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        <title type="main" level="a">Il fascismo ‘liberista’ e la ‘quasi abolizione’ dell’imposta di successione del 1923</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0002-5098-8972" type="ORCID">
            <forename>Giacomo</forename>
            <surname>Gabbuti</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Le sirene del corporativismo e l'isolamento dei dissidenti durante il fascismo</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-455-7</idno>) by </resp>
          <name>Lucilla Conigliello, Piero Barucci, Piero Bini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2021">2021</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-455-7.07</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>In summer 1923, in the midst of the ‘fight’ to balance the budget, Minister Alberto De Stefani announced the abolition of inheritance tax, pursuant to the ‘full powers’ granted to the government by the Parliament. This abolition – possibly the most iconic act of the ‘financial restauration’ carried on by De Stefani – provoked surprise and interest in the country and abroad but was substantially overlooked by historians. This chapter – first outcome of a research in progress – offers a first historical reconstruction of this episode of early 1920s Italian economic history, by documenting both the positions of an influent advisor of De Stefani, the economist Maffeo Pantaleoni, and even more, the lobbying activity carried on by pressure groups such as the bankers’ association, an influential businessman linked to Mussolini such as Cesare Goldmann, and a young, very proactive association of notaries. Moreover, the chapter surveys the way in which both Italian and international media reported on this case of politics of inequality, offering a different perspective on a crucial period in the consolidation of Fascist power.</p>
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            <item>Alberto De' Stefani; Inheritance tax; Inequality; Fascist economic policy</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-455-7.07<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-455-7.07" /></p>
      
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">Il fascismo ‘liberista’ e la ‘quasi abolizione’ dell’imposta di successione del 1923</p><p rend="h1_author">Giacomo Gabbuti</p><p rend="h2">1. «L’unica riforma del fascismo in campo fiscale»: un’introduzione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-175-backlink"><ref target="08.html#footnote-175">1</ref></hi></hi></p><p rend="text">Il 9 luglio 1923, secondo il comunicato diffuso sulla stampa nei giorni seguenti, il ministro Alberto De Stefani presentava al Consiglio dei ministri «una documentata relazione» in merito al «problema dell’abolizione della tassa di successione»: all’unanimità, si deliberava «l’abolizione totale della tassa sulle successioni e donazioni nel gruppo familiare»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-174-backlink"><ref target="08.html#footnote-174">2</ref></hi></hi>. La misura avrebbe esentato da ogni imposizione oltre il 65% delle successioni, riducendo fortemente le aliquote per le rimanenti, con una perdita stimata per l’erario in circa 250 milioni di lire. Il decreto, pubblicato dopo numerose anticipazioni ed indiscrezioni il 20 agosto, era emesso in virtù dei ‘pieni poteri’ conferiti al governo con la legge 3 dicembre 1922, n. 1601 per il riordinamento del sistema tributario<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-173-backlink"><ref target="08.html#footnote-173">3</ref></hi></hi>. La relazione che lo accompagnava, più che illustrarne la natura, costituiva un vero e proprio manifesto della politica ‘produttivista’ di De Stefani. Politica che si proponeva di «creare nel nostro Paese delle condizioni d’ordine sociale, politico, economico e finanziarie tali a trasformarlo in una oasi in cui […] il capitale e la privata intrapresa e gli onesti guadagni trovino le migliori condizioni della loro produttività e della loro tutela»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-172-backlink"><ref target="08.html#footnote-172">4</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Seguendo il giudizio dei diretti interessati (il ministro, che l’avrebbe celebrata ancora trent’anni dopo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-171-backlink"><ref target="08.html#footnote-171">5</ref></hi></hi>, e il più strenuo oppositore, che pochi giorni prima di morire la definiva «l’unica riforma del fascismo in campo fiscale»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-170-backlink"><ref target="08.html#footnote-170">6</ref></hi></hi>) chi ha scritto la storia della politica economica di De Stefani non ha potuto non indicare nell’abolizione una delle sue misure più iconiche<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-169-backlink"><ref target="08.html#footnote-169">7</ref></hi></hi>. Eppure, fuori dalle menzioni più o meno rapide ai decreti ufficiali nella letteratura più specialistica, ad oggi manca qualsiasi ricostruzione specifica e dettagliata dell’evento, che può anzi considerarsi sostanzialmente rimosso dalla memoria collettiva, nonostante la sua assoluta eccezionalità in una prospettiva comparata, notata di recente da Thomas Piketty<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-168-backlink"><ref target="08.html#footnote-168">8</ref></hi></hi>. Se è proprio il contemporaneo dibattito sulla disuguaglianza (e quello connesso sulla progressività delle imposte) a riportare in prima pagina l’imposta di successione (significativamente, nel 1902, la prima a diventare progressiva nell’ordinamento italiano), vi sono in verità diversi elementi che rendono il ‘caso’ del 1923 interessante per lo storico del fascismo italiano, in un periodo in cui tanto l’attualità quanto l’approssimarsi del centenario della Marcia su Roma danno nuova linfa alle ricerche, in particolare quelle che indagano la politica ‘liberista’ del 1922-1925<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-167-backlink"><ref target="08.html#footnote-167">9</ref></hi></hi>. Sulla scia di Matteotti, la libellistica antifascista ha subito denunciato la natura contraddittoria delle politiche di De Stefani rispetto alle posizioni ‘diciannoviste’, ma non è stato sottolineato quanto l’abolizione dell’imposta di successione sia l’unica a non configurare una semplice ‘restaurazione’, e a non esser stata annunciata dalla svolta ‘liberista’ del partito nel 1922<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-166-backlink"><ref target="08.html#footnote-166">10</ref></hi></hi>. Il decreto, che suscitò grossa impressione all’estero, colse di sorpresa non solo la stampa italiana, ma gli stessi fascisti, che in coerenza con la linea del partito e del governo, lavoravano a diverse proposte per abbassare le aliquote<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-165-backlink"><ref target="08.html#footnote-165">11</ref></hi></hi>. Nell’estate ’23, del resto, la battaglia per il pareggio di bilancio sembrava ancora incerta, e attirava diverse critiche sul ministro, che alla vigilia dell’annuncio era ancora dato per dimissionario<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-164-backlink"><ref target="08.html#footnote-164">12</ref></hi></hi>. Dal giorno seguente, gli stessi quotidiani passeranno a celebrare, quasi all’unisono, la coraggiosa attività riformatrice dell’economista veronese. Del resto, a caratterizzare la misura rispetto alle altre ‘cambiali’, per usare i termini di Ernesto Rossi, pagate dal fascismo liberista ai ‘padroni del vapore’, stava la natura assai più larga della platea dei beneficiari. A differenza dell’abolizione della nominatività dei titoli, la privatizzazione delle compagnie telefoniche, o la frettolosa chiusura della commissione parlamentare sui profitti di guerra, l’abolizione toccava anche la piccola borghesia, nelle sue varie tipologie. Anzi, rappresentando il fascismo come «imperniato sul rispetto della famiglia, nella sua realtà sentimentale e pratica, e sul rispetto della proprietà romana»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-163-backlink"><ref target="08.html#footnote-163">13</ref></hi></hi>, la misura ghermiva contemporaneamente entrambi gli aspetti (quello economico, e quello ‘politico-culturale’) della <hi rend="italic">cetimedietà </hi>descritti da Mariuccia Salvati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-162-backlink"><ref target="08.html#footnote-162">14</ref></hi></hi>. Da questo punto di vista, se, come sostenuto da Piero Bini, fu un «favorevole clima di opinione pubblica» a favorire il successo delle politiche di De Stefani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-161-backlink"><ref target="08.html#footnote-161">15</ref></hi></hi> (e dunque il rafforzamento del fascismo in un momento cruciale del lungo processo di «presa del potere»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-160-backlink"><ref target="08.html#footnote-160">16</ref></hi></hi>), l’abolizione dell’imposta di successione rappresenta un angolo di osservazione privilegiato sulla natura e la portata di quel clima; e questo a prescindere dal fatto che tanto il consenso al ministro, quanto la stessa abolizione, sarebbero stati effimeri.</p><p rend="text">Questo breve contributo, frutto di una ricerca ancora in corso, offre una prima ricostruzione della vicenda, e del dibattito che generò, con particolare attenzione alla sua ricezione sulla stampa, per provare a carpire le impressioni generate nell’opinione pubblica. La rassegna qui condotta permette di individuare chiaramente l’azione di pressione, almeno dalla fine del 1922, della neonata Unione notarile italiana (UNI), ma anche dell’Associazione bancaria italiana (ABI), e di quel Circolo per gli interessi industriali, commerciali e agricoli di Milano, presieduto da Cesare Goldmann, che aveva ospitato l’esordio dei Fasci di combattimento. È noto che il principale consigliere di De Stefani, Maffeo Pantaleoni, le cui radicali posizioni regressive, contrarie alla stessa idea di ‘uguali posizioni di partenza’, trovavano coerente applicazione nell’opposizione all’introduzione di aliquote progressive sulle successioni già da inizio secolo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-159-backlink"><ref target="08.html#footnote-159">17</ref></hi></hi>, aveva preparato uno studio chiedendone l’abolizione, reso «superfluo» dal «supremo atto di fede e felice intuito» del Duce<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-158-backlink"><ref target="08.html#footnote-158">18</ref></hi></hi>. La pubblicazione postuma dell’articolo rende palese che esso servì da canovaccio per la relazione ministeriale, ma che era lo stesso economista a rilevare come fosse «opportuno arrivare per gradi alla soppressione totale dell’imposta successoria», perché «il fascismo non ha ancora il consenso degli animi in misura così universale da poter procedere su questa via con assoluta purezza e senza inquinamenti del passato»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-157-backlink"><ref target="08.html#footnote-157">19</ref></hi></hi>. È dunque ad altri fattori contingenti (la pressione della ‘società civile’, o il ‘fiuto’ politico di De Stefani o dello stesso Mussolini, co-firmatario del decreto?) che si deve attribuire l’improvvisa svolta del luglio 1923. Ulteriore evidenza archivistica potrà forse chiarire questo punto, ma la ricostruzione della dimensione pubblica della vicenda fornisce già numerosi elementi, utili a complicare i giudizi tanto sulla figura di De Stefani, e sul ruolo della sua ‘politica produttivista’ nel consolidamento del regime, che sui rapporti tra il primo fascismo, mondo economico e ‘classi medie’, in un momento in cui la crisi dell’Italia liberale non appariva ancora irreversibile. Per inquadrare la vicenda, è in primo luogo necessario però ricostruire le tappe ed il contesto in cui le aliquote sull’imposta di successione erano divenute ‘confiscatorie’.</p><p rend="h2">2. <hi rend="CharOverride-1">«</hi>L’indirizzo universale del tempo nostro<hi rend="CharOverride-1">»</hi>: storia di un’imposta ‘confiscatoria’</p><p rend="text">Che l’abolizione andasse contro «l’indirizzo universale nel tempo nostro»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-156-backlink"><ref target="08.html#footnote-156">20</ref></hi></hi> lo dichiarava la stessa relazione. Come hanno ricostruito i politologi Scheve e Stasavage, con la Grande guerra l’imposta di successione era divenuta uno dei principali campi di applicazione di radicali riforme fiscali, volte ad ‘arruolare il capitale’ per ripagare i costi del conflitto. Il database da loro ricostruito sulle aliquote massime applicate sulle trasmissioni in linea retta ci permette di verificare come la progressività dell’imposta di successione aumentò vertiginosamente in pochi anni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-155-backlink"><ref target="08.html#footnote-155">21</ref></hi></hi>. A differenza di altri paesi belligeranti, l’Italia era entrata in guerra priva di una imposta personale sul reddito: nonostante le avventure coloniali avessero comportato l’aumento del deficit, la riforma tributaria, sul tavolo almeno da inizio secolo, era rimasta lettera morta<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-154-backlink"><ref target="08.html#footnote-154">22</ref></hi></hi>. La persistenza di un sistema tributario ottocentesco rendeva inevitabile reagire alle ingenti spese comportate dall’intervento con un misto di «disordinato inasprimento delle aliquote delle imposte esistenti» e «nuovi tributi, che, in teoria, avrebbero dovuto colpire nuove fonti di reddito, ma, in realtà, riguardavano quasi sempre la stessa materia imponibile»; il risultato fu quello di un aumento insufficiente dei tributi, che contribuirono per circa un sesto alla copertura delle spese (cifra analoga a quella fornita dall’emissione di carta moneta), mentre il resto era coperto da prestiti interni e soprattutto esteri<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-153-backlink"><ref target="08.html#footnote-153">23</ref></hi></hi>. Se, nella sua controversa interpretazione ‘fiscale’ della crisi dello stato liberale, Douglas Forsyth ha sostenuto che «la maggior parte dei contribuenti e degli utenti dei servizi pubblici si trovò nella condizione di poter riversare a carico dello Stato le imposte e gli oneri fiscali sotto forma di prezzi più alti nei contratti statali»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-152-backlink"><ref target="08.html#footnote-152">24</ref></hi></hi>, un osservatore attento come Gino Borgatta notava, all’indomani della Marcia su Roma, che «fenomeni tipici ed essenziali» come gli incrementi di valore «non potevano esser colpiti, mancando appositi istituti fiscali». L’aggravarsi delle sperequazioni preesistenti non danneggiava solo le entrate, ma ancor più la «generale psicologia tributaria, diffondendo il senso dell’ingiustizia del tributo, del diritto di tentare disperatamente ogni evasione possibile all’imposta, l’idea dell’imposta-grandine»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-151-backlink"><ref target="08.html#footnote-151">25</ref></hi></hi>. Fu solo nel 1919-1920, anche per l’impossibilità di continuare ad affidarsi ai prestiti esteri, che i governi liberali si posero il problema del pareggio e della ripartizione del suo peso. È in questo biennio che l’imposta di successione, le cui aliquote erano fino ad allora state toccate solo marginalmente, diventa centrale nel dibattito italiano. I due provvedimenti principali, che portano le aliquote a livelli ‘confiscatori’, portano le firme Tedesco-Nitti (D. 24.11.1919, n. 2163) e Giolitti-Facta-Meda (L. 24.9.1920, n. 1300); ma numerosi decreti, prima e dopo, aggiungevano addizionali, modificavano l’accertamento, e rendevano la normativa «fra le più torturate del nostro ordinamento fiscale», come ebbe a dire il senatore Polacco in Commissione finanze<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-150-backlink"><ref target="08.html#footnote-150">26</ref></hi></hi>. Assieme a nuove imposte progressive su redditi, patrimonio, capitale, aggravi sulle successioni erano continuamente evocati nel rincorrersi di proclami sulle misure necessarie ad ottenere il pareggio, come nel celebre Discorso di Dronero con cui Giovanni Giolitti rientrava nell’agone politico. Come spiegherà lo statista nelle sue memorie, «imporre i sacrifizii, necessarii al bilancio dello Stato, alle classi più fortunate» era la condizione necessaria a disinnescare la propaganda socialista, e ottenere il sostegno politico per la successiva abolizione del prezzo politico del pane<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-149-backlink"><ref target="08.html#footnote-149">27</ref></hi></hi>. Come riporta compiaciuto Giolitti, le misure, esposte alle Camere a giugno, prima di Ferragosto erano state approvate quasi all’unanimità; ma è comunque utile ricostruire il dibattito che si generò. Non solo i fascisti e i radicali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-148-backlink"><ref target="08.html#footnote-148">28</ref></hi></hi>, ma «gli stessi conservatori alla Salandra accusavano certi governi di essere troppo leggeri nelle tasse sui ricchi»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-147-backlink"><ref target="08.html#footnote-147">29</ref></hi></hi>. Il popolare Vincenzo Tangorra sosteneva la misura chiamando in causa «lo storico futuro di questo nostro periodo», che avrebbe dovuto riconoscere l’estrema gravità delle finanze, tali da far risultare il programma giolittiano forse insufficiente<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-146-backlink"><ref target="08.html#footnote-146">30</ref></hi></hi>. Tangorra non sembrava nel torto quando notava che, in materia fiscale, l’Italia seguiva le tendenze, ben più avanzate, delle democratiche Francia e Inghilterra. Le aliquote sulle successioni ad ‘altri parenti, affini ed estranei’, che sarebbero diventate esempio di imposte contro la razionalità economica, raggiungevano sì picchi del 90%, che grazie alle sovrimposte potevano superare il 100%; ma le fattispecie erano poco frequenti, e tali aliquote valevano sui trasferimenti oltre i 20 milioni – e infatti non vennero mai applicate<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-145-backlink"><ref target="08.html#footnote-145">31</ref></hi></hi>. Nel caso più frequente, appunto le trasmissioni in linea retta considerate da Scheve e Stasavage, anche correggendo il dato italiano, che da 27%, per via dell’addizionale del 20%, diveniva in realtà 32,4%, questo rimaneva inferiore a Francia (38%), Germania (che dopo averle portate al 75, le aveva abbassate al 35%), e persino Irlanda (41%). Inoltre, con la mancata entrata in vigore della nominatività dei titoli, e un sistema di riscossione inefficiente, tutti concordavano che le evasioni fossero stratosferiche: se Luigi Einaudi chiedeva al ministro di «assicurare il Senato che il provvedimento che oggi siamo chiamati a discutere, sia almeno […] tale da non portare a una diminuzione delle pubbliche entrate»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-144-backlink"><ref target="08.html#footnote-144">32</ref></hi></hi>, persino il <hi rend="italic">Sole</hi> giustificherà l’ostruzionismo socialista all’abolizione del prezzo politico del pane, ammettendo che le promesse di Giolitti «non [era]no state mantenute e che in sostanza certe tasse le paghi solo chi le vuol pagare perché non si sente di ricorrere a gherminelle, imbrogli e reticenze»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-143-backlink"><ref target="08.html#footnote-143">33</ref></hi></hi>. Per i socialisti, Benvenuto Griziotti aveva denunciato «la politica finanziaria demagogica e illusoria dell’onor. Giolitti», compreso l’«aumento pazzesco dell’aliquota nell’imposta successoria», denunciando che «non vi sono le condizioni politiche-amministrative per <hi rend="italic">volere </hi>accertare meglio d’ora l’imposta successoria»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-142-backlink"><ref target="08.html#footnote-142">34</ref></hi></hi>. Dopo la Marcia, lo scienziato delle finanze pavese polemizzerà con Turati, lamentando come il «discredito» generato dall’aver aderito «ai disegni, più che demagogici, manicomiali, presentati da Giolitti sull’avocazione dei profitti di guerra e sull’imposta di successione» aveva contribuito «a dar forza al fascismo e a preparare la nostra disfatta attuale»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-141-backlink"><ref target="08.html#footnote-141">35</ref></hi></hi>. Turati, dal canto suo, ribatteva all’«amico Griziotti» citando Matteotti, «che di tutta quella finanza faceva la più aspra censura, proclamando che essa si sarebbe praticamente ridotta a una lustra, per le infinite e sempre impunite evasioni», criticando tra l’altro il carattere antieconomico di uno «pseudo-socialismo, che non arriva se non a distruggere le basi prime della ricchezza nazionale, preparando il disastro»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-140-backlink"><ref target="08.html#footnote-140">36</ref></hi></hi>. Ma più che per aver, infine, votato le proposte di Giolitti, la critica di Griziotti coglieva nel segno perché, negli stessi discorsi che criticavano la demagogia giolittiana, i socialisti invocavano aliquote altrettanto confiscatorie; e che soprattutto, a differenza di quelle del governo, miravano realmente a mettere in questione il diritto di proprietà. È nell’estate 1920 che la celebre ‘proposta Rignano’ entra nelle cronache parlamentari come emendamento socialista<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-139-backlink"><ref target="08.html#footnote-139">37</ref></hi></hi>, mentre l’on. Frontini inneggiava al decreto con cui la Russia aveva abolito, nel 1918, il diritto all’eredità, e Matteotti stesso proponeva di avocare completamente allo Stato le quote patrimoniali eccedenti le 100 mila lire, ricevute da eredi con un reddito elevato<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-138-backlink"><ref target="08.html#footnote-138">38</ref></hi></hi>. Sin dalla citata relazione Polacco, la riaffermazione della proprietà e della famiglia, messe in discussione dai socialisti, riempiono l’armamentario retorico degli oppositori della tassa<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-137-backlink"><ref target="08.html#footnote-137">39</ref></hi></hi>. Tre anni dopo, il ‘milionario Matteotti’ sarebbe stato tra i principali bersagli polemici della reazione<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-136-backlink"><ref target="08.html#footnote-136">40</ref></hi></hi>, mentre Polacco avrebbe preparato «la parte giuridica della relazione al Re»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-135-backlink"><ref target="08.html#footnote-135">41</ref></hi></hi>. Del resto, è ancora Giolitti a riferire come, approvata la legge sul pane, «si cominciò a lamentare che i provvedimenti […] fossero troppo gravosi»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-134-backlink"><ref target="08.html#footnote-134">42</ref></hi></hi>. Ma mentre la legge sulla nominatività dei titoli veniva continuamente ritardata, e le nuove, più gravose tasse sul patrimonio necessitavano di rodaggio, le modifiche all’imposta di successione producevano da subito i loro modesti effetti. Nonostante, come previsto, il gettito reale non aumentasse, le aliquote ‘confiscatorie’ eccitavano la ‘psicologia del contribuente’ tratteggiata da Borgatta.</p><p rend="text">Intanto, con il fallimento dell’occupazione delle fabbriche, il movimento operaio perdeva la sua forza propulsiva, ma il problema del bilancio rimaneva pressante, mentre i dissesti bancari rendevano drammaticamente evidenti le difficoltà della transizione all’economia di pace. Il pareggio era nel 1922 il tema ineludibile della politica italiana. Nonostante la nota conclusione di Salvemini e Zamagni che «la finanza pubblica era ormai risanata prima dell’avvento del fascismo», e che «l’Italia era il paese meno tassato»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-133-backlink"><ref target="08.html#footnote-133">43</ref></hi></hi>, i quotidiani dell’epoca riflettono una diffusa agitazione tra le classi medie, di cui è testimonianza vivida il curioso libretto di memorie di Eugenio Greco, professore di ragioneria alla Bocconi. «Cittadino qualunque ma tuffato nella professione e nell’insegnamento», Greco riporta la sua attenzione e profonda impressione nel sentire dal vivo o leggere dai giornali, in quegli stessi mesi dell’estate e autunno 1922, le parole allarmate di personaggi diversi come i socialisti Matteotti e Buozzi; il popolare De Gasperi; Albertini, Giolitti, Nitti, Peano e Tittoni; gli economisti Borgatta, Cabiati, Einaudi e Luzzatti. Se le proposte e le cifre erano diverse, il tono era sostanzialmente quello usato da Pantaleoni sul <hi rend="italic">Giornale d’Italia</hi> del 12 novembre: «Per le sorti finanziarie del Paese è suonata l’ultima ora: o si riesce a fare un bilancio in pareggio […] o la sorte nostra è quella della Germania e dell’Austria»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-132-backlink"><ref target="08.html#footnote-132">44</ref></hi></hi>. Nell’anno della Marcia, il Paese è percorso dalle agitazioni dei contribuenti, o almeno così lo si percepisce dalla corrispondenza indirizzata alla Presidenza del Consiglio dei ministri<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-131-backlink"><ref target="08.html#footnote-131">45</ref></hi></hi>. Singoli contribuenti, amministrazioni locali, ma soprattutto associazioni di esercenti, agricoltori, proprietari di case che si riuniscono, redigono ed inviano memoriali, e si mobilitano, come nel caso della serrata operata il 9 giugno 1922 dai commercianti e industriali aquilani. L’o.d.g. inoltrato dal prefetto è del tutto simile a quelli inviati da Federazioni e Fasci industriali, Unioni esercenti e Camere di commercio, da Palermo alle terre redente del Trentino, da Genova a Trani. A questa Italia parlavano i comizi fascisti dell’agosto, invocando una semplificazione radicale «per la ridda d’imposte e sovrimposte escogitate durante e dopo la guerra, non tanto nel doveroso intento di procurare quattrini allo Stato, quanto allo scopo demagogico di spogliare i privati senza beneficio di nessuno» (prime fra tutte, «quelle sulle successioni»)<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-130-backlink"><ref target="08.html#footnote-130">46</ref></hi></hi>. Si è già sottolineato come queste parole seguissero le elargizioni confindustriali, e riscuotessero l’approvazione della stampa liberale<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-129-backlink"><ref target="08.html#footnote-129">47</ref></hi></hi>; meno attenzione è stata dedicata al più vasto mondo per cui queste parole risuonavano importanti, da cui sarebbe partita la battaglia per l’abolizione dell’imposta di successione.</p><p rend="h2">3. «La vittoria del nostro dottor Guasti»: la ‘lunga marcia’ dell’Unione notarile</p><p rend="text">Il 29 e 30 ottobre 1922, mentre De Stefani marciava su Roma con migliaia di camicie nere, a Milano quattrocento notai si riunivano nel convegno fondativo dell’Unione notarile italiana (UNI)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-128-backlink"><ref target="08.html#footnote-128">48</ref></hi></hi>. Il notaio Federico Guasti (eletto vice presidente), curiosamente segnalato come autore del rogito che il 14 dicembre 1920 ufficializzava l’ABI<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-127-backlink"><ref target="08.html#footnote-127">49</ref></hi></hi>, teneva una lunga, accurata relazione sulle «tasse di successione e donazione», e l’assemblea votava per acclamazione un ordine del giorno «perché sia prontamente provveduto alla riforma dell’attuale regime fiscale successorio», dando incarico agli organi notarili di attivarsi in «opera attiva di persuasione e collaborazione perché i voti espressi abbiano una sollecita attuazione»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-126-backlink"><ref target="08.html#footnote-126">50</ref></hi></hi>. Ritenendo che tale lavoro «non dovesse esaurire la sua funzione nella breve vita di un Convegno», ma potesse anzi servire come «mezzo di propaganda contro le aberrazioni della demagogia fiscale del dopo-guerra, sulle quali è necessario si spieghi l’energia riformatrice dei nuovi governanti d’Italia», l’UNI provvedeva anzi a dare alle stampe la relazione Guasti. Se ‘galeotta’ era stata una memoria pubblicata in maggio su una rivista giuridica (che gli era valsa già una positiva recensione di Einaudi sulla prima del «Corriere»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-125-backlink"><ref target="08.html#footnote-125">51</ref></hi></hi>), a ben altra fortuna era destinato il pamphlet, che ristampato cinque volte in pochi mesi (anche per iniziativa di altre associazioni, come deliberato già il 2 novembre l’Associazione commercianti esercenti industriali ed il citato Circolo presieduto da Goldmann)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-124-backlink"><ref target="08.html#footnote-124">52</ref></hi></hi> si impose subito come la fonte principale del dibattito sull’imposta. Coi suoi «raffronti persin divertenti»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-123-backlink"><ref target="08.html#footnote-123">53</ref></hi></hi>, Guasti risultò efficacissimo nel convogliare l’attenzione pubblica sulle storture della legge in casi limite, come la «nuora, vedova del quinto figlio morto in guerra», che possedendo 600 mila lire, trovava più conveniente rinunciare all’immobile milionario a lei legato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-122-backlink"><ref target="08.html#footnote-122">54</ref></hi></hi>. Le argomentazioni di Guasti (i casi limite, i raffronti internazionali, le citazioni del dibattito parlamentare) si ritroveranno in quasi tutti gli interventi successivi, anche quelli di taglio più accademico, anche di parte socialista. Il 28 ottobre, l’UNI lanciava anche un «pubblico concorso», «col premio di L. 5000 per il miglior progetto organico di una legge sulle tasse di successioni», in vista della più larga riunione per la riforma dell’imposta, convocata il 23 febbraio successivo presso la locale Camera di commercio. Annunci dell’incontro si trovano nelle cronache milanesi, tanto del «Popolo d’Italia», quanto sull’«Avanti!» e «Giustizia», mentre il «Corriere» gli dedicava la prima pagina tanto il 22 che il 23, ospitando una lettera di Giuseppe Bianchini, direttore generale dell’ABI: <hi rend="italic">Abolire la tassa di successione</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-121-backlink"><ref target="08.html#footnote-121">55</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> <hi rend="italic">L’imposta successoria abolita?</hi>, replicherà l’«Avanti!», denunciando come la «patriottica plutocrazia» cercasse invece di sgravarsi dalle necessità del pareggio di bilancio, sopprimendo «la più giusta, la più morale di tutte le imposte […] che non toglie al produttore di ricchezza una parte del frutto del suo lavoro, ma colpisce soltanto colui che acquista senza merito», applicata da «tutti gli Stati civili»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-120-backlink"><ref target="08.html#footnote-120">56</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La proposta, ripresa il 24 dal «Sole», riguardava in verità solo «le attività mobiliari», che sarebbero state assoggettate ad un’imposta surrogatoria, «non superiore al 5% su tutte le cedole, interessi, redditi mobiliari»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-119-backlink"><ref target="08.html#footnote-119">57</ref></hi></hi>. Pur negando la possibilità di «serio disaccordo» sul «concetto fondamentale», Einaudi vedeva tuttavia una obiezione «insormontabile» nella violazione della «solenne promessa di esenzione per i titoli di stato», con cui UNI e ABI cercavano di ovviare all’inevitabile calo di gettito, che avrebbe compromesso il pareggio di bilancio<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-118-backlink"><ref target="08.html#footnote-118">58</ref></hi></hi>. L’argomento era ripreso più diffusamente sulla rivista dell’ABI, dove si aggiungevano le conseguenze sociali indesiderabili del rafforzamento di «quel carattere plutocratico della proprietà mobiliare che è tanta parte della avversione pubblica verso i titoli mobiliari», senza frenare il «frazionamento della proprietà immobiliare»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-117-backlink"><ref target="08.html#footnote-117">59</ref></hi></hi>. In una lettera del 13 marzo, del resto, Einaudi approvava il comunicato con cui De Stefani aveva smentito la proposta: «le lettere che ho ricevuto mi dicevano questo la piccola e la media borghesia ne sarebbe stata profonda. offesa, mentre il ceto bancario e industriale la vedeva con favore»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-116-backlink"><ref target="08.html#footnote-116">60</ref></hi></hi>. Sicuramente, la surrogatoria non incontrava il favore degli agrari: sul «Carlino», Federico Flora liquidava la proposta «peggiore della dannosa evasione», invitando il ministro a «limitarsi […] alla riduzione delle feroci aliquote progressive»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-115-backlink"><ref target="08.html#footnote-115">61</ref></hi></hi>. L’economista, come il quotidiano vicino al ministro, ribadiva ciò cui il governo si era impegnato, per bocca di Tangorra, il 25 novembre, nella discussione alla Camera sui pieni poteri, suscitando l’opposizione del socialista Donati (firmatario con Matteotti degli emendamenti ‘rignaneschi’ del 1920)<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-114-backlink"><ref target="08.html#footnote-114">62</ref></hi></hi>, e l’incoraggiamento del senatore Einaudi<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-113-backlink"><ref target="08.html#footnote-113">63</ref></hi></hi>. Da corrispondente dell’«Economist»,<hi rend="italic"> </hi>Einaudi aveva a lungo denunciato la «frenzied finance of the Bolshevist after-armistice period», e in particolare gli eccessi nella tassazione delle successioni; così, inaugurava con un secco «The first financial acts of the Fascist Government are promising» il primo articolo inviato dopo la nomina di Mussolini, aggiungendo poi che «the announcement made by Signor De Stefani that the Government intends to reduce rates all round was greeted with relief by many families, menaced with ruin»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-112-backlink"><ref target="08.html#footnote-112">64</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Dopo questa emersione sui quotidiani (peraltro quasi esclusivamente milanesi), la vicenda ritorna argomento per la stampa d’approfondimento<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-111-backlink"><ref target="08.html#footnote-111">65</ref></hi></hi>. <hi rend="italic">Echi e commenti</hi>, interessante rassegna diretta da Achille Loria, ospitava ad esempio un commento del deputato riformista Enrico La Loggia, sottosegretario alle finanze nei due governi Facta. Dopo aver notato che diversi provvedimenti tributari, necessari al pareggio, «sembrano attardarsi», forse per il «sovraccarico dato al Ministro delle Finanze» con l’unificazione col Tesoro, La Loggia invitava a «non varcare certi limiti di prudenza, se non si voglia […] assottigliare sensibilmente un cespite sul quale bisogna pure fare assegnamento». Occorreva sì ridurre presto le aliquote più gravose, evitando però le esagerazioni retoriche: l’imposta non minacciava realmente il capitale straniero, e dato che nessun patrimonio oltre i 20 milioni era mai stato trasmesso ad estranei, «nessun caso di confisca si è avverato, non essendosi mai andati oltre il 60 per cento nell’applicazione delle aliquote»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-110-backlink"><ref target="08.html#footnote-110">66</ref></hi></hi>. Il 3 marzo, nel dar conto della riunione milanese, <hi rend="italic">Finanza italiana</hi> riporta freddamente come (nonostante «si assicura che gli studi per la riforma della tariffa sulle tasse di successione siano stati compiuti e che il progetto sia già pronto presso il ministro De Stefani»), «nessuna notizia concreta si ha sul contenuto di tale riforma», attribuendo il ritardo proprio al «timore che la riduzione della aliquota derivasse un minor gettito della imposta che si risolverebbe in un danno per l’erario»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-109-backlink"><ref target="08.html#footnote-109">67</ref></hi></hi>. Sul quindicinale di Turati, Griziotti bocciava la ‘surrogatoria’, ritenendogli preferibile «l’altra soluzione, che sembra allo studio presso il Ministero delle Finanze: ridurre le aliquote e passare l’accertamento delle successioni all’Agente delle imposte, anziché lasciarlo, com’ora, al Ricevitore del Registro», di modo da poter meglio accertare, sulla base di criteri presuntivi, la proprietà mobiliare<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-108-backlink"><ref target="08.html#footnote-108">68</ref></hi></hi>. L’accertamento presuntivo era stato invece duramente criticato tanto dalla riunione milanese, quanto da Einaudi, secondo cui era una «enormità, che basta enunciarla, per condannarla. Neppure il bolscevismo imperante nei cervelli di tanti uomini politici di marca democratica […] aveva saputo inventare un’idea così diabolica. […] il solo discorrerne incute terrore nei risparmiatori ed eccita alla dissipazione le persone più amanti dei figli e desiderose della perpetuazione della famiglia»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-107-backlink"><ref target="08.html#footnote-107">69</ref></hi></hi>. «Parolone, che non bastano per una critica seria», le definiva Griziotti, che notava l’incoerenza di lasciare l’amministrazione dell’imposta a un funzionario «che ignora tutte le vicende patrimoniali del <hi rend="italic">de cuius</hi>, le quali sono note invece all’Agente delle imposte». In tal senso, è interessante come un altro periodico di settore ospitasse, «mentre sono allo studio presso il Ministero delle Finanze importanti e forse radicali riforme del sistema d’imposizione della tassa di successione», due articoli di un ispettore capo del registro: prima con una rassegna dell’evoluzione delle aliquote, volta ad evidenziare l’urgenza di una loro mitigazione (oltre al riordinamento delle norme accumulatesi in un testo unico, proposta ‘storica’ del Guasti)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-106-backlink"><ref target="08.html#footnote-106">70</ref></hi></hi>; poi, per «compensare l’Erario delle perdite», proponendo un allargamento «considerevole della base dell’imposta, riducendo al minimo le evasioni», anche attraverso la moderata introduzione di metodi presuntivi, che, rilevava l’ispettore, erano del resto in uso nel sistema francese e tedesco almeno dall’inizio del secolo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-105-backlink"><ref target="08.html#footnote-105">71</ref></hi></hi>. Un mese prima del decreto, dunque, non solo nell’opinione pubblica, ma negli uffici addetti alla riscossione, non v’era sentore di una abolizione, né di una riduzione che non avvenisse con una precisa indicazione delle coperture necessarie, in linea col solenne voto pronunciato da De Stefani alla Camera il 25 novembre<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-104-backlink"><ref target="08.html#footnote-104">72</ref></hi></hi>. In effetti, però, la surrogatoria faceva parte di quello che Rocca definisce il «progetto, diremo così, ufficiale» legato a Pasquale Jannaccone, di cui, a decreto oramai annunciato, la «Rivista bancaria»<hi rend="italic"> </hi>pubblicherà un articolo a riguardo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-103-backlink"><ref target="08.html#footnote-103">73</ref></hi></hi><hi rend="italic">. </hi>Anche in questo caso, l’articolo è accompagnato da una nota dell’UNI, che rivela come, dal gennaio precedente, De Stefani avesse formato una «Commissione» in cui aveva chiamato a far parte, con Guasti e Jannaccone, «anche i direttori generali al Ministero delle Finanze comm. D’Arienzo, Marangoni e D’Aroma»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-102-backlink"><ref target="08.html#footnote-102">74</ref></hi></hi>. Alla base della proposta UNI-ABI, così come della «perfezionata surrogatoria (che altro non è) ingegnosamente escogitata e suggerita dal prof. Jannaccone», stava la «condizione “sine qua non”» posta dal Ministero, e cioè «non ridurre il gettito». Tutto questo era oramai «storia»:</p><p rend="quotation_b">il Ministero Mussolini e per esso quello splendido ingegno che è il De Stefani, con una di quelle determinazioni subitanee che lo caratterizzano […], ha veduto questa semplice verità; che la tassa di successione è una tassa radicalmente sbagliata, come lo sono quelle che colpiscono la ricchezza non già nei frutti ma nel tronco: dell’imposta successoria, almeno nei rapporti famigliari è annunziata la imminente scomparsa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-101-backlink"><ref target="08.html#footnote-101">75</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">L’UNI aggiungeva una nota polemica con Einaudi, cui Bianchini aveva anticipato della commissione e dei suoi propositi al termine del primo incontro<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-100-backlink"><ref target="08.html#footnote-100">76</ref></hi></hi>. Dal canto suo, Guasti aveva inviato ad Einaudi tanto la prima relazione nel maggio 1922, quanto, nel 1914, un primo articolo sul «Sole» (che già allora denunciava «la portata davvero impressionante degli inasprimenti fiscali»); infine, il 3 febbraio, senza menzionare la commissione, il notaio sollecitava il senatore a intervenire nella discussione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-099-backlink"><ref target="08.html#footnote-099">77</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">A cose fatte, l’UNI poteva rivendicare di esser stata «meglio informata di quanto l’Einaudi abbia poi mostrato di credere»; eppure, nell’augurarsi che la riforma fosse «estesa anche alle successioni già aperte» non ancora denunciate (citando anche simili norme transitorie adottate in Germania, e riportando la discussione che si era tenuta in merito nella Commissione), i notai ammettevano di non essere al corrente delle precise intenzioni del ministro. Del resto, lo scarnissimo verbale redatto da Giacomo Acerbo non riporta nessuna traccia della «documentata relazione» citata nel comunicato governativo; e anzi, in netto contrasto con i titoloni a tutta pagina dei giorni seguenti, dopo aver riportato le notizie positive riferite da De Stefani sul gettito fiscale, riporta solo una lunga lista di provvedimenti approvati su proposta del ministro, tra cui, cinquantatreesimo (!): «Soppressione della tassa di trasferimento per causa di morte, stabilita dalla tariffa annessa alla legge 24 novembre 1922 n.»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-098-backlink"><ref target="08.html#footnote-098">78</ref></hi></hi>. Più che i dettagli, il comunicato si concentrava sulle «motivazioni», elencando «ragioni di ordine giuridico» (il «rafforzamento su solide basi dell’istituto della famiglia»), di «ordine sociale» (la fine della sperequazione tra proprietà mobiliare e immobiliare, e le «sicuramente vaste ripercussioni dirette ed indirette sull’economia pubblica sul movimento e sull’accumulazione del risparmio dando incremento particolarmente alla costituzione e stabilizzazione della piccola proprietà»), e di «giustizia nazionale», in quanto le regioni meridionali ne avrebbero beneficiato maggiormente. </p><p rend="text">Se quest’ultimo argomento era stato sollevato già da Nitti a inizio secolo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-097-backlink"><ref target="08.html#footnote-097">79</ref></hi></hi>, nei primi due punti era evidente l’ispirazione pantaleoniana. Le antiche, radicali convinzioni regressive del più stretto consigliere di De Stefani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-096-backlink"><ref target="08.html#footnote-096">80</ref></hi></hi>, permeano non solo la relazione, ma già il comunicato, nonché gli argomenti su cui batteranno dal giorno stesso i quotidiani fascisti. Pantaleoni, tuttavia, sembra legittimare una scelta ben più ‘improvvisata’ (tra l’annuncio e il decreto passerà un mese e mezzo), maturata, come si è visto, sulla base di stimoli assai più concreti. Nelle settimane successive, quegli stessi attori che «nella lunga lotta non aveva[no] mai vacillato»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-095-backlink"><ref target="08.html#footnote-095">81</ref></hi></hi>, non deponevano le armi, chiedendo a gran voce di estendere l’abolizione il più possibile indietro nel tempo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-094-backlink"><ref target="08.html#footnote-094">82</ref></hi></hi> (tanto da rendere necessaria l’emissione di una circolare ministeriale, che il 6 agosto specificava come l’abolizione avrebbe avuto effetto «solamente sugli atti stipulati dal giorno nove luglio 1923 in poi»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-093-backlink"><ref target="08.html#footnote-093">83</ref></hi></hi>) e poi, persino, «di abolire completamente la tassa di successione, di togliere dunque tutti i controlli, tutti i vincoli, sopprimendo anche tutti gli uffici in modo che il personale potrebbe utilizzarsi per più proficue operazioni», come Bianchini scriveva, significativamente, sul «Popolo d’Italia»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-092-backlink"><ref target="08.html#footnote-092">84</ref></hi></hi>. Quali che sarebbero stati i dettagli, c’era un uomo che poteva dirsi senza dubbio soddisfatto, come evidenziava una lettera pubblicata dal «Sole»:</p><p rend="quotation_b">Benché solo, insistendo per più di un anno colla sua penna incisiva, colle sue argomentazioni inoppugnabili e anche attraverso ad un Congresso, che, caso strano, è riuscito efficace, il nostro Guasti ha finito per emergere ed imporsi […]. Si intende che giova pel momento stare in attesa dei particolari […]: ma intanto io me ne andrei in giro a suonar la tromba per annunciare la vittoria del nostro dottor Guasti e per plaudire al Ministero vivificatore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-091-backlink"><ref target="08.html#footnote-091">85</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">4. <hi rend="CharOverride-1">«</hi>Un rimedio contro la dispersione individualistica del nostro tempo<hi rend="CharOverride-1">»: </hi>le reazioni</p><p rend="text">Sui giornali del 10 luglio, le fanfare sono però tutte per il Governo. In modo quasi sorprendente, la vicenda campeggia sulle pagine dei quotidiani tra l’inizio di luglio e la fine di agosto, un periodo denso di eventi. In Italia, era in pieno sviluppo la discussione della riforma elettorale, con le contorsioni dei liberali e la crisi dei popolari, che avrebbe portato il 10 al ‘dimissionamento’ di Sturzo; ma già l’11 sarebbero arrivati i decreti sulla stampa. Dall’estero, i quotidiani seguivano con attenzione le ultime battute delle complicate trattative per il trattato di Losanna, firmato il 25 luglio, ma anche la morte improvvisa, il 2 agosto, del presidente statunitense Harding, e a fine mese sarebbero stati catturati dall’eccidio di Giannina, che scatenava la crisi di Corfù. Anche rimanendo sull’economia, oltre al pressante tema del pareggio (su cui non si erano certo fugati i dubbi dopo il primo discorso alla Scala di De Stefani, tenutosi a maggio dopo molti rinvii), il governo aveva appena ritoccato le pensioni di guerra, si discuteva di dazi, e si rincorrevano le voci sul ‘formidabile’ titolare del nuovo dicastero dell’economia nazionale.</p><p rend="text">Se tutti i quotidiani riporteranno stralci più o meno integrali del comunicato governativo, il quotidiano di Mussolini gli dedica per due giorni la prima<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-090-backlink"><ref target="08.html#footnote-090">86</ref></hi></hi>, seguito dal resto della stampa fascista. Fa eccezione il «Nuovo Paese», che dopo la Scala aveva motivato le voci di dimissioni, attaccando De Stefani, ma l’«Idea nazionale»<hi rend="italic"> </hi>titola: <hi rend="italic">La moralità e la funzione del risparmio nazionale restaurate dal governo fascista. Alle basi: famiglia e proprietà</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-089-backlink"><ref target="08.html#footnote-089">87</ref></hi></hi>. Suscita addirittura l’ironia socialista<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-088-backlink"><ref target="08.html#footnote-088">88</ref></hi></hi>, ma per la verità non si distingue molto da quello di testate più moderate, l’entusiasmo dell’«Impero», che, avendo quasi anticipato la linea il 7 luglio, chiedendo di rispettare «le fonti della ricchezza, i diritti di proprietà e quelli del capitale», titolava con un esplicito «Dio-Patria-Re-Famiglia. L’abolizione della tassa di successione rinsalda e santifica la famiglia»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-087-backlink"><ref target="08.html#footnote-087">89</ref></hi></hi>. Il rilievo politico della misura era esaltato dal «Carlino», che avrebbe seguito con attenzione anche i <hi rend="italic">rumours</hi> e la circolare sulla data di applicazione, ma anche dal «Messaggero», tradizionalmente vicino al radicalismo romano, che oltre alla prima del 10 luglio, il 13 dedicava un fondo al «provvedimento radicale» che, dopo la «demagogia finanziaria», più che «guarito una malattia», rilanciava con «un potentissimo stimolo di arricchimento individuale e collettivo»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-086-backlink"><ref target="08.html#footnote-086">90</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Come scriveva Borgatta, «giornali che pochi anni o pochi mesi prima sostenevano la necessità di gravi imposte sugli extraprofitti, la leva sul capitale e simili, passano a combattere l’eccesso di fiscalismo, l’impossibile pressione fiscale, che in parte non indifferente è dovuta alla politica da essi sostenuta»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-085-backlink"><ref target="08.html#footnote-085">91</ref></hi></hi>. La<hi rend="italic"> </hi>«Tribuna», storica voce dei giolittiani, dal ’22 «sembra porsi a mezza via tra il filofascismo giolittiano e quello salandrino», trovando «perfetta corrispondenza» nella politica fiscale di De Stefani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-084-backlink"><ref target="08.html#footnote-084">92</ref></hi></hi>. In effetti, l’11 pubblicherà lo stesso, identico editoriale del «Popolo d’Italia», firmato da Rastignac (Vincenzo Morello)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-083-backlink"><ref target="08.html#footnote-083">93</ref></hi></hi>, che con artificio retorico tipico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-082-backlink"><ref target="08.html#footnote-082">94</ref></hi></hi>, comparava «l’attività di quelli che lavorano dentro e di quelli che lavorano fuori del Parlamento», confrontando l’azione del governo per la famiglia alla «grande battaglia bizantina» cui si apprestavano le opposizioni alla Camera. Ancor più celebrativo era chi poteva rivendicarsi di aver aperto, con gli articoli di Guasti «oltre un anno e mezzo fa […] la campagna per la riforma»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-081-backlink"><ref target="08.html#footnote-081">95</ref></hi></hi>, fatta poi propria «dalla Camera di Commercio, dal Circolo degli interessi industriali, commerciali e agricoli, dalla Associazione Commercianti ed esercenti, dall’Associazione Bancaria». Se il 14 luglio il «Sole» celebrava <hi rend="italic">La difesa del risparmio </hi>(«<hi rend="CharOverride-3">virtù per </hi><hi rend="CharOverride-3">sé stessa e presidiatrice di altre virtù», prima «così vilipesa»), il 25 agosto riferiva del pittoresco omaggio a De Stefani deliberato dall’UNI. Vista infatti la soluzione della vicenda, si era deciso di destinare metà del premio per la migliore riforma dell’imposta alla «</hi>coniazione di una medaglia d’oro da offrirsi al Ministro in segno di ammirazione per sua la coraggiosa riforma». Allo scherno del ministro, che insisteva perché la somma fosse offerta «al pubblico Erario», l’UNI obiettava di non averne «libera disponibilità»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-080-backlink"><ref target="08.html#footnote-080">96</ref></hi></hi>. Celebrazioni più o meno pindariche ospitano sulle proprie riviste sia ABI che Confindustria<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-079-backlink"><ref target="08.html#footnote-079">97</ref></hi></hi>, i cui esponenti, non direttamente coinvolti nella vicenda, non mancheranno di esprimere il loro sostegno pubblicamente<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-078-backlink"><ref target="08.html#footnote-078">98</ref></hi></hi>, ma il «Secolo» offre il caso più interessante<hi rend="italic">. </hi>L’antico foglio milanese, tanto nei giorni della Marcia, che commentando le sedute di novembre, aveva invocato maggiore tassazione per gli agrari: non sorprende dunque trovarlo decisamente contrario a un provvedimento «preceduto da nessuna discussione»; che «va al di là, molto al di là, delle massime richieste»; che aldilà dei «molto ovvii» motivi politici, faceva un danno all’erario di almeno 220 milioni, senza «in nessuna maniera sapere come e da che verranno sostituiti». Sotto attacco finiva l’idea «borbonica» di favorire la ricchezza immobiliare, che «riprenderebbe con una mano» ciò che l’imposta sui redditi agrari gli aveva tolto, andando a beneficiare le forme più retrive della «ricchezza sociale»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-077-backlink"><ref target="08.html#footnote-077">99</ref></hi></hi>. Com’è noto, però, in agosto il giornale cambia proprietà, ‘fascistizzandosi’. Tra i nuovi azionisti figura anche Goldmann, e la nuova direzione impiega poco a capire la linea da seguire sull’abolizione. Il 26 agosto, l’editoriale di G.M. Civetta (che ritroviamo citato come presidente della commissione dell’UNI per premiare la migliore proposta di riforma) porta il «Secolo» nel campo vittorioso. La riforma chiudeva la campagna avviata da Guasti, ma «sostenuta vigorosamente dal Circolo per gli Interessi Industriali, Commerciali e Agricoli presieduto da Cesare Goldmann, dall’Unione Notarile Italiana, dall’Associazione Bancaria diretta dal Bianchini e da una valorosa schiera di Enti e di persone, in queste compreso anche l’Einaudi»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-076-backlink"><ref target="08.html#footnote-076">100</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In effetti, nonostante Einaudi avrebbe più tardi elencato «l’abolizione dell’imposta successoria» tra i (pochi) punti di dissenso con De Stefani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-075-backlink"><ref target="08.html#footnote-075">101</ref></hi></hi>, tale dissenso non sembrerebbe trasparire nei suoi molti interventi, accademici e non, in Italia e all’estero. Sul «Corriere», con parole che saranno quasi integralmente riprese nel volume sulla guerra e il sistema tributario, Einaudi esprime la «sorpresa del pubblico», ma sottolinea anche come «tutti erano d’accordo nel pensare che […] così congegnata, era una cosa mostruosa, distruttrice del risparmio, un vero flagello di Dio, scatenato dalla demagogia imperversante per distruggere la privata proprietà senza neppure sostituirvi la proprietà collettiva. Nessuno però si sarebbe immaginato che il ministro delle Finanze avrebbe avuto il coraggio di abolirla». Le uniche due note sono sulle ingiustizie che le norme transitorie avrebbero potuto creare, e sulla più generale necessità di riordinare il sistema tributario<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-074-backlink"><ref target="08.html#footnote-074">102</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Più in generale, è interessante rilevare la mobilitazione relativamente compatta di un gruppo sociale come quello degli economisti: se, da un lato, potrebbe far parlare di un appoggio se non direttamente al fascismo, ad una politica finanziaria apertamente regressiva<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-073-backlink"><ref target="08.html#footnote-073">103</ref></hi></hi>, dall’altro è indicativo della sostanziale pervasività di un’interpretazione regressiva e apparentemente ‘estrema’ di De Stefani (e Pantaleoni). Per la completa abolizione di una tassa che vedeva aumentare la sua progressività in tutte le economie avanzate, operata di colpo e senza annunciarne le coperture, le opposizioni degli economisti accademici si contano sulle dita di una mano. Oltre, ovviamente, al socialista Griziotti (un cui promettente allievo avrebbe dedicato al tema una tesi di laurea)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-072-backlink"><ref target="08.html#footnote-072">104</ref></hi></hi>, che difendeva la razionalità, anche ai fini dell’accumulazione, della progressività e di una riforma tributaria «su basi scientifiche»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-071-backlink"><ref target="08.html#footnote-071">105</ref></hi></hi>, saldamente all’opposizione della politica regressiva di De Stefani troviamo quasi solo Attilio Cabiati: dopo qualche settimana di attesa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-070-backlink"><ref target="08.html#footnote-070">106</ref></hi></hi>, già il 28 novembre attaccava duramente il ministro, e l’idea espressa alla Camera per cui dalla detassazione dei più ricchi si avrebbero avuti benefici per la collettività parafrasando <hi rend="italic">L’isola dei pinguini</hi> di Anatole France<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-069-backlink"><ref target="08.html#footnote-069">107</ref></hi></hi>. Il quotidiano torinese rimaneva, buon ultimo, ‘più giolittiano di Giolitti’: a un anno dalla marcia, un editoriale non firmato identificava «soprattutto nell’abolizione totale dell’imposta successoria» i «criteri tributari nettamente conservatori» del governo. Dopo duri interventi contro la surrogatoria<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-068-backlink"><ref target="08.html#footnote-068">108</ref></hi></hi>, nell’estate Cabiati si concentra sui temi dell’economia internazionale, ma ancora nel 1924 avrebbe ricordato l’«assurdo sgravio delle successioni», denunciando la «politica finanziaria di casta» del fascismo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-067-backlink"><ref target="08.html#footnote-067">109</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Cinque anni dopo, sarebbe suonata come critica, al punto da spingere Gangemi a pubblicare lo scritto di Pantaleoni<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-066-backlink"><ref target="08.html#footnote-066">110</ref></hi></hi>, un piccolo appunto di Antonio De Viti De Marco. All’interno di un paragrafo di marcata impronta pantaleoniana, l’economista leccese affermava che, «appunto perché atto di reazione» alla sciagurata politica di Nitti e Giolitti, l’abolizione «ha oltrepassato il segno», rinunciando a «utilizzare il momento della successione, per gravare l’erede di quel moderato maggior tributo, di cui egli è capace»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-065-backlink"><ref target="08.html#footnote-065">111</ref></hi></hi> (argomento ‘pragmatico’ caro alla letteratura italiana sull’argomento<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-064-backlink"><ref target="08.html#footnote-064">112</ref></hi></hi>). Jannaccone, che pure aveva lavorato a una proposta di moderazione, intervistato dal «Popolo d’Italia» esaltava l’evento raro dell’abolizione di un’imposta; affermava senza dubbi che il «qualche centinaio di milioni» cui si rinunciava sarebbero stati compensati «largamente in seguito»; celebrava l’atto di «coraggio finanziario», che avrebbe stimolato «il lavoro, il risparmio e la giustizia sociale», e con cui «l’Italia si pone ancora una volta all’avanguardia delle Nazioni civili»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-063-backlink"><ref target="08.html#footnote-063">113</ref></hi></hi>. Sullo stesso quotidiano avrebbe scritto Agostino Lanzillo, che del resto ne era un corrispondente abituale, esponente della ‘sinistra’ sindacalista. Incurante di aver criticato una esenzione meno radicale, approvava, sia sul «Carlino» che sul «Sole», anche Flora<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-062-backlink"><ref target="08.html#footnote-062">114</ref></hi></hi>, mentre Alfonso De Pietri-Tonelli e Giuseppe Prato si avventuravano a collegarla all’opera scientifica del collega<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-061-backlink"><ref target="08.html#footnote-061">115</ref></hi></hi>. Positivo era anche il giudizio di Borgatta<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-060-backlink"><ref target="08.html#footnote-060">116</ref></hi></hi>. Francesco Spinedi, colpevole, in calce a una discussione entusiastica, di chiedersi se «nell’immediata necessità estrema del bilancio statale» non fosse preferibile incassare i 200 e più milioni promessi dall’imposta, o fossero forse preferibili sgravi su altre imposte<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-059-backlink"><ref target="08.html#footnote-059">117</ref></hi></hi>, viene ‘postillato’ dal direttore, Enrico Barone, che non a caso aveva sostenuto l’importanza della successione nello stimolare l’accumulazione di capitale, e più in generale l’importanza di preferire una ripartizione del carico fiscale che «meno ostacoli lo sviluppo del reddito medio»<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-058-backlink"><ref target="08.html#footnote-058">118</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’opposizione arrivò, ovviamente, dai socialisti: l’«Avanti!»<hi rend="italic"> </hi>titolava <hi rend="italic">Provvedimenti a favore dei ricchi</hi> (10 luglio) e <hi rend="italic">Tasse ai poveri soldi ai pescecani</hi> (12 luglio); ironizzava sulla «sapienza di De Stefani» (19 agosto) e dei suoi cantori (oltre all’«Impero», l’«aulico economista ultra conservatore del <hi rend="italic">Giornale d’Italia</hi>»); riportava le parole di Turati contro la retorica ‘quiritaria’ («il focolare avito al quale il fascismo si riporta è quello dei ricchi», 13 luglio), rese plasticamente dal vignettista Scalarini, che sotto una figura emaciata in un tugurio diroccato, scrive «l’abolizione della tassa di successione serve alla difesa del patrimonio familiare» (24 agosto). L’«Avanti!» sottolineava anche i telegrammi di saluto dell’ABI, dubitando che «questi signori che sono sempre vissuti di succhionismo pubblico e privato, possano spogliarsi ad un tratto del loro spirito materialistico e diventare di un tratto idealisti», puntando il dito piuttosto sui «grossi investimenti nell’edilizia a scopi speculativi» effettuati dalle banche nel periodo precedente<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-057-backlink"><ref target="08.html#footnote-057">119</ref></hi></hi>; illazione che Bianchini riterrà opportuno smentire con una lettera al «Popolo d’Italia»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-056-backlink"><ref target="08.html#footnote-056">120</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Un durissimo attacco arriverà ancora a settembre da Arturo Labriola, che sulla rivista del partito definiva l’Italia come paese «delle oligarchie organizzate», con lo scopo primario di «procurarsi l’esenzione tributaria». Una finanza così regressiva era senza «nessun riguardo per gli interessi permanenti del paese», contraddicendo persino un «nazionalismo estraneo agli interessi di classe», dato che «il vero serbatoio dei risparmii di un paese non sono le vistose quote dei pochi privilegiati ma gli scarni contributi dei numerosissimi sacrificati, cioè i risparmi dei piccolo borghese, del contadino e del lavoratore ben pagato». Più ancora dell’abolizione della nominatività dei titoli e dell’imposta sui consumi di lusso, l’imposta di successione rende chiare «le tendenze che nel governo fascista rappresenta l’on. De Stefani», e cioè «l’ala ultra-reazionaria»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-055-backlink"><ref target="08.html#footnote-055">121</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Durissima era anche la linea del «Mondo», che notava come l’abolizione avrebbe «fortemente decurtate o ridotte a zero» le poche ‘economie’ realmente realizzate da De Stefani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-054-backlink"><ref target="08.html#footnote-054">122</ref></hi></hi>; cadeva così «il capo-saldo della finanza fascista, che, se ben ricordiamo, aveva pur proclamato che non avrebbe ammesso mai nuove spese se non provvedendo nel tempo stesso con corrispondenti economie d’altro genere o con nuove entrate», visto che molti dei decreti approvati in quei giorni risultassero in aggravi di spesa. Come il «Secolo»<hi rend="italic"> </hi>pre-fascistizzato, il «Mondo»<hi rend="italic"> </hi>attribuiva la ragione della «non opportuna» abolizione di «un tributo che pur esiste in tutto il mondo» al «desiderio di togliere il malcontento, sempre più vasto, nei ceti rurali per la tumultuaria applicazione della ricchezza mobile in agricoltura». Alla vigilia della pubblicazione del decreto, il quotidiano amendoliano tuonava contro il «demagogismo finanziario» di De Stefani e le «iperboliche esaltazioni» dei suoi «zelatori», contestando l’idea che bastasse così poco a fare dell’Italia un’oasi per i capitali esteri, rinfacciando alla stampa fascista di aver celebrato come «le sette spade inflitte nel cuore del capitalismo» i provvedimenti con cui, «per considerazioni prevalenti di ordine politico […] l’on. Giolitti ruppe l’equilibrio finanziario», introducendo la nominatività e le aliquote ‘confiscatorie’. Oltre a riportare le critiche degli onorevoli Filippo Meda e Ugo Ancona, il quotidiano notava come «già prima, coi Gabinetti Bonomi e Facta, si era provveduto ad attenuare o correggere; ma comunque, se vi fu una breve fase, chiamata dai fascisti “demagogica” contro il capitale, il pericolo è che si cada oggi in una opposta “demagogia”»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-053-backlink"><ref target="08.html#footnote-053">123</ref></hi></hi>. Dopo la pubblicazione del decreto, il «Mondo» ironizzava sul suo spirito «quiritario», quanto sulla larga definizione di famiglia adottata, tale da includere anche «gli zii d’America»; ne attaccava poi le motivazioni, rilevando come già le precedenti misure adottate per attirare i capitali stranieri si fossero rivelate illusorie, mentre la sperequazione Nord-Sud sarebbe rimasta intatta detassando entrambi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-052-backlink"><ref target="08.html#footnote-052">124</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Più in difficoltà era l’altro partito, quello popolare, storicamente alfiere della riforma tributaria. Meda, ministro delle finanze nel 1920 e autore della principale proposta di riforma progressiva del fisco, non poteva esimersi da una timida critica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-051-backlink"><ref target="08.html#footnote-051">125</ref></hi></hi>. A rispondergli con una dura lettera, ripresa tanto dal «Popolo d’Italia» quanto dal «Secolo», è però il senatore Filippo Crispolti. Secondo Crispolti, se il ministro avesse indetto un referendum su quale tassa abolire, il risultato «avrebbe indicato precisamente la tassa di successione, in ispecie fra congiunti»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-050-backlink"><ref target="08.html#footnote-050">126</ref></hi></hi>. Come si è detto, all’abolizione seguiranno di poco le dimissioni del segretario, mentre Crispolti e la destra avrebbero lasciato il partito, a sostegno di Mussolini. Forse per questo, il «Popolo», che nei suoi primi mesi di vita aveva incalzato il governo sulla politica finanziaria, con gli interventi e le relazioni dell’on. Gilardoni, commentava in modo cauto il provvedimento, evidenziandone la positiva difesa dei valori familiari, ma esprimendo preoccupazioni per l’eliminazione di una imposta progressiva, riservandosi di «valutare con maggior ampiezza la portata sociale e finanziaria della riforma» alla pubblicazione dei decreti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-049-backlink"><ref target="08.html#footnote-049">127</ref></hi></hi>. È del resto Einaudi a riferire come l’opposizione popolare alla nominatività dei titoli derivasse dal timore che le elevate aliquote sulle successioni avrebbero colpito i titoli in cui il Vaticano investiva «parte non irrilevante» dei capitali che attirava dall’estero, che avrebbero dovuto essere intestati a religiosi spesso di «grave età»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-048-backlink"><ref target="08.html#footnote-048">128</ref></hi></hi>, mentre Rossi spiega come, dopo il primo incontro tra Mussolini e il cardinal Gasparri a gennaio, quello fosse un periodo di intenso avvicinamento tra fascismo e Santa Sede, con al centro anche la questione del Banco di Roma<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-047-backlink"><ref target="08.html#footnote-047">129</ref></hi></hi>. Di certo, tra la manciata di lettere di plauso all’abolizione conservate nei fondi della Presidenza del Consiglio dei ministri, si trova quella di Ugo Boncompagni Ludovisi, da poco nominato vice camerlengo, che il 9 stesso, di suo pugno, scriveva a Mussolini «nascoste, ma sentite parole» di «ossequio» e «ammirazione»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-046-backlink"><ref target="08.html#footnote-046">130</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Più complicato stabilire quanto le ragioni di ‘giustizia nazionale’, annunciate il 9 luglio, trovassero effettivamente eco tra i presunti diretti interessati di un processo iniziato a Milano, ed esteso solo occasionalmente a Roma e Torino (dove viveva da tempo l’unico meridionale coinvolto, Jannaccone). Se accanto a quella del Boncompagni, troviamo la lettera della Società degli agricoltori siciliani di Palermo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="08.html#footnote-045">131</ref></hi></hi>, a dare voce all’entusiasmo del Sud sono, oltre ai detrattori del Nord, soprattutto fogli conservatori della capitale. Per l’«Idea nazionale» «dal 1860 per la prima volta, agli italiani del Sud è stato ieri sera annunciato che il governo centrale ha abolito una tassa», trovando i meridionali, e specialmente «Napoli capitale morale della “piccola proprietà”, incredula prima che entusiastica»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="08.html#footnote-044">132</ref></hi></hi>. Sul «Giornale d’Italia», Ancona, riconoscendo che l’imposta di successione era «giusta, applicata da tutte le nazioni civili», e «dal punto di vista finanziario non c’è giustificazione» per l’abolizione, questa era una scelta «esclusivamente politica», dato che il governo non può abolire quella, «ingiusta», sul patrimonio; misura che però «gioverà specialmente al Mezzogiorno»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="08.html#footnote-043">133</ref></hi></hi>. È ancora il «Corriere italiano» a sottolineare la reazione entusiastica del «Mattino» dopo la pubblicazione del decreto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="08.html#footnote-042">134</ref></hi></hi>. Il quotidiano napoletano, a dire il vero, non aveva dedicato grande attenzione all’avvenimento: dopo aver denunciato, a inizio luglio, il trattamento fiscale e doganale sfavorevole al contadino meridionale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="08.html#footnote-041">135</ref></hi></hi>, dedica all’annuncio dell’abolizione un taglio basso, senza commenti ad accompagnare il comunicato. In quel periodo, il «Mattino» guardava piuttosto ai provvedimenti in favore di Napoli; alla nomina di Orso Mario Corbino: alla ‘settimana abruzzese’ di Mussolini. Dedica la prima all’uscita del decreto, ma si limita a pubblicarne il testo, mentre all’interno, la consueta denuncia della crisi della proprietà fondiaria meridionale non vi farà alcuna menzione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="08.html#footnote-040">136</ref></hi></hi>. Modesta anche la copertura del<hi rend="italic"> </hi>«Roma», che nei mesi precedenti aveva dato voce alle lamentele del mondo agricolo, denunciando la sperequazione fiscale ai danni del Mezzogiorno, invocando che si colpissero «i titoli di rendita pubblica con coraggiosa iniziativa»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="08.html#footnote-039">137</ref></hi></hi>. Il giudizio sul trattamento fiscale dell’agricoltura è del resto condivisibile<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="08.html#footnote-038">138</ref></hi></hi>, e se Borgatta suggeriva la compensazione tra tasse introdotte ed abolite, Rocca notava che per togliere una tassa sui lasciti dei grandi latifondisti, se ne imponeva una annuale sul reddito di coloni e mezzadri, che avrebbe inciso sui prezzi al consumo e, in alcuni casi, addirittura «spinto alla vendita del bestiame», o compromesso «l’istituto della mezzadria»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="08.html#footnote-037">139</ref></hi></hi>. Accenni più entusiastici verranno solo dal «Mezzogiorno», anche prima dell’ingresso di Pantaleoni nel consiglio di amministrazione. Anche qui, però, se la rassegna settimanale delle borse titola «il popolo che lavora, industrie e banche italiane, finanzieri stranieri, aderiscono alla politica economica del governo. I filosofi deputati protestano!»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="08.html#footnote-036">140</ref></hi></hi>, il testo esalta sì il risparmio, citando «i giovani audaci dell’<hi rend="italic">Impero</hi>», ma non riporta la presunta agevolazione del Mezzogiorno (che, come sul «Mattino», viene riconosciuta piuttosto nei provvedimenti per Napoli).</p><p rend="text">Del fatto che l’abolizione arrivasse dopo che il governo aveva «inasprito quasi tutti i tributi» si lamentava la «Finanza italiana»<hi rend="italic">. </hi>Curiosamente, il settimanale romano citava, tra le voci levatesi contro l’imposta, quella dell’«on. sen. Luca Beltrami», amico personale di Pio XI che lo nominò architetto vaticano. Dopo aver notato come «le imposte di successione sono state un poco le teste di turco di tutte le riforme democratiche», legate alla «vana illusione» che «inasprendone le aliquote si potesse arrivare ad un certo livellamento di fortune», la rivista notava come il probabile aumento nel valore degli immobili sarebbe avvenuta in tempi imprevedibili, date le «cause straordinarie» che influenzavano il mercato, e che la riforma non meritasse le fanfare del «comunicato ufficioso»: i benefici ci sarebbero stati, «ma non nella misura che si crede. Si tratta in fondo di una riforma lodevole, però modesta nel contenuto e nei risultati. Nulla all’infuori di questo»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="08.html#footnote-035">141</ref></hi></hi>. Ancora, dopo il decreto, la rivista avrebbe polemizzato con l’idea che ciò bastasse ad attrarre capitali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="08.html#footnote-034">142</ref></hi></hi>. Negli stessi giorni, <hi rend="italic">Echi e commenti</hi> ‘smentiva’ il «Times», secondo cui proprio l’afflusso di quelli stranieri, più che la famiglia o il Meridione, fosse la vera motivazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="08.html#footnote-033">143</ref></hi></hi>. Se non arrivarono i capitali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="08.html#footnote-032">144</ref></hi></hi>, lo stesso non si può dire dell’attenzione dall’estero, come si accorse la stampa per prima<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="08.html#footnote-031">145</ref></hi></hi>, e come del resto la pubblicazione del decreto in quattro lingue voleva incoraggiare<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="08.html#footnote-030">146</ref></hi></hi>. Preziosa guida, oltre al solito Gangemi, è la rassegna del Ministero degli esteri, che riporta l’ottima ricezione da parte della stampa transalpina («Echo National», 14 luglio; «Action française», 16 luglio), ma anche del lusitano «A Epoca» (30 luglio)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="08.html#footnote-029">147</ref></hi></hi>. Detto dell’Einaudi sull’«Economist», anche il «Financial Times», in un trafiletto che riportava la «surprise», non deviava dal rigorismo fiscale britannico, commentando la potenziale introduzione di surrogatorie<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="08.html#footnote-028">148</ref></hi></hi>. Saranno piuttosto i media francesi a dedicare le attenzioni più liriche al decreto. Particolarmente caro a De Stefani e i suoi ammiratori è l’intervento dello scrittore e accademico di Francia Bourget sull’«Illustration français», da cui è tratto il titolo del paragrafo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="08.html#footnote-027">149</ref></hi></hi>; ma ancora nel 1924, il capo-redattore de «Le monde économique» esalterà la misura all’interno di un ragionamento complessivo sulla finanza italiana<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="08.html#footnote-026">150</ref></hi></hi>. Se Gangemi riportava, entusiastico, il referendum<hi rend="italic"> </hi>con cui, il 2 settembre 1923, il cantone di Neuchâtel aveva nettamente respinto una proposta di riforma dell’imposta<hi rend="notes_number CharOverride-2" ><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="08.html#footnote-025">151</ref></hi></hi>, viene da chiedersi se l’impressione suscitata dalla riforma italiana non possa aver contribuito al forte abbassamento delle aliquote francesi del 1926, un po’ come era stato per Weimar, citata a più riprese dal notaio Guasti.</p><p rend="text">Di certo, luglio segna una nuova fase nel livello di esposizione di De Stefani sui media nazionali e internazionali. Come testimonia un biglietto di Salandra, le qualità oratorie di De Stefani si erano già mostrate nella prima uscita alla Camera<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="08.html#footnote-024">152</ref></hi></hi>; ma ancora a margine del discorso alla Scala la rubrica di spigolature del «Popolo d’Italia» ammetteva di non immaginare le qualità oratorie del ministro, di cui raccontava gli intensi sguardi con Mussolini («Va bene? Sembrava volesse chiedere – guardandolo in viso – il ministro che parlava, al capo che ascoltava»)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="08.html#footnote-023">153</ref></hi></hi>. Se dopo quel discorso, come accennato, De Stefani sarebbe stato oggetto di attacchi da parte della stampa fascista, tanto da motivare l’energico intervento di Pantaleoni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="08.html#footnote-022">154</ref></hi></hi>, la vigilia era stata accompagnata da notizie sui dissensi tra il ministro e il Capo del governo, che aveva dovuto smentire la sua intenzione di non recarsi a Milano per sentire il discorso<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="08.html#footnote-021">155</ref></hi></hi>. Pochi giorni prima, si dava alle stampe una biografia agiografica del ministro<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="08.html#footnote-020">156</ref></hi></hi>, mentre a fine maggio la prima del «Mattino» registrava gli «elogi a De Stefani» da parte del «Times»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="08.html#footnote-019">157</ref></hi></hi>. È però il 3 luglio che il quotidiano britannico, in un curioso articolo sui «luogotenenti di Mussolini», dà ampio spazio al «più interessante di tutti», quel carismatico economista, descritto come l’«equivalente italiano di un Don di Oxford»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="08.html#footnote-018">158</ref></hi></hi>. Sempre in luglio, un profilo di De Stefani figura su una diffusa rivista degli emigranti negli Stati Uniti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="08.html#footnote-017">159</ref></hi></hi>, ma soprattutto, aumentano le attenzioni della stampa nazionale. Molto informale («non veramente un’intervista») è la conversazione con Olindo Malagodi, direttore della «Tribuna»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="08.html#footnote-016">160</ref></hi></hi>, che il giorno seguente dedica un trafiletto al «De Stefani <hi rend="italic">intimo</hi>», portato alla luce tanto dalla prefazione di Mussolini alla biografia, quanto dall’opera «del dott. Lello Gangemi, capo dell’ufficio stampa al Ministero delle finanze»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="08.html#footnote-015">161</ref></hi></hi>, cui per la verità il «Carroccio» attribuisce la paternità del volume<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="08.html#footnote-014">162</ref></hi></hi>. Dopo Ferragosto, anticipando i contenuti del decreto, il «Carlino» raccontava «la febbrile attività» che «prepara ed attua una serie di geniali riforme finanziarie»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="08.html#footnote-013">163</ref></hi></hi> di quel ministro che, pochi mesi prima, aveva esordito rifiutando «il rischio di avventure», e chiarendo «che nei miei barattoli di ministro non nascondo sorprese finanziarie»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="08.html#footnote-012">164</ref></hi></hi>. Il «Popolo d’Italia», che per tutta l’estate aveva dato grande spazio all’abolizione dell’imposta, gli dedica un ritratto che incede sulle sue qualità artistiche<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="08.html#footnote-011">165</ref></hi></hi>, e aggiorna quasi quotidianamente i suoi lettori sulle attività del ministro, dalla sua visita alla Zecca con Mussolini (19 luglio) alle onorificenze dell’Università di Ferrara (26 e 27 luglio). Un’attenzione che culminerà nella settimana che porta alle elezioni del 6 aprile: i resoconti del nuovo, «poderoso» discorso alla Scala occupano l’intera prima dell’1; il giorno dopo, alle ‘conversazioni’ con De Stefani e Corbino in prima, segue l’esaltazione della «piccola borghesia» in pagina interna; infine, ancora il 5, con la trascrizione del «grande discorso» elettorale a Verona e Vicenza. Se i socialisti, dall’inverno, avevano indicato nella finanza regressiva di De Stefani uno dei terreni di propaganda<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="08.html#footnote-010">166</ref></hi></hi>, i fascisti raccoglievano la sfida, rivendicando l’abolizione dell’imposta di successione come sostegno della piccola borghesia proprietaria<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="08.html#footnote-009">167</ref></hi></hi>. Del resto, l’immagine di un fascismo «difensore del capitale» veniva veicolata anche all’estero: la stessa settimana in cui appariva l’articolo dell’«Avanti!», usciva su «Forbes» la prima, esclusiva intervista del ministro a un media straniero, con tanto di doppia foto. Se il titolo rimandava alla questione dei debiti alleati, le «fascist views on taxation» (l’importanza di evitare tasse confiscatorie su capitale ed eredità, di non perseguire il capitale, e in generale, di abbassare le tasse) facevano la parte del leone<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="08.html#footnote-008">168</ref></hi></hi>. </p><p rend="h2">5. «Mobilitare a sostegno della proprietà»: la finanza produttivista e il fascismo</p><p rend="text">La «geniale» riforma avrà vita breve. I <ref target="http://RR.DD.LL">RR.DD.LL</ref>. 431/1930 e 1749/1935, limitando l’esenzione alle famiglie numerose, piegavano la finanza produttivista alle ambizioni demografiche del regime, stravolgendone le premesse fondamentali, individuate nella «sproporzione tra la popolazione e i mezzi materiali di produzione»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="08.html#footnote-007">169</ref></hi></hi>. Caduto il fascismo, il timone della finanza italiana sarebbe passato ad allievi di Griziotti come Ezio Vanoni, e sarebbe rimasta solo la rivista di Gangemi a ‘celebrare’ il trentennale dell’abolizione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="08.html#footnote-006">170</ref></hi></hi>. Come si è cercato di dimostrare, tuttavia, la vicenda presenta diversi motivi di interesse. Prima che dalle teorie conservatrici di Pantaleoni, l’abolizione nasceva dalle pressioni di diversi gruppi d’interesse, che suggeriscono di sfumare la dicotomia, frequente nella storiografia, tra un De Stefani accademico e irraggiungibile, e il plutocratico Volpi. La vicenda ci propone un De Stefani molto vicino alla finanza milanese (a sua volta, assai attiva sul fronte fiscale), oltre agli ambienti vaticani, interessati in questo periodo anche alla lotta alla massoneria e al salvataggio del Banco di Roma. In questa vicenda, il ‘normalizzatore’ interpreta la tendenza «più reazionaria», scrive il liberista Rocca, stupito che lo «esaltino come loro esponente» gli «estremisti del fascismo, tipo onorevole Farinacci»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="08.html#footnote-005">171</ref></hi></hi>. Del resto, la successiva conversione corporativa è forse meno improvvisa dell’autoelezione ad allievo di Pareto da parte di un economista di formazione ben più eclettica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="08.html#footnote-004">172</ref></hi></hi>. Di certo, merita maggiore attenzione il ruolo pubblico di De Stefani: la sua esperienza di ministro avviene in un momento cruciale del consolidamento del fascismo. L’attivismo del suo capo ufficio stampa suggerisce maggiore cautela nel considerare semplice riflesso del carattere vulcanico del ministro il dinamismo con cui interpreta il suo ruolo. Da questo punto di vista, la finanza produttivista, e in special modo l’abolizione, vanno valutate nelle loro ricadute politiche, più che teoriche o finanziarie. Più ancora che di <hi rend="italic">trickle-down economics</hi>, l’abolizione dell’imposta di successione rappresenta un caso ante litteram di quella <hi rend="italic">middle-class politics</hi> innescata negli ultimi decenni dalle politiche di tagli fiscali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="08.html#footnote-003">173</ref></hi></hi>. Se si è correttamente individuato nella finanza produttivista la realizzazione di quel ritorno all’ordine prebellico preteso da industriali e commercianti, quanto il ruolo di De Stefani nel rendere il PNF ‘presentabile’ alla classe dirigente liberale, se ne è forse sottovalutata la capacità attrattiva nei confronti della più larga ed eterogenea schiera dei ‘ceti medi’. Da questo punto di vista, l’improvvisa abolizione (dimostrazione della capacità del fascismo di tagliare i nodi gordiani) trasformava la ‘difesa del capitale’ in una esaltazione dei valori piccolo-borghesi, economici e morali, di famiglia e proprietà. Proprio nel «mobilitare le forze dei proprietari a sostegno della funzione economica della proprietà» stava, secondo il «Mondo», uno dei fattori del successo fascista<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="08.html#footnote-002">174</ref></hi></hi>; e la difesa del risparmio rimarrà una retorica costante attraverso le svolte della politica economica fascista, a partire da Quota 90. Alla lunga, la finanza produttivista si sarebbe rivolta contro il suo ideatore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="08.html#footnote-001">175</ref></hi></hi>: ma ciò non toglie che essa possa aver avuto un ruolo importante nel rendere irreversibile la crisi dell’Italia liberale, avvicinando al fascismo quei ceti piccolo-borghesi, che anche per via della finanza ‘demagogica’ del 1919-1920, erano andati «sempre più distaccandosi da quella democrazia crepuscolare»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="08.html#footnote-000">176</ref></hi></hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="08.html#footnote-175-backlink">1</ref></hi>	Questo lavoro è il primo risultato della borsa concessami dall’Istituto italiano di studi storici, e ha beneficiato dei confronti, tra gli altri, con Brian A’Hearn, Marianna Astore, Alberto Baffigi, Stefano Manestra, Clara Mattei, Marco Molteni, Alessandro Nuvolari, Giovanni Orsina, Guido Pescosolido, Salvatore Romeo, Bruno Settis, Gianni Toniolo, Stefano Ungaro, oltre che dell’assistenza di Annamaria Trama (Istituto italiano di studi storici), Angelo Battilocchi e Renata Martano (Banca d’Italia), Milena Maione e Guido Mones (Fondazione Einaudi), e del personale archivistico e bibliotecario che ha reso possibile la consultazione, in presenza o a distanza, dei materiali.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-174-backlink">2</ref></hi>	«Mattino», 10-11 luglio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-173-backlink">3</ref></hi>	L. Gangemi, <hi rend="italic">La politica economica e finanziaria del governo fascista nel periodo dei pieni poteri</hi>, Zanichelli, Bologna 1924, p. 3.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-172-backlink">4</ref></hi>	Relazione al Regio decreto 20 agosto 1923, n. 1802. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-171-backlink">5</ref></hi>	A. De Stefani, <hi rend="italic">Idee tributarie di trent’anni fa</hi>, «Studi economici», 1953, pp. 202-212.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-170-backlink">6</ref></hi>	<hi >G. Matteotti, </hi><hi rend="italic" >Italian Finances and Fascism</hi><hi >, </hi>«<hi >The Statist</hi>»<hi >, 7 June, 1924, p. 1039.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-169-backlink">7</ref></hi>	E. Rossi, <hi rend="italic">Padroni del vapore e fascismo</hi>, Laterza, Roma-Bari 1966, p. 82; D. Fausto, <hi rend="italic">La politica fiscale dalla Prima guerra mondiale al regime fascista</hi>, in <hi rend="italic">Ricerche per la storia della Banca d’Italia</hi>, vol. II, 1993, pp. 119-120; D. Forsyth, <hi rend="italic">La crisi dell’Italia liberale</hi>, Corbaccio, Milano 1998, p. 318; S. La Francesca, <hi rend="italic">La politica economica del fascismo</hi>, Laterza, Roma-Bari 1972, p. 8; G. Marongiu, <hi rend="italic">La p</hi><hi rend="italic">olitica fiscale del fascismo</hi>, Marco, Cosenza 2005, pp. 111-112.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-168-backlink">8</ref></hi>	<hi >T. Piketty, </hi><hi rend="italic" >Capital and Ideology</hi><hi >, Harvard, Cambridge 2020</hi><hi >, p. 468.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-167-backlink">9</ref></hi>	Una rassegna della letteratura storico-economica, utile ad inquadrare il contesto, è in G. Gabbuti, <hi rend="italic">«When We Were Worse off»</hi>, «Rivista di storia economica», 36 (3), 2020, pp. 253-298; tra le molte pubblicazioni di storia del pensiero, si segnalano C. Mattei, <hi rend="italic">Austerity and Repressive Politics: Italian Economists in the Early Years of the Fascist Government 1922-1925</hi>, «European Journal of the History of Economic Thought», 24 (5), 2017; L. Michelini<hi rend="italic">, Il nazionalismo economico italiano</hi>, Carocci, Roma 2019; P. Bini, <hi rend="italic">Austerità e crescita negli anni 1922-1925 del fascismo</hi>, in P. Barucci, P. Bini, L. Conigliello (a cura di),<hi rend="italic"> Economia e Diritto in Italia durante il fascismo</hi>, Firenze University Press, Firenze 2017, pp. 27-52.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-166-backlink">10</ref></hi>	A. De Stefani, <hi rend="italic">Il fascismo e l’economia nazionale</hi>, in Id., <hi rend="italic">Discorsi</hi>, Imperia, Milano 1923; M. Rocca e O. Corgini, <hi rend="italic">Pel risanamento finanziario dello Sta</hi><hi rend="italic">to italiano. Relazione per i comizi di propaganda del Partito Nazionale Fascista</hi>, «Popolo d’Italia», 29 agosto 1922.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-165-backlink">11</ref></hi>	M. Rocca, <hi rend="italic">Fascismo e finanza</hi>, Ceccoli, Napoli 1925, pp. 56-57.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-164-backlink">12</ref></hi>	«Stampa», 9 luglio 1923, «Avanti!», 10 luglio 1923, «Roma», 11-12 luglio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-163-backlink">13</ref></hi>	Relazione, cit., p. 5.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-162-backlink">14</ref></hi>	M. Salvati, <hi rend="italic">Da piccola borghesia a ceti medi</hi>, «Italia contemporanea», 194, 1994.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-161-backlink">15</ref></hi>	Bini, <hi rend="italic">Austerità e crescita negli anni 1922-1925 del fascismo</hi>, cit., p. 30.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-160-backlink">16</ref></hi>	<hi >A. Lyttelton, </hi><hi rend="italic" >The Seizure of Power</hi><hi >, Princeton 1973, p. 1.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-159-backlink">17</ref></hi>	<hi >G. Gabbuti, </hi><hi rend="italic">«Non-</hi><hi rend="italic" >Competing </hi><hi rend="italic" >Social Groups»? The Long Debate on Social Mobility in Italy (c. 1890-1960), </hi><hi >mimeo.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-158-backlink">18</ref></hi>	M. Pantaleoni, <hi rend="italic">L’abolizione dell’imposta successoria</hi>, «Vita italiana», 16, 1928, p. 5.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-157-backlink">19</ref></hi>	<hi>Pantaleoni, </hi><hi rend="italic">L’abolizione dell’imposta successoria</hi>, cit., <hi>p. 18.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-156-backlink">20</ref></hi>	<hi >Relazione, cit., p. 5.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-155-backlink">21</ref></hi>	<hi >K. Scheve, e D. Stasavage, </hi><hi rend="italic" >Taxing the Rich: A History of Fiscal Fairness in the United States and Europe</hi><hi >, Princeton 2016, pp. 92-110.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-154-backlink">22</ref></hi>	Forsyth, <hi rend="italic">La crisi dell’Italia liberale</hi>, cit., pp. 7-8; P. Favilli, <hi rend="italic">Riformismo alla prova ieri e oggi</hi>, Feltrinelli, Milano 2009.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-153-backlink">23</ref></hi>	Fausto, <hi rend="italic">La politica fiscale dalla Prima guerra mondiale al regime fascista</hi>, cit., p. 24. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-152-backlink">24</ref></hi>	Forsyth, <hi rend="italic">La crisi dell’Italia liberale</hi>, cit., p. 84; si veda G. Salvemini e V. Zamagni, <hi rend="italic">Finanza pubblica e indebitamento tra le due guerre mondiali: il </hi><hi rend="italic">finanziamento del settore statale</hi>, in <hi rend="italic">Ricerche per la storia della Banca d’Italia</hi>, vol. II, pp. 185-186.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-151-backlink">25</ref></hi>	G. Borgatta, <hi rend="italic">La pressione fiscale ed il problema del pareggio</hi>, «Giornale degli economisti e rivista di statistica», 63, 1922, p. 543.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-150-backlink">26</ref></hi>	Senato del Regno, Atti parlamentari, Documenti, Legislatura <hi rend="CharOverride-4">xxiv</hi>, 1° sessione, 1919-1920, Documenti, Disegni di legge e relazioni, Relazione della commissione di finanze sul disegno comunicato alla presidenza dal Ministro delle finanze di concerto col Ministro del tesoro il 6 agosto 1920.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-149-backlink">27</ref></hi>	G. Giolitti, <hi rend="italic">Memorie della mia vita</hi>, Garzanti, Milano 1945, pp. 624-627.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-148-backlink">28</ref></hi>	G. Rumi, «Il Secolo» (1919-1923), e Id., «Popolo d’Italia» (1918-1925), in <hi rend="italic">1919-1925.</hi><hi rend="italic"> Dopoguerra e fascismo politica e stampa in Italia</hi>, a cura di B. Vigezzi, Laterza, Bari 1965.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-147-backlink">29</ref></hi>	A proposito di demagogismo finanziario, «Mondo», 19 agosto 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-146-backlink">30</ref></hi>	Camera dei deputati, Atti parlamentari, Discussioni, Legislatura <hi rend="CharOverride-4">xxv</hi>, 1° sessione, Tornata del 2 luglio 1920, p. 2788.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-145-backlink">31</ref></hi>	<hi>E. La Loggia, </hi><hi rend="italic">La imminente riforma della imposta successoria</hi><hi>, «Echi e commenti», 25 febbraio 1923.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-144-backlink">32</ref></hi>	L. Einaudi, <hi rend="italic">Interventi e relazioni parlamentari</hi>, a cura di S.M. Dorigo, vol. I. <hi rend="italic">Senato del Regno, 1919-1922</hi>, Fondazione Luigi Einaudi, Torino 1980, pp. 655-666.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-143-backlink">33</ref></hi>	F. Catalano, <hi rend="italic">Potere economico e fascismo</hi>, Lerici, Milano 1964, p. 184.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-142-backlink">34</ref></hi>	B. Griziotti, <hi rend="italic">La nominatività dei titoli</hi>, «Critica sociale», 16-31 marzo 1922.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-141-backlink">35</ref></hi>	Id<hi rend="italic">.,</hi> <hi rend="italic">Ancora sulla tassazione dei salari e per un programma finanziario del Partito</hi>, «Critica sociale», 1-15 dicembre 1922.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-140-backlink">36</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-139-backlink">37</ref></hi>	T. Maccabelli, <hi rend="italic">Il ‘socialismo liberale’ di Eugenio Rignano</hi>, «Il pensiero economico italiano», 15 (1), 2007, pp. 81-88.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="08.html#footnote-138-backlink">38</ref></hi>	F. Guasti, <hi rend="italic">Successioni e donazioni nel vigente regime fiscale</hi>, Stampa commerciale, Milano 1922.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-137-backlink">39</ref></hi>	Relazione commissione finanze.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-136-backlink">40</ref></hi>	F. Flora, <hi rend="italic">L’imposta surrogatoria delle successioni</hi>, in Id., <hi rend="italic">La politica economica e finanziaria del fascismo</hi>, Imperia, Milano, 1923, pp. 83-89.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-135-backlink">41</ref></hi>	De Stefani, <hi rend="italic">Idee tributarie di trent’anni fa</hi>, cit., p. 208.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-134-backlink">42</ref></hi>	Giolitti, <hi rend="italic">Memorie della mia vita</hi>, cit., pp. 624-627.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-133-backlink">43</ref></hi>	Salvemini, Zamagni, <hi rend="italic">Finanza pubblica e indebitamento tra le due guerre mondiali</hi>, cit., pp. 185-186.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-132-backlink">44</ref></hi>	E. Greco, <hi rend="italic">Il ministro Alberto De Stefani</hi>, Ceschina, Milano 1959, pp. 22-32.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-131-backlink">45</ref></hi>	Archivio centrale dello Stato, Presidenza Consiglio dei ministri (ACS-PcM), Affari generali, 1922, 9/1, n. 612 Reclami contro aggravio tasse imposte ecc. Voti vari sull’oggetto.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-130-backlink">46</ref></hi>	Rocca, Corgini, <hi rend="italic">Pel risanamento finanziario dello Stato italiano</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-129-backlink">47</ref></hi>	Rossi, <hi rend="italic">Padroni del vapore e fascismo</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-128-backlink">48</ref></hi>	F. Guasti e A. Moretti, <hi rend="italic">Fondazione di un istituto di carattere economico nell’interesse della classe notarile</hi>, Stampa commerciale, Milano 1922.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-127-backlink">49</ref></hi>	G.F. Calabresi, <hi rend="italic">L’associazione bancaria italiana. Un caso di associazionismo economico</hi>,<hi rend="italic"> </hi>vol. I. <hi rend="italic">1919-1943</hi>, Laterza, Roma-Bari 1997, p. 129.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-126-backlink">50</ref></hi>	Guasti, <hi rend="italic">Successioni e donazioni nel vigente regime fiscale</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-125-backlink">51</ref></hi>	L. Einaudi, <hi rend="italic">Ferocie fiscali improduttive (a proposito dell’imposta accessoria)</hi>, «Corriere della sera», 18 agosto 1922.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-124-backlink">52</ref></hi>	B. Griziotti, <hi rend="italic">Le riforme alle imposte sulle successioni e redditi agrari</hi>, «Critica sociale», 1-15 marzo 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-123-backlink">53</ref></hi>	<hi rend="italic">La riforma della successione</hi>, «Sole», 12 luglio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-122-backlink">54</ref></hi>	Guasti, <hi rend="italic">Successioni e donazioni nel vigente regime fiscale</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-121-backlink">55</ref></hi>	G. Bianchini, <hi rend="italic">Abolire la tassa di successione</hi>, «Corriere della sera», 23 febbraio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-120-backlink">56</ref></hi>	<hi rend="italic">L’imposta successoria abolita?</hi>, «Avanti!», 25-26 febbraio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-119-backlink">57</ref></hi>	Bianchini, <hi rend="italic">Abolire la tassa di successione</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-118-backlink">58</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi> (nota in calce a firma ‘L.E.’); L. Einaudi, <hi rend="italic">Le riforme all’imposta successoria</hi>, «Corriere della sera», 22 febbraio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-117-backlink">59</ref></hi>	L. Einaudi, <hi rend="italic">Di una proposta surrogatoria alla imposta di successione</hi>, «Rivista bancaria», 4, 1923, p. 204, cui seguiva <hi rend="italic">U.N.I., In difesa della tassa surrogatoria per le successioni, </hi>«Rivista bancaria», 4, 1923, pp. 211-213</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-116-backlink">60</ref></hi>	Archivio storico Banca d’Italia, Archivio De Stefani, Pratica 38, fasc. 1.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-115-backlink">61</ref></hi>	Flora, <hi rend="italic">L’imposta surrogatoria delle successioni</hi>, cit., p. 84.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-114-backlink">62</ref></hi>	Camera, Atti, Legislatura <hi rend="CharOverride-4">xxvi</hi>, 1° sessione, Tornata del 17 novembre 1922.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-113-backlink">63</ref></hi>	<hi>Einaudi, </hi><hi rend="italic">Interventi e relazioni parlamentari</hi>, cit., vol. I, pp. 935-948.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-112-backlink">64</ref></hi>	R. Marchionatti (a cura di), <hi rend="italic">From our Italian Correspondent. </hi><hi rend="italic" >Luigi Einaudi’s Articles in The Economist, 1908-1946</hi><hi >, vol. </hi>I. <hi rend="italic">1908-1924, </hi>Olschki, Firenze 2000, pp. 1032-1033.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-111-backlink">65</ref></hi>	Singolare eccezione, «riduzione tassa di successione» è una delle «spine» nella vignetta di Scalarini sull’«Avanti!», 15 maggio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-110-backlink">66</ref></hi>	La Loggia, <hi rend="italic">La imminente riforma della imposta successoria</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-109-backlink">67</ref></hi>	<hi rend="italic">Per la riforma delle tasse di successione</hi>, «Finanza italiana», 3 marzo 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-108-backlink">68</ref></hi>	Griziotti, <hi rend="italic">Le riforme alle imposte sulle successioni e redditi agrari</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-107-backlink">69</ref></hi>	L. Einaudi, <hi rend="italic">Imposta successoria e titoli di stato</hi>, «Corriere della sera», 28 febbraio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="08.html#footnote-106-backlink">70</ref></hi>	A. Cutrera, <hi rend="italic">Il carico tributario in materia di successione</hi>, «Giornale economico», 20 aprile 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-105-backlink">71</ref></hi>	Id., <hi rend="italic">La base dell’imposta di successione</hi>, «Giornale economico», 10 giugno 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-104-backlink">72</ref></hi>	De Stefani, <hi rend="italic">Discorsi</hi>, cit., p. 187.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-103-backlink">73</ref></hi>	P. Jannaccone, <hi rend="italic">L’imposta di successione e i valori mobiliari</hi>, «Rivista bancaria», 4, 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-102-backlink">74</ref></hi>	<hi rend="italic">U.N.I. L’imposta di successione e la tassa surrogatoria</hi>, «Rivista bancaria», 4, 1923, p. 436.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-101-backlink">75</ref></hi>	Ivi, p. 435.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="08.html#footnote-100-backlink">76</ref></hi>	Archivio Fondazione Einaudi, Luigi Einaudi (1874-1961), Sezione 2. Corrispondenza, Bianchini Giuseppe, 8 gennaio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-099-backlink">77</ref></hi>	Id., Guasti Federico, 1914-1935.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-098-backlink">78</ref></hi>	ACS-PcM, Consiglio dei ministri, Verbali delle adunanze. Originali, 1861-1943, 9 luglio 1923; anno errato e numerazione mancante nell’originale.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-097-backlink">79</ref></hi>	F.S. Nitti, <hi rend="italic">La ricchezza dell’Italia</hi>, Roux&amp;Viarengo, Torino-Roma 1905, p. 138.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-096-backlink">80</ref></hi>	L. Michelini, <hi rend="italic">Marginalismo e socialismo nell’Italia liberale (1870-1925)</hi>, in<hi rend="italic"> Marginalismo e socialismo nell’Italia liberale, 1870-1925</hi>, a cura di M. Guidi e L. Michelini, Annali della Fondazione Feltrinelli, 2001, pp. 205-206; Gabbuti, <hi rend="italic">«Non-Competing Social Groups»?</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-095-backlink">81</ref></hi>	<hi rend="italic">La riforma delle tasse di successione</hi>, «Sole», 11 luglio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-094-backlink">82</ref></hi>	<hi rend="italic">La difesa del risparmio</hi>, «Sole», 14 luglio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-093-backlink">83</ref></hi>	ACS-PcM, Affari Generali, 1922, 9.1, n. 1915.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-092-backlink">84</ref></hi>	G. Bianchini, <hi rend="italic">La riforma delle tasse di successione</hi>, «Popolo d’Italia»<hi rend="italic">,</hi> 14 agosto 1923, e ancora Id., <hi rend="italic">La riforma delle tasse di successione</hi>, «Problemi italiani», 1 settembre 1923, pp. 318-327.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-091-backlink">85</ref></hi>	<hi rend="italic">La riforma della successione</hi>,<hi rend="italic"> </hi>«Sole», cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-090-backlink">86</ref></hi>	<hi rend="italic">Un altro importante Consiglio dei ministri</hi>, «Popolo d’Italia», 10 luglio 1923; Rastignac, <hi rend="italic">A proposito di successioni</hi>, «Popolo d’Italia», 11 luglio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-089-backlink">87</ref></hi>	<hi>Sulla stampa del periodo, e sulla sua penetrazione da parte degli interessi industriali e finanziari, si rimanda a V. Castronovo, </hi><hi rend="italic">La stampa italiana dall’Unità al fascismo</hi><hi>, Laterza, Roma-Bari 1973.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-088-backlink">88</ref></hi>	<hi rend="italic">Le novità di De Stefani</hi>, «Avanti!», 12 agosto 1923. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-087-backlink">89</ref></hi>	«Impero», 11 luglio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-086-backlink">90</ref></hi>	<hi rend="italic">Demagogia finanziaria e imposta successoria</hi>, «Messaggero», 13 luglio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-085-backlink">91</ref></hi>	Borgatta, <hi rend="italic">La pressione fiscale ed il problema del pareggio</hi>, cit., pp. 538-539.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-084-backlink">92</ref></hi>	M. Legnani, <hi rend="italic">La Tribuna</hi>, in Vigezzi (a cura di), <hi rend="italic">1919-1925</hi>, cit., pp. 123-125.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-083-backlink">93</ref></hi>	Rastignac, <hi rend="italic">A proposito di successioni</hi>, «Tribuna», 11 luglio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-082-backlink">94</ref></hi>	<hi rend="italic">L’atteso</hi>, «Mezzogiorno», 7-8 luglio 1923 (che indicava la produzione nazionale, e l’attesa nomina del ministro dell’economia, come il «vero problema» del Paese ma non dei «politicanti»); Flora, <hi rend="italic">L’imposta surrogatoria delle successioni</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-081-backlink">95</ref></hi>	<hi rend="italic CharOverride-3">La riforma delle tasse di successione</hi><hi rend="CharOverride-3">, </hi>«<hi rend="CharOverride-3">Sole</hi>»<hi rend="CharOverride-3">, 11 luglio 1923.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-080-backlink">96</ref></hi>	<hi rend="italic">Il concorso della U.N.I. per le tasse di successione</hi>, «Sole», 25 agosto 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-079-backlink">97</ref></hi>	M. Mazzucchelli, <hi rend="italic">Perché la tassa di successione doveva abolirsi</hi>, «Rivista bancaria», 4, 1923; <hi rend="italic">Rassegna di legislazione</hi>, «Rivista di politica economica», 13, 1923, Luglio-Agosto e Novembre.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-078-backlink">98</ref></hi>	A.S. Benni, <hi rend="italic">L’avvenire d’Italia e la politica economica del governo nazionale, </hi>Egeria, Roma 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-077-backlink">99</ref></hi>	<hi rend="italic">La tassa di successione</hi>, «Secolo», 16 luglio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-076-backlink">100</ref></hi>	G.M. Civetta, <hi rend="italic">La riforma delle tasse di successione</hi>, «Secolo», 26 agosto 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-075-backlink">101</ref></hi>	Sull’atteggiamento del «Corriere» nei confronti del fascismo in questa fase, E. Decleva, <hi rend="italic">Il Corriere della Sera (1918-1925)</hi>, in Vigezzi (a cura di), <hi rend="italic">1919-1925</hi>, cit.; significativo il giudizio su Einaudi in Rossi, <hi rend="italic">Padroni del vapore e fascismo</hi>, pp. 294-295.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-074-backlink">102</ref></hi>	L. Einaudi, <hi rend="italic">L’abolizione dell’imposta successoria</hi>, «Corriere della sera», 13 luglio 1923. Sull’evoluzione delle posizioni einaudiane sull’imposta si rimanda anche a T. Maccabelli, <hi rend="italic">Luigi Einaudi e l’uguaglianza dei punti di partenza</hi>, «Il pensiero economico italiano», 20 (1), 2012 e Gabbuti, <hi rend="italic">«Non-Competing Social Groups»?</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-073-backlink">103</ref></hi>	Del resto, il responsabile della pubblicità del «Popolo d’Italia<hi rend="italic">»</hi>, Manlio Morgagni, per stimolare la raccolta di pubblicità su «Gerarchia» da parte degli industriali, raccomandava che «nel primo numero compaia subito un articolo di “economia politica”»; citato in Castronovo, <hi rend="italic">La stampa italiana dall’Unità al fascismo</hi>, cit., p. 273.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-072-backlink">104</ref></hi>	M. Pugliese, <hi rend="italic">Come ripristinare l’imposta di successione</hi>, in <hi rend="italic">La politica finanziaria italiana</hi>, a cura di B. Griziotti, Istituto Editoriale Scientifico, Milano 1926, pp. 189-229.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-071-backlink">105</ref></hi>	B. Griziotti, <hi rend="italic">I lineamenti della finanza italiana dalla costituzione del Regno ad oggi</hi>, in Id. (a cura di), <hi rend="italic">La politica finanziaria italiana</hi>, cit. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-070-backlink">106</ref></hi>	Id., <hi rend="italic">Potere politico e predominio economico</hi>, «Stampa», 2 novembre 1922.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-069-backlink">107</ref></hi>	Id., <hi rend="italic">La finanza… nuova</hi>, «Stampa», 28 novembre 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-068-backlink">108</ref></hi>	A. Cabiati, <hi rend="italic">Imposta sulle eredità e prelevamento sul patrimonio dei vivi?</hi>, «Stampa», 24 febbraio 1923; Id., <hi rend="italic">Contro l’evasione dei valori mobiliari nelle successioni</hi>, «Stampa», 8 marzo 1923. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-067-backlink">109</ref></hi>	Id., <hi rend="italic">Finanza e regime</hi>, «Stampa», 5 luglio; Id., <hi rend="italic">Politica finanziaria di casta</hi>, «Stampa», 25 settembre 1924. Si veda anche M. Legnani, <hi rend="italic">La Stampa (1919-1925)</hi>, in Vigezzi (a cura di), <hi rend="italic">1919-1925</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-066-backlink">110</ref></hi>	Pantaleoni, <hi rend="italic">L’abolizione dell’imposta successoria</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-065-backlink">111</ref></hi>	A. De Viti De Marco, <hi rend="italic">I primi principii dell’economia finanziaria</hi>, Giampaoli, Roma 1928, p. 391.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-064-backlink">112</ref></hi>	Gabbuti, <hi rend="italic">«Non-Competing Social Groups»?</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-063-backlink">113</ref></hi>	<hi rend="italic">L’abolizione della tassa di successione nel giudizio di un eminente economista</hi>, «Popolo d’Italia», 10 luglio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-062-backlink">114</ref></hi>	Flora, «Sole»; Id., «Resto del Carlino», 13 luglio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-061-backlink">115</ref></hi>	G. Prato, <hi rend="italic">Riforma successoria e finanza ‘reazionaria’</hi>, «Rivista bancaria», 4, 1923; A. De Pietri-Tonelli, <hi rend="italic">Lo sgravio delle successioni</hi>, «Gazzetta ferrarese», 6 agosto 1923; sugli scritti di De Stefani sulle successioni si rimanda a G. Gabbuti, <hi rend="italic">L’‘altra metà’ della scienza economica: la misurazione della disuguaglianza in Italia tra le due guerre</hi>, «Il pensiero economico italiano», 27 (2), 2019.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-060-backlink">116</ref></hi>	G. Borgatta, <hi rend="italic">Le linee generali dalla politica tributaria</hi>, «Gazzetta del popolo», 9 ottobre 1923, e anche Id., <hi rend="italic">Il fallimento dell’imposta successoria</hi>, «Gazzetta del popolo», 17 luglio 1923, citato da Michelini, <hi rend="italic">Il nazionalismo economico italiano</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-059-backlink">117</ref></hi>	F. Spinedi, <hi rend="italic">L’abolizione dell’imposta di successione nel nucleo familiare</hi>, «Per la nostra ricostruzione economica…», 15 ottobre 1923, pp. 14-16. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-058-backlink">118</ref></hi>	Michelini, <hi rend="italic">Marginalismo e socialismo nell’Italia liberale</hi>, cit., pp. CXII-CXIII<hi rend="CharOverride-5">.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-057-backlink">119</ref></hi>	<hi rend="italic">Tasse ai poveri, milioni ai pescecani</hi>, «Avanti!», 12 luglio. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-056-backlink">120</ref></hi>	G. Bianchini, <hi rend="italic">La tassa di successione e l’Avanti</hi>, «Popolo d’Italia», 13 luglio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-055-backlink">121</ref></hi>	A. Labriola, <hi rend="italic">L’imposta sulle eredità e il fascismo</hi>, «Critica sociale», 1-15 settembre 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-054-backlink">122</ref></hi>	<hi rend="italic">L’imposta successoria e la finanza italiana</hi>, «Mondo», 11 luglio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-053-backlink">123</ref></hi>	<hi rend="italic">A proposito di demagogismo finanziario</hi>, «<hi rend="italic">Mondo</hi>», 19 agosto 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-052-backlink">124</ref></hi>	<hi rend="italic">Ritorno quiritario?</hi>, «Mondo», 25 agosto 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="08.html#footnote-051-backlink">125</ref></hi>	F. Meda, <hi rend="italic">L’abolizione dell’imposta successoria nel nucleo familiare</hi>, «Problemi italiani», 15 luglio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-050-backlink">126</ref></hi>	<hi rend="italic">Sull’abolizione della tassa di successione</hi>, «Popolo d’Italia», 5 agosto 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-049-backlink">127</ref></hi>	<hi rend="italic">L’imposta scomparsa</hi>, «Popolo», 10-11 luglio 1923. L’imposta non è commentata, però, in articoli successivi come <hi rend="italic">La politica della finanza e dei tributi</hi>, «Popolo», 27-28 luglio 1923, in cui si critica diffusamente la politica di De Stefani.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-048-backlink">128</ref></hi>	L. Einaudi, <hi rend="italic">La guerra e il sistema tributario italiano</hi>, Laterza, Bari 1927, p. 368.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-047-backlink">129</ref></hi>	Rossi, <hi rend="italic">Padroni del vapore e fascismo</hi>, cit., p. 101.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-046-backlink">130</ref></hi>	ACS-PcM, Affari correnti, 1923, fasc. 9/1 n. 1919, Abolizione della tassa di successione, voti e rallegramenti.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-045-backlink">131</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibi</hi><hi rend="italic">dem</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-044-backlink">132</ref></hi>	<hi rend="italic">Politica fascista per il Sud</hi>, «Idea nazionale», 11 luglio 1923. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-043-backlink">133</ref></hi>	U. Ancona, <hi rend="italic">L’abolizione dell’imposta di successione</hi>, «Giornale d’Italia», 28 luglio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-042-backlink">134</ref></hi>	<hi rend="italic">Le terre del mezzogiorno e la tassa di successione</hi>, «Corriere italiano»<hi rend="italic">,</hi> 21 agosto 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-041-backlink">135</ref></hi>	Kim, <hi rend="italic">Industria e agricoltura</hi>, «Mattino», 5-6 luglio 1923. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-040-backlink">136</ref></hi>	<hi rend="italic">La grave crisi della proprietà fondiaria in Calabria</hi>, «Mattino», 25-26 agosto.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-039-backlink">137</ref></hi>	Claudius, <hi rend="italic">La politica tributaria attuale</hi>, «Roma», 20 maggio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-038-backlink">138</ref></hi>	P.P. D’Attorre, <hi rend="italic">Le organizzazioni padronali</hi>, in <hi rend="italic">Storia dell’agricoltura italiana in età contemporanea</hi>, a cura di Piero Bevilacqua, vol. III, Marsilio, Venezia 1991, pp. 669-732.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-037-backlink">139</ref></hi>	Rocca, <hi rend="italic">Fascismo e finanza</hi>, cit., pp. 55-57.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-036-backlink">140</ref></hi>	«Mezzogiorno», 15-6 luglio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-035-backlink">141</ref></hi>	<hi rend="italic">L’imposta di successione</hi>, «Finanza italiana», 14 luglio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-034-backlink">142</ref></hi>	<hi rend="italic">L’Italia diverrebbe un’oasi per il capitalismo internazionale?</hi>, «Finanza italiana», 8 settembre 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-033-backlink">143</ref></hi>	A. Di Castelnuovo, <hi rend="italic">La tassa di successione in Italia</hi>, «Problemi italiani», 5 settembre 1923; <hi rend="italic">Succession Duty in Italy. Proposal for Family Exemption</hi>, «Times», August 21, 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="08.html#footnote-032-backlink">144</ref></hi>	Opinione espressa nella lettera di Benvenuto Griziotti del 27 giugno 1925, citata in F. Marcoaldi, <hi rend="italic">Vent’anni di economia politica: le carte De Stefani (1922-1941</hi>), Franco Angeli, Milano 1986, p. 153.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-031-backlink">145</ref></hi>	«Problemi italiani»<hi rend="italic">,</hi> 5 agosto 1923, riporta l’ottima impressione dell’«Echo» di Paris, e il 25 ottobre, quella negativa dell’«Observer»<hi rend="italic"> </hi>di Manchester.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-030-backlink">146</ref></hi>	De Stefani, <hi rend="italic">Idee tributarie di trent’anni fa</hi>, cit., p. 208.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-029-backlink">147</ref></hi>	Ministero degli affari esteri, Ufficio stampa, <hi rend="italic">Rassegna della stampa estera</hi>, n. 157, 158, 172.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-028-backlink">148</ref></hi>	<hi rend="italic">Death Duties in Italy</hi>, «Financial Times», July 11, 1923, che cita però la campagna dell’ABI.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-027-backlink">149</ref></hi>	P. Bourget, <hi rend="italic">Réflexions sur l’héritage</hi>, «Illustration française», 18 aout 1923, citato tra gli altri da Gangemi, <hi rend="italic">La politica economica e finanziaria del governo fascista nel periodo dei pieni poteri</hi>, cit.; De Stefani, <hi rend="italic">Idee tributarie di trent’anni fa</hi>, cit.; Greco, <hi rend="italic">Il ministro Alberto De Stefani</hi>, cit<hi rend="italic">.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-026-backlink">150</ref></hi>	<hi >R. Doucet, </hi><hi rend="italic" >La politique financière italienne</hi><hi >, </hi>«<hi >Le monde </hi>économique»<hi >, 8 mars 1924.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-025-backlink">151</ref></hi>	Gangemi, <hi rend="italic">La politica economica e finanziaria del governo fascista nel periodo dei pieni poteri</hi>, cit., p. 41.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-024-backlink">152</ref></hi>	Forsyth, <hi rend="italic">La crisi dell’Italia liberale</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-023-backlink">153</ref></hi>	<hi rend="italic">Tiro a segno</hi>, «Popolo d’Italia<hi rend="italic">»</hi>, 15 maggio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-022-backlink">154</ref></hi>	M. Pantaleoni, <hi rend="italic">Finanza fascista</hi>, «Politica», maggio-giugno 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-021-backlink">155</ref></hi>	<hi rend="italic">Nessun dissenso tra l’on. Mussolini e il Ministro De Stefani</hi>, «Mezzogiorno», 12-13 maggio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-020-backlink">156</ref></hi>	Fiamma, <hi rend="italic">Biografia garibaldina di Alberto De Stefani (da uomo a ministro)</hi>, Mondadori, Milano 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-019-backlink">157</ref></hi>	<hi rend="italic">Elogi a De Stefani</hi>, «Mattino», 23-24 maggio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-018-backlink">158</ref></hi>	<hi rend="italic" >Fascismo. The lesser lights, Mussolini’s Lieutenants</hi><hi >, </hi>«<hi >Times</hi>»<hi >, July 3, 1923.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-017-backlink">159</ref></hi>	F. Geraci, <hi rend="italic">Figure del governo fascista: Alberto de Stefani</hi>, «Carroccio», luglio 1923, pp. 30-32.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-016-backlink">160</ref></hi>	O.M., <hi rend="italic">Politica finanziaria e tributaria (conversando con l’on. De Stefani)</hi>, «Tribuna», 26 luglio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-015-backlink">161</ref></hi>	<hi rend="italic">Alberto De Stefani</hi>, «Tribuna», 27 luglio 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-014-backlink">162</ref></hi>	Geraci, <hi rend="italic">Figure del governo fascista</hi>, cit., p. 30.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-013-backlink">163</ref></hi>	<hi rend="italic">La fucina della ricostruzione economica</hi>, «Resto del Carlino», 16 agosto 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-012-backlink">164</ref></hi>	De Stefani, <hi rend="italic">Discorsi</hi>, cit., p. 187.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-011-backlink">165</ref></hi>	F. Gerace, <hi rend="italic">A quattr’occhi con Alberto De Stefani</hi>, «Popolo d’Italia», 31 agosto 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-010-backlink">166</ref></hi>	Quidam, <hi rend="italic">Temi di propaganda elettorale</hi><hi rend="italic">. L’iniquità delle riforme tributarie fasciste</hi>, «Avanti!», 10-11 febbraio 1924.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-009-backlink">167</ref></hi>	<hi rend="italic" >Rumi</hi><hi >, </hi>«<hi >Popolo d’Italia», pp. 500-501.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-008-backlink">168</ref></hi>	<hi >M. Sermolino, </hi><hi rend="italic">«</hi><hi rend="italic" >Italy will pay her debts</hi><hi rend="italic">»</hi><hi rend="italic" >, says De Stefani</hi><hi >, </hi>«<hi >Forbes</hi>»<hi >, February 16, 1924.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-007-backlink">169</ref></hi>	De Stefani, <hi rend="italic">Discorsi</hi>, cit., pp. 177-178.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-006-backlink">170</ref></hi>	De Stefani, <hi rend="italic">Idee tributarie di trent’anni fa</hi>, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-005-backlink">171</ref></hi>	Rocca, <hi rend="italic">Fascismo e finanza</hi>, cit., p. 8.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-004-backlink">172</ref></hi>	Marcoaldi, <hi rend="italic">Vent’anni di economia politica</hi>, cit., pp. 9-12.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-003-backlink">173</ref></hi>	<hi >L.M. Bartels, </hi><hi rend="italic" >Homer Gets a Tax Cut: Inequality and Public Policy in the American Mind</hi><hi >, </hi>«<hi >Perspectives on Politics</hi>»<hi >, 3, 2005, pp. 15-31.</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-002-backlink">174</ref></hi>	<hi rend="italic">Proprietà quiritaria</hi>, «Mondo», 28 agosto 1923.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-001-backlink">175</ref></hi>	Come scrive L. Segreto, <hi rend="italic">Giuseppe Volpi di Misurata al Ministero delle finanze: tecnocrate o politico?</hi>, in <hi rend="italic">Intellettuali e uomini di regime nell’Italia fascista</hi>, a cura di P. Barucci, P. Bini, L. Conigliello, Firenze University Press, Firenze 2019, p. 16, gli sgravi fiscali sulle imprese «avevano bisogno di tempo per entrare a regime, mentre nel breve periodo fecero sorgere frizioni importanti con tutti i settori della società colpiti dalla riforma tributaria».</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-000-backlink">176</ref></hi>	La Francesca, <hi rend="italic">La politica economica del fascismo</hi>, cit., p. 9.</p>
      
      
      
      
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