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        <title type="main" level="a">Gli economisti e il corporativismo nell’Italia fascista</title>
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            <surname>Bini</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Le sirene del corporativismo e l'isolamento dei dissidenti durante il fascismo</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-455-7</idno>) by </resp>
          <name>Lucilla Conigliello, Piero Barucci, Piero Bini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2021">2021</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-455-7.02</idno>
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        <p>This paper focuses on the role and relevance of Corporatism in the Italian tradition of economic studies during the 1920s and 1930s. Historiography offers two different interpretations: Corporatism as a propaganda phenomenon and an economic doctrine limiting freedom; Corporatism as a series of policy measures devised to stabilize the Italian economy after WW1. To correctly assess the phenomenon of Corporatism, this paper chooses a different approach: an in depth analysis of the main theoretical answers proposed by Italian economists in regard to the most significant policy issues of the time. For example: corporatist wage and labor policy, the post-1929 relief measures, the bail out of some leading banks, the foundation of the Italian Financial Institute (IMI) in 1931 and of the Industrial Reconstruction Institute (IRI) in 1933, and finally the projected third way between a market economy and a command economy.
One of the main conclusions of this research is that the energies and time spent into devising a Corporatist economic system and Corporatist policy measures hindered the advancement of economic studies in Italy.</p>
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            <item>Economic policy in interwar years Italy; Corporatism in the fascist Italy</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-455-7.02<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-455-7.02" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Gli economisti e il corporativismo nell’Italia fascista</p><p rend="h1_author">Piero Bini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-092-backlink"><ref target="02.html#footnote-092">1</ref></hi></hi></p><p rend="h2">1. Introduzione</p><p rend="text">Sul fenomeno istituzionale, culturale e scientifico del corporativismo durante il fascismo si è formato a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso un consistente filone storiografico, ricco di numerose spiegazioni. Al fine di darne una sintesi, abbiamo estrapolato da questo filone due interpretazioni idealtipiche di confine, cioè tali da rappresentare, sia pure da prospettive opposte, tutte quelle intermedie. </p><p rend="text">La prima linea storiografica di confine considera il corporativismo come una mera proiezione nel campo economico di una concezione accentrata e autoritaria dello Stato. Il regime fascista si sarebbe avvalso del progetto corporativo, da una parte, per facilitare a se stesso il compito di limitare le libertà economiche e soffocare le istanze sociali; dall’altra, per prospettare e al tempo stesso eludere il coinvolgimento delle masse nelle scelte economiche del regime. Così delineato, il corporativismo non avrebbe avuto un suo contenuto autonomo, ma sarebbe stato prevalentemente propaganda sotto una veste meta-teorica, oppure anche una forma di strumentalizzazione e machiavellismo.</p><p rend="text">La seconda linea storiografica considera invece il corporativismo come un serio tentativo, per quanto maldestro in non poche delle sue manifestazioni, di adeguare le istituzioni del Paese al cambiamento di struttura del sistema economico e sociale verificatosi tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. In primo luogo ci riferiamo al fenomeno della trasformazione di una economia di tipo prevalentemente concorrenziale in un altro tipo caratterizzato dalla presenza di mercati ‘imperfetti’ (oligopoli, cartelli industriali ecc.); ma poi anche alla esigenza di elaborare nuove modalità di intervento pubblico per contenere la crescente instabilità dell’economia a partire dalla fine della Prima guerra mondiale. Sotto questa angolazione, in questo filone interpretativo hanno trovato spazio argomenti per raffigurare il corporativismo come una soluzione di economia mista, o perfino un progetto di terza via tra statalismo e mercato. In altri termini, una formula che fosse in grado di affrontare il fenomeno indotto dalla crescente necessità storica di ampliare la partecipazione sociale nella gestione dell’economia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-091-backlink"><ref target="02.html#footnote-091">2</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Nel corso di questo studio avremo modo di precisare la nostra posizione rispetto a questa bipolarità interpretativa.</p><p rend="h2">2. Natura e finalità dell’economia corporativa</p><p rend="text">Come movimento di idee, il corporativismo prese forma nel periodo immediatamente precedente alla Prima guerra mondiale. Vi confluirono molteplici idee e programmi, talvolta tra loro in opposizione. Ne segnaliamo tre in particolare, sebbene essi non esauriscano le sorgenti di ispirazione del corporativismo in Italia negli anni tra le due guerre. Ci riferiamo anzitutto ad alcune posizioni del sindacalismo rivoluzionario favorevoli all’autogoverno della produzione e alla partecipazione diretta dei lavoratori alle scelte di politica economica. In certe circostanze, tali posizioni si caratterizzarono anche per atteggiamenti ambigui, se non condiscendenti, nei confronti della violenza quale possibile strategia di azione sociale. Intendiamo richiamare poi i programmi del nazionalismo economico che, secondo Alfredo Rocco – il più influente interprete di questo indirizzo – appoggiava l’idea di una sorta di trade-unionismo di Stato, implicante il superamento dei conflitti di classe interni al Paese. La sua finalità era quella di realizzare un sistema economico con al centro la corporazione, un istituto pensato con funzioni di coordinamento dei vari settori produttivi e anche per infondere nel sistema uno spirito sociale unitario<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-090-backlink"><ref target="02.html#footnote-090">3</ref></hi></hi>. Ci riferiamo infine ad un filone di pensiero che si poneva in continuità con la tradizione italiana di studi economici di matrice cattolica-moderata risalente al Sette-Ottocento<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-089-backlink"><ref target="02.html#footnote-089">4</ref></hi></hi>. Facente parte di questa matrice di pensiero – che da Antonio Genovesi porta ai ‘lombardo-veneti’ e a Giuseppe Toniolo – vi era indiscutibilmente la critica dell’individualismo economico. Di qui l’emergere di un collegamento con il corporativismo. A nostro parere però sarebbe errato accentuare il significato di una simile assonanza. Non va trascurato infatti che questa linea di moderatismo cattolico si caratterizzava anche per un ideale spiritualistico di solidarietà sociale da perseguire prevalentemente sulla base di relazioni personali. Ebbene, questo orientamento non avrebbe trovato una sufficiente conferma né nell’ideologia dello Stato totalitario fascista, improntato piuttosto ad una filosofia del diritto di stampo hegeliano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-088-backlink"><ref target="02.html#footnote-088">5</ref></hi></hi>, né in alcune sue significative espressioni autoritarie e centralistiche, non escluso il vagheggiamento (durante gli anni Trenta) di vere e proprie forme tecnocratiche di programmazione economica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-087-backlink"><ref target="02.html#footnote-087">6</ref></hi></hi>.</p><p rend="text"> Tenga presente il lettore che il riferimento ai suddetti tre filoni che in varia misura avrebbero contribuito a definire l’ideologia del fascismo non ha alcuna pretesa di sintesi, ma solo lo scopo di evidenziare il carattere spurio di tale ideologia. </p><p rend="text">Inoltre non ci pare secondario osservare che tra quanto i vari indirizzi dottrinari ritenevano necessario realizzare per dar luogo a un genuino sistema corporativo, e quanto in proposito venne attuato dal regime mussoliniano, il grado di corrispondenza fu così precario e aleatorio, e comunque molto più verbale che sostanziale, da rendere un po’ oziosa la ricerca di quale sia stata la specifica combinazione di idee sul corporativismo che il fascismo intese realmente fare sua.</p><p rend="text">Scendendo dal livello delle elaborazioni ideali a quello dei fatti e delle politiche, occorre aver presente che le prime manifestazioni istituzionali del corporativismo videro la luce solo a partire dalla metà degli anni Venti. Nell’ottobre 1925 fu stipulato il patto di Palazzo Vidoni con il quale, dalla parte dei datori di lavoro, la Confederazione generale dell’industria riconosceva la rappresentanza esclusiva della Confederazione delle corporazioni fasciste, esautorando così di fatto le organizzazioni sindacali libere. Con la successiva legge 3 aprile 1926 fu sancita una nuova regolamentazione dei rapporti collettivi di lavoro, con la quale furono vietati scioperi e serrate; fu introdotto il monopolio legale della rappresentanza dei lavoratori da parte dei sindacati fascisti; e fu istituita una magistratura del lavoro con compiti di arbitrato nelle relazioni industriali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-086-backlink"><ref target="02.html#footnote-086">7</ref></hi></hi>. In breve, con quella legislazione il regime fascista codificò i presupposti istituzionali finalizzati ad uno stretto controllo sul mercato del lavoro. </p><p rend="text">Circa un anno dopo, il 21 aprile 1927, fu promulgata con grande clamore propagandistico la <hi rend="italic">Carta del lavoro</hi>, documento revisionato da Alfredo Rocco e apertamente condiviso da Mussolini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-085-backlink"><ref target="02.html#footnote-085">8</ref></hi></hi>. Attraverso questo documento il regime tracciava le linee lungo le quali la legislazione del lavoro si sarebbe dovuta orientare al fine di garantire la pace sociale tra tutte le forze produttive del Paese e l’intervento dello Stato nei rapporti di lavoro e in generale nell’economia. Tra le trenta dichiarazioni che formavano il testo di questo documento, la dichiarazione dodicesima enunciava i criteri a cui il salario corporativo avrebbe dovuto uniformarsi. Torneremo su questo specifico argomento nel successivo paragrafo.</p><p rend="text">Sulla base di questi atti politici e legislativi prese corpo, negli anni a cavallo tra i Venti e i Trenta, un dibattito tra economisti in merito alla natura e alle finalità che il corporativismo avrebbe dovuto assumere. Gradatamente emerse anche un certo fervore intellettuale, testimoniato tanto dalla nascita di riviste aventi lo scopo di promuovere una qualche versione del corporativismo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-084-backlink"><ref target="02.html#footnote-084">9</ref></hi></hi>, quanto dallo svolgimento di importanti convegni di studio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-083-backlink"><ref target="02.html#footnote-083">10</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Al fine di mettere un po’ d’ordine in un dibattito che testimoniò orientamenti scientifici talvolta molto divergenti tra loro, e pareri politici sostanzialmente in conflitto nonostante il conformismo introdotto dal fascismo, tracciamo ora tre linee di pensiero utili a rappresentare lo spettro coperto dalla debordante letteratura prodotta dagli economisti italiani sul tema del corporativismo. Ciò comporterà una forte semplificazione, ma confidiamo che questo costo interpretativo sarà compensato dalla possibilità offerta al lettore di acquisire una accettabile sintesi del fenomeno in questione.</p><p rend="h2">3. Economisti più o meno corporativi</p><p rend="text">Le tre linee di pensiero alle quali si è appena accennato sono qui illustrate legandole ai nomi degli economisti che maggiormente le rappresentarono.</p><p rend="h3">3.1 Gli economisti del corporativismo ‘integrale’</p><p rend="text">Secondo un primo indirizzo di pensiero, il corporativismo avrebbe dovuto non solo caratterizzare una nuova architettura istituzionale dello Stato e della società, ma costituire anche la base per la rifondazione della scienza economica. Tra gli esponenti più noti di questa linea di corporativismo troviamo gli economisti Gino Arias, Filippo Carli e Carlo E. Ferri, ma anche un filosofo, Ugo Spirito<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-082-backlink"><ref target="02.html#footnote-082">11</ref></hi></hi>. Tra loro correvano divergenze talvolta acutissime, come nel caso del contrasto tra Arias e Spirito. Ma essi erano anche accomunati da una critica di fondo all’utilitarismo individualistico, all’economia liberale e alla teoria economica neoclassica, e in definitiva dalla necessità di attuare un rinnovamento radicale degli studi di economia.</p><p rend="text">In fase propositiva questi autori si caratterizzarono per l’intento di definire un nuovo rapporto tra individuo e Stato tale da implicare una conflittualità minima tra i due termini, al limite l’identità tra essi. In luogo dell’<hi rend="italic">homo oeconomicus</hi>, ritenuto un modello retorico del tutto inappropriato a rappresentare il contenuto esistenziale dei comportamenti umani e quindi distorcente della realtà, essi coniarono nuovi concetti, come ‘coscienza corporativa’ (Arias) e <hi rend="italic">homo corporativus</hi> (Carli); oppure, come nel caso di Spirito, nuove soluzioni istituzionali attraverso cui si sarebbe dovuta realizzare la simbiosi tra interessi privati e finalità pubbliche.</p><p rend="text">Gino Arias – economista non teorico di formazione storicistica – considerava l’economia una scienza morale e sociale. Riteneva che, sotto l’egida del fascismo, il grado di consapevolezza e di condivisione da parte dei singoli individui delle finalità della nazione (condensato nel concetto di <hi rend="italic">affectio societatis</hi>) si sarebbe progressivamente elevato. In luogo dei tipici comportamenti autointeressati del soggetto economico, sarebbero prevalse motivazioni individuali moralmente ispirate da una coscienza corporativa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-081-backlink"><ref target="02.html#footnote-081">12</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Secondo l’impostazione di Filippo Carli, nell’economia corporativa il soggetto delle scelte economiche non è il singolo individuo bensì il gruppo in cui l’individuo è inserito in quanto facente parte funzionalmente di un determinato ciclo produttivo. Per gruppo, Carli intendeva di fatto il sindacato o la corporazione: «punto tangenziale nel quale le scelte economiche individuali acquistano automaticamente e necessariamente carattere pubblicistico»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-080-backlink"><ref target="02.html#footnote-080">13</ref></hi></hi>. Libertà di scelta, principio del minimo mezzo, criteri ottimali di valutazione andavano perciò riferiti al nuovo soggetto ‘collettivo’ da lui chiamato <hi rend="italic">homo corporativus</hi>: un soggetto dell’economia in grado di compiere spontaneamente, sotto l’influsso etico del fascismo, un calcolo di sintesi tra interesse privato e interesse nazionale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-079-backlink"><ref target="02.html#footnote-079">14</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Anche per Ferri il principio regolatore dell’economicità in regime corporativista, piuttosto che basarsi sul giudizio edonistico dell’individuo, sarebbe stato realizzato da un soggetto plurale consapevolmente orientato ad assumere quale obiettivo da massimizzare il prodotto nazionale in termini reali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-078-backlink"><ref target="02.html#footnote-078">15</ref></hi></hi>. Non diversamente da Arias e Carli, anch’egli però non riuscì a specificare il processo tramite il quale l’iniziativa dei singoli (e le loro soggettive funzioni di utilità) avrebbero potuto convergere verso le finalità assunte dal gruppo. E neppure furono chiariti mezzi e strumenti di una politica economica idonea a realizzare l’assimilazione delle iniziative individuali nell’azione del massimo soggetto di riferimento, cioè lo Stato. A supporto delle loro elaborazioni, tutti e tre molto confidarono nella capacità del regime fascista di influenzare le mentalità individuali in modo coerente con gli obiettivi che il regime stesso si sarebbe posto di volta in volta. </p><p rend="text">Per Ugo Spirito il limite più grave del così detto <hi rend="italic">homo oeconomicus</hi> era di non riconoscere la natura sociale dell’uomo. Solo nella interconnessione tra gusti, motivazioni e fini di un individuo con quelli di altri individui l’attività dell’uomo sarebbe diventata «intellegibile e logicamente considerabile»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-077-backlink"><ref target="02.html#footnote-077">16</ref></hi></hi>, scriveva Spirito. A sua volta l’attività umana avrebbe trovato nella identificazione con le finalità dello Stato la sua espressione universale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-076-backlink"><ref target="02.html#footnote-076">17</ref></hi></hi>. Perciò la missione del corporativismo sarebbe dovuta consistere nel promuovere il conseguimento di un’identità organica tra queste due realtà, individuo e Stato. A suo giudizio, l’attuazione pratica di questo connubio sarebbe scaturita dai processi decisionali di un nuovo assetto economico-giuridico di natura costituzionale, la ‘corporazione proprietaria’. Nel prospettare un processo di abolizione della proprietà privata – senza però che ciò sfociasse nel socialismo – Spirito concepiva la corporazione proprietaria come una sorta di collettivizzazione sociale dei vari settori dell’economia. La proprietà dei mezzi di produzione – così De Francisci Gerbino sintetizzava questo controverso punto di vista di Spirito – sarebbe dovuta essere «della collettività gerarchicamente disposta, in cui ognuno affermi la propria iniziativa e assuma la propria responsabilità»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-075-backlink"><ref target="02.html#footnote-075">18</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Le elaborazioni di Arias, Carli, Ferri e Spirito – ciascuno di essi con posizioni più o meno diverse da quelle degli altri tre campioni del corporativismo ‘integrale’ – suscitarono talvolta molto rumore e impegnarono numerosi economisti meno caratterizzati di loro dal punto di vista dottrinario in lunghi dibattiti sul metodo e in repliche e controrepliche altrettanto logoranti. Tuttavia, la loro capacità di tenere testa ai loro interlocutori si venne gradualmente indebolendo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-074-backlink"><ref target="02.html#footnote-074">19</ref></hi></hi>. La posizione di Spirito, con la sua proposta di ‘corporazione proprietaria’, evocò il fantasma del comunismo e fu perciò ritenuta dalla gran parte dei commentatori, non escluso Giuseppe Bottai e lo stesso Mussolini, fuori dall’alveo delle direttive del fascismo. Le elaborazioni di Arias, Carli e Ferri, talvolta argomentate con dovizia di particolari che spaziavano dai presupposti etici del corporativismo fino ad approfondimenti specifici, non riuscirono a loro volta a svincolarsi da quello che potremo considerare un punto morto della loro ricerca: da un lato caratterizzarsi per il rifiuto a priori di alcuni significativi postulati o teorie o modi di intendere l’atto economico da parte della scienza economica consolidata; dall’altro, però, trovarsi in difficoltà nell’approfondire ipotesi alternative a quelle tradizionali dal momento che il fascismo aveva continuato a riconoscere legittimità alla proprietà privata e alla gestione autonoma delle imprese. Stretti in questa contraddizione, essi non riuscirono a indicare metodi, istituzioni e politiche in grado di far convivere le scelte collettive con le iniziative economiche individuali senza che ciò comportasse perdite di efficienza<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-073-backlink"><ref target="02.html#footnote-073">20</ref></hi></hi>. Alcuni di essi, come Arias ad esempio, finirono per accogliere il presupposto che l’economia corporativa costituisse di per sé la condizione necessaria e sufficiente per la propria autorealizzazione. Altri, come Carli e Ferri si fermarono ai preliminari di una vera e propria svolta teorica. Per questi motivi – e per quanto i loro sforzi per formare una classe dirigente corrispondente alle idee del corporativismo fossero reali e consistenti – i loro lavori (in particolare quelli di Arias) furono ritenuti da buona parte degli studiosi che non si muovevano su questa loro linea di rinnovamento radicale dell’economia, come non suscettibili di trattamento scientifico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-072-backlink"><ref target="02.html#footnote-072">21</ref></hi></hi>. </p><p rend="h3">3.2 Gli economisti del ‘compromesso’ </p><p rend="text">La gran parte degli economisti italiani rifiutò l’approccio di questi corporativisti integrali, sulle cui posizioni fecero talvolta calare il sospetto di vacuità scientifica. Gli economisti appartenenti a questo secondo gruppo rappresentavano invece il corporativismo nei termini di un compromesso tra le istanze politiche del regime fascista – tra cui spiccavano quelle volte a realizzare la ‘pace sociale’ e la ‘potenza della nazione’ – e gli schemi teorici noti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-071-backlink"><ref target="02.html#footnote-071">22</ref></hi></hi>. Probabilmente non tradiamo troppo il loro orientamento sostenendo che in essi prevalse una interpretazione del corporativismo come una nuova politica economica da attuarsi in un contesto istituzionale sotto alcuni aspetti effettivamente inedito. In questo gruppo troviamo la gran parte degli economisti italiani. Ci riferiamo ad autori come Luigi Amoroso, Alberto de’ Stefani, Guglielmo Masci, Gustavo Del Vecchio, Giovanni Demaria, Marco Fanno, Celestino Arena, Rodolfo Benini, Alberto Breglia, Manlio Resta, Amedeo Gambino, e molti altri ancora. Delle loro posizioni ci occuperemo più approfonditamente nei paragrafi 4 e 5.</p><p rend="text">I temi da essi maggiormente trattati nello spirito di ricerca sopra delineato furono la teoria e la politica del salario; la teoria dei mercati imperfetti con i suoi risvolti applicativi; l’analisi della instabilità dell’economia e i rimedi per attenuarla. Peraltro, furono questi i principali argomenti attraverso i quali gli economisti italiani rimasero in contatto con la letteratura economica internazionale. Il punto di vista che essi impiegarono nel discutere questi temi spesso rifletteva un orientamento che cercava di tenere insieme la libertà d’iniziativa economica con l’opportunità di introdurre specifiche regolamentazioni da parte dello Stato. Seguendo questa linea di ragionamento, essi giunsero talvolta a prospettare una logica di economia mista che, tuttavia, non furono disposti (in generale) a portare troppo in avanti. Questo loro approccio, certamente duttile, in certi casi perfino ambiguo, è testimoniato dal fatto seguente. A partire dall’inizio degli anni Trenta il regime, con metodi più o meno formali, cercò di impegnare gli economisti a produrre testi universitari aventi un contenuto di economia corporativa. Ebbene, di fronte a questa direttiva non pochi studiosi reagirono adeguandosi più nella forma che nella sostanza, magari limitandosi ad apporre l’aggettivo ‘corporativa’ in coda al titolo consueto di ‘manuale di economia politica’ di cui erano gli autori. Ad ogni buon conto, come è stato osservato, laddove si dava luogo a un qualche sforzo progettuale per sostenere l’idea corporativa, nella maggior parte delle elaborazioni effettuate dagli economisti questa medesima idea veniva sviluppata nelle sue declinazioni più moderate al fine di escludere implicazioni troppo distanti dagli indirizzi teorici tradizionali o dagli assetti istituzionali conformi all’economia di mercato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-070-backlink"><ref target="02.html#footnote-070">23</ref></hi></hi>. Quando, ad esempio, intorno alla metà degli anni Trenta, fu sollevata (dallo stesso Mussolini) l’esigenza di adottare piani economici, non furono molti gli economisti a tentare di approfondirne i termini scientifici e applicativi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-069-backlink"><ref target="02.html#footnote-069">24</ref></hi></hi>. Del resto, a quella data, il dibattito sul corporativismo si trovava già in fase declinante.</p><p rend="h3">3.3 Gli economisti della ‘trincea liberale’ </p><p rend="text">Oltre alle due tipologie di economisti tratteggiate sopra – i corporativisti integrali e i corporativisti del compromesso – ve ne fu una terza che non solo continuò a coltivare i metodi e gli strumenti tradizionali dell’economia politica, ma di fatto cercò di utilizzarli (talvolta in modo mascherato) in continuità con l’esperienza dell’economia liberale. Poteva così accadere che l’elemento ‘corporativo’ delle loro posizioni consistesse nel prospettare i modi attraverso cui la sostanza della teoria neoclassica del capitalismo di mercato potesse convalidarsi anche attraverso le istituzioni del corporativismo. Fu questo il loro modo per cercare di contenere la portata, ritenuta talvolta velleitaria, di queste ultime. Tra questi economisti si ricordano in particolare Luigi Einaudi, Attilio Cabiati, Pasquale Jannaccone, Costantino Bresciani Turroni, Umberto Ricci. Per quanto le loro posizioni, soprattutto a partire dai primi anni Trenta, fossero minoritarie, il loro peso specifico risultò in varie circostanze elevato.</p><p rend="h2">4. La legislazione del lavoro e le teorie del salario corporativo</p><p rend="h3 ParaOverride-1">4.1 Il salario della Carta del lavoro e quello della tradizione</p><p rend="text">Si è già avuto occasione di segnalare, nel paragrafo 2, che nel 1926 il regime fascista aveva emanato una nuova legislazione del lavoro a sfondo dirigistico e con forti limitazioni dei diritti dei lavoratori. Gli economisti italiani – per primo Achille Loria<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-068-backlink"><ref target="02.html#footnote-068">25</ref></hi></hi> – colsero immediatamente gli aspetti innovativi che questa legislazione aveva introdotto in merito al salario. Considerando a parte il divieto di scioperare, essi furono, da un lato, la norma che stabiliva il ricorso generalizzato alla contrattazione collettiva nella definizione dei rapporti di lavoro; dall’altro, la legittimazione dell’intervento pubblico anche sul mercato del lavoro. Si è ricordata inoltre la promulgazione nel 1927 della <hi rend="italic">Carta del lavoro</hi>. Ai fini dell’argomento trattato in questo paragrafo, delle trenta ‘dichiarazioni’ contenute nella Carta una speciale attenzione va dedicata alla dichiarazione XII il cui testo recita così: </p><p rend="quotation_b">L’azione del sindacato, l’opera conciliativa degli organi corporativi e la magistratura del lavoro garantiscono la corrispondenza del salario alle esigenze normali di vita, alle possibilità della produzione e al rendimento del lavoro. </p><p rend="quotation_b">La determinazione del salario è sottratta a qualsiasi norma generale e affidata all’accordo delle parti nei contratti collettivi.</p><p rend="text">La natura eclettica di questa formulazione – ognuno dei tre criteri enunciati nel primo comma della dichiarazione poteva infatti vantare una sua propria ascendenza dottrinaria – consentì ad ogni economista che volle affrontare l’argomento di far valere la propria inclinazione scientifica e le proprie indicazioni pratiche. Aldo Contento, ad esempio, osservò che i tre criteri erano gli stessi che avevano avuto valore anche in regime di economia liberale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-067-backlink"><ref target="02.html#footnote-067">26</ref></hi></hi>. Commenti simili svolsero economisti anziani come Camillo Supino o Augusto Graziani, i quali videro confermati nei tre criteri una via conciliativa tra la teoria del fondo salari, ancora in auge a fine Ottocento, e la moderna teoria della produttività marginale del lavoro<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-066-backlink"><ref target="02.html#footnote-066">27</ref></hi></hi>. Posizioni come queste legittimavano a pensare che l’unico vero elemento di novità introdotto dal corporativismo fosse di carattere esogeno, cioè quello di perseguire, in virtù di una legislazione del lavoro che vietava il diritto di sciopero, il ‘pacifico’ accordo tra le parti. Supino si spinse inopinatamente più in là in quanto individuò nel salario della Carta del lavoro e, in generale, nella politica corporativa un connotato di liberalismo illuminato che, in realtà, era ben lungi dal caratterizzarli. Egli cioè attribuì al governo fascista la volontà di realizzare la nota affermazione böhm-bawerkiana – richiamata da lui esplicitamente – secondo la quale «la forza sociale agisce attraverso le formule e le leggi della teoria economica pura»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-065-backlink"><ref target="02.html#footnote-065">28</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Su una linea di continuità interpretativa si posero anche altri studiosi, comunque attenti a valorizzare i dati istituzionali che il fascismo aveva introdotto. Tra questi studiosi emergono Marco Fanno e Gustavo Del Vecchio. Nel commentare la dichiarazione XII, Del Vecchio sostenne che essa costituiva l’espressione di un indirizzo pratico, non il richiamo a un assetto scientifico nuovo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-064-backlink"><ref target="02.html#footnote-064">29</ref></hi></hi>. Anche per Fanno il salario corporativo andava pur sempre inquadrato all’interno dello schema neoclassico della distribuzione del reddito<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-063-backlink"><ref target="02.html#footnote-063">30</ref></hi></hi>. Aggiunse (in polemica con Gino Arias) che l’idea del salario ‘equo’ corrispondeva appunto a un compenso regolato dalla produttività marginale del lavoro. Per la realizzazione di questo assunto, Fanno contemplava la possibilità di un intervento pubblico sul mercato del lavoro per emendarlo di quegli elementi monopolistici che altrimenti avrebbero causato saggi di salario inferiori o superiori a quello determinato dal rendimento del lavoro. In questa impostazione affiorava la problematica pigouviana dei fallimenti microeconomici dei mercati. </p><p rend="text">In sintesi, posizioni come quelle sopra delineate formavano un indirizzo volto al più a riconoscere la maggiore operatività che il sistema economico avrebbe potuto acquisire grazie alla nuova legislazione del lavoro. Ammesso ciò, non pareva possibile sbilanciarsi oltre. L’economia politica non cambia, disse Supino, «sol perché è cambiato nel nostro paese l’indirizzo politico»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-062-backlink"><ref target="02.html#footnote-062">31</ref></hi></hi>. </p><p rend="h3">4.2 Il salario del compromesso e il monopolio bilaterale </p><p rend="text">Di taglio interpretativo più articolato fu il contributo offerto sul tema del salario da Guglielmo Masci<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-061-backlink"><ref target="02.html#footnote-061">32</ref></hi></hi>, sul quale si aprì un dibattito molto ampio tra gli economisti. Egli rilevò che con la nuova legislazione il mercato lavoro poteva essere assimilato a un monopolio bilaterale: la rappresentanza fascista dei datori di lavoro da una parte, e la rappresentanza fascista dei lavoratori dall’altra. Alla stregua di un baratto in cui intervengono solo due scambisti, in questo tipo di mercato non vi è un prezzo unico che rende pari la domanda e l’offerta, ma una molteplicità di prezzi ognuno dei quali diversamente favorevole all’uno piuttosto che all’altro scambista a seconda della loro rispettiva forza contrattuale. All’interno dello schema teorico del monopolio bilaterale esiste dunque una zona di indeterminatezza che è possibile considerare come un’area di extraeconomicità a cui eventualmente applicare un menù di scelte – riflettenti lineamenti istituzionali, o considerazioni etiche, o opzioni politiche – di per sé esogeno rispetto alle funzioni di utilità delle due controparti. </p><p rend="text">All’interno di questa impostazione teorica si collocarono molteplici contributi in materia di salario corporativo. Uno tra i più significativi fu quello di Rodolfo Benini. In via generale, questo autore segnalava che le società concrete sono caratterizzate da contesti istituzionali imperfetti a causa dei quali il calcolo razionale dei soggetti economici può risultare impossibile o quanto meno distorto. L’economia pura, lasciando fuori dalle sue ipotesi queste imperfezioni, era perciò da considerarsi una ‘mezza scienza’. Per emanciparsi da questa situazione egli riteneva opportuno svolgere un’opera di integrazione scientifica al fine di valutare l’incidenza di tali imperfezioni o i modi da intraprendere per la loro rimozione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-060-backlink"><ref target="02.html#footnote-060">33</ref></hi></hi>. La tesi beniniana della ‘mezza scienza’ ebbe larga eco tra gli economisti, ma non suscitò seri tentativi per implementarla analiticamente. Venendo al mercato del lavoro, Benini vedeva i riflessi negativi di questa mezza scienza nella asimmetria contrattuale esistente tra i due contraenti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-059-backlink"><ref target="02.html#footnote-059">34</ref></hi></hi>. Solo coloro che disponevano di capitali avrebbero avuto la possibilità di esprimere un comportamento massimizzante, non così i lavoratori. A causa delle loro ristrettezze economiche o di altre limitazioni sociali, essi o parte di essi sarebbero stati indotti a svolgere prestazioni lavorative recanti loro, da un certo punto in poi della giornata di lavoro, maggiori sacrifici che utilità. Da tali premesse, Benini suggeriva di attribuire al corporativismo il compito di superare questa situazione di potere di mercato da parte dei detentori del capitale, realizzando posizioni di parità fra i due soggetti contraenti. </p><p rend="text">Altri autori colsero nel progetto corporativo del mercato del lavoro la possibilità di conseguire un’economia di alti salari. Carlo Pagni si mosse su questa linea, e ne considerò i molteplici risvolti positivi. Compensi elevati del lavoro non solo avrebbero premiato i lavoratori, ma avrebbero incentivato le imprese a introdurre innovazioni tecniche e organizzative, e ciò in vista di produzioni su larga scala, diminuzione dei costi unitari, crescita del reddito reale del Paese<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-058-backlink"><ref target="02.html#footnote-058">35</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Interessante per un approccio decisamente orientato ad un aggiornamento della cultura novecentesca, fu la posizione di Giovanni Demaria. Egli partì da una riflessione sul concetto di benessere collettivo e sulla evoluzione che esso aveva subìto nel tempo: da quello basato sulla disponibilità di beni per la soddisfazione di bisogni essenzialmente materiali, ad un altro concetto, quello contemporaneo, che stava a parer suo sviluppando un principio organicistico di benessere, così chiamato in quanto comprensivo anche di valutazioni extraeconomiche attinenti alla salute, alla qualità dei consumi, alla sicurezza, all’istruzione, all’attitudine ad apprezzare il bello e così via. Proprio in virtù di questa concezione ampia di benessere collettivo, Demaria riteneva che i singoli soggetti sarebbero stati incapaci di concretizzarla pienamente attraverso decisioni individuali. Appunto perciò, il corporativismo avrebbe dovuto sostanziare modi e finalità della presenza pubblica sul mercato del lavoro per la realizzazione dei vari aspetti di questo ‘principio del benessere organico’. Fu questo il ragionamento di base attraverso cui l’economista della Bocconi intese prefigurare una ‘convivenza’ tra dettati teorici tradizionali e forme istituzionali nuove<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-057-backlink"><ref target="02.html#footnote-057">36</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Per finire, un riferimento alla posizione di Celestino Arena. Egli era uno studioso molto assiduo sui temi del lavoro. In merito al salario ‘corporativo’ la forza delle istituzioni doveva a parer suo essere tale da consentire il trasferimento del ‘vantaggio del contrattare’ dal capitale al lavoro, realizzando cioè «un tenore di vita operaio, portato istituzionalmente al massimo compatibile con il minimo saggio di interesse e di profitto, necessario ad assicurare l’offerta di capitale e di attività imprenditrice proporzionalmente indispensabile, in un certo stato della tecnica, a una società progressiva»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-056-backlink"><ref target="02.html#footnote-056">37</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">A commento di posizioni come quelle appena passate in rassegna, si sarà notato che esse esprimevano proposte per il rafforzamento della posizione contrattuale dei lavoratori, per il conseguimento di salari più elevati, o per la implementazione degli istituti della sicurezza sociale riguardanti le malattie, gli infortuni sul lavoro, le pensioni di anzianità, e simili. Ci sembra significativo aggiungere che queste proposte costituivano in un certo senso il complemento dell’analisi pura di Masci. Questa aveva individuato una zona di indeterminatezza del contratto collettivo di lavoro, zona da intendersi come uno spazio logico entro il quale la fissazione del salario sarebbe dipesa da variabili extraeconomiche. L’analisi istituzionale proposta da studiosi come Benini, Demaria, Pagni, Arena mirava appunto a indicare il tipo e il segno di queste variabili extraeconomiche affinché, sotto l’egida del corporativismo, si potessero conseguire gli obiettivi pro-lavoratori da essi indicati. </p><p rend="h3">4.3 Il salario ‘ottimo’ e le corporazioni ‘aperte’</p><p rend="text">Occorre tornare nuovamente al contributo di Masci. Nella sua analisi del mercato del lavoro come monopolio bilaterale, egli aveva introdotto anche una importante qualificazione. E cioè che dalla gamma delle possibili strategie del monopolista venditore (il sindacato fascista dei lavoratori) fosse esclusa quella dell’acquisizione del massimo guadagno (cioè del conseguimento di aumenti salariali) attraverso il restringimento artificioso dell’offerta di lavoro, vale a dire con l’aumento «della disoccupazione operaia»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-055-backlink"><ref target="02.html#footnote-055">38</ref></hi></hi>. Formulando questo suggerimento Masci esprimeva implicitamente la stessa preoccupazione che aveva precedentemente indotto Gustavo Del Vecchio a ipotizzare l’ordinamento corporativo come «un sistema di gruppi aperti»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-054-backlink"><ref target="02.html#footnote-054">39</ref></hi></hi>. L’interprete più incisivo di questa linea di pensiero fu poi indubbiamente Luigi Einaudi che in vari articoli<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-053-backlink"><ref target="02.html#footnote-053">40</ref></hi></hi> ammonì contro il rischio che il principio dirigistico sanzionato con la legislazione del lavoro del 1926 potesse tradursi in comportamenti sindacali e corporativi scorretti, inappropriati, se non addirittura discriminatori. Nel caso del mercato del lavoro, parlare di ‘gruppi aperti’ (secondo le parole di Del Vecchio), o di ‘corporazioni aperte’ (secondo la terminologia di Einaudi), significava di fatto vincolare il sindacato fascista dei lavoratori a perseguire la massimizzazione della quantità (al fine di ottenere la piena occupazione) e non una strategia di prezzo. In altre parole, il salario corporativo, sebbene acquisito tramite un meccanismo istituzionale suo proprio, avrebbe dovuto in un certo senso replicare i risultati del processo di negoziazione salariale in regime di concorrenza. Disse Einaudi:</p><p rend="quotation_b">A render logico il procedimento basterebbe partire dalla premessa, non controversa in economia pura, che la ipotesi di libera concorrenza illimitata dia la soluzione ottima del salario. Partendo da tale premessa, legittimamente il legislatore cercherebbe di attuare, con altri mezzi (sentenza del giudice, accordo tra le associazioni, ecc.) quella medesima soluzione di ottimo per i casi nei quali la ipotesi di libera concorrenza illimitata non si attua e non può quindi produrre i suoi effetti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-052-backlink"><ref target="02.html#footnote-052">41</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">L’espressività della prosa einaudiana contribuiva ad accreditare questa sua soluzione ‘ottima’ del salario come il distillato delle riflessioni di intere generazioni di economisti. Per quanto l’isolamento culturale di Einaudi cominciasse ad accentuarsi a partire dai primi anni Trenta, egli continuava a godere della formidabile alleanza della tradizione.</p><p rend="h3">4.4 Il salario etico del corporativismo integrale </p><p rend="text">Dopo quanto abbiamo detto nel paragrafo 3.1 per presentare le posizioni dei così detti corporativisti integrali, il compito di sintetizzarne il punto di vista sul salario corporativo risulta ora agevolato. Cominciamo con l’osservare che essi si sforzarono di interpretare il salario corporativo e la dichiarazione XII della Carta del lavoro, come elementi di una nuova teoria del valore, coerentemente al loro rifiuto delle tradizionali premesse dell’economia.</p><p rend="text">Il tentativo di Gino Arias fu caratterizzato dall’individuare le radici del salario corporativo nella dottrina scolastica del ‘giusto salario’. Fra i tre criteri indicati dalla dichiarazione XII, egli attribuì un peso specifico maggiore al ‘rendimento del lavoro’<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-051-backlink"><ref target="02.html#footnote-051">42</ref></hi></hi>, ma non offrì al riguardo argomenti scientifici per avvalorare questo suo punto di vista, né per mettere in relazione questo concetto con le altre variabili del sistema economico. Per lui, la tendenza del salario ad eguagliare il rendimento del lavoro era affidata ad un ‘equilibrio volontario’ per il cui conseguimento si sarebbe dovuto fare affidamento su una «vigorosa disciplina politica, giuridica ed etica della domanda, dell’offerta, del prezzo del lavoro»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-050-backlink"><ref target="02.html#footnote-050">43</ref></hi></hi>. La soluzione al problema del salario veniva cioè inglobata in quella generale dei presupposti etico-sociali che avrebbero dovuto informare il sistema economico del corporativismo nel processo della sua realizzazione.</p><p rend="text">In modo non troppo diverso, Filippo Carli riteneva che il salario corporativo sarebbe scaturito da un equilibrio inteso «non in senso statico e meccanico, bensì in senso dinamico e etico […]»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-049-backlink"><ref target="02.html#footnote-049">44</ref></hi></hi>, ciò che avrebbe consentito di conseguire la remunerazione massima del lavoro compatibile con il livello di piena occupazione. Per la dimostrazione di questo assunto, anch’egli, come Arias, fece largo impiego di concetti pre-scientifici riguardanti il virtuoso mutamento socio-politico e morale che il fascismo sarebbe stato in grado di realizzare. Non c’è da stupirsi se le posizioni di Arias e di Carli diventassero oggetto di critica da parte di numerosi altri economisti, e ciò per il modo semplificante con cui facevano discendere le loro proposizioni da argomentazioni di natura tautologica: essere il salario corporativo il salario ottimo in quanto determinato, in circolo, da un sistema economico – quello corporativo – ritenuto per definizione il migliore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-048-backlink"><ref target="02.html#footnote-048">45</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Anche nella impostazione di Ugo Spirito si ha il rifiuto della tradizionale teorizzazione del salario, ma con argomenti molto diversi da quelli di Arias e Carli. Nei suoi progetti, l’attuazione della ‘corporazione proprietaria’ avrebbe condotto ad un radicale mutamento della struttura di classe della società. Essa non sarebbe stata più incardinata sulla proprietà dei mezzi di produzione, ma su quello della diversa posizione funzionale che i lavoratori avrebbero assunto all’interno della nuova organizzazione sociale della produzione. Nella fase di transizione dal sistema capitalistico a quello corporativo, Spirito proponeva di integrare la remunerazione salariale con una cointeressenza obbligatoria dei lavoratori ai profitti di impresa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-047-backlink"><ref target="02.html#footnote-047">46</ref></hi></hi>. Quando poi il processo «dal privato al pubblico, del cittadino che si fa stato»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-046-backlink"><ref target="02.html#footnote-046">47</ref></hi></hi> fosse stato compiuto, si sarebbe invece avuto il completo superamento del salario in quanto remunerazione tipica del lavoro in regime capitalistico. Di nuovo, però, l’analisi di Spirito non andò oltre l’indicazione di questa generica prospettiva del suo corporativismo integrale.</p><p rend="h3">4.5 Una sintesi sul salario corporativo durante il fascismo</p><p rend="text"><hi rend="italic"> </hi>Il dibattito sul salario corporativo durante il fascismo si sviluppò sostanzialmente nel decennio dal 1926 al 1935 circa. Dai suoi fondamenti metodologici fino ai suoi risvolti applicativi, nessun aspetto della dottrina del salario fu trascurato. In un giudizio d’insieme, i risultati di quel dibattito non furono però particolarmente fecondi. Alcuni interventi svolsero una funzione più conservativa che innovativa. Furono cioè orientati a sostenere una sostanziale continuità, sia teorica che di applicazioni, tra quanto in passato era già stato elaborato sul tema salariale, e quanto si riteneva fosse stato indicato dalla dichiarazione XII della Carta del lavoro. Il campione di questa linea di conservazione scientifica fu indubbiamente Luigi Einaudi, il quale prefigurò il conseguimento del salario ‘ottimo’ di concorrenza attraverso una trasfigurazione <hi rend="italic">ad hoc</hi> delle istituzioni del corporativismo. </p><p rend="text">A contrastare questa linea di continuità si posero ovviamente gli economisti del corporativismo integrale, le cui elaborazioni però – o perché condotte in termini ritenuti a-scientifici dalla maggioranza degli altri economisti o perché implicanti programmi ritenuti a-fascisti dalle autorità del regime (come nel caso della proposta di Spirito) – non dettero mai luogo a una reale alternativa interpretativa. </p><p rend="text">Ovviamente, il tema della pace sociale che il fascismo-corporativismo poteva ascrivere a proprio merito a seguito della legislazione del 1926, giocò un ruolo primario in quel dibattito, facendo guadagnare anche ampi consensi al regime. Ma si manifestò pure il rovescio della medaglia considerando le perplessità o perfino i timori che quella legislazione suscitò tra non pochi economisti a causa dell’ombra totalitaristica che aveva fatto calare sul mercato del lavoro. Negando la possibilità di attingere alla dialettica tra le classi motivi e stimoli intellettuali per nuove riflessioni, gli economisti italiani furono indotti a crearsi da soli questi stimoli, come in provetta, oppure ad importarli dal dibattito internazionale. Sotto questa angolazione, l’idea di accogliere l’ipotesi del monopolio bilaterale per interpretare il mercato del lavoro svolse una funzione positiva. Fornì uno schema tramite il quale taluni economisti – soprattutto quelli con la propensione al compromesso – furono indotti a considerare il processo di formazione del salario corporativo come una opportunità tramite la quale l’economia poteva conciliarsi, o perfino sposarsi, con la politica. Attraverso il tema della forza delle due controparti sul mercato del lavoro, o quello degli ‘alti salari’, o quello fornito dalla già incipiente teoria dell’economia del benessere, alcuni economisti si fecero portatori di proposte per fare della politica salariale un campo di riforme sociali favorevoli ai lavoratori. Il confronto di classe, uscito dalla porta della legislazione fascista basata sul divieto di sciopero, provava a rientrare attraverso la finestra del salario corporativo aperta dagli economisti del ‘compromesso’. In una sorta di ribaltamento del rapporto tra prassi e teoria, questi autori cercarono di comunicare questi stimoli intellettuali all’interno dei processi decisionali di una politica allora accentrata in una ristretta classe di governo, se non addirittura nella stessa persona di Mussolini. Come è noto, negli anni del fascismo, alcuni avanzamenti concreti nel campo delle politiche sociali furono effettivamente conseguiti. Inoltre, recenti ricerche hanno accertato la sostanziale tenuta dei salari reali durante gli anni Trenta<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="02.html#footnote-045">48</ref></hi></hi>, pur in presenza di un ciclo negativo dell’economia. Ma ciò non toglie che nel confronto tra ipotesi, proposte e realizzazioni si sia prodotto un notevole divario. Si potrebbe forse parlare di un paradosso: quanto più gli economisti del compromesso cercarono di promuovere l’idea di un margine di indipendenza nel processo di determinazione di più elevate retribuzioni del lavoro, tanto più essi si allontanarono dal vero spirito che informò la politica salariale del tempo. Tanto le decisioni del regime sul taglio dei salari tra il 1927 e il 1934, quanto, a partire dal 1935, il sopravvenire di politiche imperialistiche di riarmamento finalizzate alla grandezza della nazione, contribuirono a fare del salario una questione subordinata. Per quanto non pochi di essi fossero convintamente fascisti, gli economisti del compromesso (e senza talvolta averne piena consapevolezza) finirono per rimanere disorientati in quel labirinto che per loro finì per essere il corporativismo. Quasi impossibile trovare una via d’uscita. </p><p rend="h2">5. Uno, dieci, cento corporativismi</p><p rend="h3 ParaOverride-1">5.1 Premessa</p><p rend="text">Lo studioso francese L. Baudin ha colto un aspetto del corporativismo che, per quanto contenga in sé una provocazione, continua a mantenere una sua validità. Ha osservato: «L’esercito dei corporativismi è talmente disparato che si è portati a pensare che la parola stessa, corporazione, sia come un’etichetta appiccicata su un’intera serie di bottiglie che vengono poi distribuite tra i diversi produttori, ciascuno dei quali le riempie con bevande di sua scelta. Il consumatore deve far bene attenzione»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="02.html#footnote-044">49</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Questo giudizio trova a nostro parere una sua conferma anche nel caso del corporativismo italiano durante il periodo fascista. Ovvero, corporativismo come un contenitore in buona parte vuoto in cui poter riversare ipotesi o programmi anche eterogenei se non addirittura alternativi tra loro.</p><p rend="text">Il titolo di questo paragrafo intende appunto evocare un concetto dalle molteplici radici e articolazioni, in realtà troppe per poterle riassumere in una sorta di denominatore comune. Ci concentreremo su domande del tipo: quali forme e finalità avrebbe dovuto assumere il corporativismo secondo il parere degli economisti italiani del tempo? Qui di seguito presenteremo alcune delle declinazioni di questo interrogativo. Procederemo per temi, ciascuno dei quali rivela impostazioni e idee in grado di specificare contenuti e modi attraverso cui il corporativismo avrebbe potuto concretizzarsi in originali politiche pubbliche, o progetti di riforma, o perfino nuove relazioni estere. </p><p rend="h3">5.2 Nazionalismo economico e paesi ad economia periferica</p><p rend="text">Una delle prime espressioni assunte dal corporativismo in Italia nel periodo fascista riguardò la decisione delle autorità italiane di non aderire al progetto di Unione economica europea di cui si discusse a Ginevra nel febbraio 1930 alla Conferenza economica internazionale della Società delle Nazioni. Fu soprattutto Felice Guarneri, al tempo dirigente dell’Associazione fra le società italiane per azioni (Assonime), a rappresentare la posizione italiana in quella conferenza. Egli vedeva nella Unione economica europea e nella ‘tregua doganale’ che l’avrebbe dovuta preparare, una decisione contrastante con gli interessi dell’Italia, che lui raffigurava come paese d’Europa tra quelli «più giovani che dimostrano capacità di vita e di sviluppo»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="02.html#footnote-043">50</ref></hi></hi>. E ciò perché, sosteneva nell’occasione, avrebbe favorito la cristallizzazione delle relazioni economiche internazionali già esistenti, facendo sì che alla fine «i paesi economicamente più forti sarebbero (stati) favoriti a danno dei più giovani»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="02.html#footnote-042">51</ref></hi></hi>. Questa posizione dell’Italia non era isolata. Tra l’altro echeggiava opinioni circolanti in Europa, le quali talvolta si ammantavano appunto del credo corporativista. Pensieri che la stessa rivista di cui Guarneri era allora vicedirettore (la «Rivista di politica economica») procurò di far conoscere ai propri lettori. Ci riferiamo tanto alle idee formulate dall’autore di lingua tedesca Othmar Spann riguardanti la rivendicazione dei popoli degli stati minori ad occupare posti via via più influenti nel consesso internazionale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="02.html#footnote-041">52</ref></hi></hi>; che a quelle espresse dall’economista rumeno Mihaïl Manoïlesco, con i suoi forti accenni ad argomenti che saranno successivamente inquadrati nella teoria della dipendenza economica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="02.html#footnote-040">53</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">A dire il vero, volendo giudicare la vicenda appena richiamata nei suoi termini essenziali, essa non testimoniava tanto la consapevolezza di una nuova dottrina, il corporativismo, bensì pragmaticamente la scelta da parte dell’Italia di adottare una linea di politica economica protezionistica. Una scelta che, costruita ed esposta con dovizia di argomenti da un intellettuale, il Guarneri, maggiormente incline al liberalismo economico che al protezionismo, aggiungeva un tocco di paradosso al ruolo da lui svolto in quella occasione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="02.html#footnote-039">54</ref></hi></hi>. Ma è comunque significativo ai nostri effetti che, per dare coerenza e sostegno alla posizione contraria all’Unione economica europea, egli abbia fatto ricorso ad argomenti con cui il corporativismo internazionale cercava allora di caratterizzare la propria identità scientifica e politica.</p><p rend="h3">5.3 Teoria e politica economica dei mercati imperfetti</p><p rend="text">Un problema emergente all’indomani della Grande crisi fu quello dell’aggravarsi delle difficoltà economiche e finanziarie di numerose banche e imprese<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="02.html#footnote-038">55</ref></hi></hi>, in primo luogo la Banca commerciale italiana e il Credito italiano<hi rend="CharOverride-2">,</hi> strette tra la deflazione monetaria decisa dal governo e il deflusso di liquidità e risparmi verso l’estero indotto dal cambiamento traumatico del mercato internazionale dei capitali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="02.html#footnote-037">56</ref></hi></hi>. Di fronte a questa situazione, le autorità pubbliche (con il sostanziale avallo degli economisti) confermarono inizialmente la loro posizione di astensione da ogni significativo intervento: né svalutazioni competitive, né politiche di sostegno della domanda, né salvataggi bancari o industriali. Vale a dire, occorreva evitare ciò che Einaudi chiamava il ‘baliatico’<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="02.html#footnote-036">57</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Anche gli eventi collegati alla costituzione dell’Istituto mobiliare italiano (Imi) nel 1931 e, in qualche misura, dell’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri) nel 1933 testimoniano una prima fase di inerzia interpretativa: numerosi commenti di economisti si limitarono a vedere nei due nuovi enti un’opera di specializzazione del credito e di razionalizzazione finanziaria. In un certo senso, solo una riforma tecnica per tornare a condizioni di normalità. Ma queste interpretazioni diciamo così ‘continuiste’ non coglievano la gravità crescente e l’ampliarsi delle situazioni di crisi allora emergenti nell’economia italiana. Di fronte a ciò che si stava profilando come un drammatico punto di svolta, il governo non poteva consentire che una significativa quota del sistema industriale e finanziario del Paese collassasse per amore dei solidi principi dell’economia. Gli economisti italiani – in qualche misura perché ancora legati a quei principi, ma principalmente perché mancanti di informazioni e di reali sedi di confronto con le autorità della politica economica – non riuscirono se non tardivamente a comprendere la portata di quanto stava avvenendo. Peraltro, fu quello il periodo in cui lo stesso regime fascista dubitò dei propri interventi. Da questo punto di vista, la segretezza che contraddistinse in particolare la costituzione dell’Iri, altro non fu se non un’espressione di debolezza che il regime mussoliniano, così attento a coltivare la propria immagine di infallibilità, non poteva permettersi di rivelare. Non ci soffermeremo su queste vicende, le cui caratteristiche sono già state oggetto di numerose e solide ricerche<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="02.html#footnote-035">58</ref></hi></hi>, ma rileviamo soltanto che quei provvedimenti di logica emergenziale non furono senza conseguenze per lo stesso background intellettuale degli economisti. Sulla base di quelle operazioni che stavano realizzando in Italia un cospicuo comparto pubblico dell’economia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="02.html#footnote-034">59</ref></hi></hi>, maturò e prese campo anche negli studi di economia una nuova e più ampia concezione delle funzioni economiche dello Stato. Non a caso, è proprio in quel periodo che il prestigio culturale e scientifico degli economisti che si rifacevano alla tradizione dell’economia di mercato subì un ulteriore, significativo, ridimensionamento.</p><p rend="text">Intanto, sul grande scenario della politica, Mussolini ritmava l’evolversi degli avvenimenti con i suoi discorsi di massa e con parole d’ordine sempre nuove. Il 14 novembre 1933, davanti al Consiglio nazionale delle corporazioni, pronunciò uno dei suoi più importanti discorsi sullo Stato corporativo. «La crisi – egli disse – è penetrata così profondamente nel sistema che è diventata una crisi del sistema […] Oggi possiamo affermare che il modo di produzione capitalistica è superato e con esso la teoria del liberalismo economico […]»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="02.html#footnote-033">60</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Gli economisti furono sollecitati ad aggiornare le proprie ricerche in modo da far emergere teoricamente il fenomeno di questo oramai conclamato (ma non ancora realizzato) indirizzo dirigistico dell’economia. A fare da battistrada di questo movimento di revisione, fu un saggio di Luigi Amoroso e Alberto de’ Stefani sulla <hi rend="italic">logica del sistema corporativo</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="02.html#footnote-032">61</ref></hi></hi>. In particolare, i due autori attribuirono una rilevanza primaria ai ritardi (che essi chiamavano ‘forze d’inerzia’) e alle aspettative (‘forze direttive’) nel determinare tempi e modalità dei meccanismi di aggiustamento dell’economia. Essi argomentarono che a causa di queste ‘forze’ il libero mercato non funzionava più come nei modelli dell’ortodossia. Da ciò la necessità di implementare il ruolo dello Stato in economia. </p><p rend="text">Parallelamente alla linea di ricerca aperta da Amoroso e de’ Stefani, se ne svolse un’altra, sicuramente più definita, e che presentava non pochi punti di affinità con quanto si stava elaborando all’estero ad un livello, come è stato detto, di ‘alta teoria’. Si analizzò il fenomeno – in corso già da alcuni decenni – del cambiamento in senso oligopolistico dell’offerta. Per quanto diversificate siano state in proposito le riflessioni dei singoli economisti, queste finirono per costituire varianti di un tema ricorrente, quello dei mercati reali che non si avvicinavano più né a quello di concorrenza perfetta né a quello di monopolio assoluto. Come sintetizzò Guglielmo Masci, ci si orientò a elaborare una teoria del prezzo in regime di «concorrenza fra monopolisti o meglio ancora di concorrenza imperfetta»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="02.html#footnote-031">62</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">.</hi></p><p rend="text">Sul piano dei contributi strettamente analitici, non ci pare che gli economisti italiani di cui ci stiamo occupando abbiano prodotto qualche significativo incremento teorico rispetto ai lavori fondativi di Edward H. Chamberlin<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="02.html#footnote-030">63</ref></hi></hi> e di Joan Robinson<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="02.html#footnote-029">64</ref></hi></hi>. Il senso generale delle loro ricerche fu piuttosto quello di avallare l’idea di una erosione irreversibile della teoria neoclassica dell’equilibrio, e che, nel mutato assetto del capitalismo di mercato, il punto di vista liberista secondo cui l’intervento pubblico veniva richiesto solo per ricostituire le condizioni della concorrenza non poteva più essere sostenuto. </p><p rend="text">Ma quali forme avrebbe dovuto assumere l’intervento pubblico? Quali finalità avrebbe dovuto conseguire? Nel cercare di fornire una risposta a questo genere di domande furono attivi economisti come Francesco Vito, Guglielmo Masci, Rodolfo Benini, Alberto Breglia, Celestino Arena, Giovanni Demaria, Manlio Resta, e altri ancora.<hi rend="CharOverride-3">.</hi> La base comune delle loro posizioni era che il prezzo, nelle forme oligopolistiche di mercato, non era più il regolatore ottimale degli scambi e l’indicatore neutrale delle scarsità relative. </p><p rend="text">Per rispettare i limiti espositivi che ci sono stati attribuiti, daremo conto brevemente soltanto di tre posizioni, la prima delle quali fu elaborata da Celestino Arena. Sulla scorta delle idee espresse da John A. Hobson in <hi rend="italic">The Industrial System</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="02.html#footnote-028">65</ref></hi></hi>, egli osservava che i mercati reali, da una parte, presentavano un fenomeno diffuso di «sovrappiù non produttivo» cioè «pagamenti ai fattori della produzione, in forma di rendita, di interessi, salari e profitti eccessivi, che non sono necessari all’incremento della struttura e potenza industriale»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="02.html#footnote-027">66</ref></hi></hi>. Dall’altra, non consentivano di ottenere tutti i miglioramenti di efficienza altrimenti possibili, non riuscendo più tali mercati ad approssimare le condizioni di ottimalità paretiana della concorrenza perfetta. Nelle pagine di Arena si riscontra un approccio vicino a quello tipico della teoria dei fallimenti di mercato, per sanare i quali egli prospettò varie modalità di regolazione pubblica. La missione che egli attribuiva al corporativismo era di dare un contenuto specifico a questa regolazione. Proponeva che le autorità di governo imponessero alle imprese – diversificando a seconda delle loro caratteristiche produttive – tutta una serie di disposizioni come l’adozione di prezzi multipli, trasferimenti di risorse, applicazione di imposte più o meno progressive, e simili, con la finalità ultima di far conseguire al sistema economico livelli più elevati di efficienza e benessere. Nel delineare questo quadro di riferimento, egli si servì di alcune categorie elaborate da Maffeo Pantaleoni (quella che lui chiamava ‘dinamica di secondo genere’ e la categoria dei ‘prezzi politici’), sulle quali Arena innescò considerazioni di contabilità sociale tipiche dell’economia di Alfred Marshall. Ma dell’uno come dell’altro grande economista, Arena trascurò i motivi che li avevano fatti essere profondamente contrari ad operazioni di economia pubblica di così vasta portata e di così difficoltosa realizzazione come quelle da lui prospettate.</p><p rend="text">La seconda posizione a cui accenneremo è quella di Alberto Breglia.<hi rend="CharOverride-2"> </hi>La sua analisi si basò sulla particolarità di far coincidere l’interesse economico pubblico con l’interesse dei gruppi sociali più numerosi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="02.html#footnote-026">67</ref></hi></hi>. In concreto, ciò significava tutelare i consumatori nei confronti delle imprese sul mercato dei beni; e i lavoratori di fronte agli imprenditori-capitalisti sul mercato del lavoro. L’alterazione dei prezzi che secondo Breglia l’ordinamento corporativo avrebbe dovuto attuare, doveva dunque essere finalizzata tanto alla diminuzione dei prezzi dei beni di consumo, quanto all’aumento dei salari. </p><p rend="text">Ai fini di una valutazione tanto dello scritto di Arena quanto di quello di Breglia, occorre aver presente che in entrambi i casi si trattò di analisi di primo livello, e in questo va visto un loro limite oggettivo. Molto di più sarebbe stato necessario per far sì che progetti di vera e propria ingegneria economica e sociale, come quelli da essi delineati, potessero aspirare a diventare operativi. Ciò non toglie che il significato sostanziale di queste proposte fosse abbastanza chiaro, raffigurando essi il corporativismo come un ordinamento orientato socialmente, diciamo così, ‘a sinistra’, volto cioè a migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e dei consumatori. </p><p rend="text">Il senso innovativo che Arena aveva attribuito al concetto di alterazione dei prezzi da parte dello Stato fu colto anche da Masci. Egli disse:</p><p rend="quotation_b">non è quindi escluso che il regime corporativo possa operare anche nel senso opposto a quello indicato, vale a dire nel senso di rimuovere il sistema economico da alcuni punti di equilibrio corrispondenti al regime di assoluta concorrenza, sacrificando l’utile attuale del maggior numero in vista di utilità attuali o prospettive giudicate più importanti dal punto di vista nazionale e sociale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="02.html#footnote-025">68</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Peraltro Masci commentava positivamente i provvedimenti da poco varati relativi alla costituzione dei consorzi obbligatori (legge 16 giugno 1932) e all’autorizzazione governativa per la realizzazione e l’ampliamento degli impianti industriali (legge 12 gennaio 1933)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="02.html#footnote-024">69</ref></hi></hi>. Ma al tempo stesso, nelle sue ricerche risulta più circoscritto il richiamo all’‘intervento riequilibratore’ dei pubblici poteri. Come è stato notato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="02.html#footnote-023">70</ref></hi></hi>, egli lasciava intendere che le forme assunte dall’ordinamento corporativo dovessero essere quelle tipiche della politica bancaria, monetaria e fiscale che in altri paesi del moderno capitalismo venivano già sperimentate al fine di stabilizzare l’economia. Non si coglie cioè in Masci la necessità che il corporativismo dovesse costituire un sistema di politica economica radicalmente nuovo, né che dovesse comportare il controllo diretto delle quantità prodotte e dei prezzi di offerta. Da questo punto di vista Masci si differenziò in modo sostanziale dalle analisi di Arena e Breglia.</p><p rend="h3">5.4 Imi e Iri in un progetto corporativo</p><p rend="text">Il progetto a cui ci riferiamo scaturì dalle elaborazioni di Ugo Spirito, di cui abbiamo già fornito in precedenza alcuni lineamenti, e di Federico Maria Pacces, un economista aziendale laureato presso l’Università di Torino. Studioso dal temperamento innovativo, durante gli anni Trenta Pacces contribuì alle attività promosse a Pisa – città che allora si trovò al centro di molte iniziative di questo tenore – dalla Scuola di scienze corporative, dalla Scuola normale e dal Collegio Mussolini di scienze corporative<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="02.html#footnote-022">71</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Come già sappiamo, Spirito argomentava la tesi della ‘corporazione proprietaria’ sulla base di una analisi della crisi del capitalismo considerata ormai una realtà irreversibile. Su posizioni simili si trovava anche Pacces, sebbene non accettasse la soluzione della ‘corporazione proprietaria’. Nondimeno, egli svolgeva una critica di base al capitalismo in quanto sistema ‘plutocratico’ caratterizzato dal potere di pochi gruppi (bancari e industriali) su un numero sempre più grande di imprese in posizione subalterna<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="02.html#footnote-021">72</ref></hi></hi>. La critica dei due autori investiva ovviamente anche i sistemi socialisti, ritenuti organizzazioni burocratiche per il conseguimento di fini ‘arbitrariamente posti dal centro’<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="02.html#footnote-020">73</ref></hi></hi>, oppure tali da mortificare lo spirito d’impresa e le prospettive di crescita dell’economia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="02.html#footnote-019">74</ref></hi></hi>. La loro adesione al regime fascista poggiava sull’aspettativa che esso, proprio in virtù delle istituzioni del corporativismo, sarebbe riuscito a elaborare un progetto di razionalizzazione e ammodernamento dell’economia italiana, da attuare attraverso forme e modalità di una economia programmata. I soggetti della programmazione sarebbero dovuti essere le strutture centrali e periferiche del nascente sistema corporativo. È stato osservato che nella visione di Spirito «lungi dall’essere lo Stato, quale ente burocratico centrale, a dettare il programma alla nazione, è, invece, proprio il programma, quale sintesi degli infiniti contributi degli individui, in quanto lavoratori differenziati, a costituire lo Stato nella sua immediata coincidenza con la nazione organizzata»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="02.html#footnote-018">75</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">È su questa idea di corporazione come integrazione dei diversificati interessi che Spirito si basava per attribuire un significato concreto alla formula della identificazione tra individuo e Stato nell’economia. In senso non troppo dissimile, Pacces parlava della ricomposizione a unità fra «l’astratta finalità dell’azione statale e le concrete necessità dell’economia privata»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="02.html#footnote-017">76</ref></hi></hi>. Ma come è stato notato, costruzioni simili tendevano a sottovalutare il fatto che il conflitto tra gruppi sociali diversi, che il sistema corporativo avrebbe dovuto superare, si sarebbe molto probabilmente riprodotto al suo interno, decretando pur sempre la prevalenza del gruppo più forte<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="02.html#footnote-016">77</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Agli effetti della valutazione che i due autori dettero dell’Imi e dell’Iri, occorre premettere che la loro impostazione escludeva il ricorso sia ai modi tradizionali dell’intervento dello Stato in economia (considerati da Spirito espressione di tendenza livellatrice, e, per Pacces, causa di distorsioni delle regole concorrenziali); sia alla formula dell’economia mista in quanto «coesistenza di una economia statale e di una economia privata»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="02.html#footnote-015">78</ref></hi></hi>, coesistenza attraverso la quale si stava invece manifestando, secondo loro, la crisi del capitalismo maturo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="02.html#footnote-014">79</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">I due autori individuarono nell’Imi e nell’Iri i primi embrioni di una economia programmata, come da essi concepita. Solo acquisendo questa natura si sarebbero potuti considerare enti di natura corporativa, non altrimenti. In quanto istituti erogatori del credito, essi non avrebbero dovuto finanziarie singole imprese, ma interi rami di attività (Pacces)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="02.html#footnote-013">80</ref></hi></hi>, giusto quelle che «alla nazione conviene che siano finanziate» (Spirito)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="02.html#footnote-012">81</ref></hi></hi>. L’Imi e l’Iri avrebbero poi dovuto operare per la realizzazione di una versione industrialista ed efficientista dello sviluppo dell’economia italiana<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="02.html#footnote-011">82</ref></hi></hi>. Da ciò discendeva, da una parte, la critica di Pacces nei confronti della tesi che cercava di accreditare la sostanziale neutralità dei due nuovi istituti di fronte ai processi di riconversione del nostro sistema industriale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="02.html#footnote-010">83</ref></hi></hi>; dall’altra, la considerazione positiva dell’Iri come nuova tecnocrazia da sostituire alla ‘tradizionale mentalità imprenditoriale’<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="02.html#footnote-009">84</ref></hi></hi>. In particolare, secondo Pacces, l’Iri non avrebbe dovuto assecondare finalità liquidatorie di imprese in stato di crisi, ma assumere obiettivi di crescita. Secondo lui, non rilevava il fatto che la proprietà di una significativa parte del sistema industriale fosse diventata pubblica, ma la possibilità che si potessero cambiare i metodi di gestione di questo sistema<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="02.html#footnote-008">85</ref></hi></hi>. Nelle parole dei due autori ricorreva l’esaltazione (di tipo fordista e anche con ammiccamenti positivi alla esperienza dei piani quinquennali sovietici) della razionalità delle grandi fabbriche e della tecnocrazia. In tal modo essi coglievano anche – ma in modo generico e non sappiamo se consapevolmente o meno – alcuni aspetti della stessa esperienza dell’Iri ai suoi inizi. In questa linea vanno interpretati anche i positivi commenti di Pacces alla costituzione nel 1936 della Finmare<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="02.html#footnote-007">86</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Tuttavia, col passare del tempo, in relazione alla questione della presunta corporativizzazione dell’Imi e dell’Iri, le delusioni non tardarono ad emergere. Per quanto riguarda Ugo Spirito, esse fecero tutt’uno con il suo progressivo allontanamento, a partire dal 1934, dal mondo degli economisti – di tutti gli economisti, corporativi o meno che fossero – e il suo rientro nell’alveo esclusivo degli studi filosofici. Pacces continuò invece a perseguire la propria impostazione originaria pur nella consapevolezza che il suo progetto non riusciva a svincolarsi da una discussione che, per i suoi lineamenti di dottrinarismo, mostrava segni progressivi di stanchezza. Osservava nel 1939: «Oggi si possono scrivere libri o articoli sull’economia italiana senza nominare, sia pure per sbaglio, le corporazioni»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="02.html#footnote-006">87</ref></hi></hi>. Ciononostante, continuava pervicacemente a sottolineare che il progetto di Stato corporativo non doveva essere confuso con lo Stato imprenditore: il primo, portatore di una organizzazione non burocratica e di una visione programmatica dell’economia; il secondo, espressione di emergenza, di economia mista, di compromissioni tra autorità pubbliche e imprese private; di nuovo, manifestazione di crisi del capitalismo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="02.html#footnote-005">88</ref></hi></hi>. Ma ormai si trattava di una impostazione in un vicolo cieco. Il regime, a un certo momento, aveva apposto il suo sigillo a quel progetto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="02.html#footnote-004">89</ref></hi></hi>, per poi però smentirlo negli indirizzi concreti delle sue decisioni politiche. Come già detto, il fascismo, a partire dalla metà degli anni Trenta, scopriva altri temi: la campagna d’Africa, l’autarchia, l’impero, il ‘cimento bellico’. Ugo Spirito percepì a tempo la caduta di interesse che si stava verificando intorno a quella idea e uscì di scena. Pacces ne difese invece fino in fondo la validità. Ricordando in appendice ad un suo libro edito nel 1939 la lettera di ‘incitamento e augurio’ indirizzatagli otto anni prima da Giuseppe Bottai affinché l’Istituto aziendale italiano (fondato da Pacces a Torino nel maggio 1929) potesse concorrere alla «formazione, in Italia, di una coscienza aziendale nuova […]», a lui non restava che tracciare un ben modesto consuntivo di quella esperienza: «Non è qui il caso di aggiungere, né di documentare come quell’autorevole incitamento (e l’augurio che l’accompagnava, di “larghezze di aiuti e comprensione”) sia caduto pressoché nel vuoto»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="02.html#footnote-003">90</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Probabilmente però, nessuno riuscì a sintetizzare altrettanto bene i termini in cui si pose per tutto un gruppo di intellettuali il fallimento del ‘fascismo-corporativismo’, come fece nel suo diario lo stesso Giuseppe Bottai: «Tra il Fascismo ormai acorporativo – annotava in data 25 marzo 1940 – e nazismo totalitario, i fascisti non sanno più dove sia il Fascismo»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="02.html#footnote-002">91</ref></hi></hi>. Sebbene esprimano una interpretazione tutta di parte, in queste parole c’è indubbiamente il sapore del disinganno e la dichiarazione della fine di una illusione.</p><p rend="h2">6. Conclusioni</p><p rend="text">Una buona parte di questo scritto ha riguardato il periodo 1930-1934. Lo scenario era quello di una crisi economica conclamata. La politica ufficiale fece inizialmente propria una ricetta tradizionale, basata sul sostegno del cambio e sulla flessibilità dei prezzi interni. La vicenda dei tagli salariali costituì una applicazione di quella formula. Però quello fu anche il periodo in cui la riflessione degli economisti sui cosiddetti fallimenti del mercato cominciò a prendere corpo. Al posto di una concezione della politica economica come scienza dei limiti imposti alla politica dalle pure relazioni di mercato, da parte di alcuni economisti si cominciò a prediligere una concezione opposta, considerando cioè la politica economica come l’analisi dei vincoli politici da porre alle relazioni economiche<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="02.html#footnote-001">92</ref></hi></hi>. In questo ribaltamento di prospettiva gli studiosi cominciarono a formulare schemi per attribuire una specificità di scopo al corporativismo. </p><p rend="text">Abbiamo visto che in merito al ‘salario corporativo’ vari economisti lo considerarono una proposta per aumentare la forza contrattuale dei lavoratori. Ma poi nella realtà il salario fu trattato come una tra le tante variabili nel sistema delle interdipendenze economiche, e come una grandezza da tenere comunque subordinata nel contesto di altre priorità politiche. In merito a vari temi specifici dell’economia del benessere, salvo l’implementazione di alcuni istituti dello stato sociale che allora furono realizzati, essi furono in buona parte disattesi nelle concrete decisioni del regime fascista che, dopo la fase di ristrettezze della crisi economica post-1929, passò a considerare come prioritari i problemi dell’economia armata. </p><p rend="text">Torniamo dunque alla questione posta all’inizio. Il corporativismo fu prevalentemente una strumentalizzazione assistita da un crescendo di propaganda, o fu promozione di idee utili per affrontare i problemi posti dal cambiamento dello scenario politico ed economico del Novecento? Sulla base dei numerosi casi di dissociazione emersi in questa ricerca tra gli input delle idee sul corporativismo e gli output delle realizzazioni, a nostro parere prevalse la prima alternativa, vissuta dagli economisti – non importa qui distinguere se fossero più o meno orientati al corporativismo – nei termini di una successione di aspettative illusorie a cui sarebbero seguiti consuntivi modesti o perfino ingannevoli<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="02.html#footnote-000">93</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Se infine poniamo la questione del rapporto tra pensiero economico e corporativismo sotto l’aspetto dei risultati della ricerca scientifica, ci sembra che ancora una volta emergano risultati non del tutto o non sempre lusinghieri. Per quanto riguarda gli ‘economisti della trincea liberale’, essi furono indotti ad adottare un approccio che attraverso la difesa della tradizione cercava di marcare una distanza anche nei confronti dello stesso regime. Senza volere sminuirne il contributo di pensiero, ma semmai sottolinearne il valore morale, gli impegni di questi economisti nel campo delle analisi di politica economica, furono maggiormente predisposti verso una sorta di consolidamento scientifico da impiegare anche in funzione di resistenza politica, piuttosto che a sperimentare nuovi percorsi di ricerca. </p><p rend="text">Gli ‘economisti del compromesso’ scelsero invece una strategia più duttile. Essi accettarono di confrontarsi con le idee del corporativismo. Così facendo però finirono per soffrire le contraddizioni derivanti dalla ambiguità dei suoi contenuti. Al riguardo si tenga presente che, nonostante il gran parlare, anche da parte di Mussolini, specie a partire dagli anni Trenta, della fine del capitalismo di mercato, i capisaldi di questo sistema non furono sostituiti da altri. Tanto il diritto di proprietà quanto il principio dell’autonomia gestionale delle imprese non furono mai seriamente messi in discussione durante il periodo fascista. </p><p rend="text">Veniamo, per finire, agli ‘economisti del corporativismo integrale’. Essi accettarono in pieno i concetti chiave e le parole d’ordine del corporativismo. Ma facendo ciò spesso si allontanarono dallo stesso terreno scientifico, incapaci di definire una metodologia e un insieme di ipotesi che consentissero loro di pervenire ad un nuovo assetto teorico. </p><p rend="text">In definitiva, seguendo l’uno o l’altro o l’altro ancora dei tre segmenti del pensiero economico italiano durante il fascismo, e per motivi specifici a ciascuno di essi, il processo di avanzamento degli studi economici in Italia – che pure indubbiamente vi fu – risultò come appesantito da quella zavorra del pensiero che di fatto risultò essere il corporativismo. Per dirla in altri termini: sarebbe fuorviante sostenere che il corporativismo – grazie a tutte le sue suggestioni riguardanti la ricerca di un’economia nuova – abbia rappresentato una sorta di valore aggiunto di cui avrebbero usufruito gli economisti italiani rispetto ai loro colleghi stranieri. Il corporativismo si ammantò piuttosto di messaggi ambigui, retorici e magniloquenti, i quali finirono per alterare gli orizzonti di studio dei nostri economisti o di gran parte di essi, determinando, in una visione d’insieme, l’indebolimento dei loro genuini impegni di ricerca scientifica.<hi rend="CharOverride-4"> </hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-092-backlink">1</ref></hi>	Una diversa versione di questo scritto è in corso di pubblicazione in un volume dei <hi rend="italic">Rendiconti dell’Accademia dei Lincei. Classe di scienze morali</hi>. Desidero ringraziare due anonimi referees per le osservazioni critiche che mi hanno generosamente rivolto. Resta solo mia la responsabilità degli eventuali errori ancora presenti nel testo.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-091-backlink">2</ref></hi>	Il riferimento a queste due linee storiografiche come se fossero nettamente separate ed opposte deriva da una nostra esigenza di semplificazione, un tributo che siamo costretti a pagare per la nostra difficoltà a produrre una sintesi più efficace. Nei singoli lavori sul corporativismo accade invece che i motivi indicati come propri dell’uno o dell’altro filone interpretativo convivano talvolta tra di loro in un intreccio che definisce il personale contributo di ciascuno studioso. Segnaliamo qui una selezione di lavori sul corporativismo pubblicati a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso: M. Finoia, <hi rend="italic">Il pensiero economico italiano, 1850-1950</hi>, Cappelli, Bologna 1980; P. Barucci, <hi rend="italic">Il contributo degli economisti italiani (1921-1936)</hi>, in <hi rend="italic">Banca e industria tra le due guerre</hi><hi rend="italic">. Ricerca promossa dal Banco di Roma in occasione del suo primo centenario</hi>, vol. I.<hi rend="italic"> L’economia e il pensiero economico</hi>, il Mulino, Bologna 1981, pp. 179-243; O. Mancini, D.F. Perillo, E. Zagari, <hi rend="italic">La teoria economica del corporativismo</hi>, Edizioni scientifiche italiane, Napoli 1982; P. Bini, <hi rend="italic">Il salario “corporativo” negli studi economici tra le due guerre</hi>, in R. Faucci (a cura di), <hi rend="italic">Gli italiani e Bentham. Dalla felicità pubblica all’economia del benessere</hi>, Franco Angeli, Milano 1982, vol. II, pp. 253-288; M. Finoia, <hi rend="italic">Il pensiero economico degli anni 30</hi>, «Rassegna economica», 47 (3), 1983, pp. 565-591; R. Faucci, <hi rend="italic">Un’epoca di transizione? Le coordinate teorico-istituzionali del periodo</hi>, in Id. (a cura di), <hi rend="italic">Il pensiero economico italiano tra le due guerre</hi>, fascicolo speciale di «Quaderni di storia dell’economia politica», 2-3, 1990, pp. 3-22; A. Cardini, <hi rend="italic">Le corporazioni continuano… Cultura economica e intervento pubblico nell’Italia unita</hi>, Franco Angeli, Milano 1993; D. Cavalieri, <hi rend="italic">Il corporativismo nella storia del pensiero economico italiano: una rilettura critica</hi>, «Il pensiero economico italiano», 2 (2), 1994, pp. 7-49; G. Gattei, <hi rend="italic">La ‘cultura economica’ del Ventennio (1923-1943): primo rapporto sulla letteratura recente</hi>, «Storia del pensiero economico», 29, 1995, pp. 3-50; M.E.L. Guidi, <hi rend="italic">Corporative Economics and the Italian Tradition of Economic Thought: a Survey</hi>, «Storia del pensiero economico», 40, 2000, pp. 31-58; A. Magliulo, <hi rend="italic">Systematizing Economics in Italy from 1910 to 1950. Italian Economic Textbooks facing Marginalism, Corporativism and Keynesianism</hi>, «Storia del pensiero economico», 40, 2000, pp. 59-74; P. Bini (a cura di), <hi rend="italic">I novant’anni della Rivista di politica economica (1911-2000). Teorie economiche, scelte politiche e cultura d’impresa nell’Italia del Novecento</hi>, Sipi edizioni, Roma 2004 (fascicolo speciale della «Rivista di politica economica»); E. Zagari, <hi rend="italic">Il corporativismo come presunta sintesi fra liberismo e socialismo</hi>, in P. Bini, C. Mazziotta (a cura di), <hi rend="italic">Sviluppo economico e istituzioni: la prospettiva storica e l’attualità. Scritti in memoria di Massimo Finoia</hi>, Franco Angeli, Milano 2004, pp. 52-72; A.M. Fusco, <hi rend="italic">Corporativismo fascista e teoria economica</hi>, in D. Fausto (a cura di), <hi rend="italic">Intervento pubblico e politica economica fascista</hi>, prefazione di A. Pedone, Franco Angeli, Milano 2007, pp. 49-92; P. Barucci, S. Misiani, M. Mosca (a cura di), <hi rend="italic">La cultura economica tra le due guerre</hi>, Franco Angeli, Milano 2015; P. Barucci, S. Misiani, M. Mosca, <hi rend="italic">La cultura economica italiana (1889-1943)</hi>, Franco Angeli, Milano 2017; P. Barucci, P. Bini, L. Conigliello (a cura di), <hi rend="italic">Economia e diritto in Italia durante il Fascismo. Approfondimenti, biografie, nuovi percorsi di ricerca</hi>, Firenze University Press, Firenze 2017; P. Barucci, P. Bini, L. Conigliello (a cura di), <hi rend="italic">Il corporativismo nell’Italia di Mussolini. Dal declino delle istituzioni liberali alla Costituzione repubblicana</hi>, Firenze University Press, Firenze 2018; P. Barucci, P. Bini, L. Conigliello (a cura di), <hi rend="italic">Intellettuali e uomini di regime nell’Italia fascista</hi>, Firenze University Press, Firenze 2019; P. Barucci, P. Bini, L. Conigliello (a cura di), <hi rend="italic">I mille volti del regime</hi>. <hi rend="italic">Opposizione e consenso nella cultura giuridica, economica e politica italiana tra le due guerre</hi>, Firenze University Press, Firenze 2020.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-090-backlink">3</ref></hi>	Cfr. Zagari, <hi rend="italic">Il corporativismo come presunta sintesi fra liberismo e socialismo</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-089-backlink">4</ref></hi>	Come argomentato da Faucci, <hi rend="italic">Un’epoca di transizione? Le coordinate teorico-istituzionali del periodo</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-088-backlink">5</ref></hi>	Cfr. in proposito le considerazioni svolte da Guidi, <hi rend="italic">Corporative Economics and the Italian Tradition of Economic Thought: a Survey</hi>, cit., pp. 47 e sgg.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-087-backlink">6</ref></hi>	Cfr. Cavalieri, <hi rend="italic">Il corporativismo nella storia del pensiero economico italiano: una rilettura critica</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-086-backlink">7</ref></hi>	Questa legislazione è stata considerata in numerosi testi. Un’analisi storica di base è in A. Aquarone, <hi rend="italic">L’organizzazione dello Stato totalitario</hi>, Einaudi, Torino 1965.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-085-backlink">8</ref></hi>	Cfr. in proposito R. De Felice, <hi rend="italic">Mussolini il fascista</hi>, vol. II.<hi rend="italic"> L’organizzazione dello Stato fascista 1925-1929</hi>, Milano, edizione speciale per il Giornale, pubblicato su licenza di Giulio Einaudi editore Spa, 2015, pp. 286-296.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-084-backlink">9</ref></hi>	Ci riferiamo a: «Nuovi studi di diritto, economia e politica», rivista bimestrale fondata nel 1927 da Ugo Spirito e Arnaldo Volpicelli, che ne furono i direttori; «Archivio di studi corporativi», rivista quadrimestrale fondata nel 1930 da Giuseppe Bottai che ne fu il direttore per i primi quattro anni; «Lo Stato», rivista bimestrale fondata nel 1930 (ma mensile dal 1931) diretta da Ettore Rosboch e Carlo Costamagna; «Nuovi problemi di politica, storia e economia», rivista mensile fondata nel 1930 da Nello Quilici e Giulio Colamarino che ne furono i direttori; «Rassegna corporativa», rivista bimestrale fondata nel 1932, nel cui comitato di direzione era presente Gino Arias; «Civiltà fascista», rivista mensile fondata nel 1934 e diretta dal filosofo Giovanni Gentile.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-083-backlink">10</ref></hi>	Ci riferiamo in particolare al primo e al secondo convegno di studi sindacali e corporativi, svoltisi rispettivamente a Roma il 2-3 maggio 1930 e a Ferrara il 5-8 maggio 1932. Essi costituirono occasione di confronto intellettuale sul tema del corporativismo tra centinaia di studiosi.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-082-backlink">11</ref></hi>	Come ha accertato Poettingher, Spirito poteva vantare anche una buona conoscenza di metodi e concetti base di economia, per quanto solo a un primo livello di approfondimenti tecnici. Cfr. M. Poettingher, <hi rend="italic">Ugo Spirito: frammenti di letture economiche</hi>, in P. Roggi (a cura di), <hi rend="italic">Ugo Spirito a Pisa. Appunti delle lezioni (1932-1935)</hi>, Opificio toscano di economia, politica e storia, Bagno a Ripoli 2018, pp. 231-259.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-081-backlink">12</ref></hi>	Cfr. G. Arias, <hi rend="italic">Economia corporativa, critici e interpreti</hi>, Poligrafica universitaria, Firenze 1930 e G. Arias, <hi rend="italic">Economia corporativa</hi>, vol I.<hi rend="italic"> Precedenti, sviluppi, dottrine</hi>, Poligrafia universitaria, Firenze 1934. Su Arias cfr. l’approfondita analisi di O. Ottonelli, <hi rend="italic">Gino Arias (1879-1940). Dalla storia delle istituzioni al corporativismo fascista</hi>, Firenze University Press, Firenze 2012.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-080-backlink">13</ref></hi>	Cfr. F. Carli, <hi rend="italic">Il soggetto economico in una teoria pura del corporativismo</hi>, «Archivio di studi corporativi», 1, 1930, poi in Mancini, Perillo, Zagari, <hi rend="italic">La teoria economica del corporativismo</hi>, vol. I, cit., p. 92.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-079-backlink">14</ref></hi>	Oltre all’articolo richiamato nella nota precedente cfr. anche F. Carli, <hi rend="italic">Teoria generale dell’economia politica nazionale</hi>, Hoepli, Milano 1931.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-078-backlink">15</ref></hi>	Cfr. C.E. Ferri, <hi rend="italic">Giudizio edonistico e giudizio corporativo</hi>, «Annali di economia», 6, 1930, poi in Mancini, Perillo, Zagari, <hi rend="italic">La teoria economica del corporativismo</hi>, vol. I, cit., pp. 115-134.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-077-backlink">16</ref></hi>	U. Spirito, <hi rend="italic">L’identificazione di individuo e Stato</hi> (1930), poi in U. Spirito, <hi rend="italic">Il corporativismo</hi>, Sansoni, Firenze 1970, p. 207.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-076-backlink">17</ref></hi>	Sul pensiero economico di Ugo Spirito si vedano i commenti di S. Perri, E. Pesciarelli, <hi rend="italic">Il ruolo della scienza economica nel pensiero di Ugo Spirito</hi>, «Quaderni di storia dell’economia politica», 8 (2-3), 1990, pp. 1-42. Su Spirito si vedano inoltre i lavori di S. Lanaro, <hi rend="italic">Appunti sul fascismo di sinistra. La dottrina corporativa di Ugo Spirito</hi>, in A. Aquarone, M. Vernassa (a cura di), <hi rend="italic">Il Regime Fascista</hi>, il Mulino, Bologna 1974, pp. 357-387; G. Santomassimo, <hi rend="italic">Ugo Spirito e il corporativismo</hi>, «Studi storici», 14 (1), 1973, pp. 61-113; P. Roggi, <hi rend="italic">Ugo Spirito filosofo e economista</hi>, in Barucci, Bini, Conigliello (a cura di), <hi rend="italic">Il corporativismo nell’Italia di Mussolini. Dal declino delle istituzioni liberali alla Costituzione repubblicana</hi>, cit., pp. 237-260.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-075-backlink">18</ref></hi>	G. De Francisci Gerbino, <hi rend="italic">Le corporazioni di categoria e l’economia corporativa</hi>, «Nuovi studi di diritto, economia e politica», 7, 1934, p. 93.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-074-backlink">19</ref></hi>	Tra gli economisti del corporativismo integrale la storiografia include talvolta anche N. Massimo Fovel. In realtà però, come è stato notato, egli non aderì all’idea di una rifondazione della scienza economica (cfr. E. Zagari, <hi rend="italic">Introduzione</hi>, in Mancini, Perillo, Zagari, <hi rend="italic">La teoria economica del corporativismo</hi>, vol. I, cit., p. 39) e per questo può forse considerarsi come un corporativista integrale atipico. Anche gli scritti di Fovel, come quelli di Carli e di Ferri, si caratterizzano per la presenza del concetto di ‘gruppo’, e soprattutto per la priorità data al tema della produzione, per l’ostilità nei confronti della rendita (terriera e finanziaria) e per l’insistenza sul ruolo attivo dello Stato in economia. Cfr. ad esempio N.M. Fovel, <hi rend="italic">Economia e Corporativismo</hi>, Sate, Ferrara 1929. Recentemente il profilo biografico di questo economista è stato oggetto di approfondimento da parte di F. Manzalini, <hi rend="italic">Massimo Natalino Fovel (1880-1941): tra radico-socialismo e corporativismo</hi>, in Barucci, Bini, Conigliello (a cura di), <hi rend="italic">Il Corporativismo nell’Italia di Mussolini</hi>,<hi rend="italic"> </hi>cit., pp. 119-145.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-073-backlink">20</ref></hi>	Si vedano in proposito le osservazioni di A.M. Fusco, <hi rend="italic">Corporativismo fascista e teoria economica</hi>, in Fausto (a cura di), <hi rend="italic">Intervento pubblico e politica economica fascista</hi>, cit., pp. 49-92.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-072-backlink">21</ref></hi>	Giudizi in tal senso furono espressi ad esempio da A. Contento, <hi rend="italic">Ancora sulla realtà dell’</hi>homo oeconomicus, «Giornale degli economisti», 1932, aprile, pp. 265-285, L. Gangemi, <hi rend="italic">Resoconto critico del secondo convegno di studi sindacali e corporativi</hi>, «Rivista di politica economica», 1932, maggio, pp. 572-586, F. Vito, <hi rend="italic">Le basi teoriche dell’economia corporativa</hi>, «Giornale degli economisti», 1934, luglio, pp. 467-478.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-071-backlink">22</ref></hi>	Cfr. Cavalieri, <hi rend="italic">Il corporativismo nella storia del pensiero economico italiano: una rilettura critica</hi>, cit<hi rend="italic">.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-070-backlink">23</ref></hi>	<hi >Cfr. R. Faucci, N. Giocoli, </hi><hi rend="italic" >Textbooks</hi><hi > </hi><hi rend="italic" >of Economics during the Ventennio: Forging the Homo Corporativus?</hi>, in M. Massimo <hi rend="italic">et al</hi>., <hi rend="italic">An Institutional History of Italian Economics in the Interwar Period</hi>, vol. I. <hi rend="italic">Adapting to the Fascist Regime</hi>, Springer, 2019, pp. 171-241.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-069-backlink">24</ref></hi>	L’analisi di questi tentativi di approfondimento è stata fatta da R. Romani, <hi rend="italic">Il piano quinquennale sovietico nel dibattito corporativo italiano. 1928-1936</hi>, «Italia contemporanea», 155, giugno 1984, pp. 27-41.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-068-backlink">25</ref></hi>	Cfr. A. Loria, <hi rend="italic">Sintomi di resipiscenza</hi>, «Echi e commenti», 15 gennaio 1926.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-067-backlink">26</ref></hi>	Contento, <hi rend="italic">Ancora sulla realtà dell’homo oeconomicus</hi>, cit., p. 277.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-066-backlink">27</ref></hi>	Cfr. C. Supino, <hi rend="italic">Salario e profitto nell’economia corporativa</hi>, «Annali di scienze politiche», 3 (4), 1930, pp. 247-275, e A. Graziani, <hi rend="italic">Considerazioni sulla dottrina dei salari</hi>, Tipografia Sangiovanni, Napoli 1932.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-065-backlink">28</ref></hi>	Supino, <hi rend="italic">Salario e profitto nell’economia corporativa</hi>, cit., p. 262.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-064-backlink">29</ref></hi>	Cfr. G. Del Vecchio, <hi rend="italic">I principi della Carta del Lavoro</hi>, Cedam, Padova 1934.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-063-backlink">30</ref></hi>	Cfr. M. Fanno, <hi rend="italic">Introduzione allo studio della teoria economica del corporativismo</hi>, Cedam, Padova 1935. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-062-backlink">31</ref></hi>	Supino, <hi rend="italic">Salario e profitto nell’economia corporativa</hi>, cit., p. 251.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-061-backlink">32</ref></hi>	Cfr. G. Masci, <hi rend="italic">Natura ed effetti economici del contratto collettivo di lavoro</hi>, in Ministero delle corporazioni, <hi rend="italic">Atti del secondo convegno di studi sindacali e corporativi. Ferrara, 5-8 maggio 1932,</hi> vol. I. <hi rend="italic">Relazioni</hi>, Tipografia del Senato, Roma 1932, pp. 107-122.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-060-backlink">33</ref></hi>	Cfr. R. Benini, <hi rend="italic">L’ordinamento corporativo della Nazione e l’insegnamento dell’economia politica (Lettera aperta al prof. Ugo Spirito)</hi>, «Nuovi studi di diritto, economia e politica», 3 (1), 1930, pp. 3-8.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-059-backlink">34</ref></hi>	Cfr. R. Benini, <hi rend="italic">Legislazione sociale e regime corporativo nel quadro dell’economia scientifica</hi>, «Archivio di studi corporativi», I, 1 (2), 1930, pp. 213-277.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-058-backlink">35</ref></hi>	Cfr. C. Pagni, <hi rend="italic">Keynes e gli alti salari</hi>, «La riforma sociale», XXXVII, 41 (7-8), 1930, pp. 351-355. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-057-backlink">36</ref></hi>	Cfr. G. Demaria, <hi rend="italic">Il principio del benessere organico e il contratto collettivo del lavoro</hi>, in <hi rend="italic">Annuario del Regio istituto s</hi><hi rend="italic">uperiore di scienze economiche e commerciali di Bari per l’anno accademico 1930/31</hi>, Tipografia Cressati, Bari 1831, pp. 15-43.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-056-backlink">37</ref></hi>	C. Arena, <hi rend="italic">Introduzione</hi>, in G. Bottai, C. Arena (diretta da), <hi rend="italic">Nuova collana di economisti stranieri e italiani</hi>, vol. XI. <hi rend="italic">Lavoro</hi>, Utet, Torino 1936, p. LXII. Cfr. anche C. Arena, <hi rend="italic">La determinazione del salario secondo la Carta del Lavoro</hi>, «Archivio di studi corporativi», 8 (1), 1937, pp. 37-64.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-055-backlink">38</ref></hi>	Masci, <hi rend="italic">Natura ed effetti economici del contratto collettivo di lavoro</hi>, cit., p. 118.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-054-backlink">39</ref></hi>	G. Del Vecchio, <hi rend="italic">Per la teoria economica dell’ordinamento corporativo</hi>, «Lo Stato», 1 (5), 1930, p. 509.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-053-backlink">40</ref></hi>	Ad esempio, cfr. L. Einaudi, <hi rend="italic">Nuovi vagabondaggi intorno alla crisi</hi>, «La riforma sociale», XL, 44 (4), 1933, pp. 431-449, e Id., <hi rend="italic">La corporazione aperta</hi>, «La riforma sociale», XLI, 45 (2), 1934, pp. 129-150. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-052-backlink">41</ref></hi>	L. Einaudi, <hi rend="italic">Le premesse del salario dettato dal giudice</hi>, «La riforma sociale», XXXVIII, 42 (5-6), 1931, p. 316.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-051-backlink">42</ref></hi>	G. Arias, <hi rend="italic">L’economia pura del corporativismo</hi>, «Economia», 8 (6), 1930, pp. 605-620, poi anche in Id., <hi rend="italic">Economia corporativa</hi>, vol. I. <hi rend="italic">Precedenti, sviluppi, dottrine</hi>, Casa editrice poligrafica universitaria, Firenze 1934, da cui si cita, p. 264. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-050-backlink">43</ref></hi>	G. Arias, <hi rend="italic">L’economia nazionale corporativa: commento alla Carta del lavoro</hi>, Libreria del Littorio, Roma 1929, p. 116.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-049-backlink">44</ref></hi>	F. Carli, <hi rend="italic">Applicazione della teoria del valore al salario corporativo</hi>, «Archivio di studi corporativi», I, 1 (2), 1930, p. 321.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-048-backlink">45</ref></hi>	Alcune di queste critiche furono espresse in scritti di cui alla precedente nota 21.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-047-backlink">46</ref></hi>	Cfr. U. Spirito, <hi rend="italic">Il problema del salario (1932)</hi>, in Id., <hi rend="italic">Il corporativismo</hi>, cit., pp. 440-446.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-046-backlink">47</ref></hi>	Ivi, p. 445.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-045-backlink">48</ref></hi>	Cfr. V. Zamagni, <hi rend="italic">Quanto corporativa fu l’economia italiana negli anni Trenta?</hi>, relazione presentata al convegno organizzato il 19 dicembre 2019 dalla Accademia nazionale dei Lincei, dal titolo <hi rend="italic">Economia ed economisti nel periodo fascista. Le diverse posizioni su corporativismo e autarchia</hi>, in corso di pubblicazione nei <hi rend="italic">Rendiconti dell’Accademia dei Lincei. </hi><hi rend="italic" >Classe di scienze morali</hi><hi >.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-044-backlink">49</ref></hi>	<hi >L. Baudin, </hi><hi rend="italic" >Le corporativisme. Italie, Portugal, Allemagne, Espagne, France</hi><hi >, Librairie </hi><hi >g</hi>énéral de <hi >droit et de jurisprudence, Paris 1942, pp. 4-5.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-043-backlink">50</ref></hi>	<hi >F. Guarneri</hi>, <hi rend="italic">Contro la tregua doganale</hi>, «Rivista di politica economica», 20, 1930, <hi >p. 117.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-042-backlink">51</ref></hi>	Ivi, p. 115.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-041-backlink">52</ref></hi>	Cfr. O. Spann, <hi rend="italic">Il concetto individualistico e quello universalistico dell’economia mondiale</hi>, «Rivista di politica economica», 20, 1930, pp. 533-538.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-040-backlink">53</ref></hi>	Cfr. M. Manoïlesco, <hi rend="italic">Intorno alla teoria del protezionismo</hi>, «Rivista di politica economica», 22, 1932, pp. 1085-1092. La posizione dell’economista rumeno era già stata positivamente introdotta sulle pagine della <hi rend="italic">Rivista di politica economica</hi> da L. Bottini, <hi rend="italic">Appunti su la teoria del protezionismo d</hi><hi rend="italic">el Manoïlesco</hi>, «Rivista di politica economica», 22, 1932, pp. 684-697.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-039-backlink">54</ref></hi>	La vicenda a cui ci siamo riferiti è stata ricostruita da L. Zani, <hi rend="italic">Introduzione</hi> a F. Guarneri, <hi rend="italic">Battaglie economiche tra le due guerre</hi>, a cura di L. Zani, il Mulino, Bologna 1988 (prima edizione 1953), pp. 6-87. Cfr. in particolare pp. 36-37.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-038-backlink">55</ref></hi>	Nella primavera del 1931 si verificarono 98 fallimenti di aziende di credito e 36 concordati preventivi.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-037-backlink">56</ref></hi>	Su questo punto rinviamo all’analisi del quadro macroeconomico del periodo fornita da M. Marconi, <hi rend="italic">La politica monetaria del fascismo</hi>, il Mulino, Bologna 1982.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-036-backlink">57</ref></hi>	Cfr. L. Einaudi, <hi rend="italic">Riflessioni in disordine sulle crisi</hi>, «La riforma sociale», XXXVIII, 42 (1-2), 1931, pp. 20-45.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-035-backlink">58</ref></hi>	Ci limitiamo a citare tre opere di base su cui si è sviluppata successivamente la letteratura in argomento: E. Cianci, <hi rend="italic">Nascita dello Stato imprenditore in Italia</hi>, Mursia editore, Milano 1977; G. Mori, <hi rend="italic">Il capitalismo industriale in Italia</hi>, Editori riuniti, Roma 1977; Barucci, <hi rend="italic">Il contributo degli economisti italiani (1921-1936)</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-034-backlink">59</ref></hi>	Si tenga presente che l’Iri era diventato proprietario del 21 per cento del capitale delle società per azioni italiane, percentuale che saliva al 42% se consideriamo il contesto delle partecipazioni azionarie a catena. Cfr. al riguardo V. Zamagni, <hi rend="italic">Dalla periferia al centro. La seconda rinascita economica dell’Italia 1861-1990</hi>, il Mulino, Bologna 1993, p. 385. Invece che seguire i suggerimenti degli economisti, Mussolini affidò il compito di riorganizzare il sistema capitalistico italiano ad una tecnocrazia alla cui guida nominò Alberto Beneduce, uomo stimato negli ambienti bancari e imprenditoriali, ma senza tessera del partito fascista. Cfr. in proposito M. Franzinelli, M. Magnani, <hi rend="italic">Beneduce il finanziere di Mussolini</hi>, Mondadori, Milano 2009. Per un profilo sintetico di Beneduce cfr. M. Magnani, <hi rend="italic">Alberto Beneduce e lo stato imprenditore</hi>, in Barucci, Bini, Conigliello (a cura di), <hi rend="italic">Intellettuali e uomini di regime nell’Italia di Mussolini</hi>, cit., pp. 101-115.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-033-backlink">60</ref></hi>	B. Mussolini, <hi rend="italic">Discorso per lo Stato corporativo</hi>, del 14 novembre 1933, in <hi rend="italic">Opera omnia di Benito Mussolini</hi>, a cura di Edoardo e Duilio Susmel, vol. XXVI. <hi rend="italic">Dal patto a quattro all’inaugurazione della provincia di Littoria (8 giugno 1933-</hi><hi rend="italic">18 dicembre 1934)</hi>, La Fenice, Firenze 1958, p. 87.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-032-backlink">61</ref></hi>	Questo saggio fu pubblicato quasi contemporaneamente su tre riviste scientifiche diverse: L. Amoroso, A. de’ Stefani, <hi rend="italic">La logica del sistema corporativo</hi>, «Archivio di studi corporativi», 4 (2), 1933, pp. 181-202; «Rivista internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie», 4 (4), 1933, pp. 393-411; «Annali di economia», 9 (2), 1934, pp. 149-167.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-031-backlink">62</ref></hi>	Cfr. G. Masci, <hi rend="italic">Crisi economica ed economia corporativa</hi>, «Rivista internazionale di scienze sociali», 5 (3), 1934, poi ripubblicato in Mancini, Perillo, Zagari (a cura di), <hi rend="italic">La teoria economica del corporativismo</hi>, vol. <hi >II, cit., p. 570.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-030-backlink">63</ref></hi>	<hi >Cfr. E. Chamberlin, </hi><hi rend="italic" >The theory of monopolistic competition</hi><hi >, Harvard University Press, Cambridge 1933.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-029-backlink">64</ref></hi>	<hi >Cfr. J. Robinson, </hi><hi rend="italic" >The economics of imperfect competition</hi><hi >, Macmillan, London 1933.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-028-backlink">65</ref></hi>	<hi >Cfr. J.A. Hobson, </hi><hi rend="italic" >The Industrial System. An Inquiry into Earned and </hi><hi rend="italic" >Unearned Income</hi><hi >, Longmans, Green and Co., London 1909.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-027-backlink">66</ref></hi>	Cfr. C. Arena, <hi rend="italic">Delle alterazioni statali dei prezzi (contributo alla teoria della politica economica e sociale)</hi>, «Rivista di politica economica», 1934, parte prima, febbraio, pp. 157-175; parte seconda, marzo, pp. 292-305; parte terza, aprile, pp. 427-435, poi anche in Mancini, Perillo, Zagari, <hi rend="italic">La teoria economica del corporativismo</hi>, vol. II, cit., p. 552.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-026-backlink">67</ref></hi>	Questa analisi è contenuta in A. Breglia, <hi rend="italic">Prezzi in mercato corporativo</hi>, «La riforma sociale», XLI, 45 (4), 1934, poi in Mancini, Perillo, Zagari, <hi rend="italic">La teoria economica del corporativismo</hi>, vol. II, cit., pp. 579-600.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-025-backlink">68</ref></hi>	Masci, <hi rend="italic">Crisi economica ed economia corporativa</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-024-backlink">69</ref></hi>	Ivi, p. 567.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-023-backlink">70</ref></hi>	Cfr. D.F. Perillo, <hi rend="italic">Introduzione</hi> a Mancini, Perillo, Zagari (a cura di), <hi rend="italic">La teoria economica del corporativismo</hi>, vol. II, cit., pp. 346 e sgg.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-022-backlink">71</ref></hi>	Si vedano in proposito i lavori di M. Rozzarin, <hi rend="italic">Federico Maria Pacces e la Scuola di amministrazione industriale</hi>, in G. Gemelli (a cura di), <hi rend="italic">Scuole di management. Origini e primi sviluppi delle business schools in Italia</hi>, il Mulino, Bologna 1997, pp. 107-144; A. Mariuzzo, <hi rend="italic">Scuole di responsabilità. I Collegi nazionali nella Normale gentiliana (1932-1944)</hi>, Edizioni della Normale, Pisa 2010; F. Amore Bianco, <hi rend="italic">Il cantiere di Bottai. La scuola corporativa pisana e la formazione della classe dirigente fascista</hi>, Edizioni Cantagalli, Siena 2012; F. Amore Bianco, <hi rend="italic">L’esperienza teorica della scuola di scienze corporative dell’Università di Pisa</hi>, in Barucci, Bini, Conigliello (a cura di), <hi rend="italic">Economia e diritto in Italia durante il Fascismo</hi>, cit., pp. 153-178.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-021-backlink">72</ref></hi>	Cfr. F.M. Pacces, <hi rend="italic">Lo spirito d’impresa nel sistema corporativo</hi>, «Critica fascista», 15 ottobre 1933, pp. 392-395.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-020-backlink">73</ref></hi>	U. Spirito, <hi rend="italic">Statalismo corporativo</hi>, «Critica fascista», 1 febbraio 1933, poi in Id., <hi rend="italic">Il corporativismo</hi>, cit., p. 433.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-019-backlink">74</ref></hi>	Pacces, <hi rend="italic">Lo spirito d’impresa nel sistema corporativo</hi>, cit., p. 394.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-018-backlink">75</ref></hi>	M. Cestelli, <hi rend="italic">Un decennio di studi sul corporativismo di Ugo Spirito (1964-1973)</hi>, «Nuovi studi politici», 4 (2), 1974, p. 126.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-017-backlink">76</ref></hi>	F.M. Pacces, <hi rend="italic">Verso un piano economico-corporativo</hi>, «Critica fascista», 15 marzo 1933, p. 103. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-016-backlink">77</ref></hi>	Cfr. S. Cassese, <hi rend="italic">Corporazioni e intervento pubblico nell’economia</hi>, in A. Aquarone, M. Vernassa (a cura di), <hi rend="italic">Il regime fascista</hi>, il Mulino, Bologna 1974, pp. 327-355.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-015-backlink">78</ref></hi>	U. Spirito, <hi rend="italic">Il piano De Man e l’economia mista</hi>, «Critica fascista», 1 maggio 1935, p. 261.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-014-backlink">79</ref></hi>	Già prima della costituzione dell’Iri, Spirito aveva criticato il carattere ‘misto’ dell’economia italiana: U. Spirito, <hi rend="italic">Individuo e stato nella concezione corporativa</hi>, in Ministero delle Corporazioni, <hi rend="italic">Atti del secondo convegno di studi sindacali e corporativi</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-013-backlink">80</ref></hi>	Cfr. Pacces, <hi rend="italic">Verso un piano economico-corporativo</hi>, cit., p. 104.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-012-backlink">81</ref></hi>	U. Spirito, <hi rend="italic">Statalismo corporativo</hi>, «Critica fascista», 1 febbraio 1933, poi in Id., <hi rend="italic">Il corporativismo</hi>, cit., p. 435.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-011-backlink">82</ref></hi>	Questo era un punto di vista ricorrente negli scritti dei due autori. In particolare, per Spirito è da vedere U. Spirito, <hi rend="italic">Ruralizzazione o Industrializzazione?</hi>, «Archivio di studi corporativi», 1, 1930, pp. 131-150, ora in Id., <hi rend="italic">Il corporativismo</hi>, cit., pp. 447-461. Contro il mito della ‘ruralizzazione’ egli sosteneva (pp. 448-449) che «l’ideale di ogni paese moderno dev’essere quello di <hi rend="italic">un’industrializzazione ad oltranza</hi> e che <hi rend="italic">industria e progresso</hi> o <hi rend="italic">industria e civiltà</hi> sono termini equipollenti». Il corsivo è nel testo.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-010-backlink">83</ref></hi>	Questa tesi era stata espressa anche da fonti governative, in particolare da Alberto Asquini che al tempo ricopriva la carica di sottosegretario al Ministero delle corporazioni.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-009-backlink">84</ref></hi>	Cfr. F.M. Pacces, <hi rend="italic">Premessa alla ricostruzione industriale</hi>, «Critica fascista», 15 aprile 1933, p. 157.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-008-backlink">85</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-007-backlink">86</ref></hi>	Cfr. F.M. Pacces, <hi rend="italic">Irimare</hi>, «Critica fascista», 15 dicembre 1936, pp. 53-55.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-006-backlink">87</ref></hi>	F.M. Pacces, <hi rend="italic">Iri, interventi e corporazioni</hi>, «Critica fascista», 15 giugno 1939, p. 249.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-005-backlink">88</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-004-backlink">89</ref></hi>	In particolare, fu sostenuto da Giuseppe Bottai di cui è da vedere ad esempio <hi rend="italic">Il cammino delle corporazioni</hi>, Casa editrice Poligrafica universitaria, Firenze s.d. (ma 1935).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-003-backlink">90</ref></hi>	F.M. Pacces, <hi rend="italic">Nostro tempo di rivoluzione industriale</hi>, Einaudi, Torino 1939, p. 345.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-002-backlink">91</ref></hi>	G. Bottai, <hi rend="italic">Vent’anni e un giorno (24 luglio 1943)</hi>, Garzanti, Milano 1977, p. 163.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-001-backlink">92</ref></hi>	Una formulazione in tal senso era stata prospettata alcuni anni prima da A. De Pietri Tonelli, <hi rend="italic">Di una scienza della politica economica</hi>, «Rivista di politica economica», 19, 1929, pp. 26-46.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="02.html#footnote-000-backlink">93</ref></hi>	Quello che qui si esprime è un giudizio di sintesi. Esso non comporta che non si voglia ad esempio riconoscere un certo ruolo attivo da parte delle corporazioni nello svolgere attività di concertazione di interessi diversi sotto la protezione dello Stato. In tal senso è da vedersi S. Cassese, <hi rend="italic">Lo Stato fascista</hi>, il Mulino, Bologna 2010 e A. Gagliardi, <hi rend="italic">Il corporativismo fascista</hi>, Laterza, Roma-Bari 2010.</p>
      
      
      
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