590-1621) nei confronti dell’eremita padano Orlando de’ Medici (seconda metà del sec. XIV), estraneo alla famiglia dei principi toscani ma ad essa posteriormente assimilato, cfr. F. Salvestrini, Fama sanctitatis <hi rend="italic">e strumentalizzazione politica dell’agiografia in età umanistica. La </hi>Vita <hi rend="italic">del beato Orlando de’ Medici eremita († ca. 1386)</hi>, in <hi rend="italic">Città e campagne del Basso Medioevo. Studi sulla società italiana offerti dagli allievi a Giuliano Pinto</hi>, Olschki, Firenze 2014, pp. 203-228: 226-227.</p>
      
      
      
      
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