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        <title type="main" level="a">Introduzione</title>
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            <forename>Claudio</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Terminologie e vocabolari</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-364-2</idno>) by </resp>
          <name>Claudio Grimaldi, Maria Teresa Zanola</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2021">2021</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-364-2.02</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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        <p>This paper is an introduction to the volume, that collects the contributions presented at the 2019 annual Conference of the Associazione Italiana per la Terminologia (Ass.I.Term), hosted at the Accademia della Crusca. This paper aims to present the importance of the reflection that touches the comparison between terminology and lexicography, through which technology and science can show their positive function for the development and growth of the Italian language, helping it to keep up with the times, in an era in which most of the specialized words, in various disciplines, now come only from English.</p>
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            <item>terminology</item>
            <item>lexicography</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-364-2.02<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-364-2.02" /></p>
      
      
      <p rendition="simple:h1_chapter">Introduzione</p><p rendition="simple:h1_author">Claudio Marazzini</p><p rendition="simple:text">È stato un grande onore per l’Accademia della Crusca poter ospitare nella propria sede fiorentina il Convegno dell’Associazione Italiana per la Terminologia (Ass.I.Term), svoltosi il 30 e 31 maggio 2019. Il tema del Convegno era del resto strettamente legato all’attività di un’Accademia come la nostra: il titolo scelto per l’incontro era infatti «Terminologie e vocabolari: lessici specialistici e tesauri, glossari e dizionari». La Crusca vanta una tradizione secolare di studi lessicografici, ma sappiamo bene che la lessicografia italiana è stata lungamente e generalmente influenzata soprattutto dai capolavori della letteratura, soprattutto da quella più antica. Quindi tutti noi abbiamo molto da imparare partecipando a una riflessione che tocca il confronto tra terminologia e lessicografia, attraverso il quale tecnica e scienza possono mostrare la loro funzione positiva per lo sviluppo e la crescita della nostra lingua nazionale, aiutandola a stare al passo con i tempi, in un’epoca in cui molta parte delle parole specialistiche, in varie discipline, arriva ormai solo dall’inglese. Per questo siamo stati ben contenti, in occasione dell’uscita del numero di ottobre 2018 di «Asimmetrie», la rivista di divulgazione dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), di collaborare con gli scienziati della redazione per trovare la migliore dicitura italiana della nuova astronomia avviata dalle scoperte delle onde gravitazionali, che in inglese viene chiamata <hi rendition="simple:italic">multimessenger astronomy</hi>. Dalla proficua discussione tra scienziati e linguisti è derivata la scelta di «astronomia multimessaggera». Tradurre bene vuole dire pensare bene, riflettere sulle parole. Sappiamo bene che in alcuni casi arte, stile, espressività e capacità di comunicazione si sono congiunti strettamente al progresso scientifico: ci viene subito in mente, come ovvio, la scrittura di Galileo, il quale, oltre che fondatore del metodo scientifico moderno, fu anche accademico della Crusca e appassionato dilettante di studi letterari. In Galileo si nota spesso lo sforzo definitorio, per indicare in maniera precisa l’area semantica di una parola che gli capita di usare. Ecco alcuni esempi: «Un corpo solido, e, come si dice, assai materiale, mosso ed applicato a qualsivoglia parte della mia persona, produce in me quella sensazione che noi diciamo <hi rendition="simple:italic">tatto</hi>»; «quando, verbigrazia, la Luna seguitasse puntualmente il moto del Sole, e stesse per caso sempre linearmente tra esso e la Terra in quell’aspetto che noi diciamo di <hi rendition="simple:italic">congiunzione</hi>»; «i computi son fatti sopra altezze della stella prese in diversi cerchi verticali, che chiamano con voce arabica <hi rendition="simple:italic">azimutti</hi>». La terminologia si precisa definendone l’uso. La sensibilità di Galileo, però, resta eccezionale. Non certo un caso unico: possiamo ricordare anche Francesco Redi, medico e cultore eccellente di scienze naturali, inoltre accademico e lessicografo, scrittore capace di realizzare pagine di elegantissimo sapore letterario, divertenti e leggibili, il cui contenuto, allo stesso tempo, apriva la strada a nuove fondamentali conoscenze nel campo della biologia. Basti pensare a quando, descrivendo il meccanismo e gli effetti del morso delle vipere, trovava il modo di citare i versi di Dante. Non sempre, però, scienza, arte della scrittura e interesse per la lingua sono state possesso compiuto di un medesimo individuo. I nomi degli autori che abbiamo citato testimoniano comunque che l’Accademia della Crusca è sede ottima per un confronto sulla terminologia e sul linguaggio scientifico. Sarà un segno del destino che la quinta edizione del Vocabolario, quella rimasta interrotta in circostanze spiacevoli nel 1923, si sia chiusa con la parola <hi rendition="simple:italic">Ozono</hi>, cioè con una voce scientifica? La parola compariva qui legittimata come ‘parola di Crusca’:</p><p rendition="simple:quotation_b"><hi rendition="simple:CharOverride-1">Ozono. </hi>Sost. masch. <hi rendition="simple:italic">Term. dei Chimici. Gas di odore acre e sgradevole, derivato da una trasformazione dell’ossigeno in date condizioni e che dell’ossigeno possiede certe proprietà in grado maggiore, come quella di produrre ossidazioni. Dal </hi><hi rendition="simple:italic">grec.</hi> ώξων. </p><p rendition="simple:text">L’abbreviazione che precede la definizione non lascia spazio a dubbi: siamo di fronte alla «terminologia dei chimici». Non era certo la prima volta che quella parola entrava in un dizionario. Era presente già nel Tommaseo-Bellini, ed era impiegata da scienziati della seconda metà dell’Ottocento, come il grande chimico Cannizzaro, il medico Mantegazza, il teorico della fotografia Venanzio Sella (si ricavano gli esempi dal corpus del VoDIM, la base di dati per il nuovo vocabolario messo in cantiere dall’Accademia della Crusca). La prima attestazione del termine, che il GRADIT indicava nel 1865 e lo Zingarelli nel 1863, è stata ora riportata al 1837 (si veda ArchiDATA, la banca dati di retrodatazioni della Crusca). Fa piacere, però, che l’ultima Crusca usi la chiara indicazione con la marca «Term.», «terminologia», mostrando di sapere che gli uomini di ogni scienza hanno necessità di un lessico loro speciale, rigorosamente codificato, univoco e condiviso.</p><p rendition="simple:text">Nelle edizioni più antiche del nostro vocabolario l’atteggiamento verso la terminologia tecnica era stato molto cauto. Nella prefazione <hi rendition="simple:italic">A’ lettori</hi> della III edizione (1691) era stato specificato, anche per ribattere alle critiche ricevute, che un vocabolario della lingua non poteva essere simile a un ‘nomenclatore’. Gli Accademici specificavano così il proprio punto di vista:</p><p rendition="simple:quotation_b">I nomi proprj delle Provincie, Città, Fiumi, e simili, come ancora de’ loro derivati, si sono interamente tralasciati; ne pur i termini propj, e minuti di tutte l’Arti, e di tutte le Scienze: ne meno i nomi de’ loro Strumenti, hanno avuto luogo nel presente Vocabolario; Come che non se ne trovino per la più parte gli esempli nelle buone Scritture, e come che essi formassero di per loro un’ampio Volume; ma non se ne è da noi trascurata la materia, anzi tra’ nostri studj, ne abbiamo e notati, e dichiarati moltissimi, per farne un Nomenclatore a parte: non senza speranza, che anche questa nuova nostra applicazione, sia per incontrare il gusto de’ Lettori, e per riportar gradimento dagli studiosi della nostra favella.</p><p rendition="simple:text">Dunque i termini tecnici delle arti e delle scienze sarebbero dovuti entrare in un libro diverso, un catalogo di nomenclatura, distinto dalla lingua comune e letteraria. Del resto, nel campo dello studio della lingua, abbiamo il grande esempio di Pietro Bembo, che nelle sue <hi rendition="simple:italic">Pros</hi><hi rendition="simple:italic">e</hi>, il libro che ha fondato la norma dell’italiano, rifuggì da termini tecnici, anche nel caso in cui fossero disponibili, facilmente ricavabili dalla grammatica latina. Non usò mai «tempo futuro», ma «tempo (che è) a venire», e il presente è spesso il tempo «che corre mentre l’uom parla». Quella di Bembo sarebbe una lezione da tenere a mente anche ai nostri giorni, utile prima di tutto per i linguisti, che non di rado eccedono nell’uso di terminologia scientifica, spesso non univoca, ma diversa da scuola a scuola. La lezione varrebbe anche per altre discipline, in cui l’esibizione di terminologia nasconde qualche volta contenuti non particolarmente tecnici o non significativamente innovativi, e funziona come una vernice brillante frettolosamente stesa sulla banalità, per renderla impressionante agli occhi di un pubblico poco smaliziato. Ovviamente non è sempre così: nei casi migliori, la terminologia specialistica ha davvero uno scopo utile.</p><p rendition="simple:text">Già nel Seicento, alcuni Accademici della Crusca mostravano grande interesse per la raccolta, lo studio e la definizione rigorosa dei termini tecnici, pur se veniva mantenuta una chiara distinzione tra questo repertorio lessicale e la lingua comune, questa sola adatta al Vocabolario. Per esempio, nel gennaio 1682 fu accolto tra i membri dell’Accademia Filippo Baldinucci, grande esperto d’arte, che assunse il nome di «Lustrato». Entrato a far parte del consesso cruscante, Baldinucci, secondo l’uso del tempo, fece realizzare una pala accademica di ottima fattura (le pale erano gli emblemi degli Accademici, e portavano un’immagine, o emblema, e un motto). Il motto adottato da Baldinucci era il verso di Dante, <hi rendition="simple:italic">Paradiso</hi> V, 132, che noi oggi leggiamo nella forma «lucente più assai di quel ch’ell’era». Il nome «Lustrato» si accorda al verso dantesco, che parla appunto della luce degli spiriti immersi nel luminosissimo cielo di Mercurio. Però la pala del Lustrato ci riporta subito dai cieli ineffabili alla concretezza della bottega di un artista del Seicento, luogo che Baldinucci conosceva bene. La pala raffigura infatti un busto femminile di marmo di fine fattura, rifinito a regola d’arte, «lucente», cioè, appunto, «lustrato», appena uscito dalle mani di un abile scultore. La spiegazione del soggetto e dei suoi riferimenti può essere vantaggiosamente cercata in una celebre opera di Baldinucci, un libro che lo rende particolarmente meritevole agli occhi degli studiosi della terminologia dell’arte: mi riferisco al <hi rendition="simple:italic">Vocabolario toscano dell’arte del disegno</hi> pubblicato nel 1681, opera dedicata agli Accademici della Crusca e che gli valse appunto la nomina ad accademico. Ebbene, nel <hi rendition="simple:italic">Vocabolario</hi> troviamo la spiegazione. Prima di tutto, il nome: «Lustrato» deriva da «lustrare», cioè «dare il lustro», «pulire»: la voce «Lustro» del dizionario ci spiega che «pulire vale dare il lustro a’ marmi, ed a metalli». La pala ci mostra, accanto al busto marmoreo, tre mazzetti di paglia di grano, in alcuni dei quali si riconoscono ancora due spighe (non si dimentichi che il grano era uno dei simboli preferiti dagli accademici, perché da esso deriva il fior di farina, cioè, fuor di metafora, il meglio della lingua). Il <hi rendition="simple:italic">Vocabolario</hi> ci spiega che cosa sono questi mazzetti, quale era il loro uso, e anche qual era il loro nome specifico, cioè «struffoli» (p. 159):</p><p rendition="simple:quotation_b">Struffoli di paglia. Una certa quantità di paglia di grano, legata insieme in piccoli mazzetti, che servono per dare il lustro alle statue, e altri lavori di marmo.</p><p rendition="simple:text">La pala raffigura dunque gli <hi rendition="simple:italic">struffoli</hi>, voce presente già nella seconda Crusca, ma senza definizione, con rinvio a «batuffolo». Nemmeno sotto «batuffolo» si rintraccia il significato tecnico, perché a sua volta il «batuffolo» rinvia a «strofinacciolo», definito nel modo che segue: «Propriamente tanto capecchio, o stoppa, o cencio, che molle si possa tenere in mano, e a tanta quantità asciutta diremmo <hi rendition="simple:CharOverride-1">batuffolo</hi>, e serve per istropicciare, o strofinar le stoviglie, quando si rigovernano». Si tratta dunque di un uso domestico, legato unicamente al governo della cucina, più precisamente alla pulizia delle stoviglie. Gli struffoli di Baldinucci sono ovviamente altra cosa, legati al linguaggio speciale degli scultori, strumenti da impiegare non per la pulizia dei piatti della cucina, ma nel processo di lucidatura del marmo, per sopperire alla porosità che ne rendeva opaca la superficie. Il marmo poteva essere reso più liscio mediante il gesso di Tripoli, come ci spiega ancora il <hi rendition="simple:italic">Vocabolario</hi> (p. 66):</p><p rendition="simple:quotation_b">Gesso di Tripoli. Una sorta di gesso portatoci dalla Città di Tripoli di Barberia, il quale serve a’ nostri Professori, per dare il lustro alle statue, &amp; ad altri lavori di marmo.</p><p rendition="simple:text">Per lisciare il gesso di Tripoli, si poteva anche utilizzare la pomice, assieme agli struffoli (p. 126):</p><p rendition="simple:quotation_b">Pomice f. prima sorta. Una pietra dura tutta porosa con la quale si dà il lustro alle statue, ed altri lavori di marmo.</p><p rendition="simple:text">La «prima sorta» riguarda quest’uso specifico per il marmo, diverso da quello di «seconda sorta», trattato in altra voce, dove ci si riferisce invece alle tavole dei pittori (la pomice serviva per spianare tele e tavole «mesticate», cioè preparate con un apposito impasto). Era anche possibile usare il cuoio (p. 42):</p><p rendition="simple:quotation_b">Cuoio m. Pelle d’animale conciata; serve a più usi; adopranlo gli Scultori per dare il lustro alle statue; ed i Pittori anche, come Paolo Veronese e altri, fecero sopra ’l cuoio belle pitture.</p><p rendition="simple:text">La Crusca non registra l’uso tecnico degli <hi rendition="simple:italic">struffoli</hi> nemmeno nella terza edizione, successiva alla pubblicazione del <hi rendition="simple:italic">Vocabolario dell’arte del disegno. </hi>Il<hi rendition="simple:italic"> </hi>Baldinucci dedicando la propria opera agli accademici, aveva sperato di fornire materiale per il grande Vocabolario generalista della lingua toscana, manifestando l’aspirazione che almeno «alcun de’ vocaboli di queste Arti rozzamente portato da me, ben pulito da <hi rendition="simple:CharOverride-1">voi</hi>, e ridotto al suo naturale splendore, meriti, quando che sia, d’esser trasportato (ben che io non ardisca desiderarlo) fra le gioie del Vostro eruditissimo <hi rendition="simple:CharOverride-1">vocabolario</hi>, che in breve uscirà fuori [la III edizione] a portar sì bella luce al nostro Secolo». Gli Accademici gradirono l’omaggio, e nella III edizione (1691) collocarono il <hi rendition="simple:italic">Vocabolario</hi> del Baldinucci nella tavola degli <hi rendition="simple:italic">Autori moderni citati in difetto, o confermazion degli antichi per dimostrazion dell’uso, o per qualch’altra occorrenza</hi>. Non ne fecero tuttavia l’uso auspicato dall’autore per arricchire la serie dei lemmi. Infatti, erano trattenuti dall’opinione in cui credevano profondamente, quella alla quale già abbiamo fatto cenno: il loro vocabolario non doveva diventare un repertorio di lessico tecnico, una sorta di nomenclatore, ma si doveva limitare alle voci della lingua comune, scansando il lessico di bottega adoperato da artisti e artigiani. </p><p rendition="simple:text">Le cose mutarono a poco a poco, man mano che la Crusca accettò di allargare l’orizzonte delle proprie scelte: finalmente, nella IV edizione, il <hi rendition="simple:italic">Vocabolario</hi> del Baldinucci fu utilizzato davvero per compilare diverse voci nuove, o per arricchire le voci esistenti con significati più tecnici, come accadde per i lemmi «Dipingere», «Di sotto», «Gola», «Lucidare» (ma nel senso di «Ricopiare al riscontro della luce sopra cosa trasparente disegni, scritture, o simili»), «Lume», «Macchia», «Mascherone», «Martinello», «Mazzapicchio», «Mezzorilievo», «Modano», «Niello», «Pastello», «Profilo», «Risalto», «Salcigno, «Scorcio», «Sfumare», «Sgraffio», «Stile». Finalmente la terminologia tecnica entrava nel generale repertorio della lingua, arricchendola. Dell’utile funzione di questo arricchimento siamo certamente oggi convinti, e tanto più lo saranno coloro che hanno partecipato a questo nostro convegno di studi, da cui deriva il presente volume.</p><p rendition="simple:text">Il libro che qui presentiamo, contenente una selezione di contributi del Convegno fiorentino, affronta la questione della terminologia da molti punti di vista. Il saggio di Maria Luisa Villa ha un taglio storico, ed espone appunto le ragioni per le quali si è sviluppata e via via accresciuta la necessità di terminologia, senza che essa annullasse la capacità degli scienziati di inventare parole con libertà e fantasia, a volte persino prendendo ispirazione dalla letteratura, come il fisico delle particelle Murray Gell-Mann (premio Nobel 1969), che, per «quark», si ispirò a un passo di <hi rendition="simple:italic">Finnegans Wake</hi> di Joyce. Il saggio di Alessandro Aresti si occupa di terminologia antica delle arti; Rosa Cetro studia la terminologia artistica francese del Seicento, utilizzando come punto di osservazione il trattato <hi rendition="simple:italic">Des Principes de l’Architecture, de la Sculpture et de la Peinture</hi> di André Félibien. Due altri interventi toccano il rapporto tra terminologia e lessicografia, non solo in Italia, e questo è un argomento importante nel Convegno, quasi un omaggio alla Crusca, luogo di antiche tradizioni lessicografiche: così la relazione di Rosa Cetro e di Claudio Grimaldi. Altri saggi sono dedicati a lessici specifici, quello della statistica (Claudia Brunini, Patrizia Collesi, Roberta Roncati, Mauro Scanu), quello delle discipline giuridiche (Antonio Cammelli, Chiara Fioravanti, Francesco Romano), quello della salute e della sicurezza sul lavoro (in riferimento ad un’area geografica precisa, l’Alto Adige bilingue, in cui il tedesco è lingua ufficiale accanto all’italiano: si veda il saggio di Elena Chiocchetti e Isabella Stanizzi). Silvia Gilardoni ha studiato la funzione della terminologia in un contesto didattico speciale, quello del CLIL, un’innovazione a cui in Crusca non tutti guardano con particolare favore, perché vi vedono una sottrazione di spazio alla lingua italiana, non sempre giustificata e non sempre applicata a discipline adatte, dotate di metalinguaggi di valenza internazionale. Non a caso, alla fine risulta proprio da questa relazione che il livello tecnico dei manuali CLIL per l’inglese è superiore a quello dei manuali analoghi per l’italiano, a riprova del fatto che, mediamente, la lingua italiana, in questo scambio, perde su tutti i fronti: cede spazi disciplinari che saranno coperti solo da un’altra lingua, mentre si insegna in maniera poco adeguata l’italiano a coloro che cercano di apprenderlo per questa via mediante strumenti che certamente hanno alle spalle una tradizione didattica fragile, anche perché il metodo non faceva parte degli strumenti ‘storici’ con cui si insegnava fino a poco tempo fa la nostra lingua. Silvia Piccini, Matteo Abrate, Andrea Bellandi e Emiliano Giovannetti si sono occupati della terminologia nell’era del web semantico, dove le risorse dell’informatica diventano determinanti: noi stessi abbiamo fatto riferimento, in apertura, ad alcuni strumenti del genere presenti negli «Scaffali elettronici» dell’Accademia della Crusca. Klara Kranebitter e Natascia Ralli hanno ideato le linee di una <hi rendition="simple:italic">Piccola guida </hi>utile appunto per sviluppare strumenti terminologici.</p><p rendition="simple:text">La varietà degli argomenti presenti in questo volume mostra la vitalità degli studi sulla terminologia, la loro estensione sul versante storico, la loro polivalenza e l’utilità per i lessicografi, che certamente non mancheranno di far tesoro delle indicazioni che si possono ricavare da queste ricerche. </p><p rendition="simple:textsimple:ParaOverride-1"><hi rendition="simple:italic">Presidente dell’Accademia della Crusca</hi></p>
      
      
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