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        <title type="main" level="a">I laudari gesuati: la raccolta poetica del Bianco da Siena</title>
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          <resp>This is a section of <title>Le vestigia dei gesuati</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-228-7</idno>) by </resp>
          <name>Isabella Gagliardi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2020">2020</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-228-7.09</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The extensive poetic collection of Bianco da Siena reflects the rich spirituality of Jesuates as, under the generic definition of «lauds», there are writings belonging to different literary genres, such as the abecedary, the acrostic, the epistle and the preaching in verse, the mystical, penitential, santoral, Marian lauda, ​​in addition to the paraphrase of prayers. The characteristic themes of «jesuate piety» often emerge in his compositions, such as the repetition of the name of Jesus, the desire to be dishonored, the importance of prayer, the Immaculate Conception, the devotion to the pope and to the clergy. A «jesuate specificity» emerges, intended to spread the «affective mysticism» of Carthusian matrix first of all among the Jesuates, but more generally among the true lovers of God.</p>
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            <item>Bianco da Siena</item>
            <item>Jesuates</item>
            <item>Lauda</item>
            <item>Preaching in verse</item>
            <item>Abecedary</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-228-7.09<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-228-7.09" /></p>
      
      
      <p rend="h1_chapter">I laudari gesuati: la raccolta poetica del Bianco da Siena</p><p rend="h1_author">Silvia Serventi</p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Sommario</hi>: L’ampia raccolta poetica del Bianco da Siena rispecchia la ricca spiritualità dei gesuati in quanto, sotto la generica definizione di «laudi», si trovano scritti appartenenti a diversi generi letterari, come l’abecedario, l’acrostico, l’epistola e la predicazione in versi, la lauda mistica, penitenziale, santorale, mariana, oltre alla parafrasi di preghiere. Nei suoi componimenti emergono spesso i temi caratteristici della «pietà gesuata» come la ripetizione del nome di Gesù, il desiderio di essere disonorati, l’importanza dell’orazione, l’Immacolata Concezione, la devozione per il papa e per il clero. Emerge una «specificità gesuata», intesa a diffondere la «mistica affettiva» di matrice certosina prima di tutto tra i gesuati, ma più in generale tra i veri amanti di Dio.</p><p rend="h2 ParaOverride-1">1. La lauda a Siena</p><p rend="text">La storia della lauda è strettamente legata a Siena in quanto è proprio in questa città che nel 1267 nasce la prima compagnia di Laudesi, ovvero la confraternita di S. Domenico in Campo Regio fondata dal domenicano Ambrogio Sansedoni, ed è proprio grazie a tali compagnie che si sviluppa la forma della lauda ballata e nascono laudari corredati da melodie, come quello di Cortona<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-088-backlink"><ref target="9.html#footnote-088">1</ref></hi></hi>. Tuttavia il più antico laudario superstite a Siena non proviene da queste confraternite ‘specializzate’ nel canto delle lodi divine, bensì dai Disciplinati di S. Maria della Scala: si tratta del manoscritto I.VI.9 della Biblioteca Comunale di Siena, datato 1330 e contenente ventuno laudi, di cui sedici sulla Passione – tema caratteristico dei Disciplinati – e cinque sul tema dell’amore divino<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-087-backlink"><ref target="9.html#footnote-087">2</ref></hi></hi>. Proprio queste ultime, dal tono meno drammatico e più meditativo, sembrano aver fornito degli spunti significativi sia al Bianco da Siena che ad altri gesuati. Tra esse si segnala la nota lauda cortonese <hi rend="CharOverride-1">Troppo perde el tempo chi ben non t’ama</hi>,<hi rend="CharOverride-1"> </hi>nella quale compare tre volte l’aggettivo dal doppio prefisso <hi rend="CharOverride-1">sopr’ogni </hi>che sarà tipico del linguaggio del Bianco<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-086-backlink"><ref target="9.html#footnote-086">3</ref></hi></hi>, ed ancora più influente risulta la lauda XIX del laudario confraternale, <hi rend="CharOverride-1">Dilecto Iesù Cristo / d’amor per te languischo</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-085-backlink"><ref target="9.html#footnote-085">4</ref></hi></hi>: il suo <hi rend="CharOverride-1">incipit</hi> e quello del componimento sopra citato sembrano infatti fondersi in <hi rend="CharOverride-1">Diletto Gesù Cristo chi ben t’ama</hi>, una lauda composta da uno dei poverelli di Cristo che veniva cantata nei primi tempi della compagnia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-084-backlink"><ref target="9.html#footnote-084">5</ref></hi></hi>. Anche il Bianco scrive un componimento dall’<hi rend="CharOverride-1">incipit </hi>simile, <hi rend="CharOverride-1">Dilecto mio Iesù, mio gran disio</hi>, e riprende con una certa frequenza due temi presenti nella lauda dei Disciplinati, come la descrizione delle gerarchie angeliche e la considerazione «ch’ogne loda di gente / è quasi un bastemiare»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-083-backlink"><ref target="9.html#footnote-083">6</ref></hi></hi>. L’influsso dei Disciplinati di S. Maria della Scala sulla produzione laudistica dei gesuati non stupisce dato che il Colombini subito dopo la conversione aveva esercitato la propria attività presso l’ospedale collegato alla confraternita e probabilmente lo stesso aveva fatto anche il Bianco, il quale confessa la mancata assistenza verso anziani infermi: «Nell’odorato molt’aggio peccato: / de’ vecchi infermi mi sono sdegnato, / i qua’ servir non mi so’ dilectato, / sì so’ matto»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-082-backlink"><ref target="9.html#footnote-082">7</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">2. Le laudi di Giovanni Colombini e dei primi seguaci</p><p rend="text">Come dunque si usava nelle confraternite, l’abitudine di cantare laudi scandiva la vita pubblica dei gesuati: scorrendo le lettere del Colombini si viene infatti a sapere che si cantavano delle laudi durante la cerimonia di ingresso nella brigata<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-081-backlink"><ref target="9.html#footnote-081">8</ref></hi></hi> e vediamo l’autore stesso impegnato nella trasmissione di questi testi, come risulta da una lettera ad alcuni domenicani di Pisa: </p><p rend="quotation_a">Carissimi in Jesù Cristo, sentendo el vostro santo desiderio e fervore sì vi mandiamo questa lalda, che à fatta uno nostro fratello, la quale contiene tutta la passione. Per la fretta non l’abbiamo ben corretta; temiamo che lo scrittore non vi abbia fatti falsi. Il modo del canto vi manderemo notato, però che è molto bello e devoto; non dubitiamo che a voi e a’ frategli vostri darà grande consolazione; nella nostra compagnia assai ne dà, e quasi altro non vi si canta<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-080-backlink"><ref target="9.html#footnote-080">9</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il desiderio di trasmettere quanto prima la lauda ai destinatari porta il mittente a trascurare la correttezza del testo, motivo per lui di rammarico, superato tuttavia in quanto doveva trattarsi di un componimento molto amato dalla compagnia, che univa il tema drammatico proprio dei Disciplinati alla notazione musicale caratteristica dei Laudesi. L’interesse per le laudi emerge anche in un’epistola rivolta alla badessa di S. Bonda, nella quale il Colombini afferma di aver trascritto con l’aiuto del compagno Giacomo di misser Grisolo, che ne era in possesso, tutte le laudi di Niccolò di Mino Cicerchia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-079-backlink"><ref target="9.html#footnote-079">10</ref></hi></hi>. Sotto questa indicazione generica si allude probabilmente ai due cantari in ottave che il noto caterinato aveva dedicato alla <hi rend="CharOverride-1">Passione </hi>e alla <hi rend="CharOverride-1">Risurrezione </hi>di Cristo: il primo componimento, che conobbe una maggiore diffusione, si legge tra l’altro in due testimoni delle laudi del Bianco, ed era certamente tra le letture di quest’ultimo dato che ne trasse ispirazione per alcuni versi della lauda XCV<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-078-backlink"><ref target="9.html#footnote-078">11</ref></hi></hi>. Un’ulteriore conferma dell’importante ruolo svolto dalle laudi nella «brigata» dei gesuati si trova nella <hi rend="CharOverride-1">Vita del Colombini </hi>di Feo Belcari, dove viene riferita esattamente quale lauda venne cantata in occasione della conversione di uno dei figli di Niccolò da Nerdusa: «E ivi il poverello di Cristo Giovanni godendo dell’onore d’Iddio, insieme con un suo compagno nominato il Boccia cantarono una divota laude ch’incomincia: <hi rend="CharOverride-1">Diletto Gesù Cristo chi ben t’ama</hi>; e poi in mezzo di loro lo menarono al duomo»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-077-backlink"><ref target="9.html#footnote-077">12</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Si ritiene che questa lauda, che esprime il desiderio di cantare e giubilare per l’amore verso il Cristo, sia stata composta dallo stesso Colombini, anche se non è escluso che l’attribuzione derivi proprio dall’inserimento nella sua biografia<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-076-backlink"><ref target="9.html#footnote-076">13</ref></hi></hi>. A lui si devono anche altri componimenti, tra i quali si segnala, per la certezza dell’attribuzione, <hi rend="CharOverride-1">In su quell’alto monte</hi>: la lauda, modulata sulla poesia profana <hi rend="CharOverride-1">En su quel monte / chiara vi surge la fontanella</hi>, è rimasta in numerosi codici, ma solo due la riportano con il commento in prosa del Bianco da Siena: il manoscritto Rossiano 651 della Biblioteca Apostolica Vaticana, che è il testimone principale della sua raccolta poetica, e il manoscritto 5-3-1 della Biblioteca Capitolare di Siviglia<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-075-backlink"><ref target="9.html#footnote-075">14</ref></hi></hi>. Quest’ultimo, della prima metà del Quattrocento, è probabilmente un codice dei gesuati in quanto contiene alcuni testi normativi della congregazione in volgare<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-074-backlink"><ref target="9.html#footnote-074">15</ref></hi></hi> e riporta, oltre al testo in questione, la lauda <hi rend="CharOverride-1">Sta’ forte, dico forte yesuato </hi>(c. 54r) e altri due componimenti del Bianco in cui sono versificati il <hi rend="CharOverride-1">Pater </hi>e il <hi rend="CharOverride-1">Credo</hi>, testimoni della centralità della preghiera nella pietà gesuata<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-073-backlink"><ref target="9.html#footnote-073">16</ref></hi></hi>. Il monte di cui parla il Colombini nella lauda viene interpretato dal Bianco come l’umanità di Cristo, la fontana come la sua umiltà e l’acqua traboccante come la grazia divina:</p><p rend="quotations_quotation_b1">In su quell’alto monte</p><p rend="quotations_quotation_b2">è la fontana, che trabocch’ella:</p><p rend="quotations_quotation_b2">d’oro si à le sponde</p><p rend="quotations_quotation_b3">e è d’argento la suo cannella<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-072-backlink"><ref target="9.html#footnote-072">17</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">L’autore, dopo aver chiesto alla Vergine di dare da bere alla sua anima e di legarla con la catena delle virtù<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-071-backlink"><ref target="9.html#footnote-071">18</ref></hi></hi>, invia la propria ballata a cercare «città, ville, castella» per trovare chi preghi per lui, in modo che Dio lo riceva «fra la suo piccola brigatella, / che nel mondo militia, / ma poi in ciel triunferà ella»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-070-backlink"><ref target="9.html#footnote-070">19</ref></hi></hi>. La «brigatella» alla quale fa qui riferimento potrebbe essere quella dei gesuati, considerati, come la Chiesa stessa, militanti in terra e trionfanti in cielo. Probabilmente il Colombini fu autore anche di altre laudi, ma il problema attributivo rimane tuttora di difficile soluzione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-069-backlink"><ref target="9.html#footnote-069">20</ref></hi></hi>; quel che è certo è che sia lui sia diversi dei suoi seguaci si dedicarono a questo genere poetico, da Crisostomo a Paolino da Pistoia, dal beato Antonio da Siena alla stessa cugina del beato Giovanni, Caterina Colombini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-068-backlink"><ref target="9.html#footnote-068">21</ref></hi></hi>. Due laudi di quest’ultima – indicata nel testimone manoscritto Magliabechiano-Strozziano XXXVIII 130 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze come «Caterina povera» – furono trascritte da Neri Pagliaresi, altro noto discepolo e segretario di santa Caterina da Siena, insieme ad alcuni suoi componimenti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-067-backlink"><ref target="9.html#footnote-067">22</ref></hi></hi>. Nella prima lauda della fondatrice della congregazione delle gesuate, <hi rend="CharOverride-1">Signor, per cui amore / siam disposte a morire</hi>, viene affidata a Dio «la brigata tutta», mentre nella seconda, <hi rend="CharOverride-1">Amor, trasformato / di Dio signor servo, e fattor fattura </hi>si esaltano il mistero dell’incarnazione e la figura della Vergine: l’autrice la descrive come «una puella» ed afferma che con gli occhi della mente la vede «star chiusa in cella»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-066-backlink"><ref target="9.html#footnote-066">23</ref></hi></hi>. Oltre alle laudi degli autori sopra ricordati, sappiamo che ve ne furono altre prodotte nella «bottega» dei gesuati, come <hi rend="CharOverride-1">Sempre ti sia in diletto</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-065-backlink"><ref target="9.html#footnote-065">24</ref></hi></hi> ed altri componimenti famosi che circolarono sotto il nome del Bianco o, addirittura, di Iacopone da Todi, pur essendo probabilmente stati scritti da altri membri meno noti della brigata.</p><p rend="h2">3. Il laudario del Bianco come specchio di una complessa spiritualità</p><p rend="text">Oltre che dai Disciplinati di S. Maria della Scala, la cultura e la spiritualità dei gesuati furono influenzate dalle molteplici esperienze religiose che caratterizzavano l’ambiente senese della seconda metà del XIV secolo, come gli agostiniani dell’eremo del Lecceto, il certosino Pietro Petroni, la terziaria domenicana Caterina Benincasa. Fin dalle origini inoltre, come ha mostrato Isabella Gagliardi, la compagnia dà una grande importanza ai volgarizzamenti della Scrittura e dei testi della tradizione monastica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-064-backlink"><ref target="9.html#footnote-064">25</ref></hi></hi>, oltre a tutta una serie di opere suggerite dalle frequentazioni sopra accennate, come le opere di sant’Agostino, di cui compaiono varie eco nel corso della raccolta<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-063-backlink"><ref target="9.html#footnote-063">26</ref></hi></hi>, la <hi rend="CharOverride-1">Theologia mystica </hi>del certosino Ugo di Balma, le opere del domenicano Domenico Cavalca, della stessa Caterina da Siena e di un «caterinato» come il Cicerchia. Notevole fu poi l’influenza francescana nella stessa scelta di vita abbracciata dal Colombini, il quale rifiutò per sé e per i compagni gli ordini sacri e condusse una vita estremamente povera, caratterizzata dalla «mistica letizia» di san Francesco e di Iacopone da Todi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-062-backlink"><ref target="9.html#footnote-062">27</ref></hi></hi>. Questa spiritualità così ricca e sfaccettata trova riscontro nell’ampia silloge dei componimenti del Bianco da Siena, che sotto la generica definizione di «laudi» comprende in realtà scritti appartenenti a diversi generi letterari, come l’abecedario, l’acrostico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-061-backlink"><ref target="9.html#footnote-061">28</ref></hi></hi>, l’epistola in versi, la predicazione in versi, la lauda mistica, penitenziale, santorale, mariana, oltre alla parafrasi di preghiere, di salmi e dell’intera <hi rend="CharOverride-1">Mystica theologia</hi>. Anche dal punto di vista metrico si riscontra una notevole varietà: se infatti il metro prevalente è quello della lauda ballata nelle sue diverse forme – piccola, minore, mezzana, maggiore e senza ripresa –, sono molto numerose anche le terze e le ottave rime, i serventesi caudati e persino le canzoni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-060-backlink"><ref target="9.html#footnote-060">29</ref></hi></hi>. Una tale varietà è dovuta al fatto che i componimenti erano pensati per diversi destinatari solo in parte individuabili: le epistole in versi erano rivolte rispettivamente a Caterina da Siena, ad una badessa e ad alcune monache; un serventese acefalo era indirizzato ad una religiosa che aveva fatto voto di povertà<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-059-backlink"><ref target="9.html#footnote-059">30</ref></hi></hi>. Si può invece ipotizzare che i componimenti particolarmente lunghi e impegnativi dal punto di vista teologico fossero rivolti al gruppo dei gesuati, mentre le laudi catechetiche e mistiche, che conobbero una discreta diffusione, erano probabilmente composte per il più vasto uditorio dei fedeli.</p><p rend="h2">4. I fondatori della «brigata» nella raccolta poetica del Bianco</p><p rend="text">Il Bianco da Siena è il gesuato che ha composto più laudi, tanto che non poteva mancare la citazione di uno dei suoi componimenti nella biografia che ne scrisse Feo Belcari: secondo il racconto, il senese, che si trovava in ritiro presso un’abbazia abbandonata insieme a Nanni da Terranuova, sarebbe tornato verso il compagno cantando la lauda <hi rend="CharOverride-1">L’anima desiderosa / d’amar solamente Dio</hi> e poiché «gittava uno splendore grandissimo e lucidissimo per la faccia», il compagno temette che si trattasse di qualche inganno demoniaco<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-058-backlink"><ref target="9.html#footnote-058">31</ref></hi></hi>. L’occasione che aveva generato il rapimento estatico era uno dei ritiri che i gesuati alternavano ai periodi di apostolato attivo<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-057-backlink"><ref target="9.html#footnote-057">32</ref></hi></hi> ed è con questa connotazione mistica che vediamo raffigurato il Bianco nella lettera incipitaria del principale testimone delle sue opere, il già citato Rossiano 651, dove compare inginocchiato in contemplazione del crocifisso. La biografia del più importante laudografo della «brigata de’ povari» ci porta dalla Toscana a Venezia: il Bianco nacque infatti intorno al 1350 all’Anciolina in Valdarno, fu cardatore di lana a Siena e venne accolto nella compagnia in giovane età dallo stesso Colombini nel 1367. Giunse a Venezia dopo il 1392 e qui morì nel 1399, venendo sepolto nella chiesa di S. Agnese<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-056-backlink"><ref target="9.html#footnote-056">33</ref></hi></hi>. Del suo soggiorno lagunare reca traccia uno dei testimoni principali del suo laudario, il Marciano Italiano IX 182, scritto dal camaldolese Mauro Lapi, il quale riferisce più volte di aver copiato buona parte dei componimenti dal «libro degli ingesuati»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-055-backlink"><ref target="9.html#footnote-055">34</ref></hi></hi>. In effetti a Venezia, tra fine Trecento e Quattrocento, si ricreò quella rete di relazioni che si era formata a Siena tra gesuati, domenicani osservanti e discepoli di santa Caterina<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-054-backlink"><ref target="9.html#footnote-054">35</ref></hi></hi>, tutti accomunati dal desiderio di riforma e da uno spiccato interesse per le laudi. </p><p rend="text">Il senso di appartenenza del Bianco alla «brigata» si manifesta innanzi tutto in due laudi in cui sono espressamente nominati i fondatori e che presentano alcuni motivi che saranno ripresi da Feo Belcari nella sua lauda <hi rend="CharOverride-1">O beato Giovanni Gesuato</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-053-backlink"><ref target="9.html#footnote-053">36</ref></hi></hi>, come la rinuncia alle ricchezze ed il ruolo svolto dalla carità<hi rend="CharOverride-1">.</hi> Entrambi i componimenti del Bianco sono dei lunghi cantari in ottave: nel primo, <hi rend="CharOverride-1">Ave Ierusalem, vision di pace</hi>, si dispiega per molti versi la descrizione della Gerusalemme celeste caratterizzata dall’anafora della forma verbale «vedrai». Qui, tra i beati, sono collocati Giovanni Colombini e Francesco di Mino Vincenti, insieme a tutti i loro seguaci che, dopo aver sofferto per Cristo in terra, godono la pace celeste:</p><p rend="quotation_b">Vedrai da sSiena el beato Giovanni,</p><p rend="quotation_b">vedrai Francesco e ogni lor seguace,</p><p rend="quotation_b">i qua’ per Cristo patir molti affanni:</p><p rend="quotation_b">or son gaudenti in quella somma pace<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-052-backlink"><ref target="9.html#footnote-052">37</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Più ampio è il passaggio a loro dedicato in <hi rend="CharOverride-1">Tu che per caritade cielo e terra</hi>, l’ultimo di una serie di tre cantari dedicati rispettivamente alla fede, alla speranza e alla carità, composti probabilmente a somiglianza dei canti XXIV, XXV e XXVI del <hi rend="CharOverride-1">Paradiso</hi>,<hi rend="CharOverride-1"> </hi>nei quali Dante viene saggiato sulle tre virtù teologali. Come spiega l’autore nel prologo, il testo ripercorre il dispiegarsi dell’azione della carità nell’Antico e nel Nuovo Testamento, per poi prendere in considerazione, dopo gli apostoli, le vergini, i dottori, i padri del deserto, san Benedetto, san Francesco, e, appunto, il Colombini e il suo compagno Vincenti:</p><p rend="quotation_b">La carità novellamente trasse</p><p rend="quotation_b">duo povari della città senese</p><p rend="quotation_b">e tanto fece lor onçone grasse</p><p rend="quotation_b">che per Cristo disperser loro arnese.</p><p rend="quotation_b">Come ciascun de richeççe abondasse </p><p rend="quotation_b">a ciascheduno può esser palese:</p><p rend="quotation_b">l’un ebbe nome Francesco di Mino,</p><p rend="quotation_b">l’altro Giovanni di Pier Colombino,</p><p rend="quotation_b">e qua’ nel mondo furon duo lumiere</p><p rend="quotation_b">di povertà, di vita e di doctrina,</p><p rend="quotation_b">di Cristo seguitaron le bandiere</p><p rend="quotation_b">perché gli trasse carità divina.</p><p rend="quotation_b">Pochi son que’ che seguan loro schiere</p><p rend="quotation_b">per l’ignorança nostra e malina,</p><p rend="quotation_b">la qual ci à dentro nel cuore acecati,</p><p rend="quotation_b">però da pochi sono seguitati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-051-backlink"><ref target="9.html#footnote-051">38</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il termine «lumera» è usato da Dante per indicare le anime luminose del Paradiso e compare in particolare nel canto XI 16 riferito a san Tommaso d’Aquino che si accinge a parlare di san Francesco: «E io senti’ dentro a quella lumera / che prima m’avea parlato, sorridendo / incominciar, faccendosi più mera». Questo richiamo spinge il lettore a collegare le due figure del Colombini e del Vincenti ai due fondatori degli ordini mendicanti ricordati nella <hi rend="CharOverride-1">Divina Commedia</hi>, campioni, rispettivamente, dei due valori qui evidenziati, la povertà e la dottrina.</p><p rend="h2">5. Componimenti rivolti a gesuati</p><p rend="text">Tuttavia, tra le ben centoquarantotto laudi del Bianco non sono molto frequenti i riferimenti espliciti al gruppo al quale egli apparteneva: spicca, proprio per questo, la lauda CXXII che ricorda, sia nella forma metrica che nell’<hi rend="CharOverride-1">incipit</hi>, il serventese <hi rend="CharOverride-1">Poi che sé fatto frate, o caro amico</hi>, composto da Domenico Cavalca per l’entrata di un confratello nell’ordine domenicano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-050-backlink"><ref target="9.html#footnote-050">39</ref></hi></hi>. Questo componimento, che si legge in uno dei principali testimoni delle laudi del Bianco<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-049-backlink"><ref target="9.html#footnote-049">40</ref></hi></hi>, invita a fuggire l’ipocrisia e a cercare invece di essere fedeli alle promesse ricercando il pentimento, l’umiltà, l’obbedienza, la purità di cuore, la castità e l’orazione, che «del mar della Scrittura ell’è la nave»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-048-backlink"><ref target="9.html#footnote-048">41</ref></hi></hi>. Analogamente, il serventese del Bianco è rivolto ad un fratello che si è fatto «pover», ovvero gesuato, il quale viene messo in guardia dalle tentazioni ed è esortato a pentirsi facendo memoria della Passione, anche se mancano i toni tipici della letteratura sul Crocifisso ed il patetismo al quale le laudi iacoponiche avevano abituato l’uditorio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-047-backlink"><ref target="9.html#footnote-047">42</ref></hi></hi>. Di particolare interesse sono alcuni versi in cui l’autore esorta il confratello a guardarsi dal pericolo di diventare prelato, rimarcando così la profonda umiltà che sta alla base della proposta gesuata<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-046-backlink"><ref target="9.html#footnote-046">43</ref></hi></hi>: </p><p rend="quotation_b">In quello stato nel qual sé chiamato</p><p rend="quotation_b">o· resta fermo senç’esser mutato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="9.html#footnote-045">44</ref></hi></hi>:</p><p rend="quotation_b">non t’entri in cuore di farti prelato,</p><p rend="quotation_b">ch’è gran periglio,</p><p rend="quotation_b">se prima non avessi buon consiglio</p><p rend="quotation_b">da un che fusse ben di Dio famiglio,</p><p rend="quotation_b">non deliger s’egli vuol dar di piglio,</p><p rend="quotation_b">caro fratello<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="9.html#footnote-044">45</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">I pericoli spirituali connessi alla carica di prelato, già discussi dal Cavalca nei suoi trattati ed in particolare nella <hi rend="CharOverride-1">Disciplina degli spirituali</hi>, sono qui rimarcati<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="9.html#footnote-043">46</ref></hi></hi>. Un probabile accenno all’abito adottato dalla brigata, costituito da una tonaca bianca, cappa e cappuccio grigi e cintura di cuoio, si trova in <hi rend="CharOverride-1">Discendi, amor sancto</hi>: «El manto ch’i’ mi vesta / si è la carità sancta: / sott’una bigia vesta / humilità si canta»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="9.html#footnote-042">47</ref></hi></hi>, mentre in <hi rend="CharOverride-1">L’amor m’à preso e non so che mi faccia</hi> l’autore, riflettendo sul diverso modo in cui è accolto, riconosce di piacere solo ai familiari di Dio, ovvero probabilmente i gesuati, «li quali mi son veramente frategli, / de’ quali truovo piccola famiglia»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="9.html#footnote-041">48</ref></hi></hi>. Ed ancora, la lauda LXXXII, <hi rend="CharOverride-1">Misericordia, dolcissimo Dio</hi>, presenta un <hi rend="CharOverride-1">incipit </hi>che ricorda la «lauda ufficiale» dei gesuati, <hi rend="CharOverride-1">Misericordia, eterno Dio / pace pace Signor pio</hi>, con cui l’intera brigata chiedeva perdono a Dio<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="9.html#footnote-040">49</ref></hi></hi>. Così i componimenti CXV, CXVII, CXIX-CXXIII, CXLVI, che si presentano come dei brevi trattati sotto forma di confessione dei propri peccati, erano forse pensati per la brigata dei poveri, benché queste formule di atto di dolore potessero essere utilizzate anche al di fuori della loro cerchia. Certamente destinato ai gesuati, o meglio alle gesuate, è la parafrasi versificata della <hi rend="CharOverride-1">Mystica theologia</hi> di Ugo di Balma, un componimento di quasi 1500 versi trasmesso dal solo manoscritto Rossiano e caratterizzato da una serie di rubriche in latino: in esso compaiono infatti quattro appelli ad una figlia spirituale, per la quale l’autore traccia il percorso mistico nella sua interezza che la condurrà all’unione con Dio attraverso la via purgativa e illuminativa<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="9.html#footnote-039">50</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">6. Temi caratteristici della ‘pietà gesuata’</p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-3">Il nome di Gesù</hi></p><p rend="text">Un motivo caratteristico dei gesuati è la ripetizione del nome di Gesù: come nella lettera XV alla badessa di S. Bonda il Colombini esorta la destinataria a gridarlo ovunque<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="9.html#footnote-038">51</ref></hi></hi>, così nel laudario del Bianco troviamo diversi componimenti che iniziano col nome divino: <hi rend="CharOverride-1">Gesù toccami ’l core / col tuo Spirito Sancto</hi> è un’invocazione a Cristo perché doni lo Spirito Santo, in <hi rend="CharOverride-1">Gesù Cristo amoroso, / raluminami ’l cuore</hi> viene sottolineato il motivo del cuore tenebroso del peccatore che deve essere rischiarato da Cristo luce, mentre <hi rend="CharOverride-1">Gesù, sperança dell’anima mia, / morir volesti per salute mia </hi>presenta la preghiera di Gesù nel Getsemani e buona parte della Passione in rima<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="9.html#footnote-037">52</ref></hi></hi>. Tuttavia la lauda in cui il nome divino viene ripetuto ad ogni verso, insieme all’invito ad amarlo, è la XLV, <hi rend="CharOverride-1">Ama Iesù, anima inamorata</hi>, che si presenta come un sommario di tutti i motivi mistici. Gesù è presentato come sposo, come madre che allatta e che spinge ad uscire dal balbettio della culla ed entrare nella vita religiosa:</p><p rend="quotation_b">Ama Iesù, che ti dà ’l dolce lacte,</p><p rend="quotation_b">ama Iesù, che tuo nemici abatte,</p><p rend="quotation_b">ama Iesù, il qual per te combatte,</p><p rend="quotation_b">ama Iesù, dal qual sé rinfrancata. […]</p><p rend="quotation_b">Ama Iesù senç’amar altro nulla,</p><p rend="quotation_b">ama Iesù, con esso ti trastulla,</p><p rend="quotation_b">ama Iesù esce fuor della culla,</p><p rend="quotation_b">ama Iesù diventando velata<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="9.html#footnote-036">53</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il nome di Gesù ricorre in posizione incipitaria anche in altre laudi di carattere mistico, come tre ballate minori le cui riprese contengono delle invocazioni perché l’anima impari ad amare Gesù pienamente e costantemente: «Amor Iesù, dolce ’l mio Salvatore / quando t’amar’io con tutto quanto’l cuore?», «Amor Iesù, dolcissimo, beato, / fammi star sempre di te ’namorato!» e «Dilecto mio Iesù, mio gran disio, / fa’ ch’io ti senta dentro nel cuor mio»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="9.html#footnote-035">54</ref></hi></hi>. Gli stessi temi tornano in due ballate maggiori, «Dolcissimo Iesù, quando / t’amerò con tutt’il core / e a te per vero amore / mi girò sempr’acostando?» e «O Iesù amoroso, / l’anima mia sol di te setisce, / per tu’amor languisce, / desiderando solo ’l tuo riposo»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="9.html#footnote-034">55</ref></hi></hi>. Sembra che il solo nominare il nome sacro spinga il poeta al languore amoroso, facendo venire alla mente l’episodio del presepe di Greccio, quando san Francesco, parlando di Gesù bambino, vinto dall’amore pronunciava «Bethlehem» quasi con un belato: «Saepe quoque cum vellet Christum “Iesum” nominare, amore flagrans nimio, os suum voce sed magis dulci affectione totum implebat»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="9.html#footnote-033">56</ref></hi></hi>. D’altra parte lo stesso Colombini, a Domenico da Monticchiello che gli chiedeva la spiegazione di un passo della lettera di san Paolo a Timoteo sulle visioni mistiche, aveva risposto dicendo che l’unico «dottore» è la potenza di Dio e l’unico scolaro è l’anima, mentre gli altri «ripititori», tra i quali lui stesso, «possono più belare che parlare»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="9.html#footnote-032">57</ref></hi></hi>.</p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-3">La vergogna e il ‘mal patire’</hi></p><p rend="text">Un tema caratteristico del Colombini e dei suoi seguaci ben presente nel laudario è quello della vergogna<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="9.html#footnote-031">58</ref></hi></hi>: tutta la vicenda della conversione del beato senese e del suo compagno Francesco di Mino Vincenti è infatti segnata da una spettacolare penitenza di carattere pubblico consistente nel ricercare la vergogna dove avevano ricevuto onore, a cominciare da piazza del Campo e dal Palazzo pubblico. Come è stato ben messo in luce da Anna Benvenuti Papi e Isabella Gagliardi, i due ex membri del governo dei Nove intendono fare vendetta di sé e stabiliscono un’inversione del rito dell’investitura cavalleresca per chi veniva ammesso nella brigata<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="9.html#footnote-030">59</ref></hi></hi>. Questo motivo, accostabile per certi versi a quello del desiderio di «mal patire» di ascendenza francescana<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="9.html#footnote-029">60</ref></hi></hi>, torna con una certa frequenza nella raccolta poetica del Bianco. In <hi rend="CharOverride-1">Amor Iesù, dolce ’l mio Salvatore</hi> si legge ad esempio:</p><p rend="quotation_b">Di vergogne né d’onore già non cura</p><p rend="quotation_b">l’anima facta per amor matura:</p><p rend="quotation_b">ben è salita in superna altura,</p><p rend="quotation_b">sença paura vive con timore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="9.html#footnote-028">61</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Mentre nella lauda XXXV (vv. 29-36) emerge il vero e proprio desiderio di essere disonorato:</p><p rend="quotation_b">Nel fondo più profondo</p><p rend="quotation_b">discende nel suo cuore:</p><p rend="quotation_b">di ciascun uom del mondo</p><p rend="quotation_b">sé ved’esser minore;</p><p rend="quotation_b">non si cura d’onore,</p><p rend="quotation_b">ma le vergogne brama:</p><p rend="quotation_b">di sé vendetta chiama,</p><p rend="quotation_b">odia sé stesso sempre in ogni canto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="9.html#footnote-027">62</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Parole simili si leggono nella lettera sopra citata che il Colombini scrisse a Domenico da Monticchiello: per il beato Giovanni il terzo stato dell’unione mistica porta alla fusione totale con Cristo, al punto che «grida quell’anima inebriata di Cristo: pazzia, mortificazioni, vergogne; in breve disidera in tutte le cose patire per Cristo, quello che Cristo patì per lei»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="9.html#footnote-026">63</ref></hi></hi>. Ancora più esplicito e affine alla lauda iacoponica <hi rend="CharOverride-1">O Signor, per cortesia, / manname la malsanìa</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="9.html#footnote-025">64</ref></hi></hi>, è il componimento rivolto a Caterina Benincasa dove si legge «Queste sien le penne mie: / scherno e beffe, villanie, / povertadi, infermarie / e la mia vita biasimata»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="9.html#footnote-024">65</ref></hi></hi>.</p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-3">L’orazione e le preghiere</hi></p><p rend="text">In generale, nonostante la varietà dei destinatari ai quali sono rivolti i componimenti – solo in parte pensati per un uso interno alla «brigata» –, si può affermare che il laudario del Bianco da Siena è uno specchio molto fedele della «pietà gesuata»: non è un caso che Isabella Gagliardi nel suo volume sui «pauperes yesuati» citi proprio una sua lauda per definire i caratteri dell’orazione mentale esercitata dalla congregazione. Si tratta di <hi rend="CharOverride-1">L’orazione si è un levamento</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="9.html#footnote-023">66</ref></hi></hi>, nella quale l’autore parte dalla definizione tomistica dell’orazione, «oratio est ascensus intellectus in Deum»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="9.html#footnote-022">67</ref></hi></hi>, che l’Aquinate deriva dal Damasceno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="9.html#footnote-021">68</ref></hi></hi>, per poi passare ad una caratterizzazione più affettiva e mistica:</p><p rend="quotation_b">L’oratione si è un levamento</p><p rend="quotation_b"><hi rend="CharOverride-1">immediate </hi>della mente a Dio,</p><p rend="quotation_b">per gratioso di Dio toccamento.</p><p rend="quotation_b">L’oratïon si è mental disio,</p><p rend="quotation_b">gaudio del cuore, lume d’intellecto,</p><p rend="quotation_b">giubilation nel dolce Iesù pio.</p><p rend="quotation_b">L’oratïon si è legame strecto</p><p rend="quotation_b">che fa legar la sposa con lo sposo:</p><p rend="quotation_b">baciansi ’nsieme per amor perfecto.</p><p rend="quotation_b">L’oratïon si è un dilectoso</p><p rend="quotation_b">sospir, con desider di pervenire</p><p rend="quotation_b">a più perfect’amor col dilectoso<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="9.html#footnote-020">69</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La definizione dell’orazione come di un colloquio tra lo sposo e la sposa deriva da un testo molto amato dai gesuati, la<hi rend="CharOverride-1"> Mystica theologia </hi>di Ugo di Balma<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="9.html#footnote-019">70</ref></hi></hi>, un certosino che riprende l’omonima opera dello Pseudo Dionigi Areopagita dando pieno sviluppo alla cosiddetta «mistica affettiva» alla quale già i Vittorini avevano aperto la strada<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="9.html#footnote-018">71</ref></hi></hi>. L’opera, composta verso la fine del XIII secolo, fu volgarizzata nel 1363 dal notaio Domenico da Monticchiello, seguace del Colombini, e fu versificata dal Bianco tra gli anni Settanta e Novanta del Quattrocento nella lunghissima lauda XXXVI. L’opera era tra le letture fondamentali del Bianco, come risulta dalla breve biografia che gli dedica Feo Belcari, il quale racconta che al demonio che gli era apparso sotto forma di romito chiedendogli di smettere di leggere la <hi rend="CharOverride-1">Mystica theologia </hi>avrebbe così risposto: «Pàrtiti di qui spirito maligno e perverso: io leggerò questo libro al tuo dispetto: però che parla del mio dolcissimo amore, del quale mi voglio empiere quanto ne posso portare<hi rend="CharOverride-1">»</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="9.html#footnote-017">72</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nella direzione dell’orazione mentale e della centralità delle preghiere fondamentali per i membri della «brigata» vanno anche i numerosi componimenti nei quali il Bianco versifica e compie un approfondimento mistico del <hi rend="CharOverride-1">Pater</hi>, dell’<hi rend="CharOverride-1">Ave </hi>e del <hi rend="CharOverride-1">Credo</hi>. <hi rend="CharOverride-1">O Padre nostro, che ne’ cieli stai</hi>, dall’<hi rend="CharOverride-1">incipit </hi>identico alla parafrasi fornita da Dante nell’undicesimo canto del <hi rend="CharOverride-1">Purgatorio</hi>, si basa sullo schema tradizionale delle sette petizioni contenute nell’<hi rend="CharOverride-1">oratio dominica</hi>, ciascuna delle quali occupa un’ottava; alla preghiera mariana sono dedicati due componimenti, <hi rend="CharOverride-1">Ave Marïa, di gratia fontana</hi>,<hi rend="CharOverride-1"> </hi>una parafrasi in ottave in cui viene dato ampio sviluppo alla prima e più antica parte della preghiera, e una canzone che costituisce un <hi rend="CharOverride-1">unicum </hi>nella silloge in quanto è composta da una sola strofa; al <hi rend="CharOverride-1">Credo </hi>infine tre componimenti: uno disposto in ordine alfabetico secondo l’antico modello dell’abecedario, la versificazione del Simbolo Niceno-Costantinopolitano e quella del Simbolo Atanasiano, a conferma dell’importanza attribuita alle professioni di fede da parte dei gesuati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="9.html#footnote-016">73</ref></hi></hi>. Nel <hi rend="CharOverride-1">corpus </hi>si trovano inoltre inni e salmi parafrasati, come i sette salmi penitenziali o il <hi rend="CharOverride-1">Te Deum</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="9.html#footnote-015">74</ref></hi></hi>, a fianco di preghiere originali, dedicate soprattutto alla Vergine, ad ulteriore conferma del fatto che la preghiera può essere definita – secondo le parole della Gagliardi – come il «paradigma carismatico» dei gesuati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="9.html#footnote-014">75</ref></hi></hi>. </p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-3">Le laudi mariane e l’immacolata concezione</hi></p><p rend="text">Le laudi mariane sono tipiche di Siena, la <hi rend="CharOverride-1">civitas Virginis</hi>, come si vede nel laudario di S. Maria della Scala, dove ben quindici componimenti dedicati alla Passione hanno come protagonista Maria<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="9.html#footnote-013">76</ref></hi></hi>. Tale devozione era manifestata dal ciclo di affreschi che Pietro e Ambrogio Lorenzetti avevano realizzato intorno alla metà degli anni Trenta del Trecento sulla facciata dell’ospedale: nonostante esso sia andato completamente distrutto nel 1720, sappiamo che le storie mariane rappresentate erano la Natività, la Presentazione al tempio, lo Sposalizio e il Ritorno alla casa paterna<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="9.html#footnote-012">77</ref></hi></hi>. Interessanti sono in particolare tre laudi mariane (XXVI, 36-40, XLIX 25-28, CVII 7-18) nelle quali il Bianco sostiene l’immacolata concezione di Maria, nonostante il mistero fosse all’epoca ancora controverso<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="9.html#footnote-011">78</ref></hi></hi>. Si tratta di una delle più antiche riflessioni sull’argomento in area italiana, tanto più significativa in quanto – come ricorda Isabella Gagliardi – è purtroppo andato perduto un sonetto di Feo Belcari a sostegno della tesi immaculista<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="9.html#footnote-010">79</ref></hi></hi>. Nella lauda XXVI, <hi rend="CharOverride-1">Vergine benedetta / Madre del Salvatore</hi>, ai versi 37-40, leggiamo infatti:</p><p rend="quotation_b">D’ogni peccato monda</p><p rend="quotation_b">tu fusti, solamente,</p><p rend="quotation_b">o regina gioconda,</p><p rend="quotation_b">d’ogni vertù lucente.</p><p rend="text">Nella parafrasi dell’Ave Maria, contenuta nella lauda XLIX, ai versi 25-28 torna questo tema:</p><p rend="quotation_b">Sopra le donne tu ssè benedecta</p><p rend="quotation_b">E conceputa senç’alcun peccato.</p><p rend="quotation_b">Nel ventre d’Anna voi fuste perfecta,</p><p rend="quotation_b">non fu ma’ nulla di sì grande stato.</p><p rend="text">Ma è solo nella lauda CVII che esso diventa l’argomento principale del componimento, una terza rima basata sui Vangeli apocrifi e sulle <hi rend="CharOverride-1">Vite della Vergine</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="9.html#footnote-009">80</ref></hi></hi>:</p><p rend="quotation_b">Benedetta sie tu, sposa divina,</p><p rend="quotation_b">sença peccato original concetta</p><p rend="quotation_b">nel ventre d’Anna, o nobil fantina.</p><p rend="quotation_b">Laldata sie tu sempre e benedetta,</p><p rend="quotation_b">o glorïosa Vergine beata,</p><p rend="quotation_b">dallo Spirito Santo preeletta,</p><p rend="quotation_b">dal quale, quando fusti generata</p><p rend="quotation_b">nella tuo madre dal tuo padre santo,</p><p rend="quotation_b">sença peccato original creata.</p><p rend="quotation_b">Benedetta sie tu, che porti vanto</p><p rend="quotation_b">sopra a ogni altra creata nel mondo,</p><p rend="quotation_b">d’essar concetta santa, com’i’ canto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="9.html#footnote-008">81</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nell’ambito delle laudi dedicate alla Vergine, vanno segnalati due «ternali», ovvero gruppi di tre componimenti, caratteristici della devozione mariana dei gesuati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="9.html#footnote-007">82</ref></hi></hi>: la lauda XXV dedicata alla natività e all’infanzia di Maria, è seguita dalla XXVI, che contiene le lodi della Vergine, e dalla XXVII sull’Assunzione; un altro ternale può essere considerato il gruppo delle laudi immediatamente seguenti, XXVIII, XXIX, XXX, che presentano identica ripresa, fatta eccezione per una variante nel terzo verso della XXIX dove a ‘sola’ è sostituito ‘sempre’, a sottolineare la perennità della lode dovuta a Maria, anziché la sua unicità come negli altri due casi:</p><p rend="quotation_b">O donna glorïosa,</p><p rend="quotation_b">Madre del sommo bene,</p><p rend="quotation_b">sola ti si conviene</p><p rend="quotation_b">lalde, gloria e honore.</p><p rend="text">Nel primo componimento si pone l’accento sulla somma convenienza della lode alla Vergine e sull’elogio delle tre facoltà dell’anima, memoria, intelletto e volontà; nel secondo il poeta mira al coinvolgimento emotivo dell’ascoltatore o lettore in quanto, per far comprendere la gioia che Maria provò nell’adorazione del proprio figlio bambino, passa in rassegna i cinque sensi e le altre parti del corpo, secondo l’antica pratica devota della <hi rend="CharOverride-1">salutatio membrorum</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="9.html#footnote-006">83</ref></hi></hi>. Il ternale si chiude con una riflessione sulla preelezione divina di Maria e sulla superiorità che ella ebbe rispetto alla massima gerarchia angelica. In quest’ultima lauda la Vergine è per due volte chiamata «mança», ovvero «amante» dal provenzalismo «amanza»: si tratta di un termine del linguaggio amoroso che compare frequentemente nel laudario riferito all’anima innamorata di Cristo, ma che risulta come appellativo della madre anche nella lauda LX sopra citata. La descrizione della Gerusalemme celeste in essa contenuta fa infatti volgere lo sguardo del Bianco dalla schiera dei santi a Maria, «la mança della Trinitade» (v. 450); dopo aver contemplato il momento dell’Annunciazione, il gesuato rivolge a lei la sua preghiera, conclusa, come spesso accade, dalla richiesta di perdono per l’audacia di aver parlato di lei «con tanta ’gnorança» (v. 538).</p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-3">L’ecclesiologia</hi></p><p rend="text">Un ultimo aspetto sul quale vale la pena di soffermarsi è la spiccata devozione per il papa e per il clero che, secondo l’agiografia del Colombini scritta dal beato Giovanni Tavelli da Tossignano, caratterizzava lo stesso fondatore della brigata<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="9.html#footnote-005">84</ref></hi></hi>. Uno dei passi più significativi, nel quale si allude al problema delle eresie, si trova nella lauda VI, <hi rend="CharOverride-1">Tornato è per suo gratia el dolce sposo</hi>, nella quale, in modo analogo a quello che si riscontra nelle lettere di santa Caterina da Siena, al discorso mistico si accosta quello politico, fortemente sentito durante lo scisma d’Occidente<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="9.html#footnote-004">85</ref></hi></hi>:</p><p rend="quotation_b">O tutti amanti che desiderate</p><p rend="quotation_b">d’esser con Cristo, or vi conformate</p><p rend="quotation_b">con sancta Chiesa e non giudicate</p><p rend="quotation_b">el maggior prete,</p><p rend="quotation_b">se non volete uscir dello splendore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="9.html#footnote-003">86</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nelle strofe successive il poeta si sofferma sulla necessità di lasciare il giudizio dell’operato del papa a Cristo. Il tema torna in due componimenti, definibili come formule di confessione, nelle quali l’autore si accusa di aver disprezzato il papa e i sacerdoti e di non essere stato loro obbediente. In particolare nella lauda CXIX il rispetto per il papa e la Chiesa sono tradizionalmente assimilati a quello dovuto ai genitori carnali, come sancito nel quarto comandamento<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="9.html#footnote-002">87</ref></hi></hi>:</p><p rend="quotation_b">La Chiesa, madre di ciascun cristiano,</p><p rend="quotation_b">disubidito ò, misero mondano,</p><p rend="quotation_b">e ’l papa sancto, che n’è capitano,</p><p rend="quotation_b">sì l’ò biasmato,</p><p rend="quotation_b">el qual debb’esser per me honorato</p><p rend="quotation_b">più che collui che m’à ingenerato:</p><p rend="quotation_b">per mie superbia sì l’ò dispregiato,</p><p rend="quotation_b">tanto son fello!<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="9.html#footnote-001">88</ref></hi></hi></p><p rend="text">Lo stesso accade nel lungo cantare dedicato alla carità già citato, all’interno del quale il Bianco ripercorre i dieci comandamenti, dove, a proposito del quarto, scrive:</p><p rend="quotation_b">Torniamo a dir del quarto comandato</p><p rend="quotation_b">che ci comanda el nostro Creatore,</p><p rend="quotation_b">cioè che quel che t’à ingenerato</p><p rend="quotation_b">e alla madre tua renda honore</p><p rend="quotation_b">e ubidire al sommo prelato</p><p rend="quotation_b">di santa Chiesa romana pastore,</p><p rend="quotation_b">al vescovo e anco al tuo padrino</p><p rend="quotation_b">far ti conviene con riverentia inchino.</p><p rend="quotation_b">Contra questo sì fano tutti quegli</p><p rend="quotation_b">ch’al padre e madre non àn rivirentia,</p><p rend="quotation_b">ne’ lor bisogni si fan beffe d’egli</p><p rend="quotation_b">e chi fa contra al papa resistentia,</p><p rend="quotation_b">al vescovo e al padrin so’ ribegli,</p><p rend="quotation_b">dispregiando di far l’ubidientia:</p><p rend="quotation_b">questi cotagli se non tornaranno</p><p rend="quotation_b">a penitentia dannati saranno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="9.html#footnote-000">89</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Emerge dunque, sia pur da queste brevi note, una «specificità gesuata»: infatti, anche se le laudi del Bianco presentano notevoli affinità con i laudari confraternali, come mostra la comunanza di repertorio che include componimenti mariani, santorali, penitenziali, tuttavia l’insistenza sul nome di Gesù, il desiderio di essere disonorati sulla terra, l’interpretazione mistica delle preghiere più note e la versificazione di inni e salmi, sono tutti tentativi di diffondere quella «mistica affettiva» di matrice certosina presso il suo uditorio più scelto costituito dai gesuati e dalle gesuate, ma anche nel cuore di tutti i veri amanti di Dio.</p><p rend="h2">Bibliografia</p><p rend="bib_indx_bib">Allegretti P., <hi rend="CharOverride-1">Un laudario ritrovato: il codice Morara </hi>(<hi rend="CharOverride-1">Cologny, Bibl. 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(a cura di), <hi rend="CharOverride-1">Cantari religiosi senesi del Trecento</hi>, Laterza, Bari 1965.</p><p rend="bib_indx_bib">—, <hi rend="CharOverride-1">Lingua e letteratura italiana dei primi secoli</hi>, a cura di L. Banfi, A. Casadei, M. Ciccuto <hi rend="CharOverride-1">et al</hi>., 2 voll., Giardini, Pisa 1994.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="CharOverride-1">Vita del beato Giovanni Colombini da Siena composta da Feo Belcari e riveduta sopra tre testi a penna dal P. Oderigo Rainaldi</hi>, Roma, Salviucci, 1843.</p><p rend="bib_indx_bib">Volpi G. (a cura di), <hi rend="CharOverride-1">Rime di trecentisti minori</hi>, Sansoni, Firenze 1907.</p><p rend="bib_indx_bib">Walker-Bynum C., <hi rend="CharOverride-1">Sacro convivio, sacro digiuno. Il significato religioso del cibo per le donne nel Medioevo</hi>, Feltrinelli, Milano 2001.</p><p rend="bib_indx_bib">Zambon F. (a cura di), <hi rend="CharOverride-1">Trattati d’amore cristiani del XII secolo</hi>, 2 voll., Fondazione Valla, Milano 2008.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-088-backlink">1</ref></hi>	Faccio riferimento ai numerosi studi di Giorgio Varanini sull’argomento:<hi rend="CharOverride-1"> La lauda nel secolo XIII </hi>e <hi rend="CharOverride-1">Ambrogio Sansedoni fondatore dei Laudesi a Siena</hi>, in G. Varanini, <hi rend="CharOverride-1">Lingua e letteratura italiana dei primi secoli</hi>, a cura di L. Banfi, A. Casadei, M. Ciccuto <hi rend="CharOverride-1">et al</hi>., 2 voll., Giardini, Pisa 1994, I, pp. 173-184 e 185-198.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-087-backlink">2</ref></hi>	Cfr. <hi rend="CharOverride-1">Laudario di S. Maria della Scala</hi>, edizione critica a cura di R. Manetti, Accademia della Crusca, Firenze 1993, pp. VII-XVI e, per le laudi ‘mistiche’ XVII-XXI, pp. 231-299.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-086-backlink">3</ref></hi>	Come ha notato Franca Ageno, tali aggettivi composti derivano dal lessico dello pseudo Dionigi:<hi rend="CharOverride-8"> F. Brambilla Ageno, </hi><hi rend="CharOverride-9">«Soprogni» come doppio prefisso</hi><hi rend="CharOverride-8">, in P. Bongrani, F. Magnani, D. Trolli (a cura di),</hi><hi rend="CharOverride-9"> Studi lessicali</hi><hi rend="CharOverride-8">, introduzione di G. Ghinassi, Clueb, Bologna 2000, pp. 585-588.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-085-backlink">4</ref></hi>	Una diversa redazione della lauda si deve probabilmente al francescano Ugo Panziera: per una discussione sul rapporto tra le due redazioni si veda <hi rend="CharOverride-1">Laudario di S. Maria della Scala</hi>, cit., pp. 265-275 e per il testo<hi rend="CharOverride-1"> </hi>U. Panziera, <hi rend="CharOverride-1">Le laudi</hi>, a cura di V. Di Benedetto, Paoline, Roma 1963, pp. 29-34.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-084-backlink">5</ref></hi>	Cfr. F. Brambilla Ageno, <hi rend="CharOverride-1">Il Bianco da Siena. Notizie e testi inediti</hi>, Società Editrice Dante Alighieri, Genova-Roma-Napoli 1939, p. 14. Il testo della lauda si legge, attribuito a Giovanni Colombini, in <hi rend="CharOverride-1">Laude spirituali di Giesù Christo, della Madonna, et di diversi santi e sante del Paradiso </hi>[<hi rend="CharOverride-1">…</hi>]<hi rend="CharOverride-1"> di nuovo ristampate</hi>, in Bologna, appresso Pellegrino Bonardo, 1579, pp. 19-20.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-083-backlink">6</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-1">Laudario di S. Maria della Scala</hi>, cit., p. 281; alcune consonanze col Bianco da Siena erano già state evidenziate dalla curatrice nelle note ai versi 1 e 39-42 a p. 282. Per i componimenti del Bianco che trattano i temi accennati cfr. Il Bianco da Siena, <hi rend="CharOverride-1">Laudi</hi>, edizione critica a cura di S. Serventi, Antonianum, Roma 2013, Indice tematico, <hi rend="CharOverride-1">s.v.</hi> <hi rend="CharOverride-1">Balbuzie mistica </hi>e <hi rend="CharOverride-1">Gerarchie angeliche</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-082-backlink">7</ref></hi>	Il Bianco da Siena, <hi rend="CharOverride-1">Laudi</hi>, cit., CXX, 33-36, p. 1112.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-081-backlink">8</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-1">Le lettere del B. Giovanni Colombini da Siena pubblicate per cura di Adolfo Bartoli</hi>, Lucca, Balatresi, 1856, lettera LXXXVII, pp. 210-211. Su questo passo si veda anche I. Gagliardi, <hi rend="CharOverride-1">I «pauperes yesuati»</hi> <hi rend="CharOverride-1">tra esperienze religiose e conflitti istituzionali</hi>, Herder, Roma 2004, pp. 92-98 e 321.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-080-backlink">9</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-1">Le lettere del B. Giovanni Colombini</hi>, cit., lettera LXXXVI, p. 209: il testo dell’epistola non è però purtroppo corredato dalla lauda citata.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-079-backlink">10</ref></hi>	Ivi, lettera XXXI, p. 111.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-078-backlink">11</ref></hi>	Il testo della <hi rend="CharOverride-1">Passione</hi> è edito in G. Varanini (a cura di), <hi rend="CharOverride-1">Cantari religiosi senesi del Trecento</hi>, Laterza, Bari 1965, pp. 307-379. I due manoscritti che trasmettono il cantare del Cicerchia insieme a laudi del Bianco sono il Riccardiano 1119 della Biblioteca Riccardiana di Firenze e il Palatino 331 della Biblioteca Nazionale Centrale della stessa città (cfr. Il Bianco da Siena, <hi rend="CharOverride-1">Laudi</hi>, cit., pp. 73-74 e 97-98).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-077-backlink">12</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-1">Vita del beato Giovanni Colombini da Siena composta da Feo Belcari e riveduta sopra tre testi a penna dal P. Oderigo Rainaldi</hi>, Roma, Salviucci, 1843, capitolo IX, p. 31.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-076-backlink">13</ref></hi>	È quanto è avvenuto con Iacopone da Todi o con le clarisse Caterina Vigri e Battista da Varano: si veda S. Serventi, <hi rend="CharOverride-1">Laudi attribuite a Caterina Vigri</hi>, in C. Delcorno, M.L. Doglio (a cura di), <hi rend="CharOverride-1">Rime sacre dal Petrarca al Tasso</hi>, il Mulino, Bologna 2005, pp. 35-61.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-075-backlink">14</ref></hi>	Una breve descrizione del codice si legge in Il Bianco da Siena, <hi rend="CharOverride-1">Laudi</hi>, cit., p. 113. Cfr. J.F. Sáez Guillén, <hi rend="CharOverride-1">Catálogo de manuscritos de la Biblioteca Colombina de Sevilla</hi>, elaboraciòn de índices Pilar Jiménez de Cisneros Vencela, José Francisco Sáez Guillén, Institución Colombina, Sevilla 2002, n. 102, pp. 143-144.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-074-backlink">15</ref></hi>	Alle carte 3r-9r è contenuta una «Copia del consiglio dato per gli infrascripti reverendissimi signori e prelati de la sancta madre ecclesia inducta in vulgare», che comincia: «Ad perpetua memoria de questa cosa e fermeça de questa nostra congregacione e ad conservacione e perpetua duracione»; mentre alle carte 114r-118v si legge «Questo è uno certo preambulo del principio de li modi e costumi overo usance che observa la congregacione vulgarmente decti yhesuapti. Prologo»; <hi rend="CharOverride-1">incipit</hi>: «La sacrosancta madre ecclesia la quale da lo spirito de lo sposo et dio suo è governata e recta».</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-073-backlink">16</ref></hi>	Cfr. Gagliardi, <hi rend="CharOverride-1">I «pauperes yesuati»</hi>, cit., pp. 156-162. Si tratta rispettivamente delle laudi XLVIII e LXXXVII.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-072-backlink">17</ref></hi>	Il Bianco da Siena, <hi rend="CharOverride-1">Laudi</hi>, cit., XC, 1-4, pp. 906-907.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-071-backlink">18</ref></hi>	Sull’importanza delle virtù nel laudario mi sono soffermata in <hi rend="CharOverride-1" >La fede nelle laudi del Bianco da Siena</hi><hi >, in M. Forlivesi, R. Quinto, S. Vecchio (eds.), </hi><hi rend="CharOverride-1" >Fides Virtus. </hi><hi rend="CharOverride-1">The Virtue of Faith from the Twelfth to the Early Sixteenth Century</hi>, in association with G. Liboni, C. Tarlazzi, Aschendorff Verlag, Münster 2014, pp. 449-465.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-070-backlink">19</ref></hi>	Il Bianco da Siena, <hi rend="CharOverride-1">Laudi</hi>, cit., XC, 44-46, p. 910.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-069-backlink">20</ref></hi>	Cfr. Gagliardi, <hi rend="CharOverride-1">I «pauperes yesuati»</hi>, cit., p. 92, nota 248. L’edizione di Pellegrino Bonardo stampata a Bologna nel 1579 citata alla nota 5 gli attribuisce <hi rend="CharOverride-1">Chi serve a Dio con purità di cuore, Diletto Gesù Cristo chi ben t’ama, Gesù toccami il cuore </hi>(che però è la lauda XIV del Bianco), <hi rend="CharOverride-1">Gesù vero redentore, Gesù, Gesù, Gesù, In su quell’alto monte, Misericordia dolcissimo Iddio.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-068-backlink">21</ref></hi>	Vd. G. Dufner, <hi rend="CharOverride-1">Geschichte der Jesuaten</hi>, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1975, pp. 68-76 e per Paolino da Pistoia si veda Gagliardi,<hi rend="CharOverride-1"> I «pauperes yesuati»</hi>, cit., p. 229. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-067-backlink">22</ref></hi>	Il manoscritto, siglato F<hi rend="CharOverride-10">4</hi>, è uno dei più importanti testimoni delle lettere della santa senese: se ne veda una descrizione in G. Frosini, <hi rend="CharOverride-1">Lingua e testo nel manoscritto viennese delle lettere di Caterina</hi>, in L. Leonardi, P. Trifone (a cura di), <hi rend="CharOverride-1">Dire l’ineffabile. Caterina da Siena e il linguaggio della mistica</hi>, Atti del convegno, Siena, 13-14 novembre 2003, Edizioni del Galluzzo per la Fondazione Ezio Franceschini, Firenze 2006, pp. 91-125: 106-108, dove però non è indicata la presenza delle laudi della Colombini.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-066-backlink">23</ref></hi>	Le laudi di Caterina di Tommaso Colombini sono edite in appendice a N. Pagliaresi, <hi rend="CharOverride-1">Rime sacre di certa o probabile attribuzione</hi>, a cura di G. Varanini, Le Monnier, Firenze 1970, pp. 249-253 (le laudi si trovano alle carte 33rv e 16r del manoscritto citato). Su di lei si veda A. Benvenuti Papi, <hi rend="CharOverride-1">“In castro poenitientiae”. Santità e società femminile nell’Italia medievale</hi>, Herder, Roma 1990, pp. 519-528 e Gagliardi, <hi rend="CharOverride-1">I «pauperes yesuati»</hi>, cit., p. 231.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-065-backlink">24</ref></hi>	La lauda è edita tra i componimenti del Bianco da Siena in N. Sapegno (a cura di), <hi rend="CharOverride-1">Poeti minori del Trecento</hi>, Ricciardi, Milano-Napoli 1952, pp. 1129-1130 e in <hi rend="CharOverride-1">Antologia della poesia italiana</hi>,<hi rend="CharOverride-1"> </hi>diretta da C. Segre, C. Ossola, <hi rend="CharOverride-1">I. Duecento-Trecento</hi>, Einaudi-Gallimard, Torino 1997, pp. 913-914. Nella tradizione manoscritta e nelle edizioni più antiche il componimento circola per lo più privo di attribuzione, oppure si riporta la paternità del Bianco, di Iacopone, di Crisostomo gesuato e di Leonardo Giustiniani.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-064-backlink">25</ref></hi>	Cfr. Gagliardi, <hi rend="CharOverride-1">I «pauperes yesuati»</hi>, cit., pp. 162-172.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-063-backlink">26</ref></hi>	All’argomento andrebbe dedicato uno studio a parte, ma basti accennare al fatto che il passo «Sero te amavi, pulchritudo tam antiqua et tam nova» (S. Aureli Augustini, <hi rend="CharOverride-1">Confessionum libri tredecim</hi>, quos post Martinus Skutella<hi rend="CharOverride-1"> </hi>iterum edidit Lucas Verheijen, Turnholti, Brepols 1981, <hi rend="CharOverride-1">Corpus Christianorum. Series Latina</hi>, 10, 27, 38), è riecheggiato quattro volte nella raccolta del Bianco: si vedano le laudi XVII, 366-368, p. 345; XIX, 101, p. 377; XXXVI, 1002, p. 563; CXXXVII, 198, p. 1241.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-062-backlink">27</ref></hi>	Al legame tra Iacopone e il Bianco ho dedicato un contributo dal titolo <hi rend="CharOverride-1">Il linguaggio mistico di Iacopone nel laudario del Bianco da Siena</hi>, in E. Menestò (a cura di), <hi rend="CharOverride-1">La vita e l’opera di Iacopone da Todi</hi>, Atti del convegno di studio, Todi, 3-7 dicembre 2006, CISAM, Spoleto 2007, pp. 725-742.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-061-backlink">28</ref></hi>	Sulla ripresa di questi antichi modelli letterari da parte del gesuato mi sono soffermata in <hi rend="CharOverride-1">L’innologia nel laudario del Bianco da Siena</hi>, «Paideia. Rivista di filologia, ermeneutica e critica letteraria», LXVI, 2011, pp. 227-252.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-060-backlink">29</ref></hi>	L’indicazione specifica per ogni lauda del genere di appartenenza e della forma metrica si trova in Il Bianco da Siena, <hi rend="CharOverride-1">Laudi</hi>, cit., rispettivamente nell’<hi rend="CharOverride-1">Indice ragionato</hi> a p. 1337 e negli <hi rend="CharOverride-1">Schemi metrici</hi> alle pp. 1325-1327. I soli serventesi sono editi in Il Bianco da Siena, <hi rend="CharOverride-1">Serventesi inediti</hi>, a cura di E. Arioli, Ets, Pisa 2012. Su questo genere letterario si veda il progetto <hi rend="CharOverride-1">Corpus dei serventesi caudati</hi> diretto da Claudio Ciociola e consultabile su &lt;www.tlion.sns.it&gt;.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-059-backlink">30</ref></hi>	Si tratta rispettivamente delle laudi LXXII, CIII, CXVI e CXVIII.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-058-backlink">31</ref></hi>	Cfr. <hi rend="CharOverride-1">Parte della vita d’alcuni gesuati composta da Feo Belcari e riveduta sopra testi a penna dal p</hi>. <hi rend="CharOverride-1">Oderigo Rainaldi P</hi>. <hi rend="CharOverride-1">D</hi>. <hi rend="CharOverride-1">O</hi>. <hi rend="CharOverride-1">di Roma</hi>, Roma, Salviucci, 1843, cap. VI, pp. 23-32. Si tratta della lauda L della silloge.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-057-backlink">32</ref></hi>	Cfr. Gagliardi, <hi rend="CharOverride-1">I «pauperes yesuati»</hi>, cit., pp. 255-262 e Ead., <hi rend="CharOverride-1">L’eremo nell’anima. I Gesuati nel Quattrocento</hi>, in <hi rend="CharOverride-1">Ermites de France et d’Italie </hi>(<hi rend="CharOverride-1">XI</hi><hi rend="CharOverride-6">e</hi><hi rend="CharOverride-1">-XIV</hi><hi rend="CharOverride-6">e</hi><hi rend="CharOverride-1"> siècle</hi>), sous la direction d’A. Vauchez, École française de Rome, Rome 2003, pp. 439-459.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-056-backlink">33</ref></hi>	F. Sorelli, <hi rend="CharOverride-1">Per la biografia di Bianco da Siena, gesuato: una testimonianza di Tommaso Caffarini </hi>(<hi rend="CharOverride-1">1403</hi>), «Atti dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti. Classe di Scienze Morali, Lettere ed Arti», CXXXVI, 1977-1978, pp. 531-536.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-055-backlink">34</ref></hi>	Cfr. la voce di F. Brambilla Ageno,<hi rend="CharOverride-1"> Bianco da Siena</hi>, in <hi rend="CharOverride-1">Dizionario Biografico degli Italiani</hi>, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1968, vol. 10, pp. 220-223. Su di lui, autore e copista prolifico, si veda ora la voce <hi rend="CharOverride-1">Maurus Lapi de Florentia</hi>,<hi rend="CharOverride-1"> </hi>in E. Guerrieri, <hi rend="CharOverride-1">Clavis degli autori camaldolesi (secoli XI-XVI)</hi>, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2012, pp. 132-145, n. 28.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-054-backlink">35</ref></hi>	Cfr. Gagliardi, <hi rend="CharOverride-1">I «pauperes yesuati»</hi>, cit., pp. 145 e 333-334.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-053-backlink">36</ref></hi>	La lauda si legge in <hi rend="CharOverride-1">Laude spirituali di Feo Belcari e di altri, comprese nelle quattro più antiche raccolte</hi>, Molini e Cecchi, Firenze 1863, pp. 12-14.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-052-backlink">37</ref></hi>	Il Bianco da Siena, <hi rend="CharOverride-1">Laudi</hi>, cit., LX, 369-372, p. 719.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-051-backlink">38</ref></hi>	Ivi, CXXXVI, 874-889, p. 1230.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-050-backlink">39</ref></hi>	Cfr. L. Simoneschi, <hi rend="CharOverride-1">Saggio di poesie di fra Domenico Cavalca</hi>, Tipografia Stianti e C., Firenze 1888. Il Cavalca è autore anche di numerosi sonetti posti a corredo dei propri trattati: si veda N. Maldina, <hi rend="CharOverride-1">Prediche in versi. Prime osservazioni sul</hi> Trattato delle trenta stoltizie <hi rend="CharOverride-1">di Domenico Cavalca</hi>, in L. Geri, M. Grimaldi (a cura di), <hi rend="CharOverride-1">La lirica in Italia dalle Origini al Rinascimento</hi>, Bulzoni, Roma, in «Studi (e testi) italiani», XXXVIII, 2016, pp. 63-89.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-049-backlink">40</ref></hi>	Si tratta del manoscritto Palatino 205 della Biblioteca Palatina di Parma della fine del XV secolo descritto in Il Bianco da Siena, <hi rend="CharOverride-1">Laudi</hi>, cit., pp. 54-59.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-048-backlink">41</ref></hi>	Il testo si legge in G. Volpi (a cura di), <hi rend="CharOverride-1">Rime di trecentisti minori</hi>, Sansoni, Firenze 1907, pp. 2-9.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-047-backlink">42</ref></hi>	Cfr. <hi rend="CharOverride-1">Iacopone da Todi e la poesia religiosa del Duecento</hi>, introduzione, scelta antologica e commento a cura di P. Canettieri, Bur, Milano 2001, p. 214, dove <hi rend="CharOverride-1">Donna de Paradiso </hi>viene definita come la «prima lauda drammatica» e Iacopone da Todi, <hi rend="CharOverride-1">Laude</hi>, a cura di M. Leonardi, Olschki, Firenze 2010, pp. 147-150.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-046-backlink">43</ref></hi>	Sul rifiuto degli ordini sacri da parte dei gesuati si veda Gagliardi, <hi rend="CharOverride-1">I «pauperes yesuati»</hi>, cit., p. 249.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-045-backlink">44</ref></hi>	Sull’uso, frequente nell’italiano antico, del passato per il presente cfr. F. Brambilla Ageno, <hi rend="CharOverride-1">Il verbo nell’italiano antico. Ricerche di sintassi</hi>, Ricciardi, Milano-Napoli 1964, p. 309.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-044-backlink">45</ref></hi>	Il Bianco da Siena, <hi rend="CharOverride-1">Laudi</hi>, cit., CXXII, 41-48, pp. 1130-1131.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-043-backlink">46</ref></hi>	È quanto rileva Emanuele Arioli in Il Bianco da Siena, <hi rend="CharOverride-1">Serventesi</hi>, cit., p. 112, nota al v. 43.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-042-backlink">47</ref></hi>	Il Bianco da Siena, <hi rend="CharOverride-1">Laudi</hi>, cit., XXXV, 21-24, p. 514. Si veda M. Sensi, <hi rend="CharOverride-1">Gesuati</hi>, in G. Rocca (a cura di), <hi rend="CharOverride-1">La sostanza dell’effimero. Gli abiti degli ordini religiosi in Occidente</hi>, Museo nazionale di Castel Sant’Angelo, 18 gennaio-31 marzo 2000, Guida alla mostra, Edizioni Paoline, Roma 2000, pp. 435-438.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-041-backlink">48</ref></hi>	Il Bianco da Siena, <hi rend="CharOverride-1">Laudi</hi>, cit., LXIV, 137-138, p. 771.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-040-backlink">49</ref></hi>	Cfr. G. Cattin, <hi rend="CharOverride-1">Studi sulla lauda offerti all’autore da F.A. Gallo e F. Luisi</hi>, a cura di P. Dalla Vecchia, Edizioni Torre d’Orfeo, Roma 2003, p. 11, n. 25 e p. 66 n. 62.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-039-backlink">50</ref></hi>	Per gli appelli si veda Il Bianco da Siena, <hi rend="CharOverride-1">Laudi</hi>, cit., XXXVI, 14, 21, 391, 1461. Una sintesi del componimento si legge alle pp. 517-520.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-038-backlink">51</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-1">Le lettere del B. Giovanni Colombini</hi>, cit., lettera XV, p. 59.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-037-backlink">52</ref></hi>	Si tratta rispettivamente delle laudi XIV, LXXIX e XCV<hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-036-backlink">53</ref></hi>	Il Bianco da Siena, <hi rend="CharOverride-1">Laudi</hi>, cit., XLV, 43-46, 51-53, p. 628. Su Gesù madre si veda C. Walker-Bynum, <hi rend="CharOverride-1">Sacro convivio, sacro digiuno. Il significato religioso del cibo per le donne nel Medioevo</hi>, Feltrinelli, Milano 2001, pp. 119-120, 293-299 e l’indice tematico <hi rend="CharOverride-1">s.v.</hi> <hi rend="CharOverride-1">allattamento</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-035-backlink">54</ref></hi>	Si tratta delle laudi IX, XLI e LXIII.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-034-backlink">55</ref></hi>	Sono i componimenti VII e LIII.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-033-backlink">56</ref></hi>	Cfr. T. de Celano, <hi rend="CharOverride-1">Vita prima sancti Francisci</hi>, in E. Menestò, S. Brufani <hi rend="CharOverride-1">et al.</hi> (a cura di), <hi rend="CharOverride-1">Fontes Franciscani</hi>, Edizioni Porziuncola, Assisi 1995, caput XXX, § 86, p. 361.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-032-backlink">57</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-1">Le lettere del B. Giovanni Colombini</hi>, cit., XII, p. 47.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-031-backlink">58</ref></hi>	Sul motivo della <hi rend="CharOverride-1">bona verecundia </hi>che spinge al pentimento si veda C. Delcorno, <hi rend="CharOverride-1">Lettura di «Purgatorio» XXXI</hi>, «Studi danteschi», LXXI, 2006, pp. 87-120: 99-100.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-030-backlink">59</ref></hi>	Cfr. Benvenuti Papi, «<hi rend="CharOverride-1">In castro poenitentiae</hi>», cit., pp. 433-438 e I. Gagliardi, <hi rend="CharOverride-1">Dal “contro addobbamento” dei gesuati ai “cavalieri di Cristo” di santa Caterina da Siena. Trasformazioni e continuità dell’“ideologia cavalleresca” nel Tardo Medioevo</hi>, in F. Cardini, I. Gagliardi (a cura di), <hi rend="CharOverride-1">La civiltà cavalleresca e l’Europa. Ripensare la storia della cavalleria</hi>, Atti del I Convegno internazionale di studi, San Gimignano, Sala Tamagni, 3-4 giugno 2006, Pacini, Pisa 2007, pp. 67-90.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-029-backlink">60</ref></hi>	L’espressione, che ricorda la «perfetta letizia» di san Francesco, si ritrova in una lauda adespota come <hi rend="CharOverride-1">Goditi, godi nelle pene godi / godi di mal patire</hi> e diverrà tipico del linguaggio mistico: cfr. P. Allegretti, <hi rend="CharOverride-1">Un laudario ritrovato: il codice Morara </hi>(<hi rend="CharOverride-1">Cologny, Bibl. Bodmeriana Ms 94</hi>), «Studi di Filologia Italiana», LX, 2002, pp. 35-102: 67-69 e G. Pozzi, <hi rend="CharOverride-1">Patire e non potere nel discorso dei santi</hi>, in <hi rend="CharOverride-1">Alternatim</hi>, Adelphi, Milano 1996, pp. 391-435.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-028-backlink">61</ref></hi>	Il Bianco da Siena, <hi rend="CharOverride-1">Laudi</hi>, cit., IX, 103-106, p. 272.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-027-backlink">62</ref></hi>	Ivi, XXXV, 29-36, pp. 514-515.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-026-backlink">63</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-1">Le lettere del B. Giovanni Colombini</hi>, cit., lettera XII, p. 49.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-025-backlink">64</ref></hi>	Iacopone da Todi, <hi rend="CharOverride-1">Laude</hi>, cit., pp. 171-172.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-024-backlink">65</ref></hi>	Il Bianco da Siena, <hi rend="CharOverride-1">Laudi</hi>, LXXII, 105-108, p. 815.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-023-backlink">66</ref></hi>	La lauda è trasmessa quasi sempre con l’attribuzione al Bianco da numerosi codici tra cui spicca il Riccardiano 1488, uno zibaldone spirituale gesuato su cui si è soffermata Isabella Gagliardi (cfr. <hi rend="CharOverride-1">I «pauperes yesuati»</hi>, cit., p. 162).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-022-backlink">67</ref></hi>	Cfr. Thomae Aquinatis <hi rend="CharOverride-1">Summa Theologiae</hi>, cum textu ex recensione Leonina cura et studio Petri Caramello, Torino, Marietti, 1952-1962, II-II, q. 83, a. 1, p. 389. La definizione era diffusa, come mostra anche un predicatore quale Giordano da Pisa il quale, nella predica del 17 gennaio 1304, afferma che «l’oratione è uno levamento che leva la mente in alti» (Giordano da Pisa, <hi rend="CharOverride-1">Avventuale fiorentino 1304</hi>, edizione critica a cura di S. Serventi, il Mulino, Bologna 2006, p. 490).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-021-backlink">68</ref></hi>	Joannis Damasceni <hi rend="CharOverride-1">Opera omnia</hi>, opera et studio P. Michaelis Lequien, Parisiis, 1864, <hi rend="CharOverride-1">Patrologia Graeca</hi>, 94, <hi rend="CharOverride-1">Expositio Fidei orthodoxae</hi>, III, cap. 24, col 1089.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-020-backlink">69</ref></hi>	Il Bianco da Siena, <hi rend="CharOverride-1">Laudi</hi>, cit., LXII, 1-12, pp. 758-759.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-019-backlink">70</ref></hi>	Cfr. H. de Balma, <hi rend="CharOverride-1">Théologie mystique</hi>, introduction, texte latin, traduction, notes et index de F. Ruello, introduction et apparat critiques de J. Barbet, Cerf, Paris, 1995-1996, Sources Chrétiennes, 408-409, tome I, p. 186.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-018-backlink">71</ref></hi>	Basti pensare al <hi rend="CharOverride-1">De quatuor gradibus violentae caritatis </hi>di Riccardo di San Vittore, edito in <hi rend="CharOverride-1">Trattati d’amore cristiani del XII secolo</hi>, a cura di F. Zambon, 2 voll., Fondazione Valla, Milano 2008, II, pp. 477-531. Su quest’opera cfr. K. Ruh, <hi rend="CharOverride-1">Storia della mistica occidentale</hi>, I, <hi rend="CharOverride-1">Le basi patristiche e la teologia monastica del XII secolo</hi>, Vita e Pensiero, Milano 1995, pp. 451-461. Sulla «mistica affettiva» di Ugo di Balma si veda B. Faes De Mottoni, <hi rend="CharOverride-1">Figure e motivi della contemplazione nelle teologie medievali</hi>, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2007, pp. 147-159.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-017-backlink">72</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-1">Parte della vita d’alcuni gesuati</hi>, cit., p. 32.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-016-backlink">73</ref></hi>	La parafrasi del <hi rend="CharOverride-1">Pater</hi> è contenuta nella lauda XLVIII, le due parafrasi dell’<hi rend="CharOverride-1">Ave Maria </hi>si trovano nei componimenti XLIX e CXXXI, mentre le laudi sul <hi rend="CharOverride-1">Credo </hi>sono la XLVI, la LXXXVII e la CXXXIII.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-015-backlink">74</ref></hi>	Si tratta delle laudi LXV-LXXI e LXXXVIII. Su questi ultimi mi sono soffermata in <hi rend="CharOverride-1">I </hi>salmi<hi rend="CharOverride-1"> nel laudario del Bianco da Siena</hi>, in C. Delcorno, G. Baffetti (a cura di), <hi rend="CharOverride-1">Sotto il cielo delle Scritture. Bibbia, retorica e letteratura religiosa </hi>(<hi rend="CharOverride-1">secc. XIII-XVI</hi>), Atti del Colloquio organizzato dal Dipartimento di Italianistica dell’Università di Bologna, Bologna, 16-17 novembre 2007, Olschki, Firenze 2009, pp. 153-170.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-014-backlink">75</ref></hi>	Gagliardi, <hi rend="CharOverride-1">I «pauperes yesuati»</hi>, cit., pp. 156-162.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-013-backlink">76</ref></hi>	Si tratta delle prime quindici laudi comprese nel <hi rend="CharOverride-1">Laudario di Santa Maria della Scala</hi>. Nella raccolta poetica del Bianco il tema mariano è frequentissimo e quindici componimenti sono interamente dedicati alla Vergine. Sul loro legame con preghiere ed inni latini rimando al mio saggio <hi rend="CharOverride-1">L’innologia nel laudario</hi>, cit., pp. 240-249.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-012-backlink">77</ref></hi>	Cfr. A. Caffio, <hi rend="CharOverride-1">I perduti affreschi della facciata dell’ospedale di Santa Maria della Scala a Siena</hi>, in A. Bagnoli, R. Bartalini, M. Seidel (a cura di), <hi rend="CharOverride-1">Ambrogio Lorenzetti</hi>, Catalogo della mostra, Siena, Santa Maria della Scala, 22 ottobre 2017-21 gennaio 2018, Silvana Editoriale, Milano 2017,<hi rend="CharOverride-1"> </hi>pp. 363-373. In precedenza si riteneva che la quarta scena rappresentasse la Visitazione: si veda E. Borsook, <hi rend="CharOverride-1">Gli affreschi a Montesiepi</hi>, con annotazioni tecniche di L. Tentori, Edam, Firenze 1969,<hi rend="CharOverride-1"> </hi>p. 7 e nota 6 a p. 39. Sul legame tra le laudi mariane del Bianco e l’arte due-trecentesca mi sono soffermata in<hi rend="CharOverride-1">“O sopra tutti ignorante Albo”: osservazioni sul laudario del Bianco da Siena</hi>, «Studi e problemi di critica testuale», XCII, 2016, pp. 25-56: 45-54.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-011-backlink">78</ref></hi>	Il dogma fu approvato solo nel 1854, ma già nel XIV secolo erano accese le controversie tra Francescani immaculisti, e Domenicani fedeli all’insegnamento tomistico: cfr. R.M. Dessì, M. Lamy, <hi rend="CharOverride-1">Saint Bernard et les controverses mariales au Moyen Âge</hi>, in P. Arabeyre, J. Berlioz et P. Poirrier, (éd.), <hi rend="CharOverride-1">Vies et légendes de Saint Bernard de Clairvaux. Création, diffusion, réception (XII</hi><hi rend="CharOverride-6">e</hi><hi rend="CharOverride-1">-XX</hi><hi rend="CharOverride-6">e </hi><hi rend="CharOverride-1">Siècles)</hi>, Actes des Rencontres de Dijon, 7-8 juin 1991, Cîteaux, 1993, pp. 229-260 e R.M. Dessì, <hi rend="CharOverride-1">La controversia sull’Immacolata Concezione e la «propaganda» per il culto in Italia nel XV secolo</hi>, «Cristianesimo nella storia», XII, 1991, pp. 265-293.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-010-backlink">79</ref></hi>	L’unica testimonianza che ce ne resta è una lettera del frate osservante Cherubino da Spoleto: cfr. Gagliardi, <hi rend="CharOverride-1">I «pauperes yesuati»</hi>, cit., pp. 150-156.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-009-backlink">80</ref></hi>	Cfr. <hi rend="CharOverride-1">Libri de nativitate Mariae. Pseudo-Matthaei Evangelium</hi>, textus et commentarius, cura Jan Gijsel, <hi rend="CharOverride-1">Libellus de nativitate sanctae Mariae</hi>, textus et commentarius, cura Rita Beyers, <hi rend="CharOverride-1">Corpus Christianorum. Series apocryphorum</hi>, 9, Brepols, Turnhout 1997 e Conradus de Saxonia O.F.M., <hi rend="CharOverride-1">Speculum seu salutatio Beatae Mariae Virginis ac Sermones mariani</hi>, denuo edidit iuxta codices mss. Petrus de Alcantara Martinez, Grottaferrata, Editiones Collegii S. Bonaventurae ad Claras Aquas, 1975. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-008-backlink">81</ref></hi>	Il Bianco da Siena, <hi rend="CharOverride-1">Laudi</hi>, cit., CVII, 7-18, pp. 1008-1009.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-007-backlink">82</ref></hi>	Si veda Gagliardi, <hi rend="CharOverride-1">I «pauperes yesuati»</hi>, cit., p. 155.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-006-backlink">83</ref></hi>	Cfr. G. Pozzi, <hi rend="CharOverride-1">Maria tabernacolo</hi>, «Italia medioevale e umanistica», XXXII, 1989, pp. 263-326: 273-274, ripubblicato in <hi rend="CharOverride-1">Sull’orlo del visibile parlare</hi>, Adelphi, Milano 1993, pp. 17-88.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-005-backlink">84</ref></hi>	Cfr. I. Gagliardi, <hi rend="CharOverride-1">La trasmissione della memoria di Giovanni Colombini tra agiografia e drammaturgia</hi>, «Hagiographica», XVI, 2009, pp. 231-280. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-004-backlink">85</ref></hi>	Si vedano da ultimo gli studi compresi in A. Bartolomei Romagnoli, L. Cinelli, P. Piatti (a cura di), <hi rend="CharOverride-1">Virgo digna coelo. Caterina e la sua eredità</hi>, Raccolta di studi in occasione del 550° anniversario della canonizzazione di santa Caterina da Siena (1461-2011), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2013.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-003-backlink">86</ref></hi>	Il Bianco da Siena, <hi rend="CharOverride-1">Laudi</hi>, cit., VI, 29-33, p. 243.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-002-backlink">87</ref></hi>	È quanto ricorda Emanuele Arioli in Bianco da Siena, <hi rend="CharOverride-1">Serventesi inediti</hi>, cit., p. 62.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-001-backlink">88</ref></hi>	Il Bianco da Siena, <hi rend="CharOverride-1">Laudi</hi>, cit., CXIX, 53-60, p. 1108. Anche nella lauda CXX ai versi 65-68 (p. 1113) torna il tema della disobbedienza al papa e ai sacerdoti.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-7"><ref target="9.html#footnote-000-backlink">89</ref></hi>	Ivi, lauda CXXXVI, 281-296, p. 1211.</p>
      
      
      
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