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        <title type="main" level="a">La famiglia di Giovanni Boccaccio nelle pergamene olivetane</title>
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            <forename>Laura</forename>
            <surname>Regnicoli</surname>
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          <resp>This is a section of <title>La Basilica di San Miniato al Monte di Firenze (1018-2018)</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-295-9</idno>) by </resp>
          <name>Francesco Salvestrini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2021">2021</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.11</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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        <p>The essay focuses on a documentary corpus that belonged to the San Miniato archive: the papers of Banco di Francesco Botticini, which came to the monastery at the beginning of the 15th century. Botticini’s legacy can be reconstructed in about fifty parchments (represented here in an Appendix as register or excerpt), and offers interesting evidence on the Boccaccio’s family, linked to Banco Botticini by neighborhood relations and common acquaintances. Eleven ‘Olivetan parchments’ bear references to Boccaccio and are able to show different but still close relationships: from the sincere ones with messer Giovanni to the stormy with his brother, Iacopo, up to the long-lasting bond with the Iacopo’s sons, heirs of Boccaccio, who remained in the legal guardianship of Banco Botticini for many years.</p>
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            <item>Giovanni Boccaccio</item>
            <item>Boccaccio family</item>
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            <item>Francesco Botticini</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.11<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.11" /></p>
      
      
      <p rend="h1_chapter">La famiglia di Giovanni Boccaccio nelle pergamene olivetane<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="11.html#footnote-028">1</ref></hi></hi></p><p rend="h1_author">Laura Regnicoli</p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Sommario</hi>: <hi rend="CharOverride-1">Il contributo si concentra su un nucleo documentario che appartenne all’archivio del monastero di San Miniato: le carte di Banco di Francesco Botticini, pervenute al cenobio agli inizi del XV secolo. Il lascito del Botticini è ricostruibile in una cinquantina di pergamene (qui presentate in Appendice sotto forma di regesto o di estratto) e offre interessanti testimonianze sulla famiglia Boccaccio, alla quale il Botticini era legato da rapporti di vicinia e da comuni frequentazioni. Undici ‘pergamene olivetane’ recano riferimenti ai Boccaccio e documentano relazioni diverse, ma pur sempre strette: da quelle cordiali con messer Giovanni a quelle burrascose con il fratello di lui, Iacopo, fino al lungo legame con i figli di Iacopo eredi del letterato, che per molti anni furono sotto la tutela di Banco Botticini. </hi></p><p rend="text">Il legame tra l’abbazia di San Miniato al Monte e la famiglia di Giovanni Boccaccio attraversa le carte d’archivio e si affida ad alcune pergamene, un tempo custodite dai religiosi, che serbano testimonianze relative ai familiari del letterato e a lui stesso. Quello tra San Miniato e i Boccaccio non fu un rapporto instaurato direttamente tra le parti, ma mediato da un terzo assai meno celebre degli altri due, al quale si deve un lascito entro cui era compresa la documentazione di pertinenza boccacciana. </p><p rend="text">La persona in questione si chiamava Banco di Francesco Botticini, un fiorentino d’Oltrarno che nel 1409, giunto alle soglie della morte senza discendenti, istituì suo erede universale il monastero;<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="11.html#footnote-027">2</ref></hi></hi> quest’ultimo acquisì perciò insieme ai beni anche le pergamene possedute dal <hi rend="italic">de cuius</hi>. Ne ho individuate quarantadue tra le ‘cartapecore degli Olivetani di Firenze’, la raccolta del fondo Diplomatico dell’Archivio di Stato fiorentino costituita per la maggior parte da documenti provenienti dall’abbazia di San Miniato, che nel 1373 era stata ceduta alla congregazione Olivetana e sottratta alla giurisdizione, ormai più che altro formale, dei vescovi fiorentini. Rimasto per secoli quasi del tutto integro, l’archivio di San Miniato subì dispersioni a partire dal Cinquecento, specialmente nel corso dei trasferimenti cui fu sottoposto. I danni provocati dall’assedio di Carlo V costrinsero infatti i monaci ad abbandonare la loro sede sul Monte e a cambiare due altre residenze − la chiesa di San Michele Bertelde nel 1553 e quella di Sant’Apollinare nel 1592 − prima di essere accolti nel 1755 nel monastero suburbano di San Bartolomeo di Monte Oliveto, fuori della porta di San Frediano; la basilica di San Miniato tornò agli Olivetani solamente più tardi, per volere di Pietro Leopoldo<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="11.html#footnote-026">3</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Quando poi, nel 1808, con la soppressione degli enti religiosi decretata dal governo francese, le pergamene degli Olivetani confluirono nel Diplomatico fiorentino, i monaci ne trafugarono alcune tra le più preziose, nell’intento di sottrarle al deposito forzato imposto dai francesi. Le perdite e le migrazioni colpirono principalmente, come è naturale, le carte più antiche e importanti; ciò nonostante lambirono anche il nucleo del Botticini, poiché una scritta privata facente parte del suo archivio è oggi alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, conservata nel fondo Conventi soppressi da ordinare (doc. 10). </p><p rend="text">Al lascito dei quarantatré documenti di provenienza certa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="11.html#footnote-025">4</ref></hi></hi> si possono inoltre aggiungere ulteriori cinque pergamene che, vergate dopo la scomparsa del Botticini, riguardano la gestione della sua eredità. Il totale sale così a quarantotto testimonianze, possedute da Banco o a lui pertinenti, comprese tra il 1326 e il 1412 e qui proposte in Appendice. </p><p rend="text">La metà dei documenti era già nota soprattutto grazie agli studi di Domenico Tordi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="11.html#footnote-024">5</ref></hi></hi>. Fu infatti Tordi a indagare per primo tra le cartapecore di San Miniato alla ricerca di notizie sulla famiglia di Boccaccio, rintracciandone diverse. E fu ancora Tordi a spiegare perché si trovavano nella raccolta olivetana: Iacopo Boccaccio, fratello di Giovanni, nominò Banco Botticini e la moglie esecutori testamentari e tutori dei propri figli. </p><p rend="text">Appena assunto l’incarico, Banco commissionò un estratto del codicillo di Iacopo del 1391 in cui era contenuta la disposizione che lo riguardava, e una copia del precedente testamento del 1384 (docc. 26, 20); questi divennero i primi documenti che il Botticini raccolse e conservò per costituire una sorta di <hi rend="italic">dossier</hi>,<hi rend="italic"> </hi>un<hi rend="italic"> </hi>fascicolo archivistico <hi rend="italic">ante litteram</hi>, concernente sia l’esecuzione delle ultime volontà del fratello di Boccaccio, scomparso nel febbraio 1391, sia la tutela di Taddea e Giovanni rimasti orfani in tenera età<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="11.html#footnote-023">6</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il più interessante tra i documenti del <hi rend="italic">dossier</hi> è un ‘involto’ di undici fogli, interamente edito da Tordi, contenente le «carte relative all’eredità de’ figli di Iacopo da Certaldo, dal 1390 al 1404», cioè i conti di Banco per la tutela (doc. 27). Taddea e Giovanni avevano ereditato non soltanto il patrimonio del padre defunto, ma anche i beni dello zio Giovanni che, non avendo discendenti diretti, aveva istituito suoi eredi universali i nipoti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="11.html#footnote-022">7</ref></hi></hi>. Stante tale premessa, sembrerebbe logica deduzione pensare che i fanciulli fossero benestanti; in realtà poterono disporre giusto dello stretto indispensabile per vivere. L’eredità lasciata dallo zio non era stata certo ingente e ben poco ne era restato dopo che il padre l’aveva amministrata. Iacopo era difatti noto per la scarsa parsimonia e Giovanni se ne lamentava spesso: lo descriveva come un giovane (aveva quasi trent’anni meno di lui) leggero e scriteriato, sprezzante degli studi e attratto dalle novità; lo definiva sanguisuga dei propri averi − «salasso del mio sangue»; ne criticava i costumi e lo stile di vita<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="11.html#footnote-021">8</ref></hi></hi>. Malgrado ciò, Boccaccio non fece mai seguire alle proteste i fatti e tenne sempre vicino a sé quel suo unico e scapestrato fratello: lo scelse per compagno di viaggio (probabilmente più spesso delle sole due volte documentate<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="11.html#footnote-020">9</ref></hi></hi>), gli pagò le prestanze e cedette alle sue continue richieste, come quando accettò di accoglierlo in casa insieme alla nuova, pretenziosa moglie − Iacopo ne ebbe cinque, in gran parte di famiglie facoltose e quindi abituate agli agi −, sobbarcandosi il mantenimento di entrambi gli sposi.<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="11.html#footnote-019">10</ref></hi></hi> Forse fu appunto per evitare che il proprio patrimonio, sebbene esiguo, venisse rapidamente dilapidato che messer Giovanni decise di tramandarlo non al fratello, suo parente più stretto, ma ai figli di lui. </p><p rend="text">La premura di Boccaccio non bastò tuttavia ad assicurare un futuro decoroso a Taddea e a Giovanni, che si trovarono costretti a vivere in ristrettezze, secondo quanto palesano i conti del Botticini. Da essi traspare inoltre, con altrettanta evidenza, la scrupolosità − e, mi sia permesso di aggiungere, la taccagneria − del tutore, il quale dapprima fa redigere l’inventario dei beni immobili e mobili dei pupilli e poi tiene minuziosamente nota di qualsiasi spesa compiuta per loro, finanche la più piccola: dai sei soldi occorsi «per medicine da bachi per Nanni» ai dieci soldi «per libra una di chandele quando Iacopo morì per la sera per lume per la chasa»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="11.html#footnote-018">11</ref></hi></hi>. Le voci più consistenti sono però quelle sui pagamenti effettuati a copertura dei debiti di Iacopo: per imposizioni fiscali non assolte (sessanta fiorini d’oro), per salari di lavoratori e domestiche non corrisposti (come i tre fiorini alla servitrice Piera) e per le più varie ragioni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="11.html#footnote-017">12</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Tra queste, due riguardano direttamente messer Giovanni, essendo oneri gravanti sulla sua eredità. Alla morte del fratello nel 1375, Iacopo aveva commissionato per lui un maestoso sepolcro, ma non lo aveva mai pagato e la spesa, garantita tra l’altro dal Botticini, gravò sugli orfani. Iacopo non aveva nemmeno mai adempiuto un legato disposto da Giovanni in favore di un abate: a causa di ciò figli e tutore furono addirittura scomunicati e poterono rientrare in seno alla Chiesa solo a seguito del pagamento fatto da Banco<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="11.html#footnote-016">13</ref></hi></hi>. Non sempre comunque il Botticini fu solerte nei confronti dei creditori, specie se esattori fiscali, e spesso rimandò finché essi non arrivarono al pignoramento dei beni, lenzuola e materasso inclusi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="11.html#footnote-015">14</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Oltre all’‘involto’ di conti, il <hi rend="italic">dossier</hi> del Botticini contiene quattro pergamene riguardanti l’esecuzione del testamento di Iacopo (docc. 29-31, 38): sono tutte quietanze che Banco cura di far redigere <hi rend="italic">in mundum</hi> dopo aver assolto i legati voluti da Iacopo, dietro ai quali si celavano, ancora una volta, debiti rimasti insoluti. È per esempio il caso dei venti fiorini lasciati a un tale chiamato ser Antico che, a dispetto del soprannome, era un semplice bracciante delle terre dei Boccaccio cui quel denaro spettava come creditore di Iacopo (doc. 38). Anche queste pergamene furono segnalate, seppur non edite, da Tordi. </p><p rend="text">Il <hi rend="italic">dossier</hi> formato dalle ultime volontà di Iacopo, dall’‘involto’ con i conti sulla tutela e dalle quattro quietanze − per un totale di sette documenti − non esaurisce tuttavia il quadro delle testimonianze boccacciane conservate nelle cartapecore lasciate dal Botticini a San Miniato. </p><p rend="text">Prima di continuare a passarle in rassegna, conviene però abbozzare un breve profilo di Banco secondo quanto si ricava dal <hi rend="italic">corpus</hi> a lui riconducibile. Questo complesso documentario già di per sé, senza l’ausilio di altre fonti, consente di affermare che il Botticini fu un uomo piuttosto attivo, impegnato in molteplici settori: acquista casa in Oltrarno, nel popolo di San Felice in Piazza, limitrofo a quello di Santa Felicita dove abitava Boccaccio (docc. 5-10); compra alcuni terreni tra Montespertoli, Vinci e Cerreto Guidi (docc. 4, 12, 15, 25); affitta a mezzadria i poderi e si dedica al commercio di prodotti agricoli (docc. 21, 23, 28, 32, 35, 42); svolge il ruolo di procuratore nella riscossione di crediti altrui (docc. 39, 41); concede piccoli mutui, di pochi fiorini (doc. 11), e non disdegna le speculazioni offerte dal Comune con il sistema fiscale delle prestanze, i prestiti forzosi imposti ai cittadini, i cui titoli si iscrivevano al Monte, fruttavano interessi ed erano commerciabili (doc. 41). Un documento, stavolta non Olivetano, attesta peraltro che nel 1363 fu Banco a pagare la prestanza di quattro fiorini dovuti da Giovanni e Iacopo Boccaccio, iscrivendo il credito sul Monte a proprio nome<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="11.html#footnote-014">15</ref></hi></hi>. È tuttavia probabile che le operazioni finanziarie rappresentate da mutui e compravendita di prestanze e titoli siano state un’attività collaterale per il Botticini: una forma di investimento di redditi che però principalmente provenivano dalla terra, da vari possedimenti sparpagliati nel contado e nel distretto fiorentino, in parte già di famiglia (per esempio a Novoli, doc. 1), in parte acquistati da Banco (docc. 12, 25) e in parte giuntigli dalla moglie Banca, originaria di Certaldo (docc. 3-4, 18-19)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="11.html#footnote-013">16</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Banca era infatti figlia di Biagio Pizzini, uno dei due buontemponi certaldesi che Boccaccio rese protagonisti della novella di fra’ Cipolla. Tra i documenti dell’archivio del Botticini si conserva la copia dell’atto di dote e di matrimonio del 1328 dei genitori di Banca (doc. 2), Biagio Pizzini da Certaldo e la fiorentina Foresina degli Aglioni, rampolla di un’antica schiatta d’Oltrarno, citata dal Villani tra quelle dei popolani «notabili» che dovettero lasciare Firenze dopo la sconfitta guelfa di Montaperti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="11.html#footnote-012">17</ref></hi></hi>. Di fede ghibellina erano stati invece i facoltosi Sassetti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="11.html#footnote-011">18</ref></hi></hi>, dalla cui casata proveniva la madre del Botticini, Niccolosa. Alla morte del marito Francesco, padre di Banco, Niccolosa passò a seconde nozze con Adriano de’ Rossi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="11.html#footnote-010">19</ref></hi></hi>, membro di uno dei clan più influenti d’Oltrarno, il quale ebbe ottimi e duraturi rapporti con il figliastro, tanto da nominarlo suo erede nel testamento del 1400 (doc. 37). </p><p rend="text">In aggiunta alle notizie sulla famiglia di Banco e di sua moglie, dalle pergamene olivetane si apprende che il Botticini aveva notevole dimestichezza con gli ambienti giudiziari e non si peritava a intentare cause per far valere i propri diritti. Nove pergamene contengono sentenze, emanate per lo più dagli ufficiali della grascia, nelle quali i debitori di Banco sono condannati a pagare per le derrate − frumento, biade, olio, vino − ricevute da lui (docc. 21-23, 32, 34-36, IV-V); una sola è invece sfavorevole a Banco, citato in giudizio da Simone Peruzzi per un credito di vari stai di biade (doc. 28). La familiarità del Botticini con gli ufficiali della grascia, tra i quali sedeva nel 1386 il patrigno Adriano de’ Rossi, dovette essere piuttosto intensa, se egli si rivolse a loro anche per crediti minimi, come quello di sette lire per tre cataste di legna vendute a un contadino di Celicciaula (doc. 35). Un altro nucleo formato da cinque pergamene documenta poi le azioni extragiudiziali cui ricorse Banco per risolvere le divergenze, rimettendone la risoluzione ad arbitri scelti insieme alla controparte (docc. 17-19, 24, 40); ovvero stipulando un <hi rend="italic">compromissum</hi>, cui sarebbe seguito il lodo emesso dagli arbitri, che le parti avrebbero dovuto rispettare e mandare a esecuzione. </p><p rend="text">Tra le persone con cui Banco si trovò a discutere ci fu un suo confinante a Certaldo, Iacopo Boccaccio. Una pergamena del 1381 contiene il lodo pronunciato da tre arbitri circa la proprietà di una corte su cui si affacciavano le abitazioni di Iacopo e di Banco; corte che gli arbitri assegnano al Botticini o, meglio, alla moglie Banca. Il documento era già noto al Tordi, il quale però ne aveva dato un’interpretazione sbagliata perché aveva creduto si trattasse del lodo conseguente a un compromesso fatto dalle stesse parti due anni prima. In realtà nel 1379 i rapporti tra i vicini erano stati turbati da un’altra e più importante questione, che aveva riguardato un’intera casa e non solamente la corte, pertinenza di essa. Quella controversia si era risolta con un lodo, ignoto a Tordi pur essendo tramandato anch’esso da una pergamena olivetana, emerso di recente (doc. 18).</p><p rend="text">In sintesi, i fatti furono questi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="11.html#footnote-009">20</ref></hi></hi>:</p><list type="unordered">
				<item>Il 15 febbraio 1379 Iacopo Boccaccio, quale tutore dei figli eredi del fratello, e Banco Botticini, in veste di procuratore della moglie Banca Pizzini, si accordano sulla nomina di due arbitri per dirimere una lite vertente tra loro. Il compromesso, come di consueto, non indica il motivo della lite (doc. 17).</item>
				<item> L’oggetto della lite è invece dichiarato espressamente nel lodo che gli arbitri pronunciano l’11 maggio 1379: Banca Pizzini reclama una casa a Certaldo e due appezzamenti di terreno detenuti dai Boccaccio. Gli arbitri riconoscono la proprietà di Banca e sentenziano che Iacopo, non avendo titolo per possedere quei beni, deve lasciarli (doc. 18).</item>
				<item>Iacopo rispetta solo in parte la volontà arbitrale, trattenendo per sé la corte, su cui aveva eseguito pure alcuni lavori; si addiviene pertanto a una seconda lite. Nuovamente le parti fanno compromesso tramite un documento andato perduto.</item>
				<item>I tre arbitri da loro nominati emettono il lodo il 2 aprile 1381, anche stavolta favorevole ai Botticini (doc. 19).</item>
			</list><p rend="text">Il fraintendimento di Tordi è comprensibile: la sua indagine sulle pergamene olivetane si fondò sul tomo di spogli dell’allora Regio Archivio di Stato in cui fu omesso per errore il regesto del lodo dell’11 maggio 1379 (doc. 18); conoscendo esclusivamente il compromesso del 1379 (doc. 17) e il lodo del 1381 (doc. 19), Tordi pensò quindi che l’uno fosse l’antefatto dell’altro.</p><p rend="text">Il nuovo documento con il lodo del 1379 ha rilevanza non soltanto perché fa chiarezza sullo svolgimento delle controversie tra Iacopo e i Botticini, ma anche perché, per il suo contenuto, getta una luce per certi aspetti fosca sulla persona di Giovanni Boccaccio. Nel lodo si legge infatti che quella casa a Certaldo e uno dei due terreni sempre nel comune di Certaldo, di proprietà della famiglia di Banca, furono per lungo tempo posseduti <hi rend="italic">sine titulo</hi> dallo scrittore e poi passati ai nipoti suoi eredi. Stando al tenore del documento parrebbe cioè che Boccaccio sia stato un usurpatore, vissuto per anni in una casa non sua («inabitavit» precisano gli arbitri), sulla quale inoltre aveva effettuato interventi di restauro per un valore di circa quarantatré fiorini d’oro. </p><p rend="text">Dalla ricostruzione che ho proposto avvalendomi di altre fonti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="11.html#footnote-008">21</ref></hi></hi>, la responsabilità di messer Giovanni risulta decisamente attenuata, poiché l’inizio della detenzione di quei beni da parte dei Boccaccio credo si debba far risalire non al letterato, ma a suo padre Boccaccino. Ci sono diverse testimonianze che attestano lo strettissimo sodalizio tra quest’ultimo e Biagio Pizzini, il genitore di Banca, rivale di fra’ Cipolla; e ce ne sono ancor di più che provano il forte radicamento in paese di Boccaccino e del fratello Vanni e i loro solidi legami di interessi e di amicizia con altri certaldesi coinvolti a vario titolo in questa vicenda. È dunque probabile che Boccaccino, subito dopo la morte dell’amico Biagio nel 1340, si sia accordato con la vedova di lui, Foresina, per estendere le sue proprietà inglobandovi parte di quelle dei vicini. Foresina, che risiedeva a Firenze, può darsi fosse poco interessata a quei possessi certaldesi e la cessione, a titolo gratuito o no, ma sicuramente mai formalizzata con una scritta − se fosse esistita Iacopo l’avrebbe senz’altro prodotta a proprio favore −, potrebbe essere stata per lei sia un gesto benevolo nei confronti di un amico fraterno, sia un modo per assicurarsi che la casa e i terreni non andassero in rovina per l’incuria. Se fu così, messer Giovanni si limitò a subentrare al padre nella detenzione degli immobili dei Pizzini. Pur non colpevole di un reato di appropriazione, egli tuttavia non si premurò di regolarizzare il possesso di quei beni, che anzi trasmise agli eredi, benché imponendo nel proprio testamento una clausola di inalienabilità. </p><p rend="text">Ad ogni modo, non c’è sentore che durante la vita di Boccaccio la proprietà, ossia Foresina, li abbia reclamati. Messer Giovanni muore nel dicembre 1375 e per altri tre anni i suoi eredi continuano a possedere casa e terreni dei vicini: il compromesso con cui i Botticini e Iacopo nominano due arbitri è infatti del febbraio 1379. Perché allora e solamente allora? Sono ancora le pergamene del lascito olivetano del Botticini a fornire una plausibile risposta: Foresina muore nel 1377 e Banco, con la sua spiccata propensione a non risparmiare nessuno quando si trattava di avere quel che gli spettava, induce la moglie, erede della madre, a rivendicarne le proprietà. Probabilmente non solo quelle occupate dai Boccaccio, ma anche altre, come lascia intendere una pergamena nella quale Banca il 26 novembre 1377 nomina addirittura sette persone – di cui sei notai − per rappresentarla in giudizio in veste di suoi <hi rend="italic">procuratores ad lites</hi> (doc. 14). In quel torno di tempo Banco si procura il titolo che legittima l’azione della moglie, cioè l’atto di matrimonio di Biagio e Foresina (doc. 2), dato che Banca reclama le proprietà già dei genitori quale loro unica erede. A tal fine Banco fa istanza all’Arte dei giudici e notai e, con sentenza del 9 dicembre 1377, ottiene una copia dell’atto imbreviato quasi cinquant’anni prima; la pergamena fu esibita agli arbitri ed è citata nel lodo del maggio 1379. </p><p rend="text">Questo fu forse tra i primi documenti di un secondo <hi rend="italic">dossier</hi> riguardante la famiglia Boccaccio, che nello specifico concerneva la lite con gli eredi di messer Giovanni. Doveva essere un fascicolo ben più nutrito di quel che ne resta attualmente; vi si possono includere otto pergamene (docc. 2-3, 13-14, 16-19), di sicuro però comprendeva ulteriori documenti oggi perduti: la procura rilasciata a Banco il 19 giugno 1378 di cui riferisce il lodo del ’79, il compromesso per la corte del 1381 e non si sa quanti altri ancora, magari andati smarriti o distrutti con le dispersioni dell’archivio di San Miniato.</p><p rend="text">Stravagante, giacché faceva parte di un <hi rend="italic">dossier</hi> del Botticini relativo non ai Boccaccio ma alla sua casa in Oltrarno, è infine un’ultima pergamena olivetana che, unica in tutto il <hi rend="italic">corpus</hi>, menziona Giovanni Boccaccio mentre era ancora in vita. Egli infatti il 1° luglio 1366 fu testimone all’atto con cui il compratore di una casa nel popolo di San Felice in Piazza dichiarava di averla acquistata con i soldi di Banco e per conto di lui (doc. 6). </p><p rend="text">L’intervento a quest’atto e la vendita della propria prestanza nel 1363 fanno desumere che messer Giovanni sia stato in rapporti piuttosto cordiali con Banco. A questi due indizi, su cui mi ero già soffermata in passato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="11.html#footnote-007">22</ref></hi></hi>, se ne possono adesso aggiungere altrettanti nuovi. Il primo è fornito dal doc. 10 conservato alla Biblioteca Nazionale di Firenze, poiché di esso fu testimone e si sottoscrisse in calce Barduccio di Cherichino, uomo che godeva della stima di Boccaccio al punto tale da essere designato suo esecutore testamentario. Il secondo indizio, tassello di un mosaico di relazioni che interessavano Giovanni e Banco, è rappresentato da una persona il cui nome ricorre spesso nelle pergamene olivetane: Adriano de’ Rossi. Il patrigno del Botticini, che lo crebbe e forse lo amò al pari di un figlio, non solo apparteneva alla casata di messer Pino, dedicatario della <hi rend="italic">Consolatoria </hi>di Boccaccio, ma condivideva con quest’ultimo la stessa passione per le lettere e verosimilmente amicizie comuni. Per Adriano de’ Rossi la poesia era arte di famiglia: sua madre Soave Frescobaldi proveniva da una stirpe che aveva già dato i natali a vari celebri rimatori, da Lambertuccio al figlio Dino, il quale, a detta di Boccaccio, nel 1306 avrebbe fatto pervenire a Dante in Lunigiana il «quadernuccio» con i primi sette canti dell’Inferno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="11.html#footnote-006">23</ref></hi></hi>. Adriano stesso del resto fu autore di un piccolo canzoniere in volgare, definito dalla critica uno «dei più graziosi del Trecento»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="11.html#footnote-005">24</ref></hi></hi>. Non solo, il patrigno di Banco si cimentò pure nella trascrizione di manoscritti: a lui si devono due esemplari del <hi rend="italic">Teseida</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="11.html#footnote-004">25</ref></hi></hi> che costituiscono i testimoni più antichi dell’opera di Boccaccio e insieme alludono a una frequentazione diretta tra autore e copista. L’amicizia tra i due, già supposta da Levi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="11.html#footnote-003">26</ref></hi></hi>, con tutta probabilità fu alimentata anche da contatti con altre persone accomunate dai medesimi interessi letterari e da rapporti di vicinia, come Domenico Silvestri, corrispondente per rima del Rossi nonché ammiratore di Boccaccio, di cui completò il <hi rend="italic">De montibus</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="11.html#footnote-002">27</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Tanto la presenza in vita di Foresina quanto il legame esistente tra Banco e messer Giovanni sembrano dunque aver permesso a quest’ultimo di godere indisturbato delle proprietà certaldesi rivendicate nel 1379. E chissà poi se, in cambio di quel pacifico possesso, Boccaccio non abbia corrisposto informalmente un canone, che invece Iacopo omise al solito di pagare, innescando così l’azione dei Botticini. Comunque sia andata, morti messer Giovanni nel 1375 e Foresina nel 1377, subentrarono a loro un debitore cronico da un lato e un creditore puntiglioso dall’altro: l’esito non poteva essere diverso. Dopo la lite del 1379-1381 i rapporti tra Iacopo e Banco dovettero tuttavia migliorare, stante il codicillo con cui Iacopo incaricò i Botticini della cura dei suoi figli. Resta incognita la motivazione per cui il fratello di Boccaccio in punto di morte aggiunse questa disposizione, mutando il precedente testamento del 1384 in cui non faceva riferimento a Banco (doc. 20); magari non fu soltanto per stima e affetto nei confronti del vicino e magari entrarono in gioco altri interessi, di reciproco vantaggio: il Botticini sapeva trattare e avrebbe ottenuto sconti dai creditori (come avvenne con il priore della chiesa di San Lorenzo, a cui fu pagata solo la metà dell’importo dovuto per un voto fatto da Iacopo durante una grave malattia e mai assolto nei ventotto anni successivi alla guarigione, doc. 29)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="11.html#footnote-001">28</ref></hi></hi>; Banco, dal canto suo, diventando tutore avrebbe riscosso per compenso quindici fiorini d’oro l’anno, più ulteriori quaranta per il mantenimento dei fanciulli<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="11.html#footnote-000">29</ref></hi></hi>: in totale, per tutta la durata della tutela, percepì infatti 680 fiorini, che ovviamente detrasse dal patrimonio dei pupilli insieme alle altre spese, comprese quelle sostenute per recarsi a Certaldo, dove − per inciso − viveva sua moglie.</p><p rend="text">Nonostante ciò, sebbene né Banco né Iacopo siano stati uomini di cristallina virtù, si deve loro, o meglio ad alcune loro scelte, la sopravvivenza di varie testimonianze sulla famiglia di Giovanni Boccaccio. È infatti grazie alla volontà di Iacopo di affidare i propri figli a Banco ed è grazie alla diligenza con cui quest’ultimo raccolse, conservò e trasmise a San Miniato la propria documentazione se oggi restano undici pergamene, tra le quarantotto del <hi rend="italic">corpus</hi>, che contengono la citazione esplicita di un membro della famiglia dello scrittore. Ed è questo un complesso di tutto rispetto anche sotto il profilo qualitativo, in quanto offre numerose notizie sul fratello e sui nipoti di Boccaccio, e per di più rivela una singolare vicenda in cui messer Giovanni ebbe una parte non del tutto priva di responsabilità. E rievocare attraverso i documenti la storia domestica, negli aspetti più minuti e ordinari, di un padre della letteratura rappresenta anche un modo per andare oltre lo steccato di un ritratto delineabile sulla base delle sole opere, perché i documenti consentono di restituire uno scorcio della realtà in cui Boccaccio visse e delle debolezze umane, dalle quali non andò esente, che con tanta maestria seppe riprodurre nel <hi rend="italic">Decameron</hi>.</p><p rend="quotation_b ParaOverride-1">Appendice</p><p rend="quotation_b ParaOverride-1">Regesti dei documenti del Botticini</p><p rend="text">Tutti i docc., a eccezione del nr. 10, sono conservati in ASFi, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, San Miniato al Monte (Olivetani). Il doc. 10 non è una pergamena ma un bifoglio cartaceo recante una scrittura privata; cartaceo e di natura privatistica è anche il doc. 27, raccolto nella serie ‘a quaderno’ del Diplomatico olivetano. </p><p rend="text">Sotto il regesto è riportato il codice identificativo assegnato a ciascuna pergamena digitalizzata fino all’anno 1398 (online all’indirizzo &lt;<ref target="http://www.archiviodistato.firenze.it/pergasfi/">www.archiviodistato.firenze.it/pergasfi/</ref>&gt;) e la segnatura, qualora diversa dalla data dell’atto indicata in vedetta. Seguono la bibliografia (prima segnalazione, regesto, edizione), se esistente, e all’occorrenza note integrative sul contenuto o di commento. I documenti in cui sono citati membri della famiglia di Boccaccio sono contrassegnati da un asterisco; degli inediti è fornita l’edizione per estratto, di quelli già pubblicati il rimando bibliografico. Per brevità il nome di Banco Botticini figura nei regesti senza patronimico né residenza, che in tutti gli atti è il popolo di San Felice in Piazza. Le abbreviazioni bibliografiche usate sono: Latini = Angiolo <hi rend="CharOverride-1">Latini</hi>, <hi rend="italic">Il fratello di Giovanni Boccaccio</hi>, «Miscellanea Storica della Valdelsa», XXI, 1913, pp. 32-43; Levi = Levi, <hi rend="italic">Adriano de’ Rossi</hi>, cit.; Regnicoli = Regnicoli, <hi rend="italic">Un’oscura</hi>, cit.; Tordi = Tordi,<hi rend="italic"> Gl’inventari</hi>, cit. </p><p rend="text_top">1. 1326 aprile 1°, Firenze</p><p rend="text_NOindent">Neri del fu Manfredo Sassetti del popolo di San Pier Buonconsiglio vende per 100 lire a Francesco di Banco Botticini del popolo di Santo Stefano al Ponte un appezzamento di terra di quattro staiora, quattro panora e sei piedi posto nel popolo di San Cristofano a Novoli, luogo detto «via de’ Giunchi». Segue l’immissione nel possesso. </p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00038124.</p><p rend="text">Neri di Manfredi Sassetti era suocero di Francesco Botticini (vd. doc. 9).</p><p rend="text_top">2.1328 maggio 10 e 31, Firenze</p><p rend="text_NOindent">Il 10 maggio si sposano Biagio del fu Pizzinuccio da Certaldo e Foresina del fu Bancherone degli Aglioni del popolo di San Iacopo Oltrarno. Il 31 maggio è consegnata la dote di 408 lire e, a titolo di <hi rend="italic">morgincap</hi>, sono corrisposte 50 lire. </p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00039155, alla data 1328 maggio 10. Segn. Tordi, p. 73, nota 13; ed. Regnicoli, pp. 113-116, nr. 5.</p><p rend="text_top">*3.1340 dicembre 27, Certaldo </p><p rend="text_NOindent">Foresina del fu Bancherone degli Aglioni del popolo di San Iacopo Soprarno, vedova di Biagio del fu Pizzinuccio da Certaldo, in forza dei propri diritti dotali entra in possesso di una casa sita in Certaldo e di un terreno «al Fossato», posto nel comune di Certaldo, entrambi appartenuti al defunto marito e confinanti con proprietà di Boccaccio di Chellino. Foresina affitta poi a mezzadria il terreno a Rustichello di Niccolò. </p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00046278<hi rend="italic">. </hi>Reg. Tordi, p. 73, nota 16; ed. Regnicoli, pp. 93-96, nr. 2.</p><p rend="text_top">4.1365 luglio 20, Celicciaula </p><p rend="text_NOindent">Ghita del fu Guido da Cerreto Guidi, vedova di Vanni del fu Berto da Celicciaula, vende per 70 lire a Banco Botticini una casa con orto, confinante per due lati con proprietà dell’acquirente, e un terreno con querci e canneto, entrambi siti nel popolo di Santo Stefano a Ermano, piviere di Celicciaula. Banco acquista per conto della moglie Banca e con i denari di lei, provenienti dall’eredità del padre Biagio. Segue l’immissione nel possesso. </p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00061133. Segn. Tordi, p. 72, nota 7. </p><p rend="text">Celicciaula («Cilicciaule» in Boccaccio, <hi rend="italic">Cons.</hi>, 35) è nel comune di Montespertoli. </p><p rend="text_top">5.1366 giugno 25, Firenze </p><p rend="text_NOindent">Ruggerio del fu Sandro di Arrigo di Farolfo del popolo di San Felice in Piazza vende per 70 fiorini d’oro a Ghino del fu Deo de’ Boverelli dello stesso popolo una casa posta a San Felice in Piazza, nella via di Piazza, insieme alla quarta parte di un pozzo e un androne cui si accede a esso. Segue l’immissione nel possesso. </p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id.00061658. Segn. Tordi, p. 72, nota 7. </p><p rend="text">Il doc., che costituisce l’antefatto del successivo, appartenne a Banco, come prova la nota dorsale di sua mano: «Carta di Bancho Botticini». La casa in questione confinava «a I° dicta via, a II° Angnoli Vannis Guidi, muro comuni in medio, a III° dicti Ruggerii venditoris, muro comuni in medio, a IIII° Nerii [Pieri Ner] ii, muro comuni in medio».</p><p rend="text_top">*6.1366 luglio 1°, Firenze</p><p rend="text_NOindent">Ghino del fu Deo de’ Boverelli dichiara di aver acquistato una casa con la quarta parte di un pozzo e un androne nella via di Piazza, nel popolo di San Felice in Piazza, da Roggerio del fu Sandro di Arrigo di Farolfo per conto di Banco Botticini; Giovanni di Boccaccio è testimone dell’atto.</p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00061726. Reg. Tordi, p. 74, nota 20.</p><p rend="text">In Dey nomine, amen. Anno ab eius incarnatione millesimo trecentesimo sexagesimo sexto, indictione quarta, die primo mensis iulii. Certum esse dicitur quod Roggerius olim Sandri Arrighi Farolfi populi Sancti Felicis in Piacza de Florentia vendidit Ghino olim Dey de Boverellis dicti populi, presenti, ementi et recipienti pro se et suis heredibus et cui vel quibus iura sua concesserit, unam domum cum quarta parte putey pro indiviso et androne sive curte per quod itur ad dictum puteum, positam in dicto populo Sancti Felicis in Piacza, in via di Piacza, cuius tales dicuntur esse confines: cui [<hi rend="italic">sic</hi>] a I° dicta via, a II° Angnoli Vannis Guidi, muro comuni in medio, a III° dicti Roggerii venditoris, muro comuni in medio, a IIII° Nerii Pieri Nerii, muro comuni in medio, infra hos confines vel alios veriores; et hec pro pretio et nomine pretii florenorum auri septuaginta, quod pretium dictus Roggerius fuit confessus se habuisse a dicto Ghino […]. Unde hodie ac presenti die suprascripta prima mensis iulii dominus Ghinus sponte et ex sui certa scientia dixit, asseruit et recongnovit in presentia mey notarii et testium infrascriptorum Bancho olim Francisci Botticini dicti populi Sancti Felicis, presenti et recipienti et stipulanti pro se et suis heredibus et subcessoribus et cui vel quibus iura sua concesserit in perpetuum, se Ghinum dictam domum supra contentam et confinatam emisse a dicto Roggerio pro dicto Bancho et de ipsius Banchi propriis florenis et avere dictumque instrumentum emptionis et omnia in eo contenta recepisse et stipulasse pro dicto Bancho et eius heredibus et subcessoribus et cui vel quibus iura sua concesserit. Insuper dictus Ghinus cessit, concessit, transtulit et mandavit eidem Bancho, presenti, recipienti et stipulanti pro se et suis heredibus, omnia et singula iura, nomina et actiones reales et personales, utiles et directas, tacitas, mixtas, expressas et conventionales et quecumque alia que sibi Ghino competebant et competere poterant ante presentem recongnitionem, virtute suprascripte emptionis et instrumenti et contentorum in eo, in et super dictam domum venditam et qualibet eius parte et fructu et contra et adversus auctores et defensores suos et ipsorum auctorum auctores &lt;et defensores&gt;; constituens ipsum procuratorem ut in rem suam et ponens ipsum in locum suum, ita et taliter quod dictus Banchus possit sibique liceat, sua propria auctoritate absque auctoritate vel decreto alicuius huiusmodi, iura et actiones agere, experiri et se inde tueri contra dictos defensores et auctores dicti Ghini et ipsorum auctorum auctores et defensores […]. Actum Florentie, in populo Sancte Marie supra Portam, presentibus Bernardo Lapaccii de Rinucciis, domino Iohanne Bocchaccii et Mactheo Iohannis Cederni et aliis pluris civibus Florentinis, testibus ad hec vocatis, rogatis et habitis, et presente, intelligente et se contentari asserente dicto Roggerio venditore. (SN) Ego Bonacchursius olim ser Nerii Gherarducci&lt;i&gt; de Zizellis de Singna, Florentine diocesis, civis Florentinus, iudex ordinarius imperiali autoritate et notarius publicus predictis omnibus interfui et ea rogatus scripsi et publicavi; ideo me subscripsi meumque singnum apposui consuetum. Et quod supra remissum est in trigesima linea propria manu corrigendo feci et scripsi.</p><p rend="text_top">7. 1367 luglio 27 e agosto 2, Firenze</p><p rend="text_NOindent">Causa promossa davanti al tribunale di Mercanzia dallo spedale di Santa Maria Nuova contro Banco Botticini e gli eredi di Piero Farolfi riguardo a una casa in San Felice in Piazza. </p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00062847, alla data 1367 luglio 27. </p><p rend="text">Il 27 luglio, a seguito della petizione presentata da frate Domenico Bernardini, procuratore di frate Guido di Baldese rettore e spedalingo di Santa Maria Nuova, il messo del giudice riferisce di aver intimato a Banco Botticini di lasciare entro cinque giorni la «chasa posta in Firençe, nel popolo San Felice in Piacça, che dal primo via, al secondo Agnolo Vanni, a terço i figluoli di Sandro Farolfi, a IIII Nerii di Piero». Il 2 agosto il procuratore dello spedalingo espone i fatti precedenti: il 1° marzo 1363 Piero Farolfi, pievano di Santa Cecilia a Decimo, aveva confessato un debito di 38 fiorini e 29 soldi nei confronti di Tuccio del Bieco; morto quest’ultimo, lo spedale Santa Maria Nuova, in qualità di suo erede, aveva agito per la soddisfazione del credito, ottenendo una sentenza di immissione nel possesso della «chasa ove habitava il decto Piero quando vivea». Contestualmente frate Domenico chiede al giudice di mettere in vendita l’immobile. Il messo riferisce di aver ordinato a Banco Botticini, «habitatore della sopradecta chasa» e agli eredi di Piero Farolfi (tra cui il nipote Ruggero, da cui Banco aveva acquistato la proprietà), di comparire in giudizio.</p><p rend="text_top">8. 1368 giugno 5, Firenze </p><p rend="text_NOindent">Roggerio del fu Sandro di Farolfo del popolo di San Felice in Piazza di Firenze rilascia quietanza generale a Banco Botticini. </p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00063733.</p><p rend="text">Probabilmente Ruggero Farolfi, erede di Piero, assolse il debito di quest’ultimo nei confronti dello spedale di Santa Maria Nuova e Banco rimase proprietario della casa; a propria tutela il Botticini pretese una quietanza generale, che fece rogare a ser Gherardo di Andrea Donati, suo notaio di fiducia. </p><p rend="text_top">9. 1368 ottobre 5 e 1372 giugno 29, Firenze</p><p rend="text_NOindent">Il 5 ottobre 1368 Banco Botticini dona a sua madre Niccolosa del fu Neri di Manfredo Sassetti, moglie di Adriano di Frusone de’ Rossi, una casa con pozzo e androne nel popolo di San Felice in Piazza; segue l’immissione nel possesso. Il 29 giugno 1372 Niccolosa, insieme al marito suo mundualdo, restituisce la casa al figlio con una nuova donazione; segue l’immissione nel possesso. </p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00062276, alla data 1368 ottobre 5. Ed. per estratto Levi, pp. 249-251, nrr. I e II.</p><p rend="text">I due atti, entrambi imbreviati da ser Gherardo di Andrea Donati, furono redatti <hi rend="italic">in mundum </hi>l’uno di seguito all’altro<hi rend="italic"> </hi>da ser Ludovico del fu Bartolo. La casa oggetto della doppia donazione (la stessa di cui si tratta nei docc. precedenti) nel 1368 confinava «a I° via, a II° heredum Angeli Vannis Guidi, a III° Nerii Pieri Nerii, a IIII° Rogerii Sandri Farolfi»; nel 1372, andato via il Farolfi, la casa confinava «a I° via, a II° domine Iacobe uxoris Nerii, a III° heredum Angnoli Vannis Guidi, a IIII° Iacobi sive Peroççii de Corsinis». </p><p rend="text_top">10.1373 giugno 25, Firenze </p><p rend="text_NOindent">Banco Botticini e Stefano di Corsino Corsini si accordano sull’uso di un pozzo sito nel popolo di San Felice in Piazza di cui sono comproprietari ciascuno per un quarto.</p><p rend="text">BNCF, Conventi soppressi da ordinare, Oliveto, 56, 1 (537). </p><p rend="text">Il pozzo, posto tra via di Piazza e via Maggio, confina con la casa di Stefano Corsini in via Maggio e con quelle di Banco e dell’erede di Agnolo di Vanni di Guido in via di Piazza; con quest’accordo Banco concede a Stefano Corsini, «per via di pigione, l’uso della parte va d’atingniere l’aqua per quel tempo che piace al detto Bancho». La scritta, di mano del Corsini, reca le sottoscrizioni dei testimoni Barduccio di Chierichino e Salvestro di maestro Benvenuto. </p><p rend="text_top">11. 1374 aprile 8, Vinci </p><p rend="text_NOindent">Lorenzo del fu Guido detto Saracino del popolo di San Bartolomeo a Strada, comune di Vinci, e il suo fideiussore Biagio del fu Bardino dello stesso popolo dichiarano di aver ricevuto in mutuo da Banco Botticini 6 fiorini d’oro per un mese. </p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00067914.</p><p rend="text_top">12. 1374 luglio 2, Castelfiorentino</p><p rend="text_NOindent">Lena del fu Ciallo da Petroio, nel Valdarno inferiore, moglie di Piero del fu Danduccio da Collepatti, distretto di San Miniato, vende per 30 fiorini d’oro a Banco Botticini quattro appezzamenti di terra, tre dei quali confinanti con proprietà dell’acquirente, posti nel popolo di Sant’Ippolito a Valle, comune di Collegonzi, luogo detto Monticelli. Seguono l’immissione nel possesso, la quietanza del pagamento e le garanzie di Piero e Benedetto, marito e figlio di Lena.</p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00068044. Segn. Tordi, p. 72, nota 7. Collegonzi è nel comune di Vinci.</p><p rend="text">La venditrice Lena del fu Ciallo, moglie di Piero del fu Danduccio, ricorre in altre due pergamene olivetane che molto probabilmente appartennero al Botticini. La prima è del 4 aprile 1374 (cod. id. 00067925) e riguarda un compromesso fatto tra Lena, da una parte, e altre due donne (Leonarda del fu messer Ricupero da San Miniato, vedova di Vaggio di Franco da Petroio, e Ghita del fu Ridolfo da Petroio, moglie di Albizzo di Toni da Monterappoli) dall’altra parte; come terzo arbitro fu nominato il patrigno di Banco, Adriano del fu messer Frusone de’ Rossi. La seconda pergamena forse posseduta dal Botticini è del 6 settembre 1375 (cod. id. 00068783) e contiene l’atto con cui Lena nomina il figlio Benedetto come suo procuratore <hi rend="italic">ad lites</hi>; non si specifica la causa, ma è probabile che sia inerente al compromesso dell’anno precedente. Un indizio ulteriore sull’appartenenza di queste due pergamene al Botticini è fornito dal doc. 15.</p><p rend="text_top">13. 1376 gennaio 17, Firenze</p><p rend="text_NOindent">Banca del fu Biagio di Pizzino da Certaldo, con il suo mundualdo ser Gherardo di ser Andrea Donati, rinuncia all’eredità del padre.</p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00068390, alla data 1375 gennaio 17. Segn. Tordi, p. 73, nota 15; ed. Regnicoli, pp. 116-118, nr. 6.</p><p rend="text_top">14. 1377 novembre 26, Firenze</p><p rend="text_NOindent">Banca del fu Biagio di Pizzino ossia Pizzinuccio da Certaldo, come erede della madre Foresina, nomina procuratori <hi rend="italic">ad lites</hi> Orlando di Giovanni del popolo di Santa Felicita e sei notai (Angelo e Gherardo di ser Andrea, Paolo di Ricoldo, Michele di ser Antonio, Lorenzo di ser Giannino e Filippo di ser Matteo).</p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00066162. Ed. Regnicoli, pp. 118-119, nr. 7.</p><p rend="text_top">15. 1378 dicembre 17, Empoli</p><p rend="text_NOindent">Leonarda del fu messer Ricovero da San Miniato, vedova di Vaggio di Franco da Petroio, rilascia quietanza generale a Banco Botticini riguardo ai beni a lui venduti da Lena del fu Ciallo da Petroio, moglie di Piero di Danduccio da Collepatti. </p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00066903. Vd. doc. 12.</p><p rend="text_top">16. 1379 gennaio 29, Certaldo </p><p rend="text_NOindent">Banca del fu Biagio di Pizzinuccio da Certaldo ratifica l’operato di ser Angelo di Andrea Donati, lo conferma suo procuratore insieme al fratello Gherardo e a Orlando di Giovanni del popolo di San Felice in Piazza e nomina altri tre procuratori: i notai Bartolo di Signorino e Ludovico di Bartolo e il marito Banco Botticini. </p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00066349, alla data 1378 gennaio 29. Ed. Regnicoli, pp. 119-121, nr 8. </p><p rend="text_top">*17. 1379 febbraio 15-aprile 6, Firenze </p><p rend="text_NOindent">Compromesso con cui gli eredi di Giovanni di Boccaccio, rappresentati dal padre Iacopo, e Banca del fu Biagio di Pizzinuccio, rappresentata dal marito Banco Botticini, rimettono una controversia esistente tra loro al giudizio degli arbitri Rainerio di Marignano Sassolini e Federigo di Perozzo Sassetti.</p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00066321. Alla data 1378 febbraio 15. Reg. (dettagliato) Tordi, pp. 59-61, nr. 5. </p><p rend="text">La pergamena contiene quattro atti compiuti tra il 15 febbraio e il 6 aprile: il 15 febbraio le parti fanno compromesso e l’arbitro Sasssolini accetta l’incarico; l’11 marzo accetta anche il Sassetti; il 1° aprile il compromesso è prorogato fino al 1° giugno; il 6 aprile Iacopo di Vannuccio da Certaldo garantisce per Banco.</p><p rend="text_top">*18. 1379 maggio 11, Firenze </p><p rend="text_NOindent">Lodo conseguente al compromesso del 15 febbraio (doc. precedente): gli arbitri assegnano a Banca una casa nel borgo di Certaldo e due appezzamenti di terra, posti l’uno a valle Lizia e l’altro ad Albereto, imponendo agli eredi di Boccaccio di pagare 54 staia di grano per l’usufrutto di quest’ultimo; Banca dovrà rimborsare 150 lire per le spese sostenute da messer Giovanni per il restauro della casa. Nello stesso giorno Iacopo consegna il grano e Banco paga una parte del denaro dovuto.</p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00067096. Ed. Regnicoli, pp. 97-113, nr. 4. </p><p rend="text_top">*19. 1381 aprile 2, Firenze</p><p rend="text_NOindent">Lodo arbitrale che definisce una controversia tra gli eredi di Giovanni di Boccaccio, rappresentati dal padre Iacopo, e Banca del fu Biagio di Pezzinuccio, rappresentata dal marito Banco Botticini, relativa alla corte della casa di Certaldo.</p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00067096. Ed. (dall’imbreviatura, conservata in ASFi, <hi rend="italic">Notarile Antecosimiano</hi>, 11176, cc. 135<hi rend="italic">v</hi>-136<hi rend="italic">v</hi>)<hi rend="italic"> </hi>Tordi, pp. 61-63, nr. 6. </p><p rend="text">Gli arbitri stabiliscono che la corte e i soprastanti balconcini di legno (fino al muro dei Boccaccio) appartengono ai Botticini e che Iacopo dovrà murare ogni suo accesso; in cambio Banco dovrà pagare a Iacopo 20 fiorini per i lavori compiuti «pro restauramento» della corte e dei terrazzini. </p><p rend="text_top">*20. 1384 giugno 19, Firenze </p><p rend="text_NOindent">Testamento di Iacopo di Boccaccio.</p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00076308. Ed. Latini, pp. 38-41.</p><p rend="text">Il <hi rend="italic">mundum</hi> fu richiesto da Banco, come si desume da una sua registrazione nel doc. 27 («paghai per II testamenti richolsi del detto Iacopo f. 3», c. 1<hi rend="italic">r</hi>), ma nel testamento non è fatta menzione dei Botticini: Iacopo nomina qui otto esecutori testamentari e nessun tutore per i suoi figli. </p><p rend="text_top">21. 1386 giugno 27, Firenze </p><p rend="text_NOindent">Sentenza del giudice della camera e della gabella di Firenze a favore di Banco Botticini contro Paolo di Simone da Lisca: questi, che doveva a Banco 4 fiorini e mezzo per vino venduto, è condannato a pagare il debito, più le spese. </p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00077919.</p><p rend="text">Il giudice della camera e della gabella, che faceva parte della famiglia del capitano del popolo, aveva competenza su tutte le cause riguardanti le gabelle. Paolo di Simone apparteneva a un ramo della famiglia da Lisca, strettamente legato a quello più noto di Andrea di Tello (cfr. G.M. Varanini, <hi rend="italic">Tra Firenze e Verona. La famiglia da Lisca nel Tre e Quattrocento</hi>, in S. Lodi (a cura di),<hi rend="italic"> Domus illorum de Lischa: una famiglia e un palazzo del Rinascimento a Verona</hi>, Neri Pozza, Vicenza 2002, pp. 15-42: 22), l’amico in esilio di Boccaccio, ricordato in chiusura della <hi rend="italic">Consolatoria</hi> a Pino de’ Rossi (§ 176). </p><p rend="text_top">22. 1386 novembre 6, Firenze </p><p rend="text_top">Sentenza degli ufficiali del biado − tra i quali Adriano di Frusone de’ Rossi − a favore di Banco Botticini contro Nardo di Comello da Cerreto Guidi e il figlio Iacopo: questi ultimi, essendo garanti di Michele di Comello, fratello di Nardo, che doveva a Banco 21 fiorini, 6 lire e 9 soldi, sono condannati a pagare il debito, più le spese.</p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00078230.</p><p rend="text">Ai sensi dello statuto del Capitano del 1355, gli ufficiali del biado e della grascia, o di Orsanmichele, erano una magistratura economica, con competenza in materia di «grano, biade, vino, legumi, farina e olio e altra vettovaglia»; il giudice forestiero aveva funzioni giurisdizionali (G. Guidi, <hi rend="italic">Il governo della città-repubblica di Firenze del primo Quattrocento</hi>, Olschki, Firenze 1981, vol. II, p. 317).</p><p rend="text_top">23. 1386 novembre 6, Firenze </p><p rend="text_NOindent ParaOverride-3">Sentenza degli ufficiali del biado − tra i quali Adriano di Frusone de’ Rossi − a favore di Banco Botticini contro Nardo di Comello da Cerreto Guidi e il figlio Iacopo: questi ultimi, essendo garanti di Michele di Comello, fratello di Nardo, che doveva a Banco 34 lire e 10 soldi per valore di grano, miglio e saggina, sono condannati a pagare il debito, più le spese.</p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00078231.</p><p rend="text_top">24. 1387 dicembre 5, Empoli </p><p rend="text_NOindent">Lodo arbitrale che definisce una controversia tra Banco Botticini e i fratelli Iacopo e Bernardo del fu Piero di Niccoluccio del popolo di San Iacopo a Campostrada, comune di Cerreto Guidi: gli arbitri decretano che i fratelli devono pagare a Banco 26 fiorini d’oro, in due rate. </p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00081315.</p><p rend="text">Non è specificata la ragione per cui i fratelli devono i 26 fiorini a Banco. </p><p rend="text_top">25. 1388 marzo 15, Cerreto Guidi</p><p rend="text_NOindent">Nardo del fu Comello e il figlio Iacopo, entrambi del popolo di San Leonardo di Cerreto Guidi, per 30 fiorini d’oro vendono a Banco Botticini una casa a Cerreto Guidi, luogo detto Castelvecchio, e un appezzamento di terra lavorativa, sito sempre nel comune di Cerreto Guidi, luogo detto Collelungo. Seguono i consensi delle mogli dei venditori e l’immissione nel possesso. </p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00078461, alla data 1387 marzo 15. Segn. Tordi, p. 72, nota 7. </p><p rend="text">È probabile che la vendita sia collegata ai debiti di Nardo e del figlio, per i quali erano già stati condannati due anni prima (docc. 22-23).</p><p rend="text_top">*26. 1391 febbraio 19, Certaldo</p><p rend="text_NOindent">Estratto del codicillo di Iacopo di Boccaccio, in cui Banco Botticini e la moglie Banca sono nominati esecutori testamentari e tutori dei figli di Iacopo. </p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00080080; alla data 1390 febbraio 19. Ed. Latini, pp. 41-43.</p><p rend="text">Iacopo morì il giorno dopo.</p><p rend="text_top">*27. 1391 febbraio-1405 marzo</p><p rend="text_NOindent">Carte relative alla tutela di Giovanni e Taddea, figli di Iacopo di Boccaccio. </p><p rend="text"><hi rend="italic">Diplomatico a quaderno</hi>, 1390. Ed. Tordi, pp. 27-48.</p><p rend="text">Il fascicolo, di 11 cc., contiene: l’elenco delle passività ereditarie assolte da Banco, preceduto dalla lista dei beni immobili; un resoconto, privo di data, della situazione patrimoniale dei pupilli, con indicazione delle rendite degli immobili e dei debiti pagati; due inventari dei beni mobili e immobili redatti subito dopo la morte di Iacopo; i conti di Banco, dal febbraio 1391 al marzo 1405.</p><p rend="text_top">28. 1392 giugno 6, Firenze </p><p rend="text_NOindent">Sentenza del giudice della camera e della gabella a favore di Simone di Giovanni di Simone Peruzzi contro Banco Botticini: questi, che aveva ricevuto da Simone vari stai di miglio, segale, saggina e fave, è condannato a pagarne il valore.</p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00081751.</p><p rend="text ParaOverride-3">Questa è l’unica sentenza contraria a Banco, che era debitore di Simone per 56 stai di miglio, 2 di segale, 14 di saggina e 8 di fave (il valore di ciascuno staio era: miglio 30 soldi, fave e segale 37 soldi, saggina 23 soldi).</p><p rend="text_top">*29. 1393 agosto 31, Firenze </p><p rend="text_NOindent">Antonio priore della chiesa di San Lorenzo di Firenze rilascia quietanza a Banco Botticini, tutore di Giovanni del fu Iacopo di Boccaccio, per aver pagato 14 fiorini d’oro; tale somma, versata a transazione di 28 fiorini, estingue un lascito disposto da Iacopo, che nel 1363 aveva promesso di dare alla chiesa un fiorino d’oro all’anno vita natural durante.</p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00082447. Segn. Tordi, pp. 17, 21, 89, nota 52, 95, nota 59. </p><p rend="text">In Christi nomine, amen. Anno ab eius salutifera incarnatione millesimo trecentesimo nonagesimo tertio, indictione prima, die ultimo augusti. Actum Florentie, in populo Sancti Andree, presentibus testibus ser Matteo Dominici et ser Antonio Laurentii de Cintorio notariis Florentinis ad infrascripta vocatis et rogatis. Venerabilis vir dominus Antonius prior ecclesie Sancti Laurentii Florentie nec non sacrista et sindicus capituli dicte ecclesie, sindicario nomine dicte ecclesie, fecit finem, quietationem, absolutionem, transactionem et pactum perpetuum de ulterius non petendo Banco Francisci Bocticini tutori Iohannis pupilli filii olim et heredis Iacobi Boccaccii de Certaldo, tutorio nomine pro eo recipienti, de quodam legato seu relicto facto in suo testamento capitulo dicte ecclesie de uno floreno auri pro quolibet anno quo eum vivere contingeret, ab anno millesimo trecentesimo sexagesimotertio citra; de quo latius constat manu mei notarii infrascripti. Et fecit hoc pro florenis quattuordecim auri − quos fuit confessus habuisse et recepisse a dicto Banco, dicto nomine dante et solvente − partim et partim gratia et amore, sperans capitulum ratum habiturum dictam gratiam; capsans et anullans dictum legatum seu relictum et liberans dictum Iohannem heredem predictum, licet absentem, a predictis per aceptilationem et Aquilianam stipulationem legiptime subsecutam. Et promisit dicto Banco, ut supra recipienti et stipulanti, dictam finem et transactionem et omnia in presenti contractu contenta perpetuo atendere et observare et contra non facere vel venire, sub pena dupli quantitatis predicte et sub ypotheca et obligatione bonorum omnium dicte ecclesie Sancti Laurentii et eius capituli. […] (SN) Ego Tommasius quondam ser Francisci Masii de Florentia publicus apostolica et imperiali auctoritate notarius eademque imperiali iudex ordinarius predicta omnia coram me acta rogatus rogavi et imbreviavi eaque firmanda et publicanda commisi infrascripto Francisco notario filio meo, ideo me subscripsi et signo meo signavi. (SN) Ego Franciscus ser Tommasii ser Francisci Masii de Florentia, publicus imperiali auctoritate notarius et iudex ordinarius predicta omnia et singula ex imbreviaturis supradicti ser Tommasii notarii patris mei, vigore commissionis michi ab eo facte de qua supra proxime patet, sumpsi et hic fideliter scripsi et publicavi, ideo me subscripsi et signo mei signavi. </p><p rend="text_top">*30. 1394 marzo 29, Certaldo </p><p rend="text_NOindent">Francesco del fu Neri di Pazzuolo da Certaldo rilascia quietanza a Banco Botticini, tutore di Giovanni e di Taddea del fu Iacopo di Boccaccio, per un legato di 10 fiorini disposto da Iacopo. </p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00082716. Segn. Tordi pp. 21, 88, nota 47.</p><p rend="text">In Dei nomine, amen. Anno Domini ab eiusdem incarnatione milleximo trecenteximo nonageximo quarto, indictione secunda, die vigeximo nono mensis martii. Pateat omnibus evidenter quod Francischus olim Nerii Paccuoli de Certaldo comitatus Florentie per se suosque heredes fecit Bancho olim Francisci Botticini populi Sancti Felicis in Piaça de Florentia tutori Iohannis et Taddee fratrum et filiorum olim Iacobi Becaccii [<hi rend="italic">sic</hi>] de Certaldo comitatus Florentie, recipienti et stipulanti pro dictis Iohanne et Taddea pupillis, finem, quietationem, liberationem, absolutionem et pactum perpetuum de aliquid ulterius non petendo de quodam debito sive legato florenorum auri decem eidem facto per dictum Iacobum patrem predictorum Iohannis et Taddee, ut publice constat in publico instrumento codicilli conditi per dictum Iacobum, ut publice constat manu mei Santi notarii infrascripti in milleximo trecenteximo nonageximo, indictione quarta decima, die decimo nono mensis februarii. Et hoc ideo fecit dictus Francischus quia confessus et contentus fuit se habuisse et recepisse a dicto Bancho tutore predicto dictos florenos auri decem, dante et solvente de propriis denariis et pecunia dicte hereditatis dicti Iacobi. Quare volens et mandans predictum legatum dictorum decem florenorum fore capsum, vanum, iritum et inefficacem, nulliusque valorem efficacie vel effectum et cetera […]. Actum in castro Certaldi, domino Sotio priore canonice Sancti Iacobi de Certaldo predicto et Piero olim Martini de Certaldo predicto testibus ad hec vocatis atque rogatis et aliis. (SN) Ego Nicholaus olim Galgani de Vicho Florentino et civis Florentinus, inperiali auctoritate iudex ordinarius et notarius predicta omnia suprascripta rogata et inbreviata per se Santem de Fonti populi Sancti Martini de Maiano morte preventum, vigore commissionis michi facte per dominos preconsulem et consules Artis iudicum et notariorum civitatis et provincie Florentie, ut patet manu ser Nicholi ser Guidonis notarii Florentini, fideliter su&lt;m&gt;psi, scripsi et publicavi ideoque me subscripsi et singnum meum apposui consuetum. </p><p rend="text_top">*31. 1394 agosto 28, Certaldo</p><p rend="text_NOindent">Bartolomeo di Tonte da Certaldo rilascia quietanza a Banco Botticini, tutore di Giovanni e di Taddea del fu Iacopo di Boccaccio, per aver pagato un debito di Iacopo di 2 fiorini e 6 lire. </p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00082885. Segn. Tordi, p. 21 e p. 95, nota 61.</p><p rend="text">In Dei nomine amen. Anno Domini millesimo trecentesimo nonagesimo quarto, indictione secunda, die vigesima ottava mensis augussti. Actum in comitatu Florentie, in casstello Certaldi vallis Else, presentibus tesstibus ad ec [<hi rend="italic">sic</hi>] vocatis, habitis et rogatis Iacopo Buonaiuti et Michele Antonii Iohannis Pese, ambobus de casstello Certaldi, dicentibus et asserentibus se conosscere infrascrittos contraentes, ac etiam ego Coltus notarius infrascriptus congnossco infrascriptos contraentes. Bartalomeus condam Tontis de casstello Certaldi vallis Else, comitatus Florentie, confessus et contentus fuit se habuisse et recepisse ac sibi integre datum, solutum et numeratum esse a Banco condam Francissci Botticini populi Sancti Felici&lt;s&gt; in Piaçça de Florentia, tutore Iohannis et Taddee fratris et sororis et filiorum condam Iacopi Boccacci de Certaldo, ut dixit patere instrumento tutele scripto manu ser Santi Ghini notarii Florentini, dante pro eis florenos duos auri ad conium et pondus comunis Florentie et libras sex florenorum parvorum, quos florenos duos auri et libras sex tenebat abere [<hi rend="italic">sic</hi>] ab eis Iohanne et Taddea, ut patet in libro condam dicti Iacopi Boccacci patris eorum Iohannis et Taddee; quam scripturam iussit et voluit esse vanam et cassam et habitam ineficace&lt;m&gt; et cancellatam […]. (SN) Ego Coltus filius Fruosini Colti de Radda, imperiali auctoritate iudex ordinarius atque notarius predictis omnibus interfui et ea rogata scribere scripxi et publicavi; ideoque singnum et nomen meum apposui consuetum. </p><p rend="text_top">32. 1396 novembre 10, Firenze </p><p rend="text_NOindent">Sentenza degli ufficiali della grascia a favore di Banco Botticini contro Domenico di Dolce e i figli Baronto e Paschino: questi ultimi, che dovevano a Banco 100 lire per frumento, vino e olio, sono condannati a pagare il debito, più le spese.</p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00038426; alla data 1326 novembre 10.</p><p rend="text_top">33. 1397 agosto 16, Empoli</p><p rend="text_NOindent">Banco Botticini nomina procuratore Adriano del fu Frusone de’ Rossi del popolo di Santa Felicita per esigere i propri crediti nei confronti del comune di Firenze. </p><p rend="text_top ParaOverride-2">Cod. id. 00084224. Ed. Levi, pp. 251-252, nr. III. </p><p rend="text">Adriano de’ Rossi è nominato procuratore «ad petendum, exigendum et recipiendum, confitendum et finiendum et habuisse et recepisse recognoscendum et confitendum a comuni Florentie et a quibuscunque ipsius comunis tam presentibus quam futuris camerariis omnes et singulas pecuniarum quantitates et omne id totum et quicquid eidem Bancho debitum et debendum a dicto comuni de pecunia cuiuscunque montis et de alia quacunque pecunia dicti comunis occasione cuiuscunque prestantie, prestanzonis, residui vel accatti seu alia quacunque occasione seu causa. <hi >Et ad faciendum et fieri faciendum et rogandum in predictis, de predictis et super predictis contractum et instrumentum</hi>».</p><p rend="text_top">34. 1399 luglio 29, Firenze </p><p rend="text_NOindent">Sentenza degli ufficiali della grascia a favore di Banco Botticini contro Baronto e Pasquino, figli di Domenico di Dolce del popolo di Bartolomeo a Strada: questi ultimi, che dovevano a Banco 32 lire e 6 soldi, sono condannati a pagare il debito, più le spese. </p><p rend="text_top">35. 1399 luglio 29, Firenze </p><p rend="text_NOindent">Sentenza degli ufficiali della grascia a favore di Banco Botticini contro Guido di Nuto da Fuligiano, piviere di Celicciaula: questi, che doveva a Banco 7 lire e 1 soldo per tre cataste di legna, è condannato a pagare il debito, più le spese.</p><p rend="text_top">36. 1399 luglio 31, Firenze</p><p rend="text_NOindent ParaOverride-3">Sentenza degli ufficiali della grascia a favore di Banco Botticini contro Piero di Guido di Banduccio di Celicciaula: questi, che doveva a Banco 54 lire per grano e olio, è condannato a pagare 44 lire, più le spese.</p><p rend="text_top">37. 1400 agosto 1°, Firenze</p><p rend="text_NOindent">Estratto del testamento di Adriano di Frusone di Arrigo de’ Rossi nel quale lascia 25 fiorini a Lena Botticini, badessa del convento di via San Gallo, e altrettanti a Isabetta Botticini, suora nello stesso monastero, entrambe sorelle di Banco, e istituisce quest’ultimo suo erede universale per metà insieme a tal Andrea; a compensazione di tutti i crediti che Banco vantava verso di lui, gli lascia inoltre 200 fiorini.</p><p rend="text">Ed. Levi, pp. 253-255, nr. IV.</p><p rend="text">Adriano stabilì che i legati a Lena, Isabetta e Banco dovevano essere ricavati da un podere del testatore posto nel popolo di San Cristofano di Celicciaula «et non super aliis bonis»; ciò fu all’origine della controversia tra gli eredi dei fratelli attestata dai docc. I e II. Il coerede di Banco è indicato come «Andrea et cetera»: verosimilmente si tratta di un biscugino del testatore, ovvero di Andrea di Sandro de’ Rossi, il cui nonno Giovanni era fratello del padre di Adriano.  </p><p rend="text_top">*38. 1401 maggio 26, Certaldo</p><p rend="text_NOindent">Giovanni del fu Guiduccio di Bindaccio da Certaldo, detto ser Antico, rilascia quietanza a Banco Botticini, che agisce per sé e per gli eredi di Iacopo di Boccaccio, per il pagamento di un legato di 20 fiorini disposto da Iacopo.</p><p rend="text">Segn. Tordi, p. 21 e p. 95, nota 62. </p><p rend="text">In Dey nomine amen. Anno Domini ab eiusdem incarnatione milleximo quattuorcenteximoprimo, indictione VIIII<hi rend="superscript CharOverride-2">a </hi>et die vigeximasexta mensis madii. Actum in castro Certaldi vallis Else et comitatus Florentie, presentibus Antonio Vannucci, Paulo ser Petri et Iacobo Bardi omnibus de Certaldo predicto, testibus ad infrascripta vocatis, habitis et rogatis et asserentibus se bene congnoscere infrascriptos contrahentes. Pateat omnibus evidenter per hoc publicum strumentum eiusdem serie et tenore quod Iohannes olim Ghuiducci Bindacci alias vocatus ser Antico de Certaldo et comitatus Florentie omni modo, via, iure et forma quo et quibus magis et melius potuit et potest fecit per se et suos heredes finem, quietationem, liberationem, absolutionem et pactum perpetuum de ulterius non petendo Bancho olim Francisci Botticini populi Sancti Felicis in Piaçça de Florentia, ibidem presenti, recipienti et stipulanti pro se ipso et vice et nomine heredum Iacobi Boccacci de Certaldo specialiter et nominatim, de quodam ligato facto per Iacobum Bocacci de Certaldo predicto in quodam suo testamento scripto et pub&lt;l&gt;icato, ut asseruerunt, manu ser Santi Ghini de Ponti [<hi rend="italic">sic, per</hi> Fonti] notarii Florentini, vigore cuiusdam ligati supra dicta hereditate Iacobi Boccacci tenebantur et obbligati hactenus erant in florenis viginti auri eidem Iohanni Ghuiducci. Et generaliter de omni iure et actione et de omnibus et singulis ad que dictus Bancus et dicti heredes hactenus tenebantur seu teneri poterant occasione alicuius promissionis vel obligationis sibi Iohanni a dicto Iacobo Boccacci et Banco hactenus facte aut alicuius instrumenti sive scripturarum sive alia quacunque ratione vel causa. Et hoc quia confessus fuit dictus Iohannes a dicto Banco, nomine quo supra, habuisse et recepisse dictos florenos viginti auri et omnia in dicto ligato contenta et quia sibi integre satisfactum et solutum est […]. Volens et mandans dictos ligati strumentum et scripturam in quibus apparerent dictum Bancum et dictos heredes Iacobi Boccacci dicto Iohanni Ghuiducci occasione aliqua obligatos ex nunc vanam, capssa&lt;m&gt; et in efficacia cancellata&lt;m&gt; […]. (SN) Ego Feduccius filius condam Bartholomey Feduccii inperiali autoritate iudex ordinarius et notarius publicus Florentinus predictis omnibus et singulis dum agerentur interfui et eaque [<hi rend="italic">sic</hi>] rogatus scribere scripssi et fideliter pub&lt;l&gt;icavi et singnumque [<hi rend="italic">sic</hi>] meum apposui consuetum et ideo me subscripsi. </p><p rend="text_top">39. 1402 gennaio 10, Empoli</p><p rend="text_NOindent">Manno e Antonio del fu Mazzeo del popolo di Sant’Andrea, comune di Empoli, nominano procuratori Banco Botticini e Iacopo del fu Bartolomeo, anch’egli del popolo di San Felice in Piazza, per esigere dai Dieci di balia i propri crediti nei confronti del defunto Brogliolo, già mercenario del comune di Firenze, e in generale per riscuotere da quest’ultimo le somme loro dovute. </p><p rend="text">Alla data 1401 gennaio 10. </p><p rend="text_top">40. 1402 settembre 17, Empoli</p><p rend="text_NOindent">Compromesso con cui Banco Botticini e Andrea del fu Pietro del popolo di Sant’Andrea di Vinci rimettono una controversia esistente tra loro al giudizio dell’arbitro Guiduccio di Pellegrino da San Donato in Greti. </p><p rend="text_top">41. 1407 aprile 18, Firenze</p><p rend="text_NOindent">Naldo del fu Domenico Cassi del popolo di San Pier Maggiore nomina procuratore Banco Botticini per riscuotere gli interessi di due prestanze e al contempo lo autorizza a iscrivere il titolo di credito sul Monte a suo nome. </p><p rend="text_top">42. 1408 marzo 14, Empoli</p><p rend="text_NOindent">Banco Botticini, abitante a Empoli, affitta a mezzadria per tre anni a Gesi del fu Giovanni da Vinci un podere con casa e sei appezzamenti di terra a grano, posti nel popolo di San Bartolomeo a Strada, comune di Vinci.</p><p rend="text">Alla data 1407 marzo 14. Segn. Tordi, pp. 72, nota 7, 75, nota 27.</p><p rend="text_top">43. 1409 gennaio 31, Empoli</p><p rend="text_NOindent">Giovanni di Pascuccio di Meo, procuratore del comune di Vinci, rilascia quietanza ad Antonio di Guiduccio, rigattiere di Empoli, che la riceve per Banco Botticini, cittadino fiorentino abitante ad Empoli, per il pagamento di 14 lire, 16 soldi e 8 denari corrisposti a titolo di imposta. </p><p rend="text">Alla data 1408 gennaio 31. Segn. Tordi, p. 75 nota 27.</p><p rend="text_top"><hi rend="italic">Pergamene relative all’eredità di Banco</hi></p><p rend="text_top">I. 1411 febbraio 20, Firenze </p><p rend="text_NOindent">Compromesso con cui il monastero di San Miniato e il convento di Santa Lucia di via San Gallo rimettono una controversia esistente tra loro al giudizio dell’arbitro Bianco del fu Silvestro di maestro Benvenuto.</p><p rend="text">Alla data 1410 febbraio 20. </p><p rend="text">La controversia che l’arbitro è chiamato a dirimere riguarda l’eredità di Banco Botticini, come si desume dal lodo emesso lo stesso giorno (doc. successivo).</p><p rend="text_top">II. 1411 febbraio 20, Firenze </p><p rend="text_NOindent">Lodo di Bianco del fu Silvestro riguardo all’eredità di Banco Botticini, nel quale si decreta che le suore di via San Gallo devono ai monaci di San Miniato 130 fiorini e che, estinguendo il debito, esse potranno acquisire il podere a Novoli di cui era proprietario Banco e che già posseggono.</p><p rend="text">Alla data 1410 febbraio 20. Segn. Tordi, pp. 9, 73, nota 12, 75, nota 28.</p><p rend="text">All’origine della lite sta la disposizione con cui Adriano de’ Rossi aveva fondato i legati a Banco e alle sorelle, suore nel convento di via San Gallo, su un podere a Novoli (doc. 37). Il convento di via San Gallo aveva trattenuto il podere riscuotendone i frutti e dando a Banco «ex causa mutui» 200 fiorini. L’arbitro stima in 70 fiorini il valore dei frutti percepiti dalle suore di Santa Lucia, che pertanto risultano creditrici di 130 fiorini nei confronti del monastero di San Miniato, erede di Banco; il lodo stabilisce inoltre che le suore potranno divenire proprietarie del podere acquistandolo dai monaci al prezzo stimato da un arbitro, dal quale andrà detratto il credito di 130 fiorini.</p><p rend="text_top">III. 1412 gennaio 5, Carmignano</p><p rend="text_NOindent">Checca del fu Romolo di Lapo de’ Rustichelli del popolo di San Pier Maggiore, vedova di Banco Botticini e moglie di ser Matteo di ser Nicola di Michele da Carmignano, nomina procuratore il marito per esigere i propri crediti sull’eredità di Banco nei confronti del comune di Firenze e del monastero di San Miniato. </p><p rend="text">Alla data 1411 gennaio 5. Segn. Tordi, pp. 11, 77-78, nota 30.</p><p rend="text">Checca vanta un credito di 190 fiorini verso il monastero «vigore cuiusdam scripte maxime private», redatta il 3 luglio 1411. Francesca Rustichelli è attestata come moglie di Banco dal 1404 (ASFi, <hi rend="italic">Manoscritti</hi>, 358, c. 478<hi rend="italic">v</hi> e 354, c. 149<hi rend="italic">r</hi>: «1404. Banco di Francesco Botticini. Francesca. A 56 &lt;a c.&gt; 35», in riferimento a un perduto registro della Gabella).</p><p rend="text_top">IV. 1412 marzo 23, Firenze</p><p rend="text_NOindent">Sentenza degli ufficiali della grascia a favore del monastero di San Miniato contro gli eredi di Paolo di ser Pietro da Certaldo: questi ultimi sono condannati a pagare 40 lire e 15 soldi, già dovuti a Banco Botticini, più le spese.</p><p rend="text">Alla data 1411 marzo 23. </p><p rend="text_top">V. 1412 marzo 23, Firenze</p><p rend="text_NOindent">Sentenza degli ufficiali della grascia a favore del monastero di San Miniato contro Francesco di Neri detto Cacaglia, bracciante agricolo di Catignano: questi, che doveva 60 lire a Banco, è condannato a pagare il debito, più le spese. </p><p rend="text">Alla data 1411 marzo 23. </p><p><graphic url="11-web-resources/image/TAV_1_1366__Boccaccio_teste.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 1 – ASFi, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, 1366 luglio 1, San Miniato al Monte (Olivetani). Giovanni Boccaccio è testimone a un atto relativo a Banco Botticini (doc. 6).</p><p><graphic url="11-web-resources/image/TAV._2_1390__testamento_Iacopo.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 2 – ASFi, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, 1390 febbraio 19, San Miniato al Monte (Olivetani). Codicillo di Iacopo Boccaccio (doc. 26).</p><p><graphic url="11-web-resources/image/Tav._3_1390_c3r_Conti_tutela.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 3 – ASFi, <hi rend="italic">Diplomatico a quaderno</hi>, 1390, San Miniato al Monte (Olivetani), c. 3r. Conti di Banco Botticini sulla tutela dei nipoti di Boccaccio (doc. 27).</p><p rend="h2">Bibliografia</p><p rend="bib_indx_bib_tit ParaOverride-4">Fonti</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="italic">Le carte del monastero di S. Miniato al Monte (secoli IX-XII)</hi>, a cura di L. Mosiici,  Olschki, Firenze 1990.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="italic">Tutte le opere di Giovanni Boccaccio</hi>,<hi rend="italic"> </hi>a cura di V. Branca, Mondadori, Milano 1964-1998, 10 voll. </p><p rend="bib_indx_bib">Villani M., <hi rend="italic">Nuova cronica</hi>, a cura di G. Porta, Guanda, Parma 2007<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi>, 3 voll.</p><p rend="bib_indx_bib_tit">Studi</p><p rend="bib_indx_bib">Aruch A., <hi rend="italic">Ricerche e documenti sacchettiani</hi>, «Rivista delle Biblioteche e degli Archivi», XXVII, 1916, pp. 104-105.</p><p rend="bib_indx_bib">Branca V., Ricci P.G., <hi rend="italic">Notizie e documenti per la biografia del Boccaccio</hi>, «Studi sul Boccaccio», III, 1965, pp. 5-24.</p><p rend="bib_indx_bib">Brunetti G., <hi rend="italic">La filologia romanza e l’interpretazione di Boccaccio</hi>, in G.M. Anselmi, G. Baffetti, C. Delcorno, S. Nobili (a cura di), <hi rend="italic">Boccaccio e i suoi lettori. Una lunga ricezione</hi>, il Mulino, Bologna 2013, pp. 43-64.</p><p rend="bib_indx_bib">—, <hi rend="italic">La</hi> lectura <hi rend="italic">di Boccaccio</hi>: <hi rend="italic">il</hi> Teseida <hi rend="italic">fra autografo e ricezione</hi>, in P. Mazzitello, G. Raboni, P. Rinoldi, C. Varotti (a cura di), <hi rend="italic">Boccaccio in versi</hi>, Franco Cesati, Firenze 2014, pp. 71-87.</p><p rend="bib_indx_bib">Diacciati S.,<hi rend="italic"> Popolani e magnati. Società e politica nella Firenze del Duecento</hi>, CISAM, Spoleto 2011.</p><p rend="bib_indx_bib">G. Guidi, <hi rend="italic">Il governo della città-repubblica di Firenze del primo Quattrocento</hi>, Olschki, Firenze 1981.</p><p rend="bib_indx_bib">Latini Angiolo, <hi rend="italic">Il fratello di Giovanni Boccaccio</hi>, «Miscellanea Storica della Valdelsa», XXI, 1913, pp. 32-43.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="italic">Lettera inedita di Giovanni Boccaccio a Donato Albanzani (1365)</hi>, a cura di A. Campana, in Id., Scritti. i/2. <hi rend="italic">Ricerche medievali e umanistiche</hi>, a cura di R. Avesani, M. Feo, E. Pruccoli, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2012, pp. 1181-1188.</p><p rend="bib_indx_bib">Levi E., <hi rend="italic">Adriano de’ Rossi</hi>, «Giornale storico della letteratura italiana», LV, 1910, pp. 201-265.</p><p rend="bib_indx_bib">Marcucci E.,<hi rend="italic"> Lettere edite e inedite di Filippo Sassetti</hi>, Le Monnier, Firenze 1855.</p><p rend="bib_indx_bib">Regnicoli L., <hi rend="italic">Codice diplomatico di Giovanni Boccaccio. 1. I documenti fiscali</hi>, «Italia Medioevale e Umanistica», LIV, 2013, pp. 1-80.</p><p rend="bib_indx_bib">—, <hi rend="italic">La «cura sepulcri» di Giovanni Boccaccio</hi>, «Studi sul Boccaccio», XLII, 2014, pp. 25-79.</p><p rend="bib_indx_bib">—, <hi rend="italic">Un’oscura vicenda certaldese. Nuovi documenti su Boccaccio e la sua famiglia</hi>, «Italia Medioevale e Umanistica», LVIII, 2017, pp. 61-122.</p><p rend="bib_indx_bib">—, <hi rend="italic">Boccaccio e la consorteria fiorentina de’ Rossi</hi>, <hi >in </hi><hi rend="italic">Échanges épistolaires autour de Pétrarque et Boccace</hi><hi >,</hi><hi rend="italic" > </hi>Atti del<hi rend="italic"> </hi>Colloque international (Tours 6-7 jun 2019), a cura di S. Ferrara,<hi rend="italic"> </hi>in corso di stampa.</p><p rend="bib_indx_bib">Tordi D., <hi rend="italic">Attorno a Giovanni Boccaccio. Gl’inventari dell’eredità di Jacopo Boccaccio, ed altri documenti riguardanti anche il suo grande fratello, messer Giovanni</hi>, Rubeca e Scaletti, Orvieto 1923.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="italic">Trattatello in laude di Dante</hi>, a cura di M. Fiorilla, in <hi rend="italic">Le vite di Dante dal XIV al XVI secolo. Iconografia dantesca</hi>, a cura di M. Berté, M. Fiorilla, S. Chiodo, I. Valente, Salerno ed., Roma 2017, pp. 11-154.</p><p rend="bib_indx_bib">Vandelli G., <hi rend="italic">Un autografo della Teseida</hi>, «Studi di filologia italiana», II, 1929, pp. 1-76.</p><p rend="bib_indx_bib">G.M. Varanini, <hi rend="italic">Tra Firenze e Verona. La famiglia da Lisca nel Tre e Quattrocento</hi>, in S. Lodi (a cura di), <hi rend="italic">Domus illorum de Lischa: una famiglia e un palazzo del Rinascimento a Verona</hi>, Neri Pozza, Vicenza 2002, pp. 15-42.</p><p rend="bib_indx_bib">Viti P., <hi rend="italic">Domenico di Silvestro</hi> (<hi rend="italic">Domenico Silvestri</hi>), in <hi rend="italic">Dizionario Biografico degli italiani</hi>, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, XL, Roma 1991 (online all’indirizzo &lt;<ref target="http://www.treccani.it/biografico">http://www.treccani.it/biografico</ref>&gt;). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-028-backlink">1</ref></hi>	I testi di Boccaccio sono citati secondo le seguenti edizioni: <hi rend="italic">Cons</hi>. = <hi rend="italic">Consolatoria a Pino de’ Rossi</hi>, a cura di G. Chiecchi, in <hi rend="italic">Tutte le opere di Giovanni Boccaccio</hi>, a cura di V. Branca, V (2), Mondadori, Milano 1994, pp. 615-687; <hi rend="italic">Ep</hi>. = <hi rend="italic">Epistole</hi>, a cura di G. Auzzas, in <hi rend="italic">Tutte le opere</hi>, cit., V (1), 1992, pp. 493-856; <hi rend="italic">Ep. Albanzani =</hi> <hi rend="italic">Lettera inedita di Giovanni Boccaccio a Donato Albanzani (1365)</hi>, a cura di A. Campana, in Id., <hi rend="italic">Scritti. I</hi>/2. <hi rend="italic">Ricerche medievali e umanistiche</hi>, a cura di<hi rend="italic"> </hi>R. Avesani, M. Feo, E. Pruccoli, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2012, pp. 1181-1188; <hi rend="italic">Esp.</hi> = <hi rend="italic">Esposizioni sopra la Comedia di Dante</hi>, a cura di G. Padoan, in <hi rend="italic">Tutte le opere</hi>, cit., VI, 1965; <hi rend="italic">Tratt</hi>. = <hi rend="italic">Trattatello in laude di Dante</hi>, a cura di M. Fiorilla, in <hi rend="italic">Le vite di Dante dal XIV al XVI secolo. Iconografia dantesca</hi>, a cura di M. Berté, M. Fiorilla, S. Chiodo, I. Valente, Salerno ed., Roma 2017, pp. 11-154. Abbreviazioni usate: ASFi = Firenze, Archivio di Stato; BML = Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana; BNCF = Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale; <hi rend="italic">DBI</hi> = <hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi>, Roma 1960, Istituto dell’Enciclopedia Italiana (anche online<hi rend="italic"> </hi>all’indirizzo &lt;<ref target="http://www.treccani.it/biografico">http://www.treccani.it/biografico</ref>&gt;).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-027-backlink">2</ref></hi>	Su Banco Botticini cfr. D. Tordi, <hi rend="italic">Attorno a Giovanni Boccaccio. Gl’inventari dell’eredità di Jacopo Boccaccio, ed altri documenti riguardanti anche il suo grande fratello, messer Giovanni</hi>, Rubeca e Scaletti, Orvieto 1923, pp. 8-11 (ma per l’interpretazione della lite tra Banco e Iacopo Boccaccio, riferita alle pp. 10-11, cfr. L. Regnicoli, <hi rend="italic">Un’oscura vicenda certaldese. Nuovi documenti su Boccaccio e la sua famiglia</hi>, «Italia Medioevale e Umanistica», LVIII, 2017, pp. 61-122, part. pp. 62-65). Banco dettò testamento a ser Clemente di Santo nel 1409 e l’atto, di cui non resta traccia tra le cartapecore olivetane, fu registrato a carta 104 nel libro B 61 della Gabella, secondo quanto attesta uno spoglio di Carlo Strozzi: «Libro B. 61. S. Piero Scheraggio 1409. Bancus q. Francisci Botticini populi S. Felicis in Piazza legavit ius patronatus cappelle Sancti Andree sitae in ecclesia S. Crucis de Florentia Bianco Silvestri magistri Benvenuti populi S. Benedicti. Ser Clemens Santis rog. 104» (BNCF, Magl. XXXVII.299, p. 177). La stessa notizia fu annotata da Ferdinando Leopoldo del Migliore in BNCF, Magl. XXVI.137, p. 170. Banco morì entro il 20 febbraio 1411, poiché a quella data era già insorta la lite per la sua eredità tra il monastero di San Miniato al Monte e le suore di Santa Lucia di via San Gallo, su cui cfr. Appendice, docc. I e II.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-026-backlink">3</ref></hi>	Cfr<hi rend="italic">. </hi>ASFi, <hi rend="italic">Corp. rel. soppr. dal gov. franc.,</hi> <hi rend="italic">168</hi>, filza 168, c. 2, e <hi rend="italic">Le carte del monastero di S. Miniato al Monte (secoli IX-XII)</hi>, a cura di L. Mosiici,  Olschki, Firenze 1990, p. 21; per le dispersioni dell’archivio, pp. 21-22, 32, 34-35. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-025-backlink">4</ref></hi>	Considero ‘certe’ le pergamene in cui Banco, sua moglie Banca o i loro congiunti sono nominati come attori o destinatari dei documenti e quelle che recano note dorsali di mano di Banco. È probabile che almeno altre due pergamene prive di questi requisiti abbiano fatto parte dell’archivio di Banco, per esse cfr. note al doc. 12.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-024-backlink">5</ref></hi>	Cfr. la bibliografia segnalata nei docc. dell’Appendice.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-023-backlink">6</ref></hi>	Tordi (<hi rend="italic">Gl’inventari</hi>, cit., pp. 84-85) sostenne che Taddea e Giovanni alla morte del padre avevano otto e quattro anni, basando il calcolo su un’annotazione di Banco: Iacopo «lasciò due fanculli, l’uno maschio, che morì ora fa 4 anni nel 90, ch’à 8 anni e la femina d’ani XII»; la precisazione «che morì ora fa 4 anni nel 90» (stile comune 1391), fu però aggiunta da Banco in interlinea, non si sa quanto tempo dopo, e pertanto non è scontato che la nota sia stata scritta nel 1395 né che l’età dei pupilli in essa dichiarata sia da riferire a quell’anno: il 1395 non è un termine esatto, ma solo <hi rend="italic">ante quem</hi>. Viceversa, è sicuro che il 10 settembre 1391 Giovanni aveva sei anni e mezzo, secondo quanto attesta un atto notarile (cfr. l’ed. di Tordi, <hi rend="italic">Gl’inventari</hi>, cit., p. 67); la sua nascita nel febbraio 1385 sembra inoltre confermata dal fatto che Banco svolse la tutela per dodici anni, ovvero da quando Giovanni, nel febbraio 1391, ne aveva compiuti sei. Alquanto dubbia resta invece la data di nascita di Taddea: stando alla nota del Botticini la femmina sarebbe stata maggiore del maschio di quattro anni, dunque sarebbe nata nel 1381 e dalla terza moglie di Iacopo, Piera (su cui <hi rend="italic">infra</hi>, nota 10). In tal caso non si comprenderebbe, però, perché l’eredità di Piera fu acquisita il 20 luglio 1383 esclusivamente dalla figlia Bice. A meno di non ordire fantasiose congetture su Bice che, dopo aver assunto il nome della madre morta («Bic<hi rend="italic">e</hi> vocat<hi rend="italic">a</hi> Pier<hi rend="italic">a</hi>» è definita in un atto del 4 ottobre 1383, edito da Tordi,<hi rend="italic"> Gl’inventari</hi>, cit., p. 64), cambiò nuovamente il proprio nome prendendo quello della matrigna Taddea, è più plausibile pensare a un errore di Banco, che magari scrisse «XII» anziché «VII».</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-022-backlink">7</ref></hi>	Per le ultime volontà di Boccaccio e l’edizione del testamento cfr. L. Regnicoli, <hi rend="italic">La «cura sepulcri» di Giovanni Boccaccio</hi>, «Studi sul Boccaccio», XLII, 2014, pp. 25-79.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-021-backlink">8</ref></hi>	«Vi dico che io mi crederrei qui, mortale come sono, gustare e sentire dell’etterna felicità, se Dio m’avesse dato fratello o non me lo avesse dato» (<hi rend="italic">Cons</hi>., 174); «il fratel mio, benché non molto in costumi vaglia» (<hi rend="italic">Ep. XIII</hi>, 43); «frater meum, imo, ut Silvani nostri utar vocabulo, vomicam mei sanguinis, Iacobum nosti. <hi >Ille ineptus, more solito me irrequisitus […]. Ille iuvenis, ego senex. </hi>Ille levis, ego gravis. Ille nova placent omnia, ego nova despicio. Ego celebs, coniugatus ille. Ego libros et studium colo, horret et despicit ille. Quid multa? Genere pares sumus, animo dispares et moribus sumus omnino» (<hi rend="italic">Ep</hi>. <hi rend="italic">Albanzani</hi>, 72-74, 91-95).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-020-backlink">9</ref></hi>	Resta attestazione soltanto della missione <hi rend="italic">ad partes Lombardie</hi> compiuta da Giovanni e Iacopo nel 1359 (doc. edito in V. Branca, P.G. Ricci, <hi rend="italic">Notizie e documenti per la biografia del Boccaccio</hi>, «Studi sul Boccaccio», III, 1965, pp. 5-24, a p. 7) e del disastroso viaggio napoletano del 1362-1363, durante il quale Iacopo «non potendo sofferire quelli fastidi, all’albergo se n’andò, appresso il quale esso si difese» (<hi rend="italic">Ep. XIII</hi>,<hi rend="italic"> </hi>43).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-019-backlink">10</ref></hi>	<hi rend="italic">Ep</hi>. <hi rend="italic">Albanzani</hi>, 72-108. Nell’aprile 1365, quando Boccaccio scriveva all’Albanzani, Iacopo si era da poco sposato per la seconda volta («estimans puto non satis fuisse circa eandem rem semel peccasse, pridie sumpsit uxorem», 74-75); la prima moglie, impalmata nel 1360, era stata Diana di Rinuccino, che gli aveva portato una dote di 200 fiorini (doc. edito in Tordi, <hi rend="italic">Gl’inventari</hi>, cit., pp. 52-56). La seconda sposa di Iacopo non fu Piera, come credette Tordi (ivi, pp. 12, 63, 81), bensì Biancia di Geri Donati, con la quale Iacopo convolò a nozze nel 1365, non nel 1366: quella «sponsa splendidis ornata vestibus […], cum longe maiori dote quam eum deceat» (<hi rend="italic">Ep</hi>. <hi rend="italic">Albanzani</hi>, 96, 76-77) partorì tre figli (Boccaccio, Antonio e Giovanni) e forse l’ultimo le costò la vita, poiché nel 1375, quando il neonato aveva pochi mesi, Iacopo contrasse matrimonio per la terza volta. La prescelta fu tal Piera di cui non è ancora noto il casato, ma di certo benestante considerata la dote di 200 fiorini che le fornì (BNCF, Magl. XXXVII.299, p. 146). Da Piera nacque Bice, verosimilmente dopo il febbraio 1376; ciò spiega la sua assenza – incomprensibile per Tordi (ivi, p. 81) – tra gli eredi di Giovanni Boccaccio che il 5 febbraio 1376 ne acquisirono l’eredità. Piera morì entro il 20 luglio 1383; a questa data erano ancora vivi tutti i quattro figli di Iacopo (doc. edito in Tordi, <hi rend="italic">Gl’inventari</hi>, cit.,<hi rend="italic"> </hi>p. 64). Agli inizi del 1384 Iacopo si risposò con Taddea di Arrigo Sassolini (BNCF, Magl. XXVI.132, p. 173, e Magl. XXXVII.299, p. 156, con indicazione della dote di 150 fiorini) che, fresca di matrimonio, incorse subito in una pesante multa per aver sfoggiato un anello di perle in violazione delle leggi suntuarie (doc. dell’aprile 1384, edito in A. Aruch, <hi rend="italic">Ricerche e documenti sacchettiani</hi>, «Rivista delle Biblioteche e degli Archivi», XXVII, 1916, pp. 104-105). Taddea partorì un maschio nel febbraio 1385 e forse l’anno dopo una femmina, a cui fu poi dato il suo nome (cfr. <hi rend="italic">supra</hi>, nota 6); Giovanni, il maschio, rinnovò il nome che era stato sia dello zio sia del fratello defunto. Al momento della scomparsa di Iacopo nel febbraio 1391, risultano morti, oltre alla moglie Taddea Sassolini, anche i figli Boccaccio, Antonio e Bice. Rimasero, unici superstiti di una famiglia un tempo numerosa, solamente Giovanni, Taddea e la loro matrigna, Filippa di Agostino Storioni, quinta sposa di Iacopo; ma la permanenza di quest’ultima in casa Boccaccio fu assai breve: subito dopo il funerale del marito, Filippa si affrettò a fare i bagagli per tornare a Firenze e pretese immediatamente la restituzione della dote di 172 fiorini (che ottenne facendo vendere una casa degli orfani) per poter contrarre nuove nozze. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-018-backlink">11</ref></hi>	Tordi, <hi rend="italic">Gl’inventari</hi>, cit., pp. 34, 37.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-017-backlink">12</ref></hi>	Cfr. l’ed. di Tordi, <hi rend="italic">Gl’inventari</hi>, cit., pp. 27-28, 33-34, 38-39, 45. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-016-backlink">13</ref></hi>	Cfr. Regnicoli, <hi rend="italic">La «cura sepulcri»</hi>, cit., pp. 54-55, 67.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-015-backlink">14</ref></hi>	È il caso di «una choltrice» che l’«isattore ce pegnorò per le prestançe di Nanni e le mie», di «uno lenzuolo ci pengnorò a Empoli per nostre prestanze» o di un altro che a Certaldo «pegnorò Zone isattore per nostre prestanze», ma anche di utensili indispensabili, come quelli confiscati da «Manetto e Sandruccio che pegnorarono uno bacino grande, uno bacinucio, un misciroba» (Tordi, <hi rend="italic">Gl’inventari</hi>, cit., pp. 44-46). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-014-backlink">15</ref></hi>	Doc. edito in L. Regnicoli,<hi rend="italic"> Codice diplomatico di Giovanni Boccaccio. 1. I documenti fiscali</hi>, «Italia Medioevale e Umanistica», LIV, 2013, pp. 1-80: p. 58, nr. 42. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="11.html#footnote-013-backlink">16</ref></hi>	Banca è attestata come moglie di Banco dal 1362, secondo gli spogli di Pierantonio Dell’Ancisa conservati in ASFi, <hi rend="italic">Manoscritti</hi>, 358, c. 478<hi rend="italic">r</hi>, e 354, c. 149<hi rend="italic">r</hi>: «1362. Banco di Francesco Botticini. Banca di Biagio Pizzinucci. C 14, &lt;a c.&gt; 67» (dove C 14 è la segnatura di un perduto registro della Gabella). Dopo la morte di Banca, Banco si risposò con Francesca di Romolo Rustichelli (cfr. doc. III). Vari possedimenti di Banco sono documentati nei registri di ser Santo di Ghino; alcuni sono segnalati da Tordi, <hi rend="italic">Gl’inventari</hi>, p. 72, nota 7.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-012-backlink">17</ref></hi>	Cfr. M. Villani, <hi rend="italic">Nuova cronica</hi>, VII 79, a cura di G. Porta, Guanda, Parma 2007<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi>. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-011-backlink">18</ref></hi>	Arricchitisi con le attività mercantili e bancarie, i Sassetti «si schierarono con convinzione col partito ghibellino e scontarono questa scelta con numerose condanne ed esili, a partire già dal 1268» (S. Diacciati,<hi rend="italic"> Popolani e magnati. Società e politica nella Firenze del Duecento</hi>, CISAM, Spoleto 2011, p. 233); anche il nonno di Banco, Neri Sassetti, fu bandito come ribelle nel 1311. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-010-backlink">19</ref></hi>	Niccolosa risulta già «moglie di Adriano di messer Frusone de’ Rossi» nel 1347 (BNCF, <hi rend="italic">Carte Passerini</hi>, 191, ins. 22, c. 3<hi rend="italic">r</hi>). Secondo Francesco di Giambattista Sassetti, fratello del più noto Filippo che nel 1600 raccolse notizie sulla sua famiglia, il matrimonio avvenne molto prima: «Niccolosa di Neri di Manfredi Sassetti, fu moglie di Adriano de’ Rossi, nel 1310 o vel circa» (E. Marcucci,<hi rend="italic"> Lettere edite e inedite di Filippo Sassetti</hi>, Le Monnier, Firenze 1855, p. XLIV); dato però che Adriano morì nel 1400, la notizia non può aver credito. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-009-backlink">20</ref></hi>	Edizione dei docc. e maggiori dettagli in Regnicoli, <hi rend="italic">Un’oscura</hi>, cit. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-008-backlink">21</ref></hi>	Ivi, p. 74 e <hi rend="italic">passim</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-007-backlink">22</ref></hi>	Ivi, p. 86. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-006-backlink">23</ref></hi>	<hi rend="italic">Tratt.</hi>,<hi rend="italic"> </hi>I red. 180, II red. 117; <hi rend="italic">Esp</hi>., VIII, I 10. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-005-backlink">24</ref></hi>	E. Levi, <hi rend="italic">Adriano de’ Rossi</hi>, «Giornale storico della letteratura italiana», LV, 1910, pp. 201-265: 237; G. Brunetti, <hi rend="italic">Adriano de’ Rossi</hi>, in <hi rend="italic">DBI</hi>, LXXXVIII, 2017.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-004-backlink">25</ref></hi>	Aix-en-Provence, Bibliothèque Méjanes, 180, scritto tra il 19 luglio e il 21 settembre del 1394 (su cui G. Vandelli, <hi rend="italic">Un autografo della Teseida</hi>, «Studi di filologia italiana», II, 1929, pp. 1-76 e, quale «più antico manoscritto relatore di chiose», G. Brunetti, <hi rend="italic">La filologia romanza e l’interpretazione di Boccaccio</hi>, in G.M. Anselmi, G. Baffetti, C. Delcorno, S. Nobili (a cura di), <hi rend="italic">Boccaccio e i suoi lettori. Una lunga ricezione</hi>, il Mulino, Bologna 2013, pp. 43-64: 59-63), e Philadelphia, University of Pennsylvania Library, 254, attribuito al Rossi da G. Brunetti,<hi rend="italic"> La</hi> lectura <hi rend="italic">di Boccaccio</hi>: <hi rend="italic">il</hi> Teseida <hi rend="italic">fra autografo e ricezione</hi>, in P. Mazzitello, G. Raboni, P. Rinoldi, C. Varotti (a cura di), <hi rend="italic">Boccaccio in versi</hi>, Franco Cesati, Firenze 2014, pp. 71-87; cfr. anche <hi rend="italic">ibidem</hi> per un confronto tra i due codici e l’autografo di Boccaccio, BML, Acq. e doni, 325.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-003-backlink">26</ref></hi>	Levi, <hi rend="italic">Adriano de’ Rossi</hi>, cit., p. 238.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-002-backlink">27</ref></hi>	Su Domenico Silvestri si veda almeno la voce di Paolo Viti in <hi rend="italic">DBI</hi>, XL, 1991. Sono tornata sull’argomento in <hi rend="italic">Boccaccio e la consorteria fiorentina de’ Rossi</hi>, <hi >in </hi><hi rend="italic">Échanges épistolaires autour de Pétrarque et Boccace</hi><hi >,</hi><hi rend="italic" > </hi>Atti del<hi rend="italic"> </hi>Colloque international (Tours 6-7 jun 2019), a cura di S. Ferrara, in corso di stampa.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-001-backlink">28</ref></hi>	Banco mise in conto ai pupilli anche i 10 soldi spesi «per dare bere al priore di Sa∙ Lorenzo per fare la chonchordia cho∙ llui» (Tordi, <hi rend="italic">Gl’inventari</hi>, cit., p. 39). Il debito di Iacopo per il voto era di 28 fiorini e dalla quietanza risulta che Banco ne pagò 14 (doc. 29); nelle sue carte il Botticini registrò però di aver versato al priore 16 fiorini d’oro (<hi rend="italic">ibidem</hi>) Svista o che altro?</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-000-backlink">29</ref></hi>	Cfr. l’ed. di Tordi, <hi rend="italic">Gl’inventari</hi>, cit., p. 28.</p>
      
      
      
      
      
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