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        <title type="main" level="a">Il Divino amore dalla mistica teologia del sec. XIV alla pietà romana del Settecento</title>
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            <forename>Federico</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Le vestigia dei gesuati</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-228-7</idno>) by </resp>
          <name>Isabella Gagliardi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2020">2020</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-228-7.12</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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        <p>This paper shows in its essential points the development of spiritual doctrine of divine love in Italy during four centuries (1350-1750 AD), especially regarding religious ambients,  some authors and  main texts produced in Florence, Venice, Genoa and Rome. The author explains various steps of diffusion of the spirituals ideas connected to the theology of divine love, and indicates some important writers and ambients whcich had a particular relief concerning this topic.  A particular interesting is reserved to a religious order called povari yesuati, that is the principal promoter of this particular devotion, especially promoted by Domenico da Monticchiello and his italian translation of an important work of Hugh of Balma, called “mistica teologia”. The povari yesuati is an religious order not many known but very important in cultural and religious world of late middle age in Italy. It’s also mentioned the origin of Roman sanctuary of our Lady of Divine Love, that is also at the present and many important religious sanctuary for the people of Rome.</p>
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            <item>Divine Love</item>
            <item>Jesuats</item>
            <item>Charity</item>
            <item>Sanctuary Our Lady of Divine Love</item>
            <item>Rome</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-228-7.12<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-228-7.12" /></p>
      
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">Il <hi rend="CharOverride-1">Divino amore</hi> dalla mistica teologia del sec. XIV alla pietà romana del Settecento</p><p rend="h1_author">Federico Corrubolo</p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Sommario</hi>: Il presente contributo riporta nelle sue linee essenziali lo sviluppo della dottrina spirituale sul <hi rend="CharOverride-1">Divino amore </hi>in Italia durante quattro secoli (1350-1750) con particolare riguardo ad alcuni ambienti religiosi autori e ai principali testi scritti a Firenze, Venezia, Genova e Roma. L’autore presenta le tappe principali della diffusione del patrimonio spirituale legato alla teologia del <hi rend="CharOverride-1">Divino amore</hi> ed indica alcuni importanti scrittori ed ambienti che ebbero un ruolo rilevante a questo proposito. Un particolare interesse è riservato all’ordine dei cosiddetti povari yesuati che è il principale promotore di questa particolare devozione, soprattutto grazie all’opera di Domenico da Monticchiello e della sua traduzione italiana dell’importante lavoro di Ugo di Balma intitolato Theologia mystica; i povari yesuati sono un ordine non molto conosciuto ma molto importante nell’Italia tardo medievale. Sono anche ricordate le origini del santuario romano della Madonna del <hi rend="CharOverride-1">Divino amore</hi> che ad oggi costituisce il più importante centro religioso per la popolazione romana. </p><p rend="h2 ParaOverride-1">1. Introduzione</p><p rend="text">L’espressione ‘divino amore’ in area romana si riferisce oggi esclusivamente al santuario della <hi rend="CharOverride-2">Madonna del Divino Amore</hi>, ancor oggi molto visitato ed amato da chi vive a Roma. Tuttavia la storia di questo titolo e della sua associazione alla Vergine Maria è ancora pressoché sconosciuta e merita di essere brevemente delineata. </p><p rend="text">Salvo errore la formula ‘divino amore’ si trova la prima volta nel titolo della versione italiana della <hi rend="CharOverride-2">Theologia mystica</hi> del certosino Ugo di Balma tradotta nel 1363 dal notaio Domenico da Monticchiello su invito del beato Giovanni Colombini, fondatore dei <hi rend="CharOverride-2">povari yesuati</hi>. Da allora il concetto di ‘divino amore’, amore di Dio per l’uomo e dell’uomo a Dio, ha mantenuto una certa vitalità nella letteratura mistica e nella storia della pietà in Italia, giungendo, grazie alla sua declinazione mariana, fino ai giorni nostri. </p><p rend="h2">2. Il <hi rend="CharOverride-1">D</hi><hi rend="CharOverride-1">ivino amore </hi>fino ad Ugo di Balma (secc. V-XIII)</p><p rend="text">Il concetto <hi rend="CharOverride-2">Divino amore </hi>esisteva già da secoli nella letteratura cristiana. Quando venne adoperato da Domenico da Monticchiello il concetto di patristica, il primo a parlare di un <hi rend="CharOverride-2">théios éros</hi> era stato lo Pseudo-Dionigi Aeropagita all’inizio del V secolo<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-072-backlink"><ref target="12.html#footnote-072">1</ref></hi></hi>. Nel <hi rend="CharOverride-2">De divinis nominibus</hi> si afferma che Dio è oggetto del desiderio di tutto il mondo creato, perché Egli stesso per primo effonde su di esso il suo amore, detto appunto <hi rend="CharOverride-2">théios éros</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-071-backlink"><ref target="12.html#footnote-071">2</ref></hi></hi>. Tale effusione iniziale porta fuori di sé tutte le creature: quelle celesti si danno ad amare le terrestri con amore di provvidenza; queste ultime rispondono alle creature celesti con amore di conversione<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-070-backlink"><ref target="12.html#footnote-070">3</ref></hi></hi>. In questo modo per la prima volta <hi rend="CharOverride-2">eros/amor</hi> viene formalmente accostato a <hi rend="CharOverride-2">theòs</hi>/<hi rend="CharOverride-2">Deus</hi> in luogo dell’usuale <hi rend="CharOverride-2">agape/charitas </hi>ed assieme ad esso descrive compiutamente la natura divina<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-069-backlink"><ref target="12.html#footnote-069">4</ref></hi></hi>. A motivo dell’ambiguità del termine, è necessaria qualche spiegazione<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-068-backlink"><ref target="12.html#footnote-068">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. </hi></p><p rend="text">Il <hi rend="CharOverride-2">De divinis nominibus</hi> venne tradotto in latino tra l’860 e l’862 da Giovanni Scoto Eriugena. In questo modo compare per la prima volta l’espressione latina <hi rend="CharOverride-2">divinus amor.</hi> Per tutto il Medioevo la teologia monastica e la scolastica ne mantengono il doppio significato: dell’amore dell’uomo verso Dio e di Dio per l’uomo, con prevalenza di quest’ultimo. </p><p rend="text">Quando Ugo di Balma scrive la <hi rend="CharOverride-2">Theologia mystica</hi>, fra il 1272 ed il 1297, la stagione delle grandi sintesi scolastiche sta tramontando, mentre si accentua il richiamo di una vita spirituale più intima, che nel Nord Europa prenderà il nome di <hi rend="CharOverride-2">devotio moderna</hi>. Nel prologo della sua opera, Ugo spiega che la teologia mistica<hi rend="CharOverride-4"> </hi>è la vera <hi rend="CharOverride-2">sapientia</hi> insegnata direttamente da Dio alle anime che si protendono verso di Lui per desiderio d’amore<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-067-backlink"><ref target="12.html#footnote-067">6</ref></hi></hi>. Nel suo trattato l’espressione <hi rend="CharOverride-2">divinus amor</hi> compare una volta sola, nel consueto senso discendente<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-066-backlink"><ref target="12.html#footnote-066">7</ref></hi></hi>. La svolta semantica si compie nel tardo Medioevo, passando dall’originale latino alla versione italiana. </p><p rend="h2">3. Giovanni Colombini, Domenico da Monticchiello e l’‘invenzione’ del <hi rend="CharOverride-1">Divino amore </hi>(1363-1367)</p><p rend="text">Come si è detto, è Domenico da Monticchiello, nella seconda metà del Trecento, a metter mano al volgarizzamento del trattato di Ugo di Balma sotto l’influsso del beato Giovanni Colombini, e della neonata <hi rend="CharOverride-2">Compagnia</hi> <hi rend="CharOverride-2">dei</hi> <hi rend="CharOverride-2">povari yesuati</hi>. Fin dal principio dell’opera, la <hi rend="CharOverride-2">divina</hi> <hi rend="CharOverride-2">sapientia</hi> del certosino francese viene sistematicamente resa da Domenico con <hi rend="CharOverride-2">sapienzia del divino amore</hi>. Il motivo di questa inusuale traduzione è spiegato nel suo breve carteggio (tre lettere in tutto) con lo stesso Colombini<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-065-backlink"><ref target="12.html#footnote-065">8</ref></hi></hi>. Nella prima lettera Domenico scrive di aver terminato la versione del primo libro e di essere alla fine del secondo, ma di aver bisogno di alcune spiegazioni sull’amore dell’anima per Dio. Colombini risolve i suoi dubbi rispondendo che esso si attiva al ricordo della Passione di Cristo:</p><p rend="quotation_a">Per questi grandi doni e per lo grande esercizio d’essi, ci nasce un affetto di carità e d’amore tutto trasformato, tutto inebriato di Dio e tutto trasformato in Dio. E levasi su del mezzo dell’anima un affetto infocato di puro e netto amore, senza neuna considerazione di se stesso, né di Dio, né di Cristo, né di vita eterna; non ispecolando in neuna cosa celeste, né terrena, né umana, né divina, che l’anima abbia veduta o non veduta, senza neuna imaginazione […] Solo l’amore trova l’amore, e credo che sia godimento de’ godimenti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-064-backlink"><ref target="12.html#footnote-064">9</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nel chiudere il breve scambio epistolare con un pensiero di gratitudine, Domenico dichiara di aver compreso la verità dell’amore unitivo più dalle parole di Colombini che dal trattato di Ugo: </p><p rend="quotation_a">Io ò letto tutto il Vecchio e Nuovo Testamento, Vita e Collezioni de’ Santi Padri, quasi tutti gli scritti di Deonisio, el <hi rend="CharOverride-2">Compendio della Sagra Teologia</hi>, la <hi rend="CharOverride-2">Deosoebia</hi>, l’<hi rend="CharOverride-2">Arlegio della Sapienza</hi>, il testo della <hi rend="CharOverride-2">Mistica Teologia</hi> et altri molti libri teologici, e mai non compresi in me tanto lume di verità dell’amore unitivo, quanto i’ ò compreso per la vostra lettara<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-063-backlink"><ref target="12.html#footnote-063">10</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">È possibile rinvenire qualche traccia significativa di questa illuminazione. Nella prima lettera infatti troviamo due frasi della<hi rend="CharOverride-2"> Misticha theologia</hi> ancora in traduzione provvisoria. Dapprima Domenico, elogiando il suo maestro, cita il prologo del trattato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-062-backlink"><ref target="12.html#footnote-062">11</ref></hi></hi>, in una versione che corrisponde quasi alla lettera al testo di Ugo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-061-backlink"><ref target="12.html#footnote-061">12</ref></hi></hi>. La forma definitiva dello stesso brano tuttavia presenta due volte l’espressione <hi rend="CharOverride-2">Divino amore</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-060-backlink"><ref target="12.html#footnote-060">13</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi>che nell’originale latino non si trova. In seguito, sempre nella stessa lettera, Domenico cita alcune «parole di san Paolo a Timoteo»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-059-backlink"><ref target="12.html#footnote-059">14</ref></hi></hi>, che traduce<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-058-backlink"><ref target="12.html#footnote-058">15</ref></hi></hi> quasi parola per parola<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-057-backlink"><ref target="12.html#footnote-057">16</ref></hi></hi>, ma che nella versione definitiva dello stesso brano completa con un «levarsi dell’anima» che non si trova in Ugo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-056-backlink"><ref target="12.html#footnote-056">17</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Sembra dunque che l’espressione <hi rend="CharOverride-2">Divino amore</hi> sia stata coniata da Domenico da Monticchiello proprio per esprimere la dottrina colombiniana del <hi rend="CharOverride-2">levamento</hi> <hi rend="CharOverride-2">dell’anima a Dio</hi>. La conferma indiretta viene dall’unico brano dell’epistolario in cui è Colombini stesso ad impiegare questa espressione: </p><p rend="quotation_a">O carissime mie dilette pecorelle di Jesù Cristo, seguitiamo il buono pastore, il vero padre, levianci di tanta pigarizia, gittianci sotto ai piei el mondo, facciamo cose buone e piacevogli a Dio e al prossimo, arda l’anima nostra nel fuoco de’ cieli, arda e con Cristo si trasformi l’anima nostra nel divino amore, inebri con Jesù, aoperiamo per lo suo amore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-055-backlink"><ref target="12.html#footnote-055">18</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In sintesi, se con <hi rend="CharOverride-2">théios éros </hi>Dionigi indica l’amore di Dio per l’uomo (e con <hi rend="CharOverride-2">divinus amor</hi> Ugo riprende lo stesso concetto), col <hi rend="CharOverride-2">Divino amore</hi> Domenico intende spostare l’accento sulla risposta dell’uomo a Dio. In questo modo la versione italiana segnala un mutamento di accentuazione in favore della componente ascendente e soggettiva, ed è in questa accezione che il <hi rend="CharOverride-2">Divino amore </hi>inizia il suo cammino fra i gesuati ma soprattutto al di fuori della loro cerchia.</p><p rend="h2">4. Il ramo genovese del <hi rend="CharOverride-1">Divino amore</hi>: Tommasina Fieschi (1448 -1534) e S. Caterina Fieschi Adorno (1447-1510) </p><p rend="text">La <hi rend="CharOverride-2">Misticha theologia del Divino amore</hi> ebbe un successo notevole, ma più che ai gesuati, che l’avevano fatta nascere, la sua diffusione si deve ad altri ordini religiosi, in particolare ai francescani ed ai domenicani dell’osservanza<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-054-backlink"><ref target="12.html#footnote-054">19</ref></hi></hi>. Fra questi ultimi è soprattutto Giovanni Dominici (1355-1419) a far conoscere l’opera di Domenico. Probabilmente la lesse mentre si trovava a Venezia alla fine del Trecento<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-053-backlink"><ref target="12.html#footnote-053">20</ref></hi></hi>, e portò con sé una copia della versione quando nel 1405 si trasferì nel monastero brigidino del Paradiso a Firenze<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-052-backlink"><ref target="12.html#footnote-052">21</ref></hi></hi>. Da allora la rete brigidino-domenicana si rivela un canale di primo piano per la diffusione della<hi rend="CharOverride-2"> Misticha theologia</hi>. È grazie ad essa che, secondo ogni evidenza, la spiritualità del <hi rend="CharOverride-2">Divino amore </hi>arriva a Genova, dove già dal 1403 esisteva un convento brigidino denominato <hi rend="CharOverride-2">Scala coeli</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-051-backlink"><ref target="12.html#footnote-051">22</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi>ed un monastero domenicano dedicato ai santi Filippo e Giacomo. Nella seconda metà del Quattrocento quest’ultimo accoglie fra le sue mura la nobile Tommasina Fieschi<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-050-backlink"><ref target="12.html#footnote-050">23</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Pittrice, ricamatrice ed autrice di trattati mistici e commenti ai Vangeli, suor Tommasina è nota per la sua revisione del <hi rend="CharOverride-2">Trattato della carità</hi> di Giovanni Dominici e per i suoi commenti allo Pseudo-Dionigi (compreso il passo citato da Domenico nel suo carteggio col beato Colombini)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-049-backlink"><ref target="12.html#footnote-049">24</ref></hi></hi>. Molto probabile quindi che conoscesse la <hi rend="CharOverride-2">Misticha theologia</hi>, dal momento che la Biblioteca Universitaria di Genova ne conserva un manoscritto completo, con forti inflessioni liguri e alcuni disegni<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-048-backlink"><ref target="12.html#footnote-048">25</ref></hi></hi>. Oltre a testi di spiritualità, la Fieschi ha lasciato anche un corposo epistolario rivolto a consorelle, a religiosi, sacerdoti e anche a laici<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-047-backlink"><ref target="12.html#footnote-047">26</ref></hi></hi>, da cui si evince che conosceva bene il linguaggio del <hi rend="CharOverride-2">Divino amore</hi>. Così scrive ad una consorella:</p><p rend="quotation_a">Dilettissima sorella in Cristo amore dolcissimo, l’ardore dell’infuocato amor divino e serafico accenda il desiderio del vostro cuore acciocché vi veda correre velocemente a rapire il regno celestiale, il quale è di inestimabile pregio e di incomparabile dignità. Dunque affrettiamoci con animo ardentissimo, acciocché tosto e virilmente abbiamo la corona<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-046-backlink"><ref target="12.html#footnote-046">27</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Quando tuttavia scrive ai laici, essa non teme di adoperare immagini di grande intimità domestica, adottando una sorta di <hi rend="CharOverride-2">sermo humilis </hi>di più facile comprensione: </p><p rend="quotation_a">Questi quando sun ihamati da Dio, per la più parte sun feriti da la dolcesa divina, percioché quella bontà infinita e incognita se inclina per fin alla nostra bestial e inrational inclinatione: se fa grande alli grandi e picolo alli picolini. E sicomo lo late liquido e dolce he ordinato per lo nutrimento e diletation de li picolini, cossì lo fervor e la dolcesa spirituale alli animi picolini prima che questi siano exerciati per la via de le virtù, percioché questi, non avendo lo inteletual regimento, non sun aconci a sequitar la via de la virtù<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="12.html#footnote-045">28</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Tommasina Fieschi era cugina di Caterina Fieschi Adorno, la mistica più notoriamente associata al <hi rend="CharOverride-2">Divino amore</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="12.html#footnote-044">29</ref></hi></hi>. La sua vita ci è nota grazie alla biografia intitolata <hi rend="CharOverride-2">Libro de la vita mirabile et dottrina santa, de la beata Caterinetta da Genoa</hi>, dal notaio Ettore Vernazza (1470-1524), suo figlio spirituale e da don Cattaneo Marabotto (morto nel 1528) suo confessore<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="12.html#footnote-043">30</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Se si esamina con attenzione le occorrenze dell’espressione <hi rend="CharOverride-2">Divino amore</hi> nei testi di Caterina, ci si accorge di una certa discontinuità rispetto all’uso di Tommasina e della <hi rend="CharOverride-2">Misticha</hi> <hi rend="CharOverride-2">theologia</hi>; essa si deve al fatto che la santa usa quest’espressione non per riferirsi ad una teoria spirituale, ma per parlare di esperienze concrete. Nei suoi testi il <hi rend="CharOverride-2">Divino amore</hi> è di solito associato al fuoco, inteso però non come immagine del <hi rend="CharOverride-2">levamento dell’anima </hi>a Dio, ma come sintomo clinico di un’ipertermia mistica più volte ricordata nella <hi rend="CharOverride-2">Vita mirabile</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="12.html#footnote-042">31</ref></hi></hi>. In conseguenza di ciò la sua definizione del <hi rend="CharOverride-2">Divino amore </hi>coincide con la natura stessa di Dio: «Ora se quest’amor proprio ha tanta forza, che l’uomo non istima morte, vita, Inferno né Paradiso; quanta più ne avrà senza comparazione il divino amore! Essendo egli medesimo Dio infuso per sua immensa bontà nei cuori nostri»<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="12.html#footnote-041">32</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La natura divina non è comunicata all’uomo direttamente (perché l’uomo non potrebbe reggerla), ma in modo proporzionato alla sua condizione di creatura. Questa dottrina è espressa con l’immagine del <hi rend="CharOverride-2">raggio</hi> che ha in sé qualcosa della presenza di Dio, ma non è Dio stesso<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="12.html#footnote-040">33</ref></hi></hi>. La dottrina dei raggi divini è ben attestata anche nella <hi rend="CharOverride-2">Misticha theologia</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="12.html#footnote-039">34</ref></hi></hi>. Le stesse tre vie della mistica sono puntualmente ricordate da Caterina, ma senza legami evidenti con il trattato di Domenico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="12.html#footnote-038">35</ref></hi></hi>. In conclusione, Caterina si rende portatrice di una nuova esperienza del <hi rend="CharOverride-2">Divino amore</hi>, mentre la cugina Tommasina Fieschi trasmette l’insegnamento su di esso così come l’ha ricevuto. </p><p rend="text">Entrambe le religiose lasciano un’impronta profonda in Ettore Vernazza, che avrà un ruolo importante nel portare questa spiritualità a Roma<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="12.html#footnote-037">36</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">5. Ettore Vernazza e le <hi rend="CharOverride-1">Compagnie del Divino amore</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi>(1470-1524)</p><p rend="text">A Genova i punti di contatto fra religiosi dell’osservanza e laicato sono continui e profondi, come attesta la vita stessa delle due Fieschi, entrambe sposate ed entrambe divenute religiose dopo la morte dei loro mariti. I conventi delle varie osservanze sono centri di spiritualità e di formazione anche per i laici<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="12.html#footnote-036">37</ref></hi></hi>. Tuttavia è nell’ospedale genovese di Pammatone, forse durante una epidemia di peste, che Ettore Vernazza conosce Caterina Fieschi e la sua straordinaria esperienza di mistica e di donna di carità<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="12.html#footnote-035">38</ref></hi></hi>. Nel 1497, forse per emularne lo spirito, fonda la <hi rend="CharOverride-2">Compagnia del Divino amore</hi>. Spesso la si confonde con una confraternita per la cura degli ammalati, ma nei primi due anni di vita la <hi rend="CharOverride-2">Compagnia</hi> ebbe finalità unicamente spirituali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="12.html#footnote-034">39</ref></hi></hi>, come documenta il prologo dei primi Statuti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="12.html#footnote-033">40</ref></hi></hi>. In essi non c’è traccia né di fuoco, né di raggi divini: si parla invece di sguardo di Dio sui piccoli, che contraccambiano con un umile abbandono a Lui. Un testo molto simile si trova nel prologo ai lettori della già ricordata <hi rend="CharOverride-2">Vita mirabile</hi>:</p><p rend="quotation_a">De la conversion, vita et dottrina mirabile de la quale, con molti suoi privileggi et gratie particolari scriveremmo, per benefitio et consolation delle persone spiritoali, acciò che pongan tutto tutto il loro amor in Dio, da lui lasciandosi guidar in tutto, abbandonando la propria volontà, per essempio di quest’ anima beata<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="12.html#footnote-032">41</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Come si vede si tratta di un <hi rend="CharOverride-2">sermo humilis</hi> piuttosto vicino a quello di Tommasina Fieschi nelle lettere ai laici. Si noti altresì che il versetto del Vangelo di Matteo («Ti benedico Signore, perché hai nascosto queste cose ai sapienti ed ai dotti e le hai rivelate agli umili»: XI, 25), è posto sul frontespizio della prima edizione della <hi rend="CharOverride-2">Vita mirabile</hi>. La spiritualità del <hi rend="CharOverride-2">Divino amore </hi>era quindi vissuta dal laicato con la consapevolezza dichiarata della propria inadeguatezza. </p><p rend="text">Il fine essenzialmente spirituale della Compagnia appare con chiarezza dal prologo degli <hi rend="CharOverride-2">Statuti</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="12.html#footnote-031">42</ref></hi></hi>. Vernazza vi aveva aggregato tutta la sua famiglia ed anche gli altri confratelli si comportavano allo stesso modo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="12.html#footnote-030">43</ref></hi></hi>. Erano notai, avvocati e personalità cittadine che prima di tutto si proponevano di crescere nella carità, e soltanto dopo mettevano il loro lavoro a servizio di opere quali l’assistenza ai sifilitici (allora detti «incurabili») ed ai condannati a morte<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="12.html#footnote-029">44</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La compagnia del <hi rend="CharOverride-2">Divino amore</hi> non si costituì per sostenere o finanziare una specifica attività caritativa cittadina, ma, come ricorda il proemio degli statuti, per esercitare i confratelli nella carità nel senso teologico di amore di Dio e del prossimo. Il <hi rend="CharOverride-2">Divino amore </hi>è perciò una «devotione […] che sembra confermare la consonanza tra la sensibilità religiosa dei fondatori e il misticismo del puro amore di Caterina Fieschi»<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="12.html#footnote-028">45</ref></hi></hi>. </p><p rend="h2">6. I gesuati ed il <hi rend="CharOverride-1">Divino amore </hi>a Roma (1454-1524)</p><p rend="text">Nel 1454 il cardinale Latino Orsini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="12.html#footnote-027">46</ref></hi></hi> affidò ai <hi rend="CharOverride-2">povari yesuati</hi> la chiesa ed il convento dei Santi Giovanni e Paolo a Roma<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="12.html#footnote-026">47</ref></hi></hi>. A quell’epoca i gesuati erano già un ordine religioso ben strutturato. Il secondo capitolo generale del 1442 aveva approvato le nuove Costituzioni che, tra l’altro, prevedevano lo studio della <hi rend="CharOverride-2">Misticha</hi> <hi rend="CharOverride-2">theologia</hi> durante il noviziato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="12.html#footnote-025">48</ref></hi></hi>. Eppure, nonostante una presenza bisecolare nel monastero sul Celio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="12.html#footnote-024">49</ref></hi></hi>, essi non ebbero nella vita spirituale romana un influsso paragonabile a quello di Ettore Vernazza. </p><p rend="text">Il notaio genovese stabilì una <hi rend="CharOverride-2">Compagnia del Divino amore</hi> a Roma fra il 1511 ed il 1515<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="12.html#footnote-023">50</ref></hi></hi>. Una lista dei membri del sodalizio mostra una netta prevalenza di ecclesiastici, soprattutto curiali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="12.html#footnote-022">51</ref></hi></hi>. Contrariamente a quanto di solito si tramanda, la Compagnia romana non prese in cura l’ospedale di San Giacomo quando Leone X lo assegnò agli incurabili, ma si introdusse nella Confraternita di Santa Maria del Popolo che se ne occupava, rialzandone il livello spirituale. Non si trasformò quindi in una confraternita di carità sociale, ma mantenne il suo carattere devoto che abbiamo già visto nella Compagnia genovese<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="12.html#footnote-021">52</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Una prova indiretta ma significativa di questo fatto è data dalla iniziativa di quattro membri del sodalizio che si dimisero dalla Compagnia nel 1524<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="12.html#footnote-020">53</ref></hi></hi> per fondare un gruppo di chierici regolari poi detti teatini<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="12.html#footnote-019">54</ref></hi></hi>. Il loro intento era di fare vita comune, occupandosi di riformare i costumi dei fedeli laici ed ecclesiastici tramite la predicazione ed i sacramenti<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="12.html#footnote-018">55</ref></hi></hi>. Il progetto attirò l’interesse degli altri confratelli che vide in esso un opportuno adattamento all’ambiente romano del programma della Compagnia. Questa svolta tuttavia ne segnò il declino irreversibile, poco prima del sacco del 1527. Dei quattro fu soprattutto Gaetano da Thiene a lasciare un segno rilevante nella spiritualità romana del <hi rend="CharOverride-2">Divino amore</hi>. Nelle sue lettere alla beata Laura Mignani (tutte scritte negli anni in cui apparteneva alla <hi rend="CharOverride-2">Compagnia</hi>, cioè dal 1517 al 1523) l’immagine del fuoco divino è ben presente<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="12.html#footnote-017">56</ref></hi></hi>, e in una lettera del 1518 il santo parla «dell’ignito coltello del divino amore che taglia da ogni parte» e lo spinge ad andare a Brescia per incontrarla<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="12.html#footnote-016">57</ref></hi></hi>. Si accenna anche al fuoco del Purgatorio, con indizi di una qualche conoscenza di Caterina da Genova, forse mediata dai ricordi di Vernazza<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="12.html#footnote-015">58</ref></hi></hi>. Nel 1527 Gaetano da Thiene scampò fortunosamente al sacco dei lanzichenecchi e non tornò più a Roma, ma la sua memoria rimase legata saldamente alla Compagnia romana. </p><p rend="h2">7. I recuperi memoriali del <hi rend="CharOverride-1">Divino amore </hi>nella Roma del Sei-Settecento (1655-1748)</p><p rend="text">La <hi rend="CharOverride-2">Compagnia del Divino amore</hi> fu rifondata a Roma in pieno Seicento ad opera di Girolamo Barbensi, canonico di Santa Maria in Via Lata<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="12.html#footnote-014">59</ref></hi></hi>. Originario di Firenze – era entrato nel capitolo della chiesa come vicario perpetuo nel 1642 – è ricordato per aver esposto ai pellegrini l’antica immagine della Madonna conservata nell’abside durante il Giubileo del 1650, e per una novena a san Gaetano, pubblicata nel 1654<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="12.html#footnote-013">60</ref></hi></hi>. L’anno successivo, pochi mesi prima della morte, riunendo queste sue devozioni fonda la <hi rend="CharOverride-2">Confraternita dell’Immacolata Concezione e del Divino amore</hi>, approvata nel 1664<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="12.html#footnote-012">61</ref></hi></hi>. È quindi nella Roma del Seicento che per la prima volta il <hi rend="CharOverride-2">Divino amore </hi>viene associato in forma stabile alla Vergine Maria. Per convinzione personale, papa Alessandro VII aveva un particolare interesse a legittimare il titolo dell’Immacolata Concezione, ancora discusso fra i teologi<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="12.html#footnote-011">62</ref></hi></hi>. Il ricordo di san Gaetano – se mai superò la devozione privata del Barbensi – dovette quindi impallidire molto presto a fronte del culto per la Vergine Immacolata, che oscurò anche la spiritualità del <hi rend="CharOverride-2">Divino amore</hi>. Negli Statuti della nuova Confraternita vediamo però citata la <hi rend="CharOverride-2">Filotea</hi> di san Francesco di Sales, beatificato nel 1661 dallo stesso Alessandro VII, come testo di meditazione personale. Santa Maria in via Lata assume quindi il ruolo di una vetrina ufficiale sia della devozione all’Immacolata, sia di quella al <hi rend="CharOverride-2">Divino amore </hi>nella linea salesiana, caratterizzata da un ritorno esplicito al significato oggettivo dell’espressione. San Francesco di Sales infatti parla del <hi rend="CharOverride-2">Divino amore </hi>nel senso dell’amore di Dio per l’uomo, ritornando così all’antico significato dell’età patristica. </p><p rend="text">La Confraternita era ancora viva in pieno Settecento<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="12.html#footnote-010">63</ref></hi></hi>, quando la pietà popolare si impadronì improvvisamente del titolo per assegnarlo all’affresco mariano dipinto sui ruderi di un castello nell’agro romano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="12.html#footnote-009">64</ref></hi></hi>. Si tratta di una vicenda da poco chiarita nelle sue linee fondamentali. Si ritiene molto verosimile che il titolo di «Madonna del divino Amore» sia stato coniato da uno sconosciuto <hi rend="CharOverride-2">Signor Abbate piemontese</hi> per un atto di personale devozione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="12.html#footnote-008">65</ref></hi></hi>, a seguito di uno scampato pericolo di morte attribuito all’intercessione della Vergine affrescata sulla torre di Castel di Leva. </p><p rend="text">La presenza di un sacerdote piemontese nell’Agro romano è meno strana di quel che può apparire a prima vista. Quando, alla fine di agosto del 1740, la nuova devozione esplode con forza, il lunghissimo conclave per l’elezione di Benedetto XIV si è concluso da pochi giorni e con esso le estenuanti manovre del cardinale Alessandro Albani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="12.html#footnote-007">66</ref></hi></hi>. In qualità di ministro plenipotenziario del Regno di Sardegna presso lo Stato Pontificio, aveva formato con i cardinali Finy e Ferrero una piccola fazione di cardinali piemontesi già collaudata nel conclave del 1730 che aveva eletto Clemente XII<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="12.html#footnote-006">67</ref></hi></hi>. Dall’agosto 1738 era anche Prefetto della Congregazione delle acque, strade e ponti dello Stato pontificio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="12.html#footnote-005">68</ref></hi></hi>. Perciò non sarebbe stato poi così strano che un «Signor Abbate piemontese» della sua corte si fosse ritrovato ad ispezionare le campagne e le strade dell’Agro romano.</p><p rend="text">Non sorprende neppure che un «Abbate» piemontese avesse una personale devozione per il <hi rend="CharOverride-2">Divino amore</hi>. Esso era ben noto nel Piemonte settecentesco prima di tutto grazie a Raimondo Recrosio (1657-1732), confessore e predicatore barnabita, compagno di studi di Stefano di Sales (nipote di san Francesco), e dal 1727 vescovo di Nizza. I barnabiti si distinguevano per la loro attività missionaria in Savoia, e Recrosio in particolare anche per la predicazione in Piemonte, soprattutto a Vercelli e ad Acqui. Nel 1718 aveva persino scritto un trattato di dogmatica (l’<hi rend="CharOverride-2">Ordo</hi> <hi rend="CharOverride-2">amoris</hi>) dedicandolo proprio allo Spirito Santo invocato come <hi rend="CharOverride-2">Divino amore</hi>. Per un sacerdote che proveniva da quest’ambiente quindi, poteva venire spontaneo associare la colomba presente nell’affresco allo Spirito Santo, indicandolo come <hi rend="CharOverride-2">Divino amore</hi>; tutte connessioni che nessun abitante dell’Agro – pastore o carbonaio che fosse – avrebbe mai potuto stabilire.</p><p rend="text">Quale che fosse la sua provenienza ed i motivi della sua presenza nella zona, l’esempio del «Signor Abbate»<hi rend="CharOverride-2"> </hi>fu trascinante per il popolo delle campagne. La nuova devozione si diffuse immediatamente raggiungendo presto la città. La nuova attribuzione del titolo, diffusa fra la gente umile della campagna ad opera di un ecclesiastico forestiero, dovette apparire del tutto illegittima alla Confraternita urbana della via Lata, che infatti corse subito ai ripari. Essa fece realizzare una sua immagine ufficiale della Madonna del <hi rend="CharOverride-2">Divino amore</hi> (una Immacolata col cuore fiammeggiante ed il trigramma IHS), e pubblicò un <hi rend="CharOverride-2">Trattato del divino amore</hi> ad uso dei confratelli che uscì nel 1743 ed ebbe una seconda edizione nel 1748<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="12.html#footnote-004">69</ref></hi></hi>. Si mossero anche i devoti teatini, che nel 1747 fondarono una nuova <hi rend="CharOverride-2">Compagnia del Divino amore e di san Gaetano Thiene</hi> che richiamasse in vita il sodalizio cinquecentesco di Ettore Vernazza<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="12.html#footnote-003">70</ref></hi></hi>; il tutto mentre a Castel di Leva si era andata costituendo spontaneamente una nuova confraternita popolare dedicata al servizio al Santuario, costruito fra il 1745 ed il 1750. Nella Roma del Settecento troviamo quindi ben due confraternite urbane ed una rurale che si richiamano alla spiritualità del <hi rend="CharOverride-2">Divino amore</hi>, ma in forme diverse: cittadine ed ‘erudite’ le confraternite di città; popolare e ‘di massa’ quella campagnola, che provoca qualche problema di ordine pubblico e di disciplina ecclesiastica. </p><p rend="text">Il <hi rend="CharOverride-2">Trattato del divino amore</hi> della Confraternita della via Lata costituisce perciò la reazione erudita ad un culto popolare, spontaneo ed incontrollato. Nell’Introduzione, seguendo lo spirito del secolo dei lumi, si mette ordine nell’intera materia. Viene infatti spiegato chiaramente che con l’espressione ‘divino amore’ si possono intendere tre cose diverse: in primo luogo la Carità increata, cioè l’amore con cui Dio ama se stesso nelle relazioni trinitarie; poi l’amore ‘discendente’ che Dio ha per l’uomo, manifestatosi nell’opera della redenzione (il <hi rend="CharOverride-2">théios </hi>éros dello Pseudo-Dionigi ed il <hi rend="CharOverride-2">divinus amor</hi> di Ugo di Balma); infine la grazia creata, ossia virtù teologale della carità «colla quale l’uomo ama Dio sopra ogni cosa»<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="12.html#footnote-002">71</ref></hi></hi> (il <hi rend="CharOverride-2">Divino amore</hi> nell’accezione del beato Colombini e di Domenico da Monticchiello). Scopo dell’anonimo autore del <hi rend="CharOverride-2">Trattato</hi> è proprio la crescita di quest’ultimo aspetto. L’opera si divide perciò in tre parti: nella prima si passano in rassegna i motivi che abbiamo per amare Dio; nella seconda i mezzi per conseguire il <hi rend="CharOverride-2">Divino amore</hi> (soprattutto la preghiera e la Parola di Dio); nella terza si elencano gli indizi della presenza del <hi rend="CharOverride-2">Divino amore</hi> nell’anima. </p><p rend="text">L’autore adotta uno stile semplice e piano per un lettore di condizione laica e di cultura medio-alta. Espone la Scrittura mediata dai Padri della Chiesa, specie sant’Ambrogio, san Gregorio magno e sant’Agostino). Da buon confratello della via Lata ricorda anche la <hi rend="CharOverride-2">Filotea</hi> di san Francesco di Sales, chiudendo ogni capitolo con un esempio edificante. Esprime una posizione moderata, lontano sia da posizioni gianseniste, sia da eccessi sentimentali ‘devoti’. Si tratta quindi di un testo spirituale piuttosto solido, di buon livello. </p><p rend="text">La reazione delle confraternite urbane non frenò tuttavia la pietà popolare dell’agro romano, che si staccò presto dalla devozione organizzata della città e proseguì senza interruzione praticamente fino ai giorni nostri. </p><p rend="h2">8. Epilogo </p><p rend="text">Nel corso dell’Ottocento la vitalità del titolo del ‘divino amore’ sopravvisse a Roma solo grazie alla devozione popolare per il Santuario mariano di Castel di Leva. Le confraternite urbane si accorparono poco a poco ad altri gruppi e persero la loro identità. Tuttavia, quando nel 1933 don Umberto Terenzi manifesta l’intenzione di costituire un gruppo di sacerdoti per il Santuario, il segretario del Vicariato di Roma, Mons. Pietro Ercole, non esita ad indicargli san Gaetano da Thiene e le <hi rend="CharOverride-2">Compagnie del Divino amore</hi> come modello al quale ispirarsi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="12.html#footnote-001">72</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">In questo episodio troviamo condensato il paradosso della spiritualità del <hi rend="CharOverride-2">Divino amore</hi> nel suo lungo viaggio da Siena a Roma. Esperienze spirituali intense, grandi santi e grandi scrittori spirituali limitati ad ambienti e periodi assai circoscritti si accompagnano a lunghi decenni di oblio totale. Il ricordo però permane intatto nelle sue linee essenziali. Così, una riflessione spirituale della metà del Trecento si è dimostrata vitale fin quasi ai nostri giorni nel nome e nel segno del fascino segreto che emana ancora oggi dall’espressione ‘divino amore’ nata dal carteggio fra il beato Colombini e Domenico da Monticchiello. </p><p rend="h2">TESTI E DOCUMENTI</p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">1</hi></p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">Il </hi><hi rend="CharOverride-6">théios </hi><hi rend="CharOverride-5">éros secondo lo pseudo Dionigi (I)</hi></p><p rend="text_NOindent">Pseudo-Dionigi aeropagita, <hi rend="CharOverride-2">De divinis nominibus</hi>, cap. IV (PL 122, 1134c; tr. it. a cura di E. Turolla, <hi rend="CharOverride-2">Corpus dionisyacum</hi>, La Vita Felice, Milano 2014, p. 298). </p><p rend="text">Mia verace parola dovrà ora farsi ardita e dirà ora una cosa: anche Lui, l’universale Causa per sovrabbondante copia di sua Bontà, anch’egli universe cose ama, universe produce, universe a perfezione adduce, contiene, rivolge a sé, ed è tale divino amore pur anche buono amore d’un Buono a causa del Buono. Infatti, l’amore stesso che sugli enti infonde operazione di bontà, quest’amore, in quanto in grado eminente preesiste nel Buono, quest’amore non permise ch’Egli restasse in se stesso privo di germi. Lo moveva invece operazione in corrispondenza all’eminenza sua, generatrice d’universi<hi rend="CharOverride-2">. </hi></p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">2</hi></p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">Il </hi><hi rend="CharOverride-6">théios </hi><hi rend="CharOverride-5">éros</hi><hi rend="CharOverride-5"> secondo lo pseudo Dionigi (II)</hi></p><p rend="text_NOindent">Pseudo-Dionigi aeropagita, <hi rend="CharOverride-2">De divinis nominibus</hi>, cap. IV (PL 122, 1136 a-b; tr. it. a cura di E. Turolla, <hi rend="CharOverride-2">Corpus dionisyacum</hi>, La Vita Felice, Milano 2014, p. 302).</p><p rend="text">Il divino amore è pure un amore che trasporta fuori di se stessi, amore estatico che non lascia in se stessi gli amanti, ma li mette in possesso delle cose amate, dimostrando essi per tal modo, che gli ordini più sublimi degli enti hanno esistenza per provvedere agli inferiori, gli enti d’ordine pari per reciproco sostentamento, e gli ordini più bassi per una conversione più divina verso gli enti primi. Per cui il grande Paolo, divenuto in dominio d’amore divino, e avendo avuto parte di sua estatica potenza con labbra fatte divine esclama: Non più io vivo, ma in me invece Cristo vive (Gal 2,20) e ciò in modo conforme alla sua condizione di amante e tutto trasportato estatico, come egli stesso dice, nel suo Iddio; né più vivente la propria vita, ma quella dell’Amato suo, ritenendola intensamente degna d’amore.</p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">3</hi></p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">L’uso del linguaggio d’amore nelle realtà spirituali (I)</hi></p><p rend="text_NOindent">Pseudo-Dionigi aeropagita, <hi rend="CharOverride-2">De coelesti hierarchia</hi>, II, 4. PL 122, 1042b-c (traduzione di F. Corrubolo).</p><p rend="text">La concupiscenza è una certa disposizione a subire – per natura o abitudine - senza potersi frenare l’impulso del piacere carnale, che spinge i sensi verso il loro fine, come avviene per ogni animale. Ma quando, collegando similitudini molto lontane, istituiamo una relazione fra le realtà spirituali e la concupiscenza, bisogna intendere quest’ultima nel senso di un divino amore che sorpassa ogni ragione ed ogni intelligenza ed un immutabile e fermo desiderio di contemplazione casta ed immutabile… attraverso un puro e perpetuo amore per la bellezza divina, che è ciò che davvero bisogna desiderare<hi rend="CharOverride-2">.</hi></p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">4</hi></p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">L’uso del linguaggio d’amore nelle realtà spirituali (II)</hi></p><p rend="text_NOindent">Pseudo-Dionigi aeropagita, <hi rend="CharOverride-2">De divinis nominibus</hi>, cap. IV (PL 122, 1135a; tr. it. a cura di E. Turolla, <hi rend="CharOverride-2">Corpus dionisyacum</hi>, La Vita Felice, Milano 2014, p. 300).</p><p rend="text">Insomma, non ci dobbiamo spaventare di questa terminologia erotica, e nessun discorso ci deve impensierire facendoci paura a questo proposito. In quanto ho l’impressione che i teologi ritengano sinonimo il nome di amore con quello di affezione, e che anzi, per ciò appunto, abbiano aggiunto l’attributo vero all’amore delle cose divine, proprio in quanto era possibile una ambigua interpretazione da parte degli uomini comuni. . . la folla infatti non può capire l’aspetto singolare del divino ed unico amore; ragion per cui, pur considerandolo un nome per questa folla poco opportuno, è proprio questo nome appunto che convenientemente la divina Sapienza adibisce per appello che in alto e per sforzo che sollevi verso cognizione di vero amore. Così si potrà trovar liberazione dalle difficoltà che si trovano in questo appellativo<hi rend="CharOverride-2">. </hi></p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">5</hi></p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">Saggi di traduzione di Domenico da Monticchiello (I)</hi></p><p rend="text_NOindent">(1) H. de Balme, <hi rend="CharOverride-2">Theologie mystique</hi>, <hi rend="CharOverride-2">Sources chrétiennes</hi> 408, Paris, 1995, vol. I, p. 130; (2) G. Colombini, <hi rend="CharOverride-2">Lettere</hi>, a cura di A. Bartoli, Lucca 1856, <hi rend="CharOverride-2">Lettera XI, Domenico a Giovanni </hi>p. 41; (3) B. Sorio (a cura di), <hi rend="CharOverride-2">La teologia mistica</hi>…, Verona 1852, p. 32. </p><p rend="text">(1) Triplex igitur est via ista ad Deum, scilicet purgativa, qua mens ad discendam veram sapientiam disponitur; illuminativa, qua mens cogitando ad amoris inflammationem accenditur; et unitiva, qua mens super omnem rationem, intellectum et intelligentiam, a solo Deo sursumacta dirigitur. </p><p rend="text">(2) Però che la via purgativa avete perfettamente fornita, nella quale la mente si dispone ad imparare la vera sapienza, e anco la via illuminativa, nella quale la mente contemplando e pensando nella vera sapienza si accende tutta nel vero amore, sì che prende perfetto lume. Ora sete nella via unitiva, nella quale la mente atta sopra ogni intelletto, sopra ogni ragione e sopra ogni intedere da solo Iddio, immediatamente si dirizza in su verso lui. Tutte queste cose voi sapete per pratica, e io l’ ò lette scritte in carte e non scritte nel cuore, ove esso Dio le scrive senza mezzo; sì che comincia colla pratica senza avere imparata teorica.</p><p rend="text">(3) Tre sono adunque le vie, le quali menano l’anima all’amore divino, cioè, purgativa, per la quale l’ anima si dispone ad imparare la vera sapienza dell’amore: La seconda è detta illuminativa, per la quale l’ anima pensando s’accende alla ﬁamma dell’amore: La terza è unitiva per la quale l’anima sopra ogni intelletto e ragione ed intelligenza da solo Dio è menata e dirizzata su all’amore divino<hi rend="CharOverride-5">.</hi></p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">6</hi></p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">Saggi di traduzione di Domenico da Monticchiello (II)</hi></p><p rend="text_NOindent">(1) H. de Balme, <hi rend="CharOverride-2">Theologie mystique</hi>, <hi rend="CharOverride-2">Sources chrétiennes</hi> 409, Paris, 1995, vol. II, p. 132, 7-16; (2) <hi rend="CharOverride-2">Lettere del B. Gio. Colombini</hi>, a cura di A. Bartoli, Lucca 1856, <hi rend="CharOverride-2">Lettera XI</hi> (Domenico a Giovanni), pp. 41-42; (3) B. Sorio (a cura di), <hi rend="CharOverride-2">La teologia mistica…</hi>, Verona 1852, p. 78 (il corsivo è mio).</p><p rend="text">(1) Tu autem amice Timothee, circa mysticas visiones forti contritione sensus derelinque et intellectuales operationes et sensibilia et intelligibilia et omnia existentia et non existentia, et, sicut est possibile, ignote consurge ad eius unitionem quae est super omnem substantiam et cognitionem; etenim excessu tui ipsius et ab omni irretentibili et absoluto, munde, ad supersubstantialem divinarum temebrarum radium, cuncta auferens et a cunctis absolutus, sursumageris. Vide autem ut nulllus indoctorum haec audiat. </p><p rend="text">(2) Ma tu, o Timoteo amico carissimo, intorno alle mistiche visioni, perfette contrizioni, lassa li sensi tutti e tutte le operazioni intellettuali e ogni cosa sensibile e intelligibile e ogni cosa che è e che non è; e, come t’è possibile, levati su non conosciutamente alla sua unione, la quale è sopra ogni sustanzia e conoscimento; e da ogni cosa che irretisse ovvero involgesse, e da ogni cosa assoluta mondanamente, al raggio soprasostanziale delle divine tenebre sarai tirato. Vide adunque che neuno di quegli che non sono ammaestrati oda queste cose.</p><p rend="text">(3) Ma tu, amico Timoteo, vogliendo tu pervenire all’ occulta contemplazione delle cose divine lascia l’uso de’ materiali sensi; e simigliantemente la mentale operazione, e tutte quelle cose che si comprendono col senso ovvero con l’intelletto; o vero tutte quelle cose che hanno essere materialmente, ovvero intelligibilemente, siccome è possibile senza cognoscimento rizzati all’unione di colui il quale è sopra ogni sustanzia e cognoscimento intellettuale, per <hi rend="CharOverride-2">lo levamento di te medesimo supra te medesimo</hi> senza niuna materialità <hi rend="CharOverride-2">ti leverai ispeditamente</hi> e mondamente su al soprassustanziale raggio delle tenebre divine, il quale è sopra ogni sostanzia. </p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">7</hi></p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">Il fuoco del divino amore secondo santa Caterina da Genova </hi></p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-2">Vita ed opere di santa Caterina da Genova</hi>, Genova 1860, cap. XXXIX, p. 103.</p><p rend="text">Quando Dio trova un’anima la quale non si muova, cioè che non si voglia né possa muoversi in sé propria, allora egli opera a suo modo e mette mano a maggiori cose per operare in quell’ anima; massime che sa non dover andare dell’altro a male quello che opererà, per aversi l’uomo levato tutto il suo sapere, vedere e potere. Leva a quest’ anima la chiave de’ suoi tesori che le avea data, acciocché ne godesse, e le dà la cura della sua presenza, che tutta l’assorbe. Dalla quale presenza di Dio escono poi certi raggi di fiamme e lampi affocati di divino amore tanto penetranti, veementi e forti, che dovrebbono annichilare non solo il corpo, ma l’ anima ancora se fosse possibile.</p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">8</hi></p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">Le tre vie della mistica secondo santa Caterina da Genova </hi></p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-2">Vita ed opere di santa Caterina da Genova</hi>, Genova 1860, cap. XXXIX, p. 102.</p><p rend="text">L’uomo, per non essere ingrato di tanti beni si dee sforzare, col suo libero arbitrio, di corrispondere a tanto amore e camminare per quella dritta via, per la quale si perviene ad esso divino amore, il quale ha tre gradi e stati che purificano l’ anima. </p><p rend="text">II primo la spoglia di tutte le sue vesti, e così al di dentro come al di fuori le leva tutti gl’impedimenti, che si ha fatti per l’ amor proprio e per l’ abito fatto in contrario. </p><p rend="text">Il secondo è, che l’anima sta e gode Dio di continuo pel mezzo delle lezioni, meditazioni e contemplazioni, nelle quali l’ anima s’ammaestra di molti segreti di Dio con dolce nutrimento, col quale si va trasformando in Dio per un continuato abito che la tien sempre occupata in esso Dio; e tanto s’ inebbria di Dio per l’abbondanza delle grazie particolari che le dà (per non trovare in lei impedimento alcuno interiore, od esteriore), che va fuor di sé medesima in altro stato, il quale è poi maggiore che gli altri; perché nel primo, l’ uomo partecipa di Dio per farsi forza in ispedirsi da tutti gl’ impedimenti; e nel secondo poi ne gode molte consolazioni spirituali. </p><p rend="text">Il terzo è quello, dove poi l’ anima è tirata fuor di sé stessa interiormente ed esteriormente. </p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">9</hi></p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">Statuti della confraternita del </hi><hi rend="CharOverride-6">Divino amore </hi><hi rend="CharOverride-5">(1497)</hi></p><p rend="text_NOindent">M. Bendiscioli, <hi rend="CharOverride-2">Riforma cattolica. Antologia di documenti</hi>, Studium, Roma 1963, pp. 10-11.</p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">In nomine Domini nostri Jesu Christi incipiunt capitula fraternitatis Divini Amoris sub divi Hyeronimi protectione. - </hi>Fratres, questa nostra fraternità non è instituita per altro se non per radicare et piantare in li cori nostri il divino amore, cioè la carità; et però è intitulata <hi rend="CharOverride-2">fraternità del Divino Amore</hi>. Et però che la carità non viene se non dal soave sguardo de Dio, il quale non goarda se non li piccoli di cuore, secondo quel ditto del profeta; <hi rend="CharOverride-2">super quem respiciamus nisi super humilem et trementem semonem meos </hi>(Is 66). Però chi vole essere vero fratello di questa compagnia sia humile di core, alla quale humiltà trano tutti li costumi et instìtutioni di questa fraternità; et però ogn’un drizzi tutta la mente et speranza sua in Dio, et metta in lui ogni suo affetto, altrimenti saria busardo fratello et fitto et non faria alchuno frutto in questa fraternità, dalla quale non si po cavar frutto se non pertinente alla carità di Dio e del prossimo.</p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">10</hi></p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">Lettera apostolica di Niccolò V del 29 dicembre 1454 </hi></p><p rend="text_NOindent">Biblioteca Apostolica Vaticana, <hi rend="CharOverride-2">Ott. Lat</hi>. 2506, cc. 160r-162v, <hi rend="CharOverride-2">passim</hi>. Traduzione di F. Corrubolo.</p><p rend="text">Niccolò vescovo a perpetua memoria […] Siamo venuti a conoscenza che la Chiesa dei santi Giovanni e Paolo, alla quale è assegnato un Cardinale titolare, a causa di disordini ed altri eventi luttuosi è pervenuta ad un grado tale di incuria temporale e spirituale che non risiedono nelle sue ampie sedi né i canonici superstiti (in numero di cinque o sei) né alcun altra personalità ecclesiastica: e nessuno di essi celebra il servizio divino come dovrebbe. </p><p rend="text">Il nostro diletto figlio Latino, del titolo dei santi Giovanni e Paolo, desidera assai intensamente che esso venga concesso ed assegnato ad alcuni diletti figli della congregazione dei poveri detti gesuati secondo i loro usi e consuetudini e che con la concessione di privilegi da parte della sede apostolica, questa chiesa sia data loro per sempre per reggerla e governarla assieme alle sue case e sedi; nonchè per riformarla, mantenerla e ravvivare in essa il culto divino. </p><p rend="text">Egli spera che i suddetti poveri conserveranno e manterranno la chiesa e le sue pertinenze, cureranno e faranno curare la celebrazione dei divini misteri per la salvezza di tutti. Essi già da tempo si comportano col nostro permesso in modo religioso, umile ed onesto; conducono ininterrottamente da ottantasette anni vita religiosa e spirituale, servendo umilmente lo Spirito altissimo; sono vissuti e vivono tuttora in vera carità, povertà ed obbedienza; praticano di notte veglie digiuni e tutti [gli esercizi di pietà]; molte chiese e luoghi pii hanno già riformato e molti altri costruiti dalle fondamenta; e grazie alla loro vita buona non cessano di esortare il popolo in mezzo al quale vivono ad imitare le loro opere ed a condurre vita buona e santa. </p><p rend="text">Considerata quindi la suddetta buona fama e i virtuosi servizi resi a Dio, per i quali la congregazione dei poveri è lodevolmente raccomandata; constatato il fatto che il loro buon odore nel campo di Dio si è tanto diffuso a lode dell’Altissimo; visto che in Città non esiste alcuna loro casa né monastero; atteso che i poveri suddetti si prenderanno cura della chiesa e delle pertinenze e che in breve tempo porteranno frutti di salvezza presso Dio e per gli uomini, di nostra iniziativa, per scienza certa nostra e non altrui, con l’autorità apostolica a noi conferita vogliamo che la detta chiesa, il canonicato, le prebende ed ogni genere di rendita, con le pertinenze, l’arredo ed i libri liturgici siano proprietà dalla predetta congregazione: in perpetuo gliene facciamo dono e concessione, e diamo loro la proprietà secondo le loro consuetudini e privilegi sopra ricordati, da ora in poi e per sempre perché la tengano, la reggano e la governino. </p><p rend="text">Perciò vogliamo che il titolo cardinalizio permanga in tutto e per tutto senza eccezione e che ottengano i tutti benefici vacanti per accessione o per decesso. Dichiariamo che tutti i benefici vacanti sono soppressi e che il diletto figlio Antonio Agostino da Siena e la predetta congregazione abbia diritto di incamerarli e ritenerli per suoi, percependo frutto, reddito e provento di prebende e benefici, beni e diritti, per utilità della congregazione stessa e della chiesa, senza chiedere permessi ad alcun’altra autorità [. . .] Dato a Roma, in san Pietro, Nell’anno 1454, 29 dicembre, ottavo del nostro pontificato. […].</p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">11</hi></p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">La rinascita della confraternita del </hi><hi rend="CharOverride-6">Divino amore </hi><hi rend="CharOverride-5">nel Seicento</hi></p><p rend="text_NOindent">C. Piazza, <hi rend="CharOverride-2">Eusevologio romano</hi>, Roma 1698, pp. 475-476.</p><p rend="text">Era anticamente fondata nella chiesa parrocchiale di santa Dorotea in Trastevere una divotissima compagnia detta del divino amore, piena d’huomini di segnalata pietà tra i quali erano molti prelati della corte e persone di stima e condizione; e si chiamavano questi congregati soldatesca del divino amore; in questa fecesi descrivere san Gaetano Tiene che essendo annoverato da Giulio secondo per le sue gran virtù e merito notissimo nella corte, tra i protonotarii apostolici quivi non solo stabilì le massime della sua eroica santità, con un santo disprezzo delle vanità del mondo, imparato in questa scuola del divino amore; ma v’imparò et apprese le prime linee e dissegno (con le consulte d’alcuni suoi compagni) della nobil religione de’ chierici regolari teatini, e di qua servì egli d’esempio di tutte le virtù degne de’ prelati ecclesiastici, che sono la norma della chiesa santa alla corte di Roma che per le corrutele et abusi di quei tempi era assai rilassata. </p><p rend="text">Tra le miserie che recò a questa città di Roma il lagrimevole sacco dato dall’esercito eretico di Borbone una fu che si dispersero con molte cose sacre anche diverse pie istituzioni di devozione e di pietà; tra le quali si estinse questa nobil compagnia del divino amore. Risvegliò il Signore Dio nel cuore di Girolamo Barbensi fiorentino, canonico di santa Maria in via Lata, caro per le sue virtù e condizioni di esemplare ecclesiastico ad Alessandro settimo, il pensiere di rinovare in Roma questa bell’impresa e compagnia del divino amore; e ponendo le mani e le sue pie industrie all’opera, conferito il disegno con altre persone pie col beneplacito apostolico e con molte grazie, indulgenze e privilegi concessi largamente dal medesimo Alessandro settimo che molto si compiacque di questa erudita istituzione, la fondò nella medesima chiesa collegiata di santa Maria in via Lata, nell’oratorio sotterraneo celebre per la dimora ivi fatta e per molte cose ivi operate da Dio di san Paolo e di san Luca, ivi per due anni carcerati; e di san Pietro, che quivi con questi santi apostoli e con altri che venivano da diverse parti della cristianità, conferì le cose della chiesa universale (luogo perciò da ogni parte sommamente venerabile) seguì quest’erezzione nel mese di settembre 1664 dedicandosi questa rinnuovata compagnia col titolo del divino amore e concezzione di Maria Vergine; per pratticare quivi le regole della vita divota di san Francesco di Sales, gran maestro moderno di quest’arte dell’amor divino.</p><p rend="text">Furono per lo governo di essa formati diversi pii e savii statuti, canonicamente approvati. Diversi esercizi di pietà si fanno dai fratelli di essa per risvegliarsi d’amar Dio et il prossimo; e devono questi essere persone timorate di Dio, di buona fama di vita, e molto inclinati all’opere di pietà. Fanno solennemente cantare ogni sabbato con sermone e musica nell’aprirsi che si fa l’imagine della beatissima Vergine, et esposizione della beatissima Vergine et esposizione del santissimo Sagramento le litanie della Madonna. Raccolgono tra di essi limosine per le persone vergognose della città. Solennemente celebrano la festa della concezzione di Maria Vergine, e di san Luca. Non vestono sacchi; preggiandosi di formarsi in questa santa scuola del divino amore l’abito delle più sante virtù cristiane.</p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">12</hi></p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">I fatti miracolosi di Castel di Leva (1740)</hi></p><p rend="text_NOindent">F. Valesio, <hi rend="CharOverride-2">Diario</hi>, Longanesi, Milano 1979, vol. V, p. 386-387.</p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">Venerdì 2 settembre 1740</hi> – Si è così riscaldata la devozione del popolo verso la nuova immagine di Nostra Signora nella tenuta, come si disse, di Castel di Leva per i miracoli in quantità che si è sparso operare, che la notte vi va infinita gente, particolarmente truppe di donne, e si calcola continuamente esservi circa 10.000 persone, col concorso anche de’ castelli vicini. Ne hanno impresse le immagini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="12.html#footnote-000">73</ref></hi></hi> e l’hanno chiamata del Divino Amore e, con grazie vere che fa a’ devoti, vi mescolano delle favole con dire che la imagine diviene rubiconda allor che vuò fare le grazie, ed in aiuto del piemontese sono aggiunti due romiti che ne hanno cura. </p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">13</hi></p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-6">Memoria della chiesa del divino amore</hi><hi rend="CharOverride-5"> (1759-1763)</hi></p><p rend="text_NOindent">Archivio Storico del Vicariato di Roma (<hi rend="CharOverride-2">Atti Segreteria</hi> 72, cc. 166-168)</p><p rend="text">[I.] Nell’anno 1737 o 1738 sortì che un certo signor abbate piemontese passando per i campi contigui ad un piccolo castello presentemente diruto, detto Castello di leva lontano da Roma circa nove miglia fuori di Porta San Sebastiano nelle vicinanze del Falcognano, ove erano rimaste alcune stanziacce che servivano alli carbonari di riposo nel careggio del carbone dalle macchie di Nettuno a Roma; fu detto signor abbate assalito dalli cani de procoii ivi esistenti, e fortemente inseguito benché esso fuggendo non gli riuscì da medesimi sortire, sì che sopraggiunto lo gittarono in terra, e cominciarono a squarciarli le vesti; vedutosi già perduto, guardò verso le mura del detto castello e vide l’immagine della Beatissima Vergine ivi impressa, che invocatala di viva fede fu subito lasciato dalli suddetti cani senza verun nocumento; e riavutosi dal grande spavento ringraziò la Santissima Vergine della grazia ricevuta, e la manifestò a quelle persone campagnole ivi dimoranti, e ne fece anche dipingere il miracolo, che lo appese a piedi della detta sagra immagine. Il che vedutosi dalle dette persone si cominciò a venerare la suddetta immagine e di giorno in giorno si accresceva il concorso de’ devoti che dalli vicini castelli venivano anche processionalmente, et in pochissimo tempo furono appesi dimolti voti ai lati di detta sagra immagine.</p><p rend="text">[II.] Crescendo sempre più il concorso dei fedeli, si fece uno steccato intorno al muro dove era dipinta l’immagine suddetta, acciò comodamente si fosse potuta venerare, e non parendo cosa propria che restasse in logo disadatto et all’aria aperta, tanto per li devoti concorrenti quanto che li lumi non potevano restare accesi, non essendoci né cappella, né chiesa né veruna stanza propria da poterla collocare. </p><p rend="text">[III.] Sicché l’Eminentissimo Guadagni allora Vicario, per ovviare li molti inconvenienti che ne sarebbero insorti, destinò monsignor Michele Maria Vicentini arcivescovo di Teodosia e canonico di San Giovanni in Laterano per l’opportuno rimedio su tal affare; quale, portatosi con il signor don Agostino Onorante della Segreteria di detto signor Cardinal Vicario a riconoscere il tutto che non avendo trovato ivi logo decente per collocarla, fu pensato farla segare e trasportare alla chiesa parrocchiale di Santa Maria ad magos della casa Cenci, poco distante a detto Castel di leva come [sopra?], e fu collocata sopra l’altare di detta chiesa, con la presenza di detto monsignor Vincentini, del signor don Agostino suddetto, del parroco di San Giovanni e dell’ illustrissimo signor Virginio Cenci, e restò a pubblica venerazione con tutta la proprietà e decenza.</p><p rend="text">[IV.] Non piacque tal risoluzione alli signori Deputati del venerabile Monastero di Santa Caterina de’ Funari, che però ne fecero delle doglianze ma senza fondamento, imperocché è cosa utilissima che quando si scopre un’immagine, et il logo dove si trova non è decente, si fa trasportare subitamente alla chiesa parrocchiale dentro li limiti della quale questa è scoperta, come nunc sono delli molti esempi et in specie della Madonna della Luce che subito fu trasportata alla sua chiesa parrocchiale di San Salvatore della Corte, della Madonna del Colosseo che stava sopra il cancello dell’Orto Sinibaldi e fu trasportata alla basilica lateranense; della Madonna della Caffarella in una tenuta del signor Caffarelli (in oggi Rospigliosi) fuori di Porta Latina, fu trasportata a San Giovanni a Porta Latina, chiesa filiale della basilica lateranense, et altri molti esempi; sicché monsignor Vincentini oprò rettamente, che Castel di leva essendo dentro li limiti della basilica lateranense, la fece trasportare alla sua chiesa parrocchiale competente.</p><p rend="text">[V.] Non però sia acquietarono li signori Deputati suddetti e ne introdussero litigio contro il capitolo lateranense, quale rispose che avessero fatto il logo decente per collocarla, che sarebbe stata restituita; che però, parte loro e parte con le elemosine de’ devoti fu fabbricata la chiesa nella sommità di detto Castel di leva, et ivi con la presenza di monsignor Vincentini, il Signor Don Agostino e tutti gli altri suddetti fu trasportata e consegnata ai suddetti signori Deputati di detto monastero, essendo stata circa due in tre anni nella chiesa di Santa Maria ad magos del Falcognano, e la situazione dove fu scoperta detta sagra immagine restava giù per il pendio di detto Castello di leva ad un lato opposto alla chiesa presente nova, fabricata nel piano eminente del castello suddetto.</p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">14</hi></p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">La confraternita di san Gaetano e del </hi><hi rend="CharOverride-6">Divino amore </hi><hi rend="CharOverride-5">(1749)</hi></p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-2">Diario di Roma</hi>, n. 5181 del 3 ottobre 1750.</p><p rend="text">La Compagnia del divino Amore fondata un tempo nella chiesa dei santi Silvestro e Dorotea in Trastevere dal Patriarca S. Gaetano allora prelato e poi Fondatore de padri chierici regolari Teatini essendosi col decorrere degli anni dismessa, rinacque nuovamente nell’anno 1747 nella medesima chiesa per opera di alcuni pii e devoti Fedeli col Titolo della Compagnia del divino Amore di san Gaetano, avendo assunto un abito nero e mozzetta pavonazza, coll’approvazione del Cardinal Vicario. </p><p rend="text">Dopo ciò, desiderando trasferirsi alla chiesa di sant’Andrea della Valle sotto la direzione de’ padri chierici regolari, e perciò il 13 settembre vanno in processione a sant’Andrea della Valle e dopo esser stati a pregare davanti all’Altar Maggiore vanno all’Altare di san Gaetano ed ottengono dal P. Generale G. B. de Mari di essere accolti nella chiesa. I padri accondiscesero eglino amorevolmente ad accettarla.</p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">15</hi></p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">Introduzione alla teologia del </hi><hi rend="CharOverride-6">Divino amore </hi></p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-2">Intenzione dell’autore</hi>, in <hi rend="CharOverride-2">Trattato del divino amore proposto alle anime fedeli desiderose di piacere a Dio e fa acquisto dell’eterna gloria</hi>, Roma 1743.</p><p rend="text">Dovendosi trattare del divino Amore, o sia della carità; si può questa considerare in tre modi; primieramente distinguendola (come la distinguono i teologi) in carità increata, quale altro non è che Dio stesso, si può considerare ad intra (come parlano le scuole) e si può considerare ad extra. </p><p rend="text">Si considera ad intra per quell’amore essenziale, eterno, ed infinito col quale Dio ama se medesimo: il Padre eterno ama il Figliuolo eterno: il Figliuolo eterno ama l’eterno Padre, e lo Spirito Santo parimente eterno unisce l’amor del Padre e del Figliuolo assieme, e perciò si chiama Amor spirituale ed unitivo. Ma di questo amore ad intra non intendo qui di favellare; poiché è materia che appartiene ai teologi il trattarne.</p><p rend="text">Nel secondo modo si considera la carità increata ad extra per quell’amore che Dio porta alle creature e massimamente alle ragionevoli quale si manifesta col crearle, conservarle e beneficarle di continuo in modo particolare; e di quest’Amore divino ne parlerò qualche poco a suo luogo. </p><p rend="text">Nel terzo modo si considera la carità creata per quella carità colla quale l’uomo ama Dio sopra ogni cosa. Di questa carità, o sia divino amore intendo io qui di parlare; dividendo il Trattato in tre parti. Nella prima esporrò i motivi che abbiamo di amar Dio. Nella seconda proporrò i mezzi che dobbiamo abbracciare per far acquisto di questo divin amore. Nella terza parte finalmente dimostrerò i contrassegni che ci fanno conoscere se in noi si trova questo divin amore per quanto è lecito in questa vita il saperlo. </p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">16</hi></p><p rend="text_NOindent"><hi rend="CharOverride-5">Il ricordo delle confraternita del </hi><hi rend="CharOverride-6">Divino amore </hi><hi rend="CharOverride-5">nella Roma del Novecento</hi></p><p rend="text_NOindent">U. Terenzi, <hi rend="CharOverride-2">Diario 1930-1936</hi>, Roma 2018, § 914.</p><p rend="text">[Mons. Pietro Ercole mi disse:] «Senti un po’, don Umberto, questa mattina, dopo la Messa, sono stato tanto distratto dal Divino Amore: pensavo alle suore che dovevano venir da te e mi venne in mente S. Gaetano Thiene che rialzò la disciplina del clero con le compagnie del Divino Amore. Dì un po’, tu sai le condizioni del ministero a Roma, specie per la periferia e l’Agro Romano; lascia perdere per ora le suore, pensiamo ai preti; perché non fai qualche cosa di simile al Santuario?»</p><p rend="h2">Bibliografia</p><p rend="bib_indx_bib">Andreu F. (a cura di), <hi rend="CharOverride-2">Le lettere di San Gaetano da Thiene, Studi e testi </hi>177, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano 1954.</p><p rend="bib_indx_bib">Baglione C., <hi rend="CharOverride-2">Alessandro VII e il cantiere di S. Maria in via Lata</hi>, «Annali di architettura<hi rend="CharOverride-2">. </hi>Rivista del centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio di Vicenza», 13, 2001, pp. 137-157.</p><p rend="bib_indx_bib">Balme H. (de), <hi rend="CharOverride-2">Theologie mystique</hi>, ed. F. Ruello et J. Barbet, <hi rend="CharOverride-2">Sources chrétiennes</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>408, Paris 1995.</p><p rend="bib_indx_bib">Bendiscioli M., <hi rend="CharOverride-2">Riforma cattolica. Antologia di documenti</hi>, Studium, Roma 1963.</p><p rend="bib_indx_bib">Cardella L., <hi rend="CharOverride-2">Memorie storiche de’ cardinali della Santa Romana Chiesa</hi>, Roma 1794.</p><p rend="bib_indx_bib">Caronia Alberti M.A., <hi rend="CharOverride-2">La memoria dei luoghi. Santa Brigida e il convento di </hi>Scala Coeli<hi rend="CharOverride-2"> a Genova</hi>, Internòs, Chiavari 2013.</p><p rend="bib_indx_bib">Colombini G., <hi rend="CharOverride-2">Lettere</hi>, a cura di A. Bartoli, Lucca 1856.</p><p rend="bib_indx_bib">Corradini S., <hi rend="CharOverride-2">Note sul Cardinale Latino Orsini fondatore di S. Salvatore in Lauro ed il suo elogio funebre</hi>, in F. Benzi, C. Crescentini, M.B. McGrath (a cura di), <hi rend="CharOverride-2">Sisto IV: le arti a Roma nel primo Rinascimento</hi>, Associazione culturale Shakespeare, Roma 2000, pp. 123-142.</p><p rend="bib_indx_bib">Fiorani L., <hi rend="CharOverride-2">“Charità et pietate”. Confraternite e gruppi devoti nella città rinascimentale e barocca</hi>, in <hi rend="CharOverride-2">Roma, città del papa</hi> (<hi rend="CharOverride-2">Storia d’Italia</hi> – <hi rend="CharOverride-2">Annali</hi> 16), Einaudi, Torino 2000, p. 445.</p><p rend="bib_indx_bib">Forcella V., <hi rend="CharOverride-2">Catalogo dei manoscritti riguardanti la storia di Roma che si conservano nelle biblioteche romane private</hi>, Roma 1880.</p><p rend="bib_indx_bib">Gagliardi I., <hi rend="CharOverride-2">I </hi>Pauperes Yesuati<hi rend="CharOverride-2"> tra esperienze religiose e conflitti istituzionali</hi>, Herder, Roma 2004.</p><p rend="bib_indx_bib">—, <hi rend="CharOverride-2">Sola con Dio. La missione di Domenica da Paradiso nella Firenze del primo Cinquecento</hi>, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2007.</p><p rend="bib_indx_bib">Girardo M.<hi rend="CharOverride-2">, I teatini a Capua. Il complesso di sant’Eligio tra storia e arte</hi>, «Regnum Dei» LXVI (136), 2010, pp. 29-31.</p><p rend="bib_indx_bib">Kraus F.S. (a cura di), <hi rend="CharOverride-2">Lettere di Benedetto XIV al canonico Pier Francesco Peggi Bolognese</hi>, Freiburg 1888.</p><p rend="bib_indx_bib">Lewis L., voce <hi rend="CharOverride-2">Alessandro Albani</hi>, in <hi rend="CharOverride-2">Dizionario biografico degli italiani</hi>, vol. I, Roma 1960, pp. 595-597.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="CharOverride-2">Libro de la vita mirabile et dottrina santa, de la beata Caterinetta da Genoa. Nel quale si contiene una utile et catholica dimostratione et dechiaratione del purgatorio</hi>, Genova 1551.</p><p rend="bib_indx_bib">Manacorda D., <hi rend="CharOverride-2">Archelogia urbana a Roma: il progetto della Crypta Balbi. 2. Un mondezzaro del secolo XVIII</hi>, All’Insegna del Giglio, Firenze 1984.</p><p rend="bib_indx_bib">Marianeschi P.M., <hi rend="CharOverride-2">Incendio d’amore/ipertermia</hi>, in L. Borriello, R. Di Muro (a cura di), <hi rend="CharOverride-2">Dizionario dei fenomeni mistici cristiani</hi>, Ancora, Milano 2014, pp. 68-71.</p><p rend="bib_indx_bib">Moroni G., <hi rend="CharOverride-2">Dizionario di erudizione storico ecclesiastica</hi>, Venezia 1842.</p><p rend="bib_indx_bib">Mostaccio S., <hi rend="CharOverride-2">Osservanza vissuta, osservanza insegnata: la domenicana genovese Tommasina Fieschi e i suoi scritti (1448 ca. 1534)</hi>, Olschki, Firenze 1999.</p><p rend="bib_indx_bib">Negri G., <hi rend="CharOverride-2">Istoria degli scrittori fiorentini</hi>, Ferrara 1722.</p><p rend="bib_indx_bib">Piazza C., <hi rend="CharOverride-2">Eusevologio romano</hi>, Roma 1698.</p><p rend="bib_indx_bib">Pseudo-Dionigi aeropagita, <hi rend="CharOverride-2">De divinis nominibus</hi>, tr. it. a cura di E. Turolla, <hi rend="CharOverride-2">Corpus dionisyacum</hi>, La Vita Felice, Milano 2014.</p><p rend="bib_indx_bib">Solfaroli Camillocci D., <hi rend="CharOverride-2">La “carità segreta”. Ricerche su Ettore Vernazza e suoi notai genovesi confratelli del Divino Amore</hi> nell’opera collettiva <hi rend="CharOverride-2">Tra Siviglia e Genova: Notaio, documento e commercio nell’età colombiana</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>Atti del Convegno di studi storici per le celebrazioni colombiane (Genova 1992), Giuffrè, Milano 1994, pp. 395-434.</p><p rend="bib_indx_bib">—, <hi rend="CharOverride-2">I devoti della carità</hi>: <hi rend="CharOverride-2">le confraternite del Divino Amore nell’Italia del primo Cinquecento</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>La Città del Sole,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>Napoli 2002.</p><p rend="bib_indx_bib">Sorio B. (a cura di), <hi rend="CharOverride-2">La teologia mistica</hi>…, Verona 1852.</p><p rend="bib_indx_bib">Tani A.D., <hi rend="CharOverride-2">Le chiese di Roma. Guida storico-artistica. Le chiese stazionali</hi>, Edizioni d’Arte E. Celanza, Torino 1922.</p><p rend="bib_indx_bib">Terenzi U., <hi rend="CharOverride-2">Diario 1930-1936</hi>, Roma 2018.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="CharOverride-2">Trattato del divino amore proposto alle anime fedeli desiderose di piacere a Dio e fa acquisto dell’eterna gloria</hi>, Roma 1743.</p><p rend="bib_indx_bib">Valesio F.,<hi rend="CharOverride-2"> Diario</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>Longanesi, Milano 1979.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="CharOverride-2">Vita ed opere di santa Caterina da Genova</hi>, Genova 1860.</p><p rend="bib_indx_bib">Zorzi B., <hi rend="CharOverride-2">Castità e generazione nel bello. L’</hi>eros<hi rend="CharOverride-2"> nel </hi>Simposio<hi rend="CharOverride-2"> di Metodio d’Olimpo</hi>, 2003, &lt;http://mondodomani.org/reportata/zorzi02.htm#rif37&gt; (09/2020).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-072-backlink">1</ref></hi>	Prima di lui si era discusso a lungo sul concetto di <hi rend="CharOverride-2">éros</hi> nel linguaggio teologico, a motivo della forte ambiguità che il termine rivestiva nel mondo pagano: vd. B. Zorzi, <hi rend="CharOverride-2">Castità e generazione nel bello. L’</hi>eros<hi rend="CharOverride-2"> nel </hi>Simposio<hi rend="CharOverride-2"> di Metodio d’Olimpo</hi>, 2003, &lt;http://mondodomani.org/reportata/zorzi02.htm#rif37&gt; (09/2020). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-071-backlink">2</ref></hi>	Pseudo-Dionigi aeropagita, <hi rend="CharOverride-2">De divinis nominibus</hi>, cap. IV (PL 122, 1134c); tr. it. a cura di E. Turolla, <hi rend="CharOverride-2">Corpus dionisyacum</hi>, La Vita Felice, Milano 2014, p. 298 (cfr. <hi rend="CharOverride-2">Testi e documenti</hi>, doc. 1). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-070-backlink">3</ref></hi>	Ivi, cap. IV (PL 122, 1136a-b; cfr. <hi rend="CharOverride-2">Testi e documenti</hi>, doc. 2). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-069-backlink">4</ref></hi>	Pseudo-Dionigi aeropagita, <hi rend="CharOverride-2">De coelesti hierarchia</hi>, II, 4 (PL 122, 1042b-c; cfr. <hi rend="CharOverride-2">Testi e documenti</hi>, doc. 3).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-068-backlink">5</ref></hi>	Pseudo-Dionigi aeropagita, <hi rend="CharOverride-2">De divinis nominibus</hi>, cap. IV (PL 122, 1135a; cfr. <hi rend="CharOverride-2">Testi e documenti</hi>, doc. 4).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-067-backlink">6</ref></hi>	H. de Balme, <hi rend="CharOverride-2">Theologie mystique</hi>, ed. F. Ruello et J. Barbet, <hi rend="CharOverride-2">Sources chrétiennes</hi>, 408, Paris 1995, vol. I, pp. 12-13. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-066-backlink">7</ref></hi>	«Pulsans continue ne, propter defectum ipsius conferentis, ullus rationalis spiritus, christianus, infidelis vel iudaeus, divini amoris inopiam patiatur» (de Balme, <hi rend="CharOverride-2">Theologie mystique</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit. <hi rend="CharOverride-2">De via illuminativa</hi>, § 38, vol. I, p. 246). In un altro passo tratta dell’<hi rend="CharOverride-2">amor deificus</hi> («Etiam in ipso amore deifico transformatur»; ivi, <hi rend="CharOverride-2">de via unitiva</hi>, § 4, vol. II, p. 16) ed infine di <hi rend="CharOverride-2">amor divinitus</hi> («Amorem divinitus collatum adfectui velut pedissequum insectari»; ivi, <hi rend="CharOverride-2">de via unitiva, § 90</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>vol. II<hi rend="CharOverride-2">, </hi>p. 142). In ogni caso ci si riferisce sempre e comunque all’iniziativa divina, non alla risposta dell’uomo.</p><p rend="layout_notes ParaOverride-2"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-065-backlink">8</ref></hi>	G. Colombini, <hi rend="CharOverride-2">Lettere</hi>, a cura di A. Bartoli, Lucca 1856, pp. 40-53 (Lettere XI-XIII). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-064-backlink">9</ref></hi>	Ivi, Lettera XII (Giovanni a Domenico), pp. 49-50.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-063-backlink">10</ref></hi>	Ivi, Lettera XIII (Domenico a Giovanni), p. 52. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-062-backlink">11</ref></hi>	Ivi, Lettera XI,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>p. 41 (Cfr. <hi rend="CharOverride-2">Testi e documenti</hi>, doc. 5,2).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-061-backlink">12</ref></hi>	de Balme, <hi rend="CharOverride-2">Theologie mystique</hi>, cit., 408, vol. I, p. 130 (cfr. <hi rend="CharOverride-2">Testi e documenti</hi>, doc. 5,1).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-060-backlink">13</ref></hi>	B. Sorio (a cura di), <hi rend="CharOverride-2">La teologia mistica</hi>…, Verona 1852, p. 32 (cfr. <hi rend="CharOverride-2">Testi e documenti</hi>, doc. 5,3).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-059-backlink">14</ref></hi>	Nessuno dei due sembra avvedersi che il brano riportato non è di san Paolo, ma si trova all’inizio della <hi rend="CharOverride-2">Teologia mystica</hi> dello Pseudo-Dionigi (<hi rend="CharOverride-2">Teologia mistica</hi> I, 1, cit., p. 403). Tale confusione può essersi prodotta a causa dalla lezione del codice A, piuttosto ambigua (cfr. apparato critico in de Balme, <hi rend="CharOverride-2">Theologie mystique</hi>, cit., vol. I, p. 132).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-058-backlink">15</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Lettere del B. Gio. Colombini</hi>, cit., Lettera XI, pp. 41-42 (cfr. <hi rend="CharOverride-2">Testi e documenti</hi>, doc. 6,2).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-057-backlink">16</ref></hi>	de Balme, <hi rend="CharOverride-2">Theologie mystique</hi>, cit., 409, vol. II, p. 132, 7-16 (cfr. <hi rend="CharOverride-2">Testi e documenti</hi>, doc. 6,1: da notare che il codice A – il cui testo è stato usato da Domenico – omette il segmento <hi rend="CharOverride-2">cuncta… absolutus</hi>, che infatti non figura nel volgarizzamento).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-056-backlink">17</ref></hi>	Sorio, <hi rend="CharOverride-2">La teologia mistica</hi>, cit., p. 78 (Cfr. <hi rend="CharOverride-2">Testi e documenti</hi>, doc. 6,3).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-055-backlink">18</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Lettere del B. Gio. Colombini</hi>, cit., Lettera XXI all’abbadessa e alle monache del monastero di S. Bonda, p. 83.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-054-backlink">19</ref></hi>	Devo tutte le informazioni che seguono al dott. Mattia Zangari, giovane studioso che sta raccogliendo materiali per la prima edizione critica della <hi rend="CharOverride-2">Theologia misticha del divino amore</hi>. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-053-backlink">20</ref></hi>	Da Città di Castello (nel dicembre 1400) invia, tramite Geronimo da Firenze, una copia della <hi rend="CharOverride-2">Theologia mystica</hi> al gesuato Tommaso di Guelfaccio, invitandolo ad intraprenderne la lettura (I. Gagliardi, <hi rend="CharOverride-2">I </hi>Pauperes Yesuati<hi rend="CharOverride-2"> tra esperienze religiose e conflitti istituzionali</hi>, Herder, Roma 2004, p. 333, n. 151).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-052-backlink">21</ref></hi>	Vi si trova suor Orsola Belcari, figlia di Feo Belcari, biografo del fondatore dei gesuati (I. Gagliardi, <hi rend="CharOverride-2">Sola con Dio. La missione di Domenica da Paradiso nella Firenze del primo Cinquecento</hi>, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2007, pp. 24-27). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-051-backlink">22</ref></hi>	M.A. Caronia Alberti, <hi rend="CharOverride-2">La memoria dei luoghi. Santa Brigida e il convento di </hi>Scala Coeli<hi rend="CharOverride-2"> a Genova</hi>, Internòs, Chiavari 2013. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-050-backlink">23</ref></hi>	S. Mostaccio, <hi rend="CharOverride-2">Osservanza vissuta, osservanza insegnata: la domenicana genovese Tommasina Fieschi e i suoi scritti (1448 ca. 1534)</hi>, Olschki, Firenze 1999.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-049-backlink">24</ref></hi>	Ivi, p. 261.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-048-backlink">25</ref></hi>	Genova, Biblioteca Universitaria, ms. A.III.30. Fra di essi figurano alcune eleganti iniziali e litanie incorniciate da semplici miniature. Se fosse stato scritto dalla Fieschi, questi sarebbero i suoi unici disegni superstiti, essendo l’intera opera pittorica andata perduta. Il codice però attende ancora uno studio approfondito.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-047-backlink">26</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Descrizione dei manoscritti delle opere di Tommasina Fieschi</hi>, in Mostaccio, <hi rend="CharOverride-2">Osservanza vissuta, osservanza insegnata</hi>, cit., pp. 259 ss.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-046-backlink">27</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Lettera 26 a Mariola</hi>, in Mostaccio, <hi rend="CharOverride-2">Osservanza vissuta, osservanza insegnata</hi>, cit. p. 272. L’adattamento all’italiano corrente è nostro. Il suo linguaggio è molto vicino a quello della <hi rend="CharOverride-2">Theologia mystica</hi>, dove troviamo un passo simile: «[L’anima] dispregia ogni ricchezza terrena tanto triunfando de’ nemici, che per quello che le credono fare vergogna essa sposa per virile levamento contro a loro, riceve maggiore grazia dal diletto e più istretta unione e corona di gloria» <hi rend="CharOverride-2">Theologia mystica</hi>, cit., p. 51).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-045-backlink">28</ref></hi>	Mostaccio, <hi rend="CharOverride-2">Osservanza vissuta, osservanza insegnata</hi>, cit<hi rend="CharOverride-2">.</hi>, p. 356. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-044-backlink">29</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Vita ed opere di santa Caterina da Genova</hi>, Genova 1860, cap. XLV, pp. 123-124.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-043-backlink">30</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Libro de la vita mirabile et dottrina santa, de la beata Caterinetta da Genoa. Nel quale si contiene una utile et catholica dimostratione et dechiaratione del purgatorio</hi>, Genova 1551. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-042-backlink">31</ref></hi>	Cfr. P.M. Marianeschi, <hi rend="CharOverride-2">Incendio d’amore/ipertermia</hi>, in L. Borriello, R. Di Muro (a cura di), <hi rend="CharOverride-2">Dizionario dei fenomeni mistici cristiani</hi>, Ancora, Milano 2014, pp. 68-71 con relativa bibliografia. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-041-backlink">32</ref></hi>	Capo XXV.<hi rend="CharOverride-2"> Dell’amor proprio, e del divino amore, e delle loro condizioni</hi>. – <hi rend="CharOverride-2">Vita ed opere di santa Caterina da Genova</hi>, cit., cap. XLV, p. 67.</p><p rend="layout_notes ParaOverride-2"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-040-backlink">33</ref></hi>	Ivi, cap. XXXIX, p. 103 (cfr. <hi rend="CharOverride-2">Testi e documenti</hi>, doc. 7).</p><p rend="layout_notes ParaOverride-2"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-039-backlink">34</ref></hi>	Ivi, cap. XXXIX, p. 102 (cfr. <hi rend="CharOverride-2">Testi e documenti</hi>, doc. 8).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-038-backlink">35</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Trattato del Purgatorio</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>capo X, in <hi rend="CharOverride-2">Vita ed opere di santa Caterina da Genova</hi>, cit., pp. 177-178.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-037-backlink">36</ref></hi>	Lo studio ad oggi più completo su questa figura è quello di D. Solfaroli Camillocci, <hi rend="CharOverride-2">La “carità segreta”. Ricerche su Ettore Vernazza e suoi notai genovesi confratelli del Divino Amore</hi> nell’opera collettiva <hi rend="CharOverride-2">Tra Siviglia e Genova: Notaio, documento e commercio nell’età colombiana</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>Atti del Convegno di studi storici per le celebrazioni colombiane (Genova 1992), Giuffrè, Milano 1994, pp. 395-434.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-036-backlink">37</ref></hi>	Mostaccio, <hi rend="CharOverride-2">Osservanza vissuta, osservanza insegnata</hi>, cit., pp.78-80.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-035-backlink">38</ref></hi>	La ricorda immersa contemporaneamente sia nell’attività che nella contemplazione (cfr. <hi rend="CharOverride-2">Vita ed opere di santa Caterina da Genova</hi>, cit., capo VIII, p. 20).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-034-backlink">39</ref></hi>	Del 1499 infatti è una <hi rend="CharOverride-2">addizione</hi> agli Statuti che permette ad alcuni confratelli di seguire la nuova fondazione di Vernazza il <hi rend="CharOverride-2">Ridotto degli incurabili</hi>, il primo ospedale italiano destinato ad accogliere i malati di sifilide, una malattia che all’epoca non aveva una cura (Solfaroli Camillocci, <hi rend="CharOverride-2">La “carità segreta”</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit<hi rend="CharOverride-2">.</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>p. 398).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-033-backlink">40</ref></hi>	M. Bendiscioli, <hi rend="CharOverride-2">Riforma cattolica. Antologia di documenti</hi>, Studium, Roma 1963, pp. 10-11 (cfr. <hi rend="CharOverride-2">Testi e documenti</hi>, doc. 9). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-032-backlink">41</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Alli devoti in Christo iesu lettori</hi>, in <hi rend="CharOverride-2">Libro de la vita mirabile et dottrina santa, de la beata Caterinetta da Genoa. Nel quale si contiene una utile et catholica dimostratione et dechiaratione del purgatorio</hi>, cit. </p><p rend="layout_notes ParaOverride-2"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-031-backlink">42</ref></hi>	Cfr. <hi rend="CharOverride-2">Testi e documenti</hi>, doc. 9. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-030-backlink">43</ref></hi>	Solfaroli Camillocci, La “<hi rend="CharOverride-2">carità segreta</hi>”, cit., p. 404.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-029-backlink">44</ref></hi>	Ivi, p. 405.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-028-backlink">45</ref></hi>	D. Solfaroli Camillocci, <hi rend="CharOverride-2">I devoti della carità</hi>: <hi rend="CharOverride-2">le confraternite del Divino Amore nell’Italia del primo Cinquecento</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>La Città del Sole,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>Napoli 2002, p. 64.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-027-backlink">46</ref></hi>	I legami tra i gesuati ed il cardinale risalivano verosimilmente ai contatti con i canonici di san Giorgio in Alga, per i quali aveva costruito la chiesa di san Salvatore in Lauro, cfr. S. Corradini, <hi rend="CharOverride-2">Note sul Cardinale Latino Orsini fondatore di S. Salvatore in Lauro ed il suo elogio funebre</hi>, in F. Benzi, C. Crescentini, M.B. McGrath (a cura di), <hi rend="CharOverride-2">Sisto IV: le arti a Roma nel primo Rinascimento</hi>, Associazione culturale Shakespeare, Roma 2000, pp. 123-142.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-026-backlink">47</ref></hi>	Una copia della bolla di concessione, datata 29 dicembre 1454 si trova alla Biblioteca Apostolica Vaticana, <hi rend="CharOverride-2">Vat. Ott.</hi> 2506, cc. 160-162 (inc. <hi rend="CharOverride-2">Apostolicae servitutis studium…</hi>; expl. <hi rend="CharOverride-2">quarto Calendis Januarii Pontificatus nostri Anno octavo</hi>…; cfr. V. Forcella, <hi rend="CharOverride-2">Catalogo dei manoscritti riguardanti la storia di Roma che si conservano nelle biblioteche romane private</hi>, Roma 1880, vol. II, p. 223).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-025-backlink">48</ref></hi>	Gagliardi, <hi rend="CharOverride-2">I Pauperes Yesuati</hi>, cit., pp. 306 ss.: 323. La Biblioteca nazionale centrale Vittorio Emanuele II di Roma conserva un piccolo codice della <hi rend="CharOverride-2">Misticha theologia</hi> senza note di possesso che potrebbe essere collegato alla loro presenza al Celio (<hi rend="CharOverride-2">fondo Vittorio Emanuele</hi>, n. 733). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-024-backlink">49</ref></hi>	Vi rimarranno fino alla soppressione del 1668 (cfr. A.D. Tani, <hi rend="CharOverride-2">Le chiese di Roma. Guida storico-artistica. Le chiese stazionali</hi>, Edizioni d’Arte E. Celanza, Torino 1922, p. 19).</p><p rend="layout_notes ParaOverride-2"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-023-backlink">50</ref></hi>	Solfaroli Camillocci, <hi rend="CharOverride-2">I devoti della carità</hi>, cit., pp. 75 ss.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-022-backlink">51</ref></hi>	L. Fiorani, <hi rend="CharOverride-2">“Charità et pietate”. Confraternite e gruppi devoti nella città rinascimentale e barocca</hi>, in <hi rend="CharOverride-2">Roma, città del papa</hi> (<hi rend="CharOverride-2">Storia d’Italia</hi> – <hi rend="CharOverride-2">Annali</hi> 16), Einaudi, Torino 2000, p. 445, n. 43.</p><p rend="layout_notes ParaOverride-2"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-021-backlink">52</ref></hi>	Solfaroli Camillocci, <hi rend="CharOverride-2">I devoti della carità</hi>, cit., p. 111-112.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-020-backlink">53</ref></hi>	Oltre a Gaetano da Thiene si ricordano Bonifacio de’ Colli, Paolo Consiglieri e Gian Pietro Carafa, vescovo di Chieti, poi papa Paolo IV. Per le origini dei teatini, cfr. M. Girardo<hi rend="CharOverride-2">, I teatini a Capua. Il complesso di sant’Eligio tra storia e arte</hi>, «Regnum Dei» LXVI (136), 2010, pp. 29-31.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-019-backlink">54</ref></hi>	Solfaroli Camillocci, <hi rend="CharOverride-2">La “carità segreta”</hi>, cit., p. 410.</p><p rend="layout_notes ParaOverride-2"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-018-backlink">55</ref></hi>	Id.,<hi rend="CharOverride-2"> I devoti della carità</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit<hi rend="CharOverride-2">.</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>p. 117.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-017-backlink">56</ref></hi>	F. Andreu (a cura di), <hi rend="CharOverride-2">Le lettere di San Gaetano da Thiene, Studi e testi </hi>177, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano 1954.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-016-backlink">57</ref></hi>	Ivi, p. 23. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-015-backlink">58</ref></hi>	Ivi, p. 21.</p><p rend="layout_notes ParaOverride-2"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-014-backlink">59</ref></hi>	C. Piazza, <hi rend="CharOverride-2">Eusevologio romano</hi>, Roma 1698, pp. 475-476 (<hi rend="CharOverride-2">Testi e documenti</hi>, doc. 11).</p><p rend="layout_notes ParaOverride-2"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-013-backlink">60</ref></hi>	Cfr. G. Negri, <hi rend="CharOverride-2">Istoria degli scrittori fiorentini</hi>, Ferrara 1722, p. 298.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-012-backlink">61</ref></hi>	Cfr. G.A. de Pretis, <hi rend="CharOverride-2">Annales ecclesiae S. Mariae in via Lata</hi>, libro I, cap. III (Archivio Storico del Vicariato di Roma, <hi rend="CharOverride-2">Fondo S. Maria in via Lata</hi>, vol. 132 c. 14r). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-011-backlink">62</ref></hi>	Per le vicende dei lavori a S. Maria in via Lata e per il loro collegamento al <hi rend="CharOverride-2">Breve</hi> in favore dell’Immacolata concezione, cfr. C. Baglione, <hi rend="CharOverride-2">Alessandro VII e il cantiere di S. Maria in via Lata</hi>, «Annali di architettura<hi rend="CharOverride-2">. </hi>Rivista del centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio di Vicenza», 13, 2001, pp. 137-157. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-010-backlink">63</ref></hi>	È attestato un calo degli iscritti nella prima metà del Settecento (Archivio Storico del Vicariato di Roma, <hi rend="CharOverride-2">Fondo S. Maria in via Lata</hi>, 262, cc. 248ss; documenti dal 1655 al 1767).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-009-backlink">64</ref></hi>	F. Valesio,<hi rend="CharOverride-2"> Diario</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>Longanesi, Milano 1979, vol. V, pp. 386-387 (<hi rend="CharOverride-2">Testi e documenti</hi>, doc. 12). Riferiscono le origini di questa devozione altri due brani del diario di Francesco Valesio del 25 agosto (p. 382) e del 3 settembre 1740 (pp. 387-388); una notizia nel <hi rend="CharOverride-2">Diario di Roma</hi> sul sopralluogo del Cardinale Vicario Guadagni (<hi rend="CharOverride-2">Diario di Roma</hi>, n. 3605 del 10 settembre 1740) alla quale fa seguito un articolo sul trasporto dell’immagine alla Chiesa delle Falcognane<hi rend="CharOverride-2"> </hi>(<hi rend="CharOverride-2">Diario di Roma </hi>n. 3614 del 1 ottobre 1740). Un lungo contenzioso fra il Capitolo di San Giovanni e la Confraternita di S. Caterina della Rosa propietaria di Castel di Leva, ha prodotto vari documenti, ma in essi non si trovano notizie sul conferimento del titolo (Archivio Segreto Vaticano, Fondo Sacra Rota, <hi rend="CharOverride-2">Positiones</hi> n. 1884, <hi rend="CharOverride-2">Romana imaginis et oblationum, Summarium</hi>).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-008-backlink">65</ref></hi>	Nell’Archivio Storico del Vicariato di Roma (<hi rend="CharOverride-2">Atti Segreteria</hi> 72, cc. 166-170: <hi rend="CharOverride-2">Testi e documenti</hi>, doc. 13) si trova una <hi rend="CharOverride-2">Memoria</hi> databile fra il 1759 ed il 1763 che si è rivelata un documento fondamentale che permette di ricostruire con sufficiente approssimazione tutta la vicenda. La scoperta si deve al dott. Domenico Rocciolo, direttore dell’Archivio stesso che qui intendo ringraziare. Da questa prima e più antica relazione dipende una versione in latino datata 1817 che si interrompe dopo poche righe a causa della perdita di un fascicolo (Archivio Storico del Vicariato di Roma, Plico 226 – <hi rend="CharOverride-2">Santuario del Divino Amore</hi>, p. 2. <hi rend="CharOverride-2">Verbale della visita apostolica del 22 maggio 1817</hi>).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-007-backlink">66</ref></hi>	Cfr. L. Lewis, voce <hi rend="CharOverride-2">Alessandro Albani</hi>, in <hi rend="CharOverride-2">Dizionario biografico degli italiani</hi>, vol. I, Roma 1960, pp. 595-597. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-006-backlink">67</ref></hi>	Per il ruolo – in verità decisivo – svolto da Albani e dalla piccola fazione piemontese nel conclave del 1740, cfr. F.S. Kraus (a cura di), <hi rend="CharOverride-2">Lettere di Benedetto XIV al canonico Pier Francesco Peggi Bolognese</hi>, Freiburg 1888, pp. 151-173. Per Carlo Vincenzo Ferreri (1682-1742), cfr. L. Cardella, <hi rend="CharOverride-2">Memorie storiche de’ cardinali della Santa Romana Chiesa</hi>, Roma 1794, vol. VIII, p. 242. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-005-backlink">68</ref></hi>	Cfr. <hi rend="CharOverride-2">Diario di Roma</hi>, n. 3286 del 23 agosto 1738, p. 10; per le funzioni della Congregazione delle acque, cfr. G. Moroni, <hi rend="CharOverride-2">Dizionario di erudizione storico ecclesiastica</hi>, Venezia 1842, vol. XVI, p. 156.</p><p rend="layout_notes ParaOverride-2"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-004-backlink">69</ref></hi>	Cfr. <hi rend="CharOverride-2">infra</hi>, <hi rend="CharOverride-2">Testi e documenti</hi>, doc. 15.</p><p rend="layout_notes ParaOverride-2"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-003-backlink">70</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Diario di Roma</hi>, n. 5181 del 3 ottobre 1750 (<hi rend="CharOverride-2">Testi e documenti</hi>, 14).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-002-backlink">71</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Intenzione dell’autore</hi>, in <hi rend="CharOverride-2">Trattato del divino amore proposto alle anime fedeli desiderose di piacere a Dio e fa acquisto dell’eterna gloria …</hi>, Roma 1743 (<hi rend="CharOverride-2">Testi e documenti</hi>, doc. 15).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-001-backlink">72</ref></hi>	U. Terenzi, <hi rend="CharOverride-2">Diario 1930-1936</hi>, Roma 2018, § 914 (<hi rend="CharOverride-2">Testi e documenti</hi>, doc. 16).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="12.html#footnote-000-backlink">73</ref></hi>	Non sono state trovate immagini a stampa della Madonna del <hi rend="CharOverride-2">Divino amore </hi>per quest’epoca, mentre una piccola medaglia devozionale databile alla metà circa del sec. XVIII è stata rinvenuta in un locale del Conservatorio di S.Caterina della Rosa presso la <hi rend="CharOverride-2">Crypta Balbi</hi> e descritta con cura paziente dal prof. Manacorda negli anni ’80 (D. Manacorda, <hi rend="CharOverride-2">Archelogia urbana a Roma: il progetto della Crypta Balbi. 2. Un mondezzaro del secolo XVIII</hi>, All’Insegna del Giglio, Firenze 1984, pp. 145-146). Essa è attualmente esposta nel museo annesso al sito archeologico, che ospitò nel sec. XVII-XVIII il Conservatorio femminile proprietario del terreno di Castel di Leva (notizie gentilmente fornite dal dott. Carmelo Carci, consegnatario del museo).</p>
      
      
      
      
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