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        <title type="main" level="a">«Ultimamente con non poco travaglio alla Cocincina si videro»: viaggiatori gesuiti in Asia orientale nel secolo XVII</title>
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            <forename>Carlo</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Nel segno di Magellano tra terra e cielo</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-467-0</idno>) by </resp>
          <name>Michela Graziani, Lapo Casetti, Salomé Vuelta García</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2021">2021</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-467-0.19</idno>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>This article examines one section, Regno della Cocincina of the unpublished manuscript Ragguaglio della missione del Giappone (17th century) preserved in the Archivum Romanum Societatis Iesu (ARSI). I analyze the historical-political, socio-cultural, ethnographic, and geographical information conveyed by the report’s author. The text explores the role of the Society of Jesus’ correspondence in the phenomenon of cultural interaction and mutual knowledge between Europe and East Asia in the early modern era.</p>
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            <item>Jesuits</item>
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            <item>Provincia Iaponiae</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-467-0.19<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-467-0.19" /></p>
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">«Ultimamente con non poco travaglio alla Cocincina si videro»: viaggiatori gesuiti in Asia orientale <lb/>nel secolo XVII</p><p rend="h1_author">Carlo Pelliccia</p><p rend="h2">I gesuiti, la missione e la scrittura  </p><p rend="text">La Compagnia di Gesù fondata da Ignazio di Loyola (1491-1556) nel 1540<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-050-backlink"><ref target="19.html#footnote-050">1</ref></hi></hi> fin dagli inizi della sua istituzione è chiamata a oltrepassare i confini del continente europeo, rispondendo all’esigenza di essere un «nuovo ordine modernamente votato al viaggio» (D’Ascenzo 2019a, 1610), per incontrare realtà socio-culturali completamente dissimili rispetto al contesto dal quale i suoi membri provengono. Tale caratteristica, suggerita da Diogo de Gouveia (1471-1557), direttore del Collegio di Santa Barbara di Parigi, a Giovanni III di Portogallo (1502-1557) in un’epistola del 17 febbraio 1538, si concretizza (con il <hi rend="CharOverride-1">placet </hi>di Paolo III e del fondatore) per la prima volta con l’invio a Lisbona nel 1540 di Simão Rodrigues (1510-1579) e Francesco Saverio (1506-1552), destinati all’Asia orientale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-049-backlink"><ref target="19.html#footnote-049">2</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il 7 aprile 1541, a bordo della <hi rend="italic">Santiago</hi>, Francesco Saverio salpa da Lisbona con Martim Afonso de Sousa (1500-1564), governatore delle Indie portoghesi, approdando a Goa il 6 maggio dell’anno seguente, dopo aver brevemente sostato presso la cittadina araba di Melinde sulla costa del Kenya e sull’isola di Socotra, nel Golfo di Aden. L’arrivo di Francesco Saverio in Asia orientale segna un nuovo inizio nell’area di influenza lusitana; infatti ben presto l’attività gesuitica, a differenza di quella svolta dagli Ordini mendicanti, specie dai francescani e dai pochi domenicani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-048-backlink"><ref target="19.html#footnote-048">3</ref></hi></hi> (che per primi avevano accompagnato i portoghesi) si diffonde repentinamente in diverse zone del continente (Rubiés 2005: 248). Saverio, in seguito all’incontro con Anjirō (un giapponese fuggito dal suo paese a causa di un omicidio) avvenuto a Malacca nel dicembre 1547<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-047-backlink"><ref target="19.html#footnote-047">4</ref></hi></hi>, decide di recarsi nella Terra del Sol Levante insieme a Cosme de Torres (1510-1570) e al fratello coadiutore Juan Fernández de Oviedo (1526-1567), arrivando così a Kagoshima, nel Kyūshū, il 15 agosto 1549.</p><p rend="text">I gesuiti destinati alle missioni d’oltreoceano, impegnati nella realizzazione di opere pastorali ed educative, diventano, con il loro metodo introspettivo, dei curiosi viaggiatori, interessati a cogliere una molteplicità di fattori politici, storici, geografici, sociali, culturali, etnografici e religiosi, veicolati e diffusi in Europa mediante la stesura di lettere e relazioni. Le informazioni contenute in esse consentono di far conoscere e di delineare la fisionomia di tali popoli, gli aspetti basilari del loro <hi rend="italic">modus vivendi et operandi</hi> e le caratteristiche peculiari dei relativi territori. Il sistema di scrittura così strutturato dall’Ordine ignaziano intende riferire gli eventi salienti dell’attività evangelizzatrice svolta dai confratelli nelle varie realtà dove essi operano e introdurre, al contempo, episodi storico-politici e connotazioni socio-culturali. La documentazione prodotta dai missionari stranieri giunge in Europa con le navi militari e mercantili lusitane, sfidando la probabilità che queste carte potessero andare perse nei naufragi o prelevate dai pirati che abitavano gli oceani.</p><p rend="text">La corrispondenza epistolare si prefigge lo scopo di creare un legame tra i confratelli (tra superiori e inferiori), come precisa Ignazio nell’ottava parte delle <hi rend="italic">Constitutiones </hi>(1558):<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-046-backlink"><ref target="19.html#footnote-046">5</ref></hi></hi> le missive sono attese con impazienza e spesso declamate nei refettori delle residenze gesuitiche, talvolta tradotte per chi non conosce la lingua latina, raggiungendo così un largo pubblico. Ben presto si decide di scriverle in una doppia versione: una lettera confidenziale indirizzata al governo generale della Compagnia in Roma e un’altra divulgativa (destinata alla stampa)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="19.html#footnote-045">6</ref></hi></hi>, sottoposta a un lavoro di revisione e rimaneggiamento, per un’<hi rend="italic">audience</hi> più ampia (D’Ascenzo 2019b: 1629).</p><p rend="text">Il presente contributo considera il codice Jap. Sin. 65, <hi rend="italic">Ragguaglio</hi> <hi rend="italic">della Missione del Giappone: nell’isola Haynam, Camboscia, Macassar etc. Tratto dall’ultima lettera annua del 1649, scritta in lingua portoghese, </hi>custodito presso l’Archivum Romanum Societatis Iesu (ARSI). L’inedito manoscritto consiste di 76 fogli (più uno bianco) ed è così suddiviso: <hi rend="italic">Introduzione; Giappone </hi>(ff. 2-5); <hi rend="italic">Regno della Cocincina </hi>(ff. 5-34v); <hi rend="italic">Regno di Tunkím </hi>(ff. 35-72); <hi rend="italic">Isola d’Haynám </hi>[ff. 72-72v]; <hi rend="italic">Regno</hi> <hi rend="italic">di Cambóscia </hi>(ff. 73-74v); <hi rend="italic">Regno di Macassár </hi>(ff. 74v-75); <hi rend="italic">Fortezza di Malacca </hi>(f. 75) e <hi rend="italic">Collegio di Macao </hi>(ff. 75v-76v).</p><p rend="text">Questo saggio esamina esclusivamente la sezione <hi rend="italic">Regno della Cocincina</hi>, la parte meridionale dell’odierno Vietnam, luogo in cui i primi contatti con i missionari europei, i francescani, si registrano nel 1583<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="19.html#footnote-044">7</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il 18 gennaio 1615 i gesuiti Francesco Buzomi (1576-1639)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="19.html#footnote-043">8</ref></hi></hi> e Diogo Carvalho (1578-1624), insieme a un fratello lusitano, a due fratelli giapponesi e alcuni <hi rend="italic">dōjuku </hi><hi rend="CharOverride-2" >同宿</hi>, tra cui Nishi Tomé, approdano a Cửa Hàn, nei pressi di Da Nang (Alberts 2013b: 89)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="19.html#footnote-042">9</ref></hi></hi>. Essi sono inviati dal provinciale portoghese Valentim Carvalho (1559-1630)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="19.html#footnote-041">10</ref></hi></hi>, per assistere i cattolici nipponici che ivi erano stanziati, in seguito all’editto di proscrizione del 27 gennaio 1614 varato dal <hi rend="italic">bakufu</hi> <hi rend="CharOverride-2" >幕府</hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi>Tokugawa (1603-1867). Infatti, ben presto sono costituiti due <hi rend="italic">nihonmachi </hi><hi rend="CharOverride-2" >日本町<lb/></hi>(quartieri giapponesi): uno a Faifo, l’attuale Hội An, nel 1617, che sopravvive fino al 1696, e un altro proprio a Da Nang nel 1623 (Ribeiro 2001, 71)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="19.html#footnote-040">11</ref></hi></hi>. La missione gesuitica cocincinese è fondata e appartiene giuridicamente alla <hi rend="italic">Provincia Iaponiae</hi> (Gonoi 2012: 44-55), che rimane attiva in esilio e i suoi membri, operosi a Macao, talvolta in attesa di una nuova destinazione (Pham 2015, 5), sono ben presto mandati in altri territori dell’Asia orientale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="19.html#footnote-039">12</ref></hi></hi> allo scopo di istituire una presenza cattolica, spesso coadiuvati e sostenuti dai lusitani ormai insediatisi in diverse realtà del continente. </p><p rend="h2">Il codice Jap. Sin. 65: osservazioni e note </p><p rend="text">Di tale manoscritto non si conosce la paternità e il destinatario, né tanto meno la data di compilazione, sebbene si ritenga stilato nella seconda metà del XVII secolo. Nessuna precisa informazione per la <hi rend="italic">littera annua</hi> del 1649, scritta in portoghese, dalla quale il <hi rend="italic">Ragguaglio</hi> è stato desunto e tradotto. Sebbene nel Códice 350 di 40 fogli (copia del XVIII secolo) della Biblioteca Nacional de Portugal (BNP), che riporta i 1311 volumi (1222 stampati e 89 manoscritti) di cui era composta la biblioteca (andata poi perduta) di Jorge Cardoso (1609-1669), presbitero e agiografo lusitano, sia annotata la presenza della relazione originale. Difatti, nella sezione dei manoscritti al numero 57 (f. 37), vi è scritto: «<hi rend="italic">Annua de Japão de 649. original</hi>». Maria de Lurdes Correia Fernandes, autrice dell’edizione critica del codice, subito dopo aggiunge: «[<hi rend="italic">Jorge Cardoso referiu muitas cartas annuas (manuscritas e impressas, algumas das quais possuía, come se verifica na lista dos impressos), mas não vi esta citada no Agiológio</hi>]»<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="19.html#footnote-038">13</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Un altro esemplare di codesto <hi rend="italic">Ragguaglio</hi>, «<hi rend="italic">Handschrift 274</hi>», è stato rinvenuto, inoltre, presso la Biblioteca dell’Albert Ludwigs Universität di Friburgo, in Brisgovia (ALU-FR)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="19.html#footnote-037">14</ref></hi></hi>, proveniente dal collegio gesuitico di Rottenburg am Neckar<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="19.html#footnote-036">15</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Tuttavia, Hubert Jacobs in <hi rend="italic">The Jesuit Makasar Documents</hi> (<hi rend="italic">1615-1682) </hi>suppone che questo manufatto sia stato composto a Roma da Giovanni Maracci<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="19.html#footnote-035">16</ref></hi></hi>, in quegli anni residente nell’Urbe in qualità di procuratore della provincia gesuitica dell’India presso la Congregazione de Propaganda Fide (eletto nel 1647)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="19.html#footnote-034">17</ref></hi></hi>, utilizzando la <hi rend="italic">littera annua</hi> del 1650 e altri documenti compilati in quel periodo. <hi >Lo studioso dichiara: «</hi><hi rend="italic" >the presumption seems justified that it was he who wrote this document, using the annual letter of 1649 and some later letters that were sent him from Macao </hi><hi rend="CharOverride-1" >via</hi><hi rend="italic" > Goa</hi>» (Jacobs 1988: 104). Egli asserisce che la relazione del 1650, firmata da Matias da Maia (1616-1667), procuratore generale della Provincia del Giappone, e datata Macao 26 gennaio 1650, sia da ritenersi la lettera annuale del 1649 e così ne riporta le indicazioni archivistiche. Jacobs informa che la relazione originale è conservata presso la Real Academia de la Historia di Madrid (RAH) nella collezione <hi rend="italic">Jesuitas</hi><hi rend="italic CharOverride-4">, nel </hi><hi rend="italic">Legajo</hi> 21, ff. 943-954 e una copia è preservata presso la Biblioteca da Ajuda di Lisbona (BA), nella collezione <hi rend="italic">Jesuitas na Ásia</hi>, precisamente nel codice 49-V-13, ff. 641-651v (Jacobs 1988: 88; Schütte 1964: 324). Peraltro, un’ulteriore copia è stata individuata nella stessa collezione, nel codice 49-IV-61, 1-12v. In seguito a un’analisi del documento si sostiene che questa <hi rend="italic">littera annua</hi> del 1650 si possa considerare in quanto tale, anche perché il redattore registra eventi che si sono verificati successivamente alla data da lui riportata. Infatti, nel paragrafo <hi rend="italic">Collegio de Macao</hi>, Maia annuncia la morte di Vicente Ribeiro (n. c.1576), gesuita portoghese, entrato nella Compagnia il 4 ottobre 1595 a Nagasaki, ove professa i quattro voti il 1° gennaio 1614 (Ruiz-de-Medina 2001: 3347), avvenuta proprio nel <hi rend="italic">Colégio da Madre de Deus</hi> il 22 luglio 1650 (ARSI, Hist. Soc. 48, f. 135; Fejér IV, 1989: 233). Tale notizia è riportata anche in «<hi rend="italic">Dos deffunctos da Companhia que estam enterrados nesta igreja</hi>», dove è scritto:  </p><p rend="quotation_b">O Padre Vicente Ribeiro falleceo aos 22 de Julho de 1650 està enterrado nas primeiras pedras junto ao pé do Arco da Capella mor da parte do Spirito Santo da banda da Epistola; nesta cova se deu com duas pedras, nem se achou nella ossos; por donde não convem que se abra mais, muito mais por ficar junto do pé do arco, e se dizer que correm perigo nesta Igreja as columnas quando as covas se abrem perto dellas (Arquivo Histórico Ultramarino, Livros de Macau, Cód. 1659, f. 107. Si veda anche: Teixeira 1967, 221; Schütte 1975, 1066). </p><p rend="text">Il <hi rend="italic">Ragguaglio</hi> si innesta nel filone di resoconti e cronache redatte allo scopo di informare sulle vicende salienti che caratterizzano queste stazioni missionarie e sul lavoro svolto dai gesuiti nei vari territori dell’Asia. Il compilatore riferisce circa i <hi rend="italic">consueta ministeria</hi>: la costruzione di chiese e quindi la nascita di comunità di fedeli; l’amministrazione dei sacramenti; le celebrazioni principali dell’anno liturgico; il lavoro di alcuni confratelli impegnati nella traduzione e divulgazione di testi utili per la pastorale ordinaria; le attività educative e assistenziali; narra, infine, la vocazione al martirio di alcuni cristiani, soffermandosi su casi particolari.</p><p rend="text">Nell’introduzione del manoscritto, infatti, dove l’autore espone brevemente l’attuale situazione del Giappone ormai in preda alla persecuzione, è menzionato Araki Tomás (1583-1649?) giunto a Roma nei primi anni del XVII secolo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="19.html#footnote-033">18</ref></hi></hi>, ordinato sacerdote nel 1610, sotto il pontificato di Paolo V (Camillo Borghese, r. 1605-1621), e ritornato in patria cinque anni dopo. Secondo alcune testimonianze, Pedro António (così nominato nelle fonti coeve), dopo essersi sottratto (apostasia) alle torture inflitte dal potere regnante e aver collaborato con le autorità di Nagasaki<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="19.html#footnote-032">19</ref></hi></hi> per diversi anni, ritorna alla dottrina cristiana, morendo martire nel 1649, come emerge anche dal nostro codice, «Nel quale indi a non molto il felicissimo Tomaso Sama, di freddo, di fame, e di altri più crudi tormenti morì: con haver prima, per mezo dell’esempio di sì altra conversione, partorito gran numero a Cristo» (ARSI Jap. Sin. 65, ff. 3v-4). Questa informazione è trasmessa pure da Giovanni Filippo De Marini (1608-1682), in una missiva del 2 maggio 1649, stilata in Tonchino e spedita al preposito Vincenzo Carafa (1585-1649): «In Giappone furono martirizzati 14 Giapponesi fra quali v’è un prete che s’ordinò in Roma per nome Thomaso che rinegato da 20 anni sin’hora di poi pentito santamente finì il nostro prete che già fu Christoforo Ferrera dimora in Nangasachi insegna ad’un suo figlio che sarà d’età di 18 anni» (ARSI Jap. Sin. 18 II, f. 284)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="19.html#footnote-031">20</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Pertanto, nel XVII secolo, come emerge chiaramente in diverse <hi rend="italic">litterae indipetae</hi>, attraverso le quali i membri della Compagnia di Gesù chiedono al superiore generale di essere inviati nelle missioni ultramarine (<hi rend="italic">petebant Indias</hi>), il Giappone diventa il luogo privilegiato dei religiosi vocati al martirio. Emanuele Colombo, in un suo recente articolo, cita diverse richieste di gesuiti che esprimono il desiderio di essere mandati nell’arcipelago per morire in <hi rend="italic">odium fidei</hi>, alcuni ispirati dall’esempio di Marcello Mastrilli, nato a Nola nel 1603, entrato nell’Ordine a Napoli il 25 marzo 1618 e giustiziato a Nagasaki con il tormento della fossa (<hi rend="italic">ana-tsurushi </hi><hi rend="CharOverride-2">吊るし</hi>) e poi decapitato il 17 ottobre 1637 (Ruiz-de-Medina 1999: 737-8): </p><p rend="quotation_b">L’argomento del desiderio del martirio come ragione per aver scelto la Compagnia ritorna spesso in queste lettere, in cui il Giappone continua ad essere indicato come la meta favorita, nonostante fosse nota l’impossibilità ad entrarvi. Se negli anni Quaranta, dunque, la partenza per il Giappone poteva in qualche modo essere considerata plausibile, benché fortemente improbabile, chiedere il Giappone nella seconda metà del Seicento significava di fatto indicare una meta idealizzata, una terra inaccessibile ma simbolo del martirio (Colombo 2019: 94)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="19.html#footnote-030">21</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">Informazioni storico-politiche e socio-culturali in Europa sul <hi rend="CharOverride-5">Regno della Cocincina </hi></p><p rend="text">Tralasciando gli episodi che narrano l’attività gesuitica nel Regno, realizzata anche grazie alla collaborazione dei laici e testimoniata dal martirio dei suoi neofiti, si tenta di individuare e analizzare le informazioni di carattere storico e politico, sociale e commerciale, culturale ed etnografico inserite dal compilatore, che consentono di delineare le fattezze peculiari di un popolo completamente diverso da quello occidentale e che accennano ai tentativi di <hi rend="italic">accommodatio </hi>(spesso chiamato adattamento, inculturazione o indigenizzazione) praticati da alcuni missionari occidentali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="19.html#footnote-029">22</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">A tal proposito Annalisa D’Ascenzo scrive:</p><p rend="quotation_b">Il processo di costruzione della aggiornata immagine del mondo in seguito alla scoperta della circumnavigabilità dell’Africa, all’esistenza delle Americhe a occidente e alla presa di coscienza della vastità dell’Asia a oriente, fu lento, ma inarrestabile. In tale intenso, faticoso e affascinante processo, in questa rivoluzione lenta ma inesorabile che coinvolse profondamente anche la religione, un ruolo di rilievo lo ebbero i Gesuiti che, dalla metà del secolo, partendo da solide basi umanistiche e competenze matematiche e astronomiche, progettarono viaggi di evangelizzazione affidando ai padri la redazione di opere descrittive destinate a colmare le lacune sulle Indie, orientali e occidentali, anche nel campo geografico (D’Ascenzo 2019b, 1625).</p><p rend="text">Il redattore introduce notizie sull’attività commerciale, che si svolge soprattutto attraverso la presenza di mercanti, alcuni provenienti da Macao, che arrivano nel Regno per acquistare merci in cambio di monete di rame, dette «<hi rend="italic">caixas</hi>»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="19.html#footnote-028">23</ref></hi></hi>, particolarmente apprezzate dalla popolazione cocincinese, che le stima più dell’oro e dell’argento, probabilmente per la loro facilità di circolazione. Maria Luisa Cusati, analizzando la terminologia mercantile della <hi rend="italic">Peregrinação</hi> di Fernão Mendes Pinto (1509-1583), pubblicata postuma a Lisbona nel 1614, in merito a codesta pecunia, afferma: «Nome di una moneta di rame di infimo valore, in corso nell’India del Sud e adattato dai portoghesi alla moneta spicciola di altri Paesi come Malesia, Cina, Giappone» (Cusati 1971: 229). Uno dei protagonisti di tali scambi, in effetti, sono i portoghesi, che vi approdano nel 1516 e alcuni anni dopo (1535) con l’arrivo del capitano António da Faria stabiliscono un porto e centro commerciale a Faifo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="19.html#footnote-027">24</ref></hi></hi> (Jayasuriya 2008, 80-1). Lo storico e grammatico João de Barros (1496-1570), nella sua <hi rend="italic">Terceira decada da Asia</hi>, edita a Lisbona nel 1563, scrive che il viceré dell’India, Afonso de Albuquerque (1453-1515), invia Fernão Peres de Andrade (1458-1552), marinaio, mercante e diplomatico, per esplorare la costa della Cina al fine di stabilire rapporti con la popolazione. Costui si allontana da Malacca il 12 agosto 1516, ma costretto a cambiare rotta a causa di una tempesta, arriva accidentalmente nel regno di Champa (Fernandes e Assunção 2014, 158).</p><p rend="text">Il compilatore lascia intendere che il commercio ingloba anche legami con la Cina e il Giappone, dove è spedito un vassallo del re al fine di trattare con il governatore di Nagasaki e, delimitando i confini della Cocincina, accenna alla presenza degli olandesi, denominati nel codice come i «nemici del mare» (ARSI, Jap. Sin. 65, f. 5), che sbarcano probabilmente intorno al 1601, quando Jeronimus Wonderaer e Albert Cornelis Ruyll, mercanti della Compagnia Olandese delle Indie Orientali (VOC), tentano di avviare relazioni commerciali e di comprare il pepe (Tana 1998: 73; HoÁng 2007: 61). Il dinamismo mercantile è mostrato, inoltre, dalla narrazione della storia di David, un giovane di nazionalità armena che, dopo aver peregrinato dalla Polonia all’India, salpando su imbarcazioni olandesi, si porta a Giacarta (già Batavia) e da lì compra una nave per recarsi in Cocincina e dedicarsi alla vendita dell’ambra<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="19.html#footnote-026">25</ref></hi></hi>, suscitando così l’interesse del principe terzogenito del monarca che governa la provincia di Caciam<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="19.html#footnote-025">26</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Le informazioni di natura commerciale si possono collegare con alcune indicazioni di carattere storico e politico. Anzitutto l’interesse del re cocincinese<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="19.html#footnote-024">27</ref></hi></hi> a negoziare con le navi straniere che approdano nel suo porto, mediante le quali egli può ricavare numerosi vantaggi, sia per il guadagno che riceve dalle imbarcazioni che vi attraccano, sia per le mercanzie che compra e a sua volta rivende. Ed è per questo che il gesuita siciliano Metello Saccano (1612-1662)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="19.html#footnote-023">28</ref></hi></hi>, in quegli anni superiore della missione, del quale questa sezione del manoscritto fa riferimento più volte<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="19.html#footnote-022">29</ref></hi></hi>, viene subito rilasciato dalle autorità del sovrano, le quali considerano il suo arresto solo un errore, cercando così di evitare risentimenti dei portoghesi (sospendere l’attività mercantile), che avrebbero potuto causare una mancanza di introiti da parte del regnante (Alberts 2018, 287). Un evento simile accade già nel 1629, anno in cui i governanti Nguyễn decretano l’espulsione della comunità gesuitica dal Regno: successivamente gli stessi autorizzano i missionari europei a ritornarvi poiché <hi rend="italic">trait d’union</hi> con il commercio con Macao. L’autore sottolinea più volte il contrasto e la rivalità tra il re della Cocincina e quello del Tonchino<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="19.html#footnote-021">30</ref></hi></hi> e rivela il desiderio di egemonia che manifesta il primo, intento ad appropriarsi del territorio attiguo. Egli comunica, peraltro, il senso di rivalsa che anima codesto monarca, promotore di una spedizione di duemila soldati a certe provincie confinanti con Laos, affinché si vendicassero dell’uccisione di alcuni mercanti cocincinesi, recatisi <hi rend="italic">in loco</hi> per suo volere e poco dopo l’invio di quattromila soldati allo scopo di saccheggiare e incendiare (compresi i luoghi sacri) il medesimo territorio.</p><p rend="text">In questo ambito è possibile far confluire le notizie che descrivono l’organizzazione sociale della Cocincina: la presenza di governanti delle provincie, i quali sono chiamati ad amministrare le località loro affidate; la prontezza di un buon esercito di soldati, esecutori della giustizia, impegnati a fronteggiare gli eventuali attacchi del nemico e talvolta impelagati a catturare i cristiani per consegnarli nelle mani dei carnefici; la presenza di mandarini, che costituiscono la classe nobile, uomini colti e istruiti, in alcuni casi definiti letterati, incaricati della gestione degli affari pubblici.</p><p rend="text">La prevalente quantità di informazioni presenti in questa sezione rientra nella sfera culturale in grado di inglobare aspetti di carattere sociale, etnografico e geografico, che messi insieme consentono di ritrarre le fattezze di tale popolazione. Nel codice sono enucleate alcune specificità del suo <hi rend="italic">modus agendi</hi>, che stabiliscono l’incontro con l’alterità e suscitano al contempo la <hi rend="italic">curiositas</hi> nel lettore. Gli usi e costumi: l’abitudine di camminare scalzi, come scriverà anche il tabiese De Marini nel suo volume <hi rend="italic">Delle missioni de’ Padri della Compagnia di Giesù </hi><hi rend="italic CharOverride-4">(Roma, 1663)</hi>, parlando del Tonchino<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="19.html#footnote-020">31</ref></hi></hi>; l’usanza di avere il capo coperto anche quando salutano o si fermano in conversazione con qualcuno; l’attenzione a guardarsi dal fuoco ovvero di non provocare incendi o appiccare fuochi e l’invito a porre fine a tutte le attività di commercio e chiarire altri impegni prima di entrare nel periodo di ferie e festività dell’anno nuovo. Sono delineati, dunque, alcuni tratti della personalità del popolo e delle autorità civili più influenti. I cocincinesi sono dotati di delicati ingegni; molto sinceri e attaccati alla vita; intenti, talvolta, a disputare con le mani piuttosto che con la bocca; non propensi però a commettere gesti di generosità senza un proprio tornaconto. Sono evidenziate, oltretutto, specifiche caratteristiche dei neofiti: la carità, come atteggiamento di attenzione e dedizione all’altro, la misericordia come capacità di perdonare e sentimento generato dalla compassione, la cura a seppellire i propri morti, proprio come Tobia, il pio israelita della tribù di Neftali.</p><p rend="text">Questo popolo è presentato, tuttavia, per la sua natura superstiziosa, incline alla scaramanzia e all’idolatria (che si manifesta anche nell’ossequio e nell’adorazione al Pagode<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="19.html#footnote-019">32</ref></hi></hi> e nella presenza di un indovinatore delle cose avvenire, denominato nel manoscritto come «<hi rend="italic">Taifutui</hi>»), capace di attribuire particolare valore alla manifestazione di alcuni segni, che sono di presagio per gli episodi futuri. Difatti, il redattore segnala un rito divinatorio (facendo cuocere una gallina) che alcuni marinai compiono prima di mettersi in viaggio per la Cocincina, come per pronosticare l’esito positivo o negativo del loro tragitto. Costui descrive una serie di avvenimenti che si verificano nel Regno in seguito all’uccisione di alcuni cristiani autoctoni, i quali preoccupano la popolazione e il suo sovrano: la caduta nella corte di una grande quantità di cenere; l’apparizione di tre comete, rispettivamente nel giugno-luglio e novembre 1649; due improvvisi incendi registrati nelle corti; la presenza di una pietra di consacrazione che improvvisamente comincia a mostrare un vivace colore di sangue; la visione di un grande volatile rosso vermiglio; lo strano arrivo (nell’aprile 1649) di un’enorme creatura mostruosa con una bocca simile al becco di un uccello e completamente ricoperta di peli che rimanda, almeno per la sua quantità di peluria, a quei curiosi individui, provvisti di coda e di statura ordinaria, denominati <hi rend="italic">zinzin </hi>(termine dal cinese) nei <hi rend="italic">Ragionamenti del mio viaggio intorno al mondo </hi>(Colla 2009: 39-40), scritti agli inizi del XVII secolo da Francesco Carletti (c.1573-1636), discendente da una antica famiglia fiorentina di mercanti, il quale raccoglie alcune indicazioni sul Vietnam durante la sua permanenza in Giappone e in Cina, fra il giugno 1597 e il dicembre 1599<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="19.html#footnote-018">33</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Pare che anche il loro interesse per la matematica, la cosmografia e l’astronomia sia legato a scopi di predizione e talora lo stesso contatto con i gesuiti, alcuni dei quali particolarmente versati in codeste scienze, sia stimolato da conversazioni sulla spiegazione degli eventi celesti. Un esempio è offerto dal colloquio tra tre matematici e Metello Saccano, convertiti poi al cristianesimo (secondo quanto riportato nel codice) e dal dialogo tra un mandarino e il suddetto gesuita, dove il primo interroga il sacerdote europeo, esperto di tali discipline, esortandolo dapprima a spiegargli il movimento dei cieli e i viaggi delle stelle e subito dopo a predire e comunicargli quale sia il momento propizio per il sovrano della Cocincina per attaccare e dunque impadronirsi del regno del Tonchino. Il redattore lascia intendere, inoltre, che la popolazione mostra un interesse per la cultura popolare e letteraria che proviene dalla Cina e che nel territorio circolano opere occidentali introdotte dai missionari stranieri, citando così un «libricino di Tomaso de Chempis»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="19.html#footnote-017">34</ref></hi></hi> (ARSI, Jap. Sin. 65, ff. 19v; 27v). <hi rend="CharOverride-6">E</hi>gli riferisce, infine, di alcune traduzioni in cocincinese di libri devozionali scritti in lingua armena.</p><p rend="text">L’autore, talvolta, delinea i riferimenti geografici del Regno: la breve distanza che separa la Cocincina dal Laos, da Macao, che una nave raggiunge in non più di quattro o cinque giorni, e ancora dalla Cambogia, e la divisione territoriale del Paese, di cui viene citata anzitutto la provincia di Caciam e alcuni fogli dopo quella di Ranran e Quangbin. Nessun cenno, invece, per la provincia di Sinuva e Quanmguya, entrambe menzionate da Cristoforo Borri (1583-1632) nella sua <hi rend="italic">Relatione della nuova missione delli PP. della Compagnia di Giesù al Regno della Cocincina</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="19.html#footnote-016">35</ref></hi></hi>, dedicata a Urbano VIII (Maffeo Barberini, r. 1623-1644), stampata contemporaneamente a Roma e Bologna nel 1631, dove il presbitero fraziona il Regno in cinque province. Nessun riferimento neppure per la provincia di Quinhin, sita nella parte meridionale, come indica nella sua ripartizione regionale l’avignonese Alexandre de Rhodes, fondatore della missione in Tonchino, dove approda a Cửa Bạng il 19 marzo 1627 insieme a Pedro Marques (1577-1657), allo scopo di stanziare una presenza gesuitica in quella zona (Phan 1998)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="19.html#footnote-015">36</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La descrizione di alcuni eventi, concernenti l’apostolato dei religiosi ivi residenti, lascia trapelare l’immagine di una civiltà prevalentemente rurale, contraddistinta da villaggi, uno di questi è Song, attaccato alla falda di un monte, dove vivono molti cristiani, un altro è detto Dondexan nella provincia di Quangbin, un altro ancora è Pluncan, dove sorge una chiesa molto frequentata. La figura di un capo che determina e gestisce la vita di coloro che li dimorano; le abitazioni costruite di canne e legno con tetti di paglia; l’imponente edificio del monarca e dei suoi più stretti parenti che, come il tempio del Pagode, è ricoperto di tegole e si erge come una struttura più stabile.</p><p rend="text">In conclusione, un richiamo alla fauna, attraverso la presenza di indomiti elefanti, che sono scelti in quanto strumento di tortura per il martirio di alcuni cristiani<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="19.html#footnote-014">37</ref></hi></hi>. Già altri resoconti su queste zone, segnalano una cospicua esistenza di tali animali: Marco Polo (1254-1324) ne <hi rend="italic">Il Milione</hi>, dove sono raccolte le sue memorie dettate a Rustichello da Pisa, annota che nella «Provincia di Ciamba» si rileva una grande quantità di elefanti che popolano il territorio; il francescano Odorico da Pordenone (1286-1331), che dopo il 1318 parte da Venezia per una missione in Armenia e in Persia, spingendosi anch’egli fino al Champa, attesta, nel suo <hi rend="italic">Itinerarium </hi><hi rend="italic CharOverride-4">(1330)</hi>, che il monarca possedeva quattordicimila elefanti domestici (Andreose 2014: 41-62); Giuliano Baldinotti (1591-1631), primo gesuita a raggiungere il regno del Tonchino il 7 marzo 1626 insieme a un fratello giapponese (Giulio Piani)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="19.html#footnote-013">38</ref></hi></hi>, riferisce di questa fiera (il re organizza feste, tra cui battaglie di elefanti) nella<hi rend="italic"> Relatione del viaggio di Tunquim</hi> editata a Roma nel 1629; pure il milanese Borri introduce dei rimandi a tale pachiderma nella succitata <hi rend="italic">Relatione</hi> (Sica 2013: 195-258)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="19.html#footnote-012">39</ref></hi></hi>. In realtà, sembra che questo animale sia una peculiarità dei paesi dell’Asia<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="19.html#footnote-011">40</ref></hi></hi>, come traspare anche dalla <hi rend="italic">Suma Oriental</hi>, prodotta tra il 1512 e il 1515, da Tomé Pires (c.1465–1524/1540), membro della spedizione portoghese che conquistò Malacca nel 1511 (Sousa 2013a, 155) e «<hi rend="italic">ilustre boticário quinhentista</hi>» (Cortesão 1963, 298-307), nella quale<hi rend="italic"> </hi>individua un’abbondante presenza di addomesticati elefanti in Siam e in Cambogia. In aggiunta, la relazione (1586-1587) sul regno di Pegu, in Myanmar, di Ralph Fitch (1550-1611), uno dei primi mercanti e viaggiatori inglesi a visitare la Mesopotamia, racconta di elefanti reali: quattro dei quali bianchi, definiti strani e rari e oltre cinquemila elefanti da guerra e poi molti altri ancora, ai quali non viene insegnato a combattere (Charney 2004: 169-70).</p><p rend="text">È molto probabile che le informazioni su questo mammifero avrebbero catturato la curiosità degli europei, come emerge dichiaratamente dall’ambasciata del re Emanuele I (1469-1521), capeggiata dal navigatore Tristão da Cunha (c.1460-c.1540), diretta a Leone X (Giovanni de’ Medici, r. 1513-1521) e ricevuta dallo stesso pontefice il 20 marzo 1514. Infatti, nonostante la legazione offrisse «un manoscritto cinese, uno messicano, oggetti di porcellana orientale, un piviale pontificio, un paliotto d’altare di broccato con perle e gemme preziose, un tabernacolo dorato, un calice d’oro, una mitra papale, volatili e animali esotici tra cui pappagalli, una pantera e un cavallo persiano bianco» (Russo e Pelliccia 2018, 54), l’interesse del papa si focalizza quasi esclusivamente su un elefante bianco proveniente da Cochin di nome Hanno (Annone, in italiano)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="19.html#footnote-010">41</ref></hi></hi>. Il primo elefante, secondo una cronaca tradotta dal portoghese, «<hi rend="italic">qu’on ait vu à Rome depuis la chute de l’Empire romain</hi>» (Busquet et Javron 2002: 205). Il pachiderma diventa così ‘un’attrazione esotica’ celebrata nelle cronache del tempo e un modello per la storia dell’arte, il favorito della corte papale, come comunica lo stesso pontefice nella missiva dell’11 maggio 1514 indirizzata al regnante lusitano, nella quale «<hi rend="italic">revela o seu agrado, bem como o da sua corte e do povo romano, pela extraordinária delegação e, em particular, pelo elefante, notável testemunho das ricas terras longínquas ganhas pelos portugueses para a comunidade cristã</hi>» (Catarino 2019, 164). </p><p rend="h2">Conclusioni</p><p rend="text">Attraverso l’analisi di questa sezione del <hi rend="italic">Ragguaglio </hi>è possibile mostrare una particolarità che emerge dalla scrittura gesuitica nell’età moderna: presentare e diffondere in Europa le caratteristiche identificative e gli elementi distintivi dei paesi d’oltreoceano. I viaggiatori gesuiti, oltre a descrivere gli eventi principali della storia delle missioni e più precisamente quelli concernenti il proprio Ordine, generano, mediante la produzione scritta, un fenomeno di interazione culturale e di mutua conoscenza tra due realtà sociali completamente dissimili, assistendo, nonostante le problematiche e i limiti, al successo del <hi rend="italic">modus procedendi</hi> dell’<hi rend="italic">accommodatio</hi>, che consente «di giungere al dialogo attraverso l’applicazione all’esercizio della comprensione dell’alterità» (Poli 2015, 58). Il documento contribuisce alla creazione di tipi specifici di strutture narrative ricorrenti nella scrittura gesuitica e si rivela come un’ulteriore fonte di ispirazione per il lavoro missionario. La sua lettura si prefigge l’obiettivo di informare su ciò che accade nelle missioni generate dalla <hi rend="italic">Provincia Iaponiae</hi>, ma al tempo stesso, come traspare dall’esemplare rinvenuto nel collegio di Rottenburg, anche il <hi rend="italic">Ragguaglio</hi> si riserva lo scopo di suscitare vocazioni alla vita consacrata e al contempo il ‘desiderio delle Indie’ (Roscioni 2001), l’ambizione nei giovani religiosi di ‘emigrare’ per dedicarsi alle attività apostoliche con spirito eroico.</p><p rend="text">Il codice in oggetto e in modo specifico il <hi rend="italic">Regno della Cocincina</hi> concorre alla conoscenza di aspetti storico-politici e socio-culturali della popolazione autoctona e determina il lavoro pastorale ed educativo realizzato dalla Compagnia di Gesù, talvolta ostacolato dalle autorità politiche locali e spesso coadiuvato dall’impegno dei conversi. Tale paragrafo, oltre a ragguagliare sull’apostolato della milizia ignaziana, ritrae quindi le peculiarità di un popolo completamente dissimile rispetto a quello occidentale, ancora molto poco conosciuto in Europa, e tenta di realizzare la finalità indicata da Ignazio di Loyola. Il fondatore, infatti, aveva compreso l’importanza di raccogliere notizie precise dai vari paesi del mondo in cui l’Ordine cominciava a stanziarsi e così aveva esortato i confratelli a introdurre, nella loro produzione epistolare, informazioni sugli usi e costumi, sul clima, sul modo di vestirsi, sulle abitazioni, sulle connotazioni cardini della società di tali abitanti per consentire una conoscenza di queste località e per consegnare delle attendibili indicazioni territoriali e socio-culturali ai missionari che ivi avrebbero esercitato la loro attività evangelizzatrice.</p><p rend="text">La pubblicazione di questa sezione che favorisce a comprendere come si formi e in che cosa consista l’immagine della Cocincina veicolata verso l’Occidente già dagli anni dell’espansionismo iberico, può divenire dunque un ulteriore ‘strumento’ che consente la comunicazione e l’incontro tra due sistemi diversi, l’Europa e l’Asia orientale, e può aiutare a far luce su episodi non ancora del tutto noti alla storiografia. </p><p rend="text_NOindent ParaOverride-1">Appendice documentaria </p><p rend="text_NOindent ParaOverride-2">Archivum Romanum Societatis Iesu (ARSI), Jap. Sin. 65, ff. 5-34v.</p><p rend="text_NOindent"><hi rend="italic">Ragguaglio della Missione del Giappone: nell’isola Haynam, Camboscia, Macassar etc. Tratto dall’ultima lettera annua del 1649, scritta in lingua portoghese</hi>.</p><p rend="text_NOindent">[f. 5]</p><p rend="text_NOindent">Regno della Cocincina<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="19.html#footnote-009">42</ref></hi></hi></p><p rend="text_NOindent">Questo Regno è al presente un de’ più ricchi dell’Oriente per conto del commercio. Perciocché quel che vi era con la Cina, essendo rotto per le guerre; tutti già per comprare, e vendere concorrono nella Cocincina. Nel che a’ mercatanti di Macao viene una grande utilità: e si è lo smaltire una sorta di monete di rame, detta da loro <hi rend="CharOverride-1">caixas</hi>. La quale al presente nella Cina non passa, per haverne l’Imperadore fatta batter della nuova: e soltanto corre nella Cocincina: anzi ivi è in tal pregio, che più si stima che l’oro, e l’argento stesso: e que’ ciechi Gentili la sepelliscono, a fine di trovarlasi poscia nell’altra vita. Il Re anche da cotal commercio riceve [f. 5v] immenso guadagno, sì per quel che gli pagano i navili, che prendon colà porto;  come, e molto più, per le merci forastiere, che compra, e le proprie, che vende.</p><p rend="text">Con le quali piene di ricchezza, ogni dì divien più superbo. E come che egli sia cinto dattorno per terra da tre Re nimici; e per mare dall’Olandese: nondimeno si prende giuoco di tutti: tanto lontano da temere alcuno; che anzi, questi assale, e quelli minaccia. Sì che nel mese di Decembre del mille seicento quarantotto, mandò duemila soldati a certe Provincie, confinanti co’ Laos, per vendicarsi di quella gente, che poco anzi havea ucciso alcuni mercatanti Cocincinesi, colà condottisi per sue faccende. E l’impresa gli riuscì sì conforme alla misura de’ suoi desiderii, che dopo haver renduti a sé sogetti, e tributari tutti que’ luoghi, non di ciò pago, inviò di nuovo quattro mila soldati, che poser tutto a sacco, et a fuoco: non perdonando né pure a una gran moltitudine di Pagodi, che furono risoluti in polve, e cenere: parte ancora recandone con sé l’esercito, e poi (perché di rame era la materia dell’ infernali statue) con liquefarle, dividendo fra sé quella massa.</p><p rend="text">A cotale alterezza del Re è unita non minor politica. Di cui fu pessimo effetto ciò, ch’ei fece co’ Nostri, e co’ Portoghesi. Era a lui ben noto l’odio che agli uni, et agli altri haveva il Giappone. Onde a fin [f. 6] di rendersi grato quell’Imperio, e riceverne aiuto nell’antico disegno, che gli è in cuore d’impadronirsi di Tunkím; cooperandovi altresì il consiglio d’un certo Giovanni stato servo nel nostro collegio di Macao: dié ordine che dal suo Regno uscissero quanti della Compagnia vi erano. Il che con celerità somma, e con dolore estremo de’ Cristiani, e de’ Gentili stessi, a noi benevoli, fu messo in esecutione. A questo esiglio seguì atto più crudo: perciocché si ritenne il fiero Huomo un navilio di Portoghesi; e al Capitano, e a un’altro giovinetto, con titolo di esser degli osservatori della legge nuova d’Europa, fè mozzare il capo. Tutto ciò fatto, ei spedì alla volta del Giappone un suo vassallo assai fidato: con fargli commandamento a trattar co’ governatori di Nangasachi d’<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="19.html#footnote-008">43</ref></hi></hi> una ambasceria che volea mandare all’Imperadore l’anno seguente: significando loro (per havergli in questo più favorevoli) quanto egli haveva operato contra i Nostri e i Portoghesi. Quegli in termine di pochi dì gionto al Giappone, cominciò a far parola della sua commissione. Ma perciocché i Giapponesi son di sua natura altieri, e sprezzatori di ogni altro; in vedendo uno scalzo cocincinese parlar d’ambasceria co’l loro Imperadore, da essi tenuto per un Dio della terra: presero a burlarsi di lui, e di chi per quell’effetto inviato l’haveva. Ma non passò [ f. 6v] impunita la colpa di quel servo, che tanto concorse all’orditura di questa trama: le lagrime degli sbanditi, e’l sangue sparso degl’innocenti gridando al cielo vendetta. Colui che si era acconciato con un Mandarino a cui havendo fatto non so qual cosa degna di gastigo; per sottrarsene, prese la fuga verso Tunkím. Ma non sì tosto fu risaputo dal Re, che fattogli dar la seguita, e havutolo in mano; condannollo a morire. Onde il disgratiato, trafitto da lancie, pagò il fio de’ suoi perniciosi consigli.</p><p rend="text">Arrivati intanto gli esuli Padri in Macao, i Superiori cominciarono a pensar del modo di fargli tornare a quell’abbandonata greggia di Cristo. E sovvenne loro un’ottimo mezo: il qual fu, far’opera che per qualche tempo non si mandasse nave alcuna a mercatantar nella Cocincina. Perché quindi nascerebbe, che per non perdere il Re il guadagno, et interessi, che gli corrono della vendita di sue droghe: egli stesso inviterebbe i Portoghesi; e con esso loro i Padri, per cagion de’ quali si rimaneva il traffico consueto. Così la rientrata sarebbe riuscita a più lor riputatione, e pra, tanto al presente, come in avvenire. Proposto il saggio partito, non fu ricevuto: perciocché la povertà strema della città, e i particolari interessi prevalsero. Ma tutto a danno: come mostrò il successo. Perché [f. 7] mandandosi un navilio, questo, che in quattro, o cinque giorni dovea esser nella Cocincina (che più non si mette di viaggio da Macao a quel luogo) vi spese ben quaranta giorni: combattuto da crudeli tempeste, e presso assai ad affondarsi nella costa di Hainám. In tanto che non arrivò il legno, il Re non consapevole di quanto passava; e poiché, soffiando già i venti generali, e a proposito per la navigatione, non vedea che comparisse nave alcuna di Macao: come al barbaro non manca discorso, imaginò che i Portoghesi risentiti dell’ingiurie passate, havesser determinato di non capitar mai più nel suo porto.</p><p rend="text">Perciò ordinò che fosse messo in concio il navilio che egli havea bruttamente preso a’ Portoghesi, (come si disse più innanzi) e ricondotto in Macao, fosse restituito al padrone. Su questo, eccoti, dopo tanti giorni di fortuna spunta l’altra nave, non aspettata. Con che il Re venne in gran maniera superbo né volle udir di restitutione, se non dopo molti prieghi, e ricchi doni.</p><p rend="text">Or considerato i Superiori, che per non haver quegli avidi mercanti seguito il loro prudente consiglio, il cammino alla Cocincina stava in tutto chiuso: risolvessero d’inviare i Padri in Camboscia; che non lungo tratto dalla Cocincina è discosta. Quivi essi potrebbono stare attendendo il vento da navigare, et alcuna buona opportunità che il cielo offerisse. Perciò dal porto di Macao nel Febraio del <hi rend="CharOverride-7">49</hi> partirono [f. 7v] i Padri Metello Saccano, Superior della Missione, e’ l P. Giuseppe Agnese. Or perché, nel mentre della dimora de’ Nostri in Macao, e in Camboscia, accaddero nella Cocincina alcuni fatti, degni da scriversi: voglio io qui (con brieve intermessa) farne ragguaglio.</p><p rend="text">Il primo, e più curioso avvenimento fu una solenne disputa fra Cristiani, e Bonzi: dalla qual prese nuova forza l’antica persecutione. Vedevano i Bonzi (schoppiandone di doglia) il gran frutto, che il vangelico seme produceva ne’ campi fertili di quel Regno, tutto che in aspra, e secca stagione. Avvertirono insieme che il re presente non fomentava, come il passato faceva, il culto superstizioso de’ suoi Pagodi. Onde tracciaron modo per render’odiosi i Cristiani, e per conseguente la religione da lor professata. La macchina fu questa; quanto diabolica, hora s’intenderà.</p><p rend="text">A que’ dì, la Corte del Re della Cocincina trovavasi in Sinoa, città della Provincia di Caciam. Or’ un Grande, a sommossa di certo principal Bonzo, finse di voler sogettarsi al soave giogo della legge di Cristo: con dire che havrebbe ciò fatto, dopo havere inteso che quella fosse la vera, e la più conforme alla ragione. Al che non vi era miglior mezo, che una disputa, in cui le ragioni d’ambidue le sette si esaminassero. Perciò mandò egli un Gentile a certo Cristiano, per nome [f. 8] Benedetto Vantrian, un di coloro, che aiutavan nella Corte la predicatione del vangelo in assenza de’ Padri; huomo mezanamente versato nelle lettere Cinesi, e singolar catechista: chiedendogli istantaneamente non essergli grave il portarsi in sua casa, e co’l Bonzo sudetto venire a disputa di Fede. Dall’esito di qual cimento affatto dipendere il risolver suo ultimato intorno a religione. Benedetto poiché hebbe per retti riguardi rifiutato il primo, e secondo invito: in fine per non mostrar che codardo la disfida fuggiva, il compiacque. Gentili, e Cristiani in gran conto furon presenti al congresso: e in dimande, e risposte trascorse buona parte del giorno. Ma non potendo homai il Bonzo mantenersi più alla forza delle ragioni dell’altro, disse di voler con miracoli autorizar la verità di sua fede. Onde a veduta di quanti ivi erano, havrebbe fatto cader Lui morto. Si rise Benedetto della sciocca minaccia: affermando di non temer prestigi del demonio; confidato nell’infinito potere del Signore del Cielo. Il superbo bonzo venne per ciò a stizza maggiore: e cominciò a sforzar la sua pruova. Onde, fatto una profonda riverenza al Pagode che in quella stanza era, prese senza mai refinare a gesticolar con la destra mano in verso all’idolo. Stavan tutti attendendo il successo di veder disteso il meschin catechista. Ma dopo lungo tempo non accadendo [f. 8v] l’effetto; e i circostanti burlandosi della millanteria del Bonzo: costui confuso, e volendo rattopparla al meglio, alzò la voce, con dire: [Signori, non è maraviglia che la morte non possa contra costui; perciocché è demonio, il qual per suoi rei disegni va vestito di carne.] Questo detto fu seguito da risa e scherni di tutti: havendo ridicoloso fine il primo atto della disputa. </p><p rend="text">Ma al secondo si venne il giorno seguente. Avvegna che Benedetto, animato a nuove pugne con la felicità della passata; portandosi dietro lungo seguito di Cristiani, conferissi nella casa di quel Signore. Allegrossene molto il Bonzo, come colui, al quale la vergognosa perdita non haveva in tutto fiaccato l’orgoglio. E senza punto di dimora sfidò in publica piazza il catechista a un’altra disputa: con questo, che ciascun delli due distendesse in carta le conclusioni, che sosteneva. Tanto fu fatto: e i fogli si attaccarono a veduta di più di tre mila persone fra cristiani, e gentili, accorsi ad attione di somma curiosità. Nel foglio del Bonzo si diceva, [Non darsi, che una sola legge. Onde se quella de’ Cristiani era vera, sarebbe stata falsa quella de’ Gentili; et al contrario]. Il foglio di Benedetto spiegava, [Non doversi adorare, se non un solo Dio, Creatore dell’Universo]. Esposti i fogli, cominciò la disputa. E in prima chiese il Bonzo se vi era alcuna cosa, che fosse innanzi che Iddio. Negò [f. 9] l’ altro potervi essere: adducendo in confermatione la somiglianza di certa lettera dell’Alfabeto cocincinese, la qual non patisce che altra le preceda. E avvalorò la pruova con più sode ragioni. La seconda dimanda fu della grandezza, e potenza di quel Dio, che i Cristiani adoravano. Rispose Benedetto più da Teologo, che da Catechista: servendosi della dottrina stessa, che è ne’ libri de’ Gentili; et apportando l’esempio del Re nel suo Regno: ove non a maggiore, né che più di lui possa. In terzo luogo interrogò il bonzo se alcuno mai havesse veduto Dio. E colui rispose del sì. Ma però con gli occhi dell’intelletto. Aggiugnendo con acutezza, che si come noi quantunque non vediamo l’anima nel corpo: con la ragion penetriamo che colà dentro ella habiti; poiché il corpo vive. Altresì, quando ci vien veduto un’huomo, tosto inferiamo ch’egli habbia padre e madre: tutto che tai genitori non vediamo. Così, nè altrimenti, se ben con gli occhi del corpo non arriviamo a veder Dio: nondimeno intendiamo che egli vi è, dalla creatione, e governo delle Creature. Queste furon le proposte, e risposte da noi fedelmente riferite, perché quindi appaia di quanto delicati ingegni sian dotati i Cocincinesi, e quanto atti per conseguente a farvi fonde radici la santa fede.</p><p rend="text">Sì sagge risposte havean già messo in mano di Benedetto la palma. Ma perché questa fosse più chiara [f. 9v] e gloriosa, egli volto a’ Gentili, disse che mentre havea soddisfatto a tutte le dimande del Bonzo, era ben dovere che questi gli rispondesse a sol’una. Non si poté ributtar la giusta richiesta: e i gentili stessi ne gridavano il convenevole. Or parlò Benedetto: [Dimmi chi ha creato cotesta bella macchina de’ cieli, e quanto sotto essi giace?] L’altro francamente rispose, che il Pagode. Soggiunse quegli così: [Nelle storie Cinesi, cotanto venerate nella nostra Cocincina, habbiamo che il Pagode fu a’ tempi di Ciu, Re famoso della Cina. Or se prima di questo re son trascorsi molti secoli, senza esser ne’ libri mentione alcuna di Pagode: come è mai possibile che costui stato sia il creatore dell’Universo?] Con questo proferse le parole medesime del testo, per maggior chiarezza, e confermation della verità. Rimase il Bonzo sì soprafatto dalla convincente ragione, che in bocca seccaronsigli le parole; ma non le strida, con cui voleva oscurar la vittoria del catechista, confessata co’l plauso e lodi di tutti: salvo degli altri Bonzi compagni: i quali ardirono di fare il terzo disfidamento a disputa. Ma accettato non fu per tema ragionevole, che si dovessero in quello adoperar le mani, più che la lingua. Onde schiusi e risentiti si rivolsero al re: e dell’accaduto il ragguagliarono con sì gran numero di menzogne, che egli se ben per allhora dissimulò, ne’ udir volle chi l’esortava [f. 10] a prender Benedetto: nondimeno indi a poco prohibì nella Corte la santa legge. Ma come il divieto non fu egli in iscritto, ma a bocca; non hebbe rigorosa esecutione, e co’l tempo fe’ chiuder gli occhi. In quel mentre però, che si sparse per la Cocincina la voce della prohibitione non lasciarono i gentili di maltrattare alla peggio i Cristiani; a ciò fare mossi da odio, e da un voler secondare al Re. Quel che un di loro sofferse, sarà buon’argomento di quanto fu fatto agli altri.</p><p rend="text">Costui, che Pietro Can havea nome, andò un giorno co’ suoi amici a certa festa, la qual contraria in nulla a’ divini precetti, facevasi in un picciol contado, detto Fumclóc, a ventitré della quinta luna. Ma al fine dell’allegrezza portandosi i gentili a rivenire il Pagode, il buon Pietro non volle a partito alcuno seguirli. Del che avvedutosi il capo del villagio, discese a tanto sdegno che chiamato a sé lui, poiché l’hebbe presente, così gli disse: [È possibile, che la nostra legge insegni sì mal capriccio di non volere adorare il venerando Pagode?] E sì detto, dà di piglio a un grosso bastone e gli scarica tre fieri colpi su’l capo. Ricevette egli l’affronto, e lo percosse, senza minimo segno di sentimento: e a ventitré della sesta luna, con opinione di felice coronato morì; giovane dell’età di Cristo, in dispetto della cui fede godeva egli che fosse stata tolta la vita [f. 10v]. Verso il medesimo tempo perdettero i Cristiani dimoranti nella Corte una salda colonna: e fu Ba Maria, zia del Re morto, padre di quel che hora regna. Costei grave homai di anni, pagò il tribuno comun della morte: la qual corrispose al tenor della vita, che mai sempre ritenne, dopo aver ricevuto la fede. Per conto di cui tollerò gravi persecutioni dal Re nipote, e dal figlio. Il quale arrivò a diroccarle una chiesetta di legno, che ella havea fatto erigere in palazzo; per sospetto di congiura, adunandosi ivi sovente i Cristiani, e udendo i santi ammaestramenti, che lor dava la buona signora. La quale non solo in ciò mostrava il suo zelo: ma anche in procurare che i Gentili riconoscessero il vero Dio. E a quanti di loro battezzavano di altro essere, o vile che fossero, si offeriva per commatre. Quando il Padre andava alla corte, compiuta la visita del re, subito l’invitava in casa a dir messa, e amministrare i sagramenti a sé, e alla famiglia, che tutta era composta di cristiani. Volendo anche, in età di più di ottanta anni esser presente per buona parte della notte agli esercitii di pietà, che facevansi. E prima che partire il Padre, pregavagli il benedire molti vasi ben grandi d’acqua: da lei poscia distribuiva a’ cristiani. Era gran limosiniera. Il che si vide spetialmente in sua morte: quando per tutte le Chiese del Regno mandò copiose limosine. Finalmente [f. 11] vicina al passagio, non le mancò ricca materia di sofferenza: perciocché non avendo sacerdote, che l’armasse de’ sagramenti, né pure i nipoti le concederon la consolatione d’esser visitata da Cristiani, e dalle loro orationi aiutata in quel termine stremo. Si che in mezo a tale abbandonamento, e facendo atti devotissimi, diè l’anima al suo Creatore. I sudetti nipoti onorarono la difonta con funerale molto superbo, a lor costumanza: contentandosi che i cristiani, assistessero al mortorio.</p><p rend="text">Dopo il trapassamento di Ba Maria, per opera d’un di que’ cattivi nipoti destossi contra i Padri, e maestri della Fede persecutione troppo crudele. Colui, il malvagio, sparse, che l’acqua benedetta era fatta di mani, e piè tronchi di bambini: né altro essere che una stregoneria de’ Padri, per trarsi dietro gente, come insana e ammaliata. Cotale sciocchezza hebbe fondamento dall’haver lui trovato, poiché l’ava fu morta, certi vasi d’acqua, e in un’arca alcune pezze bagnate in sangue: reliquie, che la santa donna serbava di coloro, uccisi in odio di Cristo. E divolgossi tanto la fama dell’impostura, che i fedeli erano a tal grado aborriti da Gentili, che havean nausea di mangiar presso a loro. Ma la pena con passo non lento seguì il colpevole. Dopo un mese fu egli trovato in illecito, e impudico atto con una sua cugina, e zia del Re. Il quale per tal [f. 11v] delitto confiscogli la robba, spianogli la casa, e per ultimo il fé affogare fra due legni: spetie di morte, costumata darsi a que’ di sangue reale, compresi in delitto, che la meriti.</p><p rend="text">Nel tempo dell’assenza de’ padri dalla Cocincina, il frutto, che raccolsero i catechisti rimasti non fu ordinario, considerate le difficoltà della persecutione. Perciocché per man di que’ ferventi huomini, ricevettero il battesimo intorno a cinquecento.</p><p rend="text">Ma tornando a’ Padri sudetti, tosto che essi gionsero in Camboscia, trattaron del passagio alla Cocincina: fondando la speranza di dovere essere ammessi dal Re ne’ gran presenti, singolarmente di perle, che seco recavano; e poi nella natura mutabile di lui, a ciò aiutata dall’interesse. Tutti gl’intoppi furono nella navigatione. Avvegna che trovato il navilio e apprestate tutte le cose necessarie al viaggio; nel punto che si voleva sciorre da porto, i marinai che eran Gentili, s’andarono a consultare co’ piedi della gallina. Questo genere di superstitione praticasi in tal modo. Fan cuocere una gallina. Indi que’ che governan la nave si pongono attentamente a osservare i piè dell’animale: i quali secondo mostran le dita, aperte, o chiuse; così insegnan la qualità degli avvenimenti futuri. Or poiché i piè della gallina pronosticassero cattivo viaggio, vennero [f. 12] in tal timore i Gentili marinai, che fuggiron tutti, fino ad abbandonare il legno. Né vi fu ordine a richiamarli, tutto che loro larghe paghe e premi si promettessero. S’afflissero molto i padri per la leggerezza di quella gente, e per haver perduta l’occasione di altri navili, che già eran partiti: rimanendo loro poca speranza di poter viaggiare in quell’opportunità di venti, che homai erano al fine. Ma ecco un’effetto raro di providenza del cielo. La nave di certo mandarino Giapponese Cristiano, la qual dirizzava verso Macao, trattenuta dalla corrente contraria, stava fissa, aspettando la mutatione. Seppero ciò i Padri e poiché non era tempo di tentare altri mezi, in in [sic!] cerca del legno, e trovatolo, vi entrarosi dentro: persuadendosi che nel passar la costa della Cocincina, o quivi gli lascerebbe; overo costretto dal tempo, colà andarebbe a svernare, per essere quasi compiuta la montione, che chiamano. E l’indovinarono: perciocché dopo quaranta giorni di viaggio, ultimamente con non poco travaglio alla Cocincina si videro.</p><p rend="text">Gionti che furono, tosto al re fu dato avviso della venuta de’ Padri; e del ricco presente, che a Sua Maestà recavano: chiedendo essi insieme licenza di visitarlo. Allegrossi sopra misura il Re ingordo, della nuova del presente. Onde deposto ogni [f. 12v] antico odio, concedette al Padre Superiore il venir per la visita nella Corte. E costui era il P. Metello Saccano. Intanto che si attendeva la risposta, parve bene il visitare un gran privato del Re, fatto da Lui Governatore della Provincia di Caciam. Questi cooperò sommamente all’uscita de’ Nostri dalla Cocincina, ed era fiero persecutore de’ cristiani. Nondimeno quell’ossequio, accompagnato da un nobil presente, mitigollo in modo, che se ben non favorì i fedeli, vi rimase da esser loro contrario in avvenire. Il che fu stimato non isprezzevol guadagno.</p><p rend="text">Saputo dal P. Saccano il beneplacito del Re prese il cammino verso la Corte di Sinoa cammino in vero assai travaglioso, sì per la tempesta continova, che i venti boreali mantengono in quel mare; come anche, perché dopo tre giorni, e più di sì perigliosa navigatione, convien camminarne tre altri a piedi, rampicandosi per un’altissima et alpestre montagna, che da l’ingresso a Sinoa. Il qual grave disagio fu in gran maniera al Padre addolcito da un’avvenimento, che si offerse, assai degno e di sua gran consolatione.</p><p rend="text">È attaccato alla falda di questo monte un villaggio, detto Song: ove dimoravan molti cristiani in tempo che le cose della Fede godevan bonaccia. Ma [f. 13] hora per tante burasche di persecutioni non vi son rimase che alcune poche case che osservan la legge di Dio. In una delle quali ricoverandosi il Padre, per amministrare i sagramenti a coloro, che gli volesser ricevere, perciocché eran già molti anni che non havean veduto alcuno de’ Nostri: hebbe notitia d’un’huomo di presso a ottanta anni di età, Gentile; il quale trovandosi in transito di morte, e assai vicina, per non haver preso in sette giorni nodrimento alcuno; esortato più volte da Cristiani a ricever la Fede, era stato mai sempre durissimo. Non pertanto il padre mandogli un catechista con alquanto di polveri medicinali, che per ventura trovossi. Ammirò il moribondo quell’atto di carità; e Iddio parlandogli in cuore, inferì che non poteva essere che santissima, e la vera una legge, la quale insegnava il por mente in un’abbandonato homiciatto. Indi il buon vecchio risoluto di seguir Cristo, il qual con tanta sofferenza l’havea aspettato fin’ a quel termine stremo; no dié di ciò segno. Accorse tosto il Padre: e battezzollo, con porgli nome Giuseppe. Ma il felice huomo bagnato che fu dalle sagre acque, morì; con sì pretiosi pegni di sua predestinatione.</p><p rend="text">Gionto il P. Saccano alla Corte andò tosto a visitare il Re: il qual l’accolse con grande cortesia, e uscì al dono mandatogli, ringratiandone il Padre. Questi, scorto la buona [f. 13v] occasione, chiese in gratia al Re il dimorare in casa di un celebre Cristiano, per nome David: e gliel consentì. Dopo la brieve visita, quivi egli si trasse: ove la notte faceva catechismi, prediche, istruttioni, battesimi. Perché poi il gran concorso di Cristiani, e di Gentili in quella casa non desta alcun sospetto, il Padre vestendo alla Cocincinese per non essere conosciuto, hora si portava in un luogo, et hora in un altro. Era l’inverno crudelissimo, fino ad ucciderne molti il rigore del freddo. Nondimeno con generoso disprezzo della vita, veniva gente da centinaia e più di leghe. Cooperò ben molto alla divotione de’ fedeli il giubileo di Nostro Signore Innocentio Decimo. Perciocché fin’ a quel punto non vi era memoria nella Cocincina d’esserne altro capitato. Onde tutti procurarono d’arricchirsi di quel gran tesoro spirituale, recato dal Padre. E fuvi, fra le altre, una donna la quale gravida e in termine vicino di partorire, fe’ per mare in que’ freddi due giornate, per guadagnar l’indulgenza. Ma in toccando il porto, nella barca stessa partorì un bambino: il quale, in premio della divotion di sua madre, il vegnente giorno ricevé l’acqua del santo battesimo. Altri casi accaddero in tempo della dimora in Corte del P. Saccano: e i seguenti furono i più notabili, e ne’ quali si vide maggiormente la forza della vocatione divina [f. 14].</p><p rend="text">Tre matematici andarono una notte alla casa del Padre, tratti dal desiderio di udire anzi le dottrine de’ cieli, che i santi insegnamenti del Creatore di quelli. Ma egli servendosi di cotali curiosità, come di esca, gli fe’ cadere nella sua rete. Onde continuando per alcune notti a udire il catechismo, e la risolutione d’ingegnosi dubii, che proponevano: furon lavati nel sagro fonte, con allegrezza comune. Havendo compagno un tal vecchio, il quale esercitato molti anni l’ufficio di Taifutui, che è Indovinatore delle cose avvenire; abbandonando la cattedra del demonio, e reso discepolo di Cristo: sé la moglie, e i figliuoli condusse al battesimo.</p><p rend="text">Ma fra coloro; che per questo effetto portaronsi un giorno dal Padre, fu una donna; la quale egli non volle battezzare, per conto d’alcune stranezze, e stremi che le vide fare; o di ciò fosse cagione qualche difetto di giuditio, o alcuna vessatione dell’infernale nimico. Tornò colei assai triste in casa; e per ingannar la malinconia, prese a legger un libro di voto. Ma a suo gran prò: perciocché tosto guarita; e confessando d’aver ricevuto da quella lettione una chiara intelligenza de’ misteri della fede: le fu tosto conferito dal Padre il battesimo. Cento venti persone della Corte entraron pure nell’ovile di Cristo. Altre come hora dirassi, grandemente vi si disposero [f. 14v].</p><p rend="text">E fra queste fu il figlio del Governatore della Provincia di Ranran; e n’hebbe la seguente occasione. La moglie di costui, la quale è di sangue reale, e nipote di Ba Maria da noi mentonata più innanzi; tutte le volte che partoriva vedevasi con estremo dolore i pegni passar dal ventre alle fauci di morte: senza che fosser di giovamento le molte cerimonie superstitiose de’ Bonzi. L’anno quarantotto le nacque una creatura. E trovandosi nell’istesso pericolo dell’altre, la nutrice, che era cristiana, essortò quella Signora a battezzarla: con qual mezo affermò che viverebbe senz’altro. L’amore l’indusse a ciò finalmente: e l’effetto seguì. Avvenne indi a poco, che essendo il Padre Saccano nella Corte, il sudetto marito di colei andò un giorno a visitarlo, e pregollo a volere honorar sua casa. Il Padre il compiacque: e trovò in una camera particolare un bel quadro di Cristo Crocefisso; il qual, marito, e moglie adoravano. Onde si mise a persuader loro, che poiché conoscevano il vero cammino, volesser far quello, che fatto havevano co’l lor figliuolo. Il marito scusavasi coll’humano, e interessato rispetto del Re si dava però licenza alla moglie di battezzarsi. Costei, che non ancor conosceva la divina gratia quanto operar potesse, forte temeva che il consorte imbriacato un giorno, come sovente far voleva, la costringesse ad adorare il Pagode: e perciò si rimase. Ambedue nondimeno conservarono [f. 15] un gran concetto verso la legge di Dio. In modo che, quel signore dovendo, come Mandarino che egli era, far’ergere una cappella in mezo alla sua piazza al Pagode; non volle farlo a partito veruno.</p><p rend="text">Di maggior conseguenza e utilità per le cose della Fede fu l’affetto che prese a quelle la seconda moglie del Re della Cocincina; e per tal conto una delle Reine. Teneva costei nel palazzo una serva Cinese, Cristiana: la quale d’ordine di lei riceveva ogni giorno buon numero di bastonate, per non voler far riverenza all’immagine del Re morto, e padre del presente; secondo la superstitiosa scioccheria della Cocincina, adorato per Dio. La meschina donna fe’ di quel reo trattamento consapevole quel David cristiano, albergatore del Padre. E questi messo in man di lei il libretto del catechismo, così le disse: [Va, e presenta alla Reina quel che io hora ti ho dato; e ne vedrai mirabili effetti, e di tua consolatione.]. Così fece. E colei cominciando a leggere il catechismo, tutto che non comprendesse i misteri alti, che trovovvi, formò sollevatissimo concetto della religion cristiana. Onde in avvenire si astenne da esiger dalla serva quegli atti sacrilegi verso il Re trapassato. Mandò appresso a visitare il Padre, e a chiedergli altri libri: et havutigli, lesseli molto a bell’agio, e bagnolli sovente di lagrime. Letti poi che gli hebbe; con saggia [f. 15v] industria gli chiuse dentro uno scrigno, dove il Re spesso andava a cercar cose di suo gusto; a fine che incontrandosi egli in quegli, e leggendoli, deponesse la rea opinione, che haveva alle cose de’ Cristiani. Intanto ella vinta dal timore d’uscir dal gran numero delle Reine, e mogli del Re; non ha voluto fin’hora udir di battesimo. Ma forse il Signore con qualche effetto della sua efficace gratia, premierà un giorno le dispositioni, che ella pone per farsene meritevole.</p><p rend="text">Eran già parecchi dì, che il P. Saccano stava nella corte, occupato i ministeri di anime, e lieto dell’acquisto grande; che al ciel se ne faceva. Dall’altro lato il Re non mostrava d’haverne noia: argomento ben chiaro di nuova benivolenza, da cui si potesse prometter molto. Per tanto i Cristiani più gravi furon di parere, che si procurasse Residenza in detta Corte, con beneplacito del Re: acciocché i Padri stando più sicuri nel Regno, venisse la Fede a far progressi maggiori.</p><p rend="text">Cominciossi a pensare a mezi dell’ottimo disegno. Et uno in prima se n’offerse; ma di pernicioso essere, quanto mai altro. Perciocché un Mandarino, parente stretto del Re, consapevole del trattato andò un dì a visitare il P. Saccano; e sì gli parlò: [A voi è noto quanto avido sia il nostro Re d’impadronirsi del Regno di Tunkím. Or se gli darete qualche buona [f. 16] traccia per questo intento; e Residenza, e quanto vorrete, io vi prometto.] Il Padre a cotal proposta rispose secca, e saggiamente ch’egli di poca età era entrato in Religione. Onde era affatto imperito di materie di guerra. Nondimeno, che in ogni altra cosa, che fosse servigio di Sua Maestà, con pari animo, et affetto offerivasi. Due ragioni mossero il Padre a rispondere in tal maniera, come egli stesso poscia affermò. La prima, per parergli questi mezi assai alieni dal fine, che si pretende nell’India, che è la sola predicatione del santo Vangelo: né per ciò poter esser giammai favoriti da Dio. La seconda perché non seguisse qualche gran pertubatione nella tanto fiorita missione di Tunkím: se arrivasse agli orecchi di quel Re, che un Padre nella Cocincina aiutava l’altro Re nemico alla conquista del suo Regno.</p><p rend="text">Schiuso questo mezo, venne in consideratione un’altro, approvato e commendato da tutti; havuto l’occhio alla natura de’ Cocincinesi, la qual va dietro a tutto ciò, che fa alla conservation della vita. Il mezo era, chiedere un luogo, in cui fossero ammessi, e governati da’ Padri i poveri infermi di quella Corte. E per esser gli habitatori di essa poco men che tutti soldati, il benefitio tornava a gran pro’ del Re, e del Regno. Opera poi in sé molto honesta; assai propria di Cristiani; e agli occhi de’ Gentili tanto più [f. 16v] ammirabile, quanto meno eglino son’ usi a veder’atti di vera carità, senza mescolanza sordida d’interesse. E questo spedale sarebbe stato per divenir seminario d’innumerabili anime, che quindi havrebber preso volo alla gloria beata.</p><p rend="text">Formò adunque il Padre la petitione, e con raddoppiate visite presentolla al re. Da cui però non poté mai trarre di bocca, che parole generali di ringraziamento. Ed era voce comune nella Corte, che quantunque il Re fosse ben’animato co’l Padre, per conto de’ presenti ricevuti; sentisse però bassamente delle cose della Fede, per le false informationi, che gli havean fatto gli emoli invidiosi.</p><p rend="text">In mezo a tal negotiato un Mandarino, gran letterato, e maestro un tempo del Re mandò dal Padre un Cristiano con ambasciata di dover con lui conferire alcune difficoltà importanti di Matematica. Onde volesse venir quanto prima in sua casa. Non tardò il Padre a compiacerlo: e fu ricevuto con sommo honore, e splendidezza. Dopo desinato, il Mandarino trasse il Padre in una più favorita stanza, e gli chiese molti dubii intorno al movimento de’ cieli, e viaggi delle stelle. L’altro per haverne fatto qualche studio, e portato dipinte in carta alcune figure su questa materia; die’ a colui tal soddisfatione; che egli avvisando poter [f. 17] quella scienza esser, sopra modo, profittevole a’ disegni del suo Re; fe’ al P. Saccano una proposta, poco dissomigliante dall’altra del Mandarino, accennata più addietro. Onde disse: [Padre, io ben veggio che voi siete un’eccellente matematico. So ancora che trattate d’haver ferma stanza in Corte. Né credo che a voi, che sapete sì per minuto le cose tanto da noi lontane de’ cieli, sian’ ignote le giuste presensioni, che il re della Cocincina ha su’ l Regno Tunkinese. Or se tanto vi promette la nostra arte, onde ci sappiate dire in qual giorno, e in qual’ hora Sua Maestà possa co’l suo esercito dar sopra Tunkím, e farsene felicemente padrone: picciol premio sarà l’haver concedimento di Residenza; perciocché sarete in più alta maniera rimunerato.]. Rispose il padre, che egli era vero d’esser lui passato con molti, e grandi patimenti in fin da Europa alla Cocincina, per vivere in quella, e spendersi tutto in ogni occasione di servire il Re, e’l Regno. Avvertiva però che ciò doveva esser con vere opere, e non con inganni che il rendersi lui signor di Tunkím, non era fatto da potersi miga indovinare per moto di cieli, o corso di pianeti. Che le corone stavano in mano di Dio, a cui si havea a ricorrere: perciocché egli riparte i Regni e conserva i Re. A queste aggiunse altre ragioni, per cui il Mandarino rimase più convinto, che consolato: volendo che la cosa si decidesse affatto per Matematica [f. 17v]. Ma quanto il zelante padre affaticava per impetrar la Residenza, tanto il demonio faceva sforzo per cacciarlo dalla Corte, e dal Regno. Né quanto per questo sperò, fu privo d’effetto. Ciò permettendo quel Signore, i cui giudizii sono abisso senza fondo. Due avvenimenti in questo mentre seguirono, i quali alienarono in tutto il Re, e’l condussero ad atti di sommo sdegno. Il primo caso fu il seguente.</p><p rend="text">Un giovane Cocincinese improvvisamente divenne matto. I parenti, che molto l’amavano, il menarono a’ Cristiani neofiti, pregandogli a voler raccomandare al Signore la disgrazia, che colto havea quel meschino nel più bel fior de’ suoi anni. Coloro il fecero; e l’altro, come a Dio piacque guarì: e in rendimento di gratie ricevette il battesimo. Indi a poco prese moglie una Gentile. La quale, (quanto è potente l’amore fra coniugi) il ricondusse all’antiche idolatrie. Ma che? In pena di sua incostanza torna egli a uscir di senno. La donna veduto pazzo il marito, scacciollo bruttamente di casa. Onde a lui convenne andarsi rammingo; hora albergato per carità da un Cristiano, et hora da un’altro. Ultimamente un giorno rubbato una ricca veste di scarlatto a certo Signore, che l’havea tenuto in casa; se la mette in dosso, con haversi innanzi composta ben la capellatura che certo pareva huom risguardevole. Quindi si porta nel palazzo del Re. Entra nella prima porta, senza resistenza delle guardie: [f. 18] le quali avvisarono colui esser persona di Corte, già che entrava con tanta sicurezza, e senza beretta in capo: il che dinota gravità, al contrario di noi; né ad altri che a questa sorta di gente è permesso. Appresso si trasse più oltre, infino al trono, ove in occasione di audienza, il re suol sedere. Avvertiron ciò i soldati; e perciocché eran tempi di guerra, entrarono in qualche sospetto. Onde fecero al matto l’interrogatione, che conveniva. La risposta fu tale, che tosto additò l’infermità, che quegli pativa. Nondimeno no’l poté liberare dalle mani di coloro: i quali subito il presero; e fattogli la cerca adosso, gli trovarono un rosario, un pezzetto di osso, e certa radice che sembrava medicinale. Il menarono i soldati al Re; il qual dando orecchio alle ciance de’ Mandarini mal’ affetti al Padre; che asserivan costui haver mandato l’huomo a far con quelle cose alcuna stregoneria a sua Maestà: senza più essame, sententiò l’infelice giovane a esser trafitto da lancie. In cotal guisa terminò egli fra brieve hora la vita: con qualche pegno di sua salute; perciocché prima che essergli spedite a fianchi lancie, e morire, chiese tempo, e gli fu conceduto, di raccomandare il suo passagio al Signore. Onde giova sperare, che quella somma bontà non l’havesse abbandonato in tal punto stremo. Questo fatto messe fuoco d’ira nel cuor del Re. Ma quel che hora dirò, vi accese un’incendio. [f. 18v] Non passaron molti giorni, che una mattina comparve nel palazzo del re un cartello: in cui con parole assai pregiuditiali gli si minacciava sollevatione, se non abbracciava la legge de’ Portoghesi: così parlano que’ Gentili. Non si seppe l’autore, ne fuvi chi’l ricercasse. Riputossi però comunemente, che fossero stati i Bonzi. E confermossi l’opinione, avvegna che su’l medesimo tempo alcuni d’essi capitaron da Caciam nella Corte. Il foglio fu recato subitamente al Re: il quale rimase tanto sdegnato contra i Cristiani, da lui stimati rei del delitto; quanto ciascun da sé può pensare, bilanciate le circostanze del caso in un Re giovane, superbo e diffidente. Chiuse però nel petto per allhora la stizza.</p><p rend="text">Ma la mattina del dì vegnente, uscendo egli alla publica audienza, dopo essere stato visitato dal suo maestro; prese a lamentarsi davanti a corteggiani della trascuratezza de’ Ministri e della poco diligenza delle guardie: rinovando la memoria del fresco successo del matto. Indi, volto il parlare contra un’honorantissimo<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="19.html#footnote-007">44</ref></hi></hi> mandarino cristiano, il più antico, e vecchio della Corte per haver servito quattro per fila i Re<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="19.html#footnote-006">45</ref></hi></hi> della Cocincina; così andò brontolando: [Ounghè Paolo (questo era il nome di colui) tutto l’intero dì mi sta recitando orationi, e leggendo libri di Cristiani in casa sua. E in tanto del mio real servigio non cura.] A pena hebbe ciò detto, quando [f. 19] si fa innanzi un capitan di soldati, e intreccia gravi accuse d’un’altra cristiana di gran valore, i cui ei dovea non so quai danari. Il nome di lei era Isabella Menguicet. Non mancò altresì chi del David Armenio, hospitaliere del P. Saccano, come di sopra si disse, affermasse opere degne di gran gastigho. Il Re non volle udir di vantaggio; ma menando furie da forsennato, mandò una compagnia di soldati a prender l’avventuroso ternario di Cristiani.</p><p rend="text">Il primo assalto fu dato alla casa di Paolo. Onde fu preso egli, et uno studente catechista dei Padri, per nome Antonio di età di ventitré anni. Amendue ligati furon condotti davanti al Re. Il qual chiese a Paolo perché seguiva la legge de’ Portoghesi, da lui l’anno addietro vietata. Rispose questi, che ei la legge del Signor del cielo; non quella de’ portoghesi osservava. Il Re ordinò che fosse messo in carcere: dicendo che per esser sì vecchio non volea tanto presto farlo morire. Poscia rivolto ad Antonio, fe’ l’istessa dimanda. E costui rispondendo pur come Paolo, il Re soggiunse: [Poiché voi dite d’esser seguace di cotesto Signor del cielo, vorreste andare a vederlo?] Francamente Antonio rispose del sì. E quel barbaro, senza più: [or compiacetelo, mozzandogli hor’ hora il capo.] Esseguita senza indugio fu la sentenza. I particolari della Corte<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="19.html#footnote-005">46</ref></hi></hi> si diranno per avanti più acconciamente. [f. 19v] Apresso, il Re diè ordine che la casa di Paolo fosse diroccata. Mentre ciò in modi troppo vituperevoli si faceva, corse avviso in casa di David, ove il P. Saccano dimorava, di venir gente a prenderlo. A cotal novella portossi egli da animoso soldato di Cristo: attendendo nel campo i nemici. Dissegli il Padre se volea riconciliarsi, essendosi confessato non molti dì prima: perciocché non sapevasi dove fosse per andare a terminar le cose. Egli allhora piegò i ginocchi, per apparecchiarsi: e’l Padre i suoi, per raccomandare a Dio quel negotio. Quando eccoti di ripente numerosa squadra di soldati da sopra amendue: sì che a pena hebbe agio il Padre di dare all’altro l’assolutione; presupposta la volontà dichiarata di penitente. Ligarongli mani dietro: e fecer loro compagno un giovinetto, che serviva il padre. Ma nel condurgli, avvertendo i soldati che David per ragion del gran freddo haveva in dosso un malantrano, e’l padre una meschina zimarra, (sopra la ruba fatta alla casa di quanto vi era) gliene sgravarono: togliendo anche a questi il libricino di Tomaso de Chempis. Queste, et altre circostanze, cadute in giornata di Venerdì, erano loro vive, e grate memorie della presura di Cristo: il qual gli animava a sofferir patimenti maggiori.</p><p rend="text">Nel medesimo tempo altri soldati portaronsi alla casa d’Isabella Menguicet: prendendo lei e il [f. 20] maggior suo figliuolo, per nome Vincenzo, insieme con un servo, detto Alessio. E avvegna che questa casa fosse vicina al real Palazzo, prima essi<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="19.html#footnote-004">47</ref></hi></hi> che gli altri prigioni vi giunsero. E accadde fra la madre, e’l figlio una santa, e tenera contesa su chi di lor due havesse innanzi a parlare al Re. Ma ella vinse; con generosità inoltrandosi, e lasciando Vincenzo addietro. Venuta la donna in presenza del re, questi la riprese acerbamente del dare albergo a’ Cristiani in sua casa. Poscia le fè lungo catalogo delle accuse havute da Mandarini. Dì tutto con lieto ciglio la santa Signora; né altro che queste sole parole con somma modestia proferse: [vostra Maestà s’informi del vero.] Non volle il re altra informatione, o processo. Ma cieco da passione, ordinò che subito fosse buttata agli elefanti. E perché quel supplicio riuscisse a maggior terrore, commandò che non si eseguisse se non alla veduta di molta gente. Il servo, e’l figlio furon menati in carcere e la madre alla morte.</p><p rend="text">Dopo la barbara condannagione, il Re uscì dal palazzo per sollazzarsi nel fiume. Ma poco anzi d’entrare in barca, gli furon presenti il P. Metello Saccano co’l famiglio, e David Armenio, legati con grosse funi e pessimamente trattati. Chiese il Re se colui era il Padre Europeo; e intendendo del sì, commandò che tosto fosse sciolto, entrando in collera col capitano, d’haverlo preso; e scusandosi co’l Padre [f. 20v] dell’errore, che colui fatto havea. Indi chiamato il Mandarino de’ Portoghesi, il qual’è de’ più autorevoli della Corte, gl’ingionse il condurre a casa sua il Padre Europeo; trattarlo bene per alcuni giorni; e poi dargli commodità d’uscire dalla città. Tutto osservato con estrema essattezza.</p><p rend="text">In questo spinsero avanti David, e quel famiglio. Il Re, di costui volle prima sapere; et intendendo esser’ huomo del Padre, tosto il mise in libertà. A David, poi, il qual benissimo conosceva, disse come di sopra ad Antonio, perché seguisse la legge de’ Portoghesi; et havendone appunto l’istessa risposta, et emenda, di non esser quella legge che del Signor del Cielo: [Orsù, soggiunse, vvò io mandarvi certo al Signor del Cielo]. E  dopo haver così detto fè segno che il decollassero: e fu tratto via da’ soldati. Ma nel passare il benedetto condannato per avanti il luogo, ove si era fermato il P. Saccano per vedere i compagni; chiesegli con voce alta, confessione: e dando materia d’assolutione, la ricevette da lui. Fu condotto nel Basar, esser piazza maggiore; nel quale luogo quattro anni innanzi havean dato la vita per Cristo due Catechisti suoi cari amici, detti Ignatio e Vincenzo. Fin qui seguì lui la moglie, presa; godendo di veder suo marito morire per sì nobil cagione. Ma egli poco anzi di offerire il collo alla catana, da lei licentiossi, con esortarla ad osservar la santa legge di Dio fin’ all’ultimo spirito; e insegnarle [f. 21] le parole, che dir dovea in presenza del Re, al qual la menavano. Altri atti, né dimostrationi di tenerezza in quell’estrema hora non diè fuori l’huom generoso. Ma genuflesso, orando, e spargendo placidissime lagrime, espresse da viva allegrezza del cuore; con in bocca i santissimi nomi, ricevé il colpo, che netto gli spiccò il capo dal busto. Morì a sette di Gennaio dell’anno <hi rend="CharOverride-7">1650</hi>: havendone intorno a quaranta di età. Ma perché si ammirino le altre tracce di Dio; e si veggano i passi, per cui egli si compiacque di condurre il felicissimo David alla corona: mi piace di farmi alquanto indietro, a dire alcuna cosa della vita di lui.</p><p rend="text">Fu David di natione Armeno che perciò sortì da Portoghesi il sopranome di Armenio. Il padre, per nome Pietro, era gran mercatante: e per cagion di mercatantia passò a Polonia e quindi all’India nelle navi Olandesi: seco recando quantità somma di ambra. Prese porto in Iacatra, ove comperò un navilio; e caricatolo delle droghe che colà non havea potuto vendere, navigò in Cocincina: sperando gran guadagno trarre dall’ambra in que’ paesi stimata oltre modo. Arrivato nella Cocincina trovò il principe terzogenito del re Civasay, il qual governava la Provincia di Caciam. E questi per sé comperando quasi tutta l’ambra, andò tardando in soddisfare alla paga [f. 21v].</p><p rend="text">Intanto il nostro David, giovane allhora di non più di ventidue anni, udendo in Armenia la novella d’esser suo padre trascorso da Europa nell’India; determinò d’andargli dietro. Con la quale risolutione partì da sua patria verso Ormuz; con lettere di raccomandatione del Persiano agli Olandesi; per impetrar passagio a Iacatra: dove gli dissero che il padre era. Ma quivi non trovarolo, per esser’ ito (come di sopra si disse) nella Cocincina, fin la si trasse per mezo di alcune navi Olandesi. Arrivò adunque a veder finalmente il padre. Ma l’hebbe a vedere afflitto sopra misura, per non poter ricuperare il danaro, che il Principe Governatore di Caciam gli doveva dell’ambra vendutagli. </p><p rend="text">In questo mentre accadde la morte del Re Civasay, e la sollevatione del principe in Caciam. Il qual con le forze, che havea, e per esser nel cuore del Regno; pensava di poter mantenersi. Ma perciocchè l’esercito del fratel maggior (acclamato già Re nella Corte) era assai vantaggioso al suo; non potendo egli più resisterli, si fuggì in una galea. Ma preso nondimeno co’l segno, finì miseramente fra brieve i suoi giorni co’l qual successo il meschin padre di David perdette tutto il suo capitale; né potè più armare il navilio; il qual si rimase marcendo in mare. Così egli ucciso da tristezza, indi a poco morì. Restò David molto povero, con quasi nulla [f. 22] del suo. Onde diffidò di tornare alla patria, sì per mancamento del necessario a sì lungo viaggio; sì per tema che in Armenia non gli chiedesser conto coloro, che a suo padre havean prestato danaro; e sì ancora per haver conceputo amore a certa Gentile, con cui per consiglio del P. Alessandro Rodes, che colà dimorava, si unì in matrimonio: lavata ella innanzi nel sagro fonte.</p><p rend="text">Risolvette adunque di fermarsi nella Cocincina; procacciandosi il vitto con alcune minute mercantiole. E per le disgrazie personali, e del padre, entrò tanto in sé stesso, che divenne un de’ più esemplari Cristiani, che fossero in tutto quel Regno. Faceva due hore di oratione il giorno; et ogni tre si confessava, e comunicava; havendo agio di sacerdote. Udiva ragionar di cose di Dio con tanta attentione, che rimaneva, come sospeso, et estatico. Portava somma riverenza a’ nostri Padri; e n’eseguiva i menomissimi cenni. Trovandosi il Padre Saccano quest’ultima volta nella Corte: e, (come più davanti si disse) convenendogli sovente ascir di notte, vestito alla Cocincinese, e per conseguente co’ piè scalzi; per portarsi, così incognito, in vari luoghi, ove si ragunavano i Cristiani: il buon David tutte le volte che il Padre tornava in casa, che era la sua, ove l’albergava; voleva in ogni partito lavargli colle proprie mani i piedi. Onde quegli fin dallhora il guardava e venerava come martire del Signore. Inoltre venne [f. 22v] a tanta humiltà, che non voleva a conto veruno che gli altri il chiamassero Ouunche: parola, che significa, Signore, in lingua Cocincinese. Dell’ingiurie era patientissimo. E forse una gravissima, che ne sofferse, gli lavorò la corona. Perciocché da un gentilhuomo di Macao l’honorato huomo ricevendo uno schiaffo; ricordevole del consiglio vangelico, pregò, il percussore a battergli l’altra guancia. Haveva un cuore tutto misericordia. Ne venne mai povero in sua casa, che non si partisse con qualche limosina, hor di danari, hor di dispensa; et (altro non havendo) di alcune cose medicinali di cui facea professione. E ciò indifferentemente a Cristiani e Gentili. Imitatore altresì del santo Tobia tutto era in sepellire i difonti. Della qual, pietà questo fu illustre essempio. Un servidore Gentile rubbato gran robba al suo padron Cristiano; perché non fosse scoperto gli tolse la vita. Seppe ciò il Consiglio supremo; e per mezo di molte diligenze havuto in mano l’homicida, fello morire. Intanto i cristiani andavano con la loro carità in busca del corpo di quel signore. Il trovarono in fine, ma sì corrotto, e fracido, che niuno osò d’accostarvisi. Solo il generoso David vincendo con la virtù l’horrore, con le sue mani prese lo schifo cadavero, e gli diè honorevole sepoltura.</p><p rend="text">Di cotali opere di misericordia corporale servivasi egli, per esercitar le più nobili della spirituale. Il suo zelo era ardente, et animato da viva fede. Onde con tutte le arti [f. 23] et industrie procurava che i Gentili si convertissero; i convertiti si conservassero; e i caduti si rimettessero in piedi. Per questo effetto haveva in sua casa un ben’ inteso oratorio; e quivi quantità grande di libri pii in lingua Armena; i quali a sue spese facea tradurre nella Cocincinese. Di più, rosai, immagini, reliquiari, et altre cose di divotione senza conto: le quali con zelante liberalità distribuiva; infino a spropriarsi delle più care; per far con que’ donarelli guadagno di qualche anima al cielo. In assenza poi de’ Padri ei catechizzava; predicava, e dava il santo battesimo: osservando l’istruttioni da lor ricevute. Quando nella Corte accadde l’avventurosa decollatione de’ sopranominati due catechisti, Ignatio, e Vincenzo; il fervoroso David trovossi presente; e non poteron tanto rimuoverlo i soldati esecutori della giustitia, ch’egli non raccogliesse tutta la terra; bagnata co’l sangue de’ confessori di Cristo. E più oltre trahendo lui la sua divotione magnanima, tanto seppe operare che hebbe i loro corpi, e gli sepellì. Ma accusato falsamente al Re d’aver bevuto sangue humano; fu preso, e battuto: né molto vi volle, che no’l facessero morire. Ma Iddio distornando l’effetto per hora; e sol con quelle bastonate accennandone, e come disponendone i preludi: il fe’ seguire dopo altri quattro anni, ch’ei faticò in quella sua vigna; e nel modo, che rimane già detto. [f. 23v]</p><p rend="text">Ma tornando agli altri due felicissimi coronati Antonio il Catechista poiché ricevé dal Re la sentenza di morte, e con ordine di dovervi incontanente eseguire: un Mandarino, tutto che Gentile, veduto un giovane di sì leggiadro essere, come lui, esser condotto al supplitio; intenerito pregò i soldati a camminare lentamente, per dar tempo al tempo, e veder se per ventura rivocasse il Re la sentenza. Questo fe’ la compassione del Mandarino. Ma il fervore del Catechista, e la sete del martirio gli suggerirono atti contrarii. Perciocché in quel viaggio con queste parole cocincinesi confortava i soldati, e bargelli ad affrettarsi: [Diccioceu, diccioceu, dicciecom ceu]. Che tanto spiegavano: [Fate presto, fate presto, mozzatemi presto il capo]. Tanto fu preso dal santo desiderio di morir per Cristo, che a mezo cammino, impatiente di arrivare alla piazza maggiore, ove dovea farsi quel sagrifitio; rinovò con lagrime l’istanza a non farlo passar più innanzi; con rimanere in forse la sua fortunata sorte. E gli fu consentito. Perché appunto ove il fiume sboccava, posto ginocchione, con le mani giunte, e gli occhi rivolti al cielo, fu decapitato nel medesimo giorno che David e nel ventesimo terzo dell’età sua.</p><p rend="text">Fu Antonio di nation Cocincinese; nato in un villagio detto Dondexan nella provincia di Quangbin. Il padre visse, e morì Gentile. La madre ancor viva: ed è Cristiana. Fu, di diciassette anni battezzato dal P. Alessandro Rodes, [f. 24] poco anzi d’esser costui<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="19.html#footnote-003">48</ref></hi></hi> preso, et esiliato in Macao. La costanza nel morire de’ tanto accennati Ignatio, e Vincenzo, il mosse ad abbracciar la fede di Cristo. E avvegna che egli era di molto humili natali, né havea con che vivere; acconciossi per servo, ricevuto nel numero di altri che la chiesa servivano. Così negli uffici bassi occuppossi tre anni. Dopo i quali volendo forse il Signore provar la sodezza della vocatione di lui, permise che per cagione d’un Catechista inquieto il qual convenne cacciare, fosse licentiato ancor’esso. Non viveva contento Antonio, lungi dalla cara sua chiesa. Andava, e veniva sovente fin da Quangbin a Taifo, viaggio di ben sette giornate, per ricevere i sagramenti: mostrando somma brama di tornare all’antico esercitio.</p><p rend="text">Con questo desiderio l’anno passato udendo che i Padri andavan da Camboscia alla Cocincina, partisse da Quangbin verso Ranran, dove dalla banda del sul comincia la costa di qual Regno. Qui seppe che i Padri eransi inoltrati alla Corte: et ei fin là seguilli. Sì gran fervore meritò che Antonio fosse non sol riammesso al servigio della chiesa; ma anche impiegato nell’uffitio di catechista: esercitato da lui poco men di un ‘anno con somma diligenza, e soddisfattione. Or nella sollennità dell’Epifania, ei con altri Cristiani confessossi, e comunicossi. E perciocché quello fu il precedente giorno alla sua felice morte, avvennero alcuni particolari degnissimi. [f. 24v]</p><p rend="text">Il primo fu, che accostandosi a comunicar cogli altri, quando il Padre pervenne a lui, no’l riconobbe: parendogli che il sembiante mostrasse non so che di straordinario, e certo come splendore, a cui non potean regger gli occhi del sacerdote. L’altra maraviglia fu, che essendo egli stato molti anni nella casa de’ nostri Padri, et havendo infinite volte veduto dar l’olio santo a que’ che si battezzavano: non gli sovvenne mai di non haverlo ricevuto; perciocché il P. Alessandro Rodes battezzollo fuor della chiesa: onde non gliel poté dare. Solo quel giorno, che fu immediatamente innanzi alla sua corona; battezzando il P. Saccano un giovane, Antonio raccordò che gli mancava quel compimento del battesimo. Volendo il Signore che il suo combattento, unto discendesse alla vicina pugna. La terza circostanza mirabile, fu, che finito di ricever l’olio de’ catechumeni, andonne alla casa di Ouunghe Paolo (del qual si disse più addietro) a fine d’esser meglio istruitto da quel vecchio Cristiano e santo Mandarino nell’uffitio di catechista: e indi a un’hora fu preso: perché gli fu dato l’olio il giorno seguente. Ma dispositioni alte di Dio! Vennero i soldati in quella casa. Chiesero quali fossero i Cristiani. Molti confessaron d’esser tali. E non pertanto, i soldati dieron solo adosso ad Antonio. Il presero, condussero al re: et avvenne quanto non si dee qui ripetere. [f. 25]</p><p rend="text">Non molto lungi dal luogo, ove Antonio sparse il sangue per Cristo, versò anche il suo la generosa Isabella. Quivi per esecutione della sentenza del Re, essendo presente gente innumerabile, furono apprestati ben dieci elefanti: e questi non dimesticati, ma indomiti, come da’ boschi della Cocincina erano stati tratti di fresco. Isabella con occhio intrepido guardò quelle horrende beste: in mezo alle quali messa fu da’ soldati. Voller costoro bendarle gli occhi con una tovaglia, secondo il costume di cotal sorta di condannati. Ma ella no’l permise: dicendo esser cosa indegna della magnanimità Cristiana. Ma da sé assisa nel suolo; come se non di morte, ma si trattasse d’un qualche giuoco: si fe’ legar i piedi. Stavale incontro un suo figliuolo di poco più di dieci anni: il qual si struggeva in pianto, in vedendo la madre condotta a quel termine. Ella, la santa signora, il confortava, e suggerivagli ricordi, degni di sua gran pietà. In questo, avvicinatosi, un degli elefanti più fieri, Isabella formò in fronte il segno della croce; e fe’ una profonda riverenza al Signor che adorava. L’elefante ferilla forte ne’ fianchi co’l dente. Indi librolla gran tratto in alto. Appresso compresi i capelli di lei con la tromba, e in questa attortigliatisili; con una strappata gli divelse tutti, venendovi insieme la cotenna del capo. L’ultimo colpo finì d’ammazzarla: rimanendo il corpo pesto, e sfigurato. Patì ancora a’ sette di Gennaio del [f. 25v] <hi rend="CharOverride-7">1650</hi>. di <hi rend="CharOverride-7">46</hi> anni di età. Seppe il Principe Oucigontrun, zio del re. La condannagione d’Isabella, e per esser lui ben’affetto alle cose de’ Cristiani, e nel suo palazzo haver colei corrispondenza in conto di compre, e vendite: ei medesimo volò dal Re per impetrarle la vita: ma con suo gran dolore trovò che l’era stata già tolta.</p><p rend="text">Si doveva invero si invidioso fino alle nobili virtù di questa antica Cristiana Cocincinese. Fu ella molto osservante della legge di Dio. Frequentava i sagramenti tutte le volte che haveva agio di farlo. Un de’ maggior, e più illustri pregi di sua famiglia diceva essere questo; che una volta nella persecutione, si era celebrato il santo sagrifitio della messa in sua casa. Le limosine, che faceva, non havean mezo. La sua carità in accorre i perseguitati per la Fede, era esimia sopra misura. Nel tempo che stettero presi nella Corte i catechisti del P. Rodes, ella inviò loro ogni giorno il magnare. Basta per conchiusione di tutto, dir questo: che i Gentili stessi, anche i più nimici del nome Cristiano, la veneravan qual santa.</p><p rend="text">Dopo la morte data a’ prodi campioni di Cristo, accaddero due gran prodigii. Il primo fu, piover nella Corte gran quantità di cenere. L’altro stando la notte i soldati facendo la sentinella al palazzo del Re, udirono una voce, che sì diceva: [Che male han fatto i cristiani (f. 26) che il Re gli ammazza?]. Corsero i soldati dietro il suon della voce: e non videro alcuno. La mattina narrarono il successo al Re. Il quale si accese d’ira: riprendendo i soldati di trascurati. Altri maggiori prodigii avvennero in tempo di questa persecutione: e’l lor racconto havrà miglior luogo più innanzi.</p><p rend="text">In quel medesimo giorno, nel quale in diversi luoghi della Corte le cruenti hostie eran’ offerte al Signore, andavan’ i soldati scorrendo per varie case, come lupi famelici in traccia d’innocenti agnellini. Quattro cristiani presero. Fra quali uno fu certo giovinetto, per nome Antonio. Costui havea servito molti anni i Padri nella Cocincina, e in Macao. E quando assalita fu la casa di David, trovandovisi egli, uscì fuori con due cesti di paramenti da messa, vasi sagri, et altre cose di divotione, per liberar tutto dall’unghie de’ soldati. Ma non fu tanto sollecito, che da loro non fosse colto, preso, e condotto davanti al Re. Il qual però liberollo: intendendo da un Mandarino esser lui huomo del Padre Europeo. Prosciolto Antonio, si trasse a dar sepoltura a corpi degli uccisi per Cristo. Havrebbe voluto far l’uffitio di pietà con tutti tre. Ma prevenuto fu dalla moglie di David: la quale assoluta dal Re, con dirle che andasse a seppellire il corpo di suo marito, ella non senza gran tenerezza, e lagrime il mise ad effetto. Onde egli in due arche ripose i venerabili depositi dell’altro Antonio, [f. 26v] et Isabella: conservando anche il sangue mescolato con terra.</p><p rend="text">L’altro preso, fu un’orafo. Il quale in presenza del Re mostrò fiacchezza. Perciocché un Gentile, suo compagno nell’arte volendolo scusare; dicendo che quantunque prima fosse stato Cristiano, hora nondimeno non osservava la santa legge: egli intanto si tacque. Onde da quel silentio ritrahendo il Re che l’altro approvasse il detto; ordinò che libertà gli si desse. Caso, il quale in gran maniera affisse il Padre: per esser questo il primo Cristiano, mancato nella Cocincina in confessar la fede. Ma il suo errore ha qualche discolpa nell’ignoranza. Perché mandandogli il Padre un catechista a significargli il dolore, che havea sentito, d’essersi lui vilmente reso: questi rispose, che quando tacque, riputò di certo che non era ad altro obbligato.</p><p rend="text">Or poiché vide un mandarino primario il rigore contra i Cristiani; sapendo che un suo servidore era del numero di costoro: egli medesimo il menò preso davanti al Re, per tema che altri l’andassero a denuntiare. Osservò nondimeno sì fina arte nell’accusa, che anzi sembrando purgation del delitto: colui, senza più investigarsi, riuscì libero.</p><p rend="text">In questo mentre il P. Saccano stava attendendo in barca il Mandarino de’ Portoghesi a cui (come assai [f. 27] più addietro) il re l’haveva raccomandato. E quegli era ito a disbrigare un suo grave affare in palazzo. Il legnetto stava presso la riva del fiume. Onde quivi ammassossi gran numero di Gentili, tratti dalla curiosità. A’ quali il Padre si mise a spiegare la cagione della presura de’ Cristiani, e l’obbligo, che ciascuno haveva di riconoscere il Creatore dell’Universo. In mezo a tali ragionamenti, eccoti un soldato, mandato dal Re, con questa ambasciata al Padre: [Dice il nostro Re che nella casa di David, homai giustitiato, trovarono i soldati questo mobile. E perché mostra esser cosa di Cristiani, gli piace che sia vostro]. Era questo un bel crocefisso d’avorio. Ricevé il Padre, ginocchione la sagra effigie: bagnolla con molte lagrime: e consolossi in estremo, che il benigno signore fosse venuto a visitarlo, e fargli compagnia ne’ travagli. Rimasero i Gentili attoniti: non sapendo ciò che era quello, né la cagione d’haverlo il Padre ricevuto con tal dimostratione di riverenza. Or’ egli prese quindi opportunità di dichiarar loro i misteri di nostra Redentione: acciocché la compassionevol figura del signor morto, e affisso in quel legno, non fosse a’ Gentili di scandalo.</p><p rend="text">Ultimamente venne il Mandarino: et entrato nella barca , fe’ tirar verso sua casa. Quivi egli, e tutta la sua famiglia trattarono il Padre Saccano con somma benivolenza, [f. 27v] e rispetto. E perché il buon Mandarino avvertì che il Padre andava scalzo per conformarsi all’usanza Cocincinese; credendo che per non essere a ciò avvezzo, pativa: gli offerse con molta cortesia un paio di scarpe, tessute di cordelline, le quali adoperano i Giapponesi. Ma egli le rifiutò, con dire che Sua Signoria non gli fosse tanto nimica, onde gli facesse perder quella pretiosa occasione di sofferire alcuna cosa per amor del suo Cristo. Del che l’altro rimase sopra misura edificato e compunto. Eran nondimeno i freddi crudelissimi: e’l Mandarino si struggeva in vedendo il Padre tremante, e gelato a tutt’hora. Onde risolvette d’andare in persona alla Corte: e fe’ sì con la sua autorità, che ricuperò da’ soldati la zimarra, che rubbata havevano al Padre, quando lui presero. Con quell’arnese restituirono ancor cosa che gli fu assai più grata: cioè il librettino di Tomaso de Chempis, pure involatogli in quell’occasione.</p><p rend="text">Undici giorni dimorò il Padre nella casa del Mandarino: donde procurava animar con vari messi i presi per Cristo; e sovvenire a gran bisogni, che pativan nel carcere. Ove i soldati che stavano di guardia, gli vessavano: stringendo loro le gambe ne’ ceppi; per allargarne le borse; et operando per questo interesse altre maggiori crudeltà, simiglianti a quelle; che il Santo martire Ignatio confessò d’essergli fatte da que’ dieci leopardi, [f. 28] cioè soldati, che il custodivano.</p><p rend="text">Si sparse tanto la fama d’haver il Re rubato al P. Saccano il crocefisso; che Gentili in gran numero portaronsi nella casa del Mandarino a vederlo. Altresì molte signore principali il mandarono a chiedere: rimanendo da quella vista tocche da doglia; e dicendo mille malvagità de’ Bonzi; e che erano ingannatori, ingordi, e pieni di passione. Ma come la prudenza faceva lor conoscere questa verità: così in opposto il timor codardo non permetteva, che secondo il lume di quella operassero.</p><p rend="text">Stando già il Padre in punto per uscire, esule dalla Corte, in esecutione dell’ordine del Re; pregò il Mandarino a volergli impetrare a udienza da Sua Maestà. Questi, che quanto buon’ huomo, altrettanto era di poco cuore; non volle mettersi a questo: non sapendo come il Re l’havesse a prendere. Così l’Apostolico Huomo in un picciol navilio, cadendogli largo pianto dagli occhi, e stendendo la mano a benedir la Cristianità della Corte, si trasse fuori di quella co’l corpo: in quella rimanendo il suo cuore. Nel passar per la prima costa, le scoprirono dalla prigione Vincenzio et Alessio, figlio e servo d’Isabella. Onde alzaron le grida, e sclamarono che poiché gli lasciava, né essi sapevano qual fine in que’ rigori dovesse sortire la loro carceratione: gli volesse assolvere: e ne [f. 28v] dieron materia, al meglio. Il Padre gli compiacque: e benedicendoli, e facendo lor segno a star costanti; seguì il suo viaggio, fino a Taifo; luogo, ove i Nostri, e’l maggior grosso de’ Cristiani sogliono risedere.</p><p rend="text">Or quivi gionto dopo molte giornate di cammino, l’universale allegrezza fu indicibile. Perché fu comparsa inaspettata: essendo tutti in persuasione che (per quanto havean portato raddoppiate novelle) havesse egli già finito la vita. Perciocché alcuni detto havevano che il Re gli havea fatto mozzare il capo, altri che affogar lui nel fiume. Fra quali fuvi una donna Cristiana, la quale affermò a una zia del Re, pur fedele; d’ havere inteso di bocca d’un soldato, che egli havea veduto la testa tronca del P. Saccano. In premio del qual’ avviso la pia Signora si trasse una gonna ricchissima, che al presente recava in dosso, e gliela diede. Ma tutti questi falsi rapporti furono al fervente, et humil Padre materia di piangere, e di attribuire a sue colpe la sua poca sorte.</p><p rend="text">Or lasciando noi il Padre in Taifo, proseguiremo a narrare altri effetti di quella persecutione, riputata una delle più cruda, che è stata in quella terra d’Oriente. E avvegna che destossi, e cominciò nella Corte: nondimeno il Regno tutto della Cocincina n’hebbe molto a patire: come hora si vederà. [f. 29]</p><p rend="text">E in prima dicendo di alcuni luoghi più vicini a sudetta Corte: in un villagio, detto Pluncan vi era una chiesa, molto frequentata da Cristiani: e per esser publica, e celebre assai, passava gran rischio di essere smantellata dall’insolenza de’ Gentili, spalleggiata dalla pessima intenzione del Re. Or’ i Cristiani per questo timore prevennero nell’effetto coloro: serbando il legname per rimetter detta chiesa in tempo men procelloso. Ma la santa, e saggia industria costò loro villanie, bastonate e fin’ ad esigli dal capo del contado, perfido Gentile, et avaro: il qual si vide tolto di mano il guadagno, che da quel diroccamento far pretendeva. Fu discomposta la chiesa nel giorno stesso della morte di David, e suoi compagni. Ma nel meglio dell’opera avvenne un caso, che mostrò quanto fosse approvata dal cielo. Perciocché un Cristiano che aiutava, cadde dal tetto, sì alto, che tutti stimarono, e pianser lui per morto: molto più, che per lungo tempo non die’ segno alcuno di vita. Ma eccoti di ripente rizza; e a coloro, che con istupore l’interrogano come sia hora quasi risorto: dice, che piombato che egli fu in terra, in cima al tetto che gli si fe’ vedere una matrona bellissima, coperta d’un manto azurro, e intorniata da molti leggiadri bambini, che piangevan dirottamente: a un di loro haveva in mano una candela ben grande. Onde egli rapito da quella visione, che credeva della Madre [f. 29v] di Dio, e per ciò smarrito ogni uso di sensi; era comparso qual morto. Ma senza dubbio chi, caduto lui, confortollo: cadente, liberollo dal danno che l’attendeva.</p><p rend="text">Tre giorni dopo la morte degl’invitti confessori di Cristo, il Re spedì tre Mandarini a Governatori delle Provincie di Caciam, Ranran, e Quangbin: con ordine, che in suo nome vietasser la legge Cristiana per tutto il Regno. Arrivò il commandamento al Governator di Caciam. Il qual tosto fe’ pubblicar l’editto ne’ luoghi sogetti alla sua giurisdittione, fin nel quartiere de’ Giapponesi. Onde i cristiani vennero a gran timore: e ciascuno ascose l’immagini, rosai, et altre cose di divotione; aspettando qualche ripentino assalto nelle lor case. Ma il Governatore quantunque mostrossi rigoroso in quella publicatione; fulminando contra i trasgressori pena di morte: nondimeno perciocché internamente haveva alto concetto delle cose della Fede, portossi nell’esecutione con ogni benignità: senza prender niuno, né essergli di noia in minimo fatto: tutto che alcuni Mandarinetti per loro interessi li importunassero a far delle cattive. In fine temette che la sua dissimulatione, pervenuta agli orecchi del Re, non fosse da lui presa a sospetto. Onde il buon signore; e saggio; si condusse a fare una dimostratione, che in veduta sembrasse di grave onta della Fede: ma in verità [f. 30] fosse di sommo sprezzo del Re. Perciocché un giorno fingendo stizza grande contra i Cristiani; da un di loro intimo confidente chiese l’immagine, che haveva in casa per bruciarla, dicendo con parole di sdegno che non la recasse a lui se non coperta, perché né pur sofferiva di guardarla con gli occhi. L’immagine era un ritratto del Re, che il dì precedente il Governatore stesso havea dato al sudetto Cristiano; con esso lui conferito, e aggiustato la ciancia. Or tutta rinvolta, e ligata venne l’immagine. E’l Governatore in presenza di molti gentili diella con le sue mani alle fiamme: che in un tratto la strussero. Indi, rivolto al Cristiano: il qual non potea trattener le risa:  [Tu, disse, veduto hai quel che hora si è fatto all’immagine essacranda. Or credi, che non in altra maniera sarà punita la tua determinatione di seguir la legge de’ Portoghesi]. Il Cristiano rispose intrepidamente. L’altro si mise a ripigliarlo dell’ardimento. Ma essendo trascorso qualche tempo in questo gratioso dialogo, ritirossi nelle sue stanze il Governatore, e i Gentili partironsi, soddisfattioni di quanto egli operato haveva.</p><p rend="text">Non furon men miti, e discreti di costui gli altri Governatori. Onde i Cristiani, come anzi si univan nelle chiese le feste, et attendevano agli altri loro esercitii. E in fatti, de’ Gentili, solo ricevevan molestia dalla minuta plebe. [f. 30v] Perché questa insolentita con quella promulgatione di editti contro la Fede, arrogossi licenza, e libertà di maltrattare alla peggio i meschini Cristiani, anche nobili, e degni di rispetto. Né i superiori potevano in altro modo rimediare a que’ disordini, che calando assai dal lor grado et autorità, nello sparger prieghi a’ vili uomini, acciocché in alcuna guisa si raffrenassero. Si accomodavano in fine al tempo: né volevano disacconciare i lor fatti, per operare secondo il dovere. E temevano quel Re giovane, e precipitoso; che entrato comunque in isdegno, non gli veniva altro su la lingua, che ordini d’ammazzare. Ma, come a Dio piacque, tanta baldanza del volgo in brieve mancò: e andò a terminare (qual sempre avviene) in interesse. Onde due, o tre di questi gentili, incontrativi in un Cristiano; e fatto a lui varie interrogationi, e minacce: in metter loro costui in mano un paio di monete; il lasciavano andar via; né più oltre volean sapere. E in un contado, detto Quinhoh essendo preso un Cristiano, per non trovarsi adosso danari; e condotto al Mandarino, con accusa di legger libri della setta dei Portoghesi: quegli volle saper da lui se fosse ciò vero, et affermando egli francamente del sì, e porgendogli ancora il libro: l’altro prese per curiosità a leggerlo. Le parole nelle quali s’imbattè, dicevano: che a tre ordini ciascun’ huomo somma obbligatione. A Dio il quale ne creò, e sostiene. A Re, che ne governano, e difendono. A padre e [f. 31] madre, che n’han generati, e allevati con tanta cura, e travaglio. Rimase il Mandarino ammirato della santità di quella dottrina. E poiché i Cocincinesi sono molto sinceri, disse il Mandarino, che se il Re stesse ben’ informato della legge de’ Cristiani, non gli tratterebbe in quella maniera. E così detto, fe’ dar libertà a colui.</p><p rend="text">Stando la chiesa della Cocincina sì afflitta da questa tribolatione, fu vicina l’ultima luna, che corrisponde al nostro Febraio. E perciocché in quella si dà termine a tutti i negotii, e si spediscon tutte le cause; per entrar nelle ferie, e feste dell’anno nuovo: i tre prigioni Paolo, quel vecchio Mandarino Vincenzo, et Alessio, figliuolo, e famiglio della felice coronata Isabella, stavano attendendo il lor dispaccio. Nella mente del Re impressa era rimasa quella voce prodigiosa, che intesa la notte da’ soldati in palazzo, egli per politica havea mostrato d’allhora sprezzare. Questa il ligava le mani intorno a sparger più sangue di Cristiani. Onde ordinò che i tre carcerati fossero fatti liberi: con questo però che Paolo perdesse l’uffitio; Vincenzo, et Alessio ricevessero certo numero di battiture, solite darsi a rei di leggieri delitti. Il che tutto eseguitosi, il buon Paolo portossi dal Re e gli chiese licenza di menare il rimanente di sua vecchiaia in certa sua terra. Dove andò tosto; lieto di potere offerire al Signore la perdita de’ suoi antichi onori, e’l guadagno di tanti travagli, per la santa fede sofferti. [f. 31v] Gli altri due sprigionati corsero alle braccia del P. Saccano in Taifo. Ove preser più forza da’ sagramenti, che riceverono. E ben si vide ciò, spetialmente in Alessio: il qual non fu udito mai scappare in parola di minimo sentimento di quanto in quella persecutione patì. Furon poi essi, e i parenti degli uccisi per Cristo, sovvenuti dalla carità de’ Padri con larghe limosine, da’ Portoghesi, e da’ Cristiani Cocincinesi si colsero.</p><p rend="text">Ma poiché, pur dianzi si è ritoccato il portento della voce; questo sarà buon luogo di narrare altri, e pellegrini prodigii, che in tempo sì procelloso, nella Cocincina seguirono. Et hebbero testimoni di veduta i nostri Padri stessi, che nella lettera annua poscia gli scrissero.</p><p rend="text">Il primo fu una cometa. La quale nella terza, e sesta luna del quarantanove, che vengono a corrispondere a nostri mesi di Giugno, e Luglio, non interi; apparve nella corte: e durò lo spatio d’ un mese: vedendosi di giorno, e di notte, a modo di una chiarissima stella. Verso questo tempo moriron due zii del Re; e’l fortunato Pietro Can, con quel triplicato colpo di legno, fu coronato come assai più innanzi si disse. Un’altra cometa fu veduta nel Novembre dell’anno medesimo, pur nella Corte. Havea la figura d’una grande palla di fuoco. Né più si mantenne in aria, se non quanto alzandosi da un luogo, andò a cadere in un altro, e si disfece. [f. 32] Appunto nello stesso giorno ne comparve un’altra in Taifo della medesima forma, e duratione.</p><p rend="text">Altresì a ventiquattro della terza luna dell’anno cinquanta, cioè (al confronto nostro) nel mese di Aprile, dentro il cortile scoperto del palazzo Reale si vide di giorno cader dall’aria un mostro ignudo. Le cui membra erano come di una creatura; eccetto la bocca, in vece della quale gli si vedeva un becco quasi di uccello. E’l corpo tutto, era coperto di peli, a modo di scimia. Coloro che accorsero alla maraviglia; vollero alzar dal suolo il mostro. Ma questo die’ tanto peso, che a stento quattro huomini gagliardi il poteron fare. Funne tosto fatto consapevole il Re: il qual rimase stupefatto, e atterrito. E ordinò, che nel luogo stesso si cavasse una fossa, e seppellisse il mostro. Commandò ancora sotto gravi pene, che non si parlasse più del caso, né si divolgasse nel Regno. Ma questo fu atto mezo perché più presto la fama ne volasse per tutta la Cocincina.</p><p rend="text">Pur si dee annoverar fra prodigii quel che osservossi in una pietra di consacratione, la qual insieme con gli altri paramenti da messa fu rubbata (come più addietro) nella casa di David. Questa pietra, che capitò in mano d’un Mandarino Gentile; un mese dopo la morte di sudetto David, e compagni, negli angoli delle reliquie i quali eran di marmo nero, cominciò a rosseggiare, mostrando [f. 32v] un vivace color di sangue. La qual mutatione durò per alquanti giorni.</p><p rend="text">Rimangon due incendi notabili, né privi di misterio per le particolari circostanze, che altri non<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="19.html#footnote-002">49</ref></hi></hi> hebbero, di quelli, che spesse volte accadano in tempo di state, per esser tutte le case de’ Cocincinesi fatte di canne, e legni, coperte per di sopra di paglia. Che soltanto il palazzo del Re, de’ suoi parenti più stretti, e i tempii de’ Pagodi, son primi, et usano tegole.</p><p rend="text">Or’ il primo incendio fu nella Corte. Ove arse un gran numero di case de’ letterati. E cominciò da quella del Mandarino letterato che attizzò il fuoco della persecutione con l’accusa, che diede al re di Ouunghe Paolo. Onde poi (come in altro luogo dicemmo) si lagnò della trascuratezza di lui, e’l fe’ prendere, e cacciare in prigione. La fiamma portossi molto presso al palazzo del Re onde gli uscì fuora a salutarsi.</p><p rend="text">Un’altro incendio seguì nella Corte della Provincia di Caciam, il più atroce di quanti siano stati mai nella Cocincina. Perciocché tutta sudetta Corte bruciò con molti villaggi vicini. A segno che, il numero delle case  bruciate ascese a più di quattro mila. Onde in men di un’hora comparve campagna rasa il luogo, che era un labirinto di casette. Precedé prima un vento caldo e sì impetuoso, che sembrava tifone.  [f. 33] Fuvi anche chi osservò che in cima alla casa d’un Cristiano, ricco mercatante, fu veduto un grande uccello di rostro vermiglio, alla cui volta tirando i putti con le zaravattane<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="19.html#footnote-001">50</ref></hi></hi>, ei si fuggì. E in quel punto, e luogo, ove l’uccello si era fermato, attaccossi il fuoco: senza sapersi come havesse principio; perciocché la cucina della casa, donde potea venire, era molto tratto lontana; e costa non esser quindi il fuoco sboccato. Perciò, e con ragione i Gentili in mezo all’incendio, nella lor lingua così sclamavano: [Bloidot, bloidot.] Parole, che vagliono: [Il cielo ci brucia, il cielo]. Due mirabili particolari in quella disgratia avvennero. Uno fu, che la chiesa, con tutto lo star nel cuor delle case, rimase intatta. Ladove il tempio del Pagode fu incenerito. E colà dentro accorrendovi un Gentile, sperando dalla santità del luogo campar dalle fiamme, sperimentolle homicide. L’altro processo fu. Una cristiana vedova si trovò fuor di casa, nella quale havea lasciato cinque suoi figlioletti, quando accadde l’incendio. Or sopravenendo il fuoco, e circondando la casa; le creaturine tentarono d’<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="19.html#footnote-000">51</ref></hi></hi>uscir fuori. Ma no’l consentendo loro le fiamme, tornarono addietro: e presero partito, certamente da putti. Perciocché, puntellaronsi ben di dentro, come se il fuoco richiedesse la porta aperta per intromettersi. In tanto essi stavan lieti, e commendavano quel gran mezo termine. Ma il signore favorendo l’innocente risolutione, non fe’ punto accostare il fuoco. Onde in un vero diserto, la chiesa, e [f. 33v] questa casa, sol rimasero in piedi.</p><p rend="text">È costumanza della Cocincina, acciocché la gente si guardi dal fuoco (mentre tanta amistà mantien con la paglia) che avvenendo per ventura incendio, il padron della casa, ove prima appiccossi; paghi con la robba, e con la vita il danno ricevuto dagli altri. Onde quando tutti stanno attorno alle lor case, per camparne i mobili: quegli per assicurar la vita, si fugge più lontano che può. Or poiché questa volta il bruciamento fosse stato sì considerabile, e universale: tutti gridavan contra l’huomo, dalla cui casa era uscito il fuoco. Onde andossi in traccia di lui, e de’ fratelli; i quali per esser ricchi mercatanti, patiron doppii travagli. Ma Iddio, co’l mezo di questa tribolatione, trasse da loro gran bene: facendo sì, che il fuoco che tanto distrusse, riscaldasse, lor’ anime, raffreddate non poco. Perciocché essendo eglino antichi Cristiani, e figli del santo vecchio Andrea, il primo che nella Cocincina all’anno quaranta quattro di nostra salute die’ la vita per Cristo: non pertanto, o per tema della persecutione, o per l’avidità del guadagno, mostravano in questo tempo men di fervore. E con tale avviso del cielo, confessarono di esser meritevoli di gastigo maggiore: promettendo, e osservando vera ammenda nell’avvenire. Or di nuovo a Taifo, ove esule rimase, et escluso dalla corona il nostro Padre Saccano. [f. 34]</p><p rend="text">Quivi egli fu visitato da un capitano Giapponese; il qual per certi affari era venuto dalla Corte della Cocincina a Taifo. E in nome di Ounguntrun, zio del Re, gli rendette un saluto, e gratie d’havergli mandato dipinto in carta l’ecclissi della luna, accaduto a quindici di Maggio, assai secondo il disegno. Pregandolo altresì a non essergli grave, per aiuto de’ suoi studi d’Astronomia, di procurargli da Macao una sfera. Perciocché quella che haveva, fu bruciata con altre cose curiose in tempo del grande incendio. Per ultimo il ragguagliava d’esser lui venuto a ragionamento intorno a Padri co’l Re; e che questi così gli havea detto: [Ora i Padri Europei non ne parlano più di restar nella Corte.] Tutto ciò contenne l’ambasciata del Capitano.</p><p rend="text">Da queste ultime parole, alcuni cavavano che il Re si fosse mutato. Onde francamente poteva il P. Saccano ritornar nella Corte. Altri però più timidi dicevano potersi ben ciò fare, quando costasse che il Re havesse parlato in quella maniera. Ma che riferendo ciò un giapponese gentile, non gli si dovea prestar molta fede. Il parere adunque di costoro, come più sicuro fu seguito. E’l ritorno rigettossi all’anno seguente.</p><p rend="text">Su questo stesso tempo la Reina vecchia della corte; di cui raccordossi più innanzi, inviò gente espressa in Taifo a visitare il Padre; con un nobil presente, et una dimanda se spirando i venti generali sarebbe nella Corte tornato. [f. 34v]</p><p rend="text">Il governatore altresì di Caciam, colui che co’l vago scherzo bruciò il ritratto del re, mandogli due pezzi di seta, acciocché in que’ stremi freddi se ne vestisse. Altri Mandarini ancora di conto concorsero con visite, e presenti. Et univeralmente tutte le persone più risguardevoli honorarono in questo esiglio il P. Saccano, e mostrarono di sentirne particolare cordoglio.</p><p rend="text">In tale stato rimasero le cose della Cristianità Cocincinese nel mese di Luglio del seicento cinquanta: con essersi battezzati in questo tempo di persecutione intorno a cinquecento Gentili. Il signor Don Giovan di Sousa, e Peréira, General del mare in Macao, cavaliere di pari valore, e prude<hi rend="italic">n</hi>za né di minor pietà, e zelo della gloria di Dio; mise in ordine un ricchissimo dono, acciocché l’altr’anno tornando i Padri nella Cocincina, con quel mezo s’affettionassero il Re. Ciò che sia seguito, fin’ ad hora non è pervenuto a notitia. Si spera però bene dalla sperienza d’altre persecutioni nella Cocincina: le quali han mostrato di esser piogge estive, che durano poco. E questo basti quanto a quel Regno. Farem passagio hora ad un’altro, il qual se ben non vanta porpora tinta nel sangue di gloriosi uccisi per Cristo: ripone tutto il suo maggior preggio in esser in sé tanto felicemente allignata la Fede, che ogni anno i quattordici, e quindici mila bagna nelle acque del santo battesimo.</p><p rend="h2">Fonti </p><p rend="bib_indx_bib">Arquivo Histórico Ultramarino (AHU), Conselho Ultramarino, Livros de Macau, Cód. 1659, ff. 101-114.  </p><p rend="bib_indx_bib">Archivum Romanum Societatis Iesu (ARSI), Fond. Ges. 733, ff. 46; 407-407v.</p><p rend="bib_indx_bib">ARSI, Goa 34 I, ff. 193-212. </p><p rend="bib_indx_bib">ARSI, Goa 34 II, ff. 377-401v. </p><p rend="bib_indx_bib"><hi >ARSI, Hist. Soc. 48, f. 135. </hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >ARSI, Jap. Sin. 65, 76 ff.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">ARSI, Jap. Sin. 18 I, ff. 284-285v. </p><p rend="bib_indx_bib">ARSI, Jap. 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Pare che Rodrigues non fosse intenzionato a partire per l’Asia, infatti resta a Lisbona (anche per volere del monarca) ed è nominato provinciale della Provincia gesuitica portoghese (la prima eretta dall’Ordine) istituita il 25 ottobre 1546. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-048-backlink">3</ref></hi>	I primi francescani portoghesi giungono a Goa nel 1517. I domenicani arrivano nel 1548, mentre gli agostiniani approdano nel 1572 (Pereira 1997, 148). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-047-backlink">4</ref></hi>	Anjirō fu presentato a Francesco Saverio dal capitano e mercante portoghese Jorge Álvarez (m. 1552). A Goa, il 20 maggio 1548, riceve il battesimo con il nome di Paulo de Santa Fé insieme a due servi: João e António (Cfr. Kishino 2001). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-046-backlink">5</ref></hi>	Le <hi rend="italic">Constitutiones</hi> sono redatte (1547-1550) in spagnolo dal fondatore e e curate nella traduzione latina dal segretario Juan Alfonso de Polanco (1517-1576). Sono pubblicate a Roma dalla prima Congregazione generale. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-045-backlink">6</ref></hi>	In Italia diversi stampatori pubblicano documenti (specie <hi rend="italic">litterae annuae</hi>) stilati dai missionari gesuiti. Lo stesso Ignazio sollecita la fondazione di una stamperia presso il Collegio romano, in quanto centro di pubblicità missionaria (Dainville 1940, 123). La tipografia comincia a lavorare solo dopo la morte del fondatore nel 1556, nell’anno stesso, ed è soppressa nel 1616. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-044-backlink">7</ref></hi>	In quest’anno arrivano quattro francescani spagnoli (già sacerdoti) della custodia di San Gregorio Magno delle Filippine: Diego de Oropesa, Ortiz Cabezas, Bartolomé Ruiz e Francisco Montilla, insieme a quattro fratelli laici (Marchesi 2002, 175; Alberts 2013, 27). Tale missione ha breve durata (Zavarella 2011, 67). Nel 1595 giungono gli agostiniani. In realtà, la presenza degli Ordini mendicanti provenienti da Malacca, Macao e Manila alla fine del XVI secolo è quasi sempre breve e sporadica. Il 7 giugno 1676 Juan de Arjona e Juan de Santa Cruz, domenicani spagnoli, sbarcano in Tonchino (Zurdo 1987, 613-29).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-043-backlink">8</ref></hi>	Buzomi entra nella Compagnia a Napoli il 2 settembre 1592. La sua prima <hi rend="italic">littera indipeta</hi> (delle quattro rinvenute finora) è stilata il 6 luglio 1595 (ARSI, Fond. Ges. 733, f. 46), mentre l’ultima il 4 agosto 1606 (ARSI, Fond. Ges. 733, f.407-407v). Pare fosse anche interessato alle Indie occidentali (Russell 2020, 31). Egli salpa da Lisbona, a bordo della <hi rend="italic">Nossa Senhora da Piedade</hi>, il 23 marzo 1609 con ventitré confratelli, quattordici dei quali imbarcati sulla <hi rend="italic">Nossa Senhora de Jesus</hi> (Wicki 1967, 287). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-042-backlink">9</ref></hi>	Sulla storia della missione gesuitica in Cocincina e i suoi rapporti con la corona portoghese (<hi rend="italic">padroado</hi>): Mourão 2005. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="19.html#footnote-041-backlink">10</ref></hi>	Nel 1614 il mercante lusitano Fernandes da Costa aveva ottenuto il permesso esclusivo per poter commerciare in Cocincina (Cfr. Anh 2018). Il testo è disponibile online: &lt;<ref target="https://referenceworks.brillonline.com/entries/jesuit-historiography-online/the-historiography-of-the-jesuits-in-vietnam-16151773-and-19572007-COM_210470#d111671507e64">https://referenceworks.brillonline.com/entries/jesuit-historiography-online/the-historiography-of-the-jesuits-in-vietnam-16151773-and-19572007-COM_210470#d111671507e64</ref>&gt; (10/20). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="19.html#footnote-040-backlink">11</ref></hi>	<hi >Questi quartieri sono costituiti per tre ragioni principali: «</hi><hi rend="italic" >in the first place, to render assistance to the entire community of Japanese emigrants; secondly, due to the inherent necessities of overseas commerce that greatly benefited from a fixed establishment in the main ports abroad and, thirdly, because the local authorities themselves used to establish certain sites for the foreigners’ residential areas in order to control their movements and activities more effectively</hi>»<hi >. </hi>(Ribeiro 2001, 54-5).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-039-backlink">12</ref></hi>	La Provincia gesuitica giapponese (eretta canonicamente nel 1611) fonda missioni in Cambogia nel 1616, in Tonchino e in Siam (l’odierna Thailandia) nel 1626, nell’isola di Hainan nel 1633, in Laos nel 1642, in Makassar nel 1646 e in alcuni luoghi della Cina, come Canton nel 1659 e nella provincia di Gansu nello stesso periodo, ma di fatto solo nel 1701.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="19.html#footnote-038-backlink">13</ref></hi>	Tale questione è stata affrontata in  Fernandes 2000, 240; Pelliccia 2017a, 319. Si veda anche: Fernandes 1997, 105-32. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-037-backlink">14</ref></hi>	<hi rend="italic">Ragguaglio della missione del Giappone, 1649</hi> - Universitätsbibliothek Freiburg i. Br., Hs. 274, 100 ff. Cfr. Hagenmaier 1996, 54. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-036-backlink">15</ref></hi>	I primi gesuiti arrivano a Rottenburg am Neckar nel 1649 a seguito dell’espulsione da Tubinga, dopo la fine della Guerra dei Trent’anni (1618-1648). La residenza diventa collegio nel 1668 (Feld 2006, 244).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-035-backlink">16</ref></hi>	Maracci nasce a Pisa intorno al 1603 ed entra nella Compagnia a Roma il 28 giugno 1623. Dopo essersi inizialmente formato a Roma e ad Ancona, è inviato in Asia nel 1635. Professa i quattro voti il 1° gennaio 1637 a Goa, dove completa la sua formazione e si dedica al lavoro missionario. Muore a Pisa il 20 gennaio 1654 (ARSI, <hi rend="italic">Schedario Lamalle, sub nomine</hi>).   </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-034-backlink">17</ref></hi>	Egli scrive il <hi rend="italic">Breve ragguaglio sopra le missioni della Compagnia di Giesù della Provincia Goana nell’India Orientale: appresentato all’Eminentissima Congregatione de Propaganda Fide dal Padre Giovan Marraci, procurator della detta Provincia, in Aprile dell’anno 1649</hi> (ARSI, Goa 34 II, ff. 377-401v). Il gesuita Jacques de Machault (1599-1676), docente di umanità e filosofia, pubblica a Parigi nel 1651 (Sébastien et Gabriel Cramoisy) la traduzione in francese: <hi rend="italic">Relation de ce qui s’est passé dans les Indes Orientales en ses trois Provinces de Goa, de Malabar, du Japon, de la Chine, &amp; autres païs nouvellement descouverts. Par les Peres de la Compagnie de Jesus. Presentée à la Sacrée Congregation de la Propagation de la Foy, Par le P. Iean Maracci Procurateur de la Province de Goa, au mois d’Avril 1649</hi> (Jacobs 1984, 563; Jacobs 1988, 86; Sommervogel 1894, V, 254 e 514). Un altro memoriale, presentato sempre ai cardinali del dicastero romano, è redatto il 20 settembre 1649: ARSI, Goa 34 I, ff. 193-212.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-033-backlink">18</ref></hi>	In tal caso Ruiz-de-Medina sostiene: «<hi rend="italic">Fue seminarista diocesano en Nagasaki.</hi> <hi rend="italic">No se sabe si fue a Roma por su cuenta o enviado por el obispo Cerqueira, o quizá por Celso Confalonieri</hi>» (Ruiz-de-Medina 1999, 799). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-032-backlink">19</ref></hi>	Taida Ichirō ricorda che Araki «<hi rend="italic">spoke to a captured Western missionary in Latin</hi>». (Taida 2017, 580). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-031-backlink">20</ref></hi>	Ruiz-de-Medina riporta, inoltre, il pensiero di Anesaki Masaharu, secondo il quale Araki sia stato martirizzato a Nagasaki il 29 dicembre 1649 con il tormento della fossa insieme a 22 conversi (Ruiz-de-Medina 1999, 800).  </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="19.html#footnote-030-backlink">21</ref></hi>	Anche nell’ambito della letteratura agiografica e omiletica, il Giappone appare come il luogo per antonomasia bagnato dal sangue dei suoi evangelizzatori. Anacleto Catelani (c.1655-1717), predicatore livornese, entrato nel noviziato barnabita il 3 luglio 1670 (Archivio Storico Barnabiti Roma [ASBR], <hi rend="italic">Liber Quartus professionum Clericorum</hi>, f. 2) e divenuto professo l’anno successivo nel discorso della <hi rend="italic">Dominica gaudete</hi>, raccolto in un volume edito a Roma nel 1690 e dedicato a Ferdinando Maria de’ Medici (1663-1713), asserisce: «Prima ch’io vi risponda, lasciate, ch’io vi domandi dove siam noi? Nel Giappone, dove non si trova chi semini Vangeli, se non a costo del suo martirio» (Catalani 1690, 56). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-029-backlink">22</ref></hi>	Sulla circolazione di informazioni dell’Oriente portoghese nelle <hi rend="italic">litterae annuae</hi>, si veda: Pelliccia 2017, 37-63.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-028-backlink">23</ref></hi>	Saccano, nella <hi rend="italic">littera annua</hi> della Cocincina del 1651, datata però Makassar, 7 giugno 1655, scrive: «Da Macao gl’andarono quest’anno 3 navigli carichi di moneta di rame, che in lingua cocincinese si chiama <hi rend="italic">tien</hi> e da’ portoghesi <hi rend="italic">casce</hi>, da’ naturali stimate anche più dell’argento» (ARSI Jap. Sin. 71, f. 378). <hi >Hans Ulrich Vogel aggiunge: «</hi><hi rend="italic" >the </hi><hi >caixas</hi><hi rend="italic" > (cash coins) imported by the Portuguese into Tongking during the seventeenth century and the low-valued cowries in many parts of seveneenth-and eighteenth-century India, it might be not too far-fetched to assume that cowries in Yunnan enjoyed great esteem and were relatively highly valued up to end of the sixteenth century»</hi> (Vogel 2012, 260). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-027-backlink">24</ref></hi>	Sull’influenza portoghese nella città di Faifo: Linh Nguyen e Sang Nguyen 2020, 72-88. Pare che lo scopo principale dei portoghesi fosse: «<hi rend="italic">making Faifo their stronghold like Goa or Malacca</hi>» (Buttinger 1958, 201). Si veda: Nguyen 2009, 358.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-026-backlink">25</ref></hi>	Sui rapporti commerciali tra l’Armenia e l’Asia nella prima età moderna, si veda: Chaudhury et Kévonian 2007.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="19.html#footnote-025-backlink">26</ref></hi>	I toponimi del <hi rend="CharOverride-1">Regno della Cocincina </hi>riportano la grafia utilizzata dal redattore del manoscritto. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-024-backlink">27</ref></hi>	Dovrebbe trattarsi di Nguyễn Phúc Tần (1620-1687), salito al trono della Cocincina nel 1648 fino alla sua morte. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-023-backlink">28</ref></hi>	Saccano, entrato nella Compagnia di Gesù a Messina nel 1631, affascinato dall’esempio di Placido Giunta (1593-1674), è famoso per l’abbondante produzione di <hi rend="italic">litterae indipetae</hi> (cinquantotto) che indirizza al superiore generale per chiedere le Indie, specie il Giappone. Il 30 marzo 1643 salpa da Lisbona e dopo una sosta a Macao, raggiunge la sua destinazione: la Cocincina, nel febbraio 1646 (Colombo 2018, 69-92). Il rapporto con il confratello Giunta, suo direttore spirituale e rettore del noviziato gesuitico di Messina, è rintracciabile in: Giuliano e Scarpari 2018, 631-41. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-022-backlink">29</ref></hi>	In questo paragrafo, inoltre, sono citati anche Giuseppe Agnese (c.1612-1660),<hi > originario di Sepino, partito per l’Asia orientale il 13 aprile 1635 (con trentadue confratelli) e destinato, dopo varie peripezie, dapprima alla Cambogia e poi al Tonchino </hi>e Alexandre de Rhodes (1591-1660), famoso per la redazione del <hi rend="italic">Dictionarium Annamiticum Lusitanum et Latinum</hi>,  che comprende la <hi rend="italic">Linguae annamiticae seu tunchinensis brevis declaratio</hi> e del <hi rend="italic">Catechismus</hi> <hi rend="italic">(latinus et tunchinensis) pro iis qui volunt suscipere baptismum</hi>, entrambi editi nel 1651 dalla tipografia poliglotta della Congregazione de Propaganda Fide, nonché per il notevole contributo dato allo sviluppo della chiesa tonchinese. <hi >Uno studioso vietnamita puntualizza: «</hi><hi rend="italic" >He left Macao for France in 1653 and began a tiredless mobilization in order to put the French into place of held by the Portuguese under the right </hi><hi rend="italic CharOverride-4" >Padroado</hi><hi rend="italic" > by the Pope in the Far East before</hi>» (<hi >Dũng 2008, 36). </hi>Si legga anche: Sousa 2013b, 125-44; Pham 2014, 1-34. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-021-backlink">30</ref></hi>	Dovrebbe trattarsi di Trịnh Tráng (1577-1657), il quale ascende al trono nel 1623 fino alla sua morte. Nel 1627 costui organizza una campagna militare contro la Cocincina.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-020-backlink">31</ref></hi>	«E perché il costume del paese, ove si suol caminare a piè scalzi» (De Marini 1663, 134). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-019-backlink">32</ref></hi>	Sull’etimologia del termine, si veda: Considine 2015, 87-96.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-018-backlink">33</ref></hi>	Tuttavia, questi strani esseri avevano già popolato la fantasia di Gugliemo da Rubruck (1220-1293), francescano fiammingo, il quale ne parla nel suo <hi rend="italic">Itinerarium </hi>(un resoconto della missione in Mongolia, 1253-1255), dedicato al re Luigi IX (1214-1270) nominandoli <hi rend="italic">chinchin</hi>, nome derivante dal suono che emettono (Tosi 2003, 32-3). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-017-backlink">34</ref></hi>	Un riferimento a questo volume è presente anche nella sezione <hi rend="italic">Regno di Tunkim</hi> relativamente al gesuita napoletano Girolamo Maiorica (1591-1656), arrivato in Cocincina nel 1624 e in Tonchino nel 1631: «Per aiuto e consolatione de’ Cristiani ha composto nella lingua del Regno le Vite de’ Santi, che per tutto il corso dell’anno son celebrati dalla chiesa. Di più un manuale d’orationi, e meditationi per ciascun giorno. Ha tradotto in tunkinese il maraviglioso libretto di Tomaso de Kempis» (ARSI, Jap. Sin. 65, f. 57). <hi >Tale aspetto è considerato anche da Alberts: </hi>«<hi rend="italic" >Maiorica had learnt the language in Cochinchina, and moving to the mission in Tonkin in 1631, he produced numerous Christian works including a calendar of the life of the saints, a translation of Thomas à Kempis, prayers, meditations and a work of devotion to the Virgin, “most worthy of attention even in Europe”</hi>»<hi > (Alberts 2012, 394). </hi>Potrebbe trattarsi del <hi rend="italic">Contemptus Mundi</hi>, attribuito solitamente al canonico agostiniano Thomas à Kempis (c.1380-1471). L’opera riscuote interesse in Asia orientale, difatti si registra un’edizione giapponese pubblicata in <hi rend="italic">rōmaji </hi><hi rend="CharOverride-2" >ローマ字</hi>  (caratteri romani) ad Amakusa nel 1596 e un’ulteriore edizione in caratteri giapponesi stampata a Kyōto nel 1610.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-016-backlink">35</ref></hi>	Il primo resoconto pubblicato da un occidentale su questo territorio, tradotto in diverse lingue (Dror e Taylor, 2006, 23). Infatti, esso fu tradotto in francese nel 1631, in fiammingo nel 1632, in tedesco nel 1633 (con le ristampe del 1768 e 1793) e in inglese sempre nel 1633 (con ristampe nel 1704, 1752 e 1855).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="19.html#footnote-015-backlink">36</ref></hi>	La suddivisione appare anche nel <hi rend="italic">Metodo per studiare la geografia</hi>, redatto da Martineau du Plessis e ritoccato e accresciuto da Langlet di Fresnoy, nella sua terza edizione (tomo primo) pubblicata a Napoli (presso il Parrino) nel 1738: «La Cochinchina propria si divide in 6. Provincie chiamate Siam, Quambin, Quamghia, Quinhin, Ranram e Thonaoa», p. 216.  </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-014-backlink">37</ref></hi>	Il protomartire della chiesa cocincinese è il catechista Andrea Phú Yên, nato nella provincia di Ranran intorno al 1625 e battezzato da de Rhodes. È martirizzato il 26 luglio 1644 dai soldati del mandarino Ong Nghe Bo, ordinato dal re di fermare la diffusione del cristianesimo. Questo martirio è descritto dallo stesso de Rhodes in <hi rend="italic">La glorieuse mort d’André catechiste de la Cochinchine qui a le premier versé son sang pour la querelle de Jésus-Christ en cette nouvelle Église</hi> (Parigi, 1653). Andrea è beatificato a Roma il 5 marzo 2000 insieme ad altri 43 martiri (Molinari 2000, 34-42). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-013-backlink">38</ref></hi>	La permanenza ha breve durata, infatti i due gesuiti (giunti con lo scopo di vagliare la possibilità di stabilire una missione) ritornano a Macao il 16 settembre dello stesso anno. Inizialmente essi sono accusati di essere spie di Nguyễn Phúc Nguyên (1563-1635), sovrano della Cocincina dal 1613 alla sua morte.  </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-012-backlink">39</ref></hi>	In questo volume bilingue (vietnamita-italiano) sono presenti le principali notizie biografiche dei viaggiatori missionari sopracitati e alcuni squarci desunti dai loro resoconti.  </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-011-backlink">40</ref></hi>	Tuttavia, l’elefante sembra essere anche una specificità della fauna dei paesi dell’Africa. Il pittore Francesco Trevisani (1656-1746) nei quattro bozzetti sottoposti (realizzati tra il 1724-1726) a Clemente XI (Giovanni Francesco Albani, r. 1700-1721) per il progetto della decorazione a mosaico della cappella del battistero nella Basilica di San Pietro, raffigura l’allegoria dell’Africa nelle sembianze di donna su un grande elefante. L’artista sceglie codesta fiera in sintonia con la tradizione iconografica, già codifica dall’<hi rend="italic">Iconologia</hi> di Cesare Ripa (1555-1622), pubblicata a Roma nel 1593.  </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-010-backlink">41</ref></hi>	Codesto elefante diverrà uno spunto perfino per il romanzo <hi rend="italic">A</hi> <hi rend="italic">Viagem do elefante</hi> pubblicato da José Saramago (1922-2010) nel 2008, dove lo scrittore pur riferendosi a un altro elefante, chiamato Salomão, che attraverserà l’Europa nel XVI secolo, utilizzerà le peculiarità del celebre animale (Russo 2011, 23-36). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="19.html#footnote-009-backlink">42</ref></hi>	Tale sezione del manoscritto è editata senza interventi, né note esplicative, L’intento della sua pubblicazione è stato presentato nel saggio introduttivo di questa appendice documentaria. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-008-backlink">43</ref></hi>	d’<hi rend="CharOverride-1">in sopralinea</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-8"><ref target="19.html#footnote-007-backlink">44</ref></hi>	honorantissimo: <hi rend="CharOverride-1">la seconda n è aggiunta in sopralinea</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-8"><ref target="19.html#footnote-006-backlink">45</ref></hi>	i <hi rend="CharOverride-1">aggiunto in interlinea</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-8"><ref target="19.html#footnote-005-backlink">46</ref></hi><hi rend="CharOverride-8">	</hi>della Corte <hi rend="CharOverride-1">aggiunta in interlinea</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-004-backlink">47</ref></hi>	essi <hi rend="CharOverride-1">in sopralinea</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-003-backlink">48</ref></hi>	costui <hi rend="CharOverride-1">in sopralinea</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-002-backlink">49</ref></hi>	non <hi rend="CharOverride-1">in sopralinea</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-001-backlink">50</ref></hi>	con le zaravattane <hi rend="CharOverride-1">in sopralinea</hi>. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="19.html#footnote-000-backlink">51</ref></hi>	d’<hi rend="CharOverride-1"> in sopralinea</hi>.</p>
      
      
      
      
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