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        <title type="main" level="a">San Miniato al Monte in età moderna: spiritualità, devozione, pubblica utilità e autorappresentazione borghese</title>
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            <forename>Enrico</forename>
            <surname>Sartoni</surname>
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          <resp>This is a section of <title>La Basilica di San Miniato al Monte di Firenze (1018-2018)</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-295-9</idno>) by </resp>
          <name>Francesco Salvestrini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2021">2021</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.14</idno>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The essay analyzes the identity changes that the religious complex of San Miniato al Monte experienced in the modern age, covering both the civil plot that leads the place back to a symbol of the struggles for Risorgimento freedoms, and the spiritual and religious one. Through the transformations from monastery to fortress and then into a public utility shelter, the reconstruction investigates the new presence of the Jesuits, the conversion into a home for spiritual exercises and the new related devotional practices.</p>
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            <item>Jesuits</item>
            <item>House for Spiritual Exercises</item>
            <item>Tuscany</item>
            <item>Florence in the 19th century</item>
            <item>Porte Sante Cemetery</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.14<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.14" /></p>
      
      
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">San Miniato al Monte in età moderna: spiritualità, devozione, pubblica utilità e autorappresentazione borghese<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-244-backlink"><ref target="14.html#footnote-244">1</ref></hi></hi></p><p rend="h1_author">Enrico Sartoni</p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Sommario</hi>: Il saggio analizza i mutamenti di identità che il complesso religioso di San Miniato al Monte ha vissuto in età moderna, ripercorrendo sia la trama civile che riconduce il luogo ad un simbolo delle lotte per le libertà risorgimentali, sia quella spirituale e religiosa. Attraverso le trasformazioni da monastero a fortezza e quindi in ricovero di pubblica utilità, la ricostruzione indaga sulla nuova presenza dei Gesuiti, la conversione in casa per esercizi spirituali e le nuove pratiche devozionali a questa connesse.</p><p rend="quotation_b">addì 25 luglio 1552 entrò in San Miniato al Monte, c&lt;h&gt;iesa e tempio devotissimo a tutta la città, una guardia spagnuola, et miseramente scacciato i devoti monaci di detto luogo, che non fu di non poca ammiratione a tutto il mondo, talchè questo modo fu priva la città di quel luogo, dico priva di ogni spirituale consolatione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-243-backlink"><ref target="14.html#footnote-243">2</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Con la trasformazione in fortezza e col volontario, seppur indotto, abbandono della comunità monastica olivetana nel 1552 si operò, in età moderna, la prima scissione tra luogo sacro, culto e collettività regolare di San Miniato. Il fenomeno non era nuovo né isolato. Molti complessi religiosi nel tempo avevano mutato proprietà ed uso. La stessa San Miniato nel 1373 aveva accolto, in sostituzione dei Benedettini neri, la congregazione di Bernardo Tolomei, di cui in breve tempo era divenuta un importante cenobio. La presenza olivetana non si identificò con lo sviluppo dei valori dell’Umanesimo, cui gli studi storico-artistici hanno attribuito la fortuna dell’intero complesso architettonico sul Monte fiorentino. Tuttavia questa comunità regolare – che da presenza viva si fece in età moderna latente, fin quasi a scomparire dopo le soppressioni napoleoniche del 1808 – divenne poi memoria unica e qualificativa, e nel Novecento si mutò in rivendicazione di un luogo costituito da muri, tetti, sassi e terra che in realtà, per quattro secoli, aveva acquisito connotazioni ontologicamente eterogenee. </p><p rend="text">Tale lungo periodo è stato obliato negli studi e nelle ricostruzioni per l’abbagliante fascino esercitato dalla caleidoscopica mitopoietica otto-novecentesca volta riscoprire da un lato un autentico, e infedele, edificio romanico, dall’altro l’attualizzazione delle rivendicazioni politiche proiettate sull’episodio dell’assedio di Firenze del 1529-1530. Eppure i secoli che vanno dal XVI al XIX per San Miniato rappresentano una fase tutt’altro che ‘buia’, che può trovare un equilibrio interpretativo coniugando l’indagine sulla storia evenemenziale con l’individuazione dell’evoluzione di alcune aree semantiche rappresentate dalla basilica e dall’ex monastero, i quali più e meglio possono identificare i mutamenti paradigmatici nel tempo intervenuti. </p><p rend="h2">1. Da monastero a fortezza</p><p rend="text">La prima trasformazione che subì l’intero complesso con la conversione in fortezza risulta ben documentata. I lavori ai bastioni della città in Oltrarno, affidati nel 1526 ad Antonio da Sangallo il Giovane<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-242-backlink"><ref target="14.html#footnote-242">3</ref></hi></hi>, animarono un ampio dibattito culturale circa l’opportunità e le modalità della difesa di Firenze. I protagonisti furono Niccolò Machiavelli, Giuliano Leno, ma soprattutto papa Clemente VII, convinto nel contrastare l’idea machiavelliana della necessità di fortificare i colli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-241-backlink"><ref target="14.html#footnote-241">4</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Nel novero di pochi anni gli esiti rovinosi della lega di Cognac si risolsero per Firenze con la proclamazione di una Repubblica che organizzò la propria difesa affidando a Michelangelo Buonarroti, tra il 1528 e il 1529<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-240-backlink"><ref target="14.html#footnote-240">5</ref></hi></hi>, l’implementazione e il rafforzamento del sistema di fortificazioni cittadine, sostanziato soprattutto nei celebri lavori eseguiti proprio a San Miniato. Il campanile dell’antico monastero, simbolo identitario per antonomasia, divenne, nell’ottobre del 1529, fulcro dell’attività militare capitanata da Giovanni di Antonio, detto Lupo, contro l’assedio degli imperiali guidati dal principe di Orange. Al termine delle operazioni militari, con il potere saldamente riconquistato dal casato mediceo, il complesso, utilizzato nella duplice funzione esterna/interna e difensiva/offensiva, tornò ad essere oggetto di lavori intorno al 1537<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-239-backlink"><ref target="14.html#footnote-239">6</ref></hi></hi>. Quasi vent’anni più tardi, tra il 1551 ed il 1553, Giovan Battista Belluzzi in preparazione alla guerra di Siena, diresse le grandi opere che portarono, tra l’altro, alla realizzazione della struttura fortificata denominata ‘forbice’<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-238-backlink"><ref target="14.html#footnote-238">7</ref></hi></hi>. Il colle si trovò così ad essere incluso nel fronte bastionale cittadino, coronato da una fortezza che fu realizzata secondo i moderni principi dell’edilizia militare<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-237-backlink"><ref target="14.html#footnote-237">8</ref></hi></hi>: «accioché con manco guardia possa assicurar tutto quel monte, et mediante quello la maggior parte della città»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-236-backlink"><ref target="14.html#footnote-236">9</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La basilica e il monastero di San Miniato rimasero al centro della fortezza, il cui accesso alla città veniva garantito dalla porta aperta al centro della forbice stessa. Nel 1552 l’edificio monastico, già fortemente danneggiato nei tetti durante l’assedio del 1529 e colpito nella produzione agricola con otto poderi distrutti, fu occupato militarmente per ordine ducale. I monaci si trovarono costretti ad abbandonarlo il 25 luglio di quell’anno, dopo che anche il campanile della chiesa era stato abbassato di circa un metro e venti a causa dei danni subiti ai tempi dell’assedio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-235-backlink"><ref target="14.html#footnote-235">10</ref></hi></hi>. Senza la presenza dei religiosi i lavori per il riordino militare del complesso proseguirono celermente: il cantiere rimase attivo fino al settembre del 1553 sotto il controllo del provveditore Francesco di Ser Jacopo, con l’impiego anche di quaranta schiavi magrebini provenienti da Campiglia, proprietà ducale per diritto di guerra<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-234-backlink"><ref target="14.html#footnote-234">11</ref></hi></hi>, di età compresa tra i 16 e i 34 anni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-233-backlink"><ref target="14.html#footnote-233">12</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La partenza dei monaci, tuttavia, non sancì la perdita o il trasferimento di proprietà del complesso. Se il principio della forza esercitato dal potere sovrano limitò di fatto i diritti della comunità, costituendo un possesso pubblico militare su gran parte del colle, i beni del monastero continuarono ad essere amministrati in forma separata attraverso la comunità fiorentina di San Bartolomeo a Monteoliveto, cui i monaci della casa di San Miniato si erano uniti. Alcuni atti pergamenacei di transazione testimoniano questa attività per il decennio successivo al 1552, dopo che nel 1551 erano stati concessi a livello ad Angelo d’Andrea da Figline, a terza generazione maschile, i cospicui possessi nella zona di Laterina donati alla comunità olivetana sanminiatense oltre un secolo prima dal discusso vescovo Angelo del fu Bindaccio Ricasoli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-232-backlink"><ref target="14.html#footnote-232">13</ref></hi></hi>. Nel 1564 il monastero di S. Miniato dava in affitto all’orefice Carlo una bottega posta in via Calimala per 15 fiorini, mentre nel 1565 subentrava nel livello di un podere con casa e terre in località Selva tale Jacopo di Pintuccio; e ancora nello stesso anno si affittavano ai componenti della famiglia Tinacci più case e terre spezzate nel popolo di San Lorenzo a Galiga<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-231-backlink"><ref target="14.html#footnote-231">14</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Fu probabilmente entro questo ambito temporale che si esaurì l’autonomia gestionale dei fondi collegati alla comunità del Monte. Nel 1557 quest’ultima riconsegnò la cura parrocchiale all’arcivescovado fiorentino<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-230-backlink"><ref target="14.html#footnote-230">15</ref></hi></hi>, e nel 1563, anche per l’impegno dell’abate Miniato Pitti, i monaci chiesero al cardinale protettore dell’Ordine di intercedere presso il duca Cosimo affinché potessero ottenere una rendita che permettesse di compensare le perdite subite, stimate in più di 1.000 ducati d’entrata. I monaci auspicavano il reperimento di risorse per ristrutturare il monastero di San Bartolomeo in modo che questo potesse accogliere la nuova comunità entro uno spazio sufficiente per almeno ventitré religiosi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-229-backlink"><ref target="14.html#footnote-229">16</ref></hi></hi>. «Sua Ecellenza non ha se non serrato la chiesa et l’horto; dichino non di meno che danni patiscono»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-228-backlink"><ref target="14.html#footnote-228">17</ref></hi></hi>, fu il rescritto in risposta alla supplica olivetana registrato dal segretario Lelio Torelli.</p><p rend="text">Solo pochi anni più tardi, nel 1574, Francesco succedette al padre Cosimo come secondo granduca di Toscana. A lui e ai suoi funzionari si deve il tentativo di risolvere le controversie con la congregazione olivetana riguardo a San Miniato nominando monaci olivetani alla guida dello spedale di Santa Maria Nuova a Firenze e unendo al titolo di spedalingo quello di abate di «San Miniato di Fiorenza […] sendo che è solamente una mera dignità»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-227-backlink"><ref target="14.html#footnote-227">18</ref></hi></hi>. A seguito di tale richiesta si succedettero su entrambe le cariche gli olivetani Vito Bonaccolti (fino al 1577) e Filippo Guilliccioni (fino al 1588), quest’ultimo protagonista di una controversa vicenda oggetto di un processo condotto dal Nunzio Apostolico Giovanni da Canobio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-226-backlink"><ref target="14.html#footnote-226">19</ref></hi></hi> che chiuse la breve serie degli spedalinghi olivetani, integrata, qualche anno più tardi, dal solo Barnaba degli Oddi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-225-backlink"><ref target="14.html#footnote-225">20</ref></hi></hi>, che fu sepolto proprio nella basilica del Monte.</p><p rend="h2">2. Da fortezza a lazzaretto</p><p rend="text">Parallelamente alla vicenda dell’esule comunità olivetana, il complesso visse una breve fortuna quale avamposto militare, e per un breve periodo divenne sede anche della cassa della Depositeria Generale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-224-backlink"><ref target="14.html#footnote-224">21</ref></hi></hi>, mentre la custodia spirituale dei militari presenti fu affidata ai frati minori osservanti del vicino convento di San Salvatore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-223-backlink"><ref target="14.html#footnote-223">22</ref></hi></hi>. Nelle prime due decadi di attività il forte assunse un ruolo importante. Nonostante la cessazione del protettorato, infatti, la Toscana continuò ad essere sorvegliata dalla monarchia absburgica, come testimoniano le presenze spagnole al governo della fortezza. Dal 1554 al comando del forte fu Antonio di Francesco Aldana della omonima famiglia di origine iberica, il quale, giunto come aio di Eleonora di Toledo, aveva percorso con successo la carriera militare al servizio di Cosimo fino a divenire «Capitano de’ Cavalli Spagnuoli»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-222-backlink"><ref target="14.html#footnote-222">23</ref></hi></hi>. Aldana mantenne la carica di castellano fino alla morte nel 1570<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-221-backlink"><ref target="14.html#footnote-221">24</ref></hi></hi>, ma non riuscì a trasmetterla al figlio, che pure era stato suo luogotenente nella fortezza e a cui fu preferito Diego de Montalvo, fratello di Don Antonio Ramirez de Montalvo, rappresentante di una delle più influenti famiglie del patriziato fiorentino giunta anch’essa al seguito di Eleonora in occasione del suo matrimonio con il duca Cosimo. </p><p rend="text">Diego assunse la carica di castellano di San Miniato il 18 gennaio 1570<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-220-backlink"><ref target="14.html#footnote-220">25</ref></hi></hi>. Tuttavia, già nel 1588 l’ambasciatore Tommaso Contarini registrava come, non trovandosi un abile capitano spagnolo, fosse stato nominato castellano Luigi Dovara, già maestro di campo della cavalleria leggera toscana, al comando di circa cinquanta uomini nella fortezza. L’ambasciatore ricordava come gli spagnoli fossero stati dislocati nelle principali strutture fortificate «per mostrare confidenza con la nazione e devozione alla corona di Spagna»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-219-backlink"><ref target="14.html#footnote-219">26</ref></hi></hi>, diversamente da quanto accaduto per i tedeschi che, ritenuti più fedeli, costituivano la guardia personale del granduca. </p><p rend="text">Dovara inaugurò, quindi, la serie dei castellani italiani. Alla guida del Forte di San Miniato al Monte seguirono Tommaso Palmieri, cavaliere gerosolimitano, militare di carriera con alle spalle incarichi di capitano e governatore, nominato nel 1616 fino al 1619<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-218-backlink"><ref target="14.html#footnote-218">27</ref></hi></hi>, e Girolamo (Hieronymus) di Bartolomeo conte di Strassoldo, nominato il 15 febbraio 1629. Il comando del conte di Strassoldo ebbe breve durata. Terminò col suo trasferimento alla Fortezza da Basso il 27 agosto del 1630<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-217-backlink"><ref target="14.html#footnote-217">28</ref></hi></hi> quando, a causa del diffondersi in città dell’epidemia di peste bubbonica, il forte sul colle fu disarmato e celermente convertito in lazzaretto. Le condizioni sanitarie di Firenze, infatti, iniziarono a destare forte preoccupazione nella primavera del 1630, e già il 10 luglio di quell’anno 226 donne furono trasferite al forte di San Miniato riconvertito in nosocomio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-216-backlink"><ref target="14.html#footnote-216">29</ref></hi></hi>. Anche al lazzaretto, come era stato per il complesso militare, dall’8 settembre 1630 fu garantita l’assistenza spirituale di quattro padri osservanti di San Francesco<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-215-backlink"><ref target="14.html#footnote-215">30</ref></hi></hi>, ed altri quattordici si succedettero nel difficile ministero, fino a quando, il 29 agosto 1631, la struttura sanitaria fu chiusa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-214-backlink"><ref target="14.html#footnote-214">31</ref></hi></hi>. Due anni dopo l’epidemia di peste ebbe una nuova diffusione. Furono rinnovati i provvedimenti già adottati tre anni prima finché, dichiarato concluso il contagio dalle autorità sanitarie, il 29 settembre il governatore e tutti gli inservienti si chiusero per la quarantena di 30 giorni nella fortezza<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-213-backlink"><ref target="14.html#footnote-213">32</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Queste vicende misero in evidenza le potenzialità di uno spazio pubblico al servizio della città entro un mutato contesto politico e sociale nel quale la fortezza e la funzione difensiva/repressiva avevano perduto valore. Quando nel 1633, dopo la seconda ondata dell’epidemia, gli Ufficiali della Sanità rilasciarono al granduca il grande spazio costituito dall’edificio e dalle terre di San Miniato al Monte, si impose la necessità di valutare quale funzione avrebbero potuto svolgere quelle antiche mura, con il complesso monastico e la chiesa annessa. La modalità più remunerativa venne individuata nell’assegnare a privati i beni attraverso il contratto di livello, in modo che potesse essere assicurata la cura degli edifici ed un introito per l’erario statale. I poderi, divisi in ‘di dentro’ e ‘di fuori’, furono così affidati fino dal 1636 a Bastiano Lapi per 100 ducati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-212-backlink"><ref target="14.html#footnote-212">33</ref></hi></hi>. Dal 1644 subentrò Camillo Paganelli, capo bombardiere della fortezza, che tre anni più tardi si vide ridurre il possesso per una vendita occorsa, con il consenso granducale, di una parte delle terre a Gabriello e Zanobi Zuti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-211-backlink"><ref target="14.html#footnote-211">34</ref></hi></hi>, al fine di ingrandire una villa da loro acquistata nel 1643 da Mannozzo Mannozzi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-210-backlink"><ref target="14.html#footnote-210">35</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Tali concessioni non pregiudicarono anche altri utilizzi del complesso, come dimostrano il soggiorno di Alfonso Borelli per alcune ricerche astronomiche<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-209-backlink"><ref target="14.html#footnote-209">36</ref></hi></hi>, le concessioni a Terenzio Fantoni, che vi si recava con la famiglia «a pigliar aria»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-208-backlink"><ref target="14.html#footnote-208">37</ref></hi></hi> e quella al letterato Valerio Chimentelli o al matematico Vincenzio Viviani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-207-backlink"><ref target="14.html#footnote-207">38</ref></hi></hi>, tutti peraltro accomunati dall’appartenenza all’Accademia Apatista. Tuttavia dal 3 dicembre 1668 il granduca definì stabilmente un affitto perpetuo affidato alla discendenza maschile di un fedele funzionario statale, Ferdinando di Orazio Della Rena, che grazie al suo ruolo di provveditore delle regie fabbriche e ai numerosi servigi militari prestati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-206-backlink"><ref target="14.html#footnote-206">39</ref></hi></hi>, ottenne l’intera area «dentro e fuori dalla fortezza […] con tutte le stanze solite […] e l’abitazione e quartiere solito»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-205-backlink"><ref target="14.html#footnote-205">40</ref></hi></hi> con la clausola che, ove si fosse reso necessario presidiare nuovamente il forte, il granduca avrebbe mantenuto il diritto di avocare a sé l’intera concessione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-204-backlink"><ref target="14.html#footnote-204">41</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">3. <hi rend="italic">Tra</hi><hi rend="italic">nslatio</hi> e <hi rend="italic">Inventio</hi>: devozioni e testimonianze lipsaniche tra fede ed erudizione</p><p rend="text">In quest’epoca la sopravvivenza di San Miniato come ‘luogo dello spirito’ cittadino fu dovuta a quella che si potrebbe definire una interversione di possesso sacrale. Ciò che tenne vivi la memoria del luogo e il culto tra i fiorentini del Seicento non fu, infatti, come si potrebbe arguire, il riferimento al martire Miniato, bensì quello a san Giovanni Gualberto, davanti al quale, secondo la ben conosciuta agiografia, il crocifisso della basilica sul Monte avrebbe chinato il capo in segno di assenso alla sua scelta di perdono e vita religiosa. Si trattava, infatti, di un santo più prossimo per natali e per spiritualità al popolo fiorentino di quanto ormai non fosse l’antico martire cefaloforo, tanto che per far proseguire il culto ininterrotto al miracoloso crocifisso gualbertiano, simbolo di un fortissimo messaggio di pacificazione sociale, il granduca Cosimo III, appena salito al trono, dispose che il manufatto ligneo fosse tolto dalla basilica del Monte e collocato all’interno della città, nella chiesa vallombrosana di Santa Trinita<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-203-backlink"><ref target="14.html#footnote-203">42</ref></hi></hi>. Alla vicenda non fu estraneo il potente cardinale protettore dell’Ordine Vallombrosano, zio del granduca, Leopoldo de’ Medici, al quale, nonostante la contrarietà dell’Arte di Calimala, l’abate di Monteoliveto Paolo Feducci non volle opporsi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-202-backlink"><ref target="14.html#footnote-202">43</ref></hi></hi>. Si addivenne, così, ad un atto formale il 16 novembre 1671, col quale i monaci olivetani intervennero per suggellare la natura giuridica transitoria della <hi rend="italic">translatio</hi> relativa ad un bene di loro proprietà, regolandone anche l’uso liturgico e sacrale attraverso il tradizionale metodo dello scoprimento dell’immagine per mezzo dell’uso multiplo di chiavi detenute da più soggetti e necessarie a rendere ostensibile l’icona ai fedeli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-201-backlink"><ref target="14.html#footnote-201">44</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il santo titolare della basilica, Miniato, ebbe sorte più avversa. Nella temperie devozionale di un accresciuto e generalizzato culto delle reliquie, entro un movimento interpretato come confessionalizzazione della società durante il regno di Cosimo III, il culto del martire non aveva trovato un nuovo slancio. Neanche la riesumazione richiesta dall’Arte di Calimala, cui spettava la manutenzione dell’edificio, nella persona dal senatore Carlo Strozzi, accompagnata dalla benedizione del vicario De’ Bardi, avvenuta nella basilica il 4 luglio 1667 con il trasporto delle reliquie dei santi dagli altari laterali a quello centrale, ripropose con forza il ruolo spirituale del primo dedicatario<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-200-backlink"><ref target="14.html#footnote-200">45</ref></hi></hi>. Alle testimonianze lipsaniche fu, tuttavia, riservato un ruolo di comunanza spirituale nel mondo religioso fiorentino, che disegnò anche una piccola geografia olivetana. Secondo il Giamboni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-199-backlink"><ref target="14.html#footnote-199">46</ref></hi></hi>, a inizio Settecento il corpo di san Miniato si trovava in parte nella chiesa di San Miniato al Monte, in parte presso quella di Monte Oliveto fuori porta San Frediano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-198-backlink"><ref target="14.html#footnote-198">47</ref></hi></hi>. Un dito dell’antico testimone era custodito nell’omonima chiesa delle monache in via San Gallo (donato nel 1665 dall’abate Spineti all’uditore di nunziatura Domenico Pifferi)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-197-backlink"><ref target="14.html#footnote-197">48</ref></hi></hi>, e tre ampolle di sangue si potevano venerare nella chiesa cittadina di San Miniato tra le Torri. </p><p rend="text">Fu, quindi, soltanto successivamente, con l’affidamento del complesso alla Compagnia di Gesù che la storia del vetusto testimone trovò una nuova strada nelle coscienze dei fedeli, collegandosi anche al culto degli altri compagni martiri, che furono oggetto di una nuova ricerca e traslazione presso la basilica del Monte nel 1707 per volere di Cosimo III<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-196-backlink"><ref target="14.html#footnote-196">49</ref></hi></hi>. La devozione del granduca e la volontà di inserire nel calendario liturgico la festa dei santi Cresci e compagni martiri fu alla base di un’aspra controversia storico-teologica emersa in occasione della richiesta di poter celebrare la suddetta ricorrenza sulla base dell’edizione di documenti originali dell’età di Decio, che vide affannarsi su varie figure di antichi e venerati testimoni, tra cui Miniato, l’oratoriano Laderchi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-195-backlink"><ref target="14.html#footnote-195">50</ref></hi></hi>, il servita Capassi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-194-backlink"><ref target="14.html#footnote-194">51</ref></hi></hi>, il cassinese Bacchin, l’arcivescovo Fontanini e il canonico De’ Mozzi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-193-backlink"><ref target="14.html#footnote-193">52</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">4. Il ricovero di mendicità e l’arrivo dei Gesuiti</p><p rend="text">I Gesuiti giunsero quali influenti affidatari del complesso di San Miniato alla metà del XVII secolo, quando la fortezza fu disarmata. Secondo Giuseppe Richa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-192-backlink"><ref target="14.html#footnote-192">53</ref></hi></hi>, già nel 1672 si era concessa una parte della struttura alla Congregazione dei Chierici di Gesù Salvatore fondata nel 1662 da Lorenzo Antinori<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-191-backlink"><ref target="14.html#footnote-191">54</ref></hi></hi>. Questi religiosi vi avevano risieduto fino al 1675, quando erano stati allontanati per creare un ricovero di mendicità granducale lontano dal centro cittadino. I numerosi mutamenti economici avvenuti a seguito dell’epidemia pestilenziale avevano reso il problema del pauperismo un elemento di difficile gestione per il governo della città, problema cui si tentò di porre rimedio confinando gli indigenti in luoghi dedicati e obbligandoli a svolgere lavori artigianali. Secondo la volontà resa nota nel «Bando sopra il rinserramento de’ poveri mendicanti della città di Firenze» del 1678, la fortezza di San Miniato divenne un vero e proprio reclusorio per uomini che avevano compiuto i 17 anni, ai quali venne fatto divieto di elemosinare<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-190-backlink"><ref target="14.html#footnote-190">55</ref></hi></hi>. Fu questo episodio a segnare l’ingresso nella struttura della comunità gesuitica. I religiosi si impegnarono, anche tramite padre Paolo Segneri, a realizzare un regolamento spirituale per l’istituto che si voleva creare. Quella dell’ospizio fu un’esperienza collettiva che coinvolse anche molti nobili della città impegnati nella ricerca di sussidi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-189-backlink"><ref target="14.html#footnote-189">56</ref></hi></hi>, col presupposto che la società civile dovesse essere coinvolta – diversamente da quanto accadeva per le iniziative di carità gestite unicamente dal vescovo –, sull’esempio delle opere di Vincenzo de’ Paoli. </p><p rend="text">Il reclusorio rimase in funzione per almeno un decennio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-188-backlink"><ref target="14.html#footnote-188">57</ref></hi></hi>. Tuttavia la precarietà dei bilanci, dovuta alla sensibile diminuzione delle entrate, consigliò al granduca di chiudere la struttura lasciando aperto il solo reclusorio femminile a San Salvatore di Camaldoli. Quando l’ospizio fu sgomberato dai mendicanti, grazie all’intercessione del celebre padre Leonardo da Porto Maurizio, frate minore, del gesuita padre Francesco Maria Galluzzi e del padre Giovanni Maria Baldigiani – un gesuita molto noto alla corte di Cosimo III, che si era recato in Francia a studiare i problemi della mendicità<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-187-backlink"><ref target="14.html#footnote-187">58</ref></hi></hi> –, il complesso fu affidato nel 1697 alla <hi rend="italic">Societas Iesu</hi> per fondarvi gli esercizi spirituali, nonostante le proteste del livellario Della Rena. La fortezza di San Miniato, peraltro, dalla sua edificazione non aveva mai mutato la configurazione proprietaria. Questa, infatti, era rimasta saldamente affidata alle Fabbriche Medicee con la custodia di un bombardiere che sorvegliava il complesso, conservava le chiavi delle porte e vi dimorava in un appartamento<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-186-backlink"><ref target="14.html#footnote-186">59</ref></hi></hi>. L’arrivo dei gesuiti pose fine di fatto alla sorveglianza armata, ma il granduca continuò ad essere unico proprietario degli edifici.</p><p rend="text">Cosimo III dette avvio a radicali lavori di ristrutturazione della fortezza per riadattarla all’uso di ritiro spirituale. Quella degli esercizi non era una pratica nuova in città. A Firenze erano stati promossi intorno al 1687 da padre Girolamo Centofiorni, nonché replicati alla basilica di San Lorenzo nel 1688, in cattedrale nel 1691 e quindi nella chiesa di Santa Felicita alla presenza dello stesso principe<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-185-backlink"><ref target="14.html#footnote-185">60</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">I lavori al complesso di San Miniato furono diretti dall’ingegner Antonio Ferri e supervisionati dal provveditore Francesco Maria Bartolini. Tra l’ottobre 1703 e il 1705 furono investiti oltre 3.000 ducati, versati dalla Camera del Granduca<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-184-backlink"><ref target="14.html#footnote-184">61</ref></hi></hi>. L’edificio militare, già un tempo monastero, fu trasformato realizzando dodici celle, come risulta dalla pianta del cabreo del 1718 realizzato dall’architetto Antonio Giuseppe Fornai per i monaci di San Bartolomeo di Monte Oliveto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-183-backlink"><ref target="14.html#footnote-183">62</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">5. La casa degli Esercizi Spirituali e i rapporti con i monaci olivetani</p><p rend="quotation_b">Si è stimato di non poter far cosa più salutevole alla Città di Firenze che destinarvi un simil luogo, dove ad ogni sorte di persone, e da ogni altra Città dello Stato si potesse concorrere a trattenervisi otto intieri giorni per pensare seriamente, e di proposito all’Anima sua<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-182-backlink"><ref target="14.html#footnote-182">63</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Così recitava la notificazione del 1705 con cui si comunicava l’avvio degli esercizi spirituali da parte di Cosimo III nella fortezza di San Miniato, luogo di cui si esaltava al contempo la vicinanza alla città e la riservatezza, che si univano alla salubrità dell’aria e alla santità delle reliquie ivi conservate. Gli esercizi, divisi in periodi di ottavari e diretti ad una correzione morale, così come ad un avanzamento nelle virtù personali, avrebbero potuto essere fruiti da qualunque persona in prestabiliti periodi di tempo, con riguardo specialmente a membri di confraternite ed artigiani; anche se la prima riunione, tenuta dal padre Giovanni Maria Baldigiani durante gli ultimi otto giorni di ottobre di quell’anno, vide la partecipazione di dodici cittadini, tra cui i nobili conti Strozzi e Capponi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-181-backlink"><ref target="14.html#footnote-181">64</ref></hi></hi>, unitamente a monsignor Antonio Francesco Sanvitale, nunzio alla corte toscana dal 1703 al 1706<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-180-backlink"><ref target="14.html#footnote-180">65</ref></hi></hi>. L’importanza riconosciuta all’evento, così come la necessità di celebrare il nuovo istituto, indussero al conio di una medaglia datata 1707 e firmata dallo scultore Antonio Montauti, in cui venne raffigurato al recto il profilo di padre Baldigiani e al verso la riproduzione della facciata di San Miniato con la citazione del salmo 125: «Sicut Mons Sion»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-179-backlink"><ref target="14.html#footnote-179">66</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Gli esercizi furono, se non incentivati, ben accolti anche dall’arcidiocesi che, ancora priva di un seminario e con il solo Collegio Eugeniano operante<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-178-backlink"><ref target="14.html#footnote-178">67</ref></hi></hi>, avvertiva la necessità di proporre al clero locale pratiche spirituali che, attraverso l’analisi della propria interiorità, consentissero ai sacerdoti l’acquisizione di un maggior dominio di sé. Lo testimonia il rogito dell’arcivescovo Tommaso Bonaventura della Gherardesca del 28 marzo 1716. Il presule, che aveva studiato presso i Gesuiti e aveva promosso le missioni dei padri<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-177-backlink"><ref target="14.html#footnote-177">68</ref></hi></hi>, legò una cospicua somma di denaro per acquisire uno stabile adatto al nuovo seminario diocesano, ma indicò che qualora la struttura avesse cessato di funzionare, il denaro avrebbe dovuto essere trasferito alla Pia Opera dei Santi Esercizi di Sant’Ignazio, con obbligo di pagare gli esercizi spirituali ai chierici della diocesi fiorentina<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-176-backlink"><ref target="14.html#footnote-176">69</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La casa degli Esercizi del Monte, unico centro spirituale attivo in San Miniato per tutto il XVIII secolo, divenne un istituto di vaste proporzioni, grazie anche all’apporto e alla collaborazione di numerose compagnie laicali legate alla spiritualità gesuitica, tra cui quella di mercanti detta dei Lanternini, eretta nel collegio gesuitico di San Giovannino<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-175-backlink"><ref target="14.html#footnote-175">70</ref></hi></hi>, quella della Dottrina Cristiana nota come dei Vanchetoni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-174-backlink"><ref target="14.html#footnote-174">71</ref></hi></hi>, quella di San Benedetto Bianco<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-173-backlink"><ref target="14.html#footnote-173">72</ref></hi></hi> e quella delle Sacre Stimmate<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-172-backlink"><ref target="14.html#footnote-172">73</ref></hi></hi>. Gli ascritti si ritiravano per una settimana dalle loro attività riunendosi e pernottando nella struttura del Monte. Qui, attraverso incontri di approfondimento e preghiera svolti in vari momenti della giornata secondo un rigido regolamento, venivano condotti da un sacerdote a meditare sulla propria condizione. Alla fine degli esercizi, per solennizzare i personali proponimenti, i fedeli trascrivevano il loro impegno su cartoncini che deponevano ai piedi del crocifisso o «all’immagine di Gesù morto, che con molta venerazione si conserva»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-171-backlink"><ref target="14.html#footnote-171">74</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La Casa degli Esercizi, giuridicamente unita al Collegio di San Giovannino e dipendente dal suo rettore, fu ampiamente ristrutturata dai religiosi, che rinnovarono gli arredi e i paramenti sacri della cappella privata<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-170-backlink"><ref target="14.html#footnote-170">75</ref></hi></hi>, preoccupandosi anche di formare una biblioteca spirituale. Vi operarono, tra gli altri, come prefetti padre Eduardo Collodi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-169-backlink"><ref target="14.html#footnote-169">76</ref></hi></hi>, padre Teofilo Du Tremoul<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-168-backlink"><ref target="14.html#footnote-168">77</ref></hi></hi> e padre Agostino Capalti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-167-backlink"><ref target="14.html#footnote-167">78</ref></hi></hi>. Il successo e l’importanza acquisita dalla Casa è dimostrato dai numeri: tra il 1707 e il 1719 i soli ecclesiastici fiorentini esercizianti furono 502<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-166-backlink"><ref target="14.html#footnote-166">79</ref></hi></hi>. Un registro-rubrica contiene ancora oggi centinaia di nomi di persone che dal 1705 al 1728 frequentarono la casa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-165-backlink"><ref target="14.html#footnote-165">80</ref></hi></hi>. La fervida attività degli esercizi viene, inoltre, testimoniata dalla rinascita di una fiorente libellistica gesuitica edita a Firenze quasi assente dopo che il direttorio degli esercizi aveva visto la luce nel 1599<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-164-backlink"><ref target="14.html#footnote-164">81</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Non si registrano rapporti tra la Compagnia di Gesù e la congregazione olivetana per la gestione del Monte. Tuttavia nel rapido avvicendarsi dei cambiamenti di destinazione dei luoghi ricompresi nella fortezza i monaci non avevano rinunciato ai loro diritti spirituali almeno sulla basilica, tanto da inviare una formale protesta al granduca nel 1722, quando il custode aveva negato l’ingresso alla chiesa ad un padre olivetano in quanto la messa era già stata celebrata da un minore osservante<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-163-backlink"><ref target="14.html#footnote-163">82</ref></hi></hi>. E ancora, nella guida della città di Raffaello Del Bruno (1698, ma con almeno sette ristampe nel corso del Settecento), in un approfondimento dettato da Anton Francesco Marmi, veniva ricordato a tutti i lettori che i monaci mantenevano «un certo spirituale possesso celebrandovi messe in alcuni giorni dell’anno e facendovi funzioni sacre»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-162-backlink"><ref target="14.html#footnote-162">83</ref></hi></hi>. A San Miniato si celebravano quattro feste<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-161-backlink"><ref target="14.html#footnote-161">84</ref></hi></hi>, e durante la quaresima ci si recava alla basilica per visitare il «sepolcro di moltissimi santi martiri che patirono in Firenze al tempo dell’idolatria e d’altri santi confessori che ivi stavano ritirati a far penitenza»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-160-backlink"><ref target="14.html#footnote-160">85</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nel 1737 i monaci chiesero e ottennero da Clemente XII che si potesse tornare ad eleggere un abate in perpetuo in deroga alle costituzioni della congregazione. Il 24 agosto di quell’anno un breve confermò tale prerogativa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-159-backlink"><ref target="14.html#footnote-159">86</ref></hi></hi>. Nel capitolo di quell’anno fu eletto superiore Nicolò del Sera, scelto fra tre nominativi di religiosi fiorentini. La successiva sequenza degli abati, ricostruita e pubblicata da Placido Lugano nel 1922, mostra come i rampolli delle famiglie fiorentine dei Del Sera, Gondi e Bartolini Baldelli accedessero ancora, quali esponenti della comunità regolare olivetana, a ruoli preminenti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-158-backlink"><ref target="14.html#footnote-158">87</ref></hi></hi>, e come il rapporto tra i contemplativi e la città fosse mediato anche attraverso questa alleanza con il patriziato; per quanto i monaci non godessero, rispetto al passato, di diritti economici, avendo ormai solo la possibilità di presenziare, secondo la preminenza dovuta alla dignità della carica, alle cerimonie religiose, come quella che fu celebrata in onore del martire titolare della basilica il 25 ottobre 1766<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-157-backlink"><ref target="14.html#footnote-157">88</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">6. La soppressione della Compagnia del Gesù: il dilemma della continuità e della discontinuità</p><p rend="text">Durante tutto il XVIII secolo i Gesuiti furono gli unici affidatari del complesso con una notabile eccezione. Nel 1767, infatti, nel tentativo di scongiurare il propagarsi di una possibile epidemia a causa del crescente numero di ricoverati negli spedali per gli effetti di una carestia, il granduca ordinò che fosse temporaneamente utilizzata la chiesa e casa dei Gesuiti di San Miniato al Monte per allontanare dalla città coloro che necessitavano di assistenza<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-156-backlink"><ref target="14.html#footnote-156">89</ref></hi></hi>. Se si prescinde da questo episodio, la presenza della <hi rend="italic">Societas Iesu</hi> tra le mura del Monte continuò ad essere un saldo punto di riferimento per la religiosità cittadina fin quando, il 21 luglio 1773, papa Clemente XIV firmò il breve <hi rend="italic">Dominus ac Redemptor noster</hi> con cui ordinò la soppressione della Compagnia. Poco più di un mese dopo il granduca Pietro Leopoldo con motuproprio ne estese l’efficacia al territorio toscano, ordinando che i beni dei Gesuiti, diversamente da quanto previsto dal breve pontificio, fossero devoluti al Regio Fisco<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-155-backlink"><ref target="14.html#footnote-155">90</ref></hi></hi>. La gestione dei patrimoni degli ex religiosi della Compagnia fu uno dei problemi centrali affrontati durante un periodo segnato da una forte dialettica nei rapporti tra Stato e Chiesa, e che coinvolse sensibilità spesso distanti, se non divergenti, anche all’interno delle stesse organizzazioni spirituali e temporali<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-154-backlink"><ref target="14.html#footnote-154">91</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La Chiesa fiorentina guidata dal vescovo Francesco Gaetano Incontri<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-153-backlink"><ref target="14.html#footnote-153">92</ref></hi></hi>, «ciecamente dipendente dalla Corte di Roma, debole, tutto dedito ai frati», come ebbe a scrivere il granduca Leopoldo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-152-backlink"><ref target="14.html#footnote-152">93</ref></hi></hi>, non tenne un comportamento univoco nei confronti della Compagnia. Questa fu inizialmente osteggiata per la diffusione della dottrina del probabilismo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-151-backlink"><ref target="14.html#footnote-151">94</ref></hi></hi>, ma con mutamento di orientamenti ecclesiali i Gesuiti fiorentini furono successivamente protetti dallo stesso arcivescovo, il quale, tuttavia, non esitò a nominare, già dal 1774, un sacerdote dalla coscienza critica come Scipione de’ Ricci quale vicario <hi rend="italic">ad causas</hi>. «Qua gli ex gesuiti – scrisse lo stesso Ricci ad Antonio Baldovinetti – hanno in mano può dirsi la coscienza di tutti e l’arcivescovo si fa in dovere di stimargli»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-150-backlink"><ref target="14.html#footnote-150">95</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Anche tra gli alti funzionari statali non mancarono le divergenze. Il celebre Giulio Rucellai, «uomo di gran talento, fuoco e cognizione nelle materie ecclesiastiche […] amato poco da’ preti»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-149-backlink"><ref target="14.html#footnote-149">96</ref></hi></hi>, nel suo ruolo di Segretario del Regio Diritto si schierò apertamente contro la Compagnia: «nel corso di 70 anni – scrisse in una relazione a proposito dei Gesuiti di San Miniato – erano arrivati a formare in Firenze un corpo di qualche migliaio di persone di qualunque classe ligio in tutto e dipendente dal cenno del padre prefetto della Casa degli Esercizi al Monte»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-148-backlink"><ref target="14.html#footnote-148">97</ref></hi></hi>. Egli cercò di consigliare il sovrano affinché prendesse disposizioni volte a disperdere il patrimonio toscano della Compagnia, specie quello della capitale fiorentina e specialmente della Casa di San Miniato, ritenuta il maggiore centro attivo di proselitismo.</p><p rend="text"> Suggerì di trasformare la Casa in «comoda e deliziosa villa», cui sarebbe stata annessa la chiesa di San Miniato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-147-backlink"><ref target="14.html#footnote-147">98</ref></hi></hi>. Con un progetto così concepito il valore del complesso da porre in vendita non sarebbe stato determinato soltanto dalle regole del mercato, bensì da «quelle dell’affezione», aumentando le possibilità di guadagno per il Regio Fisco, tenuto conto anche del fatto che il livello costituito nel 1668 per la famiglia Della Rena, con il canone ridotto dal 1739 proprio per la presenza gesuitica, risultava ormai in scadenza, essendo il senatore titolare «molto avanzato in età», nonché privo di moglie e di eredi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-146-backlink"><ref target="14.html#footnote-146">99</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Tuttavia, al fine di evitare gravi problemi organizzativi e non creare troppo scontento tra i numerosi fedeli e simpatizzanti per la causa gesuitica, il granduca cercò di invitare tutti i padri della Compagnia, nonostante la soppressione della <hi rend="italic">Societas</hi>, a mantenere i propri incarichi educativi, che impegnavano la gran parte dei religiosi nei collegi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-145-backlink"><ref target="14.html#footnote-145">100</ref></hi></hi>. La cura spirituale delle anime che i padri avevano condotto con la pratica delle missioni e degli esercizi spirituali fu, invece, subito affidata ai vescovi «per redimersi da’ gemiti – come si legge in una relazione – e per liberarsi delle continue rappresentanze che faranno su questo punto l’arcivescovo di Firenze e il Vescovo di Fiesole»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-144-backlink"><ref target="14.html#footnote-144">101</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Non fu, tuttavia, l’arcivescovo di Firenze in prima persona, ma suo fratello Ferdinando<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-143-backlink"><ref target="14.html#footnote-143">102</ref></hi></hi>, descritto dal granduca come «onesto, caritatevole, prudente […] da servirsene per accomodare cose di famiglie tra cavalieri»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-142-backlink"><ref target="14.html#footnote-142">103</ref></hi></hi>, a perorare la causa degli Esercizi. Nel tentativo di salvare e non disperdere l’eredità gesuitica della Casa del Monte, il senatore Incontri si appellò al collega Giovanni Federighi, «amato e stimato»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-141-backlink"><ref target="14.html#footnote-141">104</ref></hi></hi> soprintendente alle reali possessioni e assessore laico dell’Inquisizione, chiedendo l’autorizzazione granducale a trattare per terzi un subaffitto con il senatore Della Rena qualora la Casa fosse tornata nella sua disponibilità. Ferdinando Incontri chiese al contempo che fosse sospesa la vendita all’incanto dei mobili dell’Istituto già programmata<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-140-backlink"><ref target="14.html#footnote-140">105</ref></hi></hi>. La domanda era parallela ad una supplica inviata da quaranta cittadini fiorentini, primo firmatario il vescovo di Fiesole, Francesco Maria Ginori, che imploravano la restituzione della Casa per la continuazione della pratica degli esercizi di Sant’Ignazio. Simile preghiera fu inviata anche dal Guardiano e dai fratelli della Compagnia delle Sacre Stimmate di San Francesco di Firenze, con sede nella basilica di San Lorenzo, che annoverava più di 700 iscritti, affinché si continuasse a corrispondere la rendita da loro istituita per legato alla Casa degli esercizi di San Miniato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-139-backlink"><ref target="14.html#footnote-139">106</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il 25 novembre 1773, in una lunghissima relazione diretta al granduca, Giulio Rucellai osservava che se si fossero accettate queste richieste il potere civile non si sarebbe mai reso indipendente da quello ecclesiastico, il quale «è sempre ambizioso e in conseguenza intrigante». Il Segretario del Regio Diritto ricordava al principe che i Gesuiti erano un corpo «venduto al Mondo al pari del Leviathan»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-138-backlink"><ref target="14.html#footnote-138">107</ref></hi></hi>, schierandosi apertamente contro il mantenimento a San Miniato di un luogo destinato agli esercizi spirituali di cui i padri aveva fatto abuso. Rucellai irrideva coloro i quali pensavano che «Iddio avesse confidato ai soli padri della Compagnia di Gesù la vera cultura della vigna evangelica, dopo che era felicemente sussistita per quindici secoli senza di loro»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-137-backlink"><ref target="14.html#footnote-137">108</ref></hi></hi>. Il segretario sosteneva, infatti, che qualora fosse stato ripristinato, il consesso dei padri avrebbe tentato «tutte le vie per rendersi più potente»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-136-backlink"><ref target="14.html#footnote-136">109</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Le pressioni del segretario Rucellai ebbero effetto. Il 30 dicembre di quell’anno la casa di San Miniato e l’intero fondo livellario Della Rena furono trasferiti dalla dipendenza del Regio Fisco a quella del patrimonio privato della corona, amministrato dallo Scrittoio delle Possessioni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-135-backlink"><ref target="14.html#footnote-135">110</ref></hi></hi>. L’ordine sovrano diretto al conte Federigo Barbolani da Montauto, soprintendente all’economia dei collegi gesuitici soppressi, era esplicito: «proporci l’uso profano che possa farsi di tutto questo»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-134-backlink"><ref target="14.html#footnote-134">111</ref></hi></hi>. L’idea, già circolata, di trasformare l’intero complesso in una villa privata da porre al pubblico incanto incontrò, tuttavia, un rallentamento a causa delle difficoltà evidenziate nelle relazioni tecniche stilate in seguito ai sopralluoghi e firmate dall’ingegner Giuseppe Salvetti della Camera delle Comunità e Luoghi Pii<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-133-backlink"><ref target="14.html#footnote-133">112</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">7. La Costituzione dell’Opera degli Esercizi Spirituali (1775)</p><p rend="text">Nel tentativo di risolvere il problema, nel luglio del 1774 si cercò un accordo che retrocedesse l’intero complesso di beni al senatore Della Rena. Le difficoltà presentate dopo un’attenta ricognizione dei censi e dei legati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-132-backlink"><ref target="14.html#footnote-132">113</ref></hi></hi> e le pressioni della nobiltà e funzionari più vicini al clero si fecero sempre più forti, tanto da indurre il granduca ad abbandonare le posizioni rigoriste di Rucellai. Pietro Leopoldo, preso in considerazione l’orientamento dei principali vescovi della Toscana, accettò la ricostituzione di una Casa di Esercizi anche a Firenze. Per scongiurare che i religiosi ricostituissero un centro di direzione delle coscienze totalmente autonomo dal potere temporale, il principe indicò quale condizione per concedere l’autorizzazione la necessità di una netta divisione tra il governo spirituale del nuovo Istituto, che sarebbe stato affidato all’arcivescovo di Firenze o a un suo delegato, e quello temporale, cui sarebbero stati deputati quattro civili con approvazione granducale, similmente a quanto aveva concesso per la Casa degli Esercizi di Siena<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-131-backlink"><ref target="14.html#footnote-131">114</ref></hi></hi>. A tale proposito si chiese all’arcivescovo Incontri di stilare un piano organizzativo per la riapertura della Casa. Il presule propose l’organizzazione di tre ‘mute’ annuali di esercizi della durata di sei giorni, con due meditazioni giornaliere curate da un sacerdote secolare proposto dall’arcivescovo stesso e approvato dal granduca, in modo che «quest’opera sotto il pretesto di pietà e di religione porti mai il minimo sospetto di pubblico disordine e di disturbo»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-130-backlink"><ref target="14.html#footnote-130">115</ref></hi></hi>. Il piano trovò il regio consenso, tanto che il Segretario di Stato Francesco Seratti dette ordine di sospendere la vendita della Casa di San Miniato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-129-backlink"><ref target="14.html#footnote-129">116</ref></hi></hi>, e il 5 settembre comunicò a Montauto che il granduca aveva autorizzato la continuazione degli esercizi concedendo al senatore Ferdinando Incontri di trattare con il Della Rena, derogando all’ordine generale, l’acquisto della casa e dei mobili senza procedere al pubblico incanto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-128-backlink"><ref target="14.html#footnote-128">117</ref></hi></hi>. La decisione veniva comunicata nella stessa data al senatore Federighi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-127-backlink"><ref target="14.html#footnote-127">118</ref></hi></hi>, al senatore Rucellai<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-126-backlink"><ref target="14.html#footnote-126">119</ref></hi></hi> e all’arcivescovo Incontri<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-125-backlink"><ref target="14.html#footnote-125">120</ref></hi></hi>, che pochi giorni inviava un soddisfatto ringraziamento al conte Vincenzio degli Alberti, direttore della Segreteria di Stato inviso al Rucellai<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-124-backlink"><ref target="14.html#footnote-124">121</ref></hi></hi>, prendendo atto che la guida degli Esercizi Spirituali era stata affidata, su sua proposta, al priore della chiesa dei Santi Apostoli Andrea Benvenuti (1721-1793), ben conosciuto e stimato dal sovrano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-123-backlink"><ref target="14.html#footnote-123">122</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La data del 5 settembre fu così assunta come quella di fondazione della Pia Opera degli Esercizi. I rapporti con la famiglia Della Rena furono regolati attraverso una locazione quinquennale dei beni interessati con un canone di 40 scudi e l’obbligo al mantenimento dell’immobile qualora questo fosse stato consegnato in buone condizioni. Tuttavia, poiché erano necessari numerosi restauri, il granduca stanziò, su perizia dell’ingegner Salvetti, una somma da destinare alle opere più urgenti, sotto vigilanza e direzione dello Scrittoio. Il mobilio già appartenente alla casa gesuitica fu ricomprato dal senatore Incontri, donandolo successivamente alla stessa Pia Opera con l’obbligo di consegna alla congregazione dei Buonuomini di San Martino in caso di scioglimento dell’associazione. Il governo dell’Opera si stabilì, secondo un paradigma di associazionismo e interventismo nobiliare ben sperimentato, in una deputazione privata di quattro operai che si obbligavano a organizzare e a provvedere all’esistenza dell’ente anche attraverso un sistema di cooptazione che garantiva, in caso di morte o recesso di uno di essi, che gli altri nominassero il successore. A costituire l’Opera, oltre al marchese Ferdinando Incontri, furono deputati il marchese balì Sigismondo della Stufa, il marchese Carlo Gerini (che il granduca avrebbe voluto segretario dello Scrittorio delle Regie Fabbriche per gusto ed intelligenza)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-122-backlink"><ref target="14.html#footnote-122">123</ref></hi></hi>, il cavalier Bettino Ginori e il cavalier priore Marco Covoni (che pochi anni dopo rifondò l’orfanotrofio del Bigallo e curò la riforma dello spedale di Santa Maria Nuova). Questi, tutti già iscritti della congregazione gesuitica della Buona Morte in San Giovannino<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-121-backlink"><ref target="14.html#footnote-121">124</ref></hi></hi>, stabilirono di rifondere personalmente le spese qualora non fossero state sufficienti le rendite e la carità cittadina<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-120-backlink"><ref target="14.html#footnote-120">125</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il regolamento, stilato dall’arcivescovo Gaetano Incontri<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-119-backlink"><ref target="14.html#footnote-119">126</ref></hi></hi>, reca la data del 1775. Esso prevedeva che in diversi periodi dell’anno si tenessero gli esercizi spirituali, e che, in particolare, durante il mese di settembre questi fossero riservati agli ecclesiastici della diocesi di Firenze<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-118-backlink"><ref target="14.html#footnote-118">127</ref></hi></hi>, cui in seguito si aggiunsero quelli della diocesi di Fiesole, che vi venivano inviati, otto alla volta, sostentati da un pio legato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-117-backlink"><ref target="14.html#footnote-117">128</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Gli esercizi spirituali ripresero, quindi, nell’ex monastero olivetano ed ex Casa gesuitica dopo la metà del mese di marzo 1775. Ne dette pubblica notizia anche la «Gazzetta Toscana», sottolineando la loro utilità nel «mantenere in specie nella gioventù la pietà e lo spirito di devozione»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-116-backlink"><ref target="14.html#footnote-116">129</ref></hi></hi>. Sei anni più tardi, nel 1781, la famiglia Della Rena si estinse e con essa venne a risoluzione anche il livello. Il rescritto del 28 agosto 1781 esonerò l’Opera dal pagamento di qualsiasi canone, riconfermandone l’uso degli immobili purché continuasse in perpetuo la pratica degli esercizi. Inoltre dal 1782 l’Opera degli Esercizi divenne legataria di 2/3 delle entrate del podere della ‘Fortezza Vecchia’, di cui era stata proprietaria per metà Francesca di Giovanni Feducci vedova di Francesco Francini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-115-backlink"><ref target="14.html#footnote-115">130</ref></hi></hi>. La restante parte del fondo fu comprata l’anno dopo da Antonio Bartolozzi, che nel 1801 la rivendette all’Opera per gli Esercizi per la somma di 5.200 scudi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-114-backlink"><ref target="14.html#footnote-114">131</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La fortuna spirituale della sopracitata deputazione è testimoniata dai numeri. In nove anni, dal 1786 al 1795, parteciparono agli esercizi 2.226 persone, dimostrando ancora una volta il diffuso desiderio di un ritiro meditativo nella vita ecclesiastica e pastorale, tanto che quello degli esercizi fu anche uno dei molti temi affrontati nei celebri punti su cui il granduca invitò i vescovi toscani ad una ulteriore riflessione nel tentativo di promuovere la riforma morale della Chiesa toscana. Ove fosse stato ritenuto necessario dal presule, infatti, Pietro Leopoldo acconsentì che gli esercizi continuassero, purché in strutture separate e dedicate allo scopo, preferibilmente conventi soppressi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-113-backlink"><ref target="14.html#footnote-113">132</ref></hi></hi>, senza tuttavia che risultasse ridimensionato il postulato fondamentale del rinnovamento ecclesiale che si voleva imporre attraverso l’obbligo di costituire Accademie ecclesiastiche territoriali.</p><p rend="h2">8. Una nuova Opera di San Miniato al Monte (1783-1808)</p><p rend="text">Nell’orizzonte dell’ex chiesa e monastero di San Miniato un ulteriore soggetto sorse nel 1783. Il complesso basilicale, infatti, rivendicato a più riprese dai monaci olivetani, fin dal Duecento era stato affidato all’Arte di Calimala, che ne avrebbe dovuto curare la conservazione e l’abbellimento. Il sistema delle arti a Firenze era sopravvissuto formalmente indenne attraverso i secoli, i governi e le dinastie. Tuttavia, come è ben noto, nella prima stagione delle riforme leopoldine, tese a conferire alla Toscana non soltanto il volto di uno Stato moderno, ma soprattutto unitario ed efficiente, tale sistema venne soppresso. L’Arte di Calimala, con i suoi doveri istituzionali verso la basilica, sopiti nel lento scorrere dei secoli, fu ricompresa nella nuova Camera di Commercio, ente strumentale istituito con il solo scopo di superare l’antico sistema corporativo, che, raggiunto l’obiettivo, fu a sua volta soppressa il 26 febbraio 1782<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-112-backlink"><ref target="14.html#footnote-112">133</ref></hi></hi>. Il cavalier Pietro Pontanari, già Martellini, provveditore interinale proveniente dalle file dell’ufficio di Revisioni e Sindacati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-111-backlink"><ref target="14.html#footnote-111">134</ref></hi></hi>, si trovò a dover gestire il passaggio degli antichi diritti spettanti alle Arti relativi ai luoghi pii. In questo contesto, rinvenuto il legame giuridico tra l’Arte dei Mercatanti (o Calimala), la basilica e il monastero olivetano di San Bartolomeo a Firenze «come quelli che negli antichi tempi hanno abitato il convento e chiesa di San Miniato al Monte»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-110-backlink"><ref target="14.html#footnote-110">135</ref></hi></hi>, si avviarono contatti con l’Ordine. </p><p rend="text">Il 27 giugno 1783, adunato il capitolo e con l’approvazione dell’abate Angelo Bartolini Baldelli, fu infatti autorizzato padre Giuseppe Felice Arnaldi, cellerario del monastero di San Bartolomeo, a sottoscrivere il contratto che venne rogato il 4 luglio dello stesso anno da ser Antonio Maria Falugi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-109-backlink"><ref target="14.html#footnote-109">136</ref></hi></hi>. Dall’Opera di San Miniato furono retrocessi un livello e un fondo commerciale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-108-backlink"><ref target="14.html#footnote-108">137</ref></hi></hi>, insieme a tutti gli arredi sacri della chiesa, comprese le chiavi della porta santa, una chiave del crocifisso miracoloso trasportato in Santa Trinita, le chiavi del tabernacolo, della reliquia di san Miniato e quelle dell’armadio delle undici <hi rend="italic">exuviae</hi> che, però, non fu rinvenuto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-107-backlink"><ref target="14.html#footnote-107">138</ref></hi></hi>. Ai monaci, il 27 agosto, passò, quindi, la «cura e custodia» della chiesa, «obbligandosi di supplire a spese di detto monastero per l’avvenire et in perpetuo ai bisogni di detta fabbrica»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-106-backlink"><ref target="14.html#footnote-106">139</ref></hi></hi>. Per il mantenimento gli Olivetani si impegnarono stipendiando anche un custode, Tommaso Pasqui, che per 28 lire l’anno si occupava delle pulizie e di piccoli risarcimenti alla chiesa, le cui spese venivano rifuse dal cellerario del monastero<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-105-backlink"><ref target="14.html#footnote-105">140</ref></hi></hi>. Questa amministrazione continuò fino al 1808, quando, a seguito delle soppressioni ecclesiastiche generali decretate dal sopravvenuto governo francese, la proprietà della basilica fu nuovamente trasferita al Demanio statale, sebbene Arnaldi, divenuto abate generale dell’Ordine, si fosse illuso di poter salvare i beni con l’intervento presso l’imperatore della senese Anna Pieri, sposata con Giulio Brignole Sale e dama di corte dell’imperatrice Giuseppina di Beauharnais, prima moglie di Napoleone<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-104-backlink"><ref target="14.html#footnote-104">141</ref></hi></hi>. Gli Olivetani furono così nuovamente estromessi dal complesso ed avrebbero dovuto attendere altri 115 anni per farvi ritorno.</p><p rend="h2">9. Il primo Ottocento e le nuove identità</p><p rend="text">L’Ottocento rappresenta per l’intero complesso di San Miniato il periodo della ricostruzione dell’identità. In una società profondamente mutata, infatti, fin dai primi decenni del secolo si affermò con rapidità e forza la devozione mariana caratterizzata anche dal protagonismo femminile e dal nuovo ruolo di supplenza che religiosi e religiose svolsero nella colletività religiosa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-103-backlink"><ref target="14.html#footnote-103">142</ref></hi></hi>. La Casa degli Esercizi del Monte venne così marginalizzata<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-102-backlink"><ref target="14.html#footnote-102">143</ref></hi></hi> nelle pratiche della pietà cittadina, sempre più caratterizzata dall’attivismo servita della Santissima Annunziata, che nel 1852 conobbe l’apogeo con la coronazione dell’immagine da parte del Capitolo vaticano. </p><p rend="text">Inadatti a diventare luoghi di spiritualità femminile per la relativa distanza e il non comodo accesso, la Casa e l’Opera del Monte dovettero trovare un nuovo assetto organizzativo e una nuova missione. Le numerose identità che San Miniato aveva assunto nel tempo avevano creato un caleidoscopio di difficile lettura; ma questa eterogenea caratterizzazione perlopiù avulsa dalla vita religiosa ordinaria della popolazione, del clero secolare e di quello regolare, aveva confinato al solo immobile dell’ex monastero possibili utilizzi, lasciando alla basilica un carattere strumentale in cui nessuno, dalla metà del Cinquecento, aveva avvertito la necessità di investire in abbellimenti o rifunzionalizzazioni contemporanee. Non si era, cioè, manifestata l’esigenza, di erigere altari privati, non si era occupato spazio con tombe e cenotafi familiari, né si era aggiornato l’ambiente al culto e alle varie e periodiche prescrizioni sinodali, lasciando al trascorrere del tempo e a pochi interventi degli affidatari la conservazione degli elementi strutturali. </p><p rend="text">La marginalità in cui si era trovato a vivere l’intero complesso sostanziò, tuttavia, la sua nuova fortuna identitaria. Fin dalla metà del secolo precedente le scelte editoriali su temi artistici e architettonici erano state orientate a soddisfare un pubblico selettivo ed avido di novità. In pittura le scelte operate da Marco Lastri per l’<hi rend="italic">Etruria Pittrice</hi>,<hi rend="italic"> </hi>in cui egli presentava, tra le famose tavole, l’incisione di Carlo Lasinio intitolata ‘S. Miniato martire, pittura a fresco nella Chiesa di S. Miniato al Monte […] opera dei pittori greci fatti venire dalla Repubblica’<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-101-backlink"><ref target="14.html#footnote-101">144</ref></hi></hi>, testimoniavano una nuova sensibilità<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-100-backlink"><ref target="14.html#footnote-100">145</ref></hi></hi>. In architettura le indagini antiquarie toscane sui marmi svolte da Giovanni Targioni Tozzetti e tratte perlopiù dal manoscritto del domenicano Agostino del Riccio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-099-backlink"><ref target="14.html#footnote-099">146</ref></hi></hi>, trovarono la definitiva consacrazione per San Miniato con il suggello di Johann Winckelmann nelle <hi rend="italic">Osservazioni sull’architettura degli antichi</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-098-backlink"><ref target="14.html#footnote-098">147</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> La fortuna dei caratteri artistici, con i mosaici e i marmi antichi che fondevano e confondevano storia e gusto romantico, aveva condotto all’attenzione per l’intero complesso basilicale, e la loro immagine era stata riproposta in moltissimi manuali europei, specie francesi, come quello pubblicato dall’architetto neoclassico Auguste-Henri-Victor Grandjean de Montigny nel 1815, che contemplava la basilica all’interno di una raccolta sugli edifici della Toscana (erano dedicate a San Miniato la tavola 67 e la coperta del XIV° quaderno, laddove un <hi rend="italic">collage</hi> esaltava i caratteri ‘primitivi’ dell’edificio). Il compendio di Jean Baptiste Seroux d’Agincourt (prima traduzione italiana, 1828) venne pubblicato corredato di numerose tavole con rilievi inediti della basilica realizzati dal vivo dall’architetto Léon Dufourny, conosciuto mediatore culturale tra Italia e Francia per i suoi lunghi soggiorni nel bel Paese<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-097-backlink"><ref target="14.html#footnote-097">148</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Eugène Viollet-Le-Duc, nei suoi soggiorni fiorentini tra il 1836 e il 1837, più volte disegnò e riprese la basilica. Anche gli architetti anglosassoni subirono il fascino del complesso, come dimostrano i volumi di Robert Willis<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-096-backlink"><ref target="14.html#footnote-096">149</ref></hi></hi> ed Henry Gally Knight<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-095-backlink"><ref target="14.html#footnote-095">150</ref></hi></hi>. John Ruskin, probabilmente tra il 1845 e il 1846, elaborò vari disegni, tra cui i celebri acquarelli del cortile antistante la basilica e della facciata della chiesa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-094-backlink"><ref target="14.html#footnote-094">151</ref></hi></hi>, ed adottò il pavimento di San Miniato come coperta del suo volume <hi rend="italic">Seven Lamps of Architecture</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-093-backlink"><ref target="14.html#footnote-093">152</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> Nello stesso periodo sono documentate le riproduzioni dell’edificio quale soggetto prescelto per esercizi in alcune accademie di belle arti d’Italia, come Brera e la stessa Firenze<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-092-backlink"><ref target="14.html#footnote-092">153</ref></hi></hi>. Inoltre le acquisizioni storico-artistiche, rilanciate dal ruolo dei viaggiatori, conoscitori e curiosi, venivano proposte al pubblico in varie e fortunate forme come l’<hi rend="italic">editio maior</hi> (1801-1803) e <hi rend="italic">minor</hi> (1817) del <hi rend="italic">Viaggio Pittorico</hi> dell’abate Francesco Fontani il quale, ripartendo dalle interpretazioni dell’erudizione offerta nel Settecento da Giovanni Lami e Domenico Maria Manni, intesseva un ricco palinsesto dotato di apparato illustrativo per cura del Terreni, con una forma editoriale che stava tra la guida e l’approfondimento. </p><p rend="text">Questa fortuna venne rinnovata in patria da imprese editoriali commerciali, come la serie di <hi rend="italic">Chiese e Palazzi di Toscana</hi> di Carlo Lasinio, comprendente una tavola raffigurante l’interno della basilica; e riguardò anche scrittori e viaggiatori di altre nazioni, tra cui Antoine-Laurent Castellan<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-091-backlink"><ref target="14.html#footnote-091">154</ref></hi></hi> e Jean-Joseph-François Poujoulat<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-090-backlink"><ref target="14.html#footnote-090">155</ref></hi></hi>. Nelle guide per i turisti si iniziarono ad evidenziare anche gli aspetti popolari della struttura, come la basilica inferiore, ossia la cosiddetta Confessione, su cui l’architetto Fantozzi non mancò di annotare «che il volgo chiama Catacombe»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-089-backlink"><ref target="14.html#footnote-089">156</ref></hi></hi>, con evidente riferimento alla fortunatissima apologetica cattolica romanzata da François-René de Chateaubriand nel <hi rend="italic">Génie du Christianisme</hi> (e che sarà ripresa da Nicholas Wiseman in <hi rend="italic">Fabiola</hi>). </p><p rend="text">Solo pochi anni più tardi sarà anche la tecnica fotografica, a Firenze rappresentata soprattutto da Leopoldo Alinari, a rinnovare la fortuna della basilica (scatti attestati fin dal 1852)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-088-backlink"><ref target="14.html#footnote-088">157</ref></hi></hi>. In una società fiorentina via via più cosmopolita, in cui la convivenza e la contendibilità della socializzazione tra nobiltà e borghesia sperimentavano progressivamente il vantaggio della seconda, l’immaginario rappresentato dal complesso di San Miniato finì per diventare un valore condiviso, cui la fortuna tributata da viaggiatori e storici dell’arte pose il sigillo. </p><p rend="text">Nel corso del XIX secolo la storia di San Miniato assunse caratteristiche assai diversificate: quella evenemenziale si popolò sempre più di episodi, persone, fatti che ne indirizzarono l’evoluzione verso una necropoli dal volto borghese e dall’aspirazione nobile. Per altro verso la storia spirituale si contrasse col ridimensionamento del potere nobiliare e i mutamenti sociali che coinvolsero anche l’aristocrazia; mentre irrompeva e si consolidava, al contrario, la costruzione di un immaginario del complesso architettonico che si faceva storia esso stesso. La nuova identità di San Miniato ripartì, infatti, anche dalle indagini e dalla storia composta dal ginevrino Simonde de Sismondi, cresciuto nel circolo del castello elvetico di Coppet creato da Madame De Staël, il quale, recuperando i testi di Benedetto Varchi, ridonò nuova voce alla celebrazione delle libertà delle antiche repubbliche italiane<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-087-backlink"><ref target="14.html#footnote-087">158</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Fu così che si ricompose, fra l’altro, il sinolo tra la basilica e il suo campanile, simbolo iconico-identitario. Fu allora che il nome di Michelangelo Buonarroti risuonò con gli echi della fortezza e delle imprese belliche, incarnazione per antonomasia della lotta per la libertà. Inoltre le edizioni di inizio Ottocento della <hi rend="italic">Storia d’Italia</hi> di Francesco Guicciardini, specialmente quella fortunatissima curata, con estrema disinvoltura, da Giovanni Rosini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-086-backlink"><ref target="14.html#footnote-086">159</ref></hi></hi>, contribuirono ad attualizzare gli episodi rinascimentali di resistenza al dominio straniero. La loro consonanza di temi, attitudini e indirizzi costruì una vera e propria mitologia borghese dell’insorgenza e della resistenza<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-085-backlink"><ref target="14.html#footnote-085">160</ref></hi></hi>, esemplata dall’enorme successo editoriale dell’<hi rend="italic">Assedio di Firenze</hi> (1836) di Domenico Guerrazzi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-084-backlink"><ref target="14.html#footnote-084">161</ref></hi></hi>, seguito dagli epigoni <hi rend="italic">Niccolò de’ Lapi ovvero i Palleschi e i Piagnoni </hi>(1841) di Massimo d’Azeglio e, soprattutto, dall’altrettanto celebre <hi rend="italic">Marietta de’ Ricci ovvero Firenze al tempo dell’assedio </hi>(1840) di Agostino Ademollo, romanzi storico-politici in cui l’episodio michelangiolesco della difesa condotta dal campanile di San Miniato diveniva emblema di una popolazione che, come Michelangelo stesso – secondo le parole di Guerrazzi –, «più del papa ama la libertà»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-083-backlink"><ref target="14.html#footnote-083">162</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Le suggestioni letterarie si fondevano con la ricerca storica espressa in saggi come quello di Eugenio Alberi, che negli stessi anni riportava in luce documenti dagli archivi focalizzando ancora l’attenzione su San Miniato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-082-backlink"><ref target="14.html#footnote-082">163</ref></hi></hi>. La teoretica, tuttavia, stava per cedere il passo, ancora una volta, alla mitopoietica, la quale avrebbe trasformato nuovamente l’identità dell’antico monastero con le sue pertinenze, conferendo a quella terra e a quelle mura il valore di un tempio borghese capace di offrire un palcoscenico da cui mostrare le tracce di un passato ancora vivente e sul quale poter compiere la celebrazione di un processo in atto.</p><p rend="h2">10. La Pia Opera degli Esercizi e l’operaio Pompeo Masetti </p><p rend="text">Se l’iniziale riscoperta del complesso da parte degli eruditi e l’acquisizione di una maggior consapevolezza dell’importanza dell’edificio non ebbe ripercussioni sulla gestione e sul destino del medesimo, nel volgere di pochi decenni fu l’Opera degli Esercizi, grazie alle capacità e all’intuizione di un suo Operaio, ad imprimere un ulteriore nuovo assetto identitario all’area.</p><p rend="text">L’Opera, infatti, aveva continuato a rappresentare il significato propriamente religioso dell’edificio. La pubblica riconoscenza di cui godeva ne aveva permesso un riordino anche spaziale all’interno degli edifici del complesso di San Miniato. Da una pianta dell’ingegner Giovanni Gattai, disegnata nell’anno 1800, si rileva come la Casa degli esercizi estendesse il suo sviluppo a tutto l’edificio dell’antico monastero ricomprendendo anche l’intero chiostro, in cui prendevano posto grandi vasi di piante di limoni che nell’inverno venivano posti a dimora nella limonaia ad ovest della facciata principale della chiesa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-081-backlink"><ref target="14.html#footnote-081">164</ref></hi></hi>. Già da una pianta del 1812<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-080-backlink"><ref target="14.html#footnote-080">165</ref></hi></hi> una parte del fabbricato colonico, a sinistra della facciata, indicato come attinente al podere della Fortezza Vecchia, appare diviso tra la Pia Opera e Giovanni Antonio Castrucci, erede mediato della signora Feducci. Tuttavia nel novero di pochi anni, prima con un accordo (1813) e quindi a seguito della morte del Castrucci (1820), il possesso si riconsolidò nel pio ente grazie alla mediazione di Mario e Giovan Battista Covoni, che all’epoca amministravano l’Opera<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-079-backlink"><ref target="14.html#footnote-079">166</ref></hi></hi>. Il prestigio morale e spirituale dell’istituto è segnato in quegli anni dell’ingresso per cooptazione della famiglia Capponi tra gli Operai dell’Istituto con il marchese Roberto, seguito dal conte Camillo (1767-1817)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-078-backlink"><ref target="14.html#footnote-078">167</ref></hi></hi>, devoto esponente della famiglia che fu anche commissario dello Spedale di Santa Maria Nuova e quindi dal fratello Ferrante (1762-1819) cavaliere priore di Santo Stefano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-077-backlink"><ref target="14.html#footnote-077">168</ref></hi></hi>. Parimenti altri Operai disposero legati in favore dell’istituto nella redazione delle ultime volontà, come Bettino Ginori che affidò all’istituto – configurato legalmente quale opera pia laicale e quindi esclusa dalle disposizioni sulla cosiddetta mano morta – denaro, mobili e tutte le spese da lui sostenute per i miglioramenti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-076-backlink"><ref target="14.html#footnote-076">169</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Se l’ex complesso monastico continuava, quindi, a rimanere affidato all’Opera, che pure vedeva svanire la possibilità di un ritorno della Compagnia di Gesù alla Casa, avendo il granduca Ferdinando escluso il ristabilimento di missioni di Gesuiti in Toscana<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-075-backlink"><ref target="14.html#footnote-075">170</ref></hi></hi>, la basilica si trovava per la prima volta senza un riferimento, seppur latente o mediato, al mondo olivetano e senza una vera e propria custodia giuridica, stanti la soppressione e la cessazione delle funzioni, dopo poco più di vent’anni di vita, dell’altro ente tutore dell’immobile: l’Opera di San Miniato. Ferdinando III e i suoi funzionari valutarono, quindi, conveniente ed economicamente sostenibile che l’istituzione laicale dell’Opera degli Esercizi Spirituali, affidataria dell’ex complesso monastico, fosse l’entità più adatta a sovvenire alle necessità anche del complesso basilicale, riconsolidando giuridicamente, dopo tre secoli, le proprietà dell’antico cenobio in un unico istituto. Con un iter amministrativo che dall’estate del 1820 si concluse il 13 febbraio 1822, l’Opera Pia degli Esercizi spirituali ebbe concessa la basilica, l’ex monastero e le terre annesse, insieme ad un canone annuo di 350 lire del pubblico erario. San Miniato al Monte fu dichiarato dall’arcidiocesi fiorentina oratorio della Pia Casa nella parrocchia di San Leonardo in Arcetri<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-074-backlink"><ref target="14.html#footnote-074">171</ref></hi></hi>, ossia dell’ente amministrato dalle quattro famiglie rappresentate all’epoca da Pietro Leopoldo Ricasoli Zanchini Marsuppini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-073-backlink"><ref target="14.html#footnote-073">172</ref></hi></hi>, dal cavalier priore Giovan Battista Covoni (cooptato al padre Marco)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-072-backlink"><ref target="14.html#footnote-072">173</ref></hi></hi>, dal conte Giovanni Battista Capponi e da Angelo Filippo di Amerigo Gondi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-071-backlink"><ref target="14.html#footnote-071">174</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Alla morte del Gondi, il 17 maggio 1838, fu cooptato nel governo dell’Opera il conte Pier Pompeo Masetti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-070-backlink"><ref target="14.html#footnote-070">175</ref></hi></hi> quale «soggetto probo e zelante quanto intelligente delle cose attento all’arte edificatoria la quale ad esso affidavano intieramente ed esclusivamente per quanto spettava all’opera di sorvegliare»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-069-backlink"><ref target="14.html#footnote-069">176</ref></hi></hi>. Masetti era membro di una famiglia che da non molti decenni aveva acquisito il titolo comitale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-068-backlink"><ref target="14.html#footnote-068">177</ref></hi></hi> e che, per fortunati matrimoni e varie circostanze, in breve tempo aveva accumulato un cospicuo patrimonio, acquisendo, dal 1773, anche il cognome Dainelli da Bagnano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-067-backlink"><ref target="14.html#footnote-067">178</ref></hi></hi>. Dalla madre Pompeo aveva ereditato i beni dei Bertolini Cataldi; e il matrimonio del 1822 con Giovanna Neri Badia gli aveva procurato in dote le sostanze valdelsane dei Neri Badia. Le ingenti risorse economiche gli permisero numerosi investimenti che testimoniano le sue tendenze culturali e politiche indirizzate al cattolicesimo liberale fidente e cooperante nella causa dell’unità italiana. Masetti, infatti, acquistò la casa fiorentina già Gianfigliazzi nella quale aveva vissuto Vittorio Alfieri, considerato tra i campioni del processo unitario ‘avviatosi’ nell’età di Michelangelo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-066-backlink"><ref target="14.html#footnote-066">179</ref></hi></hi>. Egli promosse la realizzazione di un ciclo di affreschi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-065-backlink"><ref target="14.html#footnote-065">180</ref></hi></hi>, ed incorse in numerosi problemi, con scandalo internazionale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-064-backlink"><ref target="14.html#footnote-064">181</ref></hi></hi>, per la targa fatta apporre all’esterno di tale edificio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-063-backlink"><ref target="14.html#footnote-063">182</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Forse proprio queste attenzioni alla storia e il desiderio di celebrità lo indussero ad accettare l’incarico di gestore dell’Opera degli Esercizi. Dal 1838, infatti, l’intera vicenda di San Miniato si può riassumere quasi esclusivamente nell’intraprendenza e nella volontà di Pompeo Masetti, cui furono consegnate, dagli altri componenti dell’Opera, le deleghe per la gestione organizzativa ed economica dell’ente. </p><p rend="text">Con una brillante operazione finanziaria Masetti ottenne da subito una cessione anticipata da parte della locale Cassa di Risparmio della somma di 15.000 lire che il granduca aveva destinato a rate per i restauri della basilica e che si impegnò a rifondere all’istituto di credito. Tuttavia, per dotare di relativa autonomia finanziaria l’opera Pia in modo che non gravasse sulle finanze statali, nel 1841, grazie anche all’impegno del marchese Girolamo Ballati Nerli direttore delle Reali Fabbriche e del cavalier Vincenzo Boni auditore segretario del Regio Diritto, si procedette a diverse riunioni con il conte Masetti durante le quali si valutò l’affidamento all’Opera di un appalto per un cimitero privato i cui proventi sarebbero stati destinati al mantenimento della basilica; una realtà che avrebbe profondamente segnato l’avvenire del complesso religioso<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-062-backlink"><ref target="14.html#footnote-062">183</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Un difficile vanto della cultura risorgimentale fu, infatti, legare l’idea aurea di conservazione ad un’accezione storica ed economica del sedimento artistico, interpretato quale retaggio ed eredità per cui si rendeva necessario l’impegno dell’intera comunità, creando una tensione verso il raggiungimento, tramite il manufatto d’eccezione, di una nuova società.</p><p rend="h2">11. Il Cimitero Monumentale</p><p rend="text">Le leggi sepoltuarie da oltre cinque decenni erano al centro di una complessa vicenda in cui nuove sensibilità politiche, mutati approcci scientifici alle condizioni di salute pubblica e nuove acquisizioni in materia igienico-sanitaria si scontravano con le tradizioni e i convincimenti della popolazione. Se culturalmente erano mutate la percezione e l’interpretazione della vita dell’uomo, del senso della storia e quindi di quello della morte, questi rinnovati sentimenti si erano affermati perlopiù tra alcuni appartenenti alla nobiltà internazionale e in alcune fasce della borghesia. </p><p rend="text">Morire era anche una questione di ordine economico, i cui proventi interessavano specialmente sacerdoti, ordini religiosi e compagnie laicali. L’espressione del riformismo leopoldino si ebbe in questo campo con il motuproprio del 1783 volto a proibire le sepolture nelle chiese e nei chiostri e a promuovere la costituzione di soli campisanti cosiddetti a sterro, secondo le modalità tecnico- scientifiche adottate da un ventennio in Francia, specialmente a Parigi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-061-backlink"><ref target="14.html#footnote-061">184</ref></hi></hi>. Il motuproprio destò clamore, specie in Firenze, dove a causa della necessità di inumare molti corpi si scelse quale cimitero esterno una località lontana, malagevole e a molti ignota: Trespiano, adibita a camposanto dal 1784. Il dibattito si protraeva, in realtà, da più di un decennio, con le relazioni del medico Giovanni Targioni Tozzetti che restano a testimoniare la sistematicità e il livello tecnico con il quale si affrontava l’esame delle problematiche. Targioni fu il primo a indicare come possibile la creazione di un cimitero presso la fortezza di San Miniato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-060-backlink"><ref target="14.html#footnote-060">185</ref></hi></hi>. La preferenza accordata al territorio extraurbano di Trespiano aveva, infatti, lasciato insoluti molti problemi. La reintroduzione della possibilità di seppellire in città dal 1803 portò a sviluppare l’idea di cimiteri specializzati per appartenenza religiosa, costituendo anche imprese artistiche ed economiche rilevanti, come quelle del sito concesso alla Compagnia della Misericordia cosiddetta dei Pinti proprio nel 1837. </p><p rend="text">È nel rapporto con questa iniziativa che va inserita la ripresa del progetto di un cimitero a San Miniato, progetto che saldò l’intraprendenza del nuovo Operaio Masetti con le proposte dell’architetto anconetano di origine ebraica Niccolò Matas, che aveva già raggiunto notorietà nella capitale del granducato con l’insegnamento all’Accademia di Belle Arti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-059-backlink"><ref target="14.html#footnote-059">186</ref></hi></hi>, e che culturalmente fu supportato dal sacerdote poligrafo Melchiorre Missirini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-058-backlink"><ref target="14.html#footnote-058">187</ref></hi></hi>. «Ecco il Cimitero – scrisse quest’ultimo a suggello della nuova temperie culturale – cangiato allora in un’opera sublime; in un panteon delle patrie celebrità, in una eloquente dimostrazione di tutte le nostre illustrazioni, in un maraviglioso emporio d’arti degne di attestare ai futuri secoli il grado della loro eccellenza nella nostra età»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-057-backlink"><ref target="14.html#footnote-057">188</ref></hi></hi>. Il cimitero diveniva, quindi, luogo degli affetti, ma anche rappresentazione imperitura di una funzione civile ed artistica all’interno di un nuovo patto sociale. </p><p rend="text">Fu così che nell’aprile del 1841 l’Operaio Masetti sottopose al Granduca Leopoldo II una memoria per la costituzione di un camposanto in San Miniato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-056-backlink"><ref target="14.html#footnote-056">189</ref></hi></hi> seguita da una memoria dell’architetto Matas del 1842<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-055-backlink"><ref target="14.html#footnote-055">190</ref></hi></hi>. Seppur avversato, specialmente dai vicini frati di San Salvatore, preoccupati per il possibile danno economico dovuto alla cessazione delle sepolture nella loro chiesa, Masetti ottenne nel febbraio 1844 un rescritto che permetteva all’Opera di presentare un progetto dettagliato «al desiderato fine di far cessare a vantaggio della pubblica salute le tumulazioni che si fanno nei chiostri», e prevedendo al contempo che all’Opera stessa fosse affidata la basilica del Monte «in quanto alla sua conservazione e mantenimento»; scelta che creava un nesso causale con gli introiti derivanti dalle sepolture<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-054-backlink"><ref target="14.html#footnote-054">191</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’inondazione dell’Arno che nel dicembre di quell’anno travolse gran parte della città devastando e scoperchiando molte sepolture negli edifici religiosi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-053-backlink"><ref target="14.html#footnote-053">192</ref></hi></hi> convinse il governo ad affrontare con maggior convinzione e celerità il problema. Non sappiamo come l’architetto Matas fosse entrato in contatto con il conte Masetti. Presumibilmente il primo presentò direttamente i progetti del cimitero lodati dal Missirini. Lo stesso Operaio di San Miniato scrisse che l’Opera si era servita dell’architetto Gaetano Baccani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-052-backlink"><ref target="14.html#footnote-052">193</ref></hi></hi>, ma che «il Matas con ogni maniera di remissive sollecitazioni procurò di ottenere la commissione antedetta. Ma tosto che ei l’ebbe ottenuta ne tirò molto in lungo»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-051-backlink"><ref target="14.html#footnote-051">194</ref></hi></hi>. Effettivamente il 26 luglio 1845 l’architetto assunse formalmente l’incarico di progettare il cimitero presso San Miniato, ma soltanto il 25 settembre 1847 mostrò i disegni e il progetto complessivo, dando peraltro vita ad un’accesa polemica con il conte Masetti sulla primogenitura dell’impianto stesso<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-050-backlink"><ref target="14.html#footnote-050">195</ref></hi></hi>. I disegni ed il modello furono comunque presentati dal Matas che, finanziato dal granduca, espose nella chiesa di San Pancrazio un grandioso plastico con il corredo di una piccola pubblicazione nella quale si esaltava il patriottismo di coloro che avrebbero scelto quel luogo per la tumulazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-049-backlink"><ref target="14.html#footnote-049">196</ref></hi></hi>, unitamente agli effetti benefici che la gara tra i committenti per erigere monumenti funebri avrebbe impresso all’avvenire delle arti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-048-backlink"><ref target="14.html#footnote-048">197</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il progetto prevedeva tre grandi corti di gallerie sepolcrali adorne di colonne di ordine greco-romano. Lo spazio interno era adibito a giardini funerari con strade e passeggiate e con una parte dedicata a cappelle poste in linea, nonché realizzate in vari ordini. Si prevedeva, inoltre, una nuova strada di accesso larga e segnata da cipressi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-047-backlink"><ref target="14.html#footnote-047">198</ref></hi></hi>. Il progetto ottenne l’assenso governativo, ma i rivolgimenti del 1848, durante i quali Masetti fu eletto all’assemblea toscana<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-046-backlink"><ref target="14.html#footnote-046">199</ref></hi></hi>, ne causarono la sospensione. Il tratto distintivo dell’unione di natura e morte sublimata dall’arte, del cimitero quale «consolante indugio sulle soglie dell’eternità»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="14.html#footnote-045">200</ref></hi></hi>, si fece d’improvviso meno caratterizzante. Critiche e scetticismi si addensarono sulle «epigrafi ingannatrici»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="14.html#footnote-044">201</ref></hi></hi>. Si temette persino che i rivolgimenti politici in atto avrebbero potuto cancellare i «teneri affetti che si educano nel mite ambiente dei sepolcri», travolti da chi andava «vagheggiando una nuova civile ugualità nella morte»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="14.html#footnote-043">202</ref></hi></hi>. Il 7 dicembre 1848, inoltre, la decisione del Comune di Firenze di conferire l’incarico al conte Guglielmo de Cambray Digny e all’architetto Leopoldo Pasqui per la redazione di un progetto di trasformazione del cimitero di Trespiano in monumentale, sembrò porre fine alla conversione di San Miniato disegnata da Matas<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="14.html#footnote-042">203</ref></hi></hi>. Intervenne, tuttavia, in sua difesa l’amico avvocato Giuseppe Tassinari, supportando con un <hi rend="italic">pamphlet </hi>l’iniziativa, avanzando un’elaborazione concettuale declinata attraverso i caratteri di ‘grande’ e ‘sublime’, descritti come categorie dello spirito che sarebbero state incarnate dall’opera dell’architetto anconetano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="14.html#footnote-041">204</ref></hi></hi>. A questo approccio si associava, l’anno successivo, il lavoro di un altro avvocato amatore delle arti, Giovan Felice Berti, dedicato al presidente dell’Accademia di Belle Arti di Firenze Luca Bourbon Del Monte, che privilegiava una più attenta rilettura dei documenti e del monumento di San Miniato interpretato nella sua evoluzione storica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="14.html#footnote-040">205</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Al centro delle attenzioni di eruditi e cultori d’arte, San Miniato nel 1850 fu sede del sinodo dei vescovi della provincia ecclesiastica di Firenze<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="14.html#footnote-039">206</ref></hi></hi>. Nell’occasione il sito recuperò la sua vocazione spirituale, suggellata dalla possibilità di aprire in basilica un sepolcreto provvisorio. L’epidemia di colera di appena quattro anni dopo dette modo al conte Masetti di riproporre l’idea di un cimitero esclusivo, idea che fu approvata in gran fretta il 17 settembre 1854<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="14.html#footnote-038">207</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il progetto del camposanto monumentale divenne per Masetti il primo impegno cui indirizzare l’Opera, tanto da provocare le dimissioni di un deputato dell’Opera stessa, il canonico Alessandro Ricasoli, succeduto al padre Pietro Leopoldo. Ricasoli, culturalmente impegnato in un’azione di condanna del giurisdizionalismo leopoldino tanto da curare la pubblicazione della bolla <hi rend="italic">Auctorem fidei</hi>, mai diffusa a stampa in Toscana, denunciò la deviazione dell’istituto dallo scopo per il quale era nato. Dietro lo scontro si celavano le divergenti declinazioni della contemporaneità politica e religiosa, tanto che lo stesso arcivescovo di Firenze sollecitò ed ottenne che gli altri deputati, Covoni e Capponi, deliberassero di rimuovere Masetti, impegnato in quegli anni anche in molte operazioni commerciali e finanziarie<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="14.html#footnote-037">208</ref></hi></hi>, dalla carica di conservatore della fabbrica. Il carattere liberista e il forte impegno politico di Masetti sono evidenti nelle amicizie (il necrologio per la morte del fratello fu scritto da Antonio Zobi)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="14.html#footnote-036">209</ref></hi></hi>, così come nell’impegno sociale speso parimenti nel comitato per le statue degli illustri toscani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="14.html#footnote-035">210</ref></hi></hi>, quale deputato permanente della Congregazione di San Giovanni Battista<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="14.html#footnote-034">211</ref></hi></hi> e operaio del Conservatorio delle Giovacchine di Firenze<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="14.html#footnote-033">212</ref></hi></hi>. Tuttavia, grazie alla mediazione di Giovan Battista Capponi e dell’avvocato Antonio Mannini, sottodirettore dell’Archivio delle Riformagioni, Masetti conservò il proprio ruolo all’interno dell’Opera.</p><p rend="text">Ricomposta la deputazione e ritrovato il consenso nel ruolo di amministratore, Masetti tornò a scontrarsi con l’altra anima del progetto di tumulazioni privilegiate, l’architetto Matas, il cui atteggiamento rigorista e l’indole indipendente gli procurarono nel 1857 la diffida dell’Opera a rimanere sotto la direzione del Masetti, minacciandolo, altrimenti, di essere estromesso e paventando l’affidamento del prosieguo dei lavori a Baccani, architetto dell’Opera di Santa Maria del Fiore. Gli avvertimenti non valsero al buon andamento del cantiere. A Matas succedette per breve periodo lo stesso Baccani, ma nel dicembre 1863, anche al fine di ricomporre gli scontri deflagrati con l’organismo statale di sorveglianza sui restauri, ovvero la Commissione Conservatrice dei Monumenti, l’intero progetto fu affidato per una sostanziale revisione all’architetto Mariano Falcini, che nell’aprile dell’anno successivo presentò un nuovo piano per il restauro della basilica e la sistemazione del cimitero<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="14.html#footnote-032">213</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">12. Dall’Unità d’Italia alla fine dell’Opera</p><p rend="text">Il fermento degli anni che condussero al plebiscito per l’annessione al Regno di Sardegna portò all’interno della nobiltà fiorentina l’acuirsi delle divergenze di prospettive, di sentimenti e di progettualità. Il conte Masetti, ancora saldamente al comando dell’Opera, fu un intransigente unitarista. Egli venne, infatti, accolto nel Comitato Centrale di Toscana a favore dell’unità d’Italia, ente di cui fu tesoriere insieme a Giuseppe Dolfi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="14.html#footnote-031">214</ref></hi></hi>, e divenne membro dell’Assemblea Nazionale Toscana<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="14.html#footnote-030">215</ref></hi></hi>. All’indomani della proclamazione dell’unione al Regno, l’arrivo del re Vittorio Emanuele a Firenze il 17 maggio 1859 fu preceduto da una visita alla basilica di San Miniato, durante la quale il sovrano ebbe a dire: «come un cristiano andando a Gerusalemme per il primo deve visitare il Santo Sepolcro, così un buon italiano venendo a Firenze deve visitare San Miniato al Monte, così ho fatto io»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="14.html#footnote-029">216</ref></hi></hi>. La frase, costruita sui modelli retorici del periodo, richiama lo spirito patriottico e memoriale tributato al complesso; un sentimento evocativo come quello che ispirò gli infedeli restauri cui fu sottoposta la basilica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="14.html#footnote-028">217</ref></hi></hi>, ossia gli interventi che si vollero asserviti alla celebrazione dell’ideale con l’utilizzo dell’alternato bianco, rosso e verde per riadattare le capriate della chiesa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="14.html#footnote-027">218</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Un analogo patriottismo ritroviamo nel dipinto-manifesto di Francesco Saverio Altamura del 1859, intitolato <hi rend="italic">La prima bandiera d’Italia portata a Firenze</hi>, che raffigura un uomo solitario recante a spalla la bandiera nazionale e, sullo sfondo, la basilica e l’ex edificio monastico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="14.html#footnote-026">219</ref></hi></hi>, riconnettendosi a quell’idea di luogo testimoniale richiamante Michelangelo e la sua «lotta contro la tirannide teocratica e straniera», come venne scritto in un articolo sulla basilica del 1862<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="14.html#footnote-025">220</ref></hi></hi>. Più volte l’edificio fu prestato per cerimonie commemorative, come quella in onore di Cavour organizzata dalla prima compagnia della Guardia Nazionale di Bagno a Ripoli con la Guardia Nazionale di Firenze<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="14.html#footnote-024">221</ref></hi></hi>. La nuova nazione necessitava di una nuova mitologia; e sebbene non si volesse né si potesse, per antichità e gloria, entrare in conflitto con il pantheon foscoliano di Santa Croce, l’Operaio Masetti cercò di conferire un indirizzo monumentale anche alla basilica del Monte, che pochi anni prima aveva accolto il sepolcro del pittore Giuseppe Bezzuoli – inteso anche come cenotafio degli artisti defunti nel secolo del risorgimento dell’arte –, e quindi, nel 1862, la tomba di Pietro Thouar, ‘eroe borghese’ il cui monumento, collocato nella cripta, fu voluto dagli amici di Masetti Giuseppe Dolfi, Filippo Berti, Giovan Pietro Vieusseux, Giuseppe Barellai, Atto Vannucci<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="14.html#footnote-023">222</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Nel 1865 anche l’ombra di Dante, nell’anno del seicentenario della nascita, trovò nella basilica una sua memoria grazie a Masetti, con il plauso del comitato organizzatore delle feste, che fece reinserire una lapide recuperata tra gli ammassi di marmo smantellati durante i lavori di restauro e che era stata apposta nel 1368 a ricordo di Marco Arrighi, colui che aveva comprato parte della casa del poeta<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="14.html#footnote-022">223</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">«Il Masetti è un signore di modi gentili, amante di tutto ciò che sappia di celebrità – così lo descriveva il colonnello Gustavo Frigyesi (noto storico ungherese del Risorgimento italiano) ricordando l’ospitalità offerta a Garibaldi nella villa di Ferrale – Esso è il proprietario della casa dove abitò l’Alfieri ed ha speso circa lire 100,000 per avere la penna colla quale scriveva Napoleone I»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="14.html#footnote-021">224</ref></hi></hi>. Allo stesso Masetti fu dedicato anche il volume sul cimitero sanminiatese che Fabio Cerboni scrisse con l’intento di offrire una guida per il visitatore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="14.html#footnote-020">225</ref></hi></hi>. Giunse anche la consacrazione internazionale del luogo quale «cimitière digne de la capitale de la nuovelle Italie»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="14.html#footnote-019">226</ref></hi></hi>; senza però che mancassero le polemiche interne per i lenti lavori condotti da «muratori invalidi e bighelloni»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="14.html#footnote-018">227</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il notevole sviluppo della necropoli ebbe la necessità di un regolamento economico e disciplinare approvato della prefettura di Firenze, che con decreto del 13 settembre 1859 era stata individuata quale soggetto competente a rilasciare autorizzazioni per la sepoltura in San Miniato al Monte accollato all’Opera. Con il regolamento approvato dal prefetto nel gennaio 1865 si stabiliva che l’Opera di San Miniato eleggesse un Operaio per la necropoli e che questa tenesse un’amministrazione distinta da quella degli esercizi spirituali, con proventi da destinarsi alla manutenzione della basilica, della fabbrica e delle tombe. Si affidavano al custode numerosi compiti di pulizia e di servizio, individuando il costo di ciascuna sepoltura. Queste ultime potevano essere di prima classe, fronteggianti gli edifici monumentali (a loro volta divise in avelli di prima e seconda categoria), di seconda classe ad un solo strato, di terza a doppio strato. Vi erano, quindi, le tombe isolate sparse con piccolo giardino, i colombari e le celle addossate alle mura interne del forte sul lato destro dell’ingresso principale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="14.html#footnote-017">228</ref></hi></hi>. Si distinsero, pertanto, con chiarezza le modalità operative dell’ente che, come accollatario del servizio cimiteriale privilegiato, veniva gestito dall’Operaio Masetti, mentre si lasciava al vecchio regolamento del 1775 l’organizzazione degli esercizi spirituali. </p><p rend="text">Masetti fu, in ogni caso, un abile amministratore. Approvata la riforma delle imposte per le tumulazioni in cimiteri non comunali, onde evitare gli annosi balzelli, chiese nel 1869 al Comune di Firenze che il camposanto di San Miniato fosse riconosciuto come succursale del cimitero di Trespiano, fintanto che si fosse attivata una più volte fantasticata necropoli generale presso la Certosa del Galluzzo, deliberata dal Comune fin dal 1868. In una società in rapida evoluzione, con Firenze divenuta per breve periodo capitale del regno, durante la discussione in Consiglio si rilevò che i convogli funebri disturbavano il passeggio sui lungarni e lungo il viale dei colli, consigliando, pertanto, la costruzione di un altro sepolcreto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="14.html#footnote-016">229</ref></hi></hi>. Nell’attesa si cercò di concludere la convenzione con l’Opera tramite un lungo procedimento deliberativo (16 luglio 1869, 31 marzo 1871, approvazione del Ministero dell’Interno 6 maggio 1875, conferma con deliberazione consiliare del 4 dicembre 1877, esecutoria dall’11 dicembre 1877). Non mancarono i voti dei rappresentati municipali che volevano sopprimere il cimitero, ma la commissione istituita per la costruzione della necropoli alla Certosa lodò, nel rapporto stilato, San Miniato come «gloria artistica e patriottica», comparando l’edificio ai monumenti di Giotto e Brunelleschi, evidenziando altresì l’opera del conte Masetti quale «sacra e patriottica»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="14.html#footnote-015">230</ref></hi></hi>, e prefigurando una destinazione del cimitero ai benemeriti civili (non, quindi, i facoltosi in genere), distinguendolo da Santa Croce, destinata alle sole glorie nazionali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="14.html#footnote-014">231</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il conte Pompeo Masetti morì nel 1875 (l’anno precedente gli fu dedicato un volume per celebrare il suo «umanitarismo»)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="14.html#footnote-013">232</ref></hi></hi>, mentre era ancora in corso il lungo iter di riconoscimento di San Miniato quale cimitero succursale. Francesco Finocchietti ne pronunciò il discorso funebre, in cui ricordò le sue capacità, così come le amicizie e specialmente la consonanza con Cosimo Ridolfi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="14.html#footnote-012">233</ref></hi></hi>. Per disposizione testamentaria al conte Piero, essendo il figlio Giulio morto nel 1854<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="14.html#footnote-011">234</ref></hi></hi>, successe il nipote conte Pier Pompeo Masetti, allora ventiduenne, che continuò ad essere l’amministratore della necropoli secondo i principi stabiliti nel regolamento e nella convenzione con il Comune di Firenze.</p><p rend="text">Il cimitero divenne progressivamente il riferimento per la borghesia e la nobiltà fiorentine, che con la fine della dinastia lorenese e il trasferimento a Roma della capitale si trovarono a volgere le loro attenzioni al culto delle memorie locali, ad attendere alle imprese familiari e a privilegiare, per chi non possedesse aviti sepolcri familiari, San Miniato come luogo di tumulazione e autorappresentazione. Il complesso religioso perse, in questo periodo, ogni connotazione pietistica o di perfezionamento, secondo la primigenia missione dell’Opera, per assumere esclusivamente il valore di sacrario-memoriale dei defunti. </p><p rend="text">Il colle di San Miniato venne ulteriormente trasformato da Giuseppe Poggi, con i famosi viali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="14.html#footnote-010">235</ref></hi></hi>, attivando numerosi processi di instabilità della collina<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="14.html#footnote-009">236</ref></hi></hi>; mentre la basilica assumeva sempre più un carattere monumentale con la realizzazione dei progetti di Falcini. L’interesse che in misura crescente si tributò al complesso architettonico, raggiunta l’impresa politica dell’unità italiana, si trasformò nuovamente: scomparve quasi del tutto la San Miniato michelangiolesca e patriottica ed acquisì sempre maggior spazio e fortuna San Miniato quale monumento da studiare ed approfondire secondo le nuove prospettive storiche e storico-artistiche<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="14.html#footnote-008">237</ref></hi></hi>, scaturite anche dal consolidamento di queste discipline che si ebbe a Firenze a partire dagli anni Settanta, dopo l’apertura (1859) dell’Istituto di Studi Superiori pratici e di perfezionamento e l’opera di studiosi come Pasquale Villari<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="14.html#footnote-007">238</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">13. L’inizio Novecento e la restituzione alla vita spirituale</p><p rend="text">Fin dagli inizi del Novecento sorsero controversie economiche tra il conte Pier Pompeo Masetti e gli altri deputati dell’Opera, dispute che richiesero l’intervento del senatore Olinto Barsanti, del senatore marchese Ippolito Niccolini e dell’avvocato Giovanni Brunetti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="14.html#footnote-006">239</ref></hi></hi>. Tuttavia, prima che si pervenisse ad una soluzione, il conte Masetti morì a Nizza il 26 febbraio 1907 e l’amministrazione della necropoli passò, di fatto, alla vedova, la contessa Virginia Masetti quale rappresentante dei figli minori della coppia. Luigi Capponi, Antonio Gerini e Carlo Martelli, deputati dell’Opera, il 21 maggio 1907 cooptarono nella carica il marchese Carlo Ridolfi, che il 30 agosto fu eletto amministratore in sostituzione del Masetti. Fu proprio la scomparsa di quest’ultimo ad influire sulla gestione della necropoli, che per un settantennio era stata quasi di esclusivo appannaggio della sua famiglia. La riluttanza della vedova indusse il Comune di Firenze, che tra il 1906 e il 1907 aveva già avanzato richiesta di avocazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="14.html#footnote-005">240</ref></hi></hi>, a cercare una soluzione da inserire in un rinnovato quadro legislativo che trovava nell’accentramento <hi rend="italic">ex lege </hi>delle funzioni in capo all’amministrazione locale una nuova <hi rend="italic">ratio</hi> per la gestione del patrimonio e delle imprese destinate ai cittadini; in una tensione verso la razionalizzazione del ricco e frastagliato patrimonio di opere pie che l’Ottocento aveva legato alla pubblica beneficenza. </p><p rend="text">Il Comune di Firenze nel settembre 1907 ratificò la rinuncia all’accollo esterno del servizio cimiteriale privilegiato, dichiarando che per il futuro lo avrebbe esercitato direttamente. Con deliberazione del luglio 1908 il sindaco fu autorizzato a ricevere dagli eredi il conto della necropoli con la cessione da parte dell’Opera del cimitero, della basilica, del campanile e della casa merlata in forma di compravendita. Ne nacque una controversia sulla proprietà: catastalmente questa risultava registrata all’Opera, ma si contestava che il possesso fosse stato costituito senza reale trasferimento della proprietà, eccettuati gli acquisti effettuati dall’Opera stessa di alcune parti dei fabbricati. Fu così che il Ministero, interessato alla questione, per salvare l’insigne monumento decise di prendere in consegna gli edifici purché il Comune, avendo di fatto già avocato a sé la massima parte delle attività dell’Opera, gli assegnasse un congruo fondo destinato allo scopo. Si addivenne, quindi, alla convenzione del 6 giugno 1911, con la quale l’Opera riconobbe al Demanio la proprietà della basilica, della casa merlata, della torre campanaria e del portico del cimitero, mentre si attuò una compravendita per l’azienda del camposanto con le annesse tombe per un totale di 54.000 lire. Il Comune di Firenze in sei anni si impegnò a devolvere al Ministero dell’Istruzione 60.000 lire per il restauro della casa merlata, e parimenti 100.000 per la basilica, la torre e altri edifici, mentre si impegnò per una somma annua di 3.000 lire da versare all’Opera per la custodia della casa merlata, di cui si intendeva mantenere l’uso per esercizi spirituali. La ‘convenzione’ fu approvata dalla Camera del Regno il 18 dicembre 1917, accompagnata dalle parole del relatore Cotugno: «tutela i diritti artistici e patrimoniali dello Stato e mette la nobile città di Firenze nella condizione di svolgere con sempre rinovellata lena il suo programma diretto alla tutela e conservazione di quei monumenti che la fanno sempre più ammirata»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="14.html#footnote-004">241</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La composizione tra lo Stato italiano e il Comune di Firenze riservava l’uso della casa merlata all’opera degli esercizi e a dimora del custode. Si permetteva così la continuazione dell’ente, che tornò ad eleggere i suoi operai destinati ad affiancare Carlo Martelli, ossia Giovan Battista Ridolfi e Francesco Velluti Zati duca di San Clemente, entrambi cooptati nel 1921<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="14.html#footnote-003">242</ref></hi></hi>, cui seguirono mons. Stanislao Roti Michelozzi e Lorenzo Guicciardini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="14.html#footnote-002">243</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Allorché il complesso venne ceduto ai monaci olivetani l’Opera abbandonò i locali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="14.html#footnote-001">244</ref></hi></hi>, concedendo con atto del 1924 personalmente all’abate Benedetto Benedetti la custodia della casa merlata e riservandosi l’uso del solo quartiere nobile. L’accumulo di cospicue rendite, il problema del reinvestimento, l’irrilevanza assunta dagli esercizi spirituali in un rinnovato orizzonte pastorale animato dalle moltissime parrocchie, sia cittadine che suburbane, rette da sacerdoti più preparati e innervate da un forte attivismo laicale sul territorio, portarono, a seguito del concordato del 1929, a valutare la possibilità di incorporazione da parte della curia arcivescovile dell’Opera degli Esercizi, decretandone, così, la scomparsa.</p><p rend="text">L’operazione, a seguito di numerosi consulti, si compì nel 1939, ponendo fine all’istituto e saldando, secondo il rogito Vannini del 28 febbraio 1788, la compagnia dei Buonomini di San Martino ufficiale beneficiaria, la quale, in luogo del mobilio, ricevette 10.000 lire dal cardinale Elia Dalla Costa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="14.html#footnote-000">245</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Quell’atto, onorato centocinquanta anni dopo la sua stipula, diveniva il sigillo finale di un’esperienza di ricerca spirituale e civile in cui il valore delle relazioni personali aveva caratterizzato la storia con maggior forza rispetto al solo dato istituzionale. Si rifuggiva, secondo l’indirizzo spirituale impresso alla diocesi fiorentina dal carismatico cardinale Dalla Costa, l’idea del monumento, si riaffidava lo spazio ad una Chiesa orante e si riallacciavano i nodi con un antico passato, ritrovando là, dove la storia si era interrotta nel 1552, un nuovo inizio.</p><p rend="h2">Bibliografia</p><p rend="bib_indx_bib_tit ParaOverride-1">Fonti</p><p rend="bib_indx_bib">Archivio dell’Abbazia di San Miniato al Monte di Firenze, IV.1.8; scaffale A, piano III, libro n. 2.</p><p rend="bib_indx_bib">Archivio e Biblioteca del Seminario Maggiore di Firenze, 181; 182.</p><p rend="bib_indx_bib">Archivio Storico del Comune di Firenze, 3617-3618; 4556-4592.</p><p rend="bib_indx_bib">Archivio di Stato di Firenze, <hi rend="italic">Consiglio di Reggenza</hi>, 271.</p><p rend="bib_indx_bib">—, <hi rend="italic">Corporazioni religiose</hi>, 168: 38;168.</p><p rend="bib_indx_bib">—, <hi rend="italic">Miscellanea medicea</hi>, f. 344.</p><p rend="bib_indx_bib">—, <hi rend="italic">Segreteria di Gabinetto, Appendice</hi>, 119.</p><p rend="bib_indx_bib">—, <hi rend="italic">Scrittoio delle fortezze e fabbriche, Fabbriche medicee</hi>: 18, 1934; 1938. </p><p rend="bib_indx_bib_tit">Studi</p><p rend="bib_indx_bib">Alagna G.A., <hi rend="italic">La Sicilia e l’Italia, ossia esposizione del vero ed unico sistema finanziario</hi>, Fioretti, Firenze 1874.</p><p rend="bib_indx_bib">Alberi E.,<hi rend="italic"> L’assedio di Firenze illustrato con documenti inediti</hi>, Clio, Firenze 1840.</p><p rend="bib_indx_bib">Angelini F., <hi rend="italic">L’Ordine di Santo Stefano negli anni della Reggenza (1737-1765)</hi>, in <hi rend="italic">L’Ordine di Santo Stefano nella Toscana dei Lorena</hi>, Ministero per i Beni e le Attività culturali, Roma 1992, pp. 1-47.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Angiolini F., </hi><hi rend="italic" >Slaves and Slavery in the Early Modern Tuscany (1500-1700)</hi><hi >, «Italian History and Culture», III, 1997, pp. 67-82.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">Aranci G., <hi rend="italic">Formazione religiosa e santità laicale a Firenze tra Cinque e Seicento. 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Abbreviazioni: AAMMF = Archivio dell’Abbazia di San Miniato al Monte di Firenze; ABSMF = Archivio e Biblioteca del Seminario Maggiore di Firenze; ASCFi = Archivio Storico del Comune di Firenze; ASFi = Archivio di Stato di Firenze. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-243-backlink">2</ref></hi>	E. Coppi (a cura di), <hi rend="italic">Cronaca Fiorentina 1537-155</hi>, Olschki, Firenze 2000, p. 145.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-242-backlink">3</ref></hi>	M. Bencivenni, <hi rend="italic">La rilevazione del perimetro urbano fiorentino in alcuni disegni di Antonio da Sangallo il Giovane</hi>, «Storia Architettura», V (2), 1982, pp. 25-38.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-241-backlink">4</ref></hi>	R. Manetti, <hi rend="italic">Michelangiolo: le fortificazioni per l’assedio di Firenze</hi>, LEF, Firenze 1980, pp. 18-33. Il testo originale è N. Machiavelli, <hi rend="italic">Relazione di una visita fatta per fortificare Firenze</hi>, in S. Bertelli (a cura di), <hi rend="italic">Arte della guerra e scritti politici minori</hi>, Feltrinelli, Milano 1961, pp. 289-302.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-240-backlink">5</ref></hi>	Manetti,<hi rend="italic"> Michelangelo</hi>, cit., pp. 27-76; A. Cecchi, <hi rend="italic">In difesa della «dolce libertà». L’assedio di Firenze (1529-1530)</hi>, Olschki, Firenze 2018, pp. 35-83.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-239-backlink">6</ref></hi>	Coppi, <hi rend="italic">Cronaca Fiorentina</hi>, cit., pp. 12-13; Manetti,<hi rend="italic"> Michelangelo</hi>, cit., pp. 85-86.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-238-backlink">7</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Scrittoio delle fortezze e fabbriche, Fabbriche medicee</hi>, f. 18; Manetti,<hi rend="italic"> Michelangelo</hi>, cit., pp. 90-91. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-237-backlink">8</ref></hi>	D. Lamberini, <hi rend="italic">Il Sanmarino. Giovan Battista Belluzzi architetto militare e trattatista del Cinquecento</hi>, I, Olschki, Firenze 2007, pp. 84-92.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-236-backlink">9</ref></hi>	Ivi, pp. 153-154. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-235-backlink">10</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Scrittoio delle fortezze e fabbriche,</hi> <hi rend="italic">Fabbriche medicee</hi>, f. 18, c. 94r. Il campanile della vicina chiesa di San Francesco fu invece demolito fino a raggiungere il piano della chiesa (circa 16 metri) perché si trovava sulla traiettoria delle cannoniere poste nella forbice.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-234-backlink">11</ref></hi>	<hi >F. Angiolini, </hi><hi rend="italic" >Slaves and Slavery in the Early Modern Tuscany (1500-1700)</hi><hi >, «Italian History and Culture», III, 1997, pp. 67-82.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-233-backlink">12</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Scrittoio delle fortezze e fabbriche,</hi> <hi rend="italic">Fabbriche medicee</hi>, f. 18. Cfr. Lamberini, <hi rend="italic">Il Sanmarino</hi>, cit., p. 91. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-232-backlink">13</ref></hi>	ASFi, Corporazioni religiose soppresse dal Governo francese, 168, 38, <hi rend="italic">Libro di transunti e contratti antichi dall’anno 909 all’anno 1777 del Monastero di San Miniato al Monte fuori dalla città di Firenze e del monastero di Monte Oliveto fuori dalla città di Firenze trasportati dal carattere antico al moderno da D. Vincenzo Carlini abate olivetano.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-231-backlink">14</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-230-backlink">15</ref></hi>	C. Masetti, <hi rend="italic">Regesto dell’abbazia fiorentina di San Miniato al Monte</hi>, «La Graticola», IV (7-8), 1976, p. 21.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-229-backlink">16</ref></hi>	ASFi, Carte Strozziane, I, 22, cc. 66-68. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-228-backlink">17</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>. Parte della trascrizione si trova in C. Guasti (a cura di), <hi rend="italic">Le carte strozziane del Regio Archivio di Stato di Firenze. Inventario, serie prima</hi>, I, Galileiana, Firenze 1884, p. 121.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-227-backlink">18</ref></hi>	M. Scarpini,<hi rend="italic"> L’olivetano pratese Don Filippo Guilliccioni spedalingo di S. Maria Nuova in Firenze</hi>, «Archivio storico pratese», XVIII (1), 1940, pp. 32-47: 36. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-226-backlink">19</ref></hi>	M. Scarpini,<hi rend="italic"> I monaci olivetani a Prato</hi>, «Archivio storico pratese», XVI (1), 1938, pp. 1-13: 12-13; Id., <hi rend="italic">L’olivetano pratese</hi>, cit., pp. 32-47. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-225-backlink">20</ref></hi>	A Barnaba degli Oddi, spedalingo di Santa Maria Nuova dal 1607 al 1616, venne concesso il titolo di abate di San Miniato (1614-1617).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-224-backlink">21</ref></hi>	Lamberini, <hi rend="italic">Il Sanmarino</hi>, cit., p. 90.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-223-backlink">22</ref></hi>	Come si ricorda nei documenti rilasciati a Martino, un bombardiere della fortezza originario di Città di Castello nel 1566 (cfr. A. Prosperi, <hi rend="italic">El inquisidor como confesor</hi>, «Studia histórica. Historia moderna», XIII, 1995, pp. 61-85: 79).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-222-backlink">23</ref></hi>	G.M. Mecatti, <hi rend="italic">Storia genealogica della nobiltà e cittadinanza di Firenze</hi>, Giovanni di Simone, Napoli 1754, p. 20; G. Richa, <hi rend="italic">Notizie storiche delle chiese fiorentine divise nei suoi quartieri</hi>, IV, 2, Viviani, Firenze 1754, p. 166; A. Nievas Rojas, <hi rend="italic">Nuevos datos para la biografía de Francisco de Aldana (I). Años italianos</hi>, «Rivista di Filologia e Letterature Ispaniche», XX, 2017, pp. 45-84: 57.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-221-backlink">24</ref></hi>	A. Nievas Rojas, <hi rend="italic">Algunas precisiones biográficas sobre los años italianos de Francisco de Aldana (con más datos desconocidos)</hi>, «Studia Aurea. Revista de Literatura Española y Teoría Literaria del Renacimiento y Siglo de Oro», XII, 2018, pp. 89-126: 92.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-220-backlink">25</ref></hi>	ASFi, Miscellanea medicea, 518-519, cc. 279-280.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-219-backlink">26</ref></hi>	A. Segarizzi (a cura di), <hi rend="italic">Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato</hi>, III, 2, Laterza, Bari 1916, pp. 56-57.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-218-backlink">27</ref></hi>	I. Ugurgieri Azzolini, <hi rend="italic">Le pompe sanesi o vero relazione delli huomini e delle donne illustri di Siena e suo Stato</hi>, Fortunati, Pistoia 1649, pp. 242-243.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-217-backlink">28</ref></hi>	G.G. Capodagli, <hi rend="italic">Udine illustrata da molti suoi cittadini così nelle lettere, come nelle armi famosi, e non tanto per dignità ecclesiastiche, e secolari, quanto per altre notabili condizioni insigni, e riguardevoli</hi>, Schiratti, Udine 1665, p. 372.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-216-backlink">29</ref></hi>	F. Rondinelli, <hi rend="italic">Relazione del contagio stato in Firenze l’anno 1630 e 1633</hi>, Landini, Fiorenza 1634, p. 191.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-215-backlink">30</ref></hi>	Furono Gregorio della Bella, Filippo Dei, Buonaventura della Garfagnana, Niccolò da Lucca cfr. ivi, p. 211.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-214-backlink">31</ref></hi>	Ivi, p. 213.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-213-backlink">32</ref></hi>	Ivi, p. 199.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-212-backlink">33</ref></hi>	ASFi, Consiglio di Reggenza, 271, aff. 13, Casa degli esercizi al Monte, sezione E, restituzione della casa detta al senatore Della Rena, copia autenticata di lettera di Andrea Arrighetti al granduca, 30 ottobre 1668.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-211-backlink">34</ref></hi>	La vendita fu autorizzata con rescritto granducale del 2 ottobre 1647 (<hi rend="italic">ibidem</hi>).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-210-backlink">35</ref></hi>	L. Zangheri,<hi rend="italic"> Ville della provincia di Firenze. La città</hi>, Rusconi, Milano 1989, p. 393. A Gabriello e Zanobi Zuti si deve l’abbellimento di uno degli altari della vicina chiesa di San Salvatore (cfr. D. Bacci,<hi rend="italic"> La bella villanella. Storia e arte</hi>, Ariani, Firenze 1960, p. 109). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-209-backlink">36</ref></hi>	G. Targioni Tozzetti, <hi rend="italic">Notizie degli aggrandimenti delle scienze fisiche accaduti in Toscana nel corso di anni LX del secolo XVII</hi>, I, Bouschard, Firenze 1780, p. 217.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-208-backlink">37</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Scrittoio delle fortezze e fabbriche, Fabbriche medicee</hi>, 1934, ins. 793. Fantoni fu un celebre giureconsulto di famiglia fiorentina trasferita a Fivizzano, molto apprezzato da Cosimo III.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-207-backlink">38</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Scrittoio delle fortezze e fabbriche, Fabbriche medicee</hi>, 1934, ins. 830.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-206-backlink">39</ref></hi>	Ferdinando (1616-1688), figlio di Orazio, segretario e ambasciatore di Cosimo II, fu per 40 anni Provveditore alle regie fabbriche. Ferdinando aveva militato in gioventù come alfiere nelle milizie del fratello, il capitano Cosimo, al servizio di Ferdinando II. Fu console dell’Accademia fiorentina, Accademico del Disegno e venne sepolto a San Francesco, insieme ai genitori, sul colle di San Miniato (S. Salvini, <hi rend="italic">Fasti consolari dell’Accademia fiorentina</hi>, Tartini e Franchi, Firenze 1717, pp. 615-617).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-205-backlink">40</ref></hi>	Il canone annuo perpetuo fu fissato in 80 scudi e 1 lira (ASFi, Consiglio di Reggenza, 271, aff. 13, Casa degli esercizi al Monte, sezione E, restituzione della casa detta al senatore Della Rena, copia autenticata del ricordo dal libro della direzione dell’artiglieria del 5 dicembre 1668).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-204-backlink">41</ref></hi>	ASFi, Consiglio di Reggenza, 271, aff. 13, Casa degli esercizi al Monte, sezione E, restituzione della casa detta al senatore Della Rena, copia autenticata del rescritto dalla filza di memoriali e rescritti della direzione dell’artiglieria del 1668).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-203-backlink">42</ref></hi>	Si rinvia al contributo di Francesco Salvestrini nel presente volume.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-202-backlink">43</ref></hi>	P. Lugano, <hi rend="italic">L’ordine di Monteoliveto a S. Miniato al Monte sopra Firenze</hi>, «Rivista Storica Benedettina», IV, 1922, pp. 231-257: 248.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-201-backlink">44</ref></hi>	Una chiave del crocifisso pervenne all’Opera di San Miniato nel 1783, ma il 15 febbraio 1789 fu resa ai monaci vallombrosani in ossequio al motuproprio sovrano con il quale, nel tentativo di riformare la devozione popolare, si voleva che fossero lasciate scoperte tutte le immagini sacre celate da mantelline o velami. Tuttavia, a seguito di numerose proteste volte a ripristinare i riti, seguendo le nuove disposizioni, nel giugno 1790 l’immagine fu ricoperta e la chiave riaffidata all’Opera (ASFi, Corporazioni religiose, 168, 168, Opera di S. Miniato al Monte, Libro d’entrata e uscita).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-200-backlink">45</ref></hi>	L.G. Cerracchini, <hi rend="italic">Cronologia sacra de’ vescovi e arcivescovi di Firenze</hi>, Guiducci e Santi, Firenze 1716, pp. 40-41.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-199-backlink">46</ref></hi>	L.A. Giamboni, <hi rend="italic">Diario sacro e guida perpetua per visitare le chiese della città di Firenze</hi>, Guiducci, Firenze 1700, pp. 228-229.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-198-backlink">47</ref></hi>	Si tratta di due cassette d’argento riaccomodate da Giuseppe Maria Brocchi su commissione dell’olivetano abate Miniato Scarlatti, che erano state trasportate da San Miniato quando la comunità ne uscì nel 1522 (G.M. Brocchi,<hi rend="italic"> Vite de’ Santi e Beati fiorentini</hi>, Albizzini, Firenze 1742, p. 23).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-197-backlink">48</ref></hi>	Richa, <hi rend="italic">Notizie istoriche</hi>, cit., I, p. 234.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-196-backlink">49</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Miscellanea medicea</hi>, f. 344, 10, relazione fatta a Cosimo III da Giacomo Laderchi sull’invenzione delle reliquie di San Miniato. Cfr. anche Brocchi,<hi rend="italic"> Vite de’ Santi</hi>, cit., p. 22.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-195-backlink">50</ref></hi>	G. Laderchi, <hi rend="italic">Acta passionis SS. Crescii et sociorum martyrum ex Mss. codd. Bibliothecae Mediceo-Laurentianae metropolitanae ecclesiae florentinae &amp; sapientiae romanae</hi>, Albizzini, Florentiae 1707.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-194-backlink">51</ref></hi>	G. Capassi, <hi rend="italic">Nugae Laderchianae in epistola ad Equitem Florentinum</hi>, Ferroni, Genuae 1709.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-193-backlink">52</ref></hi>	P. Stella, <hi rend="italic">Il libro religioso in Italia. Studi e ricerche</hi>, a cura di M. Lupi, Viella, Roma 2008, pp. 81-82. D. Mantovani, <hi rend="italic">Il lungo cammino dei mercanti di sapienza. Le origini dell’Università di Pavia nella storiografia dal XIV al XX secolo</hi>, «Rendiconti. Classe di lettere e scienze morali e storiche. Istituto Lombardo», CXLV, 2011, pp. 127-231: 174-176.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-192-backlink">53</ref></hi>	Richa, <hi rend="italic">Notizie Istoriche</hi>, cit., VI, pp. 350-351.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-191-backlink">54</ref></hi>	G. Orlandi,<hi rend="italic"> Informazioni sulle missioni della Congregazione di Gesù Salvatore di Firenze (1699)</hi>, «Spicilegium Historicum Congregationis SS.mi Redemptoris», XX, 1972, pp. 373-385. Cfr. anche G. Lanforti, <hi rend="italic">Spiritualità e vita sacerdotale a Firenze tra XVII e XX secolo. La congregazione dei sacerdoti secolari di Gesù Salvatore e il convitto de «La Calza»</hi>, Pagnini, Firenze 2011.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-190-backlink">55</ref></hi>	A. Dani, <hi rend="italic">Vagabondi, zingari e mendicanti. Leggi toscane sulla marginalità sociale tra XVI e XVII secolo</hi>, Associazione di Studi Storici Elio Conti, Firenze 2018, p. 132.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-189-backlink">56</ref></hi>	L. Passerini, <hi rend="italic">Storia degli stabilimenti di beneficenza e d’istruzione elementare gratuita della città di Firenze</hi>, Le Monnier, Firenze 1852, pp. 574-576.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-188-backlink">57</ref></hi>	Alcune informazioni sono in ASFi, Miscellanea medicea, 588/10, cc. 282-283.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-187-backlink">58</ref></hi>	D. Lombardi, <hi rend="italic">I gesuiti e il principe. Il modello francese nella politica dell’assistenza di fine Seicento</hi>,<hi rend="italic"> </hi>in F. Angiolini, V. Becagli, M. Verga (a cura di),<hi rend="italic"> La Toscana nell’età di Cosimo III</hi>, Edifir, Firenze 1993, pp. 521-539: 521.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-186-backlink">59</ref></hi>	Bartolomeo Sansoni ebbe tale incarico fino al 1700; e nel giugno di quell’anno fu eletto Pietro Gori. ASFi, <hi rend="italic">Scrittoio delle fortezze e fabbriche, Fabbriche medicee</hi>, 1938, ins. 1254.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-185-backlink">60</ref></hi>	G.A. Patrignani, <hi rend="italic">Menologio delle pie memorie di alcuni religiosi della Compagnia di Gesù</hi>, II, Civiltà Cattolica, Roma 1859, p. 387.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-184-backlink">61</ref></hi>	ASFi, Camera del Granduca, 52, c. 141.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-183-backlink">62</ref></hi>	AAMMF, IV.1.8, Antonio Fornai, Libro di piante e disegni degli effetti e beni stabili del Monastero di S. Bartolomeo di Monte Olivero di Firenze et annessi secondo lo stato in cui si trovano questo presente anno 1718.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-182-backlink">63</ref></hi>	<hi rend="italic">Notificazione ed invito</hi>, Michele Nestenus, Firenze 1705, p. 1.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-181-backlink">64</ref></hi>	P. Galletti, <hi rend="italic">Memorie storiche intorno al p. Luigi Ricasoli e alla Compagnia di Gesù in Toscana</hi>, Giachetti, Prato 1901, p. 108.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-180-backlink">65</ref></hi>	S. Negruzzo, <hi rend="italic">Sanvitale Antonio Francesco</hi>, in <hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi>, XC, Treccani, Roma 2017, <hi rend="italic">ad vocem</hi>. A testimonianza del favore dell’allora nunzio per la Compagnia di Gesù, ne fu fatto un ritratto esistente già prima del 1834 (cfr.<hi rend="italic"> Compendio istorico della casa e Chiesa di San Miniato al Monte in oggi ridotta per uso degli Esercizi Spirituali</hi>, s.n., Firenze 1834, p. 15), che nel 1901 si trovava ancora nella Casa (cfr. Galletti, <hi rend="italic">Memorie storiche</hi>, cit., p. 108).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-179-backlink">66</ref></hi>	F. Vannel, G. Toderi, <hi rend="italic">La medaglia barocca in Toscana</hi>, Studio per Edizioni Scelte, Firenze 1987, p. 123.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-178-backlink">67</ref></hi>	Cfr. in proposito F. Salvestrini, <hi rend="italic">Il Collegio Eugeniano e la cultura dei chierici nella Firenze del Quattrocento</hi>, in S.U. Baldassarri, F. Ricciardelli, E. Spagnesi (a cura di),<hi rend="italic"> Umanesimo e università in Toscana (1300-1600)</hi>, Le Lettere, Firenze 2012, pp. 59-88.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-177-backlink">68</ref></hi>	M.P. Paoli, <hi rend="italic">Della Gherardesca Tommaso Bonaventura</hi>, in <hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi>, XXXIX, Treccani, Roma 1989, <hi rend="italic">ad vocem</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-176-backlink">69</ref></hi>	G.B. Franceschi (a cura di),<hi rend="italic"> Sulla fondazione e stabilimento del Seminario Fiorentino. Documenti originali</hi>, Garinei, Firenze 1854, p. 24.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-175-backlink">70</ref></hi>	<hi rend="italic">Compendio istorico della casa</hi>, cit., p. 16.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-174-backlink">71</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>. La Compagnia della Dottrina Cristina aveva avuto origine con Ippolito Galantini, che aveva sperimentato l’introduzione di esercizi delle scuole di spirito subendo un influsso dagli stessi Gesuiti, ai quali probabilmente si deve la stretta connessione con la Casa del Monte (cfr. G. Aranci, <hi rend="italic">Formazione religiosa e santità laicale a Firenze tra Cinque e Seicento. Ippolito Galatini fondatore della congregazione di San Francesco della Dottrina Cristina di Firenze (1565-1620)</hi>, Pagnini, Firenze 1997, pp. 228-229).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-173-backlink">72</ref></hi>	<hi rend="italic">Compendio istorico della casa</hi>, p. 17. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-172-backlink">73</ref></hi>	«È costume della compagnia delle Sagre Stimate in occasione di portarsi alla Casa di S. Miniato al Monte pe’ Santi Esercizi che ciascuno entrato appena dentro la porta s’inginocchi, e baci terra in atto di adorazione alla Casa di Dio in cui si devono ascoltare la Divina voce, si interna che esterna» (T. Veracini, <hi rend="italic">Vita del venerabil sacerdote il dottore Giovancarlo Filippo Barsotti fiorentino fratello della Ven. Compagnia delle Sacre Stimate di S. Francesco</hi>, Moücke, Firenze 1771, p. 370).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-171-backlink">74</ref></hi>	Ivi, p. 372.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-170-backlink">75</ref></hi>	Galletti riferisce che nel 1901 molti di quegli arredi ed oggetti ancora erano conservati (cfr. Galletti, <hi rend="italic">Memorie storiche</hi>, cit., p. 114).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-169-backlink">76</ref></hi>	<hi rend="italic">Catalogus brevis Provinciae Romanae Societatis Jesu inuente anno 1764</hi>, Salomoni,Romae [1763], p. 32.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-168-backlink">77</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>. Dutremoul o Du Tremul (Livorno 1716- Firenze 1802). È nota l’attività di bibliotecario che tale studioso aveva svolto nel Collegio di Perugia dove, nel 1751, fondò l’Accademia poetica scientifica. Dopo la soppressione della Compagnia padre Dutremoul rimase nel complesso di San Miniato al Monte fino alla morte (cfr. P. Tinti, <hi rend="italic">Ratio e usus nei cataloghi manoscritti delle biblioteche gesuitiche fra Sei e Settecento</hi>, in M. Guercio, M.G. Tavoni, P. Tinti, P. Vecchi Galli [a cura di], <hi rend="italic">Disciplinare la memoria. Strumenti e pratiche nella cultura scritta (secoli XVI-XVIII)</hi>, Patron, Bologna 2014, pp. 247-264: 254).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-167-backlink">78</ref></hi>	<hi rend="italic">Catalogus brevis provinciae romanae Societatis Jesu inuente anno 1773</hi>, Salomoni, Romae [1772], p. 22.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-166-backlink">79</ref></hi>	Cfr. Archivum Romanum Societatis Jesu, V. C., Assistenza Italiana, Provincia romana, 137, cc. 406-407, «Notizie del principio e progressi della casa degl’esercizi spirituali presso Firenze detta S. Miniato al Monte». Cfr. C. Fantappiè, <hi rend="italic">Problemi della formazione del clero in età moderna</hi>, in C. Lamioni (a cura di), <hi rend="italic">Istituzioni e società in Toscana nell’età moderna</hi>, II, Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, Roma 1994, pp. 729-747: 739.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-165-backlink">80</ref></hi>	AAMMF, scaffale A, piano III, libro n. 2.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-164-backlink">81</ref></hi>	Dagli ultimi anni del Seicento si ripubblicano a Firenze i testi del gesuita pistoiese Giovanni Pietro Pinamonti e dei correligionari Giuseppe Massei e Giuseppe Antonio Patrignani, così come le opere devozionali di Jean Croiset e Guillaume Daubenton.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-163-backlink">82</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Mediceo del Principato</hi>, 2356, ins. 4.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-162-backlink">83</ref></hi>	R. Del Bruno, <hi rend="italic">Ristretto delle cose più notabili della città di Firenze. Seconda impressione con aggiunta della seconda parte contenente i luoghi suburbani</hi>, Carlieri, Firenze 1698, p. 173.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-161-backlink">84</ref></hi>	Il 22 gennaio, ricorrenza dei santi Vincenzio e Anastasio martiri nella Cappella di San Vicenzo; il 25 luglio, san Jacopo, alla cui celebrazione erano collegati sette anni e sette quarantene d’indulgenza concesse da Paolo II (1464-1471); il 20 settembre, santi Eustachio e compagni martiri, nella cappella di Sant’Eustachio; e il 25 ottobre festa di san Miniato.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-160-backlink">85</ref></hi>	Giamboni, <hi rend="italic">Diario sacro</hi>, cit., p. 333.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-159-backlink">86</ref></hi>	Lugano, <hi rend="italic">L’ordine di Monteoliveto a S. Miniato</hi>, cit., pp. 243-245.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-158-backlink">87</ref></hi>	Desiderio Ferreri fino al 1744, Pietro Benedetto Gherardini fino al 1750, Giuseppe del Sera fino al 1751, Raimondo Gondi fino al 1761, Giovanni Maria Gondi fino al 1764, Angelo Bartolini Baldelli fino al 1773 (ivi, p. 257).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-157-backlink">88</ref></hi>	«Gazzetta Patria», 1766, p. 172.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-156-backlink">89</ref></hi>	<hi rend="italic">Regolamento degli Spedali di S. Maria Nuova e Bonifazio</hi>, Cambiagi, Firenze 1789, p. XXXIV. Cfr. anche «Supplemento alla Gazzetta di Parma», 1767, 14 luglio, s.n.p.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-155-backlink">90</ref></hi>	L’exequatur del 28 agosto è trascritto in Galletti, <hi rend="italic">Memorie storiche</hi>, cit., p. 561-562.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-154-backlink">91</ref></hi>	Per un completo panorama, C. Fantappiè, <hi rend="italic">Giurisdizionalismo e politica scolastica nel Settecento: la soppressione della Compagnia di Gesù in Toscana</hi>, in G. Pansini (a cura di), <hi rend="italic">Studi in memoria di Italo Mancini</hi>, Esi, Napoli 1999, pp. 207-237.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-153-backlink">92</ref></hi>	B.C. Tesi, <hi rend="italic">Incontri Francesco Gaetano</hi>, in <hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi>, LXII, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2004, <hi rend="italic">ad vocem</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-152-backlink">93</ref></hi>	Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, <hi rend="italic">Relazione dei dipartimenti e degli impiegati (1773)</hi>, a cura di O. Gori, Olschki, Firenze 2011, p. 148.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-151-backlink">94</ref></hi>	Per la vicenda del trattato sulle azioni umane cfr. P.D. Giovannoni, <hi rend="italic">Un’opera a quattro mani: il «Breve Trattato delle Azioni Umane». Agostinismo e antiprobabilismo negli arcivescovi Incontri e Martini</hi>, «Vivens Homo», XI (1), 2000, pp. 193-234.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-150-backlink">95</ref></hi>	B. Bocchini Camaiani, <hi rend="italic">Ricci e Baldovinetti. Un’amicizia e un progetto comune</hi>, in D. Menozzi (a cura di), <hi rend="italic">Antonio Baldovinetti e il riformismo religioso del Settecento toscano</hi>, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2002, pp. 107-139: 109.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-149-backlink">96</ref></hi>	d’Asburgo Lorena<hi rend="italic">, Relazione dei dipartimenti</hi>, cit., p. 110.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-148-backlink">97</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Consiglio di Reggenza</hi>, 271, aff. 13, Casa degli esercizi al Monte, sezione E, Restituzione della casa detta al senatore Della Rena, memoria di Giulio Rucellai al granduca, 25 novembre 1773.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-147-backlink">98</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-146-backlink">99</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-145-backlink">100</ref></hi>	N. Cortese, <hi rend="italic">Lo studio e le scuole di Firenze dopo la soppressione dell’ordine dei Gesuiti</hi>, «Levana», IV (3), 1925, pp. 186-206: 187; F. Sani, <hi rend="italic">Collegi, seminari e conservatori nella Toscana di Pietro Leopoldo. Tra progetto pedagogico e governo della società</hi>, La Scuola, Brescia 2001, pp. 56-60; T. Calogero, <hi rend="italic">Scuole e Comunità nella Toscana di Pietro Leopoldo</hi>, I, Consiglio Regionale della Toscana, Firenze 2010, p. 76. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-144-backlink">101</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Consiglio di Reggenza</hi>, 271, <hi rend="italic">Memoria per S.A.R. sopra l’esecuzione del suo motuproprio del dì 28 dello scaduto agosto relativamente alle persone e patrimoni dell’abolita Compagnia di Gesù esistente nel Granducato di Toscana</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-143-backlink">102</ref></hi>	Ferdinando Incontri (1702-1781) fu cavaliere di Santo Stefano, ricoprendo il ruolo di priore d’Austria. Figurò tra i membri dirigenti più importanti dell’Ordine militare, facendo parte di commissioni di riordino (cfr. F. Angelini, <hi rend="italic">L’Ordine di Santo Stefano negli anni della Reggenza (1737-1765)</hi>, in <hi rend="italic">L’Ordine di Santo Stefano nella Toscana dei Lorena</hi>, Ministero per i Beni e le Attività culturali, Roma 1992, pp. 1-47: 28). Nel 1776 Ferdinando Incontri fu prescelto dal granduca come luogotenente nel Capitolo di Santo Stefano il 14 aprile a Pisa («Gazzetta Universale», 1776, 28, 6 aprile, p. 220). Incontri fu anche Consigliere di Stato e rappresentante granducale nell’Istituto dei Nobili. All’Incontri sono dedicati numerosi volumi, tra cui il <hi rend="italic">Tributo ossequioso di novene e tridui per le feste principali del Signore, della Vergine e altri Santi</hi> del gesuita José Maria Sotomajor, impresso nel 1745 con la dedicatoria dell’editore Francesco Moücke al cavaliere Ferdinando. Incontri era tra i componenti della Congregazione sotto la invocazione della Santissima Vergine e di San Francesco Saverio detta della Buona Morte nel Collegio di San Giovannino (Galletti, <hi rend="italic">Memorie storiche</hi>, cit., p. 590).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-142-backlink">103</ref></hi>	d’Asburgo Lorena<hi rend="italic">, Relazione dei dipartimenti</hi>, cit., p. 111. Ferdinando Incontri ricopriva numerosi ruoli negli organismi per l’aiuto dei poveri. Era, infatti, deputato per l’eredità di Francesco de’ Medici nella Congregazione di San Giovanni Battista, Deputato del Conservatorio di Bonifazio e provveditore dei Catecumeni (ivi, pp. 157, 159, 162).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-141-backlink">104</ref></hi>	Ivi, p. 111.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-140-backlink">105</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Consiglio di Reggenza</hi>, 271, aff. 13, sezione F, Permissione di continuare in detto luogo l’opera degli esercizi Casa degli esercizi al Monte, Supplica di Ferdinando Incontri al Granduca, s.d.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-139-backlink">106</ref></hi>	ASFI, <hi rend="italic">Consiglio di Reggenza</hi>, 271, aff. 13, Casa degli esercizi al Monte, sezione E, Restituzione della casa detta al senatore Della Rena, memoria di Giulio Rucellai al granduca, 25 novembre 1773.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-138-backlink">107</ref></hi>	Qui Rucellai riporta anche Giobbe, 41, 24-25.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-137-backlink">108</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Consiglio di Reggenza</hi>, 271, aff. 13, Casa degli esercizi al Monte, sezione E, Restituzione della casa detta al senatore Della Rena, memoria di Giulio Rucellai al granduca, 25 novembre 1773.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-136-backlink">109</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-135-backlink">110</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Consiglio di Reggenza</hi>, 271, aff. 13, Casa degli esercizi al Monte, sezione A, ordini per il possesso da prendersi della casa e mobili dallo scrittoio delle possessioni, lettera del 30 dicembre 1773.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-134-backlink">111</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-133-backlink">112</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Consiglio di Reggenza</hi>, 271, aff. 13, Casa degli esercizi al Monte, sezione E, Restituzione della casa detta al senatore Della Rena, Stima del canone da allivellare la fabbrica che godevano i gesuiti nella fortezza di S. Miniato, Giuseppe Salvetti a Giovanni Federighi, 14 maggio 1774.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-132-backlink">113</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Consiglio di Reggenza</hi>, 271, aff. 13, Casa degli esercizi al Monte, sezione C, Ordini sugli stabili della casa suddetta, 2 luglio 1774.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-131-backlink">114</ref></hi>	La Soppressa casa era stata affidata alla direzione dell’Arcivescovo Borghesi con l’obbligo di sottoporre la nomina del direttore della medesima al placet granducale (M. Sangalli, <hi rend="italic">A sua immagine a somiglianza: Siena e il Seminario arcivescovile 1614-1785</hi>, in Id. (a cura di), <hi rend="italic">Il seminario di Siena: da arcivescovile a regionale 1614-1953 / 1953-2003</hi>, Rubettino, Soveria Mannelli 2003, pp. 1-70: 53).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-130-backlink">115</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Consiglio di Reggenza</hi>, 271, aff. 13, Casa degli esercizi al Monte, sezione F, Permissione di continuare in detto l’uso l’opera degli esercizi, Memoria firmata dell’arcivescovo di Firenze Incontri, s.d.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-129-backlink">116</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Consiglio di Reggenza</hi>, 271, aff. 13, Casa degli esercizi al Monte, sezione D, Ordini per la vendita dei mobili, lettera Francesco Seratti a Federigo da Montauto, 16 luglio 1774.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-128-backlink">117</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Consiglio di Reggenza</hi>, 271, aff. 13, Casa degli esercizi al Monte, sezione F, Permissione di continuare in detto luogo l’opera degli esercizi, lettera al conte di Montauto, 5 settembre 1774.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-127-backlink">118</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Consiglio di Reggenza</hi>, 271, aff. 13, Casa degli esercizi al Monte, sezione F, Permissione di continuare in detto luogo l’opera degli esercizi, lettera al senatore Federighi, 5 settembre 1774.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-126-backlink">119</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Consiglio di Reggenza</hi>, 271, aff. 13, Casa degli esercizi al Monte, sezione F, Permissione di continuare in detto luogo l’opera degli esercizi, lettera al senatore Rucellai, 5 settembre 1774.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-125-backlink">120</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Consiglio di Reggenza</hi>, 271, aff. 13, Casa degli esercizi al Monte, sezione F, Permissione di continuare in detto luogo l’opera degli esercizi, lettera a Monsignor Arcivescovo di Firenze Incontri, 5 settembre 1774.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-124-backlink">121</ref></hi>	d’Asburgo Lorena<hi rend="italic">, Relazione dei dipartimenti</hi>, cit., p. 102.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-123-backlink">122</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Consiglio di Reggenza</hi>, aff. 13, Casa degli esercizi al Monte, Sezione F, Permissione di continuare in detto luogo l’opera degli esercizi, lettera dell’arcivescovo Incontri a Vincenzio degli Alberti, 10 settembre 1774. La terna di elezione prevedeva anche il canonico di San Lorenzo Vincenzio Scopetani e Carlo Passerini. Per un breve ragguaglio sulla vita del Benvenuti cfr. «Gazzetta Toscana», 36, 1793, pp. 141-142.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-122-backlink">123</ref></hi>	d’Asburgo Lorena<hi rend="italic">, Relazione dei dipartimenti</hi>, cit., p. 207.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-121-backlink">124</ref></hi>	Galletti, <hi rend="italic">Memorie storiche</hi>, cit., pp. 590-591.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-120-backlink">125</ref></hi>	Al senatore Covoni fu assegnata la soprintendenza della cucina, al marchese Ginori la cassa dei contanti, al cavaliere Della Stufa le vettovaglie, al cavalier Ginori la sorveglianza delle mobilie (<hi rend="italic">Compendio istorico della casa</hi>, cit., p. 25).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-119-backlink">126</ref></hi>	Ivi, pp. 20-22.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-118-backlink">127</ref></hi>	L. Santoni, <hi rend="italic">Raccolta di notizie storiche riguardanti le chiese dell’arci-diogesi di Firenze tratte da diversi autori</hi>, Mazzoni, Firenze 1847, pp. 114-115.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-117-backlink">128</ref></hi>	<hi rend="italic">Punti ecclesiastici compilati e trasmessi da Sua Altezza Reale a tutti gli arcivescovi e vescovi della Toscana</hi>, Cambiagi, Firenze 1787, p. 99.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-116-backlink">129</ref></hi>	«Gazzetta Toscana», 1755, 11, p. 41.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-115-backlink">130</ref></hi>	ABSAF, b. 181, ins. legato Feducci.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-114-backlink">131</ref></hi>	ASCFi, CF 10253. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-113-backlink">132</ref></hi>	<hi rend="italic">Punti ecclesiastici</hi>, cit., p. 14. Tuttavia dal 13 ottobre 1792 furono vietati gli esercizi e le missioni senza autorizzazione del Regio Diritto.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-112-backlink">133</ref></hi>	cfr. R. Ristori (a cura di), <hi rend="italic">La Camera di Commercio e la Borsa di Firenze. Profilo storico e documenti</hi>, Olschki, Firenze 1963, p. 31.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-111-backlink">134</ref></hi>	d’Asburgo Lorena,<hi rend="italic"> Relazione dei dipartimenti</hi>, cit., p. 178.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-110-backlink">135</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Corporazioni religiose</hi>, 168, 168, Contratti e fogli dell’Opera di San Miniato al Monte, Cessio et adsignatio, 4 luglio 1783.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-109-backlink">136</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-108-backlink">137</ref></hi>	Una casa posta in Firenze in Borgo San Niccolò allivellata a Paganelli e discendenza maschile per 16.3.13 annue, con risarcimenti a carico dei livellari e decima del padrone diretto. Una stanza a «fondachetto» posta nel vicolo del Monte Comune allivellata a Giovanni Nicola di Giovanni Maria Valentini a terza generazione maschile con canone annuo di scudi 4 (<hi rend="italic">ibidem</hi>). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-107-backlink">138</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-106-backlink">139</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-105-backlink">140</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-104-backlink">141</ref></hi>	ABSMF, Busta 181, fasc. Memoria giustificativa della condotta del conte Piero Masetti come deputa dell’Opera di S. Miniato al Monte e specialmente delegato alla formazione del cimitero monumentale, s.n.p.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-103-backlink">142</ref></hi>	E. Fattorini, <hi rend="italic">Italia devota. Religiosità e culti tra Otto e Novecento</hi>, Carocci, Roma 2012, pp. 42-45.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-102-backlink">143</ref></hi>	Si può ricordare l’eccezione del 1836 costituita dal tentativo di svolgere gli esercizi al Monte da parte del padre gesuita Massimiliano Ryllo (Galletti, <hi rend="italic">Memorie storiche</hi>, cit., pp. 203-220).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-101-backlink">144</ref></hi>	M. Lastri, <hi rend="italic">L’Etruria Pittrice ovvero storia della pittura toscana dedotta dai suoi monumenti che si esibiscono in stampa dal secolo X fino al presente</hi>, I, Pagni e Bardi, Firenze 1791, tav. 2.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-100-backlink">145</ref></hi>	M. Fileti Mazza, <hi rend="italic">“Ho vedute delle pitture di Giotto e di Taddeo Gaddi che non avevo mai studiate o avvertite”: il cammino della Galleria verso i primitivi</hi>, in A. Tartuferi, G. Tormen (a cura di), <hi rend="italic">La fortuna dei primitivi. Tesori d’arte dalle collezioni italiane fra Sette e Ottocento</hi>, Giunti, Firenze 2014, pp. 39-53: 42.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-099-backlink">146</ref></hi>	G. Targioni Tozzetti, <hi rend="italic">Relazioni di alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana</hi>, VI, Stamperia Imperiale, Firenze 1754, p. 276.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-098-backlink">147</ref></hi>	<hi >J.J. Winckelmann, </hi><hi rend="italic" >Anmerkungen über die Baukunst der Alten</hi><hi >, Dyck, Leipzig 1762, p. 39.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-097-backlink">148</ref></hi>	J.B.L.G. Seroux d’Agincourt, <hi rend="italic">Storia dell’arte dimostrata coi monumenti dalla sua decadenza nel IV secolo fino al suo rinnovamento nel XVI tradotta ed illustrata da Stefano Ticozzi</hi>, V, Giachetti, Prato 1828, tavv. <hi >11, 20-28.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-096-backlink">149</ref></hi>	<hi >R. Willis, </hi><hi rend="italic" >Remarks on the Architecture of the Middle Ages. Especially of Italy</hi><hi >, Deighton, Cambridge 1835, pl. 1 fig. 4.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-095-backlink">150</ref></hi>	<hi >H. Gally Knight, </hi><hi rend="italic" >The Ecclesiastical Architecture of Italy. From the Time of Constantine to the Fifteenth Century</hi><hi >, H. Bohn, London 1842-1843.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-094-backlink">151</ref></hi>	<hi >S. Kite, </hi><hi rend="italic" >Building Ruskin’s Italy: Watching Architecture</hi><hi >, Routledge, London 2012, p. 80.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-093-backlink">152</ref></hi>	<hi >J. Ruskin, </hi><hi rend="italic" >The Seven Lamps of Architecture</hi><hi >, Smith, London 1849.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-092-backlink">153</ref></hi>	Luigi Bisi espose a Brera nel 1811 un quadro raffigurante l’interno di San Miniato e Francesco Frullani a Firenze nel 1817 presentò lo stesso soggetto nel corso di prospettiva («Supplemento a Gazzetta di Firenze», 1818, 85, s.n.p.)</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-091-backlink">154</ref></hi>	<hi >A.L. Castellan, </hi><hi rend="italic" >Lettres sur l’Italie</hi><hi >, III, Nepveu, Paris 1819, pl. </hi>XXXVI.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-090-backlink">155</ref></hi>	J.J.F. Poujoulat, <hi rend="italic">Toscana e Roma</hi>, I, Bonfanti, Milano 1840, pp. 229-230.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-089-backlink">156</ref></hi>	F. Fantozzi, <hi rend="italic">Nuova guida ovvero descrizione storico-artistico-critica della Città e contorni di Firenze</hi>, Ducci, Firenze 1847, p. 769.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-088-backlink">157</ref></hi>	A.C. Quintavalle, <hi rend="italic">Gli Alinari</hi>, Alinari, Firenze [2003], p. 163. La riproduzione dell’esterno limitata ai panorami si ha fino almeno al 1863 (cfr. <hi rend="italic">Stabilimento fotografico dei Fratelli Alinari di Firenze</hi>, Barbera, Firenze 1863, pp. 7, 14, 50). I dettagli dell’esterno e l’interno, assieme ai panorami, si attestano dal 1865 in formati di varia dimensione, dagli extra ai piccoli, adatti quindi a vari usi e proposte per un molteplice pubblico (cfr. <hi rend="italic">Catalogo generale delle fotografie pubblicate dai fratelli Alinari di Firenze, settembre 1865</hi>, s.n., [Firenze]  [1865], pp. 7, 16, 19, 22, 28).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-087-backlink">158</ref></hi>	Cfr. C. Pazzagli, <hi rend="italic">Sismondi e la Toscana del suo tempo, 1795-1838</hi>, Protagon, Siena 2003.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-086-backlink">159</ref></hi>	G.L. Corradi, <hi rend="italic">La Storia d’Italia: una lunga fortuna editoriale</hi>, in Z. Ciuffoletti (a cura di),<hi rend="italic"> Dal Rinascimento al Risorgimento. Grandezza e decadenza nella storia d’Italia di Francesco Guicciardini</hi>, Polistampa, Firenze 2011, pp. 123-132: 131.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-085-backlink">160</ref></hi>	<hi >A.M. Banti, </hi><hi rend="italic" >Telling the Story of the Nation in Risorgimento Italy</hi><hi >, in G.</hi> Hálfdanarson, <hi >A.K. Isaacs (a cura di),</hi><hi rend="italic" > Nations and Nationalities in Historical Perspective</hi><hi >, Edizioni Plus, Pisa 2001, pp. 15-25.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-084-backlink">161</ref></hi>	C. Biagioli, <hi rend="italic">L’“Opera d’inchiostro”. Storia editoriale della narrativa di Guerrazzi (1827-1899)</hi>, Società Editrice Fiorentina, Firenze 2006, pp. 57-74.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-083-backlink">162</ref></hi>	F.D. Guerrazzi, <hi rend="italic">L’assedio di Firenze</hi>, II, presso i principali libraj, Parigi 1836, p. 118.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-082-backlink">163</ref></hi>	E. Alberi,<hi rend="italic"> L’assedio di Firenze illustrato con documenti inediti</hi>, Clio, Firenze 1840.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-081-backlink">164</ref></hi>	Nàrodni Archiv Praha, Rodinný Archiv Toskánsckých Habsburku, map 640.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-080-backlink">165</ref></hi>	ASCFI, <hi rend="italic">Comune di Firenze</hi>, Lavori e Servizi Pubblici, 1.1.6.11, CF 07140, dis. 027 e dis. 028.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-079-backlink">166</ref></hi>	ABSAF, b. 181, ins. legato Feducci.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-078-backlink">167</ref></hi>	L. Casolini, <hi rend="italic">Orazione funebre per l’illustre defunto Camillo Capponi</hi>, Carli, Firenze 1817, p. 20.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-077-backlink">168</ref></hi>	«Gazzetta di Firenze», 1819, supplemento al n. 125, s.n.p.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-076-backlink">169</ref></hi>	ABSAF, b. 181, ins. legato Ginori.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-075-backlink">170</ref></hi>	G. Paolini, <hi rend="italic">Toscana e Santa Sede negli anni della Restaurazione (1814-1845)</hi>, Fondazione Spadolini-Le Monnier, Firenze 2006, p. 259.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-074-backlink">171</ref></hi>	L. Santoni, <hi rend="italic">Statistica ecclesiastica della città, suburbio e pivieri dell’Arcidiocesi di Firenze</hi>, s.n., Firenze 1841, c. [IX]. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-073-backlink">172</ref></hi>	Il conte, bibliofilo e protettore delle arti, fu Cavaliere dell’Ordine di Santo Stefano con priorato a Firenze, ciamberlano di Ferdinando III e Leopoldo II, operaio delle monache di Santa Maria Maddalena di Firenze e del Gesù a San Casciano, morì nel 1850. «La religione gli fu cara e l’amò come la pupilla dell’occhio suo» (cfr. <hi rend="italic">Elogio del cav. priore Pietro Leopoldo Ricasoli</hi>,  Tofani, [Firenze] [1850]).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-072-backlink">173</ref></hi>	Nato Giovan Battista Pandolfini, fu adottato da Marco Covoni nel 1819 ereditandone il patrimonio alla sua morte. Sposato con Flaminia Chigi, ebbe nel 1820 il figlio Mario.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-071-backlink">174</ref></hi>	M. Calafati,<hi rend="italic"> I Gondi. Storia di una grande famiglia tra Italia e Francia</hi>, in G. Morolli, P. Fiume (a cura di),<hi rend="italic"> Gondi. Una dinastia fiorentina e il suo palazzo</hi>, Polistampa, Firenze 2013, pp. 19-84: 81.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-070-backlink">175</ref></hi>	ABSAF, b.181, Memoria qualificativa della condotta del conte Piero Masetti come deputato dell’Opera di San Miniato al Monte e specialmente delegato all’amministrazione del cimitero monumentale, s.n.p.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-069-backlink">176</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-068-backlink">177</ref></hi>	S. Fioretti,<hi rend="italic"> Storia della chiesa prioria di S. M. del Giglio e di S. Giuseppe dalla sua origine fino al presente</hi>, Forti, Firenze 1855, p. 135.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-067-backlink">178</ref></hi>	M. Castelbarco Albani (a cura di), <hi rend="italic">I Masetti de’ Dainelli da Bagnano. San Miniato al Monte. Il cimitero monumentale. Documenti inediti e vicende storiche</hi>, con la collaborazione di S. Piccolo Giunti, Pagnini, Firenze 2019, pp. 27-28.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-066-backlink">179</ref></hi>	Così viene anche rappresentato nel capitolo successivo alla lotta della Repubblica fiorentina in T. Dandolo, <hi rend="italic">Lettere su Firenze</hi>, Stella, Milano 1827, pp. 139-143.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-065-backlink">180</ref></hi>	A. de Palma, P. Luciani, <hi rend="italic">Un album inedito di metà Ottocento.</hi> <hi rend="italic">L’“illustrazione” di palazzo Masetti sul Lungarno</hi>, «Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz», XXXII (1-2), 1988, pp. 295-322.	</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-064-backlink">181</ref></hi>	Alla controversia fa riferimento anche una lettera di Giuseppe Mazzini alla madre del 1844 (cfr. G. Mazzini, <hi rend="italic">Epistolario di Giuseppe Mazzini</hi>, XIII, Galeati, Roma 1917, p. 280).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-063-backlink">182</ref></hi>	A. De Rubertis, <hi rend="italic">Studi sulla censura in Toscana con documenti inediti</hi>, Nistri Lischi, Pisa 1936, pp. 119-141.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-062-backlink">183</ref></hi>	ABSAF, b. 181, Memoria qualificativa della condotta, cit., s.n.p.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-061-backlink">184</ref></hi>	G. Tomasi, <hi rend="italic">Per salvare i viventi. Le origini settecentesche del cimitero extraurbano</hi>, il Mulino, Bologna 2001, pp. 23-45.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-060-backlink">185</ref></hi>	Già nel 1773 il celebre medico Giovanni Targioni Tozzetti, rispondendo quale Collegio Medico di Firenze al Magistrato di Sanità, aveva avanzato l’ipotesi di sepolture «nell’antica fortezza di S. Miniato, nei rampari […] ed aggiungasi che quel santuario, che è in gran venerazione presso il popolo, contribuirebbe a levargli un certo onore, ed a farglielo considerare come un equivalente delle sepolture delle chiese parrocchiali» (G. Targioni Tozzetti, <hi rend="italic">Relazioni forensi. Ambiente, igiene e sanità nella Firenze dei Lorena</hi>, a cura di S. Pelle, Le Lettere, Firenze 1998, p. 90).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-059-backlink">186</ref></hi>	M. Capalbi, <hi rend="italic">Niccolò Matas</hi>, in <hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi>, LXXII, Treccani, Roma 2008, <hi rend="italic">ad vocem</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-058-backlink">187</ref></hi>	V. Corvisieri, <hi rend="italic">Missirini Melchiorre</hi>, in <hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi>, LXXV, Treccani, Roma 2011, <hi rend="italic">ad vocem</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-057-backlink">188</ref></hi>	M. Missirini, <hi rend="italic">Dei gravi danni e pericoli minacciati dai sepolcri posti nei recinti abitati col progetto dell’edificazione di un campo santo di Nicolò Matas</hi>, Ciardetti, Firenze 1839, pp. 99-100.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-056-backlink">189</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Segreteria di Gabinetto, Appendice</hi>, 119, Rappresentanza a sua Altezza Imperiale e Reale firmata da Masetti da Bagnano.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-055-backlink">190</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Segreteria di Gabinetto,</hi> <hi rend="italic">Appendice</hi>, 119, Considerazioni igieniche, artistiche ed economiche circa l’istituzione di un cimitero monumentale presso la Basilica di San Miniato al Monte, firmata da Niccolò Matas, 6 giugno 1842.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-054-backlink">191</ref></hi>	ABSAF, b. 181, Memoria qualificativa della condotta, cit., s.n.p.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-053-backlink">192</ref></hi>	Cfr. F. Salvestrini, <hi rend="italic">Le alluvioni a Firenze dall’antichità all’età contemporanea</hi>, in L. Maccabruni, C. Zarrilli (a cura di),<hi rend="italic"> Arno. Fonte di prosperità, fonte di distruzione. Storia del fiume e del territorio nelle carte d’archivio</hi>, Polistampa, Firenze 2016, pp. 153-158.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-052-backlink">193</ref></hi>	Per Baccani e San Miniato cfr. S. Bertano, A. Quartulli, <hi rend="italic">Gaetano Baccani architetto nella Firenze dell’ultima stagione lorenese</hi>, Polistampa, Firenze 2002, pp. 131-132.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-051-backlink">194</ref></hi>	ABSAF, b. 181, Memoria qualificativa della condotta, cit., s.n.p.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-050-backlink">195</ref></hi>	Cfr. «L’Alba», 1847, 88, 3 dicembre; «L’Alba», 1847, 97, 15 dicembre; «La Patria» 1848, 26 gennaio.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-049-backlink">196</ref></hi>	«Un’ara santa sulla quale pronunziare saprete il giuramento di fedeltà alla terra natale; e quello sia il carroccio estremo (Dio ci tolga da tanta vergogna) nel dì della sciagura, se nemiche genti fossero per abbattervi, per soperchiarvi» (F. Canonici, <hi rend="italic">Pubblico cimitero monumentale per la città di Firenze a San Miniato al Monte. Studii del cav. architetto Niccolò Matas, prof. della I. e R. Accademia delle Belle Arti dimostrati in rilievo con sovrana munificenza,</hi> Società Tipografica, Firenze 1848, p. 5).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-048-backlink">197</ref></hi>	«Bella e animosa gara che va ad ingenerarsi fra le illustri e cospicui famiglie di porre a loro antenati monumenti cospicui e perché niuno vorrà starsi minore dell’altro nel suo sacello mortuario. così a gloria della nostra età si tramanderanno ai posteri nobilissimi esempi dello stato d’incremento e perfezione delle arti presenti degni dell’accresciuta civiltà, degni del munificentissimo principe» (ivi, p. 7).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-047-backlink">198</ref></hi>	<hi rend="italic">Veduta (a volo d’uccello) d’un cimitero monumentale per la città di Firenze, annesso alla Basilica di S. Miniato al Monte. Secondo il progetto e i disegni del cav. prof. arch. Niccolò Matas</hi>, Bachelier lit., Imp. Auguste Bry, Paris [1847].</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-046-backlink">199</ref></hi>	L. Galeotti, <hi rend="italic">L’assemblea toscana, considerazioni</hi>, Bianchi, Firenze 1859, p. 18.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-045-backlink">200</ref></hi>	C. Sisi, <hi rend="italic">Visita al cimitero romantico</hi>, in M. Bossi, M. Seidel (a cura di),<hi rend="italic"> Viaggio di Toscana. Percorsi e motivi del secolo XIX</hi>, Marsilio, Venezia 1998, pp. 99-119: 18.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-044-backlink">201</ref></hi>	F. Moisé, <hi rend="italic">Santa Croce di Firenze. Illustrazione storico artistica</hi>, Galileiana, Firenze 1845, pp. 292-293.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-043-backlink">202</ref></hi>	ASCFi, CA DE 56.905; Cfr. anche G. Tassinari, <hi rend="italic">Considerazioni sul progetto di un cimitero monumentale delineato dal cav. Niccolò Matas presso la Basilica di S. Miniato al Monte</hi>, Galletti, Firenze 1849, p. 6.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-042-backlink">203</ref></hi>	Ivi, p. 3. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-041-backlink">204</ref></hi>	Ivi, p. 8.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-040-backlink">205</ref></hi>	G.F. Berti, <hi rend="italic">Cenni storico-artistici per servire di guida ed illustrazione alla insigne basilica di S. Miniato al Monte e di alcuni dintorni presso Firenze</hi>, Baracchi, Firenze 1850.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-039-backlink">206</ref></hi>	Il sinodo provinciale si tenne dal 9 al 16 giugno 1850 (cfr. R. Regoli, <hi rend="italic">Concili italiani. I sinodi provinciali nel XIX secolo</hi>, «Archivum Historiae Pontificiae», XLVI, 2008, pp. 131-161: 145-146, 155).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-038-backlink">207</ref></hi>	L. Cantini, <hi rend="italic">Repertorio del diritto patrio toscano vigente, ossia Spoglio alfabetico e letterale delle più interessanti disposizioni legislative veglianti nel Granducato in materie tanto civili che amministrative: con la sommaria indicazione della statistica delle diverse comunità della Toscana</hi>, XX, Stamperia granducale, Firenze 1855, p. 103.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-037-backlink">208</ref></hi>	Masetti fu cassiere della Direzione Superiore della Società Generale di imprese industriali negli Stati d’Italia (<hi rend="italic">Rapporto che la direzione superiore presenta al corpo rappresentante la massa degli azionisti nella straordinaria generale adunanza de’ 21 aprile 1850 Società generale di imprese industriali negli Stati d’Italia</hi>, s.n., Firenze 1850, p. 29). Fu nella società per costruire il ponte nuovo sull’Arno presso Empoli (<hi rend="italic">Società anonima del nuovo ponte sull’Arno presso Empoli. Rapporto generale e prospetti dimostrativi</hi>, Mariani, Firenze 1859, p. 7). Fece parte anche delle Commissioni della Società di Bonificamento delle paludi di Bientina insieme a Cosimo Ridolfi. Dal 1844 al 1850 Masetti fu gonfaloniere di Castelfiorentino.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-036-backlink">209</ref></hi>	A. Zobi, <hi rend="italic">Necrologia del cav. conte Marco Masetti</hi>, Galileiana, Firenze 1846.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-035-backlink">210</ref></hi>	G. Benericetti Talenti, <hi rend="italic">L’inaugurazione delle XXVIII statue di illustri Toscani nel portico degli Uffizi in Firenze</hi>, Calasanziani, Firenze 1856, p. 16.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-034-backlink">211</ref></hi>	<hi rend="italic">Almanacco toscano per l’anno bisestile 1856</hi>, Stamperia granducale, Firenze [1855], p. 377.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-033-backlink">212</ref></hi>	Ivi, p. 470.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-032-backlink">213</ref></hi>	Per i restauri eseguiti in quegli anni si veda G.C. Romby, <hi rend="italic">La nostalgia del romanico. I restauri della Basilica di S. Miniato al Monte nell’Ottocento</hi>, «De strata francigena», II, 2018, pp. 145-172. Un compendio dei restauri di più lungo periodo si trova in F. Gurrieri, <hi rend="italic">L’architettura</hi>, in F. Gurrieri, L. Berti, C. Leonardi, <hi rend="italic">La Basilica di San Miniato al Monte</hi>, Cassa di Risparmio di Firenze, Firenze 1988, pp. 15-182: 66-78, e ancora in F. Gurrieri, R. Manetti (a cura di), <hi rend="italic">Dieci secoli per la Basilica di San Miniato al Monte</hi>, Polistampa, Firenze 2007.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-031-backlink">214</ref></hi>	G. Valeggia,<hi rend="italic"> Giuseppe Dolfi e la democrazia in Firenze negli anni 1859-1860</hi>, la Stella, Firenze 1913, pp. 147-149. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-030-backlink">215</ref></hi>	<hi rend="italic">Atti dell’Assemblea Toscana ed altri documenti relativi alle sue deliberazioni del 16 e 20 agosto 1859</hi>, Stamperia governativa, Firenze 1859, p. 64. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-029-backlink">216</ref></hi>	La prima citazione si trova in F. Cerboni, <hi rend="italic">Il cimitero di San Miniato al Monte</hi>, La Minerva, Firenze 1865, p. 11; quindi in Possidonio da Peretola<hi rend="italic">, La nuova educazione, con note e commenti di prete Ulivo Beccaluga</hi>, Calasanziana, Firenze 1867, p. 138; e anche in C. da Prato, <hi rend="italic">R. Villa del Poggio Imperiale oggi R. Istituto della SS. Annunziata. Storia e descrizioni</hi>, Seeber, Firenze 1895, p. 118.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-028-backlink">217</ref></hi>	G. Morolli, <hi rend="italic">Gli “armonici innesti” della modernità. L’immagine di Firenze nell’Ottocento e l’invenzione storicistica di un’architettura medioevalumanistica</hi>, in <hi rend="italic">Viaggio in Toscana</hi>, cit., pp. 199-235: 227-228.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-027-backlink">218</ref></hi>	«Il conte Pietro Masetti, che fece tingere a tre colori e deturpò la famosa basilica di S. Miniato» (cfr. <hi rend="italic">Arrivo in Firenze lì 3 febbraio 1865 di Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele II</hi>, s.n., [1865], p. 2).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-026-backlink">219</ref></hi>	E. Spalletti, <hi rend="italic">Gli anni del Caffè Michelangelo (1848-1861)</hi>, De Luca, Roma 1989, pp. 207-208. San Miniato diverrà anche luogo privilegiato per i macchiaioli (cfr. F. Dini, <hi rend="italic">Abbati e i Macchiaioli a San Miniato</hi>, in G. Paolini (a cura di), <hi rend="italic">San Miniato al Monte nella vicenda risorgimentale e nelle trasformazioni di Firenze capitale</hi>, RMPrint, Firenze 2020, pp. 132-144).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-025-backlink">220</ref></hi>	<hi rend="italic">Commemorazione dei defunti a S. Miniato</hi>, «Gazzetta del popolo», 1862, 6 novembre, n. 304.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-024-backlink">221</ref></hi>	«Gazzetta del Popolo», 1865, n. 140, p. 3.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-023-backlink">222</ref></hi>	<hi rend="italic">Nella inaugurazione del monumento di P. Thouar alla basilica di San Miniato</hi>, Galileiana, Firenze 1863.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-022-backlink">223</ref></hi>	E. Frullani, G. Gargani, <hi rend="italic">Della Casa di Dante, relazione con documenti al Consiglio generale del Comune</hi>, Le Monnier, Firenze 1865, p. 13.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-021-backlink">224</ref></hi>	G. Frigyesi, <hi rend="italic">L’Italia nel 1867. Storia politica e militare corredata di molti documenti editi ed inediti e di notizie speciali</hi>, Pellas, Firenze 1868, p. 460.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-020-backlink">225</ref></hi>	Cerboni, <hi rend="italic">Il cimitero</hi>, cit., p. 7.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-019-backlink">226</ref></hi>	<hi >F.P.H.E. Breton,</hi><hi rend="italic" > Ancienne Basilique et nouveau cimitière de San Miniato-al-Monte (près Florence)</hi><hi >, Rousseau-Leroy, Putois-Crette, Arras Paris 1866.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-018-backlink">227</ref></hi>	<hi rend="italic">Chiese Italiane. La Basilica di San Miniato presso Firenze</hi>, «Il mondo illustrato. Giornale universale», XLV, 1861, pp. 299-302: 299.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-017-backlink">228</ref></hi>	<hi rend="italic">Regolamento economico disciplinare per la necropoli a San Miniato al Monte approvato dalla R. Prefettura della Provincia di Firenze nel dì 18 gennaio 1865</hi>, Murate, Firenze 1865.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-016-backlink">229</ref></hi>	<hi rend="italic">Atti del Consiglio Comunale di Firenze dell’anno 1869</hi>, Cellini, Firenze 1874, pp. 627-629. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-015-backlink">230</ref></hi>	<hi rend="italic">Atti del Consiglio Comunale di Firenze dell’anno 1870</hi>, Cellini, Firenze 1875, p. 31.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-014-backlink">231</ref></hi>	Ivi, p. 32.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-013-backlink">232</ref></hi>	G.A. Alagna, <hi rend="italic">La Sicilia e l’Italia, ossia esposizione del vero ed unico sistema finanziario</hi>, Fioretti, Firenze 1874, pp. VII-IX.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-012-backlink">233</ref></hi>	F. Finocchietti, <hi rend="italic">Ricordo sulla vita dei deputati conservatori conte Piero Masetti e cav. Pietro Sermolli</hi>, Associazione, Firenze 1875.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-011-backlink">234</ref></hi>	P. Bigazzi, <hi rend="italic">Giulio Masetti Dainelli</hi>, in <hi rend="italic">Memorie funebri antiche e recenti</hi>, Seminario, Padova 1856, pp. 14-15.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-010-backlink">235</ref></hi>	F. Gurrieri, <hi rend="italic">La Basilica di San Miniato nel progetto urbanistico del Poggi</hi>, in <hi rend="italic">San Miniato al Monte nella vicenda risorgimentale</hi>, cit., pp. 1-12.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-009-backlink">236</ref></hi>	M. Cozzi, <hi rend="italic">Le rampe dal Fiume alla Città giardino</hi>, in Id., <hi rend="italic">Le rampe del Poggi. Storia e recupero</hi>, Mandragora, Firenze 2019, pp. 16-101: 66-70.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-008-backlink">237</ref></hi>	Il complesso ebbe fortuna anche nelle riviste per appassionati conoscitori ed eruditi, come testimonia l’interesse che Guido Carocci gli tributò nella rivista «Arte e Storia» e Pietro Franceschini nel «Nuovo Osservatore Fiorentino» (P. Franceschini, <hi rend="italic">Il nuovo osservatore fiorentino</hi>, Coppini, Firenze 1885-1886, pp. 148-151, 157-159, 165-168, 173-175, 185-188). Anche singoli eventi, come la caduta dell’aquila di Calimala dalla sommità della facciata durante il terremoto del 1895, dettero occasione di studi e ricerche (cfr. É. Gerspach, <hi rend="italic">L’aquila di Calimala a S. Miniato al Monte</hi>, «Archivio storico italiano», XVIII, 1896, pp. 119-120, per i danni a San Miniato cfr. E. Cioppi, <hi rend="italic">18 maggio 1895. Storia di un terremoto fiorentino</hi>, Ximeniano, Firenze 1995, pp. 61-62).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-007-backlink">238</ref></hi>	Cfr. E. Sestan, <hi rend="italic">L’insegnamento della storia dal </hi>’<hi rend="italic">700</hi> <hi rend="italic">ad oggi</hi>, in <hi rend="italic">Storia dell’Ateneo fiorentino. Contributi di studio</hi>, coord. L. Lotti, C. Leonardi, C. Ceccuti, Parretti, Firenze 1986, I, pp. 317-342: 324 sgg.; P. Marrassini, <hi rend="italic">Una facoltà improduttiva: Lettere fra cultura e politica</hi>, in <hi rend="italic">L’Università degli Studi di Firenze, 1924-2004</hi>, Olschki, Firenze 2006, I, pp. 49-164: 49-50.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-006-backlink">239</ref></hi>	Al conte Masetti fu più volte intimato, senza successo, il versamento della cospicua somma di 387.054,21 lire che deteneva quale amministratore della necropoli al 31 dicembre 1901 (cfr. ABSAF, f. 181, parere ‘Voto per verità’ dell’avv. Giovanni Brunetti diretto all’operaio conte Luigi Capponi il 26 marzo 1903). In altro parere si definisce quella di Pier Pompeo Masetti «una gestione d’affari» (ABSAF, f. 181, parere firmato dal senatore Giuseppe Manfredi, procuratore generale presso la Corte di Cassazione di Firenze, 21 giugno 1907).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-005-backlink">240</ref></hi>	G. Salvagnini, <hi rend="italic">San Miniato: da fortezza a camposanto</hi>, in Id., <hi rend="italic">Porte Sante. Il cimitero di San Miniato a Firenze</hi>, OpusLibri, Firenze 2001, pp. 7-13: 10.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-004-backlink">241</ref></hi>	<hi rend="italic">Raccolta di atti stampati per ordine della Camera</hi>, XVII, Tipografia della Camera, Roma 1919, n. 607-A, p. 2.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-003-backlink">242</ref></hi>	ABSAF, filza 182, Verbale di adunanza 13 ottobre 1921.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-002-backlink">243</ref></hi>	ABSAF, filza 182, Verbale di adunanza 12 aprile 1931.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-001-backlink">244</ref></hi>	Si rinvia al contributo di Roberto Donghi nel presente volume.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-000-backlink">245</ref></hi>	ABSAF, filza 182, carte sciolte.</p>
      
      
      
      
      
      
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        <listBibl>
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