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        <title type="main" level="a">L’immagine del Nome di Gesù presso i gesuati</title>
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          <resp>This is a section of <title>Le vestigia dei gesuati</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-228-7</idno>) by </resp>
          <name>Isabella Gagliardi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
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        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-228-7.16</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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        <p>Given that the Jesuati were thus called because of their frequent invocation of “Jesus”, it would stand to reason that they frequently displayed depictions of this name, the IHS, in their churches and settlements, as a testament to their devotion as well as a reference to their own nickname. And yet, their adoption of the Holy Name was not as straightforward as it first appears.</p>
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            <item>Holy Name of Jesus</item>
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            <item>Images of IHS</item>
            <item>Christogram</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-228-7.16<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-228-7.16" /></p>
      
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">L’immagine del Nome di Gesù presso i gesuati </p><p rend="h1_author">Corinna Tania Gallori</p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold CharOverride-1">Sommario</hi>: Considerato che i gesuati erano così chiamati a causa della loro frequente invocazione di <hi rend="CharOverride-2">‘</hi>Gesù’, sarebbe logico pensare che esibissero spesso raffigurazioni di questo nome, lo IHS, nelle loro chiese e insediamenti, a testimonianza della loro devozione e in riferimento al proprio soprannome. E invece l’adozione del Santo Nome da parte loro non fu lineare quanto sembrerebbe a prima vista. Questo saggio mira a mostrare come i gesuati si appropriarono lentamente del Santo Nome, incorporandolo visivamente nelle loro creazioni artistiche. Grazie a un’analisi degli usi e delle pratiche dei sostenitori del culto del Nome di Gesù, come Bernardino da Siena, e dei quasi omonimi gesuiti, emerge una comprensione più sfumata della ricezione stessa dei gesuati.</p><p rend="text">Il nome Gesù è visualizzato con un trigramma che può essere variamente scritto (IHS, YHS, JHS, JHC, ihs, yhs, jhs, jhc) ed è un’abbreviazione dell’originario nome ebraico in una forma ibrida greco-latina, perché la H è una eta maiuscola, una ‘e’ lunga. Siamo abituati a pensarlo in lettere d’oro e posto entro un sole raggiato, ovvero a una semplificazione della visualizzazione proposta da Bernardino. Il Nome dell’Albizzeschi era infatti uno <hi rend="CharOverride-3">yhs</hi> la cui <hi rend="CharOverride-3">h </hi>diventa la Croce, come frequente già da secoli, doveva essere scritto in oro e posto entro un sole con dodici raggi maggiori e centoquarantaquattro minori; il tutto andava poi collocato entro una tavola quadrata nel cui profilo corre un passo della lettera di san Paolo ai Filippesi (2,10), <hi rend="CharOverride-3">In nomine Jesu omne genu flectatur, cælestium, terrestrium et infernorum</hi>. In realtà il soggetto poteva essere scritto e rappresentato in svariati modi. A parte le diverse possibilità di <hi rend="CharOverride-3">font</hi>, la forma del Nome poteva essere complicata scrivendo, ad esempio, le cifre ‘a nastro’ o intrecciandole e si misero a punto anche visualizzazioni molto elaborate. Nel Quattrocento in tutta Europa vennero realizzati trigrammi ‘animati’, le cui lettere si trasformano negli <hi rend="CharOverride-3">Arma Christi</hi> o ospitata scene della Passione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-057-backlink"><ref target="16.html#footnote-057">1</ref></hi></hi>. Con la creazione di confraternite del Nome di Gesù e dopo l’invito papale del 1530 a fondarne altri in tutta Italia, lo IHS/yhs fu poi inserito in raffigurazioni più o meno nuove, visualizzazioni dell’andante paolino ed immagini di esaltazione. </p><p rend="text">Nonostante i gesuati siano stati la prima congregazione ad adottare il Nome di Gesù come parte del proprio nome e Giovanni Colombini sia un predecessore particolarmente interessante di Bernardino Albizzeschi, in quanto suo concittadino, il loro apporto alla storia figurativa del Nome di Gesù non è molto studiato. Solo a fine Settecento e nell’Ottocento era stato talora dibattuto se alcuni dettagli figurativi del trigramma bernardiniano non fossero stati da loro inventati<hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi xml:id="footnote-056-backlink"><ref target="16.html#footnote-056">2</ref></hi></hi>. Nel cercare di definire il contributo dei gesuati alla questione, ci si scontra però con diversi problemi connessi alla produzione artistica loro destinata. Non esistono studi su molti centri, né repertori aggiornati di immagini del fondatore (anche se se ne sta creando uno sul sito gesuati.net) o di opere d’arte realizzate per la congregazione. Lo spostamento in nuove chiese o il rinnovamento dei primi insediamenti e, dopo la soppressione, il riutilizzo dei conventi da parte di altri ordini o la loro distruzione hanno portato alla dispersione e/o perdita di materiale. Tutto questo rende complesso creare confronti e affrontare tematiche generali: uno studio che si focalizzi su un tema trasversale va quindi più che mai considerato un <hi rend="CharOverride-3">work in progress</hi>. Questa premessa è necessaria perché, nonostante l’impennata creativa che la storia figurativa e cultuale del Nome di Gesù conosce tra Quattro e Cinquecento, le visualizzazioni gesuate finora rintracciate sono piuttosto deludenti. Nessuna delle iconografie più complesse risulta impiegata e il trigramma più spesso ritrovato è quello ‘classico’, scritto perlopiù in capitale latina (IHS) o minuscola gotica (yhs). Soprattutto esso manca in molti dei contesti dove ci si sarebbe aspettati di trovarlo.</p><p rend="text">Il trigramma non sembra essere stato associato a Giovanni Colombini nelle sue prime raffigurazioni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-055-backlink"><ref target="16.html#footnote-055">3</ref></hi></hi>. Se non è sopravvissuta la sua immagine più antica, quella che stando a Feo Belcari venne dipinta diciassette mesi dopo il decesso sulla cassa che ne conteneva il corpo, il Nome non gli è posto vicino nelle tre pale di Sano di Pietro, quelle del 1444 detta appunto ‘dei gesuati’, dei SS. Cosma e Damiano e di Santa Bonda. Quando lo vediamo, è solo come <hi rend="CharOverride-3">tabula</hi> nelle mani di Bernardino Albizzeschi. Non si trova negli affreschi della sala del segretario di Palazzo Pubblico o nella pala già attribuita a Fungai. Manca a fine Quattrocento in San Cristo a Brescia, nell’affresco che mostra Colombini contemplare la Pietà e nell’unica xilografia dell’edizione del trattato in difesa dei gesuati di Antonio Corsetto, dove sopra la consegna del testo al fondatore volteggiano piuttosto un Crocifisso e Girolamo penitente (Fig. 1)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-054-backlink"><ref target="16.html#footnote-054">4</ref></hi></hi>. Nel portale dell’ex chiesa di Venezia, un beato gesuato regge un trigramma infuocato in mano (Fig. 2), ma considerato che porta con sé pastorale e mitria è più probabile che si tratti del vescovo di Ferrara, Giovanni da Tossignano, come pensa anche Fulvio Lenzi.</p><p rend="text_NOindent ParaOverride-1"><graphic url="16-web-resources/image/Fig.01.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 1. Incisore veneziano, <hi rend="CharOverride-3">Antonio Corsetto consegna il Tractatus a Giovanni Colombini e Giovanni da Tossignano</hi>, in Antonius Corsettus, <hi rend="CharOverride-3">Tractatus excellentissimus ad status pauperum fratrum Ihesuatorum confirmationem</hi>, Venezia, Giovanni e Gregorio de Gregoriis, 22 settembre 1495. Foto: autore, da Milano, Biblioteca Nazionale Braidense, AL.IX.10.<hi rend="CharOverride-5"> </hi>[Su concessione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Divieto di ulteriore riproduzione o duplicazione con qualsiasi mezzo]</p><p rend="text">Immagini in cui il fondatore della congregazione viene mostrato nell’atto di adorare o sostenere il Nome sembrano apparire solo nel Cinquecento. È stato identificato con Giovanni il gesuato inginocchiato davanti a un’apparizione divina e con due ihs alle spalle miniato nella C incipitaria di un manoscritto <hi rend="CharOverride-3">Della forza e della virtù della dominica oratione</hi> di Antonio Bettini realizzato a inizio secolo, ma potrebbe anche essere l’autore stesso del testo<hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi xml:id="footnote-053-backlink"><ref target="16.html#footnote-053">5</ref></hi></hi>. Troviamo il trigramma dipinto nelle mani del Colombini nel secondo decennio del Cinquecento, in un affresco in San Girolamo a Siena, e nel 1530, nella pala marmorea realizzata da Silvio Cosini per il santuario di Montenero<hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi xml:id="footnote-052-backlink"><ref target="16.html#footnote-052">6</ref></hi></hi>. Immagini simili si moltiplicano a partire da questo periodo. </p><p rend="text">Il trigramma era usualmente raffigurato vicino ai santi e beati ‘interessati’ al Nome per esprimerne la devozione – avviene con Enrico Suso, Bernardino, Giacomo della Marca e Giovanni da Capestrano. È quindi anomalo trovarlo associato così tardi al Colombini. Il ritardo potrebbe essere giustificato evocando la distruzione/dispersione di materiale prima accennata e le note polemiche suscitate dall’Albizzeschi, che avrebbero potuto scoraggiare l’uso del simbolo da parte della congregazione almeno per tutta la prima metà del Quattrocento, se non fosse per altri segnali. </p><p rend="text">Nelle chiese gesuate scarseggiano altari dedicati alla Circoncisione e al momento conosco solo due raffigurazioni con questo soggetto realizzate per la congregazione. Un dipinto con questo soggetto si trovava nel 1666 in San Girolamo a Milano e, se fosse stato davvero la pala di Zenale della collezione Pkb Privatbank a Ginevra, si tratterebbe di un’opera di più di cinquant’anni posteriore alla fondazione del convento stesso<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-051-backlink"><ref target="16.html#footnote-051">7</ref></hi></hi>. Vi è poi la tela in San Cristo a Brescia, ma non è certo che vi si trovasse <hi rend="CharOverride-3">ab antiquo </hi>ed è ancora più tarda, del 1620 circa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-050-backlink"><ref target="16.html#footnote-050">8</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’assenza di questo soggetto è significativa, perché la festa della Circoncisione coincideva con l’imposizione del nome al Bambino e quindi per tutto il Medioevo era stata il momento prediletto per parlare del Nome di Gesù, come avviene ad esempio nella <hi rend="CharOverride-3">Legenda Aurea</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-049-backlink"><ref target="16.html#footnote-049">9</ref></hi></hi>. Non a caso, Enrico Suso ritiene questo giorno una data importante per i discepoli dell’Eterna Sapienza. Tra Quattro e Cinquecento sugli altari dedicati al Nome vengono spesso poste immagini della Circoncisione e ve ne sono diverse di provenienza gesuita. Questo soggetto sarebbe stato perfetto per accennare al tema senza suscitare polemiche ed è quindi preoccupante trovarne poche presso i gesuati. Significa che la congregazione ignorò l’occasione principe per creare un discorso figurativo incentrato sul Nome. </p><p rend="text">Il trigramma non compare nemmeno nell’apparato figurativo delle pubblicazioni legate ai gesuati. Oltre che nel <hi rend="CharOverride-3">Tractatus</hi> di Corsetto, manca nelle due edizioni (Firenze, 1477 e 1491) del <hi rend="CharOverride-3">Monte Santo di Dio</hi> del gesuato Bettini – che peraltro è il primo libro illustrato italiano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-048-backlink"><ref target="16.html#footnote-048">10</ref></hi></hi>. Lo troviamo invece nei <hi rend="CharOverride-3">Sermoni volgari </hi>di Bernardo di Chiaravalle tradotti da Giovanni da Tossignano editi a Venezia nel 1528 «ad instantia» dei gesuati di Ferrara, che propongono (Fig. 3) la soluzione visivamente più interessante finora incontrata: uno yhs entro una ghirlanda di frutta (che non a caso ricorda quello recuperato nel cenobio ferrarese) e sorretto da due membri della congregazione, secondo una soluzione che aveva iniziato ad apparire da qualche anno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-047-backlink"><ref target="16.html#footnote-047">11</ref></hi></hi>. Il trigramma è circondato da iscrizioni: il cartiglio che gli volteggia sopra riporta in latino l’andante paolino, mentre in mano ai gesuati sono citazioni da una lauda di Belcari, l’<hi rend="CharOverride-3">incipit</hi> «iesv iesv ognvn chiama iesv» ed «e[g]li e quel nome sancto che da salvte al mondo». </p><p rend="text">Questo non vuol dire che non esistessero trigrammi gesuati prima del 1500. ‘Semplici’ Nomi di Gesù punteggiano manoscritti ed alcuni edifici della congregazione. Così uno yhs compare nel <hi rend="CharOverride-3">bas-de-page</hi> della c. 13r, allineato a una serie di stemmi sulla pagina opposta, in un codice proveniente da San Giovanni alla Calza a Firenze e realizzato tra il 1485 e il 1492<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-046-backlink"><ref target="16.html#footnote-046">12</ref></hi></hi>; ed è scritto senza alcuna ornamentazione in testa a ogni pagina del manoscritto Z 39 sup della Biblioteca Ambrosiana che riporta le decisioni dei capitoli generali. In San Cristo a Brescia un trigramma ‘raggiante’ appare negli scudi retti da angeli del portale (Fig. 4), nelle chiavi di volta del coro (Fig. 5) e della volta a crociera continua con costoloni. Anche nell’arco trionfale, dalle lacune negli affreschi tardocinquecenteschi del pittore gesuato Benedetto Marone, emergono tracce rosse che potrebbero essere state lettere<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="16.html#footnote-045">13</ref></hi></hi>. Sulla facciata della chiesa della Visitazione a Venezia troneggia uno yhs sorretto da due angeli (Fig. 6), altri sono posti nell’intradosso del portale (Fig. 7) e nelle modanature dell’interno. Nomi si ritrovano anche negli ambienti superstiti dei centri di Verona e Ferrara, ma si tratta sempre di una presenza molto discreta e le forme adottate non sono mai particolarmente originali. Solo nel trigramma dell’intradosso veneziano si registra un abbellimento delle lettere, che sono scritte ‘a nastro’. </p><p rend="text">Queste scelte sono comprensibili se si ritorna alle origini dell’associazione dei gesuati al Nome, questione legata al nome stesso della congregazione. Come rilevato da Dufner, questo compare per la prima e unica volta nel testamento del Colombini dettato ad Acquapendente il 26 luglio 1367 e tramandato dalla vita composta da Feo Belcari nel 1449: «quando le vostre opere seguitaranno IESV, allora sarete Iesuati: Sempre ogni vostro pensiero, ogni vostro parlare, &amp; ogni vostra operatione, sia sempre per honore di IESV CRISTO. Habbiate sempre el suo santo nome nel quore, &amp; nella bocca, in cio che voi fate»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="16.html#footnote-044">14</ref></hi></hi>. E il Salvatore «per la sua gratia ci hà donato el suo nome, peroche ò vogliamo noi ò nò, siamo detti Iesuati»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="16.html#footnote-043">15</ref></hi></hi>. Come noto, Giovanni Colombini e i suoi seguaci si autodefinivano piuttosto «brigata de’ povari» e gesuati si era diffuso come soprannome informale a causa della frequente invocazione e lode «perciò che de l’abondancia del cuore […] la boca parla» (Mt 12,34) di Gesù Cristo da parte dei primi membri<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="16.html#footnote-042">16</ref></hi></hi>. Già presente nella <hi rend="CharOverride-3">Vita</hi> del fondatore di Giovanni Tavelli, questa spiegazione fu ripetuta nel <hi rend="CharOverride-3">Tractatus </hi>di Corsetto, dove si aggiunge che venne assegnato profeticamente dai bambini secondo il Salmo 8,2 (8,3) «ex ore infantium et lactantium perfecisti laudem», e da Polidoro Vergilio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="16.html#footnote-041">17</ref></hi></hi>. Riprendendo la questione nel 1569, Paolo Morigia ribadiva come il «più nobil titolo del mondo […] Nome ueramente riguardeuole, admirabile, &amp; eccellentissimo sopra tutti gli altri nomi» fosse stato dato ai gesuati «per diuin’ oracolo […], e per spirito profetico»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="16.html#footnote-040">18</ref></hi></hi>. E nel 1582 aggiungeva che il soprannome nacque a Viterbo nel 1367 (sebbene nella <hi rend="CharOverride-3">Vita</hi> di Giovanni Tavelli si legga piuttosto che qui erano detti i «poveri del papa»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="16.html#footnote-039">19</ref></hi></hi>) e, riprendendo il <hi rend="CharOverride-3">Tractatus</hi>, ne attribuisce l’invenzione a dei neonati che, per grazia dello Spirito Santo, avrebbero così salutato Colombini e i suoi seguaci<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="16.html#footnote-038">20</ref></hi></hi>. Immagini di questo miracolo sono peraltro attestate, seppur tardi (Figg. 9-10).</p><p rend="text">La devozione del fondatore per il Nome di Gesù è affermata nell’agiografia. Feo Belcari (poi ripreso da altri), dichiarò che Giovanni «tanto hauea inpresso el nome di Cristo nel cuore, che spesso spesso lo ricordaua, &amp; in cento Epistole che delle sue hò letto, delle quali la maggior parte sono di pochi versi, hò trouato scritto questo nome Cristo intorno à M.CCCC. volte, senza gli altri vocaboli, co quali nè fa mentione»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="16.html#footnote-037">21</ref></hi></hi>. Nelle lettere del Colombini stesso, tuttavia, si legge per lo più Gesù o Cristo; le menzioni del Nome di Gesù alternano come complemento di specificazione «Cristo» o «Gesù Cristo Crocifisso» e compaiono generalmente insieme all’invito a gridarlo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="16.html#footnote-036">22</ref></hi></hi>. Nell’affermare che «’l nome di Cristo si può quasi dire ispento», o dimenticato, e che desidera «per tutto il mondo essere banditore del nome di Cristo Gesù benedetto», Giovanni intende dire che nessuno pensa a Cristo e alla sua salvifica Passione ed esprime il desiderio di ricordare entrambi ai supposti cristiani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="16.html#footnote-035">23</ref></hi></hi>. Allo stesso modo, esorta la cugina Caterina a non cercare «se none il dilettoso nome di Jesù Cristo, d’altro mai per voi non si parli, morto ogni altro ragionamento se no solo di Cristo Crucifisso»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="16.html#footnote-034">24</ref></hi></hi>. Le parole di elogio rivolte al Nome sono pochissime e generiche: «il nome di Cristo benedetto, che benedetto sia il suo santissimo nome per tutto il mondo» ricalca i salmi (71(72),17: «Sit nomen eius benedictum in saecula»)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="16.html#footnote-033">25</ref></hi></hi>. L’impressione nel cuore, evocata da Belcari, è una metafora della poesia amorosa che compare anche nell’<hi rend="CharOverride-3">Horologium sapientiae </hi>di Suso, uno scritto che i gesuati sicuramente lessero<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="16.html#footnote-032">26</ref></hi></hi>. Domenico da Montecchiello lo aveva tradotto già nel Trecento e due secoli dopo i gesuati veneziani ne possedevano un manoscritto in volgare che servì all’eremita mantovano Girolamo Rigino come base per la prima edizione italiana del testo – peraltro apparsa presso Simone da Lovere, stampatore attivo per la congregazione nel 1511-1512<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="16.html#footnote-031">27</ref></hi></hi>. Nelle lettere del Colombini compare però l’invito a portare nel cuore proprio Gesù, la sua persona, non il trigramma; solo nel testamento si parla del Nome<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="16.html#footnote-030">28</ref></hi></hi>. E non emerge nemmeno una particolare devozione per il giorno della Circoncisione. Qualcosa di simile si riscontra in altri testi gesuati. Belcari collega il Nome alla salvezza del mondo nella stessa lauda citata dalla xilografia del 1528 (Fig. 3), ma era un’associazione da tempo assodata e basata sui testi sacri, dove si legge che Gesù significa esattamente «salvatore» (Mt 1,20; At 4,12). </p><p rend="text">Un confronto con quanto proponevano Enrico Suso e Bernardino Albizzeschi fa impallidire ogni menzione e iniziativa gesuata. Il domenicano tedesco, al di là dell’impressione del trigramma nel cuore (che peraltro non rimane una mera metafora), invitava a portare addosso cartigli o stoffe con il Nome a incitazione e segno del proprio amore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="16.html#footnote-029">29</ref></hi></hi>. Immaginava una candela retta dalla Vergine con intorno scritto Iesus, perché Cristo illumina i cuori di coloro che ricevono il suo nome con devozione, lo onorano e portano con sé<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="16.html#footnote-028">30</ref></hi></hi>. E considerava la Circoncisione una festa importante. Il trigramma dell’Albizzeschi era un’immagine ‘di memoria’, in cui è riassunta ogni cosa fatta da Dio per la salvezza; un’immagine su cui meditare e da contemplare, ogni elemento della quale era dotato di significato e si prestava a un gioco ermeneutico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="16.html#footnote-027">31</ref></hi></hi>. Il sole «significa la divinità» o «la grolia incomprensibile di Dio», i 12 raggi maggiori alludono agli apostoli e agli articoli della fede, i 144 minori ai 144.000 eletti dell’Apocalisse (XIV,1). Le cinque lettere rimandano alle piaghe di Cristo e ai legni della Croce; il trigramma alla Trinità. Il Nome di Bernardino era un’immagine che avrebbe protetto da ogni pericolo, che doveva avere una funzione profilattica e che veniva presentata come sostituto di una serie di pratiche popolari ‘superstiziose’. Doveva esorcizzare il demonio, proteggere dalla pestilenza, guarire dal mal di testa, garantire figli maschi. Era anche un simbolo eucaristico. E, come Suso, Bernardino suggeriva di usarlo, portandolo addosso e nelle proprie case o inserendolo in nuove immagini. Proponeva di aggiungerlo alle raffigurazioni della Vergine, dipingendolo sul suo cuore, per mostrare come «El Nome di Gesù è in Maria» o di scriverlo in lettere d’oro sulle 24 foglie del <hi rend="CharOverride-3">lignum vitae</hi>. </p><p rend="text">Come ulteriore esercizio in contrasto, si consideri come il Nome ‘agisce’ nei miracoli. Nell’agiografia gesuata, invocandolo il beato Romolo esorcizzò un diavolo e Giovanni da Tossignano fece rientrare il Po nei suoi argini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="16.html#footnote-026">32</ref></hi></hi>. Questo è esattamente quello che succede nel Nuovo Testamento e negli Atti degli Apostoli, dove gli esorcismi sono compiuti richiedendo di allontanarsi ‘in nome di’, appellandosi alla potenza divina. È un <hi rend="CharOverride-3">modus operandi</hi> tradizionale, che può ricollegarsi a un tema, quello appunto apostolico, caro ai gesuati. L’Albizzeschi esorcizzava invece attraverso la sua <hi rend="CharOverride-3">tabula</hi>, l’oggetto materiale su cui era scritto yhs, che veniva presentata al ‘posseduto’.</p><p rend="text">Nel proporre sullo stesso piano Giovanni e Bernardino, presentandoli in egual modo intenti a indicare il trigramma, il bulino inciso a Siena nel 1636 su disegno di Giovanni Maria Cortesi (Fig. 8) sottolinea quindi un’affinità molto labile<hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="16.html#footnote-025">33</ref></hi></hi>. I due avevano un approccio completamente diverso al culto del Nome di Gesù: come intuito da Isabella Gagliardi i gesuati «non vi si riconoscevano nei termini usati da Bernardino» ed è significativo che non risultino essere stati coinvolti nelle polemiche bernardiniane<hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="16.html#footnote-024">34</ref></hi></hi>. Ed è altrettanto giusto dire la «devozione al Santo Nome non aveva […] un valore in sé» per i gesuati<hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="16.html#footnote-023">35</ref></hi></hi>. Le immagini, la loro rarità o assenza in alcune forme e contesti, lo confermano.</p><p rend="text_NOindent ParaOverride-1"><graphic url="16-web-resources/image/Fig.08.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-2" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 8. Giovanni Maria Cortesi (inv.), <hi rend="CharOverride-3">Bernardino da Siena e Giovanni Colombini, con episodi delle loro vite</hi>, 1636. [Foto: Siena, Biblioteca Comunale degli Intronati, Raccolta Ciaccheriana, vol. II, c. 98]</p><p rend="text">L’interesse dei primi gesuati per il Nome sembra risolversi ed esaurirsi nell’invocazione e in un approccio ‘apostolico’ e ‘verbale’. Riprendendo Testamenti, Atti ed epistole paoline, il Nome divino evoca presenza la presenza e potere di colui che lo porta, conseguentemente gli sono dovuti rispetto e venerazione. Al di là di questo e della sua esaltazione non sembra esserci molto altro. Quanto interessava ai gesuati era Gesù Cristo, mentre non sembrano aver mai trattato il trigramma come oggetto di devozione indipendente, né aver incoraggiato alla sua visualizzazione. Le fonti non accennano se i gesuati seguissero mai l’invito di Suso a portare addosso cartigli o stoffe con il Nome a incitazione e segno del proprio amore.<hi rend="CharOverride-6"> </hi>I trigrammi che punteggiavano manoscritti e chiese della congregazione potevano evocare il ricordo della persona di Cristo, ma in primo luogo richiamavano il soprannome dei proprietari. Lo IHS sembra quindi essere stato usato dai gesuati anzitutto come simbolo identitario e di proprietà. A Brescia e Venezia peraltro si sovrapponeva anche un’eco della titolazione delle chiese stesse, ufficialmente SS. Corpo di Cristo (e il Nome entro sole era collegato all’ostia) e Santa Maria del buon Gesù. Solo nel Cinquecento la relazione sarebbe stata formalmente definita, inglobando il trigramma nell’araldica gesuata – perché la sistematizzazzione dell’araldica collettiva, ossia la creazione degli stemmi, degli ordini religiosi è un fenomeno tardo. </p><p rend="text">Alcune delle immagini più interessanti che mostrano la venerazione del Colombini per il Nome sembrano peraltro essere state realizzate su stimolo di persone esterne alla congregazone, anche se evidentemente interessate al messaggio del suo fondatore. La stampa del 1636 (Fig. 8) è un prodotto senese di commissione agostiniana e destinato ai membri della confraternita della Vergine dell’ospedale maggiore, come chiarisce la dedica. Il bulino di Giacomo Lauro apparso a Roma nel 1599 (Fig. 9) sembra puntare agli oratoriani<hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="16.html#footnote-022">36</ref></hi></hi>. Dedicata al giurista senese Panfilo Colombini e impostata come una <hi rend="CharOverride-3">tabula-vita</hi>, secondo un <hi rend="CharOverride-3">format</hi> molto popolare tra fine Cinque e inizi Seicento, l’opera mostra Giovanni inginocchiato davanti a un vaso sopra cui volteggia il trigramma. Sul recipiente è riportato «Ut portet nomen meum», citazione da un passo dedicato a Paolo che non a caso nella sua forma completa menziona anche un recipiente (At 9,15: «Vas electionis est iste mihi, ut portet nomen meum coram gentibus») e, senza trigramma, gli è spesso posto vicino nella numismatica dei pontefici omonimi. Lo ritroviamo in ambito gesuita e in associazione a uno IHS sopra un vaso nell’immagine dell’apostolo dipinta da Federico Zuccari nel 1607 per la loro chiesa di Torino, i SS. Martiri<hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="16.html#footnote-021">37</ref></hi></hi>. Giacomo Lauro era in rapporto con la comunità oratoriana di Roma, per cui realizzò vari ritratti di Filippo Neri a partire dal 1595, e nel 1600 risulta vivere nella parrocchia della Vallicella<hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="16.html#footnote-020">38</ref></hi></hi>. Questo è significativo se si considera la fortuna di Giovanni Colombini presso quest’ordine<hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="16.html#footnote-019">39</ref></hi></hi>. Filippo Neri possedeva la <hi rend="CharOverride-3">Vita</hi> di Belcari (e, peraltro, anche il <hi rend="CharOverride-3">Monte di Dio</hi> di Bettini nell’edizione del 1491) e forse la portò in lettura (questa o le laudi di Jacopone) all’eretico Giovanni Massillara detto il Paleologo<hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="16.html#footnote-018">40</ref></hi></hi>. Nel 1558 Ippolito Salviani dedicò la sua edizione della biografia di Belcari al modenese Costanzo T[assoni], uno dei primi compagni di Filippo<hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="16.html#footnote-017">41</ref></hi></hi>. L’oratoriano Antonio Gallonio evoca la conversione ‘per lettura’ del Colombini nella dedica della sua raccolta di biografie di sante romane<hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="16.html#footnote-016">42</ref></hi></hi>. La già citata lauda di Belcari <hi rend="CharOverride-3">Gesù, Gesù, Gesù / Ognun chiami Gesù</hi> venne cantata dai membri dell’oratorio in un contesto di esorcismo – e si potrebbero portare<hi rend="CharOverride-7"> </hi>molti altri esempi di questo tipo<hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="16.html#footnote-015">43</ref></hi></hi>. Considerato tutto questo, non stupisce che Federico Borromeo, altro personaggio legato a Filippo Neri, possedesse un ritratto del Colombini con il trigramma<hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="16.html#footnote-014">44</ref></hi></hi>. L’opera, realizzata da un artista anonimo, era giunta da Roma nel 1608, dopo che il cardinale aveva cercato (invano) a Siena un’effige affidabile<hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="16.html#footnote-013">45</ref></hi></hi>. Il prototipo non è indicato, ma è possibile che sia da ricollegarsi al ritratto conservato nella biblioteca di un altro conoscente del Borromeo, il domenicano andaluso Alonso Chacón<hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="16.html#footnote-012">46</ref></hi></hi>. </p><p rend="text_NOindent ParaOverride-1"><graphic url="16-web-resources/image/Fig.09.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-3" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 9. Giacomo Lauro (sculp.), <hi rend="CharOverride-3">Giovanni Colombini e scene della sua vita</hi>, 1599; secondo stato. [Foto: Siena, Biblioteca Comunale degli Intronati, Stampe Porri XIV 2304]</p><p rend="text">Tornando al Nome, è soprattutto il rapporto tra gesuati e gesuiti a meritare di essere più approfonditamente trattato, per via delle possibili influenze reciproche e relazioni tra le due ‘religioni’. I primi avevano da tempo, seppure involontariamente, adottato ‘Gesù’ come propria denominazione e punteggiato le loro chiese con trigrammi, fornendo modelli di uso come segno identitario e ‘di proprietà’ ai secondi. Se già nella facciata veneziana lo yhs elevato dagli angeli (Fig. 6) si avvicina all’esaltazione della congregazione stessa, attraverso il suo simbolo, l’affresco (Fig. 10) nella volta di San Cristo proietta in cielo un Nome che coincide con lo stemma gesuato, anticipando così ‘in piccolo’, un elemento che ritorna nel grandioso affresco del Baciccio. D’altra parte, premesso che non sembra che i membri della congregazione si fossero risentiti dell’avvento di un ordine quasi omonimo e che fin dal 1569 alla Società che «in così corto tempo è tanto accresciuta che fa marauigliare il mondo» Morigia aveva dedicato un capitolo assolutamente non polemico, è però il rapporto con i gesuiti a scatenare una riflessione sul loro rapporto con il Nome<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="16.html#footnote-011">47</ref></hi></hi>. </p><p rend="text_NOindent ParaOverride-1"><graphic url="16-web-resources/image/Fig.10.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-4" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 10. Benedetto da Marone (attribuito a), <hi rend="CharOverride-3">Trionfo del Nome di Gesù</hi>, Brescia, San Cristo, ca. 1562-1565.</p><p rend="text">Nel 1554 il vescovo di Parigi Eustache du Bellay e la facoltà di teologia di Parigi avevano accusato di arroganza la <hi rend="CharOverride-3">Societas Iesu</hi>, che si sarebbe riservata un titolo che spettava alla Chiesa in quanto «congregazione o Società de’ Fedeli de’ quali Gesù Christo è il capo […] E sembrano, che vogliano, a detto loro, essi soli fare e costituire la Chiesa», come si ribadiva ancora nel Settecento<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="16.html#footnote-010">48</ref></hi></hi>. I gesuiti si discolparono dalle accuse segnalando i precedenti, <hi rend="CharOverride-3">in primis</hi> i gesuati: </p><p rend="quotation_a">Non est valde insolita appellatio. Sunt enim in Italia quaedam congregationes, quae eodem modo dicuntur; sunt etiam relligiosi qui Jesuates vocantur; est et relligio militum qui Christi, est quae Sanctae Trinitatis dicatur; quidam a Sancto Spiritu, quidam a Beata Maria nomen acceperunt<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="16.html#footnote-009">49</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Così si legge nel memoriale steso da Juan Alonso de Polanco in seguito ai colloqui organizzati durante il soggiorno romano dell’autore del decreto e altri dottori della Sorbona tra il dicembre 1555 e il gennaio 1556, per confutare le critiche e cercare di ricomporre lo screzio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="16.html#footnote-008">50</ref></hi></hi>. Le accuse comunque non cessarono e sono registrate anche negli anni (e secoli) successivi. Non sappiamo esattamente se la taccia di arroganza si fosse riflessa sui gesuati, ma chiaramente venne percepita perché nella ricostruzione delle origini del nome ‘gesuati’ di Morigia traspare un tono difensivo che non può non essere messo in relazione a questi eventi. Dopo aver presentato ‘fatti e fonti’ sulla questione egli conclude infatti «che eglino per lor medesimi non l’habbino preso, &amp; usurpato questo nome, ma che profeticamente da i fanciulli gli fu riuelato», frase cui dal 1575 viene aggiunto l’esplicito «Questo basta hauer detto per qual cagione questa religione si chiama de’ Giesuati, per sgannare quelli, che credono, che da noi medesimi l’habbiano usurpato»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="16.html#footnote-007">51</ref></hi></hi>. Peraltro la difesa della congregazione sembra essere stata recepita. È informazione che si legge a partire dalla <hi rend="CharOverride-3">Historia</hi> di Francesco Sacchini, ma pare che nel 1590, quando Sisto V aveva manifestato di non gradire il nome <hi rend="CharOverride-3">Societas Iesu</hi>, si fosse proposta una soluzione molto ‘gesuata’, ovvero di cambiare l’appellativo ufficiale, mantenendo gesuiti come soprannome<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="16.html#footnote-006">52</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">È poi altamente probabile che la definizione dello stemma della congregazione sia avvenuta, come già suggerito da Giulio Zamagni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="16.html#footnote-005">53</ref></hi></hi>, per far fronte alla ‘concorrenza visiva’ della Società. La forma del sigillo gesuato venne infatti decisa negli anni Sessanta-Ottanta del Cinquecento e la sua prima attestazione nella sua forma completa, se il ciclo risalisse davvero al 1565 circa, coincide con il già citato <hi rend="CharOverride-3">Trionfo del Nome</hi> di Benedetto Marone (Fig. 10), a cui segue il frontespizio della <hi rend="CharOverride-3">Regola </hi>edita a Milano nel 1580 (Fig. 11)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="16.html#footnote-004">54</ref></hi></hi>. L’insegna, «D’azzurro al sole raggiante d’oro caricato dalle lettere IHS (l’H sormontata da una croce); in punta una colomba bianca stante ad ali spiegate», è uno stemma doppiamente ‘parlante’, in cui il trigramma allude al soprannome della congregazione e il volatile al cognome del fondatore. Quest’ultimo elemento era necessario soprattutto per distinguere più facilmente la versione gesuata da quella gesuita, che in punta reca i tre chiodi della croce. </p><p rend="text">La scelta di una grafia per il sigillo non sembra comunque aver implicato una adozione sistematica in ogni contesto, poiché il Nome continuò ad essere scritto e raffigurato in più modi. Ad esempio, il trigramma che compare nell’edizione veneziana del 1582 delle <hi rend="CharOverride-3">Indulgentie doni, gratie, &amp; thesori spirituali</hi> è uno YHS adorato da due angeli<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="16.html#footnote-003">55</ref></hi></hi>. Nel 1605 quello che a tutta evidenza deve essere lo stemma gesuato, vista la presenza della colomba, è scritto nello stesso modo; nonostante qualche anno prima, nel 1602, si fosse accolta un’immagine del tutto diversa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="16.html#footnote-002">56</ref></hi></hi>. Se le divergenze possono essere dovute al reimpiego di matrici già conservate presso gli editori, va rilevato che i gesuiti sembrano aver gestito la grafia del ‘loro’ Nome con una ben maggiore coerenza e attenzione.</p><p rend="text">Sempre dagli anni Ottanta si registrano anche indicazioni sull’uso del trigramma nella sfragistica gesuata. Nel 1580 il <hi rend="CharOverride-3">Sommario de capitoli</hi>, espandendo quanto ordinato nei capitoli generali del 1452 e del 1471, raccomanda che «si deueno sugillare le lettere con il sugelo dil Giesu, o di San Gierolamo, secondo l’ordine della nostra Religione che communamente osseruiamo, &amp; non con arme», proibendo l’uso degli stemmi di famiglia, e specifica «che li Reuer. Visitatori, &amp; Diffinitori» devono sigillare le proprie missive «con vno sugello del Giesu con la lettera intorno che dirà. <hi rend="CharOverride-1">sigillvm diffinitoris</hi>»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="16.html#footnote-001">57</ref></hi></hi>. Nel Seicento le norme si fanno più precise e definiscono anche gerarchicamente chi possa utilizzare cosa. Giustificato il divieto di usare armi di famiglia, «essendo conuentiente, che chi hà lasciato il Mo(n)do, ne abbandoni l’insegne», si stabilisce che il sigillo del padre Generale deve recare l’immagine di Giovanni Colombini e la scritta <hi rend="CharOverride-3">Sigillum generalis fratrum Iesuatorum</hi>; quello dei «Padri Diffinitori», il Nome di Gesù e «l’inscrittione della Prouincia loro»; quello dei priori, l’immagine del santo titolare del convento e quello dei frati «sarà più piccolo con il nome di Giesù senz’altra inscrittione»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="16.html#footnote-000">58</ref></hi></hi>. Da rilevare l’abbandono della figura di Girolamo, il cui successo presso i gesuati secenteschi dovrebbe forse essere approfondito. Il santo sarebbe rientrato nei sigilli per via della titolazione della maggior parte dei conventi, ma non era più imprescindibile a priori.</p><p rend="text">Al momento emerge quindi un uso abbastanza discreto delle immagini del Nome di Gesù da parte dei gesuati. Si tratta di visualizzazioni non complesse, nonostante l’impennata creativa sul tema, e che riprendono forme messe a punto da Bernardino da Siena. Il loro numero è poi abbastanza deludente.<hi rend="CharOverride-6"> </hi>L’impressione è che dal punto di vista figurativo, devozionale e concettuale le figure del Crocifisso e di Gerolamo fossero più importanti per i gesuati. Il trigramma venne accettato e adottato anzitutto come simbolo identitario, anticipandone l’adozione come logo da parte dei gesuiti, senza che però venisse elaborata una definizione di cosa esso fosse di per sé. Le rappresentazioni note non cercano di visualizzare cosa il Nome significasse, né i misteri in esso contenuti, concentrandosi piuttosto sull’adorazione ed esaltazione del trigramma e seguendo così inviti presenti già nei testi sacri. </p><p rend="h2">Bibliografia</p><p rend="bib_indx_bib">Acidini Luchinat C., <hi rend="CharOverride-3">Taddeo e Federico Zuccari: fratelli pittori del Cinquecento</hi>, 2 voll., Jandi Sapi, Milano 1998.</p><p rend="bib_indx_bib">Alexander J.J.G., <hi rend="CharOverride-3">Studies in Italian Manuscript Illumination</hi>, Pindar Press, London 2002.</p><p rend="bib_indx_bib">Argenziano R., <hi rend="CharOverride-3">La beata nobiltà. Itinerario iconografico</hi>, in <hi rend="CharOverride-3">I libri dei leoni. 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Elsig (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">Le Duché de Milan et les commanditaires français (1499-1521)</hi>,<hi rend="CharOverride-5"> </hi>Viella, Roma 2013 («Studi lombardi»; 3), pp. 181-235.</p><p rend="bib_indx_bib">Sacchini F., <hi rend="CharOverride-3">Historiae Societatis Iesu pars quinta siue Claudius tomus prior,</hi> ex typographia Varesij, Roma 1661. </p><p rend="bib_indx_bib">Suso E., <hi rend="CharOverride-3">Horologio della sapientia </hi>(…), per Simon de Luere, Venezia 1511.</p><p rend="bib_indx_bib">Suso H., <hi rend="CharOverride-3">The Exemplar, with Two German Sermons</hi>, Paulist Press, New York 1989.</p><p rend="bib_indx_bib">Scaduto M., <hi rend="CharOverride-3">Storia della Compagnia</hi> <hi rend="CharOverride-3">di Gesù in Italia</hi>, 5 voll., La civiltà cattolica, Roma 1964.</p><p rend="bib_indx_bib">Taccini Turchi S., <hi rend="CharOverride-3">Altare dei gesuati</hi>, in G. Dalli Regoli, <hi rend="CharOverride-3">Silvius magister. 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Gallori, <hi rend="CharOverride-3">Il monogramma dei Nomi di Gesù e Maria: storia di un’iconografia tra scrittura e immagine</hi>, Gilgamesh Edizioni, Asola 2011.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-056-backlink">2</ref></hi>	Cfr. D.M. Manni, <hi rend="CharOverride-3">Osservazioni istoriche </hi>[…]<hi rend="CharOverride-3"> sopra i sigilli antichi de’ secoli bassi</hi>,<hi rend="CharOverride-5"> </hi>30 voll.,<hi rend="CharOverride-5"> </hi>XIX, Giuseppe Tofani Stampatore, Firenze 1739-1786 (1757), pp. 26-27; G.B. Uccelli, <hi rend="CharOverride-3">Il convento di S. Giusto alle mura e i gesuati </hi>[…],Tipografia delle Murate, Firenze 1865, p. 54 nota 1.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-055-backlink">3</ref></hi>	Sull’iconografia cfr. G.B. Proja, voce <hi rend="CharOverride-3">Colombini, Giovanni, da Siena</hi>, in <hi rend="CharOverride-3">Bibliotheca Sanctorum</hi>, 16 voll., IV, Città Nuova, Roma 1961-2013 (1964), coll. 122-123; G. Kaftal, <hi rend="CharOverride-3">Iconography of the Saints in Tuscan Painting</hi>, Sansoni, Firenze 1952, col. 581; R. Argenziano, <hi rend="CharOverride-3">La beata nobiltà. Itinerario iconografico</hi>, in <hi rend="CharOverride-3">I libri dei leoni. La nobiltà di Siena in età medicea (1557-1737)</hi>, Pizzi, Cinisello Balsamo 1996, p. 320 nota 149 e anche il suo saggio (e relative figure) in questo volume.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-054-backlink">4</ref></hi>	A. Corsettus, <hi rend="CharOverride-3">Tractatus excellentissimus ad status pauperum fratrum Ihesuatorum confirmationem</hi>, Giovanni e Gregorio de Gregoriis, Venezia 22 settembre 1495, c. A1r (Incunabola Short Title Catalogue, &lt;https://data.cerl.org/istc/_search&gt; [da ora in avanti ISTC] ic00938000). Sull’autore cfr. I. Gagliardi, <hi rend="CharOverride-3">I</hi> Pauperes Yesuati <hi rend="CharOverride-3">tra esperienze religiose e conflitti istituzionali</hi>, Herder, Roma 2004, <hi rend="CharOverride-3">ad indicem</hi>; V. Masséna principe d’Essling, <hi rend="CharOverride-3">Les livres à figures vénitiens de la fin du XV</hi><hi rend="CharOverride-8">e</hi><hi rend="CharOverride-3"> siècle et du commencement du XVI</hi><hi rend="CharOverride-8">e</hi>, 3 voll., 6 tomi, I.2, Olschki, Florence-Paris, 1907-1914 (1908), pp. 272-273 n. 859.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-053-backlink">5</ref></hi>	Firenze, Biblioteca Riccardiana, ms. Ricc. 2876, c. 4r. Cfr. G. Stoppini Alessandri, C. Pini, in <hi rend="CharOverride-3">Immaginare l’autore. Il ritratto del letterato nella cultura umanistica. Ritratti riccardiani</hi>, Catalogo della mostra, Firenze, Biblioteca Riccardiana, 26 marzo-27 giugno 1998, Polistampa, Firenze 1998, pp. 90-91 n. 21, 176 fig. 22.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-052-backlink">6</ref></hi>	Cfr. Daniele Rivoletti, saggio in preparazione sui retabli ‘compositi’ in pittura e scultura a Siena, tra Quattro e Cinquecento; S. Taccini Turchi, <hi rend="CharOverride-3">Altare dei gesuati</hi>, in G. Dalli Regoli, <hi rend="CharOverride-3">Silvius magister. Silvio Cosini e il suo ruolo nella scultura toscana del Cinquecento</hi>, Congedo, Galatina 1991, pp. 41-44.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-051-backlink">7</ref></hi>	E. Rossetti, <hi rend="CharOverride-3">Uno spagnolo tra i francesi e la devozione gesuata: il cardinale Bernardino Carvajal e il monastero</hi>&#x2028;<hi rend="CharOverride-3">di San Girolamo di porta Vercellina a Milano</hi>, in M. Natale, F. Elsig (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">Le Duché de Milan et les commanditaires français (1499-1521)</hi>,<hi rend="CharOverride-5" > </hi>Viella, Roma 2013, pp. 181-235: 216-220; S. Buganza, in M. Natale (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">Bramantino. L’arte nuova del Rinascimento lombardo</hi>, Catalogo della mostra (Lugano 2014-2015), Skira, Milano 2014, pp. 310-313 n. 53.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-050-backlink">8</ref></hi>	I. Lasagni, <hi rend="CharOverride-3">La chiesa del SS. Corpo di Cristo dei gesuati. Pietà cristocentrica e motivi dottrinali nella simbologia di alcuni affreschi</hi>, in M. Lunghi (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">Antropologia del simbolo religioso: percorsi sacri a Brescia</hi>, I.S.U. Università cattolica, Milano 1997, pp. 209-256: 230-231; G. Tanfoglio, F. Raffaini, <hi rend="CharOverride-3">San Cristo. Santissimo Corpo di Cristo</hi>, Fondazione San Cristo, Brescia 2007, pp. 53-55.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-049-backlink">9</ref></hi>	Jacopo da Varazze, <hi rend="CharOverride-3">Legenda aurea</hi>, XIII, ed. a cura di G.P. Maggioni, 2 voll., I, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2007, pp. 142-153; II, pp. 1484-1486.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-048-backlink">10</ref></hi>	ISTC ia00886000 e ia00887000.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-047-backlink">11</ref></hi>	Bernardo di Chiaravalle, <hi rend="CharOverride-3">Sermoni volgari </hi>[…], Venezia, ad instantia delli frati delli Iesuati, 1528 (Censimento Nazionale delle Edizioni Italiane del XVI Secolo, &lt;http://edit16.iccu.sbn.it/web_iccu/ihome.htm&gt; 5501; da ora in avanti CNCE); ripubblicato a Venezia nel 1529 (CNCE 5502), 1552 (CNCE 76232) e 1558 (CNCE 5505). Le ultime due edizioni comparvero presso la stamperia ‘al segno della Speranza’ che nel 1554 pubblicò altri testi gesuati, le vite del Colombini (CNCE 4817) e Giovanni da Tossignano (CNCE 4818). Sui <hi rend="CharOverride-3">Sermoni</hi> cfr. G. Ferraresi, <hi rend="CharOverride-3">Il beato Giovanni Tavelli da Tossignano e la riforma di Ferrara nel Quattrocento</hi>, 2 voll.,<hi rend="CharOverride-5"> </hi>II, Morcelliana, Brescia 1969, pp. 111-124; per la xilografia, Essling, <hi rend="CharOverride-3">Les livres</hi>, I.2, pp. 243 n. 810, 244-245 figg.). Sui trigrammi ferraresi cfr. M.C. Montanari, <hi rend="CharOverride-3">Storia di un restauro</hi>, «Ferrara – Voci di una Città», XIV (6), 2001 (&lt;http://rivista.fondazionecarife.it/it/luoghi/item/226-storia-di-un-restauro/226-storia-di-un-restauro&gt;, 09/2020).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-046-backlink">12</ref></hi>	Parigi, Bibliothèque de l’Arsenal, ms. 8555, ff. 12v-13r. Cfr. Gagliardi, <hi rend="CharOverride-3">Pauperes</hi>, cit., p. 461 nota 4. Sull’attribuzione cfr. A. De Marchi, <hi rend="CharOverride-3">Identità di Giuliano Amadei miniatore</hi>, «Bollettino d’Arte», s. VI, a. LXXX, 93-94, 1995, pp. 119-158: 122, 158 n. 34 e J.J.G. Alexander, <hi rend="CharOverride-3">Studies in Italian Manuscript Illumination</hi>, Pindar Press, London 2002, pp. 394-395.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-045-backlink">13</ref></hi>	Su Benedetto cfr. Rossetti, <hi rend="CharOverride-3">Uno spagnolo</hi>, cit., pp. 204-205, 211 nota 123; F. Frisoni, <hi rend="CharOverride-3">Un diverso Rinascimento bresciano. Andrea e Paolo da Manerbio</hi>, «Commentari dell’Ateneo di Brescia», 215, 2016 (2018), pp. 443-489. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-044-backlink">14</ref></hi>	F. Belcari, <hi rend="CharOverride-3">La Vita del beato Giovanni Colombini</hi> […], Siena, per Calisto Francesco di Simione Bindi, 27 ottobre 1541, c. E7v (CNCE 4816); G. Dufner O.P., <hi rend="CharOverride-3">Geschichte der Jesuaten</hi>, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1975, p. 43.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-043-backlink">15</ref></hi>	Belcari, <hi rend="CharOverride-3">Vita</hi> (1541), cit., c. F1v.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-042-backlink">16</ref></hi>	Gagliardi, Pauperes, cit., p. 503. Sull’uso informale cfr. Ead., <hi rend="CharOverride-3">Relations between Giovanni Colombini, his Followers and the Sienese “reggimento civile”</hi>, «Bullettino Senese di Storia Patria», CXX, 2013, pp. 190-199: 193.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-041-backlink">17</ref></hi>	Corsettus, <hi rend="CharOverride-3">Tractatus</hi>, cit., c. C1v; Polidoro Vergilio, <hi rend="CharOverride-3">De l’origine e de gl’inventori de le leggi, Costumi, scientie, Arti, et di tutto quello che a l’humano uso conuiensi</hi> (…), Venezia, presso Gabriele Giolito de Ferrari, 1545, c. 220r (CNCE 26045).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-040-backlink">18</ref></hi>	P. Morigia, <hi rend="CharOverride-3">Historia dell’origine di tutte le religioni </hi>[…], Venezia, presso Pietro da Fino, 1569, f. 89v (CNCE 25287). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-039-backlink">19</ref></hi>	Gagliardi, Pauperes, cit., p. 507. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-038-backlink">20</ref></hi>	P. Morigia, <hi rend="CharOverride-3">Paradiso de’ Gesuati </hi>[...], Venezia presso Domenico e Giovanni Battista Guerra, 1582, c. 374 (CNCE 37482). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-037-backlink">21</ref></hi>	Belcari, <hi rend="CharOverride-3">Vita</hi> (1541), cit., c. F6v ma cfr. anche B1r, B2r, B3v, B5r, B6r, C3v, F3v; Morigia, <hi rend="CharOverride-3">Historia </hi>(1569), cit., f. 100v. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-036-backlink">22</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-3">Le lettere del B. Giovanni Colombini da Siena</hi>, a cura di A. Bartoli, Tip. Balatresi, Lucca 1856, pp. 14, 58, 59, 60, 66, 67, 76, 79-80, 82, 90, 122, 153, 186, 195-196. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-035-backlink">23</ref></hi>	Ivi, pp. 58, 59, 79 e 82.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-034-backlink">24</ref></hi>	Ivi, p. 153.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-033-backlink">25</ref></hi>	Ivi, p. 90.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-032-backlink">26</ref></hi>	Cfr. F. Mancini, <hi rend="CharOverride-3">La figura nel cuore fra cortesia e mistica. Dai Siciliani allo Stilnovo</hi>, Edizioni scientifiche italiane, Napoli 1988. Per Suso e i gesuati, cfr.<hi rend="CharOverride-3"> Lettere</hi>, cit., p. 52, già segnalato in Gagliardi, Pauperes, cit., p. 106; A. Bartola, <hi rend="CharOverride-3">Per la fortuna di Enrico Suso nell’Italia del Quattrocento. Prime ricerche sulla tradizione manoscritta dell’</hi>oriuolo della Sapienza, «Archivio Italiano di Storia della Pietà», XXIII, 2010, pp. 19-72: 19-20.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-031-backlink">27</ref></hi>	Le edizioni sono E. Suso, <hi rend="CharOverride-3">Horologio della sapientia </hi>[…], Venezia 1511 (CNCE 64173); [G. Pellegrini], <hi rend="CharOverride-3">Vita e miracoli del beato Joahnni da Tossignano </hi>[…], Venezia 21 gennaio 1512 (CNCE 76755). Su Rigino, cfr. E. Bonora, <hi rend="CharOverride-3">I Conflitti della Controriforma: santità e obbedienza nell’esperienza dei primi barnabiti</hi>, Le Lettere, Firenze 1998, <hi rend="CharOverride-3">ad indicem</hi>; come esecutori testamentari scelse i procuratori dell’ospedale degli Incurabili, vicino ai gesuati<hi rend="CharOverride-3"> </hi>(E.A. Cicogna, <hi rend="CharOverride-3">Delle inscrizioni veneziane</hi> (…), 6 voll., v, Venezia, Orlandelli, 1824-1853 [1842], p. 307). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-030-backlink">28</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-3">Lettere</hi>, cit., pp. 10, 16. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-029-backlink">29</ref></hi>	Cfr. J.F. Hamburger, <hi rend="CharOverride-3">The Visual and the Visionary: Art and Female Spirituality in Late Medieval Germany</hi>, Zone Books, New York 1998, pp. 270-272.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-028-backlink">30</ref></hi>	H. Suso, <hi rend="CharOverride-3">The Exemplar, with Two German Sermons</hi>, Paulist Press, New York 1989, p. 173.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-027-backlink">31</ref></hi>	Cfr. L. Bolzoni, <hi rend="CharOverride-3">La rete delle immagini: predicazione in volgare dalle origini a Bernardino da Siena</hi>, Einaudi, Torino 2002, pp. 206-217; E. Michelson, <hi rend="CharOverride-3">Bernardino of Siena visualizes the Name of God</hi>, in G. Donavin, C.J. Nederman, R.J. Utz (eds.), <hi rend="CharOverride-3">Speculum Sermonis: Interdisciplinary Reflections on the Medieval Sermon</hi>, Brepols, Turnhout 2004, pp. 157-179. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-026-backlink">32</ref></hi>	Belcari, <hi rend="CharOverride-3">Vita</hi> (1541), cit., c. L1v; Morigia, <hi rend="CharOverride-3">Historia </hi>(1569), c. 88r. Raffigurazioni del secondo miracolo in S. Bombardini, <hi rend="CharOverride-3">Il beato Giovanni Tavelli da Tossignano</hi>, Bologna University Press, Bologna 1986, tavv. VII, XVI, XVII; S. Centi, R. De Benedictis, M. De Gregorio, <hi rend="CharOverride-3">Il fuoco sacro dei Gesuati. L’eredità culturale del Colombini e dei suoi seguaci </hi>[…], Catalogo della mostra, Siena, Biblioteca Comunale degli Intronati, 28 febbraio 2018-28 marzo 2018, [Torrita di Siena], 2018, p. 49 n. 39.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-025-backlink">33</ref></hi>	Siena, Biblioteca Comunale degli Intronati, Raccolta Ciaccheriana, vol. II, c. 98. Cfr. Argenziano, <hi rend="CharOverride-3">La beata nobiltà</hi>, cit., p. 313; F. Bisogni, M. De Gregorio (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">Santi e beati senesi. Testi e immagini a stampa</hi>, Maschietto &amp; Musolino (e altri), Firenze-Siena, 2000, pp. 62 n. 4, 81 n. 2; Centi, De Benedictis, De Gregorio, <hi rend="CharOverride-3">Fuoco sacro</hi>, cit., pp. 37-39 n. 30.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-024-backlink">34</ref></hi>	Gagliardi, <hi rend="CharOverride-3">Pauperes</hi>, cit., pp. 98, 112.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-023-backlink">35</ref></hi>	Ivi, p. 118. Cfr. anche i commenti di R. Guarnieri, voce <hi rend="CharOverride-3">Gesuati</hi>, in <hi rend="CharOverride-3">Dizionario degli istituti di perfezione</hi>, 10 voll., IV, Paoline, [Milano] 1974-2003 (1977), coll. 1116-1130: 1120.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-022-backlink">36</ref></hi>	Siena, Biblioteca Comunale degli Intronati, Stampe Porri XIV 2304. Cfr. Bisogni, De Gregorio, <hi rend="CharOverride-3">Santi e beati senesi</hi>, cit., pp. 61-62 n. 3; Centi, De Benedictis, De Gregorio, <hi rend="CharOverride-3">Fuoco sacro</hi>, cit., pp. 36-37 n. 29. L’esemplare è un secondo stato, vista l’iscrizione «garti de aliprandis renov». Sull’incisore cfr. L. Di Calisto, voce <hi rend="CharOverride-3">Lauro, Giacomo</hi>, in <hi rend="CharOverride-3">Dizionario Biografico degli Italiani</hi>, 64, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2005, pp. 115-117; E. Leuschner, <hi rend="CharOverride-3">Antonio Tempesta, ein Bahnbrecher des römischen Barock und seine europäische Wirkung</hi>, Imhof, Petersberg 2005, <hi rend="CharOverride-3">ad indicem</hi>. Sul dedicatario cfr. P. Morigia, <hi rend="CharOverride-3">Historia dell’origine di tutte le religioni </hi>[...], Venezia, presso gli eredi di Pietro da Fino, 1575, c. 115r (CNCE 25289); P. Nardi, <hi rend="CharOverride-3">Maestri e allievi giuristi nell’Università di Siena: saggi biografici</hi>, Giuffrè, Milano 2009, pp. 163, 171, 174.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-021-backlink">37</ref></hi>	Cfr. C. Acidini Luchinat, <hi rend="CharOverride-3">Taddeo e Federico Zuccari: pittori fratelli del Cinquecento</hi>, 2 voll., II, Jandi Sapi, Milano 1998, pp. 259-260. Menzioni del passo in P.J. Widmanstadt, <hi rend="CharOverride-3">De Societatis Iesu initiis, progressu, rebusque sestis nonnullis </hi>[...] <hi rend="CharOverride-3">epistola</hi>, Ingolstadt, s.e., 1 ottobre 1556, c. B1r; <hi rend="CharOverride-3">Fontes Narrativi de S. Ignatio de Loyola et de Societatis Jesu Initiis</hi>, 4 voll., I, Monumenta historica Soc. Iesu, Roma 1943-1965, p. 795 (d’ora in poi FN I).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-020-backlink">38</ref></hi>	Per la residenza, cfr. A. Bertolotti, <hi rend="CharOverride-3">Artisti belgi ed olandesi a Roma nei secoli XVI e XVII</hi>, Forni, Bologna 1880, p. 222. Per le incisioni, cfr. G. Incisa della Rocchetta, N. Vian (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">Il primo processo per san Filippo Neri nel codice Vaticano Latino 3798 e in altri esemplari dell’archivio dell’Oratorio di Roma</hi>, con la collaborazione di C. Gasbarri D.O., 4 voll., II, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano 1957-1963 (1958), p. 301 nota 1600; O. Melasecchi, <hi rend="CharOverride-3">Fabiano Giustiniani oratoriano artista e “intendente d’arte”</hi>, in F. Cappelletti (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">Decorazione e collezionismo a Roma nel Seicento. Vicende di artisti, committenti, mercanti</hi>, Gangemi, Roma 2003, pp. 29-36: 33 fig. 8, 34; M. Pupillo, <hi rend="CharOverride-3">I Crescenzi e il culto di Filippo Neri. Devozione e immagini dalla morte alla beatificazione (1595-1615)</hi>, in P. Tosini (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">Arte e committenza nel Lazio nell’età di Cesare Baronio</hi>, Atti del convegno internazionale di studi (Frosinone, Sora, 16-18 maggio 2007), Gangemi, Roma 2009, pp. 165-178: 170, 176 fig. 1. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-019-backlink">39</ref></hi>	Accennata in Gagliardi, Pauperes, cit., p. 484.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-018-backlink">40</ref></hi>	Incisa della Rocchetta, Vian, <hi rend="CharOverride-3">Il</hi> <hi rend="CharOverride-3">primo processo</hi>, I, cit., p. 380 e nota 962; IV, p. 20. Sui manoscritti della <hi rend="CharOverride-3">Vita</hi> cfr. M.T.R. Corsini, <hi rend="CharOverride-3">I manoscritti di S. Filippo</hi>, in B. Tellini Santoni, A. Manodori (a cura di), <hi rend="CharOverride-3">Messer Filippo Neri, santo; l’Apostolo di Roma</hi>, Catalogo della mostra (Roma 1995), De Luca, Roma 1995, pp. 83-85: 84; P. Lolli, ivi, p. 121 n. 5a; per il <hi rend="CharOverride-3">Monte santo</hi> cfr. Ead., ivi, p. 90 n. 53. Per il Paleologo cfr. N. Vian, <hi rend="CharOverride-3">San Filippo Neri pellegrino sopra la terra</hi>, a cura di P. Vian, Morcelliana, Brescia 2004, p. 74 nota 32. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-017-backlink">41</ref></hi>	F. Belcari, <hi rend="CharOverride-3">Vita del beato Giovanni Colombini </hi>[…], Roma, ex officina Saluiana, 1558, cc. A2r-A3r (CNCE 4821); su Tassoni, cfr. <hi rend="CharOverride-3">Primo processo</hi>, I, cit., p. 23 nota 96.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-016-backlink">42</ref></hi>	 A. Gallonio, <hi rend="CharOverride-3">Historia delle sant. vergini romane</hi> […], Roma, presso Ascanio e Girolamo Donangeli, 1591 (CNCE 20274).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-015-backlink">43</ref></hi>	Incisa della Rocchetta, Vian, <hi rend="CharOverride-3">Il</hi> <hi rend="CharOverride-3">primo processo</hi>, I, cit., p. 239.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-014-backlink">44</ref></hi>	Milano, Pinacoteca Ambrosiana, inv. 1379.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-013-backlink">45</ref></hi>	Cfr. D. Tolomelli, in S. Coppa, M. Rossi, A. Rovetta (a cura di),  <hi rend="CharOverride-3">Pinacoteca Ambrosiana</hi>, 6 voll., III, Electa, Milano 2005-2010 (2007), p. 312 n. 785. Nella corrispondenza senese sono citati il pittore Francesco Vanni e Panfilo Colombini, il dedicatario dell’incisione di Lauro. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-012-backlink">46</ref></hi>	Cfr. I. Herklotz, <hi rend="CharOverride-3">Alfonso Chacón e le gallerie dei ritratti nell’età della Controriforma</hi>, in Tosini, <hi rend="CharOverride-3">Arte e committenza</hi>, cit., pp. 111-142, che come unica altra occorenza di un’effige del Colombini registra quella Borromeo. Per un altro ritratto spagnolo, forse a stampa, cfr. A.A. Barrón García, <hi rend="CharOverride-3">La colección artística del oratorio de María Girón, duquesa de Frías, en 1608</hi>, in <hi rend="CharOverride-3">Imagen Apariencia</hi>, Atti del convegno internazionale, Murcia, 2008, 2009, p.n.n. (&lt;http://congresos.um.es/imagenyapariencia/imagenyapariencia2008/paper/viewFile/1251/1231&gt;, 09/2020). La presenza non stupisce, visto che la duchessa era la moglie di Juan Fernández de Velasco, governatore di Milano nel 1592-1600 e 1610-1612,<hi rend="CharOverride-5"> </hi>e che Paolo Morigia entro il 1593 le aveva dedicato una <hi rend="CharOverride-3">Vita della Vergine</hi> di cui rimane un’edizione pavese del 1623.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-011-backlink">47</ref></hi>	Citazione da Morigia, <hi rend="CharOverride-3">Historia</hi><hi rend="CharOverride-9"> </hi>(1569), cit., cc. 131r-132v.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-010-backlink">48</ref></hi>	J.W. O’ Malley, <hi rend="CharOverride-3">The First Jesuits</hi>, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 1993, pp. 287-296. Citazione da <hi rend="CharOverride-3">Giusta, idea che si deve concepire</hi> <hi rend="CharOverride-3">de’ Gesuiti e i loro veri caratteri</hi>, s.e., Avignone 1759, p. 21.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-009-backlink">49</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-3">Monumenta Ignatiana</hi>, 4 voll., 21 t., G. López del Horno, Madrid 1903-1911, <hi rend="CharOverride-3">Sancti Ignatii</hi> (…) <hi rend="CharOverride-3">epistolae et instructiones</hi>, XII, pp. 614-615 (d’ora in poi MI, Epp.). Ampiamente ripreso: i gesuati sono evocati ad esempio da J. Gretser, <hi rend="CharOverride-3">Apologeticus</hi> […] <hi rend="CharOverride-3">adversus librum qui introductio in artem Iesuiticam inscribitur</hi>, ex typographia Adami Sartorii, Ingolstadt 1600, pp. 10-13. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-008-backlink">50</ref></hi>	Cfr. MI, Epp. X, pp. 260, 333-334, 453-454, 560-561. Episodio ricordato da M. Scaduto S.I., <hi rend="CharOverride-3">Storia della Compagnia</hi> <hi rend="CharOverride-3">di Gesù in Italia</hi>, 5 voll., III, <hi rend="CharOverride-3">L’epoca di Giacomo Lainez, il governo, 1556-1565</hi>, La civiltà cattolica, Roma 1964, pp. 201-204.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-007-backlink">51</ref></hi>	Morigia, <hi rend="CharOverride-3">Historia</hi> (1569), cit., c. 89v; Id., <hi rend="CharOverride-3">Historia</hi> (1575), cit., c. 122v; Id., <hi rend="CharOverride-3">Paradiso</hi>, cit., c. 374.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-006-backlink">52</ref></hi>	F. Sacchini, <hi rend="CharOverride-3">Historiae Societatis Iesu</hi>, pars quinta siue Claudius tomus prior, Roma, ex typographia Varesij, 1661, pp. 499-505; M. Fois SJ, <hi rend="CharOverride-3">Il generale dei gesuiti Claudio Acquaviva (1581-1615), i sommi pontefici e la difesa dell’istituto ignaziano</hi>, «Archivum Historiae Pontificiae», 40, 2002, pp. 210-12. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-005-backlink">53</ref></hi>	G. Zamagni, <hi rend="CharOverride-3">Il valore del simbolo. Stemmi, simboli, insegne e imprese degli Ordini religiosi, delle Congregazioni e degli altri Istituti di Perfezione</hi>, Il Ponte Vecchio, Cesena 2003, p. 77.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-004-backlink">54</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-3">La regola che osserva la congregatione de frati giesuati </hi>[…] <hi rend="CharOverride-3">Et il libro, delle constitutioni, et ordini fatti in diuersi capitoli generali, di nuouo riformati</hi>, appresso Michel Tini, &amp; Giacomo Piccaia compagni, stampatori del Seminario, Milano 1580 (CNCE 20736); per Benedetto cfr. nota 13 supra.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-003-backlink">55</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-3">Indulgentie, doni, benefitii, et gratie spirituali, concesse </hi>[…] <hi rend="CharOverride-3">alla religione de’ Giesuati </hi>[…], Venezia, per Domenico e Giovanni Battista Guerra, 1582 (CNCE 51798). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-002-backlink">56</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-3">Ordini stabiliti, accettati e pvblicati nel capitolo generale celebrato in Verona l’anno 1605</hi>, Bologna, per Vittorio Benacci, 1605; <hi rend="CharOverride-3">Ordini stabiliti &amp; publicati nel capitolo generale</hi> […] <hi rend="CharOverride-3">celebrato in Bologna l’Anno 1602 aprile</hi>, per il Pasquato, Padova 1602.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-001-backlink">57</ref></hi>	Regola, cit., parte III, cc. A2v, A1v-A2r. Nelle prescrizioni quattrocentesche non si leggono indicazioni sull’immagine del sigillo, cfr. Milano, Biblioteca Ambrosiana, Z 39 sup, ff. 29v-30r. Quello di Giovanni Tavelli sicuramente non presentava un trigramma, cfr. M. Mazzei Traina, <hi rend="CharOverride-3">Alcune note sui gesuati a Ferrara: uno stemma, una statua, una lapide</hi>, «Ferrariae Decus», VII, 1995, pp. 47-55: 48.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-9"><ref target="16.html#footnote-000-backlink">58</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-3">Regole, e constitutioni della Congregatione de Frati Giesuati </hi>(…), Ferrara, per Giuseppe Gironi, 1641, pp. 56-57.</p>
      
      
      
      
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