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        <title type="main" level="a">«Non deponeva mai dalle mani un librettino, ed il vocabulario della lingua cocincinese»: l’inedita relazione di viaggio di Domenico Fuciti (1623-1696) in terra vietnamita</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0001-8762-9685" type="ORCID">
            <forename>Mariagrazia</forename>
            <surname>Russo</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Nel segno di Magellano tra terra e cielo</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-467-0</idno>) by </resp>
          <name>Michela Graziani, Lapo Casetti, Salomé Vuelta García</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2021">2021</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-467-0.18</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>In addition to tracing the main aspects and the most salient events in the life of the Neapolitan Jesuit Domenico Fuciti (1623-1696), attention will be paid to the religious and socio-cultural issues that emerge from a critical reading of the unpublished Relazione della Missione, preserved in the Archivum Romanum Societatis Iesu (ARSI) of which the second chapter (central chapter) is published here. The historical coordinates regarding Fuciti’s missionary activity and his hostility towards the Society for Foreign Missions of Paris, whose members were sent to the Indochinese peninsula by the Sacra Congregatio de Propaganda Fide, are also taken into consideration.</p>
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            <item>Fuciti Domenico</item>
            <item>Jesuit fathers in Asia</item>
            <item>missionary linguistic</item>
            <item>Vietnam</item>
            <item>Cocincina Tonchino.</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-467-0.18<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-467-0.18" /></p>
      
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">«Non deponeva mai dalle mani un librettino, <lb/>ed il vocabulario della lingua cocincinese»: l’inedita relazione di viaggio di Domenico Fuciti (1623-1696) in terra vietnamita</p><p rend="h1_author">Mariagrazia Russo</p><p rend="text">Il viaggio, la cui etimologia – attraverso il provenzale <hi rend="italic">viatge</hi> – è da far risalire a VIATICUM ossia al cibo che il viandante portava con sé (termine legatosi poi nel mondo religioso all’ostia consacrata data ai fedeli gravemente malati come alimento spirituale per affrontare l’ultimo cammino), assume nel mondo della Compagnia di Gesù un valore di particolare rilievo. I Gesuiti, fedeli all’esortazione evangelica di andare per il mondo a predicare la buona novella, si propongono di affiancare come missionari il viaggio legato all’espansione ultramarina, facendosi in tal modo portavoce della cattolicità. La presenza di Gesuiti in terre d’oltremare portoghesi e i testi prodotti dai membri della <hi rend="italic">Societas Iesu</hi> orientati a rendere conto della vita missionaria e al contempo a fornire strumenti di comprensione delle lingue locali (al fine di agevolare successive integrazioni di religiosi) giustificano l’inserimento di queste tematiche negli studi lusitani e soprattutto in quella che viene definita linguistica missionaria.</p><p rend="text">All’indomani dell’approvazione della Compagnia di Gesù da parte di Papa Paolo III (1468-1549) nel 1540, nascono collegi capaci di educare missionari all’incontro con il nuovo mondo. L’anno successivo alla fondazione del Collegio Romano, avvenuta nel 1551, viene attivato il Collegio di Napoli (cfr. Errichetti 1976, 241-45; Tanturri 2013, 85-106) con quattro classi di studi inferiori. Risale a soli due anni dopo (al 1554) l’apertura nella medesima città partenopea della Casa professa nel Palazzo quattrocentesco di Gian Tommaso Carafa, da dove prende avvio, insieme alla chiesa cosiddetta del Gesù Vecchio, l’ampia area del Salvatore con il <hi rend="italic">Collegium Maximum Neapolitanum</hi>, istituito nel 1690. Nel 1558 viene eretta la Provincia Napoletana (che abbracciava le odierne regioni dall’Abruzzo alla Calabria) con il primo Provinciale P. Alfonso Salmerón (1515-1585)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="18.html#footnote-016">1</ref></hi></hi> e fondata la prima istituzione a Nola<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="18.html#footnote-015">2</ref></hi></hi>. Nel 1584 la Casa professa si trasferisce nella nuova e più vasta chiesa definita del Gesù Nuovo (1601), dove rimane sino al 1634 quando i Gesuiti inaugurano il Collegio dei Nobili al Vico Nilo (cfr. Belli 1994, 183-280). Nel 1589 sorgeva a Salerno un’altra istituzione della Compagnia.</p><p rend="text">Queste istituzioni educative gestite dai Gesuiti rimarranno attive sino al 1767, quando la Compagnia verrà soppressa nel Regno di Napoli sino alla nuova riammissione nel 1804.</p><p rend="text">La seconda metà del XVI secolo e tutto il XVII vedono quindi, a Napoli come in molte altre aree italiane, il sorgere e lo svilupparsi di una delle più grandi istituzioni della Chiesa che aveva saputo rispondere ai contraccolpi della Riforma luterana. Quando i Gesuiti entrano nel Regno di Napoli, il territorio è governato dalla casa degli Asburgo (1516-1700), vedendo al trono – anche se nella fase ormai finale della sua vita – Carlo IV (1500-1558; l’Imperatore Carlo V, Carlo I di Spagna), unito in nozze sino al 1539 a Isabella d’Avis (1503-1539), la seconda figlia del re del Portogallo e dell’Algarve D. Manuel, deceduta a causa di un difficile parto. Il loro figlio Filippo I di Portogallo (1527-1598; II di Spagna), anche lui precedentemente legato a una Avis, Maria Manuela (1527-1545), aveva ereditato nel 1580 il Portogallo, rimanendone sul trono sino alla sua morte. Il figlio Filippo II (1578-1621; III di Spagna) e il figlio di questi Filippo III (1605-1655; IV di Spagna), che rimarrà sul trono portoghese sino al 1640, avevano toccato l’apogeo raccogliendo sotto il loro governo plurime realtà culturali. Il declino, avviatosi con la reggenza di Marianna d’Austria (1634-1696) in attesa della maggior età del figlioletto di appena 3 anni, Carlo II di Spagna (1661-1700), segnerà la fine politica ed economica del governo degli Asburgo.</p><p rend="text">La Compagnia di Gesù nel Regno di Napoli si innesta dunque per un secolo e mezzo in questo articolato contesto europeo, entrando nel progetto espansionistico e missionario del Portogallo in quel territorio gestito dal <hi rend="italic">padroado</hi> della corona lusitana. La <hi rend="italic">Societas Iesu</hi> aveva manifestato sin dalle origini, nella completa ubbidienza papale, la sua disponibilità a comunicare a tutto il mondo la fede in Cristo e quindi a immettersi in quel rapporto, rischiando un’inevitabile conflittualità, tra corona e papato, mondo iberico e Vaticano, potere economico-politico e potere spirituale che porteranno a contrasti locali, inasprimenti tra mondo religioso e mondo laico e incomprensioni interne alla Chiesa stessa. La nascita di <hi rend="italic">Propaganda Fide</hi> nel 1622, intaccando quel sodalizio iniziale tra Chiesa e Stato Portoghese, incide al contempo sulla Compagnia gesuitica e sulla presenza lusitana nel mondo. Il totale dei Gesuiti italiani destinati alla Provincia della Cina è di 115 religiosi, il cui numero maggiore parte dal Regno di Napoli e dal Regno di Sicilia.</p><p rend="text">La Compagnia di Gesù insediata nelle residenze della Provincia Napoletana darà infatti all’Asia un cospicuo numero di missionari originari del Sud della penisola italica: gli ambienti gesuiti della capitale partenopea così come quelli più decentrati costituiscono un asse importante per la diffusione del cristianesimo nel mondo. In particolare vengono formati nella Provincia <hi rend="italic">Neapoletana</hi> 29 gesuiti destinati alla Provincia della Cina: uno proveniente dagli Abruzzi (Valignano); uno dalla Basilicata (Giampriamo); quattro dalla Calabria (Costanzo, Ferrario, Parisi, Sambiasi); quattro dalla Puglia (Costa, De Ursis, Lubelli e Ruggieri); e quindici dalla Sicilia (Brancati, Buglio, Candone, Carruba, Castiglia, Cipolla, Gravina, Intorcetta, Laurifice, Longobardo, Minaci, Morabito, Posateri, Trigona e Valguarnera). Dalla Campania, infine, provengono Brandi, Cinamo, Cola e Fuciti.</p><p rend="text">Il più giovane del gruppo campano è Domenico Fuciti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="18.html#footnote-014">3</ref></hi></hi> (1623-1696) che viene destinato alle missioni in Asia nel 1653. La vita di Fuciti risulta essere tra le più avventurose dei gesuiti italiani e il suo percorso viene da lui stesso narrato nella <hi rend="italic">Relatione della missione, che fece il Padre Domenico Fucito nel Tonchino, e nella Cocincina</hi>, conservata inedita presso l’Archivio dei Gesuiti di Roma (cfr. ARSI, <hi rend="italic">Jap. Sin.</hi> 85, ff. 248-291): partito il 4 ottobre del 1654 per Vannes (Francia) diretto in Portogallo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="18.html#footnote-013">4</ref></hi></hi>, Domenico Fuciti si imbarca il 25 marzo del 1655 a Lisbona sul galeone <hi rend="italic">São Francisco</hi> o, secondo altri, sulla <hi rend="italic">Capitania</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="18.html#footnote-012">5</ref></hi></hi> insieme al nuovo viceré dell’India (il 28°), Rodrigo da Silveira (1° conte di Sarzedas, 1600-1656), e ad altri ventiquattro gesuiti con destinazione Goa («sciolse da Lisbona per la India» dopo aver «baciate le mani al Serenissimo Re Don Giovanni IV»). Giunto a Goa, dopo un «viaggio felicissimo» il 2 agosto del 1655<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="18.html#footnote-011">6</ref></hi></hi> («entrò in Goa ai 2 di Agosto»), ne riparte l’anno dopo per Macao («sul fine del seguente febraro s’inviò verso Macao, e finì il Luglio»). Nel 1657 viene destinato alla Cocincina<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="18.html#footnote-010">7</ref></hi></hi>, insieme a François Ignace Baudet (1618-dopo 1679), per l’evangelizzazione da poco avviata della penisola indocinese, dove regnavano numerosi conflitti tra la zona del Tonchino e quella della Cocincina (rispettivamente le attuali Vietnam del Nord e del Sud).</p><p rend="text">La Cocincina rappresenta la prima missione fondata dalla provincia gesuitica giapponese. La sua fondazione risale al 1615 quando vi vengono inviati dal provinciale Valentim de Carvalho (1560-1631) Francesco Buzomi (1576-1639, di origini o napoletane o genovesi) e il portoghese Diogo de Carvalho (1578-1624), che sarà martirizzato il 22 febbraio 1624 a Sendai, accompagnati da due fratelli coadiutori, António Dias (1585-?) e Tsuchimochi José (1568-?), dallo scolastico Saitō<hi rend="italic"> </hi>Shōzaemon Paulo (1576-1633), e da alcuni <hi rend="italic">dōjuku</hi>, laici coadiutori dei religiosi. La prima spedizione missionaria fu quindi caratterizzata dalla presenza di gesuiti giapponesi, mandati allo scopo di comprendere più a fondo la realtà locale. Questa strategia viene portata avanti anche negli anni successivi, difatti nel 1618 giunge in Cocincina Maki Miguel (c. 1581-1627), originario di Takatsuki, nella prefettura di Ōsaka, entrato nella Compagnia nel 1607, e tre anni dopo Nishi Romão (c. 1567-1639/40), nato ad Arima ed entrato nel seminario di questa città nel 1580 e in seguito (1590) ammesso nell’Ordine. Quest’ultimo, insieme al castigliano Pedro Morejón (1562-1634) e ad António Francisco Cardim (c. 1596-1659), istituisce una missione in Siam, approdando ad Ayutthaya nel 1626 (cfr. Ribeiro 2006, 282; si veda anche Burnay 1953, 170-202). Tra i gesuiti giapponesi che hanno lavorato per la crescita della missione cocincinese si annovera il luso-giapponese Pedro Marques (1612-c. 1670) che sarà affiancato proprio da Domenico Fuciti.</p><p rend="text">Per raggiungere la terra di destinazione Domenico Fuciti, Baudet e alcuni mercanti di Macao, non trovando navi macaensi dirette in Cocincina, accettano il passaggio da una nave cambogiana che portava indietro il loro Ambasciatore in missione diplomatica presso un’autorità cantonese («s’imbarcarono in una del Re di Cambogia, la quale riconduceva là un Ambasciatore da quel Re inviato al regolo di Canton», f. 248). Arrivati in Cambogia, non senza ulteriori complicazioni – secondo quanto racconta Fuciti – dovute alla costituzione irregolare del fondo marino («un basso largo e lungo molte leghe», f. 248), alla scarsa abilità del pilota e dei marinai («il Piloto, e i Marinari eran cinesi, e poco prattici», f. 248), al clima sfavorevole («col vento in poppa», f. 248) e alla vetustà dell’imbarcazione («la nave già vecchia, e mal composta», f. 248), trovano in atto una guerra civile da cui fuggono insieme agli altri sacerdoti portoghesi che si trovavano in quelle zone.</p><p rend="text">Di fronte alle difficoltà incontrate, Padre Baudet decide di tornare indietro e aspettare che una barca da Macao lo portasse direttamente in Cocincina. Al contrario, Fuciti rimane in Cambogia con la speranza di poter raggiungere la destinazione prefissata. L’opportunità si presenta quando un gruppo di cinesi, in fuga dalla Cambogia per debiti contratti, gli offre la possibilità di imbarcarsi con loro per la Cocincina: Padre Fuciti, che accetta questa pericolosa situazione («benché il Padre Fucito ben vedesse esser cosa molto arrischiata il fidare a tal fatta d’huomini la sua persona; tutta volta vinse il lui la brama della sua amata missione, ed imbarcossi», f. 249<hi rend="italic">v</hi>.), si trova in gravi difficoltà ma è in grado di superarle grazie alle sue minime competenze linguistiche. Al momento opportuno il sacerdote, in fuga, trova la possibilità di salvarsi in un villaggio di cambogiani dove gli abitanti lo portano da un mandarino che ordina loro di accompagnarlo alla Chiesa dei portoghesi dalla quale era partito. Dopo altre peripezie Fuciti riesce ad arrivare, con un’imbarcazione cinese dove subisce altre umiliazioni, in Cocincina nel 1658<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="18.html#footnote-009">8</ref></hi></hi>. Qui viene ricevuto dall’unico sacerdote gesuita presente: Francesco Ribas. L’anno successivo (1659) viene raggiunto da Padre Baudet: «L’anno seguente venne da Macao la nave bramata, e venne colma di ricchezze della Cina. In essa venne il Padre Baudet con un buon presente per il Re» (f. 254). In cambio di doni, viene concesso il permesso per la costruzione di una chiesa che dia ai Gesuiti la possibilità di impartire i sacramenti. La vita cristiana in Cocincina si rafforza grazie alla disponibilità del re: «I christiani cominciarono a respirare, e a frequentare sagramenti».</p><p rend="text">Padre Domenico Fuciti vive in Cocincina per sette anni, tra periodi di proselitismo e altri di persecuzione, insieme al gesuita luso-giapponese Pedro Marques-Ogi (1613-c. 1679).</p><p rend="text">Nella sua <hi rend="italic">Relatione</hi> viene descritta dettagliatamente la vita della missione in Cocincina: il proselitismo «in busca de Gentili e Christiani» per terra e per mare; le numerose difficoltà di tipo logistico incontrate; gli avversari che lo volevano uccidere (ff. 254<hi rend="italic">rv</hi>.); la scarsa alimentazione con la quale si sostentava «un po’ di riso, e qualche cocomero salvatico» (f. 255<hi rend="italic">v</hi>.) che alcuni cristiani gli fornivano; ma soprattutto i casi di conversioni:</p><p rend="text">– è il lebbroso «nominato Francesco, che sendo ricchissimo per sua devotione dava da mangiare a sue spese a sì gran moltitudine di gente»;</p><p rend="text">– il bonzo che «battezzossi col nome di Girolamo» (f. 256<hi rend="italic">v</hi>.) e che «divenne un gran Predicatore della santa fede in tutti quei contorni»,</p><p rend="text">– e di sua moglie la quale «bene istrutta ricevette il santo Battesimo con nome di Madalena, e divenne christiana sì devota, e sì fervente, che mutò subito la sua Casa in Chiesa» (f. 256).</p><p rend="text">La citazione di alcuni convertiti al cristianesimo è spesso legata al loro martirio sia nel Palazzo Reale sia in località specifiche come <hi rend="italic">Caciam</hi>, <hi rend="italic">Faifó</hi> o nella provincia di <hi rend="italic">Quanguia</hi>: «un fattucchiaro […] per nome Giovanni» che aveva distrutto un piccolo altare di fronte al quale era solito pregare sarà martirizzato insieme ad altri tre cristiani: «Tomasso, giovane ricco» e padre di un figlio appena nato; «Alessio, gran predicatore e figlio di un Giapponese e di una Cocincinese»; e «Giovanni vecchio di 80 anni gran letterato, che haveva composto canzoni in sua lingua sopra il Vecchio, e nuovo Testamento, e parecchie vite de santi, e di sante» (f. 257); Pedro Xi che «era stato uomo malvaggio, e condannato a morte per suoi misfatti: ma liberatone a petitione di un Zio del Re era rimasto suo principal soldato, e ministro» che si era convertito prima di essere decapitato; una «donna, detta Marta: questa era donna vecchia litterata e di gran nobiltà, zia del capitan della Guardia del Re, predicava dentro allo stesso Palazzo Reale» che viene torturata prima di morire affinché comunichi i nomi degli altri cristiani nel Palazzo Reale; tre giovani (Raffaele di 17 anni, Stefano di 14 e Caio, f. 263<hi rend="italic">v</hi>.); varie persone che abbracciano la morte (f. 261<hi rend="italic">v</hi>.); «Giuseppe, che si sostentava delle Limosine, che gli facevano i Padri» (f. 264<hi rend="italic">v.</hi>); Sabina «una povera vecchia»; «Michele Litterato e vecchio di 90 anni»; Francesco e suo fratello che vengono uccisi nella casa in cui i cristiani si riunivano nel periodo della persecuzione per ricevere i sacramenti; una «donzella […] sì giovanetta e bella» di nome Lucia; e molti altri scoperti nella loro fede cristiana perché i mandarini mettevano di fronte immagini «perché le calpestassero, chi non lo faceva, se era huomo, lo facevano decollare, se era donna, la facevano ammazzare dall’elefante». La conversione e la persecuzione sono quindi temi portanti nella dialettica discorsiva gesuitica.</p><p rend="text">Prima arrestato (il 26 dicembre 1664) e condotto a Faifó, poi espulso dopo sette anni dalla Cocincina (f. 267<hi rend="italic">v</hi>.), Fuciti mette in atto una lunga serie di strategie per rimanere in quelle terre di nascosto, convincendo anche il Padre Superiore a questa sua scelta: «questo negotio è impossibile, pure se il Padre Domenico vuol rimanere, rimangasi colla benedittione del Signore». La permanenza in Cocincina, resa possibile perché nascosto segretamente dai cristiani e mantenuto a patate e acqua offerte dalla buona volontà di qualche fedele (f. 269), dura però solo pochi giorni perché nel «Santo giorno di Pasqua» è costretto a imbarcarsi per il Siam, dove, arrivato il 12 aprile del 1665, incontrerà Padre Manuel Rodriguez venuto da Goa. È proprio in quel rilevante giorno per la Chiesa cattolica che Fuciti fa la sua professione solenne e chiede al Padre Provinciale della Provincia del Giappone di lasciarlo in Cocincina in abiti da mercante.</p><p rend="text">Il ricorso al vestito differente, alla ‘maschera’, per poter sfuggire al potere politico oppure per poter fare del proselitismo ora tra le caste più basse ora tra quelle più elevate seguendo, anche per l’abito, la logica dell’inculturazione, è un espediente al quale ricorrono ampiamente i Gesuiti in terre d’Oriente: Francesco Saverio (1506-1552) in India «si era presentato a Capo Camorim tra i Paravi a piedi scalzi, con una sottana rammendata e il capo coperto da un cappuccio di lana nera, portando sempre con sé un campanello» (Pavone 2013, 234; su questo tema si veda anche Menegon 2020, 30-49); Alessandro Valignano (1539-1606) si conforma alla setta dello zen; Matteo Ricci (1552-1610) «entrò in Cina vestito con il loro abito: una lunga tunica di colore violetto scuro, aperta dalla cintura sino ai piedi. Ben presto però fu chiaro che i bonzi si trovavano in Cina a uno stadio assai basso della scala sociale e quindi, se i gesuiti volevano avvicinare i ceti più alti della corte, avrebbero fatto meglio ad adottare il vestito dei Letterati confuciani» (Pavone 2013, 236) e per questo passò a indossare abiti tipici della classe più alta. Anche <hi rend="italic">Propaganda Fide</hi> metterà in atto il medesimo stile nell’adattare l’abito alla situazione: si veda per esempio il caso del missionario siciliano e sacerdote diocesano Giovan Battista Sidotti (1668-1715) che approderà nell’isola di Yakushima nel 1708, dalle Filippine, travestito da samurai (cfr. Torcivia 2017).</p><p rend="text">Per poter rimanere in Cocincina in abiti da mercante era necessario che Fuciti passasse nello stesso anno 1665 da Macao, dove però non trovò commercianti che lo accogliessero sulle loro barche. I mercanti infatti erano timorosi del fatto che Padre Fuciti, scoperto, potesse compromettere poi la situazione economica macaense. In Cocincina Fuciti farà ritorno ufficiale con patente di vicario generale della diocesi di Malacca nel 1668 («I Superiori inviarono il P. Domenico alla Cocincina con ordine però, che non vi stesse nascosto, ma con licenza di Re», f. 270<hi rend="italic">v</hi>.), rimanendo pur tuttavia agli arresti domiciliari, anche se fuggendo di notte per incontrare i cristiani.</p><p rend="text">La <hi rend="italic">Relatione</hi>, una autobiografia redatta in terza persona come quasi tutta la produzione gesuitica, a questo punto oscilla tra il drammatico e il comico: di fatto, obbligato a rimanere in una casa «chiusa con rientro di pali» (f. 271), Padre Fuciti scopre un pertugio nel quale era solito passare un maiale. Da lì il sacerdote entra e esce da casa per amministrare i sacramenti ai cristiani che sapendo della sua presenza si riunivano costantemente, sino a quando una delle guardie non se ne avvide. Ecco la descrizione: </p><p rend="quotation_b">ravvisato essere il Padre, entrarono in fretta per la Porta del recinto, e cominciarono a sgridare le guardie, che stavano di attuale sentinella, perché havessero lasciato uscire il Padre, ma egli prima di loro era già entrato dentro per buco, e postosi a passeggiare. Allora, e come può essere, che habbiate veduto il Padre fuori di qui se eccolo lì, vedetelo, che passeggia, ma replicando gli altri, che pur l’havevano veduto fuori di lì, conclusero d’accordo, che quel Bonzo europeo non doveva esser huomo, ma demonio, già che nel medesimo tempo stava e dentro, e fuori di un medesimo luogo.</p><p rend="text">E più oltre quando si scambia gli abiti con un marinaio: «de due marinari scelto il più alto, e perciò più atto a rappresentare la sua statura, gli fe’ usare la sua cabaya, tolse egli per sé il vestito del marinaio e […] se ne uscì egli con l’altro marinaio».</p><p rend="text">La <hi rend="italic">Relatione</hi> continua raccontando avventure rocambolesche e straordinarie che hanno il sapore dell’inverosimile. Ad ogni modo, Domenico Fuciti continua a celebrare Messa e a somministrare i sacramenti, soprattutto corrompendo i mandarini del luogo, i quali in cambio di regali, gli davano la possibilità di incontrare i cristiani. L’obbedienza al Padre Visitatore conduce Fuciti nuovamente a Macao. Padre Domenico Fuciti in quell’occasione porta con sé il corpo di uno dei cristiani martirizzati che sarà poi offerto al Padre Generale Giovanni Paolo Oliva (f. 277<hi rend="italic">v</hi>.).</p><p rend="text">La nuova missione che attende Padre Fuciti è nel Tonchino dove si dirige «travestito da’ Portoghese», nel 1669<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="18.html#footnote-008">9</ref></hi></hi>, insieme a Padre Balthasar de Rocha (n. 1650) e a Filippo Fieschi con doni per il sovrano il quale invece non vuole neppure riceverli, una volta venuto a conoscenza che i sacerdoti portavano con sé anche molti rosari e immagini sacre: «un presente al Re per ottenere la grazia di rimanergli alla scoperta a travagliare in quella vigna del Signore», «stimando poi che queste cose le portavano i Padri per indurre i suoi vassalli ad abbracciare la legge de Portoghesi, com’ei diceva» (f. 279).</p><p rend="text">Contravvenendo alle indicazioni delle autorità locali, il sacerdote napoletano vestito da mercante viaggia di provincia in provincia, sottoponendosi anche a lunghi periodi di prigionia e di tortura alla <hi rend="italic">canga</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="18.html#footnote-007">10</ref></hi></hi>. A Fuciti si unirà nel 1671 anche Giovanni Filippo De Marini (1608-1682), che lo sosterrà nella sua diatriba contro i missionari francesi inviati da <hi rend="italic">Propaganda Fide</hi>, François Deydier (1637-1693) e Jacques de Bourges (1634-1714), i quali non concordavano con le modalità in cui veniva formato il clero indigeno a loro avviso non adeguatamente preparato. Già negli anni precedenti da Sin-Hoa Fuciti aveva scritto all’abate Louis Chevreuil (1627-1693), inviato dal Vicario apostolico di <hi rend="italic">Propaganda</hi>, Pierre Lambert de La Motte (1624-1679), per motivare la non dipendenza dei missionari del <hi rend="italic">Padroado</hi> da <hi rend="italic">Propaganda Fide</hi>. <hi rend="italic">Propaganda</hi> si innesta dunque in questo panorama come un elemento in netto contrasto con la politica della Compagnia (cfr. Alberts 2013, 84-117).<hi rend="italic"> </hi>La problematica della obbedienza o meno ai superiori di <hi rend="italic">Propaganda</hi> creerà gravi dissapori tra i cristiani di quelle zone producendo una fitta corrispondenza con Roma che si conclude con una sospensione <hi rend="italic">a divinis</hi> per lui e per i suoi compagni Manuel Ferreira (1630-1699), Bartolomeu da Costa (1629-1695) e Giuseppe Condone (1636-1701).<hi rend="italic"> </hi>Espulso De Marini dalle autorità tonchinesi, Fuciti riesce a trattenersi nel Tonchino fino al 28 ottobre del 1684, sebbene Papa Innocenzo XI, Odescalchi (1611-1689) lo avesse richiamato a rientrare. Fuciti infine nel tentativo di obbedire a Roma, da dove era stato richiesto il suo rientro in patria, parte il 28 ottobre 1684, ma dopo altre complesse peripezie che lo conducono a Batávia, a Malacca, nel Siam e a Goa, tornato gravemente malato a Macao, vi viene accolto come martire, trovandovi infine la morte il 9 ottobre del 1696, dopo che il 22 novembre 1692 gli era stata annullata la sospensione <hi rend="italic">a divinis</hi>.</p><p rend="text">Gli interessanti manoscritti ancora inediti di Domenico Fuciti, conservati presso l’ARSI, ossia la <hi rend="italic">Relatione della missione […] nel Tonchino, e nella Cocincina</hi> – della quale ho pubblicato una prima parte riguardante il viaggio da Lisbona alla Cocincina in un volume sull’Orientalistica a Napoli (cfr. Russo 2017, 275-96)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="18.html#footnote-006">11</ref></hi></hi> –, così come i numerosi documenti in cui egli si discolpa dalle accuse rivoltegli dai provicari francesi e, in particolare, la <hi rend="italic">Risposta alle accuse dategli nella Congregatione di Propaganda Fide da’ vicari apostolici da lui inviata dalla nuova Batavia al p. assistente di Portogallo</hi>, mettono in luce proprio le accese questioni che in quegli anni fervevano tra i tre protagonisti della scena politico-religiosa: la corona portoghese, costantemente preoccupata della perdita dei suoi territori, soprattutto dopo la caduta di Malacca nel 1643 a opera degli Olandesi; la Compagnia di Gesù, schiacciata tra l’obbedienza al Papa e la fedeltà alla corona portoghese che aveva sino a quel momento protetto e dato supporto economico e logistico alla comunità religiosa; e <hi rend="italic">Propaganda Fide</hi>, sorta inizialmente con il desiderio di sostenere la Chiesa laddove essa presentava maggiori difficoltà, ma poi entrata inevitabilmente in conflitto con l’Ordine gesuitico soprattutto per quanto concerneva la questione dei riti locali, il sacerdozio dato alle persone del posto e le metodologie dell’inculturazione. Il vuoto lasciato dai Gesuiti espulsi dal Tonchino e dalla Cocincina, colmato dai vicari apostolici di nazionalità francese di <hi rend="italic">Propaganda</hi> (Antoine Hainques, 1637-1670, e François Deydier, 1637-1693), non poteva non suscitare attriti con le comunità vietnamite, entrate in confusione per la diversità dei metodi e dei contenuti teologici, così come non poteva non provocare reazioni da parte di chi, sino a poco prima, aveva abitato quelle terre diffondendovi la fede cristiana e mettendo in atto una continua e lenta interazione culturale. D’altro canto, la difesa del <hi rend="italic">padroado</hi> a oltranza da parte della corona portoghese non aveva più la possibilità di sussistere in un panorama mondiale in cui si erano ormai innestate forze nuove. Dall’intera <hi rend="italic">Relatione</hi> manoscritta di Fuciti si ricavano comunque due realtà particolarmente significative per la contingenza storica: da un lato l’importanza della presenza dei Portoghesi visti sempre come un’àncora di salvezza in ogni situazione in cui essi appaiono (a dimostrazione del loro radicato inserimento nel contesto asiatico e della loro stretta collaborazione con il mondo dei gesuiti); e dall’altro la costante necessità della conoscenza della lingua cocincinese che permette al protagonista di avere più volte salva la vita e che si manifesta come l’unica possibilità per poter esprimere i bisogni vitali (come il mangiare e il bere) in un contesto dove l’altro appare spesso nelle sue connotazioni di scontro più che di incontro.</p><p rend="text">I Portoghesi sono di fatto definiti da Fuciti come «ben esperti» delle cose del mare, capaci di vedere e prevenire il pericolo come quando in mare verso la Cambogia sulla nave del Re «volevano subito tagliare il mastro, e buttarlo in mare» senza però essere ascoltati; d’altro canto anche Padre Baudet si sente più sicuro nel ritornare a Macao con una nave portoghese e rimanere in attesa di un’altra imbarcazione lusitana che lo porti direttamente in Cocincina: tutto ciò a dimostrazione del forte legame tra la realtà portoghese e i missionari gesuiti. L’opposizione per Fuciti non si trovava tra Occidente e Oriente, ma all’interno della stessa Chiesa trapiantata in Oriente, dove vi era una vera e propria simbiosi culturale tra Gesuiti e Portoghesi ormai radicata e sedimentata durante anni di permanenza lato a lato in una terra in cui del resto il cristianesimo era considerato «Legge de Portoghesi» (f. 261).</p><p rend="text">Per quanto attiene al secondo aspetto, nella <hi rend="italic">Relatione</hi> Padre Fuciti, riferendosi a se stesso in terza persona, evidenzia l’utilità del conoscere la lingua del posto che gli dà la possibilità di mettere in salvo la propria vita:</p><p rend="quotation_b">[f. 249<hi rend="italic">v</hi>.] Intanto per non perder tempo non deponeva mai dalle mani un librettino, ed il vocabulario della lingua cocincinese. Ciò salvogli la vita. Però che la sera, stando egli in un camerino della poppa, udì, e pel poco, che della lingua haveva appreso nel detto vocabolario, pure intese, che una Donna, la quale stava sopra coperta parlava con gran compassione di lui à marinari, essortandogli con grande efficacia a non occidere quel povero Padre. E diceva loro: E che male ha fatto il meschino? Par tanto buono, e tanto mansueto: Come siete sì crudi, che per vostra ingordigia vogliate torre la vita ad un innocente, che si fidò di voi? Il Padre ricavando dal libro il significato delle parole, che udiva, se la passò sino alla mezza notte senza chiuder occhio, ma non senza timore di essere [f. 250] ammazzato. Quando ecco, che sente entrar nel suo camerino un huomo, che a quell’hora, e in quel luogo non vi poteva essere spinto da alcun bisogno per servitio della nave. Alzatosi pertanto il Padre e gridando in Portoghese, come si chiama gente in aiuto, s’imbatté nell’huomo che entrava.</p><p rend="text">Fuciti afferma di trovarsi in possesso di due strumenti didattici fondamentali «un librettino, ed il vocabolario della lingua cocincinese» che gli permettono di conoscere meglio la realtà nella quale è inserito: «egli udì, e pel poco, che della lingua haveva appreso nel detto vocabolario, pure intese» e subito dopo «Il Padre ricavando dal Libro il significato delle parole, che udiva» e poi «cominciò a parlare benché molto male in Lingua Cocincinese». Fuciti non dichiara quindi di comprendere la lingua cocincinese, ma che porta con sé strumenti per impararla, mettendosi nella giusta condizione di chi è disposto a comunicare e ad apprendere. Si dimostra così desideroso di ascolto, di capacità metodologiche di approccio a strumenti lessicografici e grammaticali esistenti, manifestando sforzo di comprensione in conversazioni tenute in ambiente reale, e necessità di interazione: atteggiamenti questi tutti propizi per apprendere una lingua che ancora non si domina.</p><p rend="text">L’uso degli articoli ora indeterminativo ora determinativo riferiti agli strumenti linguistici utilizzati da Fuciti lasciano intendere che se per il primo librettino sarebbe arduo avanzare ipotesi trattandosi di uno spettro troppo ampio di materiali a sua disposizione, per ‘il vocabolario della lingua cocincinese’ può essere invece avanzata l’ipotesi che Fuciti si trovasse in possesso del <hi rend="italic">Dictionarium Annamiticum lusitanicum, et latinum ope sacrae congregationis de propaganda fide in lucem, </hi>di<hi rend="italic"> </hi>Alexandre de Rhodes (1591-1660), un dizionario trilingue vietnamita, portoghese, latino, pubblicato a Roma dalla libreria poliglotta di <hi rend="italic">Propaganda</hi> <hi rend="italic">Fide</hi> nel 1651, sei anni dopo che il gesuita francese aveva lasciato il Vietnam. De Rhodes per redigere la sua opera si era avvalso di alcuni dizionari manoscritti luso-vietnamiti redatti dai suoi confratelli Gaspar do Amaral (1594-1646) e António Barbosa (1594-1647)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="18.html#footnote-005">12</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Medesimo fenomeno si ripresenta nel momento in cui Domenico Fuciti entra in contatto con la lingua cambogiana: «ma come che sapeva egli qualche parola cambogiana parte con parole, parte con gesti die’ loro sufficiente notitia di quanto egli passava» (f. 251<hi rend="italic">v.</hi>): la lingua viene in questo caso accompagnata dalla gestualità. La lingua cocincinese deve essere presto stata dominata da Fuciti perché egli stesso afferma che nel 1663, mentre Padre Marques si trovava «a visitare i Christiani di una Provincia», egli rimase a predicare «in Lingua Cocincinese con gran corso di gente» (f. 256<hi rend="italic">v</hi>.). Anche nel Tonchino dove Domenico Fuciti arriva non più in abiti propri dell’Ordine, di fronte agli altri religiosi incapaci di parlare la lingua del luogo, egli manifesta espressamente le sue competenze linguistiche apprese con la lunga esperienza di confessore e sacerdote: «inteso i christiani che venivano Padri della Compagnia non si poterono tenere di non portarsi subito à vedergli: come che gli altri due Padri non sapevano per anche la lingua, il Padre Domenico non potè più lungamente dissimulare, e si messe subito a consolargli, e a udire le confessioni». Del resto soprattutto in una prima fase di contatto e per finalità mercantili esistevano mediatori linguistici perché nella <hi rend="italic">Relatione</hi> se ne fa esplicito riferimento: «Benedetto interprete de Portoghesi» (f. 280).</p><p rend="text">La testimonianza della vita di alcuni Gesuiti in terre d’Oriente (così come in altri luoghi di destinazione), elaborata attraverso Relazioni (come è il caso di questo manoscritto di Domenico Fuciti) o Lettere annue, lascia a volte tracce di processi linguistici e rivela l’esistenza di documenti inerenti aspetti lessicografici e grammaticali che ben lasciano intendere come una delle preoccupazioni principali per i missionari fosse l’apprendimento della lingua straniera del luogo di destinazione e la necessità di trasmettere la fede che li aveva spinti lontano dalla terra di origine. La trascrizione di questa documentazione e di altra conservata presso gli archivi italiani, vaticani e portoghesi si fa dunque essenziale se si vuole conoscere fino in fondo l’iter di un avvicinamento culturale avvenuto durante i secoli tra mondi geograficamente e culturalmente molto distanti.</p><p rend="text_top ParaOverride-1">Appendice: Trascrizione del secondo capitolo della <hi rend="italic">Relatione</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="18.html#footnote-004">13</ref></hi></hi></p><p rend="text_NOindent ParaOverride-1">[f. 253] Cap. 2°</p><p rend="text_NOindent ParaOverride-1">Di varij successi nella Cocincina dopo l’arrivo del P<hi rend="italic">adre</hi> Dom<hi rend="italic">eni</hi>co.</p><p rend="text">Era allhora nella Cocincina un sol P<hi rend="italic">ad</hi>re della Compagnia detto il P<hi rend="italic">ad</hi>re Francesco Ribas,, poiché l’altro P<hi rend="italic">ad</hi>re suo compagno era ito a Siam per di lì negotiare che venisse da Macao alla Cocincina una nave di traffico,, che servirebbe [f. 253v] placare il Re, che si stava adirato contro de Padri, e contro de Portoghesi. L’arrivo del Padre Domenico fù festeggiato dal P<hi rend="italic">ad</hi>re Ribas, e da’ Christiani; avvedutisi però, ch’egli veniva senza presente per il Re, se ne afflisser di molto. Con tutto ciò ambedue i Padri determinarono di portarsi diritto alla Corte a visitare il favorito del Re. E<hi rend="italic">t </hi>il P<hi rend="italic">ad</hi>re Fucito gli portò alcune galanterie di poca valuta, scusandosi del più non portare, perché veniva come fuggitivo da Cambogia per le sollevationi di quel Regno. Il timore, che hanno dell’Amata del Re della Cocincina lo faceva venire a raccogliersi sotto il riparo di S<hi rend="italic">ua </hi>A<hi rend="italic">ltezza</hi>, di cui si prometteva, che riporterebbe vittoria de suoi nemici. </p><p rend="text">Gradì tutto il favorito, ma più di tutto il buon augurio della Vittoria. Dissegli, che haveva fatto molto bene, né si desse altro pensiero che egli parlerebbe al Re in suo favore. Di vantaggio mandògli a por nel balano molto riso, e buona quantità di monete della terra per le necessarie spese. Partitisi i P<hi rend="italic">adri</hi> molto contenti delle gratie ricevute, tutti si occuparono in ascoltar confessioni, e una notte si portarono alla Chiesa, e vi concorsero in gran numero i Christiani; ma dopo, che tutti si furono confessati, ecco che si fa sentire un grande strepito de soldati; a che altro (pensarono) se non che a prendere i Padri? Se ne vanno tutti in un horto a nascondersi dietro agli alberi, [f. 254] piangendo intanto; e lagnandosi i Christiani, che il nuovo missionario dovesse essere quasi prima preso e maltrattato, che giunto. Ma i soldati non havevano in fatti ordine alcuno di prenderli, e il far quella piazzata altro non fù, che effetto e stimolo della loro ubbriacchezza. </p><p rend="text">Ritornarono i Padri alla lor Casa, povera, angusta, e tolta a pigione. Non era scorso un mese, quando il P<hi rend="italic">ad</hi>re Pietro Marques facendo vela da Siam a Macao hebbe una gran tempesta a vista della Cocincina, sì che spezzati già gli alberi della nave, fù necessitato a dar fondo nella Cocincina medesima, e colla sua p<hi rend="italic">er</hi>sona crebbe un nuovo missionario a quella missione. L’anno seg<hi rend="italic">uen</hi>te venne da Macao la nave bramata, e venne colma di ricchezze della Cina. In essa venne il P<hi rend="italic">ad</hi>re Ignatio Baudet con un buon presente per il Re. Mostrossi egli contento sì della nave, sì del presente. Allhora fu molto agevole a’ P<hi rend="italic">adri</hi> ottener sito per fabricare chiesa, e Casa in Faifò terra molto popolata presso al Porto delle navi. I Christiani cominciarono a respirare, e a frequentare sagramenti, e parecchi gentili abbracciarono la Santa fede. Immediatamente giunsero là nuove certe, che i Cocincinesi con pochissima resistenza si erano già impadroniti di Cambogia e ne trahevan prigione il Re con alcune persone delle Principali del Regno. Tra essi veniva annoverato un Portoghese fonditore di artegliaria [f. 254v] chiamato Pio della Croce. Alla nuova del fonditore trionfò di allegrezza il Re della Cocincina e disse: Ó questa sì ch’è una gran ventura per me! manderò fondere molta artegliaria, e così non havrò più paura de Tunchinesi miei nemici. Per lo passato disgustai i Portoghesi perseguitando la loro Legge e facendo per questa cagione alcuni Cocincinesi Christiani. Di presente convien dissimulare. Faccia ciascheduno ciò che gli aggrada. Udito questo i Christiani per non perdere la buona congiuntura fabbricaron di molte Chiese. Il fonditore fece ancora la sua nella med<hi rend="italic">esim</hi>a Corte. Ripartironci i Padri in tre Chiese, cui havevano gran concorso di gente, e vi facevano parecchi battesimi. Il P<hi rend="italic">ad</hi>re Domenico di ciò non pago usciva in busca de Gentili et Christiani per quei boschi, e p<hi rend="italic">er</hi> le macchie, e di tanto in tanto tornavasi a Casa con una lista di buon numero di battezzati talora di ducento, e talhora di trecento, e vi fù giorno in cui battezzò solennemente quattrocento. Ascoltava ancora n queste sue uscite le confessioni de Chrsitiani, che dalle ville circonvicine accorrevano al luogo determinato. Fù singolare il concorso, che hebbe nella Chiesa, e Casa di un certo christiano lebbroso nominato Francesco, che sendo ricchiss<hi rend="italic">i</hi>mo p<hi rend="italic">er sua </hi>[f. 255] devotione dava da mangiare a sue spese a sì gran moltitudine di gente. A queste consolationi del P<hi rend="italic">ad</hi>re Domenico non mancava il dolce condimento di gran patimenti, e di pericoli. Quando viaggiava per terra, continuo era il pericolo degli assassini, i quali hora lapidandogli, hora di altra maniera occidono senza veruna pietà i miseri passaggieri per ispogliarli di quanto hanno. Una volta da un Christiano detto Tomasso fù liberato il P<hi rend="italic">ad</hi>re da una zagaglia, che già un assassino stava p<hi rend="italic">er</hi> conficcargli nelle spalle. Un’altra volta in un passo stretto di una selva ad uscir liberato dal pericolo, hebbe bisogno di tutta l’industria de Chrstiani, però che stava un assassino appiattato dietro a un pogerello, e veduto il Padre chiamò ad alta voce i Compagni, tre, o quattro de quali accorsero ben’armati, ma i Chrsitiani preveduto prima il pericolo havevan prevenuto il rimedio. Si divisero chi in qua, chi in là, così si assicurarono, che non tutti incapparebbero nelle mani de ladri, ma alcun di essi sarebbe potuto, come successe arrivare a chiedere aiuto alla villa vicina. Non erano inferiori i pericoli del Padre per mare, ed una volta tra l’altre andando n un balano con tre soli huomini al remo, si vidde sopraggiunto da tal temporale di pioggia, e vento che già tenevasi per perduto, e attribuì a miracolo del Signore il non rimanere affogato. Il suo ricovero [f. 255v] ne’ viaggi di terra era una qualche casuppola di paglia, il suo regalo un po’ di riso, e qualche cocomero selvatico. Questo egli spremeva p<hi rend="italic">er</hi> beverne l’acqua non havendone altra. In questo tempo hebbe la consolatione di alcune conversazioni straordinarie. Venne quattro giornate di lontano un vecchio di più di 100 anni a richiederlo, che gli predicasse la Legge di Dio. Catechizzato e ben istrutto ricevette il Santo Battesimo, e appena ricevutolo die l’anima avventurata al suo Creatore. Un Bonzo di gran fama, che haveva consumato la vita in servitio di un Pagode, udite le Dottrine de Catechisti disse che non prenderebbe mai la Legge Chrittiana se no udisse predicare il P<hi rend="italic">ad</hi>re Domenico, con cui voleva p<hi rend="italic">ri</hi>ma disputando discutere alcuni punti. Venne con gran turba di accompagnamento, e cominciò a fare al P<hi rend="italic">ad</hi>re alcune dimande circa gli eclissi del Sole, e della Luna, e, ammirato delle risposte del Padre, rivolto a’ suoi disse: un huomo, che tanto sa delle cose che accadono sù in cielo, convien che predichi una Legge, ch’è vera. Uditane poi la spiegatione, battezzossi col nome di Girolamo, e tornossene a sua Casa. Inteso la sua moglie ch’ei si era renduto Christiano, cominciò a piangere alla disperata, e a ingiuriare il marito alla peggio, chiamandolo ingrato e disleale, poiché tutte le ricchezze che haveva, le haveva dal suo Pagode, [f. 256] e hora, ch’era divenuto ricco per lui, l’abbandonava, e si faceva Christiano. Girolamo al principio con parole dolci, e ammonendola l’esortò ad andare anch’essa a udir la predica, perché potesse anch’essa abbracciare la fede di suo marito. Vedendo poi, che non profittava nulla, dato di piglio ad un bastone, bastonòlla ben bene, e con profitto, però che questa dura sì ma utile corretione fù causa, ch’ella se ne andasse in fretta ad ascoltare la predica, e illuminata ivi da Dio e dopo bene istrutta ricevette il Santo Battesimo col nome di Madalena, e divenne Christiana sì divota, e sì fervente, che mutò subito la sua Casa in Chiesa, ove il Padre fù a dir messa e ad amministrare i S<hi rend="italic">antis</hi>simi Sagramenti ai Christiani delle terre vicine. Il suo Marito ancora di Bonzo che prima era divenne un gran Predicatore della Santa fede in tutti quei contorni. Da un’altra terra venne in busca del P<hi rend="italic">ad</hi>re un vecchio fattucchiaro, che haveva un figlio Bonzo in Casa di un Pagode. Udillo predicare, e chiese subito il Santo Battesimo con gran fervore, ma il Padre giudicò bene di differirglielo, e lo rimandò a Casa ad apprender prima le orationi. Egli però ritornò subito dopo due dì, molto stracco per il lungo viaggio che haveva fatto, allhora trovatolo ben istruito il Padre lo battezzò. Ritornato di poi a Casa, e preso con grande zelo un coltello, tagliò e fece in pezzi un altarino, ove prima soleva adorare [f. 256v] il Demonio. Allhora la sua moglie, come sbalordita a tal vista, e spaventata, uscendo di casa si die’ a chiamare a gran grida i vicini, che accorressero, perché suo marito era divenuto matto e furioso. Questo buon vecchio per nome Giovanni aiutò di molto il P<hi rend="italic">ad</hi>re Fucito nella Conversione de Gentili propagando la santa fede per molte terre, ove non vi era giunta notitia, nella Quaresima del <hi rend="CharOverride-1">1663</hi>. Il P<hi rend="italic">adre</hi> Marques portossi a visitare i Christiani di una Provincia, e lasciò Padre Domenico nella Chies di Faifó. Quivi predicava egli in Lingua Cocincinese con gran concorso di gente. Accadde, che per mancanza di pioggia andavano in perditione i seminati. Stava in Carciam per governatore un gran nemico della Legge di Dio, il quale si persuadeva d’essere pervenuto a quell’alto grado di dignità per essere egli stesso la principal cagione della morte di Andrea Catechista. Servendosi costui di questa occasione, scrisse al Re, che la cagione di andare in perditione co’ seminati, la speranza della raccolta si era perché nel territorio di Faifò aprivansi molte Chiese della Legge de Portoghesi, e crescevano a dismisura i Christiani. Pertando lo supplicava della Licenza di sceglier quattro de principali Chrstiani per uccidergli, e così col castigo di questi intimorire gli altri [f. 257] dall’abbracciare la medesima fede. Ottenuta l’ampia licenza subito, e all’improviso mandò soldatesca ad una Chiesa presso di Faifò, ove per disgratia un certo Padre Haveva lasciati gli ornamenti della messa. Gli pigliarono i soldati insieme con un crocifisso, e d’altre piccole immagini e fecer prigioni ancora di molti Christiani. Di lì mandò ad altre terre vicine e ne fe’ prendere molti più. Tutti furon chiusi ne quartieri de Capitani. Tra tutti tre ne scelsero de più conosciuti. Un dì un di essi dimorava nella medesima Villa del Governatore, ed haveva fabbricata in sua Casa una chiesa per ii Christiani. Questi si chiamava Tomasso, giovane ricco, e di gran parti. N<hi rend="italic">ost</hi>ro Sig<hi rend="italic">nor</hi>e in quel medesimo anno gli haveva dato un figlio molto da lui bramato. Il 2° chiamavasi Alessio, gran predicatore, e figlio di un giapponese, e di una Cocincinese. Il terzo Giovanni vecchio di cento anni gran Letterato, che haveva composto canzoni in sua lingua sopra il Vecchio, e nuovo Testamento, e parecchi vite de Santi, e di Sante. Queste i Christiani nelle Chiese, dopo d’essersi confessati, andavan cantando per tutta la notte, ed erano sì tenere, e sì divote che d’ordinario il canto terminava in pianto, ed in singhiozzi. Saputo il P<hi rend="italic">ad</hi>re Domenico, che il tal dì su gl’occhi de Christiani prigioni doveva essere dato alle fiamme il crocifisso, co’ sagri arredi dà celebrare p<hi rend="italic">er </hi>impedire [f. 257v] l’horribile sacrilegio portossi al Tribunale. Trova quinci un buon numero de Christiani inginocchiati in diverse file e colle braccia segate all’indietro. Stavano attorniati da numerosa schiera di soldati, e l’Governatore assiso tra gran mandarini si accosta il Padre, e stando in piè chiede in primo luogo ciò ch’era più agevole ad ottenere, cioè gl’ornamenti sacerdotali, dicendo, che quelle non eran robbe de Chrsitiani, ma vesti de Padri. Udiva in tanto il Governatore co gli occhi fitti in terra, e tutti gridavano con gran furore, si abbrugi tutto si abbrugi. Allhora il Padre non vedendo altro rimedio spogliatosi della Cabaya<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="18.html#footnote-003">14</ref></hi></hi> (così chiaman la sovraveste all’uso del paese) e con alta voce protesta che quelle vestimenta da celebrare erano proprie del Padre quanto quella Cabaya, che lì vedevano. Che se il Re comandava, che ardessero i vestiti del P<hi rend="italic">ad</hi>re ardessero ancora quella Cabaya. Allhora un figlio del Governatore, che era capitano de soldati disse dinanzi a tutti: il P<hi rend="italic">ad</hi>re non pensa, che potiamo abbrugiare ancora lui. A ciò rispose il Padre che se gli ottenesse la gratia di morir tra le fiamme abbruciato vivo per la fede, che predicava, la comprerebbe a gran prezzo. Tutti fecero applauso alla risposta, il Mandarino amico del Padre che sedeva vicino al Gov<hi rend="italic">ernato</hi>re disse esser giusto che [f. 258] si restituisse al Padre ciò ch’era suo. Così il Padre a poco a poco rihebbe tutto, ancora il Calice, e la pietra sacra, e tutto portava sulle sue braccia. Si fece avanti un suo Giovane per aiutarlo. Il Governatore non si potendo sfogare contro del P<hi rend="italic">ad</hi>re mandò a prendere il Giovane perché fosse frustato insieme con gli altri Christiani prigioni. Allhora il Padre veduto, che non poteva loro valere a nullo, se ne uscì fuora a porre in salvo i sagri arredi, ricevendo intanto di molte ingiurie da’ soldati, che corteggiavano il Governatore. Corse una nuova falsa p<hi rend="italic">er</hi> le ville, che stavano fra le selve, ove dimorava il buon Giovanni predicatore, e Padre del Bonzo, cioè che il Governatore mandava a forar le mani del P<hi rend="italic">ad</hi>re Dom<hi rend="italic">enic</hi>o e legatolo per esse con una corda lo mandava a strascinare per le strade su, disse allhora Giovanni a’ Christiani, andiamo tutti a morire col n<hi rend="italic">ost</hi>ro Padre. E senza più, a tutta corsa se ne viene dalla sua Villa a Carciam, entra nel tribunale e giunge in punto, che si bruciaron le Sagre imagini col Crocifisso. S’inginocchia allhora con gran fervore sugl’occhi di tutti i soldati, e tratto fuor della manica un libriccino adorando prima il S<hi rend="italic">antis</hi>simo Crocifisso, comincia a recitar su quel libro di litanie con molte lagrime, e ad alta voce. Parve questo al Gov<hi rend="italic">ernato</hi>re uno sfacciato disprezzo, mandollo subito a prendere e sententiò, [f. 258v] che ei fosse il quarto, che mancava a compire il num<hi rend="italic">er</hi>o de quattro Christiani, che il Re comandava, che fossero decapitati. Due di loro furono dati in consegna al mandarino Gentile amico de Padri. Questi una notte gli mandò segretamente accompagnati da suoi soldati alla Chiesa de Padri, e poterono confessarsi, udir la messa, e ricever la S<hi rend="italic">an</hi>ta Communione. Tomasso stava consegnato alle guardie del Governatore. Il P<hi rend="italic">ad</hi>re Domenico portossi una notte in un Balano alla spiaggia vicina alla sua prigione, e con donativi ottenne dalle guardie che gli conducessero Tomasso appena però si potè confessare, stando il contratto Padre nella prua della barchetta ed egli in terra. In questo mentre ritornò dalla sua missione il P<hi rend="italic">adre</hi> Marques giunto il dì prefisso dal Governatore ambedue i Padri se ne andarono al luogo destinato al martirio de Christiani. Trovarono i quattro generosi Campioni inginocchiati in fila, ciascheduno il suo manigoldo alle spalle, colla catana sfoderata in mano, e d’essi havevano al collo la canga (questa serve di ceppi al collo, ed è di bambù, fatta a foggia di scala pesante e lunga undici palmi) erano circondati di gran numero di soldati tutti con catana nuda alla mano, che tenevano alla lungi la gran moltitudine de’ concorsi allo spettacolo sì huomini come donne. Presedeva lì un Capitano, al q<hi rend="italic">u</hi>ale i Padri chieser licenza di potere entrare nel cerchio de’ soldati, per [f. 258v] parlare un poco quei quattro Christiani, lì hebbero, entrarono, e gli animarono a dar costantemente la vita per la S<hi rend="italic">an</hi>ta fede. La moglie di Tomasso, volle anch’ella entrare a consolare il suo marito e baciandoli i piedi, e mani, diceva a voce sì alta che ne stordirono tutti Costante Tomasso Costante. Quando poi lo vidde decollato lanciògli sopra al suo corpo una coltre di broccato d’oro, che haveva recato seco a quest’effetto, e dopo procurò di condursene il corpo a Casa, senza spargere pure una lagrima. Il 2.do ad essere decollato fù Alessio, il quale st’ predicando fino all’ultimo con gran fervore, e haveva comandato alla sua moglie, che dopo ch’ei fosse occiso portasse un presente di frutta al suo manigoldo dandogli grazie a suo nome del gran bene che gl’haveva guadagnato colle sue mani. Ubidì la buona donna, e colui, veduto il presente, rimase attonito, e dicono, che in altro tempo si battezzò stando in prigione p<hi rend="italic">er</hi> suoi delitti. Il 3° fù Giovanni il vecchio letterato stava contemplando La Passione di Giesù Christo per unir la sua morte a quella del suo Signore. Gli fù troncata la testa d’un colpo con gran lagrime de Christiani. Il 4.to finalmente fù Giovanni, ch’era prima stato fattucchiaro. Stava recitando il Credo ginocchioni, e ad alta voce nella sua lingua materna avanti al Bonzo suo figlio quivi presente, gli cadde con un sol colpo la testa in terra, il corpo però rimase così diritto, come stava in ginocchioni, senza pendere da banda alc<hi rend="italic">un</hi>a. Piacendo a Dio di glorificare con tal testimonio la di Lui fervorosa costanza: così stette finché i soldati montatine in collera tirandogli i piè, lo fecer cadere. Il Mandarino [f. 259v] mandò subito publicar bando sotto pena della vita che niuno havesse ardimento di prendere i Corpi e ‘l Sangue de Martiri. Dopo però hebbe per meglio chiudere gli occhi si egli, come i suoi soldati, p<hi rend="italic">er</hi> non essere obbligato ad uccidere più Innocenti. I Christiani a gara preser subito quei benedetti corpi e ciascheduno gli pretendeva p<hi rend="italic">er</hi> la sua terra. La morte di questi generosi heroi accrebbe nuovo fervore a’ Christiani: rimasero aperte le Chiese, e col concorso di prima. Da lì ad alcuni mesi il P<hi rend="italic">adre</hi> Pietro Marques Superiore della Missione giudicò bene che il P<hi rend="italic">ad</hi>re Fucito andasse ad haver cura della Chiesa della Corte, e assistesse al Re, quando venisse per veder fondere i metalli a Giovanni della Croce portoghese. Andò il Padre, e a poco a poco, trattando col Re, giunse a ricevere di molti favori, interrogandolo il Re di varie cose, e mostrando singolar piacere di sue risposte, e parecchi volte leggendo lettere, e scritti teneva la carta con una mano il Re, e il Padre coll’altra, confidenza, che come molto insolita, così partorì grande ammiratione ne Mandarini e Capitani del Re. Ciò fù ragione, che il Padre battezzasse parecchi persone delle più autorevoli della Corte, e Parenti ancora stretti del Re, tra quali furono due Zie del Re, e una sorella della moglie del mede<hi rend="italic">si</hi>mo maritata ad un Gentile Capitano di <hi rend="CharOverride-1">30</hi> galee reali. Frutto più copioso raccoglieva tra soldati e per tutte le terre circonvicine, che andava visitando con battezzar sempre moltitudine d’idolatri. Già terre [f. 260] intiere eran tutte Christiane. Due persone gli erano di gran sollievo, aiutandolo a predicare ai gentili, e a’ Christiani. Un huomo chiamato Pero Xi, e una donna, detta Marta: questa era donna vecchia litterata, e di gran nobiltà, Zia del Capitan della Guardia del Re, predicava dentro allo stesso Palazzo Reale. E perché menava una vita molto esemplare, e haveva singolar gratia nel predicare, era altresì di grande autorità presso a tutti, Christiani, e Gentili. Accompagnava queste prerogative sì grande humiltà, che quando passavano i Padri dinanzi a lei, si prostrava a baciar la terra, ove essi havevano posti i piedi. Pero Xi, sendo gentile, era stato huomo malvaggio, e condannato a morte per suoi misfatti: ma liberatone a petitione di un Zio del Re, era rimasto suo principal soldato, e ministro. Udita di poi predicar la Legge di Dio, si rendette Christiano, e divenne ad un tratto un Apostolo: haveva dono meraviglioso di predicare, e di lagrime, ed era causa di molte conversioni di p<hi rend="italic">er</hi>sone gravi nella Corte. Andando le cose della fede con tanta felicità, e col vento in poppa, ecco sorgere all’improvviso una gran burrasca. Tra le terre della Corte ve ne haveva una tutta di Christiani, detta Dunglé. Tutti erano poverelli, un solo era ricco. Questi al tempo di pagare il tributo al Re, lo pagava egli tutto a nome di tutti, e di poi si andava riscuotendo a poco a poco da ciascheduno. Accadde nel mese di Novembre del medesimo anno <hi rend="CharOverride-1">1663</hi> che per negotij del Re si trovava il buon huomo assente dalla sua terra. In questo stesso tempo arriva il Governatore di que’ contorni alla terra, e non truova pronto il riso, che si donava al Re. Era costui gran [f. 260v] nimico della S<hi rend="italic">anta </hi>Legge de Christiani. Pertanto subito fù ad accusare al Re la terra, dicendo, che per esser tutta Christiana, non si prendeva pensiero, che della Legge de Portoghesi e punto non gli caleva delle obbligationi comuni a tutto il Regno, e far quasi il med<hi rend="italic">esi</hi>mo altre sei terre piene de Christiani nel suo Distretto. Rimase attonito il Re, e spedì subito sette Commissarij ciascheduno alla sua terra per essere informato di ciò, che passava. Andarono i Commissarij, ma a guiza di Ladroni ciascheduno a spogliare de suoi haveri i Christiani della terra a lui commessa, rubbarongli riso, bestiame, e quanto havevano. Minacciarono i Christiani di risentirsene, accusandogli al Re, e principalmente la terra dei sartori del Re tutta Christiana. Intimoriti i Comm<hi rend="italic">issa</hi>rij del danno, che giustamente potevano temere, e ricevere delle accuse, prevennero i Christiani. Andaron dunque tutti d’accordo ad accusargli di molte cose, tutte falsissime. Montò il Re in tanta rabbia contro ai Christiani, che determinò di stirpare la S<hi rend="italic">anta </hi>Fede dal Regno. Comparve allhora una spaventosa Cometa. Entrando il Re nella sua sala piena di Mandarini, e di soldati, chiese se haveva tra loro alcun, che fosse Christiano: lo chiese particolarmente a quattro, che gli stavan vicini. Inginocchiaronsi, il primo che era Christiano raffreddatosi cadde miseramente dicendo Io fin dalla mia fanciullezza fui Christiano, ma hora veggendo che V<hi rend="italic">ostra</hi> A<hi rend="italic">ltezza</hi> non vuol tal Legge nel Regno suo la lascio. Il 2.do p<hi rend="italic">er </hi>nome Pietro Cavaliere del Re il quale dal Padre Domenico era stato prima essortato [f. 261] che all’occasione, che il Re lo richiedesse di qual fede fosse per dar animo a gli altri, confessasse generosamente d’esser Christiano, rispose, Sig<hi rend="italic">no</hi>re io in primo luogo osservo la Legge del Re del Cielo, in 2do luogo le Leggi di V<hi rend="italic">ostra</hi> A<hi rend="italic">ltezza</hi> in ultimo luogo quelle, che mi danno mio Padre e mia Madre. Il Re senz’alcuna dilatione mandò subito a troncargli la testa e apena uscito dalla porta del Palazzo morì gloriosamente decapitato. Ciò eseguito il Re tutto sulle furie, comandò, che tutti i Christiani buttassero le armi in terra, e fossero tutti strettamente legati. Ma quando vidde la gran moltitudine delle armi de soldati Christiani, e che ancora tutti ii suoi Paggi, che erano cinquanta, erano già stati legati, senza, che gli rimanesse pur un paggio, che gli porgesse il Betle, diede in tale smania, che entrato nelle sue stanze, mandò a chiamare un suo favorito, e alcuni principali mandarini, e diede ordine, che si prendesser quanti Christiani si trovassero, e si uccidessero tutti, si perdonasse solo a quello, che haveva rinegato la Legge de Portoghesi. Il favorito, e i mandarini presero le Sacre Imagini, e ad immitatione de Giapponesi le ponean d’avanti a i Christiani, per ché le calpestassero, chi nol faceva, se era huomo lo facevano decollare, se era donna, la facevano ammazzare dall’elefante. Solamente Marta, la predicatora hebbe di gran tormenti perché volen<hi rend="italic">d</hi>o ricavare da lei quali persone fosser christiane dentro al Palazzo reale e chi fosse stato ardito di battezzarle, p<hi rend="italic">er</hi>ciò le posero stoppini accesi nelle orecchie, la tormentaron con ferri infuocati, e finalmente trapassata da un fianco all’altro [f. 261v] con due lancie finì gloriosamente la Vita. Ma Pero Xi, il Predicatore dal suo Mandarino, che per esser egli Christiano, e Predicatore, l’odiava a morte, fù interrogato, che cosa significasse la Cometa, che si era vista. Rispose egli, che chiamar gli huomini al cielo. Allhora disse il Mandarino ad un manigoldo, che sfoderata la sua catana, mandasse tosto Pero Xi al Cielo. Pero Xi, che ben sapeva il mal animo del Mandarino verso di lui, si era già posto nella manica un buon involto di moneta del paese, chiede pertanto al Mandarino, qual fosse il soldato, a cui hau<hi rend="italic">ev</hi>a dato ordine che gli tagliasse la testa. Intesolo, e vistolo prima di essere decollato gli dié’ in premio, mostra di gradimento tutta quella moneta. Fù occiso ancora per la Santa Fe un capitano de soldati del Re, e un sartore pure del Re per nome Michele, che era capo de Christiani della sua terra. Un ammogliato detto Luigi stava sempre in discordia colla sua moglie chiamata Monica: ed hora il marito lasciava la moglie hora la moglie il marito, e perciò hor l’uno, hor l’altra erano rimandati senza assolutione. In questa persecutione furon presi ambedue, come Christiani, e d’accordissimo tra di loro, il marito fu decollato per la Santa Fede, la moglie uccisa dall’elefante. La stessa sorte toccò ad altri similmente accasati. Un tal Tomasso però molto vecchio fu chiuso in una stretta prigione con guardie de soldati giorno, e notte, affin di farlo morire di fame. Ma dopo sette giorni ritrovato vigoroso, e forte un Mandarino ammiratone rimandollo [f. 262] a casa. Una Donzella di 20 anni figlia di un figlio di un gran Mandarino di Lettere molto favorita dal Re essendo Christiana, e Anna per nome spasimava di brama di morire per la Santa Fede. Per conseguirlo tagliati i capelli, si veste da giovane scolare, e va a presentarli al Mandarino con dire che era Christiano, e che non havrebbe mai posto il piè sacrilego sopra le Sagre Imagini. Il mandarino però subito la riconobbe perché era stata allevata nel Palazzo del Re e sbalordito portonne subito al Re la notitia. Non volle il Re, che fosse uccisa, ma, andate, disse al Mandarino, e a forza di bastonate levatemi d’avanti quella fanciulla che è già matta. Il favorito del Re vedendo il gran fervore de Christiani di Corte, venuto in timore che gli convenisse uccidere di molta gente, propose, e chiese al Re di cacciar dalla Corte il P<hi rend="italic">ad</hi>re Domenico p<hi rend="italic">er</hi> il grand’animo, che la sua presenza faceva a’ Christiani a non rinegare la Santa Fede. E subito, che ottenne la licenza mandò a dire al Padre che gli facesse sapere il giorno, in cui voleva partire per Faifò, perché ei lo potesse fare accompagnare. Subito però in quel med<hi rend="italic">esi</hi>mo giorno inviò a Casa del fonditore un suo soldato vestito da bonzo con una barchetta, che haveva un huomo solo, che remava da poppa. Imbarcossi il Padre nella barchetta, in cui altro non era, che una catana senza fodero, e alcune rotelle che ivi costumano di legare alle braccia de catturati. Il fonditore veduto ciò si pose anch’egli nel suo Balano [f. 262v] per accompagnare il Padre ed un suo figliuolo volle entrare nella barchetta del med<hi rend="italic">esi</hi>mo Padre. Allhora il soldato Bonzo disse di haver ordine dal favorito, se alcuno s’imbarcasse col Padre di legargli i piedi, e le mani, e di lanciarlo nel fiume. Avvisato però dal P<hi rend="italic">ad</hi>re, che quel giovane era figliolo del fonditore, si tacque. Giunti a Casa del Privato del Re, ricevette egli il P<hi rend="italic">ad</hi>re con cortesia. Questo sì che si lasciò uscir di bocca molti spropositi contro la Legge, che il Padre predicava, esser ella solo per i Portoghesi, quei della Cocincina professarne altra, e che quando abbandonata la propria abbracciavan la Legge de Portoghesi divenivano pazzi. Comandò di poi a due soldati grandi della catana d’argento, che entrassero nella barchetta col Padre, l’accompagnassero al Porto, e quivi lo consegnassero al Soldato Bonzo, che lo conducesse a Faifò. Il fonditore licentiossi dal Padre con suo gran dolore. Stimando di non l’aver più a riveder vivo in questa vita. Alcuni Christiani con alcuni giovani, che servivano al Padre, per saper l’esito andarono ad aspettar in un luogo per cui doveva passare. Giunta la barchetta al porto, e partiti già i due soldati del Mandarino, pensò il Padre, che finirebbe lì i suoi giorni morto, e lanciarsi in mare. Ma il Bonzo sbarcò, e condusselo per terra per istrade insolite, e solitarie di Villa in Villa. Allhora i Christiani, che l’aspettavano in quel luogo di consueto passaggio, veduto di già trascorso il tempo in cui havrebbe dovuto passar di lì tenner [f. 263] per certo, che il soldato Bonzo, l’havesse buttato nel mare, e questa notitia portarono ai Padri di Faifò facendo in fretta, e in tre soli di quel viaggio. Già trattavasi tra di loro di mandare in busca del Corpo del P<hi rend="italic">ad</hi>re Domenico per quelle spiagge, e già essi stessi si apparecchiavano alla morte, quando la matina all’improvviso comparisce egli col già detto soldato. Fù abbracciato con incredibile allegrezza dicendogli tutti per festa: ben venga il Padre protomartire di Cocincina. Dalla falsità di questa nuova argomentano che false altresì sarebbero le altre. Ma il Padre gli tolse d’inganno, avvisandogli di quanto fosse già grande il fuoco della persecutione nella Corte, e che già si avvicinava per divampare ancora Faifò. Così seguì per effetto, poiché appena trascorse alcune hore il Governatore e crudel tiranno di Carciam inviò soldati a prendere i nomi de Padri, che erano tre il P<hi rend="italic">ad</hi>re Piero Marques Superiore. Il P<hi rend="italic">ad</hi>re Ignatio Baudet, et il Padre Domenico Fucito, lo preser ancora di un P<hi rend="italic">adre</hi> Religioso di S. Francesco nominato fr<hi rend="italic">atel</hi> Bernardo, e di un chierico francese venuto là pochi mesi prima. Tutti rimaser chiusi in Casa con strette guardie de soldati, che gli contavano ad un per uno due volte al dì, né lasciavano entrare, o uscire alc<hi rend="italic">un</hi>o.</p><p rend="text">Il giorno seguente cominciarono a far prigioni i Christiani. D’ordine del Governatore vennero circa 20 persone a togliere il quadro dalla Chiesa de Padri, ma sapendo essi la rea intentione con cui lo voleva per [f. 263v] non gliel’ dare si afferrarono tutti cinque colle mani a tenere stretto il quadro, ma non giovò i soldati presigli ad uno ad uno per i piedi gli strascinarono violentem<hi rend="italic">en</hi>te per la Chiesa, e tolto per forza dalle lor mani il quadro (il quale rappresentava N<hi rend="italic">ost</hi>ra Signora Assunta al Cielo, colla Sanissima Trinità ben colorita in cima). Lo portarono al Governatore. Fecelo egli stendere in terra, perché i Christiani lo calpestassero. Né mancarono alcuni Christiani, benché degli antichi, che caddero bruttamente, altri però generosi, e costanti morirono per la fede. In questo mentre vennero dalla Corte due giovanetti, che stavano al servitio del P<hi rend="italic">ad</hi>re Domenico, Raffaele di 17 anni, e Stefano di 14. Gli mosse Dio per animar lor generosi essempij i (…)<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="18.html#footnote-002">15</ref></hi></hi>, e vacillanti. Già che i Padri non potevano uscir fuori, si portaron diritto al tribunale protestano esser Christiani, e che p<hi rend="italic">er</hi> niun conto pisterebbero la Sacra Imagine, e che starebbero in ciò costanti finché fossero mandati al loro P<hi rend="italic">ad</hi>re. Richiesegli allhora il Governatore, chi fosse il loro P<hi rend="italic">ad</hi>re? ed essi pronti risposero, ch’era Dio Sig<hi rend="italic">no</hi>re del Cielo. A tal costanza rimase sì confuso, e sì inviperito il Gov<hi rend="italic">ernato</hi>re, che gli mandò tosto a fare uccidere dall’elefante, e insieme con essi un altro giovanetto chiamato Caio, che stava già carcerato per la stessa cagione di non voler calpestare la Sacrosanta Imagine. Si accostarono allhora i soldati per legare le braccia [f. 264] ai giovanetti. E perché dissero eglino allhora, perché ci volete noi ligare? Temete forse, che vi fuggiamo dalle mani? Ah no no non temete, che noi medesimi ci siamo venuti per brama di dar la vita per quell’alto Signore che adoriamo. E li soldati lasciarono di legarli. La matina seguente <hi rend="CharOverride-1">30</hi> di gennaro furon condotti al luogo destinato del lor martirio tutti tre. Un bell’udire era Stefano il più piccolo andarsene per la strada ad alta voce, dicendo: sappiano tutti, che noi andiamo a morire, non per essere ladri, non per esser rei di alcun altro misfatto, ma solo perché professiamo la Santa Legge di Dio.</p><p rend="text">Non si può dire le lagrime, che sì fatte parole, e dette con quello spirito, cagionavano negli uditori. Giunti già al luogo destinato, il Maestro dell’elefante gli comandò, che primo di tutti uccidesse Caio. E uccisolo gli fece prendere colla tromba le di lui viscere insanguinate, e stenderle per ispavento dinanzi agl’occhi degl’altri due. Ma eglino stavano in piè intrepidi, colle braccia allargate, e cogli occhi fissi in Cielo, bramando di morire non solo per Christo, ma ancor come Christo. Allhora l’elefante uccise co’ piedi Raffaele, e dopo col dente lo passo da banda a banda con cinque ferite. Dopo di tutti toccò la med<hi rend="italic">esim</hi>a sorte a Stefano. Così tutti tre finirono con grande ammiratione di tutti, tanto più, che prima di morire, come fossero vecchi predicatori esortavano i Christiani all’osservanza della Santa Legge di Dio [f. 264v] ma miglior, che colle parole glielo predicarono con l’essempio. Il tiranno di Carciam, fece inoltre decollare per la Santa fede un vecchio nominato Gioseppe, che si sosteneva delle limosine che gli facevano i Padri. Lo stesso fece ad un giovanetto, che haveva accompagnato il P<hi rend="italic">adre</hi> Ribas inviato a Cambogia da’ Superiori: hebbe la sorte di ritornare a tempo, ed esser compagno nel martirio a Gioseppe. In una Chiesa due giornate lontana da Faifò dimorava un tale Ignatio capo di quella Christianità, e che riceveva parecchie volte in sua Casa il P<hi rend="italic">ad</hi>re Domenico, quando soleva portarsi a visitare i Christiani delle vicine Ville, e amministrava loro i S<hi rend="italic">anti</hi>s<hi rend="italic">si</hi>mi Sagramenti. In questa persecutione anch’egli fu preso, e negando di conculcare la Santa Imagine anche a lui fu troncata la testa d’un colpo; questo sì glielo lasciarono pendere dal busto tenentesi ad un poco della sua medesima pelle, il che colà si reca a grande honore, né si costuma se non con persone di conto. Una povera vecchia si prendeva cura particolare di assistere ogni dì a nuovi martiri, e di trar poi alcuna loro reliquia a’ Padri. Non so come un dì all’improviso fu fatta prigione, e ricusando il sacrilego calpestamento della adorata Imagine fatta uccidere dall’elefante, divenne essa stessa preziosa reliquia, il suo nome era Sabina. Erano [f. 265] pochi giorni, che il P<hi rend="italic">adr</hi>e Domenico haveva mandato a chiamare un tal Michele litterato, e vecchio di 90 anni, e gli haveva imposto di comporre una lode spirituale sopra la vita di Sant’Adriano martire, e di Santa Natalia sua moglie affinché servisse e di consolatione, e d’animo a’ Christiani. Fella egli di buona vena, e non<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="18.html#footnote-001">16</ref></hi></hi> minor voglia, e appena terminatala hebbe la ventura di esser preso per la fede nella Casa stessa del Padre. Mostrossi egli indicibilmente contento di sì gran bene: però che diceva, e qual maggior felicità, che aspettandomi io la morte naturale di giorno in giorno, con un’hora, e sì dolce, e sì facile girmene in Paradiso, e decapitato lassù se ne andò, dove lo portavano, e i suoi meriti, e le sue brame. Una terra situata tra’ monti, e vicino al mare era il luogo, ove il P<hi rend="italic">adr</hi>e Fucito faceva radunarsi i Christiani delle altre lì intorno a ricevere i Santi Sacramenti della Confessione, e Communione. La Casa ove ciò<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="18.html#footnote-000">17</ref></hi></hi> facevasi era di un tal Fran<hi rend="italic">ces</hi>co. Anch’egli fu preso con tre fratelli figli di una medema madre. Di questi il più piccolo si chiamava Taddeo, che faceva animo agl’altri dicendo: Hora è il tempo di farci Santi. Seguì la madre grondante sempre di amare lagrime i tre figlioli al tribunale. Prese compassione di lei il tiranno, e perché non perdesse in un sol giorno tre figli lasciolle vivo Taddeo, fece però in quel dì stesso tagliare la testa agli altri due et a Francesco. Di questo tempo venne dalla Corte ben quattro giornate lontano per terra attraversando [f. 265v] e monti, e valli una donzella battezzata quattr’anni prima dal P<hi rend="italic">ad</hi>re Domenico col nome di Lucia. Questa fanciulla di 17 anni, giunta a Faifò rintracciò maniera di penetrare a’ Padri, ciò fù sotto pretesto di chieder loro limosina, e postasi ad accompagnare un condannato alla morte, che entrava da essi colla sua canga alla gola. Confessossi col P<hi rend="italic">ad</hi>re Domenico, e di poi gli disse. Padre io vengo qua dalla Corte con pensiero di morir per la Santa Fede. E di tal modo lo disse, che riempì di giubilo il cuore al Padre non poco afflitto p<hi rend="italic">er</hi> la vergognosa caduta di alcuni vecchi christiani. Veggio ben, figlia, le disse, che Dio vi ha scelta p<hi rend="italic">er</hi> ispecchio di questa christianità, e per confondere i gentili, ed i cattivi christiani. Richieselo ella allhora con semplicità di colomba, se volesse alcuna cosa di suo a tenersela p<hi rend="italic">er</hi> reliquia. Non vi prendete voi questi pensieri, dissele il P<hi rend="italic">ad</hi>re, lasciategli a me ma poi p<hi rend="italic">er</hi> consolarla gli aggiunse, che prenderebbe la sua cabaya. Trovavasi lì presente il P<hi rend="italic">ad</hi>re Fra’ Bernardo, e subito dato di mano ad una cisora, tagliolle buona parte dei suoi capelli e p<hi rend="italic">er</hi> mezo di essi, attestava poi questo degno religioso, che si era compiaciuto il Signore di operare di molte meraviglie. Andossene la fanciulla, e passò tutta quella notte in oratione colle mani stese in forma di croce. Fatto giorno vassene al tribunale, ma i soldati, che stavan di guardia alla Porta [f. 266] conosciuto il fine a cui veniva, gli conteser l’entrata, dicendole, che essendo ella sì giovanetta e bella era pazzia voler morir per forza nel fiore della sua età. Ma ella con molto garbo replicò loro, ch’essi sì eran gli stolti, perché quando toccarà lor di morire gli abbandoneranno gli huomini, et i Demonij strascineranno le loro anime all’Inferno: ma io dal morire adesso per la S<hi rend="italic">anta </hi>Fede di Giesù Christo ne riporto in guadagno, che il mio corpo sia hora accompagnato dai mandarini da soldati della Catana di argento, e d’oro, e da gl’elefanti del Re, e la mia anima sia poi portata da gl’Angioli in Paradiso. E senz più aggiungere, o aspettare se n’entra dentro, e fatta riverenza al Governatore dinanzi a molti Christiani, che stavano lì presi, e condannati o a pestar le Imagini, o alla morte disse con gran costanza che ella era Christiana, e che non solo non pesterebbe le adorande Imagini, ma che veniva dalla Corte non p<hi rend="italic">er</hi> altro intento, che di morir lì medesimo p<hi rend="italic">er</hi> la fede. Il tiranno sopra modo adirato la sententiò ad esser morta dall’elefante. L’accompagnò gran moltitudine di gente. Giunta al luogo destinato, inginocchiasi, fasse il segno della Santa Croce, e spogliatasi la cabaya, o vogliamo dire sopraveste, chiama una donna Christiana, e gliela consegna, perché la faccia venire alle mani del P<hi rend="italic">ad</hi>re Domenico. Già veniva avvicinandosi l’elefante, comincia ella a battere palma a palma, ch’è tra loro segnale di gran festa, e d’allegria. Comanda il maestro dell’elefante, che colla tromba la balzi in aria: cadde ella due volte viva, ma [f. 266v] la 3a cadde morta addosso allo stesso maestro dell’elefante. I Christiani di poi donarono al P<hi rend="italic">ad</hi>re Domenico un suo dito, il quale ancor dopo i sette mesi si conservò sì fresco, e sì bello, che alla pelle, al colore, all’odore all’ugna pareva di corpo vivo. Un Vescovo francese ottenne a gran prezzo la sua testa, e mandolla al Re di Francia. Un’altra fanciulla di 13 anni nominata Agnese ad imitatione della benedetta Lucia, andò anch’ella a offrirsi al martirio: ma il tiranno confuso per la vergogna, che gl’haveva cagionata l’altra colla sua costanza, e pien di rabbia, mandò a frustar questa ben bene, e a furia di battiture in faccia di molta gente la fe’ lanciar fuora dal tribunale. Tre altri Christiani principali, che havevan cura delle tre Chiese maggiori della Provincia di Quamguia, vennero condotti prigioni per esser costanti nella lor fede. Alle Chiese di questi andava spesse volte il P<hi rend="italic">adre </hi>Domenico a predicarvi la fede ai gentili, e ad amministrarvi i Sacramenti, poiché ciascheduna di quelle Chiese havevan vicine più terre. Uno di questi si chiamava Tomasso era giovane, e tutto fervore. Il 2ndo Benedetto grandemente caro a tutti per la sua mansuetudine e bontà. Il 3° pure Tomasso vecchio e gran Predicatore è stato già istromento delle conversioni di molti nel suo Distretto. Questi stando già con la canga alla gola, poco prima di spirare l’anima fortunata, strinse la mano al P<hi rend="italic">adre</hi> Dom<hi rend="italic">eni</hi>co [f. 267] dicendogli, che l’amava di molto e sopra gli altri missionarij, perché egli andava frequentem<hi rend="italic">en</hi>te a visitare le Christianità ancor più lontane, senza badare ad alcun suo incommodo, ma compatendo a quegli cui la povertà, o le malatie impedivano il poter venire sino a Faifò a ricevervi i Sagramenti. Questi campioni del Signore quando andavano ad essere decollati, andavano con mostra di singolare allegrezza. Il vecchio Tomaso andava cantando Lodi Spirituali. Vedendo però che il Bando diceva, che erano condotti ad essere decollati per la Legge de’ Portoghesi, tolto egli un involto di moneta del paese lo diede al banditore, perché dicesse per la Legge di Dio Signore del Cielo. Il banditore cominciò a dire come egli bramava, e egli ripigliava saltando per giubilo così è così è. Non vi mancò però un Giovanni che cadendo miserabilmente intorbidò l’allegrezza di questa festa. Il P<hi rend="italic">ad</hi>re Dom<hi rend="italic">enic</hi>o chiese con gran distanza al Superiore licenza di aprire di notte la Porta dell’Horto di Casa, e di nascosto dalle guardie portarsi a confortare i deboli alla costanza. Il P<hi rend="italic">adre</hi> Superiore non giudicò bene di dargliela. Egli allhora spedì un suo garzone al Governator di Carciam a dirgli, che gli tornasse alla memoria, come erano già mesi, che Sua Signoria haveva minacciato di far tagliare la testa al Padre Domenico se non lasciava di predicare. Sapesse hora che non solo haveva egli fin allhora incessantem<hi rend="italic">en</hi>te predicata la Santa fede [f. 267v] ma di vantaggio, che tutti i morti a cagion d’essa eran suoi Discepoli: pertanto che supplicare il maestro di seguirli per così guadagnarsi quella Beatitudine di cui i Discepoli già stavano in possesso. Adirossi il Gov<hi rend="italic">ernato</hi>re e andate, disse al Messo, andate, che io posso uccidere il Padre quando più mi torni in piacere. Tale imbasciata trafisse il cuore a’ Christiani, ma indi a pochi giorni, entrò l’anno nuovo della Cocincina, e il Padre Superiore, secondo l’usanza mandò al Governatore un presente. Con tale occasione inviògli il suo ancora il P<hi rend="italic">ad</hi>re Dom<hi rend="italic">enic</hi>o, accompagnandolo con nuove istanze della gratia già chiesta di dar la vita per la fede che predicava. Seguì ciò stando ivi presenti parecchi Christiani. Il Gover<hi rend="italic">nato</hi>re però raddolcito un po’ da regali, ridendosi disse: Io ero di opinione, che soli i nostri Cocincinesi, divenendo Christiani, divenissero matti, volendo morire p<hi rend="italic">er </hi>la lor Legge, ma hora mi avvedo, che anche il Padre Portoghese è impazzito. Dite al P<hi rend="italic">ad</hi>re Domenico da mia parte, che è di già passato il tempo: nell’anno nuovo si tratta di vivere, non di morire. Salutatemelo caram<hi rend="italic">en</hi>te. Passati appena alquanti giorni vien nuovo ordine del Privato del Re, che i tre Padri della Comp<hi rend="italic">agni</hi>a si consegnino ad un Giapponese rinegato, che gli conduca nella sua nave a Siam. Il P<hi rend="italic">adr</hi>e Fr<hi rend="italic">a</hi> Bernardo imbarcherebbesi di poi in un vascello grande pur di Siam. Allhora il P<hi rend="italic">ad</hi>re Superiore pose in salvo il quadro di N<hi rend="italic">ost</hi>ra Sig<hi rend="italic">no</hi>ra; [f. 268] e imbarcossi cogli altri, con iscambievoli, e dirotte lagrime sì de Padri, sì de Christiani dolentissimi di lor partenza. Il Capitan Giapponese in tutto il tempo del viaggio quasi ogni sera entrano in qualche porto, che sono frequentissimi in quel Regno, e p<hi rend="italic">er </hi>dar gusto al Padre Superiore, che era mezo Giapponese, permettieva, che i Christiani si accostassero a licenziarsi da’ P<hi rend="italic">ad</hi>ri, e ad esser prosciolti di loro colpe. I rimasti consolidati delle gratia in un Porto, spedivano avvisi agl’altri, de la morte seg<hi rend="italic">uen</hi>te si portassero a tal porto, ove i Padri sarebbero tornati, e così grande era alcune volte il concorso de Christiani ai P<hi rend="italic">adri</hi> per confessarsi. Anzi accadde nel dì delle ceneri, che imbattutisi in una grotta solitaria dentro ad uno scoglio, poté il Padre ancor dir messa, comunicare i Christiani, e dar lor le sacre ceneri. Non rimaneva però di tanto appagato il P<hi rend="italic">adre</hi> Domenico, e dolevasi di tanto in tanto che si trattasse di lasciar ivi nascosto alcun de P<hi rend="italic">adri</hi> perché tutto quel Regno non rimanesse privo affatto di sacerdote. Importunò tanto che il P<hi rend="italic">ad</hi>re Superiore disse alla fine: questo negotio è impossibile, pure se il Padre Domenico vuol rimanere, rimangasi colla benedittione del Signore ciò udito il P<hi rend="italic">adre</hi> Domenico si tacque, tanto più, che havevano di già trapassato il Regno della Cocincina, e già entravano in Ciampâ. Questo Regno [f. 268v] stava già soggetto al Re di Cocincina, benché havesse Re proprio e la Regina, d’allhora era una Dama del med<hi rend="italic">esimo</hi> Re di Cocincina, ed ivi governava tutti li forestieri, che erano in gran numero, Cinesi, Cocincinesi, e Giapponesi. La nave non volle entrare nel primo Porto, ma die’ fondo nella spiaggia. Era già notte e tutti dormivano. Non già il P<hi rend="italic">ad</hi>re Domenico, che stava vigilante alla prua. Vedde egli venire quattro, o cinque christiani, e chiamato subito un garzon di Casa, si fe’ condurre col battello alla spiaggia dopo di haver confessati quei pochi, veduto tra essi uno che era il principale Tomasso gli parve molto prudente e buon Christiano communicò con esso lui l’intentione, che haveva di rimanersi quivi nascosto, quando gli riuscisse. Lo trovò prontissimo ad aiutarlo, e recarselo in Casa. Allhora il Padre mandò il suo Garzone alla nave a prendere segretamente la Canestra degli ornamenti da celebrare. Mentre però il giovane ritornava alla nave, udì dalla spiaggia il Padre che già la gente cominciava a destarsi e senza frametter tempo, così come trovavasi colla sola sottana in dosso, prese in fretta a fuggire insieme con Tomasso. Camminaron tutto il restante della notte per renai, e per macchie senza [f. 269] prender punto di riposo, e allhora gli convenne passare alcune come lagune d’acqua, che gli davano a mezzo corpo. Allo spuntare del sole giunsero alla terra, e i Christiani lo posero in una Casa di paglia fuor di mano, e lungi dalla terra, e cominciarono a venirvi a flotte per confessarsi, sendo che erano molti anni che non havevan veduto faccia di sacerdote per esser eglino distante da Faifò circa trecento trenta miglia. La mattina il Capitan Giapponese avvedutosi, che mancava uno dei Padri determinò di non far vela se prima nol ritrovava. E come, che era rinegato cominciò a prendere, e a tormentare i Christiani per così obbligarli a ricondurgli il Padre. Di vantaggio per impegnar la Regina mandògli a dire, che si era fuggito dalla nave un forestiere che haveva rubbati al Re di Cocincina trenta cassoni d’argento; pertanto la supplicava a mandarne in cerca per ogni banda. Si può imaginare se si fece ogni sorte di diligenza. Vedendo il P<hi rend="italic">adre</hi> Domenico il pericolo di essere ritrovato, uscissene di quella casa, e si fù a porre in una Casuppula dentro alle macchie, che era fatta di bambù e di due o tre stuoie, né vi poteva capire se non una persona: un frascato di palme gli veniva di sotto, che valesse a difendere dal sole ardente. Providdelo Dio di cibo per mezzo di una Christiana, che gli portò un paniere di batate cotte, e un poco d’acqua. Tanto bastò a sostentarlo tre giorni. Nell’ultima notte de’ quali se ne vengono [f. 269v] i poveri Christiani bene stanchi per il travaglio di giungere a trovarlo, e lo supplicano, e consigliano a porsi in mano della Regina. Andò il Padre con essi camminando il resto di quella notte, quando vedono dalla lontana apparire alquanti Ciampanesi. Avvisarono allora i Christiani il Padre, che uscisse fuori di strada per non s’incontrare con essi; peroche essi parecchi volte, incontrando qualche persona di notte gli ponevano nel fianco un coltello, che traggono a questo fine, e fa grande squarcio, e così vivo vivo gli strappano il fiele a valersene per loro medicamenti. Giunsero in fine liberi da ogni incontro la matina seguente al Palazzo della Regina. Questa udito che il Padre veniva mal vestito, e pien di fango per lo schifo che gliene prese, nol volle vedere. Lo fe’ consegnare al Giapponese, con questo però, che prima di ricondurlo alla nave, lo condusse alla piazza del mercato, e fattolo porre in una sedia a vista di tutti, si costringessero tutti i forestieri a vedere e riconoscere quel ladrone affinché non fuggisse altra volta di nave e si tornasse a nascondere con isperanza di non essere ravvisato. Ciò eseguito, il Giapponese dentro un Balano se lo riportò alla nave, e subito sferrò le vele. Giunsero i Padri a Siam il sesto giorno di Pasqua, e là celebrarono dicendo messa in un vascello di Manila, che trovarono nel fiume di Siam, e tutti [f. 270] si confessarono co’ P<hi rend="italic">adri</hi> missionarij, cominciando dal Capitano, e dal Cappellano di quel Vascello. Pervenuti poi alla nostra Chiesa di Siam, vi trovarono il P<hi rend="italic">adre</hi> Manoel Rodriguez, venuto colà da Goa p<hi rend="italic">er</hi> Provinciale della Prov<hi rend="italic">inci</hi>a del Giappone. Fece egli far gran festa al quadro della Madonna con musica, e predica nel giorno dii N<hi rend="italic">ost</hi>ra Sig<hi rend="italic">no</hi>ra dell’Allegrezza. Comandò, che predicasse il P<hi rend="italic">ad</hi>re Domenico, e che facesse in quel dì stesso la sua Professione Solenne. Terminata la festa il P<hi rend="italic">adre</hi> Domenico presentò al Padre Provinciale una scrittura in cui mostrava, quanto fosse necessario di mandarlo travestito alla Cocincina. E che non era ciò di tanto pericolo, e sì difficile, come si apprendeva. Il P<hi rend="italic">ad</hi>re Provinciale lesse quella scrittura in consulta: e fu concluso, che sì, si rimandasse. Dissero però i Padri contro al parere del Padre Domenico, che da Siam, non v’era modo conveniva andar prima a Macao. Di lì a due mesi si pose il Padre Provinciale in una nave con alcuni Padri, in altra con altri il P<hi rend="italic">adre</hi> Domenico tutti verso Macao, ma la nave in cui era il P<hi rend="italic">adre </hi>Domenico p<hi rend="italic">er</hi> abbaglio del piloto, che non conosceva bene l’Isole di Macao passò inanzi. Mandò il battello a riconoscer la terra, e visto l’errore dié’ fondo vicino alle Isole. In questo mentre sorse un furioso tifone e p<hi rend="italic">er</hi> le grandi scosse, che dava alla nave, spezzossi la gomina, si perdette l’ancora, e la nave andatta a rompere negli scogli. Si viddero tutti in gran pericolo di perire. Ricorsero con Orationi a Dio, e furono esauditi. Calmòsi il vento, e ritornato [f. 270v] il battello entraron nel Porto di Macao. Quivi il P<hi rend="italic">ad</hi>re Luis da Gama Visitatore, e ‘l nuovo Provinciale, avvisarono il P<hi rend="italic">ad</hi>re Domenico che se ne andasse alla Cocincina in una nave solo, ma non però travestito, perché la Città di Macao nol consentiva, temendo da ciò qualche pericolo ai suoi mercanti. Quando ecco, che un vento impetuoso costringe il Piloto di allargargli le vele prima, che il Padre Domenico s’imbarcasse, e fù da esso levato in pochi giorni a Manila. <hi >Così perdettesi l’occasione p</hi><hi rend="italic" >er</hi><hi > quell’Anno. </hi></p><p rend="h2">Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Alberts, T. 2013. “Priests of a Foreign God: Catholic religious leadership and sacral authority in seventeenth-Century Tonkin and Cochinchina.” In </hi><hi rend="italic" >Intercultural Exchange in Southeast Asia: History and Society in the Early Modern World</hi><hi >, ed. </hi>D. R. M. Irving, 83-117. London: Tauris.</p><p rend="bib_indx_bib">Belli, C. 1994. “La fondazione del Collegio dei Nobili di Napoli.” In <hi rend="italic">Chiesa, assistenza e società nel Mezzogiorno moderno</hi>, a cura di C. Russo, 183-280. 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Iappelli 1992, 20-35; Jappelli 2001 che riporta in appendice alcuni documenti sulla fondazione del Collegio (in particolare si veda quello di p. 112).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="18.html#footnote-014-backlink">3</ref></hi>	La voce <hi rend="italic">Fuciti, Domenico</hi> in Bertuccioli 1998, contiene anche amplia bibliografia.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="18.html#footnote-013-backlink">4</ref></hi>	Questa data non compare nella <hi rend="italic">Relatione</hi> ma è fornita da Bertuccioli. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="18.html#footnote-012-backlink">5</ref></hi>	Nella <hi rend="italic">Relatione</hi> non compare il nome dell’imbarcazione, il dato è fornito da Bertuccioli.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="18.html#footnote-011-backlink">6</ref></hi>	Bertuccioli afferma che Fuciti partì il 23 marzo, ma dalla <hi rend="italic">Relatione</hi> non vi è dubbio che la data sia «25 Marzo».</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="18.html#footnote-010-backlink">7</ref></hi>	In realtà nella <hi rend="italic">Relatione</hi> si afferma che partì da Macao «alla volta della Cocincina nella quaresima del seguente anno 1656», ma questa data è sicuramente un errore in quanto arrivando Fuciti a Macao nel mese di luglio del 1656, la quaresima seguente alla quale si riferisce può essere solamente quella dell’anno successivo, ossia del 1657 (cfr. <hi rend="italic">Juan Ruiz-de-Medina,</hi> voce biografica, in O’Neill e Domínguez 2001), s.v., fornisce come data addirittura il 1658.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="18.html#footnote-009-backlink">8</ref></hi>	La data, assente nel manoscritto, è fornita da Bertuccioli.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="18.html#footnote-008-backlink">9</ref></hi>	La data non compare nel manoscritto.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="18.html#footnote-007-backlink">10</ref></hi>	Strumento di tortura che consiste nel far passare la testa del condannato attraverso il foro di una tavola.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="18.html#footnote-006-backlink">11</ref></hi>	In appendice viene trascritto il primo capitolo della <hi rend="italic">Relatione</hi>. Il secondo capitolo viene invece inserito a corredo del presente articolo.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="18.html#footnote-005-backlink">12</ref></hi>	Cfr. tra gli altri Fernandes e Assunção 2014, 3-25.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="18.html#footnote-004-backlink">13</ref></hi>	Il primo capitolo è stato pubblicato nell’articolo citato Russo 2017, 287-96. Il terzo capitolo è di prossima pubblicazione. Criteri di edizione: tolgo gli accenti non strettamente necessari anche se alcuni vengono lasciati perché non nuocciono alla lettura; ne inserisco alcuni soprattutto per differenziare monosillabi omografi (né, sì) e per avverbi quali perché, benché, finché; unisco parole divise lasciando tuttavia alcune poche forme arcaiche; converto  alcuni accenti in apostrofi in casi come <hi rend="italic">à </hi> per <hi rend="italic">ai</hi>;<hi rend="italic"> </hi>unisco preposizioni articolate; lascio o inserisco maiuscole ove necessarie, preferendo mantenerle laddove si indicano parole in maiuscolo che possono essere state grafate in tal modo per il valore simbolico che esse assumono nel contesto; cambio pochi segni di interpunzione per rendere intellegibili alcune frasi. Per il resto mantengo il testo, conservando doppie (<ref target="http://p.es">p.es</ref>. <hi rend="italic">ubbriacchezza</hi>) e forme arcaiche (per. es. <hi rend="italic">medema</hi> se non abbreviato, forme con l’<hi rend="italic">h</hi>, ecc.) anche laddove non corrispondenti a forme attuali.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="18.html#footnote-003-backlink">14</ref></hi>	Cabya con sovrascritta la a tra le lettere b e y. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="18.html#footnote-002-backlink">15</ref></hi>	Spazio lasciato in bianco nel testo originale.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="18.html#footnote-001-backlink">16</ref></hi>	<hi rend="italic">non</hi> scritto nella riga superiore.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="18.html#footnote-000-backlink">17</ref></hi>	Nel testo: <hi rend="italic">ciò ove</hi>, cancellato e corretto <hi rend="italic">ove ciò</hi> inserendo <hi rend="italic">ciò</hi> al rigo superiore.</p>
      
      
      
      
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        <listBibl>
          <head>References</head>
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