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        <title type="main" level="a">I primi due secoli della storia di San Miniato</title>
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            <forename>Maria Pia</forename>
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          <resp>This is a section of <title>La Basilica di San Miniato al Monte di Firenze (1018-2018)</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-295-9</idno>) by </resp>
          <name>Francesco Salvestrini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2021">2021</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.06</idno>
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        <p>The essay sketches the activity of Abbot Ubertus from San Miniato, who rebuilt the church and worked to promote the monastic complex as a spiritual pole, a cultural centre, and a shelter for poor and pilgrims, condolidating monastic estates in the nearby country of Ripoli, where he acquired properties thenceforward important for monks’ economy and social relationships. During the XIIth century, like many other Florentine religious institutions, San Miniato cooperated in the urbanization, favouring accomodations of people coming from the south of Florentine territory in buildings located along the left Arno riverside.</p>
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            <item>11th and 12th century monasticism</item>
            <item>monastic buildings</item>
            <item>ecclesiastical heritage</item>
            <item>episcopate</item>
            <item>Florence</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.06<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.06" /></p>
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">I primi due secoli della storia di San Miniato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-060-backlink"><ref target="06.html#footnote-060">1</ref></hi></hi></p><p rend="h1_author">Maria Pia Contessa</p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Sommario</hi>: Il saggio delinea alcuni fra gli aspetti più importanti dell’attività svolta dall’abate Oberto di San Miniato, che avviò la ricostruzione della chiesa e per circa quarant’anni si impegnò nel promuovere l’istituto quale polo spirituale, centro culturale e luogo di accoglienza, e per avviarne il consolidamento patrimoniale nel vicino territorio di Ripoli, che resterà a lungo importantissimo per le attività economiche e le relazioni sociali dei cenobiti. Come altri enti religiosi, nel corso del XII secolo San Miniato contribuì al fenomeno di urbanizzazione, ospitando gli immigrati provenienti dalla parte meridionale del contado fiorentino in edifici costruiti lungo la riva sinistra dell’Arno.</p><p rend="text">Sul periodo più antico della storia di San Miniato è probabilmente diffuso un pregiudizio, nato dalla lettura superficiale delle fonti coeve. La riproposizione, nei testi della storiografia erudita, di informazioni poco edificanti – la fondazione da parte di un vescovo concubinario e l’allontanamento volontario di alcuni monaci sdegnati dalla simonia del nuovo abate<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-059-backlink"><ref target="06.html#footnote-059">2</ref></hi></hi> – ha suggerito un’immagine di decadenza e isolamento, rafforzata dalla constatazione delle difficoltà in cui versavano i cenobiti nei secoli XIII e XIV. Si spiega così, crediamo, la mancanza per lungo tempo di una ricostruzione sistematica delle prime vicende del monastero, nonostante la grande attenzione alla storia degli enti monastici, sia da parte degli eruditi del passato che della storiografia contemporanea<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-058-backlink"><ref target="06.html#footnote-058">3</ref></hi></hi>; infine, nonostante l’accessibilità ai documenti, editi dal 1990<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-057-backlink"><ref target="06.html#footnote-057">4</ref></hi></hi> e digitalizzati dieci anni dopo dall’Archivio di Stato di Firenze.</p><p rend="text">La ricorrenza del millenario della fondazione costituisce, dunque, un’occasione per affermare che l’immagine di comunità degradata e distante dalla vita e dalla spiritualità cittadine è del tutto infondata. Al contrario, San Miniato ebbe fin da subito un ruolo importantissimo nella società fiorentina dei primi secoli dopo il Mille. Ne illustreremo qui alcuni aspetti salienti, relativi al periodo compreso fra l’XI secolo e il primo Duecento, ossia: l’ambizione ad assumere un primato come polo religioso e culturale; il notevole contributo allo sviluppo economico di un settore territoriale prossimo alla città, nell’area di Ripoli; il popolamento della campagna suburbana lungo la riva sinistra dell’Arno, presso la chiesa di San Niccolò. </p><p rend="text">L’istituzione di San Miniato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-056-backlink"><ref target="06.html#footnote-056">5</ref></hi></hi> fu in linea con una tendenza che fra X e XI secolo si verificò un po’ dappertutto nell’Italia centro-settentrionale. In pochi decenni sorsero numerose fondazioni monastiche su iniziativa vescovile, ubicate in località prevalentemente suburbane spesso sedi di culti precedenti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-055-backlink"><ref target="06.html#footnote-055">6</ref></hi></hi>. Il fenomeno era collegato alla politica di controllo del <hi rend="italic">Regnum</hi>, attuata dai re germanici attraverso la collocazione di uomini fidati alla guida di episcopi, monasteri e papato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-054-backlink"><ref target="06.html#footnote-054">7</ref></hi></hi>. Non c’è dubbio che tali imprese portassero notevoli vantaggi materiali, come il controllo del territorio, la creazione di clientele, l’afflusso di donazioni, ma questo non significa che fosse trascurato l’aspetto spirituale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-053-backlink"><ref target="06.html#footnote-053">8</ref></hi></hi>. Con l’istituzione di San Miniato il vescovo Ildebrando (1008-1024 ca.) ottemperava dunque a necessità e doveri a cui ogni presule era tenuto: sosteneva la politica del sovrano al quale era legato, salvaguardava le anime dei fedeli, promuoveva un culto cittadino e cercava di tutelare il patrimonio e gli affari vescovili dalle ingerenze dell’aristocrazia locale.</p><p rend="text">Ildebrando e i suoi immediati successori donarono al monastero un cospicuo patrimonio di beni e diritti disseminati in un’estesa regione che comprendeva tutto il fiorentino, ma anche Siena e parte del suo territorio, e articolati in terre e altri beni immobili, oltre che in decime e diritti signorili<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-052-backlink"><ref target="06.html#footnote-052">9</ref></hi></hi>. Solo in minima parte questi possedimenti si trovavano in Firenze, ma dopo le prime attestazioni scompaiono dai documenti monastici<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-051-backlink"><ref target="06.html#footnote-051">10</ref></hi></hi>. Apparentemente, dunque, gli interessi patrimoniali dell’ente si concentrarono in territori rurali più o meno vicini al centro urbano.</p><p rend="text">Se le basi della ricchezza di San Miniato derivarono dalle più antiche concessioni vescovili, il consolidamento patrimoniale e l’affermazione del monastero come polo religioso e culturale furono in gran parte merito dell’abate Oberto, la cui nomina rappresentò un momento di svolta nella vita dell’ente e più in generale, come è noto, negli sviluppi della devozione fiorentina.</p><p rend="text">L’operato di Oberto si svolse nell’arco di quarant’anni circa, fra la metà degli anni Trenta e dei Settanta dell’XI secolo (1034/1037-1072/1077). Egli si adoperò infaticabilmente per accrescere e tutelare tutto il patrimonio di San Miniato, ma ciò che vorremmo adesso evidenziare è che grazie alla sua lungimiranza i monaci si insediarono e prosperarono nel territorio di Ripoli, a sud-est della città<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-050-backlink"><ref target="06.html#footnote-050">11</ref></hi></hi>. Nel 1038 egli ottenne infatti la conferma, da parte del marchese Bonifacio e del messo imperiale, del rettorato della chiesa privata di San Pietro a Campagnano, presso l’Ema, che gli era stato conferito dai discendenti del fondatore Gaifredo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-049-backlink"><ref target="06.html#footnote-049">12</ref></hi></hi>. In parte questi diritti furono messi in discussione da alcuni congiunti dei patroni di San Pietro, ma Oberto ottenne la protezione del papa e dall’imperatore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-048-backlink"><ref target="06.html#footnote-048">13</ref></hi></hi>. Alla fine del 1048 i patroni cedettero a San Miniato la chiesa con i beni circostanti, e altri che si trovavano lungo l’Ema e in altre località del territorio fiorentino. È probabile che quando furono effettuate queste donazioni l’abate detenesse diritti più ampi del semplice rettorato, verosimilmente esercitava già una forma di patronato sulla chiesa egli stesso.</p><p rend="text">La determinazione ad affermarsi nell’area di Ripoli aveva almeno due motivi. In quel settore della campagna convergevano molteplici interessi: vi possedevano terre e castelli diverse compagini dell’aristocrazia rurale, inoltre figuravano fra i principali proprietari fondiari numerosi esponenti dell’aristocrazia cittadina e importanti enti religiosi a cominciare dall’episcopio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-047-backlink"><ref target="06.html#footnote-047">14</ref></hi></hi>. In secondo luogo, l’orografia della collina di San Miniato e la sua naturale tendenza a dissesti idrogeologici non avrebbero consentito interventi significativi da parte dell’uomo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-046-backlink"><ref target="06.html#footnote-046">15</ref></hi></hi>. Al contrario, il suolo pianeggiante e lievemente ondulato di Ripoli, ricco di acque e di terre fertili, si prestava a ricreare poco lontano dal monastero la rete di infrastrutture necessarie allo sfruttamento delle risorse che difficilmente avrebbe trovato spazio nell’area più prossima ad esso. La scelta di quel territorio si rivelò quantomai opportuna, vista l’importanza che assunse fin dall’inizio nell’economia e nelle relazioni sociali dei cenobiti.</p><p rend="text">L’impegno profuso da Oberto per l’affermazione di San Miniato in ambito spirituale e culturale fu altrettanto intenso e costante, e rappresenta un significativo indicatore del legame con la società urbana, forte almeno quanto quello con la campagna.</p><p rend="text">Sappiamo che fu Ildebrando a promuovere il culto di Miniato e la sua fondazione monastica come polo religioso cittadino, anche attraverso la stesura di una nuova <hi rend="italic">Passio</hi> del santo da lui commissionata all’abate Drogo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="06.html#footnote-045">16</ref></hi></hi>. Ildebrando morì pochi anni dopo l’istituzione del monastero, intorno al 1024, prima che il progetto da lui intrapreso fosse portato a compimento<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="06.html#footnote-044">17</ref></hi></hi>. Anche se non ne conosciamo la reale portata, è opinione diffusa, almeno fin dall’epoca di Giovanni Villani, che a costruire l’odierna chiesa monumentale, o quantomeno a realizzare la prima fase dei lavori, fosse stato lo stesso Ildebrando, al quale viene dunque attribuita la paternità dell’intero progetto edilizio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="06.html#footnote-043">18</ref></hi></hi>. Alcuni indizi importanti suggeriscono, invece, che il vescovo intendesse piuttosto istituire una comunità di cenobiti, e che almeno fino alla metà degli anni Trenta il complesso monastico fosse modesto e immerso nella quiete caratteristica dei luoghi appartati. La situazione cambiò con l’avvento di Atto (1032-1045 ca.) e con la promozione di Oberto alla carica abbaziale, che dovette essere di poco successiva.</p><p rend="text">Possiamo affermare che i due prelati avviarono la costruzione di una nuova chiesa, prima di tutto perché i dati archeologici e artistici permettono di attribuire la cripta odierna a un periodo successivo rispetto all’epoca di Ildebrando<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="06.html#footnote-042">19</ref></hi></hi>, suggerendo così l’esistenza di due cripte. La più antica, poi distrutta al termine dei nuovi lavori assieme alla chiesa che la ospitava, risalirebbe all’inizio dell’XI secolo e, stando anche alle indicazioni contenute nel documento del 1018, dove si fa riferimento a una <hi rend="italic">confessio</hi>, doveva trattarsi di una struttura piuttosto semplice. La più recente – quella attuale – è di poco posteriore, «coeva a quella di Santa Reparata o a quella dell’Impruneta». Questa nuova fase edilizia sarebbe quindi da collocare fra la metà degli anni Trenta e i decenni immediatamente seguenti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="06.html#footnote-041">20</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Abbiamo almeno due testimonianze che sembrano confermare la presenza di un cantiere importante in attività e la volontà di attrarre un gran numero di persone già dagli ultimi anni Trenta. Una è la donazione di Atto del febbraio 1038, con la quale cedeva a San Miniato, fra l’altro, i cospicui proventi delle offerte alle pievi diocesane e la selva di Montanino nel Valdarno superiore, una fonte di legname che si andava ad aggiungere ai boschi già donati da Ildebrando<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="06.html#footnote-040">21</ref></hi></hi>. Inoltre, alla fine dello stesso documento, Atto esortava i fedeli con toni particolarmente enfatici a essere generosi con il sacro luogo. I riferimenti all’assistenza dei poveri e dei pellegrini, contenuti nel testo, potrebbero essere collegati alla costruzione di un ospedale a costoro destinato, promossa in questi anni da Oberto presso il monastero, di cui abbiamo notizia più tarda<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="06.html#footnote-039">22</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La seconda testimonianza è la solenne donazione fatta nell’estate del 1039 ai monaci secessionisti riparati fra i boschi del Pratomagno da Itta, badessa di Sant’Ilario in Alfiano, dove si afferma che essi avevano lasciato San Miniato, ʻeccessivamente frequentato’, per vivere invece santamente in un luogo solitario<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="06.html#footnote-038">23</ref></hi></hi>. Tale asserzione, che risulta polemica e quasi fuori luogo in un documento di questo tenore, era motivata evidentemente dall’insofferenza verso un afflusso indiscriminato di persone che turbavano la quiete dei religiosi. In poco tempo, insomma, la pace della collina fiorentina doveva essere stata sconvolta da una folla di maestranze e di visitatori<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="06.html#footnote-037">24</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La donazione vescovile del febbraio 1038 appare quindi collegata al potenziamento del programma ideologico tracciato vent’anni prima da Ildebrando, ora però attuato anche attraverso l’avvio di un nuovo, grandioso monumento che a quanto pare non rientrava nelle intenzioni o nelle possibilità del fondatore<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="06.html#footnote-036">25</ref></hi></hi>. La forza di attrazione della nuova impresa è dimostrata anche dal fatto che nel 1068 un benefattore laico di nome Fiorenzo donò ai monaci un ospedale per i poveri e i pellegrini con i beni necessari per il suo sostentamento, ubicato Oltrarno presso l’unico ponte che allora collegava quell’area alle mura urbane<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="06.html#footnote-035">26</ref></hi></hi>. La struttura assistenziale andava quindi ad affiancare il già ricordato ospizio che Oberto aveva fatto costruire: se in pochi decenni ben due ospedali, situati a breve distanza dal cenobio, venivano destinati all’accoglienza dei pellegrini i visitatori dovevano essere davvero numerosi, e le finanze dei monaci non potevano che trarne giovamento.</p><p rend="text">Una delle ultime iniziative importanti di Oberto a favore di San Miniato di cui siamo a conoscenza fu la richiesta all’imperatore Enrico IV di prendere sotto la protezione imperiale la chiesa e il monastero, predisposta ma poi non consegnata nel periodo finale del suo abbaziato. Dalla minuta di questo privilegio, databile fra 1065 e 1077<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="06.html#footnote-034">27</ref></hi></hi>, sappiamo che il monastero era «decenter constructum» ma non si fa alcun riferimento alle condizioni materiali della chiesa che doveva essere, appunto, in costruzione.</p><p rend="text">Negli stessi anni in cui veniva intrapresa la realizzazione del monumentale reliquiario, San Miniato rappresentava un centro di riferimento culturale importante anche sotto altri aspetti. Le indagini in ambito paleografico e diplomatistico hanno messo in luce l’attenzione manifestata da Oberto nei confronti della documentazione legata agli interessi del monastero. Non ci riferiamo alla mera cura impiegata nel richiedere e conservare <hi rend="italic">munimina</hi> a tutela delle proprie prerogative, ma all’intenzione consapevole di ricreare una cancelleria ispirata a quella che si andava strutturando presso il vescovado<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="06.html#footnote-033">28</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nel marzo 1046 compare nelle carte di San Miniato un notaio di fiducia di nome Alberto, attivo nei trent’anni successivi. In quest’arco di tempo egli scrisse quasi tutti i documenti che comprovano i diritti del cenobio, oltre a diverse carte per i più importanti enti religiosi dislocati fra Firenze e il suo territorio. Giulia Ammannati ritiene che sia stato «il notaio più importante e di maggior prestigio del suo periodo» per il rilievo dei committenti, per il fatto che operò quasi sempre in contesti ragguardevoli, ma soprattutto perché fu l’artefice di una rivoluzione grafica – l’adozione di una carolina con artifici cancellereschi – che ebbe un gran seguito fra i notai fiorentini. L’utilizzo, per la prima volta a Firenze, di una vera e propria minuscola diplomatica sarebbe quindi da collegare al legame speciale di Alberto con San Miniato, dove probabilmente aveva ricevuto un’educazione ecclesiastica. Oberto lo avrebbe impiegato in qualità di notaio-cancelliere, spingendolo così ad adottare una scrittura che fece scuola<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="06.html#footnote-032">29</ref></hi></hi>. Nella sua pratica notarile si possono inoltre ravvisare influenze riconducibili ad ambienti vicini a Cadalo, il cancelliere imperiale presente in quegli anni a Firenze e in Toscana<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="06.html#footnote-031">30</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Allo stesso tempo l’abate promosse una cultura archivistica presso il suo monastero, anche attraverso una ricognizione delle testimonianze fin dalle epoche più risalenti. Le copie redatte a questo proposito da Alberto costituiscono la quasi totalità (sei su sette) di quelle attribuibili all’XI secolo che figuravano fra le carte dell’antico archivio monastico, pertanto rappresentano importantissime integrazioni alla documentazione in nostro possesso. Ben cinque di queste riguardano privilegi e donazioni concessi nei tempi precedenti il suo abbaziato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="06.html#footnote-030">31</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">San Miniato rientrava, con la Canonica e la Badia, fra «quegli ambienti ecclesiastici cittadini di cultura grafica alta e radicata conoscenza della documentazione di cancelleria, abituati ad avere a che fare da vicino coi prodotti scritti del potere pubblico, capaci di preparare minute pronte per essere presentate nelle cancellerie e lì ricevere la sola <hi rend="italic">corroboratio</hi> mancante» ricordati da Antonella Ghignoli a proposito di San Salvatore di Settimo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="06.html#footnote-029">32</ref></hi></hi>. L’esistenza di un ufficio incaricato di redigere i documenti in forma solenne e riconoscibile, quale appunto la cancelleria, non scaturiva tanto da necessità pratiche quanto dall’esigenza di esprimere il prestigio e l’importanza dell’ente nelle attestazioni della propria volontà giuridica<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="06.html#footnote-028">33</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Oberto scomparve intorno alla metà degli anni Settanta lasciando un’eredità culturale che per diversi aspetti permane, dopo quasi mille anni, nonostante la minor fortuna di Miniato nel pantheon fiorentino. Il suo rettorato rappresentò per il monastero un periodo di splendore e di continuità mentre i patroni che si succedevano alla guida della diocesi, spesso impegnati in complesse e delicate controversie politiche e religiose, non erano sempre in grado di garantire all’ente una protezione efficace. L’abate godette infatti, fin da subito, del rispetto e della fiducia delle maggiori autorità laiche ed ecclesiastiche. La sua autorevolezza era tale che il suo successore, nel chiedere a Gregorio VII che venissero riconosciuti a San Miniato i suoi diritti sui proventi delle oblazioni alle pievi della diocesi, che i canonici avevano messo in discussione mentre era ancora in vita lo stesso Oberto, volle evidenziare di essere stato scelto personalmente da questi per guidare i cenobiti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="06.html#footnote-027">34</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">L’azione di Oberto fu tanto più incisiva in quanto il suo lungo abbaziato gli permise di intraprendere e consolidare iniziative che ebbero conseguenze durature per San Miniato, perché rappresentarono altrettanti indirizzi di politica gestionale per i successivi rettori. Ovviamente proseguirono i lavori di costruzione della chiesa, ma per questo tema rimandiamo agli studi specifici che abbiamo indicato: qui interessava soprattutto sottolineare che la realizzazione di un simile gioiello fu avviata dal vituperato abate. Per quanto riguarda il patrimonio monastico, le carte rivelano anche in epoche seguenti un’attenzione speciale verso le possessioni nel Pian di Ripoli. L’area così denominata, oggi in parte compresa nell’agglomerato urbano fiorentino, si estendeva sulle due rive dell’Arno, tuttavia le proprietà di San Miniato si concentravano sul versante sinistro del fiume, ovvero nella zona di Ripoli propriamente detta, e rientravano principalmente nel territorio della pieve dell’Antella.</p><p rend="text">Fertile e vicina al centro urbano, la terra ripolese attirò i proprietari cittadini fin dall’XI secolo e poi i membri dell’aristocrazia consolare che si affermò nella seconda metà del XII<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="06.html#footnote-026">35</ref></hi></hi>. L’investimento di capitali nelle risorse agricole di quel territorio fu perciò piuttosto precoce. San Miniato curò in particolar modo la coltura della vite, privilegiata in quella zona e ricordata nelle carte del monastero fin dal 1018. Anche le terre fluviali furono fin dall’inizio fra le proprietà dei monaci, soprattutto quelle nell’Isola d’Ema: menzionate per la prima volta nel 1046, furono costantemente incrementate con acquisti mirati, acquisizioni di diritti di livello da parte degli abati e refute a favore dell’ente. Infine, fra le risorse naturali citate nei documenti troviamo più volte il bosco. Precoce dovette essere anche la disponibilità di mulini e altri opifici idraulici, pescaie e gore. Prima di diventare uno dei maggiori possessori lungo l’argine sinistro dell’Arno, infatti, San Miniato si impegnò nell’acquisizione e nello sfruttamento di simili strutture produttive sull’Ema<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="06.html#footnote-025">36</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">All’inizio del XII secolo l’influenza dei monaci nel territorio di Ripoli appare insomma estesa e ben salda, rafforzata poi ulteriormente dai diritti di decima ottenuti su diverse terre<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="06.html#footnote-024">37</ref></hi></hi>. San Pietro acquisì importanza anche come istituzione religiosa, e forse assistenziale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="06.html#footnote-023">38</ref></hi></hi>, infatti dal 1187 è attestata come parrocchia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="06.html#footnote-022">39</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Avvalendosi della sua stabile posizione nella campagna sudorientale, San Miniato si dedicò durante la seconda metà del XII secolo all’accoglienza di coloro che dal Chianti e da altre aree di quella parte del contado si stavano spostando in gran numero verso la città lungo il percorso dell’antica via Cassia. Il monastero promosse infatti il popolamento della striscia di terra lungo l’Arno ai piedi della collina da cui sovrasta Firenze<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="06.html#footnote-021">40</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Qui i possessi dei cenobiti risalivano ai primordi della comunità, ma per molto tempo gli abati non intesero metterli a frutto in maniera sistematica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="06.html#footnote-020">41</ref></hi></hi>. La situazione cambiò in conseguenza del fenomeno di inurbamento che si verificò in maniera più sensibile dagli anni Trenta del XII secolo e che qui fu particolarmente intenso<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="06.html#footnote-019">42</ref></hi></hi>. Il processo di lottizzazione è documentato dal 1164 con la prima concessione livellaria del monastero a noi nota, che riguardava «integram unam petiam terre et case que est ad Crucem Sancti Miniatis prope ecclesiam Sancti Nicholai»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="06.html#footnote-018">43</ref></hi></hi>. Gli insediamenti avvenivano secondo un piano urbanistico predisposto dagli abati, che prevedeva la concessione dei terreni vincolata alla costruzione di edifici secondo criteri determinati.</p><p rend="text">Quasi sempre l’urbanizzazione delle zone rurali a ridosso delle mura altomedievali culminava nella fondazione di nuove chiese suburbane, poi inglobate nel circuito cittadino con l’ampliamento delle cinte difensive<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="06.html#footnote-017">44</ref></hi></hi>. San Niccolò, edificata vicino all’ultimo tratto della strada romana e menzionata per la prima volta nel documento appena ricordato, dovrebbe risalire più o meno alla metà del XII secolo, anche se la tradizione erudita la vorrebbe molto più antica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="06.html#footnote-016">45</ref></hi></hi>. Non vi sono prove documentarie per attribuire ai monaci l’iniziativa, però l’ipotesi di una fondazione promossa in quegli anni dai religiosi appare molto probabile e sembra confermata dai dati archeologici<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="06.html#footnote-015">46</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">I confini della parrocchia di San Niccolò si estendevano dall’attuale via di Ricorboli verso occidente, lungo il corso dell’Arno fin quasi al Ponte Vecchio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="06.html#footnote-014">47</ref></hi></hi>. In seguito il monastero assunse il patronato della chiesa e parrocchia di Santa Lucia dei Magnoli, costruita sulla parte occidentale del territorio di San Niccolò all’inizio del Duecento o poco prima<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="06.html#footnote-013">48</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Con il controllo di Santa Lucia il monastero rafforzava il suo potere sulla riva sinistra del fiume, presso il ponte che ancora costituiva l’unico accesso alla città<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="06.html#footnote-012">49</ref></hi></hi>, in una zona nella quale l’afflusso di immigrati non si era arrestato e dove, lo ricordiamo, i cenobiti possedevano da tempo uno spedale. La preminenza in questo settore territoriale era sicuramente una priorità per San Miniato, tanto più che la vicina parrocchia di Santa Maria Maddalena (poi detta Soprarno)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="06.html#footnote-011">50</ref></hi></hi>, ancora in fase di crescita, rappresentava una minaccia alla stabilità di San Niccolò. In quegli stessi anni, poi, era aumentato l’interesse per quel tratto del litorale fluviale idoneo a ospitare strutture produttive alimentate dall’energia idraulica. Lo stesso monastero, già impegnato come abbiamo visto nella gestione di tali impianti sull’Ema, ne aveva esteso la costruzione anche sulla riva sinistra dell’Arno a monte della città almeno dai primi anni Ottanta del XII secolo, e in poco tempo ne divenne uno dei maggiori possessori<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="06.html#footnote-010">51</ref></hi></hi>. Vanno sottolineate, infine, l’importanza di questa zona nei collegamenti viari con le parti sud-occidentale e meridionale del contado, nonché la sua rilevanza dal punto di vista militare: a guardia del ponte si trovavano una torre e altri edifici fortificati sulle due sponde del fiume, sotto il controllo di un gruppo di famiglie aristocratiche cittadine<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="06.html#footnote-009">52</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Come abbiamo detto, quasi non risultano proprietà entro le mura<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="06.html#footnote-008">53</ref></hi></hi> e, per lungo tempo, mancano indizi evidenti di relazioni sociali significative direttamente riconducibili all’ambiente urbano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="06.html#footnote-007">54</ref></hi></hi>. È solo dalla seconda metà del XII secolo che emergono rapporti diretti con i fiorentini, che appaiono tuttavia conflittuali. Diversi esponenti del gruppo dirigente, o soggetti prossimi ad esso, ruotavano oramai a vario titolo attorno ai cenobiti. Qualcuno di loro probabilmente finanziò la costruzione della chiesa monastica, come sembra suggerire il titolo di giudice associato a quel Giuseppe che si fece carico delle spese per il bellissimo pavimento di marmo completato qualche decennio dopo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="06.html#footnote-006">55</ref></hi></hi>. In generale, però, in questi rapporti si coglie più che altro la volontà di approfittare delle opportunità di arricchimento e di ascesa sociale legate alla vicinanza a un ente prestigioso quale era appunto San Miniato.</p><p rend="text">Nei decenni successivi, soprattutto dal primo Duecento, le difficoltà del monastero diventano sempre più evidenti. Le carte rivelano tensioni con i parrocchiani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="06.html#footnote-005">56</ref></hi></hi>, con i membri della classe dirigente<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="06.html#footnote-004">57</ref></hi></hi> e con lo stesso vescovo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="06.html#footnote-003">58</ref></hi></hi>, oltre che una posizione finanziaria compromessa da debiti di varia natura compresi quelli di tipo usurario. I consoli dell’Arte di Calimala, già patroni dell’Opera del Battistero, partecipavano alla conduzione dell’Opera di San Miniato a fianco dell’abate, benché in maniera tutt’altro che pacifica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="06.html#footnote-002">59</ref></hi></hi>. L’Opera è attestata per la prima volta nel 1180<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="06.html#footnote-001">60</ref></hi></hi>, negli stessi anni in cui il monastero comincia ad apparire indebitato, e la sua amministrazione dovette essere problematica per i rettori – come del resto, oramai, la gestione della stessa comunità dei religiosi – indipendentemente dalle intromissioni dei mercanti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="06.html#footnote-000">61</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Tutto ciò, però, dimostra che San Miniato era ancora un organismo vitale e ben inserito all’interno di una società nella quale erano in atto profonde e rapide trasformazioni che la riguardavano in tutti i suoi aspetti. In queste condizioni era inevitabile che le istituzioni e i centri di potere più antichi e affermati, vedendo messe in discussione le loro prerogative, lottassero per non soccombere alle istanze, pur legittime, dei gruppi emergenti che rivendicavano un riconoscimento e uno spazio economico, politico e sociale all’interno dell’ambiente cittadino.</p><p rend="h2">Bibliografia</p><p rend="bib_indx_bib_tit ParaOverride-1">Fonti</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="italic">Alle porte di Firenze. Il territorio di Bagno a Ripoli in età medievale</hi>, a cura di P. Pirillo, Viella, Roma 2008.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="italic">Carte della Badia di Settimo e della Badia di Buonsollazzo nell’Archivio di Stato di Firenze, 998-1200</hi>, a cura di A. Ghignoli, A.R. Ferrucci, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2004.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="italic">Le carte del monastero di S. Miniato al Monte (secoli IX-XII)</hi>, a cura di L. 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San Miniato al Monte e San Salvi fra XI e XIII secolo (primi decenni)</hi>, tesi di dottorato in Storia Medievale, Università di Firenze, 2013, &lt;<ref target="https://flore.unifi.it/handle/2158/803875?mode=full.42#.XOuPNRYzbIU">https://flore.unifi.it/handle/2158/803875?mode=full.42#.XOuPNRYzbIU</ref>&gt; (02/2021).</p><p rend="bib_indx_bib">—, <hi rend="italic" >An Episcopal Monastery in Florence from the 11</hi><hi rend="italic CharOverride-2" >th</hi><hi rend="italic" > to the Early 13</hi><hi rend="italic CharOverride-2" >th </hi><hi rend="italic" >Century: San Miniato al Monte</hi><hi >, in F. Sabaté (ed.), </hi><hi rend="italic" >Life and Religion in the Middle Ages</hi><hi >, Cambridge Scholars Publishing, Newcastle upon Tyne 2015, pp. 184-201.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">Cortese M.E., <hi rend="italic">Signori, castelli, città: l’aristocrazia del territorio fiorentino tra X e XII secolo</hi>, Olschki, Firenze 2007.</p><p rend="bib_indx_bib">D’Acunto N., Cum anulo et baculo. <hi rend="italic">Vescovi dell’Italia medievale dal protagonismo politico alla complementarietà istituzionale</hi>, CISAM, Spoleto 2019.</p><p rend="bib_indx_bib">Diacciati S., <hi rend="italic">Consiglieri e consigli del Comune di Firenze nel Duecento. A proposito di alcune liste inedite</hi>, «Annali di Storia di Firenze», III, 2008, pp. 217-243.</p><p rend="bib_indx_bib">Faini E., <hi rend="italic">Uomini e famiglie nella Firenze consolare</hi>, «Storia di Firenze. 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Tilatti (a cura di), <hi rend="italic">Dal «Medioevo cristiano» alla «Storia religiosa» del medioevo</hi>, «Quaderni di Storia Religiosa Medievale», XXII (2), 2019, pp. 307-361.</p><p rend="bib_indx_bib">—, <hi rend="italic">Il monachesimo toscano dal tardoantico all’età comunale. Istanze religiose, insediamenti, relazioni politiche, società</hi>, in B.F. Gianni (O.S.B.), A. Paravicini Bagliani (a cura di),<hi rend="italic"> San Miniato e il segno del Millennio</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2020, pp. 263-288.</p><p rend="bib_indx_bib">Salvestrini F. <hi rend="italic">et al.</hi>, <hi rend="italic">La storiografia sul monachesimo italico d’età medievale (ca. 1984-2015)</hi>, in P. Piatti, R. Salvarani (a cura di),<hi rend="italic"> San Benedetto e l’Europa nel 50° anniversario della </hi>Pacis Nuntius<hi rend="italic"> (1964-2014): materiali per un percorso storiografico</hi>, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2015, pp. 201-301.</p><p rend="bib_indx_bib">Scampoli E., <hi rend="italic">Firenze, archeologia di una città (secoli I a.C.-XIII d.C.)</hi>, Firenze University Press, Firenze 2010.</p><p rend="bib_indx_bib">Sereno C., <hi rend="italic">Relazioni fra enti monastici e poteri vescovili in area subalpina nel secolo XI</hi>, in S. Balossino, G.B. 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Somma (a cura di), <hi rend="italic">Cantieri e maestranze nell’Italia medievale</hi>, CISAM, Spoleto 2010, pp. 73-95.</p><p rend="bib_indx_bib">Sumption J., <hi rend="italic">Monaci santuari pellegrini: la religione nel Medioevo</hi>, Editori riuniti, Roma 1999<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi>.</p><p rend="bib_indx_bib">Tigler G., <hi rend="italic">San Miniato al Monte a Firenze</hi>, in Id., <hi rend="italic">Toscana romanica</hi>, Jaca Book, Milano 2006, pp. 155-165.</p><p rend="bib_indx_bib">—, <hi rend="italic">Le fasi architettoniche di San Miniato al Monte alla luce di documenti e confronti</hi>, in <hi rend="italic">Millenario dell’abbazia di San Miniato al Monte 1018-2018</hi><hi > («De strata francigena», XXVI, 2), Centro Studi Romei, </hi>Firenze 2018, pp. 43-102.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-060-backlink">1</ref></hi>	Il presente saggio è tratto da M.P. Contessa, <hi rend="italic">Monachesimo, istituzioni e società a Firenze nel pieno Medioevo. San Miniato al Monte e San Salvi fra XI e XIII secolo (primi decenni)</hi>, tesi di dottorato in Storia Medievale, Università di Firenze, 2013, &lt;<ref target="https://flore.unifi.it/handle/2158/803875?mode=full.42#.XOuPNRYzbIU">https://flore.unifi.it/handle/2158/803875?mode=full.42#.XOuPNRYzbIU</ref>&gt; (02/2021), alla quale rimanderemo, di volta in volta, per l’approfondimento dei temi qui trattati. Per la denominazione del celebre abate di San Miniato si ricorre alla grafia Oberto (e non Uberto, come figura spesso in sede storiografica) in ossequio al nome che egli stesso si attribuisce nella documentazione. Infatti <hi rend="italic">Obertus </hi>deriva dal germanico <hi rend="italic">Audobercth</hi>, laddove <hi rend="italic">Ubertus</hi><hi > è originato da </hi><hi rend="italic">Hugubert</hi><hi > (M.</hi> Botteri Tognetti, <hi rend="italic">L’antroponimia delle Carte (secc. X-XI) del monastero di Santa Maria in Firenze (Badia)</hi>, Centro per lo studio delle civiltà barbariche in Italia, Istituto di linguistica-Università di Firenze, Firenze 1985, pp. 52, 65). Si tratta, pertanto, di due antroponimi diversi, il primo dei quali risulta diffuso nell’Italia settentrionale ed è eccezionale in Tuscia, dove appare relativamente più comune il secondo. L’abate di San Miniato, che si sottoscriveva <hi rend="italic">Otbertus</hi>, stando alle fonti disponibili, pare essere stato l’unico a Firenze a chiamarsi così, benché in alcune fonti che lo riguardano egli sia indicato come <hi rend="italic">Ubertus</hi>, nome più familiare all’onomastica locale.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-059-backlink">2</ref></hi>	Ci riferiamo, naturalmente, alle notissime affermazioni contenute nelle biografie di Giovanni Gualberto, che hanno influenzato l’opinione degli studiosi fino a tempi piuttosto recenti (ivi, pp. 133-134).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-058-backlink">3</ref></hi>	Per l’inquadramento storiografico dei rapporti fra monasteri e società urbana si veda ivi, pp. 9-14; riguardo agli studi specifici su San Miniato, ivi, pp. 15-24, mentre fra i contributi più recenti vanno segnalati quelli raccolti in <hi rend="italic">Millenario dell’abbazia di San Miniato al Monte 1018-2018 </hi>(«De strata francigena», XXVI, 2), Centro Studi Romei, Firenze 2018. L’interesse per la storia delle fondazioni monastiche è attestato da numerose ricerche di cui non è possibile dare conto qui, rimandiamo pertanto a F. Salvestrini <hi rend="italic">et al.</hi>, <hi rend="italic">La storiografia sul monachesimo italico d’età medievale (ca. 1984-2015)</hi>, in P. Piatti, R. Salvarani (a cura di),<hi rend="italic"> San Benedetto e l’Europa nel 50° anniversario della </hi>Pacis Nuntius<hi rend="italic"> (1964-2014): materiali per un percorso storiografico</hi>, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2015, pp. 201-301: 210-211, 225, 227-287 (indicazioni bibliografiche, queste ultime, a cura di R. Ciliberti), e <hi rend="italic">passim</hi>.<hi rend="italic"> </hi>Si tratta dell’ampliamento di un precedente contributo di Salvestrini (Id., <hi rend="italic">La più recente storiografia sul monachesimo italiano medievale (ca. 1984-2004)</hi>, «Benedictina», LIII [2], 2006, pp. 435-515), da considerare anche per il tema dei rapporti dei monasteri coi vescovi (pp. 212-213) e coi centri urbani (pp. 215-216). Ulteriori aggiornamenti e riflessioni sono proposti dallo stesso Salvestrini, in <hi rend="italic">Per un bilancio della più recente storiografia sul monachesimo italico d’età medievale</hi>, in R. Michetti, A. Tilatti (a cura di),<hi rend="italic"> Dal «Medioevo cristiano» alla «Storia religiosa» del medioevo</hi>, «Quaderni di Storia Religiosa Medievale», XXII (2), 2019, pp. 307-361. Per una panoramica sul monachesimo a Firenze all’epoca della fondazione di San Miniato si veda Id., <hi rend="italic">Monachesimo e vita religiosa a Firenze fra IX e XI secolo</hi>, in T. Verdon (a cura di),<hi rend="italic"> Firenze prima di Arnolfo. Retroterra di grandezza</hi>, Mandragora, Firenze 2016, pp. 73-79.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-057-backlink">4</ref></hi>	<hi rend="italic">Le carte del monastero di S. Miniato al Monte (secoli IX-XII)</hi>, a cura di L. Mosiici, Olschki, Firenze 1990. Il riferimento ai documenti di questa edizione sarà da ora in poi SM, seguito dal numero progressivo e dalla data come assegnati dall’editrice.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-056-backlink">5</ref></hi>	SM 5, 1018 aprile 27.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-055-backlink">6</ref></hi>	P. Golinelli, <hi rend="italic">Monasteri cittadini e società urbana in alta Italia intorno al Mille</hi>, in Id., <hi rend="italic">Città e culto dei santi nel medioevo italiano</hi>, Clueb, Bologna 1991, pp. 33-44: 39-41.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-054-backlink">7</ref></hi>	N. D’Acunto, Cum anulo et baculo. <hi rend="italic">Vescovi dell’Italia medievale dal protagonismo politico alla complementarietà istituzionale</hi>, CISAM, Spoleto 2019, pp. 3-219. Cfr. inoltre P. Piva, <hi rend="italic">Edifici di culto e committenti ‘imperiali’ nell’XI secolo: il caso bresciano</hi>, in A.C. Quintavalle (a cura di), <hi rend="italic">Medioevo: la chiesa e il palazzo</hi>, Electa, Milano 2007, pp. 249-270.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-053-backlink">8</ref></hi>	C. Sereno, <hi rend="italic">Relazioni fra enti monastici e poteri vescovili in area subalpina nel secolo XI</hi>, in S. Balossino, G.B. Garbarino (a cura di), <hi rend="italic">L’organizzazione ecclesiastica nel tempo di San Guido: istituzioni e territorio nel secolo XI</hi>, Impressioni grafiche, Acqui Terme 2007, pp. 75-103: 79; M.L. Ceccarelli Lemut, S. Sodi, <hi rend="italic">Il monachesimo benedettino nella diocesi di Pisa dalle prime attestazioni al XIII secolo</hi>, «Rivista di storia della Chiesa in Italia», LXV (2), 2011, pp. 375-404: 376-377; F. Salvestrini, <hi rend="italic">Il monachesimo in Valdelsa dalla riforma ecclesiastica all’età comunale (XI-XIII secolo)</hi>, in Id., <hi rend="italic">Badia Elmi. Storia e arte di un monastero valdelsano tra Medioevo ed Età moderna</hi>, Nuova Immagine, Siena 2013, pp. 13-24; Id., <hi rend="italic">Il monachesimo toscano dal tardoantico all’età comunale. Istanze religiose, insediamenti, relazioni politiche, società</hi>, in B.F. Gianni (O.S.B.), A. Paravicini Bagliani (a cura di),<hi rend="italic"> San Miniato e il segno del Millennio</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2020, pp. 263-288. Per un approfondimento sui rapporti fra vescovi e istituzioni monastiche si vedano adesso G. Andenna, <hi rend="italic">Monachesimo ed episcopato in Occidente tra VIII e XI secolo</hi>, in <hi rend="italic">Monachesimi d’oriente e d’occidente nell’alto medioevo</hi>, CISAM, Spoleto 2017, II, pp. 989-1018, e il saggio di Mauro Ronzani nel presente volume.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-052-backlink">9</ref></hi>	I nuclei principali del patrimonio iniziale si trovavano nel Valdarno, nell’area di Scandicci, in parte nel piviere di Sant’Alessandro a Giogoli, ma anche intorno alla chiesa di Santa Maria a Novole presso il fiume Pesa; in val di Bisenzio, a Campi, Prato e Vaiano; in Val di Sieve, dove comprendevano anche diversi castelli, dislocati per lo più nei pivieri di Acone, di Sant’Andrea di Doccia e di San Martino a Scopeto; infine, prossimi a Firenze, nel settore sud-orientale, tra la collina di San Miniato e l’Arno (Contessa, <hi rend="italic">Monachesimo</hi>, cit., p. 42).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-051-backlink">10</ref></hi>	Le uniche proprietà cittadine di San Miniato di cui siamo a conoscenza consistevano nella piccola badia o chiesa di Sant’Andrea presso l’Arco, situata nell’area del Mercato Vecchio, donata insieme alle sue pertinenze da Ildebrando al momento della fondazione, e in una casa presso la porta di Santa Maria in Foro ceduta dal vescovo Atto (SM 22, 1038 febbraio-1045 gennaio 9). Dopo la scomparsa di Ildebrando la badiola divenne oggetto di una disputa patrimoniale fra diversi contendenti, e non è più menzionata nelle carte del monastero fino al tardo XII secolo (Contessa, <hi rend="italic">Monachesimo</hi>, cit., pp. 138 e n.). L’interesse circa il patrimonio di Sant’Andrea, fondamentale per comprendere i rapporti fra San Miniato, la Canonica e il vescovado e le ricadute anche a livello religioso, sarà trattato in maniera approfondita in una nostra ricerca di prossima pubblicazione.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-050-backlink">11</ref></hi>	Sull’abbaziato di Oberto: ivi, pp. 179-192; sull’insediamento dei cenobiti nell’area di Ripoli, sull’impulso all’economia di quel territorio e sui rapporti con i residenti o comunque con soggetti detentori di interessi <hi rend="italic">in loco</hi>:<hi rend="italic"> </hi>ivi, pp. 43-57.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-049-backlink">12</ref></hi>	Ivi, pp. 48-50.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-048-backlink">13</ref></hi>	SM 19, 1043 novembre 30; 20, 1044 aprile. I contendenti erano gli Adimari, che alla fine rinunciarono alle loro rivendicazioni (SM 24, 1046 novembre 22). Di ascendenza hucpoldingia, insediati in varie aree del fiorentino più o meno prossime alla città e vicini alle stirpi comitali dei Guidi e dei Cadolingi, questi aristocratici non vanno confusi con l’omonima famiglia cittadina attestata ai vertici della società urbana in età consolare (M.E. Cortese, <hi rend="italic">Signori, castelli, città: l’aristocrazia del territorio fiorentino tra X e XII secolo</hi>, Olschki, Firenze 2007, p. 35; per la ricostruzione prosopografica, il radicamento territoriale e i rapporti con la società fiorentina si vedano ivi le pp. 261-265; le origini e l’evoluzione del gruppo familiare sono adesso illustrate in E. Manarini, <hi rend="italic">I due volti del potere. Una parentela atipica di ufficiali e signori nel regno italico</hi>, Ledizioni, Milano 2016, pp. 132-136, 191-196, 330 e <hi rend="italic">passim</hi>. Sugli Adimari cittadini si veda E. Faini, <hi rend="italic">Uomini e famiglie nella Firenze consolare</hi>, «Storia di Firenze. Il portale per la storia della città», 2009, &lt;<ref target="http://www.storiadifirenze.org/?cat=586">http://www.storiadifirenze.org/?cat=586</ref>&gt;, pp. 13-14 (02/2021).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-047-backlink">14</ref></hi>	Su questi aspetti si veda <hi rend="italic">Alle porte di Firenze. Il territorio di Bagno a Ripoli in età medievale</hi>, a cura di P. Pirillo, Viella, Roma 2008, in particolare i saggi di M.E. Cortese, <hi rend="italic">Famiglie aristocratiche nei pivieri di Ripoli, Villamagna, Antella e Impruneta (secc. XI-XII): patrimoni, relazioni politiche, rapporti con la Città</hi>, pp. 17-40; E. Faini, <hi rend="italic">Da Bagno a Ripoli a Firenze (e ritorno)</hi>, pp. 41-56; F. Salvestrini, <hi rend="italic">Il monachesimo vallombrosano alla periferia orientale di Firenze. La badia di San Bartolomeo a Ripoli nel pieno e nel tardo Medioevo</hi>, pp. 57-92, soprattutto, per il periodo che ci interessa, alle pp. 57-69.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-046-backlink">15</ref></hi>	P. Canuti <hi rend="italic">et al.</hi>,<hi rend="italic"> Natural hazards and cultural heritage in Florence: the slope instability story of </hi>Monte alle Croci, «Giornale di geologia applicata», I, 2005, pp. 123-130.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-045-backlink">16</ref></hi>	Contessa, <hi rend="italic">Monachesimo</hi>, cit., pp. 162-165. Per l’edizione critica del testo si veda adesso <hi rend="italic">Le Passioni di san Miniato martire</hi> <hi rend="italic">fiorentino</hi>, a cura di S. Nocentini, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2018, pp. 142-152.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-044-backlink">17</ref></hi>	Così almeno si afferma nella <hi rend="italic">charta ordinationis et confirmationis</hi> con la quale il vescovo Lamberto, pochi anni dopo la scomparsa del predecessore, confermò a San Miniato le donazioni ricevute da quest’ultimo e concesse altri beni (SM 9, 1028 luglio).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-043-backlink">18</ref></hi>	G. Villani, <hi rend="italic">Nuova cronica</hi>, a cura di G. Porta, Guanda, Parma 1991, I, p. 31.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-042-backlink">19</ref></hi>	Circa la costruzione dell’odierna chiesa abbaziale si veda Contessa, <hi rend="italic">Monachesimo</hi>, cit., pp. 198-208 (e cfr. ivi, pp. 127-129), dove per ciò che attiene all’aspetto archeologico e artistico, con particolare riferimento alla lettura delle fasi costruttive, abbiamo tenuto conto di quanto espresso in G. Tigler, <hi rend="italic">San Miniato al Monte a Firenze</hi>, in Id., <hi rend="italic">Toscana romanica</hi>, Jaca Book, Milano 2006, pp. 155-165: 160-162, che all’epoca della nostra ricerca rappresentava la sintesi e l’interpretazione più aggiornata delle informazioni disponibili. Di recente l’autore è tornato più dettagliatamente sull’argomento in Id., <hi rend="italic">Le fasi architettoniche di San Miniato al Monte alla luce di documenti e confronti</hi>, in <hi rend="italic">Millenario</hi>, cit., pp. 43-102, attribuendoci la convinzione che Ildebrando abbia ricostruito integralmente la chiesa attuale nel 1018, come risulterebbe a p. 185 di un nostro saggio pubblicato nel 2015 (ivi, p. 46 e n.), ma ignorando (nel senso che deve essergli sfuggito, benché rilevi che siamo a conoscenza delle sue opinioni) quanto affermiamo nello stesso saggio a p. 189 citando in nota proprio lui. <hi >A p. 185 abbiamo scritto, infatti: «There was an ancient, dilapidated little chapel dedicated to the Christian martyr Minias on that hill. Bishop Ildebrando (1008-1024) decided to restore it and obtained the support of his temporal lord, the emperor Henry II. He disinterred the remains of Minias and some other martyrs, put them into a reliquiary he placed in a purpose-built crypt, and finally entrusted them to a community of Benedictine monks founded for that reason»; e a p. 189: «Finally, recent studies on Romanesque art in Tuscany suggest that it was Oberto himself who conceived the first part of the magnificent church that still overlooks Florence today» (</hi><hi >M.P. Contessa</hi><hi >, </hi><hi rend="italic" >An Episcopal Monastery in Florence from the 11</hi><hi rend="italic CharOverride-2" >th</hi><hi rend="italic" > to the Early 13</hi><hi rend="italic CharOverride-2" >th </hi><hi rend="italic" >Century: San Miniato al Monte</hi><hi >, in F. Sabaté [ed.], </hi><hi rend="italic" >Life and Religion in the Middle Ages</hi><hi >, Cambridge Scholars Publishing, Newcastle upon Tyne 2015, pp. 184-201). </hi>Dunque Ildebrando ‘ristrutturò’ (il verbo da lui impiegato è <hi rend="italic">renovare</hi>) un’antica chiesa in rovina dedicata al martire Miniato, recuperò le (pretese) spoglie di questi e dei suoi compagni, le pose in un reliquiario all’interno di una cripta realizzata allo scopo e le affidò alle cure della comunità monastica appositamente costituita. Poiché questo si desume dal documento del 1018 (come conviene lo stesso Tigler: Id., <hi rend="italic">San Miniato</hi>, cit., pp. 156, 160; <hi rend="italic">Le fasi architettoniche</hi>, cit., pp. 46-53), ci pareva lecito darne conto parlando delle origini del monastero, senza perciò sostenere che quella chiesa e quella cripta corrispondano alle odierne; infatti, accennando poi al periodo obertiano, abbiamo ascritto l’avvio di queste ultime all’iniziativa dell’abate. Il saggio del 2015 è la relazione presentata a un convegno nel 2011, ricavata dalle prime ricerche per la nostra tesi dottorale e consegnata per la pubblicazione in quello stesso anno. Il limitato spazio a disposizione, data anche l’ampiezza cronologica del tema, ha impedito qualsiasi approfondimento, né ci è stato possibile inserire un riferimento bibliografico specifico alla ricerca in corso, all’epoca appena abbozzata (e del resto il rinvio a uno specialista ci sembrava sufficiente) e poi discussa e resa liberamente consultabile nel <hi rend="italic">repository</hi> dell’Università di Firenze nel 2013. Pertanto, riguardo alla chiesa di San Miniato, il testo del 2015 anticipava in maniera molto concisa ciò che abbiamo poi spiegato diffusamente nella versione consultabile della tesi del 2013 – che Tigler a quanto pare non conosce – sulla base della datazione delle fasi architettoniche proposta dallo studioso, che ci sembra confermata da evidenze documentarie e che per quanto ci è possibile intendiamo ribadire anche in questa sede, con buona pace dello stesso.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-041-backlink">20</ref></hi>	Tigler pone la cripta «all’incirca fra 1038 e ’57» in Id., <hi rend="italic">San Miniato</hi>, cit., p. 160 (dove si trova anche la citazione riferita alle cripte coeve), «verso la metà dell’XI secolo» in Id., <hi rend="italic">Le fasi architettoniche</hi>, cit., pp. 93-94, 96. A questo stesso periodo attribuisce la parte inferiore dell’abside (ivi, p. 93). Inoltre, nel suo contributo più recente egli colloca la realizzazione delle navate «a partire dal 1080 circa» (ivi, p. 96), mentre le indicazioni del 2006 non sembravano impedirne l’attribuzione all’epoca obertiana (Id., <hi rend="italic">San Miniato</hi>, cit., p. 162: «In sostanza si avverte dunque una mancanza di termini di confronto ben datati utili a circoscrivere i tempi di costruzione delle navate di San Miniato. Quel che è certo è che il sistema alternato dei sostegni e l’introduzione degli archi trasversi presuppongono edifici come San Piero a Grado, qui posto nel secondo quarto dell’XI secolo»).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-040-backlink">21</ref></hi>	SM 14, febbraio 1038.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-039-backlink">22</ref></hi>	SM 32 e 33 (quest’ultimo è una falsificazione in forma di privilegio), entrambi datati 1068 dicembre 16.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-038-backlink">23</ref></hi>	<hi >«</hi>De corum [sic] itaque collegio quosdam viros de Sancti Miniatis monasterio […] qui meliorandi vite gratia, cenobium quod multa populositate frequentabatur relinquentes, in loco solitario vitam sanctam actitare maluerunt<hi >»</hi>: Firenze, Archivio di Stato, <hi rend="italic">Diplomatico</hi> (da ora in poi ASFD), <hi rend="italic">Vallombrosa, S. Maria d’Acquabella</hi>, 1039 luglio 3 (in copia del XII secolo). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-037-backlink">24</ref></hi>	I cantieri monastici coinvolgevano attivamente le stesse comunità dei religiosi, dagli abati che decidevano sugli aspetti fondamentali della costruzione o rifondazione di un edificio, come ad esempio la scelta del luogo o il reperimento delle maestranze, ai monaci, che partecipavano personalmente ai lavori unitamente alle maestranze stesse e non di rado anche ai fedeli, compresi i pellegrini: F.R. Stasolla, <hi rend="italic">L’organizzazione dei cantieri monastici</hi>, in M.C. Somma (a cura di), <hi rend="italic">Cantieri e maestranze nell’Italia medievale</hi>, CISAM, Spoleto 2010, pp. 73-95: 75-76, 84, 91-92, 95; M.C. Somma, <hi rend="italic">I cantieri monastici</hi>, in <hi rend="italic">Monachesimi d’oriente e d’occidente</hi>, cit., I, pp. 589-630: 604-607. Sul rumore prodotto dai visitatori nei pressi e persino all’interno dei santuari, e sulla pratica, documentata già nell’XI secolo, di vendere oggetti sacri di fronte all’entrata, specialmente nel giorno della festa del santo cfr. J. Sumption, <hi rend="italic">Monaci santuari pellegrini: la religione nel Medioevo</hi>, Editori riuniti, Roma 1999<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi>, pp. 263 e sgg. Circa l’impatto che la citata impresa dovette avere nella società fiorentina cfr. Contessa, <hi rend="italic">Monachesimo</hi>, cit., pp. 175-179, 187-190.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-036-backlink">25</ref></hi>	Come del resto lui stesso afferma (SM 5, 1018 aprile 27).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-035-backlink">26</ref></hi>	SM 30 e 31, entrambi datati 1068 giugno.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-034-backlink">27</ref></hi>	SM 37, 1065 aprile 16-1077 agosto 28. In merito alla preparazione di questo documento presso San Miniato e sulla mancanza di corroborazione cancelleresca si vedano le considerazioni dell’editrice nella nota introduttiva allo stesso.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-033-backlink">28</ref></hi>	Contessa, <hi rend="italic">Monachesimo</hi>, cit., pp. 195-198.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-032-backlink">29</ref></hi>	G. Ammannati, <hi rend="italic">La scrittura dei notai fiorentini nei secoli X e XI. Con un</hi> excursus <hi rend="italic">su due documenti del notaio Lamberto (S. Pier Maggiore, 1067 febbraio 27; S. Maria di Rosano, 1045 febbraio 18)</hi>, «Medioevo e Rinascimento», n.s. XX, 2009, pp. 33-70: 50-57; la citazione è a p. 51.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-031-backlink">30</ref></hi>	<hi rend="italic">Carte della Badia di Settimo e della Badia di Buonsollazzo nell’Archivio di Stato di Firenze, 998-1200</hi>, a cura di A. Ghignoli, A.R. Ferrucci, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2004, pp. XXXVII-XXXVIII. Ghignoli rileva, inoltre, un altro aspetto dell’attività di Alberto che sembra rimandare a un modello cancelleresco: il ricorso a uno scriba per il testo dei documenti riservando per sé l’escatocollo (ivi, p. XVIII, nota 107). Cfr. su questo punto il parere di Ammannati, <hi rend="italic">La scrittura dei notai fiorentini</hi>, cit., p. 50 n.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-030-backlink">31</ref></hi>	Contessa, <hi rend="italic">Monachesimo</hi>, cit., p. 34 n.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-029-backlink">32</ref></hi>	<hi rend="italic">Carte della Badia di Settimo</hi>, cit., p. XXXIII e n.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-028-backlink">33</ref></hi>	Cfr. A. Ghignoli, <hi rend="italic">Istituzioni ecclesiastiche e documentazione nei secoli VIII-XI. Appunti per una prospettiva</hi>, «Archivio storico italiano», CLXII, 2004, pp. 619-666: 648-652.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-027-backlink">34</ref></hi>	SM 38, 1077 agosto 28. Da questo documento apprendiamo che Oberto e il preposto della Canonica Rolando (ca. 1036-ca. 1057) si erano accordati per la spartizione a metà delle offerte diocesane.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-026-backlink">35</ref></hi>	Faini, <hi rend="italic">Da Bagno a Ripoli a Firenze</hi>, cit., pp. 42 sgg.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-025-backlink">36</ref></hi>	Contessa, <hi rend="italic">Monachesimo</hi>, cit., p. 46 e nn.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-024-backlink">37</ref></hi>	Dal 1115 è ricordata una corte del monastero a San Pietro a Ema (SM 54, 1115 agosto 8), pochi decenni dopo è attestato un castaldo (SM 76, 1145 dicembre 28). Sui diritti di decima: SM 71, 1140 luglio 18; 72, 1140 luglio 20; 73, 1140 settembre 9; 120, 1185 marzo 5.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-023-backlink">38</ref></hi>	Fra i testimoni a una refuta di terra posta nel territorio della chiesa di San Pietro compare un «Guid<hi rend="italic">us</hi> fili<hi rend="italic">us</hi> ***** ospitalingi sancti Petri Yme» (SM 130, 1195 dicembre 15).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-022-backlink">39</ref></hi>	SM 122, 1187 marzo 18. Sui rapporti con i parrocchiani si veda Contessa, <hi rend="italic">Monachesimo</hi>, cit., pp. 50-52.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-021-backlink">40</ref></hi>	Sull’urbanizzazione di quest’area cfr. ivi, pp. 57 sgg.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-020-backlink">41</ref></hi>	Ivi, p. 58.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-019-backlink">42</ref></hi>	Questi immigrati giungevano a Firenze attratti dalle possibilità di impiego negli opifici cittadini, o al seguito dei proprietari terrieri del contado (Faini, <hi rend="italic">Da Bagno a</hi> <hi rend="italic">Ripoli a Firenze</hi>, cit., pp. 52-55).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-018-backlink">43</ref></hi>	SM 87, 1164 giugno 17.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-017-backlink">44</ref></hi>	La fondazione della chiesa di San Niccolò avvenne, quindi, in relazione al notevole incremento demografico che portò alla realizzazione delle prime mura comunali fra 1172 e 1175 (E. Scampoli, <hi rend="italic">Firenze, archeologia di una città (secoli I a.C.-XIII d.C.)</hi>, Firenze University Press, Firenze 2010, p. 174), anche se quest’area restò al di fuori del circuito urbano fino al 1258, anno in cui furono rafforzate le fortificazioni Oltrarno (G. Fanelli, <hi rend="italic">Firenze</hi>, Laterza, Roma-Bari 1980, pp. 15, 30). La fascia territoriale a oriente del ponte, di fatto, restava esclusa dal perimetro cittadino (cfr. Scampoli, <hi rend="italic">Firenze</hi>, cit., p. 239).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-016-backlink">45</ref></hi>	Cfr. G. Richa, <hi rend="italic">Notizie istoriche delle chiese fiorentine divise ne’ suoi quartieri</hi>, Nella stamperia di Pietro Gaetano Viviani, Firenze 1754-62, X, p. 261.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-015-backlink">46</ref></hi>	Contessa, <hi rend="italic">Monachesimo</hi>, cit., pp. 201-202 e n; e cfr. Tigler, <hi rend="italic">San Miniato</hi>, cit., p. 160.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-014-backlink">47</ref></hi>	Sono indicati in un privilegio di Lucio III (SM 120, 1185 marzo 5).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-013-backlink">48</ref></hi>	Contessa, <hi rend="italic">Monachesimo</hi>, cit., pp. 61-62; sui rapporti con i parrocchiani in questo settore territoriale si veda ivi, pp. 65-70.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-012-backlink">49</ref></hi>	Il ponte Nuovo, poi detto alla Carraia, sarebbe stato costruito pochi anni dopo, nel 1218-1220, il ponte Rubaconte (oggi ponte alle Grazie) nel 1237 (Fanelli, <hi rend="italic">Firenze</hi>, cit., p. 24; F. Salvestrini, <hi rend="italic">Libera città su fiume regale. Firenze e l’Arno dall’Antichità al Quattrocento</hi>, Nardini, Firenze 2005, p. 22). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-011-backlink">50</ref></hi>	Costruita dalle monache di Santa Felicita e dalla famiglia dei Fifanti (E. Faini, <hi rend="italic">Firenze nell’età romanica (1000-1211). L’espansione urbana, lo sviluppo istituzionale, il rapporto con il territorio</hi>, Olschki, Firenze 2010, p. 43).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-010-backlink">51</ref></hi>	Contessa, <hi rend="italic">Monachesimo</hi>, cit., pp. 62-63 e n.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-009-backlink">52</ref></hi>	L’importanza strategica del ponte è confermata dal fatto che alcune battaglie fra esponenti delle diverse fazioni cittadine furono combattute proprio nei pressi (Faini, <hi rend="italic">Firenze nell’età romanica</hi>, cit., pp. 192-195).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-008-backlink">53</ref></hi>	Cfr. Contessa, <hi rend="italic">Monachesimo</hi>, cit., pp. 64-65.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-007-backlink">54</ref></hi>	Fanno eccezione gli Amidei e i loro consanguinei Gherardini, i quali peraltro si stanziarono in città molto tardi. I rapporti con queste due stirpi discendenti dal ceppo comune dei <hi rend="italic">Nepotes Ceci</hi>, a sua volta derivato dai fondatori della chiesa di San Pietro a Ema, erano però il portato di legami nati e sviluppati nella campagna. Sulle loro relazioni col monastero si veda ivi, pp. 53 sgg.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-006-backlink">55</ref></hi>	Purtroppo l’identità del benefattore, il cui nome è inciso sul pavimento completato nel 1207, resterà probabilmente sconosciuta. Escludiamo che possa trattarsi dell’omonimo abate, che divenne tale nel 2010: cfr. F. Gurrieri, R. Manetti (a cura di), <hi rend="italic">Dieci secoli per la basilica di San Miniato al Monte</hi>, Catalogo della mostra, Polistampa, Firenze 2007, p. 41; e T. Gramigni, <hi rend="italic">Iscrizioni medievali nel territorio fiorentino fino al XIII secolo</hi>, Firenze University Press, Firenze 2012, pp. 155-156. <hi >È</hi> vero che l’antroponimo non era comune a Firenze e nel fiorentino, ma questa non ne è l’unica attestazione. Vi fu, per esempio, un Giuseppe della Lupa console nel 1174, che l’anno successivo refutò proprio all’ospedale e al monastero di San Miniato i diritti su alcune terre nelle corti di Pesa, Torri e Battidenti (Faini, <hi rend="italic">Uomini e famiglie</hi>, cit., p. 47 e n.; SM 104, 1175 ottobre 13). Inoltre, ai primi del Duecento era attivo a Firenze uno <hi rend="italic">Iosehp </hi>giudice e notaio (ASFD, <hi rend="italic">Firenze, S. Maria della Badia</hi>, 1212 gennaio 12 sf e 1212 marzo 9 sf). Il nome si ritrova anche fra i consiglieri del Comune, come si vede in S. Diacciati, <hi rend="italic">Consiglieri e consigli del Comune di Firenze nel Duecento. A proposito di alcune liste inedite</hi>, «Annali di Storia di Firenze», III, 2008, pp. 217-243, agli anni 1234 (<hi rend="italic">Guilielmus Ioseppi</hi>, p. 228; <hi rend="italic">Rugerius Ioseppi</hi>, p. 229); 1245 (<hi rend="italic">Ioseppus Canisiani</hi>, p. 231); 1255 (<hi rend="italic">Ioseppo Guilielmi</hi>, p. 233). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-005-backlink">56</ref></hi>	È significativa la lite con gli uomini del popolo di San Niccolò, che avevano aperto un nuovo accesso alla chiesa nonostante il divieto dell’abate, documentata nel 1245 ma certo iniziata tempo prima. Dietro a motivazioni apparentemente futili si intravedono questioni importanti: da una parte l’esigenza di autodeterminazione della comunità aggregata attorno alla chiesa parrocchiale, dall’altra la ferma volontà del monastero di tutelare i propri diritti (Contessa, <hi rend="italic">Monachesimo</hi>, cit., pp. 65-66; 120-122).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-004-backlink">57</ref></hi>	Ivi, pp. 145 sgg.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-003-backlink">58</ref></hi>	Nell’estate del 1200 il vescovo Pietro scomunicò i religiosi perché pretendevano di decidere sulla nomina dell’abate. Dieci anni più tardi essi scelsero un prete di nome Benedetto, che il vescovo Giovanni da Velletri costrinse a rinunciare per imporre un uomo di sua fiducia, ossia il suddetto Giuseppe (ivi, pp. 140-142).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-002-backlink">59</ref></hi>	Un documento del 1228 del ci informa di una causa in atto fra il cenobio e i consoli, che si presentavano come garanti di una corretta amministrazione dell’Opera stessa, a loro dire assolutamente inadeguata (<hi >«</hi>qui quasi defensores pietatis cum prefate Opere contra abbatem ac monasterium in predictis se opponebant, unde longo tempore gravia dampna et scandala tam monasterium quam Opera substinuerunt<hi >»</hi>: ASFD, <hi rend="italic">Firenze, S. Miniato al Monte</hi>, 1228 maggio 16). È appena il caso di ricordare che simili affermazioni non vanno prese alla lettera e che, indipendentemente da possibili responsabilità oggettive del monastero, i mercanti avevano tutto l’interesse a screditare la gestione abbaziale.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-001-backlink">60</ref></hi>	SM 109, 1180 marzo 31.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-000-backlink">61</ref></hi>	Fra le carte di San Miniato si conserva il giuramento prestato dall’operario Villano di osservare le disposizioni che gli venissero comunicate riguardo a tutti i negozi presenti e futuri, e specialmente in riferimento alla lite che questi aveva in corso con Neri converso del monastero (ASFD, <hi rend="italic">Firenze, S. Miniato al Monte</hi>, 1218 aprile 29, il giuramento porta la data del 24 ottobre dello stesso anno).</p>
      
      
      
      
      
      
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