<?xml version="1.0" encoding="utf-8" standalone="yes"?>
<TEI xmlns="http://www.tei-c.org/ns/1.0">
  <teiHeader>
    <fileDesc>
      <titleStmt>
        <title type="main" level="a">Introduction</title>
        <author>
          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0001-7626-3593" type="ORCID">
            <forename>Adelino</forename>
            <surname>Cattani</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Padua, Italy</placeName>
          </persName>
          <persName n="2" ref="https://orcid.org/0000-0002-5071-762X" type="ORCID">
            <forename>Bruno</forename>
            <surname>Mastroianni</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Florence, Italy</placeName>
          </persName>
        </author>
        <respStmt>
          <resp>This is a section of <title>Competing, cooperating, deciding: towards a model of deliberative debate </title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-329-1</idno>) by </resp>
          <name>Adelino Cattani, Bruno Mastroianni</name>
        </respStmt>
      </titleStmt>
      <publicationStmt>
        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2021">2021</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-329-1.01</idno>
        <availability>
          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
          <licence source="text" target="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">
            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
          </licence>
          <licence source="metadata" target="https://creativecommons.org/publicdomain/zero/1.0/legalcode">
            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
          </licence>
        </availability>
      </publicationStmt>
      <sourceDesc>
        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
      </sourceDesc>
    </fileDesc>
    <encodingDesc>
      <appInfo>
        <application version="2.2" ident="Booksflow">
          <desc>Digital edition XML powered by Booksflow</desc>
        </application>
      </appInfo>
    </encodingDesc>
    <profileDesc>
      <textClass>
        <keywords>
          <list>
            <item>Argumentation Theory</item>
            <item>Debate</item>
            <item>Rhetoric</item>
            <item>Education</item>
            <item>Deliberative debate</item>
          </list>
        </keywords>
      </textClass>
    </profileDesc>
  </teiHeader>
  <text>
    <body>
      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-329-1.01<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-329-1.01" /></p>
      
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">Introduzione</p><p rend="h1_author">Adelino Cattani, Bruno Mastroianni</p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_1">Se noi avessimo una bilancia della ragione, con cui pesare esattamente gli argomenti pro e contro e che ci permettesse di emettere un verdetto in base all’inclinazione dei piatti, possederemmo un’arte più preziosa della miracolosa scienza della trasmutazione in oro. </p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_3">Gottfried W. Leibniz</p><p rend="text">Torneranno un giorno a esserci disputanti ‘felici e contenti’? C’era una volta la Disputa. Aveva a suo servizio due ancelle fidate di nome Dialettica e Retorica. La disputa era un evento pubblico di grande richiamo e un vero spettacolo: era una ‘dimostrazione’, nel doppio senso del termine, sia una <hi rend="CharOverride-1">esibizione </hi>–<hi rend="CharOverride-1"> </hi>uno sfoggio di capacità – sia una <hi rend="CharOverride-1">prova</hi>, il collaudo di una tesi. Le dispute migliori non erano quelle litigiose né quelle che si concludevano con un compromesso, in cui ciascuna delle due parti rinunciava a qualcosa, ma quelle che cercavano un accordo nel contrasto, in opposizione attiva e cooperativa e il cui scopo era che dallo scontro nascesse qualcosa di nuovo, di diverso, di buono, un <hi rend="CharOverride-1">tertium quid</hi>.</p><p rend="text">In fondo questo è il meccanismo della democrazia: da pluralità e diversità, tra dissidi e conflitti, considerando irrisolutezze e insicurezze, trarre qualcosa di nuovo, di diverso, di buono. Con tutti i loro limiti, il dibattito e la democrazia sono per definizione delle ‘messe alla prova’. </p><p rend="text">La disputa quindi non era uno scontro bellicoso, ma un collaudo, in cui a essere sottoposte a test erano non prodotti merceologici, ma idee. «La discussione è una guerra» si dice. La discussione può essere sì concepita e visualizzata come un conflitto, uno scontro tra accusa e difesa, una lotta tra due pugili sul ring, ma anche come un doppio sportivo, una trattativa tra due soci in affari, un confronto fra pensatori di scuola diversa. Un test di verifica. Certo, l’esito di un dibattito difficilmente è quello favolistico celebrato dalla campagna pubblicitaria di una nuova auto: «State ascoltando un rullo meccanico che sta collaudando le sospensioni della nuova auto. Anche stavolta non ha retto. Il rullo meccanico, naturalmente».</p><p rend="text">‘Deliberato’, ci dicono i dizionari etimologici, è ciò è stato <hi rend="CharOverride-1">aggiudicato</hi>, dopo essere stato messo all’incanto. In un dibattito si mette alla prova e all’incanto una tesi, un’idea, una proposta, un provvedimento; se lo aggiudica chi offre di più, intendendo però più e migliori ragioni. «Vinca non il migliore, ma la migliore»: la migliore ragione, quella che risulta preferibile al termine non di un dialogo – sempre sia comunque lodato il dialogo, caposaldo della convivenza – ma al termine di una bella polemica, che non abbia mascherato le divergenze in nome di esso. I richiami al dialogo si riducono spesso a un esercizio retorico e giaculatorio; molti sono i credenti nel dialogo, pochi i praticanti. E chi lo pratica davvero e sa dare ragione a un avversario è impareggiabile.</p><p rend="text">Un dibattito la cui aggiudicazione si limita a valutare le capacità dialettiche dei partecipanti è monco, mutilo, ristretto perché decreta superiore non una tesi ma chi ha saputo meglio difendere una tesi. Non entra nel merito della questione sul tappeto. E se è la tua abilità ad avere meglio, sei tu che vinci e non la tua tesi.</p><p rend="text">Esiste da tempo la valutazione <hi rend="CharOverride-1">formativa</hi>, quella destinata non a giudicare, ma a registrare la prestazione; quella che, quando giudica, lo fa non solo per certificare vincitori e vinti ma per migliorare vincitori, vinti e magari anche i giudicanti stessi. Si può far ancora di più e meglio con una valutazione <hi rend="CharOverride-1">deliberativa.</hi> </p><p rend="text">La <hi rend="CharOverride-1">Palestra di Botta e Risposta</hi> vuole promuovere un formato di dibattito di tipo non puramente antagonistico, ma più cooperativo-comparativo, in cui la giuria non si limita a decretare la squadra che meglio ha difeso la posizione assegnata, ma valuta la squadra che meglio ha saputo, quando possibile e utile, conciliare/mediare e, quando non possibile, meglio ha saputo cogliere le istanze (valori, principi, aspirazioni) della controparte. </p><p rend="text">La vera virtù di un buon disputante non è vincere sull’avversario, ma far valere comparativamente la superiorità/preferibilità della propria posizione riconoscendo la forza della posizione opposta. </p><p rend="text">Ci piacerebbe una sorta di dibattito che valuta non solo l’abilità dei due contendenti, ma anche il merito della materia. Un nuovo tipo di dibattito che includa un riconoscimento finale delle migliori ragioni della squadra avversaria. Un tipo di dibattito in cui il problema viene analizzato, le soluzioni sono discusse e viene valutata quella preferibile.</p><p rend="text">Abbiamo un piccolo sogno, che, miracolosamente, al termine di un dibattito qualcuno possa anche cambiare idea, convinto o persuaso dagli argomenti dell’antagonista. Questa aspirazione è racchiusa nella <hi rend="CharOverride-1">Promessa solenne del disputator cortese</hi>, che i partecipanti alla <hi rend="CharOverride-1">Palestra di Botta e Risposta</hi>, pronunciano prima dell’incontro.</p><p rend="quotation_b">Consapevole</p><p rend="quotation_b">– che su ogni cosa possono esistere punti di vista diversi;</p><p rend="quotation_b">– che verità e giustizia scaturiscono dal confronto civile e dal dibattito leale;</p><p rend="quotation_b">– che di norma non esiste una ragione che si contrappone ad un torto, ma diverse ragioni contrapposte;</p><p rend="quotation_b">– che è sempre preferibile discutere anche senza deliberare che deliberare senza discutere.</p><p rend="quotation_b">Prometto</p><p rend="quotation_b">– di impegnarmi a ricercare gli argomenti migliori a favore della mia posizione;</p><p rend="quotation_b">– di valutare, nel contempo, le obiezioni ragionevoli della controparte;</p><p rend="quotation_b">– di replicarvi in modo fermo e pacato, individuandone i punti deboli e riconoscendone, almeno in cuor mio, i punti di forza che richiedono risposta, al fine di addivenire ad una migliore comprensione delle cose e degli altri;</p><p rend="quotation_b">Farò del mio meglio per convincere e nel contempo per convivere (Cattani 2018, 114-15).</p><p rend="text">A questo obiettivo mirano i <hi rend="eudoraheader">laboratori </hi>internazionali organizzati<hi rend="eudoraheader"> dall’</hi><hi rend="eudoraheader CharOverride-1">Associazione per una Cultura e la Promozione del Dibattito. </hi><hi rend="eudoraheader">I primi due si sono svolti nel 2017 e nel 2018 nell’Università di Padova. </hi>Il primo, il 24 novembre 2017 era intitolato: <hi rend="CharOverride-1">«</hi>Vincere un dibattito. Principi e regole di aggiudicazione». Il secondo, il 7 dicembre 2018, ha raccolto formatori e giudici di dibattito provenienti da Cile, Francia, Stati Uniti, Cina, Polonia, Spagna e Italia e<hi rend="CharOverride-1"> </hi>fu dedicato<hi rend="CharOverride-1"> </hi>ai<hi rend="CharOverride-1"> «</hi>Problemi e criticità nella valutazione del Dibattito regolamentato<hi rend="CharOverride-1">»</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi>Si puntava ad una rubrica di valutazione il più possibile condivisa, confrontando i diversi criteri di aggiudicazione e il ruolo del giudice in un dibattito regolamentato.<hi rend="CharOverride-1"> </hi>Il terzo, organizzato congiuntamente dall’<hi rend="CharOverride-1">Associazione per una Cultura e la Promozione del Dibattito</hi> e dall’Università di Firenze, Dipartimento di Lettere e filosofia e Master Pubblicità Istituzionale e Comunicazione multimediale, intitolato, come questo libro che inaugura una nuova Collana della Firenze University Press, «Competere, cooperare, decidere: per un modello di dibattito deliberativo»<hi rend="CharOverride-1">, </hi>si è svolto, online, il 28 marzo 2020. </p><p rend="text">‘Deliberare’ vuol dire decidere, risolvere, concludere. Si discute tra lessicografi se ‘deliberare’ derivi da ‘liberare’ oppure da ‘libra/bilancia’. ‘De-liberare’, cioè ‘mettere in libertà’<hi rend="CharOverride-1">, </hi>perché delibera chi può scegliere tra alternative; oppure ‘de-liber-are’, cioè togliere una cosa dalla bilancia e consegnarla al compratore dopo averla pesata. Come si racconta abbia detto un illustre filologo ai discepoli raccolti al suo capezzale: «“Me ne vado” o “Me ne vo”? Ambedue dir si può». Entrambe le etimologie si attagliano al senso figurato di ‘deliberare’, che significa pensare e comparare ciò che porta a decidere, a concludere dopo avere ben ponderato. Entrambe le etimologie quindi non solo sono compatibili, ma addirittura complementari. </p><p rend="text">Il vero senso di deliberare è il soppesare le alternative, cioè riconoscerle grazie alle posizioni altrui (e all’esercizio della sua libertà). È la «contemplazione della differenza» a conferire ‘felicità’ alla disputa (Mastroianni 2021). Non è proprio quel riconoscimento di libertà irriducibile a permettere una valutazione libera della propria scelta? «Si delibera usando l’attenzione e il volere, cioè la libertà nel cercare e nel prescegliere il migliore consiglio». E ancora: «Si stabilisce anco senza maturo pensamento; si delibera usando o facendo le viste di usare la libertà in pieno modo» (Tommaseo 1973). Il che significa che si può decidere spensieratamente, ma non si delibera spensieratamente, senza pensare.</p><p rend="text">Si può anche deliberare di non deliberare. Infatti la conclusione di una discussione dipende dalla natura della controversia. Se una delle due posizioni rivali risulta insostenibile in base ai dati, ai fatti o alla logica, sarà abbandonata. </p><p rend="text">Una controversia politica si può risolvere, quando c’è la volontà, in maniera appunto ‘politica’, vale a dire con un compromesso raggiunto tra le posizioni in campo, a seguito magari di una trattativa e in base ad esigenze pratiche. </p><p rend="text">Una controversia etica si può risolvere facendo riferimento a dei valori condivisi oppure ad un organo superiore, ad un’autorità, ad un atto istituzionale che definisce ‘giusta’ una delle posizioni in campo. </p><p rend="text">Una controversia filosofica può benissimo restare irrisolta: se ‘perenne’ è la filosofia, perenni possono essere le sue controversie e nessuno se ne scandalizza; talora anziché <hi rend="CharOverride-1">risolta</hi>, la controversia può essere <hi rend="CharOverride-1">dissolta</hi>, facendone vedere l’insussistenza.</p><p rend="text">Si può anche non pervenire ad una conclusione, senza che questo sia considerato un fallimento. Il modo in cui si affrontano le discussioni ne favorisce la soluzione e, nel caso non vi si addivenga, garantisce almeno la salvaguardia della relazione. Persino un processo, come nei tribunali per la verità e la riconciliazione voluti da Nelson Mandela in Sudafrica, si può concludere anche senza sentenza.</p><p rend="text">La <hi rend="CharOverride-1">mediazione</hi> infatti è possibile, opportuna e necessaria nei conflitti sociali, familiari, lavorativi, commerciali; in caso di conflitti culturali, ideologici, religiosi può diventare non possibile, non necessaria, non opportuna. In ambito ideologico e religioso l’obbiettivo, più che la soluzione del conflitto, potrebbe essere la riduzione delle possibilità di conflitto. </p><p rend="text">In ambito culturale e scientifico l’obiettivo potrebbe essere addirittura la valorizzazione del conflitto teorico o al fine di effettuare una sorta di controllo-qualità delle tesi contrapposte o al fine di generare, mediante l’opposizione attiva delle tesi, come dicevamo all’inizio, una <hi rend="CharOverride-1">terza via</hi>; quella terza via che Carlos Santana esemplifica efficacemente con una esperienza di vita: «Io e mio figlio Salvador abbiamo ricostruito un rapporto suonando insieme, chiusi per ore nella sessa stanza. La prima volta abbiamo cercato di sovrastarci, di andare l’uno sulle note dell’altro: erano le tensioni irrisolte fra di noi. La scontro fra l’autorità paterne e le recriminazioni di un figlio che si è sentito messo in disparte. Lui picchiava sui tasti del pianoforte, io tiravo al massimo le corde della chitarra, entrambi a un volume pazzesco. Guerra totale. Poi, progressivamente, abbiamo smorzato i volumi e iniziato a creare suoni armoniosi, come due persone che smettono di urlare e iniziano a dialogare. E siamo entrati nell’era del rispetto reciproco» (Poglio 2012).</p><p rend="text">Tornerà mai un giorno la «disputa felice» (Mastroianni 2017)? Un dibattito tra persone con opinioni differenti, in cui l’oppositore svolge per te il lavoro che dovresti fare te stesso: il collaudatore e il giudice. E in cui il finale non sia sempre l’inamovibile fedeltà di ciascuna delle due parti all’idea iniziale, ma, miracolo, magari solo in cuor proprio, come recita il «Giuramento del disputator cortese», un impensabile «ho cambiato idea!» (Cattani 2001, 128-30). Il buon dibattito è come una fionda: prima tendiamo e trasciniamo l’elastico verso di noi per poi distenderlo e rilasciarlo, cercando di centrare il punto migliore o almeno evitare di fallire il bersaglio.</p><p rend="text">Una delle strade da percorrere non può che essere quella educativa, puntando su una ridefinizione della qualità della relazione tra gli attori dell’ecosistema che caratterizza la società interconnessa (Dominici 2014, 144). Lo strumento può essere quello delle pratiche di formazione al dibattito deliberativo attraverso attività regolamentate che facciano maturare abilità retoriche e dialettiche (il saper convincere, la competizione) tanto quanto le attitudini al pensiero critico e all’apertura mentale che mettono nelle condizioni di saper ascoltare e riconoscere l’altro (il convivere, la cooperazione).</p><p rend="text">Nel riflettere sul tema i contributi presenti in questo volume sono suddivisi in due sezioni tematiche. La prima, quella delle <hi rend="CharOverride-1">idee</hi>, affronta questioni di fondo relative alle funzioni del dibattito e alle possibili ricadute educative. La seconda, quelle delle <hi rend="CharOverride-1">applicazioni</hi>, offre modelli e studi sulla realizzazione di dibattiti e strumenti di analisi per la verifica della loro efficacia.</p><p rend="text">La prima sezione è aperta dal contributo di Bruno Mastroianni che propone il criterio della felicità – la «disputa felice» – come motore che può rendere le attività di dibattito regolamentato non solo dei laboratori artificiali di teoria dell’argomentazione, ma palestre in cui si impara ad affrontare discussioni reali non regolamentate. La proposta è quella di sviluppare non solo competenze argomentative, ma vere e proprie virtù dell’argomentazione che rendano gli argomentatori dediti al tema, distaccati da sé stessi e capaci di contemplare le differenze di opinione, come presupposto per ogni vera deliberazione. In questa ottica la proposta è quella di rivisitare il rapporto tra gli elementi di competizione e cooperazione in direzione del valore della «contemplazione della differenza» come fondamento di ogni possibile deliberazione tra idee divergenti. </p><p rend="text">A seguire Stephen Llano propone nel suo intervento un modello retorico di dibattito incentrato sull’immagine del labirinto, più adatta rispetto alla metafora del gioco nel descrivere i benefici dell’argomentare di fronte a un pubblico. Il labirinto esprime al meglio quel procedere per scelte successive, quell’andare e venire, e talvolta dover tornare sui propri passi, tipico dell’attività di dibattito. La tesi di fondo è che argomentare è un adattare continuamente i propri discorsi in base al pubblico che ascolta. Nel labirinto infatti non conta solo arrivare all’esito – l’uscita, o il raggiungimento del centro della struttura – ma altrettanto importante è il percorso che si sceglie per raggiungerlo. Più che l’argomento definitivo e vincente, che raramente si presenta nelle discussioni, il labirinto educa al riconoscimento della pluralità di approcci che si possono adottare di fronte a una questione. </p><p rend="text">Maria <hi rend="il">Załęska</hi> nel suo intervento si concentra sul tema del rischio educativo del dibattito. Attraverso il modello educativo elaborato da Biesta analizza le tre funzioni principali (qualificazione, socializzazione e soggettivazione) in relazione ad attività di dibattito regolamentato, in particolare considerando le modalità dell’Oxford Debate e proponendone una versione riadattata per tali funzioni. Tale analisi permette di individuare alcuni limiti del modello: ad esempio la tendenza dei partecipanti a gestire il conflitto cercando di far dominare la propria visione anziché prendere in considerazione il punto di vista degli altri. Una modalità in cui la logica della vittoria prende il sopravvento sulla ricerca della soluzione migliore. Per non diventare un semplice strumento di riproduzione del sistema sociale, il dibattito non dovrebbe funzionare come un’implementazione di <hi rend="CharOverride-1">learnification</hi> – un puro esercizio di tecniche argomentative – ma un invito agli studenti per porre domande fondamentali sul contenuto, direzione e scopo delle pratiche di apprendimento a cui partecipano.</p><p rend="text">La sezione delle <hi rend="CharOverride-1">applicazioni</hi> è aperta da Claudio Fuentes e Julián Goñi Jerez che presentano i primi risultati di un progetto che ha portato nel contesto digitale il Critical Debate Model. Tale modello di dibattito regolamentato è stato sperimentato in un’iniziativa online che nel 2020 ha coinvolto su larga scala cittadini cileni chiamati ad esprimere le loro opinioni sul futuro del paese sudamericano. L’iniziativa, intitolata «Tenemos Que Hablar de Chile» (Dobbiamo parlare di Cile), si è servita di strumenti automatizzati di analisi del Natural Language Processing e ha evidenziato alcuni aspetti come l’importanza dell’opposizione e della competizione per la buona riuscita dei dibattiti. L’intento è quello di ideare format di dibattito regolamentato sempre più adatti al contesto degli scambi in rete, nell’ottica di un’educazione dei futuri cittadini alla partecipazione e alla deliberazione democratica.</p><p rend="text">Una sfida, quella delle discussioni online, affrontata anche dal paper di Jan Albert van Laar che ne valuta opportunità e vantaggi per le attività educative con gli studenti. Il saggio parte dalla considerazione di due tipi di dialogo argomentativo: il <hi rend="CharOverride-1">dialogo persuasivo</hi>, che richiede argomenti e rilievi critici per risolvere un disaccordo sul merito di una questione; e il <hi rend="CharOverride-1">dialogo basato sulla negoziazione</hi>, che richiede argomenti e critiche per arrivare a una soluzione ragionevole di compromesso. Dopo aver tracciato possibilità e vantaggi di questi modelli di dialogo, il saggio esplora due applicazioni software utili a svolgere in formato digitale i dibattiti secondo queste due strade: Deliberative Debate e Middle Ground. Queste applicazioni creano strutture entro le quali far avvenire gli scambi argomentativi rendendo consapevoli i partecipanti degli obiettivi da perseguire e come raggiungerli in un determinato lasso di tempo. Infine il paper considera anche una terza applicazione, Design a Discussion Yourself, che permette a studenti e insegnanti di progettare procedure di dibattito ad hoc per strutturare confronti e poterne valutarne gli esiti.</p><p rend="text">Foteini Egglezou nel suo saggio illustra i risultati del progetto per studenti greci «Odyssey» Scientific Debate, ideato per coltivare competenze di dibattito nelle materie scientifico-tecnologiche (STEM). Il progetto ha riguardato percorsi di dibattito deliberativo a proposito di controversie di attualità scientifica secondo procedure mutuate dai modelli dell’Oxford e del Public Forum Debate. Il progetto ha permesso agli studenti di crescere nella consapevolezza che gli assunti scientifici non sono assoluti, oggettivi e immutabili, e che hanno bisogno, per essere discussi, di essere supportati da argomenti convincenti sostenuti da prove ed evidenze rilevanti. I primi risultati osservati hanno potuto confermare quanto il progetto abbia fatto accrescere le capacità di ragionamento, comunicazione e argomentazione dei partecipanti, confermando l’importanza della svolta retorica anche nell’insegnamento di materie scientifiche.</p><p rend="text">Il tema del dibattito sui social media è affrontato dal saggio di Goffredo Guidi e Gianmarco Tuccini che attraverso un modello di analisi hanno studiato le discussioni su Change My View, un canale di Reddit in cui il carattere persuasivo degli scambi conversazionali tra utenti è normato da regole specifiche. I risultati del loro studio hanno messo in evidenza il ruolo centrale delle emozioni nella riuscita dei dibattiti. In particolare dalla analisi è emerso che <hi rend="CharOverride-1">anticipazione</hi> e <hi rend="CharOverride-1">gioia</hi> di solito caratterizzano le argomentazioni di maggior successo. Gli autori interpretano queste emozioni come componenti di una dimensione affettiva più generale che le comprende entrambe: l’<hi rend="CharOverride-1">engagement</hi>. Tali caratteristiche portano a considerare l’esperienza persuasiva sui social media in analogia con l’esperienza ludica: come in un gioco, l’esperienza persuasiva richiede un impegno al rispetto delle regole e, al contempo, una partecipazione gioiosa.</p><p rend="text">Nel contributo di Gianluca Simonetta si presenta il progetto RApP (Ragazzi e Ragazze Apprendono tra Pari) svolto presso l’ISIS Gobetti-Volta con l’obiettivo di sviluppare attività di dibattito e di public speaking. In particolare il progetto ha applicato il framework IDEAM, che prende il nome dall’acronimo dei cinque canoni della retorica antica (Inventio, Dispositio, Elocutio, Actio e Memoria): attraverso griglie e schemi permette di visualizzare e modificare il processo di progettazione e composizione di un discorso efficace, ma anche la sua memorizzazione e la sua pronuncia in pubblico. Una <hi rend="Emphasis">piattaforma di esercitazione</hi> applicata in combinazione con un set di esercizi preparatori concepiti secondo l’approccio dei <hi rend="CharOverride-1">progymnasmata</hi> antichi, come percorso graduale finalizzato al rafforzamento di impieghi del linguaggio come abilità individuale, in vista dell’acquisizione di competenze di impiego socializzato nel dibattito. </p><p rend="text">L’esperienza del dibattito può diventare anche stimolo per la didattica, come spiega nel suo intervento Caterina Gabrielli riportando un’esperienza di applicazione della metodologia del dibattito all’approfondimento di un testo filosofico strutturato in modo argomentativo, nella forma di una deliberazione con sé stessi. Il testo è quello delle «Meditazioni metafisiche» di Cartesio e la classe interessata dall’attività è stata la sezione IV corso XX del Liceo Classico Alessandro Manzoni di Lecco. Dal punto di vista dell’azione didattica, la metodologia ha evidenziato come una linea argomentativa è tanto più compresa quando più viene sfidata e problematizzata. Attraverso questa modalità gli studenti hanno potuto apprezzare i problemi proposti da Cartesio che sono emersi nella loro pertinenza e persistenza mostrando anche i luoghi argomentativi all’interno dei quali essi sono stati formulati. </p><p rend="h2">References</p><p rend="bib_indx_bib">Cattani, A. 2001. <hi rend="CharOverride-1">Botta e risposta. L’arte della replica</hi>. Bologna: il Mulino.</p><p rend="bib_indx_bib">Cattani, A. 2018. <hi rend="CharOverride-1">Palestra di botta e risposta. Per una formazione al dibattito</hi>. Padova: <ref target="http://Libreriauniversitaria.it">Libreriauniversitaria.it</ref>.</p><p rend="bib_indx_bib">Dominici, P. 2014. <hi rend="CharOverride-1">Dentro la società interconnessa. Prospettive etiche per un nuovo ecosistema della comunicazione</hi>. Milano: FrancoAngeli.</p><p rend="bib_indx_bib">Mastroianni, B. 2021. “From the virtues of argumentation to the happiness of dispute.” In <hi rend="CharOverride-1">Competing, cooperating, deciding: toward a model of deliberative debate</hi>, a cura di Cattani A., e Mastroianni B., 25-42. Firenze: FUP.</p><p rend="bib_indx_bib">Poglio, G. 2012. “Santana: il mio nome è Carlos Santone.” <hi rend="CharOverride-1">Panorama</hi> 50, 19 luglio, 2012: 118.</p><p rend="bib_indx_bib">Tommaseo, N. 1973. “Pensare” <hi rend="CharOverride-1">Dizionario dei sinonimi della lingua italiana</hi> 2689, Firenze: Vallecchi.</p>
      
      
      
      
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="58497">Cattani, A. 2001. Botta e risposta. L’arte della replica. Bologna: il Mulino.</bibl>
          <bibl n="58498">Cattani, A. 2018. Palestra di botta e risposta. Per una formazione al dibattito. Padova: Libreriauniversitaria.it.</bibl>
          <bibl n="58499">Dominici, P. 2014. Dentro la societ&amp;#224; interconnessa. Prospettive etiche per un nuovo ecosistema della comunicazione. Milano: FrancoAngeli.</bibl>
          <bibl n="58500">Mastroianni, B. 2021. “From the virtues of argumentation to the happiness of dispute.” In Competing, cooperating, deciding: toward a model of deliberative debate, a cura di Cattani A., and Mastroianni B., 25-42. Firenze: FUP.</bibl>
          <bibl n="58501">Poglio, G. 2012. “Santana: il mio nome &amp;#232; Carlos Santone.” Panorama 50, 19 luglio, 2012: 118.</bibl>
          <bibl n="58502">Tommaseo, N. 1973. “Pensare” Dizionario dei sinonimi della lingua italiana 2689, Firenze: Vallecchi.</bibl>
        </listBibl>
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>