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        <title type="main" level="a">San Miniato al Monte e lo spazio politico fiorentino nel XIII secolo</title>
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            <forename>Enrico</forename>
            <surname>Faini</surname>
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          <resp>This is a section of <title>La Basilica di San Miniato al Monte di Firenze (1018-2018)</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-295-9</idno>) by </resp>
          <name>Francesco Salvestrini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2021">2021</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.08</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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        <p>Starting from the example of San Miniato al Monte, the essay dwells on the relationship existing between Florentine aristocracy and religious institutions. These were indispensable elements for the occupation of the urban ‘political space’, thanks to the social networks they controlled. Their political role – until now poorly investigated – was clearly recognised by the new ruling groups (Popolo). For this reason, the Florentine Popolo’s regime at the end of the thirteenth century tried to break the connection between aristocratic families and religious institutions, also through the use of precise rules that had become part of the Ordinamenti di Giustizia.</p>
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            <item>Commune of Florence</item>
            <item>Popular Commune</item>
            <item>Magnati and Popolani</item>
            <item>urban aristocracy</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.08<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.08" /></p>
      
      
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">San Miniato al Monte e lo spazio politico fiorentino nel XIII secolo</p><p rend="h1_author">Enrico Faini</p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Sommario</hi>: A partire dall’esempio di San Miniato al Monte, il saggio si sofferma sulla relazione tra aristocrazia fiorentina ed enti religiosi. Questi istituti erano elementi indispensabili per l’occupazione dello ‘spazio politico’ urbano, grazie alle reti sociali che controllavano. Il loro ruolo politico – fino a oggi scarsamente indagato – era chiaramente riconosciuto dai nuovi gruppi dirigenti d’origine popolare. Per questo motivo il regime di Popolo di fine Duecento tentò di rompere la relazione esistente tra famiglie aristocratiche e fondazioni religiose, anche tramite il ricorso a precise norme confluite negli Ordinamenti di Giustizia.</p><p rend="text">Il 24 febbraio 1256 l’abate di San Miniato al Monte, Chierico, prorogava di un anno a Guido di Aliotto dei Caponsacchi l’affitto del castello di Montalto, sul versante meridionale del Monte Giovi. Il canone era fissato in 8 moggi e venti staia di grano. Nulla di eccezionale se non l’entità del canone, del resto proporzionale all’entità dei beni ceduti in affitto: un castello con tutte le sue <hi rend="italic">possessiones</hi> e i suoi <hi rend="italic">redditus</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-047-backlink"><ref target="08.html#footnote-047">1</ref></hi></hi>. L’atto è pubblicato nel nuovo <hi rend="italic">Codice diplomatico dantesco</hi> perché tra i testimoni compare Bello Alighieri, prozio di Dante. L’importanza del documento nell’ambito di questo saggio non risiede, però, nella citazione della famiglia del Poeta. Esso ci serve piuttosto per chiarire alcuni aspetti della storia fiorentina del Duecento, ovvero il modo attraverso il quale l’aristocrazia urbana si garantiva la sopravvivenza politica e uno dei metodi attraverso i quali gli aristocratici diventavano ‘magnati’.</p><p rend="text">Qualche parola per chiarire cosa si intendesse per magnate. Quella dei ‘magnati’ (nelle fonti in latino <hi rend="italic">magnates</hi>, in quelle in volgare <hi rend="italic">grandi</hi>) è una categoria giuridica emersa nella seconda metà del Duecento; una recente ed efficace definizione indica il magnate come il prototipo del «cattivo nobile»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-046-backlink"><ref target="08.html#footnote-046">2</ref></hi></hi>. Semplificando, potremmo dire che la categoria dei magnati era il risultato di una distinzione sociale in chiave negativa: essi erano i ricchi e potenti che abusavano dei loro mezzi nei confronti di altri soggetti definiti nelle fonti in latino <hi rend="italic">de populo</hi> o <hi rend="italic">populares</hi>, in quelle volgari <hi rend="italic">popolani</hi>. Chi riconosce i contorni di uno scontro sociale in questa distinzione – io sono tra questi – sostiene che erano gli aristocratici che opprimevano gli altri membri della società<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="08.html#footnote-045">3</ref></hi></hi>. Non voglio semplificare fino a questo punto: il conflitto si poneva in termini così netti solo nella propaganda. Nella realtà anche tra i popolani avremmo potuto incontrare soggetti ricchi e potenti, che nascondevano dietro lo schermo di una pretesa ‘popolanità’ i propri magheggi per il controllo della politica cittadina<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="08.html#footnote-044">4</ref></hi></hi>. La distinzione tra magnati e popolani, tuttavia, doveva esser credibile e socialmente leggibile per essere davvero efficace; solo di un esteso consenso – tanto esteso da divenire talvolta irriflesso – si poteva fare anche un uso distorto, ingannevole, manipolatorio, ‘parassitario’<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="08.html#footnote-043">5</ref></hi></hi>. La categoria dei ‘magnati’ fiorentini venne definita da una serie di leggi discriminatorie varate a partire dagli anni Ottanta del Duecento: esse tendevano a indebolire la posizione dei magnati ogniqualvolta si fossero scontrati in tribunale con un popolano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="08.html#footnote-042">6</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Cosa c’entra la pergamena del 1256 con il conflitto tra magnati e popolani della fine del secolo? Occorre ricordare una delle disposizioni degli Ordinamenti di Giustizia – ovvero le leggi attraverso le quali i magnati vennero maggiormente discriminati – così come ci sono tramandati non dalla seconda stesura del testo ufficiale, risalente al 1295 (Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, <hi rend="italic">Fondo Nazionale</hi>, II.1.153), ma da una minuta del gennaio 1293 (Archivio di Stato di Firenze, <hi rend="italic">Statuti del Comune di Firenze</hi>, 1) che servì alla redazione di una prima versione ufficiale a noi non pervenuta. Come è stato ormai chiarito, infatti, gli Ordinamenti furono il risultato di almeno tre interventi: un primo intervento nel gennaio del 1293; un secondo durante il priorato di Giano della Bella (15 febbraio – 15 aprile 1293), che radicalizzò le disposizioni; un terzo nel luglio 1295 che ‘temperò’ gli Odinamenti stessi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="08.html#footnote-041">7</ref></hi></hi>. Il codice dell’Archivio di Stato è testimone dei primi due interventi, mentre il codice della Biblioteca Nazionale è testimone degli ordinamenti ‘temperati’ del 1295. La disposizione alla quale facevamo riferimento si trova sia nella minuta del 1293 sia nel testo del 1295 ed è intitolata: <hi rend="italic">De occupantibus possessiones et bona monasteriorum, ecclesiarum vel hospitalium</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="08.html#footnote-040">8</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> Lo strato redazionale al quale appartiene questa rubrica è il primo (quello precedente alla radicalizzazione di Giano della Bella), testimoniato dalle prime sedici carte del codice dell’Archivio di Stato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="08.html#footnote-039">9</ref></hi></hi>. La rubrica determinava, tra l’altro, la nullità dei contratti tra enti religiosi e membri delle casate magnatizie, qualora tali contratti fossero stati stipulati danneggiando il patrimonio degli enti stessi: «Existentibus questionibus de dictis ecclesiis, monasteriis et hospitalibus inter aliquos clericos qui […] de bonis dictarum ecclesiarum aliquem contractum fecerint vel receperint in preiudicium dictarum ecclesiarum». Il danno doveva essere stabilito e punito da un magistrato popolare, il Capitano e conservatore della pace, che possedeva su questa materia «plenum arbitrium et potestatem inquirendi et procedendi». È evidente che la disposizione – formulata in termini così generici – poteva diventare un’arma politica decisiva: non solo essa colpiva i grandi che occupavano <hi rend="italic">manu militari</hi> i beni ecclesiastici, ma anche coloro che detenevano un regolare contratto, magari un contratto d’affitto come quello sul quale ci siamo soffermati. </p><p rend="text">Un po’ in tutta Europa le stirpi dell’antica aristocrazia controllavano i patrimoni di chiese e monasteri, anche grazie a formali relazioni di patronato; a questa regola non sfuggivano, ovviamente, gli aristocratici delle città comunali italiane, né i Fiorentini in particolare<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="08.html#footnote-038">10</ref></hi></hi>. Il controllo del patrimonio ecclesiastico era dunque una delle caratteristiche principali dell’identità magnatizia; spezzare il legame tra gli enti religiosi e i magnati significava colpire le loro basi economiche. Probabilmente fu proprio per la capacità di intervenire in maniera indiscriminata sul patrimonio dei magnati che, nella versione ammorbidita degli Ordinamenti varata nel 1295, il riferimento ai contratti sparì<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="08.html#footnote-037">11</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Torniamo ora alla relazione tra Caponsacchi e San Miniato. Non abbiamo reperito documentazione che attesti un’azione legale contro la famiglia alla fine del Duecento, anche se è molto probabile che il recente ricordo del legame abbia contribuito all’inclusione della stirpe nel novero dei grandi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="08.html#footnote-036">12</ref></hi></hi>. All’epoca della legislazione antimagnatizia la potenza dei Caponsacchi era già declinata sotto i colpi dei bandi politici: i Caponsacchi erano ghibellini in una città definitivamente guelfa dal 1267<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="08.html#footnote-035">13</ref></hi></hi>. Alcuni, non tutti, sarebbero tornati a Firenze dopo la pace del cardinal Latino del 1280<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="08.html#footnote-034">14</ref></hi></hi>, ma nel fondo <hi rend="italic">Diplomatico</hi> non ci sono tracce di nuove attribuzioni del castello di Montalto a un membro della stirpe.</p><p rend="text">Ciò che importa qui è, semmai, un’altra questione, una questione politicamente scottante proprio negli anni nei quali le relazioni tra Caponsacchi e San Miniato erano in pieno fulgore. Nel 1256 era in auge il primo regime popolare della città e i Caponsacchi, dal profilo decisamente aristocratico, ne erano esclusi. Non possono esservi dubbi su questo punto: non troviamo nessun Caponsacchi tra gli Anziani, la magistratura di vertice del regime popolare<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="08.html#footnote-033">15</ref></hi></hi>. Nonostante la marginalità istituzionale, tuttavia, i Caponsacchi continuavano a contare politicamente, come dimostra il fatto che – negli anni Sessanta – alcuni rappresentanti del lignaggio tornarono nelle liste dei consiglieri.<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="08.html#footnote-032">16</ref></hi></hi> Molto probabilmente le relazioni con gli enti ecclesiastici contribuivano a conservare una certa influenza. Tra queste relazioni – oltre a quella con San Miniato al Monte – dobbiamo annoverare anche quella con il capitolo della cattedrale, entro il quale, almeno dal 1237, sedeva Caponsacco dei Caponsacchi, con la dignità di arciprete a partire dal 1251<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="08.html#footnote-031">17</ref></hi></hi>. Nel 1256 il rapporto con San Miniato durava già da almeno trent’anni: nel 1226 l’abate aveva infatti ceduto a Boverotto di Spina Caponsacchi la giurisdizione sui castelli di Montalto, Galiga e Aceraia per nove anni in cambio di 52 lire<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="08.html#footnote-030">18</ref></hi></hi>. Montalto doveva essere stato affidato a Guido di Aliotto Caponsacchi verso il 1244, dato che nel 1256 si era deciso di prorogare di un anno un contratto dodecennale. L’anno successivo, 1257, il castello sarebbe stato nuovamente affidato a un membro della stirpe (stavolta Ormanno di Spina) per sei anni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="08.html#footnote-029">19</ref></hi></hi>. Dunque a partire dagli anni Venti del Duecento San Miniato consegnò una delle sue più significative giurisdizioni signorili ai membri di una stirpe aristocratica. Certo, l’affidamento era mediato attraverso un contratto a scadenza, ma lo stato di necessità economica nel quale versava il monastero lascia pochi dubbi sul fatto che fossero i Caponsacchi ad avere il ‘coltello dalla parte del manico’<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="08.html#footnote-028">20</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Questa vicenda ha un significato che trascende il rapporto tra San Miniato e la famiglia ghibellina. Il controllo territoriale non era soltanto un elemento di prestigio e ricchezza, ma assumeva anche un particolare rilievo politico nel contesto dei regimi popolari, i quali si orientavano verso una «sempre più stringente strutturazione del territorio in circoscrizioni ordinate dal centro e rigidamente istituzionalizzate»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="08.html#footnote-027">21</ref></hi></hi>. San Miniato, più o meno negli stessi anni nei quali cedeva ai Caponsacchi il controllo di Montalto, sul versante Sud del Monte Giovi, assegnava per un anno a Iacopo di Ildebrandino del Pazzo – appartenente anche lui a una schiatta di antica tradizione – la podesteria del castello di Montagutolo a Querceto (o degli Adimari), sul versante Nord della stessa montagna<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="08.html#footnote-026">22</ref></hi></hi>. Si tratta di un fenomeno generale ed esteso: nei primi decenni del Duecento la maggiore aristocrazia fiorentina stava mettendo le mani sul contado, spesso proprio attraverso podesterie, viscontadi, castellanie affidate da enti religiosi. Noto e studiato da George Dameron è il caso delle ampie signorie vescovili controllate dai Visdomini-Tosinghi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="08.html#footnote-025">23</ref></hi></hi>. Attraverso contatti personali con i vari presuli, l’aristocrazia cittadina non si limitava al territorio del proprio contado: prima del 1230 il vescovo volterrano aveva infatti concesso al fiorentino Gianfante dei Fifanti il viscontado su Gambassi, Pulicciano e Ulignano (castelli della Valdelsa)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="08.html#footnote-024">24</ref></hi></hi>. Potremmo citare anche il caso del viscontado di Ristonchi e Altomena, affidato nel 1230 (1229 nello stile fiorentino) dall’abate di Vallombrosa al membro di una delle più famose – e poi famigerate – stirpi aristocratiche fiorentine: Schiatta del fu Schiatta degli Uberti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="08.html#footnote-023">25</ref></hi></hi>. Il contratto doveva essere piuttosto tipico: Schiatta si impegnava a versare all’abate metà dei proventi della giurisdizione. Come si vede le modalità attraverso le quali l’aristocrazia metteva le mani sul territorio erano molto varie: si andava dal controllo giurisdizionale puro, che avveniva perlopiù attraverso incarichi a breve scadenza (un anno, massimo quattro), agli affitti a lunga scadenza, che prevedevano non soltanto l’esercizio dei diritti giurisdizionali, ma anche il versamento di ingenti quantità di grano, come nel caso di Montalto. Il contratto del 1257 prevedeva un canone annuo di 12 moggi ed è ragionevole pensare che la quantità di grano raccolta dal concessionario fosse molto superiore a quella del canone. Per avere un’idea del significato di un tale prelievo, si consideri che il fabbisogno granario annuo della popolazione fiorentina attorno al 1280 si attestava sui 41.000 moggi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="08.html#footnote-022">26</ref></hi></hi>. Il solo canone d’affitto di Montalto bastava per coprire il consumo medio annuo di 24 persone<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="08.html#footnote-021">27</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Riassumendo quanto detto fin qui possiamo convenire su un punto: le stirpi aristocratiche, espulse dalle magistrature di vertice durante il decennio popolare, sopravvivevano politicamente ed economicamente anche attraverso il controllo degli enti religiosi, titolari delle giurisdizioni sul territorio. Si tenga conto che il governo di ampie signorie era, ai primi del Duecento, una novità per i lignaggi cittadini. Siamo dunque di fronte a un brusco mutamento del profilo dell’aristocrazia che, da interessi prettamente urbani, passava a una decisa proiezione sul territorio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="08.html#footnote-020">28</ref></hi></hi>. Io credo, lo vedremo più avanti, che ciò non sia stato solo il risultato della necessità di investire la nuova ricchezza urbana in rendite sicure, ma sia avvenuto anche come conseguenza di un’accresciuta competizione all’interno delle magistrature comunali: una vera e propria necessità determinata dal rischio di esclusione politica, non la prosecuzione di un rapporto tradizionale con la ricchezza e il potere<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="08.html#footnote-019">29</ref></hi></hi>. Per questo motivo ritengo utile considerare parte della sfera politica cittadina, diciamo dello spazio politico urbano, anche gli enti religiosi come San Miniato, i quali aprirono nuovi ambiti alla competizione e permisero alla vecchia aristocrazia di competere su un campo di gioco a essa più favorevole: proseguendo la metafora, di giocare sempre ‘in casa’<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="08.html#footnote-018">30</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’intersezione tra vari versanti della documentazione e della storiografia, in particolare tra i versanti laico ed ecclesiastico, non è facile. Il contatto tra le dimensioni avveniva infatti su un piano che non era quasi mai quello delle istituzioni politiche; era piuttosto quello delle relazioni sociali e dei legami familiari, molto difficili da cogliere se non partiamo da pignole ricostruzioni prosopografiche. Questa intersezione tra versante laico ed ecclesiastico della ricerca si è verificata attorno allo studio delle ‘opere’. Si tratta di istituzioni dedicate in primo luogo al mantenimento degli edifici ecclesiastici attraverso il controllo di alcuni canali di finanziamento, spesso parte del patrimonio dell’istituzione religiosa titolare dell’edificio. Il controllo di queste istituzioni era nel basso Medioevo in mano ai laici e, come ha bene messo in evidenza Gaetano Greco, le opere costituivano un «luogo di frontiera» tra chierici e laici<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="08.html#footnote-017">31</ref></hi></hi>. Sono debitore per la conoscenza dell’articolo di Greco di un recente e pregevole studio di Lorenzo Fabbri sull’Opera fiorentina di San Giovanni. Anche l’opera di San Miniato, come quella di San Giovanni era infatti controllata – a partire almeno dal 1228 – dalla potentissima Arte di Calimala, la più antica corporazione dei mercanti fiorentini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="08.html#footnote-016">32</ref></hi></hi>. Io credo che il passaggio dell’opera di San Miniato nelle mani di Calimala e delle giurisdizioni della Valdisieve nelle mani delle grandi casate fiorentine fossero parte di una medesima temperie politica: una fase caratterizzata dall’arretramento dell’aristocrazia nelle istituzioni comunali, compensata da un vero e proprio arrembaggio nei confronti di altre porzioni dello spazio politico urbano, tra cui i patrimoni ecclesiastici. Fondo questa convinzione sull’incrocio dei dati forniti da due importanti studi su base prosopografica: quello di Silvia Diacciati su <hi rend="italic">Popolani e magnati</hi> e quello di Maria Pia Contessa su <hi rend="italic">Monachesimo, istituzioni e società a Firenze</hi><hi rend="italic"> nel pieno Medioevo</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="08.html#footnote-015">33</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> Anticipo subito che quella che propongo è soltanto un’ipotesi di lavoro: nessuna convinzione definitiva può esser tratta dalle evidenze indiziarie sulle quali mi concentrerò. Nondimeno, ritengo che occorra procedere a un’indagine estesa (e non ristretta alla sola Firenze e a una famiglia, come ho fatto qui) per riconoscere in maniera nitida, non soltanto la pervasiva influenza dei gruppi aristocratici sulla politica delle città comunali, ma soprattutto la capacità d’interdizione delle nuove dirigenze popolari di fine Duecento.</p><p rend="text">Il primo indizio è una mera coincidenza cronologica. La prima traccia di un rapporto strutturato tra Opera di San Miniato e Calimala dista solo due anni dalla prima cessione delle giurisdizioni comitatine ai Caponsacchi: lo abbiamo visto, al 1226 risale la cessione, al 1228 la testimonianza del controllo dell’Opera da parte di Calimala. È bene chiarire che non si tratta di un momento qualsiasi nella storia politica della città: siamo infatti nella fase in cui cominciava a farsi sentire sempre più forte la pressione popolare sulle vecchie istituzioni del Comune podestarile. Nel 1224 vi furono due importanti riforme. La prima: il consiglio generale fu allargato tramite l’ingresso di 120 buonuomini eletti per ogni sestiere cittadino (20 per ciascun sestiere). Nel consiglio così rinnovato (al quale accedevano per la prima volta anche i rettori dell’Arte della Lana), era cresciuto, secondo Silvia Diacciati, il peso della componente popolare<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="08.html#footnote-014">34</ref></hi></hi>. Tale consiglio dispose (ed è la seconda importante riforma) l’istituzione di una commissione con il compito di revisionare le finanze comunali: una delle tipiche richieste di coloro che, fino a quel momento, erano esclusi dal controllo della ricchezza collettiva<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="08.html#footnote-013">35</ref></hi></hi>. La nomina proprio di un Caponsacchi – quello politicamente più autorevole, ovvero l’ormai anziano Gerardo – a un ruolo eminente nella commissione invocata dai popolani non deve sorprendere<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="08.html#footnote-012">36</ref></hi></hi>: nel 1193, al tempo del dominio svevo sulla Toscana, Gerardo era stato podestà cittadino. Al di là del fatto che egli era un capo della fazione filoimperiale – aspetto sul quale torneremo – il punto è che il suo regime aveva consentito per la prima volta un accesso al vertice politico per i rettori delle capitudini delle Arti; gli storici concordano nel considerare questo fatto come la più antica testimonianza di un ruolo politico per il Popolo fiorentino<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="08.html#footnote-011">37</ref></hi></hi>. Possiamo immaginare, quindi, che quello di Gerardo Caponsacchi fosse un nome di alto profilo e di mediazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="08.html#footnote-010">38</ref></hi></hi>, in grado di garantire sia gli interessi dei vecchi <hi rend="italic">milites</hi> (gruppo al quale la sua stirpe certamente apparteneva) sia quello dei gruppi meno rappresentati fino a quel momento. Nel 1228 la prima attestazione di un consiglio speciale, ristretto rispetto a quello generale del quale abbiamo parlato, è interpretata – e io sono d’accordo – come una novità istituzionale, espressione di chiusura nei confronti delle istanze popolari<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="08.html#footnote-009">39</ref></hi></hi>. Negli anni Venti, dunque, la vecchia aristocrazia della quale i Caponsacchi erano parte doveva fronteggiare l’offensiva politica popolare. Questo, lo ribadisco, è il panorama nel quale si collocano sia la diffusione del controllo di castelli in contado da parte dell’aristocrazia cittadina – l’affidamento della giurisdizione dei castelli di San Miniato a Boverotto di Spina Caponsacchi (nipote di Gerardo), non ne è che un esempio – sia la prima attestazione del controllo di Calimala sull’opera di San Miniato.</p><p rend="text">Il secondo indizio al quale accennavo sopra risiede nella stessa identità sociale di Calimala nei primi decenni del Duecento. L’arte era nei fatti controllata proprio da quella vecchia aristocrazia che in quello stesso anno si chiudeva nel consiglio speciale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="08.html#footnote-008">40</ref></hi></hi>. Inoltre, sempre nel 1228 tra i consoli dell’arte – anzi, primo tra i citati – troviamo Schiatta Cavalcanti, membro di una potente stirpe che avremmo trovato in seguito schierata tra quelle di parte guelfa, dunque nemica dei Caponsacchi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="08.html#footnote-007">41</ref></hi></hi>. I Cavalcanti erano già stati alla guida del mondo mercantile fiorentino nel 1192, 1203, 1218, 1220 e lo sarebbero stati ancora nel 1239<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="08.html#footnote-006">42</ref></hi></hi>. Un ambiente, quello dei mercanti, del tutto estraneo ai Caponsacchi: nessun membro della stirpe compare mai tra i consoli dei mercanti (Calimala, Por Santa Maria) nella prima metà del Duecento. Tutto questo non è abbastanza per dire che Calimala fosse uno strumento nelle mani dei rivali politici dei Caponsacchi: la corporazione era troppo vasta per poter essere al puro e semplice servizio di una fazione. Di certo, però, si può dire che non era il campo d’azione dei Caponsacchi e che l’interesse di Calimala per l’Opera di San Miniato (e per il patrimonio del monastero) poteva non esser visto di buon occhio da chi era, nei fatti, escluso dai vertici della corporazione. </p><p rend="text">Il terzo indizio è rappresentato dai rapporti personali di Benincasa Balsami, il creditore verso il quale era indebitato San Miniato nel 1226 e a cagione del quale avvenne l’alienazione ai Caponsacchi. Benincasa era in realtà un procuratore del monastero e non sorprende che comparisse come debitore dello stesso appena qualche anno prima: è probabile che gestisse abbastanza liberamente i beni di San Miniato e che, dunque, anticipasse capitali e drenasse i redditi per conto dei monaci<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="08.html#footnote-005">43</ref></hi></hi>. Benincasa era molto vicino a quella che sarebbe diventata la parte ghibellina: durante gli anni del controllo svevo su Firenze, alla vigilia della morte di Federico II, fu tra gli ufficiali eletti «ad imponendum et colligendum denarios pro facto communis», particolare che, assieme al rapporto economico con San Miniato, indica una certa esperienza nella gestione delle finanze<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="08.html#footnote-004">44</ref></hi></hi>. Inoltre nel1258 uno dei figli di Benincasa, Naldo, fu tra gli esiliati ghibellini assieme ai Caponsacchi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="08.html#footnote-003">45</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Senza derivare alcunché di determinato e di definitivo da questi pochi dati si ha tuttavia la sensazione che l’istituzione monastica si trovasse sotto assedio. Essa era minacciata da più lati da una famelica aristocrazia già divisa in fazioni che cercava di controllarne l’opera per via istituzionale (tramite Calimala), i redditi e le giurisdizioni attraverso i contatti personali (come nel caso dei Balsami-Caponsacchi).</p><p rend="text">Raccogliamo le idee e veniamo alla conclusione. Durante la prima metà del Duecento e ancora durante il primo regime popolare l’aristocrazia potrebbe aver portato un assalto vittorioso ai patrimoni degli enti religiosi fiorentini. Probabilmente anche attraverso questa strada essa manteneva il proprio <hi rend="italic">status</hi> economico privilegiato e la propria influenza politica. La caduta del Primo Popolo, avvenuta soprattutto per la defezione dell’aristocrazia militare, aveva probabilmente istruito il gruppo dirigente popolare. Alla seconda esperienza di governo, dagli anni Ottanta, i nuovi <hi rend="italic">leader</hi> popolari avevano compreso che la politica non si poteva controllare solo con la maggioranza nei consigli: occorreva intervenire con provvedimenti che neutralizzassero il potere dei grandi, un potere che trovava alimento non solo dall’occupazione delle cariche pubbliche, ma specialmente da una consolidata rete di relazioni personali, tra le quali quelle con gli enti religiosi rivestivano un particolare valore per il prestigio degli enti e le disponibilità economiche; ecco perché gli ordinamenti di fine secolo mirarono a spezzare questi legami. Si trattò, a mio avviso, di un salto di qualità nella consapevolezza politica di questa generazione. Un salto di qualità già notato dagli studiosi e che dischiude prospettive di indagine più ampie<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="08.html#footnote-002">46</ref></hi></hi>. I <hi rend="italic">leader</hi> del ‘secondo Popolo’ furono senz’altro i più impegnati nella traduzione della politica in termini istituzionali: proprio sulla base di norme precise e dei tribunali pubblici dove esse venivano fatte rispettare si potevano riequilibrare le asimmetrie sociali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="08.html#footnote-001">47</ref></hi></hi>. Nel farlo, tuttavia, tennero ben presenti due aspetti: da una parte il danno che sarebbe provenuto al Comune dall’esclusione pura e semplice dei magnati dalle responsabilità di governo; dall’altra il fatto che lo spazio da disciplinare era molto più ampio rispetto a quello circoscritto dalle istituzioni politiche e si allargava fino a comprendere i legami familiari e quelli con gli enti religiosi. I magnati furono dunque vincolati al rispetto di alcune norme sia dall’interesse a rimanere politicamente significativi, sia dal rischio di vedere erose le basi reali del proprio potere. Forse anche per questo, stavolta, la dirigenza popolare centrò l’obiettivo.<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="08.html#footnote-000">48</ref></hi></hi></p><p rend="h2">Bibliografia </p><p rend="bib_indx_bib_tit ParaOverride-1">Fonti</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="italic">La legislazione antimagnatizia a Firenze</hi>, a cura di S. Diacciati, A. 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Zorzi, <hi rend="italic">Dante tra i Bianchi e i Neri</hi>, «Reti Medievali Rivista», XVIII (1), 2017, pp. 391-413: 396.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-045-backlink">3</ref></hi>	Sul problema dell’identificazione dei magnati come una categoria sociale o esclusivamente politica (e dunque sulle motivazioni delle lotte nei comuni del tardo Duecento) si vedano le considerazioni di Giuliano Milani (Id., <hi rend="italic">Lo strano destino della lezione di Torelli: ottimisti e pessimisti nella comunalistica italiana degli ultimi trent’anni</hi>, in I. Lazzarini (a cura di), <hi rend="italic">Notariato e medievistica: per i cento anni di Studi e ricerche di diplomatica comunale di Pietro Torelli</hi>, ISIME, Roma 2013, pp. 147-164). La questione ha avuto la propria origine proprio nell’ambito della storiografia su Firenze, a partire dal classico volume di Gaetano Salvemini (Id., <hi rend="italic">Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295</hi>, Carnesecchi, Firenze 1899). Sul dibattito novecentesco e successivo suscitato dal libro di Salvemini si vedano: J.-C.M. Vigueur, <hi rend="italic">Il problema storiografico: Firenze come modello (e mito) di regime popolare</hi>, in <hi rend="italic">Magnati e Popolani nell’Italia comunale</hi>, Centro italiano di studi di storia e d’arte, Pistoia 1997, pp. 1-16 e S. Raveggi, <hi rend="italic">Studiare qualcosa di sinistra, anzi no: magnati e popolani</hi>, in D. Balestracci, A. Barlucchi, F. Franceschi, P. Nanni, G. Piccinni, A. Zorzi (a cura di),<hi rend="italic"> Uomini paesaggi storie: studi di storia medievale per Giovanni Cherubini</hi>, 2 voll., Salvietti e Barabuffi, Siena 2011-2012, 2, pp. 1207-1222. Nell’ambito fiorentino il problema è stato affrontato ultimamente sulla base di una ricerca prosopografica completamente rinnovata da Silvia Diacciati (Ead., <hi rend="italic">Popolani e magnati. Società e politica nella Firenze del Duecento</hi>, CISAM, Spoleto 2011). Andrea Zorzi tende invece a considerare meno significativo l’aspetto sociale nell’identità magnatizia, non potendosi individuare su questa base esclusiva un discrimine netto tra magnati e non magnati (Id., <hi rend="italic">Negoziazione penale, legittimazione giuridica e poteri urbani nell’Italia comunale</hi>, in M. Bellabarba, G. Schwerhoff, A. Zorzi (a cura di), <hi rend="italic">Criminalità e giustizia in Germania e in Italia. Pratiche giudiziarie e linguaggi giuridici tra tardo medioevo ed età moderna</hi>, il Mulino, Bologna 2001, pp. 13-34). Personalmente ritengo che la distinzione tra magnate e popolano dovesse possedere qualche elemento di credibilità sul piano dello stile di vita e, in generale, su quello della connotazione sociale. Sarebbe altrimenti difficile spiegare il successo della legislazione discriminatoria verso i magnati in un contesto come quello della Firenze di fine Duecento, nel quale la politica appariva (se non era proprio) largamente partecipata dagli strati più modesti della popolazione urbana.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-044-backlink">4</ref></hi>	Esemplare in questo senso è il caso della faida che contrapponeva i Velluti ai Mannelli, culminata in un clamoroso omicidio nella Firenze del 1295. Gli autori dell’omicidio, i Velluti, per quanto ricchi e potenti erano di recente affermazione e ‘popolani’; contavano quindi di potersi avvalere di un trattamento di favore da parte delle corti cittadine (ciò che, in effetti, avvenne) nei confronti dei Mannelli che, invece, erano magnati. Su tutto questo: A. Zorzi, <hi rend="italic">La trasformazione di un quadro politico. Ricerche su politica e giustizia a Firenze dal comune allo Stato territoriale</hi>, Firenze University Press, Firenze 2008, pp. 124-127. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-043-backlink">5</ref></hi>	Mi rifaccio alla terminologia che differenzia l’‘agire strategico’ e ‘drammaturgico’ dall’‘agire comunicativo’ nella concezione di Jürgen Habermas: Id., <hi rend="italic">Teoria dell’agire comunicativo</hi>, 2 voll., il Mulino, Bologna 2017 (ed or. Frankfurt a. M. 1981), I, p. 168.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-042-backlink">6</ref></hi>	L’edizione critica degli Ordinamenti di Giustizia in <hi rend="italic">La legislazione antimagnatizia a Firenze</hi>, a cura di S. Diacciati, A. Zorzi, ISIME, Roma 2013. Per una valutazione della legislazione antimagnatizia fiorentina riguardante il rapporto tra patrimoni degli enti religiosi e patrimoni dei magnati si veda G.W. Dameron, <hi rend="italic">Revisiting the Italian magnates: church property, social conflict and political legitimization in the thirteenth-century commune</hi>, «Viator», XXIII, 1992, pp. 167-187: 183.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-041-backlink">7</ref></hi>	Su questa cronologia (chiarita già da Salvemini) e sul rapporto tra i due codici che riportano il testo degli Ordinamenti si veda ora l’introduzione di Silvia Diacciati a <hi rend="italic">La legislazione antimagnatizia a Firenze</hi>, cit., alle pp. XXV-XXIX.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-040-backlink">8</ref></hi>	<hi rend="italic">La legislazione antimagnatizia a Firenze</hi>, cit., pp. 41-42, per la rubrica nella bozza degli Ordinamenti di Giustizia del gennaio 1293. La rubrica è commentata in Salvemini, <hi rend="italic">Magnati e popolani</hi>, cit., p. 193.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-039-backlink">9</ref></hi>	<hi rend="italic">La legislazione antimagnatizia a Firenze</hi>, cit., p. XXXVII.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-038-backlink">10</ref></hi>	Sul tema del rapporto tra chiese di maggior prestigio e aristocrazia cittadina si veda: A. Rigon, <hi rend="italic">Il ruolo delle chiese locali nelle lotte tra magnati e popolani</hi>, in <hi rend="italic">Magnati e Popolani nell’Italia comunale</hi>, cit., pp. 117-135. <hi >Per l’ambito fiorentino: C. Lansing, </hi><hi rend="italic" >The Florentine Magnates. Lineage and Faction in a Medieval Commune</hi><hi >, Princeton University Press, Princeton (N.J.) 1991, pp. 64-83; Dameron, </hi><hi rend="italic" >Revisiting the Italian magnates: church property</hi><hi >, cit.; Id., </hi><hi rend="italic" >Florence and its church in the age of Dante</hi><hi >, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 2005, Appendice D, testo corrispondente alle note 13-29 (consultato in versione elettronica). </hi>Un tentativo di rileggere la storia di un ente religioso in stretta relazione con la politica delle fazioni fiorentine nel Duecento è costituito da E. Faini, <hi rend="italic">Passignano e i Fiorentini (1000-1266): indizi per una lettura politica</hi>, in P. Pirillo (a cura di), <hi rend="italic">Passignano in Valdipesa. Un monastero e la sua storia</hi>, 1, <hi rend="italic">Una Signoria sulle anime, sugli uomini e sulle comunità (dalle origini al sec XIV)</hi>, Viella, Roma 2009, pp. 199-222.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-037-backlink">11</ref></hi>	<hi rend="italic">La legislazione antimagnatizia a Firenze</hi>, cit., p. 89. Un cursorio riferimento alla possibilità del magistrato popolare di annullare dei contratti riguardanti i beni ecclesiastici si trova solo in chiusura della rubrica, assieme a un richiamo ai limiti dell’azione del magistrato stesso: «Et talia instrumenta inde confecta cassare et revocare [possit] prout et sicut secundum iustitiam videbitur convenire».</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-036-backlink">12</ref></hi>	La lista delle famiglie magnatizie compilata tra 1293 e 1295 (entro la quale, tra quelle residenti nel sesto di Porta Duomo, si trovano i Caponsacchi) è pubblicata in Salvemini, <hi rend="italic">Magnati e popolani</hi>, cit., pp. 376-377.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-035-backlink">13</ref></hi>	Il bando della <hi rend="italic">domus</hi> dei Caponsacchi in <hi rend="italic">Il libro del chiodo</hi>, a cura di F. Klein, Polistampa, Firenze 2004, p. 255. Per una ricostruzione delle origini del gruppo familiare e del suo ruolo politico tra i secoli XI e XII devo necessariamente rinviare a E. Faini, <hi rend="italic">Firenze nell’età romanica (1000-1211). L’espansione urbana, lo sviluppo istituzionale, il rapporto con il territorio</hi>, Olschki, Firenze 2010, <hi rend="italic">ad indicem</hi>. Sul destino delle famiglie di parte ghibellina nella Firenze di fine Duecento v. S. Raveggi, <hi rend="italic">Le famiglie di parte ghibellina nella classe dirigente fiorentina del secolo XIII</hi>, in <hi rend="italic">I ceti dirigenti dell’età comunale nei secoli XII e XIII</hi>, Pacini, Pisa 1982, pp. 279-299. I bandi degli anni Sessanta sono inquadrati in un contesto più generale di mutamento del rapporto della lotta politica con la giustizia in G. Milani, <hi rend="italic">L’esclusione dal comune: conflitti e bandi politici a Bologna e in altre città italiane tra XII e XIV</hi> <hi rend="italic">secolo</hi>, ISIME, Roma 2003, in part. pp. 123 e seguenti. Lo specifico del contesto fiorentino, specie di quello dell’ottavo decennio del Duecento, è l’oggetto di un altro articolo dello stesso autore: Id., <hi rend="italic">La guerra e la giustizia. Brunetto Latini e l’esclusione politica</hi>, «Arzanà», XVI-XVII, 2013, pp. 37-51. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-034-backlink">14</ref></hi>	Tra i 55 ghibellini garanti della pace troviamo Ranieri di messer Ormanno e Caruccio di messer Stoldo dei Caponsacchi; giurano di osservare la pace anche Gerardo Rosso e Donato dei Caponsacchi; continuano invece ad essere confinati in località tra Orvieto e Roma Giovanni di Leone e Cecco di Martello dei Caponsacchi (I. Lori Sanfilippo, <hi rend="italic">La pace del cardinale Latino a Firenze nel 1280. La sentenza e gli atti complementari</hi>, «Bullettino dell’Istituto storico italiano per il Medio Evo», LXXXIX, 1980-1981, pp. 193-259, rispettivamente: p. 225, pp. 232-233, p. 211); sulla pace v. M. Sanfilippo, <hi rend="italic">Guelfi e Ghibellini a Firenze: la “pace” del cardinal Latino</hi>, «Nuova rivista storica», LXIV, 1980, pp. 1-24; Diacciati, <hi rend="italic">Popolani e Magnati</hi>, cit., pp. 303-306.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-033-backlink">15</ref></hi>	Ivi, p. 149.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-032-backlink">16</ref></hi>	Ivi, p. 225.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-031-backlink">17</ref></hi>	S. Salvini, <hi rend="italic">Catalogo cronologico de’ canonici della Chiesa metropolitana fiorentina</hi>, Cambiagi, Firenze 1782, p. 8. Sulla qualità dei canonici fiorentini degli anni Cinquanta del Duecento v. B. Quilici, <hi rend="italic">La Chiesa di Firenze dal governo del “Primo Popolo” alla restaurazione guelfa</hi>, «Archivio storico italiano», CXXVII, 1969, pp. 265-337: 281.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-030-backlink">18</ref></hi>	Firenze, Archivio di Stato, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, Normali, 1226 settembre 1, Firenze, San Miniato al Monte, id. 00010385. Sulle località di Aceraia, Galiga e Montalto (sulle pendici del Monte Giovi) si consultino le voci corrispondenti in E. Repetti, <hi rend="italic">Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana</hi>, 6 voll., Tofani, Firenze 1832-1845, rispettivamente, v. 1, pp. 36, v. 2, pp. 380-381, v. 3, p. 316. Sul contesto economico e sociale di questa parte del contado fiorentino del secolo XIII l’opera migliore resta ancora oggi: R. Nelli, <hi rend="italic">Signoria ecclesiastica e proprietà cittadina: Monte di Croce tra XIII e XIV secolo</hi>, Comune di Pontassieve, Pontassieve 1985.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-029-backlink">19</ref></hi>	Firenze, Archivio di Stato, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, Normali, 1257 giugno 27, Firenze, San Miniato al Monte, id. 00074397.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-028-backlink">20</ref></hi>	M.P. Contessa, <hi rend="italic">Monachesimo, istituzioni e società a Firenze nel pieno Medioevo. San Miniato al Monte e San Salvi fra XI e XIII secolo (primi decenni)</hi>, tesi di dottorato di ricerca discussa presso l’Università di Firenze (relatore A. Zorzi), a.s. 2010-2012, in part. alle pp. 77-78 e 150. <hi >Cfr. anche Ead., </hi><hi rend="italic" >An episcopal monastery in Florence from the 11</hi><hi rend="italic CharOverride-2" >th</hi><hi rend="italic" > to the early 13</hi><hi rend="italic CharOverride-2" >th</hi><hi rend="italic" > century: San Miniato al Monte</hi><hi >, in F. Sabaté (ed.), </hi><hi rend="italic" >Life and Religion in the Middle Ages</hi><hi >, Cambridge Scholars Publishing, Newcastle upon Tyne 2015, pp. 184-201</hi><hi >.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-027-backlink">21</ref></hi>	G. Taddei, <hi rend="italic">L’organizzazione del territorio nella Toscana comunale (secc. XII-XIV)</hi>, in F. Ciappi, O. Muzzi (a cura di), <hi rend="italic">Studi in onore di Sergio Gensini</hi>, Polistampa, Firenze 2012, pp. 105-136: 117.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-026-backlink">22</ref></hi>	Repetti, <hi rend="italic">Dizionario</hi>, cit., v. 3, pp. 276-277. Il controllo su quest’area del territorio era, in realtà, un condominio tra vari enti religiosi (tra questi i vescovi di Firenze e di Fiesole) e alcuni membri della stirpe degli Adimari. Al momento della pace tra Guelfi e Ghibellini di Firenze nel 1280 (la pace del cardinal Latino) il castello di Montaguto, assieme ad altri, figurava tra quelli che avrebbero dovuto esser restituiti ai Ghibellini (ivi, p. 277). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-025-backlink">23</ref></hi>	<hi >G.W. Dameron, </hi><hi rend="italic" >Episcopal power and Florentine society 1000-1320</hi><hi >, Harvard University press, Cambridge (Mass.) 1991, p. 135.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-024-backlink">24</ref></hi>	A. Duccini, <hi rend="italic">Il castello di Gambassi. Territorio, società, istituzione (secoli X-XIII)</hi>, Società storica della Valdelsa, Castelfiorentino 1998, pp. 193-194.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-023-backlink">25</ref></hi>	Firenze, Archivio di Stato, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, Normali, 1229 marzo 20, Vallombrosa, id. 00010780.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-022-backlink">26</ref></hi>	<hi rend="italic">Il Libro del biadaiolo: carestie e annona a Firenze dalla metà del ’200 al 1348</hi>, a cura di G. Pinto, Olschki, Firenze 1978, pp. 74-78. Per un inquadramento del problema dell’approvvigionamento granario delle città toscane in una bibliografia molto aggiornata v. G.W. Dameron, <hi rend="italic">Feeding the Medieval Italian City-State: Grain, War, and Political Legitimacy in Tuscany, c. 1150-c. 1350</hi>, «Speculum», XCII, 2017, pp. 976-1019. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-021-backlink">27</ref></hi>	Sul consumo medio annuo <hi rend="italic">pro capite</hi> di grano mi baso sui dati forniti da Pinto in <hi rend="italic">Il Libro del biadaiolo</hi>, cit., p. 78.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-020-backlink">28</ref></hi>	Per il mutamento del profilo dell’aristocrazia fiorentina a cavallo del 1200: Faini, <hi rend="italic">Firenze nell’età romanica</hi>, cit., pp. 359-360. Importante per identificare la dinamica neo-signorile innescata dall’aristocrazia magnatizia nelle campagne senesi trado-duecentesche è: A. Giorgi, <hi rend="italic">Il conflitto magnati/popolani nelle campagne: il caso senese</hi>, in <hi rend="italic">Magnati e Popolani nell’Italia comunale</hi>, cit. pp. 137-211; a Paolo Pirillo si deve l’identificazione di un fenomeno simile e coevo alla base di un ‘reincastellamento’ in area fiorentina: P. Pirillo, <hi rend="italic">Costruzione di un contado: i fiorentini e il loro territorio nel basso medioevo</hi>, Le Lettere, Firenze 2001, pp. 85-98. Il tema del ‘ritorno alla terra’ dell’aristocrazia tardo-medievale e specificamente fiorentina è uno dei più dibattuti, soprattutto a partire di polemico saggio di Philip Jones (Id., <hi rend="italic">Economia e società nell’Italia medievale: la leggenda della borghesia</hi>, in <hi rend="italic">Storia d’Italia</hi>, <hi rend="italic">Annali</hi>, <hi rend="italic">I</hi>,<hi rend="italic"> Dal feudalesimo al capitalismo</hi>, UTET, Torino 1978, pp. 187-372); per una contestualizzazione (critica) della proposta di Jones nel rinnovato panorama storiografico a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta dello scorso secolo si veda: R. Bordone, <hi rend="italic">Tema cittadino e “ritorno alla terra” nella storiografia comunale recente</hi>, «Quaderni storici», LII (1), 1983, pp. 255-277; nel saggio di Bordone il ‘ritorno alla terra’ va inteso non tanto come adesione dei ceti produttivi cittadini al sistema valoriale dell’aristocrazia terriera (come in Jones), quanto piuttosto come il tentativo di una parte della storiografia di ridurre il peso della componente urbana, non signorile, nella storia delle autonomie comunali.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-019-backlink">29</ref></hi>	Sull’importanza delle basi di potere extracittadine anche per intervenire nella politica urbana insiste J. Heers, <hi rend="italic">Partiti e vita politica nell’Occidente medievale</hi>, Mondadori, Milano 1983 (ed. or. Amsterdam-New York-Oxford 1977), pp. 118-119. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-018-backlink">30</ref></hi>	Riprendo da Andrea Zorzi questa visione allargata dello spazio politico cittadino, di molto eccedente rispetto al perimetro delle sole istituzioni comunali: A. Zorzi, <hi rend="italic">Lo spazio politico delle città comunali e signorili italiane. Una prima approssimazione</hi>, in G. Andenna, N. D’Acunto, E. Filippini (a cura di),<hi rend="italic"> Spazio e mobilità nella “Societas Christiana”: spazio, identità, alterità (secoli X-XIII)</hi>, Vita e Pensiero, Milano 2017, pp. 167-186. In generale condivido l’interesse dello studioso verso «la pluralità di dimensioni che la politica assunse nelle pratiche e nelle rappresentazioni del potere» (Id., <hi rend="italic">Conflitto e costituzione nell’Italia comunale</hi>, in D. Ramada Curto, E.R. Dursteler, J. Kirshner, F. Trivellato [eds.],<hi rend="italic"> From Florence to the Mediterranean and beyond: essays in honour of Anthony Molho</hi>, Olschki, Firenze 2009, pp. 321-342) e verso il conflitto, inteso come momento di più nitida definizione delle relazioni di potere. Non sono invece persuaso della ‘normalità’, della ‘costituzionalità’ del conflitto stesso, almeno nella sua versione più violenta e sanguinosa. Al contrario, ritengo che le pratiche e le narrazioni (ovvero le elaborazioni culturali delle pratiche stesse) avessero precisamente lo scopo di mantenere il conflitto entro i confini di un tavolo da gioco: l’eliminazione definitiva (e luttuosa) dei giocatori poteva avere conseguenze irreversibili che perfino certe pratiche violente tentavano di evitare. La faida, ad esempio, era certamente una forma di violenza proporzionale, regolata e, perciò, ampiamente accettata (A. Zorzi, <hi rend="italic">La cultura della vendetta nel conflitto politico in età comunale</hi>, in R. Delle Donne, A. Zorzi [a cura di],<hi rend="italic"> Le storie e la memoria. In onore di Arnold Esch</hi>, Firenze University Press, Firenze 2004, pp. 135-170), ma non praticabile quando tra gli attori intercorreva un forte dislivello sociale. Ciò ne spiega la demonizzazione nel momento in cui, con l’affacciarsi sulla scena dei movimenti popolari, lo spazio politico si ampliò fino a comprendere nuovi attori, tradizionalmente meno capaci di gestire le pratiche violente del conflitto: E. Faini, <hi rend="italic">Il convito del 1216. La vendetta all’origine del fazionalismo fiorentino</hi>, «Annali di Storia di Firenze», I, 2006, pp. 9-36.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-017-backlink">31</ref></hi>	G. Greco, <hi rend="italic">Un «luogo» di frontiera: l’Opera del Duomo nella storia della Chiesa locale. Premessa storica sulle Fabbricerie</hi>, «Quaderni dell’Opera primaziale di Pisa», XVI, 2004, pp. 9-31.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-016-backlink">32</ref></hi>	L. Fabbri, <hi rend="italic">Calimala e l’Opera di San Giovanni: il governo del Battistero di Firenze fra autorità ecclesiastica e potere civile</hi>, in F. Gurrieri (a cura di), <hi rend="italic">Il battistero di San Giovanni: conoscenza, diagnostica, conservazione</hi>, Mandragora, Firenze 2017, pp. 73-85, in part. p. 76. Il documento che attesta la relazione tra Calimala e l’Opera di San Miniato al Monte è pubblicato in P. Santini, <hi rend="italic">Documenti dell’antica costituzione del Comune di Firenze</hi>, Vieusseux, Firenze 1895, pp. 391-394 (16 maggio 1228).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-015-backlink">33</ref></hi>	Diacciati, <hi rend="italic">Popolani e magnati</hi>, cit., e Contessa, <hi rend="italic">Enti ecclesiastici e società cittadina</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-014-backlink">34</ref></hi>	S. Diacciati, <hi rend="italic">Popolo e regimi politici a Firenze nella prima metà del Duecento</hi>, «Annali di Storia di Firenze», I, 2006, pp. 37-81: 49-50.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-013-backlink">35</ref></hi>	Ivi, p. 49.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-012-backlink">36</ref></hi>	Su questa nomina v. R. Davidsohn, <hi rend="italic">Storia di Firenze</hi>, vol. II, Sansoni, Firenze 1973, p. 144.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-011-backlink">37</ref></hi>	Solo per restare alle ricerche più recenti: D. De Rosa, <hi rend="italic">Alle origini della Repubblica fiorentina. Dai consoli al Primo Popolo (1172-1260)</hi>, Arnaud, Firenze 1995, pp. 40-42; Diacciati, <hi rend="italic">Popolo</hi>, cit., p. 40.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-010-backlink">38</ref></hi>	Gerardo, o Gherardo, era anche podestà di professione: v. P. Nardi, <hi rend="italic">Caponsacchi, Gherardo</hi>, in <hi rend="italic">Dizionario biografico degli italiani</hi>, vol. 18, Istituto dell’Enciclopedia italiana, Roma 1975, &lt;<ref target="http://www.treccani.it">www.treccani.it</ref>&gt;.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-009-backlink">39</ref></hi>	Diacciati, <hi rend="italic">Popolo</hi>, cit., pp. 53-54. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-008-backlink">40</ref></hi>	Diacciati, <hi rend="italic">Popolani e magnati</hi>, cit., p. 17.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-007-backlink">41</ref></hi>	Sulla militanza guelfa dei Cavalcanti basterà il rimando alle loro proprietà danneggiate durante il regime ghibellino degli anni Sessanta: <hi rend="italic">Liber Extimationum (Il Libro degli Estimi) (An. MCCLXIX)</hi>, a cura di O. Brattö, Romanica Gothoburgensia II, Göteborg, 1956, paragrafi 125-128. Sulle origini e le relazioni dei Cavalcanti: E. Faini, <hi rend="italic">Uomini e famiglie nella Firenze consolare</hi>, Firenze 2009, distribuito in formato digitale dal portale &lt;<ref target="http://www.storiadifirenze.org">www.storiadifirenze.org</ref>&gt;, all’indirizzo &lt;<ref target="https://www.storiadifirenze.org/pdf_ex_eprints/11-Faini.pdf">https://www.storiadifirenze.org/pdf_ex_eprints/11-Faini.pdf</ref>&gt; (02/2021).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-006-backlink">42</ref></hi>	Santini, <hi rend="italic">Documenti</hi>, cit., rispettivamente alle pp. XL, XLVII, LV, LVII, LXV.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-005-backlink">43</ref></hi>	Contessa, <hi rend="italic">Monachesimo, istituzioni e società</hi>, cit., pp. 77, 150.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-004-backlink">44</ref></hi>	Diacciati, <hi rend="italic">Popolo e regimi politici</hi>, cit., pp. 60-62; Ead., <hi rend="italic">Popolani e magnati</hi>, cit., p. 71.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-003-backlink">45</ref></hi>	Ivi, p. 72.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-002-backlink">46</ref></hi>	Diacciati, <hi rend="italic">Popolani e magnati</hi>, cit., p. 357.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-001-backlink">47</ref></hi>	L’identificazione del periodo compreso tra il 1280 e il 1320 come nuova fase di forte ricambio politico nelle città comunali in discontinuità con la prima fase di metà Duecento è stata recentemente proposta – su basi interpretative rinnovate – da Alma Poloni: Ead., <hi rend="italic">Il secondo Popolo: conflitti e ricambio politico nei comuni popolari nei decenni tra Due e Trecento</hi>, in I. Lazzarini (a cura di), <hi rend="italic">Notariato e medievistica: per i cento anni di Studi e ricerche di diplomatica comunale di Pietro Torelli</hi>, ISIME, Roma 2013, pp. 165-184: 182-183. Sulla mediazione istituzionale come caratteristica saliente dei regimi popolari dell’età comunale valga il rimando a E. Artifoni, <hi rend="italic">I governi di ‘popolo’ e le istituzioni comunali nella seconda metà del secolo XIII</hi>, «Reti Medievali Rivista», IV (2), 2003, pp. 1-6; e le considerazioni in G. Milani, <hi rend="italic">Contro il comune dei </hi>milites.<hi rend="italic"> Trent’anni di dibattiti sui regimi di Popolo</hi>, in M.T. Caciorgna, S. Carocci, A. Zorzi (a cura di),<hi rend="italic"> I comuni di Jean-Claude Maire Vigueur. Percorsi storiografici</hi>, Viella, Roma 2014, pp. 235-258: 245-248.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-000-backlink">48</ref></hi>	Sul sostanziale successo – politico, ma anche ideologico – dell’iniziativa popolare tardo-duecentesca concordo con Diacciati, <hi rend="italic">Popolani e magnati</hi>, cit., p. 390. </p>
      
      
      
      
      
      
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