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        <title type="main" level="a">Alcune note su San Miniato in età medicea</title>
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            <forename>Giovanni</forename>
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          <resp>This is a section of <title>La Basilica di San Miniato al Monte di Firenze (1018-2018)</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-295-9</idno>) by </resp>
          <name>Francesco Salvestrini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2021">2021</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.12</idno>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The link between San Miniato and the Medici, started in 1448 with the financing of the aedicule destined to host the miraculous crucifix of St. John Gualberto, continued with the artistic commissions of Pope Leo X. The contribution goes in particular into the transformations that the monastic complex underwent, at the behest of the family, during the siege of Florence in 1529-30 and in the following centuries, becoming first a vast fortress, then a lazaret; until the sacred value of the site was recovered from the early eighteenth century, with the creation of the Via Crucis and through the research of the bodies of the martyrs promoted by Grand Duke Cosimo III.</p>
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            <item>Modern Church</item>
            <item>modern monasticism</item>
            <item>Medici dynasty</item>
            <item>siege of Florence</item>
            <item>Florentine lazaret</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.12<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.12" /></p>
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">Alcune note su San Miniato in età medicea</p><p rend="h1_author">Giovanni Cipriani</p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Sommario</hi>: Il legame fra San Miniato e i Medici, avviato nel 1448 col finanziamento dell’edicola destinata ad ospitare il miracoloso crocifisso di san Giovanni Gualberto, proseguì con le committenze artistiche di papa Leone X. Il contributo approfondisce in particolare le trasformazioni che il complesso monastico conobbe, per volontà della famiglia, durante l’assedio di Firenze del 1529-1530 e nei secoli successivi, divenendo prima una vasta fortezza, quindi un lazzaretto; finché il valore sacrale del sito non venne recuperato a partire dal primo Settecento, con la creazione della Via Crucis e tramite le ricerche dei corpi dei martiri promosse dal granduca Cosimo III.</p><p rend="text">Lo splendido complesso di San Miniato, sorto su di un modesto oratorio posto nel luogo in cui Miniato, primo martire fiorentino, sarebbe definitivamente deceduto dopo un lungo cammino dalle rive dell’Arno, dove era stato decapitato nel 250 nel corso della persecuzione ordinata dall’imperatore Decio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="12.html#footnote-040">1</ref></hi></hi>, ebbe notevole sviluppo a partire dal 1018. Edificato con largo utilizzo di colonne e capitelli romani, ancor oggi presenti, sia nella chiesa che nella cripta, raggiunse il massimo splendore nel corso del Duecento, grazie al cospicuo contributo dell’Arte di Calimala, la potente corporazione dei mercanti di tessuti. Non a caso sulla facciata della chiesa campeggia l’aquila con il torsello stretto negli artigli<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="12.html#footnote-039">2</ref></hi></hi>, e quella immagine è largamente presente all’interno del sacro edificio. Parte del pavimento, caratterizzato da un raffinato zodiaco, e gli splendidi mosaici risalgono, infatti, al XIII secolo, mentre nella seconda metà del Quattrocento fu realizzata da Antonio Rossellino la magnifica cappella destinata ad ospitare il corpo del cardinale Giacomo di Lusitania.</p><p rend="text">Proprio in quegli anni lontani troviamo il primo, importante intervento mediceo, incentrato sull’apparato decorativo della superba edicola del Crocifisso. Secondo la tradizione Giovanni Gualberto, in una stretta strada vicina, incontrò l’uccisore di suo fratello Ugo, nel giorno di Venerdì Santo. Era deciso a vendicare l’affronto con le armi, ma fu trattenuto da un richiamo divino. L’assassino, «non trovando altro scampo […] gettatosi in ginocchioni colle braccia aperte, gli chiese la vita per amor di quel Dio che in tal giorno si degnò di darla per noi sopra la croce»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="12.html#footnote-038">3</ref></hi></hi>. Colpito da queste parole, Giovanni Gualberto «scese da cavallo e, dato un generoso perdono all’inimico, corse ad abbracciarlo»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="12.html#footnote-037">4</ref></hi></hi>. Compiuto questo eccezionale gesto, raggiunse la chiesa di San Miniato e </p><p rend="quotation_b">postosi quivi in orazione avanti l’immagine di un crocifisso […] ebbe la grazia sì prodigiosa di vedere il medesimo crocifisso che, chinando la testa, lo riguardò con una benignissima occhiata, in segno di gradimento del perdono dato per suo amore all’inimico. Dal qual miracoloso successo mosso internamente, Giovanni si sentì tosto ispirato a lasciare il mondo e servire unicamente quel Signore, che sì amoroso gli si dimostrava. Onde rinunziando generosamente, in sul bel fiore degli anni, a tutte le sue comodità e ricchezze, si vestì monaco, in età di diciott’anni, nel monastero che era allato alla detta chiesa di San Miniato, ove dimoravano alcuni monaci benedettini dell’Osservanza Cluniacense, poco fa introdotti nella Toscana dal Pontefice Leone VII<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="12.html#footnote-036">5</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il padre di Giovanni Gualberto, nettamente contrario alla scelta del figlio, </p><p rend="quotation_b">diede in tali smanie che, armato, con molti suoi parenti andò subito al monastero […] con animo d’uccidere tutti i monaci e d’incendiare ancora il monastero medesimo, mentre non gli restituissero il proprio figlio. Ma il Signore, che aveva mutato il cuore a Giovanni, lo mutò ancora a Gualberto, il quale, persuaso delle ragioni del suo figliuolo, si convertì e piangendo ancor esso il suo peccato, lasciò libero Giovanni nel servizio del Signore e, ritiratosi a Petroio, visse poi santamente<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="12.html#footnote-035">6</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Al crocifisso, protagonista di questo clamoroso messaggio spirituale, fu consacrato un elegante tabernacolo posto al termine del sontuoso pavimento della chiesa, davanti all’ingresso della cripta, e Piero di Cosimo dei Medici, più noto come Piero il Gottoso, si offrì di realizzarlo a proprie spese nel 1448. La famiglia Medici aveva stretti rapporti con Michelozzo e, proprio il celebre architetto, fornì il disegno per la raffinatissima edicola. </p><p rend="quotation_b">Lo spazio che occupa, di circa braccia quaranta quadre, è circondato, per tre lati, da un graticolato di ferro. Di bianco marmo costruite, due colonne ha di fronte e due interni pilastri di vario composito, che ne sostengono la volta a botte. Questa, nella sua concavità, è scompartita a cassette ottangolari di bella forma, ornate con rosoni di grazioso e minuto intaglio di terra cotta invetriata di Luca di Simone della Robbia, il quale pare si giovasse dell’aiuto di Agostino e di Ottaviano, fratelli e figli di Agostino di Duccio, scultore fiorentino, dei quali, anche in altre opere, si servì lo stesso Luca della Robbia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="12.html#footnote-034">7</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Dunque l’edicola vide la collaborazione di più artisti, fra i più celebri del momento: Michelozzo, Luca della Robbia, Agostino e Ottaviano di Duccio. Il risultato fu eccezionale, come possiamo constatare anche oggi, e Piero dei Medici volle mostrare a tutti la sua devozione e la sua munificenza facendo scolpire il proprio stemma gentilizio con sette palle e la sua impresa, nel modo più palese, in varie parti dell’elegante struttura. Infatti, come puntualmente ricorda Giovanni Felice Berti: </p><p rend="quotation_b">Non havvi […] fregio, non decorazione senza la impresa del liberalissimo protettore […] vedi perciò ovunque l’anello e suo incastonato diamante col motto SEMPER. Il fregio interno, fatto venusto da un continuo lavoro di tarsia, ha tre penne che traversano una catena di anelli col diamante e col motto ripetuto negli svolazzi di elegante nastro che gli unisce. Lo stesso graticolato di ferro è formato di intrecciate anella col diamante<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="12.html#footnote-033">8</ref></hi></hi>. E mentre sulla sommità dell’arco, in fronte alla cappella, posa l’aquila col torsello, stemma dell’Arte dei Mercatanti, vedesi nella opposta cima la intiera impresa di Piero, un bellissimo falcone, cioè, che negli artigli tiene la stessa impresa, dalla quale pendono, con due nastri, anche certi sonagli, volgarmente bubboli, scultura a mezzo rilievo, la quale fece Michelozzo stesso, con sommo impegno e felice riuscita<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="12.html#footnote-032">9</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il piano della mensa dell’altare era costituito da un lastrone di diaspro ed al di sopra, su di un gradino, si potevano vedere dipinti i dodici apostoli ed in mezzo ad essi la Vergine con Gesù Bambino in braccio. Il fondo della edicola era caratterizzato da una tavola, sulla quale era posto il miracoloso crocifisso, strettamente legato a San Giovanni Gualberto. Non a caso sulla struttura lignea, «divisa per lo mezzo e suddivisa in traverso»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="12.html#footnote-031">10</ref></hi></hi>, fra le immagini dipinte da Agnolo Gaddi non mancava proprio San Giovanni Gualberto in abito benedettino, accompagnato da San Miniato. Nella parte alta della tavola la vita di Cristo era stata compendiata nei suoi episodi salienti, con l’esclusione della crocifissione, ben visibile direttamente. Vi si poteva, infatti, ammirare l’Annunciazione, l’Ultima Cena, la Lavanda dei Piedi, il Tradimento di Giuda, Cristo battuto alla colonna, Cristo mostrato al popolo e schernito, la Resurrezione e l’Ascensione.</p><p rend="text">Piero dei Medici era, dunque, presente nelle due realtà spirituali cittadine più significative sotto il profilo taumaturgico: San Miniato e la Santissima Annunziata. Lo stesso Michelozzo, per ordine ed a spese del Gottoso, progettò infatti, contemporaneamente, l’elegante tempietto marmoreo di gusto classico che ancor oggi racchiude l’affresco miracoloso in cui compare l’angelo che annunzia a Maria l’incarnazione e la futura nascita di Gesù Cristo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="12.html#footnote-030">11</ref></hi></hi>. In questo caso l’opera nacque come vero e proprio <hi rend="italic">ex voto </hi>per impetrare la nascita di un figlio, come testimonia l’epigrafe posta dietro il paliotto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="12.html#footnote-029">12</ref></hi></hi>:</p><p rend="quotations_quotation_b1 ParaOverride-1">PETRUS MED. COSMI JOAN. FILIUS</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">SACELLUM MARMOREUM</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">VOTO SUSCEPTO</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">ANIMO LIBENS D. D. ANNO</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">MCCCCXLVIII</p><p rend="quotations_quotation_b3 ParaOverride-1">IDIB. MARTII.</p><p rend="text">Piero e Lucrezia Tornabuoni furono esauditi. Il 1 gennaio 1449 nacque un figlio maschio, a cui fu imposto il nome di Lorenzo, che avrebbe reso celebre ed eterno il casato, tanto da divenire famoso come Il Magnifico.</p><p rend="text">Suo figlio Giovanni, divenuto papa con il nome di Leone X, onorò con cura la memoria del nonno concedendo «un fondo di scudi mille»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="12.html#footnote-028">13</ref></hi></hi> per il mantenimento del tabernacolo del Crocifisso a San Miniato e colmando di privilegi il santuario della Santissima Annunziata<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="12.html#footnote-027">14</ref></hi></hi>. Il crocifisso miracoloso lasciò, però, San Miniato e la sua preziosa edicola nel 1671, quando venne trasportato, con una solenne processione, nella chiesa fiorentina di Santa Trinita, officiata dai monaci vallombrosani e sostituito con una croce dipinta del XIII secolo, per conservare la memoria di San Giovanni Gualberto. Una lunga lapide, ora nel chiostro, ricorda l’evento, che fu patrocinato da Cosimo III dei Medici:</p><p rend="quotations_quotation_b1 ParaOverride-1">SANCTISSIMAE IESU DE CRUCE PENDENTIS IMAGINI</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">QUAE IOHANNI GUALBERTO STRENUO MILITI </p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">POSTEA VALLIS UMBROSAE MONACHORUM AUCTORI</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">IN HAC ANTIQUISSIMA S. MINIATIS ECCLESIA</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">POST IMPARTITAM SUPPLICI FRATRICIDAE CUM VITA VENIAM</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">CAPUT INCLINAVIT ORANTI SAECULI SUB INITIUM UNDECIMI</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">COSMAS MEDICES DECRETO PUBLICO P. P. </p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">SACELLUM HOC INSIGNE CONSTRUXIT ET DEDICAVIT</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">EX QUO SATAGENTE APUD M. E. D. LEOPOLDO MEDICE </p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">AVUNCULO SANCTAEQ. ROM. ECCL. CARD. AMPLISSIMO  </p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">SOLEMNI QUA DECUIT POMPA TRANSLATAM AN. S. MDCLXXI</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">IN ARA PRINCIPE ECCLESIAE ET MONASTERII SS. TRINITATIS</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">FLOR. QUO CONFLUENTIUM POPULORUM PIETATI</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">COMMODOQ. CONSULERENT LOCARUNT ABBAS ET MONACHI</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">NE RERUM GESTARUM MEMORIA INTERCIDAT</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">REGIUS COSMI III M. E. D. ERGA COCLITES AMOR</p><p rend="quotations_quotation_b3 ParaOverride-1">MONUM. PON. CUR. AN. MDCCX.</p><p rend="text"> La chiesa di San Miniato è, dunque, legata al mecenatismo mediceo nel pieno Quattrocento ma, all’inizio del Cinquecento, è protagonista di un episodio significativo, nel corso della disperata lotta opposta dalla Repubblica Fiorentina per conservare la propria libertà ed impedire il ritorno dei Medici al vertice del potere. Durante il drammatico assedio che, fra il 1529 e il 1530, subì Firenze a causa della guerra dichiarata dall’imperatore Carlo V d’Asburgo e da papa Clemente VII, San Miniato emerse come caposaldo avanzato del circuito di difesa cittadino<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="12.html#footnote-026">15</ref></hi></hi>. Michelangelo Buonarroti, in qualità di ingegnere militare, curò il rafforzamento delle mura esistenti in quell’area. Gli imperiali avevano il loro quartier generale sulla collina di Arcetri, nella villa Guicciardini, presso il piccolo paese del Pian dei Giullari, e controllavano tutta la campagna attorno a Giramonte. Occorreva proteggere la città da quel lato, e Michelangelo decise di realizzare un bastione fuori dalla Porta di San Miniato, fino alla chiesa di San Francesco<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="12.html#footnote-025">16</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Da quel punto la possente struttura doveva volgere a destra, in modo da circondare completamente l’orto di San Miniato, </p><p rend="quotation_b">mettendo in fortezza tutto il convento e la chiesa e, con due piuttosto puntoni che bastioni, scendeva giù, di mano in mano, lungo alcuni gradi di pietra … di maniera che andava quasi come un ovato a ritrovare e congiungersi col primo principio del bastione, vicino alla porta […] di San Miniato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="12.html#footnote-024">17</ref></hi></hi>. [Inoltre] dalla chiesa di San Francesco, o piuttosto dal convento, si partiva, dalla parte verso oriente, un altro bastione, il quale, colle sue cortine, scendeva giù a trovare il borgo della Porta a San Niccolò, donde s’andava a Ricorboli e riusciva sopra alcune bombardiere sopr’Arno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="12.html#footnote-023">18</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Dunque l’intera area attorno a San Miniato, fino alle rive del fiume sottostante, era stata fortificata e sappiamo che i bastioni avevano un rivestimento esterno «di mattoni crudi, fatti di terra pesta, mescolata al capecchio trito», mentre «il di dentro era di terra e stipa, molto bene stretta e pigiata insieme»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="12.html#footnote-022">19</ref></hi></hi>. Per accrescere la potenza offensiva dello schieramento fiorentino sul campanile di San Miniato furono collocati due cannoni leggeri, due sagri, che vennero affidati ad un eccellente bombardiere: Giovanni d’Antonio da Firenze, detto Lupo. I loro colpi erano micidiali ed il comando imperiale, per ridurre il campanile al silenzio, fece </p><p rend="quotation_b">piantare quattro grossi cannoni in sul bastione di Giramonte, i quali durarono tre dì continui a batterlo, scaricando ogn’ora due volte tutti e quattro detti cannoni, tantoché due se ne ruppero e non gli fecero quasi danno nessuno perché delle palle alcune, andando alto, passavano di sopra, alcune da i lati e alcune per quelle finestre di mezzo, dove avevano a stare le campane e quelle che vi davano dentro, sì per venire di lontano e sì per esser la muraglia assai forte, facevano poco altro che scalcinarlo un poco e ammaccarlo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="12.html#footnote-021">20</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Occorreva proteggere il campanile dal lato rivolto verso Giramonte e si intervenne </p><p rend="quotation_b">prima con grosse balle di lana, le quali, legate ad alcuni canapi, pendevano dinanzi a dove poteva essere offeso […] poi, non bastando queste, con alcuni sacconi e materasse piene di lana e capecchio e ultimamente, essendo questa contesa venuta in gara […] i fiorentini, per vincer la pruova, bastionarono una notte tutta quella parte di quella facciata, che poteva esser colpita dall’artiglieria, con un gran monte di terra<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="12.html#footnote-020">21</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’eroismo di tanti fieri repubblicani era destinato ad infrangersi contro la potenza di fuoco avversaria e, dopo la sconfitta di Francesco Ferrucci a Gavinana e il tradimento di Malatesta Baglioni, Firenze fu costretta alla resa.</p><p rend="text">Il ritorno dei Medici a Firenze nel 1530 fu accompagnato da un nuovo assetto istituzionale. Per volontà di Carlo V d’Asburgo lo stato fiorentino divenne un ducato a titolo ereditario ed Alessandro dei Medici assunse pieni poteri. Le fortificazioni realizzate attorno a San Miniato non furono abbandonate. L’autorità medicea poggiava sulla forza delle armi, e se Alessandro provvide alla costruzione della fortezza di San Giovanni Battista, o da Basso, il suo successore, Cosimo I, dette il massimo impulso alla ristrutturazione dei bastioni realizzati dal Buonarroti attorno al complesso di San Miniato. La guerra di Siena, combattuta fra il 1553 e il 1555, fece comprendere l’importanza di nuovi insediamenti militari attorno alle mura di Firenze e Cosimo decise di potenziare le difese di Porta Romana con una doppia cortina<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="12.html#footnote-019">22</ref></hi></hi> e di trasformare i bastioni già esistenti a San Miniato in una vasta fortezza, in grado di ospitare numerosi soldati, imponendo la chiusura del monastero.</p><p rend="text">La possente struttura sulla collina, ricca di cannoniere, fu realizzata da Francesco da Sangallo ma, tradizionalmente, si è ritenuto significativo sul cantiere anche l’intervento di Giovan Battista Belluzzi, il celebre Sammarino<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="12.html#footnote-018">23</ref></hi></hi>. Proprio non lontano dal campanile, sul retro della chiesa, fu collocata una delle porte d’ingresso della fortezza. Sulla sommità fu posto uno splendido stemma mediceo, ancor oggi esistente, con l’emblema araldico della famiglia inserito nell’anello con il diamante, antico simbolo del casato. Nella parte inferiore dello scudo compare un espressivo demone alato e, per la qualità della scultura, l’insieme è stato attribuito al Tribolo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="12.html#footnote-017">24</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La porta è caratterizzata da strette feritoie laterali, per esercitare la massima sorveglianza. Due minacciose cannoniere, ormai inservibili, erano pronte a colpire chiunque avesse osato avvicinarsi. Una lapide, ancora ben conservata, ricorda, appena entrati, il nome del secondo duca di Firenze:</p><p rend="quotations_quotation_b1 ParaOverride-1">COSMUS MED.</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">FLORENTIE ET</p><p rend="quotations_quotation_b3 ParaOverride-1">SENAR. DUX II.</p><p rend="text">Una seconda iscrizione, del tutto identica alla precedente, è collocata a breve distanza, di fronte al cancello che consente l’ingresso al cimitero delle Porte Sante.</p><p rend="text">Di fatto la chiesa e il monastero di San Miniato furono chiusi da un’alta muraglia di cui, nonostante il trascorrere del tempo e le profonde trasformazioni, si intravedono imponenti vestigia. Si accedeva all’interno da una stretta porta collocata in basso, sul lato sinistro, se prendiamo come punto di riferimento la facciata della chiesa. Tale apertura non aveva alcuna simmetria con il sacro edificio e risultava del tutto eccentrica. Cosimo I, dunque, alterò profondamente il complesso di San Miniato trasformandolo in un presidio militare fortificato e rendendolo inaccessibile. Quanto era stato delineato da Michelangelo Buonarroti fra il 1529 e il 1530 fu perciò valorizzato e portato a compimento, inglobando nella struttura anche la chiesa di San Francesco al Monte.</p><p rend="text">San Miniato ebbe rilievo sociale, oltre che spirituale, nel corso della terribile pestilenza che colpì Firenze nel 1630. La fortezza, per ordine del granduca Ferdinando II e degli Ufficiali di Sanità incaricati di affrontare la terribile emergenza, fu infatti trasformata in lazzaretto per ospitare i numerosi ammalati. L’epidemia imperversò fino al 1633, causando un alto numero di decessi, tanto da far perire circa un terzo degli abitanti. Purtroppo le terapie del tempo lasciavano poche speranze e ci si affidava ad un proverbio che riassumeva la migliore delle cure: Partir presto, tornar tardi. Non si conosceva la causa della peste, la pulce del ratto nero, e si riteneva che l’aria malsana e puzzolente fosse responsabile della terribile patologia, in connessione con particolari concomitanze astrologiche. </p><p rend="text">Si cercava di irrobustire i corpi con cibi zuccherini, come i fichi secchi, e ci si affidava soprattutto alla Teriaca, che veniva assunta a piccole dosi, a scopo preventivo, o addirittura spalmata esternamente per irrobustire il cuore. Attribuita ad Andromaco, medico dell’imperatore Nerone, era costituita da un miscuglio, triturato e pestato, invecchiato per almeno sei anni, originariamente di sessantadue sostanze diverse, successivamente accresciute fino a giungere al numero di settantaquattro. Fra di esse spiccava la carne di vipera, ma erano presenti: valeriana, oppio, pepe, zafferano, mirra, polvere di mirra, angelica, centaurea minore, genziana, incenso, timo, tarassaco, miele, finocchio, anice, cannella, cinnamomo, scilla, agarico bianco, benzoino, croco, vino e gomma arabica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="12.html#footnote-016">25</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Alla metà del Seicento il pauperismo e la mendicità, anche per effetto dell’epidemia pestilenziale che alterò profondamente la vita economica del Granducato, raggiunsero livelli impressionanti. Le città pullulavano di miserabili, soprattutto intorno a chiese e conventi, e si ritenne opportuno segregarli e costringerli a svolgere attività artigianali o di manovalanza. Nacquero così veri e propri reclusori, eufemisticamente definiti ‘Alberghi dei Poveri’. Nel caso fiorentino l’albergo più famoso fu quello ubicato nell’odierna piazza Torquato Tasso, ma il 9 febbraio 1678<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="12.html#footnote-015">26</ref></hi></hi>, Cosimo III dei Medici, per affrontare in modo definitivo la complessa questione, pubblicò un apposito <hi rend="italic">Bando sopra il risserramento de’ poveri mendicanti della città di Firenze e proibizione nell’andare accattando. </hi>Nel testo si precisava che uomini, donne e bambini «soliti mendicare» si dovessero presentare, entro sette giorni, «gli uomini e fanciulli maggiori di sette anni»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="12.html#footnote-014">27</ref></hi></hi>, nella «Pia Casa del Refugio», mentre «le donne e fanciulli minori di sette anni nella Casa Pia de’ Mendicanti»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="12.html#footnote-013">28</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Rigorose pene avrebbero colpito gli inadempienti: «Se huomini maggiori di anni quindici compiuti»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="12.html#footnote-012">29</ref></hi></hi> sarebbero stati condannati alla galera o, non essendo in grado di vogare, ad «altre pene rigorose»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="12.html#footnote-011">30</ref></hi></hi>, mentre i «minori di quindici anni compiti, alla berlina, frusta et altre pene arbitrarie, alle quali saranno similmente le donne, tanto maggiori che minori d’età»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="12.html#footnote-010">31</ref></hi></hi>. Gli «huomini maggiori di diciassette anni»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="12.html#footnote-009">32</ref></hi></hi>, che si fossero regolarmente presentati, sarebbero stati successivamente trasferiti nel Conservatorio della Fortezza di San Miniato che, a questa data, aveva assunto le caratteristiche di un vero e proprio reclusorio. I poveri sarebbero stati «vestiti, calzati e alimentati […] e istruiti negli esercizi spirituali e culto divino, sotto la direzione di buoni e caritatevoli ministri e assistenti»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="12.html#footnote-008">33</ref></hi></hi>, ma non avrebbero potuto lasciare quel luogo.</p><p rend="text">Nel primo Settecento un curioso evento pose di nuovo il complesso di San Miniato al centro dell’attenzione. Fino dal 1628 nella ripida strada che conduceva dalla Porta delle sottostanti mura cittadine alla chiesa di San Francesco al Monte era stata sistemata una <hi rend="italic">Via Crucis</hi>, a cura del padre Salvatore Vitali, con l’assenso del granduca Ferdinando II dei Medici. Successivamente, nel 1673, per meglio caratterizzare il sacro itinerario e creare una protezione dai raggi solari, furono piantati numerosi cipressi. La cosa dette origine ad un contenzioso, ben esposto da Giovanni Felice Berti:</p><p rend="quotation_b">E perché l’ombra di quelle piante avrebbe potuto aduggiare il podere pertinente alla Villa dei Padri Filippini di San Firenze, da essi posseduta fino dal Maggio 1648, fu tra questi ed i religiosi del Monte, determinata l’altezza alla quale tenere doveansi quei cipressi, cioè a tale che, mentre fossero riparo al sole sopra la strada, non ne venisse troppo grave danno ai terreni dei Filippini. Per siffatta ragione di principio fu stabilito che si tenessero all’altezza di braccia sei, poscia di braccia sette e finalmente, nel 2 Agosto 1699, fu convenuta l’altezza di braccia quattordici<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="12.html#footnote-007">34</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il sacro itinerario fu al centro di nuove questioni nel 1710. Padre Leonardo da Porto Maurizio era giunto a Firenze, su invito di Cosimo III dei Medici, ottenendo il convento di San Francesco al Monte ed introducendovi un estremo rigore. Il celebre predicatore francescano dette il massimo impulso al culto della <hi rend="italic">Via Crucis</hi>,<hi rend="italic"> </hi>ma, in breve, prese forma un curioso fenomeno che non mancò di suscitare uno scandalo senza precedenti. Come narra fra’ Raffaele da Roma, biografo di padre Leonardo da Porto Maurizio: </p><p rend="quotation_b">Benché […] la divozione de’ cittadini […] fosse grande e non minore fosse il frutto che con le sue prediche il Padre Leonardo ne raccoglieva, nondimeno anche il demonio si adoperava e gli era riuscito avervi il suo guadagno, poiché erasi introdotto, già da molti anni e specialmente ne’ venerdì di Marzo, essendo più numerosa del solito la moltitudine del popolo che concorreva in San Francesco al Monte per visitar la <hi rend="italic">Via Crucis, </hi>di farsi nella strada, che dalla città conduce al convento, de’ bagordi. Vi si aprivano osterie bevendovisi e mangiandovisi senza riguardo alcuno alla temperanza ed al digiuno quaresimale che occorreva.</p><p rend="quotation_b">Inoltre, presa l’occasione del gran concorso che eravi, vi si portavano, con gran sfacciataggine, molte donne di mala vita<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="12.html#footnote-006">35</ref></hi></hi>, dal che ne risultava un molto grave danno nelle anime, convertendosi, da quelle ribalde, la sacra funzione in una copiosa pesca che facevano per l’Inferno, prendendo molti alla rete. Il che era di gravissimo scandalo ed in maniera che s’era giunto a termine che, nella città di Firenze, si chiamavano li venerdì di Marzo, ne’ quali si faceva la <hi rend="italic">Via Crucis </hi>in San Francesco a Monte, la Festa delle Meretrici. Si spezzava il cuore al Padre Leonardo in veder tal disordine ed in iscorgere che delle sacre funzioni, istituite per condurre le anime alla salute, se ne servisse il demonio per istrascinarle alla dannazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="12.html#footnote-005">36</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Occorreva un provvedimento risolutivo, e il granduca Cosimo III, informato di quanto stava accadendo, non esitò ad emanare un </p><p rend="quotation_b">rigoroso editto in cui proibivasi, sotto gravi pene che, in occasione della <hi rend="italic">Via Crucis, </hi>non si aprissero osterie nella strada che conduceva al convento e non vi si vendesse cosa alcuna da mangiare … e che le donne di mala vita, nel giorno in cui vi fosse la <hi rend="italic">Via Crucis, </hi>non potessero uscir dalla città, onde, non potendosi portar al detto convento, s’impedisse lo scandalo che davano e si potesse dal popolo far quel divoto viaggio con frutto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="12.html#footnote-004">37</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Cosimo III dei Medici era intervenuto all’interno della chiesa di San Miniato pochi anni prima. Secondo un’antica tradizione non solo Miniato era stato decapitato a Firenze, nel corso della persecuzione ordinata dall’imperatore romano Decio, ma anche<hi rend="italic"> </hi>sette suoi compagni avevano perso la vita in quella drammatica circostanza. Sono stati tramandati i nomi di Turbolo, di Valente e di Crescenzio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="12.html#footnote-003">38</ref></hi></hi>, ma si ignora come si chiamassero gli altri quattro cristiani uccisi. I resti dei martiri erano stati inumati nell’antico cimitero posto all’interno della chiesa di San Miniato, davanti alla porta sul lato sinistro. In quel luogo, per ordine del granduca infaticabile cultore di ogni testimonianza spirituale legata al territorio toscano, fu effettuata una scrupolosa ricognizione. </p><p rend="text">Le ossa rinvenute, poste in un’antica urna marmorea in cui compariva l’iscrizione: SS. MINIATIS ET SEPTEM MARTIRUM ed il simbolo di Cristo, furono collocate, nel 1707, al centro dell’altare della cripta, dove ancor oggi si trovano, dall’arcivescovo di Firenze Tommaso della Gherardesca. Sul pavimento, nel luogo in cui avevano riposato per secoli, fu però posta una lunga epigrafe per ricordare l’evento e per sottolineare la devozione di Cosimo III, estremamente attento a compiere quanto potesse condurre <hi rend="italic">ad augendam fidelium venerationem</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="12.html#footnote-002">39</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi></p><p rend="quotations_quotation_b1 ParaOverride-1">VETUS PRISCORUM CHRISTIANORUM COEMETERIUM</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">HOC IN LOCO SITUM</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">IN QUO IUXTA ANTIQUAM ET FIDELEM TRADITIONEM</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">SUMMORUM PONTIFICUM FLORENTINORUM PRAESULUM</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">IMPERATORUM AC PRINCIPUM DIPLOMATIBUS</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1"> CONFIRMATAM ATQUE ASSERTAM</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">INNUMERABILIA PENE SANCTORUM MARTYRUM CORPORA</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">OLIM TUMULATA FUERE</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">COSMI III MAGNI ETRURIAE DUCIS</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">AD AUGENDAM FIDELIUM VENERATIONEM </p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">IUSSU RECOGNITUM IN EO LOCULIS </p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">CINERIBUS AC OSSIBUS PLURIBUS REPERTIS</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">NONNULLA EORUMDEM OSSIUM FRAGMENTA</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">QUAE COLLIGI POTUERUNT IN PLUMBEA URNA</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">REPONI ET UNA CUM EFFOSSA HUMO </p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">IISDEM CINERIBUS COMMIXTA</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">THOMAS EX COMITIBUS DE GHERARDESCA</p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">ARCHIEPISCOPUS FLORENTINUS </p><p rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-1">HIC RURSUS RECONDI MANDAVIT </p><p rend="quotations_quotation_b3 ParaOverride-1">ANNO REPARATAE SALUTIS MDCCVII<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="12.html#footnote-001">40</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">San Miniato, benché il monastero non fosse stato riaperto, era ormai divenuto un centro di spiritualità. Padri della Compagnia di Gesù vi praticavano devoti esercizi, ed il loro posto sarebbe stato successivamente preso dai Calasanziani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="12.html#footnote-000">41</ref></hi></hi>. La dinastia medicea volgeva al tramonto e nel luglio 1737, con la morte del granduca Giangastone, il supremo potere sarebbe passato nelle mani di Francesco Stefano di Lorena.</p><p rend="h2">Bibliografia</p><p rend="bib_indx_bib">Albertini R. (von), <hi rend="italic">Firenze dalla Repubblica al Principato. Storia e coscienza politica</hi>,<hi rend="italic"> </hi>trad. it., Einaudi, Torino 1970.</p><p rend="bib_indx_bib">Ammirato S., <hi rend="italic">Istorie Fiorentine di Scipione Ammirato con l’aggiunta di Scipione Ammirato il Giovane</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Marchini e Becherini, Firenze 1824-1827.</p><p rend="bib_indx_bib">Andreucci O., <hi rend="italic">Il fiorentino istruito nella Chiesa della Nunziata di Firenze. Memoria storica del segretario Ottavio Andreucci</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Galileiana, Firenze 1857.</p><p rend="bib_indx_bib">Berti G.F., <hi rend="italic">Cenni storico-artistici per servire di guida ed illustrazione alla insigne Basilica di San Miniato al Monte e di alcuni dintorni presso Firenze</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Barocchi, Firenze 1850.</p><p rend="bib_indx_bib">Borghini V., <hi rend="italic">Discorsi</hi>, Viviani, Firenze 1755.</p><p rend="bib_indx_bib">Brocchi G.M., <hi rend="italic">Vite de’ Santi e Beati Fiorentini scritte dal Dottor Giuseppe Maria Brocchi, Sacerdote e Accademico Fiorentino, Protonotario Apostolico e Rettore del Seminario di Firenze</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Albizzini, Firenze 1742.</p><p rend="bib_indx_bib">Cantagalli R., <hi rend="italic">La Guerra di Siena 1552-1559. I termini della questione senese nella lotta fra Francia e Asburgo nel ’500 e il suo risolversi nell’ambito del principato mediceo</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Accademia degli Intronati, Siena 1962.</p><p rend="bib_indx_bib">Cantini L., <hi rend="italic">Vita di Cosimo de’ Medici primo Granduca di Toscana, del Dottore Lorenzo Cantini</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Santa Maria in Campo, Firenze 1808.</p><p rend="bib_indx_bib">Cipriani G., <hi rend="italic">La memoria del passato. Curiosità erudite</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Nicomp, Firenze 2017.</p><p rend="bib_indx_bib">Lombardi D., <hi rend="italic">Povertà maschile, povertà femminile. L’Ospedale dei Mendicanti nella Firenze dei Medici</hi>,<hi rend="italic"> </hi>il Mulino, Bologna 1988.</p><p rend="bib_indx_bib">Monti A., <hi rend="italic">Firenze 1530. L’assedio, il tradimento. Vita, battaglie e inganni di Malatesta Baglioni, Capitano dei Fiorentini nella guerra fra Repubblica e Impero</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Editoriale Olimpia, Firenze 2008.</p><p rend="bib_indx_bib">Moreni D., <hi rend="italic">De ingressu Summi Pontificis Leonis X Florentiam descriptio Paridis de Grassis Civis Bononiensis Pisaurensis Episcopi, ex codice manuscripto nunc primum in lucem edita et notis illustrata</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Cambiagi, Firenze 1793.</p><p rend="bib_indx_bib">Prezzolini P., <hi rend="italic">Storia politico-religiosa del Popolo Fiorentino dai primi tempi fino a noi</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Ducci, Firenze 1865.</p><p rend="bib_indx_bib">Roma (da) Raffaele, <hi rend="italic">Vita del servo di Dio Padre Leonardo da Porto Maurizio, missionario apostolico de’ Minori Riformati del Ritiro di San Bonaventura di Roma, scritta dal Padre Fra’ Raffaele da Roma, dello stesso Ritiro</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Stamperia Imperiale, Firenze 1754.</p><p rend="bib_indx_bib">Roth C., <hi rend="italic">L’ultima Repubblica Fiorentina</hi>,<hi rend="italic"> </hi>trad. it., Vallecchi, Firenze 1929.</p><p rend="bib_indx_bib">Varchi B., <hi rend="italic">Storia Fiorentina di Benedetto Varchi, con aggiunte e correzioni tratte dagli autografi e corredata di note per cura ed opera di Lelio Arbib</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Società Editrice delle Storie del Nardi e del Varchi, Firenze 1838-1841.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-040-backlink">1</ref></hi>	Si veda in proposito V. Borghini, <hi rend="italic">Trattato della Chiesa e Vescovi fiorentini</hi>,<hi rend="italic"> </hi>in Id., <hi rend="italic">Discorsi</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Viviani, Firenze 1755, parte II, pp. 423 sgg.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-039-backlink">2</ref></hi>	Cfr. G.F. Berti, <hi rend="italic">Cenni storico artistici per servire di guida ed illustrazione alla insigne Basilica di San Miniato al Monte e di alcuni dintorni presso Firenze</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Barocchi, Firenze 1850, p. 45.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-038-backlink">3</ref></hi>	G.M. Brocchi, <hi rend="italic">Vite de’ Santi e Beati Fiorentini scritte dal Dottor Giuseppe Maria Brocchi, Sacerdote e Accademico Fiorentino, Protonotario Apostolico e Rettore del Seminario di Firenze</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Albizzini, Firenze 1742, <hi rend="italic">Vita di S. Giovanni Gualberto Abate e Fondatore dell’Ordine di Vallombrosa</hi>,<hi rend="italic"> </hi>p. 125.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-037-backlink">4</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-036-backlink">5</ref></hi>	Ivi,<hi rend="italic"> </hi>pp. 125-126.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-035-backlink">6</ref></hi>	Ivi,<hi rend="italic"> </hi>p. 126.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-034-backlink">7</ref></hi>	Berti, <hi rend="italic">Cenni storico artistici</hi>,<hi rend="italic"> </hi>cit., p. 65.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-033-backlink">8</ref></hi>	Tale aspetto è oggi non più visibile per la probabile sostituzione, in epoca imprecisata, dell’antico graticolato. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-032-backlink">9</ref></hi>	Ivi,<hi rend="italic"> </hi>p. 66.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-031-backlink">10</ref></hi>	Ivi,<hi rend="italic"> </hi>p. 67.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-030-backlink">11</ref></hi>	Cfr. in proposito G. Cipriani, <hi rend="italic">I Medici e la Santissima Annunziata fra Quattrocento e Cinquecento</hi>,<hi rend="italic"> </hi>in Id., <hi rend="italic">La memoria del passato. Curiosità erudite</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Nicomp, Firenze 2017, pp. 53-54.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-029-backlink">12</ref></hi>	Cfr. O. Andreucci, <hi rend="italic">Il fiorentino istruito nella chiesa della Nunziata di Firenze. Memoria storica del segretario Ottavio Andreucci</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Galileiana, Firenze 1857, p. 81.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-028-backlink">13</ref></hi>	Berti, <hi rend="italic">Cenni storico-artistici</hi>,<hi rend="italic"> </hi>cit., p. 69.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-027-backlink">14</ref></hi>	Cfr. Cipriani, <hi rend="italic">I Medici e la Santissima Annunziata</hi>,<hi rend="italic"> </hi>cit., pp. 56-57.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-026-backlink">15</ref></hi>	Si veda in proposito A. Monti, <hi rend="italic">Firenze 1530. L’assedio, il tradimento. Vita, battaglie e inganni di Malatesta Baglioni Capitano dei Fiorentini nella guerra fra Repubblica e Impero</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Editoriale Olimpia, Firenze 2008.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-025-backlink">16</ref></hi>	Cfr. al riguardo R. Manetti, <hi rend="italic">Michelangelo: le fortificazioni per l’assedio di Firenze</hi>, LEF, Firenze 1981;<hi rend="italic"> Michelangelo e l’assedio di Firenze, 1529-1530</hi>, a cura di A. Cecchi, Polistampa, Firenze 2017.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-024-backlink">17</ref></hi>	B. Varchi, <hi rend="italic">Storia Fiorentina di Benedetto Varchi con aggiunte e correzioni tratte dagli autografi e corredata di note per cura ed opera di Lelio Arbib</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Società Editrice delle Storie del Nardi e del Varchi, Firenze 1838-1841, vol. II, lib. X, pp. 195-196.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-023-backlink">18</ref></hi>	Ivi,<hi rend="italic"> </hi>vol. II, lib. X, p. 196.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-022-backlink">19</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-021-backlink">20</ref></hi>	Ivi,<hi rend="italic"> </hi>vol. II, lib. X, p. 204.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-020-backlink">21</ref></hi>	Ivi,<hi rend="italic"> </hi>vol. II, lib. X, pp. 204-205.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-019-backlink">22</ref></hi>	Ancor oggi esistente all’interno del Giardino Torrigiani.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-018-backlink">23</ref></hi>	Cfr. Berti, <hi rend="italic">Cenni storico artistici</hi>,<hi rend="italic"> </hi>cit<hi rend="italic">.</hi>,<hi rend="italic"> </hi>p. 22.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-017-backlink">24</ref></hi>	Ivi,<hi rend="italic"> </hi>p. 32.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-016-backlink">25</ref></hi>	Cfr. in proposito G. Cipriani, <hi rend="italic">La peste del 1527 fra Roma e Firenze</hi>,<hi rend="italic"> </hi>in Id., <hi rend="italic">La memoria del passato</hi>, cit., p. 76.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-015-backlink">26</ref></hi>	1677 secondo lo stile fiorentino, dato che l’anno iniziava il 25 marzo. Cfr. in proposito D. Lombardi, <hi rend="italic">Povertà maschile, povertà femminile. L’ospedale dei Mendicanti nella Firenze dei Medici</hi>, il Mulino, Bologna 1988. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-014-backlink">27</ref></hi>	Bando del 9 febbraio 1677, stile fiorentino.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-013-backlink">28</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-012-backlink">29</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-011-backlink">30</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-010-backlink">31</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-009-backlink">32</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-008-backlink">33</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-007-backlink">34</ref></hi>	Berti, <hi rend="italic">Cenni storico-artistici</hi>,<hi rend="italic"> </hi>cit., pp. 119-120.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-006-backlink">35</ref></hi>	Ben riconoscibili dagli abiti bordati di giallo che erano obbligate ad indossare. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-005-backlink">36</ref></hi>	R. da Roma, <hi rend="italic">Vita del servo di Dio Padre Leonardo da Porto Maurizio, missionario apostolico de’ Minori Riformati del Ritiro di San Bonaventura di Roma, scritta dal Padre Fra’ Raffaele da Roma dello stesso ritiro</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Stamperia Imperiale, Firenze 1754, pp. 33-34.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-004-backlink">37</ref></hi>	Ivi,<hi rend="italic"> </hi>p. 34.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-003-backlink">38</ref></hi>	Cfr. Brocchi, <hi rend="italic">Vite de’ Santi e Beati fiorentini</hi>,<hi rend="italic"> </hi>cit., <hi rend="italic">Vita di San Miniato Martire e de’ suoi compagni</hi>,<hi rend="italic"> </hi>p. 21. Si veda inoltre in proposito P. Prezzolini, <hi rend="italic">Storia politico-religiosa del popolo fiorentino dai primi tempi fino a noi</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Ducci, Firenze 1865, vol. I, p. 135.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-002-backlink">39</ref></hi>	Così nella lapide, ancora collocata sul pavimento della chiesa, davanti alla porta sul lato sinistro.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-001-backlink">40</ref></hi>	Brocchi, <hi rend="italic">Vite de’ Santi e Beati fiorentini</hi>, <hi rend="italic">Vita di San Miniato</hi>,<hi rend="italic"> </hi>cit., p. 22.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-000-backlink">41</ref></hi>	Ne fornisce l’esempio un corposo manoscritto di proprietà privata: <hi rend="italic">Ordine di più settimane d’esercizi dati al Monte con i transunti delle meditazioni e riforme distesi in queste istesse carte e riveduti poi dai molto Reverendi Padri Alberto Papiani, Manetti e Marchetti delle Scuole Pie.</hi></p>
      
      
      
      
      
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          <bibl n="36718">Varchi B., Storia Fiorentina di Benedetto Varchi, con aggiunte e correzioni tratte dagli autografi e corredata di note per cura ed opera di Lelio Arbib, Societ&amp;#224; Editrice delle Storie del Nardi e del Varchi, Firenze 1838-1841.</bibl>
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</TEI>