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        <title type="main" level="a">Mezzogiorno e fascismo</title>
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            <forename>Sergio</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Le sirene del corporativismo e l'isolamento dei dissidenti durante il fascismo</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-455-7</idno>) by </resp>
          <name>Lucilla Conigliello, Piero Barucci, Piero Bini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2021">2021</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-455-7.09</idno>
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        <p>The relationship between Southern Italy and fascism is a little explored theme. The contribution reflects on this subject presenting unpublished conclusions: it starts from a volume by the author named after the monthly magazine 'Il Saggiatore' (Naples 1924-1925) by Gherardo Marone and expands the reflection through a more recent book by Zoppi dedicated to the magazine 'Questioni meridionali', also published in Naples, from 1934 to 1943. The three editors of 'Questioni meridionali' - Giuseppe Cenzato, an entrepreneur who was also the soul of the company, Francesco Giordani, a young chemical scientist, and Gino Olivetti, a politician and industrialist – despite being fascists, they created a periodical that showed how the 'Southern question', never mentioned by the dictatorship, remained, however, alive in its tragic backwardness. Every year, two large issues of the magazine were released, characterized by one or more original studies and always accompanied by extensive bibliographic reviews. Among the topics, analysed by a group of highly qualified scholars and often in comparison with the North of Italy,  the following emerged: the railway network, tourism, the demographic and health situation, the birth rate, the difficulties of the construction industry, ports, the economic and production context. The magazine pays particular attention to the city of Naples and its housing drama and to the southern tax system, a primary source of backwardness starting with the problem of local government.</p>
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            <item>Southern Italy; Fascism; Naples; 'Il Saggiatore'; Gherardo Marone; 'Questioni meridionali'; Giuseppe Cenzato; Francesco Giordani; Gino Olivetti</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-455-7.09<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-455-7.09" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Mezzogiorno e fascismo</p><p rend="h1_author">Sergio Zoppi</p><p rend="text">‘Mezzogiorno e fascismo’ è un argomento solo in parte esplorato. Cerco di approfondirlo prendendo le mosse da un mio libro, uscito nella tarda estate del 2019, che ha per titolo <hi rend="italic">Questioni meridionali. Napoli (1934-1943)</hi>, edito da il Mulino nella “Collana della Svimez”. Saggio con il quale mi impegno a dar conto di una rivista napoletana edita tra il 1934 e il 1943. Credo però non inutile una premessa.</p><p rend="text">Uno dei tanti aspetti del tema ‘Mezzogiorno e fascismo’ l’avevo affrontato nel 2013 con il libro <hi rend="italic">Una battaglia per la libertà. «Il Saggiatore» di Gherardo Marone (Napoli 1924-1925)</hi>, edito da Rubbettino.</p><p rend="text">Anche qui, e non per un caso, Napoli in prima fila. Marone, una singolare figura di letterato, nasce a Buenos Aires nel 1891 dove il padre Benedetto, di antica famiglia salernitana, era emigrato per insegnare, dopo precedenti e diverse occupazioni, quale professore ordinario nella Facoltà d’ingegneria dell’università della capitale argentina. La famiglia torna in Italia, a Napoli, nel 1904. Il figlio tredicenne Gherardo frequenta il liceo e nel 1915 si laurea in Giurisprudenza; nove anni dopo, tra i quali quelli della Grande guerra, si laureerà anche in Lettere sempre nell’Università Federico II.</p><p rend="text">Vuole scrivere, si sente portato alle lettere, subisce il fascino di Croce ed è attratto da Papini, Prezzolini, ammirando Gobetti. Unisce alla passione argentina la finezza partenopea. Intende scuotere il torpido ambiente napoletano e affermare, in anni turbolenti che inconsapevolmente preparano la dittatura, il valore sacro della parola, in prosa e in rima.</p><p rend="text">Grazie ad aiuti familiari, dà vita nel 1915 a una rivista letteraria, «La Diana», rassegna mensile di poesia. È una raccolta di voci giovanili che avvertono prepotente il bisogno di farsi ascoltare «con palpitante entusiasmo». Un anno dopo il periodico assume una sua fisionomia, abbracciando il futurismo senza mai rinunciare a Croce.</p><p rend="text">Nuove voci affiancano quelle di riconosciuti maestri. Sarà «La Diana» ad accogliere le prime poesie di Ungaretti, <hi rend="italic">Il porto sepolto</hi>, che subito diventerà fratello, più che amico, di Gherardo. Aria nuova circola per Napoli e per qualche città del Mezzogiorno. Il cenacolo letterario si apre ai circoli intellettuali di Roma, Firenze, Milano e Torino. L’avventura de «La Diana» incrocia dunque la guerra, le ricorrenti crisi parlamentari e governative, i furori delle piazze, le avvisaglie della violenza liberticida. Gherardo, che coglie il minaccioso mutare dei tempi, è spinto ad affrontare temi storici e politici, con l’occhio che punta all’attualità in anni in cui il concetto e il ruolo dello Stato subiscono mutamenti radicali. Avverte che la stagione dell’entusiasmo, della freschezza e magari dell’irriverenza è terminata. Mete incerte attendono l’Italia. Occorre ancorarsi agli spiriti liberi – i preferiti: Croce e Gobetti, e con loro Amendola e Salvemini – per contrastare l’invigliacchimento della cultura. Per rispondere alle esigenze dei tempi, nascerà la rivista «Il Saggiatore», dopo che Marone, nel dicembre 1924, con il fascismo già saldo, ha aderito all’’appello ai meridionali’ lanciato da Gobetti per il riscatto del Mezzogiorno.</p><p rend="text">Una nuova impresa editoriale dunque, dichiaratamente politica e antifascista, sorretta da un gruppo di uomini ancora giovani che danno vita alla redazione, immediatamente schierata al fianco di Amendola, già affermato parlamentare alle sue prime (e ultime) esperienze ministeriali, eletto nel Cilento alla Camera dei deputati. La rivista prende vita dopo la secessione parlamentare aventiniana del giugno 1924, a seguito della tragica e brutale soppressione della più alta voce libera levatasi in Parlamento, quella di Giacomo Matteotti. Nel dicembre dello stesso anno esce il primo numero de «Il Saggiatore», rassegna quindicinale di problemi politici e morali. Sarà, nella ridotta vita, un periodico all’avanguardia nel rivendicare libertà e giustizia, nella fiducia, rivelatasi assai presto ingenuità, che i valori del diritto avranno la meglio sulla stagione dell’intimidazione e della violenza; stagione che per i redattori e per lo stesso Amendola non poteva che essere breve.</p><p rend="text">I saggi e gli articoli della rivista, continuamente massacrata dalla censura, si leggono ancora oggi con trepidazione e arricchimento. Nel rafforzare il sostegno elettorale ad Amendola, «Il Saggiatore» sfida, esile vascello in un mare dove alle insidie di sempre è subentrata la tempesta, il fascismo napoletano e nazionale. Sono passate in rassegna le questioni politiche, parlamentari, governative ed elettorali, i grandi temi della vita pubblica internazionale e nazionale, argomenti di grande attualità a partire dal ruolo della classe dirigente, e poi la scuola con l’autonomia universitaria, la giustizia, l’industria e la formazione delle maestranze, il compito degli intellettuali, il meridionalismo.</p><p rend="text">L’ultimo numero de «Il Saggiatore», il quinto del nuovo anno, porta la data del 30 giugno 1925. I continui sequestri hanno decretato la morte del periodico. Amendola, le cui condizioni di salute continuano a peggiorare dopo la vile aggressione squadrista del 20 luglio 1925, muore a Cannes il 7 aprile 1926. Marone sconvolto scriverà una nobile lettera al figlio Giorgio. Lo commemorerà anche pubblicamente. In quello stesso anno, descrivendo se stesso, annota: </p><p rend="quotation_b">“La Diana” fu un grido di rivolta contro la falsità e l’assenza di fede, la retorica e il cinismo della vita e della letteratura contemporanea. Alle fanfare e ai mortaretti vagheggiammo di poter sostituire l’umiltà e la gentilezza. “Il Saggiatore” volle essere nella vita morale un atto di reazione e di richiamo, antiretorico rigorista e religioso contro la verbosità e la sopraffazione e la bassezza della vita contemporanea. L’esasperazione di cinismo che accecava tutto il Paese aveva risvegliato in noi un’ansia di rigorismo morale che scopriva parentele con la salutare intolleranza calvinista, ugonotta di un tempo.</p><p rend="text">Marone, che ha appena trentacinque anni, affronterà gli anni cupi del fascismo ripiegando su se stesso, senza mai rinunciare ai comandamenti che si è dato, insegnando nei licei, traducendo opere letterarie, cercando di esercitare la professione legale pure difendendo nei tribunali suoi concittadini denunciati dalla polizia per attività sovversive nei confronti del regime. È un «noto sospetto antifascista». Nel 1938 si trasferirà in Argentina, dove nella capitale vincerà il concorso universitario per la cattedra di letteratura italiana. L’Italia democratica esercita su di lui un irresistibile richiamo. Accoglierà un incarico accademico a Bologna a metà degli anni Cinquanta e, di passaggio nella sua Napoli per una conferenza, vi morirà il 19 ottobre 1962, al termine di un faticoso impegno per ricordare, in Italia e in altri paesi, la grandezza della poesia di Dante.</p><p rend="text">Una rivista dunque, «Il Saggiatore», nata col fascismo e rapidamente soppressa, come altre testate più note. Testimonianza di un clima liberticida che lascia esili spazi di libertà; un esempio insieme ad altri, di come nuclei di classe dirigente venissero dispersi e sovente soffocati nel corso del Ventennio.</p><p rend="text">Ben diversa la vicenda che stamani dà l’occasione per questo nostro incontro, incentrato su una rivista edita anch’essa a Napoli a partire dal 1934, esattamente un decennio dopo i fatti de «Il Saggiatore». Nuovamente Napoli dunque. Sono tre i protagonisti, Giuseppe Cenzato, Francesco Giordani e Gino Olivetti. Cenzato, di famiglia veneta, nasce a Milano nel 1882. È ingegnere e presiede la Società meridionale di elettricità, la SME. Si rivela promotore di iniziative imprenditoriali e accademiche. Studioso delle nuove tecniche di organizzazione industriale e della formazione manageriale, musicofilo e filantropo. Giordani ha solo trentotto anni, essendo nato a Napoli nel 1896. Ricopre la cattedra di elettrochimica della Facoltà d’ingegneria partenopea. Scienziato di fama europea, è membro, già da quattro anni, dell’Accademia d’Italia. Sarà destinato ad incarichi elevati durante il Ventennio e, come Cenzato, nella rinata Italia dopo il secondo conflitto mondiale. Olivetti nasce a Urbino nel 1880. Ebreo, avvocato, tra i fondatori della Confederazione degli industriali italiani e dal 1910 suo direttore generale, insegna Diritto del lavoro in varie università, editorialista, massone, a lungo deputato e militante fascista, presidente dell’Istituto cotoniero italiano, presidente della torinese società calcistica Juventus, anch’egli attento studioso delle teorie sulla razionalizzazione dei processi lavorativi propugnate dallo statunitense Frederick Taylor.</p><p rend="text">Tre protagonisti, ho appena detto. Tra i quali emerge, per capacità programmatiche e decisionali, Cenzato che, presidente anche della Federazione fascista degli industriali di Napoli, dà vita, affiancato da Giordani e Olivetti – con l’aiuto di Alberto Breglia quale vice direttore, valoroso economista accademico e maestro di Paolo Sylos Labini – a «Questioni meridionali», periodico del quale i tre assumono la direzione; la redazione e la direzione è in piazza dei Martiri, sede storica della confederazione degli industriali.</p><p rend="text">Il regime, dopo l’inizio violento, sembra aver lasciato qualche spazio nell’articolato mondo della cultura, ma a partire dalla seconda metà degli anni Trenta le maglie liberticide si fanno serrate, mentre in Occidente muta la considerazione del fascismo, che dialoga con il nazismo di Hitler. La guerra all’Etiopia nel 1935 con la presa di posizione della Società delle Nazioni e le sanzioni economiche, la proclamazione dell’impero e la guerra di Spagna, le leggi raziali del 1938, il patto con Hitler dell’anno successivo: una catena di eventi che avrà uno sbocco tragico, senza uguali, con la guerra del 1939 che sconvolgerà il mondo. Ma il 1934 è ancora un anno di pace e di speranza pur tra eventi tragici.</p><p rend="text">A Mussolini si rivolgono i tre direttori nel concludere l’editoriale del primo numero, nel quale è affermata la volontà di misurarsi con i problemi «riferibili alle province meridionali d’Italia e interessanti l’efficienza civile ed economica della popolazione italiana». «[…] Confidano di poter mettere a disposizione del Capo del Governo elementi concreti per la Sua opera di elevazione del Mezzogiorno». Una significativa porzione d’Italia dunque che richiede di essere riscattata. Si dichiara di voler offrire al Duce del fascismo elementi di concretezza, utili a realizzare, a costruire, grazie a una «trattazione quantitativa», così da «[…] fissare e organare concetti» e «[…] prospettare anche possibili soluzioni» perché, chiariscono i Nostri, «i campi d’indagine si presentano numerosi» e richiedono di essere affrontati da «uomini singolarmente competenti». Una parola, la competenza – mi sia consentita la digressione – che sarà uno dei chiodi che continuamente batterà De Gasperi un dodicennio più tardi.</p><p rend="text">«Questioni meridionali», una rivista densa di analisi, coraggiosa nelle proposte e nella sfida all’ipocrisia. Per alcuni anni manterrà fede, senza trasgressioni, all’iniziale programma; una rarità nel panorama giornalistico di quegli anni cruciali. La chiave usata per assicurarsi uno spazio di originalità e di autonomia può essere ricercata in una pluralità di fattori: l’autorevolezza dei tre direttori appartenenti alla prima fascia dell’aristocrazia economica, scientifica, amministrativa fascista; la copertura assicurata della Confederazione degli industriali di Napoli, un vicedirettore di qualità e un caporedattore capace e anch’egli avveduto (Domenico Gattinara) con un nucleo redazionale agguerrito e responsabile, la garanzia offerta dai nomi dei collaboratori esterni, scelti tra i migliori di quegli anni; la preminenza data alle cifre senza mai tacere ma senza mai enfatizzare i giudizi che quegli stessi dati imponevano di dare.</p><p rend="text">Inizia così il cammino del periodico: due corposi fascicoli l’anno in quarto (all’apparenza quasi libri tecnici), suddivisi ciascuno tra «studi originali» (due, tre, quattro, e perfino cinque), a volte di particolare ampiezza, ai quali seguono accurate recensioni librarie (per i primi anni) e nutrite rassegne bibliografiche.</p><p rend="text">L’attenzione è posta su problemi che condizionano lo sviluppo nazionale e sono di freno alla crescita civile, sociale ed economica del Sud. Ricordo i temi degli scritti maggiormente significativi seguendo gli indici: la rete ferroviaria nella comparazione tra Nord e Sud, la situazione alberghiera meridionale, le caratteristiche demografico-sanitarie di Napoli, la questione edilizia partenopea esaminata nel confronto con le altre maggiori città italiane, il divario economico tra alcune regioni del Sud e il Piemonte, il regime alimentare delle popolazioni e di specifiche categorie professionali in alcune province del Sud, il sovraffollamento abitativo nelle realtà meridionali, la produzione di cellulosa, la consistenza delle casse rurali, il problema portuale di Napoli, l’allacciamento ferroviario del Mezzogiorno con i Balcani e la Turchia, la natalità e la fecondità nell’Italia meridionale, la donna meridionale nell’industria e nel commercio, la produzione del seme di canapa, il traffico merci dei porti in Sicilia dal 1923 al 1932, aspetti e necessità del turismo nella provincia di Napoli nella comparazione con l’Italia, i bilanci alimentari delle vecchie plebi rurali, il movimento delle merci nei porti meridionali dal 1922 al 1935, i caratteri demografici e sociali rilevati con il censimento del 1931 messi a confronto con il decennio precedente, aspetti del problema edilizio di Napoli, il fenomeno infortunistico nelle imprese industriali del Sud, la fertilizzazione chimica nell’Italia meridionale, l’imposta fondiaria nelle regioni meridionali in relazione alle vicende monetarie nel periodo 1914-1938, un’inchiesta sui ‘bassi’ di un centro del Mezzogiorno (Campobasso) e sul suo rinnovamento edilizio, il ponte mobile nel Basso Adriatico, gli indici dell’attività industriale della provincia di Napoli dal 1930 al 1937, la distribuzione regionale delle comunicazioni ferroviarie italiane, la situazione tessile nazionale e le coltivazioni nelle regioni meridionali, la finanza locale nel Sud, il credito fondiario in rapporto alla conservazione del patrimonio edilizio e alla costruzione di case popolari, le condizioni demografiche della Lucania dal 1870 al 1937, il contributo statistico allo studio delle malattie infettive acute in Napoli dal 1924 al 1938, i dati sul consumo della carne nel Mezzogiorno, gli indici delle attività industriali di Napoli, Palermo e Bari dal 1931 al 1938, la popolazione rurale nel Mezzogiorno continentale e nelle isole, le caratteristiche delle abitazioni sarde con particolari rilievi su cento abitazioni terranee della città di Cagliari, il movimento delle merci nei porti della Puglia.</p><p rend="text">Di valore gli autori, con una presenza femminile che richiede di essere evidenziata: Botti, Breglia, Buonomo, Calabrese, Canu, Vera Cao-Pinna, Conca, Corbino, De Cillis, De Dominicis, Franciosa, Frisella Vella, Galeotti, Giordani, Diana Giovannitti, Lenti, Lucia Locuratolo, Milone, Niceforo, Piccinato, Romeo. Alda Rossi, Elvina Saxida, Schepis, Tajani, Tassinari, Volpe.</p><p rend="text">Le dense pagine mostrano, senza reticenze, il dramma che a Napoli e, con l’antica capitale, nell’intero Mezzogiorno si manifesta con crescente intensità. Un gigantesco fossato separa quei territori dal vivere civile e dal modesto benessere di altre regioni italiane. Questo dislivello si evidenzia con l’analfabetismo, l’indigenza, le malattie infettive e croniche, il sovraffollamento abitativo con l’abiezione dei ‘bassi’, l’insufficienza alimentare riferita alle singole persone come a intere comunità. Si aggiungano, lo ripeto in parte, lo stato dell’edilizia scolastica, l’insufficienza e la qualità delle reti ferroviarie e stradali, l’inadeguatezza dei porti, il dissesto delle finanze comunali, l’asfittico commercio, la debolezza del settore produttivo, la modestia del turismo, l’agricoltura priva d’acqua.</p><p rend="text">«Questioni meridionali» non si esaurisce nelle denunce. Vuole innovare. Ne dà testimonianza un saggio di 27 pagine, con 13 tra tabelle e figure, contenuto nel fascicolo 2-3 del volume IV, datato dicembre 1937 ed effettivamente distribuito nel settembre dell’anno successivo. Ne è autore un giovane architetto che a lungo farà parlare di sé: Luigi Piccinato. Ha per titolo <hi rend="italic">Aspetti del problema edilizio di Napoli. </hi>Penso meriti riportarne una pagina tratta dall’introduzione:</p><p rend="quotation_b">Voltiamo le spalle agli allettamenti del golfo e guardiamo invece a fondo quell’immenso agglomerato urbano: ecco che balza vivo il problema edilizio di Napoli.</p><p rend="quotation_b">La città sembra da ogni parte cercare spazio: a nord la comprime l’arco delle colline da Posillipo a Poggioreale; a sud la ferma il mare; a oriente la blocca il fascio ferroviario.</p><p rend="quotation_b">Questa ristrettezza degli spazi; la mancanza sino ad oggi di provvedimenti urbanistici intesi a realizzare un piano regolatore di decentramento; una malintesa e disordinata edilizia mai regolata da quelle norme che le altre città godono da quasi un secolo; la miseria di alcune classi sociali e la imperizia amministrativa e tecnica di alcune altre […] hanno provocato uno spaventoso sovraffollamento ed una incredibile densità di popolazione. Addossate le case alle colline, sfruttato il suolo con la sola direttiva del tornaconto individuale, vandalicamente distrutto ogni residuo di giardino, compressa la popolazione in vicoli senza respiro, in case senza sole, in locali sotterranei, in paurosa promiscuità, si è finito per minare e quasi compromettere l’integrità fisica e morale di un popolo meraviglioso.</p><p rend="quotation_b">In questi vani senza luce, senza acqua, senza latrine; in quegli ambienti insufficientemente areati da cortili larghi cinque metri e alti trenta nei quali anche a mezzogiorno occorre l’uso della luce artificiale, vivono famiglie di dieci, quindici persone, lavorano artigiani e operai, crescono bambini. I quali ultimi però all’angustia della casa e alla miseria delle scuole elementari allogate alla meglio nelle case private (dove per deficienza di locali sono costretti a fare i turni di lezioni) preferiscono di gran lunga la strada.</p><p rend="quotation_b">La strada come sollievo della casa: ecco la soluzione per tutti. Ma quale strada? Pareti altissime, grigio piombo; infinite teorie di balconi che coprono il cielo ridotto ad una incerta striscia azzurra; rumori, polvere, fango; ed uomini affaticati, donne trascurate nel vestire; rachitismo, storpi; non giardini, non alberi, niente vista del mare.</p><p rend="quotation_b">Questo il quadro urbano di Napoli contenuto in quella impareggiabile cornice del golfo che basta da sola ad addolcirne il colore fosco se non a farlo dimenticare.</p><p rend="quotation_b">Ma in questo quadro la vita si svolge faticosissima, senza distensione, senza riposo, senza benessere; e la sola innata generosità del popolo impedisce che si svolga anche senza bontà.</p><p rend="quotation_b">Inutile chiudere gli occhi e mettere la testa sotto la sabbia: le cifre della statistica parlano e denunciano il problema come forse il più grave che l’urbanistica ci abbia mai additato. In pochi casi anzi come in questo del problema edilizio di Napoli è stata messa a disposizione dell’urbanistica una più copiosa messe di dati statistici ben ordinati, selezionati minuziosamente analizzati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="10.html#footnote-011">1</ref></hi></hi>. Attraverso di essi la situazione attuale appare precisata in tutti i suoi aspetti: tirarne profitto ed indicare il cammino alla soluzione è dunque ora compito dell’architetto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="10.html#footnote-010">2</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Piccinato sviluppa una serrata analisi sul quoziente di natalità, sulla mortalità, sull’igiene, sulla popolazione attiva, sulla carenza di alloggi per passare poi a illustrare la sua visione, quella del nuovo piano regolatore rapportato all’economia della regione e del tipo di nuova edilizia di cui ha bisogno la grande città, un’edilizia capace, in primo luogo, di rispondere alle attese dei ceti popolari. Così da poter concludere:</p><p rend="quotation_b">[…] I tipi edilizi dovrebbero svolgersi verso forme più aperte e più modeste ancora ed essere distribuiti secondo un piano infinitamente più vasto: un vero piano regionale.</p><p rend="quotation_b">Ma anche se ciò fosse possibile (e noi lo desideriamo) il problema della casa resterà vivissimo a Napoli e non potrà essere degnamente affrontato senza appoggiare ogni norma d’azione su quei criteri fondamentali che, se sono basilari per ogni edilizia moderna, sono indispensabili qui più che mai.</p><p rend="quotation_b">Poiché queste norme trovino una logica rispondenza nella economia edilizia è necessario che esse non tanto vengano dall’alto quasi come una imposizione, ma piuttosto che siano sorrette e rese spontanee da una savia “politica delle aree” accorta nell’equilibrare i valori edilizi, giusta nell’impedire la sperequazione, tempestiva nel frenare e nel concedere.</p><p rend="quotation_b">“Politica delle aree” significa dunque programma: e programma significa piano regolatore nel tempo. Napoli lo sta oggi per avere: se lo seguirà con unità di indirizzo la meta non sarà difficile da raggiungere<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="10.html#footnote-009">3</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Non c’è aspetto di rilievo che non venga passato al setaccio della rivista. Per completare un’esposizione necessariamente ristretta ma cercando, al tempo stesso, di testimoniare la qualità degli scritti accolti, mi concentro sullo studio <hi rend="italic">La finanza locale nelle regioni meridionali. </hi>Ne è autore Epicarmo Corbino, professore nella Facoltà di economia della Regia università di Napoli. Un testo che si sviluppa per 35 pagine con 13 tabelle alle quali se ne aggiungono 37 a piena pagina<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="10.html#footnote-008">4</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Un argomento, quello preso in considerazione dall’autore, poco trattato in Italia, sorretto da un numero limitato di rilevazioni, e che pure riguarda questioni vitali per coloro che vivono sia nei piccoli e nei medi comuni sia nelle città. Corbino esamina le entrate e le spese tanto obbligatorie quanto facoltative per giungere a considerazioni di rilievo:</p><p rend="quotation_b">[…] Appare chiaro che i comuni sono stati sempre in condizioni più o meno dissestate, ed era logico che questo dissesto si risolvesse in un costante aumento delle cifre del loro debito. Da 1.237 milioni al 31 dicembre 1900 il debito dei comuni del Regno è passato a 1.660 al 1911, a 5.607 milioni al 1° gennaio 1925, a 12.562 milioni al 1935. Pur tenendo conto della svalutazione monetaria, è evidente che il processo di indebitamento si è svolto con ritmo accelerato specialmente nell’ultimo decennio. </p><p rend="quotation_b">Negli undici anni anteriori alla guerra i debiti erano cresciuti nella media annua di 38,5 milioni, corrispondenti a 141 milioni di lire del 1927. Nel decennio 1925-1935 i debiti sono aumentati in media di 696 milioni all’anno, cioè per una cifra quasi cinque volte superiore a quella dell’anteguerra ridotta in lire del 1927<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="10.html#footnote-007">5</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Segue l’elenco dei debiti delle regioni del Sud nel confronto tra il 1925 e il 1935. Un primo risultato, ricordando che nel 1935 l’Italia aveva sferrato l’attacco all’Etiopia mentre la Società della Nazioni otteneva l’applicazione di sanzioni economiche al nostro Paese: </p><p rend="quotation_b">In conclusione si può affermare che i debiti aumentano con l’aumento della popolazione media e con la funzione assegnata ai comuni, ma contemporaneamente all’aumento dei debiti si ha un aumento di entrate, necessario per assicurare il pagamento degli interessi e, nei limiti del possibile, il rimborso dei debiti stessi. Si noti che dei 2.270 comini meridionali solo 159, tutti con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti, risultavano liberi da debiti al 1° gennaio 1935, ma tenendo conto delle vicende del bilancio del 1935, non tutti saranno rimasti in questa invidiabile situazione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="10.html#footnote-006">6</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Si può anzi supporre, prosegue il saggio, che alla fine del 1939 l’ammontare dei debiti delle regioni meridionali debba essere vicino ai 4.750 milioni di lire, con interessi e ammortamenti che, appesantendo i bilanci, tolgono loro qualsiasi elasticità. Poiché il Duce ha fatto assoluto divieto di contrarre mutui per cinque anni: «Nell’impossibilità di aumentare le imposte e di fare nuovi debiti, Comuni e province si vedranno dunque obbligati a rimettere un po’ d’ordine nelle loro finanze riducendo le varie categorie di spese, mediante rinunzia a quella parte dei loro programmi che non abbia carattere di assoluta inderogabilità»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="10.html#footnote-005">7</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Dopo avere dedicato attenzione alla finanza provinciale, Corbino riassume la situazione evidenziando che le amministrazioni comunali e provinciali meridionali spendono troppo differenziandosi in peggio rispetto a quelle centrosettentrionali, con una questione di rilievo: </p><p rend="quotation_b">La forte differenza nelle proporzioni con cui la proprietà immobiliare contribuisce ad alimentare la finanza locale al Nord e al Centro in confronto del Sud è la causa fondamentale di quella sperequazione nell’imposta fondiaria che è stata da me messa in rilievo in una precedente indagine. Essa è il risultato non di una volontà deliberata di maggior aggravi, suggerita da considerazioni di carattere politico, ma la conseguenza della deficienza relativa di altre fonti di entrate, dato che nel Mezzogiorno è molto meno sviluppata che altrove l’attività industriale, e vi è relativamente più basso il tenore di vita della popolazione, mentre forse più che al Nord e al Centro è imperiosa la necessità di affrontare certe categorie di spese<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="10.html#footnote-004">8</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La situazione è peggiorata, annota Corbino, rispetto al 1912, e occorre fare economie. Un’impresa quasi impossibile quando:<hi rend="italic"> </hi></p><p rend="quotation_b">Ogni podestà, ogni preside di provincia hanno voluto legare il loro nome a qualche opera colossale che restasse a imperituro ricordo della loro attività amministrativa, e dentro il calderone delle spese obbligatorie si è spaziato senza alcun riguardo per gli aspetti finanziari del problema. Rivalità tra comune e comune o tra provincia e provincia, hanno fatto profondere centinaia di milioni in opere che avevano un carattere di necessità e di urgenza spesso discutibile<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="10.html#footnote-003">9</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">L’economista va dritto al bersaglio segnalando la demagogia di troppe amministrazioni, caratterizzate da un esagerato spirito di emulazione e di ambizione locale. Rileva una sproporzione tra i mezzi e i fini dalla quale </p><p rend="quotation_b">deriva lo squilibrio della finanza locale meridionale, perché, a parità di servizi da organizzare sono più scarse che altrove le fonti della ricchezza imponibile, e diventa quindi relativamente più pesante l’onere che i contribuenti devono localmente sopportare. Quando il limite della pressione tributaria sia stato raggiunto, si è esposti all’alternativa o di ricorrere al debito, che peggiora la situazione futura, o di scendere al di sotto di quel minimo. Si spiega così la minore spesa per abitante nel Mezzogiorno in confronto all’Italia centrale e settentrionale, e si capisce così perché certi servizi pubblici comunali siano al Sud più arretrati che al Nord. Che tutto ciò debba continuare va lungo non mi pare possibile.</p><p rend="quotation_b">Le minori disponibilità delle regioni meridionali per la soddisfazione <hi rend="italic">nei modi voluti dallo Stato dei bisogni che lo Stato medesimo giudica che sia necessario di soddisfare</hi>, dovrebbe trovare un complemento in un largo consenso della finanza statale attinto dalla ricchezza e dal reddito globali della Nazione. La soppressione della finanza locale oltre che rispondere ad una convenienza economica e politica generale, rientrerebbe dunque in quel piano di rettifica delle posizioni regionali, che è in gran merito del Duce di aver attuato nei limiti in cui era possibile materialmente di farlo, e che trova la sua insuperabile espressione nelle parole che il Capo del Governo pronunciò parlando il 31 marzo 1939 al popolo di Reggio Calabria: “I vecchi governi avevano inventato allo scopo di non risolverla mai la cosiddetta questione meridionale. Non esistono questioni settentrionali o meridionali: esistono questioni nazionali poiché la nazione è una famiglia, ed in questa famiglia non ci devono essere figli privilegiati e figli derelitti”<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="10.html#footnote-002">10</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il saggio si conclude con questa frase: «A me pare che in queste dichiarazioni del Duce, che ogni italiano dovrebbe scolpire nella propria mente e nel proprio cuore, la proposta di nazionalizzazione dei servizi degli enti locali possa trovare la sua più ampia giustificazione».</p><p rend="text">Cenzato e Giordani, che vivono a Napoli, avvertono come il loro Mezzogiorno si trovi nell’impossibilità di concorrere allo sviluppo del Paese. La vita nei piccoli comuni ha ancora stimmate ottocentesche. Nei medi e nelle città è assente una classe dirigente in grado d’imprimere una spinta che dia l’inizio a processi di sviluppo. «Questioni meridionali» mette in campo i problemi e, per quanto le è consentito, addita possibili percorsi di crescita, a partire da una convivenza civilmente strutturata. Cenzato e Giordani si muovono con dignità: non tendono il palmo della mano, mostrano la realtà e, con prudente sapienza e continuo rischio personale, indicano le strade da percorrere. Sanno che devono preparare l’avvenire e, malgrado gli sconvolgimenti bellici, faranno la loro parte.</p><p rend="text">Ritengo che la presentazione della rivista risulterebbe incompleta se venisse omesso il rilievo che ciascun fascicolo riserva alla rassegna bibliografica (alla quale si aggiunge quella legislativa). Come ho già accennato, centinaia di pagine, in ciascun fascicolo, sono destinate alle recensioni e alle schede di libri e periodici. Ne emerge la ricchezza di sedi di ricerca che riguardano tutta l’Italia senza trascurare il Mezzogiorno. Università e istituti che documentano il fervore scientifico e che spesso, nell’evidenziare dati e situazioni inoppugnabili, stanno a testimoniare l’arretratezza sociale delle regioni meridionali ma anche, lungo le limitate direttrici di sviluppo assegnate dal regime al Sud (l’incremento demografico e quello massiccio della produzione agricola e granaria in particolare), si scava e si mettono in circolazione idee e ricerche che se sviluppate avrebbero avuto risvolti positivi. </p><p rend="text">«Questioni meridionali» – apro una parentesi – riserva spazio ad Arrigo Serpieri e alla sua bonifica integrale. Il fascismo non ha la forza per intaccare il latifondo, esteso e scarsamente produttivo, confida – con insignificanti risposte – nella disponibilità dei proprietari terrieri, privilegiando il concetto privatistico di bonifica (con alle spalle i buoni risultati del sistema delle concessioni nella bonifica padana), che si rivelerà fallimentare al Sud a motivo delle complesse e non affrontate e tanto meno risolte connessioni tra proprietà, forniture idriche, nuove colonizzazioni agricole. Serpieri risulterà sconfitto dal fronte comune eretto dagli agrari meridionali, con gravi ripercussioni anche sul futuro politico del Mezzogiorno, con i grandi proprietari comunque insoddisfatti e i braccianti e gli affittuari tagliati fuori da ogni prospettiva di riforma. Accantonata la revisione del credito agrario che avrebbe dovuto favorire i territori meridionali, saranno l’Etiopia e la Spagna a drenare le scarse risorse disponibili. Ma la rivista non chiuderà la finestra che la rassegna bibliografica ha aperto, con Serpieri sempre presente nelle recensioni e nelle schede bibliografiche.</p><p rend="text">Cosa penso di poter aggiungere, avviandomi alla conclusione?</p><p rend="text">A Napoli, pure in anni difficili che rapidamente divengono tragici, esiste la capacità e il coraggio di diffondere analisi e proposte che riguardano ampi campi del mondo sociale ed economico. «Questioni meridionali» sa mantenersi non neutrale (è il contrario della neutralità), sempre ancorata al dato che parla, correttamente esposto, creando attenzione e partecipazione. Si rivolge agli studiosi, ai governanti, a coloro che, giorno dopo giorno, costruiscono il presente e dovrebbero o vorrebbero preparare il futuro. La rivista riesce, pagando il dazio dell’ossequio al regime senza immiserirsi, a compiere il suo percorso che dovrebbe condurla a raggruppare un insieme organizzato di conoscenze e di proposte per una classe dirigente di cui il Mezzogiorno, proprio attraverso «Questioni meridionali» documenta di avere un primo nucleo. Non sarà la censura fascista a interrompere il cammino tracciato da Cenzato, con l’apporto di Giordani e Breglia. Sarà la guerra a spazzare via tutto, piegando Napoli in particolare. Quanto rimane di quell’esperienza – non poco a ben vedere – alimenterà la pattuglia dei ricostruttori e dei programmatori dell’Italia repubblicana.</p><p rend="text">L’ultima annata, quella del 1940 sarà diffusa, in un numero contenuto di copie, solo tre anni dopo, mentre il fascismo si avvicina al crollo ma l’Italia ufficiale finge di non avvedersene. Tre piccoli ritagli stampa credo risultino sufficienti a mostrare un mondo costruito sul servilismo e la falsità: </p><p rend="text_list">1.	«Nel terzo anniversario della conclusione del patto che ha stretto i nostri due popoli in una indissolubile alleanza, desidero farvi pervenire, Fuehrer, le mie felicitazioni insieme con i miei voti più fervidi al compimento vittorioso della lotta comune», telegramma a Hitler di Vittorio Emanuele del 23 maggio 1942; </p><p rend="text_list">2.	«La FIAT continuerà a servire con disciplina ferrea e con fede la nazione che nel nome augusto del re imperatore e sotto la guida del duce combatte per la vittoria», conclusione della relazione agli azionisti del senatore Giovanni Agnelli del 3 giugno1943; </p><p rend="text_list">3.	«Continuiamo a guardare alla sacra maestà del re silenzioso e sicuro nella semplicità austera del gesto e della parola, a guardare negli occhi del duce che conosce le tempeste e ci ha dato tante prove di coraggio che le fa vincere, della indomita passione con cui si deve guardare il destino», dal discorso tenuto in Campidoglio, dove affermerà anche «L’Italia di Dante e di Mazzini ha sentito nella voce di Mussolini l’espressione del suo carattere immortale», il 25 giugno 1943 da Giovanni Gentile, che sarà successivamente ucciso ingiustamente<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="10.html#footnote-001">11</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Concludo.</p><p rend="text">Nel riflettere su meridionalismo e fascismo, le due riviste «Il Saggiatore» del 1924-1925 e «Questioni Meridionali» del 1934-1940 giocano nel loro limitato, se non angusto, spazio un ruolo assai diverso. La prima è tra le ultime e più munite trincee di un antifascismo militante con Mussolini già al potere, la seconda, sotto l’egida fascista, solleva la pietra tombale che il Duce ha posto sul Mezzogiorno. Espressione entrambe di gruppi redazionali agguerriti e capaci chiamati ad agire in tempi mutati. Impegnato «Il Saggiatore» a contrastare, con le ultime energie spendibili, il consolidarsi della dittatura; «Questioni meridionali» a preparare, quasi mimeticamente, un futuro per Napoli e per il Mezzogiorno non definito ma ancorato, senza dubbio, tanto nelle città che nelle campagne, a valori civili e all’industrializzazione.</p><p rend="text">In Marone e nei suoi (con l’unica eccezione di Raffaele Ciasca) non si verificherà l’adesione al fascismo, e non si rintracceranno negli anni adesioni seppure scettiche e opportunistiche. In Cenzato, Giordani e in Olivetti, quest’ultimo il più alto tra i dirigenti della Confindustria, mai prevarrà la scelta, ricercata e parzialmente conseguita, dell’alleanza tra la grande industria del Nord e il latifondismo agrario del Sud. Si sa scegliere una strada fino ad allora non percorsa, nella ricerca, peraltro impossibile, di un’unità tra il sentire, il pensare e il proporre di fare<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="10.html#footnote-000">12</ref></hi></hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-011-backlink">1</ref></hi>	Qui Piccinato cita in nota P. Conca, <hi rend="italic">Il problema edilizio napoletano</hi> e A. Botti, <hi rend="italic">Il problema demografico-sanitario di Napoli nell’ora presente</hi>, entrambi in «Questioni meridionali», 1, 1934.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-010-backlink">2</ref></hi>	L. Piccinato, <hi rend="italic">Aspetti del problema edilizio a Napoli</hi>, «Questioni meridionali», 4, 1937, pp. 231-232.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-009-backlink">3</ref></hi>	Ivi, p. 257.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-008-backlink">4</ref></hi>	E. Corbino, <hi rend="italic">La finanza locale nelle regioni meridionali</hi>, «Questioni meridionali», 6, 1939, pp. 3-78.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-007-backlink">5</ref></hi>	Ivi, pp. 24-25.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-006-backlink">6</ref></hi>	Ivi, p. 27.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-005-backlink">7</ref></hi>	Ivi, p. 29.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-004-backlink">8</ref></hi>	Ivi, pp. 32-33.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-003-backlink">9</ref></hi>	Ivi, p. 34.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-002-backlink">10</ref></hi>	Ivi, p. 37.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-001-backlink">11</ref></hi>	I tre periodi sono tratti da Oreste Lizzadri, <hi rend="italic">Il regno di Badoglio, </hi>Edizioni Avanti, Milano 1963, pp. 34, 80 e 84. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-000-backlink">12</ref></hi>	Effettivamente gli inviti, avanzati nel lontano 1975, nel convegno nazionale di studi <hi rend="italic">Mezzogiorno e fascismo</hi>, svoltosi tra Salerno e l’amendoliano Monte S. Giacomo, a scavare sul periodo della dittatura per ricercare convergenze e divergenze, presenti nelle relazioni iniziali di Giuseppe Galasso e di Giuseppe Giarrizzo, meritano di essere accolti per dare vigore a un’impresa tardivamente iniziata. Auspici felicemente reinterpretati, in quelle stesse ore, da Francesco D. Perillo con la sua ampia comunicazione <hi rend="italic">Aspetti della strategia meridionalistica del primo fascismo (1921-25)</hi>.</p>
      
      
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        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="57410">Botti A., Il problema demografico-sanitario di Napoli nell&amp;#39;ora presente, &amp;#171;Questioni meridionali&amp;#187;, 1, 1934, pp. 92-163</bibl>
          <bibl n="57411">Conca P., Il problema edilizio napoletano, &amp;#171;Questioni meridionali&amp;#187;, 1, 1934, pp. 269-481</bibl>
          <bibl n="57412">Corbino E., La finanza locale nelle regioni meridionali, &amp;#171;Questioni meridionali&amp;#187;, 6, 1939, pp. 3-78</bibl>
          <bibl n="57413">Laveglia P. (a cura di), Mezzogiorno e fascismo. Atti del Convegno nazionale di studi promosso dalla Regione Campania. Salerno-Monte S. Giacomo, 11-14 dicembre 1975, Edizioni scientifiche italiane, Napoli 1978</bibl>
          <bibl n="57414">Lizzadri O., Il regno di Badoglio. Note di taccuino sulla ricostituzione del PSI, Edizioni Avanti, Milano 1963</bibl>
          <bibl n="57415">Piccinato L., Aspetti del problema edilizio a Napoli, &amp;#171;Questioni meridionali&amp;#187;, 4, 1937, pp. 231-257</bibl>
          <bibl n="57416">Zoppi S., Una battaglia per la libert&amp;#224;. Il saggiatore di Gherardo Marone (Napoli 1924-1925), Rubbettino, Soveria Mannelli 2013</bibl>
          <bibl n="57417">Zoppi S., Questioni meridionali. Napoli (1934-1943), Il Mulino, Bologna 2019</bibl>
        </listBibl>
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