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        <title type="main" level="a">Viaggi, tempi e mondi: l’Oriente nell’opera di Mário Cláudio</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0002-4218-0930" type="ORCID">
            <forename>Catarina Nunes de</forename>
            <surname>Almeida</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Nel segno di Magellano tra terra e cielo</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-467-0</idno>) by </resp>
          <name>Michela Graziani, Lapo Casetti, Salomé Vuelta García</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2021">2021</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-467-0.26</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
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        <p>The starting point of this paper is three works of the contemporary Portuguese writer Mário Cláudio – the novels Peregrinação de Barnabé das Índias (1998), Os Naufrágios de Camões (2017) and the play A Ilha de Oriente (1989) –, focusing on how the author rewrites the voyages of Discovery of the 16th century and shapes an image of the East. My aim is to analyse the representation of the so-called Orient and the memory of maritime travels, not only from the point of view of Mário Cláudio’s poetics, but also in the light of a collective discourse that is at the same time aesthetic, historical and mythical.</p>
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            <item>Contemporary literature</item>
            <item>Portuguese Orientalism</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-467-0.26<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-467-0.26" /></p>
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">Viaggi, tempi e mondi: l’Oriente nell’opera <lb/>di<hi > </hi>Mário Cláudio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="26.html#footnote-002">1</ref></hi></hi></p><p rend="h1_author">Catarina Nunes de Almeida<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="26.html#footnote-001">2</ref></hi></hi></p><p rend="text">L’Oriente è un <hi rend="italic">topos</hi> centrale dell’opera referenziale della cultura portoghese. Uno degli aspetti più caratteristici di ogni letteratura nazionale è senz’altro il riflesso della propria Storia in essa racchiuso. La tesi avanzata da Eduardo Lourenço in <hi rend="italic">Il Labirinto della Saudade. Portogallo come destino</hi> (opera edita per la prima volta nel 1978) ha evidenziato proprio questa idea – che la tradizione letteraria portoghese, basata su di un «ingenuo e favoloso dialogo muto tra noi stessi» (Lourenço 2006, 14)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="26.html#footnote-000">3</ref></hi></hi>, sia stata «orientata o sottodeterminata coscientemente o incoscientemente dalla preoccupazione ossessiva di scoprire chi siamo e cosa siamo come portoghesi» (Lourenço 2006, 152).</p><p rend="text">A partire dal Romanticismo, prosegue Lourenço, il Portogallo non solo interroga la propria Storia, ma la interpella in modo permanente. Anche alla fine dell’epoca coloniale, con la sconfitta dell’idealismo patriottico dello <hi rend="italic">Estado Novo</hi>, la letteratura contemporanea portoghese mantiene la continuità simbolica di questo procedimento definito da Lourenço di «autognosia»; ovvero opere recenti continuano a «echeggiare una <hi rend="italic">preoccupazione</hi> per il tema dell’identità e dell’identificazione nazionali» e a sancire «con il tema “Portogallo” la stessa relazione ombelicale» (Lourenço 2006, 153, 154). Dunque, la poesia, il teatro e la narrativa hanno accompagnato fino ai nostri giorni l’evoluzione storica della presenza portoghese in Oriente come approccio critico, oppure come semplice gesto commemorativo.</p><p rend="text">All’interno del presente lavoro, l’aspetto che vogliamo indagare maggiormente è in che modo la letteratura contemporanea portoghese torni a recuperare, questa volta con una certa ironia, i ‘fumi dell’India’, simbolo del decadimento di una nazione, per tanti secoli ‘intossicata’, illusa dall’immagine impeccabile del proprio Impero a Oriente. In tal senso, cercheremo brevemente di interpretare l’idea di Oriente e il ricordo dei viaggi marittimi portoghesi dal punto di vista della poetica dello scrittore Mário Cláudio, tenendo conto dell’intreccio metaforico tra storia e finzione.</p><p rend="text">Mário Cláudio – pseudonimo di Rui Manuel Pinto Barbot Costa, nato a Porto nel 1941 – è autore di una vasta opera letteraria che spazia dal romanzo, alla poesia, al teatro. Con oltre cinquanta libri pubblicati, molti dei quali premiati e tradotti all’estero, l’autore ha percorso universi figurativi diversificati, esplorando la rappresentazione di spazi e tempi molto diversi tra loro. La nostra riflessione si orienterà principalmente sul tema delle navigazioni marittime, enfatizzando con questa scelta la necessità di rivedere gli aspetti della costruzione narrativa e identitaria che la storia ufficiale delle scoperte ha sostenuto sotto gli auspici della sua espressione epica. Non dimentichiamo che le raffigurazioni di Vasco da Gama, figura-chiave di questa storia, sono state decisive per modellare la mentalità nazionale portoghese, contribuendo alla costruzione di uno ‘splendore’ patriottico e all’esaltazione mitica delle scoperte (cfr. Vecchio, e Roani, 2015a, 37).</p><p rend="text">Intendiamo, dunque, esaminare un <hi rend="italic">corpus</hi> letterario composto da tre opere di Mário Cláudio che si avventurano in un procedimento di riscrittura dei resoconti storici delle principali imprese d’Oltremare rivolte in Oriente; si tratta dei romanzi <hi rend="italic">Peregrinação de Barnabé das Índias </hi>[Peregrinazione di Barnabé delle Indie] (1998), <hi rend="italic">Os Naufrágios de Camões</hi> [I Naufragi di Camões] (2016) e la <hi rend="italic">pièce</hi> teatrale <hi rend="italic">A Ilha de Oriente </hi>[L’Isola d’Oriente] (1989). Soprattutto in <hi rend="italic">Peregrinação de Barnabé das Índias</hi> è possibile osservare che, attraverso l’evoluzione psicologica dei personaggi e dei loro punti di vista, la narrativa si avvicina notevolmente al sostrato mitico sopra accennato, a partire dal quale il Portogallo si è abituato a costruire la sua memoria.</p><p rend="text">Uno dei tratti distintivi dell’opera in questione riguarda le due raffigurazioni dell’Oriente che Mário Cláudio mette in contrasto: da un lato, un Oriente fantastico, cristallizzato dai miti e dai bestiari medievali; dall’altro, un Oriente (sempre più) fattuale, derivante da un contatto diretto con lo spazio. Come sappiamo, nel Medioevo, l’immagine della terra poggiava su un insieme contraddittorio, composto da una sintesi di riferimenti derivanti dalla cultura greco-latina e biblica, seppure con alcune correzioni grazie alla comparsa successiva delle carte nautiche e all’ampliamento dell’orizzonte geografico da parte degli arabi.</p><p rend="text">Del vastissimo immaginario medievale Mário Cláudio ha raccolto, per il suo romanzo, quasi tutti i miti conosciuti all’epoca, collocandoli in dialogo con la voce dell’esperienza; la voce delle prime fonti testimoniali. Questo dialogo, da quanto si apprende, è rimasto per molto tempo come una sorta di dialogo tra sordi, poiché la difficoltà dei marinai di epoca umanistico-rinascimentale era quella di preservare la realtà medievale con le proprie credenze, evitando di smantellare tutto ciò che era stato letto o raccontato fino ad allora. Dunque, per costruire la propria idea di Oriente, l’autore parte da questo sostrato mitico, attingendo a diverse fonti della tradizione leggendaria europea, tra cui il mito dell’Eden terrestre, il mito del Prete Gianni, l’utopica isola di San Brandano e tutto il bestiario fantastico costellato da sirene, giganti e idre terrificanti.</p><p rend="text">Durante il Medioevo l’India esisteva già come una sorta di ‘grande palcoscenico’, sul quale sfilavano innumerevoli personaggi leggendari e fantastici, che raffiguravano non solo la sintesi dei resoconti dei mercanti e dei pellegrini, quanto l’immaginazione dei poeti e dei chierici. Col passare dei secoli, e con la trasmissione orale, ha ricoperto sempre più il luogo di ‘paradiso perduto’, di antro infernale oppure di terra cristiana.</p><p rend="text"><hi >Con lo stanziamento dei portoghesi in India, l’Europa inizia a ricevere immagini e notizie sempre più precise del territorio asiatico, trasformando i miti in realtà osservata e ben documentata, nonostante gli aspetti cosmogonici medievali continuarono a circolare anche in seguito alla scoperta della stampa e alla pubblicazione di opere più veritiere. Pertanto, sulla base di quanto abbiamo già menzionato precedentemente, la convivenza tra la nuova realtà e i miti legati all’immaginario ancestrale ha attraversato praticamente tutto il Periodo Moderno.</hi></p><p rend="text"><hi >Tra le numerose opere leggendarie è di fondamentale importanza mettere in risalto il mito del Prete Gianni (che si sviluppò a partire dalla </hi><hi rend="italic" >Lettera</hi><hi > apocrifa </hi><hi rend="italic" >del Prete Gianni</hi><hi >, diffusa in Occidente tra il 1155 e il 1175). Questo mito si trasformerà velocemente in una delle più significative proiezioni dell’Oriente, non solo per la sua durata nell’immaginario collettivo europeo, quanto soprattutto per la sua influenza (ma anche corresponsabilità) nelle mire espansionistiche che hanno preceduto il XV secolo. </hi>La particolarità del mito del Prete Gianni risiede nella sua interminabile ricerca, ossia, nell’insistente tentativo di situarla in uno spazio reale. E per Barnabé, personaggio centrale del romanzo di Mário Claúdio, restano più certezze che dubbi sull’esistenza del Prete Gianni. A Barnabé, che si presenta come un discendente ebreo, abituato fin dalla tenera età a preservare le vere credenze, è attribuita la convinzione che, malgrado tutte le virtù e ricchezze riconosciute dai cristiani al remoto monarca, quest’ultimo in realtà avrebbe origini ebraiche.</p><p rend="text">Non dimentichiamo che tra i motivi che spinsero i portoghesi in India nel 1498 – oltre al desiderio di scoprire una nuova rotta marittima che garantisse il commercio con l’Oriente – vi era la ricerca di alleati tra i presunti ‘cristiani dell’India’, al fine di organizzare una nuova Crociata contro gli infedeli. Questa ambita alleanza ha costituito la parte più idealista del progetto delle Scoperte, basato sul vecchio mito dell’India cristiana. Guidati da questa credenza, i primi portoghesi che arrivarono nel territorio indiano ed ebbero contatti con la religione induista, crearono l’illusione di ritrovare in quei riti locali varie somiglianze con il cristianesimo. Tale illusione non scomparve nemmeno con la seconda spedizione (1501), quando iniziò ad essere più chiaro il fatto che i culti idolatri dominanti avevano una radice ben diversa da quelli cattolici e che i cristiani erano in realtà una minoranza, tra musulmani e indù. La narrativa di Mário Cláudio rimarrà fedele a questo aspetto che si traduce in una ricerca della propria identità nell’alterità, rivelandoci un ‘io’ (oppure un ‘noi’) che ora si identifica con gli ‘altri’, ora si distanzia da essi, indirizzandosi sempre a se stesso, come modello di riferimento. Prendendo come punto di partenza lo stesso fervore religioso, manifestato dai portoghesi nel desiderio di incontrare nell’Altro aspetti comuni legati alla sacralità, anche Mário Cláudio ci fornisce vari indizi importanti sulla visione parziale e distorta dei portoghesi del Cinquecento.</p><p rend="text">Martinho Soares sostiene che la visualità e la verosimiglianza che contraddistinguono la scrittura di Cláudio e i suoi testi, dipendono molto dallo studio diligente della società e degli usi e costumi, intrapresi dall’autore (cfr. Soares 2019, 36-7). La lettura di libri storici e la consultazione di documenti sono abitudini inseparabili della formazione iniziale dello scrittore come bibliotecario-archivista dell’Università di Coimbra, completata in seguito con la laurea in Biblioteconomia e Scienze Documentali presso l’Università College di Londra. L’estrema facilità con cui accede alle fonti storiche e la centralità che esse occupano nel suo lavoro letterario, sono inseparabili dai compiti che ha appreso nel tempo, sia come bibliotecario, sia come tecnico del Museo Nazionale di Letteratura. In seguito, tale esperienza metterà in risalto il valore della documentazione e della conoscenza dell’autore, spiegando altresì il privilegio rivolto alle opere di narrativa, sempre costruite su una base storica.</p><p rend="text">In <hi rend="italic">Peregrinação de Barnabé das Índias,</hi> il punto di vista dei personaggi è perfettamente inserito nel loro tempo. La descrizione dell’arrivo a Calicut è un momento significativo per comprendere l’effetto ripugnante che scaturisce dal contatto con lo spazio, quando Barnabé ha l’opportunità, per la prima volta, di confrontare la città con l’immagine che aveva creato nei propri sogni. La repulsione e lo choc da lui espressi in più occasioni, dalla pacifica convivenza degli autoctoni indiani con le scimmie e le vacche, fino alle pratiche spirituali dei Sadhu o l’oscura immolazione delle vedove, sono episodi che servono a Barnabé per tirare le proprie conclusioni circa la maledizione di quella terra.</p><p rend="text">La caricatura di questo nuovo Oriente, confermata dall’esperienza, è ancora lontana dai ritratti esotici cari ai romantici. Anzi, in questo romanzo tale caricatura è accompagnata da vari momenti di disappunto che trasfigurano continuamente lo spazio, tanto da privarlo della sua sacralità. Nello specifico, le prime immagini di questo Oriente, lontano e indecifrabile, appaiono a Barnabé in gioventù, durante le riunioni segrete di Joseph, il cugino ebreo. Solo in alcuni momenti precisi – nella descrizione del bazar indiano (cfr. Cláudio 2017, 142) o degli abiti (Cláudio 2017, 147), nel ritratto del Samorim (Cláudio 2017, 165) e soprattutto nella visione erotizzata della donna – il romanzo si avvicina ad un certo gusto esotico di romantica memoria. Sia quando i navigatori approdano in Mozambico (Cláudio 2017, 141), sia a Calicut, la figura femminile consustanzia l’elemento consolatore e materializza l’unico Oriente paradisiaco che è permesso loro di conoscere, tanto da confonderlo, quasi, con il sogno (similmente all’arrivo degli argonauti portoghesi presso l’Isola degli Amori, celebrato da Camões ne <hi rend="italic">I Lusiadi</hi>).</p><p rend="text">Nella produzione letteraria di Mário Cláudio, l’immagine dell’Oriente, soprattutto di Goa, si completa in un romanzo a noi più recente, <hi rend="italic">Os Naufrágios de Camões</hi> (2016). Si tratta di un’opera che, dal punto di vista di Martinho Soares, ha contribuito notevolmente ad amplificare l’aspetto biografico, anti-epico e anticonformista dello scrittore, rafforzando ancora una volta la centralità della biblioteca quale luogo della costruzione e archiviazione del sapere (cfr. Soares 2019, 52)<hi >. </hi>Il romanzo esplora l’ipotesi che l’autore de <hi rend="italic">I Lusiadi</hi> in realtà non sia sopravvissuto al naufragio avvenuto alla foce del fiume Mekong, attorno al 1565, diversamente da quanto ci ha trasmesso la tradizione fino ad oggi. Il capitano della nave, che Mário Cláudio chiama Bartolomeo de Castro, si sarebbe appropriato del manoscritto camoniano e dell’identità del poeta dopo la tragedia, producendo a nome suo la parte restante del poema epico nazionale. Mário Cláudio aggiunge a questa ipotesi altri argomenti e varianti che sostiene attraverso figure realmente esistite, che vengono trasformate in personaggi narrativi (tra cui il viaggiatore inglese Richard Francis Burton e lo stesso Mário Cláudio) e piani temporali che si intersecano (i secoli XVI, XIX e l’epoca a noi contemporanea).</p><p rend="text">Un aspetto che sembra influire sulla rappresentazione degli spazi è l’annessa islamofobia attribuita a Camões (cfr. Cláudio 2016, 95-6) che in certi momenti serve a Mário Cláudio da pretesto per distinguere due Orienti geografici. Con un sottofondo inequivocabilmente esotico, da un lato ritrae le piacevoli descrizioni di Goa del contemporaneo Timothy, dall’altro le nauseanti sensazioni percepite da Burton in un altro Oriente, l’Islam – un aspetto, questo, che converge con le informazioni costanti, presenti nei resoconti scritti dal viaggiatore inglese.</p><p rend="text">L’impero ottomano materializzava ancora l’antica concezione di Oriente come sinonimo di una fede rivale, tanto da costituire, in pieno XVI secolo, la più grande minaccia all’egemonia europea. È a questo Oriente – intollerante, sanguinario, oscuro – che si contrappose un Oriente di speranze e fantasie, che inizia a far sognare l’Europa quando la flotta di Vasco da Gama arriva in India via mare. La natura contrastante di queste terre lontane è uno dei tratti distintivi dell’opera narrativa di Mário Cláudio che vogliamo esporre anche in questo studio, poiché, sulla base di quanto riportato precedentemente, il viaggio è una grande avventura sinestetica che offre una vasta tela di contraddizioni: dalla visione del meraviglioso e della purezza più pura, allo choc con la sordida quotidianità complessa e marcata da disuguaglianze; dalla musicalità penetrante e spirituale, al rumore assordante e doloroso di certi angoli; dal profumo sublime che raggiunge i livelli più alti del sogno, ad altri odori pesanti e nauseabondi. Nelle descrizioni che percorrono le tre opere scelte è possibile scorgere numerosi esempi di questi paradossi e antinomie perfettamente riflessi, ancora una volta, nella figura della donna orientale. Temperato dall’estetica esotizzante, che ricorda le famose ‘cineserie’, nel romanzo di Cláudio emerge il ritratto dell’amata di Camões, Dinamene, la fanciulla cinese morta tragicamente, «bella come una peonia sbocciata» (Cláudio 2016, 138).</p><p rend="text">Come sappiamo, la donna orientale costituisce da sempre uno dei tratti distintivi dell’immaginario orientalista, in quanto sineddoche della stessa Asia tropicale (cfr. Braga 2019, 144-7). Anche in Mário Cláudio la sensualità femminile emerge molte volte come risposta a una sessualità repressiva, angosciata e dogmatica. Recuperando il suo valore di <hi rend="italic">topos</hi> orientalista, l’autore attribuisce alle figure femminili di questi romanzi il compito di ampliare i paesaggi, rendendole praticamente indistinte dagli ambienti che materializzano le loro caratteristiche. Le formulazioni di questo tema, all’interno della letteratura contemporanea portoghese, garantiscono così l’intenso dialogo con l’immaginario mitico del viaggio in India, radicato ancora una volta ne <hi rend="italic">I Lusiadi</hi> di Camões e nel celebre episodio dell’Isola degli Amori.</p><p rend="text">Il testo drammatico <hi rend="italic">A Ilha de Oriente</hi> è un altro dei lavori di Mário Cláudio in cui questo remoto spazio figurativo ci viene presentato come un idillio, una chimera, come centro di una utopia civilizzatrice. Il registro marcatamente allegorico di questa <hi rend="italic">pièce</hi> evoca altri testi della memoria collettiva portoghese, alcuni ancestrali, quali la leggendaria Atlantide, le Isole di San Brandano (o Isole Fortunate), l’ambita visione del mondo che Tommaso Moro descrive nella sua <hi rend="italic">Utopia</hi> e, soprattutto, il mitema delle Indie Spirituali, profondamente legato alla costruzione dell’identità nazionale portoghese, attraverso una trasposizione visionaria e profetica dei viaggi marittimi – l’idea della scoperta di ‘un’altra India’ (cfr. Borges 2010, 49-51). Ma non solo: è anche la coscienza acuta di una crisi che dà forma al testo drammatico di Mário Cláudio, attraverso la voce del marinaio Leonardo, la voce che testimonia un sogno trasformato in incubo e desolazione, a cui non resta altro che sommare i lamenti.</p><p rend="text">Dopo la Rivoluzione del 25 aprile 1974, che ristabilisce la democrazia in Portogallo, si avvia un procedimento di revisione e decostruzione dei miti legati all’ideologia dell’impero, tanto che Vasco da Gama e la rappresentazione del suo viaggio diventano due degli oggetti preferiti di questa rilettura critica (soprattutto in prossimità dei Cinquecento anni dell’arrivo in India celebrati nel 1998). Si vedano ad esempio, nella narrativa di finzione, opere quali <hi rend="italic">O Bosque Harmonioso </hi>[Il Bosco Armonioso] (1982) di Augusto Abelaira,<hi rend="italic"> As Naus </hi><hi rend="italic CharOverride-1">[Le navi]</hi> (1988) di António Lobo Antunes e <hi rend="CharOverride-2">O Conto da Ilha Desconhecida </hi>[<hi rend="italic CharOverride-1">Il racconto dell’isola sconosciuta]</hi> (1997) di José Saramago; o ancora più recentemente <hi rend="italic">Uma Viagem à Índia </hi>[Un viaggio in India] di Gonçalo M. Tavares (2010) e <hi rend="italic">O Murmúrio do Mundo </hi>[Il mormorio del mondo] di Almeida Faria (2012). Potremmo aggiungere anche un’altra opera di Mário Cláudio<hi >, </hi><hi rend="italic" >Tocata para Dois Clarins </hi><hi >[Toccata per due clarini]</hi><hi rend="italic" > </hi><hi >(1992), che abbiamo deciso di omettere in questo lavoro perchè ritenuta poco rappresentativa della costruzione immaginaria dell’Oriente, in confronto alle altre prese in esame. </hi>Tali opere, insomma, funzionano come ‘contro-discorso’, sostituendo la mitologia culturale imposta dal tempo con una sorta di immaginario favoloso allegorico (cfr. Vecchio, e Roani 2015b, 192).</p><p rend="text">È all’interno di questa cornice di ‘contro-reazione’ (cfr. Soares 2019, 50), nella quale si configura la letteratura portoghese a partire dall’ultimo quarto del secolo scorso, che dobbiamo leggere le opere di Cláudio selezionate per questo lavoro, visto che evidenziano il conflitto contro un certo autismo memorialista che cerca di negare la realtà nuda e cruda degli eventi. In tal senso, gli incroci tra storia e finzione che ognuna di esse fornisce non presentano solo un nesso intratestuale, ricorrendo a stratagemmi che vanno dalla citazione all’allusione, al <hi rend="italic">pastiche</hi> e alla parodia – che sarebbe l’ambito della intertestualità –, ma raggiungono soprattutto i domini della ‘trans-finzionalità’. Ciò che incontriamo nell’opera di Mário Cláudio – e in altre alle quali facciamo allusione – è l’appropriazione di personaggi di una previa finzione col fine di essere reinventati in una finzione piuttosto distinta. Come spiega Isabel Pires de Lima, ci troviamo di fronte a una sorta di ‘contro-finzioni’, dove al centro della narrativa viene collocato un personaggio alternativo alla Storia, approfittando di certe porosità esistenti nella trama ufficiale della Storia stessa, per creare sequenze di enunciati ‘controfattuali’ (Lima 2011, 172-3). Dunque, il personaggio di finzione arriva a occupare il posto della realtà costruendo, a partire da qui, una narrativa ‘controfattuale’; una narrativa di primo grado, per così dire, che la storiografia e la memoria collettiva riconoscono come quella a cui appartiene il personaggio in questione.</p><p rend="text"><hi >Inserita in questa tendenza,</hi> l’isola d’Oriente, nella <hi rend="italic">pièce</hi> di Mário Cláudio, trascende ogni geografia e ogni luogo oggettivamente conosciuti: Vasco da Gama conduce i suoi uomini verso questo ritaglio di terra «che si trova al centro del mondo» (Cláudio 1996, 97), ma che nessuno ha mai visto in nessuna mappa, tanto da attribuire loro l’importante missione di scoprire «quale mistero ruota attorno al Mondo e al Portogallo» (Cláudio 1996, 101). È un’isola situata fuori dallo spazio, ma solo apparentemente fuori dal tempo, visto che Vasco da Gama, la voce che pilota i navigatori, circoscrive l’azione in un momento reale. Assicurando l’esercizio continuo della memoria – non la memoria del passato ma quella che rende ‘presente’ il presente – figura come un <hi rend="italic">trait d’union</hi> con il tempo concreto della scrittura, che è anche il tempo della decadenza e del declino.</p><p rend="text">Questo Vasco da Gama che entra in scena «sotto un baldacchino di velluto rosso sostenuto da un bambino nero, adulato da una coppia di ballerini indiani, seguito da quattro marinai che camminano in retroguardia» (Cláudio 1996, 115), corrisponde all’immagine simbolica dell’Impero, grandioso e sovrano, che il XV secolo ha visto nascere. Così, nonostante la sua voce sia rivolta al presente – a un altrettanto simbolico ‘marinaio di oggi’ – e lo esorti a proseguire la sua missione, Vasco da Gama è una figura che sembra incarnare essenzialmente il passato: la reputazione degna, ma ormai caduca del popolo portoghese, e un’esistenza cristallizzata ormai spenta da tempo. Il personaggio Leonardo, da parte sua, rappresenta la natura visionaria e utopica del medesimo popolo. La sua isola – o, se preferiamo, la sua India – «[è] quella che risiede nel cuore, di cristallo e diaspro, il cui nome nessuno pronuncia»; è l’isola che si trova «[i]n ciò che nessuno ha mai disegnato, che si custodisce nel petto ed è così fine che è materia trasparente, senza limiti, lunghezze, linee, colore, leggenda alcuna» (Cláudio 1996, 126).</p><p rend="text">Questa lettura allegorica dello spazio ci invita a esaminare, ad esempio, la poesia <hi rend="italic">Passage to India</hi> (<hi rend="italic">Leaves of Grass</hi>, 1855), nella quale anche Walt Whitman ci presenta un’India che è simbolicamente la culla grandiosa dell’umanità, l’eden terrestre, il mito splendente delle origini della civiltà. Questo spazio mitico, ideale, concepito da Whitman, in sintonia con quello presentato dal personaggio Leonardo, sarebbe raggiungibile solo attraverso un viaggio dello spirito. È questo l’appello del soggetto poetico di <hi rend="italic">Passage to India</hi>: l’anima dovrebbe cambiare marcia e andare indietro nel tempo, nel passato. Allora il destino diventa una sorta di Quinto Impero (messianico-sebastianista-pessoano): al poeta è attribuita questa missione di raggiungere l’India tramite ‘l’Anima’. Anche nella <hi rend="italic">pièce</hi> di Mário Cláudio l’Anima si presenta come personaggio e l’autore, con l’ausilio di didascalie, mette in risalto l’idea che questa scaturisca «sempre unita a Leonardo» (Cláudio 1996, 126).</p><p rend="text">Infatti, ognuno di questi aspetti enfatizzati nella <hi rend="italic">pièce</hi> di Mário Cláudio riprende una delle questioni più frequentemente avanzate dalla letteratura portoghese posteriore alle Scoperte – la questione dell’incombenza divina, ossia l’attribuzione alla nazione portoghese di un mandato divino di conquista del mondo (cfr. Vecchio, e Roani 2015b, 35). D’accordo con questa lettura, l’incontro con l’Oriente terrestre assume un’importanza quasi secondaria, visto che ha rappresentato solo la chiave d’accesso verso un Oriente maggiore e simbolico: l’Oriente celeste. Nell’ultimo atto della <hi rend="italic">pièce</hi> Vasco da Gama ritiene l’argonauta Leonardo «disperso negli affari terreni», in quanto l’isola dove approda per compiere la propria missione è un’isola dislocata al di fuori della comprensione umana: un’isola dell’anima.</p><p rend="text">Tale Oriente simbolico, che per molto tempo ha popolato la letteratura portoghese, anche nella <hi rend="italic">pièce</hi> di Mário Cláudio acquisisce la valenza di un percorso e di un destino iniziatici. Ed è quanto ci rivela Vasco da Gama nella scena finale – le sue parole auto-investono il capitano di doni che possiamo definire messianici. Si tratta di auto-attribuzioni che lo trascendono e che vengono confermate dallo stesso marinaio Leonardo, e per questo, riconosciute simbolicamente da un popolo intero.</p><p rend="text">Anche in <hi rend="italic">Peregrinação de Barnabé das Índias</hi>, la missione quinto-imperialista e il destino spirituale attribuito alla patria portoghese sono oggetto di riflessione continuativa. Le figure degli angeli, simbolicamente presenti fin da subito nei nomi attribuiti a due delle tre navi della flotta di Vasco da Gama, si impongono come mediatori di questo destino. Ancora una volta, è dal capitano maggiore che parte l’assunzione della divina incombenza che è stata loro affidata – una comprensione che poi si estenderà a Barnabé. A questo punto il viaggio interiore inizia a prendere forma, anche se il vero senso della peregrinazione verrà chiarito solo alla fine. Nel penultimo capitolo, davanti a Barnabé, appare la figura statica di San Raffaele. Toccato dalla volontà e dai desideri dell’angelo, Barnabé diventa un uomo ‘illuminato’. Alla fine del romanzo si ha la certezza che ad aver accompagnato il viaggio nello spazio reale sia stata una <hi rend="italic">peregrinatio animae</hi>, comandata dall’Alto. A questa chiamata superiore, solo il personaggio Barnabé è stato capace di accedere.</p><p rend="text">Le opere analizzate per questo lavoro non lasciano dubbi che il viaggio in India continui ad essere uno dei discorsi più emblematici della memoria culturale portoghese. La letteratura contemporanea ha affermato tale continuità simbolica, prendendo parte a un intreccio fantasmatico, dove ad ogni momento i soggetti rivelano i propri predecessori e recuperano personaggi d’altri tempi. <hi >Mário Cláudio, avvicinandosi allo spirito della sua generazione, propone una deposizione elaborata degli scenari della storia, dove l’Oriente occupa uno spazio preferenziale. Ci troviamo di fronte a opere di  narrativa che smascherano gli obiettivi predatori dei viaggi ‘evangelizzatori’, come spiega Lélia Parreira Duarte, mostrando in forma velata delle vere e proprie critiche all’ ‘eroismo’ dei viaggiatori e al loro ‘naturale’ destino di dominatori del mondo, ma anche presentando il documento storico quale strumento testuale incompleto, senza una debita ricezione (cfr. Duarte 2010, 124).</hi></p><p rend="text">Il mio proposito è stato quello di aver chiarito, attraverso questa breve analisi, in che modo alcune opere recenti di Mário Cláudio re-iscrivano la storia delle navigazioni portoghesi, insieme alla riformulazione delle premesse ideologiche e alle strategie figurative e discorsive dei resoconti di viaggio. La rappresentazione dell’immaginario collettivo, sulla base di quanto abbiamo illustrato, opera a partire da un meccanismo allegorico molto vicino alla tradizione narrativa, proveniente dai viaggi e dalle peregrinazioni anteriori (cfr. Vecchio, e Roani 2015b, 42). L’arrivo in India ha imposto (e impone ancora oggi) un nuovo modo di intendere e concepire lo spazio, nel senso che indica la nascita del Nuovo Mondo e la rettificazione del Vecchio Mondo. Nelle opere di Mário Cláudio che abbiamo analizzato, l’incontro con l’Oriente rappresenta più che un marchio storico: tale incontro ha dato vita a un nuovo parametro per la scoperta dell’uomo intrapresa dall’uomo e soprattutto per l’unione tra il percorso umano e l’istanza divina.</p><p rend="h2">Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib">Abelaira, A. 1987 (1982). <hi rend="italic">O Bosque Harmonioso</hi>. Lisboa: O Jornal.</p><p rend="bib_indx_bib">Antunes, A.L. 2016 (1988). <hi rend="italic">As Naus</hi>. Alfragide: Leya/Livros RTP.</p><p rend="bib_indx_bib">Borges, P. 2010. “Índias Espirituais e Ilusão em Teixeira de Pascoaes e Fernando Pessoa. 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Roani. 2015b. “Literatura, História e Imaginário: a viagem de Vasco da Gama revisitada por Mário Cláudio.” <hi rend="italic">Revista Remate de Males</hi>, 35 (2): 301-23.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="26.html#footnote-002-backlink">1</ref></hi>	<hi >Il saggio è stato tradotto in italiano da Michela Graziani, come richiesto dall’autrice, incluse le citazioni di Mário Cláudio.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="26.html#footnote-001-backlink">2</ref></hi>	<hi >O trabalho desenvolvido pela investigadora é financiado por fundos nacionais através da FCT – Fundação para a Ciência e a Tecnologia, I.P., no âmbito da celebração do contrato-programa previsto nos números 4, 5 e 6 do art.º 23.º do D.L. n.º 57/2016, de 29 de agosto, alterado pela Lei n.º 57/2017, de 19 de julho. Questa precisazione tecnica è rimasta in portoghese, come richiesto dall’autrice.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="26.html#footnote-000-backlink">3</ref></hi>	<hi >Per attenerci fedelmente ai contenuti del testo originale, abbiamo utilizzato la traduzione italiana del 2006 a cura di Roberto Vecchi e Vincenzo Russo (Lourenço 2006). Nella bibliografia finale riportiamo però anche l’edizione del 2010 in lingua originale.</hi></p>
      
      
      
      
      
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          <head>References</head>
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          <bibl n="56604">Borges, P. 2010. “Índias Espirituais e Ilusão em Teixeira de Pascoaes e Fernando Pessoa. Portugal como centro do descentramento e re-orientação do Velho Mundo europeu-ocidental.” In L’Oriente nella lingua e nella letteratura portoghese, a cura V. Tocco 47-66. Pisa: Edizioni ETS.</bibl>
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          <bibl n="56619">Vecchio, D., e G.L. Roani. 2015b. “Literatura, Hist&amp;#243;ria e Imagin&amp;#225;rio: a viagem de Vasco da Gama revisitada por M&amp;#225;rio Cl&amp;#225;udio.” Revista Remate de Males, 35 (2): 301-23.</bibl>
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