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        <title type="main" level="a">I santuari gesuati</title>
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            <forename>Laura</forename>
            <surname>Biggi</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Le vestigia dei gesuati</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-228-7</idno>) by </resp>
          <name>Isabella Gagliardi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2020">2020</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-228-7.20</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The historical studies on shrines paid little attention to Yesuati’s shrines and this paper starts analyzing the causes of this phenomenon. The essay presents four shrines managed by the povari di Cristo, highlighting both the similarities and the differences in their management of the shrines of central Italy, between XVth and XVIth centuries. From the comparison between these case studies emerges a substantially positive experience of the Yesuati inside Marian shrines – despite the obstacle represented by their impossibility to exercise the function of priests –, both for practical reasons (give assistance to the poor people ) and for spiritual reasons (the povari’s ecclesiology and mariology).</p>
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            <item>Gesuati</item>
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            <item>Medieval</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-228-7.20<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-228-7.20" /></p>
      
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">I santuari gesuati</p><p rend="h1_author">Laura Biggi</p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold CharOverride-1">Sommario</hi>: Il contributo si muove dalla constatazione della poca attenzione riservata dagli studi alle fondazioni santuariali gesuate e ne approfitta per indagare le cause di tale fenomeno. Il saggio presenta poi quattro santuari gestiti dai <hi rend="CharOverride-2">povari </hi>evidenziando sia le caratteristiche comuni sia le differenze dell’esperienza dei seguaci del Colombini all’interno della realtà santuariale del centro Italia fra la metà del XV e l’inizio del XVI secolo. Dal confronto dei casi di studio presi in esame emerge un’esperienza sostanzialmente positiva dei gesuati all’interno dei santuari mariani – nonostante l’ostacolo rappresentato dalla loro impossibilità di esercitare la funzione di sacerdoti –, sia per ragioni di ordine pratico (assistenza agli ultimi) sia per ragioni spirituali (l’ecclesiologia e la mariologia propri dei seguaci del Colombini).</p><p rend="quotation_a">Nel decorso dei secoli […] i santuari hanno ricevuto l’attenzione degli Ordini e delle Congregazioni monastiche […], dei canonici regolari delle varie denominazioni, dei differenti Ordini mendicanti a partire dall’età medievale, e con l’età moderna anche delle numerose Congregazioni di chierici regolari<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-056-backlink"><ref target="20.html#footnote-056">1</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Così si apriva la prolusione di Roberto Rusconi nel volume del 2013 dedicato allo studio degli ordini religiosi all’interno dei santuari in età medievale e moderna. L’assenza dei gesuati sia dall’elenco ricordato da Rusconi, sia dai vari interventi che compongono l’opera in questione si fa immediatamente notare<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-055-backlink"><ref target="20.html#footnote-055">2</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Anche negli studi che si dedicano in particolare allo studio della ‘brigata de povari’<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-054-backlink"><ref target="20.html#footnote-054">3</ref></hi></hi> il legame fra santuari e gesuati non viene indagato puntualmente, e ci si limita di solito a ricordare <hi rend="CharOverride-2">en passant</hi> un paio di fondazioni santuariali gestite dai seguaci di Giovanni Colombini fra XV e XVII secolo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-053-backlink"><ref target="20.html#footnote-053">4</ref></hi></hi>. Bisogna dunque interrogarsi sul motivo di questa lacuna all’interno della storiografia, che già era stata denunciata da Isabella Gagliardi nel 2004, quando auspicava uno studio sui «santuari mariani che furono affidati alla custodia dei gesuati […] perché è emersa una peculiarità nella gestione gesuata che meriterebbe uno spazio a sé stante»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-052-backlink"><ref target="20.html#footnote-052">5</ref></hi></hi>. La prima ragione è senza dubbio da far risalire alle particolarità costitutive dei gesuati: il loro status ibrido, a metà strada fra chierici e laici, privi per gran parte della loro storia del sacerdozio, non completamente inquadrabili istituzionalmente né nell’assetto confraternale né in quello terziario<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-051-backlink"><ref target="20.html#footnote-051">6</ref></hi></hi>. La capacità di questi <hi rend="CharOverride-2">fratres</hi> di porsi fra chiesa dei religiosi e chiesa dei laici, senza assumere un definito assetto istituzionale, fino alla fine della loro esistenza, faceva sì che essi non potessero espletare quella <hi rend="CharOverride-2">cura animarum</hi> di cui spesso c’era bisogno, soprattutto nei santuari più grandi e frequentati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-050-backlink"><ref target="20.html#footnote-050">7</ref></hi></hi>. Inoltre, un’altra motivazione per la poca attenzione al rapporto fra gesuati e santuari può semplicemente risiedere nella minor diffusione dei <hi rend="CharOverride-2">povari </hi>del Colombini in numeri assoluti sul territorio del centro nord Italia, soprattutto rispetto ad altri ordini, come quello degli Osservanti, capillarmente presente nella penisola già nel Trecento e ben attestato anche all’interno dei santuari<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-049-backlink"><ref target="20.html#footnote-049">8</ref></hi></hi>. Certo, lo storico non è aiutato in questa indagine nemmeno dalla carenza documentaria che spesso affligge gli studi sui gesuati, dato che la soppressione dell’ordine nel 1668 portò ad una dispersione di documenti, che spesso ci lascia oggi con pochi indizi, di solito di natura amministrativa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-048-backlink"><ref target="20.html#footnote-048">9</ref></hi></hi>. A questi due fattori se ne somma poi un terzo di natura pratica: uno dei più efficaci strumenti per la ricerca sulla storia dei santuari italiani, il <hi rend="CharOverride-2">Censimento dei Santuari cristiani d’Italia</hi>, nella sua sezione ‘dizionario’ non include la voce ‘gesuati’, rendendo così estremamente complesso il reperimento di fondazioni all’interno delle quali sia attestata la presenza dei <hi rend="CharOverride-2">povari</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-047-backlink"><ref target="20.html#footnote-047">10</ref></hi></hi>. Ai tre santuari che venivano citati dalla bibliografia precedente, sono dunque riuscita ad aggiungerne un quarto, che ho rintracciato fortunosamente mentre mi dedicavo ad altri studi. Dunque non si può che prendere atto che sarebbe necessaria ed auspicabile una ricerca mirata per rintracciare eventuali altri santuari gestiti dai gesuati, ma attraverso un primo sguardo a questi quattro casi si potrà facilmente notare come la presenza dei <hi rend="CharOverride-2">fratres</hi> all’interno dei santuari sia tutt’altro che priva di interesse, confermando l’impressione che era emersa nel 2004.</p><p rend="text">Il primo dato significativo è che i gesuati rimasero a lungo nei santuari in cui si insediarono, di solito concludendo il loro servizio all’interno di tali luoghi sacri a causa dello scioglimento dell’Ordine voluto da Clemente IX<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-046-backlink"><ref target="20.html#footnote-046">11</ref></hi></hi>. Questa circostanza indica quindi un sostanziale successo dell’esperienza dei <hi rend="CharOverride-2">povari</hi> nei santuari, confermato dall’ottimo ricordo che della loro gestione rimarrà nelle opere devozionali dei secoli XVIII e XIX.</p><p rend="text">In questo contributo tenterò di offrire una prima panoramica che permetta di studiare la presenza gesuata nella realtà santuariale e ne indichi soprattutto i limiti ed i punti di forza.</p><p rend="text">I quattro santuari oggetto della mia analisi sono la Madonna di Montenero a Livorno, la Madonna della Quercia di Viterbo, Santa Maria della Palomba, sempre a Viterbo, e infine Santa Maria delle Grazie ad Arezzo.</p><p rend="text">Verrà notato come queste fondazioni religiose si collochino tutte in un’area ben precisa, fra Toscana e Lazio, nel pieno dell’Italia centrale, dove effettivamente i gesuati avevano uno dei loro maggiori centri di diffusione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="20.html#footnote-045">12</ref></hi></hi>, anche grazie ai legami, rispettivamente, con i Medici<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="20.html#footnote-044">13</ref></hi></hi> e con il soglio pontificio fra la metà del XV e l’inizio del XVI secolo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="20.html#footnote-043">14</ref></hi></hi>. In effetti anche l’entrata dei <hi rend="CharOverride-2">fratres</hi> all’interno dei luoghi sacri coincide con una precisa cronologia, vale a dire quella che segue l’espansione del movimento da Siena al resto dell’Italia centro settentrionale. </p><p rend="text">Il primo santuario gestito da gesuati è quello della Madonna di Montenero, a Livorno, in cui i seguaci di Colombini entrarono nel 1442<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="20.html#footnote-042">15</ref></hi></hi>. Il santuario era stato in precedenza amministrato dai terziari francescani, la cui permanenza nel santuario, dopo i primi anni, aveva suscitato un malcontento tale da costringere l’arcivescovo Giuliano Ricci ad affiancare ai terziari un vallombrosano che vigilasse sulla riscossione e l’impiego delle offerte e, in un secondo momento, ad affidare il luogo sacro a un altro ‘ordine’<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="20.html#footnote-041">16</ref></hi></hi>. La scelta ricadde sui gesuati che erano ben conosciuti sul territorio, data la loro presenza, fin dalla fine del Trecento, nel vicino eremo di Santa Maria alla Sambuca. I gesuati si erano stanziati sul Montenero seguendo Alfonso Piccolomini, figlio di Bartolomeo – quest’ultimo fra i primi compagni di Giovanni Colombini –, che, incline all’eremitismo, aveva scelto proprio Santa Maria alla Sambuca come luogo in cui stabilirsi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="20.html#footnote-040">17</ref></hi></hi>. E d’altra parte non doveva essere solo la buona fama dei gesuati che frequentavano l’eremo ad aver convinto Ricci. Come era già stato notato «poiché non amministravano i sacramenti, non potevano risultare concorrenziali rispetto alla parrocchia cui l’oratorio pertineva, vale a dire la pieve di S. Lucia ad Antignano»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="20.html#footnote-039">18</ref></hi></hi>. Affidando il santuario ai <hi rend="CharOverride-2">pauperes Yesuati</hi>, dunque, l’arcivescovo metteva un freno ai conflitti di competenza fra varie istituzioni ecclesiastiche, interessate soprattutto alla grande mole di elemosine che arrivavano a Montenero. Nonostante le difficoltà di gestione di un santuario importante e affollato come questo livornese, l’esperienza della gestione gesuata sul Montenero fu talmente positiva che cessò solo più di due secoli dopo, nel momento in cui l’Ordine venne sciolto e sostituito con la congregazione teatina. Ed è proprio da questa prima esperienza dei <hi rend="CharOverride-2">fratres</hi> in un santuario che possiamo ricavare alcuni elementi che vedremo ripetersi in quelli seguenti. Come è facile supporre dai più di duecento anni di presenza dei seguaci di Giovanni Colombini nel luogo sacro livornese, la gestione dell’‘ordine’ viene fatta coincidere da tutte le fonti successive come il periodo di massima ascesa nella grandezza del santuario. Le numerose opere che ripercorrono la storia del santuario, pubblicate fra XVIII e XIX secolo, e che attingono spesso a precedenti memorie, ora perdute<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="20.html#footnote-038">19</ref></hi></hi>, danno dell’attività dei gesuati un giudizio positivo nella quasi totalità dei casi, con un’unica parziale eccezione per ciò che scrive Giuseppe Vivoli nei suoi Annali di Livorno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="20.html#footnote-037">20</ref></hi></hi>. Particolarmente ben documentata è l’opera edita nel 1745 da Giorgio Oberhausen, che richiama le fonti a cui attinge e cita anche ampi passi del volume, oggi apparentemente perduta, del gesuato Padre Carlo Moraschi, edita a Livorno nel 1660, a soli pochi anni prima della soppressione dell’Ordine<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="20.html#footnote-036">21</ref></hi></hi>. Oberhausen denuncia prima di tutto la mancanza di fonti , andate disperse dopo il 1668<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="20.html#footnote-035">22</ref></hi></hi>, ma nonostante questo riesce a ricostruire un’immagine dell’azione dei ‘povari’ a Montenero. Nell’opera non mette in relazione la precedente presenza dell’ordine nella Chiesa di Santa Maria alla Sambuca, come invece documenterà nel secolo successivo Vivoli, nel secondo tomo della sua opera. Secondo il notaio livornese, infatti, l’arcivescovo Ricci, in occasione della consacrazione della chiesa, avrebbe chiesto ai gesuati di inviare parte della loro famiglia a Montenero per erigere una chiesa e costruire un convento<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="20.html#footnote-034">23</ref></hi></hi>. All’accettazione dei frati, l’arcivescovo decise di donare loro i territori boschivi vicino il santuario in cambio del canone annuo di tre libbre di cera, a cui i frati sommarono la proprietà di altri terreni già della Pieve di San Felice<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="20.html#footnote-033">24</ref></hi></hi>. Grazie questa disponibilità di beni, ma soprattutto grazie alle ricchissime elemosine che venivano offerte al santuario, i frati riuscirono a iniziare una imponente opera di costruzione, poiché prima di mettere mano all’edificazione della chiesa e del convento fu necessario spianare una parte della collina su cui l’eremo di Montenero si trovava<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="20.html#footnote-032">25</ref></hi></hi>. Raffaele Savona si spinge invece ancor più indietro del 1455 nel mettere in correlazione la presenza gesuata e l’immagine sacra della Madonna delle Grazie di Montenero: egli asserisce infatti, che quando l’immagine della Vergine arrivò fortunosamente a Livorno da Negroponte essa si ‘fermò’ per qualche tempo in una cappella che un padre gesuato aveva costruito partendo da una nicchia e in cui dimorava in solitudine<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="20.html#footnote-031">26</ref></hi></hi>. Costruita la chiesa e il convento, i gesuati iniziarono a gestire il santuario, ottenendo con le loro «incessanti opere spirituali» che il luogo divenisse rinomato e che la Madonna elargisse moltissime grazie, tanto che ben presto i gesuati divennero molto amati dalla popolazione livornese<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="20.html#footnote-030">27</ref></hi></hi>. Questo avvenne sia per la buon cura che essi avevano della sacra immagine e del santuario, sia per la loro reputazione, «perché il loro ordine era in quel tempo tenuto in ottimo concetto per la santità»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="20.html#footnote-029">28</ref></hi></hi>, sia per la disponibilità mostrata verso i devoti. In occasione delle ondate di peste che afflissero la città fra XVI e XVII secolo, i padri accettarono di portare l’immagine a Livorno affinché essa potesse aiutare la popolazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="20.html#footnote-028">29</ref></hi></hi>; inoltre pare che fra Seicento e Settecento fosse invalso l’uso, per i capitani di battello, di assicurarsi la protezione della Vergine passando con la loro imbarcazione sotto la collina di Montenero e sparando a salve col cannone. A questi rispondevano i gesuati che si assicuravano ci fosse un fuoco nel piazzale davanti la chiesa, affinché fosse possibile rispondere al cannone con una fumata, che simboleggiasse la protezione offerta dalla Madonna al bastimento<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="20.html#footnote-027">30</ref></hi></hi>. I gesuati, dunque, ben si integrarono con la società livornese, coadiuvando perfettamente il forte legame che la Madonna di Montenero aveva con la sua comunità, che proteggeva sia da disgrazie private, che da pericoli collettivi: terremoti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="20.html#footnote-026">31</ref></hi></hi>, pestilenze, i Turchi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="20.html#footnote-025">32</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Sicuramente gestire un santuario così frequentato senza essere sacerdoti avrà costituito un problema, ma i <hi rend="CharOverride-2">fratres</hi> riuscirono a risolverlo brillantemente, affidandosi a sacerdoti esterni, probabilmente grazie anche alle «pinguissime rendite»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="20.html#footnote-024">33</ref></hi></hi> su cui potevano fare affidamento.</p><p rend="text">Se Oberhausen conclude la narrazione della parabola gesuata a Montenero ringraziando l’ordine per la meravigliosa opera che aveva prestato in 213 anni, giudizio condiviso da quasi tutti gli altri autori da me consultati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="20.html#footnote-023">34</ref></hi></hi>, Vivoli – l’unico ad avere nei confronti dei gesuati un giudizio severo per le loro ricchezze e, soprattutto, per la loro custodia troppo esclusiva delle immagini sacre – conclude salutando la nuova gestione teatina del santuario con gioia, poiché essi risultavano ai suoi occhi «più affidabili, più elemosinieri, meno ruvidi ed inospitali dei Gesuati»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="20.html#footnote-022">35</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il secondo santuario in cui agirono i gesuati fu quello della Madonna della Quercia<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="20.html#footnote-021">36</ref></hi></hi>, il primo nell’area di Viterbo, dove essi arrivarono nel 1467. I gesuati si erano già stabiliti nella vicina Tuscania intorno al 1367, dopo l’approvazione dell’‘ordine’ da parte di papa Urbano V<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="20.html#footnote-020">37</ref></hi></hi>. Fu probabilmente la loro prossimità al luogo dove avvennero i miracoli, esattamente come avvenne per il santuario livornese, a far ricadere su di loro la scelta del vescovo, all’indomani dei miracoli mariani e dell’inizio della devozione. I gesuati e l’ordinario diocesano di Viterbo e Tuscia appaiono però legati anche per altri motivi: particolarmente amato dalla popolazione viterbese per la sua inclinazione ad aiutare i bisognosi e le sue qualità diplomatiche, il vescovo Pietro di Francesco Gennari era uomo di grande cultura, legato a papa Eugenio IV<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="20.html#footnote-019">38</ref></hi></hi>. Questo pontefice, come è noto, era favorevole al movimento religioso iniziato da Colombini, tanto da rendersi responsabile della loro inclusione nel corpo ecclesiale. Fu Eugenio IV infatti che nel 1438 riconobbe la congregazione come un movimento riformatore religioso, anche se privo del sacerdozio<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="20.html#footnote-018">39</ref></hi></hi>. Dunque il vescovo Gennari e i gesuati giunti a Viterbo dovevano avere in comune non solo un’impostazione spirituale volta all’aiuto del prossimo, ma anche una serie di relazioni personali. Da un’opera devozionale del XVI secolo si ricavano poi altri due indizi, che potrebbero aver giocato un ruolo nell’insediamento dei<hi rend="CharOverride-2"> povari </hi>alla Madonna della Quercia. Prima di tutto la ‘brigata’ che si era stanziata nella Chiesa della Madonna dell’Olivo nella seconda metà del Trecento era stata raggiunta da altri membri proprio negli anni in cui la Madonna della Quercia aveva iniziato la sua attività miracolosa. Il domenicano Atanasio Nelli, nella sua opera del 1571, ricorda infatti come proprio nel 1467, prima dell’edificazione della cappella che poi avrebbe originato il santuario, fosse arrivata a Viterbo una delegazione di cittadini senesi che avevano portato alla Vergine come voto la rappresentazione in argento della loro città, affinché intercedesse perché si fermassero i terremoti – 160, secondo Nelli – che avevano afflitto la loro città<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="20.html#footnote-017">40</ref></hi></hi>. Si può dunque ipotizzare che da Siena fossero arrivati alcuni altri confratelli o che, in ogni caso, al momento di accogliere la delegazione senese i gesuati del viterbese potessero aver avuto un ruolo, anche solo per riallacciare i contatti con la ‘casa-madre’ senese. Inoltre, è ipotizzabile che i gesuati fossero intervenuti assistendo la popolazione – non scordiamoci che una delle attività più comuni fra gli esponenti dell’ordine era quella di aromatario o speziale – durante la peste che arrivò da Roma e colpì Viterbo in quello stesso anno.</p><p rend="text">Se, dunque, lo stabilirsi dei frati del Colombini presso la Madonna della Quercia sembra in linea con quanto avvenne anche a Livorno (prossimità di un altro sito gesuato, relazioni con le autorità locali, buona reputazione fra la popolazione), la permanenza della congregazione in questo santuario è atipica per la sua durata. Al contrario di quanto avvenne nell’altra fondazione viterbese di Santa Maria della Palomba, ma anche a Livorno e ad Arezzo, già nel 1469 i gesuati della Madonna della Quercia vennero sostituiti con un altro ordine, quello dei predicatori. Le fonti sembrano suggerire due ordini di problemi: il primo riguardava le strutture per l’accoglienza dei fedeli. In questo santuario, come anche in quello di Santa Maria della Palomba, i <hi rend="CharOverride-2">fratres </hi>avevano personalmente provveduto a costruire una piccola chiesa, che risultò subito non adeguata all’ingente flusso devozionale di cui la Vergine veniva fatta oggetto<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="20.html#footnote-016">41</ref></hi></hi>. Soprattutto, però, pare che l’esperienza sia fallita per l’impossibilità di esercitare le funzioni sacerdotali all’interno del santuario, problema che si ripropose, ma venne evidentemente gestito con maggior successo, sia nel santuario di Montenero che in quello di Arezzo<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="20.html#footnote-015">42</ref></hi></hi>. Tuttavia, la <hi rend="CharOverride-2">Cronaca di Viterbo</hi> di Niccola della Tuccia riporta una versione differente circa la fine della gestione gesuata della Madonna della Quercia. I religiosi, che erano stati richiesti «per ignoranza de’ cittadini mandati al papa», sarebbero stati allontanati dalla chiesa perché «cominciorno a rubare, ch’erano omini superbi, avari e lussuriosi» dai cittadini della Compagnia della Madonna, che radunava i nobili viterbesi; tanto sarebbe stato deprecabile il comportamento dei gesuati che «furno cacciati via con poco onore» dal popolo di Viterbo<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="20.html#footnote-014">43</ref></hi></hi>. La congregazione sarebbe dunque stata allontanata non solo dal santuario, ma dalla città stessa in seguito a un comportamento deprecabile, tanto da spingere papa Paolo II a inviare immediatamente i predicatori. Alcuni dati portano ad avere alcune riserve sulla versione fornita dal priore Niccola della Tuccia: prima di tutto gli stessi cittadini che avrebbero cacciato i <hi rend="CharOverride-2">fratres, </hi>cioè i nobili della Compagnia della Madonna, erano quegli stessi cittadini che «per ignoranza» avevano richiesto al Papa i gesuati, come si apprende dalla stessa cronica<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="20.html#footnote-013">44</ref></hi></hi>. Inoltre sempre dalla stessa fonte sappiamo che quando qualche anno dopo un predicatore si fermò a Viterbo, «la mattina seguente si partì da Viterbo, e andò verso Roma a cavallo sopra un asinello, accompagnato da due frati Gesuati»<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="20.html#footnote-012">45</ref></hi></hi>. I <hi rend="CharOverride-2">povari</hi> del Colombini non erano dunque stati cacciati dalla città, come asseriva il priore nelle sue registrazioni precedenti, come dimostra anche la loro successiva esperienze, sempre nella medesima città. Al 1503 risale infatti l’inserimento dei gesuati in un’altra fondazione santuariale viterbese, quello di Santa Maria della Palomba<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="20.html#footnote-011">46</ref></hi></hi>. Il complesso, che comprendeva una chiesa e un convento – inizialmente femminile – a inizio Cinquecento era abbandonato, poiché le monache dell’Ordine di San Benedetto che vi risiedevano erano state cacciate alla fine del XV secolo a causa dei loro peccati. Dopo due anni di vacanza della chiesa, del convento e degli annessi, papa Giulio II decise di dare in concessione agli esponenti della congregazione il complesso. Anche in questa fondazione, l’esperienza fu positiva, addirittura venne affittato anche l’ospedale di Santo Stefano in Valle e si iniziarono lavori di ristrutturazione e ampliamento della chiesa e del convento. Per i lavori al convento, il comune decise di fornire ai religiosi un contributo in denaro, nel 1514, ma la ristrutturazione dell’edificio continuò anche negli anni venti del secolo e ancora all’inizio del Seicento si procedeva con la costruzione di una nuova cappella. Anche nel caso di Santa Maria alla Palomba la permanenza dei gesuati durò fino alla soppressione dell’ordine, nel 1668. Dopo che i frati ebbero lasciato il complesso esso iniziò un nuovo periodo di decadenza, fino alla demolizione del convento avvenuta circa un secolo dopo<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="20.html#footnote-010">47</ref></hi></hi>. Per Santa Maria della Palomba, come per il santuario di Montenero, possiamo quindi prendere atto di un bilancio positivo dell’attività dei gesuati all’interno di questi luoghi sacri, caratterizzato da un attivismo sia ‘tecnico’, come dimostrano le opere di costruzione e restauro, sia dal punto di vista assistenziale nei confronti della popolazione, prova ne sia la presa in carico dell’Ospedale e la lunga durata del rapporto fra fondazione sacra, e dunque popolazione, e gesuati.</p><p rend="text">La medesima conclusione pare di poter trarre dalla gestione del santuario di Santa Maria delle Grazie ad Arezzo<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="20.html#footnote-009">48</ref></hi></hi>. Qui la congregazione arrivò durante la stessa ondata di espansione attraverso la quale era entrata in Santa Maria della Palomba. La Repubblica fiorentina, a cui il santuario era stato donato dalla comunità di Arezzo, e in accordo con la popolazione, decise infatti di sostituire i francescani osservanti con i gesuati, che anche per quanto riguarda il famoso santuario aretino<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="20.html#footnote-008">49</ref></hi></hi>. Questo luogo, infatti, veniva ritenuto sacro ancor prima del cristianesimo, grazie alla <hi rend="CharOverride-2">Fons Tecta</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="20.html#footnote-007">50</ref></hi></hi>, le cui acque erano ritenute miracolose e solo a inizio del XV secolo era stato ‘riconvertito’ al cristianesimo grazie al ciclo di prediche tenute da Bernardino da Siena<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="20.html#footnote-006">51</ref></hi></hi>. L’affluenza al santuario era dunque piuttosto copiosa, dato anche che la fondazione era nota da tempo per i suoi poteri e ben conosciuta dalla popolazione di Arezzo e dei dintorni. Sappiamo che durante la gestione gesuata, così come era successo sotto i francescani, continuarono fenomeni di devozione riconducibili più a una matrice pagano-superstiziosa piuttosto che cristiana e ortodossa, tuttavia pare che i <hi rend="CharOverride-2">fratres</hi> non si siano particolarmente dedicati a tale problematica<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="20.html#footnote-005">52</ref></hi></hi>, mentre si registra una loro maggiore attivismo, come al solito, nell’opera di cura e tutela del santuario stesso. D’altra parte anche in altre chiese aretine intervennero grazie alle loro capacità come costruttori e nella lavorazione del vetro<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="20.html#footnote-004">53</ref></hi></hi>. Inoltre, anche ad Arezzo vediamo ripetersi lo stesso schema che abbiamo individuato per Livorno e Viterbo, anche qui infatti, accanto al buon rapporto con la comunità dei fedeli e alla tutela del santuario, anche dal punto di vista architettonico, i gesuati persero la gestione di Santa Maria delle Grazie solo quando il loro ordine fu eliminato e vennero sostituiti dai Carmelitani<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="20.html#footnote-003">54</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Dunque possiamo concludere che, nonostante il loro stato ‘liminale’ fra religiosi e laici non gli permettesse di esercitare come sacerdoti, fattore che di certo era una limitazione soprattutto in santuari con una grande affluenza, la ‘brigata de povari’ riusciva, probabilmente integrando le sue entrate – come nel caso di Santa Maria alla Palomba o lavorando come ‘privati’, come nel caso della Chiesa della Santissima Annunziata ad Arezzo – ad avere una liquidità che gli consentisse di pagare alcuni sacerdoti per sopperire alle loro mancanze. In compenso essi potevano assicurare, e ciò è evidente dal buon ricordo che lasciano delle loro gestioni, non solo una tutela ‘pratica’ dei santuari, ma anche una intesa spirituale con chi al santuario si recava. Noti per la loro assistenza agli ultimi, in particolare attraverso la creazione di medicamenti, l’ecclesiologia stessa dei gesuati implicava che essi dilatassero «la presenza divina sulla terra» attraverso le orazioni <hi rend="CharOverride-2">pro defunctis</hi>, in cui erano specializzati. Le loro preghiere tuttavia non beneficiavano soltanto coloro che si trovavano, una volta morti, a purgare le proprie anime, ma «aumentavano il tesoro di grazie divine riservate a tutti i fedeli, compresi i viventi»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="20.html#footnote-002">55</ref></hi></hi>. E proprio per questa loro caratteristica è facile intuire il loro successo all’interno dei santuari, luoghi dove la presenza divina addirittura si manifestava attraverso la concessione di grazie che spesso purgavano il corpo e l’anima dei fedeli viventi e , in questo caso, voventi. Le orazioni gesuate dunque dilatavano la presenza del divino laddove esso decideva di manifestarsi, intercedendo per la grazia che i malati stessi si recavano a chiedere. Mi pare inoltre sia significativa, alla luce di quanto appena affermato che, come già era stato sottolineato, nella liturgia gesuata «le festività in onore della Vergine diventavano spesso l’occasione per celebrare anche gli offici <hi rend="CharOverride-2">de mortuis </hi>più importanti»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="20.html#footnote-001">56</ref></hi></hi>. Se al centro del pensiero e delle preghiere dei seguaci di Giovanni Colombini si trovava la centralità di Cristo, la figura della Vergine accompagnava il figlio nelle loro meditazioni. Non stupisce quindi di trovarli proprio nei santuari mariani nel loro periodo di maggiore diffusione e fioritura nell’Italia centrale e, soprattutto, di trovarli sovente in ‘sostituzione’ o ‘sostituiti’ dall’Osservanza francescana, la cui mariologia presentava punti di contatto con quella gesuata<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="20.html#footnote-000">57</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Alla luce dei brevi rilievi fatti fin qui possiamo dunque constatare come, al contrario di quanto si potesse pensare vista la scarsità di fonti che ci testimonino una presenza dei bianchi nei santuari e vista la mancanza del sacerdozio, i gesuati riuscirono a creare esperienze di lungo corso e di successo nei santuari in cui furono presenti, grazie ad una cura che fu al tempo stesso spirituale e pratica, quasi a rispecchiare la loro natura, sospesa fra religiosi e laici.</p><p rend="h2">Bibliografia</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="CharOverride-2">Atti del Convegno di studi sulla Chiesa della Ss. Annunziata di Arezzo nel cinquecentenario della sua costruzione</hi>, Tibergraph, Città di Castello 1993.</p><p rend="bib_indx_bib">Bandoni T.,<hi rend="CharOverride-2"> Corona Ammirabile de miracoli e gratie fatte dalla gran Signora Madre di Dio detta la Madonna della Quercia. Con l’aggionta de molti miracoli non più stampati</hi>, in Todi, Per Cerquetano Cerquetani, 1631.</p><p rend="bib_indx_bib">Barsotti S., <hi rend="CharOverride-2">Il santuario della Madonna di Montenero presso Livorno nel suo primo secolare periodo retto dai Frati del Terz’Ordine di San Francesco (1341-1441)</hi>, «Archivum franciscanum historicum», VI, 1913, pp. 26-44; 466-490.</p><p rend="bib_indx_bib">Biferali F., <hi rend="CharOverride-2">«Salvator mundi, salva nos». La pala di Liberale da Verona nella Cattedrale di San Lorenzo a Viterbo</hi>, «Biblioteca e società», 3, 2002.</p><p rend="bib_indx_bib">Ciampi I., <hi rend="CharOverride-2">Cronache e statuti della Città di Viterbo</hi>, In Firenze, coi tipi di M. Cellini e C., 1872.</p><p rend="bib_indx_bib">Ciprini G., <hi rend="CharOverride-2">Santuario Madonna della Quercia, Viterbo</hi>, Gruppo archeologico romano, 1981.</p><p rend="bib_indx_bib">—, <hi rend="CharOverride-2">La Madonna della Quercia: una meravigliosa storia di fede</hi>, voll. II, Tipografia Quatrini, Viterbo 2005.</p><p rend="bib_indx_bib">Ciprini G., Carosi A., <hi rend="CharOverride-2">Gli ex voto del Santuario della Madonna della Quercia di Viterbo: immagini e testimonianze di fede</hi>, Cassa di risparmio della provincia di Viterbo, Viterbo 1993.</p><p rend="bib_indx_bib">Cracco G., <hi rend="CharOverride-2">Osservanti e santuari fra Trecento e Cinquecento: costruttori di un’altra Chiesa</hi>, in L.M.M. Olivieri (a cura di), <hi rend="CharOverride-2">Ordini religiosi e santuari in età medievale e moderna</hi>, Edipuglia, Bari, 2013.</p><p rend="bib_indx_bib">Dufner G., <hi rend="CharOverride-2">Geschichte der Jesuaten</hi>, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1975.</p><p rend="bib_indx_bib">Gagliardi I., <hi rend="CharOverride-2">Pazzi per Cristo. Santa follia e mistica della Croce in Italia centrale nel XIII e XIV secolo</hi>, Protagon, Siena 1997.</p><p rend="bib_indx_bib">—, <hi rend="CharOverride-2">Giovanni Colombini e la «brigata de povari». Padri spirituali e figlie devote a Siena alla fine del Trecento</hi>, «Annali dell’Istituto storico italo-germanico in Trento», XXIV, 1998, pp. 375-414.</p><p rend="bib_indx_bib">—, <hi rend="CharOverride-2">Santa Maria alla Sambuca presso Livorno: un eremo gesuato tra fine ’300 e ’</hi><hi rend="CharOverride-2">500</hi>, in A. Giani (a cura di), <hi rend="CharOverride-2">Santità ed eremitismo nella Toscana medievale</hi>, Edizioni Cantagalli, Siena 2000, pp. 131-150.</p><p rend="bib_indx_bib">—, <hi rend="CharOverride-2">I Pauperes Yesuati tra esperienze religiose e conflitti istituzionali</hi>, Herder, Roma 2004.</p><p rend="bib_indx_bib">—, <hi rend="CharOverride-2">Li trofei della Croce. L’esperienza gesuata e la società lucchese fra medioevo ed età moderna</hi>, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2005.</p><p rend="bib_indx_bib">—, <hi rend="CharOverride-2">«Ave Maris Stella». Il santuario mariano di Montenero presso Livorno</hi>, «Quaderni di storia religiosa», 15, 2009, pp. 185-214.</p><p rend="bib_indx_bib">—, <hi rend="CharOverride-2">Alcuni ospedali toscani tra rete viaria e santuari in epoca medievale e moderna: Lucca, Montenero, Pistoia, Pescia e Monsummano</hi>, in G. Cavero Dominguez (a cura di), <hi rend="CharOverride-2">Construir la memoria de la ciudad: espacios, poderes e identidades en la Edad Media</hi>, vol. III, Universidad de Leon, Leon 2017, pp. 171-198.</p><p rend="bib_indx_bib">Gagliardi I., Salvestrini F., <hi rend="CharOverride-2">L’insediamento dei Gesuati a Pistoia tra medioevo e prima età moderna</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>in R. Nelli (a cura di),<hi rend="CharOverride-2"> Gli Ordini Mendicanti a Pistoia (secc. XIII- XV)</hi>, Atti del Convegno di studi Pistoia (12-13 maggio 2000), Società pistoiese di storia patria, Pistoia 2001, pp. 141-203.</p><p rend="bib_indx_bib">Lazzarini M.T., <hi rend="CharOverride-2">Il santuario di Montenero</hi>, Debatte, Livorno 2008.</p><p rend="bib_indx_bib">Marsilia M.T., <hi rend="CharOverride-2">Santa Maria della Palomba</hi>, «Biblioteca e società», XXV, 1997, pp. 24-25.</p><p rend="bib_indx_bib">Oberhausen G., <hi rend="CharOverride-2">Istoria della miracolosa immagine di Nostra Signora di Montenero</hi>, in Lucca, per Sebastiano e Angelo Cappuri, 1745.</p><p rend="bib_indx_bib">Padre C. Filippi, <hi rend="CharOverride-2">Guida Storica della miracolosa immagine di Maria SS. delle Grazie che si venera nel santuario di Montenero presso Livorno</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>Tipografia Vannini, Livorno 1875.</p><p rend="bib_indx_bib">Panichi S., <hi rend="CharOverride-2">Il culto di Asclepio e la devozione alla Madonna di Montenero: elementi di continuità negli ex voto antichi e moderni</hi>, «Nuovi studi livornesi», VII, 1999, pp. 150-163.</p><p rend="bib_indx_bib">Nelli A., <hi rend="CharOverride-2">Origine della Madonna della Quercia di Viterbo. Dove secondo i tempi distintamente si narra come incominciasse la sua apparitione &amp; avvenimento. Con alcuni miracoli de quali essa Città di Viterbo ha maggior cognitione</hi>, in Viterbo, per Agostino Colaldi, 1571.</p><p rend="bib_indx_bib">Rusconi R., <hi rend="CharOverride-2">Prolusione</hi>, in L.M.M. Olivieri (a cura di), <hi rend="CharOverride-2">Ordini religiosi e santuari in età medievale e moderna</hi>, Edipuglia, Bari, 2013.</p><p rend="bib_indx_bib">Santini A., <hi rend="CharOverride-2">La Madonna di Montenero</hi>, MPF Editore, Lucca 2000.</p><p rend="bib_indx_bib">Savonarola R., <hi rend="CharOverride-2">Compendioso ragguaglio dell’origine e progressi della divozione alla Santissima imagine di Maria piena di grazie, che si adora in Montenero della Toscana presso Livorno. Cavata dalla Istoria della Medesima composta da un religioso teatino</hi>, in Lucca, Per Domenico Ciuffetti, 1719.</p><p rend="bib_indx_bib">Tafi A., <hi rend="CharOverride-2">Santa Maria delle Grazie ad Arezzo, capolavoro di fede e di arte</hi>, Banca popolare dell’Etruria, Arezzo 1973.</p><p rend="bib_indx_bib">Torelli N.M., <hi rend="CharOverride-2">Miracoli della Madonna della Quercia di Viterbo e sua istoria con nuovo ordine e aggiunta</hi>, In Viterbo, presso Camillo Tosoni, MDCCCXXVII.</p><p rend="bib_indx_bib">Uccelli G.B., <hi rend="CharOverride-2">Il convento di San Giusto alle mura e i gesuati, aggiungonsi i capitoli della loro regola</hi>, Tipografia delle Murate, Firenze 1865.</p><p rend="bib_indx_bib">Vivoli G., <hi rend="CharOverride-2">Annali di Livorno dalla sua origine sino all’anno di Gesù Cristo 1840 colle notizie riguardanti i luoghi più notevoli antichi e moderni dei suoi contorni</hi>, voll. IV, Dalla tipografia e Litografia di Giulio Sardi, Livorno 1842-1846.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-056-backlink">1</ref></hi>	R. Rusconi, <hi rend="CharOverride-2">Prolusione</hi>, in L.M.M. Olivieri (a cura di), <hi rend="CharOverride-2">In età medievale e moderna</hi>, Edipuglia, Bari 2013, p. 13.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-055-backlink">2</ref></hi>	Nel volume sono presenti saggi su Domenicani, eremiti paolini, Francescani Osservanti, Servi di Maria, Foglianti, Carmelitani, Minimi, Benedettini e Gesuiti, cfr. L.M.M. Olivieri (a cura di), <hi rend="CharOverride-2">Ordini religiosi e santuari in età medievale e moderna</hi>, Edipuglia, Bari 2013,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>pp. 3-4. I gesuati vengono però citati nel saggio di Cracco, cfr. G. Cracco, <hi rend="CharOverride-2">Osservanti e santuari fra Trecento e Cinquecento: costruttori di un’altra Chiesa</hi>, in <hi rend="CharOverride-2">Ordini religiosi e santuari</hi> cit., p. 35.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-054-backlink">3</ref></hi>	Per una prima bibliografia sui gesuati rimando direttamente alle recenti opere di Isabella Gagliardi, dalle quali sarà possibile risalire ai precedenti studi di Giovanni Miccoli, Anna Benvenuti, Clara Gennaro, Marco Tangheroni, Romana Guarnieri e, naturalmente, all’imprescindibile studio di Georg Dufner: I. Gagliardi, <hi rend="CharOverride-2">Pazzi per Cristo. Santa follia e mistica della Croce in Italia centrale nel XIII e XIV secolo</hi>, Protagon, Siena 1997, pp. 172-214; Ead., <hi rend="CharOverride-2">Giovanni Colombini e la «brigata de povari». Padri spirituali e figlie devote a Siena alla fine del Trecento</hi>, «Annali dell’Istituto storico italo-germanico in Trento», XXIV, 1998, pp. 375-414; Ead., <hi rend="CharOverride-2">Santa Maria alla Sambuca presso Livorno: un eremo gesuato tra fine ’300 e ’500</hi>, in A. Giani (a cura di), <hi rend="CharOverride-2">Santità ed eremitismo nella Toscana medievale</hi>, Edizioni Cantagalli, Siena 2000, pp. 131-150; Ead., <hi rend="CharOverride-2">I Pauperes Yesuati tra esperienze religiose e conflitti istituzionali</hi>, Herder, Roma 2004; Ead., <hi rend="CharOverride-2">Li trofei della Croce. L’esperienza gesuata e la società lucchese fra medioevo ed età moderna</hi>, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2005; I. Gagliardi, F. Salvestrini, <hi rend="CharOverride-2">L’insediamento dei Gesuati a Pistoia tra medioevo e prima età moderna</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>in R. Nelli (a cura di),<hi rend="CharOverride-2"> Gli Ordini Mendicanti a Pistoia (secc. XIII- XV)</hi>, Atti del Convegno di studi Pistoia (12-13 maggio 2000), Società pistoiese di storia patria, Pistoia 2001, pp. 141-203. Per la restante bibliografia sui gesuati si rimanda a &lt;http://www.gesuati.org/bibliografia.htm&gt; (09/2020).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-053-backlink">4</ref></hi>	Indicazioni circa tre santuari gestiti da gesuati (Madonna di Montenero a Livorno; Santa Maria della Palomba; Santa Maria delle Grazie ad Arezzo) sono reperibili in Gagliardi, <hi rend="CharOverride-2">Li trofei della Croce</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit., pp. 16; 125-126.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-052-backlink">5</ref></hi>	Ead., <hi rend="CharOverride-2">I Pauperes Yesuati</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit., p. XXIV.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-051-backlink">6</ref></hi>	Cfr. Ead., <hi rend="CharOverride-2">Li trofei della Croce</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit., p. XI.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-050-backlink">7</ref></hi>	Cfr. Ivi, pp. 125-126.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-049-backlink">8</ref></hi>	Cfr. Cracco, <hi rend="CharOverride-2">Osservanti e santuari</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit., pp. 35-57.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-048-backlink">9</ref></hi>	Cfr. A. Benvenuti, <hi rend="CharOverride-2">Premessa</hi>, in Gagliardi, <hi rend="CharOverride-2">I Pauperes </hi>Yesuat,i<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit., p. XII; Gagliardi, <hi rend="CharOverride-2">Li trofei della Croce</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit., p. XIII. La dispersione documentaria veniva già notata nelle opere del XVIII secolo, cfr. G. Oberhausen, <hi rend="CharOverride-2">Istoria della miracolosa immagine di Nostra Signora di Montenero</hi>, in Lucca, per Sebastiano e Angelo Cappuri, 1745, p. 10.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-047-backlink">10</ref></hi>	Cfr. &lt;http://www.santuaricristiani.iccd.beniculturali.it/AreaDizionario.htm&gt; (09/2020).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-046-backlink">11</ref></hi>	Per la soppressione dell’Ordine e gli eventi che portarono ad essa, cfr. Gagliardi, <hi rend="CharOverride-2">I Pauperes Yesuati</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit., pp. 459-484. Per la soppressione cfr. <hi rend="CharOverride-2">Bullarium Romanum</hi>, Tomo XVII, pp. 739-742; 748-750.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-045-backlink">12</ref></hi>	Per l’espansione gesuata dopo la cacciata dei seguaci del Colombini da Siena, cfr. G. Dufner, <hi rend="CharOverride-2">Geschichte der Jesuaten</hi>, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1975, p. 200.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-044-backlink">13</ref></hi>	Si ricordi, ad esempio, come i figli di Lorenzo de’ Medici facessero parte della fiorentina confraternita gesuata di San Giovanni, cfr. Gagliardi, <hi rend="CharOverride-2">I Pauperes Yesuati</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit., pp. 247-248. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-043-backlink">14</ref></hi>	« […] quei pontefici di nome Martino V ed Eugenio IV che protessero e sovvennero i gesuati in misura notevolissima» Cfr. Gagliardi, <hi rend="CharOverride-2">Li trofei della Croce</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit., p. 112.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-042-backlink">15</ref></hi>	La bibliografia sul santuario livornese è abbondantissima, ci si limiterà qui ad indicare alcune opere di riferimento, privilegiando le ultime pubblicazioni disponibili: S. Panichi, <hi rend="CharOverride-2">Il culto di Asclepio e la devozione alla Madonna di Montenero: elementi di continuità negli ex voto antichi e moderni</hi>, «Nuovi studi livornesi», VII, 1999, pp. 150-163; A. Santini, <hi rend="CharOverride-2">La Madonna di Montenero</hi>, MPF Editore, Lucca 2000; M.T. Lazzarini, <hi rend="CharOverride-2">Il santuario di Montenero</hi>, Debatte, Livorno 2008; I. Gagliardi, <hi rend="CharOverride-2">«Ave Maris Stella». Il santuario mariano di Montenero presso Livorno</hi>, «Quaderni di storia religiosa», 15, 2009, pp. 185-214; Ead., <hi rend="CharOverride-2">Alcuni ospedali toscani tra rete viaria e santuari in epoca medievale e moderna: Lucca, Montenero, Pistoia, Pescia e Monsummano</hi>, in G. Cavero Dominguez (a cura di), <hi rend="CharOverride-2">Construir la memoria de la ciudad: espacios, poderes e identidades en la Edad Media</hi>, vol. III, Universidad de Leon, Leon 2017, pp. 171-198. Per le pubblicazioni precedenti riguardo al santuario rimando alla scheda bibliografica pubblicata sul Censimento dei Santuari cristiani d’Italia: &lt;http://www.santuaricristiani.iccd.beniculturali.it/Common/dettaglio.aspx?idsantuario=2130&gt; (09/2020).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-041-backlink">16</ref></hi>	Sugli anni della gestione dei terziari francescani si veda S. Barsotti, <hi rend="CharOverride-2">Il santuario della Madonna di Montenero presso Livorno nel suo primo secolare periodo retto dai Frati del Terz’Ordine di San Francesco (1341-1441)</hi>, «Archivum franciscanum historicum», VI, 1913, pp. 26-44; 466-490.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-040-backlink">17</ref></hi>	Cfr. Gagliardi, <hi rend="CharOverride-2">Li trofei della Croce</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit., p. 24. Sull’esperienza gesuata nell’eremo della Sambuca, cfr. Ead., <hi rend="CharOverride-2">Santa Maria alla Sambuca presso Livorno</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit., pp. 142-150.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-039-backlink">18</ref></hi>	Ivi, pp. 146-147.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-038-backlink">19</ref></hi>	Sia per il santuario di Montenero che per l’eremo di Santa Maria alla Sambuca la dispersione documentaria è stata consistente, ivi, p. 143. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-037-backlink">20</ref></hi>	Cfr. G. Vivoli, <hi rend="CharOverride-2">Annali di Livorno dalla sua origine sino all’anno di Gesù Cristo 1840 colle notizie riguardanti i luoghi più notevoli antichi e moderni dei suoi contorni</hi>, voll. IV, Dalla tipografia e Litografia di Giulio Sardi, Livorno 1842-1846.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-036-backlink">21</ref></hi>	Cfr. Oberhausen, <hi rend="CharOverride-2">Istoria della miracolosa immagine</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit., p. 9.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-035-backlink">22</ref></hi>	Cfr. ivi, p. 10. Sempre sulla dispersione documentario cfr. Vivoli, <hi rend="CharOverride-2">Annali di Livorno</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit., vol. II, p.<hi rend="CharOverride-2"> </hi>230.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-034-backlink">23</ref></hi>	Cfr. ivi, p. 223.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-033-backlink">24</ref></hi>	Cfr. ivi, vol. III, pp. 61-62. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-032-backlink">25</ref></hi>	Cfr. Oberhausen, <hi rend="CharOverride-2">Istoria della miracolosa immagine</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit., p. 12.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-031-backlink">26</ref></hi>	Cfr. R. Savonarola, <hi rend="CharOverride-2">Compendioso ragguaglio dell’origine e progressi della divozione alla Santissima imagine di Maria piena di grazie, che si adora in Montenero della Toscana presso Livorno. Cavata dalla Istoria della Medesima composta da un religioso teatino</hi>, in Lucca, Per Domenico Ciuffetti, 1719, pp. 3-4.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-030-backlink">27</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Compendiosa relazione della Miracolosa immagine di Maria Santissima che s venera in Montenero presso la città e porto di Livorno in Toscana</hi>, Livorno, Carlo Giorgi, MDCCLXXIV, p. 9.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-029-backlink">28</ref></hi>	Oberhausen, <hi rend="CharOverride-2">Istoria della miracolosa immagine</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit., p. 21.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-028-backlink">29</ref></hi>	Cfr. ivi, pp. 127-129. Invece Giuseppe Vivoli ricorda la pestilenza del 1592 in cui, malgrado la richiesta della popolazione livornese, i gesuati non portarono in città l’immagine e azzarda l’ipotesi di una responsabilità dei <hi rend="CharOverride-2">fratres</hi>, senza tuttavia poterla dimostrare: «[…]ma o che non fosse creduto opportuno e prudente dalle Autorità aumentare il concorso e le riunioni pericolose del popolo; o perché dai gesuati venissero forse opposte difficoltà al trasporto di quel Sacro Pegno (per quanto ai livornesi appartenesse) fatto sta che la traslazione non ebbe luogo rimanendo i più devoti col loro fervore quasi crucciati e mal soddisfatti», Vivoli, <hi rend="CharOverride-2">Annali di Livorno</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit., vol. III, p. 197.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-027-backlink">30</ref></hi>	Ivi, vol. IV, p. 487.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-026-backlink">31</ref></hi>	Cfr. Oberhausen, <hi rend="CharOverride-2">Istoria della miracolosa immagine</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit., p. 312.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-025-backlink">32</ref></hi>	Ivi, pp. 117-119, in cui si ricorda anche uno dei miracoli più celebri e più tramandato compiuto dalla Madonna di Montenero: l’accecamento di una flotta di corsari Turchi sbarcati per rubare l’immagine sacra. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-024-backlink">33</ref></hi>	Savonarola, <hi rend="CharOverride-2">Compendioso ragguaglio</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit., p. 18.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-023-backlink">34</ref></hi>	Cfr. Oberhausen, <hi rend="CharOverride-2">Istoria della miracolosa immagine</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit., pp. 180-182; cfr. <hi rend="CharOverride-2">Compendiosa relazione della Miracolosa immagine</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>p. 9; cfr. Padre C. Filippi, <hi rend="CharOverride-2">Guida Storica della miracolosa immagine di Maria SS. delle Grazie che si venera nel santuario di Montenero presso Livorno</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>Tipografia Vannini, Livorno 1875, pp. 11-12.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-022-backlink">35</ref></hi>	Vivoli, <hi rend="CharOverride-2">Annali di Livorno</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit., vol. IV, p. 316.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-021-backlink">36</ref></hi>	Per la bibliografia in merito rimando soprattutto alle opere di Gianfranco Ciprini, che si è occupato dei vari aspetti della storia del santuario fino dagli anni Ottanta, ricordo qui G. Ciprini, <hi rend="CharOverride-2">Santuario Madonna della Quercia, Viterbo</hi>, Gruppo archeologico romano, 1981; G. Ciprini, A. Carosi, <hi rend="CharOverride-2">Gli ex voto del Santuario della Madonna della Quercia di Viterbo: immagini e testimonianze di fede</hi>, Cassa di risparmio della provincia di Viterbo, Viterbo 1993; G. Ciprini, <hi rend="CharOverride-2">La Madonna della Quercia: una meravigliosa storia di fede</hi>, voll. II, Tipografia Quatrini, Viterbo 2005. Per la restante bibliografia si rimanda all’apposita schema del Censimento dei Santuari cristiani d’Italia: &lt;http://www.santuaricristiani.iccd.beniculturali.it/Common/dettaglio.aspx?idsantuario=1&gt; (09/2020).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-020-backlink">37</ref></hi>	Cfr. Gagliardi, <hi rend="CharOverride-2">Li trofei della Croce</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit., p. 17.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-019-backlink">38</ref></hi>	Cfr. F. Biferali, <hi rend="CharOverride-2">«Salvator mundi, salva nos». La pala di Liberale da Verona nella Cattedrale di San Lorenzo a Viterbo</hi>, «Biblioteca e società», 3, 2002, p. 52.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-018-backlink">39</ref></hi>	Cfr. Gagliardi, <hi rend="CharOverride-2">Li trofei della Croce</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit., p. 106. Si veda anche Ead.,<hi rend="CharOverride-2"> I pauperes Yesuati</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-017-backlink">40</ref></hi>	Cfr. A. Nelli, <hi rend="CharOverride-2">Origine della Madonna della Quercia di Viterbo. Dove secondo i tempi distintamente si narra come incominciasse la sua apparitione &amp; avvenimento. Con alcuni miracoli de quali essa Città di Viterbo ha maggior cognitione</hi>, in Viterbo, per Agostino Colaldi, 1571, pp. 14-15.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-016-backlink">41</ref></hi>	Cfr. Ivi, pp. 15-16.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-015-backlink">42</ref></hi>	Cfr. ivi, p. 16; la stessa versione viene fornita anche da T. Bandoni,<hi rend="CharOverride-2"> Corona Ammirabile de miracoli e gratie fatte dalla gran Signora Madre di Dio detta la Madonna della Quercia. Con l’aggionta de molti miracoli non più stampati</hi>, in Todi, Per Cerquetano Cerquetani, 1631, pp. XIII-XIV; cfr. N.M. Torelli, <hi rend="CharOverride-2">Miracoli della Madonna della Quercia di Viterbo e sua istoria con nuovo ordine e aggiunta</hi>, In Viterbo, presso Camillo Tosoni, MDCCCXXVII, pp. 8-9. La stessa versione è parzialmente sposata anche da Niccola della Tuscia, che fra le ingenti spese per cui i gesuati sarebbero caduti in disgrazia include anche «salari dati a quattro preti cappellani, che dicevano la messa in detto loco (non la dicendo detti frati)», I. Ciampi, <hi rend="CharOverride-2">Cronache e statuti della Città di Viterbo</hi>, In Firenze, coi tipi di M. Cellini e C., 1872, p. 97.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-014-backlink">43</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Ibidem</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-013-backlink">44</ref></hi>	Ivi, p. 93.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-012-backlink">45</ref></hi>	Ivi, p. 106.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-011-backlink">46</ref></hi>	Cfr. Gagliardi, <hi rend="CharOverride-2">Li trofei della Croce</hi>, cit., p. 16.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-010-backlink">47</ref></hi>	Cfr. M.T. Marsilia, <hi rend="CharOverride-2">Santa Maria della Palomba</hi>, «Biblioteca e società», XXV, 1997, pp. 24-25.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-009-backlink">48</ref></hi>	Per una bibliografia di base si veda la scheda bibliografica nel Censimento dei Santuari Cristiani d’Italia: &lt;http://www.santuaricristiani.iccd.beniculturali.it/Common/dettaglio.aspx?idsantuario=1324&gt; (09/2020).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-008-backlink">49</ref></hi>	Cfr. A. Tafi, <hi rend="CharOverride-2">Santa Maria delle Grazie ad Arezzo, capolavoro di fede e di arte</hi>, Banca popolare dell’Etruria, Arezzo 1973, p. 63.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-007-backlink">50</ref></hi>	Ivi, pp. 21-23.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-006-backlink">51</ref></hi>	Cfr. ivi, pp. 26-28.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-005-backlink">52</ref></hi>	La notizia si ricava dalla distruzione della fonte da parte dei Carmelitani, a causa delle perduranti «ritualità superstiziose», cfr. &lt;http://www.santuaricristiani.iccd.beniculturali.it/Common/dettaglio.aspx?idsantuario=1324&gt; (09/2020).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-004-backlink">53</ref></hi>	Cfr. <hi rend="CharOverride-2">Atti del Convegno di studi sulla Chiesa della Ss. Annunziata di Arezzo nel cinquecentenario della sua costruzione</hi>, Tibergraph, Città di Castello 1993, pp. 210-212.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-003-backlink">54</ref></hi>	G.B. Uccelli, <hi rend="CharOverride-2">Il convento di San Giusto alle mura e i gesuati, aggiungonsi i capitoli della loro regola</hi>, Tipografia delle Murate, Firenze 1865, pp. 69-70.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-002-backlink">55</ref></hi>	Gagliardi, <hi rend="CharOverride-2">Li trofei della Croce</hi>, cit., p. 216.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-001-backlink">56</ref></hi>	Gagliardi,<hi rend="CharOverride-2"> I pauperes Yesuati</hi>,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>cit., pp. 154-155.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="20.html#footnote-000-backlink">57</ref></hi>	A questo proposito cfr. ivi, pp. 150 sgg.</p>
      
      
      
      
      
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</TEI>