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        <title type="main" level="a">Caterina Colombini e le origini della congregazione delle gesuate</title>
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            <forename>Paolo</forename>
            <surname>Nardi</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Le vestigia dei gesuati</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-228-7</idno>) by </resp>
          <name>Isabella Gagliardi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2020">2020</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-228-7.06</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>The results of new archival research, compared with some epistles of Blessed Giovanni Colombini, allowed to frame the mystical experience of his cousin Caterina Colombini, which matured in the Sixties of the fourteenth century, in a situation of serious breakdown with his family, caused by patrimonial reasons. Caterina succeeded, also with the help of some friends of her cousin, to free herself from the family context and to constitute the first community of Gesuate, so-called because they observed the same way of life as the Gesuati, then in 1371 to equip this congregation with a residence purchased with her own money in the Sienese district of Vallepiatta and finally to submit it to the protection and jurisdiction of the female Benedictine monastery of Saints Abondio and Abondanzio near Siena. Thus a new female congregation was born, that also spread to other cities in Italy, but it did not turn into a religious order, while avoiding the accusation of heresy for “beguinage”.</p>
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            <item>Female Congregation of Gesuate</item>
            <item>Colombini family</item>
            <item>Monastery of Saints Abondio</item>
            <item>Gesuate Residence in Siena</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-228-7.06<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-228-7.06" /></p>
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">Caterina Colombini e le origini della congregazione delle gesuate</p><p rend="h1_author">Paolo Nardi</p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Sommario</hi>: I risultati di nuove ricerche d’archivio, posti a confronto con alcune epistole del beato Giovanni Colombini, hanno consentito di inquadrare l’esperienza mistica della cugina Caterina Colombini, che maturò negli anni Sessanta del XIV secolo, in una situazione di grave frattura con la famiglia, determinata da motivi di carattere patrimoniale. Caterina riuscì, anche con l’aiuto di alcuni amici del cugino, ad affrancarsi dal contesto familiare ed a costituire la prima comunità di Gesuate, cosiddette perché osservavano lo stesso stile di vita dei gesuati, a dotarla nel 1371 di una residenza acquistata con propri denari nel rione senese di Vallepiatta ed a sottoporla alla tutela del monastero benedettino femminile dei Santi Abondio e Abondanzio presso Siena. Nacque così una congregazione femminile che si diffuse anche in altre città d’Italia, ma non si trasformò in un ordine religioso, pur evitando l’accusa di eresia per ‘beghinaggio’.</p><p rend="text">La prevalente attenzione dedicata dagli agiografi alla figura ed all’opera del beato Giovanni Colombini ed alle origini e vicende dei gesuati ha finito per porre in ombra la personalità e il ruolo della cugina, la beata Caterina, che istituì le «mulieres» dette «pauperes Jesuistae» o «Inyesuatae», ovvero la congregazione delle gesuate, insediatasi nel rione senese di Vallepiatta intorno al 1370 e destinata a restarvi sino al 1786<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-065-backlink"><ref target="6.html#footnote-065">1</ref></hi></hi>. A Caterina, infatti, riservarono soltanto qualche riga i biografi del Colombini, tanto che per avere un profilo agiografico della Beata bisogna attendere il secondo quarto del XVII secolo, allorché un ignoto gesuato ne descrisse succintamente la vita in poche pagine rimaste inedite e ritrovate nel 1904 dal bollandista Albert Poncelet in un manoscritto della biblioteca pubblica di Rouen<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-064-backlink"><ref target="6.html#footnote-064">2</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Si può presumere che ad oscurare la fama della Colombini siano stati anche lo straordinario carisma e l’eccezionale risonanza dell’opera svolta negli stessi anni dalla concittadina omonima, la figlia di Lapa e di Jacopo di Benincasa, che già nel 1375 era nota ad ambasciatori e governanti come «Caterina santa da Siena»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-063-backlink"><ref target="6.html#footnote-063">3</ref></hi></hi>. È peraltro da escludere qualsiasi legame di parentela tra le famiglie delle due Caterine, tramite Lisa, moglie di Bartolo di Jacopo: costei infatti, contrariamente a quanto affermano il Burlamacchi, il Pardi e il Dufner<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-062-backlink"><ref target="6.html#footnote-062">4</ref></hi></hi>, non era figlia di Chimento (o Clemente) di Jacopo Colombini e, quindi, cugina di primo grado di Caterina Colombini, bensì figlia di tale «Goglio di Pietro da Siena», che non risulta appartenesse alla famiglia Colombini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-061-backlink"><ref target="6.html#footnote-061">5</ref></hi></hi>, stando almeno alle fonti archivistiche. D’altra parte, dalle medesime fonti si apprende che Caterina Colombini ebbe sicuramente una cognata di nome Lisa, che era la consorte del fratello Francesco<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-060-backlink"><ref target="6.html#footnote-060">6</ref></hi></hi>, ma non vi sono prove che ella appartenesse alla famiglia dei Benincasa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-059-backlink"><ref target="6.html#footnote-059">7</ref></hi></hi>. Si conosce, tuttavia, un’epistola che Caterina Benincasa indirizzò ad un altro cugino della Colombini, Matteo, figlio di Giovanni di Jacopo, ma non si tratta di un testo dal quale si possano trarre informazioni su eventuali rapporti tra le due famiglie<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-058-backlink"><ref target="6.html#footnote-058">8</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Non sussistono dubbi, invece, riguardo agli stretti vincoli di parentela che univano Giovanni a Caterina, cugini di primo grado, essendo l’uno figlio di Pietro di Jacopo e l’altra di Tommaso di Jacopo, e perciò discendenti da una ricca famiglia di mercanti-banchieri e possidenti che facevano parte del ceto dirigente di Siena almeno dalla fine del tredicesimo secolo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-057-backlink"><ref target="6.html#footnote-057">9</ref></hi></hi>. Nel corso della prima metà del Trecento il padre di Caterina, menzionato nei documenti anche come Tomuccio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-056-backlink"><ref target="6.html#footnote-056">10</ref></hi></hi>, si era distinto per il suo impegno in politica, avendo fatto parte ripetutamente, tra il 1323 e il 1338, del reggimento dei Nove e di alcune commissioni governative ed anche per avere svolto, almeno sino al 1347, importanti missioni diplomatiche<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-055-backlink"><ref target="6.html#footnote-055">11</ref></hi></hi>. Inoltre Tomuccio era socio di una compagnia bancaria<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-054-backlink"><ref target="6.html#footnote-054">12</ref></hi></hi> e, quindi, proseguiva l’attività che esercitava da tempo insieme ai fratelli Pietro e Giovanni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-053-backlink"><ref target="6.html#footnote-053">13</ref></hi></hi>. Dopo la caduta del regime novesco, avvenuta nel 1355, i Colombini, a motivo della loro appartenenza alla fazione sconfitta, vennero esclusi dalle cariche pubbliche e solo Francesco ebbe il permesso di continuare a portare le armi in città e nei dintorni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-052-backlink"><ref target="6.html#footnote-052">14</ref></hi></hi>. In compenso, tutti gli appartenenti ai diversi rami della famiglia furono lasciati liberi di gestire i loro affari: così Tommaso, che intanto era entrato nella “Milizia della gloriosa Vergine Maria” o dei Cavalieri Gaudenti e in tale veste faceva anche della beneficenza<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-051-backlink"><ref target="6.html#footnote-051">15</ref></hi></hi>, e il figlio Francesco che compiva operazioni finanziarie, lucrando su mutui e depositi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-050-backlink"><ref target="6.html#footnote-050">16</ref></hi></hi>, furono impegnati nell’effettuare importanti investimenti immobiliari acquistando possedimenti in Argiano e Camigliano presso Montalcino e in Siena, nel popolo di San Cristoforo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-049-backlink"><ref target="6.html#footnote-049">17</ref></hi></hi>. In particolare, nel 1361, essi comperarono da Matteo di Giovanni un palazzo con torre ed altri edifici ubicati in «curia de Camigliano comunitatis Senarum, loco dicto al pogio a le mura» al prezzo di cinquecentocinque fiorini d’oro, pattuito con la mediazione di Giovanni di Pietro.<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-048-backlink"><ref target="6.html#footnote-048">18</ref></hi></hi> Quest’ultimo, tuttavia, come narrano i suoi biografi, stava cambiando vita e di lì a poco, spogliatosi di tutti i suoi beni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-047-backlink"><ref target="6.html#footnote-047">19</ref></hi></hi>, radunava i propri seguaci, disposti a imitare il Cristo vivendo in assoluta povertà e ben presto avrebbe convinto anche la cugina a seguire il suo esempio.</p><p rend="text">Non è facile ricostruire con precisione il percorso di Caterina dalla conversione al modello di religiosità indicatole da Giovanni sino all’istituzione della congregazione femminile. Secondo il gesuato Paolo Morigia, che scriveva negli anni Sessanta del Cinquecento, i due cugini avrebbero fondato insieme, nel 1357, «l’ordine delle monache gesuate» – notizia della quale lo storico milanese non fornisce la fonte<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-046-backlink"><ref target="6.html#footnote-046">20</ref></hi></hi> – ma questa data appare troppo risalente, specialmente se si pone a confronto con la biografia anonima del manoscritto di Rouen, che narra con dovizia di particolari l’episodio della conversione di Caterina datandolo addirittura al 1365<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="6.html#footnote-045">21</ref></hi></hi>. Il Pardi nel suo primo saggio sulla vita e l’opera del Colombini, apparso nel 1895, ritenne che la fondazione delle gesuate fosse avvenuta dopo il ritorno del Beato dall’esilio, presumibilmente tra la fine del 1363 e gli inizi del 1364<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="6.html#footnote-044">22</ref></hi></hi>. Lo stesso Pardi, nel nuovo saggio sull’argomento, pubblicato nel 1927, ipotizzò che la conversione di Caterina alle idee del cugino fosse avvenuta poco prima del 13 luglio 1361, allorché Tommaso cambiò il proprio testamento assegnando alla figlia una casa adibita a sua abitazione ed un vitalizio annuo di trentasei fiorini d’oro da corrisponderle in due rate semestrali, probabilmente perché temeva che Caterina, nel seguire l’esempio del cugino, donasse tutta la sua parte ai poveri, intaccando gravemente l’asse ereditario<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="6.html#footnote-043">23</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Più di recente il Dufner ha ritenuto che Giovanni Colombini avesse convinto Caterina a fondare un gruppo di gesuate, che conducessero vita comune in Siena, sino dall’anno 1363 e che presumibilmente nel 1365 avesse progettato, d’intesa con la cugina, la fondazione di un altro gruppo a Città di Castello<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="6.html#footnote-042">24</ref></hi></hi>. Per dare un ulteriore, anche se parziale, contributo alla ricostruzione di queste vicende mi è sembrato necessario esaminare la documentazione che si conserva presso l’Archivio di Stato di Siena<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="6.html#footnote-041">25</ref></hi></hi> e porla a confronto con alcune lettere, difficilmente databili, che Giovanni inviò alla cugina in tempi diversi. In questo modo ho potuto constatare, anzitutto, che il Pardi, nel trascrivere il documento del 13 luglio 1361, omise la parte finale del codicillo che stabiliva, in caso di mancato versamento del vitalizio annuo da parte dell’erede principale – che era appunto Francesco – di attribuire allo stesso l’onere di liquidare alla sorella Caterina la notevole somma di quattrocento fiorini d’oro e consentiva alla medesima di poter esprimere le sue ultime volontà disponendo dei beni appartenuti al padre sino all’importo di cento <hi rend="italic">librae</hi> di denari senesi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="6.html#footnote-040">26</ref></hi></hi>. Inoltre risulta evidente che Pardi non conosceva la denunzia resa all’ufficio della Gabella dei contratti, in data 1° giugno 1364, dal notaio ser Geri di ser Nello, dalla quale si apprende che Tommaso, nel testamento del 7 luglio 1361, aveva lasciato alla moglie Bina un legato di trecento fiorini «in quibus computantur dotes suae» e tre legati di modesto importo a diverse persone, tra le quali, però, non era menzionata Caterina<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="6.html#footnote-039">27</ref></hi></hi>, la cui successione fu comunque definita nel codicillo dettato dal padre il 13 luglio, ma ad un altro notaio: ser Jacopo di Manno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="6.html#footnote-038">28</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Da questa vicenda trasse origine una controversia circa l’esecuzione del testamento e dei codicilli di Tommaso, giacché dopo il decesso di costui, avvenuto di sicuro anteriormente al 1° giugno 1364 – quando, come si è detto, ser Geri di ser Nello rese pubbliche le ultime volontà del magnate – la successione non fu indolore. Come attesta, infatti, un documento del 19 gennaio 1366,<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="6.html#footnote-037">29</ref></hi></hi> il figlio Francesco ricevette dal giudice collaterale e vicario del Conservatore di Siena un’ingiunzione a versare «de bonis suis Katerine sorori carnali sue dicti Francisci ex utroque parente et filie olim dicti domini Tommassi maxime pro suis dicte Katerine necessitatibus opportunis fulciendis etiam ut comode vivere possit et vitam honestam ducere et sicut cepit perseverare» una somma di quattrocento fiorini «de auro bono et puro», che fu corrisposta ad Adovardo di Niccolò Marescotti in nome e per conto della Colombini, la quale avrebbe potuto riscuotere la somma a Siena, Firenze, Pisa o in altro luogo a suo piacimento. Dal contenuto del documento si evince che Francesco, dopo la morte del padre, non corrispose il vitalizio annuale alla sorella e, di conseguenza, dopo più di un anno di attesa, fu chiesta l’esecuzione del codicillo del 13 luglio 1361.</p><p rend="text">L’impressione che Caterina, soprattutto per le sue scelte di vita, abbia dovuto percorrere un cammino segnato da molte sofferenze, anche nei rapporti con i familiari, viene confermata dalle epistole che la giovane donna ricevette dal cugino Giovanni, con tutta probabilità, tra il 1361 e il 1365. Al 1362, infatti, è datata dal Petrocchi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="6.html#footnote-036">30</ref></hi></hi> la lettera con la quale il Beato esorta la cugina a dare seguito alla sua conversione spirituale anche mediante le opere: </p><p rend="text">Ricevetti una tua lettera, intesi del santo desiderio tuo, il quale dici che per opera hai volontà di mostrare; questo dici bene a dirlo e più a farlo, però che non chi dirà parole sarà salvo, ma coloro che faranno coll’operare e però io te ne conforto con desiderio di fare io il simile<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="6.html#footnote-035">31</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Sicuramente anteriore al 1° giugno 1364, perché vi si menziona come ancora in vita il padre Tommaso, è l’epistola con la quale Giovanni istruisce per scritto Caterina circa le modalità dell’incontro con Cristo e sui «grandi beni e doni» che ne riceve colui che lo ama realmente:</p><p rend="quotation_a">considerando che tu ài posto il tuo santo desiderio e amore nel nostro dolce Jesù Cristo, sì m’inviti a dovere non tanto parlare e ragionare con teco, ma anco mi constringi a doverti scrivare… E sappi, suoro e diletta mia in Jesù Cristo, che Esso non si truova andando di chiesa in chiesa, né giornatando, né vagando, ma alla solitudine e all’orazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="6.html#footnote-034">32</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Quest’ultima esortazione sembra riecheggiare un passo del Vangelo di Matteo (6, 5-6), che contiene l’ammaestramento di Cristo sulla necessità di raccogliersi in preghiera «in segreto», evitando gesti plateali.</p><p rend="text">Del tempo nel quale Caterina stava per convertirsi definitivamente dev’essere l’epistola che Giovanni le scrisse dal convento francescano del Colombaio – forse di poco anteriore all’esilio subito dal Colombini e dai suoi seguaci probabilmente nel 1363<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="6.html#footnote-033">33</ref></hi></hi> – e che si apre con queste parole: «O figliuola mia dolcissima, non credo che Cristo facesse mai a femina di Siena tanta grazia quanta farà a te se sarai conosciente de’ benefici ed amarai di portare e’ suoi obblighi per lo suo amore. Parmi mille anni di vederti povara e ribalda. Cristo ti faccia figliuola mia dolce»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="6.html#footnote-032">34</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Testimonianza evidente dei difficili rapporti che correvano tra i diversi rami della famiglia Colombini è una lettera dal contenuto piuttosto oscuro, ma che si può tentare di interpretare alla luce dell’ingiunzione del 19 gennaio 1366:</p><p rend="quotation_a">Di te ò grande compassione vedendoti e credendoti molto tribulata […] E però abbi pazienza […] Da presso parlaremo di ciò. Parmi che Francesco abbia forte errato e anco Matteo […] ò lo’ scritto, non so se mi scrivaranno […] Attaccati a Cristo e fatti beffe del mondo…Se cotestoro non s’accordano, credo venir costà […] Io non venni là uve volevi, però che non poteva essere senza iscandalo di molte genti e Francesco sai come sarebbe sempre stato nemico di te e di me, averemmene fatto carico e però non mi parve da fare. Per lo megliore traie a fine co lui ogni cosa con quanta concordia puoi. Tanto ti dico che se credessi che desso [ = Francesco] approntasse i pagamenti, potresti dare a la compagnia [ = dei gesuati].<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="6.html#footnote-031">35</ref></hi></hi> Tuttavia fa di consiglio di Giovanni d’Ambruogio e di Madonna e di Adovardo e però non potrai errare […] Franciesca conforta e saluta per mille volte; abbracciala e a tutte le suoro mi raccomanda. Suora mia, non ti sconfortare dello scandolo e della persecuzione, ma con Cristo ti rallegra […] Cristo sarà con teco<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="6.html#footnote-030">36</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Anzitutto si può ipotizzare che la lettera sia posteriore di almeno un anno al giugno del 1364, perché Francesco Colombini doveva comportarsi male verso Caterina, non versandole il vitalizio annuo, e Giovanni non poteva fare a meno di pronunciare parole molto forti nei confronti del cugino, notando come costui fosse sempre stato ‘nemico’ suo e di sua sorella e ritenendo, perciò, inutile e controproducente un intervento diretto presso di lui, come richiesto dalla stessa Caterina, che veniva esortata a consigliarsi con amici esperti e sinceri che le impedissero di compiere errori. Tra essi figura un Adovardo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="6.html#footnote-029">37</ref></hi></hi> che si potrebbe identificare con quell’Adovardo di Niccolò Marescotti che, come si è visto, nel gennaio del 1366 agì da intermediario nella riscossione dei quattrocento fiorini d’oro che dovevano essere versati a Caterina in conformità all’ingiunzione formulata dal giudice collaterale del Conservatore di Siena. Tuttavia Giovanni raccomanda anche di cercare un accordo e pertanto si può supporre che la lettera sia anteriore al ricorso alle vie legali e quindi databile alla seconda metà del 1365. </p><p rend="text">A tale data le gesuate costituivano sicuramente una comunità, come risulta dai saluti che inviava loro Giovanni tramite Caterina, ma la congrega non possedeva una struttura istituzionale che, del resto, neppure i gesuati acquisirono subito appena riconosciuti da papa Urbano V: il 22 luglio 1367, infatti, venivano genericamente definiti, nella documentazione della curia pontificia, come «certi pauperes de Senis induti vestibus albis, qui elegerunt paupertatem»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="6.html#footnote-028">38</ref></hi></hi>. Alla fine di quel mese avvenne il trapasso di Giovanni e fu allora che per Caterina e le sue sorelle spirituali si fece impellente l’esigenza di trovare un’adeguata protezione dai pericoli d’ogni genere che potevano insidiare una comunità intenzionata a vivere osservando regole molto austere. Anche Giovanni, del resto, per testimonianza della stessa Caterina, «avea più volte ragionato e deliberato di cominciare edificare uno monastero di povare e a la laude e reverença di Dio»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="6.html#footnote-027">39</ref></hi></hi>. Si trattava, dunque, di individuare in Siena una sede idonea a costituire la casa-madre e ben presto si crearono le condizioni per l’acquisto di alcuni edifici e di un appezzamento di terra coltivato ad orto con cisterne e alberi, il tutto ubicato nel popolo di San Giovanni, contrada di Vallepiatta, all’interno delle mura cittadine in prossimità della porta di Sant’Ansano. Il complesso immobiliare apparteneva per metà <hi rend="italic">pro indiviso</hi> al rettore della chiesa di San Donato in Siena, prete Biagio di Naddo, che ne ricavava una modesta rendita annua di otto fiorini, dai quali andava detratto il censo perpetuo di due fiorini ed un quarto a favore del capitolo dei canonici della cattedrale. Il sacerdote riteneva più conveniente alienare la propria parte del complesso immobiliare e investire il ricavato nell’acquisto di altri beni posti in città o nel contado senese che fruttassero di più alla sua chiesa e quindi, il 7 aprile 1369, chiese ed ottenne dal vescovo l’autorizzazione alla vendita per cento fiorini d’oro a «quibusdam mulieribus spiritualibus et pauperibus amore Jesu Christi», le quali erano Caterina di Tommuccio di Jacopo – la Colombini, appunto – Simona del fu Ristoro di Fazio dei Gallerani, Petra di frate Andrea di Giacomo, Francesca di Ambrogio di Angiolino e Giovanna di Francesco di Mino dei Marescotti. Pertanto un mese dopo, il 7 maggio, nel palazzo episcopale di Siena venne stipulato il contratto di compravendita e fu la Colombini a versare il prezzo in contanti a prete Biagio, che depositò la somma presso il mercante-banchiere Nanni di ser Vanni di ser Bondo. Lo stesso giorno, alla presenza del medesimo uomo d’affari e di altri testimoni, furono compiuti gli atti formali e solenni richiesti per l’immissione nel possesso secondo un’antica prassi giuridica: prete Biagio prese per mano Caterina, che aveva compiuto l’acquisto a nome proprio, ma anche per conto delle altre «donne spirituali e povere», e la introdusse nella proprietà, le pose le mani sulla porta, che ella chiuse ed aprì; poi si chinò e raccolse da terra foglie, ramoscelli e fili d’erba per consegnarli alla Colombini e infine l’accompagnò in visita alle case ed all’orto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="6.html#footnote-026">40</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Le gesuate erano, dunque, proprietarie solo per metà del complesso immobiliare, perché l’altra metà apparteneva al mercante-banchiere Nanni di ser Vanni di ser Bondo, che il 13 novembre 1367 l’aveva acquistata da Matteo Colombini, cugino di Caterina, per cento fiorini d’oro, sempre con l’obbligo di versare il censo annuale di due fiorini e un quarto ai canonici della cattedrale. Il 6 luglio 1370 le stesse gesuate che avevano effettuato l’acquisto da prete Biagio di Naddo, comprarono anche l’altra metà <hi rend="italic">pro indiviso</hi> da Nanni di ser Vanni, al medesimo prezzo di cento fiorini d’oro ed ancora una volta furono rappresentate da Caterina Colombini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="6.html#footnote-025">41</ref></hi></hi>. Bisogna rilevare che in quest’ultimo documento risultano menzionate per la prima volta come «Jesuistae» e che due di esse discendevano da famiglie patrizie senesi, ancorché decadute. La prima, Simona del casato dei Gallerani, era figlia di Ristoro di Fazio: il nonno, messer Fazio di messer Picciolo, signore di San Gimignanello, agli inizi del Trecento era stato tra i maggiori contribuenti di Siena<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="6.html#footnote-024">42</ref></hi></hi>, il padre era stato provveditore di Biccherna nel 1350 e nel 1355 aveva fatto parte del collegio dei Riformatori<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="6.html#footnote-023">43</ref></hi></hi>, i fratelli Niccolò e Nofrio sul finire degli anni Cinquanta avevano avuto per maestro di grammatica Cristoforo di Gano Guidini, poi discepolo di Caterina Benincasa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="6.html#footnote-022">44</ref></hi></hi>, con la quale fu in rapporti epistolari anche un loro cugino di primo grado: Luigi figlio di Luigi Gallerani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="6.html#footnote-021">45</ref></hi></hi>. La seconda nobildonna, Giovanna del fu Francesco di Mino di Fazio Marescotti, era addirittura imparentata con i Colombini dal settembre del 1366, allorché il fratello Fazio aveva preso in moglie Rabe, sorella di Caterina<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="6.html#footnote-020">46</ref></hi></hi>. Le altre due gesuate, invece, erano di estrazione popolare: Francesca era sorella di un discepolo del beato Colombini, Giovanni di Ambrogio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="6.html#footnote-019">47</ref></hi></hi>, mentre Petra si potrebbe identificare con la «nostra Petra dello Spedale» che viene menzionata dallo stesso beato in una lettera alla cugina e che forse era una delle «romite» del Santa Maria della Scala<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="6.html#footnote-018">48</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La conclusione dell’affare fu agevolata sicuramente da Nanni di ser Vanni, presente come testimone al primo contratto d’acquisto ed alla successiva immissione di Caterina Colombini nel possesso degli immobili, evidentemente anche in qualità di condomino. Nanni di ser Vanni non era soltanto un uomo d’affari<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="6.html#footnote-017">49</ref></hi></hi>, ma anche un personaggio di spicco nella vita pubblica di Siena: tra il 1365 e il 1369 era stato impegnato in missioni diplomatiche e militari, nel settembre del 1368 aveva fatto parte del governo dei Dodici e nel marzo del 1371 fu inviato come ambasciatore al capitano di ventura Lucio di Landau, al quale recò la somma di tremila fiorini d’oro, mentre in agosto, dopo la rivolta popolare guidata dalla compagnia del Bruco, fu condannato a pagare cinquecento fiorini d’oro e l’anno seguente venne addirittura arrestato con l’accusa di avere tramato contro la Repubblica d’accordo con i Salimbeni, i Dodicini e i Popolari<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="6.html#footnote-016">50</ref></hi></hi>. Circondato dalla fama di uomo intrigante e spregiudicato, si convertì in modo prodigioso durante un incontro con Caterina Benincasa e fra Raimondo da Capua e, quindi, si legò al gruppo dei ‘caterinati’ e mise a disposizione della Santa il fortilizio di Belcaro affinché vi fondasse un monastero<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="6.html#footnote-015">51</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Le gesuate potevano finalmente stanziarsi in un complesso immobiliare interamente di loro proprietà grazie soprattutto alle spese sostenute da Caterina Colombini che, per sua dichiarazione, aveva «principiato questo luogo a laude e reverença di Dio, avendo dato ciò che à per l’amore di Dio per vivare e morire povare»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="6.html#footnote-014">52</ref></hi></hi>. Detta proprietà, però, essendo stata registrata a nome della Colombini, era sottoposta alla lira ed a tutte le preste imposte alla persona della fondatrice dal Comune di Siena e per giunta sul fondo coltivato ad orto gravava un censo perpetuo di quattro fiorini e mezzo all’anno a favore del capitolo dei canonici della cattedrale, somma che le gesuate potevano pagare solo riscuotendo una cifra di importo poco inferiore – quattro fiorini all’anno – ricavata dall’affitto dell’orto, che però comportava il versamento al Comune di un tributo annuale di quindici soldi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="6.html#footnote-013">53</ref></hi></hi>. Inoltre restavano da definire sia il regime giuridico dei beni appartenenti alla comunità, sia l’esercizio delle funzioni di controllo sulla medesima. In merito a questi problemi disposero nel loro testamento, dettato il 5 agosto 1373<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="6.html#footnote-012">54</ref></hi></hi>, Caterina Colombini, Simona Gallerani e Giovanna Marescotti, le quali lasciarono ciascuna un legato al vescovo di Siena come quota di legittima sui propri beni, a condizione che il presule non avanzasse ulteriori pretese, e quindi stabilirono che il complesso immobiliare di Vallepiatta restasse per sempre dimora delle gesuate, prevedendo che, in caso di estinzione delle medesime, ogni «reformatio» del luogo fosse di competenza della badessa «pro tempore» del monastero benedettino dei santi Abondio e Abondanzio, la quale, ove non fosse riuscita a trovare gesuate a Siena o in Toscana, avrebbe dovuto insediarvi dei gesuati di buona condizione, vita e fama. Inoltre nell’ipotesi in cui tutti i residenti nel complesso immobiliare si fossero comportati in modo disonesto, la badessa doveva sostituirli con altre gesuate o gesuati o addirittura con «donne spirituali di buona vita» a sua discrezione, purché detto luogo – è da notare che le fonti non parlano mai di «monache», né di «monastero» – non pervenisse ad alcun laico per successione legittima o per donazione, e tutti i diritti e le azioni patrimoniali restassero di competenza delle gesuate o gesuati. Infine, alla formazione delle eventuali novizie avrebbero dovuto provvedere le monache dei santi Abondio e Abondanzio.</p><p rend="text">Altri problemi furono risolti in seguito. Quanto al regime tributario al quale era soggetto il complesso immobiliare di Vallepiatta, già il 18 ottobre 1373 il Consiglio generale di Siena approvò con 602 lupini bianchi e 39 neri l’esenzione dal pagamento del tributo annuo di quindici soldi relativo all’affitto dell’orto, accogliendo la motivazione addotta dalla Colombini circa la condizione di povertà delle gesuate che impediva loro di pagare il censo al capitolo della cattedrale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="6.html#footnote-011">55</ref></hi></hi> e successivamente, il 9 aprile 1380, deliberò con 184 voti a favore e 92 contrari che tutte le <hi rend="italic">librae</hi> e preste imposte tanto alla persona della Colombini che alle gesuate dovessero intendersi cancellate e annullate con la motivazione «quod non est conveniens neque iustum quod personis collocatis ad servitium Christi fiant libre vel impositio prestarum», per il fatto che le medesime «vadunt mendicando et querendo elimosinas e nihil habent»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="6.html#footnote-010">56</ref></hi></hi>. Quanto al censo perpetuo gravante sull’insediamento di Vallepiatta a favore del capitolo della cattedrale, oltre vent’anni dopo, il 21 luglio 1403, fu concordato che i canonici accettassero la permuta del medesimo con i diritti che le gesuate intendevano acquistare dall’arte della lana sulle acque provenienti dalle piscine dell’arte ubicate in Fontebranda<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="6.html#footnote-009">57</ref></hi></hi>. Infatti l’8 agosto il sindaco della corporazione dei lanaioli vendette tali diritti alle gesuate rappresentate da Domitilla (Cristofora) del fu Francesco Marescotti, essendo ormai scomparse Giovanna Marescotti, Caterina Colombini e Simona Gallerani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="6.html#footnote-008">58</ref></hi></hi>, e il 22 dello stesso mese fu stipulato il contratto di permuta tra il canonico Giorgio di Andrea di Pietro Tolomei, titolare della prebenda connessa al censo, e le rappresentanti delle gesuate, vale a dire la stessa Domitilla, Clemenzia di Adovardo Marescotti – forse figlia dell’amico del beato Giovanni – ed altre, qualificate semplicemente come «non senesi»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="6.html#footnote-007">59</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’esercizio della giurisdizione da parte delle monache dei santi Abondio e Abondanzio si rivelò di più difficile attuazione. Si comprende perché alle badesse dell’antico monastero senese fosse stata attribuita da Caterina e dalle sue compagne la giurisdizione perpetua sulle gesuate: il rapporto che aveva legato il cugino all’autorevole badessa Paola Foresi era stato molto profondo, come si evince da numerose lettere del beato Giovanni, che aveva indicato in lei il modello di spiritualità al quale i gesuati, in sua assenza, potevano «conformarsi» per non «perire»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="6.html#footnote-006">60</ref></hi></hi>. Sebbene il monastero dei santi Abondio e Abondanzio fosse stato posto da papa Urbano V sotto la diretta giurisdizione della Santa Sede<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="6.html#footnote-005">61</ref></hi></hi>, il 7 novembre 1412 fu il vicario episcopale della diocesi di Siena e <hi rend="italic">doctor decretorum</hi> Lorenzo d’Arezzo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="6.html#footnote-004">62</ref></hi></hi> a ordinare, sotto pena di scomunica e di privazione della giurisdizione, alla badessa ed a quattro monache dei santi Abondio a Abondanzio, dinanzi alle quali si erano costituiti in giudizio due gruppi contrapposti di gesuate, di risolvere, entro sei giorni, la controversia che era scoppiata tra costoro a seguito dell’espulsione di una di esse. Il 2 dicembre il collegio giudicante, riunitosi nella chiesa del monastero dei santi Abondio e Abondanzio, stabilì che le gesuate in lite ricostituissero subito la loro comunità di Vallepiatta religiosamente e onestamente, vale a dire in modo da estirpare qualsiasi scandalo, da mettere in comune i proventi d’ogni genere, la cucina, la mensa e il refettorio e da accogliere le inferme, osservando in tutto le regole di vita fissate dai beati Giovanni Colombini e Francesco di Mino Vincenti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="6.html#footnote-003">63</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Alcuni anni dopo, nel maggio del 1417, il capitolo dei canonici della cattedrale, deliberando di dare in enfiteusi alle gesuate quattro piazze ubicate in Vallepiatta, riconosceva che la loro residenza era stata sottoposta, sin dalla fondazione, all’amministrazione del monastero dei santi Abondio e Abondanzio e che pertanto esse agivano non solo per sé stesse, ma anche in nome e per conto della badessa, delle monache e del capitolo del suddetto monastero: di conseguenza, colei che all’atto della stipulazione rappresentò le gesuate, Francesca di Andreuccio di Pietro da Perugia, comparve anche in rappresentanza della badessa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="6.html#footnote-002">64</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Le gesuate, dunque, non erano state mai legittimate come ordine religioso ed anzi si sarebbero potute confondere con le «bizzocche» sino a rischiare di essere scomunicate, se non fosse intervenuta la benevolenza di papa Eugenio IV che l’11 settembre 1443, a conclusione di un soggiorno di molti mesi a Siena, rilasciò un privilegio con il quale riconobbe che le donne povere dette gesuate, per gli abiti che portavano, non erano per niente assimilabili alle «bizzocche», anche se volle precisare che non intendeva affatto approvare lo «status» giuridico delle medesime<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="6.html#footnote-001">65</ref></hi></hi>. Come è stato rilevato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="6.html#footnote-000">66</ref></hi></hi>, le gesuate, pur essendosi stabilite in diverse città d’Italia per restarvi anche in età moderna ed a Lucca addirittura fino alla metà del secolo scorso, non si dotarono mai di una struttura organizzativa centralizzata e pur osservando prevalentemente lo stile di vita dei gesuati e, in subordine, la regola agostiniana, ciascuna comunità da esse costituita finì per sottomettersi direttamente alla giurisdizione del proprio ordinario diocesano.</p><p rend="h2">Bibliografia</p><p rend="bib_indx_bib">Belcari F., <hi rend="italic">Vita del B. Giovanni Colombini da Siena, fondatore de’ poveri Gesuati</hi>, Imola 1831.</p><p rend="bib_indx_bib">Benvenuti Papi A., <hi rend="italic">“In castro poenitentiae”. 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The Riformatori of Siena, 1368-1385</hi>, New York <hi rend="italic">et al</hi>. 1991.</p><p rend="bib_indx_bib">Sani B., <hi rend="italic">Vicende architettoniche di San Sebastiano in Vallepiatta. Da tempio dei tessitori a chiesa esterna del monastero delle gesuate</hi>, in P. Maffei e G.M. Varanini (a cura di),<hi rend="italic"> Honos alit artes. Studi per il settantesimo compleanno di Mario Ascheri. Gli universi particolari. Città e territori dal Medioevo all’Età moderna</hi>, Firenze University Press, Firenze 2014, pp. 417-424.</p><p rend="bib_indx_bib">Sartore A.M. (a cura di), <hi rend="italic">Le pergamene dell’Ospedale di S.Maria della Misericordia di Perugia. Dalle origini al 1400. Regesti</hi>, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Roma 2005.</p><p rend="bib_indx_bib">Uginet F.-Ch., <hi rend="italic">Giovanni XXIII, antipapa</hi>, in <hi rend="italic">Dizionario biografico degli Italiani</hi>, LV, Roma 2000, pp. 622 ss.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-065-backlink">1</ref></hi>	Il più recente contributo sull’argomento si deve a B. Sani, <hi rend="italic">Vicende architettoniche di San Sebastiano in Vallepiatta. Da tempio dei tessitori a chiesa esterna del monastero delle gesuate</hi>, in P. Maffei e G.M. Varanini (a cura di),<hi rend="italic"> Honos alit artes. Studi per il settantesimo compleanno di Mario Ascheri. Gli universi particolari. Città e territori dal Medioevo all’Età moderna</hi>, Firenze University Press, Firenze 2014, pp. 417-424 (con ampia bibliografia). Si veda, inoltre, per la più recente ricostruzione biografica e per le fonti: A. Piazzoni, <hi rend="italic">Colombini, Caterina</hi>, in <hi rend="italic">Dizionario biografico degli Italiani</hi>, XXVII, Roma 1982, pp. 146-148. La documentazione archivistica, a cominciare dalle pergamene relative al periodo delle origini delle gesuate, si trova in Archivio di Stato di Siena (d’ora in poi ASS), <hi rend="italic">Conservatori riuniti femminili, Monastero di San Sebastiano in Vallepiatta</hi> e ASS,<hi rend="italic"> Diplomatico, Conservatorio di S.Maria Maddalena (San Sebastiano) </hi>[d’ora in poi <hi rend="italic">Diplomatico, San Sebastiano</hi>]. Il fondo <hi rend="italic">Conservatori riuniti femminili</hi> è stato inventariato da S. Moscadelli, <hi rend="italic">I Conservatorî riuniti femminili di Siena e il loro archivio</hi>, «Bullettino senese di storia patria», XCV, 1988, pp. 12-14, 76-80, mentre le pergamene provenienti dallo stesso fondo furono inventariate e schedate con tutto il <hi rend="italic">Diplomatico</hi> dell’ASS a partire dalla fine del XIX secolo (A. Lisini, <hi rend="italic">Siena, R. Archivio di Stato, Diplomatico</hi>, «Bullettino senese di storia patria», III, 1896, pp. 258-287). Per le denominazioni «Jesuistae» e «Inyesuatae» si vedano i documenti in ASS, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>,<hi rend="italic"> San Sebastiano</hi>, 1370 luglio 6, 1374 aprile 28, 1380 aprile 9. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-064-backlink">2</ref></hi>	Il testo è stato pubblicato da S. Mottironi, <hi rend="italic">Vita inedita della B.Caterina Colombini</hi>, «Bullettino dell’Istituto storico italiano per il Medioevo e Archivio muratoriano», 76, 1964, pp. 291-295. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-063-backlink">3</ref></hi>	M.A. Ceppari, P. Nardi, F. Piccini, P. Turrini (a cura di), <hi rend="italic">Caterina da Siena e la sua famiglia: la devozione e la santità. Mostra di documenti e immagini d’archivio nel 550° della canonizzazione (Archivio di Stato di Siena, 29 ottobre 2011-8 gennaio 2012)</hi>, Siena 2011, pp. 9-10, nu. 19, tav.I. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-062-backlink">4</ref></hi>	F. Burlamacchi (a cura di),<hi rend="italic"> L’epistole della serafica vergine S. Caterina da Siena</hi>, II, Siena 1713, p. 294; G. Pardi, <hi rend="italic">Il beato Giovanni Colombini da Siena</hi>, «Nuova rivista storica», XI, 1927, pp. 297-298; G. Dufner, <hi rend="italic">Geschichte der Jesuaten</hi>, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1975, p. 4. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-061-backlink">5</ref></hi>	Come invece affermano R. Fawtier, <hi rend="italic">Sainte Catherine de Sienne. Essai de critique des sources</hi>, I, <hi rend="italic">Sources hagiographiques</hi>, E. De Boccard, Paris 1921, p. 133 nt. 10 e F. Th. Luongo, <hi rend="italic">The Saintly Politics of Catherine of Siena</hi>, Cornell University Press, Ithaca and London 2006, p. 32 nt. 24. Per la soluzione del problema si veda M.-H. Laurent, <hi rend="italic">Alcune notizie sulla famiglia di S.Caterina da Siena</hi>, «Bullettino senese di storia patria», XLIV, 1937, pp. 369 ss., nota 7. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-060-backlink">6</ref></hi>	ASS, <hi rend="italic">Gabella dei contratti</hi> 123, f. 97r; 124, f.33r. Cfr. P. Nardi,<hi rend="italic"> Caterina Benincasa e i “Caterinati”. Studi storici</hi>, Campisano, Roma 2018, p. 34 nt. 105. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-059-backlink">7</ref></hi>	A costei si riferisce forse il beato Giovanni in una lettera diretta alla cugina (<hi rend="italic">Le lettere del B.Giovanni Colombini da Siena</hi>, pubbl. per cura di A. Bartoli, Lucca 1856, p. 162, nu. LV; cfr., anche, E.G. Gardner, <hi rend="italic">Saint Catherine of Siena. A Study in the Religion, Literature and History of the fourteenth Century in Italy</hi>, London 1907, p. 7, nt. 1). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-058-backlink">8</ref></hi>	Per il testo della lettera di Santa Caterina v. <hi rend="italic">Le lettere di S. Caterina da Siena</hi> con note di N. Tommaseo, a cura di P. Misciattelli, I, Siena 1922, nu. XLVIII, pp. 223-228. Per notizie su Matteo ed il padre Giovanni di Jacopo si veda Pardi, <hi rend="italic">Il beato Giovanni Colombini</hi>, cit., pp. 297 ss.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-057-backlink">9</ref></hi>	Ivi, pp. 296-298; A. Piazzoni, <hi rend="italic">Colombini, Giovanni</hi>, in <hi rend="italic">Dizionario biografico degli Italiani</hi>, XXVII, Roma 1982, p. 149; Id., <hi rend="italic">Colombini, Caterina</hi>, cit., p. 146.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-056-backlink">10</ref></hi>	Il Pardi (<hi rend="italic">Il beato Giovanni Colombini</hi>, cit., p. 297) identifica Tomuccio con Tommaso, mentre il Piazzoni (<hi rend="italic">Colombini, Caterina</hi>, cit., p. 146) ritiene che fossero fratelli. Una conferma che si trattasse della stessa persona si trae anche da ASS, <hi rend="italic">Diplomatico, San Sebastiano</hi>, 1370 gennaio 15: «presbiter Blasius predictus, rector dicte ecclesie, vendidit et tradidit Katherine domini Thomuccii Jacobi Columbini, pauperi pro amore Jesu Christi». </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-055-backlink">11</ref></hi>	W.M.Bowsky, <hi rend="italic">Le finanze del Comune di Siena, 1287-1355</hi>, Firenze 1976, pp. 137s., 272; Id., <hi rend="italic">Un comune italiano nel Medioevo. Siena sotto il regime dei Nove, 1287-1355</hi>, Bologna 1986, p. 412. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-054-backlink">12</ref></hi>	W.M. Bowsky, <hi rend="italic">Le finanze del Comune</hi>, cit., p. 137 nota 7.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-053-backlink">13</ref></hi>	Pardi, <hi rend="italic">Il beato Giovanni Colombini</hi>, cit., p. 297. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-052-backlink">14</ref></hi>	W.M. Bowsky, <hi rend="italic">Un comune italiano</hi>, cit., p. 411, nota 10.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-051-backlink">15</ref></hi>	Il 28 agosto 1361, qualificandosi in questo modo, donò una casa posta in Siena in contrada di Fonte Nuova per la salvezza dell’anima ed a sostegno dei poveri (ASS, <hi rend="italic">Gabella dei contratti</hi>, 65, f. LXVIIIv). Per la sua appartenenza ai Cavalieri Gaudenti si veda anche D.M. Federici, <hi rend="italic">Istoria de’ Cavalieri gaudenti</hi>, I, Vinegia 1787, pp. 247, 383 (con la datazione errata, perché nel 1380 era deceduto da tempo).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-050-backlink">16</ref></hi>	Così nel gennaio e nel giugno del 1362 (ASS, <hi rend="italic">Gabella dei contratti</hi> 66, f. XLIr; ivi,<hi rend="italic"> </hi>67, f. 17v).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-049-backlink">17</ref></hi>	Tommaso Colombini ed il fratello Giovanni possedevano almeno dal 1335 beni nella <hi rend="italic">curia</hi> di Argiano, presso Poggio alle mura e Tommaso, in particolare, era titolare di «poderia de Collalto», sempre in quel di Argiano, ancora nel 1360: R. Farinelli, A. Giorgi, <hi rend="italic">Contributo allo studio dei rapporti tra Siena e il suo territorio. Evoluzione insediativa e presenze cittadine a Camigliano, Poggio alle Mura ed Argiano: un’enclave della diocesi di Grosseto in area montalcinese</hi>, «Rivista di storia dell’agricoltura», XXXII (2), 1992, p. 51. Per gli acquisti effettuati da Tommaso e da Francesco Colombini in Argiano, Camigliano e Poggio alle mura si vedano le registrazioni in ASS, <hi rend="italic">Gabella dei contratti</hi> 65, f. LXIIv (1361 agosto 30); 72, ff. 11v (1366 gennaio 19), 105r (1366 marzo 12); 82, f. XXVIIIv (dicembre 1371) e per l’acquisto fatto da Francesco di una casa nel popolo di San Cristoforo: ivi, 72, f. 45v (1366 febbraio 23).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-048-backlink">18</ref></hi>	ASS, <hi rend="italic">Notarile antecosimiano</hi> 135, ff. 18v, 96v-97v. Francesco vendette successivamente una parte delle sue proprietà in Camigliano, per duecento fiorini, ad Aldobrandino Tolomei (ASS, <hi rend="italic">Gabella dei contratti</hi> 75, f. LXXXVIv). Per la storia di Poggio alle mura si veda G.A. Pecci, <hi rend="italic">Lo Stato di Siena antico e moderno</hi>, V, pp. VIII-IX. Trascrizione e annotazioni a cura di M. De Gregorio e D. Mazzini, Accademia degli Intronati, Siena 2016, pp. 335-343). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-047-backlink">19</ref></hi>	La liquidazione definitiva avvenne negli anni tra il 1363 e il 1366 (si veda, più di recente, il <hi rend="italic">Repertorio di documenti colombiniani</hi>, a cura di M.A. Ceppari Ridolfi e P. Turrini, Torrita di Siena 2018, pp. 17-34). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-046-backlink">20</ref></hi>	P. Morigia, <hi rend="italic">Historia dell’origine di tutte le religioni</hi>, Venezia 1569, c. 94v. Nel passo in oggetto il Morigia si riferisce al suo priorato lucchese, che si svolse appunto negli anni Sessanta del XVI secolo (I. Gagliardi, <hi rend="italic">Morigia (Morigi, Moriggi), Paolo</hi>, in <hi rend="italic">Dizionario biografico degli Italiani</hi>, 76, Catanzaro 2012, p. 843). La data del 1357 è accettata anche da G. Petrocchi, <hi rend="italic">Le lettere del beato Colombini</hi>, «Convivium. Raccolta nuova», I, 1950, pp. 66 ss. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-045-backlink">21</ref></hi>	Mottironi, <hi rend="italic">Vita inedita</hi>, cit., p. 292; I. Gagliardi, <hi rend="italic">I</hi> pauperes Yesuati <hi rend="italic">tra esperienze religiose e conflitti istituzionali</hi>, Herder, Roma 2004, p. 236, nota 193. P. Morigia, <hi rend="italic">Paradiso de’ Giesuati, nel quale si racconta l’origine dell’Ordine de’ Giesuati di S.Girolamo e la vita del B.Giovanni Colombini</hi>, Venezia 1582, pp. 47-49, narra in volgare l’episodio della conversione di Caterina con la stessa ricchezza di particolari che si riscontra nella versione latina offerta dalla <hi rend="italic">Vita</hi> anonima del manoscritto di Rouen. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-044-backlink">22</ref></hi>	G. Pardi, <hi rend="italic">Della vita e degli scritti di Giovanni Colombini da Siena</hi>, «Bullettino senese di storia patria», II, 1895, pp. 27-28, ma è impossibile datare con precisione il periodo d’esilio da Siena dei gesuati, come spiega Gagliardi, <hi rend="italic">I</hi> pauperes Yesuati, cit., pp. 21 ss.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-043-backlink">23</ref></hi>	Pardi, <hi rend="italic">Il beato Giovanni Colombini da Siena</hi>, cit., p. 313. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-042-backlink">24</ref></hi>	Dufner, <hi rend="italic">Geschichte</hi>, cit., p. 34.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-041-backlink">25</ref></hi>	Proveniente dall’archivio dei <hi rend="italic">Conservatori riuniti femminili</hi>, ma trasferita in parte, come si è precisato <hi rend="italic">supra</hi>, nota 1, nel <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, <hi rend="italic">San Sebastiano</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-040-backlink">26</ref></hi>	ASS, <hi rend="italic">Diplomatico, San Sebastiano</hi>, 1361 luglio 13. La prima parte del documento è trascritta dal Pardi, <hi rend="italic">Il beato Giovanni Colombini</hi>, cit., p. 313, nota 1. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-039-backlink">27</ref></hi>	ASS, <hi rend="italic">Gabella dei contratti</hi> 68, f. LXXXIII rv. La moglie di Tommaso fu sepolta il 7 aprile 1362: M.-H. Laurent (a cura di),<hi rend="italic"> I necrologi di San Domenico in Camporegio (Epoca cateriniana)</hi>, Siena 1937, p. 89 nu. 1095. Ser Geri di ser Nello era anche notaio della curia vescovile (molte notizie sul personaggio sono fornite da G. Chironi, <hi rend="italic">La mitra e il calamo. Il sistema documentario della Chiesa senese in età pretridentina (secoli XIV-XVI)</hi>, Accademia degli Intronati, Roma 2005, <hi rend="italic">ad ind</hi>.).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-038-backlink">28</ref></hi>	ASS, <hi rend="italic">Diplomatico, San Sebastiano</hi>, 1361 luglio 13. Di tale codicillo non sembra informato ser Geri di ser Nello, che pure denuncia un altro codicillo con il quale Tommaso Colombini, il 17 febbraio 1363, aveva cancellato dal proprio testamento un altro legato (ASS, <hi rend="italic">Gabella dei contratti</hi> 68, f. LXXXIIIrv). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-037-backlink">29</ref></hi>	ASS, <hi rend="italic">Diplomatico, San Sebastiano</hi>, 1365 gennaio 19 (stile senese).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-036-backlink">30</ref></hi>	Petrocchi, <hi rend="italic">Le lettere</hi>, cit., p. 64.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-035-backlink">31</ref></hi>	<hi rend="italic">Le lettere del B. Giovanni Colombini</hi>, cit., p. 161, nu. LIV. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-034-backlink">32</ref></hi>	<hi rend="italic">Le lettere del B. Giovanni Colombini </hi>cit., pp. 146, 149, nu. XLIX («A Caterina di messer frate Tommaso Colombini»); Petrocchi, <hi rend="italic">Le lettere</hi>, cit., pp. 66-67; A. Benvenuti Papi, <hi rend="italic">“In castro poenitentiae”. Santità e società femminile nell’Italia medievale</hi>, Herder, Roma 1990, p. 520. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-033-backlink">33</ref></hi>	I due fatti sono narrati l’uno di seguito all’altro da F. Belcari, <hi rend="italic">Vita del B. Giovanni Colombini da Siena, fondatore de’ poveri Gesuati</hi>, Imola 1831, pp. 51, 53 ss. Tuttavia restano molti dubbi sulla cronologia degli avvenimenti che segnarono l’esistenza del Beato Colombini. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-032-backlink">34</ref></hi>	<hi rend="italic">Le lettere del B. Giovanni Colombini</hi> cit., p. 159, nu. LII; Benvenuti Papi, <hi rend="italic">“In castro poenitentiae”</hi>, cit., pp. 417 ss., 466, 522, 524 nt. 285; Gagliardi, <hi rend="italic">I</hi> pauperes Yesuati, cit., p. 236.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-031-backlink">35</ref></hi>	C. Gennaro, <hi rend="italic">Giovanni Colombini e la sua brigata</hi>, «Bullettino dell’Istituto storico italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano», 81, 1969, p. 246 nt. 3.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-030-backlink">36</ref></hi>	<hi rend="italic">Le lettere del B. Giovanni Colombini</hi> cit., pp. 162-164, nu. LVI; Benvenuti Papi, <hi rend="italic">“In castro poenitentiae”</hi>, cit., p. 524 nt. 287.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-029-backlink">37</ref></hi>	Il Beato lo cita in un’altra lettera a Caterina, dove menziona anche Giovanni d’Ambrogio d’Agnolino, «che fu compagno d’Adoardo e mio», rallegrandosi perché «sabbato si scalzò», evidentemente per entrare tra i gesuati (<hi rend="italic">Le lettere del B. Giovanni Colombini </hi>cit., p. 161, nu. LIV; Gagliardi, <hi rend="italic">I</hi> paupers Yesuati, cit., p. 322).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-028-backlink">38</ref></hi>	J.P. Kirsch, <hi rend="italic">Die Rückkehr der Päpste Urban V und Gregor XI von Avignon nach Rom. Auszüge aus den Kameralregistern des Vatikanischen Archivs</hi>, Paderborn 1898, p. 44; G. Pirchan, <hi rend="italic">Italien und Kaiser Karl IV. in der Zeit seiner zweiten Romfahrt</hi>, II, Prag 1930, p. 150*.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-027-backlink">39</ref></hi>	ASS, <hi rend="italic">Consiglio generale</hi> 183, ff. 91v-92r, parzialmente trascritto da A. Liberati, <hi rend="italic">Le Gesuate di Vallepiatta (Siena)</hi>, «Bullettino senese di storia patria», XL, 1933, p. 417; l’estratto dal verbale del Consiglio generale del 18 ottobre 1373, contenente il testo della petizione di «noi povere cioè Caterina filliuola di messer Tommaso Colombini e le compagne, le quali povere stanno in valle piacta ine dala porta di Santo Sano», si legge in ASS, <hi rend="italic">Diplomatico, San Sebastiano</hi>, 1373 ottobre 18.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-026-backlink">40</ref></hi>	ASS, <hi rend="italic">Diplomatico, San Sebastiano</hi>, 1369 aprile 7-maggio 7. Prete Biagio di Naddo era rettore della chiesa di San Donato almeno dal 1352 (cfr. G. Piccinni, <hi rend="italic">Il Banco dell’Ospedale di Santa Maria della Scala e il mercato del denaro nella Siena del Trecento</hi>, Pacini, Pisa 2012, pp. 128, 161, 181). Il 15 gennaio 1371 lo stesso Biagio utilizzò per intero la somma depositata presso Nanni di ser Vanni per acquistare un appezzamento di terra lavorata con casa e ulivi ed altri alberi presso San Giovanni a Cerreto (ASS, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, <hi rend="italic">San Sebastiano</hi>, 1370 gennaio 15 [stile senese]).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-025-backlink">41</ref></hi>	ASS, <hi rend="italic">Diplomatico, San Sebastiano</hi>, 1370 luglio 6. Sui passaggi di proprietà che interessarono il complesso immobiliare nelle sue parti, prima dell’acquisto da parte di Caterina Colombini e delle sue seguaci, rinvio alla mia recente ricostruzione fondata sui documenti provenienti dall’archivio delle gesuate (P. Nardi, <hi rend="italic">Le Gesuate in Vallepiatta prima della fondazione di San Sebastiano</hi>, in Contrada Della Selva, <hi rend="italic">...Più bella e più ornata… Due secoli di fede e passione in San Sebastiano in Vallepiatta</hi>, a cura di M. Anselmi Zondadari, Extempora, Siena 2018, pp. 19-26).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-024-backlink">42</ref></hi>	G. Cherubini, <hi rend="italic">Signori, contadini , borghesi. Ricerche sulla società italiana del Basso Medioevo</hi>, La Nuova Italia, Firenze 1974, pp. 248-249, 291.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-023-backlink">43</ref></hi>	G. Bigwood, A. Grunzweig, <hi rend="italic">Les livres des comptes des Gallerani</hi>, II: <hi rend="italic">Introduction et tables</hi>, Bruxelles 1962, pp. 26 ss., 38 ss. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-022-backlink">44</ref></hi>	Cherubini, <hi rend="italic">Signori</hi>, cit., p. 398; G. Bonelli, <hi rend="italic">Ser Cristofano di Gano Guidini. Biografia di un notaio senese del Basso Medioevo (1342-1410)</hi>,<hi rend="italic"> </hi>tesi di laurea discussa nell’Università degli studi di Siena, Facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 2003-2004, rel. prof. G. Piccinni, p. 133. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-021-backlink">45</ref></hi>	Misciattelli, <hi rend="italic">Le lettere di Santa Caterina</hi>, cit., II, Siena 1922, nu. CVII, pp. 175-178. Il 17 novembre 1366 Niccolò e Nofrio vendettero a Luigi del fu Luigi Gallerani un appezzamento di terra lavorata nella ‘curia’ di San Gimignanello (ASS, <hi rend="italic">Gabella dei contratti</hi> 74, f. XVv). Nel dicembre del 1385 Luigi di Luigi Gallerani si sarebbe obbligato per cinquanta fiorini d’oro nei confronti dell’ebreo Consiglio Dattari (ASS, <hi rend="italic">Gabella dei contratti</hi> 109, f.68v), che poche settimane prima aveva acquistato per sé e altri tre israeliti la terza parte <hi rend="italic">pro indiviso</hi> delle rendite del palazzo, torre e casamento dei Gallerani (ivi, f. 68r). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-020-backlink">46</ref></hi>	ASS, <hi rend="italic">Gabella dei contratti</hi> 73, f. XXXIv; cfr. anche ivi, 110, f. 101r. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-019-backlink">47</ref></hi>	Benvenuti Papi, <hi rend="italic">“In castro poenitentiae”</hi>, cit., p. 523. Si vedano inoltre: Belcari, <hi rend="italic">Vita del B. Giovanni Colombini</hi>, cit., p. 75; Pardi, <hi rend="italic">Il Beato Giovanni Colombini</hi>, cit., p. 313; Gennaro, <hi rend="italic">Giovanni Colombini</hi>, cit., pp. 250 ss.; Gagliardi, <hi rend="italic">I</hi> pauperes Yesuati, cit., p. 21.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-018-backlink">48</ref></hi>	<hi rend="italic">Le lettere del B. Giovanni Colombini</hi> cit., p. 157, nu. LI; Piccinni, <hi rend="italic">Il banco dell’Ospedale</hi>, cit., p. 187.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-017-backlink">49</ref></hi>	Per le sue attività finanziarie dal 1361 al 1379 si veda, ad es.: ASS, <hi rend="italic">Gabella dei contratti</hi> 65, f. XXXIIrv, 67, ff. 28v, 53v; Piccinni, <hi rend="italic">Il banco dell’Ospedale</hi>, cit., p. 137 nt. 120.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-016-backlink">50</ref></hi>	<hi rend="italic">Documenti per la storia dei rivolgimenti politici del Comune di Siena dal 1354 al 1369</hi>, pubbl. con intr. e indici di G. Luchaire, Paris-Lyon 1906, pp. 133, 153; A. Rutigliano, <hi rend="italic">Lorenzetti’s Golden Mean. The Riformatori of Siena, 1368-1385</hi>, New York <hi rend="italic">et al</hi>. 1991, pp. 153, 178; A. Giorgi, <hi rend="italic">Il carteggio del Concistoro della Repubblica di Siena (Spogli delle lettere: 1251-1374)</hi>, «Bullettino senese di storia patria», XCVII, 1990, pp. 318, 356, 527; <hi rend="italic">Cronaca senese di Donato di Neri e di suo figlio Neri</hi>, in A. Lisini, F. Iacometti (a cura di),<hi rend="italic"> Cronache senesi</hi>, N. Zanichelli, Bologna 1931-1939 (Rerum italicarum scriptores, XV, VI), pp. 637, 642, 647. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-015-backlink">51</ref></hi>	Raimondo da Capua, <hi rend="italic">Legenda maior</hi>, ed. critica a cura di S. Nocentini, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2013, pp. 289-292 (pars secunda, cap.septimum, nn. 48-59); cfr. P. Nardi, <hi rend="italic">Santa Caterina e Siena</hi>, in A. Bartolomei Romagnoli, L. Cinelli, P. Piatti (a cura di), <hi rend="italic">Virgo digna coelo. Caterina e la sua eredità. Raccolta di studi in occasione del 550° anniversario della canonizzazione di Santa Caterina da Siena</hi> <hi rend="italic">(1461-2011)</hi>, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2013, p. 227.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-014-backlink">52</ref></hi>	ASS, <hi rend="italic">Consiglio generale</hi> 183, ff. 91v-92r; <hi rend="italic">Diplomatico, San Sebastiano</hi>, 1373 ottobre 18. Da notare che il 27 febbraio 1372 Caterina aveva venduto a tale maestro Nerio del fu Meo di Nerio da Siena una casa posta in Siena, contrada di Vallepiatta, al prezzo di cinquanta <hi rend="italic">librae</hi> di denari (ASS, <hi rend="italic">Gabella dei contratti</hi> 82, f. LIr). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-013-backlink">53</ref></hi>	ASS, <hi rend="italic">Consiglio generale</hi> 183, ff. 91v-92r; <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, <hi rend="italic">San Sebastiano</hi>, 1373 ottobre 18.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-012-backlink">54</ref></hi>	ASS, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, <hi rend="italic">San Sebastiano</hi>, 1373 agosto 5.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-011-backlink">55</ref></hi>	ASS, <hi rend="italic">Consiglio generale</hi> 183, ff. 91v-92r; <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, <hi rend="italic">San Sebastiano</hi>, 1373 ottobre 18. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-010-backlink">56</ref></hi>	ASS, <hi rend="italic">Consiglio generale</hi> 190, ff. 35v, 38v; <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, <hi rend="italic">San Sebastiano</hi>, 1380 aprile 9. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-009-backlink">57</ref></hi>	ASS, <hi rend="italic">Diplomatico, San Sebastiano</hi>, 1403 luglio 21-agosto 22.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-008-backlink">58</ref></hi>	ASS, <hi rend="italic">Gabella dei contratti</hi>, 140, f.15v. Caterina Colombini morì, com’è noto, il 20 ottobre 1387 (Piazzoni, <hi rend="italic">Colombini, Caterina</hi>, cit., p. 147). Giovanna Marescotti morì per prima, il 19 febbraio 1384, perché a tale data Simona Gallerani «ex pauperibus Jesuastis que morantur in populo sancti Johannis et contrata Vallis Piacte de Senis» è qualificata come sua erede mentre vende tre appezzamenti di terra nel Padule d’Orgia a tre diversi acquirenti, tra i quali il fratello di Giovanna, Fazio del fu Francesco di Mino di Fazio, cognato di Caterina (ASS, <hi rend="italic">Gabella dei contratti</hi>, 106, f. 48v).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-007-backlink">59</ref></hi>	ASS, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, <hi rend="italic">San Sebastiano</hi>, 1403 luglio 21-agosto 22. Domitilla (Cristofora) «una ex pauperibus de Vallepiacta» era ancora viva il 30 giugno 1407 (ASS, <hi rend="italic">Gabella dei contratti</hi>, 147, f. 10r). Difficile dire se costei fosse sorella di Giovanna, anch’ella figlia di un Francesco Marescotti. Sul canonico Giorgio d’Andrea Tolomei, canonista e autorevole membro del capitolo, nonché possessore di molti manoscritti, tra i quali un codice dell’epistolario cateriniano in volgare, si veda E. Mecacci, <hi rend="italic">Contributo allo studio delle biblioteche universitarie senesi (Alessandro Sermoneta – Giorgio Tolomei – Domenico Maccabruni)</hi>, «Studi senesi», XCVII, 1985, pp. 132-135, 165-174.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-006-backlink">60</ref></hi>	Gennaro, <hi rend="italic">Giovanni Colombini</hi>, cit., p. 270 nt. 1. Paola Foresi era figlia di ser Ghino di Forese, notaio della curia episcopale senese, deceduto nel 1358 (Pardi, <hi rend="italic">Della vita e degli scritti</hi>, cit., pp. 227-230; Benvenuti Papi, <hi rend="italic">“In castro poenitentiae”</hi>, cit., <hi rend="italic">ad ind</hi>.; Chironi, <hi rend="italic">La mitra e il calamo</hi>, cit., <hi rend="italic">ad ind</hi>.; Piccinni, <hi rend="italic">Il banco dell’Ospedale</hi>, cit., pp. 160, 181). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-005-backlink">61</ref></hi>	P.F. Kehr, <hi rend="italic">Italia Pontificia</hi>, III, <hi rend="italic">Etruria</hi>, Berolini 1908, p. 224.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-004-backlink">62</ref></hi>	In quell’anno, infatti, il Papato era travagliato dalle vicende dello scisma d’Occidente ed a Roma e nello Stato pontificio era attivo solo l’antipapa Giovanni XXIII: F.-Ch. Uginet, <hi rend="italic">Giovanni XXIII, antipapa</hi>, in <hi rend="italic">Dizionario biografico degli Italiani</hi>, LV, Roma 2000, pp. 622 ss.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-003-backlink">63</ref></hi>	ASS, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, <hi rend="italic">San Sebastiano</hi>, 1412 dicembre 2.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-002-backlink">64</ref></hi>	ASS, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, <hi rend="italic">San Sebastiano</hi>, 1417 maggio 7-giugno 10. Molto ardua è l’identificazione di questa autorevole gesuata. Nelle fonti perugine si trova – è vero – menzionato «Andreucciolus (Andrutius, Andreutius) Petri (Petrutii)»: A.M. Sartore (a cura di), <hi rend="italic">Le pergamene dell’Ospedale di S.Maria della Misericordia di Perugia. Dalle origini al 1400. Regesti</hi>, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Roma 2005, <hi rend="italic">ad ind</hi>., né si può dimenticare la novella del Boccaccio sull’avventura napoletana occorsa ad Andreuccio di Pietro da Perugia, sensale di cavalli (G. Boccaccio, <hi rend="italic">Decameron, Filocolo, Ameto, Fiammetta</hi>, a cura di E. Bianchi, C. Salinari, N. Sapegno, Riccardo Ricciardi Editore, Milano-Napoli 1952, p. 99): non pochi particolari e personaggi della celebre novella, infatti, sono storici, come ha dimostrato Benedetto Croce nella sua mirabile rilettura (B. Croce, <hi rend="italic">La novella di Andreuccio da Perugia</hi>, in Id., <hi rend="italic">Storia e leggende napoletane</hi>, Laterza, Bari 1948, pp. 72-76, 82-84). Tuttavia, nel nostro caso, si tratta solo di un’ipotesi, per quanto suggestiva. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-001-backlink">65</ref></hi>	ASS, <hi rend="italic">Diplomatico</hi>, <hi rend="italic">San Sebastiano</hi>, 1443 settembre 11; cfr. <hi rend="italic">Bullarium franciscanum continens constitutiones epistolas diplomata Romanorum Pontificum Eugenii IV et Nicolai V ad tres ordines S. P. N. Francisci spectantia</hi>, coll. et ed. Fr. U.Hüntermann O.F.M., nova series, tomus I (1431-1455), Ad Claras Aquas (Quaracchi) prope Florentiam, MCMXXIX, pp. 345-346 nu. 725.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="6.html#footnote-000-backlink">66</ref></hi>	Dufner, <hi rend="italic">Geschichte</hi>, cit., pp. 411-418; R. Guarnieri, <hi rend="italic">Gesuate</hi>, in <hi rend="italic">Dizionario degli Istituti di Perfezione</hi>, diretto da G. Pelliccia e da G. Rocca, IV, Roma 1977, coll. 1114-1116.</p>
      
      
      
      
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        </listBibl>
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