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        <title type="main" level="a">«… Ricondurre in qualche modo il buon ordine e impedire nuovi scandali». La visita apostolica ai monasteri olivetani toscani del 1843</title>
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            <forename>Pietro Domenico</forename>
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          <resp>This is a section of <title>La Basilica di San Miniato al Monte di Firenze (1018-2018)</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-295-9</idno>) by </resp>
          <name>Francesco Salvestrini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2021">2021</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.15</idno>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>Between 1843 and 1845 Pope Gregory XVI entrusted the two Tuscan Olivetan monasteries, Monte Oliveto Maggiore in the Sienese area and San Bartolomeo in Florence, to the jurisdiction of the Archbishop of Florence Ferdinando Minucci with the task of conducting an apostolical visit. At the same time, the Tuscan government, following the legislation of Pietro Leopoldo, instructed the Archbishop himself to conduct a visit to the same monasteries in the name and on behalf of the State. The essay analyses the story by cross-examining the ecclesiastical sources with those of the Government. An episode emerges that testifies to the persistence of dynamics typical of the ancient regime regarding the relations between State and Church in the context of the Restoration age.</p>
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            <item>Apostolic visitation</item>
            <item>Florentine Church</item>
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            <item>Grand Duchy of Tuscany</item>
            <item>Peter Leopold</item>
            <item>the Restoration</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.15<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-295-9.15" /></p>
      
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">«… Ricondurre in qualche modo il buon ordine e impedire nuovi scandali». La visita apostolica ai monasteri olivetani toscani del 1843</p><p rend="h1_author">Pietro Domenico Giovannoni</p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Sommario</hi>: Tra 1843 e il 1845 papa Gregorio XVI affidava i due monasteri olivetani toscani, Monte Oliveto Maggiore nel senese e San Bartolomeo di Firenze, alla giurisdizione dell’arcivescovo di Firenze Ferdinando Minucci con il compito di condurre una visita apostolica. Nello stesso lasso di tempo il governo toscano, seguendo la legislazione di Pietro Leopoldo, incaricava lo stesso arcivescovo di condurre una visita dei medesimi monasteri in nome e per conto dello Stato. Il saggio ricostruisce la vicenda incrociando le fonti ecclesiastiche con quelle governative. Ne esce un episodio che testimonia il perdurare di dinamiche tipiche dell’antico regime in merito ai rapporti tra Stato e Chiesa nel contesto dell’età della Restaurazione. </p><p rend="h2 ParaOverride-1">1. Gli Olivetani nella prima metà del XIX secolo tra tentativi di riforma e rischio di soppressione</p><p rend="text">Tra 1843 e il 1845 papa Gregorio XVI affidava l’ordine olivetano alla giurisdizione dei tre arcivescovi nelle cui diocesi sorgevano gli ormai soli quattro monasteri della congregazione; i tre ordinari di Genova, Firenze e Palermo venivano, infatti, nominati visitatori apostolici con il compito di condurre una visita e redigerne una relazione al fine di superare una crisi ormai endemica e porre le condizioni per la rinascita della famiglia regolare. In Toscana Ferdinando Minucci<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-144-backlink"><ref target="15.html#footnote-144">1</ref></hi></hi> si trovò così a governare i due monasteri di Monte Oliveto Maggiore nel senese e di San Bartolomeo a Firenze. </p><p rend="text">La storiografia ha richiamato la vicenda in più occasioni: Valerio Cattana la inseriva nel quadro della crisi dell’ordine nella prima metà del XIX secolo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-143-backlink"><ref target="15.html#footnote-143">2</ref></hi></hi>; Carlo Fantappiè richiamava il caso per mostrare le concrete difficoltà degli ordini monastici nel riassetto costituzionale e disciplinare dell’età della Restaurazione, mettendo in evidenza come la riorganizzazione dei regolari fosse continuamente condizionata dagli interventi curiali e dai controlli statali<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-142-backlink"><ref target="15.html#footnote-142">3</ref></hi></hi>; Gabriele Paolini inquadrava, invece, la vicenda nella tensione sempre crescente tra Roma e il governo granducale, rigido nel difendere la legislazione giurisdizionale leopoldina<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-141-backlink"><ref target="15.html#footnote-141">4</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il contributo che qui presentiamo intende essere un primo e, quindi, parziale sondaggio sulle numerose carte d’archivio che conservano la memoria di quegli eventi, di quell’intrecciarsi di sensibilità religiose e di prospettive politiche, di quell’incrociarsi continuo di biografie. Il quadro generale entro cui questa vicenda assume il suo carattere più interessante è quello dei rapporti tra Chiesa e Stato, nella fattispecie il granducato di Toscana di Leopoldo II, nella prima metà del XIX secolo. Una prima ricostruzione della vicenda potrà avere qualche utilità per esemplificare le complesse dialettiche tra ragion di Chiesa e ragion di Stato che caratterizzarono non solo l’antico regime ma anche l’età della Restaurazione, al di là e, ben oltre ovviamente, della manualistica e falsante immagine dell’alleanza fra trono e altare. </p><p rend="text">I fatti che ricostruiamo, che coprono i tre anni che vanno dal 1843 al 1845, possono essere compresi solo nel più ampio contesto della crisi dell’ordine olivetano, crisi che rischiò di comprometterne la stessa esistenza. Un fenomeno che, se originato dalle soppressioni napoleoniche del 1808 e del 1810, non era stato efficacemente affrontato all’indomani della Restaurazione, nonostante il Concordato stipulato fra Toscana e Santa Sede il 4 dicembre 1815 sugli ordini regolari, «una grande occasione di progettazione e di rifondazione dell’assetto e della fisionomia della presenza regolare maschile e femminile»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-140-backlink"><ref target="15.html#footnote-140">5</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Da parte sua la Santa Sede tentò un intervento radicale con la progettazione dell’unione generale delle famiglie benedettine in un unico ordine: progetto ambizioso affidato tra il 1814 e il 1815 da Pio VII al generale dei camaldolesi Albertino Bellenghi, che incontrò diversificate opposizioni, prime fra tutte quelle degli abati generali. Anche i meno ambiziosi tentativi di aggregazione di singoli rami benedettini si risolsero in un fallimento: così fu per la tentata unione fra Camaldolesi e Silvestrini, portata avanti dallo stesso Bellenghi tra il 1818 e il 1828, e per quella, che qui più ci interessa, fra Olivetani e Camaldolesi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-139-backlink"><ref target="15.html#footnote-139">6</ref></hi></hi>. Nel 1822 fu il vicario generale degli Olivetani Ascanio Giannetti a presentare ad Albertino Bellenghi un <hi rend="italic">Articolato sul progetto della unione delle due Congregazioni benedettine bianche, Olivetana cioè e Camaldolese</hi>, a cui seguirono le osservazioni camaldolesi e una controproposta olivetana. Il progetto di un ordine benedettino bianco naufragò per i reciproci timori che non si trattasse di una vera e propria unione, ma di un’aggregazione di un ramo monastico all’altro<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-138-backlink"><ref target="15.html#footnote-138">7</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Di fronte alla successiva inchiesta di Leone XII sullo stato dei regolari avviata nel 1826, che rischiava di mettere in luce le gravi carenze organizzative e disciplinari degli Olivetani, il generale Ascanio Giannetti tentava una riforma delle costituzioni approvata dal papa il 30 gennaio 1827. Si trattava, in realtà, di interventi marginali che andavano ad adeguare lo ‘statuto legale’ dell’ordine alla ‘situazione reale’ all’indomani della tempesta napoleonica e che non toccavano in alcun modo il nocciolo del problema: la riforma disciplinare e il ritorno all’osservanza<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-137-backlink"><ref target="15.html#footnote-137">8</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il nuovo abate Luigi Ambrosoli di Ascoli, eletto canonicamente il 6 maggio 1827, vide recapitarsi il 28 giugno dell’anno successivo la notifica che «per cause a sé note» Leone XII sospendeva le vestizioni e le professioni nell’ordine olivetano. Lo stesso generale, morto di lì a poco, ovvero il 18 novembre, fu sostituito, con decreto della Congregazione dei vescovi e dei regolari, da Gaspare Giampè con il titolo di «superiore generale». Non sono ancora chiare le cause della decisione di Leone XII, ma non è da escludere che tutto sia stato originato dalle resistenze olivetane all’unione con i camaldolesi. </p><p rend="text">È certo che sulla soglia degli anni ’30 l’ordine olivetano vivesse uno dei momenti più critici della sua storia recente. Il nuovo papa Pio VIII, per «allontanare qualunque abuso e disordine» che avesse potuto rendere la congregazione «meritevole di soppressione», nominava visitatore apostolico dell’ordine il cardinale e monaco camaldolese Placido Zurla. Contemporaneamente il papa ripristinava vestizioni e professioni. Tuttavia l’esito della visita fu drammatico: nonostante il repentino cambiamento di strategia dei vertici olivetani, ovvero del generale Gaspero Giampé e del vicario Giuseppe Coppola, ora più disponibili a collaborare con i Camaldolesi, i risultati dell’inchiesta condotta dal camaldolese Zurla non lasciavano dubbi: gli Olivetani, almeno nello Stato della Chiesa, erano irriformabili e, nella sezione cosiddetta estera, era necessario un intervento radicale per ripristinare l’osservanza. Da qui le due decisioni che condizionarono la vita dei religiosi nei decenni successivi: il 1° ottobre 1830 lo Zurla emanava il decreto di riforma, che oltre le disposizioni per la corretta osservanza della vita comune, riuniva i novizi e i giovani professi nel monastero di Gubbio. Il 19 agosto 1831 il nuovo pontefice, Gregorio XVI, come lo Zurla monaco camaldolese, considerate le osservazioni del confratello visitatore, chiudeva tutti i monasteri olivetani nello Stato della Chiesa e assegnava i loro beni ai Camaldolesi, permettendo la permanenza a Roma, presso Santa Maria Nuova, di un semplice «ospizio» olivetano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-136-backlink"><ref target="15.html#footnote-136">9</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Quattro anni dopo, il 22 giugno 1835, la Congregazione dei vescovi e dei regolari, richiamando ancora gli esiti della visita del cardinale Zurla e le soppressioni di Gregorio XVI, emanava un decreto per il buon ordinamento dei monasteri olivetani in Toscana e Liguria composto da undici articoli<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-135-backlink"><ref target="15.html#footnote-135">10</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Ultimo elemento da ricordare è il fatto che dal 1828 al 1845 gli Olivetani non ebbero alcun abate generale canonicamente eletto, ma superiori nominati dalla Santa Sede: al già ricordato Gaspero Giampè (1829-1831) succedettero Giuseppe Coppola (1831-1834), Bernardo Sani (1834), Benedetto Bellini (1834-1841) e infine Giuseppe Patti (1841-1843). Solo il governo del vercellese Bellini sembrò rappresentare un’occasione di riforma: con l’aiuto del procuratore generale Niccolò Giorni di Pietra Ligure il Bellini riuscì a riaprire definitivamente il monastero di Monte Oliveto Maggiore e portarvi il noviziato; un secondo noviziato fu aperto invece nel monastero di San Girolamo di Quarto. A Monte Oliveto il Bellini poté contare sulla collaborazione di don Marco Santini di Asciano, già sacerdote secolare e monaco professo l’8 settembre 1837. Non ottenendo dalla Congregazione dei vescovi e dei regolari la convocazione del Capitolo generale e il ritorno quindi alla normale vita istituzionale, l’abate Bellini si vide però premiato per il suo operato passando nel 1839 da superiore interino ad abate generale, con visitatori e definitori gli abati Luigi Calandrini di Lucca e Placido Laghi di Ancona<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-134-backlink"><ref target="15.html#footnote-134">11</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Se ci siamo soffermati a lungo su queste vicende è perché esse sono ancora, com’è facile immaginare, presenti e vive negli atteggiamenti mentali e nei comportamenti pratici dei vari protagonisti della visita apostolica oggetto della nostra indagine. Non si tratta, cioè, di un passato remoto o prossimo, ma di un vero e proprio presente. Non stupirà, dunque, che sullo sfondo delle vicende olivetane tra il 1843 e il 1845 si muovano ancora gli scenari sopra descritti: le difficoltà di una riorganizzazione efficiente dell’ordine, la crisi dell’osservanza regolare, lo spettro di una soppressione generale, la frustrazione per la perdita dei monasteri pontifici, il rapporto con i Camaldolesi vissuto da alcuni all’insegna del rancore e dell’invidia e, da altri, con sentimenti di ammirazione e volontà di collaborazione. </p><p rend="text">Una nota archivistica preliminare è necessaria. Le fonti a disposizione sono sostanzialmente depositate in cinque archivi: a Firenze, nell’archivio diocesano, vi sono due filze nel fondo ‘Visite pastorali’; nella stessa città, presso l’Archivio di Stato, ve ne è una nel fondo del Regio Diritto; a Roma, in un archivio dipendente dalla Segreteria di Stato, si trovano i documenti delle Congregazioni per gli affari straordinari e dei vescovi e dei regolari; infine altra documentazione è conservata negli archivi dei monasteri di Monte Oliveto Maggiore e di Camaldoli. Questo materiale apre nuove piste di indagine in altri archivi sia di enti – penso ad esempio alle carte del soppresso monastero olivetano di Firenze –, sia di privati, e penso ai vari personaggi che ebbero ruoli più o meno rilevanti nella vicenda. </p><p rend="text">Per questo studio abbiamo utilizzato le fonti dell’archivio diocesano di Firenze e quelle conservate nell’Archivio di Stato della stessa città. Sono così facilmente comprensibili i limiti di questo lavoro dovuti ai tempi ristretti della ricerca e anche alla natura di questo volume. Solo lo studio incrociato delle fonti conservate nelle diverse sedi sopra elencate potrà permettere la ricostruzione a tutto tondo della vicenda. D’altro canto, ci sembra comunque utile fornire un primo sondaggio su di una storia olivetana toscana. </p><p rend="h2">2. L’iniziativa della visita apostolica tra reciproci timori e sospetti </p><p rend="text">Nel gennaio del 1843<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-133-backlink"><ref target="15.html#footnote-133">12</ref></hi></hi> l’arcivescovo di Firenze Minucci inviava una relazione sullo stato degli Olivetani in Toscana al Prefetto della Congregazione dei vescovi e dei regolari cardinale Pietro Ostini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-132-backlink"><ref target="15.html#footnote-132">13</ref></hi></hi>. La Santa Sede stava conducendo un’indagine sugli ormai pochi monasteri sopravvissuti non solo alla stagione delle soppressioni napoleoniche, ma anche al riassetto istituzionale e ai tentativi, falliti, di riforma dei primi anni della Restaurazione. In Italia, degli ottantatré istituti del 1770 ne erano sopravvissuti solo sei: Palermo, Quarto e Finalpia in Liguria, i due già ricordati monasteri toscani e Santa Maria Nova a Roma. Oltre a Minucci, furono per questo interpellati gli arcivescovi di Palermo cardinale Ferdinando Maria Pignatelli e quello di Genova cardinale Placido Maria Tadini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-131-backlink"><ref target="15.html#footnote-131">14</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La lettera di Minucci è di particolare interesse perché da un lato dimostra come la visita apostolica sia stata caldamente richiesta dallo stesso prelato fiorentino e dall’altro perché vi sono alcuni elementi che caratterizzeranno la sua azione successiva. Il quadro dell’ordine olivetano era molto negativo e l’arcivescovo informava distesamente la Santa Sede affinché potesse prendere i provvedimenti opportuni «per ricondurre in qualche modo il buon ordine e impedire nuovi scandali»: </p><p rend="quotation_b">Per varie circostanze ho dovuto aver cognizione di alcuni monaci olivetani, e da qualche tempo ho avuto ancora varie conferenze con essi e col Padre vicario generale riguardo alle cose loro: così ho potuto con qualche sicurezza rilevare lo stato della Congregazione e specialmente di questi due monasteri, che è assai biasimevole. Restringendo perciò il mio discorso specialmente a questi, credo poter asserire con certezza che non vi è più l’ombra dell’osservanza regolare, ma una certa dissolutezza di alcuni monaci, la dissipazione della maggior parte, una discussione fra loro, il tutto cresciuto per il cattivo esempio e pessimo regime di questo Padre vicario generale siciliano, ha prodotto gravi scandali nei contorni specialmente di Monte Oliveto Maggiore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-130-backlink"><ref target="15.html#footnote-130">15</ref></hi></hi>.  </p><p rend="text">Un atto di accusa senza appello <hi rend="italic">in capite et in membris</hi>,<hi rend="italic"> </hi>suffragato anche da «molte cattive relazioni in voce ed in scritto» pervenute al governo che fino ad allora, su «insinuazione» dello stesso arcivescovo, aveva pazientato e non aveva dato corso ai citati rapporti, «invocando […] il Principe» per porre con autorità e discrezione qualche rimedio. Il vicario generale Giuseppe Patti di Palermo sarebbe stato dunque il primo responsabile dei non pochi scandali, primo fra tutti quello «grave del <hi rend="CharOverride-2">Teatro</hi>», di aver cioè trasformato Monte Oliveto Maggiore, monastero di fondazione, casa generalizia e noviziato, in un pubblico luogo di spettacoli carnevaleschi con abiti in costume, la partecipazione di una «comitiva di secolari trasportati a spese del monastero» e luogo di «laute cene date […] in tali occasioni». E per l’imminente carnevale del 1843 era certo che sia il padre Patti che gli altri monaci fossero già impegnati a rendere gli spettacoli, la musica e le commedie ancor «più brillanti». Minucci lamentava apertamente che l’abate Patti lo avesse anche illuso di voler seriamente affrontare il problema del buon funzionamento del noviziato e che, dinanzi alla secolarizzazione di un monaco, invitasse i confratelli a sentirsi pienamente liberi di fare altrettanto. </p><p rend="text">La situazione del monastero fiorentino non era meno preoccupante. Un solo monaco attendeva alle confessioni e nessuno era disponibile a «fare qualche servizio al popolo», come la messa festiva; ciascun monaco celebrava messa «or qua or là a proprio piacere, passando ancora le giornate fuori di monastero»; gli adempimenti corali erano fissati nell’ora più comoda per avere più tempo libero. La conclusione di una così dura requisitoria non lasciava spazio a dubbi: </p><p rend="quotation_b">Lo spirito insomma che sembra dominante nel Generale e negli altri monaci pare che sia quello per così dire = di far sacco più che si può = e poi abbandonare i monasteri vuoti ed indebitati. Infatti il Padre Generale raccoglie molti denari dall’entrate dei due monasteri e li manda via e probabilmente in Sicilia; poco tempo fa trasferì a quel monastero di Sicilia alcune cassette molto pesanti. E chi sa che non si facciano ad arte alcuni debiti ancora, a carico dei due monasteri. È certo che nel prospetto annuo attivo e passivo dei due monasteri, che fu presentato dal Generale al Governo nella Segreteria del Regio Diritto (il che debbon fare tutti i conventi dei religiosi e delle religiose ogni anno per legge civile) vi erano delle partite di spese non piccole, le quali erano certamente false, e lo stato dei monasteri era in deficienza<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-129-backlink"><ref target="15.html#footnote-129">16</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Minucci accusava sostanzialmente il generale Patti di falso in bilancio con lo stratagemma di far figurare uscite inesistenti, vale a dire alcune pensioni di monaci di altri ordini già deceduti gravanti sul patrimonio olivetano. Accuse pesantissime, dunque, che richiedevano un drastico intervento della Santa Sede. Se tra i monaci vi erano buoni soggetti, «il male sta<hi rend="italic">va</hi> nei superiori, e specialmente nel vicario generale». Il rischio maggiore era un probabile intervento del governo che avrebbe provocato un doppio danno: amplificare lo scandalo e dimostrare le fondate ragioni per le sue politiche giurisdizionaliste lesive dell’autorità ecclesiastica. Minucci aveva buon gioco nel toccare un tasto dolente. Nei primi anni ’40 le tensioni tra la curia romana e il governo granducale si erano riacutizzate e l’episcopato toscano sembrava incapace di eseguire le direttive romane nel chiedere, se non la soppressione, almeno la revisione della legislazione ecclesiastica di Pietro Leopoldo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-128-backlink"><ref target="15.html#footnote-128">17</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Per queste ragioni Minucci riteneva essenziale una visita apostolica e suggeriva specifiche modalità. Per non urtare il governo e per assicurarsi, anzi, il suo appoggio era necessario che la visita fosse eseguita quasi in «modo privato e senza certe esterne solennità»; che fosse affidata a persona «toscana» gradita al governo e magari scelta con il suo concorso. Era da escludersi ovviamente un monaco olivetano, non tanto perché si andava a visitare la casa generalizia e l’operato dell’abate generale, ma per evitare il sospetto che l’iniziativa fosse partita da qualche monaco; erano da escludersi anche i vescovi per non dare troppa «solennità» che sarebbe potuta «dispiacere al Governo e forse irritare i monaci». La scelta migliore era il procuratore generale dei Certosini Leone Niccolai<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-127-backlink"><ref target="15.html#footnote-127">18</ref></hi></hi>, fiorentino, già priore della Certosa di Firenze e visitatore capitolare di tutte le Certose d’Italia, nonché apprezzato in questo ruolo dal governo toscano. Al Niccolai si poteva affiancare un altro regolare della diocesi fiorentina, e Minucci aveva già in mente un altro nome, o un’altra persona scelta da Roma. </p><p rend="text">Il 27 marzo 1843 la Congregazione dei vescovi e dei regolari, escludendo la convocazione del Capitolo generale, ordinava che gli Olivetani si sottomettessero a una visita apostolica affidata ai diversi ordinari diocesani: il cardinale Pignatelli per Palermo, il cardinale arcivescovo di Genova Tadini per Quarto e Finalpia, che doveva essere tuttavia soppresso, e l’arcivescovo di Firenze Minucci per la Toscana. Terminate le visite apostoliche, la Congregazione si riservava il pronunciamento definitivo sul futuro dell’Ordine<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-126-backlink"><ref target="15.html#footnote-126">19</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il 15 maggio la Congregazione avvisava l’arcivescovo fiorentino di avere nominato due convisitatori: il padre certosino Leone Niccolai e il canonico penitenziere della Metropolitana fiorentina Angelo Pedralli<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-125-backlink"><ref target="15.html#footnote-125">20</ref></hi></hi>. Se da un lato Roma dava fiducia all’uomo indicato da Minucci, dall’altro gli affiancava un personaggio di sua fiducia, figura di primo piano nella diocesi fiorentina e, a giudizio di Giacomo Martina, «deciso intransigente e consigliere frequentemente consultato e ascoltato dai rappresentanti pontifici nel granducato, vera eminenza grigia della Chiesa toscana»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-124-backlink"><ref target="15.html#footnote-124">21</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il canonico Pedralli si affrettava a scrivere al cardinale Cosimo Corsi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-123-backlink"><ref target="15.html#footnote-123">22</ref></hi></hi>, suo fidato corrispondente, per essere esonerato da tale incarico, adducendo motivazioni su cui vale la pena soffermarsi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-122-backlink"><ref target="15.html#footnote-122">23</ref></hi></hi>. Minucci, ricordava Pedralli, aveva ottenuto il regio <hi rend="italic">placet </hi>del governo alla visita dopo lunghe trattative, assicurando che si sarebbe svolta con la massima discrezione; per questo era stato concordato che non sarebbero stati incaricati né vescovi né altre dignità ecclesiastiche, ma «due monaci solitari» e furono indicati, seppur verbalmente, Leone Niccolai e Francesco Ferreira de Matos, priore della Certosa di Firenze. Sarebbe stato imbarazzante per l’arcivescovo comunicare al Regio Diritto un nominativo diverso, tanto più che il Niccolai si era già presentato ad alcuni ministri del governo come «visitatore designato» e aveva parlato del padre Ferreira «come suo socio». Il padre Niccolai era inoltre ecclesiastico conosciuto e apprezzato dal governo, esperto di vita e di governo dei chiostri e non esposto, come invece il canonico penitenziere maggiore del Capitolo cattedrale, a essere oggetto di chiacchiere e pettegolezzi. Ma Pedralli metteva in evidenza un’ulteriore non trascurabile difficoltà: </p><p rend="quotation_b">Vostra Eminenza comprenderà benissimo cosa vuol dir col Governo, e specialmente con il nostro, mutare i concertati segreti. Si aggiunga a tutto questo essere egualmente convenuto che nel decreto arcivescovile di delegazione (che è una segreta esecuzione della facoltà Apostolica) si debba dire al più vigore facultatum specialium. Ecco una nuova difficoltà per cambiar le persone<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-121-backlink"><ref target="15.html#footnote-121">24</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Queste frasi così esplicite mettono in luce una delle caratteristiche più salienti della vicenda. L’arcivescovo agiva sostanzialmente in quanto delegato dalla Congregazione dei vescovi e dei regolari e per conto della Santa Sede; ma il governo toscano mal sopportava che un proprio vescovo agisse su monaci sudditi granducali per conto di una «Corte estera», quale era considerata quella pontificia; poteva accettare che il vescovo agisse nel dovuto rispetto delle prerogative romane <hi rend="italic">in spiritualibus</hi>, ma non altrettanto <hi rend="italic">in temporalibus</hi>, dove egli operava nel pieno delle sue facoltà episcopali e con l’approvazione del Regio Diritto. Il biennio della visita apostolica all’ordine olivetano coincide con una delle fasi più acute dello scontro tra Firenze e Roma intorno alla legislazione ecclesiastica leopoldina, che Roma sperava di vedere abolita o, almeno, moderata e che il governo difendeva, invece, con un rigore superiore allo stesso granduca, quasi sospeso, se non scisso, tra la devozione religiosa al papa e la volontà di rispettare l’azione riformatrice di Pietro Leopoldo e di non offenderne la memoria<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-120-backlink"><ref target="15.html#footnote-120">25</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">È bene ricordare che nello specifico contesto della visita agli Olivetani il quadro normativo entro cui si muoveva Minucci aveva come termini il Motuproprio sui regolari del 2 ottobre 1788 e il Concordato tra granducato e Santa Sede sui regolari del 1815<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-119-backlink"><ref target="15.html#footnote-119">26</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il 3 giugno 1843 Minucci riceveva la nomina a convisitatore di Francesco Ferreira de Matos<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-118-backlink"><ref target="15.html#footnote-118">27</ref></hi></hi>. Tuttavia, come avremo modo di vedere, il canonico Pedralli sarà uno dei protagonisti principali della visita apostolica e a lui si affiderà l’arcivescovo, sia ascoltando i suoi consigli, sia a lui delegando importanti compiti. Prova ne è il corposo carteggio tra Pedralli e il cardinale Corsi, che testimonia come l’interlocutore privilegiato di Roma, ancor più dello stesso Minucci, fosse proprio il canonico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-117-backlink"><ref target="15.html#footnote-117">28</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Minucci si faceva promotore della visita ai monasteri olivetani anche presso il governo toscano. Il 12 marzo 1843 inviava, infatti, una lettera dai toni allarmati al segretario del Regio Diritto Vincenzo Bani: «il rilassamento ogni dì più crescente della regolar disciplina» e «il disordine dell’economica amministrazione» rischiavano di portare alla «totale dissoluzione» la congregazione olivetana, «un infermo corpo morale» bisognoso di un «pronto ed efficace rimedio». L’arcivescovo suggeriva di affidare l’onere di una visita ai monasteri a «due o tre religiosi di altri ordini, muniti delle facoltà opportune e di piena soddisfazione dell’Imperiale e Regio Governo» e sollecitava l’azione del governo, considerata anche l’imminente partenza per la Sicilia del vicario generale abate Giuseppe Patti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-116-backlink"><ref target="15.html#footnote-116">29</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La segreteria del Regio Diritto in pochi giorni confezionava un piccolo <hi rend="italic">dossier</hi> di documenti. Si riferivano piccoli ma non trascurabili atti criminali a Monte Oliveto Maggiore: un tentato avvelenamento, seppur senza intenzione omicida, del padre Emiliano Panerai da parte del converso Demetrio Farulli nel marzo 1841; e un incendio doloso avvenuto il 20 giugno 1842 di cui era stato accusato il converso Giovanni Severi. Si allegavano poi due memorie di monaci toscani: una contro i confratelli genovesi accusati di occupare gli «uffizi» più importanti dei monasteri e l’altra che lamentava l’eccessivo numero di monaci esteri contro la legge del 2 ottobre 1788<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-115-backlink"><ref target="15.html#footnote-115">30</ref></hi></hi>. Ma soprattutto si dava per certa l’irregolarità dei bilanci annuali trasmessi al governo; irregolarità che una più distesa relazione compiuta dalla Ragioneria del Regio Diritto, terminata il 29 marzo, avrebbe confermato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-114-backlink"><ref target="15.html#footnote-114">31</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il segretario del Regio Diritto, trovando fondate le preoccupazioni dell’arcivescovo fiorentino, chiedeva alla Segreteria di Stato l’autorizzazione a procedere nell’organizzare la visita ai monasteri con le modalità indicate da monsignor Minucci<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-113-backlink"><ref target="15.html#footnote-113">32</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Tuttavia la Segreteria di Stato, se approvava la necessità della visita ai monasteri olivetani, ribadiva la piena validità del Motuproprio del 2 ottobre 1788, che affidava ai vescovi il controllo della disciplina dei regolari e ordinava pertanto che l’ordinario di Firenze provvedesse per il monastero di San Bartolomeo e quello di Chiusi e Pienza per Monte Oliveto Maggiore. I due vescovi avrebbero potuto delegare un sacerdote secolare, ma si sarebbero comunque dovuti prevalere dell’assistenza di un impiegato della «Ragioneria del Regio Diritto» che aveva, tra l’altro, così efficacemente messo in evidenza le irregolarità amministrative. Ai vescovi sarebbe spettato l’onere di una relazione sulla disciplina e sull’onestà dei monaci, ai ragionieri la relazione sullo stato economico. Infine il segretario di Stato Neri Corsini raccomandava il Regio Diritto di sollecitare il Buon Governo a trasmettere ai competenti uffici periferici circolare che ricordasse gli obblighi di legge, ovvero il Motuproprio del 2 ottobre 1788, circa la permanenza o la naturalizzazione dei religiosi esteri in Toscana<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-112-backlink"><ref target="15.html#footnote-112">33</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il Regio Diritto eseguiva gli ordini sovrani scrivendo all’arcivescovo di Firenze e alla Presidenza del Buon Governo il 6 aprile e al vescovo di Chiusi e Pienza l’8 aprile. </p><p rend="text">Si comprenderà bene, alla luce di quanto si è detto sopra circa il carattere ‘apostolico’ e quindi ‘romano’ della visita, l’imbarazzo in cui si trovò Minucci di fronte agli ordini sovrani del 28 marzo. Il governo ribadiva la piena validità ed efficacia del Motuproprio del 2 ottobre del 1788, una delle leggi leopoldine più invise alla curia romana: non solo non avrebbe affidato la visita a due o tre religiosi di altro ordine, ma, di fatto, con la presenza dei ragionieri del Regio Diritto, sottraeva agli ordinari diocesani la vigilanza sull’amministrazione dei beni dei monasteri.</p><p rend="text">Soltanto una ‘pressione’ ufficiosa, ovvero più verbale che scritta, di Minucci sul segretario del Regio Diritto spiega la successiva decisione sovrana del 30 aprile. Il governo accordava la delega dell’intera visita all’arcivescovo di Firenze, che si sarebbe potuto avvalere di religiosi di sua fiducia, e rimandava l’intervento della Ragioneria del Regio Diritto al termine della visita e in relazione a quanto riferito dall’arcivescovo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-111-backlink"><ref target="15.html#footnote-111">34</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’arcivescovo di Firenze dovette, ancor prima dell’inizio della visita, affrontare timori, sospetti e tattiche mosse di alcuni monaci, evidentemente impauriti dai possibili esiti dell’azione del Minucci. </p><p rend="text">Il 18 maggio cinque monaci di Firenze, tra cui sicuramente l’abate Antonio Calandrini e il monaco Adelelmo Bini, firmavano una memoria alla Congregazione dei vescovi e dei regolari contro il padre cellerario Antonio Bandini, accusandolo di una serie di irregolarità amministrative e di comportamenti arbitrari<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-110-backlink"><ref target="15.html#footnote-110">35</ref></hi></hi>. I monaci di Monte Oliveto agivano nella stessa maniera contro il padre Bartolomeo Rocca, giunto in Toscana da appena un anno, «promosso» secondo visitatore dell’ordine, ma in realtà «rimosso» dalla direzione del monastero di Finalpia per aver commesso gravi irregolarità amministrative e abusi di governo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-109-backlink"><ref target="15.html#footnote-109">36</ref></hi></hi>. I monaci fiorentini avevano fatto avere al Niccolai copia di queste memorie ancor prima dell’inizio dell’ispezione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-108-backlink"><ref target="15.html#footnote-108">37</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Ma dalle carte fiorentine, sia di mano del Minucci che del Pedralli, risultano particolarmente attivi i padri Giovanni Schiaffino e Ambrogio Bernabò del monastero di Roma, due figure, in particolare il primo, certamente non secondarie nella storia dell’ordine<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-107-backlink"><ref target="15.html#footnote-107">38</ref></hi></hi>. I due monaci iniziarono a scrivere fin dai primi di giugno al padre Niccolai cercando, secondo Minucci, di influenzarlo e di dirigerlo in qualche modo nella stessa visita. Il padre Bernabò, nel mese di maggio, ebbe modo, durante un viaggio in Piemonte, di fermarsi a Monte Oliveto Maggiore e a Firenze, suggerendo ai confratelli come comportarsi nell’imminente visita apostolica. </p><p rend="text">L’arcivescovo di Firenze e il canonico Pedralli non mancheranno in più occasioni di screditare i padri Schiaffino e Bernabò agli occhi dei cardinali Ostini e Corsi, chiedendo un più forte sostegno da parte della Santa Sede al governo interino dell’ordine, in mano comunque all’arcivescovo di Firenze. Vedremo in seguito come Minucci accuserà i due monaci di essere all’origine della disubbidienza del monaco toscano Adelelmo Bini, che solleverà un vero e proprio caso giurisdizionale tra la curia fiorentina e la Santa Sede da una parte e il Regio Diritto dall’altra. Per ora sarà sufficiente richiamare argomenti e toni di una lettera di Minucci all’Ostini del 24 febbraio 1844: </p><p rend="quotation_b">È gran tempo che soffro l’influenza dell’intrigo dei due olivetani romani a carico mio ed a carico della pace di questa sacra visita. Ne ho avvisato Vostra Eminenza in varie circostanze, in vari modi; ho pazientato, ma l’audacia di costoro è sempre cresciuta. […] A Vostra Eminenza scrissi quanto era animato l’intrigo di codesti monaci per il Capitolo generale; e come la corsa del Padre Bernabò aveva disposto i voti per le cariche da farsi; intrigo che produsse tanta reazione in alcuni, che dovei durare fatica per comprimere certi passi, che avrebbero compromesso la sacra visita in faccia al Governo con grave scandalo di tutti. Tengo i documenti autografi in mano, delle suppliche e atti che progettavansi fare. Perciò scrissi a Vostra Eminenza Reverendissima come cosa urgente, la decisione da farsi = della apertura della sacra visita a nuovo ordine; della esclusione del Capitolo generale = della quale Vostra Eminenza mi consolò con sua lettera del 6 ottobre previo l’oracolo specialissimo del Santo Padre in Albano; il che produsse un buon effetto per una parte, ma irritò codesti olivetani di Roma contro le mie operazioni. Rammento a Vostra Eminenza come il Bernabò nella sua corsa del maggio aveva disposto gli animi e le cose per la sacra visita imminente, in quel modo che lo Schiaffini aveva disposto l’animo di Don Leone con lettera che esso mostrò a persona di mia fiducia. Rammento ancora che io ero stato avvisato della doppia scrittura insinuata dal Bernabò a Monte Oliveto Maggiore per insegnare, dicesi, come assicurare ai monaci un peculio in caso di soppressione, come si tiene attualmente in Roma<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-106-backlink"><ref target="15.html#footnote-106">39</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Non solo stupiscono i toni, ma soprattutto l’accusa al padre Bernabò di aver ideato e commesso il falso in bilancio.</p><p rend="text">Il canonico Pedralli, nelle lettere al cardinale Corsi dell’autunno del 1843, confermava la strategia messa in atto dallo Schiaffino e dal Bernabò prima dell’inizio della visita, anche se, riguardo alla manomissione dei bilanci, si mostrava più circospetto, parlando di voci e di indizi, ma non smentendo di fatto le affermazioni dell’arcivescovo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-105-backlink"><ref target="15.html#footnote-105">40</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Sul tentativo di condizionare il padre Niccolai il canonico non aveva remore a renderne conto all’amico romano, rivendicando anzi il suo intervento: </p><p rend="quotation_b">Per mezzo di varie osservazioni amichevoli, ed in vari modi persuasi Don Leone ad abbandonare in questa visita qualunque idea preconcepita o qualunque prevenzione proveniente dalle officiature fattegli dal Padre Schiaffini e dai monaci di Monte Oliveto di Firenze. Ed egli mostrò convenire del tutto. Indi lo pregai in nome di Monsignor Arcivescovo a portarsi a questi due monasteri non per ascoltare meramente quel che dicono i monaci e a visitare le partite dei libri di amministrazione, ma esser necessario che essi si trattenessero un qualche tempo nei monasteri, e passassero da uno all’altro anche ripetutamente se occorresse, per conoscere bene il carattere e l’anima dei monaci, tanto più che questi erano stati preparati alla visita dalla corsa del Padre Bernabò mandato dal Padre Schiaffini, come lo stesso Don Leone ne fu avvisato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-104-backlink"><ref target="15.html#footnote-104">41</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il canonico Pedralli era sicuro che il padre Niccolai fosse partito da Roma già «prevenuto contro l’arcivescovo, con l’idea di essere indipendente» e arrivava a suppore che il Certosino avesse condotto velocemente la visita seguendo un «progetto […] forse combinato […] coi Padri Schiaffini e Bernabò», cercando poi di realizzarlo «con ogni mezzo»; un progetto che prevedeva la convocazione del Capitolo generale e l’elezione ad abate maggiore dello stesso Schiaffino. Ne era prova il tentativo del padre Niccolai di essere nominato unico convisitatore, inducendo il priore della Certosa Ferreira de Matos a rifiutare la nomina romana; un tentativo andato a vuoto grazie all’intervento dello stesso canonico<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-103-backlink"><ref target="15.html#footnote-103">42</ref></hi></hi>. Nella lettera del 26 settembre Pedralli poteva dar per certo al cardinale Corsi di aver dissipato ogni dubbio sulle manovre del padre Schiaffino e sulla doppiezza del padre Niccolai: </p><p rend="quotation_b">Le spedisco con la presente copia di una lettera del Padre Schiaffino che io ritengo nel suo originale con la copia di altra lettera ricevuta in questi giorni, tra le altre molte che ritengo di vari anche estranei alla Congregazione. Da queste due Ella vedrà apertamente quale e quanto è l’intrigo che si fa da alcuni Olivetani e quale è il maneggio anche di Don Leone certosino. Basta aspettare che la prudenza ci metta in mano di giudicare chiaramente le persone. Ora non c’è dubbio alcuno, la cosa è evidente anche in suo sui. È certo che il Padre Bernabò fu mandato dal Padre Schiaffini a prevenire i nostri monasteri e quelli del Piemonte; io ho veduto in parte le lettere dei medesimi scritte a Don Leone. Da alcune lettere che noi abbiamo, sappiamo le promesse di uffizi, cariche, ecc. promesse da Bernabò a vari per far Generale lo Schiaffini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-102-backlink"><ref target="15.html#footnote-102">43</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">L’indagine archivistica ci ha permesso di individuare con esattezza quali siano stati i canali di informazione dell’arcivescovo Minucci. Ne escono disegnate sia la rete di relazioni di cui si servirono Minucci e il canonico Pedralli, sia i contorni di un durissimo scontro interno all’ordine. </p><p rend="text">Informatore attento e solerte fu l’ottuagenario padre Niccolò Giorni, già procuratore generale di Benedetto Bellini e monaco del monastero di Quarto. È lui che tra il 1843 e il 1844 trasmette a Minucci notizie riservate sulle opposizioni che la visita in Toscana suscitava negli stessi monasteri toscani, in quello genovese di Quarto e in quello romano di Santa Maria Nuova; è sempre lui che informa Minucci delle strategie messe in atto da Ambrogio Bernabò e Giovanni Schiaffino per condizionare la visita toscana, trasmettendo anche copie di lettere e originali degli stessi monaci romani; fornisce indicazioni sull’andamento della visita apostolica nel monastero di Quarto; svela il presunto meccanismo di falso in bilancio ideato dal Bernabò nel monastero di Roma; rivela infine l’azione di una presunta ‘spia’ del padre Schiaffino nella Congregazione dei vescovi e dei regolari<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-101-backlink"><ref target="15.html#footnote-101">44</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Nel monastero di Quarto il padre Giorni e l’abate Ignazio Di Negro difendevano l’operato del prelato fiorentino contro le accuse di Ippolito Montanari, già abate di Ascoli Piceno e poi successore dell’abate Bartolomeo Rocca nel monastero di Finalpia, soppresso proprio nel 1843, e contro l’abate Bernardo De Grossi. Il padre Giorni faceva dell’abate Montanari il vero regista dell’opposizione a Minucci e una sorta di ‘eminenza grigia’ o di ‘burattinaio’, chiamandolo, in codice, con il soprannome di «Negromante», vale a dire ‘amante del nero’, con probabile riferimento all’assoluta contrarietà di questi verso l’unione con i monaci camaldolesi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-100-backlink"><ref target="15.html#footnote-100">45</ref></hi></hi>; come abbiamo visto, infatti, la nuova congregazione sarebbe stata denominata dei benedettini bianchi. Così scriveva, infatti, il Giorni a Minucci: </p><p rend="quotation_b">Il Negromante per mezzo del Bernabò muove lo Schiaffino in Roma per ottenere quanto desidera e sebbene abbia perduto il monastero di Finale come dovette lasciare quello di Ascoli continuerà da Genova di valersi de’ suoi agenti in Roma per i suoi fini e se il Padre Schiaffino fosse nominato capo della Congregazione sarebbe lo stesso che il fosse il Negromante, ed allora invece di estinguersi l’odio che ha saputo insinuare ne’ suoi seguaci verso il nome camaldolese, sarebbe aumentato senza tema d’esser redarguito<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-099-backlink"><ref target="15.html#footnote-099">46</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Le notizie del padre Giorni erano confermate anche dal canonico di Livorno Pirro Tausch, le cui lettere a Minucci dimostrano una profonda conoscenza dell’ordine olivetano. A lui Minucci chiederà una disamina dei monaci candidabili in futuro al generalato e il canonico non sarà affatto timido nel suggerire a Minucci trasferimenti e promozioni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-098-backlink"><ref target="15.html#footnote-098">47</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Le lettere di Giorni a Minucci del 1843 e 1844 sono state essenziali, in questa sede, per meglio comprendere le posizioni di Minucci verso la Santa Sede. In una ricostruzione complessiva dell’ordine olivetano, pur essendo testimonianza preziosa, saranno solo una delle molteplici voci. Tanto più se si considera che il padre Giorni, ottenuto il trasferimento da Quarto a Firenze, susciterà nell’arcivescovo la più profonda delusione e sarà richiamato più volte a tenere un comportamento consono a un religioso e all’osservanza delle costituzioni fino a essere costretto a ritornare a Quarto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-097-backlink"><ref target="15.html#footnote-097">48</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il canonico Pedralli, oltre al rapporto privilegiato con il cardinale Corsi, poteva contare a Roma sulle informazioni del canonico Pio Bighi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-096-backlink"><ref target="15.html#footnote-096">49</ref></hi></hi>, in relazione con un non meglio identificato «Don Barnaba», il quale, tramite il Bighi, inviava lettere a Firenze e dispensava ‘consigli’ in merito alla visita sia al Pedralli che all’arcivescovo. Si trattava probabilmente di uno stratagemma per indicare lo stesso cardinale Corsi che di nome faceva Cosimo Barnaba<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-095-backlink"><ref target="15.html#footnote-095">50</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Come si evince facilmente dalla documentazione analizzata, la visita ai monasteri olivetani partì da subito in un clima difficile, dove ogni attore sembrava giocare la sua parte dissimulando e muovendosi con circospezione. </p><p rend="h2">3. L’avvio della visita e la relazione dei visitatori </p><p rend="text">Ufficialmente incaricati da Minucci con decreto del 17 giugno, i padri Niccolai e Ferreira visitavano il monastero di Firenze dal 20 al 28 giugno e quello di Monte Oliveto Maggiore dal 5 al 20 luglio. Lo stesso giorno i due convisitatori firmavano dal monastero senese la loro <hi rend="italic">Relazione</hi> proponendo diverse misure da prendere e allegando quattro <hi rend="italic">Memorie</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-094-backlink"><ref target="15.html#footnote-094">51</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> </p><p rend="text">La relazione dei padri certosini fotografava la situazione generale dei due monasteri, dando conto dei singoli monaci attraverso brevi ma perentori giudizi, e descrivendo molto genericamente le eventuali irregolarità. </p><p rend="text">A Firenze vi erano cinque monaci professi, tre conversi e un secolare, mentre a Monte Oliveto otto monaci professi, un monaco non professo, cinque conversi, un probante per converso e quattro secolari. Entrambi i monasteri erano guidati da abati buoni di carattere ma inetti al governo. I due giudizi su Luigi Calandrini di Firenze e su Placido Laghi di Monte Oliveto equivalevano a una sostanziale bocciatura. Il primo era </p><p rend="quotation_b">buon religioso, esemplare e di costumi illibati; ma manca<hi rend="italic">va</hi> di zelo per l’osservanza regolare e conseguentemente poco o nulla corregge<hi rend="italic">va</hi> i difetti dei suoi sudditi amando piuttosto di vivere in pulchritudine pacis senza contrasti, per cui <hi rend="italic">era</hi> dalla monastica gioventù accarezzato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-093-backlink"><ref target="15.html#footnote-093">52</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il secondo invece risultava</p><p rend="quotation_b">religioso che gode<hi rend="italic">va</hi> la stima universale per la specchiatezza de’ suoi costumi, per la sua assiduità agli atti conventuali, per la sua affabilità e per l’amore alla ritiratezza […] ma timido e pusillanime in modo che manca<hi rend="italic">va</hi>gli il coraggio di opporsi a chi ingiustamente gli resiste<hi rend="italic">va</hi> ed <hi rend="italic">era </hi>conseguentemente debole per tenere nel suo vigore le leggi dell’istituto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-092-backlink"><ref target="15.html#footnote-092">53</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Nel monastero di Firenze i due giudizi più negativi erano per il vicario e cellerario Antonio Bandini e per il converso Michele Cantinelli. Del primo si scriveva: </p><p rend="quotation_b">di ottimi costumi, ed il suo esterior contegno inspira stima e considerazione: ma egli stesso è assai ignorante delle Costituzioni olivetane, non menoché del Decreto della Sacra Congregazione dei vescovi e dei regolari emanato il 1 giugno 1835 appositamente per gli olivetani: ragione per la quale credesi signore assoluto della casa; quindi poca dipendenza dal superiore, niuna operazione spettante al suo Uffizio colla saputa della Comunità, veruno intervento mai agli atti conventuali, siccome consta dal qui annesso scrutinio, non meno di ciò che abbiamo oculatamente veduto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-091-backlink"><ref target="15.html#footnote-091">54</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Odiato dai monaci di Firenze e da quelli di Monte Oliveto Maggiore, il Bandini era stato chiamato a discolparsi di ben undici capi di accusa: non aver mai mostrato i libri di amministrazione all’abate, far custodire gli stessi libri al fattore, non visitare direttamente i poderi perché insofferente della carrozza, uscire ed entrare senza il permesso del superiore, non intervenire mai agli uffizi corali, non mangiare con la comunità, aver parlato male dei confratelli con alcune autorità ecclesiastiche e civili, non aver assolto al precetto pasquale del 1843, aver aperto una porta di comunicazione tra la clausura e la casa colonica senza alcun permesso e dando, anzi, scandalo ai secolari, e infine possedere un bene in affitto non dichiarato. Per i visitatori le sue «discolpe» erano state «troppo deboli». I due Certosini riconoscevano al Bandini l’esattezza nel tenere i libri di entrata e di uscita e sostanzialmente una buona capacità di amministrare il patrimonio; tuttavia non era stato concesso loro di vedere i bilanci del padre Coppola suo predecessore, e dall’analisi dei libri contabili di Monte Oliveto, tenuti dal padre Bellini, risultava che il monastero di Firenze era in debito con quello senese di 14.662 lire. </p><p rend="text">Questo, invece, il giudizio sul converso Cantinelli, grande amico e protetto del Bandini: </p><p rend="quotation_b">[…] oltre ad essere come gli altri ignorante dei doveri religiosi, non ha neppure il menomo indizio di vocazione per lo stato abbracciato. Egli essendo munito di una buona dose di superbia, non ha alcun rispetto per alcuno, fuorché per il Padre Bandini, cui giusta il parere di tutti, racconta ogni altrui detto o pettegolezzo; la qual cosa ci fa credere, che il più delle divergenze che corrono tra i monaci e lo stesso Padre Bandini sia cagionato da lui<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-090-backlink"><ref target="15.html#footnote-090">55</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Anche il Cantinelli non partecipava agli uffizi corali e, se vi interveniva, prendeva posto nella chiesa tra i secolari. Ma la cosa più grave era che i visitatori accreditavano sostanzialmente l’accusa mossagli dai confratelli di aver una relazione con la moglie del contadino Biliotti. </p><p rend="text">I giudizi sugli altri membri della comunità fiorentina erano sostanzialmente positivi anche se non si omettevano osservazioni su alcuni difetti di carattere. </p><p rend="text">Per Monte Oliveto i giudizi negativi riguardavano un gruppo di monaci legati fra di loro: i padri Bartolomeo Rocca, già superiore, come abbiamo visto, del monastero di Finalpia, Benedetto Santini e Bernardo Martelli e il monaco non professo Ferdinando Pitarelli. Del padre Rocca si legge: </p><p rend="quotation_b">è un monaco contro cui nulla può dirsi né sulla sua moralità, né sulla sua puntualità in accorrere alle osservanze comuni. È però da rimarcarsi che questi non avendo stima di alcun Olivetano, fuorché dei Padri Bandini in Firenze, Santini in questo monastero, e Matteini in Finale, e con essi soli facendo lega, non <hi rend="italic">era</hi> ben veduto dai religiosi. Il medesimo, sia per amor proprio, sia per affezion singolare verso un suo fratello, si è determinato d’implorare dalla benignità della Santa Sede la grazia di sua secolarizzazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-089-backlink"><ref target="15.html#footnote-089">56</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Più severi i toni sul padre Santini: </p><p rend="quotation_b">è inattaccabile nel costume: ma venuto alla Congregazione già Prete, e collocato dopo soli sei mesi di Noviziato negli Uffizi più importanti della Congregazione, prese un’ascendente sì grande sull’animo de’ suoi Superiori maggiori, che li piegava spesso al suo volere. Quindi dopo di essi, che non esistono più, non ha veruna stima di qualsiasi altra autorità della Congregazione. Cotal modo di procedere gli ha concitato il contraggenio degli Olivetani di tutti i Monasteri, fuor solamente del prefato padre Rocca, del Padre Martelli e del chierico Pitarellli. A questi due ultimi fa lezione di morale ma temesi che si vaglia di tal mezzo per inspirare loro lo spirito di partito, la disistima verso i Superiori e il disamore per l’istituto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-088-backlink"><ref target="15.html#footnote-088">57</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il padre Martelli era invece «proclive alla vanità, altero, amante dei divertimenti e poco istruito dei doveri religiosi», mentre il chierico Pitarelli non aveva «mai dato prova di vera vocazione» e solo su «insinuazione del padre Santini» l’ex vicario generale Patti lo aveva ammesso alla professione, sospesa poi per l’inizio della visita apostolica fino alla elezione di un nuovo abate generale. </p><p rend="text">I giudizi sugli altri monaci erano, come nel caso di Firenze, sostanzialmente positivi anche se, per alcuni, si accennava velocemente a difetti di carattere. </p><p rend="text">I due convisitatori emanarono e fecero leggere solennemente in Capitolo alcuni «decreti e disposizioni» e infine suggerirono le modalità di convocazione e di lavoro del Capitolo generale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-087-backlink"><ref target="15.html#footnote-087">58</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Per il monastero di Firenze confermarono come abate Luigi Calandrini e, oltre a ribadire l’osservanza delle regole di vita comune, deputarono il monaco Alessandro De Stefanis a curare ogni domenica l’istruzione dei conversi con la spiegazione della Regola e delle costituzioni. Intimarono, inoltre, la chiusura della porta tra la clausura e la casa colonica e ordinarono, seppur con discrezione, il licenziamento del cuoco. </p><p rend="text">Per il monastero di Monte Oliveto, riconfermando anche qui abate Placido Laghi, i convisitatori ordinavano la stretta osservanza degli articoli 7 e 9 del Decreto della Congregazione dei vescovi e dei regolari del 1° giugno 1835. Oltre al richiamo alle regole di vita comune, raccomandavano il catechismo domenicale ai conversi e ai domestici, nonché la spiegazione ai conversi della Regola e delle costituzioni; intimavano al vicario e al cellerario di provvedere «sollecitamente» a un più efficace isolamento della clausura per evitare il facile ingresso delle donne; richiamavano l’importanza del ruolo dei «Seniori del Monastero», costituiti dall’abate, dal cellerario, dal maestro dei novizi, dal procuratore e dal più anziano dei professi; confermavano la sospensione dei postulanti del noviziato come l’ammissione dei novizi fino all’elezione del nuovo abate generale. Ricordavano, quindi, il divieto, sotto pene gravi, di parlare male dei confratelli e della comunità con i secolari e ordinavano la ricostituzione della cassa comune per provvedere alle esigenze dei singoli, le cui chiavi dovevano essere custodite dall’abate e dal cellerario. </p><p rend="text">I due padri certosini non avevano trovato alcun monaco capace di poter ambire alla carica di abate generale e tuttavia riconoscevano la necessità e la legittimità della convocazione del Capitolo generale «invocato dai Religiosi, e bramato dal Principe toscano». Per eleggere il generale si proponeva, quindi, di far scegliere i monaci olivetani da una terna scelta dal papa, ma non si mancava di suggerirne i componenti: gli abati Ignazio Di Negro e Placido Laghi e Giovanni Schiaffini, viceprocuratore generale. Per garantire un’assise ordinata e proficua si suggeriva, infine, di far presiedere il Capitolo generale dal padre Luigi Ricasoli «nobile fiorentino, religioso della Compagnia di Gesù e attual Rettore del Collegio de’ Nobili in Roma»: </p><p rend="quotation_b">[…] essendo dotato di virtù e talenti influir potrebbe di concerto col nuovo superior generale nel ripristinamento dell’osservanza regolare, nel provvedimento di una buona educazione ai Novizi, ed agli Educandi, nel metodo degli studi, ed in ogni altra atta a far rifiorire una Religione cotanto benemerita alla Chiesa, specialmente toscana, ed illustrata con vantaggio grande delle anime da molti uomini insigni per santità e dottrina<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-086-backlink"><ref target="15.html#footnote-086">59</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Non si capisce, tuttavia, quale sarebbe stato il ruolo del padre Ricasoli: se infatti il suo compito avrebbe dovuto essere quello di presiedere il Capitolo generale, non è chiaro in che modo e sotto quale veste istituzionale avrebbe potuto poi coadiuvare il nuovo superiore nel risanamento dell’ordine. </p><p rend="text">Come si è detto il 20 luglio i due padri certosini firmavano la <hi rend="italic">Relazione </hi>da consegnare all’arcivescovo, ma ancora il 15 agosto Minucci era costretto a sollecitare l’invio degli <hi rend="italic">Atti della Visita</hi>, necessari per avere una più completa visione della situazione dei due monasteri. Dopo un secondo più perentorio sollecito del 31 agosto, padre Niccolai inviava da Roma una parte, «la meno interessante» commenta il canonico Pedralli, attraverso un Certosino fiorentino<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-085-backlink"><ref target="15.html#footnote-085">60</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’arcivescovo non rimase soddisfatto del lavoro dei padri certosini e si dovette pentire in particolare di aver lui stesso suggerito il nome del padre Niccolai; fu costretto a integrare il lavoro dei convisitatori, ritardando così la spedizione della <hi rend="italic">Relazione </hi>alla Santa Sede. </p><p rend="text">Alcune bozze di minute del canonico Pedralli al cardinale Corsi sono illuminanti per dar corpo al disappunto sia del canonico sia dell’arcivescovo, soprattutto se consideriamo che, come vedremo, Minucci deciderà di nascondere alla Santa Sede la sua delusione circa la modalità e gli esiti del lavoro dei certosini. </p><p rend="text">La visita era stata eseguita con troppa fretta: otto giorni per il monastero di Firenze e quattordici per quello di Monte Oliveto Maggiore, giusto il tempo di scrivere gli scrutini e di controllare i libri contabili. Ai visitatori era stato chiesto, invece, di prendersi tutto il tempo necessario per capire bene le situazioni, conoscere a fondo i soggetti e intanto sollecitare il ritorno all’osservanza della regola e delle costituzioni e stimolare la rinascita di una pietà e di una pratica più autenticamente religiose. Era stato loro intimato anche di prendere informazioni, con la necessaria discrezione, presso i rettori delle parrocchie confinanti i due monasteri, come presso i giusdicenti locali: un compito ancor più necessario visti i sospetti fondati che si fossero messe in atto manovre interne all’ordine contro la visita apostolica; e compito essenziale per verificare le affermazioni degli stessi monaci e avere almeno maggiori riscontri. Ma tutto questo non era stato fatto. </p><p rend="text">Leggendo poi le deposizioni dei vari monaci, alcune delle quali «uniformi anche nelle parole», emergeva uno «spirito uniforme che tende<hi rend="italic">va </hi>a difendersi» e giudicare la visita stessa «inopportuna». Le dichiarazioni dei monaci avevano tutta l’aria di essere state premeditate e studiate in modo da mettere in cattiva luce i padri Bandini e Rocca, «giudicati promotori della visita». </p><p rend="text">I padri certosini erano andati ben oltre i limiti del loro incarico: avevano dato, senza averne autorità, immediate disposizioni e steso un piano di riorganizzazione dei monasteri e soprattutto avevano imprudentemente trasmesso copia della <hi rend="italic">Relazione </hi>al Regio Diritto, come se fosse stato il governo e non l’arcivescovo a delegarli nella visita apostolica: </p><p rend="quotation_b">In terzo luogo fu dato ai Padri certosini un Decreto onorifico, ed una amplitudine di facoltà, anche per contentar Don Leone; ma fu dichiarato ad esso in particolare e ad ambedue insieme, più volte e dall’Arcivescovo e da me che quella ampiezza di facoltà riguardavan il mezzo a rimuovere gli ostacoli che potessero nascere nel tempo della loro visita; ma che essi non potevano fare nessun Decreto e prendere nessuna provvidenza per il regime del monastero, giacché tutto questo spettava alla Sacra Congregazione, e che qualora fosse necessario al momento qualchecosa, ne avvisassero Monsignor Arcivescovo che era il visitatore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-084-backlink"><ref target="15.html#footnote-084">61</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La lettura degli <hi rend="italic">Atti della Visita</hi> dà ragione del giudizio negativo che Minucci e Pedralli dettero dell’operato dei padri certosini. Gli <hi rend="italic">Atti</hi>, mettendo a nudo le divisioni, le reciproche antipatie, le vicendevoli accuse, testimoniavano che la situazione della congregazione olivetana era ben più compromessa rispetto al quadro che ne usciva dalla <hi rend="italic">Relazione </hi>dei padri certosini. Quest’ultima era, infatti, molto reticente circa i contenuti specifici degli atti e, soprattutto, vi rimandava solo in alcuni casi, come in quelli dei padri Bandini e del converso Cantinelli. Quest’ultimo, ad esempio, veniva accusato di una relazione con la moglie del fattore dall’abate Luigi Calandrini e dai padri Adelelmo Bini, Emiliano Panerai e Alessandro De Stefanis, ma non dal converso Stefano Della Togna, a cui proprio il Cantinelli, aveva dato un calcio così violento da costringerlo a «stare in cura per molti giorni». Se il Cantinelli era stato chiamato a discolparsi, questo non fu fatto per il monaco Adelelmo Bini, accusato dal Cantinelli, di essersi ubriacato con alcuni amici secolari. </p><p rend="text">Per Monte Oliveto i padri Niccolai e Ferreira non esprimevano alcun giudizio sui quattro conversi e sul probante che, pure, avevano espresso le loro opinioni nel corso dello scrutinio lamentandosi della mancanza di studio sulla vita religiosa, della differenza di trattamento economico tra loro e i professi e testimoniando i non pochi comportamenti irregolari dei monaci, come uscire da soli, frequentare i secolari o ammettere gli stessi alla mensa del monastero. Non si faceva parola delle accuse contro il fattore Vincenzo Brotini che per alcuni monaci era legato da relazione adulterina con Rosa Masotti, moglie di Pietro Stefanelli. Non si menzionava la presenza ingiustificata e non gradita dai monaci del canonico Rossi di Genova, invitato dal padre Rocca e con il quale quest’ultimo continuava ad avere un «carteggio segreto» sul destino del monastero di Finalpia, come non si faceva cenno alla presenza del sacerdote senese Ciro Giuseppe Memmi, cui era stato affidato il catechismo dei conversi. </p><p rend="text">Ma soprattutto gli atti mettevano in luce contrasti, inimicizie e difficoltà di convivenza: Mauro Traballesi accusava padre Bartolomeo Rocca di aver stampato con il padre Ippolito Montanari di Finalpia l’opuscolo anonimo <hi rend="italic">La disfatta dei Tolomei in Campidoglio</hi>, in polemica contro la soppressione degli Olivetani nello Stato pontificio; l’abate Rocca, secondo il padre Girolamo Bianchi, avrebbe accusato presso le autorità civili alcuni confratelli per aver organizzato un pranzo «nel bosco» asserendo, falsamente, che vi fossero intervenute anche alcune donne. </p><p rend="text">La deficienza maggiore della <hi rend="italic">Relazione </hi>dei Certosini, se letta alla luce degli <hi rend="italic">Atti</hi>, era quella di aver semplicemente creduto alla maggioranza delle deposizioni e di non aver ricercato minimamente riscontri oggettivi. </p><p rend="h2">4. Rendere conto a Cesare e a Dio. Minucci tra governo e curia romana</p><p rend="text">Alla fine di luglio o agli inizi di agosto del 1843 il padre Niccolai dovette comunicare oralmente al governo l’esito della visita e il tenore dei primi decreti emanati, assicurando che la situazione dei due monasteri era del tutto regolare e suggerendo la convocazione del Capitolo per l’elezione del generale da una terna indicata dalla Santa Sede, ma di fatto, come abbiamo visto, formulata da lui stesso e che comprendeva i padri Montanari, Laghi e Schiaffino<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-083-backlink"><ref target="15.html#footnote-083">62</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Minucci, sorpreso dell’inaspettata mossa del suo «deputato» che si comportava da «visitatore apostolico», cercò di arginare il pericolo di vedersi chiusa la visita dal governo scrivendo una lettera al Regio Diritto il 18 agosto. Accertato dai padri certosini che non ci fossero irregolarità amministrative, atti criminali o pubblici scandali, all’arcivescovo restava ora di riportare i monasteri alla stretta osservanza della regola; un’operazione, però, che richiedeva tempo e discrezione. E aggiungeva: </p><p rend="quotation_b">Né tanto le mie gravi e continue occupazioni m’impediscono una grande sollecitudine, quanto la necessità di riferire tutto e sottoporre i miei pensamenti alla Santa Sede apostolica, affinché Ella giudichi, ed i provvedimenti che Ella crederà convenienti all’uopo siano consolidati con la sua suprema autorità apostolica, e così il tutto abbia quella forza necessaria alla perfetta regolare osservanza. Si tratta di un istituto religioso, le cui Costituzioni sono anche per volontà del suo Beato fondatore sanzionate dalla Santa Sede, sicché con una eguale autorità debbonsi stabilire i mezzi per toglierne gli abusi, e conservarne l’osservanza delle Leggi. Si tratta di due monasteri, uno dei quali come Ella sa, è immediatamente soggetto alla medesima Santa Sede e le disposizioni sopra uno non possono essere indipendenti da quelle necessarie per l’altro. Infine devesi considerare la singolare circostanza che in questo momento il Sommo Pontefice attuale è protettore speciale di questa Congregazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-082-backlink"><ref target="15.html#footnote-082">63</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Sulla base della ‘relazione’ orale dei padri certosini e di quanto scritto da Minucci, il segretario del Regio Diritto aggiornava la Segreteria di Stato. Se i Certosini avevano delineato un quadro rasserenante riguardo alla disciplina interna, le «generiche espressioni» dell’arcivescovo non permettevano di capire su quali specifici «articoli» egli intendesse coinvolgere «l’Autorità Pontificia», e al governo non restava che attendere le successive deliberazioni vigilando che «per avventura» non fossero state contrarie alle «leggi veglianti»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-081-backlink"><ref target="15.html#footnote-081">64</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Di fronte a una posizione così vaga ed effettivamente contraddittoria rispetto alla cupa situazione descritta dallo stesso arcivescovo solo pochi mesi prima, la Segreteria di Stato, il 1° settembre, intimava a Minucci di consegnare «senza dilazione» una sua dettagliata relazione e un chiaro piano di intervento «al Real Sovrano, dal quale Egli <hi rend="italic">aveva avuto </hi>la commissione della visita» e lo richiamava al rispetto delle leggi toscane che «non permett<hi rend="italic">evano </hi>alcuna influenza di estere autorità ecclesiastiche sulle famiglie religiose del granducato menoché le materie meramente spirituali»: un palese disappunto e un chiaro e perentorio richiamo alla legge sui regolari del 1788<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-080-backlink"><ref target="15.html#footnote-080">65</ref></hi></hi>. Il 18 settembre Minucci inviava una seconda lettera al Regio Diritto che non faceva altro che ripetere la precedente del 15 agosto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-079-backlink"><ref target="15.html#footnote-079">66</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Le carte del Regio Diritto non ci consentono di sapere come riuscì Minucci a frenare le impazienze del governo circa i risultati della visita e gli opportuni provvedimenti. Fatto sta che non risulta spedita alcuna relazione posteriore alla citata lettera del 18 settembre. Si può solo ipotizzare che Minucci abbia preferito, come scrive a Ostini nel settembre del 1843, «tenere sessioni» con il segretario del Regio Diritto e «con un Consigliere di Stato», probabilmente Giuseppe Paver<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-078-backlink"><ref target="15.html#footnote-078">67</ref></hi></hi>. Che tuttavia ci siano state pressioni del governo per avere copia della <hi rend="italic">Relazione </hi>dei padri certosini, una più esatta relazione arcivescovile e copia degli <hi rend="italic">Atti di Visita</hi> lo testimoniano sia le lettere di Minucci a Ostini, sia una lettera del canonico Pedralli al cardinale Corsi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-077-backlink"><ref target="15.html#footnote-077">68</ref></hi></hi>. 	</p><p rend="text">Il paradosso fu che in una delicata visita apostolica, eseguita per conto del papa ma volutamente fatta passare come visita governativa, Minucci e Pedralli si affidarono a due religiosi, in particolare il padre Niccolai, che sembra abbiano risposto più al governo che all’arcivescovo. Padre Niccolai, a visita terminata, ebbe un confronto con Minucci e il canonico Pedralli, mostrandosi addirittura «umiliato» per gli sbagli commessi, ovvero aver emanato decreti senza alcun permesso e non aver ricercato riscontri oggettivi alle dichiarazioni dei monaci, ma «contento» di come l’arcivescovo si fosse mosso per salvare la visita agli occhi di Roma, non criticando apertamente l’operato dei due convisitatori. Scriveva Pedralli a Corsi: </p><p rend="quotation_b">Don Leone in quelle due o tre sessioni tenute con me e con l’Arcivescovo partì persuaso del tutto, umiliato, ma contentissimo di tutto il nostro operato. Fu pregato a trattenersi in Firenze perché poteva essere utile la sua persona, ed Egli trovò giusto questa dimora, per quanto vedessi e sapessi che Egli voleva trovarsi in Roma all’arrivo delle informazioni, che avrebbe mandate all’Arcivescovo. Insomma non vi fu mai nessuna contestazione litigiosa, nessun rimprovero per parte nostra, ma soltanto o condiscendenza o silenzio ad alcuni modi imperiosi, e amichevoli osservazioni con le quali fu condotto a pronunziarsi favorevole al nostro sentimento e a far vedere che egli ne era persuaso. Dai primi di agosto in poi, sappiamo che Egli ha parlato a vari, noi non abbiamo parlato ad alcuno; avendo tenuto la cosa con molta cautela, e non abbiamo più veduto Don Leone né il Padre Priore di Certosa. Monsignor Arcivescovo andò alcuni giorni a Firenzuola; ritornato che fu Egli cominciò a chiamare i Parochi ed altre persone segretamente per aver le notizie opportune. Don Leone e il Padre Priore non si sono lasciati più vedere. Don Leone era perciò umiliato e confuso degli sbagli. E nel 23 agosto Monsignor Arcivescovo ricevé una lettera dal Padre Priore di Certosa in cui si condanna l’operato di Monsignor Arcivescovo e la censura data a quello dei convisitatori. Mando la copia della lettera, e questa basterà per ogni nostra osservazione. Ella, spero, che troverà giusto e prudente il consiglio preso di non rispondere alcuna cosa alla suddetta lettera ed Ella vedrà se è cosa contro le forme giuridiche il cercare da chiunque può sapere, le notizie dei fatti che si debbono giudicare<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-076-backlink"><ref target="15.html#footnote-076">69</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Nello stesso momento in cui Minucci nascondeva al governo le deficienze del lavoro dei padri certosini, cercando però di non far cessare la visita, si rivolgeva a Roma prendendo tempo per integrare la <hi rend="italic">Relazione</hi> ‘ufficiale’. Volle, infatti, interrogare i parroci fiorentini confinanti con il monastero di San Bartolomeo e il parroco di Chiusure, confinante con quello di Monte Oliveto ma in diocesi di Chiusi e Pienza. Volle infine chiedere ad Antonio Bandini chiarimenti e giustificazione delle sue mancanze, dal non aver assolto al precetto pasquale del 1843 al non aver chiarito le ragioni del debito di 42.000 lire che San Bartolomeo aveva nei confronti di Monte Oliveto. La raccolta e la rielaborazione di queste informazioni occuparono tutti i mesi di agosto e di settembre, e questo spiega il ritardo dell’invio della documentazione a Roma. Tra la fine di luglio e la fine di settembre Minucci spedì a Roma almeno tre lettere nelle quali dava conto della visita e delle difficoltà subito incontrate con il governo. Ma solo il 25 settembre inviava a Roma la <hi rend="italic">Relazione </hi>dei padri certosini, gli <hi rend="italic">Atti di Visita</hi> e la necessaria documentazione integrativa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-075-backlink"><ref target="15.html#footnote-075">70</ref></hi></hi>. La lunga lettera ‘accompagnatoria’ era di fatto la ‘sua’ <hi rend="italic">Relazione </hi>con un ‘suo’ <hi rend="italic">Progetto </hi>per la rinascita dell’ordine<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-074-backlink"><ref target="15.html#footnote-074">71</ref></hi></hi>. Un documento di particolare importanza perché smentiva sostanzialmente la <hi rend="italic">Relazione </hi>dei padri certosini sia nella valutazione dei fatti, sia nelle soluzioni proposte, e perché riassumeva in un quadro organico le lettere precedenti. </p><p rend="text">I due monasteri olivetani per l’arcivescovo di Firenze non presentavano alcun problema economico, grazie anche alle cospicue rendite garantite dai beni di Monte Oliveto Maggiore. Dagli <hi rend="italic">Atti della Visita </hi>e dalla documentazione integrativa circa i monaci richiesta ai rettori delle parrocchie confinanti coi due monasteri non risultava alcun crimine o scandalo pubblico, ma solo «qualche diceria contro qualcheduno». Il fattore di Monte Oliveto Maggiore Vincenzo Brotini, pubblico concubino e contro cui parlava chiaro la testimonianza del parroco di Chiusure, era un laico. Le vere emergenze erano tre: l’incapacità di governo dimostrata dai superiori, la mancanza di una vera e propria formazione religiosa dei conversi, la debolezza dello spirito monastico e la conseguente inadempienza delle regole della vita comune stabilite dalla Regola e dalle costituzioni, nonché dal Decreto della Congregazione dei vescovi e dei regolari del 1835, appositamente emanato per l’ordine olivetano. I tentativi di riforma messi in atto da Roma sin dai primi anni ’30 non erano stati evidentemente sufficienti per i due monasteri toscani, se si eccettuava il caso del buon governo, tra il 1834 e il 1841, dell’abate generale Alessandro Bellini, a cui si doveva non solo la rinascita di Monte Oliveto Maggiore, «ridotto a semplice ospizio o grascia», ma anche la ricostituzione del noviziato e una continua sollecitazione al «buon ordine di osservanza monastica». Dopo il malgoverno dell’abate Giuseppe Patti era necessario «un rimedio più efficace, decisivo e radicale» pena il rischio di una totale «rovina». </p><p rend="text">Minucci intravedeva, pur nell’esiguo numero dei ventiquattro individui, quattro gruppi di religiosi: i conversi, contro cui non vi erano particolari accuse e che bramavano un’autentica istruzione religiosa di cui erano stati privati; i giovani professi senza dubbio i più insubordinati e intriganti; i più anziani, raffreddati nello spirito di osservanza, ma disponibili a cambiare, e infine i superiori. Per quest’ultimi il giudizio era quasi senza appello: </p><p rend="quotation_b">Nei superiori poi locali e generali sì presenti che passati vi è e vi è stata una grande debolezza, e pusillanimità; sicché la potestà governativa è ed è stata di poca o niuna forza. Questo difetto non tanto riscontrasi in questi monasteri nostri, ma ancora per quanto so esiste ed è esistito negli altri; e da questo difetto gravissimo mi sembra potere asserire con certezza essere derivato principalmente il disordine generale ed il nessun frutto dei tanti salutari provvedimenti e moniti paterni, che Iddio per mezzo della Santa Sede apostolica ha dato in vari tempi a questi monasteri, ed anche all’intiera Congregazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-073-backlink"><ref target="15.html#footnote-073">72</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Minucci, richiamando anche il parere dei padri certosini, constatava l’inesistenza di un soggetto idoneo ad assumere il ruolo di abate generale, «un uomo pieno di spirito religioso e fornito di tanta scienza e prudenza» ma, aggiungeva significativamente, che fosse «per ogni rapporto anche nella comune estimazione dei monaci». </p><p rend="text">Considerando le non poche divisioni interne, la grave carenza nella formazione dei conversi, la mancanza di un monaco idoneo al governo dell’ordine Minucci proponeva nove provvedimenti: la visita apostolica doveva rimanere «aperta a disposizione della Santa Sede» fino al ristabilimento del «buon ordine almeno in uno dei monasteri» e fermo restando che Minucci si dichiarava prontissimo a essere sostituito; Monte Oliveto Maggiore, essendo monastero di fondazione e residenza del generale, doveva ridiventare il cuore dell’ordine, luogo di stretta osservanza e «monastero di ritiro»; stabilirvi quindi «alcune leggi speciali di disciplina regolare relative ai punti principali dello stato religioso a norma delle sacre Costituzioni olivetane» vale a dire la povertà, la vita comune, l’Uffiziatura corale, il silenzio; a Monte Oliveto sarebbero dovuti andare tutti i monaci autenticamente motivati a rivitalizzare l’ordine con il ritorno alla perfetta osservanza; stabilirvi quindi le diverse cariche eccetto quella di abate generale, da sostituirsi temporaneamente con un superiore di altro ordine monastico; tale figura «<hi rend="italic">tamquam hospes</hi>» sarebbe stata munita, però, di tutte le facoltà apostoliche e con discrezione e autorevolezza avrebbe ristabilito il buon ordine, dando l’esempio di cosa significasse governare con carità e rigore. Monte Oliveto, così riformato e opportunamente isolato, sarebbe diventato il noviziato ideale per la formazione dei futuri monaci; e tuttavia il noviziato si sarebbe aperto solo dopo il ristabilimento dell’osservanza; infine, riguardo al monastero fiorentino, l’arcivescovo suggeriva di «stabilire le cose alla meglio», cercando di conservare la serenità interna e il decoro pubblico, ma provvedendo a sostituire sia l’abate che il cellerario con «due persone probe, prudenti ed esemplari» capaci di impedire nuovi «abusi». In un secondo tempo l’arcivescovo avrebbe comunicato e richiesto alla Congregazione gli opportuni trasferimenti di monaci. </p><p rend="text">Minucci proponeva di fatto un piano generale per tutto l’ordine, e non solo per i monasteri toscani, ma si giustificava rimarcando che il monastero di fondazione era Monte Oliveto Maggiore e che sul totale di circa trenta monaci professi la metà si trovava nel granducato. Minucci manifestava infine con cautela la sua contrarietà a due elementi centrali della <hi rend="italic">Relazione </hi>dei padri certosini. Abusando delle deleghe ricevute, i due monaci avevano emanato decreti per entrambi i monasteri, seppur in modo provvisorio; tali decreti, non essendo stati preventivamente comunicati all’arcivescovo né approvati dalla congregazione, erano per Minucci da considerarsi nulli. L’idea poi di permettere il Capitolo presieduto dal padre gesuita Luigi Ricasoli per eleggere l’abate generale da una terna scelta dal pontefice, ma poi suggerita dagli stessi Certosini, incontrava la sua più decisa opposizione. Sia i decreti che la soluzione suggerita erano stati dunque «fatti senza alcuna autorizzazione, consenso o intelligenza» dell’arcivescovo. </p><p rend="text">Le prime risposte della curia romana andarono parzialmente incontro alle richieste di Minucci. Il papa lasciava aperta la visita apostolica in attesa delle relazioni di quelle di Palermo e di Genova ed escludeva il Capitolo generale, suggerito dai certosini; tuttavia non approvava né l’idea di incaricare un religioso di altro ordine di vigilare sulla riforma a Monte Oliveto Maggiore né la concentrazione in quel luogo dei monaci migliori e disposti alla stretta osservanza. Il pontefice approvava, infine, sia la prima che la seconda risposta del Minucci al governo toscano, ovvero le sopra citate lettere al Regio Diritto del 15 agosto e del 18 settembre<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-072-backlink"><ref target="15.html#footnote-072">73</ref></hi></hi>. </p><p rend="h2">5. Un autunno inquieto prima della tempesta </p><p rend="text">Tra la metà di settembre e la fine di dicembre del 1843 la visita apostolica sembrava di fatto bloccata: da una parte il governo, basandosi sulle relazioni del padre Niccolai, insisteva per procedere alla convocazione del Capitolo e, temendo che dietro il temporeggiamento di Minucci ci fossero vicende poco chiare volutamente taciute, insisteva per avere gli <hi rend="italic">Atti di Visita</hi>; dall’altra Minucci e Pedralli cercavano di non smentire platealmente il lavoro dei padri certosini e iniziavano a prendere i primi provvedimenti per riportare la perfetta osservanza nei due monasteri.</p><p rend="text">Come abbiamo accennato, la prima operazione di Minucci, una volta letta la <hi rend="italic">Relazione</hi> dei Certosini e appena tornato da Firenzuola alla metà di agosto, fu quella di richiedere giustificazione del suo operato al padre Antonio Bandini di Firenze<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-071-backlink"><ref target="15.html#footnote-071">74</ref></hi></hi> e raccogliere informazioni sui monaci dai curati delle parrocchie confinanti coi due monasteri. Quest’ultima documentazione acquisita disegnava un quadro ben diverso da quello del padre Niccolai e più vicino caso mai agli <hi rend="italic">Atti di Visita</hi>. </p><p rend="text">In verità il parroco di Chiusure Amos Masini, paese limitrofo a Monte Oliveto Maggiore, ma in diocesi di Chiusi e Pienza, informava «spontaneamente»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-070-backlink"><ref target="15.html#footnote-070">75</ref></hi></hi> Minucci sull’immorale condotta del fattore dei monaci Vincenzo Brotini: era ormai nove anni che andava avanti la convivenza <hi rend="italic">more uxorio </hi>tra il Brotini e Rosa Masotti, moglie di Pietro Stefanelli: «una tresca insoffribile, un concubinato pubblico, scandalosissimo […] da nove anni a questa parte» che nulla aveva potuto risolvere, né le «reiterate ammonizioni», né i «caritatevoli avvisi» o le «fraterne correzioni». La relazione adulterina non era cessata nemmeno a seguito dell’allontanamento da parte dei monaci della famiglia della donna dalla fattoria del monastero: il Brotini aveva comprato per la sua amante una casa a Chiusure, aumentando ancor di più lo scandalo. La famiglia della donna, spalleggiata proprio dal Brotini, vessava di prepotenze e di piccoli e grandi dispetti tutte le famiglie della vasta proprietà del monastero; e lo stesso fattore, con il ricatto di poter licenziare le famiglie dai poderi, si era più volte approfittato di alcune donne. I soprusi del fattore non mettevano in buona luce i monaci, sospettati di connivenza dalla popolazione, ma era anche vero, accertava il parroco, che essi erano all’oscuro del tutto, essendo la dissimulazione ipocrita un’«arte sopraffina» del fattore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-069-backlink"><ref target="15.html#footnote-069">76</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Minucci volle che il vescovo di Chiusi e Pienza approfondisse la questione. Sulla base di un colloquio con lo stesso parroco Masini, Giovanni Battista Ciofi informava Minucci sul fattore e sulla situazione della vita comune a Monte Oliveto: era noto a tutti i «limitrofi al Monastero» che tra i monaci «non regna<hi rend="italic">sse</hi> la pace, né la buona armonia»; non si vergognavano loro stessi di parlare in pubblico delle discordie e inimicizie interne. Il padre Mario Traballesi non perdonava al padre Benedetto Santini di aver ostacolato la sua nomina a cellerario facilitando il padre Placido Vannetti e così si erano formati due «partiti». Considerata la deposizione del parroco sul fattore Brotini, il vescovo di Chiusi e Pienza consigliava a Minucci di farlo licenziare al più presto e di allontanare lo stalliere Francesco Giannettoni «per essersi bastonato più volte con Fra Michele Pucci, Fra Benedetto Andreini e con un certo Patrizio Corsi, attualmente secolarizzato». Irreprensibili erano i monaci Benedetto Santini, Placido Vannetti e l’abate Placido Laghi, seppur debole di carattere; dopo la visita i padri Mario Traballesi e Girolamo Bianchi avevano diradato le loro visite in casa di secolari<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-068-backlink"><ref target="15.html#footnote-068">77</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Se ci siamo dilungati sulla vicenda del fattore Brotini è perché essa appare sintomatica della volontà delle autorità ecclesiastiche di tenere all’oscuro il foro civile di crimini non solo e non tanto commessi da ecclesiastici, ma anche da laici al loro servizio. L’arcivescovo di Firenze e quello di Chiusi e Pienza non facevano alcun cenno, infatti, alla necessità di allertare i giusdicenti locali. Prevaleva, nonostante si avesse chiara notizia di reati penali, la volontà di preservare l’autorevolezza e la moralità pubblica dei monaci e del monastero. Se Minucci si guardava bene dall’informare il Regio Diritto circa i presunti reati del fattore Brotini, palesava invece la faccenda al cardinale Ostini. </p><p rend="text">Che il fattore fosse persona violenta e pericolosa lo testimonia il seguito della vicenda. L’abate di Monte Oliveto Maggiore, nel febbraio 1845, era incaricato di fornire notizie sulla moralità del fattore dall’arcivescovo Minucci per conto della Congregazione dei vescovi e dei regolari. Il parroco di Chiusure si vide costretto a rilasciare sia all’abate sia al fattore stesso un certificato di ‘buona condotta’, salvo poi scrivere a Minucci di aver agito solo per paura di una violenta ritorsione e descrivendo ancor più in dettaglio la cattiva condotta dell’amministratore laico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-067-backlink"><ref target="15.html#footnote-067">78</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">I parroci vicini al monastero di Firenze confermavano in parte i giudizi dei padri certosini e in parte li smentivano clamorosamente. Se, infatti, a parere di tutti l’abate Luigi Calandrini era di buon carattere, ma completamente inadatto a governare una comunità di monaci, due su quattro spendevano non poche parole nell’apprezzare la severa religiosità e l’assiduità nel confessare del padre Antonio Bandini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-066-backlink"><ref target="15.html#footnote-066">79</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Le lettere tra Minucci e la Congregazione dei vescovi e dei regolari, così come la corrispondenza con gli abati Calandrini di Firenze e Laghi di Monte Oliveto Maggiore, ci permettono di ricostruire le linee di governo adottate dal prelato fiorentino, sempre assistito dal canonico Pedralli. Non potendo dar conto in questa sede di tutte le misure adottate ci limiteremo a delineare il quadro generale per far emergere in qualche modo la strategia di fondo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-065-backlink"><ref target="15.html#footnote-065">80</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Prima di eventuali trasferimenti da un monastero all’altro Minucci preferì cercare di chiamare le due comunità toscane all’osservanza delle costituzioni, rianimando in particolare la vita spirituale delle comunità con il richiamo al rispetto del silenzio, del ritiro, della consumazione comune dei pasti nell’ascolto della parola di Dio o della Regola, dello studio individuale e del catechismo ai novizi e ai non professi. L’arcivescovo ordinò poi che si celebrasse il sabato mattina la messa comunitaria all’altare del Beato Bernardo Tolomei, fondatore dell’ordine, e per il Natale del 1843 ordinò che i due monasteri organizzassero la Novena aperta alla partecipazione dei secolari. Se per il Carnevale l’arcivescovo raccomandò l’astenersi da qualunque festeggiamento, per la successiva Quaresima volle affidare ai padri passionisti la predicazione degli esercizi spirituali sia a Firenze che a Monte Oliveto Maggiore. Minucci e Pedralli cercarono di ottenere con i padri passionisti quello che non avevano avuto modo di avere dai padri certosini: informazioni più accurate sui singoli monaci e sulle dinamiche della vita comune e soprattutto garantire, per un periodo relativamente lungo, la presenza di religiosi di altro ordine che ispirassero il ritorno alla piena osservanza<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-064-backlink"><ref target="15.html#footnote-064">81</ref></hi></hi>. Per prolungare la permanenza dei passionisti a Monte Oliveto e a Firenze Minucci e Pedralli ottennero dal governo il permesso di estendere gli esercizi ai popoli delle parrocchie limitrofe<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-063-backlink"><ref target="15.html#footnote-063">82</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">E tuttavia ancor prima della fine del 1843 la visita sembrava agli occhi del canonico Pedralli già compromessa: il quadro che ne faceva al cardinale Corsi il 18 novembre merita la nostra attenzione anche perché rivela alcuni retroscena nella conduzione ‘ecclesiastica’ della visita stessa. </p><p rend="text">Fino ad allora la visita si era limitata sostanzialmente «nell’informativo in progetti, ed inculcare <hi rend="CharOverride-2">data occasione</hi> massime di osservanza religiosa». Per quanto i risultati fossero stati scarsi e non avessero prodotto alcun mutamento, si era almeno impedita una frettolosa convocazione del Capitolo generale e l’apertura permanente della visita stessa. Si trattava ora di formare al meglio le due comunità olivetane, espellendo qualche soggetto, trasferendone altri e licenziando qualche secolare «né oblato, né professo» non idoneo. Si sarebbe dovuto verificare lo stato amministrativo, escludendo con certezza le gravi irregolarità di bilancio che si supponevano ideate dal padre Bernabò nella casa di Roma e poi estese agli altri monasteri. Per tutto questo sarebbe stato necessario trattare sia con i monaci sia con il governo toscano e muoversi di concerto con la Congregazione dei vescovi e dei regolari. Le manovre di alcuni monaci, specialmente di Schiaffino e di Bernabò, e gli eventuali ricorsi di singoli religiosi presso il governo toscano, richiedevano la massima prudenza e un’unica regia della visita all’altezza della situazione. </p><p rend="quotation_b">È vero che tutto deve andare di concerto colla Sacra Congregazione, ma la esecuzione ma gl’incidenti che nascono ma tante circostanze da provvedere al momento, tutto si appoggia al visitatore. Ora Ella conosce la posizione e il carattere di Monsignor Arcivescovo. Fin qui dopo le prime operazioni di Don Leone la cosa ha avuto una sola ed uniforme direzione e si noti che fino ad ora si è trattato più di scrivere che di fare. Ma in seguito è necessarissimo che Egli sia appoggiato, legato con persona autorevole e non col precetto formale di obbedienza, ma con una esterna qualità; affinché questa persona possa trattare, quando occorra, e col governo e con i monaci; e che insieme imponga al governo ai monaci e all’arcivescovo stesso, e sono sicuro che l’arcivescovo non pone ostacoli, e la cosa può avere una direzione da ottenere un buon effetto, se Dio (come lo preghiamo) coadiuverà, sosterrò colla sua grazia efficacissima. Ella sa che in questo nostro paese, oggi vagliono più i riguardi esterni che le ragioni, ossia che queste ricevono la loro forza da certi riguardi esterni. Dunque se vogliamo il bene e la sussistenza di questa Congregazione e di questi monasteri, per quanto sta in noi, è necessarissimo munire le buone operazioni e progetti legandole a queste esterne imperiose qualità e riguardi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-062-backlink"><ref target="15.html#footnote-062">83</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il canonico non nascondeva la sua stanchezza e la sua preoccupazione: per «commissione» di Minucci egli aveva «servito, scrivendo e facendo in quel modo che <hi rend="italic">aveva</hi> saputo», e giustamente in tutto era stato ‘ufficialmente’ Minucci ad agire. Ma ora, come già nel maggio precedente, Pedralli dichiarava «apertamente» che non sarebbe stato possibile guidare in tutto e per tutto l’arcivescovo, né gli sarebbe stato possibile «parlare con imponenza e al governo e ai monaci» quand’anche fosse stato un convisitatore. </p><p rend="quotation_b">Perciò è assolutamente necessarissimo, che in questa visita olivetana, col nuovo Decreto della Sacra Congregazione sia unito all’arcivescovo con qualche qualità pubblica la persona del Signor Canonico Tirabassi Incaricato pontificio, unica persona che io conosca all’uopo. Questi con la doppia rappresentanza impone e a tutti, e non comprometterà certamente delle due rappresentanze; e così spero che potremo ottenere buoni resultati; altrimenti (parlo chiaro) veggo una confusione di cose, a cui oltre al non venire il bene della Congregazione, il governo si mescolerà nell’affare, e regolerà il tutto da impegnare la Santa Sede ad una soppressione o riunione e così a disporre dei beni a suo vantaggio, come già scrissi nell’ultima lettera alla Sacra Congregazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-061-backlink"><ref target="15.html#footnote-061">84</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La lettera di Pedralli mette in luce tre elementi non secondari: la poca fiducia del canonico, probabilmente condivisa dalla Santa Sede, nella capacità di Minucci di guidare efficacemente la visita; la necessità di ‘controllare’ la sua azione attraverso un ‘superiore’ gerarchico, come poteva essere l’incaricato pontificio, e non con un suo sottoposto, ovvero un canonico del Duomo. Il terzo elemento è che tutte le «operazioni» fin qui condotte erano state concertate da un ‘riservato triumvirato’ costituito oltre che dal Pedralli, da monsignor Bernardo Tirabassi,<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-060-backlink"><ref target="15.html#footnote-060">85</ref></hi></hi> incaricato pontificio, e da don Carlo Pinotti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-059-backlink"><ref target="15.html#footnote-059">86</ref></hi></hi>. </p><p rend="quotation_b">Fin qui l’arcivescovo ha per lo più agito secondo il consiglio datoli, ed hanno fatto una impressione e le parole dell’Incaricato, alcune di Don Carlo, ed ha valutato ancora le mie che sono state però sempre di concerto con i sentimenti dei due; sicché nulla è stato fatto senza essere tutte e tre di concerto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-058-backlink"><ref target="15.html#footnote-058">87</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">È fuori di dubbio che il canonico Pedralli, specialmente nella prima fase, dall’apertura della visita fino alla definitiva chiusura della stessa da parte del governo, abbia giocato un ruolo di primo piano. A titolo di esempio ricorderemo che fu idea del Pedralli, condivisa anche con il cardinale Corsi, quella di utilizzare i padri passionisti per animare gli esercizi spirituali della Quaresima del 1844 nei monasteri olivetani, e fu sempre Pedralli a scrivere le lettere più delicate sia a Roma sia al Regio Diritto, come dimostra la grafia delle minute conservate in archivio diocesano. </p><p rend="text">Ma il lavoro dietro le quinte non era stato affatto facile e la situazione futura richiedeva misure più drastiche<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-057-backlink"><ref target="15.html#footnote-057">88</ref></hi></hi>. Il rischio maggiore era che il governo, sfruttando «un piccolo reclamo» o un «piccolo disordine pubblico» causato da un monaco, avrebbe colto l’occasione per sopprimere gli Olivetani o riunirli in un solo monastero per incamerare la totalità o parte del patrimonio. </p><p rend="text">Era del tutto improbabile che Roma potesse associare proprio monsignor Tirabassi, incaricato pontificio, vale a dire sostituto di un nunzio, in una visita che, se per la Santa Sede era «apostolica», per il governo toscano era semplicemente un’ispezione su incarico «regio», affidata a un ordinario diocesano che agiva comunque nella sua ordinaria giurisdizione sui regolari in base alla legge del 2 ottobre 1788. Lo scontro giurisdizionale, che la sola proposta del Pedralli avrebbe probabilmente provocato, doveva comunque esplodere di lì a poco. </p><p rend="h2">6. La tempesta. Adelelmo Bini: un <hi rend="italic">casus belli</hi> tra Santa Sede e granducato</p><p rend="text">La visita, infatti, conobbe un’improvvisa crisi a seguito dell’informativa sugli Olivetani di Firenze che Minucci ricevette dal commissario di Santo Spirito il 23 dicembre<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-056-backlink"><ref target="15.html#footnote-056">89</ref></hi></hi>. Il giusdicente locale esprimeva un durissimo giudizio sui monaci Adelelmo Bini, livornese di ventinove anni, e Alessandro De Stefanis, piemontese di trentun anni, sul converso Michele Pucci, trentaduenne di Certaldo, e non risparmiava pesanti critiche all’abate Luigi Calandrini, «uomo di poca mente e debole di natura». I monaci, «animati da ingiusto e vergognoso livore», avrebbero letteralmente perseguitato il padre cellerario Antonio Bandini per vendicarsi della sua oculata amministrazione volta a preservare il piccolo patrimonio del convento e a rispettare la doverosa semplicità della vita claustrale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-055-backlink"><ref target="15.html#footnote-055">90</ref></hi></hi>. L’odio per il Bandini avrebbe colpito anche il converso Michele Cantinelli, molto legato al padre cellerario e ingiustamente diffamato con la falsa accusa di avere una relazione con Maria Seracini «addetta alla famiglia colonica del convento». Il commissario suggeriva pertanto di allontanare i monaci Bini e De Stefanis e il converso Pucci e di destituire il Calandrini dalla carica di abate<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-054-backlink"><ref target="15.html#footnote-054">91</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il Regio Diritto, informato della pessima relazione di un funzionario governativo su di un monastero sottoposto a visita disciplinare, sollecitò l’arcivescovo a intervenire<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-053-backlink"><ref target="15.html#footnote-053">92</ref></hi></hi>. Minucci, intanto, chiedeva a Roma i decreti necessari per il trasferimento dei monaci<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-052-backlink"><ref target="15.html#footnote-052">93</ref></hi></hi>, ma il governo pretendeva il loro immediato allontanamento minacciando, altrimenti, di agire unilateralmente<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-051-backlink"><ref target="15.html#footnote-051">94</ref></hi></hi>. Il 30 gennaio 1844 Minucci poteva comunicare al Regio Diritto di aver ricevuti i decreti per trasferire Adelelmo Bini nel monastero di Roma e Alessandro De Stefanis in quello di Quarto e chiedeva pertanto i necessari passaporti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-050-backlink"><ref target="15.html#footnote-050">95</ref></hi></hi>. Con Roma Minucci concordava che da Quarto sarebbero giunti a Firenze i padri Niccolò Giorni e Bernardo De Grossi, mentre si dilazionava il provvedimento per il converso Michele Pucci. Si sarebbe punito, tuttavia, anche Michele Cantinelli, soggetto «non assolutamente buono» nonostante i buoni uffici del Commissario di Santo Spirito<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-049-backlink"><ref target="15.html#footnote-049">96</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La risposta del Regio Diritto del 20 febbraio contraddiceva le precedenti premure per la punizione del monaco Bini: il governo non avrebbe rilasciato il passaporto «vietando espressamente gli ordini veglianti di far passare all’estero religiosi sudditi toscani» e considerando che il Bini non aveva alcuna intenzione di «uscire da questi felicissimi Stati»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-048-backlink"><ref target="15.html#footnote-048">97</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Iniziava così lo scontro tra l’arcivescovo di Firenze e il governo toscano sul caso Adelelmo Bini, monaco non certo esemplare, ma suddito toscano che faceva appello alla legislazione del suo stato e specificatamente alla legge sui regolari del 2 ottobre 1788. Dalle prime battute, ovvero dal repentino mutamento del Regio Diritto sulla necessità di punire il Bini con il trasferimento a Roma, il caso oltrepassò i suoi limiti oggettivi e divenne al contempo un ‘braccio di ferro’ giurisdizionale tra vescovo e principe e tra Chiesa e Stato, nonché un incidente diplomatico tra granducato di Toscana e Santa Sede. La vicenda personale del monaco acuì l’insofferenza del governo per la lunghezza e l’inconcludenza dell’azione di Minucci sui monasteri olivetani motivando un’ennesima sollecitazione di una relazione definitiva, l’elezione dell’abate generale e, in un secondo tempo, la dichiarazione di cessazione della visita. Un atto che segnò il punto più critico dello scontro giurisdizionale. Non potendo, in questa sede, dar conto dettagliatamente della vicenda, dopo averne accennati i contorni fondamentali, ne metteremo in risalto l’uso ideologico e politico che se ne volle fare da entrambe le parti, testimonianza viva della dialettica fra Stato e Chiesa in Toscana nella metà del XIX secolo e alla vigilia di un Concordato, quello del 1851, che arrivò, non a caso, dopo la crisi del biennio 1848-1849<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-047-backlink"><ref target="15.html#footnote-047">98</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il monaco Bini, appena informato del suo trasferimento a Roma, aveva immediatamente presentato ricorso al Regio Diritto e pochi giorni dopo, per aprirsi comunque una seconda via d’uscita, domandava a Minucci di trasmettere a Roma la richiesta di secolarizzazione, dovendo far fronte ai bisogni economici della famiglia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-046-backlink"><ref target="15.html#footnote-046">99</ref></hi></hi>. Nonostante che il decreto di secolarizzazione fosse pronto il 21 marzo, Bini non si decideva ad avvalersene né si piegava a partire per Roma<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="15.html#footnote-045">100</ref></hi></hi>. Anzi, ricorrendo nuovamente al Regio Diritto, comunicava la sua disponibilità ad «istruire ed educare gratuitamente i fanciulli poveri del vicinato, nel leggere, scrivere e aritmetica e nei doveri più essenziali del cristiano e del cittadino» per far sì che i monaci olivetani si rendessero «utili alla società e allo Stato»; in altro ricorso denunciava, infine, di essere obbligato dall’arcivescovo a scegliere tra il trasferimento a Roma e la secolarizzazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="15.html#footnote-044">101</ref></hi></hi>. La Segreteria di Stato incaricava il Regio Diritto di accertare il fatto e, se necessario, di richiamare l’arcivescovo di Firenze al rispetto delle leggi toscane<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="15.html#footnote-043">102</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’arcivescovo di Firenze nel frattempo tornava a lamentare presso la Congregazione dei vescovi e dei regolari la sempre più intollerabile e deleteria interferenza dei padri romani Schiaffino e Bernabò, che incoraggiavano il Bini nella sua temeraria disobbedienza verso la Santa Sede e nel contestuale rifiuto di approfittare del Breve di secolarizzazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="15.html#footnote-042">103</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Di fronte al comportamento «scandaloso» del Bini la Santa Sede lo sospendeva <hi rend="italic">a divinis </hi>chiarendo che non avrebbe annullato il provvedimento se non dopo il suo arrivo a Roma<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="15.html#footnote-041">104</ref></hi></hi>. Informato dall’abate Calandrini la mattina del 18 maggio, il giorno successivo il monaco si rivolgeva con toni aspri all’arcivescovo fiorentino: il provvedimento «ingiusto, vessatorio e sovversivo delle leggi» dello stato non lo aveva «in alcun modo sorpreso, conoscendo ormai il modo ingiusto di agire, e parziale di chi si vanta<hi rend="italic">va</hi> il restauratore della Congregazione olivetana». E proseguiva: </p><p rend="quotation_b">Mi giova avvertire Vostra Signoria Illustrissima e Reverendissima che subito mi recai alla Segreteria di Stato e alla Segreteria del Regio Diritto, ove fu disapprovato il suo modo d’agire, e segnatamente il Segretario del Regio Diritto non mi nascose la sua meraviglia per un atto così illegale e tanto contrario alle leggi dello Stato, dettato unicamente dal dispotismo e dall’ingiustizia. […] Poiché ogni riguardo è stato posto in dimenticanza, credo che Vostra Signoria Illustrissima e Reverendissima non sarà per meravigliarsi se userò tutti i mezzi che mi accordano le leggi onde avere la dovuta soddisfazione. Partirò per Roma solo quando mi sarà insinuato da Sua Altezza Reale e Imperiale e ogni dimostranza in contrario sarà inutile dipendendo unicamente dalle leggi e da quanto esse dispongono<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="15.html#footnote-040">105</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’asprezza dello scontro tra governo e arcivescovo è testimoniata dalla memoria del segretario Vincenzo Bani alla Segreteria di Stato del 30 maggio. Al funzionario governativo era ormai chiaro che l’arcivescovo, «deflettendo dal litteral disposto dei venerati ordini de’ 28 marzo, e 30 aprile» 1843 e incurante delle sue «ripetute esortazioni ed avvertenze», intendesse «dare un carattere di visita apostolica» alla riorganizzazione della congregazione olivetana. Ne erano prova «il soverchio temporeggiamento a porre riparo al disordine», «la mancanza di adattato superiore claustrale», «la indoverosa quanto insistita destinazione del padre Adelelmo Bini presso monastero d’estero Stato». Le «espressioni stesse» del Minucci facevano capire che egli intendeva obbedire nel governo della visita alla curia romana, riconoscendo così una «dipendenza proscritta» dalle leggi toscane. La situazione era degenerata e arrivata al limite: un «affare tanto delicato» avrebbe potuto «compromettere la buona intelligenza di due Governi». Per dar fine dunque a una questione che si trascinava da tredici mesi, Bani suggeriva di procedere «imminentemente» all’elezione del superiore olivetano secondo le costituzioni monastiche e la legislazione toscana e di sollecitare Minucci a consegnare una relazione finale della visita<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="15.html#footnote-039">106</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Contestualmente alla dura critica rivolta a Minucci, il Bani consigliava alla Segreteria di Stato di punire il Bini per i toni irriverenti usati con l’arcivescovo fiorentino, suggerendo la pena degli esercizi spirituali di quindici giorni presso i Padri della Missione di San Jacopo Soprarno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="15.html#footnote-038">107</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Tuttavia l’arcivescovo volle intervenire direttamente: dopo un colloquio con il consigliere di Stato Giuseppe Paver la mattina del 7 giugno, Minucci ottenne dal Bini il suo il pentimento, il conseguente annullamento del provvedimento disciplinare del governo e la sua ubbidienza rispetto al trasferimento a Roma<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="15.html#footnote-037">108</ref></hi></hi>. Se il Segretario Bani conveniva sia nella sospensione della pena sia nel rilascio del passaporto nella ormai mutata situazione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="15.html#footnote-036">109</ref></hi></hi>, la Segreteria di Stato, pur prendendo atto dell’avvenuto ‘pentimento’ del monaco, non riteneva opportuno il rilascio del passaporto: </p><p rend="quotation_b">E quanto al permettere al Padre Bini di recarsi fuori di Toscana la prefata Altezza Sovrana Imperiale e Reale non potendo considerare la mozione attuale a ciò relativa isolatamente dai suoi antecedenti, vale a dire, dall’ordine venuto al Bini da Estera Autorità, dalla renitenza spiegata dal medesimo in principio, e dalle sue proteste di voler profittare del benefizio accordato dalle nostre leggi ai religiosi toscani di non poter esser mandati in conventi fuori del granducato, sebbene ora egli si sia dimostrato pronto ad obbedire al rinvio, ha dichiarato non potersi assolutamente concedere in questo momento la domandata facoltà come affatto contraria alle leggi veglianti in materia che debbonsi scrupolosamente osservare<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="15.html#footnote-035">110</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’espressione «Estera Autorità» per indicare la curia romana sollevò, come vedremo, le più vivaci reazioni sia nella curia fiorentina, vale a dire nel Minucci e nel Pedralli, sia in quella romana. </p><p rend="text">Nel frattempo, evidentemente non più disposta a pazientare, la Segreteria di Stato il 25 giugno dava corso a quanto suggerito dal segretario del Regio Diritto nella memoria del 30 maggio: ordinava quindi di sollecitare l’arcivescovo a rimettere la relazione definitiva di una visita «delegatagli» dal governo e di provvedere «senza dilazione» all’elezione dell’abate generale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="15.html#footnote-034">111</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Dal canto suo, il 3 luglio, Minucci tornava a chiedere il passaporto per Bini ribadendo che sussisteva nei suoi confronti ancora la sospensione <hi rend="italic">a divinis</hi>, ma anche che, volendo egli ubbidire al Santo Padre, la responsabilità del ritardo della sua partenza e quindi del prolungarsi della pena spirituale sarebbe ricaduta solo sul governo. L’arcivescovo, osservando come il papa avesse agito «non come sovrano temporale, ma come capo spirituale della Chiesa cattolica», non avrebbe più potuto esimersi, come finora fatto, di sottoporre «ufficialmente tutto questo affare con i rispettivi documenti sotto gli occhi di Sua Santità»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="15.html#footnote-033">112</ref></hi></hi>. Ma il Regio Diritto il 9 luglio comunicava all’arcivescovo l’impossibilità del governo a rilasciare il passaporto al Bini<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="15.html#footnote-032">113</ref></hi></hi> e il giorno seguente sollecitava l’elezione dell’abate generale nonché la chiusura della visita<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="15.html#footnote-031">114</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Le risposte di Minucci del 23 luglio e del 10 agosto provocarono una definitiva rottura con il governo e la conseguente chiusura ministeriale della visita stabilita per il 20 settembre, diretta conseguenza di una durissima memoria contro l’arcivescovo trasmessa dal Regio Diritto alla Segreteria di Stato il 19 agosto. </p><p rend="text">Il 23 luglio Minucci rispondeva alla richiesta del «rendimento di conto» della visita e all’ordine di predisporre l’elezione dell’abate generale. L’arcivescovo confermava che tra gli Olivetani non vi era «nulla di criminoso o che interessasse l’ordine pubblico civile» e di aver provveduto a «regolarizzare alcune cose circa l’interno disciplinare monastico». Dopo aver dato conto delle poche variazioni nei due monasteri, Minucci scriveva: </p><p rend="quotation_b">Nessun decreto è stato fatto fin ora, queste ordinazioni appartengono esclusivamente alla Santa Sede apostolica poiché, come tante volte ho avuto il piacere di significarle, a me come delegato apostolico non appartiene che riferire al Sommo Pontefice e da esso ricevere gli ordini per eseguirli. In questa qualità di delegato ella ben comprende che qualunque ordine che io attentassi di dare senza l’autorità apostolica, oltre le pene ecclesiastiche da incorrersi, sarebbe di niun valore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="15.html#footnote-030">115</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Quanto detto tanto più valeva per Monte Oliveto Maggiore, abbazia <hi rend="italic">nullius dioeceseos </hi>e quindi soggetta direttamente alla Santa Sede. Anche per l’elezione dell’abate generale tutto dipendeva dal papa: </p><p rend="quotation_b">Il Sommo Pontefice per quell’autorità che da Gesù Cristo in San Pietro ha ricevuto sopra la Chiesa universale come in termini ha definito il Concilio di Firenze = <hi rend="italic">Potestatem regendi et gubernandi</hi> = avendo avocato a se stesso il regime totale e diretto della congregazione olivetana, nulla può farsi in essa senza che venga immediatamente e direttamente da esso ordinato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="15.html#footnote-029">116</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nella lettera del 10 agosto Minucci rispondeva in merito alla questione del Bini analizzando i tre argomenti della lettera del Regio Diritto, ovvero la sproporzione tra la supposta colpa del monaco e la censura ecclesiastica della sospensione <hi rend="italic">a divinis</hi>, la sorpresa del governo nel vedere «un vescovo toscano» usare la «minaccia», «in onta al governo», di trasmettere al papa tutti i documenti relativi al monaco e infine la convinzione che Minucci da un lato dovesse e potesse avanzare richiesta al papa per ottenere il ritiro della sospensione <hi rend="italic">a divinis</hi> e dall’altro che non insistesse ulteriormente nella richiesta del passaporto. In primo luogo non spettava all’arcivescovo stabilire la congruità della pena rispetto alla colpa, proprio come «non appartiene all’inferiore giudicare i giudizi del superiore»; in secondo luogo come vescovo egli non aveva «alcuna giurisdizione ordinaria» sui monaci olivetani come su qualsiasi altro ordine regolare: la sua giurisdizione dipendeva unicamente dal «mandato di visitatore apostolico» ricevuto per «obbedienza dalla Santa Sede» a cui doveva, quindi, obbedire «per obbligo di coscienza» non solo come tutti i cattolici, ma in virtù del giuramento prestato al papa nell’atto della sua consacrazione. Relativamente dunque alla trasmissione di tutti gli atti della visita a Roma, compresi quelli relativi al Bini, Minucci scriveva: </p><p rend="quotation_b">Malgrado dunque l’attaccamento che professo al mio Sovrano e alla mia patria ella nella sua saviezza ben comprenderà che in forza delle suddette mie obbligazioni non posso né debbo per qualunque riguardo esimermi dal render conto al Sommo Pontefice di tutte le operazioni della mia attuale delegazione nella visita apostolica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="15.html#footnote-028">117</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Non spettava all’arcivescovo, poi, giudicare se le comunicazioni con la Santa Sede fossero «opposte alle veglianti discipline», «meschine pel subietto» e «inadatte allo scopo e sterili di ogni resultamento», come aveva invece sostenuto il Segretario del Regio Diritto. In sua difesa Minucci ribadiva che tutti i suoi atti verso la curia romana erano atti dovuti, di non aver nascosto al governo le «disgustose conseguenze» per la sua persona dell’insistenza ministeriale a negare il passaporto al Bini e infine, se qualcuno lo avesse dipinto come «insubordinato al principe sovrano», egli poteva rimettersi a Dio con buona pace della sua coscienza a imitazione degli apostoli. Riguardo alle premure per la persona del Bini, Minucci ricordava non solo la sua pazienza e la sua misericordia, ma informava di aver già chiesto già due volte il ritiro della sospensione <hi rend="italic">a divinis</hi> e un’ulteriore richiesta sarebbe stata a questo punto «temeraria»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="15.html#footnote-027">118</ref></hi></hi>. La conclusione del Minucci non lasciava dubbi sul legame ritenuto essenziale tra rispetto delle prerogative romane e ordine sociale: la Chiesa cattolica rimaneva non solo <hi rend="italic">societas perfecta</hi> e modello di ogni consorzio civile, ma anche l’unica base della sovranità: </p><p rend="quotation_b">Dopo aver giustificato il mio agire in relazione a quel che Vostra Signoria Illustrissima mi ha scritto, credo mio dovere, come vescovo d’impegnare Vostra Signoria Illustrissima a riflettere con tutta ponderazione alle conseguenze di una persistente negativa del passaporto: 1. che oggi dopo la ritrattazione del monaco e le reiterate mie domande e riflessioni, tutta la opposizione agli ordini di Sua Santità come capo della Chiesa cattolica cade interamente sopra il governo; 2. che questa opposizione rendendosi notoria e pubblica è gravemente scandalosa sotto ogni rapporto; specialmente in uno Stato ove la religione cattolica è dominante; 3. che gli ecclesiastici e i religiosi in un qualche momento trascinati da alcuna passione a disobbedire alle leggi della Chiesa, agli ordini del Sommo Pontefice, ed a quelli dei loro vescovi o dei loro superiori regolari, crederanno di trovare nella legge civile e nel governo o la protezione o l’esempio; e così sarà sciolta ogni subordinazione; 4. ma questo scandaloso esempio non si fermerà soltanto nelle persone del clero, si estenderà ancora nel popolo verso le leggi della Chiesa ed i precetti dei parochi, dei vescovi e del Sommo Pontefice, come con grave dispiacere ne sentiamo e ne vediamo tutti dì dei fatti notori. E conculcata l’autorità ecclesiastica, creda pure Vostra Signoria Illustrissima che con tutta facilità e prontezza saranno conculcati gli ordini che per il bene pubblico emanerà la potestà civile. Questa è una verità, che oggi può anche chiamarsi di una evidenza di fatto; 5. infine che se nell’ordine politico una potenza estera si chiamerebbe offesa gravemente, quando un suo suddito trovasse nel governo la protezione alla disobbedienza dei propri ordini, a più forte ragione la Santa Sede Apostolica si stimerà giustamente offesa in questo fatto lesivo della libertà di sua potestà conferitagli da Gesù Cristo in San Pietro pel bene della Chiesa universale. Quindi quali potranno essere le contestazioni che incontrerà con la Santa Sede apostolica il governo, non appartiene a me il determinarle, ma solo avvertirne<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="15.html#footnote-026">119</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La risposta del Regio Diritto non si fece attendere. Il 19 agosto Vincenzo Bani firmava un vero e proprio atto di accusa verso Minucci, ormai ritenuto del tutto inaffidabile e inadatto a governare i due monasteri toscani olivetani. L’ordinario fiorentino aveva palesemente disatteso gli ordini, chiari e precisi, ricevuti esclusivamente dal governo e non da altra «estera potestà». L’aver allungato i tempi della visita aveva solo prodotto ulteriori disordini interni ai monasteri e rischiava di far nascere nella pubblica opinione il discredito verso l’ordine che si vedeva in perenne stato di commissariamento. Se il governo aveva accolto la richiesta dell’arcivescovo di una visita straordinaria, doveva constatare che la sua attuale conduzione era «degenerata, manchevole e misteriosa». Per queste ragioni e considerato che lo stesso Minucci assicurava che nella congregazione non vi fosse «nulla di criminoso» e che l’ordine interno era stato comunque migliorato, il Regio Diritto suggeriva l’immediata cessazione della visita a fine agosto e il ritorno all’ordinaria giurisdizione dei due monasteri<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="15.html#footnote-025">120</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La Segreteria di Stato rendeva esecutivi i suggerimenti del Regio Diritto il 3 settembre, stabilendo la cessazione della visita e il ritorno dei monasteri toscani sotto le ordinarie giurisdizioni dei due abati e, richiamando tanto le costituzioni vigenti quanto le leggi toscane, sollecitava indirettamente l’elezione dell’abate generale per completare il processo di normalizzazione. Alla Ragioneria del Regio Diritto si lasciava il compito di risolvere le pendenze economiche tra le due case religiose<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="15.html#footnote-024">121</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Minucci nella lettera del 15 settembre ribadiva quanto esposto nelle precedenti del 23 luglio e del 10 agosto e rimarcava il fatto che il governo lo aveva solamente «autorizzato» ad accettare la «delega» per i soli monasteri toscani di cui Gregorio XVI lo aveva onorato nella visita apostolica di tutti i monasteri olivetani italiani. L’arcivescovo faceva appello alla Convenzione sui regolari fra Toscana e Santa Sede del 4 dicembre 1815, «formalmente riconosciuta dal Principe stesso e solennemente sanzionata dal Sommo Pontefice Pio VII con Breve del 14 agosto 1816, comunicato a tutti i vescovi e ai capi degli ordini religiosi di Toscana». Con sottigliezza ‘curiale’ si aggiungeva: </p><p rend="quotation_b">In conseguenza, se con la presente risoluzione sovrana a fronte della improprietà di senso di quelle parole intende l’Imperial Regio governo dichiarare, che da ora in poi vuole essere indifferente sulle operazioni della sacra visita, ritirando ancora la esterna protezione promessa alle operazioni delle medesima nei casi opportuni quando ne fosse da noi richiesto: è necessario assolutamente in tal caso che se ne faccia una aperta dichiarazione per togliere ogni equivoco che porterebbe a scandalose e fatali conseguenze, tanto più che tal risoluzione è diretta ancora agli stessi monasteri. Se poi con le parole di tale risoluzione sovrana si volesse (il che mi piace di non credere) interdire alla Santa Sede Apostolica l’esercizio libero della sua suprema autorità nella visita e nel regime pieno e totale di questi monasteri, e che fosse cessata in me la giurisdizione e il grado di visitatore apostolico sopra i medesimi; e che quindi fossero prosciolti i monasteri ed i monaci dalla dipendenza e soggezione corrispettiva, sarei in questo caso in dovere e come vescovo e come delegato apostolico a protestare e dichiarare altamente che questo sarebbe un fatto in opposizione alla suprema autorità del Sommo Pontefice ricevuta da Gesù Cristo in San Pietro<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="15.html#footnote-023">122</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Minucci rivendicava con forza che la visita dunque sussisteva e che sarebbe terminata solo con l’espressa volontà del papa, ed anche che i monaci sarebbero stati a lui soggetti fino a quel momento. Aggiungeva, quindi, come anche dopo l’elezione dell’abate generale, sia questi sia tutto l’ordine olivetano, come qualsiasi ordine regolare, avrebbero continuato ad essere soggetti alla suprema autorità del romano pontefice. </p><p rend="text">L’infastidita reazione del segretario del Regio Diritto, che non escludeva persino un’eclatante dimostrazione di forza per far intendere all’arcivescovo di Firenze di quali mezzi disponesse la sovranità granducale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="15.html#footnote-022">123</ref></hi></hi>, fu mitigata dalla moderazione della Segreteria di Stato, che invitò a palesare a Minucci la sorpresa del sovrano nel vedere un proprio vescovo disattendere così palesemente gli ordini del governo e le leggi dello stato, con riferimento dunque alla visita delegata dal granduca e non dal papa e alle legge sui regolari del 2 ottobre 1788, che vietava espressamente qualsiasi dipendenza di regolari toscani da generali esteri<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="15.html#footnote-021">124</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’equivoco, nel quale era nata la visita al contempo governativa e apostolica, continuava in realtà a sussistere. Minucci nei confronti degli abati e dei monaci protestava che la visita non era mai cessata e otteneva dalla Congregazione dei vescovi e dei regolari un decreto con data 20 settembre, il giorno stabilito dal governo di chiusura della visita, in cui si ribadiva la giurisdizione dell’arcivescovo fiorentino sugli Olivetani toscani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="15.html#footnote-020">125</ref></hi></hi>. D’altro canto il 26 settembre chiedeva al Regio Diritto, con una lettera dai toni opposti rispetto a quelli dell’estate, di potersi avvalere di una proroga per portare a termine alcuni utili trasferimenti nelle famiglie olivetane<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="15.html#footnote-019">126</ref></hi></hi>. Su suggerimento del Regio Diritto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="15.html#footnote-018">127</ref></hi></hi>, la Segreteria di Stato accordava che la visita si prolungasse fino alla fine di novembre<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="15.html#footnote-017">128</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Che la questione ormai non fosse più legata alla vicenda del monaco Bini, ma investisse i rapporti generali fra Toscana e Santa Sede e, soprattutto, l’annosa questione della validità dell’intera legislazione leopoldina era chiaro a tutti: dal Minucci al canonico Pedralli <hi rend="italic">in primis</hi>, ma anche dalla Congregazione dei vescovi e dei regolari alla Segreteria di Stato, dai cardinali Ostini e Corsi a papa Gregorio XVI. Non è possibile in questa sede ricostruire la rete di relazioni personali e burocratiche che si dispiegò tra Firenze e Roma nell’ultima fase della visita apostolica. Una lettera del canonico Pedralli al cardinale Corsi, senza data ma della fine di agosto, rende esattamente quale fosse la posta in gioco nella prova di forza tra il governo granducale e l’arcivescovo di Firenze: </p><p rend="quotation_b">In questa contestazione, credo che non debbasi riguardare l’affare particolare del Bini, ma debbasi considerare il bene della congregazione olivetana di questi monasteri, la sussistenza di questo monastero presso Firenze; la subordinazione dei regolari, ecclesiastici all’autorità pontificia, ed anche l’obbedienza dei fedeli alla potestà ecclesiastica e principalmente alla Santa Sede. Se questo affare non si spunta oggi con far recedere il governo in questo fatto particolare, con i principi del diritto ecclesiastico, la massima legislativa scandalosamente si consolida, e si estende; e i disordini per ogni parte si aumentano, si estendono e si consolidano. [… ] Rifletta inoltre, Eminentissimo, che questa negativa di passaporto non dipende da un principio di opposizione proprio e particolare delle circostanze di questo caso, ma dipende di un principio e massima generale, che è come la base di nostra legislazione, e dal quale risultano tutti gli altri rapporti della disciplina ecclesiastica esterna, e giunge fino a far di tutto perché il papa, come fu in tanti casi ai vescovi, [parola non letta] con la propria autorità spirituale una pena spirituale, per quanto si confessi che da lui esclusivamente dipende il dare e il sciogliere. Ogni tanto si ripristina l’uso di qualche legge leopoldina, che era andata in dimenticanza<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="15.html#footnote-016">129</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Dello stesso tenore una lettera di Minucci al cardinale Ostini, stesa probabilmente dallo stesso Pedralli: </p><p rend="quotation_b">se la Santa Sede, che in questo fatto direttamente e immediatamente è lesa nel Gius ed in fatto, non fa valere la sua autorità, dovremo cedere in tutte le altre operazioni della visita; il governo entrerà nel regime di questi e degli altri monasteri dello Stato; ed allora veggo facilissima la soppressione di questo monastero di Firenze, e che il governo disporrà a suo piacere dei beni del medesimo; e veggo finalmente che il governo prenderà maggior forza nelle sue operazioni sulle cose ecclesiastiche, avendo ottenuto che la Santa Sede abbia taciuto e ceduto. E allora noi vescovi, ed i superiori regolari perderemo la forza nelle contraddizioni col governo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="15.html#footnote-015">130</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Di fronte alla definitiva chiusura della visita fissata per il novembre e di fronte al prevedibile stato confusionale in cui sarebbero caduti i due monasteri toscani, sospesi tra gli ordini contraddittori di Firenze e di Roma, l’arcivescovo di Firenze ricorse a Gregorio XVI e al cardinale Segretario di Stato Lambruschini, con due lettere, della fine di ottobre scritte dal canonico Pedralli. </p><p rend="text">La visita apostolica e il clamoroso caso del monaco ribelle Bini potevano offrire alla Santa Sede l’opportunità di rivendicare e di riacquistare, almeno in parte, la libertà della potestà ecclesiastica pesantemente offesa e limitata dalla legislazione leopoldina. Tanto più che Leopoldo II era stato sicuramente tenuto all’oscuro di tutta la vicenda; era solo ai ministri che si doveva imputare la scandalosa intransigenza governativa giunta a dichiarare chiusa la visita e a definire la giurisdizione spirituale del pontefice come illegittima ingerenza di «estera autorità». Si trattava dunque di sfruttare l’occasione per ottenere l’effettiva abolizione della legge del 2 ottobre 1788 sull’indipendenza di tutti i regolari toscani da superiori esteri. D’altra parte, come già avanzato dallo stesso Minucci, la Santa Sede avrebbe potuto denunciare l’azione del governo toscano come violazione del Concordato sui regolari del 4 dicembre 1815 solennemente sanzionato da Breve di Pio VII del 14 agosto 1816. Ma soprattutto si poteva ricordare la Circolare ai vescovi del 5 marzo 1816 nella quale si leggeva che </p><p rend="quotation_b">per lo splendore e il decoro delle Famiglie Religiose per l’edificazione dei Fedeli, Sua Altezza Imperiale e Reale vuole che per l’oggetto sopraindicato gli Ordini Regolari ripristinati in Toscana dipendano dai rispettivi loro Superiori generali, dipendenza che lascia salvi i Diritti e le prerogative dei Vescovi anche su tal riguardo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="15.html#footnote-014">131</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Laddove è facile capire che se per la curia romana e per l’arcivescovo di Firenze i diritti dei vescovi erano quelli stabiliti dal concilio di Trento, per il governo erano quelli previsti dalla legislazione toscana e quindi leopoldina. Ma la Santa Sede poteva lamentare anche che il governo toscano non aveva mai pagato, nel decennio 1815-1825, gli interessi annui del 5% su di un capitale di 300.000 scudi, frutto di alienazione di beni ecclesiastici, concordato tra governo toscano e papa Pio VII alla vigilia del Concordato sui regolari<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="15.html#footnote-013">132</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">E tuttavia elementi di oggettiva debolezza non mancavano nella posizione dell’arcivescovo di Firenze: Minucci di fronte al papa protestava che il governo sostenesse di aver «protratto» la visita a tutto novembre per accondiscendere a una sua supplica; e tuttavia i toni della già citata richiesta di proroga del 26 settembre non erano certo quelli di chi poteva rivendicare una totale autonomia: si trattava chiaramente della richiesta di un sostegno dello stato nel ricevere la necessaria obbedienza dei due monasteri olivetani. Tanto è vero che, scaduto il termine ultimo, i monaci di Firenze, guidati dall’abate Calandrini, davano chiari segni di voler seguire le indicazioni governative: a fine novembre il superiore comunicava al Regio Diritto la domanda di ingresso del novizio Raffaele Carducci<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="15.html#footnote-012">133</ref></hi></hi> e nel gennaio 1845 ricevevano un chiarimento, evidentemente richiesto, che non lasciava spazio a dubbi: si comunicava a tutti i monaci olivetani toscani che la visita si doveva considerare «cessata definitivamente a tutti gli effetti collo spirare dell’ultimo caduto mese di novembre»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="15.html#footnote-011">134</ref></hi></hi>. E ancor prima, a fine novembre del 1844, l’arcivescovo di Firenze, dopo il silenzio di Roma, e di fronte all’opposizione degli Olivetani fiorentini, sembra si sia lasciato prendere dallo sconforto, cercando di non urtare il governo e di nascondere a Roma le non poche difficoltà che continuava ad avere. Così scriveva il Pedralli al Bighi e dunque anche al cardinal Corsi: </p><p rend="quotation_b">Riguardo poi all’arcivescovo, è necessario che vi dica liberamente, che da questi ultimi fatti egli si è sconcertato assai. Egli non ama più di avere contestazione col Governo per questo affare, crede di compromettersi di troppo, e pensa che tutto appartenga alla Santa Sede per difendere l’autorità della sacra visita, giacché vede le sue parole e proteste al governo sono illusorie. In questo suo sconcerto e in queste sue agitazioni, io non ho forza alcuna per dirigere le di lui operazioni, secondo quel che crederei più utile, e per quanto gli abbia parlato Monsignor Incaricato, tuttavia pare che voglia fare da sé: sicché io non sono responsabile di quel che scrive o parli, come non è responsabile Monsignore Incaricato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="15.html#footnote-010">135</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’ubbidienza dei monaci fu ottenuta solo con il successivo Decreto pontificio del 21 febbraio 1845 con il quale si sospendeva <hi rend="italic">a divinis </hi>quanti non avessero continuato a rispettare nell’arcivescovo fiorentino il visitatore apostolico delegato dal papa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="15.html#footnote-009">136</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il tentativo di rimettere al supremo giudizio del pontefice lo scontro giurisdizionale non ebbe, almeno sul momento, alcun effetto, se non la rassicurazione per Minucci che il papa e la curia romana approvavano la sua condotta e ne lodavano la difesa dei diritti della potestà ecclesiastica e della Santa Sede in particolare<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="15.html#footnote-008">137</ref></hi></hi>. Il papa, infatti, non volle, almeno per il momento, intervenire. Solo un’indagine ulteriore potrà ricostruirne le ragioni. Ma che lo scontro giurisdizionale fosse stato originato dal caso del Bini era vero solo in parte: pur considerando l’eccezionale clamore del caso, la visita era iniziata per così dire ‘sotto mentite spoglie’: una visita su delega regia per Firenze, una visita apostolica per Roma. Minucci aveva tentato, cercando di scrivere il meno possibile e di accordarsi verbalmente con il Regio Diritto, di minimizzare il carattere tutto apostolico e dunque curiale della visita e, al contrario, di nascondere a Roma le oggettive condizioni poste dal governo: ma le contraddizioni, le incertezze, i sottili distinguo erano troppi per non compromettere la difficile operazione che si era proposto di portare a termine Minucci. Senza considerare la profonda divisione interna dei pochi monaci dell’ordine e un tasso di litigiosità, se così possiamo esprimerci, effettivamente fuori dal comune o comunque seriamente preoccupante per la sopravvivenza stessa dell’esperienza monastica di Bernardo Tolomei. </p><p rend="text">Terminate finalmente tutte le visite, ultima quella di Palermo, nel giugno del 1845 si poté riunire la Commissione cardinalizia che non escluse affatto un «provvedimento radicale ed efficace»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="15.html#footnote-007">138</ref></hi></hi>, ma la soppressione venne scartata, nonostante che la diagnosi dello stato dell’ordine fosse impietosa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="15.html#footnote-006">139</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Riabilitato intanto il monaco Bini nell’agosto del 1845,<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="15.html#footnote-005">140</ref></hi></hi> il 3 ottobre la Congregazione dei vescovi e dei regolari comunicava a Minucci la convocazione del Capitolo generale a Monte Oliveto Maggiore per la prima domenica di avvento sotto la presidenza del vescovo di Chiusi e Pienza Giovan Battista Ciofi; il 4 novembre si sarebbero tenute in tutti i monasteri le elezioni dei ‘Discreti’ ovvero dei deputati al Capitolo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="15.html#footnote-004">141</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il 30 novembre venne eletto abate generale Ignazio Di Negro, già superiore di Quarto, esponente del gruppo «osservante», a cui però fu affiancato come vicario Ippolito Montanari, espressione di tutt’altra ‘area’ dell’ordine. Nella stessa occasione fu eletto anche abate di San Bartolomeo di Firenze Benedetto Santini e Minucci vedeva almeno sostituito l’abate Luigi Calandrini che tanta opposizione gli aveva fatto durante la visita<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="15.html#footnote-003">142</ref></hi></hi>. La Santa Sede non era intervenuta in soccorso dell’arcivescovo di Firenze, ormai voce inascoltata presso il governo toscano sempre più intransigente nel difendere le prerogative regie in materia ecclesiastica della legislazione leopoldina. </p><p rend="text">La circolare del Regio Diritto del 15 marzo 1845, che ordinava ai vescovi di servirsi per la predicazione e per le missioni «esclusivamente di ecclesiastici toscani» nativi o naturalizzati, acuì ancor di più le tensioni tra Firenze e Roma. Gregorio XVI, scegliendo di escludere una protesta direttamente rivolta al granduca, si rivolse all’episcopato toscano con l’enciclica <hi rend="italic">Inter Gravissima </hi>del 28 giugno. Era evidente, nelle prime frasi, l’eco delle vicende della visita apostolica ai monasteri olivetani: </p><p rend="quotation_b">Nos plurimum sollicitos habent quae istic adversus Ecclesiae jura, sacraeque auctoritatis libertatem, multiplici obtentu saecularis Potestatis nomine, cum bonorum scandalo incessanter aguntur<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="15.html#footnote-002">143</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La limitazione della libertà di predicazione, come quella sulla pubblicazione delle lettere pastorali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="15.html#footnote-001">144</ref></hi></hi>, rientrava dunque in un attacco ormai generalizzato e ‘molteplice’ che il governo toscano conduceva contro i diritti della Chiesa e della libertà dell’autorità religiosa. Anche la storia che in questa sede abbiamo tentato di ricostruire rientrava, stando al giudizio di parte curiale, nella strategia del governo toscano, non incline, nel nome della Restaurazione, a sacrificare la legislazione ecclesiastica di Pietro Leopoldo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="15.html#footnote-000">145</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Solo gli eventi del biennio rivoluzionario 1848-1849 costringeranno il granduca e l’<hi rend="italic">establishment</hi> ministeriale a un cambiamento di rotta con l’avvio delle trattative e la seguente firma del Concordato fra Toscana e Santa Sede del 1851. </p><p rend="h2">Bibliografia</p><p rend="bib_indx_bib_tit ParaOverride-1">Fonti</p><p rend="bib_indx_bib">Firenze, Archivio Storico Arcivescovile, <hi rend="italic">Visite Pastorali</hi>, FF. 74-75, <hi rend="italic">Visita apostolica ai Monasteri Olivetani della Toscana dell’arcivescovo mons. Ferdinando Minucci (1843).</hi> </p><p rend="bib_indx_bib">Firenze, Archivio di Stato, <hi rend="italic">Auditore dei Benefici Ecclesiastici poi Regio Diritto</hi>, F. 5934, <hi rend="italic">Affari riguardanti il riordinamento economico e morale dei due Conventi dei Monaci Olivetani degli anni 1843 1844</hi>. </p><p rend="bib_indx_bib_tit">Studi</p><p rend="bib_indx_bib">Bindi E., <hi rend="italic">Elogio funebre di mons. Leone Niccolai vescovo di Pistoia e Prato letto nella cattedrale di Pistoia la mattina del 16 luglio 1857</hi>, Atto Bracali, Pistoia 1857.</p><p rend="bib_indx_bib">Bolla E.C., <hi rend="italic">L’abate Giovanni Schiaffino nella vita e nelle opere</hi>,<hi rend="italic"> </hi>in <hi rend="italic">Placido Maria Schiaffino (1829-1889) monaco e cardinale</hi>, Edizioni L’Ulivo, Monte Oliveto Maggiore 1991, («Studia Olivetana», 3), pp. 39-48.</p><p rend="bib_indx_bib">Boutry P., <hi rend="italic">Souverain et Pontife. Recherches prosopographiques sur la Curie romaine à l’âge de la Restauration (1814-1846)</hi>, École Française, Roma 2002 («Collection de l’École Française de Rome», 300).</p><p rend="bib_indx_bib">Cattana V., <hi rend="italic">Il declino della Congregazione di Monte Oliveto tra restaurazione e la metà del XIX secolo</hi>,<hi rend="italic"> </hi>in F.G.B. Trolese (a cura di), <hi rend="italic">Il monachesimo italiano dalle Riforme illuministiche all’unità nazionale (1768-1870)</hi>, Badia di Santa Maria del Monte, Cesena 1992 («Italia Benedettina», XI), pp. 361-364.</p><p rend="bib_indx_bib">Del Corso M., <hi rend="italic">Un vescovo nella storia: Cosimo Corsi cardinale di Pisa. La storia di un vescovo</hi>, Pacini, Pisa 1988.</p><p rend="bib_indx_bib">Donatelli O.,<hi rend="italic"> Le costituzioni olivetane del 1886 e il contributo dei due Schiaffino</hi>,<hi rend="italic"> </hi>in <hi rend="italic">Placido Maria Schiaffino (1829-1889) monaco e cardinale</hi>, Edizioni L’Ulivo, Monte Oliveto Maggiore 1991 («Studia Olivetana», 3), pp. 67-98.</p><p rend="bib_indx_bib">Fantappiè C., <hi rend="italic">Il monachesimo moderno tra ragion di chiesa e ragion di Stato. Il caso toscano (XVI-XIX sec.)</hi>, Olschki, Firenze 1993.</p><p rend="bib_indx_bib">Martina G., <hi rend="italic">Pio IX e Leopoldo II</hi>, Pontificia Università Gregoriana, Roma 1967 («Miscellanea Historiae Pontificiae», XXVIII).</p><p rend="bib_indx_bib">Paolini G., <hi rend="italic">Il Concordato toscano del 1815 sugli ordini religiosi</hi>. <hi rend="italic">Documenti inediti</hi>, Fondazione Spadolini-Nuova Antologia-Le Monnier, Firenze 2006 («Centro di Studi sulla Civiltà Toscana fra ’800 e ’900», 38).</p><p rend="bib_indx_bib">—, <hi rend="italic">Toscana e Santa Sede negli anni della Restaurazione (1814-1845)</hi>, Fondazione Spadolini-Nuova Antologia-Le Monnier, Firenze 2006 («Centro di Studi sulla Civiltà Toscana fra ’800 e ’900», 42), pp. 64-65.  </p><p rend="bib_indx_bib">Pignotti M., <hi rend="italic">Potestà laica e religiosa autorità. Il Concordato del 1851 fra Granducato di Toscana e Santa Sede</hi>, Fondazione Spadolini-Nuova Antologia-Le Monnier, Firenze 2007 («Centro di Studi sulla Civiltà Toscana fra ’800 e ’900», 46).  </p><p rend="bib_indx_bib">Scarpini M., <hi rend="italic">I monaci benedettini di Monte Oliveto</hi>, Edizioni L’Ulivo, Alessandria 1952. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-144-backlink">1</ref></hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1">*</hi> 	Utilizzeremo le seguenti abbreviazioni: ASAF = Archivio Storico Arcivescovile di Firenze; ASF = Archivio di Stato di Firenze; DBI = <hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi>, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1">**</hi> 	Nelle citazioni dalle fonti abbiamo omogeneizzato l’uso delle maiuscole all’italiano odierno e abbiamo sciolto le abbreviazioni. </p><p rend="layout_notes">	Cfr. E. Ciferri, <hi rend="italic">Minucci Ferdinando </hi>in DBI, 74, 2010. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-143-backlink">2</ref></hi>	Cfr. V. Cattana, <hi rend="italic">Il declino della Congregazione di Monte Oliveto tra restaurazione e la metà del XIX secolo</hi>,<hi rend="italic"> </hi>in F.G.B. Trolese (a cura di), <hi rend="italic">Il monachesimo italiano dalle Riforme illuministiche all’unità nazionale (1768-1870)</hi>, Badia di Santa Maria del Monte, Cesena 1992 («Italia Benedettina», XI), pp. 361-364. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-142-backlink">3</ref></hi>	Cfr. C. Fantappiè, <hi rend="italic">Il monachesimo moderno tra ragion di chiesa e ragion di Stato. Il caso toscano (XVI-XIX sec.)</hi>, Olschki, Firenze 1993, pp. 355-360. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-141-backlink">4</ref></hi>	Cfr. G. Paolini, <hi rend="italic">Toscana e Santa Sede negli anni della Restaurazione (1814-1845)</hi>, Fondazione Spadolini-Nuova Antologia-Le Monnier, Firenze 2006 («Centro di Studi sulla Civiltà Toscana fra ’800 e ’900», 42), pp. 64-65. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-140-backlink">5</ref></hi>	Fantappiè, <hi rend="italic">Il monachesimo moderno</hi>, cit., p. 303 e in generale pp. 303-333. Vedi ora G. Paolini, <hi rend="italic">Il Concordato toscano del 1815 sugli ordini religiosi</hi>. <hi rend="italic">Documenti inediti</hi>, Fondazione Spadolini-Nuova Antologia-Le Monnier, Firenze 2006 («Centro di Studi sulla Civiltà Toscana fra ’800 e ’900», 38). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-139-backlink">6</ref></hi>	Cfr., ivi, pp. 335-342. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-138-backlink">7</ref></hi>	Cfr. Cattana, <hi rend="italic">Il declino</hi>, cit., pp. 348-350, 385-388, 388-391; Fantappiè, <hi rend="italic">Il monachesimo moderno</hi>, cit., pp. 339-340. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-137-backlink">8</ref></hi>	Considerata la consistenza numerica dei monaci furono create due «sezioni»: quella pontificia e quella estera; rimanevano in vigore la modalità di elezione degli abati e dell’abate generale come il principio della spartizione dei visitatori da associare all’abate generale, visitatori da scegliersi tra gli abati e gli ufficiali maggiori di Monte Oliveto Maggiore. Cfr. Fantappiè, <hi rend="italic">Il monachesimo moderno</hi>, cit., p. 351. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-136-backlink">9</ref></hi>	Cfr. Cattana, <hi rend="italic">Il declino</hi>, cit., pp. 353-361. Cattana corregge con indagine documentaria l’impostazione apologetica del lavoro di Modesto Scarpini che accusava sostanzialmente il cardinale Zurla di non aver effettivamente visitato i monasteri olivetani pontifici e di aver agito seguendo i suoi pregiudizi antiolivetani e per l’interesse dei camaldolesi. Cfr. M. Scarpini, <hi rend="italic">I monaci benedettini di Monte Oliveto</hi>, Edizioni L’Ulivo, Alessandria 1952, pp. 451-453. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-135-backlink">10</ref></hi>	Il testo a stampa del decreto si trova in ASAF, Visite Pastorali (d’ora in avanti VP), F. 74, Fasc. 4, <hi rend="italic">Lettere della Congregazione dei vescovi e dei regolari</hi> (d’ora in poi LdCVR). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-134-backlink">11</ref></hi>	Cfr. Cattana, <hi rend="italic">Il declino</hi>, cit., pp. 453-459. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-133-backlink">12</ref></hi>	La minuta è stata erroneamente datata «Gennaio 1842»: ASAF, VP, F. 75, fasc.1, <hi rend="italic">Lettere alla Sacra Congregazione dei vescovi e dei regolari</hi> (d’ora in poi LaCVR), <hi rend="italic">Minucci a Ostini</hi>, gennaio 1843.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-132-backlink">13</ref></hi>	C. Benedetti, <hi rend="italic">Ostini Pietro </hi>in DBI, 79, 2013. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-131-backlink">14</ref></hi>	Cfr. Cattana, <hi rend="italic">Il declino</hi>, cit., pp. 348-364. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-130-backlink">15</ref></hi>	ASAF, VP, F. 75, LaCVR, <hi rend="italic">Minucci a Ostini</hi>, gennaio 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-129-backlink">16</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-128-backlink">17</ref></hi>	Cfr. Paolini, <hi rend="italic">Toscana e Santa Sede</hi>, cit., pp. 55-68. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-127-backlink">18</ref></hi>	Leone Niccolai fu poi vescovo di Pistoia e Prato dal 1849 al 1857. Cfr. E. Bindi, <hi rend="italic">Elogio funebre di mons. Leone Niccolai vescovo di Pistoia e Prato letto nella cattedrale di Pistoia la mattina del 16 luglio 1857</hi>, Atto Bracali, Pistoia 1857. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-126-backlink">19</ref></hi>	Cfr. Cattana, <hi rend="italic">Il declino</hi>, cit., p. 358. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-125-backlink">20</ref></hi>	ASAF, VP, F. 74, LdCVR, <hi rend="italic">Ostini a Minucci</hi>, Roma, 15 maggio 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-124-backlink">21</ref></hi>	G. Martina, <hi rend="italic">Pio IX e Leopoldo II</hi>, Pontificia Università Gregoriana, Roma 1967 («Miscellanea Historiae Pontificiae», XXVIII), p. 18. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-123-backlink">22</ref></hi>	Cfr. Id., <hi rend="italic">Corsi Cosimo </hi>in DBI, 29, 1983; sul Corsi arcivescovo di Pisa: M. Del Corso, <hi rend="italic">Un vescovo nella storia: Cosimo Corsi cardinale di Pisa. La storia di un vescovo</hi>, Pacini, Pisa 1988. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-122-backlink">23</ref></hi>	ASAF, VP, F. 75, LaCVR, <hi rend="italic">Pedralli a Corsi</hi>, senza data ma fine maggio 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-121-backlink">24</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem. </hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-120-backlink">25</ref></hi>	Cfr. Paolini, <hi rend="italic">Toscana e Santa Sede</hi>, cit., pp. 55-68. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-119-backlink">26</ref></hi>	Cfr. Fantappiè, <hi rend="italic">Il monachesimo moderno</hi>, cit., pp. 259-263. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-118-backlink">27</ref></hi>	ASAF, VP, F.74, LdCVR, <hi rend="italic">Ostini a Minucci</hi>, Roma, 3 giugno 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-117-backlink">28</ref></hi>	Le minute delle lettere di Pedralli a Corsi sono in ASAF, VP, F. 75, LaCVR. Le lettere di Corsi a Pedralli sono in ASAF, VP, F.74, fasc. 7, <hi rend="italic">Lettere al Canonico Angelo Pedralli Penitenziere della Metropolitana di Firenze 1844-1845</hi>. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-116-backlink">29</ref></hi>	ASF, <hi rend="italic">Auditore dei Benefici Ecclesiastici poi Regio Diritto</hi> (d’ora in poi RD), F. 5934, <hi rend="italic">Affari riguardanti il riordinamento economico e morale dei due Conventi dei Monaci Olivetani degli anni 1843 1844</hi>, fasc. 1, <hi rend="italic">Lettera di Ferdinando Minucci a Vincenzo Bani</hi>, Firenze, 12 marzo 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-115-backlink">30</ref></hi>	<hi rend="italic">Abate Benedetto Bellini al Regio Diritto</hi>, Monte Oliveto Maggiore, 5 aprile 1841; <hi rend="italic">Presidenza del Buon Governo al Regio Diritto</hi>, Firenze, 25 marzo 1841; <hi rend="italic">Sentenza del Vicario Regio di Asciano nei confronti di Giovanni Severi</hi>, 5 agosto 1842; <hi rend="italic">Protesta dei monaci toscani Emiliano Panerai, Adelelmo Bini, Mauro Traballesi, Bernardo Martelli, Raffaello Matteini </hi>(senza data); <hi rend="italic">Protesta di Monaci olivetani toscani </hi>(senza data). Tutta questa documentazione, con ancora un <hi rend="italic">Progetto dell’abate Giuseppe Patti per stabilire un Educatorio nel monastero di Firenze</hi> (15 settembre 1841), costituivano gli allegati II, III e IV della <hi rend="italic">Lettera del Segretario del Regio Diritto Vincenzo Bani alla Segreteria di Stato</hi>, Firenze, 17 marzo 1843 in ASF, RD, F. 5934, <hi rend="italic">Affari riguardanti il riordinamento economico e morale dei due Conventi dei Monaci Olivetani degli anni 1843 1844</hi>, fasc. 1. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-114-backlink">31</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Ragioneria del Regio Diritto al Segretario Vincenzo Bani</hi>, Firenze, 29 marzo 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-113-backlink">32</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Segretario del Regio Diritto alla Segreteria di Stato</hi>, Firenze, 17 marzo 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-112-backlink">33</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Segreteria di Stato al Regio Diritto</hi>, Firenze, 28 marzo 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-111-backlink">34</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Segreteria di Stato al Regio Diritto</hi>, Firenze, 30 aprile 1843 ed anche ASF, <hi rend="italic">Segreteria di Stato 1814-1849</hi>, F. 733, <hi rend="italic">Affari Risoluti</hi>, Protocollo 58 n. 18. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-110-backlink">35</ref></hi>	Furono gli stessi monaci Bini e Calandrini ad ammettere il fatto nella loro deposizione ai padri Niccolai e Ferreira: ASAF, F. 74, VP, fasc. 2, <hi rend="italic">Atti della Visita ai monasteri olivetani </hi>(d’ora in poi AV), f. 25 e f. 28. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-109-backlink">36</ref></hi>	Il padre Rocca giungeva a Monte Oliveto Maggiore il 10 luglio del 1842 dopo aver rimandato la partenza da Finalpia ed essersi trasferito sotto minaccia di sospensione <hi rend="italic">a divinis </hi>(ivi, AV, f. 11 <hi rend="italic">Deposizione del padre Girolamo Bianchi</hi>). Il padre Rocca era ricorso ai buoni uffici dell’arcivescovo di Firenze per ottenere il trasferimento a Roma in luogo di Monte Oliveto e, una volta in Toscana, per far ritorno a Finalpia (<hi rend="italic">Giovanni Crociani a Minucci, </hi>Roma 7 gennaio 1843 e <hi rend="italic">Congregazione dei Vescovi e dei Regolari a Minucci</hi>, Roma 17 agosto 1842 in ASAF, VP, F. 74, LdCVR, docc. 2 e 1). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-108-backlink">37</ref></hi>	Così attesta l’anonima <hi rend="italic">Relazione della Visita Apostolica de’ due Monasteri Olivetani di Toscana per quel che riguarda il loro Disciplinare, ed esclusa la Storia delle Contestazioni col Governo in proposito</hi> in ASAF, F. 74, fasc. 3, <hi rend="italic">Atti della Visita apostolica ai monasteri di Monte Oliveto Maggiore e di Firenze</hi>, f. 7. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-107-backlink">38</ref></hi>	Nella documentazione si trova la grafia Giovanni Schiaffini invece di Schiaffino. Cfr. E.C. Bolla, <hi rend="italic">L’abate Giovanni Schiaffino nella vita e nelle opere</hi>,<hi rend="italic"> </hi>in <hi rend="italic">Placido Maria Schiaffino (1829-1889) monaco e cardinale</hi>, Edizioni L’Ulivo, Monte Oliveto Maggiore 1991 («Studia Olivetana», 3), pp. 39-48; O. Donatelli,<hi rend="italic"> Le costituzioni olivetane del 1886 e il contributo dei due Schiaffino</hi>,<hi rend="italic"> </hi>in <hi rend="italic">Placido Maria Schiaffino (1829-1889)</hi>, cit., pp. 67-98. Sul ruolo di Schiaffino nella successiva rinascita dell’ordine cfr. Cattana, <hi rend="italic">Il declino</hi>, cit., pp. 364-367. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-106-backlink">39</ref></hi>	ASAF, VP, F. 75, LaCVR, <hi rend="italic">Minucci a Ostini</hi>, 24 febbraio 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-105-backlink">40</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Pedralli a Corsi</hi>, 18 novembre 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-104-backlink">41</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Pedralli a Corsi</hi>, senza data ma fine settembre 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-103-backlink">42</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-102-backlink">43</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Pedralli a Corsi</hi>, 26 settembre (1843). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-101-backlink">44</ref></hi>	ASAF, VP, F. 75, fasc. 3, <hi rend="italic">Lettere di monaci olivetani 1843-1844</hi>, <hi rend="italic">Giorni a Minucci</hi>, 10 luglio 1843; 15 luglio 1843; 31 luglio 1843; 18 agosto 1843; 30 agosto 1843; 24 settembre 1843; 26 settembre 1843; 27 settembre 1843; 2 ottobre 1843; 7 ottobre 1843; 16 ottobre 1843; <hi rend="italic">Giorni a Donati (Segretario di Minucci)</hi>, 3 novembre 1843 con annessa <hi rend="italic">Memoria</hi>; <hi rend="italic">Giorni a Minucci</hi>, 20 febbraio 1844; <hi rend="italic">Giorni a Donati (Segretario di Minucci)</hi>, 2 marzo 1844; <hi rend="italic">Giorni a Minucci</hi>, 20 marzo 1844; 15 maggio 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-100-backlink">45</ref></hi>	Nella corrispondenza di Minucci è conservata una memoria anonima e senza data contro Montanari e il suo tentativo di diventare abate di San Bartolomeo di Firenze sfruttando l’occasione di una grave malattia del padre Antonio Bandini, all’epoca abate, che aveva fatto temere la sua morte: ASAF, <hi rend="italic">Segreteria Arcivescovo Minucci</hi>, F. 26, <hi rend="italic">Corrispondenza con religiosi</hi>, fasc. 1, <hi rend="italic">Benedettini olivetani</hi>, doc. 23. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-099-backlink">46</ref></hi>	ASAF, VP, F. 75, fasc. 3, <hi rend="italic">Lettere di monaci olivetani 1843-1844</hi>, Giorni<hi rend="italic"> a Minucci, </hi>30 agosto 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-098-backlink">47</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Tausch a Minucci</hi>, 31 luglio 1843; 2 agosto 1843; 14 agosto 1843; 28 settembre 1843. Nella lettera del 14 agosto il Tausch scriveva: «I perturbatori della Congregazione olivetana, i quali avevano vomitato ingiurie contro il Santo Padre e contro Vostra Eccellenza Reverendissima dicendo e scrivendo = che Sua Santità aveva aperta la sepoltura alla Congregazione, nella quale però sarebbe stato egli per primo sepolto e che Vostra Eccellenza Reverendissima la faceva da becchino = si sono finalmente ritrattati ripetendo tanto dal Papa come da Vostra Eccellenza Reverendissima la loro salvezza. Il Padre Schiaffino ha scritto da Roma al Padre abate De Grossi in Genova che il Cardinale Ostini Prefetto della Sacra Congregazione dei vescovi e dei regolari lo ha assicurato che la Congregazione olivetana non sarà soppressa e che essa deve la di lei conservazione alle premure di Vostra Eccellenza Reverendissima di cui (soggiunse il Cardinale) alcuni monaci genovesi hanno ingiustamente sparlato». </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-097-backlink">48</ref></hi>	ASAF, VP, F. 75, fasc. 6, <hi rend="italic">Lettere di monaci 1845</hi>, <hi rend="italic">Minucci a Giorni</hi>, 14 giugno 1845. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-096-backlink">49</ref></hi>	Pio Bighi (Roma, 5 settembre 1780-31 agosto 1854). Ordinato prete il 4 giugno 1803, si laurea in teologia presso il Collegio Romano nel 1805. Canonico di Santa Maria in Via Lata, è professore di teologia morale nel Collegio Romano, poi rettore del Seminario romano di Sant’Apollinare ed esaminatore sinodale. Entra in Curia in qualità di teologo della Dataria e consultore delle Congregazioni dell’Indice (20 maggio 1822), degli Affari ecclesiastici straordinari (3 giugno 1824). Pro-segretario (1824) e poi segretario (gennaio 1829) dell’Unione sacerdotale di S. Paolo Apostolo fino al 1839. Vicario apostolico di Subiaco nel maggio del 1847, è nominato prelato domestico e protonotaro apostolico da Pio IX. Nominato vescovo <hi rend="italic">in partibus </hi>di Listri il 4 ottobre 1847, è vicario della Basilica di San Pietro dal 22 aprile 1853 e promosso arcivescovo <hi rend="italic">in partibus </hi>di Filippi il 23 agosto 1853. Cfr. P. Boutry, <hi rend="italic">Souverain et Pontife. Recherches prosopographiques sur la Curie romaine à l’âge de la Restauration (1814-1846)</hi>, École Française, Roma 2002 («Collection de l’École Française de Rome», 300), Edizione del Kindle. ASAF, VP, F. 74, Fasc. 6, <hi rend="italic">Carteggio Bighi</hi>, 1844-1845. Si tratta di cinquantatrè lettere scritte tra il 1° ottobre 1844 e il 12 dicembre 1845. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-095-backlink">50</ref></hi>	È significativo che le lettere tra il canonico Bighi e Pedralli partano dal 1 ottobre del 1844 nello stesso periodo in cui diminuiscono sensibilmente quelle del cardinale Corsi al canonico fiorentino. Inoltre, se nelle prime due lettere del Bighi del 1 e del 4 ottobre si nomina espressamente il cardinale Corsi, comune amico, dalla lettera dell’8 ottobre si menziona solo «D. Barnaba». </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-094-backlink">51</ref></hi>	ASAF, VP, F. 74, fasc.1 <hi rend="italic">Relazione della Visita Apostolica dei monasteri Olivetani esistenti in Toscana, fatta dai Padri Leone Niccolai e Francesco Ferreira de Matos certosini per delegazione dell’Ill.mo e Rev.mo Monsignore Arcivescovo di Firenze 1843 </hi>(d’ora in poi RVA). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-093-backlink">52</ref></hi>	ASAF, VP, F. 74, RVA, p. 1. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-092-backlink">53</ref></hi>	Ivi, p. 9. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-091-backlink">54</ref></hi>	Ivi, p. 2. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-090-backlink">55</ref></hi>	Ivi, pp. 3-4. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-089-backlink">56</ref></hi>	Ivi, p. 9. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-088-backlink">57</ref></hi>	Ivi, pp. 9-10. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-087-backlink">58</ref></hi>	ASAF, VP, F. 74, AV, ff. 23-24. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-086-backlink">59</ref></hi>	ASAF, VP, F. 74, RVA, pp. 16-17. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-085-backlink">60</ref></hi>	ASAF, VP, F. 75, LaCVR, <hi rend="italic">Pedralli a Corsi</hi>, senza data, ma fine settembre 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-084-backlink">61</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-083-backlink">62</ref></hi>	ASAF, VP, F. 75, LaCVR, <hi rend="italic">Minucci a Ostini</hi>, senza data ma antecedente al 25 settembre 1843; <hi rend="italic">Pedralli a Corsi</hi>, senza data fine settembre 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-082-backlink">63</ref></hi>	ASF, RD, F. 5934, Fasc. 1, <hi rend="italic">Minucci al Regio Diritto</hi>, 18 agosto 1843.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-081-backlink">64</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Regio Diritto alla Segreteria di Stato</hi>, 25 agosto 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-080-backlink">65</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Segreteria di Stato al Regio Diritto</hi>, 1° settembre 1843. Il segretario Vincenzo Bani trasmetteva gli ordini sovrani a Minucci solo il 15 settembre: Ivi, <hi rend="italic">Regio Diritto a Minucci</hi>, 15 settembre 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-079-backlink">66</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Minucci al Regio Diritto</hi>, 18 settembre 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-078-backlink">67</ref></hi>	ASAF, VP, F. 75, LaCVR, <hi rend="italic">Minucci a Ostini</hi>, senza data ma antecedente il 25 settembre 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-077-backlink">68</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Pedralli a Corsi</hi>, senza data ma fine settembre 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-076-backlink">69</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>. La lettera a cui si riferisce Pedralli è in ASAF, VP, F. 75, fasc. 3, <hi rend="italic">Lettere di monaci 1843</hi>, <hi rend="italic">Ferreira de Matos a Minucci</hi>, 22 agosto 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-075-backlink">70</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Minucci a Ostini</hi>, 29 luglio 1843; <hi rend="italic">Minucci a Ostini</hi>, senza data ma fine agosto 1843; <hi rend="italic">Minucci a Ostini</hi>, senza data ma antecedente al 25 settembre 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-074-backlink">71</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Minucci a Ostini, </hi>Firenze, 25 settembre 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-073-backlink">72</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-072-backlink">73</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Ostini a Minucci</hi>, 6 ottobre 1843; ASAF, VP, F. 74, LdCVR, <hi rend="italic">Ostini a Minucci</hi>, Roma, 17 novembre 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-071-backlink">74</ref></hi>	ASAF, VP, F. 74, AV, fasc. 2, <hi rend="italic">Bandini a Minucci</hi>, 11 agosto 1843; <hi rend="italic">Certificato medico del Dott. Vincenzo Andreini</hi>; <hi rend="italic">Memoria a Mons. Minucci sullo stato dell’economia del monastero di Monte Oliveto di Firenze di D. Antonio Bandini</hi>. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-070-backlink">75</ref></hi>	ASAF, VP, F. 74, AV, fasc. 3, <hi rend="italic">Relazione della Visita Apostolica de’due Monasteri Olivetani di Toscana per quel che riguarda il loro Disciplinare, ed esclusa la Storia delle Contestazioni col Governo in proposito</hi>, p. 3. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-069-backlink">76</ref></hi>	ASAF, VP, F. 74, AV, <hi rend="italic">Amos Masini a Minucci</hi>, Chiusure, 27 agosto 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-068-backlink">77</ref></hi>	ASAF, VP, F. 74, fasc. 8, <hi rend="italic">Lettere a Minucci</hi>, <hi rend="italic">Vescovo di Pienza e Chiusi a Minucci</hi>, 7 settembre 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-067-backlink">78</ref></hi>	ASAF, VP, F. 74, fasc. 5, <hi rend="italic">Lettere dei Padri Laghi e Calandrini a Minucci</hi>,1843-1845, <hi rend="italic">Laghi a Minucci</hi>, 4 febbraio 1845; Ivi, Fasc. 8, <hi rend="italic">Lettere a Mons. Minucci</hi>, <hi rend="italic">Amos Masini a Minucci</hi>, Chiusure, 5 febbraio 1845. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-066-backlink">79</ref></hi>	ASAF, VP, F. 74, fasc. 8, <hi rend="italic">Lettere a Minucci</hi>, <hi rend="italic">Deposizione Parroco di San Piero a Monticelli</hi> <hi rend="italic">Pasquale Martelli</hi>, 22 agosto 1843, <hi rend="italic">Parroco di Sant’Angelo a Legnaia Carlo Nuti</hi>, 23 agosto 1843, <hi rend="italic">San Vito a Bellosguardo Pasquale Cipriani</hi>, 31 agosto 1843, <hi rend="italic">Santa Maria al Pignone Lorenzo Miniati</hi>, 4 settembre 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-065-backlink">80</ref></hi>	ASAF, VP, F. 74, fasc. 5, <hi rend="italic">Lettere dei Padri Laghi e Calandrini a Minucci</hi>, 1843-1845 e Fasc. 9, <hi rend="italic">Lettere ai Padri Laghi e Calandrini</hi> 1843-1845. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-064-backlink">81</ref></hi>	ASAF, VP, F. 74, fasc. 9.1, <hi rend="italic">Minucci al Padre Generale dei Passionisti</hi> 16 febbraio 1844; <hi rend="italic">Antonio di S. Giacomo Padre Generale a Minucci</hi>, 24 febbraio 1844; <hi rend="italic">Minucci al Padre Bernardo di Maria Vergine Addolorata</hi>, 24 febbraio 1844-15 maggio 1844; <hi rend="italic">Padre Bernardo di Maria Vergine Addolorata a Minucci</hi>, 16 aprile 1844 - 26 maggio 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-063-backlink">82</ref></hi>	ASAF, VP, F. 75, LaCVR, <hi rend="italic">Minucci a Ostini</hi>, 9 gennaio 1844. «[…] Sulla necessità e utilità della missione dei Padri Passionisti ho detto abbastanza, e Vostra Eminenza ne comprenderà assai di più di quel che ne ho scritto. Sopra questo punto insisto e insisterò sempre, giacché questo è l’unico ed essenziale mezzo per sperar molto in vantaggio della salute spirituale di questi monaci, e per servirci di questi (unici e pochi avanzi di tanto popolato istituto) a dar vita a questa Congregazione, per la quale dobbiamo tentare tutti i mezzi, come essa lo merita e come lo desiderano tutti i buoni. Assicuro poi che a questa missione il governo non pone ostacoli, e se un alto ministro regio mi dichiarò per il primo progetto da eseguirsi anche dai Passionisti che avrebbe al momento firmata la carta se ne fosse ricercato; molto più lo farebbe in questo secondo concetto, tutto provvisorio, d’un oggetto spirituale interno, ed esterno ad una popolazione bisognosa assai. Mettiamo questi buoni Religiosi in questi monasteri e per un motivo o per un altro; e poi per prolungarne la dimora, se occorra non mancheranno mezzi». Il «primo progetto» si riferisce probabilmente all’idea, già avanzata da Minucci alla Santa Sede, di affidare provvisoriamente la guida di Monte Oliveto Maggiore ai Passionisti per avviare il ritorno all’osservanza. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-062-backlink">83</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Pedralli a Corsi</hi>, 18 novembre 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-061-backlink">84</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem.</hi> </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-060-backlink">85</ref></hi>	Bernardo Tirabassi (Rotella, 26 maggio 1801-Ferentino, 2 giugno 1865), sacerdote il 31 marzo 1827, fu auditore del nunzio a Lucerna, monsignore Pietro Ostini, e poi minutante nella Segreteria di Stato; incaricato pontificio in Toscana dal maggio 1842 al 20 gennaio 1845, quando fu nominato vescovo di Ferentino. Venne consacrato il 23 febbraio dal cardinale Cosimo Corsi. Cfr. Boutry, <hi rend="italic">Souverain et Pontife</hi>, cit. Le lettere di Tirabassi, ormai vescovo di Ferentino, a Pedralli sono in ASAF, VP, F. 74, fasc.7, <hi rend="italic">Lettere al Canonico Pedralli</hi>, 8 marzo 1845-22 giugno 1845. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-059-backlink">86</ref></hi>	Sacerdote che già negli anni ’30 aveva fatto da intermediario fra la Santa Sede e l’arcivescovo Minucci. In occasione della nomina dell’arcivescovo di Pisa dopo la morte di Ranieri Alliata nel 1836, la Santa Sede avrebbe desiderato che Leopoldo II scegliesse Cosimo Corsi, nobile toscano di cui don Carlo Pinotti tesseva le lodi in una lettera al Segretario di Stato Luigi Lambruschini del 6 luglio 1837 e in cui suggeriva di rimandare l’elevazione del Corsi alla porpora cardinalizia dopo l’eventuale nomina granducale alla sede metropolitana di Pisa. Nomina che non avvenne nel 1837, allorché fu scelto Giovanni Battista Perretti (1839-1851), ma solo nel 1851. Cfr. Paolini, <hi rend="italic">Toscana e Santa Sede</hi>, cit., p. 40 e nota. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-058-backlink">87</ref></hi>	ASAF, VP, F. 75, LaCVR, <hi rend="italic">Pedralli a Corsi</hi>, 18 novembre 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-057-backlink">88</ref></hi>	«Ma non creda Eminentissimo che qualche volta non abbia dovuto combattere e non abbiamo [<hi rend="italic">parola non letta</hi>] certe operazioni (da esso poi anche conosciute non buone) a cui era stato condotto per sorpresa e fatte senza mia saputa. Potremo rimediare sempre a tutto? Potremo sempre fare che si parli quando è necessario e come si deve? Questo non si può ottenere meno che nel progetto che le ho detto di sopra» (<hi rend="italic">ibidem</hi>). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-056-backlink">89</ref></hi>	ASF, RD, F. 5934, fasc.1, <hi rend="italic">Copia di lettera ministeriale spedita dal Commissario di S. Spirito a Monsignore Arcivescovo di Firenze</hi>, 23 dicembre 1843. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-055-backlink">90</ref></hi>	«Qualche modica restrizione, non mai caduta sull’abbondanza, ma bensì sulla ricercatezza e lussuria dei cibi, ha involtato li animi della Comunità più allettati dal piacere della prodigalità e del fasto che da sentimenti di decoro e dall’osservanza delle discipline claustrali» (<hi rend="italic">ibidem</hi>). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-054-backlink">91</ref></hi>	I giudizi su Bini e De Stefanis non lasciavano spazio a molti dubbi: il primo era «violento quanto clamoroso d’indole, e per abitudini, e poco amante della Religione di cui si vuole abbia contro voglia indossato la divisa»; il secondo «piemontese non naturalizzato ma ammesso con semplice tolleranza […] meno imprudente ma non tranquillo né leale»; del Pucci si faceva osservare che era stato già espulso per indisciplina da Monte Oliveto Maggiore. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-053-backlink">92</ref></hi>	ASF, RD, F. 5934, fasc. 2, <hi rend="italic">Regio Diritto a Minucci</hi>, 4 gennaio 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-052-backlink">93</ref></hi>	ASAF, VP, F. 75, LaCVR, <hi rend="italic">Minucci a Ostini</hi>, 9 gennaio 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-051-backlink">94</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Minucci a Ostini</hi>, 19 gennaio 1844 e 25 gennaio 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-050-backlink">95</ref></hi>	ASF, RD, F. 5934, fasc. 2, <hi rend="italic">Minucci a Regio Diritto</hi>, 30 gennaio 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-049-backlink">96</ref></hi>	ASAF, VP, F. 75, LaCVR, <hi rend="italic">Minucci a Ostini</hi>, 9 gennaio 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-048-backlink">97</ref></hi>	ASF, RD, F. 5934, fasc. 2, <hi rend="italic">Regio Diritto a Minucci</hi>, 20 febbraio 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-047-backlink">98</ref></hi>	Vedi M. Pignotti, <hi rend="italic">Potestà laica e religiosa autorità. Il Concordato del 1851 fra Granducato di Toscana e Santa Sede</hi>, Fondazione Spadolini-Nuova Antologia-Le Monnier, Firenze 2007 («Centro di Studi sulla Civiltà Toscana fra ’800 e ’900», 46). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-046-backlink">99</ref></hi>	ASAF, VP, F. 75, fasc. 2, <hi rend="italic">Lettere di Monaci 1843-1844</hi>, <hi rend="italic">Bini a Minucci</hi>, 1 febbraio 1844; Ivi, <hi rend="italic">Bini a Minucci</hi>, 5 febbraio 1844. Non è da sottovalutare il fatto che Adelelmo Bini fosse cugino di Giovanni Baldasseroni, all’epoca amministratore generale delle regie rendite, «Quando Vostra Signoria Illustrissima e Reverendissima dubiti della realtà di quanto l’espongo, potrà informarsene dal mio cugino Cavaliere Commendatore Baldasseroni il quale è al fatto di tutto»<hi rend="italic"> </hi>(<hi rend="italic">ibidem</hi>). Sul Baldasseroni vedi: R. Mori, <hi rend="italic">Baldasseroni Giovanni</hi> in DBI, 5, 1963. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-045-backlink">100</ref></hi>	Copia del decreto di Minucci emanato in esecuzione del rescritto pontificio del 24 febbraio si trova in ASF, RD, F. 5934, fasc. 2, <hi rend="italic">Minucci a Regio Diritto</hi>, 21 marzo 1844. L’arcivescovo chiedeva nella lettera accompagnatoria il regio <hi rend="italic">exequatur</hi>. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-044-backlink">101</ref></hi>	Ivi,<hi rend="italic"> Bini al Regio Diritto</hi>, 25 marzo 1844 e <hi rend="italic">Bini al Regio Diritto</hi>, senza data ma prima del 30 aprile 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-043-backlink">102</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Segreteria di Stato a Regio Diritto</hi>, 30 aprile 1844 e <hi rend="italic">Regio Diritto a Minucci</hi>, 2 maggio 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-042-backlink">103</ref></hi>	Era lo stesso Bini a trasmettere a Minucci le lettere ricevute da Schiaffino e da Bernabò: ASAF, VP, F. 75, fasc. 3, <hi rend="italic">Lettere di Monaci 1843-1844</hi>, <hi rend="italic">Bini a Minucci</hi>, 16 febbraio 1844 con allegate copie di <hi rend="italic">Schiaffini a Bini</hi>, 12 febbraio 1844 e <hi rend="italic">Bernabò a Bini</hi>, 13 febbraio 1844; per le proteste di Minucci si veda ASAF, VP, F. 75, LaCVR, <hi rend="italic">Minucci a Ostini</hi>, 4 maggio 1844; ASAF, VP, F. 75, fasc. 6, <hi rend="italic">Lettere di monaci 1845</hi>, <hi rend="italic">Copia di lettere di Bernabò a Bini</hi>, 27 febbraio 1845 (ma 1844), 11 marzo 1844, 23 febbraio 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-041-backlink">104</ref></hi>	ASAF, VP, F. 74, LdCVR,<hi rend="italic"> Patrizi a Minucci</hi>, 11 maggio 1844 (A questa data il cardinale Costantino Patrizi non era però più Prefetto della Congregazione dei vescovi e dei regolari); per l’intransigenza della posizione della Curia romana vedi ivi, <hi rend="italic">Copia di lettera di Ostini a Minucci</hi>, 27 luglio 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-040-backlink">105</ref></hi>	ASAF, VP, F. 75, fasc. 3<hi rend="italic">, Lettere di Monaci 1843-1844</hi>, <hi rend="italic">Bini a Minucci</hi>, 19 maggio 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-039-backlink">106</ref></hi>	ASF, RD, F. 5934, fasc. 2, <hi rend="italic">Regio Diritto a Segreteria di Stato</hi>, 30 maggio 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-038-backlink">107</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Regio Diritto a Segreteria di Stato</hi>, 1 giugno 1844; <hi rend="italic">Segreteria di Stato al Regio Diritto</hi>, 3 giugno 1844; <hi rend="italic">Regio Diritto al Padre superiore delle Missioni</hi>, 7 giugno 1844; <hi rend="italic">Regio Diritto a Minucci</hi>, 7 giugno 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-037-backlink">108</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Minucci a Regio Diritto</hi>, 7 giugno 1844; <hi rend="italic">Minucci a Regio Diritto</hi>, 8 giugno 1844; ASAF, VP, F. 75, fasc. 2<hi rend="italic">, Lettere di Monaci 1843-1844</hi>, <hi rend="italic">Bini a Minucci</hi>, 6 giugno 1844; ivi, <hi rend="italic">Copia di lettera del Bini al Regio Diritto</hi>, senza data. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-036-backlink">109</ref></hi>	ASF, RD, F. 5934, fasc. 2, <hi rend="italic">Regio Diritto alla Segreteria di Stato</hi>, 10 giugno 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-035-backlink">110</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Segreteria di Stato a Regio Diritto</hi>, 11 giugno 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-034-backlink">111</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Segreteria di Stato al Regio Diritto</hi>, 25 giugno 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-033-backlink">112</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Minucci al Regio Diritto</hi>, 3 luglio 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-032-backlink">113</ref></hi>	Ivi,<hi rend="italic"> Regio diritto a Minucci</hi>, 9 luglio 1844. La lettera era stata concordata con il Direttore della Segreteria di Stato Giuseppe Paver (ivi, <hi rend="italic">Regio Diritto a Paver</hi>, 6 luglio 1844 e <hi rend="italic">Segreteria di Stato a Regio Diritto</hi>, 8 luglio 1844). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-031-backlink">114</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Regio Diritto a Minucci</hi>, 10 luglio 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-030-backlink">115</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Minucci al Regio Diritto</hi>, 23 luglio 1844. Erano stati espulsi perché privi di autentica vocazione religiosa i conversi Ferdinando Pittarelli da Monte Oliveto Maggiore e Michele Cantinelli da Firenze; Alessandro De Stefanis era stato trasferito a Quarto e a Firenze era giunto, sempre da Quarto, Niccolò Giorni. Si attendeva infine il padre Placido Benedetti da Roma. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-029-backlink">116</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem.</hi> </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-028-backlink">117</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Minucci al Regio Diritto</hi>, 10 agosto 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-027-backlink">118</ref></hi>	In realtà Minucci, pur provvedendo alle necessità economiche del Bini, condivideva la linea dura del canonico Pedralli. Questi nella lettera al cardinale Corsi del 16 giugno 1844 suggeriva, in accordo con l’Incaricato pontificio Tirabassi e don Carlo Pinotti, di negare l’assoluzione al Bini e di invitarlo a reiterare la domanda del passaporto. Si sarebbe così messa alla prova l’autenticità del suo pentimento; il Bini stesso avrebbe distrutto gli ostacoli al suo trasferimento a Roma creati con i continui ricorsi al Regio Diritto; avrebbe infine fatto la giusta penitenza; si sarebbero spaventati i monaci romani Schiaffini e Bernabò, sostenitori della disobbedienza del Bini; e il governo si sarebbe trovato nella necessità di concedere il passaporto (ASAF, VP, F. 75, LaCVR, <hi rend="italic">Pedralli a Corsi</hi>, 16 giugno 1844). Nella lettera del 17 agosto si legge: «Monsignor Arcivescovo è di sentimento che il Bini non si merita l’assoluzione dalla pena e che la Santa Sede sostenga l’ordine dato, altrimenti la insubordinazione si estende con scandalo, e una cessione porterà gravissimi danni a questi monasteri, alla visita, e, quel che è più, a rinvigorire le leggi a danno della libertà della potestà ecclesiastica e della subordinazione degli ecclesiastici e dei religiosi dai respettivi superiori» (ivi, <hi rend="italic">Pedralli a Corsi</hi>, 17 agosto 1844). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-026-backlink">119</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem.</hi> </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-025-backlink">120</ref></hi>	ASF, RD, F. 5934, fasc. 2, <hi rend="italic">Regio Diritto alla Segreteria di Stato</hi>, 19 agosto 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-024-backlink">121</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Segreteria di Stato a Regio Diritto</hi>, 3 settembre 1844. Il Regio Diritto informava l’arcivescovo di Firenze il 7 settembre e quello di Chiusi e Pienza il 9. Provvedeva nello stesso giorno a notificare l’ordine anche agli abati di Monte Oliveto Maggiore e di San Bartolomeo di Firenze. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-023-backlink">122</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Minucci al Regio Diritto</hi>, 15 settembre 1844.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-022-backlink">123</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Regio Diritto a Segreteria di Stato</hi>, 19 settembre 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-021-backlink">124</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Segreteria di Stato a Regio Diritto</hi>, 19 settembre 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-020-backlink">125</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Minucci a Luigi Calandrini</hi>, 25 settembre 1844<hi rend="italic"> </hi>in cui si allega copia del Decreto.<hi rend="italic"> </hi>Ricevuta la comunicazione della cessazione della visita da parte del governo, l’arcivescovo chiamò a sé, presente il canonico Pedralli, l’abate e il pro-vicario del monastero di Firenze, chiarendo che la visita apostolica per quanto concerneva la Santa Sede era ancora aperta e che continuava dunque la sua giurisdizione straordinaria sopra di loro (ASAF, VP, F. 75, LaCVR, <hi rend="italic">Pedralli a Corsi</hi>, 22 settembre 1844). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-019-backlink">126</ref></hi>	Ivi,<hi rend="italic"> Minucci al Regio Diritto</hi>, 26 settembre 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-018-backlink">127</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Regio Diritto alla Segreteria di Stato</hi>, 27 settembre 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-017-backlink">128</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Segreteria di Stato a Regio Diritto</hi>, 28 settembre 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-016-backlink">129</ref></hi>	ASAF, VP, F. 75, LaCVR, <hi rend="italic">Pedralli a Corsi</hi>, senza data ma dopo il 7 settembre 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-015-backlink">130</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Minucci a Ostini</hi>, senza data ma dopo il 7 settembre 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-014-backlink">131</ref></hi>	Citiamo da Paolini, <hi rend="italic">Il Concordato toscano</hi>, cit., pp. 197-198. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-013-backlink">132</ref></hi>	ASAF, F. 75, LaCVR, <hi rend="italic">Minucci a Gregorio XVI</hi>, senza data, <hi rend="italic">Copia mandata</hi>. Vi sono anche una minuta della lettera inviata e una versione molto più ampia non spedita perché considerata troppo lunga dal Minucci. Tutte di mano del Pedralli. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-012-backlink">133</ref></hi>	ASAF, <hi rend="italic">Segreteria Arcivescovo Minucci, </hi>F. 16, <hi rend="italic">Corrispondenza 1843-1846</hi>, fasc. 21, <hi rend="italic">Calandrini a Regio Diritto</hi>, 22 novembre 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-011-backlink">134</ref></hi>	ASAF, <hi rend="italic">Segreteria Arcivescovo Minucci</hi>, F. 26, <hi rend="italic">Corrispondenza con i regolari</hi>, fasc. 1, <hi rend="italic">Benedettini olivetani</hi>, doc. 6. <hi rend="italic">Regio Diritto a Luigi Calandrini</hi>, 28 gennaio 1845. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-010-backlink">135</ref></hi>	ASAF, VP, F. 75, fasc. 6, <hi rend="italic">Lettere di monaci 1845</hi>, <hi rend="italic">Pedralli a Bighi</hi>, 13 febbraio 1845. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-009-backlink">136</ref></hi>	ASAF, <hi rend="italic">Segreteria Arcivescovo Minucci</hi>, F. 16, <hi rend="italic">Corrispondenza (1843-1846)</hi>, fasc. 24, doc. 7, <hi rend="italic">Ostini a Minucci</hi>, 21 febbraio 1845. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-008-backlink">137</ref></hi>	Ivi, <hi rend="italic">Ostini a Minucci</hi>, 4 novembre 1844. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-007-backlink">138</ref></hi>	Cfr. Fantappiè, <hi rend="italic">Il monachesimo moderno</hi>, cit., pp. 359-360.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-006-backlink">139</ref></hi>	Cfr. Cattana, <hi rend="italic">Il declino della Congregazione di Monte Oliveto tra restaurazione e la metà del XIX secolo </hi>in <hi rend="italic">Il monachesimo italiano dalle Riforme illuministiche all’unità nazionale</hi>, cit., pp. 362-363, nel quale si riporta per intero il giudizio della Commissione cardinalizia. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-005-backlink">140</ref></hi>	ASAF, <hi rend="italic">Segreteria Arcivescovo Minucci</hi>, F. 16, <hi rend="italic">Corrispondenza (1843-1846)</hi>, fasc. 18, <hi rend="italic">Ostini a Minucci</hi>, 25 agosto 1845. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-004-backlink">141</ref></hi>	Ivi, fasc. 19, <hi rend="italic">Ostini a Minucci</hi>, 27 settembre 1845; f. 20,<hi rend="italic"> Ostini a Minucci</hi>, 3 ottobre 1845. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-003-backlink">142</ref></hi>	Cfr. Scarpini, <hi rend="italic">I monaci benedettini di Monte Oliveto</hi>, cit., pp. 459-460. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-002-backlink">143</ref></hi>	ASAF, <hi rend="italic">Segreteria Arcivescovo Minucci</hi>, F. 16, <hi rend="italic">Corrispondenza (1843-1846)</hi>, fasc. 24, doc. 18. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-001-backlink">144</ref></hi>	Cfr. Paolini, <hi rend="italic">Toscana e Santa Sede</hi>, cit., pp. 65-66. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="15.html#footnote-000-backlink">145</ref></hi>	Ivi, pp. 66-67. </p>
      
      
      
      
      
      
      
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          <bibl n="36863">Scarpini M., I monaci benedettini di Monte Oliveto, Edizioni L’Ulivo, Alessandria 1952.</bibl>
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