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        <title type="main" level="a">Gregorio XI e la rinascita di San Miniato al Monte. Un esempio di riforma monastica promossa nel Trecento dai monaci di Monte Oliveto</title>
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            <forename>Mauro</forename>
            <surname>Tagliabue</surname>
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          <resp>This is a section of <title>La Basilica di San Miniato al Monte di Firenze (1018-2018)</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-295-9</idno>) by </resp>
          <name>Francesco Salvestrini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2021">2021</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.10</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The monastery of San Miniato, formerly Black Benedictine, in 1373 was entrusted to the care of the Monte Oliveto’s monks with the favor of pope Gregory XI. The paper retraces the reasons of this passage of observance, which took place during a difficult period for the city of Florence, engaged in the War of the Eight Saints, and in the context of an almost generalized crisis of Benedictine abbeys, analyzing the resumption of regular life and institutional innovations, such as the temporary mandate of abbots; until the site was abandoned after the mid-sixteenth century.</p>
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            <item>Olivetans</item>
            <item>Benedictines in the 14th century</item>
            <item>War of the Eight Saints</item>
            <item>monastic reform</item>
            <item>Florentine monasticism</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.10<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.10" /></p>
      
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">Gregorio XI e la rinascita di San Miniato al Monte. Un esempio di riforma monastica promossa nel Trecento dai monaci di Monte Oliveto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-078-backlink"><ref target="10.html#footnote-078">1</ref></hi></hi></p><p rend="h1_author">Mauro Tagliabue</p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Sommario</hi>: Il monastero di San Miniato, già dei Benedettini neri, nel 1373 venne affidato alle cure dei monaci di Monte Oliveto con il favore del papa Gregorio XI. Nel saggio si ripercorrono le motivazioni sottese a questo passaggio di osservanza, avvenuto in un momento non facile per la città di Firenze, sconvolta dalla guerra degli Otto Santi, e nel contesto di una crisi pressoché generalizzata delle antiche abbazie benedettine, analizzando la ripresa della vita regolare e le novità istituzionali, come la temporaneità dell’abbaziato; fino all’abbandono del sito dopo la metà del Cinquecento.</p><p rend="h2">1. Quasi come in un trittico</p><p rend="text">Se, alla maniera di un ‘dipintore’ del tardo Medioevo, ci volgessimo a tradurre in una sorta di immaginario iconografico i momenti più salienti di una storia millenaria come quella del monastero cresciuto accanto alla celebre basilica fiorentina di San Miniato al Monte, essa ci apparirebbe quasi come in un trittico vivacizzato da formelle raffiguranti, su di un lato, monaci in abito nero e, nell’altro lato, monaci in bianche vesti. Nell’icona centrale, ieratica si staglierebbe, invece, l’immagine del santo patrono, incastonata tra due figure dominanti nel quadro di questa storia: quella di un vescovo, Ildebrando, in quanto fondatore del monastero nel 1018, e quella di un papa, Gregorio XI, fautore della sua rinascita, avviata nel 1373 con l’immissione ‘anche a San Miniato’ di una colonia di monaci viventi «sub habitu et regula monasterii et ordinis Sanctae Mariae Montis Oliveti»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-077-backlink"><ref target="10.html#footnote-077">2</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">‘Anche a San Miniato’, è il caso di rimarcare, poiché all’altezza cronologica in cui avvenne il passaggio dell’abbazia dai benedettini neri<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-076-backlink"><ref target="10.html#footnote-076">3</ref></hi></hi> ai bianchi di Monte Oliveto, questi da qualche tempo avevano acquistato fama di religiosi osservanti e raggiunto una certa notorietà. Oltre che in Toscana, regione della loro prima diffusione, comunità olivetane stavano fiorendo in Umbria, nel Lazio e, al di sopra dell’Appennino, a Padova e a Bologna<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-075-backlink"><ref target="10.html#footnote-075">4</ref></hi></hi>. In quel di Firenze, potevano contare, tra l’altro, su un precedente insediamento, radicatosi ai margini del capoluogo toscano fin dagli anni Trenta del secolo che, nel 1319, aveva visto nascere, tra le crete della Scialenga senese, una nuova abbazia, quella appunto di Monte Oliveto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-074-backlink"><ref target="10.html#footnote-074">5</ref></hi></hi>. Da lì, i discepoli di Bernardo Tolomei erano sciamati verso Siena e Arezzo, dove fondarono <hi rend="italic">ex-novo</hi> i monasteri di San Benedetto e San Bernardo, per poi stabilirsi a San Bartolomeo del Castagno, o Monte Oliveto di Firenze, come non di rado è denominato nelle fonti il primo monastero olivetano sorto alla periferia della città gigliata: anch’esso su di un colle, a sud dell’Arno, in linea – si avverta – con gran parte dei primi insediamenti olivetani, tutti in luoghi appartati e solitari o, se in aree suburbane, non ancora fagocitate dall’espansionismo cittadino<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-073-backlink"><ref target="10.html#footnote-073">6</ref></hi></hi>. A questa prima fondazione in terra fiorentina, risalente – come s’è appena detto – agli anni Trenta del Trecento, corrisponde alla distanza di una quarantina d’anni l’annessione di San Miniato: monastero preesistente, in tal caso, catturato alla riforma, di cui erano portatori i monaci di Monte Oliveto, per volontà di un papa, Gregorio XI.</p><p rend="h2">2. Dai benedettini neri agli olivetani: un passaggio di osservanza contestuale alle iniziative riformistiche del papato avignonese</p><p rend="text">L’insistito richiamo, che fin da queste prime battute si è voluto far convergere sulla volontà riformatrice di un pontefice, si giustifica sulla base non di un singolo provvedimento, ma dell’intera azione di riforma portata avanti dal papato avignonese nei confronti degli ordini religiosi, in particolare monastici, che, com’è noto, ha i suoi punti forza nella <hi rend="italic">Fulgens sicut stella</hi>, indirizzata da Benedetto XII, il cistercense Jacques Fournier, all’Ordine dalle cui file egli stesso proveniva, e nella <hi rend="italic">Summi magistri</hi>, la celebre <hi rend="italic">Benedictina</hi>, rivolta all’«Ordo monachorum nigrorum», ossia ai monasteri autoctoni dell’antico ceppo benedettino<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-072-backlink"><ref target="10.html#footnote-072">7</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In così ampio spettro progettuale si innestano le iniziative riformistiche promosse, sia pur in tono minore, da Gregorio XI, al quale non sfuggì il vigore innovativo che, in termini di esemplarità, erano in grado di offrire i monaci delle prime generazioni olivetane. Già da cardinale, da giovanissimo cardinale, aveva riposto la propria fiducia nei discepoli del Tolomei: poco dopo la metà del Trecento aveva infatti affidato alle loro cure la basilica di Santa Maria Nova al Foro Romano, ottenuta quando, non ancora ventenne, era stato investito della porpora cardinalizia da Clemente VI, un Beaufort come lui, del quale era nipote<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-071-backlink"><ref target="10.html#footnote-071">8</ref></hi></hi>. Divenuto, a sua volta, papa, non smise di interessarsi alla riforma di conventi e monasteri: provvedimenti in tal senso si registrano nei confronti dei mendicanti, degli ordini cavallereschi e ospedalieri, di organismi canonicali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-070-backlink"><ref target="10.html#footnote-070">9</ref></hi></hi>. Né si dimenticò dell’abbazia sorta «in agro Senensi» al volgere del secondo decennio del Trecento, e ben presto affermatasi come <hi rend="italic">caput Ordinis</hi>, al vertice cioè di un Ordine, al quale suo zio papa aveva concesso, nel 1344, l’approvazione pontificia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-069-backlink"><ref target="10.html#footnote-069">10</ref></hi></hi>. Nel secolo della «grande crisi», come in un convegno di storia monastica è stato definito il Trecento<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-068-backlink"><ref target="10.html#footnote-068">11</ref></hi></hi>, Monte Oliveto rappresentava una svolta in positivo, il segno della ripresa, un punto di riferimento sicuro per chiunque si fosse ripromesso di risollevare le sorti di un monachesimo che, dopo secoli di vita claustrale proficuamente vissuta all’insegna della regola di san Benedetto, stava attraversando una fase di estesa opacità, forse la più opaca, se non proprio la più oscura, di tutta la sua storia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-067-backlink"><ref target="10.html#footnote-067">12</ref></hi></hi>. «In illo tempore – è il caso di ripetere con l’autore del <hi rend="italic">Chronicon Montis Oliveti</hi> – pene omnis regularis observantia anullata erat in Gallia, in Italia atque in universo orbe Romano»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-066-backlink"><ref target="10.html#footnote-066">13</ref></hi></hi>. Facevano eccezione i certosini, verso i quali non omisero di manifestare le proprie simpatie papi come Giovanni XXII, Innocenzo VI e Urbano V, particolarmente propositivi nel promuovere la diffusione dell’Ordine fondato da san Bruno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-065-backlink"><ref target="10.html#footnote-065">14</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Gregorio XI preferì riporre la propria fiducia negli olivetani. I loro monasteri davano garanzia, non solo di regolare osservanza, ma di adesione ai dettami della Sede apostolica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-064-backlink"><ref target="10.html#footnote-064">15</ref></hi></hi>. I vescovi, perlomeno i più sensibili alle istanze riformistiche, bramavano averli nella propria diocesi. Il laicato religiosamente più preparato mostrava di apprezzarne lo stile di vita vissuta nel segno dell’osservanza, della contemplazione e dell’ascesi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-063-backlink"><ref target="10.html#footnote-063">16</ref></hi></hi>. Del tutto naturale che il cardinale Pierre-Roger de Beaufort, una volta divenuto papa, continuasse a mostrarsi fiducioso nei loro confronti. Se un qualche valore è ascrivibile ai dati quantitativi, a quasi una quarantina – basti dire – assommano le lettere di curia indirizzate nell’arco dei sette anni del suo pontificato alla Congregazione olivetana o ai monasteri ad essa affiliati, intese principalmente a tutelarne le libertà e l’esenzione nei confronti delle autorità laiche ed ecclesiastiche. Nel loro insieme costituiscono un piccolo ma interessante <hi rend="italic">dossier</hi> meritevole di più approfonditi studi, dimostrativo in ogni caso del favore manifestato dal papa nei confronti del moto di rinnovamento monastico suscitato dal Tolomei<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-062-backlink"><ref target="10.html#footnote-062">17</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Non mancano in tale contesto le <hi rend="italic">litterae</hi> apostoliche o bolle di unione rivolte a monasteri in declino o prossimi all’estinzione, ma che si sarebbero potuti risollevare e riportare a nuova vita tramite l’innesto di più robuste comunità monastiche: innesti che i discepoli del Tolomei erano in grado di garantire nel pieno rispetto della disciplina monastica. Rientra in questa casistica il monastero di San Miniato al Monte, al pari di altri cenobi non meno rinomati per antichità, come quelli di Badia Rofeno (oggi un rudere lungo la strada tra Asciano e Siena) o San Ponziano di Lucca, essi pure affidati, durante il pontificato di Gregorio XI, alle cure riformistiche dei monaci di Monte Oliveto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-061-backlink"><ref target="10.html#footnote-061">18</ref></hi></hi>. Per limitarci a San Miniato, si dispone, nello specifico, di una nutrita serie di lettere pontificie e di documenti connessi all’azione svolta dai delegati del papa, che consentono di seguire passo dopo passo le modalità di questo passaggio di osservanza.</p><p rend="text">Il 18 febbraio 1373, a seguito della rinuncia al governo del monastero presentata dall’abate Agostino nelle mani del legato <hi rend="italic">a latere</hi> di Gregorio XI, il cardinale Guglielmo Noellet<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-060-backlink"><ref target="10.html#footnote-060">19</ref></hi></hi>, il papa, avvalendosi del diritto di riserva pontificia sui benefici vacanti, procedeva all’unione di San Miniato al Monte e di tutti i suoi beni alla Congregazione olivetana, adducendo tra le cause che lo avevano indotto al provvedimento di riforma anche quella di un monastero «multum in regulari observantia collapsum», nel quale «ad presens quinque monachi dumtaxat existunt»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-059-backlink"><ref target="10.html#footnote-059">20</ref></hi></hi>. Al contempo, lo liberava dalla giurisdizione dell’ordinario diocesano. Se fino a quel momento a esercitare il diritto di visita e di nomina dell’abate era stato il vescovo di Firenze, cui il monastero era stato assoggettato fin dalle proprie origini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-058-backlink"><ref target="10.html#footnote-058">21</ref></hi></hi>, ora tali prerogative ricadevano sotto la giurisdizione dell’abate <hi rend="italic">pro tempore</hi> di Monte Oliveto, in quanto abate generale, ossia supremo moderatore di tutto l’Ordine. Dall’abbaziato a vita, com’era nella tradizione benedettina, si passava a un regime di governo temporaneo, secondo quanto disposto dai padri fondatori di Monte Oliveto e accolto nel <hi rend="italic">corpus</hi> costituzionale della Congregazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-057-backlink"><ref target="10.html#footnote-057">22</ref></hi></hi>. Se poi, diversamente dalle altre comunità, alla guida di San Miniato, ancor dopo l’unione agli olivetani, troviamo un abate invece del priore, ciò non deve sorprendere. Tanto meno deve far pensare a una sopravvivenza del ruolo e della figura dell’abate benedettino. Nell’esercizio, infatti, delle loro funzioni, gli abati olivetani di San Miniato appaiono in tutto equiparati ai priori degli altri monasteri: come loro erano soggetti alla temporaneità dell’incarico, come loro non venivano eletti dalla comunità, ma ricevevano il mandato dall’abate generale, dal quale dipendeva sia la formazione delle singole <hi rend="italic">familiae</hi> monastiche, rinnovate annualmente, sia la nomina dei priori, che prendevano il nome di abate, quando preposti al governo di monasteri con titolarità abbaziale, a loro derivante dall’essere stati antiche abbazie benedettine, come nel caso, appunto, di San Miniato. Molto chiare, al riguardo, le indicazioni fornite da un testo tardo-quattrocentesco: «In quolibet loco sunt quatuor officiales principales: id est abbas, si abbatia fuerit, et si prioratus, tunc prior praeest»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-056-backlink"><ref target="10.html#footnote-056">23</ref></hi></hi>. Soltanto dal 1535, il titolo di abate verrà esteso, indistintamente, a tutti i superiori dei monasteri olivetani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-055-backlink"><ref target="10.html#footnote-055">24</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Torniamo, però, alla sequenza di lettere pontificie e di documenti emanati in occasione dell’unione di San Miniato alla Congregazione olivetana. Avviato il monastero verso una nuova appartenenza, rimaneva da risolvere il problema della comunità benedettina, costituita da cinque monaci, che, gelosi della propria identità, a differenza del loro abate non sembravano per nulla intenzionati a rimanere in monastero in abito da olivetani. Il papa affidò la soluzione del caso al vescovo di Cesena, Lucio da Cagli, all’abate della Badia a Settimo e al priore di San Frediano di Firenze, indirizzando loro, il giorno dopo aver sancito il passaggio di osservanza del monastero, una <hi rend="italic">littera e</hi><hi rend="italic">xecutoria</hi> licenziata da Avignone il 19 febbraio. Al mandato pontificio per la sistemazione dei monaci neri fu dato corso il 12 novembre, in un momento successivo all’immissione degli olivetani nel corporale possesso di San Miniato, avvenuto, come vedremo, il 27 agosto 1373. Dalla Badia Fiorentina, dove in quel momento risiedeva, il vescovo cesenate, dopo aver ascoltato gli interessati e preso atto che in nessun modo essi intendevano rimanere a San Miniato «cum monacis de Monte Oliveto et ducere vitam cum eis», provvide alla loro collocazione, destinandone uno a Vallombrosa, uno a San Bartolomeo di Fiesole (la celebre Badia Fiesolana), un altro a San Salvi e il quarto a San Michele di Poggibonsi, come chiedevano loro stessi, per non vedersi costretti a «vagare per mundum»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-054-backlink"><ref target="10.html#footnote-054">25</ref></hi></hi>. Non si ha più notizia, invece, di un quinto monaco, di nome Giovanni <hi rend="italic">Vassiliti</hi>, ancora citato insieme con gli altri quattro tra i testimoni presenti in monastero a un atto del 20 novembre 1368<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-053-backlink"><ref target="10.html#footnote-053">26</ref></hi></hi>. A San Miniato rimase il solo abate Agostino, dove chiuse i suoi giorni in abito da olivetano nel 1381<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-052-backlink"><ref target="10.html#footnote-052">27</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Al vescovo di Cesena fu conferita la delega, in data 7 agosto, anche per l’immissione degli olivetani nel corporale possesso del monastero<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-051-backlink"><ref target="10.html#footnote-051">28</ref></hi></hi>. Prima però del compiersi della cerimonia, il papa, con altra lettera del 18 agosto, nel ribadire l’esenzione del monastero dalla giurisdizione dell’ordinario diocesano, sottraeva al vescovo di Firenze la proprietà del palazzo costruito accanto alla basilica per darlo ai monaci: questo, affinché «in sua quieta vita et solitudine» non fossero disturbati dall’andirivieni di persone che la presenza di un vescovo e del suo <hi rend="italic">entourage</hi> inevitabilmente comportava<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-050-backlink"><ref target="10.html#footnote-050">29</ref></hi></hi>. Si noti, «in sua quieta vita et solitudine»: l’esigenza fondamentale, manifestata nel momento stesso dell’accettazione di un monastero, si conferma essere per gli olivetani delle origini l’osservanza della regola, ricercata e tutelata allo scopo di favorire l’incontro con Dio attraverso la «quies contemplationis»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-049-backlink"><ref target="10.html#footnote-049">30</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Tre giorni dopo, il 21 agosto, a compensazione del palazzo ceduto ai monaci, il papa ordinava il passaggio dalla giurisdizione dell’abate a quella del vescovo di quattro chiese curate: San Pietro a Ema, Santa Lucia dei Màgnoli, San Paolo a Mosciano e Santa Maria al Bovino in Mugello, incorporate, da lunga data, nel patrimonio beneficiario dell’abbazia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-048-backlink"><ref target="10.html#footnote-048">31</ref></hi></hi>. Di lì a una settimana, il 27 agosto, in giorno di sabato, ebbe finalmente luogo la cerimonia di immissione: una colonia di dodici monaci, sotto la guida dell’abate Giovanni di ser Iacopo Salviati, di origini fiorentine (proprio come il generale di quegli anni, l’abate Salvi di Dono dalla Lastra)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-047-backlink"><ref target="10.html#footnote-047">32</ref></hi></hi>, salì al monte sopra Firenze, dove si innalzava l’antica basilica di San Miniato, per prenderne possesso, unitamente agli annessi edifici claustrali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-046-backlink"><ref target="10.html#footnote-046">33</ref></hi></hi>. E tuttavia, non fu questo l’ultimo atto. Il papa intervenne ancora: il 14 settembre 1373, per riportare sotto il controllo dell’abate e del capitolo olivetano la custodia del vicino ospedale di San Miniato, nella certezza che i nuovi venuti avrebbero fatto rifiorire, con le loro opere di assistenza e carità, la tradizionale ospitalità benedettina<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="10.html#footnote-045">34</ref></hi></hi>; un anno dopo, il 2 settembre del 1374, offriva loro la possibilità di ricevere gli illeciti da usura fino a un massimo di 300 fiorini, da utilizzare in opere di costruzione e ristrutturazione degli spazi monastici e abitativi, ereditati dalla precedente comunità benedettina in condizioni non certo ottimali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="10.html#footnote-044">35</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Non è mia intenzione occuparmi, in questa sede, del contesto sociale e politico. Ma almeno un cenno all’inimicizia tra Gregorio XI e la Repubblica fiorentina, manifestatasi specialmente in occasione della cosiddetta guerra degli Otto Santi, non posso esimermi dal farlo. Fu un conflitto in cui da entrambe le parti non ci si sottrasse a reciproci duri colpi: il papa mise l’interdetto sulla città, la Repubblica rispose con la confisca e le vendite forzate dei beni ecclesiastici. Solo all’indomani della scomparsa del pontefice, nel marzo del 1378, fu possibile stipulare un trattato di pace, dopo un triennio di aspri scontri e cruente rappresaglie<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="10.html#footnote-043">36</ref></hi></hi>. Un papa, dunque, amico degli olivetani – torna spontaneo osservare – ma inviso ai fiorentini. Ciò non impedì che, dopo quello di San Bartolomeo, un secondo insediamento olivetano si radicasse rapidamente nel tessuto urbano: non senza il concorso di famiglie altolocate, come quella dei Quaratesi, per esempio, consorziata ai Gianni, i cui membri contribuirono con diversi lasciti e donazioni a sostenere la nuova comunità, continuando una tradizione familiare che da tempo li teneva legati al monastero<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="10.html#footnote-042">37</ref></hi></hi>; o di uomini impegnati nella vita pubblica cittadina, come Dino Cignamochi, già stato gonfaloniere di giustizia e, a più riprese, tra i priori della Repubblica fiorentina, il quale non lesinò certo i propri favori, se il suo nome venne iscritto nell’albo dei benefattori del monastero<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="10.html#footnote-041">38</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Soprattutto, non venne meno il sostegno del vescovo, l’aretino Angelo Ricasoli, rimasto al governo della diocesi di Firenze dal 1370 al 1383. Un vescovo in rapporti epistolari con santa Caterina. Ma a parte questa corrispondenza, di cui rimangono tre lettere<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="10.html#footnote-040">39</ref></hi></hi>, non si conosce granché della sua personalità. Né mi risulta siano state condotte particolari ricerche sulla sua persona o sull’azione pastorale svolta nei vari ambiti diocesani in cui si trovò ad operare (fu vescovo di Sora, Aversa, Firenze, Faenza, infine di Arezzo, dove morì nel 1403)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="10.html#footnote-039">40</ref></hi></hi>. Dalla documentazione, tuttavia, preliminarmente consultata<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="10.html#footnote-038">41</ref></hi></hi>, ho tratto l’impressione di un vescovo conquistato, al pari di altri presuli del Trecento<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="10.html#footnote-037">42</ref></hi></hi>, dal tenore di vita, dalla carità fraterna, dalla spiritualità profonda che si respirava nelle comunità olivetane. Ancor dopo il suo trasferimento alle sedi di Faenza (1383-1391) e poi di Arezzo (1391-1403), mantenne stretti legami con il monastero, dove di tanto in tanto amava soggiornare. A San Miniato destinò i suoi libri, i paramenti sacri, parte della sua eredità, consistente in una grossa tenuta presso il comune di Laterina, nel contado di Arezzo. Di alcuni libri, permise la vendita, allo scopo di acquistarne altri maggiormente utili e necessari alla celebrazione del culto divino. Nutrì la speranza di veder sorgere un nuovo monastero per sei monaci con a capo un priore, in località San Giusto di Rentennano, importante proprietà della famiglia Ricasoli nei pressi del castello di Brolio, alla confluenza dei contadi di Siena, Firenze e Arezzo; in alternativa, mise a disposizione dei monaci di San Miniato 1.500 fiorini d’oro per la costruzione di un dormitorio, «incipiendo a parte introitus claustri, ubi sunt celle»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="10.html#footnote-036">43</ref></hi></hi>. Semplici dati, certamente, ma che nel loro insieme prospettano un rapporto meritevole di approfondimento e ulteriori considerazioni, soprattutto in riferimento al lascito dei libri.</p><p rend="text">Con l’avvento degli olivetani, ripresero a San Miniato i lavori di ristrutturazione e sistemazione architettonica dell’edificio monastico, unitamente alle opere di abbellimento artistico della basilica. Alla sacrestia, costruita a spese di Benedetto di Nerozzo Alberti e decorata con gli splendidi affreschi di Spinello Aretino già nel 1387, seguirono la sala capitolare, la stanza per i poveri, il refettorio, il completamento del chiostro e del dormitorio, il muro dell’orto e altri lavori che hanno il loro punto di massima convergenza nei decenni centrali del Quattrocento<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="10.html#footnote-035">44</ref></hi></hi>, quando fu ultimata, intorno al 1466, anche la cappella del cardinale del Portogallo, affrescata dal Pollaiolo, adornata con statue dei Rossellino e abbellita con terrecotte policrome di Luca della Robbia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="10.html#footnote-034">45</ref></hi></hi>. In quel medesimo torno di anni furono investite 1.200 lire nel rifacimento del coro ligneo, mentre a inizio Cinquecento vennero avviati i lavori di ricostruzione del campanile, crollato nel 1499 per difetto di staticità<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="10.html#footnote-033">46</ref></hi></hi>. In breve, l’armonia che caratterizza la struttura architettonica del monastero, è il risultato del gusto per il bello di cui furono portatori i monaci di Monte Oliveto, ma anche frutto di una oculata amministrazione che permise loro di portare a compimento un ambiente consono alle esigenze di una regolare e ordinata vita monastica. Si inquadra in tale contesto il lavoro di ricognizione patrimoniale e beneficiaria avviato a fine Trecento, in sintomatica corrispondenza con un ordinamento dell’archivio intrapreso, evidentemente a scopo ricognitivo, subito dopo il loro ingresso a San Miniato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="10.html#footnote-032">47</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nessun dubbio. L’apporto di generazioni di monaci olivetani alla sistemazione architettonica del monastero c’è stato, e si vede. Accanto ad esso, tuttavia, non va dimenticato il contributo dell’Opera di San Miniato, l’istituzione incaricata <hi rend="italic">ab antiquo</hi> di sovrintendere alla manutenzione e promozione di nuove opere di abbellimento o di restauro della chiesa e degli edifici esistenti sul monte di San Miniato, sotto la diretta sorveglianza dei consoli dei Mercanti di Calimala<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="10.html#footnote-031">48</ref></hi></hi>. Né va taciuto il contributo dei privati, a più riprese intervenuti con donazioni e lasciti testamentari per sostenere le iniziative dei monaci. E qui si aprirebbero interessanti piste di ricerca che gli atti di ultima volontà, presenti in discreto numero nel fondo pergamenaceo di San Miniato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="10.html#footnote-030">49</ref></hi></hi>, consentirebbero. È, infatti, a tutti noto l’alto valore di rappresentatività sociale insito nell’atto testamentario, in quanto «miroir de la mort», senz’altro, ma al contempo, come da più parti osservato, «miroir de la vie», ossia specchio che riflette la biografia delle persone, compresi gli indirizzi spirituali e le loro consuetudini devote<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="10.html#footnote-029">50</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Ma lasciamo quest’argomento, per dedicarci piuttosto a uno sguardo d’insieme sulla fisionomia della comunità, o meglio delle comunità olivetane, susseguitesi lungo l’arco di quasi due secoli nella conduzione della vita liturgica e religiosa, oltre che nella gestione economica e amministrativa del monastero di San Miniato, prima di essere costrette all’abbandono per cause, come si vedrà, del tutto estrinseche.</p><p rend="h2">3. Assetto comunitario e orientamento spirituale nel primo periodo olivetano (1373-1553)</p><p rend="text">Ai fini di una panoramica ad ampio raggio e dei sottesi risvolti economici e sociali, converrà intanto prendere visione della consistenza numerica della comunità monastica subentrata ai benedettini neri, còlta nel parallelo confronto con il <hi rend="italic">trend</hi> della comunità ospitata, lungo il medesimo arco di tempo, nel vicino monastero olivetano di San Bartolomeo del Castagno. Ci soccorrono, nella fattispecie, i rispettivi grafici illustrativi (Fig. 1), elaborati sulla base dei dati ricavati dalle <hi rend="italic">Familiarum tabulae</hi>, i voluminosi registri tuttora conservati nell’Archivio dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, nei quali di anno in anno il cancelliere della Congregazione trascriveva l’intero organigramma delle <hi rend="italic">familiae</hi> monastiche ufficialmente assegnate a ciascun monastero<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="10.html#footnote-028">51</ref></hi></hi>. Nel primo grafico è stato ricomposto l’andamento numerico della comunità di San Bartolomeo; nel secondo quello di San Miniato, rilevato annualmente cominciando dal 1379, da quando cioè iniziano le registrazioni, fino a una data di poco posteriore alla chiusura del monastero nel 1553. Anche a un primo pur sommario esame, balza subito all’occhio lo stacco netto, rispetto a San Bartolomeo, determinato dalla progressiva crescita comunitaria che si manifesta a San Miniato nel corso del Quattrocento e nei primi due decenni del Cinquecento, quando furono raggiunte punte massime anche di trenta monaci e oltre. La caduta in verticale su valori sotto le dieci unità si spiega con il famoso assedio fiorentino del 1529: entrambi i monasteri, data la loro posizione strategica a sud dell’Arno, furono duramente colpiti. A San Miniato si registrarono perdite per più di mille ducati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="10.html#footnote-027">52</ref></hi></hi>, che obbligarono a un ridimensionamento dell’assetto comunitario e costrinsero i superiori della Congregazione a ridistribuire i monaci in luoghi più sicuri<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="10.html#footnote-026">53</ref></hi></hi>. Ciononostante il monastero riuscì a riprendersi e, sfruttando i proventi di qualche buona annata, a riportarsi su un numero di monaci sopra le venti unità, prima del definitivo abbandono del 1553 per motivi connessi con la trasformazione del luogo in fortezza militare. A far capo da questa data, il monastero principale della <hi rend="italic">natio Florentina</hi>, per usare una terminologia cara agli olivetani del tardo Cinquecento e dei due secoli successivi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="10.html#footnote-025">54</ref></hi></hi>, si riconoscerà in San Bartolomeo, mentre l’abbazia di San Miniato, evacuata per cause del tutto indipendenti dalla volontà dei monaci, venne declassata al rango di semplice titolo beneficiario.</p><p><graphic url="10-web-resources/image/Tagliabue_Fig._1A.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p><graphic url="10-web-resources/image/Tagliabue_fig._1B.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 1 – Andamento numerico della comunità nei due monasteri olivetani di Firenze. <hi rend="italic">a)</hi> San Bartolomeo del Castagno (1379-1560). <hi rend="italic">b)</hi> San Miniato al Monte (1379-1560).</p><p rend="text">Quali, però, i caratteri distintivi del monastero nel periodo in cui fu tenuto dagli olivetani, ossia tra il 1373 e il 1553? I medesimi di ogni altro cenobio olivetano, a cominciare dal vincolo strettissimo che, <hi rend="italic">tamquam membra capiti</hi>, li teneva tutti uniti al <hi rend="italic">monasterium principale</hi>, vale a dire all’abbazia di Monte Oliveto, quasi si trattasse di un unico ramificato monastero. Questa marcata tendenza accentratrice si manifesta, anzitutto, nella partecipazione al capitolo generale. Ancor più, nel periodico ricambio dei membri della comunità e nella temporaneità delle cariche, rinnovate annualmente dall’abate generale, con il concorso dei padri visitatori. «Omni quidem anno – leggiamo nel <hi rend="italic">Chronicon</hi> di Antonio da Barga – ab abbate et visitatoribus fiunt de novo familiae mutantesque fratres de loco ad alium locum». Da Monte Oliveto, sede del capitolo e della curia generalizia, a inizio maggio, ossia allo scadere dell’anno capitolare, venivano spedite a tutti i monasteri le cedole contenenti le nuove assegnazioni, alle quali, «sicuti evangelio – prosegue Antonio da Barga – tam prelati quam subditi obediunt»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="10.html#footnote-024">55</ref></hi></hi>. Chi poi, avendo ricevuto l’obbedienza, si accingeva a partire, era rifornito del denaro necessario per il viaggio, sicuro di trovare nel monastero della sua nuova destinazione un’accoglienza resa sollecita da un medesimo senso di appartenenza imperniato sull’amore fraterno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="10.html#footnote-023">56</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Più che mai evidente, a questo punto, la diversa struttura giuridica in cui s’inserisce l’abbazia di San Miniato: diversa, s’intende, rispetto ai classici pilastri del monachesimo benedettino tradizionale, fondato sull’autonomia e sulla stabilità in monastero, oltre che sulla perpetuità della carica abbaziale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="10.html#footnote-022">57</ref></hi></hi>. A vero dire, anche tra gli olivetani vigeva il principio della <hi rend="italic">stabilitas</hi>, ma «in congregatione», con conseguente migrazione da un monastero all’altro, quasi a imitazione di una <hi rend="italic">peregrinatio</hi> a scopo penitenziale, in vista della meta finale, la Gerusalemme celeste.</p><p rend="text">Da questa ordinata rotazione di <hi rend="italic">fratres</hi> dipende, in ogni caso, se al volgere di ogni primavera la comunità di San Miniato si ripresenta con fisionomia rinnovata e se, scorrendo di anno in anno quegli straordinari e tanto preziosi elenchi che infittiscono di nomi le dense colonne delle <hi rend="italic">Familiarum tabulae</hi> olivetane, veniamo a conoscenza di monaci provenienti dalle più disparate parti di quel crogiolo di uomini e di spiriti che fu l’Europa del tardo medioevo: lungo l’arco di circa due secoli, tra i tanti italiani passati da San Miniato, vediamo infatti occhieggiare anche monaci originari della Catalogna, della Provenza, della Borgogna, della Piccardia, dell’Olanda, della Sassonia, dei paesi Slavi, persino provenienti dalla lontana Scozia e dalla Svezia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="10.html#footnote-021">58</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La più alta frequenza – com’era logico attendersi – spetta tuttavia ai fiorentini, reclutati per lo più in ambito cittadino. Tra costoro, l’abate Salvi di Dono dalla Lastra, entrato in monastero al tempo del Tolomei e, all’indomani della famigerata peste del 1348, resosi protagonista della ripresa della Congregazione, avendo ricoperto a più riprese l’incarico di abate generale, per poi affermarsi anche come abate di S. Miniato, dove chiuse i suoi giorni nel 1391<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="10.html#footnote-020">59</ref></hi></hi>. Un fratellastro del grande Petrarca: fra Giovannino di ser Petracco da Firenze, riconosciuto tale da un altrettanto grande e valoroso petrarchista quale fu il compianto Giuseppe Billanovich<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="10.html#footnote-019">60</ref></hi></hi>. Monaci che si sono distinti nella composizione o nell’abbellimento di corali e altri libri liturgici, come Agostino Chiari, esperto nell’arte del minio, o l’amanuense e calligrafo Mauro di Piero<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="10.html#footnote-018">61</ref></hi></hi>. Alcuni discepoli di santa Caterina, quali furono Nicolò di Piero e Filippo di Vannuccio, destinatari di una lettera della mantellata senese ricca di esortazioni all’obbedienza, punto focale del trittico amore-obbedienza-umiltà che, a giudizio di Caterina, costituisce l’architrave della vita religiosa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="10.html#footnote-017">62</ref></hi></hi>. Grazie poi alla committenza di questo studio, è stato finalmente possibile dare un volto al misterioso «Bonino Iohannes», il cui nome affiora nei versi acclusi, in alcuni codici, al <hi rend="italic">Prologus</hi> della versione latina della <hi rend="italic">Divina commedia</hi>, realizzata da fra Matteo Ronto nel monastero di San Benedetto di Pistoia tra il 1427 e il 1431, ma rimasto sinora sprovvisto di una chiara identificazione:</p><p rend="quotations_quotation_b1">Quo Deus omnipotens pro me iam premia donet</p><p rend="quotations_quotation_b2">Impote digna satis vobis; sub iugibus annis</p><p rend="quotations_quotation_b2">Vester ubique manet qui frater <hi rend="italic">Bonino Iohannes</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="10.html#footnote-016">63</ref></hi></hi></p><p rend="quotations_quotation_b3">Montis Oliveti convivit in ordine sacro.</p><p rend="text">In lui è sicuramente riconoscibile l’olivetano fra Giovanni di Francesco Bonini (o Bonino), proveniente da una famiglia di albergatori, con case nel popolo di Santa Maria a Verzaia fuori le mura di Firenze, entrato in religione nel novembre del 1437, assegnato a San Miniato una prima volta nel 1448, riaggregato al medesimo monastero nel 1452, poi però uscito dall’Ordine nel marzo del 1453<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="10.html#footnote-015">64</ref></hi></hi>. Indirettamente, l’attività di amanuense, che lo ha indotto a interpolare il proprio nome nei versi riportati sopra, è la dimostrazione di come la traduzione del Ronto, anziché rimanere un episodio circoscritto e fine a se stesso, circolasse insieme con il poema dantesco all’interno dei chiostri olivetani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="10.html#footnote-014">65</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Sarebbero ancora molti gli olivetani originari di Firenze meritevoli di attenzione: Isidoro Brandolini, in rapporti di amicizia con un pittore di fama come il Sodoma; Giuliano Vannelli, apprezzato cosmografo e miniatore; Bartolomeo Bacci, consigliere del papa Paolo III; il vescovo Filippo Serragli, l’abate generale Vito Bonaccolti, per non dire di Stefano Bonsignori, alla cui maestria si deve la mirabile pianta prospettica della città di Firenze vista dal colle di Monte Oliveto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="10.html#footnote-013">66</ref></hi></hi>; e altri, molti altri ancora. I loro nomi riempirebbero un repertorio di oltre cinquecento monaci, come si ha motivo di ritenere anche solo scorrendo l’elenco ricomposto dall’abate Scarlatti nelle sue <hi rend="italic">Ricordanze</hi> d’inizio Settecento<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="10.html#footnote-012">67</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Sul piano della spiritualità, questi monaci erano portatori di un indirizzo ascetico-contemplativo prevalentemente ispirato alla regola di san Benedetto, assimilata attraverso una formazione affidata alle cure del maestro dei novizi. «Quartus offitialis – è ancora l’<hi rend="italic">Abreviatio observantiae</hi> di fine Quattrocento ad affermarlo – est magister novitiorum, id est noviter venientium ad religionem: regit eos et instruit in spiritualibus»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="10.html#footnote-011">68</ref></hi></hi>. Suo principale dovere era quello di insegnare a cantare e a recitare l’ufficio divino alle giovani reclute, vigilando su di loro giorno e notte, «die noctuque», come prescriveva la regola di san Benedetto. Allo studio e ad altre attività intellettuali o spirituali era del resto dedicata, a norma di costituzioni, una parte della giornata, sia d’estate che d’inverno. Coloro che ne avevano necessità e avevano le capacità, dovevano attendere allo studio del canto, della grammatica, all’esercizio del leggere e dello scrivere; gli altri alla lettura in cella, alla preghiera o alla salmodia, mentre i fratelli laici e gli inadatti all’apprendimento erano tenuti a esercitarsi in un lavoro manuale. Tutte attività – avverte il Cattana in uno studio sulla preghiera alle origini della tradizione olivetana – in stretta relazione con la celebrazione dell’<hi rend="italic">opus Dei</hi>, compreso l’esercizio del miniare, del trascrivere codici o del ricamare, di cui si fa menzione nel medesimo testo costituzionale, e che, sempre a giudizio del Cattana, «costituiscono le premesse dello sviluppo artistico tra i monaci di Monte Oliveto»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="10.html#footnote-010">69</ref></hi></hi>. Le opere d’arte prodotte nel periodo in cui la basilica di San Miniato fu governata dagli olivetani hanno in sé qualcosa di tutto questo.</p><p rend="text">In sintesi, l’atmosfera che nel secolo dell’umanesimo e del primo rinascimento si respira nei chiostri olivetani, dunque anche a San Miniato, è quella di un ambiente culturalmente e spiritualmente orientato verso i valori della tradizionale ascesi monastica. In questa luce si comprende meglio il rilievo che, in un trattato sugli studi dei monaci come quello composto nel 1471 dall’abate Leonardo Mezzavacca, è assegnato a una formazione di tipo biblico e patristico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="10.html#footnote-009">70</ref></hi></hi>. Ciò a prescindere dal culto per le <hi rend="italic">humanae litterae</hi> e per le arti, alle quali chiunque, se dotato, era libero di potersi dedicare – per affermazione del medesimo abate – senza problema alcuno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="10.html#footnote-008">71</ref></hi></hi>. Del resto, non mancano tra gli olivetani del Quattro-Cinquecento monaci distintisi nel campo della cultura letteraria e scientifica. Ne sono un chiaro esempio personaggi come Matteo Ronto, il noto traduttore della <hi rend="italic">Commedia</hi> dantesca in esametri latini, cui già si è fatto cenno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="10.html#footnote-007">72</ref></hi></hi>; o per limitarci all’ambito di questa ricerca, monaci come Antonio da Barga o Miniato Pitti, entrambi a più riprese affiliati alla comunità di San Miniato, dove ricoprirono anche l’incarico di abate.</p><p rend="text">Del Bargense, autore del <hi rend="italic">Chronicon Montis Oliveti</hi> e di altri trattatelli, tra cui un <hi rend="italic">De dignitate hominis</hi>, sono ben noti i rapporti di frequentazione e amicizia con illustri umanisti, che ne rivelano la ricca personalità e la notevole apertura culturale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="10.html#footnote-006">73</ref></hi></hi>. Ma trasmettono anche l’immagine di un monachesimo olivetano in relazione sensibile con i bisogni della società. Non spiaccia al lettore se, a maggior evidenza, ci volgiamo a ricordare un episodio riportato nella <hi rend="italic">Vita</hi> di Giannozzo Manetti, scritta da un suo contemporaneo, Vespasiano da Bisticci, e finemente commentato da Giorgio Picasso in uno dei suoi tanti paradigmatici studi sugli olivetani e sul loro orientamento spirituale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="10.html#footnote-005">74</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Erano venti giorni, si legge in detta ‘biografia’, che Giannozzo, venutosi a trovare sull’orlo del dissesto finanziario, non riusciva a dormire, che non poteva darsi pace. Al diffondersi di questa notizia, «uno degnissimo uomo religioso dell’Ordine di Monte Oliveto – prosegue Vespasiano nel suo racconto – si mosse da sé e andò a casa sua; era bellissimo uomo costui, d’uno aspecto venerando, degno d’autorità. Il nome di questo frate era frate Antonio da Barga». Entrato in casa di messer Giannozzo e avendolo trovato «nello scrittoio con uno isciugatoio avvolto al capo e tutto alterato», il frate, con buone maniere, «lo pigliò con le mani al petto» e, scuotendolo, gli rivolse tali e tante parole di conforto da rincuorarlo e risollevarlo dal profondo sconforto in cui era caduto. «In tal modo – commenta il Picasso – Giannozzo Manetti ritrovò la sua pace: affrontò nuove strade, fu a Roma segretario di Niccolò V e poi alla corte di Napoli». E quando, dopo alcuni anni, lo colse una gravissima malattia, «si ricordò ancora, in quel frangente estremo, della sua amicizia con i monaci olivetani, ne fece chiamare due, si confessò, si comunicò e, benché ormai in agonia, donò loro un bellissimo codice con le lettere di san Girolamo»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="10.html#footnote-004">75</ref></hi></hi>. È la dimostrazione, questo episodio, di come gli olivetani delle origini, pur mantenendo integra la loro separazione dal mondo, riuscissero a parlare al cuore degli uomini del loro tempo. Amicizia, erudizione, spiritualità – sottolinea Picasso – sono l’anima di questi racconti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="10.html#footnote-003">76</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Al nome di Miniato Pitti († 1566), personalità di spicco nel contesto scientifico e culturale della Firenze pre-galileiana, si lega un’altra grande amicizia, ravvivata nel solco di una fitta corrispondenza: quella con Giorgio Vasari, che del Pitti elogia la non comune competenza «nella cosmografia et in molte scienzie, et particolarmente nella pittura»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="10.html#footnote-002">77</ref></hi></hi>. Ma al suo nome si lega anche il momento conclusivo di quello che, in prospettiva cronologica, si configura come il «primo periodo» della presenza olivetana a San Miniato al Monte. Il monastero, infatti, venne chiuso nel 1553, mentre ne era abate, appunto, il Pitti: non per crisi interna, però, o per dissesto patrimoniale, bensì per cause del tutto esterne. Da quando, nel 1529, in difesa della città assediata, il colle di San Miniato, data la sua posizione strategica, era stato circondato da una forte muraglia su disegno di Michelangelo Buonarroti, la vita si era fatta difficile per i monaci. La trasformazione, poi, del luogo in fortezza militare permanente, voluta nel 1552-1553 dal duca Cosimo I dei Medici, che vi immise un forte presidio di soldati spagnoli con le rispettive famiglie, convinse l’abate Pitti, in accordo con i superiori della Congregazione, a propendere per la chiusura del monastero. Gradatamente, i monaci furono ritirati, e nel giro di qualche anno il monastero rimase vuoto. Ne fu tuttavia mantenuto il possesso, con il diritto alla nomina di un abate titolare, incardinato nella vicina comunità olivetana di San Bartolomeo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="10.html#footnote-001">78</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Da quel momento, come già accennato, il primo insediamento olivetano in terra fiorentina, quello di San Bartolomeo, o Monte Oliveto di Firenze, prese a rivestire il ruolo di monastero più importante della <hi rend="italic">natio Florentina</hi>, giungendo, in età napoleonica e subito dopo la restaurazione degli antichi regimi, a proporsi per buona parte dell’Ottocento quale sede della curia generalizia olivetana<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="10.html#footnote-000">79</ref></hi></hi>. Ma è giunto anche il momento di trasmettere ad altri il testimone, poiché dalla metà del Cinquecento prende avvio, per San Miniato al Monte, un nuovo segmento della sua ricca e frastagliata storia millenaria.</p><p><graphic url="10-web-resources/image/Tagliabue_fig._2.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 2 – Avignone, 1373 febbraio 18. Originale della bolla di unione del monastero di San Miniato al Monte sopra Firenze all’Ordine di Monte Oliveto. [Archivio dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, <hi rend="italic">Registri dell’abate generale</hi>, I, 58]</p><p rend="h2">Bibliografia </p><p rend="bib_indx_bib_tit ParaOverride-1">Fonti</p><p rend="bib_indx_bib">Antonii Bargensis, <hi rend="italic">Chronicon Montis Oliveti (1313-1450)</hi>, ed. P. Lugano, Ex  Officina typ. Cocchi &amp; Chiti, Florentiae 1901 («Spicilegium Montolivetense», 1).</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="italic">Le carte del monastero di S. 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Giordano (a cura di), <hi rend="italic">Fonti per la storia della Congregazione benedettina di Monte Oliveto negli Archivi di Stato italiani</hi>, Centro storico benedettino italiano, Cesena 2019 («Italia benedettina», 44), pp. 9-64.</p><p rend="bib_indx_bib">Tagliabue M., Rigon A., <hi rend="italic">Fra Giovannino fratello del Petrarca e monaco olivetano</hi>, «Studi petrarcheschi», VI, 1989, pp. 225-255.</p><p rend="bib_indx_bib">Tognetti G., <hi rend="italic">L’appello del Comune di Firenze contro la condanna papale del 31 marzo 1376</hi>, «Bullettino dell’Istituto storico italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano», LXXXVII, 1978, pp. 88-120.</p><p rend="bib_indx_bib">Toscano F., <hi rend="italic">Il «De excellentia ac praestantia hominis» di Bartolomeo Facio fra fonti patristiche, modelli classici, schemi retorici</hi>, «Mélanges de l’École française de Rome. Moyen Âge», CXXVIII, 2016, pp. 141-154.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Trexler R.C., </hi><hi rend="italic" >Economic, political, and religious effects of the papal Interdict on Florence, 1376-1378</hi><hi >, Diss. </hi>Philadelphia 1964.</p><p rend="bib_indx_bib">—, <hi rend="italic">The spiritual power. Republican Florence unter Interdict</hi>, E.J. Brill, Leiden 1974.</p><p rend="bib_indx_bib">Trotta G., <hi rend="italic">Monteoliveto a Firenze: un sacro ‘oculo antiquo’ sulla città</hi>, in <hi rend="italic">Via di Monteoliveto. Chiese e ville di un colle fiorentino</hi>, Edifir, Firenze 2000, pp. 13-97.</p><p rend="bib_indx_bib">Venturini L., <hi rend="italic">Paolo Uccello nel chiostro di San Miniato al Monte</hi>, «Paragone», s. III, LIX, 2005, pp. 3-13.</p><p rend="bib_indx_bib">Vogüé A. (de), <hi rend="italic">Perséverer au monastère jusq’à la mort. </hi><hi rend="italic" >La stabilité chez saint Benoît et autour de lui</hi><hi >, «Collectanea Cisterciensia», XLIII, 1981, pp. 337-365.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Vovelle M., </hi><hi rend="italic" >Un préalable à toute histoire sérielle: la représentativité sociale du testament (XIV</hi><hi rend="italic CharOverride-2" >e</hi><hi rend="italic" >-XIX</hi><hi rend="italic CharOverride-2" >e</hi><hi rend="italic" > siècle)</hi><hi >, in B. Vogler (éd.), </hi><hi rend="italic" >Les actes notariés. </hi><hi rend="italic">Source de </hi><hi rend="italic" >l’histoire</hi><hi rend="italic"> sociale, XVI</hi><hi rend="italic CharOverride-2">e</hi><hi rend="italic">-XIX</hi><hi rend="italic CharOverride-2">e</hi><hi rend="italic"> siècles</hi>, Librairie Istra, Strasbourg 1979, pp. 257-277.</p><p rend="bib_indx_bib">Williman D., Corsano K., <hi rend="italic">The Interdict of Florence (31 March 1376): new documents</hi>, «Rivista di storia della Chiesa in Italia», LVI, 2002, pp. 427-481.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-078-backlink">1</ref></hi>	Nella stesura del testo si è fatto uso delle seguenti sigle archivistiche: AMOM = Archivio dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore; ASFi = Firenze, Archivio di Stato; ASSi = Siena, Archivio di Stato.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-077-backlink">2</ref></hi>	L’espressione citata è mutuata dalla documentazione pontificia e vescovile coeva allo sviluppo iniziale dell’Ordine di Monte Oliveto. Punto di riferimento bibliografico al riguardo, rimane tuttora la monografia di P. Lugano, <hi rend="italic">Origine e primordi dell’Ordine di Montoliveto (1313-1450)</hi>, In Abbatia Septimnianensi, Firenze 1903 («Spicilegium Montolivetense», 2). Allo stesso si deve il contributo storico meglio informato sul periodo olivetano di San Miniato: Id., <hi rend="italic">L’Ordine di Montoliveto a San Miniato al Monte sopra Firenze</hi>, «Rivista storica benedettina», XIII, 1922, pp. 231-251, cui fa da complemento la <hi rend="italic">Serie degli abati di S. Miniato di Firenze</hi>, ivi, pp. 251-257. Quanto all’atto di fondazione e all’opera del vescovo Ildebrando, oltre naturalmente alle indicazioni bibliografiche fornite nei lavori raccolti nella prima parte di questo volume, si rinvia all’ed. di L. Mosiici, <hi rend="italic">Le carte del monastero di S. Miniato al Monte (secoli IX-XII)</hi>, Olschki, Firenze 1990 («Deputazione di storia patria per la Toscana. Documenti di storia italiana», s. II, 4), pp. 5-9, 67-76; per una traduzione in inglese dell’atto, ma dall’<hi rend="italic">Italia sacra</hi> dell’Ughelli (inesatto, com’è noto, nel riportare la data di fondazione), si veda il testo pubblicato da G. Dameron, <hi rend="italic">The Bishopric of Florence and the Foundation of San Miniato al Monte (1013)</hi>, in K.L Jansen <hi rend="italic">et al</hi>. (eds.), <hi rend="italic">Medieval Italy: Texts in translation</hi>, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 2009, pp. 31-36.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-076-backlink">3</ref></hi>	Così chiamati, dal colore scuro dell’abito indossato nei cenobi benedettini autocefali, quelli cioè rimasti al di fuori delle grandi corporazioni monastiche medievali e, di conseguenza, sottoposti per lo più alla giurisdizione di un ordinario diocesano. Sull’importanza dell’abito religioso nelle società di antico regime, in quanto segno di appartenenza e, in ultima analisi, motivo di identità, si veda G. Rocca (a cura di), <hi rend="italic">La sostanza dell’effimero. Gli abiti degli ordini religiosi in Occidente</hi>, Paoline, Roma 2000.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-075-backlink">4</ref></hi>	Tuttora validi, per una panoramica d’insieme, i lavori di P. Lugano, <hi rend="italic">Inizi e primi sviluppi dell’istituzione di Monte Oliveto (1313-1348)</hi>, «Benedictina», I, 1947, pp. 43-81, e <hi rend="italic">L’istituzione di Montoliveto nella seconda metà del Trecento</hi>, in <hi rend="italic">Saggi e ricerche nel VII centenario della nascita del b. Bernardo Tolomei (1272-1972)</hi>, Monte Oliveto Maggiore 1972 («Studia Olivetana», 1), pp. 49-84, nonché i dati raccolti nell’opera di M. Scarpini, <hi rend="italic">I monaci benedettini di Monte Oliveto</hi>, Edizioni L’Ulivo, S. Salvatore Monferrato 1952; ma per le fondazioni più antiche cfr. V. Cattana, <hi rend="italic">«Iam decem alia loca in diversis diocesibus sunt constructa» (Supplica a Clemente VI, in Riv. stor. ben., XVI, 1925, p. 247). A proposito della prima espansione olivetana</hi>, in <hi rend="italic">Saggi e ricerche</hi>, cit., pp. 113-129.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-074-backlink">5</ref></hi>	Intorno alle origini di Monte Oliveto e alla figura del suo fondatore, oltre alla monografia del Lugano (cit. sopra, nota 2), si vedano ora i saggi riuniti in G. Andenna, M. Tagliabue (a cura di), <hi rend="italic">Bernardo Tolomei e le origini di Monte Oliveto</hi>, Centro storico benedettino italiano, Cesena 2020 («Italia benedettina», 45).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-073-backlink">6</ref></hi>	Per San Bartolomeo: G. Trotta, <hi rend="italic">Monteoliveto a Firenze: un sacro ‘oculo antiquo’ sulla città</hi>, in <hi rend="italic">Via di Monteoliveto. Chiese e ville di un colle fiorentino</hi>, Edifir, Firenze 2000, pp. 13-97; notevole l’apporto della laicità devota, specialmente alle origini del monastero, sorto sul Monte di Bene (che avrebbe poi preso il nome di Monteoliveto), meta di riunioni per la confraternita fiorentina intitolata al nome di Gesù e alla Vergine: ivi, pp. 16-19 e docc. alle pp. 137-139; A. Santangelo, <hi rend="italic">I capitoli della Compagnia de’ Servi di nostro Signore Gesù Cristo</hi>, «Archivio storico italiano», CXLI, 1983, pp. 273-291; C. Caby, <hi rend="italic">Vita monastica e «vera felicità» nella Toscana del Quattrocento. A proposito di uno scambio epistolare fra due monaci di San Miniato e un chierico aretino</hi>, in B.F. Gianni (O.S.B.), A. Paravicini Bagliani (a cura di), <hi rend="italic">San Miniato e il segno del Millennio</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2020, pp. 349-368: 349-350.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-072-backlink">7</ref></hi>	Cfr. B. Guillemain, <hi rend="italic">Benedetto XII</hi>, in <hi rend="italic">Enciclopedia dei papi</hi>, II,<hi rend="italic"> </hi>Istituto della Enciclopedia italiana, Roma 2000, pp. 524-530; per l’azione in favore della riforma: L. Boehm, <hi rend="italic">Papst Benedikt XII. </hi><hi rend="italic" >(1334-1342) als Förderer der Ordensstudien. Restaurator – Reformator –</hi><hi rend="italic" > oder Deformator regularer Lebensform?</hi><hi >, in G. Melville (hrsg.),</hi><hi rend="italic" > Secundum regulam vivere. Festschrift für P. Norbert Backmund O. Praem.</hi><hi >, Poppe-Verlag, Windberg 1978, pp. 281-310; F.J. Felten, </hi><hi rend="italic" >Die Ordensreformen Benedikts XII. unter institutionsgeschichtlichem Aspekt</hi><hi >, in G. Melville</hi><hi rend="italic" > </hi><hi >(hrsg.), </hi><hi rend="italic" >Institutionen und Geschichte. Theoretische Aspekte und mittelalterliche Befunde</hi><hi >, Böhlau, Köln 1992, pp. 369-435.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-071-backlink">8</ref></hi>	Per la sollecitudine manifestata dal futuro pontefice nei confronti della basilica romana, eletta, tra l’altro, a luogo della propria sepoltura: P. Lugano, <hi rend="italic">Il b. Bernardo Tolomei e Gregorio XI a S. Maria Nova</hi>, «Cosmos Catholicus», II, 1900, pp. 110-112; sul monumento sepolcrale che vi si conserva: Id., <hi rend="italic">La basilica di Santa Maria Nova al Foro Romano (Santa Francesca Romana). Memorie e opere d’arte</hi>, «Rivista storica benedettina», XIII, 1922, p. 144; C. González-Longo, <hi rend="italic">Da Santa Maria Nova a Santa Francesca Romana: architettura e committenza olivetana nella trasformazione della chiesa dal Trecento al Seicento</hi>, in A. Bartolomei Romagnoli, G. Picasso (a cura di),<hi rend="italic"> La canonizzazione di Santa Francesca Romana. Santità, cultura e istituzioni a Roma tra medioevo ed età moderna</hi>, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2013 («Francesca Romana Advocata Urbis», 2), pp. 392, 413-416.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-070-backlink">9</ref></hi>	Cfr. L. Duval-Arnould, <hi rend="italic">Les constitutions de Grégoire XI pour le chapitre du Latran (1369-1373)</hi>, «Rivista di storia della Chiesa in Italia», LX, 2006, pp. 405-450; M. Salerno, K. Toomaspoeg, <hi rend="italic">L’inchiesta pontificia del 1373 sugli Ospedalieri di San Giovanni di Gerusalemme nel Mezzogiorno d’Italia</hi>, M. Adda, Bari 2008. Cenni a una politica di riforma degli ordini religiosi, anche nel profilo curato da M. Hayez, <hi rend="italic">Gregorio XI</hi>, in <hi rend="italic">Enciclopedia dei papi</hi>, II, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma 2000, pp. 550-561, e in <hi rend="italic">Dizionario biografico degli Italiani</hi>,<hi rend="italic"> </hi>LIX, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 2002, pp. 186-195, cui ora si aggiunga P. Jugie, <hi rend="italic">La formation intellectuelle du cardinal Pierre Roger de Beaufort, le pape Grégoire XI: nouveau point sur la question</hi>, in J.-M. Martin et al. (éd.), <hi rend="italic">Vaticana et Medi</hi><hi rend="italic">evalia. Études en l’honneur de Louis Duval-Arnould</hi>, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2008 («Millennio medievale», 71), pp. 267-285 e, per l’attenzione espressa nei confronti della cultura, A. Manfredi, <hi rend="italic">“Ordinata iuxta serenitatem et aptitudinem intellectus domini nostri pape Gregorii undecimi”. Note sugli inventari della biblioteca papale avignonese</hi>, in J. Hamesse (éd.), <hi rend="italic">La vie culturelle, intellectuelle et scientifique à la cour des papes d’Avignon</hi>, <hi >Brepols, Turnhout 2006 («Textes et études du Moyen Âge», 28), pp. 87-110.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-069-backlink">10</ref></hi>	P. Lugano, <hi rend="italic">L’Ordine di Montoliveto e la conferma apostolica di Clemente VI (1344)</hi>, «Rivista storica benedettina», XVI, 1925, pp. 233-256.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-068-backlink">11</ref></hi>	Cfr. G. Picasso, M. Tagliabue (a cura di), <hi rend="italic">Il monachesimo italiano nel secolo della grande crisi</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Centro storico benedettino italiano, Cesena 2004 («Italia benedettina», 21).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-067-backlink">12</ref></hi>	Per quanto da ridimensionare alla luce delle indagini più recenti, conserva un fondo di verità la definizione di «période la plus sombre de l’histoire bénédictine», coniata per il Trecento monastico da un grande storico del monachesimo: Ph. Schmitz, <hi rend="italic">Histoire de l’Ordre de Saint-Benoît</hi>, III, Les éditions de Maredsous, Maredsous 1948, p. 63; in maniera, del resto, non molto diversa conclude il Penco, nel considerare il Trecento «l’epoca di maggior depressione della vita monastica» (G. Penco, <hi rend="italic">Storia del monachesimo in Italia dalle origini alla fine del Medio Evo</hi>, Paoline, Roma 1961, p. 322; nuova ed. Jaca Book, Milano 1983, p. 294).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-066-backlink">13</ref></hi>	Antonii Bargensis <hi rend="italic">Chronicon Montis Oliveti (1313-1450)</hi>, ed. P. Lugano, Ex Officina typ. Cocchi &amp; Chiti,Florentiae 1901 («Spicilegium Montolivetense», 1), p. 20.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-065-backlink">14</ref></hi>	Per adeguate testimonianze in tal senso: D. Le Blévec, <hi rend="italic">La papauté d’Avignon et l’Ordre des Chartreux</hi>, in P. De Leo (a cura di), <hi rend="italic">L’Ordine certosino e il papato dalla fondazione allo scisma d’Occidente</hi>, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003, pp. 149-156. Visto il successo conseguito in Italia (21 nuove certose), oltre che in Europa, a buon diritto si è parlato del Trecento come del secolo d’oro delle certose: cfr. F.A. Dal Pino, <hi rend="italic">Il secolo delle certose italiane: inizi Trecento-metà Quattrocento</hi>, «Annali di storia pavese», XXV, 1997, pp. 37-48.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-064-backlink">15</ref></hi>	Su questo aspetto si è soffermato di recente, in un puntuale e ben documentato saggio, M. Ascheri, <hi rend="italic">I primi ‘consilia’ giuridici per l’abbazia di Monte Oliveto Maggiore</hi>, in V. Cattana, M. Tagliabue (a cura di), <hi rend="italic">Da Siena al ‘desertum’ di Acona</hi>, Centro storico benedettino italiano, Cesena 2016 («Italia benedettina», 42), pp. 73-95.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-063-backlink">16</ref></hi>	Eloquenti, al riguardo, le indicazioni che traspaiono dalla cronaca di Antonio da Barga: «Igitur fama crescentes et numero, eorum murmur in brevi ubique divulgatum est. Cives igitur hanc bonam famam aurientes, libenter eis archisteria contulebant, ducentes pro maximo, si in sua civitate unusquisque talium mereretur habere congregationem» (Bargensis <hi rend="italic">Chronicon</hi>, cit., p. 19). In tema di monasteri, e di rapporti con la città nei secoli centrali e finali del Medioevo cfr. G. Penco, <hi rend="italic">Monasteri e comuni cittadini: un tema storiografico</hi>, «Benedictina», XLIII, 1996, pp. 117-133; per l’area toscana: F. Salvestrini, <hi rend="italic">Religious Orders and Cities in Medieval Tuscany (10</hi><hi rend="italic CharOverride-2">th</hi><hi rend="italic"> to 14</hi><hi rend="italic CharOverride-2">th</hi><hi rend="italic"> Centuries)</hi>, in F. Sabaté (éd.), <hi rend="italic">Life and Religion in the Middle Ages</hi>, Cambridge Scholars Publishing, Cambridge 2015, pp. 202-218; Id., <hi rend="italic">Inquietudini religiose, presenze monastico-eremitiche e tradizione contemplativa nella Firenze del Trecento</hi>, in A. Andreini <hi rend="italic">et al</hi>. (a cura di), <hi rend="italic">Niccolò Acciaiuoli, Boccaccio e la Certosa del Galluzzo. Politica, religione ed economia nell’Italia del Trecento</hi>, Viella, Roma 2020, pp. 61-89, cui si rinvia per altri ragguagli bibliografici.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-062-backlink">17</ref></hi>	Si tratta in gran parte di docc. originali, conservati per lo più nel <hi rend="italic">Fondo diplomatico</hi> dell’AMOM. Su consistenza e ordinamento attuale del fondo, recentemente dotatosi di un inventario analitico consultabile <hi rend="italic">in loco</hi>, cfr. M. Tagliabue, <hi rend="italic">Per una storia dell’Archivio di Monte Oliveto Maggiore e della Congregazione olivetana: primi appunti</hi>, in D. Giordano (a cura di), <hi rend="italic">Fonti per la storia della Congregazione benedettina di Monte Oliveto negli Archivi di Stato italiani</hi>, Centro storico benedettino italiano, Cesena 2019 («Italia benedettina», 44), pp. 9-64, in part. pp. 45-52.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-061-backlink">18</ref></hi>	Per Rofeno, l’originale della bolla di unione è in ASSi, <hi rend="italic">Conventi</hi>, 200, perg. 35 (1374 marzo 23, Villeneuve-lès-Avignon); per San Ponziano, la documentazione pontificia riguardante l’annessione agli olivetani, concordata nel 1376, ma portata a compimento solo nel 1378, si trova in Lucca, Archivio di Stato: cfr. <hi rend="italic">Le carte del monastero di S. Miniato</hi>, cit., p. 29, nota 88.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-060-backlink">19</ref></hi>	Creato cardinale da Gregorio XI nel 1371, fu uno dei suoi più stretti collaboratori: cfr. G. Mollat, <hi rend="italic">Guillaume Noellet</hi>, in <hi rend="italic">Dictionnaire d’histoire et de géographie ecclésiastiques</hi>, XXII, Letouzey et Ané, Paris 1988, coll. 972-973; Duval-Arnould, <hi rend="italic">Les constitutions de Grégoire XI</hi>, cit., p. 421.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-059-backlink">20</ref></hi>	Per l’originale: AMOM, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>,<hi rend="italic"> Registri dell’abate generale</hi>, I, 58; v. anche, per questo e per gli altri docc. cui si farà riferimento in seguito, Lugano, <hi rend="italic">L’Ordine di Montoliveto a San Miniato</hi>, cit., pp. 234-239. Sulla politica beneficiaria del pontefice: A.-M. Hayez, <hi rend="italic">Un aperçu de la politique bénéficiale de Grégoire XI: première moitié du pontificat (1371-1375)</hi>, in<hi > K. Borchardt, E.</hi> Bünz<hi > (hrsg.),</hi> <hi rend="italic">Forschungen zur Reichs-, Papst- und Landesgeschichte. </hi><hi rend="italic" >Peter Herde zum 65. Geburtstag von Freunden, Schülern und Kollegen dargebracht</hi><hi >, II, A. Hiersemann, Stuttgart 1998, pp. 685-698.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-058-backlink">21</ref></hi>	<hi >In quanto monastero vescovile: M.P. Contessa, </hi><hi rend="italic" >An episcopal monastery in Florence from the 11</hi><hi rend="italic CharOverride-2" >th</hi><hi rend="italic" > to the early 13</hi><hi rend="italic CharOverride-2" >th</hi><hi rend="italic" > Century: San Miniato al Monte</hi><hi >, in </hi><hi rend="italic" >Life and Religion in the Middle Ages</hi><hi >, cit., pp. 184-201. </hi>Non sono mancati, nel periodo pre-olivetano, tentativi di riforma da parte dei presuli fiorentini, come pure episodi di prevaricazione e di autodeterminazione nell’elezione dell’abate, lesivi delle prerogative e dell’autorità del vescovo: cfr. <hi rend="italic">Le carte del monastero di S. Miniato</hi>, cit., pp. 18-20; ma ancora in un doc. del 1368, quale <hi rend="italic">unicus dominus et patronus</hi> del monastero è citato, accanto all’abate Agostino, il vescovo di Firenze, Pietro Corsini (ASFi, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, Normali, 1368 novembre 14, Firenze, San Miniato al Monte, id. 00062342).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-057-backlink">22</ref></hi>	D’obbligo, in tema di costituzioni, il rinvio a V. Cattana, <hi rend="italic">La primitiva redazione delle costituzioni olivetane</hi>, «Benedictina», XVIII, 1971, pp. 72-116; edizione riproposta in <hi rend="italic">Regardez le rocher d’où l’on vous a taillés. </hi><hi rend="italic" >Documents primitifs de la Congrégation bénédictine de Sainte Marie du Mont-Olivet. Texte latin et traduction française</hi><hi >, Abbaye de Maylis 1996 («Studia Olivetana», 6), pp. 125-203.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-056-backlink">23</ref></hi>	Gli altri ufficiali rispondevano al nome di vicario, cellerario e maestro dei novizi: cfr. G. Picasso, <hi rend="italic">Una «Abreviatio observantiae Ordinis Montis Oliveti» della fine del sec. XV</hi> [1968], rist. in Id., <hi rend="italic">Tra umanesimo e ‘devotio’. Studi di storia monastica</hi>, a cura di G. Andenna <hi rend="italic">et al</hi>., Vita e Pensiero, Milano 1999 («Pubblicazioni dell’Università cattolica del Sacro Cuore. Scienze storiche», 67), pp. 129-140, in part. p. 138.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-055-backlink">24</ref></hi>	Cfr. P. Lugano, <hi rend="italic">Note intorno alle costituzioni monastiche per l’Ordine di Montoliveto</hi>, «Rivista storica benedettina», VI, 1911, pp. 423-472, in part. p. 437; v. anche Scarpini, <hi rend="italic">I monaci</hi>, cit., p. 156 e, per un inquadramento storico, M. Tagliabue, <hi rend="italic">La Congregazione olivetana nel Cinquecento: dati statistici e ordinamento interno</hi>, in G. Spinelli (a cura di), <hi rend="italic">Cinquecento monastico italiano</hi>, Centro storico benedettino italiano, Cesena 2013 («Italia benedettina», 36), pp. 229-287, in part. pp. 247-249.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-054-backlink">25</ref></hi>	AMOM, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, <hi rend="italic">Olivetani di Firenze (San Miniato al Monte e San Bartolomeo)</hi>, perg. 28: atto esecutoriale del 12 novembre 1373, con inserita la bolla del precedente 19 febbraio.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-053-backlink">26</ref></hi>	Atto accluso a perg. datata 1368 novembre 14 (cit. sopra, nota 21).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-052-backlink">27</ref></hi>	La tradizione erudita, traendo argomento da un’iscrizione sepolcrale (oggi non più reperibile), ne fa un esponente della famiglia Zebedei (cfr. Giovanni Lami, <hi rend="italic">Sanctae Ecclesiae Florentinae monumenta</hi>, II, Ex typ. Deiparae Angelo Salutatae, Florentiae 1758, p. 1193); questo dato non trova però riscontro nella documentazione coeva, dove ad essere associato al nome dell’abate Agostino è il patronimico «Ildebrandini» (ASFi, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, Normali, 1373 [stile pisano] giugno 5, Firenze, San Miniato al Monte, id. 00067400); il che smentisce la parentela con Marco «olim Zabadei», citato in docc. del 22 sett. 1365, 2 ott. 1365, 14 nov. 1368 (ivi,<hi rend="italic"> </hi>id. 00061247, 00061280, 00062342), impropriamente attribuitagli nella suddetta iscrizione, dove «Marcho Zabadei» è detto «fratello dell’abbate Augustino» («Hinc cognoscimus – annota il Lami – <hi rend="italic">Augustinum</hi> huius monasterii abbatem e <hi rend="italic">Zebedaeorum</hi> gente fuisse»). Per la data di morte: AMOM, <hi rend="italic">Necrologium parvum</hi>, f. 31r, «Anno Domini 1381. Fr. Augustinus olim abbas Sancti Miniatis de Florentia».</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-051-backlink">28</ref></hi>	AMOM, <hi rend="italic">Diplomatico, Olivetani di Firenze</hi>, cit., perg. 22 (1373 agosto 7).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-050-backlink">29</ref></hi>	AMOM, <hi rend="italic">Diplomatico, Olivetani di Firenze</hi>, cit., perg. 23 (1373 agosto 18).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-049-backlink">30</ref></hi>	Sulla pregnanza di significati teologico-spirituali sottesi al termine ‘contemplatio’ e la necessaria ‘quiete’ interiore per potervi attendere, cfr. J. Leclercq, <hi rend="italic">Études sur le vocabulaire monastique du moyen âge</hi>, Herder, Roma 1961 («Studia Anselmiana», 48), pp. 99-103. Per la sua incidenza alle origini della tradizione olivetana: <hi rend="italic">Regardez le rocher</hi>, cit., pp. 27-33.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-048-backlink">31</ref></hi>	AMOM, <hi rend="italic">Diplomatico, Olivetani di Firenze</hi>, cit., perg. 24 (copia autentica) e 25 (copia inserita in un parere giuridico di Giovanni da Legnano, consultato in merito ai diritti parrocchiali sulle chiese cedute al vescovo in cambio del palazzo). Rimase invece sottoposta all’abate <hi rend="italic">pro tempore</hi> del monastero la giurisdizione sulla parrocchia annessa alla chiesa di San Miniato, fino almeno al 1557 (Lugano, <hi rend="italic">L’Ordine di Montoliveto a San Miniato</hi>, cit., pp. 238-239, 241). In tema di parrocchie monastiche, e di esenzione, non proprio ben accetta a un presule come sant’Antonino, cfr. F. Salvestrini, <hi rend="italic">Antonino Pierozzi e il monachesimo. Le difficili relazioni con l’Ordine vallombrosano</hi>, «Memorie domenicane», n.s., XLIII, 2012, pp. 221-225 e la bibl. ivi cit. alla nota 90, in particolare J. Avril, <hi rend="italic">Paroisses et dépendances monastiques au moyen âge</hi>, in <hi rend="italic">Sous la Règle de saint Benoît. Structures monastiques et sociétés en France du moyen âge à l’époque moderne</hi>, Librairie Droz, Genève 1982, pp. 95-105.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-047-backlink">32</ref></hi>	Sul Salviati: M. Tagliabue, <hi rend="italic">Decimati dalla peste. I morti e i sopravvissuti nella Congregazione benedettina di Monte Oliveto (1348)</hi>, in <hi rend="italic">Il monachesimo italiano nel secolo della grande crisi</hi>, cit., pp. 196-197, n. 34; per l’abate generale del triennio 1372-75: Scarpini, <hi rend="italic">I monaci</hi>, cit., pp. 52-55, e la successiva nota 59.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-046-backlink">33</ref></hi>	A rogare l’atto fu un notaio dell’Arte di Calimala, ser Goro. Il documento, oggi non più reperibile, si conservava nell’archivio del monastero di San Bartolomeo di Firenze, dove lo vide don Miniato Scarlatti e, nelle sue <hi rend="italic">Ricordanze</hi> del 1718 (cit. <hi rend="italic">infra</hi>, nota 67), ne diede un breve regesto (ivi, f. 66r). Sotto la data del 27 agosto, l’episodio dell’immissione è ricordato anche da D.M. Manni, <hi rend="italic">Osservazioni istoriche sopra i sigilli antichi de’ secoli bassi</hi>, XVII, stamp. di G.B. Stecchi alla Condotta, Firenze 1746, p. 141; dal Manni la notizia si è trasmessa al Lami e ad altri testi della storiografia erudita fiorentina, mentre lo Scarpini, <hi rend="italic">I monaci</hi>, cit., p. 55, nota 1, ne fu a conoscenza attraverso l’iscrizione latina dipinta sopra la porta che dal presbiterio della chiesa di San Miniato immette nel chiostro del monastero. Anomala, invece, la data del «15 agosto» riportata in <hi rend="italic">Le carte del monastero di S. Miniato</hi>, cit., p. 20, probabilmente attinta all’elenco di documenti, non esente da imprecisioni e incongruenze cronologiche, compilato da C. Masetti, <hi rend="italic">Regesto dell’abbazia fiorentina di San Miniato al Monte</hi>, «La Graticola», IV (7-8), 1976, pp. 3-23 dell’estratto, in part. p. 15.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-045-backlink">34</ref></hi>	AMOM, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, <hi rend="italic">Olivetani di Firenze</hi>, cit., perg. 27. Si tratta dell’ospedale fatto erigere dall’abate Oberto (1068) in un terreno non discosto dalla chiesa: cfr. <hi rend="italic">Le carte del monastero di S. Miniato</hi>, cit., pp. 16 e 166-167, n. 32.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-044-backlink">35</ref></hi>	AMOM, <hi rend="italic">Diplomatico, Olivetani di Firenze</hi>, cit., perg. 31. In tema di illeciti da usura valga il rinvio, tra i tanti possibili, al saggio di M. Giansante, <hi rend="italic">Male ablata. La restituzione delle usure nei testamenti bolognesi fra XIII e XIV secolo</hi>, «Rivista internazionale di diritto comune», XXII, 2011, pp. 183-216. Sulle condizioni del monastero, v. testo in corrispondenza della precedente nota 20.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-043-backlink">36</ref></hi>	Su cause ed effetti del conflitto: A. Gherardi, <hi rend="italic">La guerra dei Fiorentini con papa Gregorio XI detta la guerra degli Otto Santi</hi>, «Archivio storico italiano», s. III, V (2)<hi >, 1867, pp. 35-131; D.S. Peterson, </hi><hi rend="italic" >The War of the Eight Saints in Florentine memory and oblivion</hi><hi >, in </hi><hi >W.J. Connel (ed.),</hi><hi rend="italic" > Society and individual in Renaissance Florence</hi><hi >, University of California Press, Berkeley-Los Angeles-London 2002, pp. 173-214; F. Sznura, </hi><hi rend="italic" >La guerra tra Firenze e papa Gregorio XI</hi><hi >, in R. Cardini, P. Viti (a cura di), </hi><hi rend="italic" >Coluccio Salutati e Firenze. Ideologia e formazione dello Stato</hi><hi >, Pagliai, Firenze </hi><hi >2008, pp. 89-101; R.C. Trexler, </hi><hi rend="italic CharOverride-3" >Economic, political, and religious effects of the papal Interdict on Florence, 1376-1378</hi><hi rend="CharOverride-3" >, </hi><hi >Diss. </hi>Philadelphia 1964; Id., <hi rend="italic">The spiritual power. Republican Florence unter Interdict</hi>, E.J. Brill, Leiden 1974; G. Tognetti, <hi rend="italic">L’appello del Comune di Firenze contro la condanna papale del 31 marzo 1376</hi>, «Bullettino dell’Istituto storico italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano», LXXXVII, 1978, pp. 88-120; D. Williman, K. Corsano, <hi rend="italic">The Interdict of Florence (31 March 1376): new documents</hi>, «Rivista di storia della Chiesa in Italia», LVI, 2002, pp. 427-481.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-042-backlink">37</ref></hi>	Intorno alla posizione sociale di queste famiglie: D.M. Manni, <hi rend="italic">Consorteria di sangue fra due nobili fiorentine famiglie. Quaratesi e Gianni</hi>, Firenze 1743. Per rapporti con il monastero e lasciti, non del tutto indenni – peraltro – da rivendicazioni ereditarie: ASFi, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, Normali,  San Miniato al Monte, Firenze 1337 luglio 7 (testamento di Simone del fu Neri Quaratesi), 1363 maggio 20 (test. di Sandro del fu Simone), 1382 giugno 17 (test. di Vanni del fu Simone), 1400 sett. 26 (test. di Antonia del fu Carlo Quaratesi); inoltre, 1384 maggio 18, agosto 19 e novembre 4, 1389 giugno 9 e agosto 21, 1413 febb. 19 e marzo 14, 1414 marzo 30 (atti di procura, impugnazioni, quietanze, sentenze compromissorie in materia di eredità) e, nel corrispettivo fondo <hi rend="italic">Cartaceo</hi>, 1383 agosto 20 (test. di Ambrogio Quaratesi); ma ben più consistente, il <hi rend="italic">dossier</hi> documentario che si potrebbe ricomporre intorno a questo nucleo familiare e alla rete di relazioni intessute col monastero di San Miniato prima e dopo l’avvento degli olivetani.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-041-backlink">38</ref></hi>	Cfr. ASFi, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, Normali, 1375 [<hi rend="italic">ma</hi> 1374] dicembre 28, Firenze, San Miniato al Monte, id. 00068986. Gonfaloniere di giustizia, Dino di Geri Cignamochi lo fu nel primo bimestre del 1356; priore del quartiere di Santa Croce nel 1360, 1367, 1370 e per l’ultima volta nel bimestre maggio-giugno 1374: cfr. M. Rastrelli, <hi rend="italic">Priorista fiorentino istorico</hi>, II, Stamperia di G. Tofani, Firenze 1783, pp. 55, 77, 105, 116, 130.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-040-backlink">39</ref></hi>	<hi rend="italic">Lett.</hi> 88, 136, 242: cfr. Caterina da Siena, <hi rend="italic">Le lettere ai papi e ai vescovi</hi>, Paoline, Milano 2005, pp. 175-183; v. anche Caterina von Siena, <hi rend="italic">Sämtliche Briefe. </hi><hi rend="italic" >An die</hi><hi rend="italic"> Männer der Kirche</hi><hi >, II, hrsg. von W. Schmid, Verlag St. Josef, Passau 2005, pp. 204-220.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-039-backlink">40</ref></hi>	Cfr. F. Ughelli, <hi rend="italic">Italia sacra</hi>, Venetiis, S. Coleti, 1717-1718<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi>, vol. I, coll. 428, 491, 1246; vol. II, col. 502; vol. III, coll. 155-157; C. Eubel, <hi rend="italic">Hierarchia catholica medii aevi</hi>, I, Monasterii 1913<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi>, pp. 104, 123, 246, 250, 458; A. Strocchi, <hi rend="italic">Serie cronologica storico-critica de’ vescovi faentini</hi>, Tip. Montanari e Marabini, Faenza 1841, pp. 164-167; U. Pasqui, <hi rend="italic">Cronologia dei vescovi di Arezzo dalla metà del secolo IV all’anno 1403</hi>, in Id., <hi rend="italic">Documenti per la storia della città di Arezzo nel Medio Evo</hi>, IV, U. Bellotti, Arezzo 1904, p. 290; <hi rend="italic">La Chiesa fiorentina</hi>, Curia arcivescovile, Firenze 1970, pp. 22, 33; Trexler, <hi rend="italic">Economic</hi>, cit., p. 166 (<hi rend="italic">ad indicem</hi>).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-038-backlink">41</ref></hi>	Nel fondo pergamenaceo di San Miniato al Monte, in ASFi, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, Normali, si vedano i docc. datati 1373 [stile pisano, 1372 stile normale] giugno 5, 1374 aprile 1, 1389 ottobre 15 (elenco dei libri che il vescovo intendeva destinare dopo la sua morte ai monaci di San Miniato, al momento in deposito presso l’abate del monastero, fra Giovanni di Taddeo Strada), 1389 ottobre 16 (testamento del vescovo, dove esprime la volontà di fondare un monastero), 1395 marzo 30 (nuovo elenco di libri e paramenti sacri donati all’abate di San Miniato, fra Ludovico di Tommaso Falconi da Firenze), 1399 aprile 16, 1400 luglio 8 e 15, 1420 luglio 15 (quietanza generale sull’eredità, rilasciata ai monaci di San Miniato dalla sorella del vescovo) e, nel corrispettivo fondo <hi rend="italic">Cartaceo</hi>, il doc. datato 1352 ottobre 4 (accordo sui dazi che il padre, il <hi rend="italic">nobilis miles</hi> Bindaccio del fu Albertuccio Ricasoli, avrebbe dovuto versare al comune di Laterina); inoltre, ASSi, <hi rend="italic">Conventi</hi>, 183, perg. 7 (autorizzazione a servirsi delle pietre dell’oratorio in rovina di Sant’Andrea, detto anche di Saltalfabbro o Santoalfabbro, tra Chiusure e Asciano, concessa dal Ricasoli, allora vescovo di Arezzo, ai monaci di Monte Oliveto Maggiore, il 24 agosto 1401, per la costruzione della nuova chiesa del monastero: cfr. Lugano, <hi rend="italic">Origine</hi>, cit., p. 170).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-037-backlink">42</ref></hi>	Molteplici, le testimonianze in tal senso raccolte nell’ampio e ben articolato saggio di A. Rigon, <hi rend="italic">Vescovi e monachesimo</hi>, in G. De Sandre Gasparini <hi rend="italic">et al.</hi> (a cura di), <hi rend="italic">Vescovi e diocesi in Italia dal XIV alla metà del XVI secolo</hi>, I, Herder, Roma 1990 («Italia sacra», 43), pp. 149-181, in part. pp. 166-174.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-036-backlink">43</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, Normali, 1389 ottobre 16, Firenze, San Miniato al Monte, id. 00079877; v. anche F. Gurrieri <hi rend="italic">et al</hi>. (a cura di), <hi rend="italic">La basilica di San Miniato al Monte a Firenze</hi>, Cassa di Risparmio, Firenze 1988, p. 116, n. 22.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-035-backlink">44</ref></hi>	Per queste opere e i rispettivi tempi di esecuzione, si vedano nel volume di Gurrieri <hi rend="italic">et al</hi>., <hi rend="italic">La basilica di San Miniato</hi>, cit., le pp. 79-92, 116-122, 185-276. In particolare, per la sagrestia: T.J. Loughman, <hi rend="italic">Spinello Aretino, Benedetto Alberti, and the Olivetans: late Trecento patronage at San Miniato al Monte</hi>, Diss. New Brunswick, NJ 2003; per gli affreschi del chiostro superiore: M. Marangoni, <hi rend="italic">Opere d’arte ignote o poco note: gli affreschi di Paolo Uccello a San Miniato al Monte a Firenze</hi>, «Rivista d’arte», XII, 1980, pp. 403-417; L. Venturini, <hi rend="italic">Paolo Uccello nel chiostro di San Miniato al Monte</hi>, «Paragone», s. III, LIX, 2005, pp. 3-13; soprattutto, A. Malquori, <hi rend="italic">Le “Storie dei santi Padri” nel monastero di San Miniato al Monte</hi>, in A. Malquori <hi rend="italic">et al.</hi> (a cura di), <hi rend="italic">Atlante delle Tebaidi e dei temi figurativi</hi>, Centro Di, Firenze 2013, pp. 120-128; Ead., <hi rend="italic">La memoria delle origini in immagine: Paolo Uccello e la spiritualità olivetana</hi>, in <hi rend="italic">San Miniato e il segno del millennio</hi>, cit., pp. 369-386.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-034-backlink">45</ref></hi>	Dell’ampia saggistica fiorita attorno alla celebre cappella, si veda, da ultimo, il contributo di E.C. Apfelstadt, <hi rend="italic">Bishop and pawn: new documents for the Chapel of the Cardinal of Portugal at S. Miniato al Monte, Florence</hi>, in K.J.P. Lowe<hi rend="italic"> </hi>(ed.), <hi rend="italic">Cultural links between Portugal and Italy in the Renaissance</hi>, Oxford University Press, New York 2000, pp. 183-205.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-033-backlink">46</ref></hi>	Cfr. Gurrieri <hi rend="italic">et al</hi>., <hi rend="italic">La basilica di San Miniato</hi>, cit., pp. 97-102 e 120-121, nn. 78, 86-92.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-032-backlink">47</ref></hi>	Indizio non trascurabile, i regesti di fine Trecento-inizio Quattrocento presenti sul dorso di alcune pergamene: cfr. Mosiici, <hi rend="italic">Le carte del monastero di S. Miniato</hi>, cit., p. 29.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-031-backlink">48</ref></hi>	Preposti, come pare, al controllo dell’Opera di San Miniato già sul finire del XII secolo (<hi rend="italic">Le carte del monastero di S. Miniato</hi>, cit., pp. 12-13), al loro aiuto economico ripetutamente fecero ricorso anche i monaci olivetani, ancor dopo essersi ritirati a San Bartolomeo: cfr. Lugano, <hi rend="italic">L’Ordine di Montoliveto a San Miniato</hi>, cit., pp. 245-248; Gurrieri <hi rend="italic">et al</hi>., <hi rend="italic">La basilica di San Miniato</hi>, cit., p. 82 e <hi rend="italic">passim</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-030-backlink">49</ref></hi>	A puro titolo esemplificativo: ASFi, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, Normali, Firenze, San Miniato al Monte, 1374 luglio 1 (testamento del <hi rend="italic">sapiens et discretus vir</hi> Lorenzo del fu Angelo Panichi da Castel San Giovanni del Valdarno superiore, abitante a Firenze nel popolo di Santo Stefano dell’Abbazia), 1382 giugno 17 (test. del <hi rend="italic">providus vir</hi> Vanni del fu Simone da Quarata, cittadino fiorentino del popolo di San Nicolò), 1383 febbraio 1 (test. del <hi rend="italic">sapiens vir</hi> Giovanni del fu ser Iacopo di Nello del popolo di San Nicolò), 1388 marzo 14 (test. del <hi rend="italic">nobilis vir</hi> Bernardo del fu Benedetto di Nerozzo Alberti), 1397 ottobre 5 (test. del <hi rend="italic">nobilis et prudens milex</hi> Forese del fu Giovanni di Lotto Salviati), 1400 agosto 3 (test. del <hi rend="italic">magister</hi> Consiglio, linaiolo del popolo di Santa Reparata), 1417 giugno 15 (test. di Nofri del fu Palla Strozzi), 1419 luglio 14 (test. di Matteo di Lorenzo, orefice), 1420 sett. 10 (test. olografo di Roderigo Fernando della diocesi spagnola di Burgos), 1421 giugno 4 (test. di Larione Bardi, mercante fiorentino), 1436 settembre 12 (test. di fra Angelo, al secolo Neri del fu Filippo del Cavallino, monaco olivetano), 1451 luglio 20 (test. di Caterina del fu Nicolò di Nofri Strozzi, moglie di Piero Ardinghelli).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-029-backlink">50</ref></hi>	<hi >Per </hi>questo e altri aspetti della pratica testamentaria: <hi >M. Vovelle, </hi><hi rend="italic" >Un préalable à toute histoire sérielle: la représentativité sociale du testament (XIV</hi><hi rend="italic CharOverride-2" >e</hi><hi rend="italic" >-XIX</hi><hi rend="italic CharOverride-2" >e</hi><hi rend="italic" > siècle)</hi><hi >, in B. Vogler (éd.), </hi><hi rend="italic" >Les actes notariés. </hi><hi rend="italic">Source de </hi><hi rend="italic" >l’histoire</hi><hi rend="italic"> sociale, XVI</hi><hi rend="italic CharOverride-2">e</hi><hi rend="italic">-XIX</hi><hi rend="italic CharOverride-2">e</hi><hi rend="italic"> siècles</hi>, Librairie Istra, Strasbourg 1979, pp. 257-277; per un esempio di indagine localmente circoscritta, ma saldamente ancorata all’analisi del sociale, si veda il saggio di A. Rigon, <hi rend="italic">Orientamenti religiosi e pratica testamentaria a Padova nei secoli XII-XIV (prime ricerche)</hi>, in <hi rend="italic">Nolens intestatus decedere. Il testamento come fonte della storia religiosa e sociale</hi>, Ed. Umbra Coop., Perugia 1985, pp. 41-63; ed anche il vol. miscellaneo a cura di M.C. Rossi, <hi rend="italic">Margini di libertà: testamenti femminili nel Medioevo</hi>, Cierre, Caselle di Sommacampagna (VR) 2010.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-028-backlink">51</ref></hi>	Su genesi e importanza di questa come di altre fonti per la storia della Congregazione olivetana: G. Picasso, <hi rend="italic">Aspetti e problemi della storia della Congregazione benedettina di Monte Oliveto</hi>, «Studia monastica», III, 1961, pp. 383-408; v. anche Tagliabue, <hi rend="italic">Per una storia dell’Archivio di Monte Oliveto</hi>, cit., pp. 38-39.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-027-backlink">52</ref></hi>	Cfr. Gurrieri <hi rend="italic">et al</hi>., <hi rend="italic">La basilica di San Miniato</hi>, pp. 92 e 122-123, n. 99. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-026-backlink">53</ref></hi>	Da venticinque, nel 1527, il numero dei monaci ufficialmente assegnati a San Miniato si ridusse a otto, nel 1530; a San Bartolomeo, da quindici a sei (AMOM, <hi rend="italic">Familiarum tabulae</hi>, III, alle date e nei monasteri indicati).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-025-backlink">54</ref></hi>	Per la suddivisione in province e nazioni, introdotta nella Congregazione olivetana all’indomani del concilio di Trento: Tagliabue, <hi rend="italic">La Congregazione olivetana nel Cinquecento</hi>, cit., pp. 262-274 e 284-286.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-024-backlink">55</ref></hi>	Bargensis <hi rend="italic">Chronicon</hi>, p. 24.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-023-backlink">56</ref></hi>	Non è senza significato che, nelle costituzioni più antiche, le norme circa il trasferimento da un monastero all’altro siano contenute in un capitolo intitolato <hi rend="italic">De augenda custodia caritatis</hi>, quasi a indicare che il perno attorno al quale far ruotare questo scambio intermonasteriale di persone e cose doveva avere a fondamento la <hi rend="italic">caritas</hi>, senza la quale a nulla vale ogni altro proposito. Cfr. G. Picasso, <hi rend="italic">Lineamenti di spiritualità olivetana nel Quattrocento</hi> [1981], rist. in Id., <hi rend="italic">Tra umanesimo e ‘devotio’</hi>, cit., pp. 153-168, in part. p. 160.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-022-backlink">57</ref></hi>	Sul concetto di <hi rend="italic">stabilitas loci</hi>, solitamente associato al monastero benedettino da una vasta bibliografia, si veda A. de Vogüé, <hi rend="italic">Perséverer au monastère jusq’à la mort. </hi><hi rend="italic" >La stabilité chez saint Benoît et autour de lui</hi><hi >, «Collectanea Cisterciensia», XLIII, 1981, pp. 337-365</hi><hi >. </hi>Sulla perpetuità della carica abbaziale<hi >: </hi>P. Salmon, <hi rend="italic">L’abbé dans la tradition monastique. </hi><hi rend="italic" >Contribution à l’histoire du caractère perpétuel des supérieurs religieux en Occident</hi><hi >, Sirey, Paris 1962.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-021-backlink">58</ref></hi>	Ad almeno una cinquantina assomma il numero dei monaci d’Oltralpe assegnati, fra Tre e Quattrocento, a San Miniato. Qualche esempio, tratto dalle <hi rend="italic">Familiarum tabulae</hi>: Giacomo di Santa Fiora della Francia (1384), Tommaso di Consalvo della Spagna (1388), Michele della Catalogna (1388, 1398), Giovanni della Sassonia (1391), Mattia della Svezia e Federico della Germania (1408), Giovanni delle Fiandre converso (1418, 1419), Gregorio dell’Olanda (1428-1431), Eustachio della Piccardia (1443), Giovannino della Borgogna (1448), Mauro della Slavonia (1457), Benedetto della Boemia (1462), Giovanni della Scozia (1475), Andrea della Germania (1473, 1476), Benedetto della Spagna converso (1499). La presenza di stranieri nella Congregazione olivetana diminuisce radicalmente man mano ci si inoltri nel Cinquecento, fino ad azzerarsi completamente negli ultimi due secoli dell’età moderna.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-020-backlink">59</ref></hi>	Cfr. Scarpini, <hi rend="italic">I monaci</hi>, cit., pp. 48-50, 52-55, 57-58, 142; Tagliabue, <hi rend="italic">Decimati dalla peste</hi>, cit., pp. 154-155 e 212-213, n. 69.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-019-backlink">60</ref></hi>	G. Billanovich, <hi rend="italic">Un ignoto fratello del Petrarca</hi>, «Italia medioevale e umanistica», XXV, 1982, pp. 375-380; rist. in Id., <hi rend="italic">Petrarca e il primo umanesimo</hi>, Antenore, Padova 1996 («Studi sul Petrarca», 25), pp. 542-549; inoltre M. Tagliabue, A. Rigon, <hi rend="italic">Fra Giovannino fratello del Petrarca e monaco olivetano</hi>, «Studi petrarcheschi», VI, 1989, pp. 225-255.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-018-backlink">61</ref></hi>	Cfr. P. Lugano, <hi rend="italic">Memorie dei più antichi miniatori e calligrafi olivetani</hi>, Scuola tipografica salesiana, Firenze 1903, pp. 24-28; M. Levi D’Ancona, <hi rend="italic">Miniatura e miniatori a Firenze dal XIV al XVI secolo. Documenti per la storia della miniatura</hi>, Olschki, Firenze 1962, pp. 7-8, 161, 422; Ead., <hi rend="italic">Un bel miniatore sconosciuto del Trecento: frate Agostino (Falchi o Chiari?)</hi>, «Rara volumina», V (1), 1998, pp. 11-21, identificabile senz’altro in fra Agostino Chiari (1362-1393), avendo il Falchi lasciato probabilmente l’ordine nel 1386, dove compare non prima del 1379.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-017-backlink">62</ref></hi>	V. Cattana, <hi rend="italic">Motivi monastici nell’epistolario cateriniano</hi> [2004], rist. in Id., <hi rend="italic">Momenti di storia e spiritualità olivetana (secoli XIV-XX)</hi>, a cura di M. Tagliabue, Centro storico benedettino italiano, Cesena 2007 («Italia benedettina», 28), p. 25. Per ulteriori notizie e indicazioni: Caterina von Siena, <hi rend="italic">Sämtliche Briefe</hi>, cit., I, pp. 401, 410-420; E. Mariani, <hi rend="italic">Monte Oliveto e la tradizione cateriniana</hi>, in A. Bartolomei Romagnoli <hi rend="italic">et al. </hi>(a cura di), <hi rend="italic">Virgo digna coelo</hi>.<hi rend="italic"> Caterina e la sua eredità</hi>, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2013 («Pontificio Comitato di Scienze storiche. Atti e documenti», 35), pp. 296-297; M. Tagliabue, <hi rend="italic">San Giovanni Battista del Venda (Padova). Un secolo di storia monastica (1350-1450) tra albi e olivetani</hi>, Centro storico benedettino italiano, Cesena 2015 («Italia benedettina», 41), pp. 274-275, n. 151.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-016-backlink">63</ref></hi>	Presentano questa variante, invece di «Rontho Mateus», i codici: Bologna, Bibl. Comunale dell’Archiginnasio, A 411; Firenze, Bibl. Medicea Laurenziana, Ashb. 1070; Firenze, Bibl. Nazionale Centrale, II IV 82. Cfr. G. Ferrante, <hi rend="italic">Matteo Ronto</hi>, in E. Malato, A. Mazzucchi (a cura di), <hi rend="italic">Censimento dei Commenti danteschi</hi>, 1.<hi rend="italic"> I Commenti di tradizione manoscritta (fino al 1480)</hi>, Salerno, Roma 2011, p. 336; per l’elenco completo dei codici con la versione rontiana della <hi rend="italic">Commedia</hi> dantesca: ivi, pp. 337-338.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-015-backlink">64</ref></hi>	Cfr. ASSi, <hi rend="italic">Conventi</hi>, 236/pt. I: <hi rend="italic">Liber professorum</hi>, f. 41v, «fr. Iohannes Francisci Bonini de Verzaria de Florentia fecit professionem in monasterio Senensi die .XVIII°. novembris .M°.CCCC°.XXXVIII°.», in margine: «Appostatavit 1453 ex monasterio Sancti Bartholomei de Verzaria, 23 marcii». Nelle <hi rend="italic">Familiarum tabulae</hi>, cit., compare tra il 1438 e il 1453, sempre come «fr. Iohannes de Verzaria», in associazione talvolta alla provenienza «de Florentia» e, dal 1448, con la qualifica di <hi rend="italic">presbiter</hi>. Ma ben più consistente il <hi rend="italic">dossier</hi> documentario su di lui e la sua famiglia, estraibile dal fondo pergamenaceo di San Miniato, a cominciare dal testamento stilato poco dopo il suo ingresso in monastero: ASFi, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, Normali, 1431 [<hi rend="italic">recte</hi> 1437] dicembre 4, Firenze, San Miniato al Monte.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-014-backlink">65</ref></hi>	Ne è una riprova, il codice che con somma venerazione, «tamquam rem sacram», si conservò a lungo nella biblioteca di Monte Oliveto Maggiore. Cfr. M. Tagliabue, <hi rend="italic">Contributo alla biografia di Matteo Ronto traduttore di Dante</hi>, «Italia medioevale e umanistica», XXVI, 1983, pp. 151-188, in part. p. 178.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-013-backlink">66</ref></hi>	Un esemplare dell’incisione su rame si conserva nel Museo topografico di Firenze: cfr. A. Codazzi, <hi rend="italic">Bonsignori, Stefano</hi>, in <hi rend="italic">Dizionario biografico degli Italiani</hi>, XII, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma 1970, pp. 412-414; F.M. Else, <hi rend="italic">Controlling the waters of Granducal Florence: a new look at Stefano Bonsignori’s View of the City (1584)</hi>, «Imago Mundi», LXI, 2009, pp. 168-185. Per il Vannelli: Lugano, <hi rend="italic">Memorie dei più antichi miniatori</hi>, cit., pp. 64-74; mentre per il Serragli, vescovo di Modrus, poi di Alife, cfr. G. Spinelli, <hi rend="italic">Gli olivetani nella gerarchia ecclesiastica</hi>, «Benedictina», LX, 2013, pp. 139-140. Ulteriori cenni in Scarpini, <hi rend="italic">I monaci</hi>, cit., pp. 131 (Brandolini), 148-149 (Vannelli), 157 (Bartolomeo Bacci), 197 (Bonsignori), 205-207 (Bonaccolti); alcuni compaiono tra i personaggi raffigurati negli affreschi che adornano l’atrio della biblioteca monumentale dell’abbazia di Monte Oliveto: ivi, p. 235, nota 2.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-012-backlink">67</ref></hi>	Cfr. nel fondo <hi rend="italic">Monasteri soppressi o estinti</hi> dell’AMOM, le <hi rend="italic">Ricordanze del monastero di S. Bartolomeo di Mont’Oliveto di Firenze e suoi annessi, cioè della Badia di S. Miniato al Monte, del Monastero di S. Lorenzo del Castagno, dello Spedale di S. Giuliano, delli Priorati di S. Michele Bertelli e di S. Apollinare con la descrizione e provenienza de’ loro beni, raccolte da me d. Miniato Scarlatti al presente cellerario di detto monastero</hi>, MDCCXVIII, ff. 37r-51r (Catalogo dei monaci fiorentini defunti), 52r-55v (Monaci fiorentini insigni per santità), 55v-57v (Monaci fiorentini insigni per scienza e nobiltà).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-011-backlink">68</ref></hi>	Vedi il passo cit. sopra, alla nota 23.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-010-backlink">69</ref></hi>	V. Cattana, <hi rend="italic">La preghiera alle origini della tradizione olivetana</hi> [1964], rist. in Id., <hi rend="italic">Momenti di storia e spiritualità olivetana</hi>, cit., p. 9.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-009-backlink">70</ref></hi>	V. Cattana, <hi rend="italic">Un trattato sugli studi dei monaci della seconda metà del sec. XV. Corrispondenza tra l’abate di Monte Oliveto Leonardo Mezzavacca e il medico Bartolomeo di Pistoia</hi> [1967], rist. in Id., <hi rend="italic">Momenti di storia e spiritualità olivetana</hi>, cit., pp. 101-128.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-008-backlink">71</ref></hi>	«Et ideo nullo modo religio nostra calumnietur propter defectum scientiae, quia, licet principale obiectum et thelon seu scopon nostrum sit ad sanctitatem obtinendam, tamen quia ultra doctrinam et scientiam apostolicam qua docentur iuvenes, ut dictum est, possunt qui volunt et studiosi sunt particulariter vacare de per se ad studium litterarum et magis ac magis crescere in scientiam, servatis tamen considerationibus supradictis, ideo nullo modo acquiescatis dicentibus quod ordo noster sanctam rusticitatem imitetur, sed evangelicam et apostolicam tenet» (Cattana, <hi rend="italic">Un trattato</hi>, cit., p. 128).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-007-backlink">72</ref></hi>	Vedi sopra, nota 65, e per un aggiornato profilo bio-bibliografico: M. Tagliabue, <hi rend="italic">Ronto, Matteo</hi>, in <hi rend="italic">Dizionario biografico degli Italiani</hi>, LXXXVIII, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma 2017, pp. 390-393.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-006-backlink">73</ref></hi>	Cfr. P.O. Kristeller, <hi rend="italic">Frater Antonius Bargensis and his Treatise in the Dignity of Man</hi>, in Id., <hi rend="italic">Studies in Renaissance Thought and L</hi><hi rend="italic">etters</hi>, II, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1985 («Storia e letteratura. Raccolta di studi e testi», 166), pp. 531-560; per affinità e differenze con un’analoga opera di Bartolomeo Facio, cui l’olivetano aveva sottoposto il proprio trattatello, F. Toscano, <hi rend="italic">Il «De excellentia ac praestantia hominis» di Bartolomeo Facio fra fonti patristiche, modelli classici, schemi retorici</hi>, «Mélanges de l’École française de Rome. Moyen Âge», CXXVIII, 2016, pp. 141-154. Sulla figura, l’opera e le amicizie del Bargense: P. Lugano, <hi rend="italic">De vita scriptisque Antonii Bargensis</hi>, in <hi rend="italic">Chronicon Montis Oliveti</hi>, cit., pp. XXV-LI; C. Caby, <hi rend="italic" >Autorité du passé, identités du présent dans l’Ordre olivétain au XIV</hi><hi rend="italic CharOverride-2" >e</hi><hi rend="italic" > et XV</hi><hi rend="italic CharOverride-2" >e</hi><hi rend="italic" > siècle</hi><hi rend="italic">s</hi>, in <hi rend="italic">L’</hi><hi rend="italic" >autorité du passé dans les sociétés médiévales</hi>, École française, <hi >Rome </hi><hi >2004 (Collection de l’École française de Rome</hi>, 333), pp. 203-219; G. Picasso, <hi rend="italic">Il monachesimo alla fine del medioevo: tra umanesimo e ‘devotio’</hi> [1990], rist. in Id., <hi rend="italic">Tra umanesimo e ‘devotio’</hi>, cit., pp. 97-113, in part. pp. 100-102.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-005-backlink">74</ref></hi>	G. Picasso, <hi rend="italic">Orientamenti di vita monastica nei testi della primitiva tradizione olivetana</hi> [1979], rist. in Id., <hi rend="italic">Tra umanesimo e ‘devotio’</hi>, cit., pp. 140-154.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-004-backlink">75</ref></hi>	Picasso, <hi rend="italic">Orientamenti</hi>, cit., pp. 152-153. La notizia trova conferma in un atto di procura del 1461, col quale la comunità del monastero olivetano di Napoli conferì a fra Domenico di Giovanni da Firenze l’incarico di ricuperare da Angelo Manetti un codice in pergamena contenente le lettere di san Girolamo, che suo padre Giannozzo aveva destinato al detto monastero (ASFi, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Normali,<hi rend="italic"> </hi>1461 gennaio 2, Firenze, San Miniato al Monte).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-003-backlink">76</ref></hi>	Picasso, <hi rend="italic">Orientamenti</hi>, cit., p. 153.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-002-backlink">77</ref></hi>	Sul Pitti: M. Rosen, <hi rend="italic">Don Miniato Pitti and the Second Live of a Scientist’s Tools in Cinquecento Florence</hi>, «Nuncius. Annali di storia della scienza», XVIII, 2003, pp. 3-24; per i rapporti col Vasari: G. Baldissin Molli, <hi rend="italic">Cipriano Cipriani e Giorgio Vasari</hi>, in M. Agostini, G. Baldissin Molli (a cura di), <hi rend="italic">Cipriano Cipriani abate olivetano veronese del Rinascimento</hi>, il Prato, Padova 2017, pp. 96-104 (ivi anche la citazione di cui sopra).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-001-backlink">78</ref></hi>	Sull’assedio del 1529 e le ultime travagliate vicende cinquecentesche del monastero: R. Manetti, <hi rend="italic">Michelangiolo: le fortificazioni per l’assedio di Firenze</hi>, Libreria editrice fiorentina, Firenze 1980; Lugano, <hi rend="italic">L’Ordine di Montoliveto a San Miniato</hi>, cit., pp. 241-242; Scarpini, <hi rend="italic">I monaci</hi>, cit., pp. 178-179; <hi rend="italic">Le carte del monastero di S. Miniato</hi>, cit., pp. 20-21; Gurrieri <hi rend="italic">et al</hi>., <hi rend="italic">La basilica di San Miniato</hi>, cit., pp. 97-101.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-000-backlink">79</ref></hi>	Cfr. Scarpini, <hi rend="italic">I monaci</hi>, cit., pp. 443, 450.</p>
      
      
      
      
      
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