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        <title type="main" level="a">Di lessico e altre quisquilie: autopercezione ed eteropercezione linguistica nel social networking</title>
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            <forename>Vera</forename>
            <surname>Gheno</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Competenza lessicale e apprendimento dell’Italiano L2</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-403-8</idno>) by </resp>
          <name>Elisabetta Jafrancesco, Matteo La Grassa</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2021">2021</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-403-8.10</idno>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>Digital writing and handwriting are cognitively different activities; thus, it is interesting to verify what happens to the written language when it is conveyed through a keyboard and no longer a pen. On the Net, where the text is stripped of all non-strictly linguistic clues such as tone of voice, facial expression, proxemics, gestures, etc., written words assume a large part of the communicative burden: in other words, we are what we type.  Despite this, it often seems that users are not fully aware of how much their linguistic choices affect the construction of their reputation on the net. In this contribution, we reflect on the current state of the typed Italian, trying to hypothesize some future strategies to improve the condition of millions of novice and unprepared users.</p>
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            <item>sociolinguistics</item>
            <item>computer-mediated-communication</item>
            <item>media literacy</item>
            <item>social networking</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-403-8.10<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-403-8.10" /></p>
      
      
      <p rend="h1_chapter">Di lessico e altre quisquilie: autopercezione ed eteropercezione linguistica nel <hi rend="italic">social networking</hi></p><p rend="h1_author">Vera Gheno</p><p rend="h2">1. Le competenze polarizzate e l’aggressività da certezze</p><p rend="text">Per comprendere meglio alcune caratteristiche dell’italiano dei <hi rend="italic">social</hi>, e soprattutto la loro percezione da parte dell’opinione pubblica, occorre fare un passo indietro. È ampiamente noto che l’italiano ha una storia particolare: quasi immobile per centinaia di anni, ha iniziato a mutare velocemente a partire dagli anni Sessanta del Novecento. Fino a quel momento, come un bel cappotto riposto nella naftalina, l’italiano si era preservato praticamente uguale a sé stesso: semplicemente, non era stato lingua dell’uso vivo, parlato, e non aveva quindi subito le normali trasformazioni dovute ai parlanti e alle loro esigenze. A partire da quegli anni, soprattutto grazie ai mezzi di comunicazione di massa, in particolare la televisione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="11.html#footnote-005">1</ref></hi></hi>, l’italiano è divenuto ‘davvero’ la lingua parlata dagli italiani e, di conseguenza, è iniziato a cambiare a grande velocità. Proprio la rapidità dei mutamenti concentrati negli ultimi sessant’anni è all’origine della situazione attuale, che mostra una ‘forbice’ pronunciata tra la lingua alta, normata, che tutti (o quasi) gli italiani studiano a scuola – e che permette loro di leggere senza grande sforzo i classici – e la lingua ‘della strada’, quella usata nelle interazioni quotidiane dalla maggior parte dei parlanti.</p><p rend="text">Conseguentemente, l’individuo definibile «italiano medio», ma perfino quello dotato di una cultura sopra la media – per esempio, uno studente universitario –, mostra spesso difficoltà nel destreggiarsi rispetto a tutto ciò che sta nel mezzo, non ultimo il settore della scrittura professionale, fosse anche la semplice e inevitabile compilazione di un <hi rend="italic">curriculum vitae</hi> o della lettera di accompagnamento, che spesso contengono errori «degni di minzione» (<hi rend="italic">sic</hi>)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="11.html#footnote-004">2</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La polarizzazione tra lingua alta e lingua bassa, e la presenza di un consistente <hi rend="italic">gap</hi> tra i due estremi, porta a due conseguenze. Da una parte, le persone tendono a comunicare seguendo una logica di <hi rend="italic">linguistic whateverism</hi>, secondo la definizione data da Baron (2002), cioè di menefreghismo, pressappochismo linguistico, («In fondo, quello che conta è il contenuto, non la forma!»), suffragata peraltro anche da osservazioni di Sobrero dei primi anni Duemila, secondo il quale soprattutto i giovani dimostrano scarsa consapevolezza dell’importanza di variare il registro in base alla situazione comunicativa (Sobrero 2003). </p><p rend="text">Oggi, sui <hi rend="italic">social</hi>, la puntualizzazione rispetto all’ortografia viene non di rado criticata come espressione di uno snobismo culturale e sociale, da veri <hi rend="italic">radical chic</hi>, come probabilmente voleva dire questo utente (cfr. Fig. 1):</p><p><graphic url="11-web-resources/image/Gheno_1.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 1</p><p rend="text">Chiaramente, chi fa una correzione linguistica dovrebbe invece «scendere dal piedistallo» (cfr. Fig. 2). </p><p><graphic url="11-web-resources/image/Figura_2.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 2</p><p rend="text">A questo genere di persone non è arrivata la bella e illuminante idea enunciata, tra i molti, da Wallace (2006), della correttezza linguistica come forma di cortesia per l’interlocutore:</p><p rend="quotation_b">Sembra innegabile che quando non rispettiamo certe convenzioni carichiamo l’interlocutore di qualche peso interpretativo in più. […] Sembra semplicemente più «cortese» seguire le regole dell’inglese corretto… proprio come è più «cortese» disinfestare la propria casa prima di invitare ospiti, o lavarsi i denti prima di un appuntamento galante. Non solo più cortese ma in qualche modo anche più rispettoso – sia verso il proprio ascoltatore/lettore sia verso il messaggio che si vuole trasmettere (Wallace 2006).</p><p rend="text">Apparentemente all’altro estremo dello spettro rispetto al menefreghismo troviamo esempi di un dogmatismo linguistico irrigidito su posizioni spesso antistoriche, espresse con una certa dose di pedanteria e aggressività. Sui <hi rend="italic">social</hi>, specchio fedele della realtà, si arrivano a correggere supposti errori di altri senza un vero motivo (cfr. Fig. 3).</p><p><graphic url="11-web-resources/image/Figura_3.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 3</p><p rend="text">All’obiezione che di fatto «sé stesso» non è sbagliato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="11.html#footnote-003">3</ref></hi></hi>, e che lo ribadisce anche la Crusca, questa è la risposta (cfr. Fig. 4).</p><p><graphic url="11-web-resources/image/Figura_4.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 4</p><p rend="text">Pare che per molti sia impossibile accettare che la norma possa essere cambiata rispetto a quanto studiato al tempo della propria frequentazione scolastica (o che, approfondendo una certa questione, i linguisti siano giunti alla conclusione che una certa regola sia superflua o formulata male). Non si sopporta il pensiero che le leggi linguistiche possano mutare, e si ripropongono le regole(tte) studiate a scuola, per di più in maniera macchinosa e non di rado imprecisa.</p><p rend="text">Un caso divenuto famoso ha coinvolto Di Battista e un giornalista piuttosto noto, che ha corretto un <hi rend="italic">tweet</hi> di ‘Dibba’ a suo avviso erroneo. Ancora una volta, al di là dell’illiceità della correzione, non manca la consueta dose di aggressività (cfr. Fig. 5)</p><p><graphic url="11-web-resources/image/Figura_5.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 5</p><p><graphic url="11-web-resources/image/Figura_6.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 6</p><p rend="text">Al di là del <hi rend="italic">typo</hi> («errore di digitazione») («Garparri» per «Gasparri») (cfr. Fig. 5), forse segno del famoso <hi rend="italic">whateverism </hi>precedentemente evocato, si osservi piuttosto la costruzione «mi domando se la stessa richiesta (di ricandidarsi) l’avreste fatta». La sequenza «se» più condizionale («se avrei») viene stigmatizzata, a scuola e fuori, con tale forza da provocare una reazione di fastidio anche quando è usata correttamente, come in questo caso, dato che si tratta di una interrogativa indiretta. </p><p rend="text">I molti commenti allo scambio testimoniano come la questione non sia affatto pacifica, ma anzi molto dibattuta. In linea di massima, manca la capacità, o forse la volontà, di comprendere che l’applicazione della regola – di una qualsiasi regola – comporta dei distinguo. Si nota una generale tendenza a portare avanti la discussione in maniera polarizzata, tra utenti ‘pro-Dibba’ e ‘pro-Ojetti’, senza che nessuno aggiunga informazioni funzionali per dirimere la questione: il confronto è completamente basato su «A me hanno insegnato così» <hi rend="italic">vs.</hi> «Vi sbagliate! Si può dire», con reciproche accuse di ignoranza o di faziosità, accumulando, peraltro, spesso altri errori. Come nota Mastroianni (2017, 57 sgg.), richiamando le parole di Platone nel Gorgia, si finisce per insultarsi, perdendo di vista l’argomento stesso del contendere (cfr. Fig. 7).</p><p><graphic url="11-web-resources/image/Figura_7.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 7</p><p rend="text">Non è affatto raro, sui <hi rend="italic">social</hi> e non solo, che una correzione finisca per venire rimbeccata con un’esibizione involontaria di ignoranza. Si osservi il dialogo seguente (cfr. Fig. 8). Prima di tutto, ancora una volta non si coglie il senso dell’obiezione; in secondo luogo, non viene manifestato alcun dubbio rispetto alle proprie competenze linguistiche; è proprio vero che le troppe certezze sono un impedimento alla conoscenza.</p><p><graphic url="11-web-resources/image/Figura_8.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 8</p><p rend="text">A nulla serve nemmeno essere esperti proprio nel campo della lingua (cfr. Fig. 9). Nella più pura consuetudine di non dare credito a chi potrebbe a ragion veduta essere considerato autorevole, ogni cosa diviene criticabile, tutto è da rimettere in discussione. Non a caso, alcuni autori parlano di «deflazione dell’autorità epistemica» (Gironi 2017).</p><p><graphic url="11-web-resources/image/Figura_9.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 9</p><p rend="text">Nell’esempio seguente (cfr. Fig. 10), un utente che enuncia con grande sicurezza e grande approssimazione la supposta norma linguistica a favore del «se stesso» non accentato riceve una replica da due linguisti di chiara fama (siamo su uno dei tanti gruppi <hi rend="italic">Facebook</hi> dove si radunano le persone attente all’uso della lingua, che però talvolta finiscono per a scadere in inutili rigidità). Ebbene, la risposta dell’utente è molto bellicosa. </p><p><graphic url="11-web-resources/image/Figura_10.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 10</p><p rend="text">Si noti l’appunto «voi che scrivete su un social come me»: l’utente reputa impossibile avere di fronte un vero esperto, dato che il contesto è quello dei <hi rend="italic">social</hi>. Per evitare questa reazione, peraltro, sarebbe bastato andare su <hi rend="italic">Google</hi> e verificare chi fossero gli interlocutori (ma anche questo, per molti, è uno sforzo superiore alle loro forze).</p><p rend="h2">2. L’italiano ‘selvaggio’ e l’invocazione delle regole</p><p rend="text">Nei messaggi citati sono già emerse alcune caratteristiche del cosiddetto «italiano dei <hi rend="italic">social</hi>», considerato da molti una varietà di lingua imbastardita, rovinata, indicativa della prossima distruzione della nostra lingua. In realtà, molti linguisti sono relativamente ottimisti sul significato e sulla rilevanza di questi fenomeni. Come notava per esempio De Mauro, infatti, possono essere considerati un segno della vitalità dell’italiano, che si mostra capace di adattarsi alle esigenze comunicative dei nuovi media (De Mauro diceva anche che l’italiano sta bene, e che sono gli italiani a non essere culturalmente in salute) (cfr. Testa 2014). </p><p rend="text">Premesso ciò, si può rilevare che molte caratteristiche dell’italiano <hi rend="italic">social</hi> (che riprenderemo tra breve) si incrociano con quelle dei linguaggi giovanili, delineate già negli studi di Radtke dal 1992 in poi: varietà di lingua che, nelle generazioni non più giovani, provocano ben più di una perplessità. La reazione di fastidio e condanna della lingua usata soprattutto dai <hi rend="italic">teenager</hi> è naturale, e straordinariamente ricorsiva nella storia dell’essere umano: del resto, essa si costruisce tradizionalmente per rottura, non per continuità, quindi sovente in chiave antinormativa. </p><p rend="text">Ovviamente, per quanto riguarda le varietà linguistiche in uso sui <hi rend="italic">social</hi>, va da sé che il loro uso deve essere riservato solo a contesti circoscritti, mentre non è raccomandabile, per questioni di successo comunicativo, ‘travasarle’ in ambiti a loro alieni: un<hi rend="italic"> </hi>«k» in luogo del «ch» in un messaggio su <hi rend="italic">WhatsApp</hi> non rappresenta un problema, ma lo diventa in un tema scolastico. </p><p rend="text">Se, in generale, le reazioni di chi non frequenta abitualmente certi ambienti <hi rend="italic">social</hi> tendono a essere critiche nei confronti della lingua che vi si impiega, le persone nelle quali tali varietà provocano maggiore riprovazione sono quelle che, come accennato in precedenza, non riescono ad accettare l’idea che la norma sia mobile, e che i parlanti di una lingua abbiano voce in capitolo nel plasmarla. In un breve scambio di pareri tra il <hi rend="italic">Twitter</hi> della Crusca e il professor Mirabella (cfr. Fig. 11), questo atteggiamento di fastidio nei confronti dell’idea che la norma venga fatta dall’uso emerge chiaramente (incontrando, non a caso, il plauso del pubblico).</p><p><graphic url="11-web-resources/image/Figura_11_(1).jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p><graphic url="11-web-resources/image/Figura_11_(2).jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 11</p><p rend="text">L’atteggiamento dogmatico, del resto, appare molto più popolare di quello meno rigido di un ente di ricerca come la Crusca, percepito come «cerchiobottista» o «annacquato», come si può notare dal messaggio seguente (cfr. Fig. 12), completo di faccina passivo-aggressiva.</p><p><graphic url="11-web-resources/image/Figura_12.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 12</p><p rend="h2 ParaOverride-1">3. La tradizione del mutamento</p><p rend="text">Concentriamoci adesso sulle ben note caratteristiche di questa lingua, le cui linee di tendenza sono all’incirca le stesse da circa vent’anni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="11.html#footnote-002">4</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Alla base del sistema c’è l’italiano neostandard: poiché sui <hi rend="italic">social</hi> spesso si scrive come si parla, si manifestano nello scritto delle forme e costrutti ai quali siamo del tutto abituati nel parlato, ma che scritti fanno ancora impressione a molti. Del resto, è la prima volta che l’italiano mostra di possedere una varietà scritta informale (cfr. Antonelli 2014). Si pensi al caso di «Se lo sapevo non venivo» rispetto a «Se lo avessi saputo non sarei venuto», che può occorrere pacificamente anche in scambi elettronici tra persone colte (e chi lo avversa spesso non sa che perfino Manzoni alternava le due costruzioni, già nei <hi rend="italic">Promessi Sposi</hi>) (cfr. Gheno, Mastroianni 2018, 66).</p><p rend="text">Su questa base neostandard (quindi con un sistema verbale semplificato, una sintassi piuttosto semplice, dislocazioni a destra e sinistra, topicalizzazioni, temi sospesi e tutte le altre manifestazioni tipiche del parlato), si innestano molte altre caratteristiche arcinote, tra le quali ricordiamo le più popolari:</p><list type="unordered">
				<item>l’inglese, sovente sotto forma di tecnicismi o pseudotecnicismi collaterali, talvolta davvero complessi da sostituire: si pensi a <hi rend="italic">selfie</hi>, non proprio corrispondente ad «autoscatto» (cfr. Cresti 2014),<hi rend="italic"> screenshot </hi>(«foto dello schermo»), <hi rend="CharOverride-1">«</hi>taggare<hi rend="CharOverride-1">» </hi>(«etichettare le persone presenti in una foto con un ‘cartellino’ che rimanda al loro profilo») o <hi rend="italic">influencer </hi>(«persona in grado di influenzare l’opinione pubblica tramite i <hi rend="italic">social network</hi><hi rend="CharOverride-1">»);</hi></item>
				<item>il dialetto, quasi sempre sconnesso dalle proprie competenze personali (anche se non mancano siti e gruppi di orgoglio locale vòlti anche a rivivificare l’uso del dialetto, cfr. Gheno 2015) e che si realizza quasi sempre attraverso l’impiego di singoli elementi dei vari dialetti popolarizzati da qualche personaggio pubblico, o meglio, <hi rend="italic">influencer</hi> del momento (come <hi rend="CharOverride-1">«</hi>balengo<hi rend="CharOverride-1">»</hi>, messo in circolazione da Littizzetto, o il romanesco <hi rend="CharOverride-1">«</hi>daje<hi rend="CharOverride-1">»</hi>, diventato ormai panitaliano);</item>
				<item>le neoformazioni, come <hi rend="CharOverride-1">«</hi>cuorare<hi rend="CharOverride-1">», «mettere un cuore a una foto su Instagram», «</hi>perculare<hi rend="CharOverride-1">», «prendere per il c</hi>ulo», <hi rend="CharOverride-1">«</hi>okkeione<hi rend="CharOverride-1">» </hi>(«certamente», con un filo di sarcasmo, sulla scorta di <hi rend="CharOverride-1">«</hi>ciaone<hi rend="CharOverride-1">»</hi>, già lemmatizzato nel Devoto-Oli 2018, Colombo 2017); spesso questi neologismi sono assolutamente transeunti, tanto da non depositarsi nella coscienza collettiva, con le dovute eccezioni;</item>
				<item>gli acronimi tradizionali del mezzo come OT «<hi rend="italic">off topic</hi><hi rend="CharOverride-1">», ma anche sigle più o meno giovanilistiche</hi><hi rend="italic"> </hi>come YOLO «<hi rend="italic">you only live once</hi><hi rend="CharOverride-1">», una specie di grido di battaglia dei giovani che funziona come incitazione a vivere pienamente la propria vita;</hi></item>
				<item>le tachigrafie sul genere di <hi rend="CharOverride-1">«</hi>cmq<hi rend="CharOverride-1">» «comunque», una delle più diffuse in assoluto, ma anche «</hi>nn<hi rend="CharOverride-1">» «non» o «</hi>qst<hi rend="CharOverride-1">» </hi><hi rend="CharOverride-1">«questo»;</hi></item>
				<item>una caratteristica tipicamente italiana, ossia i troncamenti, come <hi rend="CharOverride-1">«</hi>risp e impo<hi rend="CharOverride-1">» «rispondi è importante» o «</hi>asp<hi rend="CharOverride-1">» «aspetta» o «</hi>cisi doma<hi rend="CharOverride-1">» «ci si vede domani»;</hi></item>
				<item>allungamenti vocalici a simulare l’urlo, come <hi rend="CharOverride-1">«</hi>daiiii<hi rend="CharOverride-1">» </hi>o <hi rend="CharOverride-1">«</hi>forzaaaaa<hi rend="CharOverride-1">»</hi>, di chiara matrice fumettistica;</item>
				<item>emoticon :-) ed emoji, ossia le immaginette che si possono aggiungere ai messaggi sui vari sistemi di messaggistica istantanea, che servono, almeno in teoria, non solo come decorazione, ma anche come sistema per chiarificare il senso dei messaggi, in mancanza dell’ausilio del corpo, della prossemica, del tono di voce, dell’espressione del viso;</item>
				<item>l’uso divergente dalla norma di minuscole (nella messaggistica, spesso non si mettono le maiuscole, ma si spezzetta il messaggio in più invii, lasciando tutto il testo minuscolo) e di maiuscole (che consuetudine vuole vengano usate per indicare che si sta parlando ad alta voce), come ben illustra questo famosissimo <hi rend="italic">tweet</hi> di Trump (cfr. Fig. 13).</item>
			</list><p><graphic url="11-web-resources/image/Figura_13.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 13</p><list type="unordered">
				<item>La <hi rend="italic">scriptio continua</hi>, magari con la registrazione di fenomeni del parlato come i raddoppiamenti fonosintattici (<hi rend="CharOverride-1">«mobbasta»</hi>, <hi rend="CharOverride-1">«</hi>maddeché<hi rend="CharOverride-1">»</hi>, <hi rend="CharOverride-1">«</hi>chestaiaddì<hi rend="CharOverride-1">»</hi>); questo uso è favorito dalla presenza degli <hi rend="italic">hashtag</hi> che, come è noto, non ammettono la presenza di spazi tra le parole (p. es. #giornatamondialedellamicizia);</item>
				<item>le citazioni pop da prodotti mediatici di ogni ordine: dalle serie televisive ai <hi rend="italic">talent show</hi> (<hi rend="CharOverride-1">«</hi>Vuoi che muoro?<hi rend="CharOverride-1">»</hi>; <hi rend="CharOverride-1">«</hi>Per me è un sì<hi rend="CharOverride-1">»</hi>), dai film (<hi rend="CharOverride-1">«</hi>Vedo la gente morta<hi rend="CharOverride-1">»</hi>, che diventa <hi rend="CharOverride-1">«</hi>Vedo la gente scema<hi rend="CharOverride-1">»</hi>) ai tormentoni musicali (<hi rend="CharOverride-1">«</hi>Tutto molto interessante<hi rend="CharOverride-1">»</hi>);</item>
				<item>la punteggiatura ipertrofica, con i ben noti accumuli di punti esclamativi e punti interrogativi (cfr. anche Beck 2018), magari alternati (!!!!!???!!!), o con l’inserzione dell’occasionale «1», errore di digitazione dovuto alla velocità (!!!1!!!!11), compresi interessanti fenomeni di risemantizzazione dei segni di interpunzione: molti ragazzi affermano che la stessa frase digitata su un canale di <hi rend="italic">instant messaging</hi> cambia di significato se scritta con o senza il punto finale; quella con il punto finale viene sentita come più assertiva, quasi aggressiva (cfr. Gheno 2017, 88). In sostanza, in risposta a una domanda come <hi rend="CharOverride-1">«</hi>Sei arrabbiata?<hi rend="CharOverride-1">»</hi>, <hi rend="CharOverride-1">«</hi>No<hi rend="CharOverride-1">» </hi>vuol dire davvero che va tutto bene, mentre <hi rend="CharOverride-1">«</hi>No.<hi rend="CharOverride-1">»</hi> il suo esatto contrario.</item>
			</list><p rend="text">Quelle accennate sono solo le principali caratteristiche rintracciabili nella lingua dei <hi rend="italic">social</hi> soprattutto a livello di superficie linguistica. Gli esempi citati saranno, al momento della pubblicazione di questo saggio, probabilmente già obsoleti, dato che la superficie linguistica di questa varietà cambia molto velocemente.</p><p rend="text">Per fare qualche esempio, nella primavera del 2018 i ragazzi usano termini come «shippare» (da <hi rend="italic">relationship</hi>; sostanzialmente significa «vedere bene insieme due persone», come in «Io quei due li shippo»); quando le due persone «shippate» si mettono insieme diventano una OTP, una «<hi rend="italic">One True Pair</hi>», una vera coppia, che in alcuni casi porta alla fusione dei loro nomi o cognomi, come nel caso di <hi rend="italic">Brangelina</hi> (quando Brad Pitt e Angelina Jolie erano sposati) o, più recentemente, <hi rend="italic">Ferragnez</hi> (l’unione tra la <hi rend="italic">fashion blogger</hi> Chiara Ferragni e il cantante Federico Lucia detto Fedez).</p><p rend="text">I <hi rend="italic">rapper</hi>, tra di loro, praticano il <hi rend="italic">dissing</hi>, una specie di insulto ritualizzato non per forza finalizzato all’offesa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="11.html#footnote-001">5</ref></hi></hi>; ma se si stancano di essere «dissati», potrebbero reagire usando l’acronimo BUFU («<hi rend="italic">By Us, Fuck You</hi>»), reso celebre in Italia principalmente dal gruppo rap romano Dark Polo Gang e segnalato anche nella sezione «Neologismi» di Treccani creando una serie di malintesi: molti (anche tra i giornalisti) hanno pensato che tale segnalazione indicasse l’ingresso dell’acronimo nel dizionario ‘ufficiale’ dell’italiano (cfr. p. es. Moretti 2018; notizia, peraltro, mai rettificata dai quotidiani che l’hanno pubblicata).</p><p rend="text">I personaggi di rilievo di <hi rend="italic">YouTube</hi> sono gli <hi rend="italic">youtuber</hi> e quelli di Instagram gli <hi rend="italic">instagramer</hi>, così quelli del relativamente nuovo <hi rend="italic">social network</hi> <ref target="http://Musical.ly"><hi rend="italic">Musical.ly</hi></ref>, amato dai giovanissimi, sono dei <hi rend="italic">muser</hi>; i ragazzi, sui vari <hi rend="italic">social</hi>, si sfidano a colpi di <hi rend="italic">challenge</hi> «sfide» (alcune innocue, altre molto pericolose, come la tristemente famosa <hi rend="italic">Tide Pod Challenge</hi>, una gara a mangiare le capsule del detersivo per lavastoviglie, cfr. Parlangeli 2018).</p><p rend="text">Infine, il nuovissimo grido di giubilo o di battaglia dei più giovani, un po’ come <hi rend="italic">kowabunga</hi> ai tempi delle tartarughe Ninja, è <hi rend="italic">eskere!</hi>, trascrizione a orecchio della frase <hi rend="italic">let’s get it</hi>, usata da <hi rend="italic">trapper</hi> quali Lil Pump, ma non solo. </p><p rend="text">Oltre al velocissimo e costante cambiamento, negli ultimi anni è emerso un aspetto di questa varietà di lingua particolarmente interessante: una sua progressiva ‘normalizzazione’. In altre parole, il passaggio da una frequentazione della Rete di <hi rend="italic">élite</hi> alla Rete come parte dell’esperienza di vita di (quasi) tutti è sottolineato anche da una serie di mutamenti linguistici. Ricordiamo i tre principali:</p><list type="unordered">
				<item>il superamento del ‘tu telematico’ a favore di un ventaglio più ampio di allocutivi. In sostanza, finché i frequentatori della Rete si sentivano tutti amici per il solo fatto di essere online, era normale darsi ‘del tu’ anche tra perfetti sconosciuti. Adesso si è ricreata in Rete, almeno in parte, una certa stratificazione sociale, e conseguentemente è ritornato nell’uso anche il sistema degli allocutivi di cortesia; sta, quindi, diventando normale darsi ‘del lei’ tra persone che non si conoscono, anche se questa tendenza non è ancora universalmente riconosciuta;</item>
			</list><p><graphic url="11-web-resources/image/Figura_14.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 14 </p><list type="unordered">
				<item>la tendenza a usare nomi e non <hi rend="italic">nickname</hi>. All’inizio dell’era <hi rend="italic">social</hi>, avere un <hi rend="italic">nickname</hi> era perfettamente normale, non nell’ottica di nascondersi, quanto piuttosto per scegliersi un nome più consono a sé stessi rispetto a quello imposto dai genitori. Adesso, da una parte abbiamo <hi rend="italic">social</hi> dove si consiglia caldamente di usare le proprie vere generalità (come <hi rend="italic">Facebook</hi>), dall’altra, all’uso di un <hi rend="italic">nickname</hi> si appaia l’idea che la persona che usa uno pseudonimo voglia in qualche modo nascondersi agli occhi degli altri;</item>
			</list><p><graphic url="11-web-resources/image/Figura_15.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 15</p><list type="unordered">
				<item>la diminuzione dei fenomeni divergenti dalla norma linguistica: tachigrafie, univerbazioni e troncamenti sono, a detta dei diretti interessati, in regressione, soppiantati dall’uso di sistemi di immissione del testo predittivi o dai correttori ortografici, che rendono meno agevole l’uso di forme che differiscono dallo standard, una volta vissute come un segnale di appartenenza alla stessa ‘tribù’.</item>
			</list><p rend="h2">4. Quando la comunicazione deraglia</p><p rend="text">Fin qui, abbiamo trattato del lato interessante della comunicazione <hi rend="italic">social</hi>. Chiaramente, la ‘mediatezza’ ha anche delle conseguenze meno pacifiche: è noto che il fatto di non vedere l’interlocutore in faccia porta a una generale disinibizione della comunicazione, sia nel bene (si riescono a esprimere idee e sentimenti che di persona si farebbero fatica a tirare fuori), sia nel male (ci si autocensura meno, anche laddove si dovrebbe conservare un minimo di autocontrollo) (cfr. Suler 2004, ripreso anche in Gheno, Mastroianni 2018). </p><p rend="text">Tipicamente, tralasciando lo specifico fenomeno dell’odio e dei cosiddetti «leoni da tastiera» (sull’argomento cfr. Gheno 2018c), uno dei grandi mali della comunicazione mediata sembra essere il proliferare delle cosiddette «opinioni da specchio»: pensieri e idee politicamente scorretti, mossi da istinti bassi, precedenti a una riflessione approfondita, che ogni essere umano ha, ma normalmente comprende di dover tenere per sé perché frutto di un istinto quasi primordiale. Sono opinioni che la maggior parte delle persone sa essere impresentabili di fronte agli altri. Del resto, come ci ricorda Goffman (cit. in Bellucci 2011), è perfettamente normale che ognuno di noi abbia una faccia privata e una faccia pubblica. </p><p rend="text">Ora, in questa società ormai iperconnessa (cfr. Dominici 2014), nella quale dobbiamo ancora imparare a gestire la grande complessità comunicativa in cui ci troviamo immersi, accade che molti si comportino, sui <hi rend="italic">social</hi>, come se fossero nel privato del loro salotto, tra persone affini e amiche. Lo possiamo definire «effetto-tinello» (Gheno, Mastroianni 2018), per sottolineare come il vero problema non sia tanto nel contenuto rilasciato in Rete quanto piuttosto nell’errata valutazione del contesto di fruizione dello stesso. Nessuno, per quanto famoso, può prevedere quanto sarà ampio il pubblico da lui raggiunto tramite i <hi rend="italic">social</hi>; anche l’idea di limitare la diffusione di un contenuto mettendolo visibile solo agli amici o a una cerchia precisa è utopica, dato che se questi ha gli elementi per diventare virale lo diventerà nonostante le limitazioni alla <hi rend="italic">privacy</hi>. Allo stesso modo, non si può mai pensare di essere universalmente conosciuti e riconosciuti; la decodifica corretta di un messaggio condiviso sui <hi rend="italic">social</hi> non può basarsi sulla conoscenza pregressa del mittente del messaggio come condizione necessaria per capirne il senso.</p><p rend="text">Altri elementi che complicano la comunicazione in Rete sono, sicuramente, l’esistenza delle <hi rend="italic">echo chamber</hi>, «salotti con l’eco» dove tutti condividono le stesse idee e la stessa visione del mondo, dandosi manforte a vicenda e facendo fatica a comprendere che, al di fuori della <hi rend="italic">chamber</hi>, non tutti la pensano allo stesso modo (insomma, non tutto il mondo è come il nostro tinello, tanto per tornare al punto precedente) (cfr. Zollo <hi rend="italic">et al. </hi>2017); la sensazione di omogeneità del pensiero può venire ulteriormente aumentata dal cosiddetto effetto <hi rend="italic">filter bubble</hi> (la Rete ci dà le risposte che ci vogliamo sentir dare), fino all’«effetto triceratopo» (Mastroianni 2016; Mastroianni, Gheno 2018): ognuno di noi, in sostanza, possiede una serie di <hi rend="italic">bias</hi>, di convinzioni incrollabili, che si porta dietro in ogni discussione in Rete. Uscire dalla gabbia delle proprie convinzioni e certezze è molto difficile e richiede un grande sforzo che presuppone mettere in dubbio le proprie competenze. </p><p rend="text">Il tutto, di norma, è peggiorato dal fatto che la comunicazione <hi rend="italic">social</hi> è quasi esclusivamente orizzontale: la maggior parte degli utenti non legge quanto scritto dagli altri, aggiungendo quindi spesso commenti estremamente ripetitivi che ogni utente sente come assolutamente imprescindibili e originali. Non è strano, dunque, trovare decine di commenti-fotocopia sotto un qualsiasi post. Non è questione di algoritmi, ma proprio di un limite molto umano nel dare la giusta rilevanza alle esternazioni delle altre persone.</p><p rend="text">Un esempio che riassume tutte le difficoltà comunicative di cui sopra è quello legato a una notizia data dal collettivo di <hi rend="italic">mock journalism</hi> «<ref target="http://Lercio.it">Lercio.it</ref>» nel 2015: attorno a Pasqua, il collettivo pubblica una notizia che titola così: “Cracco: «Il segreto del mio agnello? Lo condisco da vivo»” (Lattanzi 2015). Nonostante l’intento notoriamente satirico della testata, chiaro sin dal nome, molti di coloro che condividono la notizia la prendono per vera, e la commentano con indignazione. Ecco un estratto da uno di questi post, apparso nello specifico su <hi rend="italic">Facebook</hi> (ogni esempio è riprodotto senza alcuna modifica al testo originale).</p><p rend="quotation_b">Ora miserabile cracco avrai quello che ti meriti . La tua ricetta ignobile farà il giro del mondo , ma ti garantisco che le urla e il dolore degli INNOCENTI che hai ASSASSINATO e che continui ad ASSASSINARE non ti lasceranno MAI . Diventeranno il tuo incubo . Saremo NOI a urlare tutto il LORO terrore e tutta la LORO sofferenza . Noi dotati di auto-discernimento . Noi capaci di anteporre il RISPETTO degli ALTRI ai piaceri personali . Noi che superiamo arcaiche concezioni . Noi che siamo evoluti nella coscienza . Noi lungimiranti nelle aspettative e avveduti nei propositi . NOI SENSIBILI ALLA SOFFERENZA DEGLI UOMINI COME A QUELLA DEGLI ANIMALI .</p><p rend="text">Altrettanto interessanti sono i commenti al post:</p><p rend="quotation_b ParaOverride-2">•	Ma è mostruoso…. non ho parole. Madre natura pensaci tu ma sbrigati a fare un po di pulizia</p><p rend="quotation_b ParaOverride-2">•	se si ripercorre la storia dei più efferati crimini commessi dall’umana natura si ritrova in essi un profilo psicologico vicino se non addirittura sovrapponibile a quello dei ‘cultori dell’alimentazione carnea’ che come dei perfetti, orribili e putrescenti Hannibal Lecter si nutrono di DNA animale…hanno in sé la morte e dunque strada breve… </p><p rend="quotation_b ParaOverride-2">•	Prima o poi tutto torna, caro cracco, rigorosamente in minuscolo. Essere putrido.</p><p rend="quotation_b ParaOverride-2">•	Skifoso ti farei crepare in un brodo bollente</p><p rend="quotation_b ParaOverride-2">•	te venisse un epitelioma cosi sarai il nuovo: SIGNORE CON IL FIORE IN BOCCA!AMEN!</p><p rend="text">Intervallati a questi commenti di puro odio, si trovano anche alcuni tentativi di <hi rend="italic">debunking</hi>, ossia di dimostrazione del fatto che la notizia è una bufala.</p><p rend="quotation_b ParaOverride-2">•	E’ un articolo di Lercio!!!!</p><p rend="quotation_b ParaOverride-2">•	E’ una bufala</p><p rend="quotation_b ParaOverride-2">•	scrivi pure quello che ti pare sul tuo diario FB, non devi dare certamente conto a me, ci mancherebbe altro, ma per quanto riguarda questa BUFALA della ricetta di Cracco hanno chiarito che tale era sia lui che Lercio che l’aveva diffusa.</p><p rend="text">Nonostante questo, gli auguri di morte continuano; infine, anche davanti a fonti che mostrano come e perché la notizia sia una bufala, l’autore del post replica in questa maniera:</p><p rend="quotation_b">Corre l’obbligo di precisare che anche se non c’è la certezza che tale individuo abbia pensato ed eseguito un simile “scempio” , resta comunque il fatto CERTO che esseri come lui , tanto reclamizzati nei programmi spazzatura propinati dai media (tipo masterchef) , hanno sulla coscienza la Vita di un ‘ infinita’ di esseri senzienti INNOCENTI . Ed essendo lui uno degli emblemi di una categoria INSENSIBILE e SPECISTA , si merita la conferma di tutto ciò che è stato scritto. ANIMALI LIBERI ! GO VEGAN !</p><p rend="text">In altre parole, se anche la notizia fosse davvero falsa, Cracco si merita comunque ogni augurio di morte. </p><p rend="h2">5. Atti di identità in Rete</p><p rend="text">Leggendo questi messaggi, ogni lettore si sarà fatto un’idea, più o meno precisa o più o meno corrispondente alla realtà, di chi siano le persone dietro a questi messaggi. La lingua, infatti, è sempre un atto di identità (cfr. Le Page, Tabouret-Keller 1985), ma lo è ancora di più nel contesto dei <hi rend="italic">social</hi>, dove di fatto siamo ‘solo’ le parole che decidiamo di usare. Ma se le parole hanno tutto questo peso, sarebbe meglio usarle con maggiore attenzione: spesso, l’idea che gli altri si faranno di una persona passerà da quelle poche frasi scritte magari con troppa leggerezza.</p><p rend="text">Un antidoto al nervosismo provocato dalla reiterazione di commenti sempre simili, che riconducono a tipologie umane a loro volta tutt’altro che inedite, è quello di stilare una classificazione da tenere a portata di mano di comportamenti linguistici e relativi «tipini <hi rend="italic">social</hi>»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="11.html#footnote-000">6</ref></hi></hi>, in modo da superare lo sgomento nell’incontrarli osservandoli quasi con bonarietà, e magari evitando di cadere in questi automatismi comunicativi, di queste reazioni per così dire pavloviane (Gheno 2017, 112-6). Ecco una piccola rassegna di frasi ricorsive:</p><list type="unordered">
				<item><hi rend="CharOverride-1">«l’hanno fatto tutti»</hi>: è la replica del <hi rend="CharOverride-1">«qualunquista»</hi>. Molti errori comunicativi commessi sui <hi rend="italic">social</hi> vengono giustificati proprio facendo appello alla reazione della collettività: tutti avevano condiviso il video a luci rosse di Tiziana Cantone (cfr. Mascolo 2018); tutti avevano commentato sagacemente o con indignazione quello della direttrice della filiale di banca (cfr. Cortona, Fabbri 2017), entrambi non destinati alla divulgazione, peraltro. È estremamente interessante: si tiene conto, fino quasi a idolatrarla, della propria individualità, si vuole venire riconosciuti come esseri umani unici e irripetibili, tranne quando il gregge può servire da protezione: in tal caso, le azioni personali sono semplicemente conseguenza della pressione dei pari;</item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">«ero ironico, sei tu che non hai capito»</hi>: è il classico del personaggio definibile come <hi rend="CharOverride-1">«eroironico»</hi>, già parzialmente nominato in precedenza. L’onere del fraintendimento è completamente spostato sul destinatario della comunicazione che, per sua povertà di strumenti, non sarebbe in grado di cogliere la fine ironia del mittente. Forse, molto più semplicemente, l’ironia non era sufficientemente chiara, o magari l’intento non era affatto ironico, e il richiamo all’ironia non è altro che una giustificazione a posteriori di un’affermazione errata o una battuta malriuscita (Gheno 2017, 2018b);</item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">«fidati, sono un esperto»</hi>: l’<hi rend="CharOverride-1">«esattore di autorevolezza»</hi>, spesso perché messo in un angolo da uno o più interlocutori, reagisce appellandosi alle proprie competenze: ha studiato, è un esperto, quindi esige che gli altri riconoscano la sua indiscutibile competenza. Purtroppo, se già nella realtà il <hi rend="CharOverride-1">«lei non sa c</hi>hi sono io»funziona poco, sul <hi rend="italic">Web</hi> funziona ancora meno. Dall’altra parte, si tende a sottovalutare la grande possibilità data dalla Rete di incontrare effettivamente gli esperti di ogni settore, confrontandosi direttamente e senza mediazioni con loro. Tolto questo argomento, che richiederebbe un approfondimento specifico, occorre ribadire che il <hi rend="CharOverride-1">«sono vent’anni che studio la questione» </hi>non funziona praticamente mai in maniera dirimente nelle discussioni in Rete, anche quando le competenze della persona che esige l’autorevolezza fossero davvero degne di…autorevolezza. In generale, si ha l’impressione che la maggior parte delle persone sia convinta di non poter incontrare in Rete una persona davvero esperta, e quindi di norma tende a reagire con grande aggressività quando qualcuno reclama per sé o per altri l’autorevolezza;</item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">«i problemi sono ben altri»</hi>: è il ritornello del <hi rend="CharOverride-1">«benaltrista»</hi>. L’esistenza di questioni più gravi può venire agevolmente tirata in ballo in quasi tutte le discussioni: c’è sempre un problema più grande di quello di cui ci si sta occupando. Ma proprio per questo motivo, si tratta di una tecnica di sviamento dalla discussione in corso, piuttosto che di una replica fondata. Infatti, normalmente viene usata perché si è coinvolti in una discussione in cui non si hanno più argomenti, o si vuole distogliere l’attenzione da un altro tema; </item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">«vedi, sei tu a non aver capito»</hi>: una frase molto comune, magari aperta con un <hi rend="CharOverride-1">«caro/a» </hi>e il nome dell’interlocutore. Lo <hi rend="CharOverride-1">«spiegonatore paternalistico» </hi>fa proprio quello che dice il suo nome: spiega, dall’alto della sua competenza, dove abbia sbagliato l’altro. Ma è proprio il paternalismo a dare fastidio, soprattutto nel contesto pubblico della Rete: con un po’ di sforzo, si possono presentare le proprie ragioni anche senza ricorrere alla fastidiosa ‘mano sulla spalla’. Quando lo ‘spiegone’ viene rivolto da un maschio a una femmina, si parla di <hi rend="italic">mansplaining</hi> (da <hi rend="italic">man + explaining</hi>) (<hi rend="italic">Il Post</hi> 2016), talvolta tradotto in italiano come <hi rend="CharOverride-1">«minchiarimento» </hi>o <hi rend="CharOverride-1">«maschiarimento»</hi>;</item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">«</hi>lei è un imbecille», <hi rend="CharOverride-1">«non parlo con un cretino come te»</hi>: il <hi rend="CharOverride-1">«blastatore» </hi><hi rend="CharOverride-1">è il campione del branco, quello che si percuote rumorosamente il petto davanti agli altri membri del suo gruppo, dando dello scemo allo scemo. «Blastare»</hi>, dall’inglese <hi rend="italic">to blast</hi> «far esplodere, distruggere», è un’attività che garantisce un benessere di breve e intensa durata a chi la compie e a tutti coloro che sono già d’accordo con il suo pensiero; mentre, purtroppo, non contribuisce in alcun modo a far cambiare idea o a mandare a studiare il <hi rend="CharOverride-1">«blastato»</hi>. Non cambia, insomma, in alcun modo lo <hi rend="italic">status quo</hi>;</item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">«darò spiegazioni nelle sedi opportune»</hi>: il <hi rend="CharOverride-1">«proceduralista» </hi>si trincera dietro a un problema di spazio e di ‘serietà’ del mezzo per non rispondere in maniera diretta alle domande fatte. In realtà, sui <hi rend="italic">social</hi> è possibile approfondire, almeno fino a un certo punto, come è possibile discutere in maniera civile e, fino a un certo punto, approfondita. Basta averne la voglia e fare lo sforzo di non farsi fuorviare da repliche date spesso in maniera scomposta o grossolana; </item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">«questa discussione non porta a niente: arrivederci!»</hi>: un tipino <hi rend="italic">social</hi> davvero molto diffuso è quello del <hi rend="CharOverride-1">«salutista»</hi>, colui che nel mezzo di una discussione, pacifica o infuocata che sia, saluta platealmente e si estromette dal discorso. Sembra una mossa gentile, quella di andarsene salutando, ma in realtà è un atto assai violento, che tronca in maniera subitanea la possibilità di continuare a disquisire sull’argomento. Va da sé che il salutista è a sua volta un debole, nella comunicazione, dato che mostra di non riuscire a reggere il confronto.</item>
			</list><p rend="text">La rapida rassegna dei problemi comunicativi e della ricorsività della comunicazione social potrebbero indurre a pensare che risolvere questi nodi sia praticamente impossibile. In realtà, è soprattutto questione di pazienza. Occorre innanzitutto sfatare il falso mito della velocità comunicativa a tutti i costi, tipicamente accostato al <hi rend="italic">social networking</hi>. In realtà, nulla vieta di prendersi il tempo di pensare qualche secondo in più, prima di premere il tasto <hi rend="italic">invio</hi>. Nella stragrande maggioranza dei casi un’attesa di trenta secondi in più a rispondere non avrà conseguenze nefaste, e magari permetteranno una minima riflessione rispetto a quanto si sta per introdurre in Rete, spesso in maniera irreversibile: una volta inserito un contenuto online, infatti, sarà praticamente impossibile eradicarlo. </p><p rend="text">Questo pare essere l’unico modo realmente efficace per cambiare la situazione attuale. Occorre, insomma, imparare a guidare la Ferrari che ci siamo ritrovati a guidare senza avere avuto praticamente nessuna esperienza pregressa minimamente paragonabile (cfr. Gheno 2017). Il potere della comunicazione è (quasi) interamente nelle nostre mani. </p><p rend="text">Oggi, in una società che ci rende possibile creare legami molteplici ed estremamente complessi (o forse ci spinge a farlo), dobbiamo più che mai renderci conto che non basta sapere le cose; occorre anche saperle trasmettere, comunicarle, metterle e mettersi in rete con gli altri. Lo diceva già Gramsci nel 1916: </p><p rend="quotation_b">Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri.</p><p rend="text">In altre parole, la cultura è nulla, senza la relazione.</p><p rend="h2">Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib">Antonelli, G. 2014. <hi rend="italic">Comunque anche Leopardi diceva le parolacce. L’italiano come non ve l’hanno mai raccontato</hi>. Milano: Mondadori. </p><p rend="bib_indx_bib">Arcangeli, M., Selis, V. 2017. <hi rend="italic">Faccia da social. Nazi, Webeti, Pornogastrici e altre specie su Facebook</hi>. Roma: Castelvecchi.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Baron, N. 2002. “Whatever: a New Language Model?”. </hi>&lt;<ref target="https://bit.ly/2jkCga8">https://bit.ly/2jkCga8</ref>&gt; (2021-01-11).</p><p rend="bib_indx_bib">Beck, J. 2018. “Quanti punti esclamativi servono per trasmettere entusiasmo”. <hi rend="italic">Internazionale</hi>, 28 luglio, 2018. &lt;<ref target="https://bit.ly/2v5BxQl">https://bit.ly/2v5BxQl</ref>&gt; (2021-01-11).</p><p rend="bib_indx_bib">Bellucci, P. 2011. “Comunicar se stessi nell’era di internet. Osservazioni di <hi rend="italic">côté</hi> linguistico”<hi rend="italic">.</hi> In <hi rend="italic">Tre punto zero.</hi> <hi rend="italic">La rivoluzione digitale. Come cambia il modo di scrivere, leggere, informare e comunicare nell’era di smartphone, socialnetwork, file audio, audiolibri e libri digitali</hi>, a cura di E. Romanelli, 68-76. Roma: Audino Editore.</p><p rend="bib_indx_bib">Colombo, C. 2017. “Devoto Oli, un nuovo vocabolario tra «ciaone» e «schiscetta»”. <hi rend="italic">La Stampa</hi>, 12 settembre, 2017. &lt;<ref target="https://bit.ly/2MapY0O">https://bit.ly/2MapY0O</ref>&gt; (2021-01-11).</p><p rend="bib_indx_bib">Cortona, L., Fabbri, P. 2017. “Il video virale della direttrice di banca che scatena gli odiatori del web.” <hi rend="italic">Il Messaggero</hi>, 5 ottobre, 2017. &lt;<ref target="https://bit.ly/2LY0HtA">https://bit.ly/2LY0HtA</ref>&gt; (2021-01-11).</p><p rend="bib_indx_bib">Cresti, S. 2014. <hi rend="italic">Selfie</hi>. 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Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello</hi>. Milano: Longanesi.</p><p rend="bib_indx_bib">Gironi, F. 2017. “La verità in dubbio”<hi rend="italic">. Il Tascabile</hi>, 6 dicembre, 2017. &lt;<ref target="https://bit.ly/2vtrVhs">https://bit.ly/2vtrVhs</ref>&gt; (2021-01-11).</p><p rend="bib_indx_bib">Gramsci, A. 1916. “Socialismo e cultura”. <hi rend="italic">Il grido del popolo</hi>, 29 gennaio, 1916. &lt;<ref target="https://bit.ly/2Ngwict">https://bit.ly/2Ngwict</ref>&gt; (2021-01-11).</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="italic">Il Post</hi> 2016. “Il <hi rend="italic">mansplaining</hi>, spiegato”. <hi rend="italic">Il Post</hi>, 21 novembre, 2016. &lt;<ref target="https://bit.ly/2v7k8qu">https://bit.ly/2v7k8qu</ref>&gt; (2021-01-11).</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Jucker, A. H., Taavitsainen, I. 2000. </hi><hi >“Diachronic speech act analysis. 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Testa 2017). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-003-backlink">3</ref></hi>	Anzi, come molti ben sanno, è il cavallo di battaglia di Serianni, che si è congedato dall’insegnamento proprio invocando la grafia accentata (cfr. Di Paolo 2017).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-002-backlink">4</ref></hi>	A partire dalla prima monografia italiana sulla comunicazione mediata dal computer, Pistolesi 2004. Per gli ultimi aggiornamenti e approfondimenti bibliografici, cfr. Gheno 2017, 2018.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-001-backlink">5</ref></hi>	Il <hi rend="italic">dissing</hi> potrebbe essere, almeno in alcune sue funzioni, riconducibile alla pratica del <hi rend="italic">flyting </hi>(per un’analisi diacronica cfr. Jucker, Taavitsainen 2000), che talvolta comprende lo scambio di insulti così roboanti, così sopra le righe da risultare quasi sempre giocosi. Il fenomeno viene descritto già in Ong 1986 in relazione alla cultura afroamericana e poi ripreso in svariati lavori in riferimento ad alcune forme di <hi rend="italic">flaming</hi> online (cfr. Gheno 2008, 2017).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-000-backlink">6</ref></hi>	Un esperimento simile è stato fatto da Arcangeli, Selis (2017).</p>
      
      
      
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