<?xml version="1.0" encoding="utf-8" standalone="yes"?>
<TEI xmlns="http://www.tei-c.org/ns/1.0">
  <teiHeader>
    <fileDesc>
      <titleStmt>
        <title type="main" level="a">Il fascismo immaginario di Odon Por</title>
        <author>
          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0003-0414-7379" type="ORCID">
            <forename>Marco</forename>
            <surname>Dardi</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Florence, Italy</placeName>
          </persName>
        </author>
        <respStmt>
          <resp>This is a section of <title>Le sirene del corporativismo e l'isolamento dei dissidenti durante il fascismo</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-455-7</idno>) by </resp>
          <name>Lucilla Conigliello, Piero Barucci, Piero Bini</name>
        </respStmt>
      </titleStmt>
      <publicationStmt>
        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2021">2021</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-455-7.05</idno>
        <availability>
          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
          <licence source="text" target="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">
            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
          </licence>
          <licence source="metadata" target="https://creativecommons.org/publicdomain/zero/1.0/legalcode">
            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
          </licence>
        </availability>
      </publicationStmt>
      <sourceDesc>
        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
      </sourceDesc>
    </fileDesc>
    <encodingDesc>
      <appInfo>
        <application version="2.2" ident="Booksflow">
          <desc>Digital edition XML powered by Booksflow</desc>
        </application>
      </appInfo>
    </encodingDesc>
    <profileDesc>
      <abstract xml:lang="en">
        <p>A minor but frequent editorialist and contributor to the Fascist press over the 1930s, Odon Por reached the apex of his visibility when he joined Ezra Pound in the attempt to promote policies based on Major Douglas’s Social Credit and Silvio Gesell’s Stamp Scrip. Drawing on various archival sources, the chapter reconstructs Por’s international background, the political protections that allowed him to occupy comfortable positions in the regime’s institutions, and his ideological itinerary from revolutionary syndicalism to guild socialism and from here to a fascism which was more imagined than real. His case is a typical illustration of the appeal that the Italian corporatist model held for anti-capitalist movements in inter-war Europe.</p>
      </abstract>
      <textClass>
        <keywords>
          <list>
            <item>Revolutionary syndicalism; Guild socialism; Social credit</item>
          </list>
        </keywords>
      </textClass>
    </profileDesc>
  </teiHeader>
  <text>
    <body>
      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-455-7.05<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-455-7.05" /></p>
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">Il fascismo immaginario di Odon Por</p><p rend="h1_author">Marco Dardi</p><p rend="h2">1. Introduzione</p><p rend="text">Quella di Odon Por è una firma ricorrente nella stampa fascista degli anni ’30. La troviamo su importanti riviste di regime come «Gerarchia», «Critica fascista», «Civiltà fascista», «Rivista del lavoro», «La Stirpe»; in copertina di opuscoli e pubblicazioni di taglio semi-divulgativo su temi economici; e in organi di stampa esteri («Revue internationale du travail», «L’Osservatore romano», «Financial News» e varie riviste inglesi) come garanzia di una voce attendibile sull’Italia dall’interno. L’ambito degli scritti di Por non è quello specialistico degli economisti, che per lo più non lo hanno mai degnato di attenzione. Un intellettuale di punta del fascismo come Camillo Pellizzi nella sua rievocazione di quell’esperienza valorizza in Por «l’occhio sereno di un uomo educato alla scuola del gildismo inglese»; e un letterato meno integrato e più vulcanico come Ezra Pound lo addita ai radioascoltatori americani come scrittore economico i cui scritti contengono «the WATER OF LIFE […] by [which] I mean the living thought of the era, this era!»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-074-backlink"><ref target="06.html#footnote-074">1</ref></hi></hi>. Por è affiliato a quella parte della sinistra fascista che fa riferimento a Bottai e Pellizzi, e per qualche tempo impegnato con Pound nel tentativo velleitario di indirizzare la politica economica del fascismo verso ‘Social credit’ e ‘moneta prescrittibile’ – strumenti monetario-finanziari che combinati con corporativismo e autarchia avrebbero dovuto portare a quella ‘rivoluzione’ di cui il fascismo ha sempre annunciato l’imminenza senza che alle parole seguissero fatti. La letteratura sulla sinistra fascista, per quanto ampia e ramificata, ha dato poco rilievo a questa figura. A occuparsene di più è stata in passato la letteratura sul triangolo Pound-economia-fascismo, ma sempre lasciando molte domande senza risposta: ‘studioso’ o ‘economista’ ungherese, ma dove e come si è formato, perché è in Italia, che fine ha fatto dopo la fine del fascismo? Risposte hanno cominciato a emergere in anni più recenti grazie a scritti di Matteo Pasetti e Guido Franzinetti che hanno utilizzato i due fondi archivistici più ricchi di notizie su di lui, rispettivamente il fondo Camillo Pellizzi presso la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice di Roma (d’ora in poi FUS) e il fondo Rinaldo Rigola presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano (d’ora in poi FGF). Questi archivi insieme con altre fonti edite e inedite hanno permesso di comporre il profilo che presento qui, certo non ancora esaustivo ma abbastanza completo, credo, da permettere di farsi un’idea d’insieme del personaggio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-073-backlink"><ref target="06.html#footnote-073">2</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il caso Por illustra in piccolo uno dei tanti percorsi attraverso cui l’Europa inter-bellica cerca di lasciarsi alle spalle la coppia capitalismo-liberaldemocrazia, su cui grava un giudizio diffuso di fallimento storico, evitando però di cadere in esiti collettivistici di tipo sovietico. Quello di Por è un percorso composito che parte da esperienze nazionali diverse e finisce catturato dalle promesse del fascismo italiano, ai suoi occhi il modello più avanzato a livello mondiale anche in virtù di una sconfinata ammirazione per il ‘carattere’ (o quello che egli interpreta come tale) degli italiani e per il genio che vede realizzato nella figura di Mussolini. Nonostante l’ostentata appartenenza socialista e non iscrizione al partito fascista, Por di fatto si mette al servizio del regime come funzionario (ISPI e Confederazione dei lavoratori dell’industria) e come pubblicista e propagandista grazie anche alla protezione politica della coppia Bottai-Pellizzi. A sua giustificazione avanza la convinzione di poter essere di aiuto al ‘Capo’ nel compimento della sua missione rivoluzionaria, scavalcando tutti gli ostacoli opposti da una burocrazia mediocre e auto-interessata. Da un lato, si può classificare la vicenda come niente di più che una di tante fronde politicamente irrilevanti e alla fine perdenti; ma dall’altro va detto che si tratta di una fronda innestata in un filone della sinistra fascista che ha sempre goduto di una reputazione di autorevolezza intellettuale. Bottai e Pellizzi, uomini di cultura prevalentemente giuridico-letteraria ma relativamente meno attrezzati dal lato delle politiche economico-sociali, in qualche misura si sono fidati della pretesa competenza economica di Por e hanno cercato di favorirne i disegni, anche se con esiti sostanzialmente nulli. Por ha quindi svolto con efficacia una funzione di pontiere fra esperienze politico-economiche di origine internazionale e una sinistra fascista tutt’altro che intellettualmente sprovveduta. A questa ha saputo offrire una versione convincente di quella nebulosa cangiante che è sempre stata la ‘terza via’ fascista. Fra i tanti fascismi reali e immaginari dell’Europa inter-bellica anche quello di Por, allora, merita qualche approfondimento nonostante la totale non-incidenza sul corso degli eventi.</p><p rend="h2">2. Gli anni di formazione: dal sindacalismo al gildismo</p><p rend="text">Nato Ödön Pór a Budapest nel 1883, quindi cittadino austro-ungarico, la professione del padre, ingegnere chimico a quanto sembra assai richiesto dall’industria, lo porta a trasferirsi al seguito della famiglia in Italia nel 1902, e da qui negli Stati Uniti nel 1903 o inizio 1904. Tornato definitivamente in Europa dal 1908 si stabilisce a Firenze, ma alternando la residenza italiana con lunghi soggiorni in Inghilterra. In Italia passa gli anni della Prima guerra mondiale e nel 1922 si sposa con una discendente di un’aristocratica famiglia di proprietari terrieri perugini. Nel 1937 ottiene la cittadinanza italiana. Vive a Roma fra il 1934 e la fine della guerra, poi a Perugia e a Marino nei Castelli Romani fino alla morte avvenuta nel 1970. </p><p rend="text">Mentre non ho trovato notizie sulla parentela di parte paterna, quella da parte di madre lo collega a figure significative della cultura ebraica austro-ungherese del ’900. Di nome Pollacsek, in seguito magiarizzato Polanyi, il gruppo familiare materno ha buone basi economiche e annovera professionisti, personaggi pubblici e intellettuali fra cui, particolarmente vicini al percorso di Por, due cugini quasi coetanei, il teorico del socialismo Ervin Szabó e l’economista e antropologo sociale Karl Polanyi. Appare singolare che, mentre per parte dei Pollacsek/Polanyi l’origine ebraica ha portato a una diaspora negli anni fra le due guerre, Por abbia potuto attraversare indisturbato tutto il fascismo scrivendo, avendo incarichi pubblici e svolgendo un’attività imprenditoriale anche dopo le leggi razziali del 1938, oltre a non aver problemi nello stringere un sodalizio con Pound, che del proprio antisemitismo non faceva certo mistero<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-072-backlink"><ref target="06.html#footnote-072">3</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Della primissima formazione di Por sappiamo solo che ha studiato giurisprudenza all’università di Budapest, ed è stato attivo nel movimento degli studenti socialisti. Non sappiamo se ha concluso gli studi prima del trasferimento che lo ha portato a vivere in Italia e poco dopo negli USA. Per quanto si può giudicare dalla scarsa evidenza disponibile, un’influenza importante se non la più importante nella sua formazione politica è quella esercitata dal cugino Szabó, più anziano di lui e, all’epoca del trasferimento in America, già noto anche fuori Ungheria come punto di riferimento del nascente socialismo ungherese. Giovanissimo, Por traduce per Szabó un’opera di Achille Loria dall’italiano in ungherese, con lui si consiglia sistematicamente, a lui relaziona sulle sue esperienze americane e in giro per l’Europa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-071-backlink"><ref target="06.html#footnote-071">4</ref></hi></hi>. Por, lo si intuisce dal tono della sua corrispondenza, è un giovane socievole con una mente prensile e entusiasta, certamente da ognuno dei tanti ambienti che ha frequentato ha raccolto qualcosa. Ma nei confronti di Szabó si percepisce qualcosa di più, il rispetto per una levatura intellettuale di ordine superiore.</p><p rend="text">L’inizio della carriera di pubblicista di Por risale all’arrivo in America e all’incontro con Henry Gaylord Wilshire a New York nel 1904. Wilshire è una tipica figura di ‘socialista milionario’ americano: ha interessi di affari distribuiti fra New York e Los Angeles, frequenta circoli politico-culturali londinesi nei lunghi periodi trascorsi in Inghilterra, si professa socialista e marxista, negli anni ’90 aderisce alla Social-Democratic Federation di Henry Hyndman, intorno al 1910 diventa un convinto sostenitore del sindacalismo rivoluzionario. Regolarmente frustrato nei suoi tentativi elettorali per il Congresso USA in liste socialiste, è un notista politico infaticabile. A sue spese fonda e mantiene la rivista che ospita i suoi editoriali, originariamente intitolata «The Challenge» e dal 1902 «Wilshire’s Magazine» (poi abbreviato in «Wilshire’s»), con tirature occasionalmente elevate per una pubblicazione socialista grazie a collaborazioni di autori popolari come Jack London, H.G. Wells, Upton Sinclair e George Bernard Shaw<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-070-backlink"><ref target="06.html#footnote-070">5</ref></hi></hi>. Por è assunto nella redazione con mansioni all’inizio solo d’ufficio, ma presto Wilshire gli offre l’opportunità di contribuire con propri editoriali. Nasce fra i due un rapporto quasi familiare che si prolunga ben oltre gli anni di permanenza negli USA. Por continuerà a inviare articoli al «Wilshire’s» almeno fino al 1910, e direttamente o indirettamente (attraverso la moglie e il figlio) manterrà il contatto con Wilshire fino alla sua morte avvenuta nel 1927.</p><p rend="text">Altri incontri importanti del periodo americano di Por sono quelli con George Davis Herron e con William English Walling, anch’essi rappresentanti di un socialismo americano vagamente eccentrico. Entrambi dotati di risorse finanziarie ingenti, in modo diverso influiscono positivamente sull’affermazione professionale di Por. Herron<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-069-backlink"><ref target="06.html#footnote-069">6</ref></hi></hi>, che lo ha preso in protezione, gli commissiona una serie di articoli sulla «International Socialist Review» di Chicago per spiegare agli americani il sindacalismo rivoluzionario dei paesi europei di lingua latina, compito che Por svolge molto efficacemente<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-068-backlink"><ref target="06.html#footnote-068">7</ref></hi></hi>. Quello con Herron è un altro rapporto di lunga durata che avrà una significativa ripresa nel primo dopoguerra, come vedremo più avanti (paragrafo 3). Da Walling<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-067-backlink"><ref target="06.html#footnote-067">8</ref></hi></hi> arriva nel 1905 un’offerta che Por non si lascia sfuggire: accompagnarlo come assistente in un viaggio di tre mesi attraverso l’Europa per un’inchiesta giornalistica sui movimenti socialisti europei, con regolare stipendio e copertura integrale delle spese. Questo ritorno in Europa si prolunga ben più dei tre mesi previsti e permette a Por di conoscere personalmente il Gotha del socialismo europeo, di cominciare a farsi un’esperienza diretta delle pratiche sindacali e lotte del lavoro in diversi paesi, in particolare Italia e Francia, e di allargare le sue collaborazioni alla pubblicistica socialista continentale. Grazie a tutte queste esperienze, quando torna a vivere stabilmente in Europa nel 1908 è già un affermato pubblicista internazionale con una solida reputazione in ambienti socialisti e sindacalisti americani e europei.</p><p rend="text">Qual è l’identità politica di Por a questo stadio? Per inquadrarla è utile notare che i suoi anni americani coincidono con la fase, all’incirca dal 1902 al 1910, nella quale il cugino Szabó si allontana dal marxismo socialdemocratico austro-tedesco in cui militava inizialmente e intraprende un itinerario personale di ripensamento dei fondamenti filosofici del marxismo che politicamente lo porta a convergere sulle posizioni del sindacalismo rivoluzionario francese e italiano. Alla luce di questo si spiega bene la maturazione di Por, dalle iniziali espressioni di vaghi sentimenti socialisti più che di idee articolate, agli scritti ben argomentati anche se un po’ prolissi sul sindacalismo rivoluzionario europeo di pochi anni dopo. I suoi riferimenti teorico-ideologici derivano principalmente da scritti di Szabó (in particolare le sue introduzioni all’edizione ungherese delle opere di Marx) e di autori italiani come Arturo Labriola e Angelo Oliviero Olivetti. Lo sfondo generale è quello anti-positivista e di rilettura in chiave soggettivista di Marx tipico dell’epoca. Di specificamente suo Por ci mette un’attenzione particolare, da cronista curioso e partecipe, per le forme concrete delle lotte del lavoro e il loro valore pedagogico per la classe operaia, attenzione che vira in autentica ammirazione nel caso delle leghe e cooperative agricole e industriali conosciute in Italia. Avendo scelto Firenze come propria base, Por si muove in lungo e largo per le provincie italiane inseguendo tutte le manifestazioni della ‘creatività’ del lavoro che emergono dal sindacalismo militante più che dai dibattiti intellettuali sul sindacalismo. In proposito c’è anzi qualche manifestazione di insofferenza, come questo sfogo con il cugino: «As a matter of fact, it is too bad that people stand in awe of “sciences”. <hi >The heart of the matter is lost amidst so much of scientific research and analysis. I have realized for a long time that sociology is just a hoax and that Kautsky is an even greater hoax </hi><hi >[…] even Sorel has the fault of thinking he cultivates some kind of science</hi>»<hi rend="notes_number CharOverride-1" ><hi xml:id="footnote-066-backlink"><ref target="06.html#footnote-066">9</ref></hi></hi><hi >. </hi>La tendenza a mitizzare le virtù delle organizzazioni del lavoro italiane, la combinazione di pragmatismo e idealismo che lo porta sempre e comunque a esaltare chi opera rispetto a chi filosofa, sono sue caratteristiche costanti destinate ad accentuarsi negli anni del fascismo. </p><p rend="text">I tratti del sindacalismo rivoluzionario in cui Por si riconosce sono tratti comuni a varie versioni nazionali e locali del movimento a cavallo del ’900<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-065-backlink"><ref target="06.html#footnote-065">10</ref></hi></hi>. In primo luogo, la spaccatura fra socialismo-movimento operaio e socialismo-partito politico, spaccatura motivata dalla percezione che un’organizzazione politico-parlamentare ormai infiltrata dalla borghesia e rispettosa delle forme istituzionali dello stato borghese non può svolgere il ruolo di agente del passaggio rivoluzionario da capitalismo a socialismo. Il partito, avendo conquistato per il lavoro la libertà di organizzarsi come classe e avendo riformato il riformabile all’interno del rapporto capitalistico, ha fatto ciò che doveva ed esaurito la sua missione. A questo punto tocca alla classe organizzata, quindi al sindacato o ad altra organizzazione generata dal sindacato, impegnarsi nella ‘azione diretta’ per portarsi alla guida della società, e qui troviamo il secondo tratto di originalità del sindacalismo: al centro dell’azione rivoluzionaria non sta più la presa del potere politico da parte di una rappresentanza del lavoro ma l’assunzione del controllo sull’intero processo della produzione sociale da parte della classe organizzata, sottraendolo alla classe opposta dei capitalisti. Una volta raggiunto questo obiettivo la presa del potere politico seguirà da sé, in applicazione del principio marxiano per cui nell’economico sta il fondamento del politico. Quali che siano le forme dell’organizzazione politica, infatti, classe dominante è la classe che esercita la funzione economica dominante, identificata appunto nella funzione produttiva. E posto che il potere effettivo di una classe si misura sulla capacità di esercitare le funzioni del potere meglio di tutte le classi rivali, ne segue che compito essenziale del lavoro organizzato è l’educazione dei lavoratori, che devono essere messi nella condizione di poter battere i capitalisti nel loro stesso gioco, la gestione di tutte le fasi della produzione sociale. </p><p rend="text">Se questo è lo schema di base del sindacalismo europeo Por, dal suo osservatorio italiano, non può ignorare le specificità e complicazioni del sindacalismo di questo paese. A differenza di quello francese, che nasce indipendente dai – e pregiudizialmente antagonista ai – partiti politici, il sindacalismo italiano all’origine non è altro che una corrente interna del partito socialista. Ciò contro cui si batte non è l’azione parlamentare in quanto tale ma la subordinazione dell’azione parlamentare socialista alla linea di gradualismo riformista che Giolitti è riuscito a imporre dal 1903. Passerà del tempo prima che questo porti a una vera e propria scissione fra partito socialista e corrente sindacalista. Ridotta in minoranza dopo una serie di insuccessi sul terreno delle lotte del lavoro, la corrente deciderà di lasciare il partito e costituirsi in federazione di gruppi sindacalisti autonomi solo a seguito del convegno sindacalista ferrarese del 1907. Anche questa scissione si rivela in realtà poco convinta perché contemporaneamente molte organizzazioni operaie di orientamento sindacalista decidono di aderire alla Confederazione Generale del Lavoro (CGL), l’organo centralizzato del movimento operaio costituito nel settembre 1906 e guidato da Rinaldo Rigola con criteri di autonomia formale dal partito ma sostanziale allineamento all’orientamento riformista di questo. Si tratta di una coabitazione instabile che finirà nel 1912 con un’ulteriore spaccatura, questa volta interna al movimento operaio, fra le organizzazioni di tendenza legalitaria e riformista che rimangono dentro la CGL e tutti i gruppi antiriformisti di qualunque tendenza, sindacalisti ma anche repubblicani e anarchici, che ne fuoriescono e si costituiscono nella Unione sindacale italiana (USI). Alla fine del 1912 quindi il quadro delle posizioni è: nel partito, Filippo Turati rimane il riferimento della corrente riformista (che nel frattempo è passata in minoranza di fronte alla nuova direzione massimalista di Mussolini e Costantino Lazzari); nelle organizzazioni del lavoro, due correnti sindacaliste si fronteggiano, quella di orientamento riformista della CGL di Rigola e quella rivoluzionaria dell’USI, della quale Filippo Corridoni e Alceste De Ambris sono i rappresentanti più attivi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-064-backlink"><ref target="06.html#footnote-064">11</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">In questo contesto frazionato e in movimento la posizione di Por non è univoca e le sue simpatie si distribuiscono in modo trasversale. Sul piano personale l’uomo tende sempre a cercare l’amicizia di tutti atteggiandosi a studioso e osservatore neutrale. Da qui le sue collaborazioni a «Pagine libere» di Olivetti e Labriola del periodo luganese, ma anche all’«Avanti!» al tempo della direzione del riformista Claudio Treves. Al congresso socialista romano del 1906 parteggia per l’azione diretta di Labriola contro l’integralismo di Ferri; in occasione degli scioperi agrari nel parmense del 1908 guidati da De Ambris esalta l’auto-organizzazione dal basso delle organizzazioni del lavoro locali e la pratica dello sciopero per la sua capacità di risvegliare nel lavoratore un entusiasmo partecipativo che nelle contese elettorali non è mai sentito nella stessa misura<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-063-backlink"><ref target="06.html#footnote-063">12</ref></hi></hi>. Ma non fa per lui l’ideologia della lotta per la lotta, dello sciopero come «ginnastica del proletariato»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-062-backlink"><ref target="06.html#footnote-062">13</ref></hi></hi> senza la disciplina di un disegno strategico di lungo periodo e della commisurazione dell’azione alle forze, istanze che invece lo avvicinano ai criteri con cui Rigola guida la CGL. Questa posizione viene allo scoperto in occasione del fallito sciopero generale di Milano dell’agosto 1913, un errore tattico della locale Unione sindacale milanese guidata da Corridoni che Por in una lettera aperta all’«Avanti!» stigmatizza, contrapponendo allo spontaneismo irresponsabile l’esigenza di un paziente ed efficace lavoro organizzativo. Nell’occasione, in modo certamente non intenzionale, l’intervento finisce col fare il gioco di Mussolini, all’epoca direttore del quotidiano e probabile autore di un corsivo di apprezzamento per la sortita critica di Por<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-061-backlink"><ref target="06.html#footnote-061">14</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Sappiamo che in questi primi anni italiani Por mantiene contatti con il socialismo anglosassone e trascorre periodi non databili con esattezza in Inghilterra<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-060-backlink"><ref target="06.html#footnote-060">15</ref></hi></hi>. È in qualcuna di queste occasioni che avviene il suo incontro con il movimento gildista, nelle persone di Alfred Richard Orage e dell’assortito circolo politico-artistico-letterario che si riunisce attorno alla rivista «New Age», che Orage dirige fra il 1907 e il 1922. L’adesione al gildismo e la stima personale per Orage da parte di Por sono totali e destinate a durare ben oltre la durata del movimento. La sua collaborazione a «New Age» ha inizio nel 1914, si interrompe durante gli anni della guerra, riprende nel 1919. Sul piano dell’ideologia politica il suo passaggio da posizioni di sindacalismo rivoluzionario al socialismo gildista non comporta particolari discontinuità, solo uno spostamento di enfasi: dai metodi di lotta per superare il capitalismo verso l’ipotetica società dei produttori, al problema di quale ordinamento dare a quest’ultima, delle sue istituzioni e forme di governo.</p><p rend="text">Come il sindacalismo rivoluzionario, anche il gildismo è un movimento frazionato e in continua evoluzione. La componente originaria, iniziata dall’architetto Arthur J. Penty nel 1906, nasce da un impulso tutto estetico e passatista, sull’onda di Ruskin, Morris e del movimento <hi rend="italic">Arts and crafts</hi>: il ritorno alla gilda di produzione è identificato col recupero della dimensione creativa del lavoro produttivo, recupero che va contro non solo l’organizzazione capitalistica del lavoro ma anche il collettivismo fabiano e laburista e, più fondamentalmente, l’industrialismo in quanto tale. In versioni più attente alla dimensione socio-economica, invece – e qui vengono in evidenza i nomi di S.G. Hobson e di G.D.H. Cole – il gildismo si può vedere come una variante ‘soft’ dei sindacalismi rivoluzionari continentali, disegnata in modo da rimuovere dalla vista i traumi del superamento dell’ordinamento attuale e da mettere in evidenza caratteristiche della società delle gilde che ne facciano una prospettiva accettabile e desiderabile per gli inglesi dell’inizio del secolo. Da qui una particolare attenzione per il tema delle libertà personali, che in nessun caso devono arretrare rispetto a quelle già acquisite o in via di acquisizione nell’attuale ordinamento democratico-liberale; e quindi la cura nel respingere anche solo il sospetto di scivolamenti verso forme di collettivismo, di capitalismo di Stato, di potere dei produttori sui consumatori. L’autogoverno dei produttori, che è obiettivo comune tanto del sindacalismo che del gildismo, è inserito da quest’ultimo in un quadro detto di ‘democrazia funzionale’, una forma di governo che nei dettagli istituzionali si presta a tante versioni quanti sono coloro che ne scrivono ma è comunque improntata a idee di controllo sociale dal basso dentro ogni gilda e di armonizzazione degli interessi di gruppi sociali diversi sulla base esclusiva delle ‘funzioni’ che ogni gruppo svolge nel sistema nazionale. Lo Stato, in posizione di organo di mediazione e sintesi, esercita anch’esso una funzione fra le altre e non sovraordinata alle altre<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-059-backlink"><ref target="06.html#footnote-059">16</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Por trova congeniale tanto la dimensione estetizzante del gildismo di Penty<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-058-backlink"><ref target="06.html#footnote-058">17</ref></hi></hi> quanto quella socio-economica di Hobson e Cole. Su «New Age» dal 1914, con ripresa nel 1919, continua il racconto del sindacalismo e cooperativismo italiano che sta svolgendo già da anni, solo che ora lo declina non più come racconto del sindacalismo ma dell’avvento del gildismo in Italia. Sulla continuità di questo passaggio sarà lui stesso a commentare qualche anno più tardi, parlando retrospettivamente di sé con Sergio Panunzio. In una lettera del 1923<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-057-backlink"><ref target="06.html#footnote-057">18</ref></hi></hi> dirà di essere sempre stato gildista prima ancora di saperlo, di aver sempre pensato a una riorganizzazione sociale in cui il lavoro, industria per industria, si facesse responsabile di fronte alla comunità della conduzione delle attività produttive: </p><p rend="quotations_quotation_b1">Ho incominciato usare il termine “Gilda” o “Corporazione” nei riguardi del movimento italiano, già dal 1914, appunto perché il termine “Sindacato” m’era troppo stretto. In ultima analisi la “Gilda” si distingue dal Sindacato inquantoché non si occupa solo di problemi riguardanti le categorie operaie o quelle degli imprenditori, ma assume responsabilità nella produzione e precisamente nell’interesse del progresso industriale stesso come nell’interesse del consumatore. Come faceva la Corporazione medioevale nel periodo buono, puro.</p><p rend="h2">3. Primo dopoguerra: fascismo come gildismo all’italiana</p><p rend="text">Per Por come per tutti la guerra cambia molte cose. Da cittadino austro-ungarico in suolo straniero<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-056-backlink"><ref target="06.html#footnote-056">19</ref></hi></hi> non sta a lui esprimersi a favore o contro l’intervento armato dell’Italia. Ma privatamente (vedi la minuta di lettera a Wilshire citata in nota 19) è contento di come è condotta la guerra da parte italiana e spera che tutto questo contribuisca allo smantellamento finale degli imperi centrali. In articoli su «New Age» e sulla «Critica sociale» di Turati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-055-backlink"><ref target="06.html#footnote-055">20</ref></hi></hi> prende spunto dalla guerra per dare una torsione in senso statalista alla sua visione del gildismo. In partenza, la guerra è la dimostrazione del fallimento del socialismo ‘politico’, intendendo per tale il socialismo organizzato sulla base di partiti politici anziché di ‘funzioni’. Ma non tutto il male viene per nuocere perché l’esperienza bellica dimostra anche che in condizioni di necessità lo Stato riesce ad assumersi la funzione di organizzare consapevolmente e secondo un piano tutte le forze produttive del paese, a domare la concorrenza in favore della cooperazione a fini comuni, ad essere Stato-nazione e liberarsi del suo vecchio ancoraggio di classe: «lo Stato, forse la prima volta nella sua lunga storia, ha acquistato una coscienza nazionale e vere funzioni nazionali»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-054-backlink"><ref target="06.html#footnote-054">21</ref></hi></hi>. Queste nuove capacità e coscienza di averle non saranno dimenticate una volta tornati alla pace, e questa è un’occasione che il lavoro, organizzato in sindacati o gilde o corporazioni nazionali, deve saper cogliere: una associazione di lavoro organizzato e Stato potrebbe arrivare a esautorare gradualmente il capitale privato di tutte le sue funzioni usando metodi assolutamente incruenti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-053-backlink"><ref target="06.html#footnote-053">22</ref></hi></hi> e rendendo socialmente irrilevante la figura del capitalista privato. In sintesi, la guerra ispira a Por la visione di una rivoluzione gildista portata a compimento per via puramente economica attraverso un’alleanza fra lo Stato e le gilde<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-052-backlink"><ref target="06.html#footnote-052">23</ref></hi></hi>. È un quadro che ha l’effetto di allarmare Turati al punto da corredare tutti gli articoli di Por su «Critica sociale» con corsivi redazionali che mettono in guardia da possibili forzature nazionaliste e eccessi di «ottimismo sindacalistico-statale»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-051-backlink"><ref target="06.html#footnote-051">24</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Ma la nuova posizione assunta da Por durante la guerra non è eccentrica e riflette una tendenza propria del momento storico e comune all’Italia e altri paesi belligeranti. Da un lato la riscoperta di una dimensione patriottica che spinge all’interventismo anche molti sindacalisti; dall’altro la sorpresa nel vedere come lo Stato, anche uno Stato come quello italiano non accreditato di particolari attitudini alla buona amministrazione, costretto dalle necessità di guerra possa riuscire a prendere in pugno l’organizzazione della produzione in tutti i suoi rami e a gestirla in modo ordinato ed efficiente. Sono due fattori su cui la storiografia ha lavorato per spiegare la tendenza di molti sindacalisti a dimenticarsi della categoria ‘stato di classe’, cioè stato dei padroni, per sostituirvi quella di Stato-nazione, lo Stato di tutti a qualunque classe appartengano. Un cambiamento culturale ed emotivo insieme che avviene nel giro di pochi anni e che non va visto necessariamente come convergenza del sindacalismo sul nazionalismo, perché rispetto al nazionalismo dottrinario italiano dei Corradini e dei Rocco questo così detto ‘nazional-sindacalismo’ mantiene le proprie discriminanti ideologiche. Indubbiamente questo cambiamento ha svolto un ruolo di primo piano nell’affermazione del fascismo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-050-backlink"><ref target="06.html#footnote-050">25</ref></hi></hi>, e come vedremo il caso di Por, che pure non arriva a farsi nazional-sindacalista, ne è una conferma: è la fiducia nella facilità con cui il fascismo appare capace di manovrare le leve dello Stato che alla fine gli renderà accettabile la presa di potere dell’ottobre 1922.</p><p rend="text">La fine della guerra, la dissoluzione degli imperi centrali e la possibilità per l’Ungheria di ricostruirsi come nazione indipendente, irrompono come potenti fattori di distrazione sul percorso di Por, impegnandolo per qualche tempo in attività meno sociali e più legate alle trattative di pace. I fronti sono due, quello italiano della controversia con la Jugoslavia per la sistemazione del confine orientale, nella quale l’amico Herron, accreditato come collaboratore dell’amministrazione Wilson ai tempi della conferenza di Parigi, si batte per una soluzione favorevole agli interessi italiani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-049-backlink"><ref target="06.html#footnote-049">26</ref></hi></hi>. E il fronte ungherese, dove il vento rivoluzionario e la minaccia di smembramento della neonata piccola repubblica mettono Por in stato di particolare agitazione. Tanti a lui vicini sono già coinvolti nei disordini di Budapest – è appena scomparso Szabó (settembre 1918), ma fra i presenti e attivi c’è il suo più stretto amico e biografo Oscar Jászi, il cugino Karl Polany, altri parenti e amici del glorioso circolo culturale radical-borghese ‘Galilei’. L’attivismo di Por si manifesta principalmente nel rapporto con Umberto Zanotti-Bianco, un rapporto che sembra iniziato verso la fine del 1918 con un breve scambio di lettere e un articolo sulla crisi ungherese che Por scrive per «La voce dei popoli»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-048-backlink"><ref target="06.html#footnote-048">27</ref></hi></hi>, la rivista mazziniana e wilsoniana di Zanotti-Bianco che nel biennio post-bellico costituisce un osservatorio politico sui problemi delle nazionalità oppresse.</p><p rend="text">Nelle lettere<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-047-backlink"><ref target="06.html#footnote-047">28</ref></hi></hi> Por raccomanda a Zanotti-Bianco di prendere contatto con Herron in quanto amico dell’Italia, e di impegnarsi per agevolare la collaborazione fra l’Italia e la nuova Ungheria democratica nel quadro di un ‘assetto wilsoniano’ dei due paesi. Siamo nel dicembre 1918, la situazione ungherese è per il momento controllata dal governo provvisorio social-democratico del conte Mihály Károlyi. Nell’imminenza di una possibile missione di Zanotti-Bianco a Budapest Por si fa avanti senza troppo ritegno chiedendogli di attivarsi per fargli ottenere un incarico di rappresentante del governo ungherese per l’Italia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-046-backlink"><ref target="06.html#footnote-046">29</ref></hi></hi>. Se questa <hi rend="italic">avance</hi> abbia avuto un seguito non si sa, perché comunque nel marzo 1919 il governo Károlyi cade e si istituisce il brevissimo (finirà il 1 agosto) regime comunista di Bela Kun, la ‘Repubblica dei Consigli’. Por ne è subito entusiasta e in lettere a Zanotti-Bianco<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="06.html#footnote-045">30</ref></hi></hi> e in due articoli sull’«Avanti!» e su «Critica sociale», firmati con lo pseudonimo ‘Vperiod’<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="06.html#footnote-044">31</ref></hi></hi>, si lancia nell’esaltazione del nuovo ordinamento sovietista. Non sorprendentemente, interpreta i soviet di Kun come gilde <hi rend="italic">sui generis</hi>, «organismi di lavoratori, basati sulla capacità e sulla funzione, atti ad agevolare, potenziare e coordinare il lavoro, e la federazione dei quali risolverebbe simultaneamente, superandoli, il problema economico-sociale e quello delle nazionalità e dei loro rapporti»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="06.html#footnote-043">32</ref></hi></hi>. Della sua disponibilità a svolgere un incarico di rappresentante della nuova democrazia ungherese per l’Italia non abbiamo più notizie ma qualcosa deve esserne seguito se ancora nel febbraio 1923, a vicenda Kun largamente conclusa, Por si presenta nell’introduzione a un suo articolo su una rivista americana come «Italian [sic] writer, former representative in Italy of the Bela Kun regime»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="06.html#footnote-042">33</ref></hi></hi>. Qualunque cosa abbia fatto in questa veste l’unica traccia concreta che ne resta sembra costituita da una serie di fastidi con la polizia politica pre-fascista e fascista. Nel marzo 1921, per motivi non specificati, la polizia perquisisce l’abitazione di Por e sequestra una massa di manoscritti e stampati: deve muoversi Turati a livello di governo per ottenere che tutto si risolva senza complicazioni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="06.html#footnote-041">34</ref></hi></hi>. A distanza di qualche anno, a regime fascista ormai consolidato all’inizio del 1927, arrivano intimidazioni ancora più pesanti: la polizia lo molesta con provvedimenti ingiustificati, impedisce di lavorare a lui, al cognato e al nipote, colpi di revolver vengono esplosi contro la sua abitazione. Alla fine tutto sarà sistemato grazie a interventi di Bottai e di Pellizzi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="06.html#footnote-040">35</ref></hi></hi>, e anche in questo caso i motivi delle attenzioni poliziesche restano non specificati. Ma il commento confidenziale di Pellizzi a Bottai è indicativo della macchia nel passato di Por che sta all’origine del problema<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="06.html#footnote-039">36</ref></hi></hi>: «Credo che per qualche tempo egli abbia avuto fiducia nel bolscevismo russo, ai princìpi; probabilmente ebbe rapporti con alcuni dei caporioni, e forse fu implicato nell’avventura di Bela Kun, il che spiegherebbe anche la sua decisa renitenza a tornare in Ungheria».</p><p rend="text">Torniamo al filone centrale dell’attività di Por, il suo impegno di commentatore delle lotte del lavoro e propagandista del gildismo. Nel dopoguerra due nuovi fogli socialisti sembrano contenderselo: i «Problemi del lavoro», diretto dal novembre 1918 da un Rigola dimissionario dalla CGL ma rimasto fedele a una linea socialista riformista, wilsoniana, in contiguità con la «Critica sociale» di Turati e Treves; e il «Rinnovamento», fondato da De Ambris nel febbraio 1918 con un programma in cui il nazional-sindacalismo si combina con una vena di corporativismo regolato dallo Stato. Siamo nell’arco di tempo fra il raduno di Piazza San Sepolcro in marzo 1919 e l’avventura fiumana di dicembre, mesi in cui De Ambris vede nei nascenti Fasci di combattimento dei potenziali alleati per il suo progetto neo-sindacalista<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="06.html#footnote-038">37</ref></hi></hi>. Da Milano, il 31 maggio 1919, De Ambris scrive a Por<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="06.html#footnote-037">38</ref></hi></hi> invitandolo a collaborare alla sua rivista, oltre che come esperto di Ungheria, anche con «una serie di articoli sul <hi rend="italic">gildismo</hi>, che sarebbero poi raccolti in opuscolo». Ma già dal gennaio 1919 Por ha offerto la sua collaborazione a Rigola, proponendogli una serie di scritti nuovi e la riedizione di altri pubblicati in Italia e all’estero negli ultimi sei anni. Qualche tempo dopo, il 2 aprile 1922, riferendosi a una richiesta di collaborazione che De Ambris gli avrebbe fatto già nel 1918, Por confiderà a Rigola: «ho rifiutato per ragioni che non potevo frammischiarmi a gente che non conoscevo e che allora aveva tutta una impronta politica a me antagonistica»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="06.html#footnote-036">39</ref></hi></hi>. Si può solo supporre che l’‘antagonismo’ riguardi le tesi, maturate da De Ambris in questo periodo, sulla impreparazione delle organizzazioni operaie a controllare da sole la gestione delle attività produttive, e sul potenziale di nuova <hi rend="italic">élite</hi> rivoluzionaria rappresentato da quei segmenti delle classi medie che alimentano il reducismo e il legionarismo fiumano. Rigola, per contrasto, si muove in sintonia con il partito socialista. In proprio, coltiva l’idea di una riforma dell’ordinamento bicamerale basata su una separazione delle rappresentanze, esclusivamente politica in una delle due camere, sindacale o corporativa nell’altra, prefigurando un’organizzazione statuale ritagliata su misura per una società di tipo gildista<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="06.html#footnote-035">40</ref></hi></hi>. Pur non mancando di esprimere la sua alta considerazione di De Ambris, non c’è dubbio che Por riconosca in Rigola uno spirito più affine: «Noi due, gli unici gildisti», gli scrive nella lettera del 2 aprile 1922 già citata.</p><p rend="text">Con Rigola Por pubblica tre volumetti nella serie dei numeri monografici di «Problemi del lavoro» stampati a Firenze da Bemporad come Edizioni della Critica sociale: <hi rend="italic">Politica delle gilde</hi> volume primo e secondo (1921 e 1922) e <hi rend="italic">Verso le gilde</hi> (1922), tutti e tre in forma anonima sotto lo pseudonimo ‘Un gildista’ che aveva già usato sulla «Critica sociale»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="06.html#footnote-034">41</ref></hi></hi>. Come detto, si tratta di una raccolta di scritti in gran parte già pubblicati altrove. Fra i nuovi e più recenti ne spiccano due che marcano un deciso avvicinamento alle posizioni formulate da Penty nelle opere degli ultimi anni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="06.html#footnote-033">42</ref></hi></hi>. Vi si trova un orientamento decisamente localista che vede la gilda come un’organizzazione che fa leva sull’orgoglio di appartenenza dei suoi membri e quindi necessariamente strutturata su comunità di non grandi dimensioni; organizzazione che può e anzi deve diventare nazionale, ma solo per via di federazione spontanea e non per imposizione di una qualche autorità centrale. E vi si trova anche uno spirito autarchico <hi rend="italic">ante litteram</hi> nel fissare un obiettivo di autosufficienza produttiva nazionale che deve realizzarsi a partire dal settore agricolo per arrivare gradualmente a isolare il più possibile il mercato interno dal mercato internazionale, visto come teatro delle manovre speculative della ‘plutocrazia’. Solo così le gilde potranno praticare una politica di ‘giusto prezzo’ mantenuto a livello costante nel tempo. Localismo, primato dell’agricoltura, autarchia, sono valori da cui Por non si scosterà mai. </p><p rend="text">Mentre Por è impegnato con Rigola a divulgare il gildismo, Mussolini nell’ottobre 1922 prende il potere. La reazione di Por all’evento viene fuori in due volumi pubblicati a Londra all’inizio del 1923 con la Labour Publishing Company, la casa editrice ideata da Cole come emanazione del movimento gildista: <hi rend="italic">Guilds and Co-operatives in Italy</hi>, e <hi rend="italic">Fascism</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="06.html#footnote-032">43</ref></hi></hi>. Il volume sulle gilde italiane è un’ennesima riedizione di scritti già pubblicati prima dell’avvento del fascismo, ma ha una breve prefazione (ripresa da un articolo per «New Leader» del novembre 1922) che tenta di fare il punto sugli ultimi avvenimenti. Il volume sul fascismo sembra composto in tutta fretta per orientare in senso favorevole il pubblico inglese. Presi insieme, i due volumi presentano un disegno chiaro dell’atteggiamento che Por terrà, e inviterà i compagni socialisti a tenere, nei confronti del fascismo. In breve: hanno vinto loro; hanno vinto con la violenza e perciò la sconfitta è tanto più dura da mandar giù; ma è questo ciò che bisogna fare, perché il fascismo che ha vinto non è la guardia bianca della borghesia e della grande proprietà, come queste per qualche tempo hanno potuto illudersi. Al contrario, questo fascismo è portatore di un progetto corporativo che in prospettiva può andare nella stessa direzione del progetto gildista. Il corporativismo fascista è statalista e centralizzatore, è vero, ma innestato sulla tradizione sindacalista e cooperativista italiana può diventare una cosa ben diversa dallo statalismo autoritario di tipo sovietico. Quello è una necessità, imposta dall’impreparazione del proletariato russo a subentrare nei compiti di gestione dell’apparato statale e produttivo, mentre in Italia le organizzazioni del lavoro hanno già la preparazione e lo spirito costruttivo necessari, serve solo una politica che ne sappia valorizzare e canalizzare le doti. A sostegno di questi auspici cita D’Annunzio, la Carta del Carnaro, e tutte e sole le voci del movimento fascista che più si sbilanciano in direzione populista, anti-capitalistica e anti-borghese. Questi due volumi inglesi di Por sono un documento tipico della confusione sulla natura e le intenzioni del fascismo che impera subito dopo la vittoria politica di Mussolini e che inganna osservatori anche più lucidi di lui. Scrivendo a Rigola dei suoi due libri il 12 giugno 1923, Por ribadisce l’auspicio di un fascismo come gildismo all’italiana: «Non voglio far nomi ma ieri ho parlato con un socialista che deve ora per forza avere contatti quotidiani con Fascisti e dice che essi vanno e con passi celeri verso una forma di socialismo nazionale. Magari» (in FGF, fondo Rigola). </p><p rend="text">Il relativo successo dei due volumi in Inghilterra (di <hi rend="italic">Fascism</hi> escono molte recensioni e Knopf di New York ne farà anche un’edizione americana) ha conseguenze importanti nella vita di Por. Indubbiamente ne ricava una crescita della sua reputazione internazionale, che però in parte paga con un certo isolamento da quei movimenti della sinistra che continuano a vedere nel fascismo il loro peggior nemico. Tom Mann, il sindacalista inglese vecchia amicizia di Por, commenta per lettera con Upton Sinclair, altra vecchia amicizia che risale ai tempi di Wilshire: «I cant make out Odins [sic] position now; he seems to me to have fallen from grace». <hi >E Por, scrivendo a Cole, si lamenta: </hi>«<hi >The only positive personal result of my book [</hi><hi rend="italic" >Fascism</hi><hi >] is that I have lost most of the papers for which I have been working regularly. A stupid thing when you realize that I am what I was, a free lance guildsman, working for our ideal, but in the same time trying to understand things, for only understanding can save us from failure</hi>»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="06.html#footnote-031">44</ref></hi></hi><hi >. </hi>Guardando a destra c’è però una compensazione, perché gli stessi due volumi gli guadagnano l’abbocco con Camillo Pellizzi, da cui nasce un sicuro appoggio per garantirsi un’entratura in ambienti fascisti oltre che un’amicizia per la vita. </p><p rend="text">Al tempo del loro primo incontro, che avviene per le feste di fine d’anno 1923 in casa del padre di Pellizzi, questi è lettore d’italiano allo University College di Londra ma, per quanto giovane, già personaggio in vista per l’impegno che sta mettendo nel tentativo di colmare qualcuna delle vistose carenze culturali del fascismo: attivissimo nel portare uomini di scuola gentiliana a rinforzo dei ‘gruppi di competenza’ del partito, e da poco nominato delegato statale per i fasci italiani di Gran Bretagna e Irlanda, nonché corrispondente da Londra per «Il Popolo d’Italia»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="06.html#footnote-030">45</ref></hi></hi>. È probabile che il contatto lo abbia cercato lui, intravvedendo in Por una potenziale risorsa per la gestione dell’immagine esterna del fascismo in quello che era ancora uno dei paesi-guida del mondo. Nel 1927, quando Por è soggetto alle molestie poliziesche di cui sopra, Pellizzi nell’attivarsi con Bottai gli spiega: «Io lo conobbi in seguito a due libri ch’egli pubblicò in inglese, nei quali il Fascismo, da un punto di vista sindacalista, era trattato assai bene; i due libri, usciti nell’ambiente labourista inglese, furono ottimo strumento pei miei tentativi di propaganda per il fascismo in mezzo ai labouristi». E ancora, sottoponendo il caso a Dino Grandi: «[Le] sue pubblicazioni inglesi sul Fascismo […] furono non ultima causa se Mac Donald, nel salire al potere, non assunse subito un atteggiamento troppo sfavorevole verso di noi»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="06.html#footnote-029">46</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Inizia un rapporto che evolverà in amicizia, collaborazione e protezione politica man mano che la posizione di Pellizzi nella gerarchia del regime si consolida. Quando questa non basta, interviene Bottai. Delle traversie di Por, così come delle sue idee e iniziative, Mussolini è informato ogni volta che i suoi protettori lo ritengono opportuno ma non si arriverà mai a un incontro diretto fra i due. Al contrario, sembra vi sia una costante attenzione a che qualunque comunicazione fra Por e Mussolini sia filtrata da intermediari di fiducia. Si crea una specie di nicchia entro la quale Por è libero di muoversi e persino di esibire, come spesso fa per lettera, le sue credenziali di ‘free lance’, socialista gildista sì ma non fascista. Nonostante questa ostentazione di libertà di pensiero la corrispondenza con Pellizzi mostra il progressivo irretimento di Por nell’immaginario e nella retorica stessa del fascismo, del quale finisce con l’accettare tutto fino agli aspetti più repellenti, la violenza («Sono miserie, che lì per lì disgustano – ma bisogna guardare e vedere oltre», Por a Pellizzi, 25 gennaio 1924) e la soppressione della libertà («Dobbiamo muoverci tutti […] dietro e con il Dittatore. Altrimenti si svuota la Dittatura – che non può essere il ns. scopo», Por a Pellizzi, 30 giugno 1938). Non perderà mai occasione per esaltare la genialità, preveggenza e abilità manovriera del Capo e per scusarne gli occasionali fallimenti scaricandone la responsabilità sull’inadeguatezza dei suoi subordinati. </p><p rend="text">C’è un’occasione, l’ultima prima dell’ingresso nella fase della dittatura vera e propria, in cui a Por si apre la possibilità di tornare sulla sua lettura del fascismo come gildismo all’italiana e ripensarla alla luce dell’esperienza del primo governo Mussolini. Siamo nel pieno della crisi Matteotti, le agitazioni operaie dell’autunno 1924 e inizio del ’25 mostrano in tutta la sua evidenza lo stato confusionale del sindacalismo fascista<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="06.html#footnote-028">47</ref></hi></hi>: Giovanni Colonna di Cesarò, deputato nella lista democratico-sociale e ministro delle poste fino al 1924, in questo ruolo elogiato da Por per aver introdotto il principio di compartecipazione Stato-cooperative nel servizio telefonico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="06.html#footnote-027">48</ref></hi></hi>, il 28 febbraio 1925 gli scrive con una punta d’ironia per invitarlo a esprimersi sulla situazione: «Su via, non mi dirà che è ormai tanto lontano dalle cose di questo mondo, da non saper vedere quale errore di concezione o di metodo abbia fatto fallire il tentativo quasi gildista del sindacalismo integrale fascista! Sia dunque buono, e mi scriva l’articolo per <hi rend="italic">Lo Stato Democratico</hi>»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="06.html#footnote-026">49</ref></hi></hi>. Ma non risulta che Por abbia raccolto, né che abbia mai commentato i fatti di questo momento drammatico e decisivo. Di lì a poco il varco si chiude, verranno il patto di palazzo Vidoni, la legge Rocco sui sindacati, la Carta del lavoro. Da Roma, dove si trova per occuparsi della sua pratica poliziesca proprio nel giorno dell’approvazione della Carta, 21 aprile 1927, Por ne scrive a Pellizzi con compiacimento: «Sfilata molto seria – gran popolo dovunque – si sente il nuovo spirito» (FUS, fondo Pellizzi).</p><p rend="text">Una lunga lacuna nella corrispondenza italiana ci impedisce di seguire il filo delle vicende biografiche degli anni fra il 1927 e il 1934. Da vari segnali si intravede che la vita fiorentina di Por attraversa qualche difficoltà economica per iniziative commerciali finite male. Le collaborazioni alla stampa di sinistra si rarefanno, mentre per quelle alla stampa di regime si dovranno aspettare i primi anni ’30. In questo intervallo ci sono tracce di ripetuti soggiorni in Inghilterra che però è difficile datare. Aldo Garosci racconta di Carlo Rosselli che, a Londra, ascolta Por difendere il «socialismo fascista»; e Rosselli stesso fa un accenno ai Webb che, «alcuni anni or sono» – siamo nel 1936 – ascoltano Por che spiega il corporativismo fascista<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="06.html#footnote-025">50</ref></hi></hi>. Tracce più precise sono costituite da lettere di/a Por presenti nell’archivio della ‘New Atlantis Foundation Dimitrije Mitrinović’ presso l’Università di Bradford, UK, che testimoniano di presenze di Por in Inghilterra nel 1930, 1933 e 1934 legate alle attività del movimento che fa capo al serbo Dimitrije Mitrinović, di cui parleremo più avanti. Nella primavera del 1934 Por invia corrispondenze dall’Inghilterra a «Gerarchia» e a «Critica fascista». Nell’autunno, risulta definitivamente trasferito da Firenze a Roma, dove occupa un malandato ufficio presso la Associazione stampa estera. Nel suo rapporto col fascismo questo è l’inizio di una fase nuova.</p><p rend="h2">4. Gli anni romani: credito sociale, Ezra Pound, la fronda</p><p rend="text">La scalata di Por alla stampa di regime ha inizio appunto nel 1934. In apertura di questo articolo ho già elencato le principali riviste che ospitano suoi scritti, a queste vanno aggiunti anche periodici più divulgativi come «L’Epoca» e «Panorama». Di «Civiltà fascista», la rivista dell’Istituto nazionale fascista di cultura allora ancora presieduto da Giovanni Gentile<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="06.html#footnote-024">51</ref></hi></hi>, Por diventa collaboratore regolare dal 1935 con una rubrica fissa dal titolo <hi rend="italic">Cronaca della «Nuova Economia»</hi> siglata O.P. Vari suoi scritti di economia prenderanno la via dei quaderni dello stesso Istituto.</p><p rend="text">Contemporaneamente inizia una carriera istituzionale di qualche soddisfazione anche se sempre un po’ ai margini. L’amicizia con Pierfranco Gaslini, ideatore dell’ISPI milanese e, nella fase costitutiva fra il 1934 e 1935, direttore e praticamente factotum dell’istituto, gli vale la nomina a direttore dell’ufficio romano dell’ISPI dal febbraio 1935<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="06.html#footnote-023">52</ref></hi></hi>. Una direzione in realtà virtuale perché l’ufficio risulta composto da una sola persona, lui stesso, ma utile a schiudergli il mondo degli ambienti ministeriali da cui ricaverà commesse di ricerca e leve per piazzare materiali di propaganda propri e di Ezra Pound. Sul fronte del sindacato fascista la corrispondenza fa pensare a ottimi rapporti con Cianetti e Rossoni: nel 1937 ottiene una posizione di ‘consulente’ per la Confederazione nazionale fascista lavoratori dell’industria, presidenza Cianetti. Sia all’ISPI che alla Confederazione il contratto prevede stipendio fisso senza tassativi obblighi di ufficio, una condizione che gli consente di riprendere i suoi viaggi di studio delle forme spontanee di organizzazione del lavoro a livello locale come nei suoi primi anni (vedi sopra, sez. 2), ritrovandovi gli stessi entusiasmi. «Questa città del <hi rend="italic">red tape</hi> non mi svierà più. Il vero lavoro si compie nella provincia. Metodicamente, giorno per giorno […]. La sinistra c’è, ma non è dei malinconici», scrive a Pellizzi da Roma, appena rientrato da uno di questi viaggi nel febbraio 1938 (FUS, fondo Pellizzi). Ma scopre anche realtà che lo lasciano sgomento: di ritorno da Palermo, «Ci sono molti guai in Sicilia […]. Ho visto della miseria indicibile» (a Pellizzi, 9 febbraio 1940, FUS, fondo Pellizzi).</p><p rend="text">Chi frequenta Por a Roma? Nelle lettere a Pellizzi menziona amici comuni del giro vicino a Bottai: «Vedo ogni tanto [Gioacchino] Nicoletti. […] Vedo qualche volta [Agostino] Nasti, Spirito e Volpicelli» (Por a Pellizzi, 4 maggio 1935, FUS fondo Pellizzi). Di tutti questi Nicoletti è l’amico e confidente più vicino<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="06.html#footnote-022">53</ref></hi></hi>. Ma la presenza più invasiva e carica di energia, sia quando viene a Roma sia quando sta nel suo ritiro di Rapallo e comunica per lettera, è senza dubbio Ezra Pound, che Por ha cercato e contattato nel 1934. Li accomuna il fatto di essere entrambi ‘New Age-Orage men’ fin dalle origini del movimento gildista, seguaci convinti di quella corrente del gildismo che fa capo a Orage e al ben noto Maggiore Clifford H. Douglas inventore del ‘Social Credit’, persuasi che quella è la strada che il fascismo deve battere e quindi che è necessario lavorare su Mussolini per convincerlo a sua volta. Forse è proprio per perseguire questo piano che Por ha lasciato la periferia fiorentina per trasferirsi a Roma, al centro del potere.</p><p rend="text">Il movimento intitolato al Social Credit è una ramificazione del gildismo che intorno al 1919 apre una spaccatura ulteriore in un movimento già abbastanza frazionato: da una parte Orage e il Maggiore Douglas, dall’altra figure eminenti come Penty, Cole e Hobson, che pur avendo del gildismo visioni diverse concordano nel ritenere insostenibili le teorie di Douglas, ognuno con proprie ragioni. La spaccatura è profonda. Nel gildismo, diciamo, ‘tradizionale’, il problema è quello di disegnare un ordine sociale che garantisca ai lavoratori libertà e autodeterminazione incentivando al tempo stesso la massima produttività del lavoro o, nel gildismo più estetizzante, il massimo di creatività e bellezza prodotte con il lavoro. Per Douglas il problema non sta qui: la produttività esistente sarebbe già più che adeguata se fosse interamente utilizzata ma il fatto è che essa non lo è, e non per ragioni contingenti ma – qui sta il nocciolo della teoria di Douglas, il suo così detto ‘teorema’ – per ragioni strutturali che dipendono unicamente dal modo in cui il capitalismo ha articolato il servizio della moneta e del credito. Per sua costituzione questo genera una capacità di assorbimento del prodotto sistematicamente inferiore al livello di prodotto ottenibile con l’utilizzo pieno della capacità produttiva. Da ciò l’inevitabilità delle disfunzioni all’origine di tutti i problemi della società contemporanea: spreco di capacità produttiva, disoccupazione, bassi consumi, conflittualità sociale. La soluzione va ricercata non nell’organizzazione del lavoro e della produzione, ma nei meccanismi di creazione, circolazione e distruzione della moneta. È una prospettiva che Douglas definisce ‘rivoluzionaria’ in un senso che va oltre il socialismo in quanto in linea di principio non mette in questione i diritti di proprietà ma solo la funzionalità dell’ordinamento monetario<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="06.html#footnote-021">54</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il primo libro in cui Douglas espone la sua teoria, <hi rend="italic">Economic Democracy</hi>, esce a Londra e New York nel 1920 dopo essere apparso a puntate su «New Age» nel corso del 1919. Orage ne è conquistato e se ne fa strenuo sostenitore, ma pochi altri nel movimento gildista condividono l’entusiasmo. Pesano le oscurità della trattazione economica, e forse ancora di più il fatto che, intorno al 1919, i problemi del lavoro sono percepiti come ben più concreti e urgenti delle questioni di tecnica monetaria e creditizia su cui Douglas mette l’accento. Nei suoi due libri inglesi del 1923 Por non nomina nemmeno il Social Credit. In Inghilterra, la curiosità per questa nuova teoria è limitata a circoli intellettuali ristretti. Ma, per ragioni evidenti, le cose cambiano intorno al 1930: l’esplodere della grande crisi sembra realizzare tutto a un tratto il più catastrofico degli scenari vaticinati da Douglas dieci anni prima. Non che l’oscurità delle sue teorizzazioni economiche si sia dissolta ma il problema che queste cercavano di affrontare, il disallineamento fra meccanismi monetari-finanziari e pieno utilizzo della capacità produttiva, ora è sotto gli occhi di tutti nella forma drammatica di crack finanziario con espulsione dalla produzione di grandi masse di disoccupati. È storia ben nota come Keynes nel 1936 ridicolizzi le teorie di Douglas ma nello stesso tempo riconosca anche che, almeno nell’individuazione del problema, Douglas aveva centrato il bersaglio. </p><p rend="text">L’Inghilterra degli anni ’30 è un osservatorio ideale di come lo spostare l’obiettivo dal lavoro alla finanza abbia portato a un generale rimescolamento di convinzioni e aspettative. Il nuovo quadro concettuale è popolarmente definito dall’immagine del ‘distribuire l’abbondanza’: se c’è un divario fra quanto si produce e quanto si potrebbe produrre se non operassero meccanismi perversi, la situazione si può ben dire di ‘povertà nell’abbondanza’, e l’eliminazione di quei meccanismi si configura come riportare nella disponibilità di tutti l’abbondanza negata. Come fare per arrivarci, dipende da quale si ritiene sia la natura di quei meccanismi. Douglas riesce ad avere un certo seguito non tanto per la forza degli argomenti quanto perché ha una teoria monocausale, semplice, da cui segue una proposta di rimedi apparentemente definitivi – rimossa la causa di tutti i problemi, tutti i problemi sono rimossi – realizzabili con un ‘fiat’ tecnocratico. Stando in Inghilterra nel 1934 Por racconta come sulle formule di Douglas si sia realizzata una convergenza fluida di gildismo e fascismo, con inserimenti di movimenti effimeri come le ‘Green Shirts’ e cambiamenti di fronte da un momento all’altro di riviste e personaggi pubblici<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="06.html#footnote-020">55</ref></hi></hi>. Sempre in Inghilterra ha conosciuto dall’interno un altro movimento post-gildista di mutevole colorazione politica, il ‘New Europe Group’, poi ‘New Britain Movement’, formatosi a Londra intorno all’esule serbo Dimitrije Mitrinović, figura singolare di pseudo-filosofo e <hi rend="italic">guru</hi> proveniente anch’egli dall’esperienza «New Age»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="06.html#footnote-019">56</ref></hi></hi>. Oscillante fra l’identità di movimento spirituale o di partito politico, il gruppo di Mitrinović cerca di definire una propria linea di riforma dello Stato, della cultura e dell’economia. Per quest’ultima si affida principalmente a Frederick Soddy, uno scienziato prestigioso (premio Nobel per la chimica nel 1921) passato a occuparsi di moneta per spirito di passione civile, con idee indipendenti da quelle di Douglas ma orientate nella stessa direzione, usare la moneta come chiave di volta del passaggio a una nuova società in cui sia esclusa la possibilità della povertà nell’abbondanza<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="06.html#footnote-018">57</ref></hi></hi>. Por non manca di notare l’affinità fra i due programmi.</p><p rend="text">Dall’esperienza inglese quindi Por riporta la percezione di una fase storica in cui una molteplicità di movimenti tutti più o meno anti-liberali e anti-capitalistici, di sinistra come di destra, convergono sulla richiesta di distribuire l’abbondanza per mezzo di una qualche ‘technicality’ di tipo monetario. È in questo contesto che Mussolini, desideroso di sbloccare un dibattito sul corporativismo che dal convegno ferrarese del 1932 in poi non è riuscito a entusiasmare più nessuno, decide di saltare anche lui sul carro della ‘distribuzione dell’abbondanza’ con il famoso discorso agli operai milanesi del 6 ottobre 1934, per Por un discorso d’importanza epocale: «La scienza moderna è riuscita a moltiplicare le possibilità della ricchezza; la scienza, controllata e pungolata dalla volontà dello Stato, deve risolvere l’altro problema: il problema della distribuzione della ricchezza in modo che non si verifichi più l’evento illogico […] della miseria in mezzo all’abbondanza». È chiaro che Mussolini ha saputo cogliere il formato del problema a cui l’opinione internazionale è più sensibile, ma non la pressione che Por ha osservato in Inghilterra per soluzioni definitive condensabili in semplici formule monetarie. Dal punto di vista di Por è come se Mussolini si fosse fermato a metà strada; e poiché ha avuto l’intuizione giusta e ha un grado di controllo del paese quale nessun governo democratico può avere, è ovvio che Por senta l’urgenza di spingerlo a fare subito il passo successivo, battendo in velocità il resto del mondo e confermando l’immagine del fascismo come il protagonista più dinamico nella sperimentazione di assetti istituzionali innovativi. Con il solito fiuto, traduce un’esigenza diffusa più al di fuori che all’interno del paese in un’occasione di primato per il fascismo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="06.html#footnote-017">58</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Diverso il percorso di Pound ma uguale il punto di arrivo. Pound incontra Douglas molto presto, nel 1918 quando il Maggiore sta ancora elaborando le sue teorie, ma il suo coinvolgimento attivo come scrittore di economia in prosa e nei ‘Cantos’ comincia molti anni più tardi, intorno al 1932<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="06.html#footnote-016">59</ref></hi></hi>. È da subito un ‘social crediter’ ma poco ortodosso, perché le ricette di Douglas per lui non vengono mai da sole ma sempre in applicazione combinata con la così detta ‘Free-Money’ di Silvio Gesell, il congegno di tecnica monetaria, noto in Italia sotto il nome di ‘moneta prescrittibile’, inventato da questo riformatore monetario reso popolare da Irving Fisher e da Keynes. Questa deviazione dai principi della scuola crea qualche tensione con Douglas e Orage, che cercano ripetutamente di convincerlo a tornare nei ranghi ma senza successo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="06.html#footnote-015">60</ref></hi></hi>. Con questo bagaglio di idee Pound va da Mussolini, avendo faticosamente ottenuto un’udienza il 30 gennaio 1933, per cercare di convertirlo al Social Credit. Al momento non ottiene ovviamente nessun effetto, ma nel 1934 Por viene a sapere dell’incontro attraverso Orage, e rientrando in Italia con l’intenzione di diffondervi il Social Credit si presenta a Pound per informarsi sull’atteggiamento del Duce: «Now you know how difficult it is to discuss such matters in Italy. <hi >What is M’s attitude – if he has any – in this matter?</hi>»<hi rend="notes_number CharOverride-1" ><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="06.html#footnote-014">61</ref></hi></hi>. È chiaro che d’ora in poi i due lavoreranno in squadra con l’unico obiettivo di portare Mussolini dalla loro parte.</p><p rend="text">La divisione dei ruoli nella squadra è ben definita, ritagliata sulle attitudini caratteriali. Pound è il profeta che vede nell’economia e nella moneta gli strumenti di una possibile rigenerazione etica della civiltà; Por l’economista che si sporca le mani con i dettagli tecnici necessari per portare al successo la missione. In realtà, in questa inedita veste di economista Por mostra tutti i limiti dell’autodidatta e non sempre riesce a distinguere fra il desiderabile e il realizzabile. Quando discute di moneta e banca per lo più ripete pedissequamente gli argomenti di Douglas, errori e <hi rend="italic">non sequitur</hi> compresi. E come schema di riferimento ricalca sempre quello del discorso milanese di Mussolini del 1934. Corporativismo, bonifica integrale, autarchia hanno rinforzato la struttura produttiva del paese realizzando una situazione di maggior disponibilità di prodotto. L’obiettivo successivo è distribuire la produzione più abbondante secondo giustizia, e a questo scopo il fascismo dovrà metter mano – già secondo Por sta cominciando a farlo con l’istituzione dell’IRI e la riforma bancaria – ai meccanismi di creazione-circolazione della moneta e del credito secondo i principi dettati dalla teoria del Social Credit combinati con la moneta prescrittibile<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="06.html#footnote-013">62</ref></hi></hi>. In questo modo tutta la politica economica del fascismo viene rappresentata come una serie di tappe preliminari di un percorso impostato in modo da sboccare immancabilmente in un sistema di corporativismo con Social Credit. Ripetuta da Por in un gran numero di pubblicazioni, è una narrazione che mostra la corda a confronto con quello che sta sotto gli occhi di tutti, ma nessuno mai si preoccupa di esaminarla con occhio critico. Si può presumere che sia tollerata perché innocua, anzi una forma di propaganda utile a coltivare quell’aura di audacia pionieristica che il regime cerca sempre di darsi. </p><p rend="text">Se quella di Por è propaganda i due sembrano crederci davvero, anzi dopo poco riescono a spingere a crederci anche Pellizzi. Siamo agli inizi del 1936, Pellizzi è incuriosito da questo Social Credit che all’inizio non capisce bene ma dopo le spiegazioni di Pound gli appare convincente<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="06.html#footnote-012">63</ref></hi></hi>. In cerca di appoggi autorevoli si adopera per mettere Pound e Por in contatto con Alberto De Stefani, un personaggio con cui Pellizzi ha più di un punto d’intesa. Anche se all’epoca De Stefani è già emarginato nel regime («De Stefani does not carry very much weight after all. But who does?», Pellizzi a Pound, 18 febbraio 1936, BLY, Ezra Pound papers), è pur sempre un membro del Gran Consiglio e un influente economista dell’Università di Roma. Ma né Pound né Por amano gli economisti e non sorprendentemente l’invito è declinato. Di De Stefani non piace a Pound «his nibbling and coming up just TO the edge of the real thing and then drawing back» (Pound a Pellizzi, 15 febbraio 1936, FUS, fondo Pellizzi); e Por, «De Stefani – we meet halfway nelle idee ma l’altra metà egli non percorrerà mai» (Por a Pellizzi, 14 febbraio 1936, <hi rend="italic">ibidem</hi>). Pellizzi torna sulla questione due mesi dopo: riferisce a Pound di aver parlato con Marpicati e con De Stefani per indurli a promuovere per l’anno successivo un convegno internazionale della Reale Accademia d’Italia sul tema Social Credit in relazione al sistema corporativo italiano, convegno che «might have a considerable effect in breaking the united front of international bank-socialism» (Pellizzi a Pound, 23 aprile 1936, BLY, Ezra Pound papers). Ma questa volta è De Stefani a raggelarlo: «Marpicati seemed to be favourable; De Stefani was indifferent. <hi >[…] De St. seems to be sceptical in general of purely monetary stratagems; he is also anxious lest we should fall more and more under the sway of bureaucracy, which he thinks is already too rampant in this peninsula of ours</hi>»<hi > (</hi><hi rend="italic" >ibidem</hi><hi >). </hi>La proposta di Pellizzi non avrà seguito.</p><p rend="text">Nell’esercizio di autoillusione sulla direzione della politica economica fascista avviato da Por si impegnano per un po’ anche Pound e Pellizzi. Tipica l’immediata reazione di Pound al decreto-legge di riforma bancaria del marzo 1936: «It is Social Credit in a sense. <hi >It is not economic democracy à la Douglas. But it is the FIRST requisite, and the FIRST step (à la Douglas in private letter to me) “First st[r]angle the bankers”</hi>»<hi >. </hi>Pellizzi si allineerà: nel volume <hi rend="italic">Italy</hi>, pubblicato in Inghilterra nel 1939 come vetrina delle realizzazioni dell’Italia fascista, presenta la riforma bancaria come risultato di un confronto con le teorie del Social Credit<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="06.html#footnote-011">64</ref></hi></hi>. Entrambe interpretazioni fantastiche, alla luce di quel che sappiamo della ristretta <hi rend="italic">clique</hi> tecnocratica che insieme con Mussolini ha gestito il riassetto finanziario-industriale culminato con quel provvedimento. Ma mentre Pound persevera incrollabile nelle sue convinzioni, Por e Pellizzi non perdono mai del tutto il senso della realtà e cominciano abbastanza presto a prendere le distanze da una fissazione monetaria in cui percepiscono una vena maniacale. «Pound», scrive Por a Pellizzi il 22 novembre 1938, «[…] on the whole lo analizzi bene. “La sconnessione unita all’insistenza su certe idee fisse” è esasperante»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="06.html#footnote-010">65</ref></hi></hi>. Dalle reazioni dei suoi contatti romani Por ha la precisa misura di dove è opportuno fermarsi e non manca di mettere in guardia Pound dal battere troppo sull’unico tasto delle politiche monetarie in ambienti ministeriali – «they think you are a crank and try to avoid you»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="06.html#footnote-009">66</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il muro di gomma che i tre si trovano di fronte da parte delle istituzioni del regime – concessione di spazi circoscritti per esternare la propria idea di fascismo ma sostanziale disinteresse per i contenuti – riproduce una situazione che è tipica delle fronde degli anni ’30. Anche la narrazione che i tre si rimbalzano fra di loro nella corrispondenza per reagire alla crescente frustrazione si conforma a questo modello: Mussolini capisce tutto e vorrebbe solo ciò che è buono per il suo popolo ma è circondato da burocrati incompetenti e opportunisti che lo ostacolano per coltivare i propri interessi. I tre vedono sé stessi come gli interpreti di una vocazione rivoluzionaria del fascismo, in linea con le indicazioni più volte ribadite dal Capo, destinata a scontrarsi con l’immobilismo di un apparato preoccupato solo della conservazione del potere. Non è quindi solo un caso se Por e Pound entrano in contatto e per qualche tempo condividono le proprie idee e aspirazioni con un’altra fronda, quella giovanile romana che nel 1941 si forma intorno a Felice Chilanti.</p><p rend="text">L’occasione dell’aggancio è offerta da «La Stirpe» di Rossoni, a cui sia Por che Chilanti collaborano a partire dal 1935. Nel 1937 Por parla di Chilanti a Pellizzi, spiegandogli che è portavoce di Rossoni e che ha avuto l’incarico di occuparsi del progetto di una nuova rivista dal titolo «Economia nazionale»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="06.html#footnote-008">67</ref></hi></hi>. Nel 1938 Chilanti insieme con Ettore Soave pubblica un pamphlet di 90 pagine di ispirazione sindacalista, nel quale la rivoluzione anti-capitalistica annunciata dalla Carta del lavoro e da altre leggi e risoluzioni del regime è messa a contrasto con una realtà ancora troppo eguale alla routine di un’economia capitalistica in cui il lavoratore, preteso protagonista della nuova civiltà, è inchiodato al suo ruolo di merce-lavoro che passa a ritirare la busta paga una volta al mese<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="06.html#footnote-007">68</ref></hi></hi>. «Come Pound, come il comune amico Odon Por, anche noi ci inventavamo le dottrine economiche che avrebbero dovuto, una volta realizzate, distruggere l’economia, disgregarne le leggi e “superarne” le necessità, per far trionfare lo <hi rend="italic">spirito</hi>, la volontà, la poesia…», racconterà Chilanti trent’anni dopo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="06.html#footnote-006">69</ref></hi></hi>. ‘Fascista dissidente’, lui e un giro di giovani amici romani nel 1941 si raccolgono intorno a una rivista, «Domani», che Pavolini chiuderà d’autorità nel giro di pochi mesi. Alla fine, nel marzo 1942 conosceranno anche la galera e il confino, arrestati sotto l’accusa di tramare un attentato alla vita di Galeazzo Ciano. </p><p rend="text">Assistendo ai vittoriali del 1935 Por aveva molto apprezzato lo spirito dei giovani partecipanti, entusiasti di Mussolini e insofferenti dei rigidi e oppressivi apparati di regime. «Non si lasciano imbottire il cranio. Hanno fede solo nel Capo» (Por a Pellizzi, 4 maggio 1935, FUS, fondo Pellizzi). Ci sono tutte le premesse perché faccia amicizia con Chilanti, frequenti le riunioni del suo gruppo, collabori a «Domani»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="06.html#footnote-005">70</ref></hi></hi>; e perché a un certo punto decida di portare con sé Pound per fargli conoscere questa realtà. L’incontro fra le due fronde, a detta di Chilanti, va benissimo sul piano umano, ma l’affinità politica si ferma alla superficie. L’atmosfera anarco-fascista di casa Chilanti, il suo ‘fascismo staliniano’ o ‘bolscevismo nero’, non possono non piacere a uno come Pound che da anni si batte per affermare l’esistenza di un ‘fascismo di sinistra’<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="06.html#footnote-004">71</ref></hi></hi>. Ma di lì a poco diventerà chiaro che la sinistra a cui i due pensano non è la stessa. Al rientro dal confino nell’agosto 1943 Chilanti aderisce al gruppo romano clandestino ‘Movimento comunista d’Italia’ e diventa una delle colonne di «Bandiera rossa», il giornale del movimento, mentre Pound ha già lasciato Roma per il nord e fino all’ultimo metterà tutto se stesso al servizio della Repubblica sociale e di Mussolini. </p><p rend="text">Altre saranno le strade battute da Pellizzi e Por. Dall’aprile 1940 l’incarico di presidente dello INCF con l’annessa direzione di «Civiltà fascista» offre a Pellizzi una ribalta che gli permette di valorizzare, fra i tanti temi del momento, quello della pianificazione economica quale logico stadio successivo del corporativismo autarchico, e quello del ruolo dell’Italia nel ‘nuovo ordine’ europeo da instaurare dopo l’auspicata vittoria dell’Asse. Por ha la sua occasione per spaziare dalla superiorità dei sistemi italiano e tedesco su quelli delle democrazie liberali alle tendenze autarchiche nel quadro geopolitico mondiale, mettendo un po’ in second’ordine il Social Credit e silenziando la moneta prescrittibile<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="06.html#footnote-003">72</ref></hi></hi>. Ritagliato su misura per lui sembra il progetto ‘piani di zona’, di cui rimane poco più del titolo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="06.html#footnote-002">73</ref></hi></hi> ma che evoca i suoi scritti gildisti del primo dopoguerra (vedi <hi rend="italic">supra</hi>, par. 3) e la ‘nuova economia’ delle sue ‘cronache’ del 1935-1940: pianificazione come processo che si compone dal basso, a partire dalle esigenze concrete e capacità di auto-organizzazione dei produttori a livello locale. Ma tutto questo è ormai anacronistico, la percezione che per l’Italia la guerra sia persa è diffusa, e Pellizzi stesso viene rimosso dalla presidenza INCF ancora prima della caduta del regime, ai primi del luglio 1943. Por sembra che lo abbia intuito anticipatamente e abbia preso le sue contromisure già da tempo. Nel novembre 1942 e marzo 1943 si scusa per non poter partecipare alle sessioni del convegno dell’INCF su ‘il piano economico’, una delle iniziative più ambiziose della gestione Pellizzi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="06.html#footnote-001">74</ref></hi></hi>. Il fatto è che da qualche anno Por si sta dedicando in privato a studi di medicina alternativa e nutrizione, e dal 1940 ha lanciato una sua linea di prodotti farmaceutici e alimentari che lo porta a passare molto tempo nello stabilimento bolognese che li produce. Il 1943 non lo coglie impreparato. Da Roma, nel mezzo dei quarantacinque giorni, scrive a Pellizzi (datata 16 agosto 1943, FUS, fondo Pellizzi): «[Nicoletti] si ricorda bene che allo scoppio della guerra – a lui e Spirito – ho predetto tutto il disastro punto per punto, senza poter confutare i loro sofismi, filosofie e mistiche». E il messaggio all’amico è: «[F]a il bilancio spirituale degli ultimi 25 anni […]. Per una persona come te – ci sarà sempre da fare, ma occorre riequilibrarti».</p><p rend="h2">5. Fine del regime, e dopo</p><p rend="text">Questo bilancio spirituale Pellizzi lo farà<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="06.html#footnote-000">75</ref></hi></hi>. Si capisce che gli è necessario per giustificarsi e tentare di ritornare in gioco nel dopoguerra, cosa che gli riuscirà benissimo rilanciandosi come uno dei padri della sociologia italiana. Por, più anziano, inveterato ‘free lance’, e forse davvero più interessato all’industria farmaceutico-alimentare che a riproporsi come intellettuale pubblico, non pensa di averne bisogno. Nel luglio del 1944, in Roma appena liberata, si consuma la sua ultima uscita pubblica: un opuscolo di 29 pagine sulla ricostruzione, <hi rend="italic">Per il sollecito inizio della ricostruzione – problemi – soluzioni pianificate</hi>, editore Scarano di Roma. È il trionfo della continuità con quanto è andato predicando negli ultimi 25 anni, cooperazione, credito sociale, ‘piani minimi’ locali come primo passo nella costruzione di un piano organico nazionale, ripartire dall’agricoltura etc. Non può più proporre l’autarchia, con rammarico, perché il nuovo ordine internazionale annunciato dagli Alleati sarà improntato al libero scambio. </p><p rend="text">La lunga porzione di vita che gli rimane dopo il 1945 trascorre nel privato, senza più guizzi politici. Segue a distanza la nuova carriera accademica e istituzionale di Pellizzi, cerca di evitare di riprendere contatto con Pound ma alla fine cede per compiacere Pellizzi. Nel quadro politico del dopoguerra italiano inclina a sinistra e guarda, sembra con simpatia, alla sua Ungheria al di là della cortina di ferro. L’occasione di un temporaneo risveglio d’interesse gli viene dal dibattito sulla programmazione dei primi anni ’60: nell’ottobre 1962 prepara il progetto di una rivista illustrata quindicinale dedicata a diffondere l’idea di pianificazione come processo partecipato dal basso a livello locale – quasi ‘piano di zona’ come nel ’41. Ma non ne segue niente, probabilmente perché nessun editore lo ha trovato economicamente interessante. ‘Fare del bene’, la sua divisa, ora non tocca più la sfera pubblica e si esaurisce nello studio e manipolazione di erbe medicinali e cibi sintetici per le aree povere del mondo. È così che questa figura non effimera nel panorama europeo e italiano della prima metà del secolo, questo caso singolare di socialismo innestato nel fascismo, ha potuto scomparire nella generale dimenticanza.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-074-backlink">1</ref></hi>	C. Pellizzi, <hi rend="italic">Una rivoluzione mancata</hi>, Longanesi, Milano 1949, p. 103; E. Pound, testo di conversazione radiofonica, ca. 1942, Beinecke Rare Book and Manuscript Library, Yale (d’ora in poi BLY), Ezra Pound Papers. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-073-backlink">2</ref></hi>	Per i riferimenti di questo capoverso vedi M. Pasetti, <hi rend="italic">L’Europa corporativa: Una storia transnazionale tra le due guerre mondiali</hi>, Bononia University Press, Bologna 2016, pp. 106-113; G. Franzinetti, <hi rend="italic">Ödön Pór: from Socialism to Fascism, from Hungary to Italy</hi>, Convegno italo-ungherese tenuto in Budapest il 3-4 maggio 2017, liberamente accessibile nel web (05/20). Per notizie di dettaglio e di contesto qui non riportate rinvio al mio <hi rend="italic">Socialismo fascista: il caso Odon Por</hi>, «Rivista storica del socialismo», 6 (1), 2021, pp. 5-41. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-072-backlink">3</ref></hi>	Le vicende biografiche di Karl Polanyi (esposte nel volume <hi rend="italic">The Life and Work of Karl Polanyi</hi>, curato dalla figlia Kari Polanyi-Levitt, Black Rose Books, Montreal 1990) e della sorella maggiore Laura (in Judit Szapor, <hi rend="italic">Laura Polanyi 1882-1957: Narratives of a Life</hi>, <hi rend="CharOverride-2">«</hi>Polanyiana<hi rend="CharOverride-2">»</hi>, 6 (2), 1997, pp. 31-43) bastano a mostrare il contrasto fra esistenze in fuga dalla persecuzione anti-ebraica e la totale noncuranza del problema mostrata da Por. L’unico accenno all’ebraismo che ho trovato nei suoi scritti è un commento di tono poundiano contenuto in una lettera a Pellizzi del 24 maggio 1937, in un momento di palese accelerazione della politica razziale del regime (vedi M. Sarfatti, <hi rend="italic">Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione</hi>, Einaudi, Torino 2018, pp. 135-152): «Stupidi gli ebrei di lavorare contro l’Italia – l’unico paese che gli [sic] tollera <hi rend="italic">ancora</hi> tranne l’Inghilterra. Ma anche noi socialcrediters gli rinfacciamo che <hi rend="italic">non</hi> si mettono contro l’attuale sistema finanziario – quasi nessuno di loro».</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-071-backlink">4</ref></hi>	Per notizie sul rapporto fra i due vedi J. Jemnitz, che ha pubblicato in traduzione inglese parte della loro corrispondenza in <hi rend="italic">The Relations of the American and the American-Hungarian Labour Movements as Revealed in the Correspondence of Ervin Szabó</hi>, «Acta historica Academiæ scientiarum hungaricæ», 9 (1-2), 1963, pp. 179-214. Sulla problematica figura di Szabó, intellettuale carismatico ma trattenuto da un’interna vena autocritica spinta fino allo scetticismo, vedi dello stesso Jemnitz, <hi rend="italic">La correspondance d’Ervin Szabó avec les socialistes et les syndicalistes de France (1904-1912)</hi>, «Le Mouvement sociale», 52, 1965, pp. 111-119. <hi >E inoltre, G. Litván, </hi><hi rend="italic" >A Moralist Revolutionary’s Dilemma: in Memory of Ervin Szabó</hi><hi >, </hi>«<hi >Radical History Review</hi>»<hi >, 24, 1980, pp. 77-90, e l’introduzione editoriale di G. Litván e J. Bak al volume </hi><hi rend="italic" >Socialism and Social Science: Selected Writings of Ervin Szabó</hi><hi >, Routledge, London 1982, pp. 1-21. Un primo piano centrato sulla psicologia del personaggio in K. McRobbie, </hi><hi rend="italic" >Ilona Duczynska Meets Ervin Szabó: the Making of a Revolutionary Personality </hi><hi >–</hi><hi rend="italic" > From Theory to Terrorism, April-May 1917</hi><hi >, </hi>«<hi >Hungarian Studies Review</hi>»<hi >, 33 (1-2), 2006, pp. 39-92.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-070-backlink">5</ref></hi>	Su Wilshire esiste una letteratura in parte tendente al romanzesco, centrata sulle sue disavventure imprenditoriali in campo immobiliare, minerario e da ultimo al confine fra medicina e ciarlataneria. Vedi per esempio la biografia di Louis Rosen, <hi rend="italic">Henry Gaylord Wilshire. </hi><hi rend="italic" >The Millionaire Socialist</hi><hi >, School Justice Institute, Pacific Palisades, CA 2011. Sul percorso politico di Wilshire vedi H.H. Quint, </hi><hi rend="italic" >Gaylord Wilshire and Socialism’s First Congressional Campaign</hi><hi >, </hi>«<hi >Pacific Historical Review</hi>»<hi >, 26 (4), 1957, pp. 327-340; dello stesso, </hi><hi rend="italic" >‘The Challenge’, Los Angeles and New York, 1900-1901,</hi><hi > ‘</hi><hi rend="italic" >Wilshire’s Magazine’, Toronto, New York, and Bishop, California, 1900-1915</hi><hi >, in J.R. Conlin (ed.), </hi><hi rend="italic" >The American Radical Press 1880-1960</hi><hi >, Greenwood Press, Westport and London 1974, vol. 1, pp. 72-81; N. Etherington, </hi><hi rend="italic" >The Capitalist Theory of Capitalist Imperialism</hi><hi >, </hi>«<hi >History of Political Economy</hi>»<hi >, 15 (1), 1983, pp. 38-62; M.W. Nelson, </hi><hi rend="italic" >Henry Gaylord Wilshire. At the Barricades for Socialism and ‘Amour’</hi><hi >, </hi>«<hi >Southern California Quarterly</hi>»<hi >, 96 (1</hi><hi >), 2014, pp. 41-85.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-069-backlink">6</ref></hi>	Di Herron si ricorda, più che il contributo alla letteratura socialista, l’aver fondato la Rand School of Social Science di New York, un’istituzione per l’educazione politica di lavoratori e sindacalisti legata al Socialist Party of America e durata fino al 1956; e il suo ruolo nelle trattative di pace al termine della Prima guerra mondiale come consigliere di Wilson alla conferenza di Parigi. Per un inquadramento nella storia del socialismo americano vedi H.H. Quint, <hi rend="italic">The Forging of American Socialism. </hi><hi rend="italic" >Origins of the Modern Movement</hi><hi >, Bobbs-Merrill, Indianapolis, New York, Kansas City 1964, pp. 126-141.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-068-backlink">7</ref></hi>	<hi >O. Por, </hi><hi rend="italic" >Work’s Coming-of-Age. Revolutionary Unionism in Europe</hi><hi >, in due puntate, </hi>«<hi >International Socialist Review</hi>»<hi >, 10 (3),</hi><hi > settembre 1909, pp. 237-249, e 10 (4), ottobre 1909, pp. 333-345; e </hi><hi rend="italic" >Italian Farm Laborers for Revolutionary Action</hi><hi >, </hi><hi rend="italic" >ibidem</hi><hi >, 11 (12), 1911, pp. 770-773. </hi>Per un commento positivo su questa rassegna vedi J.G. Brooks, <hi rend="italic">American Syndicalism: the I.W.W.</hi>, Macmillan, New York 1913, p. 201.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-067-backlink">8</ref></hi>	Anche Walling è un ‘socialista milionario’ e, come Wilshire, aspirante al Congresso USA regolarmente bocciato dagli elettori. Dedito al giornalismo investigativo, sposa la causa dei rivoluzionari russi del 1905 ed è ricordato per l’impegno in battaglie civili per i diritti di donne e neri (è tra i fondatori della Women’s trade union league nel 1903 e della NAACP, National association for the advancement of colored people, nel 1909). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-066-backlink">9</ref></hi>	Por a Szabó, Firenze, 30 dicembre 1908, in Jemnitz, <hi rend="italic">The relations</hi>, cit., p. 203.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-065-backlink">10</ref></hi>	Sul sindacalismo rivoluzionario è ancora utile, benché non recentissimo, il repertorio bibliografico di M. van der Linden, <hi rend="italic">Second Thoughts on Revolutionary Syndicalism</hi>, keynote address, conference <hi rend="italic">Syndicalism: Swedish and International Historical Experiences</hi>, Stockholm University, March 13-14, 1998, accessibile all’indirizzo &lt;<ref target="https://libcom.org/library/second-thoughts-revolutionary-syndicalism-marcel-van-der-linden">https://libcom.org/library/second-thoughts-revolutionary-syndicalism-marcel-van-der-linden</ref>&gt; (07/21). Sul movimento italiano e la sua relazione con la nascita del fascismo restano fondamentali i classici A. Riosa, <hi rend="italic">Il sindacalismo rivoluzionario in Italia e la lotta politica nel Partito socialista dell</hi><hi rend="italic">’età giolittiana</hi>, De Donato, Bari 1976 e D.D. Roberts, <hi rend="italic">The Syndicalist Tradition and Italian Fascism</hi>, Manchester University Press, Manchester 1979. Più recenti, C. Levy, <hi rend="italic">Currents of Italian Syndicalism before 1926</hi>, «International Review of Social History», 45, 2000, pp. 209-250; M. Gervasoni, <hi rend="italic">La rivoluzione per fare che? I sindacalisti rivoluzionari italiani e le rappresentazioni del mondo nuovo (Stato, mercato, sindacato)</hi>, in M.E.L. Guidi e L. Michelini (a cura di), <hi rend="italic">Marginalismo e socialismo nell’Italia liberale 1870-1925</hi>, Feltrinelli, Milano 2001, pp. 173-221; W. Gianinazzi, <hi rend="italic">Le syndicalisme révolutionnaire en Italie (1904-1925). Les hommes et les luttes</hi>, <hi rend="CharOverride-2">«</hi>Mil neuf cent. Revue d’histoire intellectuelle<hi rend="CharOverride-2">»</hi>, 24, 2006, pp. 95-121; M. Masulli, <hi rend="italic">Il rapporto tra sindacalismo rivoluzionario e le origini del fascismo: appunti di lavoro</hi>, «Diacronie. Studi di storia contemporanea», 17 (1), 2014, &lt;<ref target="https://journals.openedition.org/diacronie/1072">https://journals.openedition.org/diacronie/1072</ref>&gt; (07/21); G. Volpe, <hi rend="italic">La disillusione socialista: storia del sindacalismo rivoluzionario in Italia</hi>, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2015.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-064-backlink">11</ref></hi>	Per le fonti di questa schematica ricostruzione rinvio ai testi citati sopra in nota 10. Sintetica ed efficace, anche se di parte, la caratterizzazione delle due correnti sindacaliste che si fronteggiano nelle organizzazioni del lavoro contenuta in R. Rigola, <hi rend="italic">Storia del movimento operaio italiano</hi>, Editoriale Domus, Milano 1947, cap. 6 della parte V. Sulla figura di Rigola, destinato a diventare un riferimento importante per Por nel primo dopoguerra, vedi C. Cartiglia, <hi rend="italic">Rinaldo Rigola e il sindacalismo riformista in Italia</hi>, Feltrinelli, Milano 1976, e la biografia di P. Mattera, <hi rend="italic">Rinaldo Rigola. Una biografia politica</hi>, Ediesse, Roma 2011.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-063-backlink">12</ref></hi>	Vedi O. Por, <hi rend="italic">Class S</hi><hi rend="italic">truggles in the Italian Socialist Movement</hi>, e <hi rend="italic">The Italian Socialist Convention</hi>, «International Socialist Review», 7 (6), dicembre 1906, pp. 331-341 e 342-346, e gli articoli della stessa rivista citati sopra in n. 7.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-062-backlink">13</ref></hi>	Così Rigola, <hi rend="italic">Storia</hi>, cit., p. 340.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-061-backlink">14</ref></hi>	Vedi O. Por, <hi rend="italic">Il sindacalismo ed i “bei gesti”</hi>, «Avanti!» del 21 agosto 1913, e la nota redazionale non firmata intitolata <hi rend="italic">Confessioni</hi>, apparsa sull’«Avanti!» del 28 agosto. Per la ricostruzione dell’intera vicenda e della linea spregiudicata tenuta in essa da Mussolini rinvio al classico R. De Felice, <hi rend="italic">Mussolini il rivoluzionario, 1883-1920</hi>, Einaudi, Torino 1965, pp. 169-175. Per quanto a mia conoscenza, questa è forse l’unica occasione in cui Por e Mussolini dialogano faccia a faccia sia pure attraverso le colonne di un quotidiano.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-060-backlink">15</ref></hi>	Certamente è in Inghilterra dal marzo al giugno del 1912 come corrispondente per l’«Avanti!» sulle lotte degli operai inglesi. In due casi (19 marzo e 7 giugno 1912) le corrispondenze di Por sono accompagnate da corsivi redazionali che prendono le distanze dalla sua enfasi sull’azione diretta in senso sindacalista.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-059-backlink">16</ref></hi>	<hi >Per questa rapida rassegna vedi A.J. Penty, </hi><hi rend="italic" >The Restoration of the Gild System</hi><hi >, Swan Sonnenschein, London 1906; S.G. Hobson, </hi><hi rend="italic" >National Guilds. An Inquiry into the Wage System and the Way Out</hi><hi >, edited by A.R. Orage, Bell &amp; Sons, </hi><hi >London 1914, e </hi><hi rend="italic" >National Guilds and the State</hi><hi >, Bell &amp; Sons, London 1920; G.D.H. Cole, </hi><hi rend="italic" >Self-Government in Industry</hi><hi >, Bell &amp; Sons, London 1918, e </hi><hi rend="italic" >Guild Socialism Re-Stated</hi><hi >, Leonard Parsons, London 1920. </hi>Una rassegna della già abbondante letteratura al 1920 si trova in N.H. Carpenter, <hi rend="italic">The Literature of Guild Socialism</hi>, «Quarterly Journal of Economics», 34 (4), 1920, pp. 763-776. Il successivo volume dello stesso Carpenter, <hi rend="italic">Guild Socialism. An Historical and Critical Analysis</hi> (Appleton, New York and London 1922), esamina in modo analitico e non partigiano la situazione delle varie correnti del movimento alla vigilia del suo declino nel corso degli anni ’20. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-058-backlink">17</ref></hi>	Come si è visto sopra, la ‘creatività’ del lavoro è un tema ricorrente anche nei suoi scritti del periodo sindacalista. Valga la testimonianza di Emily Townshend, socialista gildista, amica di Por e traduttrice di alcuni suoi scritti in inglese. <hi >Nel suo libro </hi><hi rend="italic" >Creative Socialism</hi><hi > (Dent &amp; Sons, London 1924), in cui argomenta per una fusione fra sindacalismo rivoluzionario e gildismo nella linea di Penty, Townshend inizia con questa dichiarazione (p. VII): </hi>«<hi >This little book is the outcome of an attempt to rescue for English readers an unpublished essay on the meaning and purpose of Syndicalism […] written early in 1913 by Mr. Odon Por for a Socialist Magazine […] but which never materialized</hi>»<hi >. </hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-057-backlink">18</ref></hi>	Odon Por a Sergio Panunzio, Settignano (Firenze) 20 luglio 1923 (FUS, fondo Panunzio).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-056-backlink">19</ref></hi>	Da corrispondenza fra Por e Wilshire conservata nelle carte Pellizzi presso FUS risulta con certezza che nel 1916 Por è in Italia, e quindi che con ogni probabilità ha passato qui tutti gli anni di guerra. Difficile pensare, infatti, che data la sua cittadinanza abbia potuto muoversi liberamente fra i paesi dell’Intesa. Particolarmente interessante per i giudizi che contiene sulla guerra la minuta di lettera di Por a Wilshire datata Firenze, 28 dicembre 1916.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-055-backlink">20</ref></hi>	Vedi <hi rend="italic">War and After</hi>, «New Age», 15 (20), settembre 1914, pp. 474-475; <hi rend="italic">Le nuove funzioni dello stato nella produzione</hi>, in due puntate su «Critica sociale», 26 (16), 16 agosto 1916, pp. 225-230, e 26 (20), 16 ottobre 1916, pp. 274-278; <hi rend="italic">L’imperialismo sociale</hi>, ivi, 26 (24), 16 dicembre 1916, pp. 325-329.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-054-backlink">21</ref></hi>	<hi rend="italic">Le nuove funzioni</hi>, cit., parte prima, p. 226.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-053-backlink">22</ref></hi>	In <hi rend="italic">Le nuove funzioni</hi>, cit., riprendendo da scritti di Emanuele Sella parla di contabilizzare il ‘capitale sociale’ – inteso come l’insieme dei presupposti strutturali, culturali e civici del funzionamento della vita economica – come apporto dello Stato e dei lavoratori alle attività delle imprese, a fronte del quale queste dovrebbero emettere quote azionarie che trasferirebbero il controllo societario nelle mani di Stato e lavoro coalizzati.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-052-backlink">23</ref></hi>	È il caso di notare che una componente importante di questa visione è la convinzione che Stato e gilde prevarranno nella contesa contro il capitale privato perché si faranno portatori dei nuovi metodi di organizzazione scientifica del lavoro della grande fabbrica taylorista e fordista (vedi Por, <hi rend="italic">Le nuove funzioni</hi>, cit., pp. 227-228, e anche la lettera a Rigola del 12 dicembre 1921, FGF fondo Rigola: «L’idea nucleare del taylorismo è ottimo [sic]»). Alla nostra sensibilità attuale questo può apparire in contrasto con la già notata enfasi di Por sul recupero della creatività del lavoro, ma nella letteratura dell’epoca il favore per il taylorismo-fordismo è un atteggiamento molto diffuso anche a sinistra.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-051-backlink">24</ref></hi>	Vedi il corsivo iniziale in Por, <hi rend="italic">L’imperialismo sociale</hi>, cit., p. 325.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-050-backlink">25</ref></hi>	Su questo processo e sulla sua elaborazione da parte della storiografia sulle origini del fascismo rimando a M. Pasetti, <hi rend="italic">Tra classe e nazione. Rappresentazioni e organizzazione del movimento nazional-sindacalista (1918-1922)</hi>, Carocci, Roma 2008. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-049-backlink">26</ref></hi>	Su questa fase dell’attività di Herron e il suo rapporto con Woodrow Wilson vedi L. Valiani, <hi rend="italic">La dissoluzione dell’Austria-Ungheria</hi>, Il Saggiatore, Milano 1985<hi rend="CharOverride-3">2</hi>, pp. 400-404; e C. Keserich, <hi rend="italic">George D. Herron, “Il nostro americano”</hi>, «Il Politico», 41 (2), 1976, pp. 315-332.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-048-backlink">27</ref></hi>	<hi rend="italic">La crisi attuale dell’Ungheria</hi>, «La voce dei popoli», 1 (9), dicembre 1918, pp. 70-82.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-047-backlink">28</ref></hi>	Riprodotte in U. Zanotti-Bianco, <hi rend="italic">Carteggio 1906-1918</hi>, a cura di Valeriana Carinci, e <hi rend="italic">Carteggio 1919-1928</hi>, a cura di V. Carinci e Antonio Jannazzo, Laterza, Roma-Bari, rispettivamente 1987, pp. 681-684, e 1989, pp. 3-4 e 17-19. Notizie ulteriori sul rapporto fra Por e Zanotti-Bianco si trovano nel documentatissimo articolo di F. Guida, <hi rend="italic">Il compimento dello stato nazionale romeno e l’Italia. Opinione pubblica e iniziative politico-diplomatiche</hi>, «Rassegna storica del risorgimento», 70 (4), 1983, pp. 425-462 (vedi in particolare pp. 456-457).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-046-backlink">29</ref></hi>	<hi rend="italic">Carteggio 1906-1918</hi>, cit., pp. 683-684.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-045-backlink">30</ref></hi>	<hi rend="italic">Carteggio 1919-1928</hi>, cit., pp. 17-19.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-044-backlink">31</ref></hi>	<hi rend="italic">I Soviet in Ungheria</hi>, «Avanti!», 5 aprile 1919, p. 2; e <hi rend="italic">La rivoluzione magiara. La politica estera del Socialismo in atto</hi>, «Critica sociale», 29 (8), aprile 1919, pp. 91-92. Entrambi firmati ‘Vperiod’, pseudonimo che richiama il nome di una frazione dissidente della corrente bolscevica del partito operaio socialdemocratico russo, nata in opposizione a Lenin nel 1909. La notizia che dietro lo pseudonimo si nasconde Por si trova in Guida, cit., p. 456.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-043-backlink">32</ref></hi>	Por, <hi rend="italic">La rivoluzione magiara</hi>, cit., p. 91.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-042-backlink">33</ref></hi>	L’articolo è <hi rend="italic">Guilds of Modern Florence</hi> nel mensile americano «Labor Age», 12 (2), febbraio 1923, pp. 18-19. L’autopresentazione si trova nel risvolto di copertina del fascicolo.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-041-backlink">34</ref></hi>	L’episodio è raccontato a caldo in una lettera di Por a Rigola datata Settignano (Firenze) 25 marzo 1921, in FGF fondo Rigola.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-040-backlink">35</ref></hi>	Vedi lettere di Por a Pellizzi a partire da quella datata 3 gennaio 1926 (dove 1926 è un evidente <hi rend="italic">lapsus calami</hi> per 1927) e successive fino a 21 giugno 1927, in FUS fondo Pellizzi.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-039-backlink">36</ref></hi>	Vedi minuta di lettera di Pellizzi a Bottai datata Pisa 4 gennaio 1927, in FUS fondo Pellizzi.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-038-backlink">37</ref></hi>	Su questa temporanea convergenza fra De Ambris e Mussolini, destinata a infrangersi presto, rinvio a De Felice, <hi rend="italic">Mussolini il rivoluzionario</hi>, cit., pp. 514 sgg. V. anche Roberts, <hi rend="italic">The Syndicalist </hi><hi rend="italic">Tradition</hi>, cit., pp. 176 sgg; Masulli, <hi rend="italic">Il rapporto</hi>, cit., pp. 15 sgg.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-037-backlink">38</ref></hi>	La lettera si trova in FUS, fondo Pellizzi. Qui è doverosa una precisazione. Nella missiva il nome del destinatario è omesso («Carissimo») e ciò ha dato spunto a Mariuccia Salvati per leggerla come indirizzata a Camillo Pellizzi in un suo articolo su <hi rend="italic">La cultura del lavoro tra due dopoguerra: dal gildismo alle relazioni umane</hi> (in <hi rend="italic">1914-1945. L’Italia nella guerra europea dei trent’anni</hi>, a cura di S. Neri Serneri, Viella, Roma 2016, pp. 257-272). Questa lettura non mi sembra molto sostenibile per vari motivi. Dal testo risulta che De Ambris si sta rivolgendo a una persona (1) collegata per qualche motivo all’Ungheria, (2) pronta a scrivere in modo seriale sul gildismo. Pellizzi non soddisfa nessuno dei due requisiti né nel 1919 né dopo; Por li soddisfa entrambi. Inoltre (3), di rapporti fra Pellizzi e De Ambris non esiste altra traccia (in particolare, Pellizzi non pubblicherà mai niente su «Rinnovamento»), mentre Por racconta a Rigola (vedi più avanti) di aver ricevuto, e declinato, un invito di De Ambris a collaborare alla sua rivista. Infine, se il destinatario non è Pellizzi, come a me sembra evidente, è persona le cui carte sono state acquisite da Pellizzi, e sappiamo che (4) poco dopo la morte di Por parte delle sue carte (riconoscibili nel fondo Pellizzi presso FUS) furono trasferite a Pellizzi dalla vedova.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-036-backlink">39</ref></hi>	Le lettere da Por a Rigola citate in questo capoverso si trovano in FGF fondo Rigola. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-035-backlink">40</ref></hi>	Vedi Cartiglia, <hi rend="italic">Rinaldo Rigola</hi>, cit., pp. 142-143.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-034-backlink">41</ref></hi>	Vedi Un Gildista, <hi rend="italic">Il socialismo delle gilde</hi>, «Critica sociale», 28 (18), 16 settembre 1918, pp. 212-214. Sfortunatamente lo pseudonimo ha indotto alcuni studiosi di Rigola nell’errore di attribuire a lui i tre volumetti di Por (così Cartiglia, <hi rend="italic">Rinaldo Rigola</hi>, cit., pp. 148-149 e n. 36; e Mattera, <hi rend="italic">Rinaldo Rigola, </hi>cit., pp. 96-97).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-033-backlink">42</ref></hi>	Di Por si vedano <hi rend="italic">Gli aspetti recenti del gildismo</hi> e <hi rend="italic">La gilda nella regione</hi>, in Un Gildista, <hi rend="italic">La politica delle gilde. V</hi><hi rend="italic">olume I</hi>, Edizioni della Critica sociale, Bemporad, Firenze 1921, pp. 30-48 e 68-80. <hi >Le opere di Penty accennate nel testo sono </hi><hi rend="italic" >Old Worlds for New. A Study of the Post-Industrial State</hi><hi > (George Allen &amp; Unwin, London 1917) e </hi><hi rend="italic" >Guilds, Trade, and Agriculture</hi><hi > (George Allen &amp; Unwin, </hi><hi >London 1921). </hi>Sul localismo gildista Por ha un avvicinamento anche a idee di De Ambris (vedi la citata lettera a Rigola del 2 aprile 1922, «Alceste De Ambris solleva uno dei problemi più importanti del gildismo in genere e del gildismo italiano in particolare. Gilde Nazionali o Gilde Regionali?»). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-032-backlink">43</ref></hi>	Il primo dei due volumi ha un’introduzione di Æ, la sigla con cui si firma lo scrittore, poeta e giornalista irlandese George William Russell, e un’appendice sul gildismo in Gran Bretagna dello stesso Cole. All’epoca, Russell dirige lo «Irish Statesman», un settimanale che resterà sempre aperto ai contributi di Por. Entrambi i volumi sono tradotti dall’italiano da Emily Townshend (su cui vedi sopra, n. 17). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-031-backlink">44</ref></hi>	La lettera di Mann a Sinclair è datata Londra, 13 agosto 1925; la minuta di quella di Por a Cole, Settignano (Firenze), 7 gennaio 1924. Entrambe conservate nel fondo Pellizzi presso FUS. Secondo Arthur W. Wright, <hi rend="italic">G.D.H. Cole and Socialist Democracy</hi> (Oxford University Press, Oxford 1979, pp. 109-110), per qualche tempo, almeno fino al 1924, la posizione di Cole sul fascismo è incerta e gli argomenti di Por possono aver fatto una certa presa su di lui. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-030-backlink">45</ref></hi>	Sulla figura di Pellizzi in generale rinvio a Danilo Breschi e Gisella Longo, <hi rend="italic">Camillo Pellizzi. La ricerca delle élites tra politica e sociologia</hi>, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003. Sulla sua attività giovanile in Inghilterra vedi anche Roberta Suzzi Valli, <hi rend="italic">Il Fascio italiano a Londra. L’attività politica di Camillo Pellizzi</hi>, «Storia contemporanea», 26 (6), 1995, pp. 957-1001.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-029-backlink">46</ref></hi>	Minute di lettere di Pellizzi a Bottai, 4 gennaio 1927, e a Grandi, 10 marzo 1926 (ma certamente 1927), FUS, fondo Pellizzi. Sui rapporti fra Pellizzi e Mac Donald che possono sostanziare il passo della lettera a Grandi, vedi Pasetti, <hi rend="italic">L’Europa corporativa</hi>, cit., pp. 100-101 e n. 237.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-028-backlink">47</ref></hi>	Vedi la minuziosa ricostruzione degli eventi in Ferdinando Cordova, <hi rend="italic">Le origini dei sindacati fascisti, 1918-1926</hi>, La Nuova Italia, Firenze 1990 (ristampa dell’edizione originale del 1974), capitoli 3 e 4.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-027-backlink">48</ref></hi>	Vedi O. Por, <hi rend="italic">Fascism</hi>, Labour Publishing Company, London 1923, pp. 264-265.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-026-backlink">49</ref></hi>	Il biglietto, su carta intestata <hi rend="italic">Camera dei Deputati</hi>, fa parte delle carte Por trasmesse dalla vedova a Pellizzi e si trova in FUS, fondo Pellizzi.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-025-backlink">50</ref></hi>	Per la prima testimonianza vedi Garosci, <hi rend="italic">Vita di Carlo Rosselli</hi>, Vallecchi, Firenze 1973, vol. II, p. 349, n.; la seconda è citata in E. Ghiandelli, <hi rend="italic">Introduzione</hi> a Carlo Rosselli, <hi rend="italic">Scritti inediti di economia (1924-1927)</hi>, Biblion, Milano 2020, p. 40.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-024-backlink">51</ref></hi>	L’Istituto cambierà denominazione in Istituto nazionale di cultura fascista (INCF) solo dopo l’estromissione di Gentile nel 1937. Della redazione di «Civiltà fascista» si occupa all’epoca Salvatore Valitutti.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-023-backlink">52</ref></hi>	Nel 1935 non è ancora istituita la figura del presidente, che poi per circa trent’anni sarà impersonata da Alberto Pirelli. Sui primi anni di esistenza dell’ISPI è utile il lavoro svolto da Federico Giona sugli archivi ISPI e di Banca commerciale italiana, riversato nella sua tesi di laurea <hi rend="italic">Per una storia dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (1934-1943)</hi>, Università di Padova a.a. 2009-2010 (accessibile dal sito &lt;<ref target="http://www.unipd.it">www.unipd.it</ref>&gt;) e poi nel volume <hi rend="italic">Ispi, primo think tank italiano di politica internazionale</hi>, Aracne, Roma 2014. Dalla tesi di Giona, p. 45, si apprende che l’istituzione di un vero e proprio ufficio romano, favorita dai ministeri più interessati, Affari esteri (Mussolini) e Educazione nazionale (Bottai), fu contrastata all’interno dell’Istituto per il timore di vedersi ridotti al rango di ufficio studi ministeriale perdendo la relativa autonomia garantita dalla separazione geografica della sede milanese. La soluzione di compromesso fu di aprire un ufficio di una sola persona che servisse da raccordo fra Milano e i ministeri, appunto la funzione svolta da Por.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-022-backlink">53</ref></hi>	Nicoletti, amico di vecchia data di Pellizzi e Por, è un’altra figura singolare di questa storia: il suo percorso attraverso il ventennio inizia da antifascista gobettiano negli anni ’20 per finire da prefetto a disposizione e fiduciario di Mussolini fino agli ultimi mesi della Repubblica sociale. Vedi il profilo scritto dal nipote Marco Nicoletti, <hi rend="italic">Gioacchino Nicoletti una vita</hi>, liberamente accessibile nel web.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-021-backlink">54</ref></hi>	Non è questo il luogo per entrare nel dettaglio dell’opinabile impianto dottrinario di Douglas e delle sue concrete proposte di riforma (su cui vedi più avanti, nota 60). Limitandosi al lato strettamente economico delle sue argomentazioni, isolato dal contorno ideologico-filosofico-religioso in cui è immerso, è impossibile sottrarsi all’impressione di una palpabile incompetenza. <hi >Vedi H.I. Dutton, J.E. King, </hi><hi rend="italic" >‘A Private, Perhaps, but not a Major…’: The Reception of C.H. Douglas’s Social Credit Ideas in Britain, 1919-1939</hi><hi >, </hi>«<hi >History of Political Economy</hi>»<hi >, 18 (2), 1986, pp. 259-279; J.M. Pullen, G.O. Smith, </hi><hi rend="italic" >Major Douglas and Social Credit. </hi><hi rend="italic">A Reappraisal</hi>, «History of Political Economy», 29 (2), 1997, pp. 219-274. Altre valutazioni si possono trovare in testi indicati nella nota 59.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-020-backlink">55</ref></hi>	Vedi <hi rend="italic">Il «Credito sociale» nel programma economico del fascismo inglese</hi>, corrispondenza da Londra per «Critica fascista», 12 (20), 15 ottobre 1934, pp. 394-398. Por segnala come la rivista della Economic Freedom League, frazione del movimento Social Credit,<hi rend="italic"> </hi>dal titolo «Age of Plenty. A Journal of the New Politics»<hi rend="italic"> </hi>sia appena passata in campo fascista diventando «Age of Plenty: Quarterly Journal of Fascist Economics»; e come «New English Weekly», la rivista fondata da Orage nel 1932, stia prendendo una linea pro-Mosley e ospiti l’ideologo della British Union of Fascists, Alexander Raven Thomson, a illustrare un programma economico fascista che in parte incorpora le idee di Douglas. <hi >Sul movimento Green Shirts vedi anche J.L. Finlay, </hi><hi rend="italic" >John Hargrave, the Green Shirts, and Social Credit</hi><hi >, </hi>«<hi >Journal of Contemporary History</hi>»<hi >, 5 (1), 1970, pp. 53-71.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-019-backlink">56</ref></hi>	Mitrinović collabora a «New Age» sotto lo pseudonimo M.M. Cosmoi dal 1920. Personaggio mistico e complicato esercita su Orage un forte ascendente spirituale, da qualcuno paragonato all’ascendente in materia economica esercitato da Douglas. L’unica biografia disponibile a mia conoscenza è quella di Andrew Rigby, uscita nel 1984 con il titolo<hi rend="italic"> Initiation and Initiative: an Exploration of the Life and Ideas of Dimitrije Mitrinović </hi>(East European Monographs, Boulder), e in seconda edizione solo online con il titolo <hi rend="italic">Dimitrije Mitrinović a Biography</hi> (Coventry, June 2006). Ricca di notizie sulle attività di Mitrinović e del gruppo che lo circonda nel periodo che a noi più interessa, 1930-1934, è la tesi di M. Phil. di D.G. Page, <hi rend="italic">Pioneers of European Federalism: t</hi><hi rend="italic">he New Europe Group and New Britain Movement (1931-1935)</hi>, The University of Sheffield, Faculty of Arts and Humanities, Department of History, Oct. 2016 (accessibile online, settembre 2020). Il coinvolgimento di Por in queste attività è documentato dalle ripetute collaborazioni alle riviste del movimento, e da lettere di Por a Mitrinović e alla sua segretaria e factotum Winifred Gordon Fraser, conservate nell’archivio della ‘New Atlantis Foundation Dimitrije Mitrinović’ presso la biblioteca dell’Università di Bradford. La corrispondenza mostra un rapporto confidenziale, di stima e solidarietà con i metodi a volte autoritari con cui Mitrinović mantiene il controllo di un gruppo molto eterogeneo. Può essere interessante ricordare che fra i collaboratori delle riviste di Mitrinović si trova anche il cugino di Por, Karl Polanyi.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-018-backlink">57</ref></hi>	La reputazione di Soddy come economista monetario non è di molto superiore a quella, scarsissima, di Douglas. Nel classico Margaret G. Myers, <hi rend="italic">Monetary Proposals for Social Reform</hi>, Columbia University Press, New York 1940, entrambi vengono esaminati dal punto di vista della teoria monetaria e decisamente bocciati. Va detto però che Soddy seppe guadagnarsi il rispetto di Irving Fisher e che le sue idee hanno avuto qualche eco nella scuola monetaria di Chicago (vedi D. Laidler, <hi rend="italic">Hawtrey, Harvard, and the Origins of the Chicago Tradition</hi>, «Journal of Political Economy», 101 (6), 1993, pp. 1068-1103).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-017-backlink">58</ref></hi>	Chi ha familiarità con il quadro generale del corporativismo ‘transnazionale’ europeo degli anni ’30 tracciato da Pasetti in <hi rend="italic">L’Europa corporativa</hi>, cit., non farà fatica a inserirvi questo episodio come dettaglio che rinforza l’insieme. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-016-backlink">59</ref></hi>	Seguo la ricostruzione di Tim Redman, <hi rend="italic">Ezra Pound and Italian Fascism</hi>, Cambridge University Press, Cambridge 1991, capitoli 3 e 4. Sul pensiero economico di Pound e la sua relazione con il fascismo esiste una copiosa letteratura di cui, oltre al libro di Redman citato, ricordo: Earle Davis, <hi rend="italic">Vision Fugitive. Ezra Pound and Economics</hi>, University Press of Kansas, Lawrence and London 1968; Niccolò Zapponi, <hi rend="italic">L’Italia di Ezra Pound</hi>, Bulzoni, Roma 1976; James J. Wilhelm, <hi rend="italic">Ezra Pound. </hi><hi rend="italic" >The Tragic Years, 1925-1972</hi><hi >, Pennsylvania State University Press, University Park, PA 1994; Leon Surette, </hi><hi rend="italic" >Pound in Purgatory. </hi><hi rend="italic">From Economic Radicalism to Anti-Semitism</hi>, University of Illinois Press, Urbana 1999; Luca Gallesi, <hi rend="italic">Il carteggio Pound-Pellizzi negli anni del fascismo</hi>, «Nuova storia contemporanea», 6 (3), 2002, pp. 69-78; Meghnad Desai, <hi rend="italic">The Route of All Evil. </hi><hi rend="italic" >The Political Economy of Ezra Pound</hi><hi >, Faber &amp; Faber, London 2006; A. Lanteri, </hi><hi rend="italic" >Douglas, Gesell, and the Economic Ethics of Ezra Pound</hi><hi >, </hi>«<hi >History of Economic Ideas</hi>»<hi >, 19 (1), 2011, pp. 147-166.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-015-backlink">60</ref></hi>	Per chiarezza del lettore, sul piano delle proposte concrete di riforma monetaria la linea di Douglas e quella di Gesell hanno in comune l’abbandono della convertibilità aurea e la riappropriazione della piena sovranità monetaria da parte dello Stato, con eliminazione totale della discrezionalità della banca centrale. Per il resto differiscono in tutto. Il Social Credit punta su una combinazione di politica di prezzi compensati ai produttori e reddito di cittadinanza incondizionato (‘social dividend’); la Free-Money sulla separazione fra moneta per transazioni e moneta per riserva di valore, la prima equiparata a una merce deperibile tramite l’imposizione di una tassa sulla durata del possesso (‘stamp scrip’). Pur non escludendosi a vicenda, le due linee non presentano particolari complementarità. Alla domanda – perché tenerle insieme? – Pound non dà mai una chiara risposta economica. L’anticipazione italiana dello schema di Gesell nota come moneta prescrittibile risale all’economista Francesco Avigliano, che ne parla nel 1907 su «Il divenire sociale», la rivista di socialismo scientifico di Enrico Leone e Paolo Mantica.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-014-backlink">61</ref></hi>	Por a Pound, data anteriore al 14 aprile 1934, citata in Surette, <hi rend="italic">Pound in Purgatory</hi>, cit., p. 84.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-013-backlink">62</ref></hi>	Chiaramente su questa linea gli scritti raccolti in O. Por, <hi rend="italic">Finanza nuova. Problemi e soluzioni</hi>, Le Monnier, Firenze 1940. Vedi anche <hi rend="italic">L’azienda economica nazionale</hi>, Cisalpino, Varese 1939, e <hi rend="italic">Politica economico-sociale in Italia. Anno XVII-XVIII</hi>, Sansoni, Firenze 1940. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-012-backlink">63</ref></hi>	Il rapporto fra i due è ben documentato dalla corrispondenza conservata in parte nel fondo Pellizzi presso FUS, e in parte maggiore negli Ezra Pound papers presso BLY. Per il contenuto di questo capoverso rilevano soprattutto le lettere scambiate nel periodo febbraio-aprile 1936. Fra queste, negli Ezra Pound papers si trova una lettera di Pellizzi datata Londra 10 febbraio 1936, diretta a un corrispondente non identificato che (per chiari indizi contenuti nel testo) non può essere altri che Por. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-011-backlink">64</ref></hi>	Vedi Pound a Pellizzi, 10 marzo 1936 (FUS, fondo Pellizzi), e Breschi e Longo, <hi rend="italic">Camillo Pellizzi</hi>, op. cit., p. 128. Prima ancora che a Pellizzi, nei primi giorni del marzo 1936 Pound scrive a Por e a Douglas sulla riforma, vedi Redman, <hi rend="italic">Ezra Pound</hi>, cit., p. 171.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-010-backlink">65</ref></hi>	FUS, fondo Pellizzi. Vedi anche la lettera di Por a Pellizzi del 3 aprile 1936: «Quanto a Pound […] Sono d’accordo con te – anche la questione monetaria-finanziaria – rientra nella politica – intesa in profondità […] Se si stacca tali argomenti dalla politica diventano roba di <hi rend="italic">cranks</hi>. Pound dovrà capirlo in fine. […] Orage ed altri – sostenevano che la politica precede l’economia. Pound devia, trascinato dalla sua pura passione».</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-009-backlink">66</ref></hi>	Citato in Redman, <hi rend="italic">Ezra Pound</hi>, cit., p. 169.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-008-backlink">67</ref></hi>	Por a Pellizzi, 23 giugno 1937 (FUS, fondo Pellizzi). Della rivista non sono riuscito a trovare traccia nel catalogo SBN, è possibile però che qualche numero sia effettivamente uscito nel 1938 o 1939 (Por ne cita degli articoli).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-007-backlink">68</ref></hi>	F. Chilanti e E. Soave, <hi rend="italic">Dominare i prezzi e superare il salario</hi>, Edizioni de ‘Il lavoro fascista’, Roma 1938.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-006-backlink">69</ref></hi>	F. Chilanti, <hi rend="italic">Ezra Pound fra i sediziosi degli anni quaranta</hi>, Scheiwiller, Milano 1972, pp. 18-19. Sul fascismo giovanile di Chilanti e la storia del suo gruppo di dissidenti vedi anche David Broder, <hi rend="italic">Bandiera rossa. </hi><hi rend="italic" >Communists in Occupied Rome, 1943-44</hi><hi >, PhD thesis, London School of Economics and Political Science, September 2017, liberamente accessibile nel web (giugno 2021).</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-005-backlink">70</ref></hi>	Quest’ultima notizia la dà Chilanti stesso (<hi rend="italic">Ezra Pound</hi>, cit., p. 16), non ho potuto verificarla per l’irreperibilità della rivista. Da evidenza indiretta emerge che anche «Domani» ha un qualche interesse per riforme monetarie presentate come rivoluzionarie e definitive. Non si tratta questa volta di riproporre Douglas o Gesell ma le teorie monetarie di Soddy, su cui nel luglio 1941 la rivista pubblica un articolo dal titolo <hi rend="italic">La riforma bancaria alla base dell’ordine nuovo</hi>, che a distanza di un anno, sotto la direzione Pellizzi, sarà ripubblicato in due puntate in «Civiltà fascista» (fascicoli di luglio e agosto 1942). L’autore, che si firma ‘G.B. Della Strage’, è in realtà ignoto perché la corrispondenza di Pellizzi fa capire che si tratta di uno pseudonimo (vedi lo scambio di lettere fra Pellizzi e Roberto Ciabatti, funzionario di banca fiorentino, 16 ottobre e 2 novembre 1942, FUS fondo Pellizzi).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-004-backlink">71</ref></hi>	Chilanti, <hi rend="italic">Ezra Pound</hi>, cit., p. 29; Broder, <hi rend="italic">Bandiera rossa</hi>, cit., p. 68; Redman, <hi rend="italic">Ezra Pound</hi>, cit., pp. 156-157, 236.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-003-backlink">72</ref></hi>	Por, <hi rend="italic">Dall’autarchia di guerra all’autarchia di pace</hi>, «Civiltà fascista», 7 (8), agosto 1940, pp. 562-576; e <hi rend="italic">La tendenziale autarchia degli Stati Uniti</hi>, «Civiltà fascista», in tre puntate, 8 (3), marzo 1941, pp. 128-146; 8 (5), maggio 1941, pp. 325-339; 8 (6), giugno 1941, pp. 438-456.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-002-backlink">73</ref></hi>	Il progetto, lanciato da «Civiltà fascista» nel luglio 1941, non fa a tempo a produrre risultati. Il ruolo di Por si evince da annotazioni di pugno di Pellizzi in margine a una lettera di Gerolamo Bassani, vice di Gaslini alla direzione dell’ISPI, che si offre di dare una mano per il piano di zona della Lombardia (datata Milano 13 marzo 1942 la lettera, erroneamente attribuita a A.M. Bassani, si trova in FUS, fondo Pellizzi).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-001-backlink">74</ref></hi>	Sulla quale vedi <hi rend="italic">Fascismo e pianificazione. Il convegno sul piano economico (1942-1943)</hi>, a cura di Guido Melis, Fondazione Ugo Spirito, Roma 1997.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-000-backlink">75</ref></hi>	Alludo al libro già citato, <hi rend="italic">Una rivoluzione mancata</hi>, del 1949.</p>
      
      
      
      
      
      
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="57040">Breschi D., Longo G., Camillo Pellizzi. La ricerca delle &amp;#233;lites tra politica e sociologia, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003</bibl>
          <bibl n="57009">Broder D., Bandiera rossa. Communists in Occupied Rome, 1943-44, PhD thesis, London School of Economics and Political Science, 2017</bibl>
          <bibl n="57332">Brooks J.G., American Syndicalism: the I.W.W., Macmillan, New York 1913</bibl>
          <bibl n="57149">Carpenter N.H., The Literature of Guild Socialism, &amp;#171;Quarterly Journal of Economics&amp;#187;, 34 (4), 1920, 763-776</bibl>
          <bibl n="57168">Carpenter N.H., Guild Socialism. An Historical and Critical Analysis, Appleton, New York and London 1922</bibl>
          <bibl n="57220">Cartiglia C., Rinaldo Rigola e il sindacalismo riformista in Italia, Feltrinelli, Milano 1976</bibl>
          <bibl n="57159">Chilanti F., Soave E., Dominare i prezzi e superare il salario, Edizioni de Il lavoro fascista, Roma 1938</bibl>
          <bibl n="57268">Chilanti F., Ezra Pound fra i sediziosi degli anni quaranta, Scheiwiller, Milano 1972</bibl>
          <bibl n="57354">Cole G.D.H., Self-Government in Industry, Bell &amp;amp; Sons, London 1918</bibl>
          <bibl n="57348">Cole G.D.H., Guild Socialism Re-Stated, Leonard Parsons, London 1920</bibl>
          <bibl n="57257">Cordova F., Le origini dei sindacati fascisti, 1918-1926, La Nuova Italia, Firenze 1990</bibl>
          <bibl n="57160">Dardi M., Socialismo fascista: il caso Odon Por, &amp;#171;Rivista storica del socialismo&amp;#187;, 6 (1), 2021, pp. 5-41</bibl>
          <bibl n="57161">Davis E., Vision Fugitive. Ezra Pound and Economics, University Press of Kansas, Lawrence and London 1968</bibl>
          <bibl n="57322">De Felice R., Mussolini il rivoluzionario, 1883-1920, Einaudi, Torino 1965</bibl>
          <bibl n="57200">Desai M., The Route of All Evil. The Political Economy of Ezra Pound, Faber &amp;amp; Faber, London 2006</bibl>
          <bibl n="56882">Dutton H.I., King J.E., ‘A Private, perhaps, but not a Major…’: The Reception of C.H. Douglas’s Social Credit Ideas in Britain, 1919-1939, &amp;#171;History of Political Economy&amp;#187;, 18 (2), 1986, pp. 259-279</bibl>
          <bibl n="57067">Etherington N., The Capitalist Theory of Capitalist Imperialism, &amp;#171;History of Political Economy&amp;#187;, 15 (1), 1983, pp. 38-62</bibl>
          <bibl n="57051">Finlay J.L., John Hargrave, the Green Shirts, and Social Credit, &amp;#171;Journal of Contemporary History&amp;#187;, 5 (1), 1970, pp. 53-71</bibl>
          <bibl n="56941">Franzinetti G., &amp;#214;d&amp;#246;n P&amp;#243;r: from Socialism to Fascism, from Hungary to Italy, &amp;lt;http://italogramma.elte.hu/wp-content/files/Guido_Franzinetti_Odon_Por.pdf&amp;gt; (05/20)</bibl>
          <bibl n="57084">Gallesi L., Il carteggio Pound-Pellizzi negli anni del fascismo, &amp;#171;Nuova storia contemporanea&amp;#187;, 6 (3), 2002, pp. 69-78</bibl>
          <bibl n="57377">Garosci A., Vita di Carlo Rosselli, Vallecchi, Firenze 1973</bibl>
          <bibl n="56832">Gervasoni M., La rivoluzione per fare che? I sindacalisti rivoluzionari italiani e le rappresentazioni del mondo nuovo (Stato, mercato, sindacato), in M.E.L. Guidi e L. Michelini (a cura di), Marginalismo e socialismo nell’Italia liberale 1870-1925, Feltrinelli, Milano 2001, pp. 173-221</bibl>
          <bibl n="56925">Gianinazzi W., Le syndicalisme r&amp;#233;volutionnaire en Italie (1904-1925). Les hommes et les luttes, &amp;#171;Mil neuf cent. Revue d’histoire intellectuelle&amp;#187;, 24, 2006, pp. 95-121</bibl>
          <bibl n="56886">Giona F., Per una storia dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (1934-1943), Universit&amp;#224; di Padova, A.A. 2009-2010, &amp;lt;http://tesi.cab.unipd.it/26269/1/federico_giona.pdf&amp;gt; (08/21)</bibl>
          <bibl n="57258">Giona F., Ispi, primo think tank italiano di politica internazionale, Aracne, Roma 2014</bibl>
          <bibl n="56904">Guida F., Il compimento dello stato nazionale romeno e l’Italia. Opinione pubblica e iniziative politico-diplomatiche, &amp;#171;Rassegna storica del risorgimento&amp;#187;, 70 (4), 1983, pp. 425-462</bibl>
          <bibl n="57037">Hobson S.G., National Guilds. An Inquiry into the Wage System and the Way Out, edited by A.R. Orage, Bell &amp;amp; Sons, London 1914</bibl>
          <bibl n="57349">Hobson S.G., National Guilds and the State, Bell &amp;amp; Sons, London 1920</bibl>
          <bibl n="56869">Jemnitz J., The Relations of the American and the American-Hungarian Labour Movements as Revealed in the Correspondence of Ervin Szab&amp;#243;, &amp;#171;Acta historica Academi&amp;#230; scientiarum hungaric&amp;#230;&amp;#187;, 9 (1-2), 1963, pp. 179-214</bibl>
          <bibl n="56954">Jemnitz J., La correspondance d’Ervin Szab&amp;#243; avec les socialistes et les syndicalistes de France (1904-1912), &amp;#171;Le Mouvement sociale&amp;#187;, 52, 1965, pp. 111-119</bibl>
          <bibl n="57212">Keserich C., George D. Herron, ‘Il nostro americano’, &amp;#171;Il Politico&amp;#187;, 41 (2), 1976, pp. 315-332</bibl>
          <bibl n="57004">Laidler D., Hawtrey, Harvard, and the Origins of the Chicago Tradition, &amp;#171;Journal of Political Economy&amp;#187;, 101 (6), 1993, pp. 1068-1103</bibl>
          <bibl n="57052">Lanteri A., Douglas, Gesell, and the Economic Ethics of Ezra Pound, &amp;#171;History of Economic Ideas&amp;#187;, 19 (1), 2011, pp. 147-166</bibl>
          <bibl n="57085">Levy C., Currents of Italian Syndicalism before 1926, &amp;#171;International Review of Social History&amp;#187;, 45, 2000, pp. 209-250</bibl>
          <bibl n="56834">Linden M. van der, Second Thoughts on Revolutionary Syndicalism, keynote address, conference Syndicalism: Swedish and International Historical Experiences, Stockholm University, 1998, &amp;lt;https://libcom.org/library/second-thoughts-revolutionary-syndicalism-marcel-van-der-linden&amp;gt; (07/21).</bibl>
          <bibl n="57077">Litv&amp;#225;n G., A Moralist Revolutionary’s Dilemma: in Memory of Ervin Szab&amp;#243;, &amp;#171;Radical History Review&amp;#187;, 24, 1980, pp. 77-90</bibl>
          <bibl n="57072">Litv&amp;#225;n G., Bak J.M. (edited by), Socialism and Social Science: Selected Writings of Ervin Szab&amp;#243;, Routledge, London 1982</bibl>
          <bibl n="56863">Masulli M., Il rapporto tra sindacalismo rivoluzionario e le origini del fascismo: appunti di lavoro, &amp;#171;Diacronie. Studi di storia contemporanea&amp;#187;, 17 (1), 2014, &amp;lt; https://journals.openedition.org/diacronie/1072&amp;gt; (07/21)</bibl>
          <bibl n="57339">Mattera P., Rinaldo Rigola. Una biografia politica, Ediesse, Roma 2011</bibl>
          <bibl n="56895">McRobbie K., Ilona Duczynska Meets Ervin Szab&amp;#243;: the Making of a Revolutionary Personality – From Theory to Terrorism, April-May 1917, &amp;#171;Hungarian Studies Review&amp;#187;, 33 (1-2), 2006, pp. 39-92</bibl>
          <bibl n="57026">Melis G. (a cura di), Fascismo e pianificazione. Il convegno sul piano economico (1942-1943), Fondazione Ugo Spirito, Roma 1997</bibl>
          <bibl n="57240">Myers M.G., Monetary Proposals for Social Reform, Columbia University Press, New York 1940</bibl>
          <bibl n="56988">Nelson M.W., Henry Gaylord Wilshire. At the Barricades for Socialism and ‘Amour’, &amp;#171;Southern California Quarterly&amp;#187;, 96 (1), 2014, pp. 41-85</bibl>
          <bibl n="57073">Nicoletti M., Gioacchino Nicoletti. Una vita, &amp;lt;https://www.academia.edu/38523945/GIOACCHINO_NICOLETTI_UNA_VITA&amp;gt; (08/21)</bibl>
          <bibl n="56868">Page D.G., Pioneers of European Federalism: the New Europe Group and New Britain Movement (1931-1935), The University of Sheffield 2016, &amp;lt;https://etheses.whiterose.ac.uk/15438/1/Final%20MPhil%20thesis.pdf&amp;gt; (08/21)</bibl>
          <bibl n="56997">Pasetti M., Tra classe e nazione. Rappresentazioni e organizzazione del movimento nazional-sindacalista (1918-1922), Carocci, Roma 2008</bibl>
          <bibl n="57029">Pasetti M., L’Europa corporativa. Una storia transnazionale tra le due guerre mondiali, Bononia University Press, Bologna 2016</bibl>
          <bibl n="57373">Pellizzi C., Una rivoluzione mancata, Longanesi, Milano 1949</bibl>
          <bibl n="57300">Penty A.J., The Restoration of the Gild System, Swan Sonnenschein, London 1906</bibl>
          <bibl n="57174">Penty A.J., Old Worlds for New. A Study of the Post-Industrial State, George Allen &amp;amp; Unwin, London 1917</bibl>
          <bibl n="57304">Penty A.J., Guilds, Trade, and Agriculture, George Allen &amp;amp; Unwin, London 1921</bibl>
          <bibl n="57150">Polanyi-Levitt K. (edited by), The Life and Work of Karl Polanyi, Black Rose Books, Montr&amp;#233;al-New York 1990</bibl>
          <bibl n="57030">Por O., Class Struggles in the Italian Socialist Movement, &amp;#171;International Socialist Review&amp;#187;, 7 (6), dicembre 1906, pp. 331-341</bibl>
          <bibl n="57138">Por O., The Italian Socialist Convention, &amp;#171;International Socialist Review&amp;#187;, 7 (6), dicembre 1906, pp. 342-346</bibl>
          <bibl n="57046">Por O., Work’s Coming-of-Age. Revolutionary Unionism in Europe, &amp;#171;International Socialist Review&amp;#187;, 10 (3), 1909, pp. 237-249</bibl>
          <bibl n="57047">Por O., Work’s Coming-of-Age. Revolutionary Unionism in Europe, &amp;#171;International Socialist Review&amp;#187;, 10 (4), 1909, pp. 333-345</bibl>
          <bibl n="57241">Por O., Italian Farm Laborers for Revolutionary Action, ibidem, 11 (12), 1911, pp. 770-773</bibl>
          <bibl n="57374">Por O., War and After, &amp;#171;New Age&amp;#187;, 15 (20), 1914, pp. 474-475</bibl>
          <bibl n="57305">Por O., L’imperialismo sociale, &amp;#171;Critica sociale&amp;#187;, 26 (24), 1916, pp. 325-329</bibl>
          <bibl n="57130">Por O., Le nuove funzioni dello stato nella produzione, &amp;#171;Critica sociale&amp;#187;, 26 (16), 1916, pp. 225-230 (parte I)</bibl>
          <bibl n="57123">Por O., Le nuove funzioni dello stato nella produzione, &amp;#171;Critica sociale&amp;#187;, 26 (20), 1916, pp. 274-278 (parte II)</bibl>
          <bibl n="57221">Por O., La crisi attuale dell’Ungheria, &amp;#171;La voce dei popoli&amp;#187;, 1 (9), dicembre 1918, pp. 70-82</bibl>
          <bibl n="57031">Por O., Gli aspetti recenti del gildismo, in Un Gildista, La politica delle gilde. Volume I, Bemporad, Firenze 1921, pp. 30-48</bibl>
          <bibl n="57092">Por O., La gilda nella regione, in Un Gildista, La politica delle gilde. Volume I, Bemporad, Firenze 1921, pp. 68-80</bibl>
          <bibl n="57289">Por O., Guilds of Modern Florence, &amp;#171;Labor Age&amp;#187;, 12 (2), febbraio 1923, pp. 18-19</bibl>
          <bibl n="57056">Por O., Il ‘Credito sociale’ nel programma economico del fascismo inglese, &amp;#171;Critica fascista&amp;#187;, 12 (20), 1934, pp. 394-398</bibl>
          <bibl n="57370">Por O., L’azienda economica nazionale, Cisalpino, Milano 1939</bibl>
          <bibl n="57145">Por O., Dall’autarchia di guerra all’autarchia di pace, &amp;#171;Civilt&amp;#224; fascista&amp;#187;, 7 (8), agosto 1940, pp. 562-576</bibl>
          <bibl n="57342">Por O., Finanza nuova. Problemi e soluzioni, Le Monnier, Firenze 1940</bibl>
          <bibl n="57269">Por O., Politica economico-sociale in Italia, anno XVII-XVIII, Sansoni, Firenze 1940</bibl>
          <bibl n="57114">Por O., La tendenziale autarchia degli Stati Uniti, &amp;#171;Civilt&amp;#224; fascista&amp;#187;, 8 (3), marzo 1941, pp. 128-146 (parte I)</bibl>
          <bibl n="57107">Por O., La tendenziale autarchia degli Stati Uniti, &amp;#171;Civilt&amp;#224; fascista&amp;#187;, 8 (5), maggio 1941, pp. 325-339 (parte II)</bibl>
          <bibl n="57099">Por O., La tendenziale autarchia degli Stati Uniti, &amp;#171;Civilt&amp;#224; fascista&amp;#187;, 8 (6), giugno 1941, pp. 438-456 (parte III)</bibl>
          <bibl n="57017">Pullen J.M., Smith G.O., Major Douglas and Social Credit. A Reappraisal, &amp;#171;History of Political Economy&amp;#187;, 29 (2), 1997, pp. 219-274</bibl>
          <bibl n="57023">Quint H.H., Gaylord Wilshire and Socialism&amp;#39;s First Congressional Campaign, &amp;#171;Pacific Historical Review&amp;#187;, 26 (4), 1957, pp. 327-340</bibl>
          <bibl n="57005">Quint H.H., The Forging of American Socialism. Origins of the Modern Movement, Bobbs-Merrill, Indianapolis-New York-Kansas City 1964</bibl>
          <bibl n="56841">Quint H.H., ‘The Challenge’, Los Angeles and New York, 1900-1901, ‘Wilshire’s Magazine’, Toronto, New York, and Bishop, California, 1900-1915, in J.R. Conlin (editor), The American Radical Press 1880-1960, Greenwood Press, Westport and London 1974, vol. I, pp. 72-81</bibl>
          <bibl n="57270">Redman T., Ezra Pound and Italian Fascism, Cambridge University Press, Cambridge 1991</bibl>
          <bibl n="56992">Rigby A., Initiation and Initiative: an Exploration of the Life and Ideas of Dimitrije Mitrinović, East European Monographs, Boulder 1984</bibl>
          <bibl n="57297">Rigola R., Storia del movimento operaio italiano, Editoriale Domus, Milano 1947</bibl>
          <bibl n="56993">Riosa A., Il sindacalismo rivoluzionario in Italia e la lotta politica nel Partito socialista dell&amp;#39;et&amp;#224; giolittiana, De Donato, Bari 1976</bibl>
          <bibl n="57162">Roberts D.D., The Syndicalist Tradition and Italian Fascism, Manchester University Press, Manchester 1979</bibl>
          <bibl n="57108">Rosen L., Henry Gaylord Wilshire. The Millionaire Socialist, School Justice Institute, Pacific Palisades (CA) 2011</bibl>
          <bibl n="57100">Rosselli C., Carlo Rosselli. Scritti inediti di economia (1924-1927), a cura di E. Ghiandelli, Biblion, Milano 2020</bibl>
          <bibl n="56872">Salvati M., La cultura del lavoro tra due dopoguerra: dal gildismo alle relazioni umane, in Neri Serneri S. (a cura di), 1914-1945. L’Italia nella guerra europea dei trent’anni, Viella, Roma 2016, pp. 257-272</bibl>
          <bibl n="57190">Sarfatti M., Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identit&amp;#224;, persecuzione, Einaudi, Torino 2018</bibl>
          <bibl n="57093">Surette L., Pound in Purgatory. From Economic Radicalism to Anti-Semitism, University of Illinois Press, Urbana 1999</bibl>
          <bibl n="56998">Suzzi Valli R., Il Fascio italiano a Londra. L’attivit&amp;#224; politica di Camillo Pellizzi, &amp;#171;Storia contemporanea&amp;#187;, 26 (6), 1995, pp. 957-1001</bibl>
          <bibl n="57213">Szapor J., Laura Polanyi 1882-1957: Narratives of a Life, &amp;#171;Polanyiana&amp;#187;, 6 (2), 1997, pp. 31-43</bibl>
          <bibl n="57378">Townshend E., Creative Socialism, Dent &amp;amp; Sons, London 1924</bibl>
          <bibl n="57271">Un Gildista, Il socialismo delle gilde, &amp;#171;Critica sociale&amp;#187;, 28 (18), 1918, pp. 212-214</bibl>
          <bibl n="57301">Valiani L., La dissoluzione dell’Austria-Ungheria, Il Saggiatore, Milano 1985</bibl>
          <bibl n="57010">Volpe G., La disillusione socialista: storia del sindacalismo rivoluzionario in Italia, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2015</bibl>
          <bibl n="57078">Vperiod, La rivoluzione magiara. La politica estera del Socialismo in atto, &amp;#171;Critica sociale&amp;#187;, 29 (8), 1919, pp. 91-92</bibl>
          <bibl n="57094">Wilhelm J.J., Ezra Pound. The Tragic Years, 1925-1972, Pennsylvania State University Press, University Park, PA 1994</bibl>
          <bibl n="57262">Wright A.W., G.D.H. Cole and Socialist Democracy, Oxford University Press, Oxford 1979</bibl>
          <bibl n="57272">Zanotti-Bianco U., Carteggio 1906-1918, a cura di V. Carinci, Laterza, Roma-Bari 1987</bibl>
          <bibl n="57191">Zanotti-Bianco U., Carteggio 1919-1928, a cura di V. Carinci, A. Jannazzo, Laterza, Roma-Bari 1989</bibl>
          <bibl n="57397">Zapponi N., L’Italia di Ezra Pound, Bulzoni, Roma 1976</bibl>
        </listBibl>
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>